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Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea

di: iene
6 Agosto 2026 ore 20:08

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС

Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.

Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.

Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.

Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?

La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]

La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.

Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.

Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.

Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.

Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato

«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.

Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.

Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»

Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.

«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.

L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”

La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.

Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.

Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»

Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria

Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.

Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.

«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»

Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.

Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»

Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.

Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.

Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.

Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”

 

Note

1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.

2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.

3Città settentrionale bosniaca.

4Moneta della Bosnia-Erzegovina.

5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

I mezzi e i fini di una politica di pace

Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

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Il governo del Benin blocca il Forum Sociale Mondiale: solidarietà ai movimenti di 108 Paesi

Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.

È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.

L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.

Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina?

Come si esce dalle guerre? Come si trovano soluzioni a tensioni che possono far riaccendere i conflitti? In Iran come in Ucraina è questo il nodo che nessuno finora scioglie. Una lezione utile viene dal dopoguerra europeo, all’indomani di due guerre mondiali con radici nelle tensioni tra Francia e Germania. Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schumann propose di non vietare alla Germania lo sfruttamento delle sue risorse di carbone e acciaio, fondamentali per lo sforzo bellico, ma di organizzarne la gestione congiuntamente alla Francia, in un quadro istituzionale aperto anche ad altri Stati europei. Schumann intuì che la produzione comune di carbone e acciaio avrebbe reso la guerra nel cuore dell’Europa non solo impensabile, ma anche materialmente irrealizzabile. Da questa Comunità europea del carbone e dell’acciaio si è poi sviluppata la Comunità economica europea, e in seguito l’Unione. Gestire insieme le risorse che erano alla base del riarmo ha consentito di impedire nuovi conflitti. 

La Fondazione Bourse&Bazaar – un think tank con sede a Londra specializzato in diplomazia economica – ha proposto il 10 luglio scorso un’iniziativa simile per il conflitto nel Golfo persico. L’idea è quella di non escludere l’Iran dal controllo dello Stretto di Hormuz, bensì di coinvolgerlo attraverso un’istituzione già esistente: la «Regional Organization for the Protection of the Marine Environment» (ROPME), attiva dal 1978 e di cui fanno parte tutti gli otto Stati che si affacciano sul Golfo Persico. L’estensione del mandato di questa organizzazione dalla tutela ambientale alla sicurezza regionale potrebbe essere finanziata attraverso la tassa sul transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, proprio come richiesto ora dall’Iran.L’idea mette insieme la richiesta di Teheran di un rinnovato riconoscimento della sovranità del Paese e l’esigenza dei sei paesi filo-occidentali membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) di garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto. Dare a quest’organizzazione regionale – la ROPME – l’autorità di gestire il flusso di navi nel Golfo potrebbe consolidare gli elementi di cooperazione già esistenti e ridurre le tensioni che hanno portato alla ripresa della guerra. Per legrandi petroliere si tratterebbe di una tassa di entità limitata, che consentirebbe di consolidare un’istituzione regionale che diventerebbe una sede di confronto e dialogo tra le parti in conflitto. E i paesi avversari dell’Iran hanno la loro organizzazione – il Consiglio di Cooperazione del Golfo – in cui possono sviluppare le proposte da discutere poi con Teheran all’interno della ROPME.

Possiamo promuovere in Europa un’iniziativa analoga per far finire la guerra in Ucraina? Al centro del conflitto in Ucraina c’è la contesa sulla regione del Donbass, per cui si dovrà immaginare, almeno temporaneamente, uno status di neutralità. Dopo quattro anni di guerra aperta e dieci di tensioni, è arrivato il momento di aprire un dialogo. Chi potrebbe negoziare e gestire sul piano istituzionale una soluzione del conflitto?Anche in Europa esiste da anni un’organizzazione di cui fanno parte tutti gli Stati europei, compresa la Russia: l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con sede a Vienna. L’OSCE prende decisioni all’unanimità, anche la Russia deve quindi approvarle. E analogamente al CCG per il Golfo persico, anche in Europa esiste una organismo i cui i paesi occidentali possono concordare le posizioni da portare poi in sede di OSCE: la Comunità Politica Europea, istituita da Macron nel 2022, che si è già riunita quattro volte e in cui Russia e Bielorussia non sono rappresentate. Dal punto di vista politico, la Comunità Politica Europea non rappresenta una novità. Tra il1970 al 1992 i paesi dell’Europa occidentale si riunivano nella Cooperazione Politica Europea per coordinare la propria politica estera. Erano i tempi del processo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che ha reso possibile la distensione nell’ultima fase del confronto tra i blocchi, e la Cooperazione Politica Europea è stata uno strumento di rilievo i quel percorso.

Per di più, sulla questione ucraina, nel periodo 2014-2015 l’OSCE ha svolto un ruolo importante nella definizione degli accordi di Minsk I e II per la soluzione del conflitto nel Donbass; gli aspetti di sicurezza, tuttavia, non sono stati integrati da accordi più ampi di cooperazione politica ed economica; le parti in conflitto non hanno rispettato gli accordi e le tensioni si sono ulteriormente inasprite, sfociando nell’invasione russa del 2022.

Come per il carbone e l’acciaio del dopoguerra europeo, la soluzione ai conflitti per lo stretto di Hormuz e il Donbass può passare per un’istituzione in cui tutte le parti siano coinvolte. Ammesso però che ci sia la volontà politica e pressioni diplomatiche internazionali, anche da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. Una richiesta in questa direzione era venuta dalla Lettera aperta all’Europa di un gruppo di intellettuali del maggio 2024 – tra cui Luciana Castellina, Peter Brandt, Carlo Rovelli, Wolfgang Streeck – che chiedeva alla Ue di impegnarsi per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il testo era stato pubblicato dal Corriere della Sera e da giornali di molti paesi (https://sbilanciamoci.info/ucraina-russia-negoziare-adesso/). Di fronte alla prospettiva di altri anni – nel Golfo persico come in Ucraina – di attacchi devastanti con droni e missili, questa può essere una via per la pace.

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L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

di: iene
19 Luglio 2026 ore 21:04

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

di: iene
1 Luglio 2026 ore 18:55

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte

di: iene
28 Giugno 2026 ore 20:44

Introduzione

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista. La crisi e successiva restaurazione del potere istituzionale ed economico, ha consentito a una serie di soggetti politici ed economici di riciclarsi, più o meno, come democratici e portare avanti impunemente tematiche che possiamo considerare “esclusivistiche” quali la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo, mescolato a credenze cristiane, il revisionismo storico, l’auto-vittimizzazione1, la negazione dell’Olocausto, il tradizionalismo, l’anticapitalismo, l’anti-liberalismo e l’anti-europeismo.

Per capire meglio come questi movimenti esistano e prosperino, è necessario fare una premessa su due processi politici interconnessi esistenti nel cosiddetto “Mondo Occidentale”:

«in primo luogo, il momento storico di convergenza tra una crisi del capitalismo globale, l’accelerazione dei flussi migratori verso il Nord Globale e l’intensificarsi della sfiducia verso la governance sovranazionale. In secondo luogo, la crescente territorializzazione del discorso populista stesso, in quanto l’insoddisfazione per la mobilitazione di persone, capitali e cultura operata dalla globalizzazione – e per le élite che hanno tratto beneficio da tale mobilitazione – si esprime attraverso gli appelli all’isolamento spaziale, alla chiusura e al ritiro.»2

Retoriche di questo tipo coincidono con la tesi sostenuta da Daniel Guerin in Fascismo e gran capitale dove spiegava i meccanismi di manipolazione verso le masse impoverite.

Partendo da un anticapitalismo demagogico, gli antenati dell’estrema destra seducevano le classi medie con le loro aspirazioni retrograde, lusingando «le masse operaie – soprattutto quelle categorie di lavoratori che mancano di coscienza di classe […] L’abilità del fascismo consiste nel proclamarsi anticapitalistico senza attaccare seriamente il capitalismo, per cui si ingegna in primo luogo a trasformare in nazionalismo l’anticapitalismo delle masse. Impresa agevole, perché si è visto che, sempre, l’ostilità delle classi medie nei confronti del grande capitalismo si accompagna a un tenace attaccamento al concetto di nazione.»3

Il caso politico rumeno, sebbene si differenzi dal caso spagnolo, portoghese e greco per il regime comunista avuto, ha molte similitudini con ciò che abbiamo appena citato. Sebbene le prime fasi post-regime comunista facessero sperare in un regime democratico multipartitico, la realtà dei fatti fu molto diversa. A seguito della morte violenta dei coniugi Caecescu (25 Dicembre 1989), in Romania venne instaurato un governo provvisorio retto da Ion Iliescu. Questi aveva fondato il Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) e lo aveva reso un partito a tutti gli effetti. La candidatura del FSN alle elezioni generali del 20 Maggio 1990 generò una serie di malumori e opposizioni politiche in quanto un partito del genere controllava tutto fino a quel momento: l’esercito, le forze dell’ordine, l’economia, i mass media, la giustizia, il parlamento. Il timore quindi era che la Romania, nelle fasi iniziali di transizione verso la democrazia, potesse sprofondare in una zona grigia dove da un lato vi era un partito grande e dominante e dall’altro un’opposizione di facciata. Le proteste non si fecero attendere. Iliescu e i suoi, però, furono abbastanza furbi e astuti nel manipolare i lavoratori, in particolare i minatori, contro le opposizioni.

Circa cinquemila minatori arrivarono a Bucarest da Valea Jiului a fine Gennaio 1990 e aggredirono, con oggetti contundenti e catene, gli oppositori del FSN.

Vi furono numerosi incidenti e i minatori e militanti del partito di Iliescu organizzarono incursioni e perquisizioni nelle sedi dell’opposizione, sequestrando le persone lì dentro.

La fine di questo evento, noto come Minierada4, consentì ai dirigenti del FSN di creare il Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale (CPUN) – organo atto a garantire la rappresentanza dei partiti di recente costituzione nelle strutture di potere.

È in questa fase di crisi e scontri tra il cosiddetto “nuovo” e “vecchio” corso politico che nel biennio 1990-1991 nascono due movimenti politici: l’Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) e il Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito della Grande Romania).

Se l’UVR nacque in contrapposizione violenta contro gli ungheresi rumeni (e più nello specifico contro il Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania)) ed ebbe una breve vita politica partitica tramite il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni) – quest’ultimo fusosi col Partidul Conservator (trad.: Partito Conservatore) nel 2006 -, il PRM invece volle riprendere delle modalità tipiche delle dittature civico-militari.5

Il nome di quest’ultimo partito era stato scelto deliberatamente per le sue connotazioni storiche. Da un lato si riferiva allo Stato-nazione di tutti i rumeni costituito dopo la Prima guerra mondiale (comprendente la Transilvania, la Bucovina, la Bessarabia, nonché parti del Banato, Crișana e Maramureș); dall’altro alludeva alla perdita, a seguito della Seconda guerra mondiale, dei territori rumeni che oggi fanno parte dei paesi confinanti (Moldavia e Ucraina).

Il PRM raggiunse il suo picco di notorietà quando il proprio leader, Corneliu Vadim Tudor, attraverso la retorica xenofoba e omofoba riuscì a classificarsi secondo alle elezioni presidenziali del 2000, dietro a Ion Iliescu – quest’ultimo divenuto presidente grazie alla candidatura del leader del partito di estrema destra .

Durante questo lasso di tempo, la Romania diventò un territorio dove una serie di aziende iniziarono a sfruttare le persone lavoratrici e le risorse naturali. La disuguaglianza strutturale, la povertà e la corruzione sistemica portarono alla polarizzazione politica e all’emigrazione di massa – che, insieme al basso tasso di natalità, innescarono un grave calo demografico.6

Per attirare ulteriori investitori, il governo rumeno, nella prima metà degli anni 2000, utilizzò ogni mezzo per poter entrare nella NATO e nell’Unione Europea.

L’ “Ordonanţa de urgenţă nr. 31/2002” (trad. : Ordinanza d’urgenza nr. 31/2002), dove vennero vietate le formazioni e i simboli delle organizzazioni fasciste, razziste e xenofobe, oltre la promozione di personaggi colpevoli di crimini contro la pace e l’umanità, fu una mossa fintamente “umanitaria” e “antifascista e antirazzista” dove non si mise in discussione la retorica dei vari partiti movimenti di estrema destra. Anzi, questa mossa “europeista” e “occidentalista” del governo rumeno diede slancio ai gruppi e partiti di estrema destra che si rifacevano, più o meno, al cristianesimo ortodosso e/o all’ex Guardia di Ferro di Codreanu – come il Totul Pentru Ţară (trad.: Ogni Cosa per il Paese) e il Partidul Noua Generație – Creștin Democrat (trad.: Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico). Essi riuscirono ad ottenere nuovi consensi e potenziamenti della retorica non solo contro le persone migranti e non eterosessuali ma anche contro l’Unione Europea – colpevole, a detta loro, di introdurre valori contrari alle morali cristiano-legionarie rumene

Fu con la crisi economica mondiale del 2008 che l’estrema destra rumena fece il salto di qualità. La nascita (o, per essere più corretti, rinascita7) della Frăția Ortodoxă “Sfântul Mare Mucenic Gheorghe purtătorul de Biruință” (trad.: Fratellanza Ortodossa “San Giorgio megalomartire portatore di vittoria”) servì a promuovere corsi speciali inerenti alle tematiche cristiano-ortodosse, dibattiti, convegni e simposi, processioni, pellegrinaggi ed escursioni nei luoghi santi e nei monasteri. Dal punto di vista della Frăția Ortodoxă, chi impediva questa spiritualità cristiana e metteva un freno all’economia capitalistica rumena erano le persone migranti e la comunità LGBTQIA+, nonché tutti quelli a favore di una procreazione “cosciente e responsabile.”8

Non è un caso che la Frăția Ortodoxă abbia sostenuto attivamente, a partire dal 2019, un nuovo partito di estrema destra: l’Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) (trad.: Alleanza per l’Unione dei Romeni).

Nel corso di questi ultimi anni l’AUR ha raccolto e riunito i conservatori religiosi, i nazionalisti intransigenti e, durante le fasi della sindemia da Covid-19, i negazionisti e gli antivaccinisti. Tutti soggetti politici che si presentavano come difensori della libertà contro la dittatura dell’élite.

Le principali figure di questo partito sono state George Simion, attuale presidente dell’AUR, nazionalista e ambientalista, e Claudiu Târziu, copresidente dell’AUR fino al 2025, omofobo e grande estimatore della Guardia di Ferro. Il successo fulmineo dell’AUR può essere interpretato come una risposta alla crescente disillusione nei confronti del neoliberismo e del secolarismo. Il partito ha utilizzato il crescente risentimento e la sofferenza sociale di una popolazione che deve affrontare uno sfruttamento economico incontrollabile.

In tal senso l’AUR ha alimentato i risentimenti storici legati alla posizione geopolitica marginale della Romania, promettendo di riportare il paese a uno stato di pienezza demografica, economica ed ecologica, salvaguardare la sovranità nazionale e rivendicare un orgoglio contro i presunti avversari – ovvero le élite capitaliste dell’Unione Europea.

L’AUR ha così articolato una soluzione culturalmente comprensibile ed emotivamente galvanizzante all’esperienza socio-economica traumatica di un Paese che “esporta” i suoi abitanti in altre parti d’Europa – dove questi soggetti sono integrati, loro malgrado, nelle catene globali del lavoro e della produzione.

«Le masse» scriveva Guerin, «sono disposte a credere che il nemico sia il capitalismo straniero, e non già il proprio. Così il fascismo riesce facilmente a sottrarre i suoi finanziatori alla collera popolare stornando l’anticapitalismo delle masse verso la «plutocrazia internazionale.»»9

L’estrema destra rumena è oggi legittimata e aiutata dai politici parlamentari, dai media (nuovi e tradizionali che siano) e personalità intellettuali e artistiche, nonché dai vari strati fondamentalisti della Chiesa ortodossa.

Per avere un minimo di panoramica su come si sia arrivati all’AUR e come le retoriche neofasciste e dell’estrema destra non siano troppo diverse da un paese all’altro – si pensi al caso italiano con la Lega e l’attuale Futuro Nazionale di Vannacci -, presentiamo alcuni capitoli tratti dal libro di Gabriel Andreescu, Extremismul de dreapta in Romania (trad.: Estremismo di destra in Romania), edito dal Centrul de Resurse Pentru Diversitate Etnocultural, Cluj, 2003. Nonostante sia un lavoro vecchio di 23 anni e non di stampo anarchico ma democratico, Andreescu fa una panoramica della società rumena a cavallo tra la transizione dal regime comunista e l’entrata nell’Unione Europea e nella NATO, soffermandosi su come certi gruppi, movimenti e partiti politici di estrema destra della Romania abbiano avuto un ruolo importante nel Paese.

L’espansione della retorica di estrema destra in Europa e più in generale nel cosiddetto Mondo Occidentale, nasconde un regime capitalista in crisi effettiva o potenziale dove i soggetti economici-culturali applicano e invocano ristrutturazioni aziendali (iper-sfruttamento e licenziamenti) ed esclusioni di quella parte della popolazione non rientrante nei canoni imposti dalle morali eterosessuali-religiose.

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Capitolo III

– Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM
– Il Partidul România Mare
– Il tentato colpo di Stato del 1999

Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM

La più consistente, efficace e minacciosa forma di estremismo in Romania è l’ultra-nazionalismo. L’organizzazione che ha dato inizio a questa forma di estremismo è la Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) fondata a Târgu Mureș il 1 febbraio 1990.10 L’iniziativa è partita, però, dalle nuove autorità di Bucarest 11, i cui leader erano alla ricerca di una nuova legittimità – in quanto la loro precedente carriera nel Partito Comunista Rumeno rappresentava un ostacolo e non un punto a loro favore dopo la rivoluzione del Dicembre 1989. L’ideologia fondante dell’UVR fu l’anti-magiarismo; i suoi fondatori organizzarono provocazioni anti-ungheresi a partire dalla fine del Gennaio 1990 – alcune in segreto12, altre utilizzando come mezzo di comunicazione il quotidiano locale Cuvântul liber (trad.: Parola libera), tribuna della futura organizzazione, o le televisioni locali. Il clima anti-ungherese, alimentato anche dai media della capitale, raggiunse il culmine a metà Marzo 1990. Il 19 Marzo, una manifestazione dell’UVR si trasformò in un attacco alla sede locale della Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania), dove una personalità della comunità ungherese venne brutalmente picchiata.13 Gli episodi violenti si intensificarono così tanto che, il 21 Marzo 1990, la città di Târgu Mureș divenne teatro di sanguinosi scontri tra rumeni14 e ungheresi. Cinque persone erano state uccise e diverse centinaia erano rimaste ferite.15 A causa di questa situazione di instabilità, alla fine del Marzo 1990 venne istituito il Serviciul Român de Informații (SRI) (trad.: Servizio Rumeno di Informazione), basato sulla Securitate16 e in violazione delle procedure legali del momento.17

L’associazione anti-ungherese UVR, organizzatrice di questi disordini, aveva goduto di un sostegno sempre più consistente, sia a livello locale che nazionale, diventando da lì a poco un attore politico di rilievo.18 Prima delle elezioni del 20 Maggio 1990, l’UVR aveva fondato il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni).

Il PUNR era diventato, per alcuni anni, il principale partito ultra-nazionalista della Romania. Alle elezioni comunali del 1992, il suo leader, Gheorghe Funar, era stato eletto sindaco della più grande città della Transilvania, Cluj-Napoca.19 Alle elezioni parlamentari dello stesso anno, il PUNR ottenne il 7,72% dei seggi alla Camera dei Deputati e l’8,12% al Senato, diventando il principale partner del Frontul Democrat al Salvării Naționale (FDSN) (trad.: Fronte Democratico di Salvezza Nazionale) nella coalizione nazionalista che governò la Romania tra il 1992 e il 1996. Nel governo definito dall’opposizione dell’epoca “il quadrilatero rosso,” il PUNR ottenne due ministeri e occupò numerose cariche di livello inferiore.

Un’idea del linguaggio e dell’atteggiamento del PUNR è data dalla seguente citazione che sintetizza l’ultra-nazionalismo anti-ungherese di questa formazione politica: «Come è noto, questo spirito nomade, questo carattere barbaro, di cui gode il popolo ungherese e la minoranza [presente] in Romania, non è mai scomparso in 1000 anni. Probabilmente saremo noi, i rumeni, a doverli curare da questa vergogna e a farli diventare un popolo europeo pacifico, civilizzato, che non brami più territori stranieri. Che Dio li preservi dal tendere ancora la zampa verso i territori rumeni.»20

Alle elezioni del 1996, il PUNR ottenne solo il 4,36% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 4,22% al Senato, subendo una considerevole perdita di popolarità. L’ingresso dell’UDMR nella coalizione di governo diede un colpo decisivo al PUNR. Il leader di questo partito di estrema destra, Gheorghe Funar, lasciò il partito per diventare segretario generale del Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito Grande Romania). Nel 2000, il PUNR non entrò più in Parlamento. I suoi sostenitori passarono al PRM che, oltre a sviluppare un linguaggio giustizialista, attaccava la corruzione, la povertà, gli ungheresi, gli zingari e gli ebrei. Oggi (2003, ndt) il PUNR è come l’UVR: una formazione marginale, senza grandi speranze di rivitalizzarsi.

Il Partidul România Mare (trad.: Partito Grande Romania)

La maggior parte delle organizzazioni estremiste si era sviluppata grazie agli organi di stampa messi a loro disposizione, integrandosi così nella società rumena. L’UVR aveva trovato spazio in quasi tutti i quotidiani della Transilvania che, da ex filiali locali del giornale del Partidul Comunist Român (PCR) (trad.: Partito Comunista Rumeno) Scânteia (trad.: Scintilla), si erano trasformate in pubblicazioni indipendenti. Al contrario, alcuni organi di stampa avevano gettato le basi per i partiti di estrema destra. È il caso della rivista România Mare (trad.: Grande Romania), apparsa nel 1990 e precedente al Partito România Mare (trad.: Partito Grande Romania).21

Il linguaggio di România Mare ebbe un rapido successo. Il suo tipico discorso di incitamento all’odio era contro gli ungheresi, gli zingari, gli ebrei e qualsiasi categoria politica o culturale democratica.22 All’inizio, lo sciovinismo anti-ungherese prevalse in quanto garantiva il massimo capitale politico: «Temo fortemente che, di questo passo, se continueremo a essere provocati all’infinito faremo un’altra cavalcata di salute fino a quella meravigliosa città [dove si balla] la ciarda e le donne sono disponibili. E lì resteremo per un po’, fino all’anno 2000, in modo da garantire la pace in quella zona. Non vogliamo che si arrivi a questo punto. A nessuno piacciono le campagne militari. Ma tra gli ungheresi a Bucarest o i rumeni a Budapest, potete immaginare quale variante sceglieremo e quale sia la musica che ci piace…»23

Il Partito România Mare era indissolubilmente legato al suo leader, Corneliu Vadim Tudor.

Il suo linguaggio superava qualsiasi limite di un normale politico: «Ma parlando dei discendenti di quei barbari, non crediamo di offendere la nazione ungherese; al contrario, diffondiamo testi autentici e storici che attestano come in origine [gli ungheresi] fossero dei primitivi, cosa che i rumeni non sono mai stati.»24

Alle elezioni del 1992, il PRM ottenne il 3,89% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 3,85% al Senato – il numero minimo per entrare in Parlamento. Nel 1996, il Partito era salito al 4,46% alla Camera e al 4,54% al Senato, diventando così il primo raggruppamento politico estremista del Paese. Posizionato all’opposizione, il PRM si era dimostrato molto attivo, partecipando, all’inizio del 1999, a un tentativo di colpo di Stato. In quel momento furono avviate azioni per mettere il PRM fuori legge; ma queste vennero archiviate. La debolezza delle autorità aveva gravemente compromesso, nel tempo, la vita politica del Paese.

Durante la campagna presidenziale del Novembre 2000, Corneliu Vadim Tudor aveva adattato il suo discorso alle nuove realtà. Per quanto riguardava la sua coerenza sciovinista, si era concentrato maggiormente sugli zingari (anche se, secondo me, sarebbe meglio dire romaní) in quanto all’epoca gli ungheresi rappresentavano un bersaglio meno interessante. Ha parlato in diretta televisiva della «tipologia della mafia zingara (…). Attaccano in gruppo, controllano i mercati e non violentano i propri figli e genitori perchè sono impegnati a violentare i nostri…»25

In precedenza, nel 1998, Tudor aveva pubblicato un manifesto dove affermava: «gli zingari che non vogliono andare a lavorare (…) saranno mandati nei campi di lavoro.»26 All’ampia protesta delle ONG e dei gruppi romaní, Tudor rispose: «non siamo interessati a ciò che vogliono gli zingari. Tutti [gli zingari] dovrebbero essere mandati in prigione. Non c’è altra soluzione.»27

Attribuendo al suo discorso un forte tono giustizialista, Corneliu Vadim Tudor aveva ottenuto un successo che superò ogni aspettativa precedente.28 Aveva ottenuto il 30% dei voti totali al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2000. Il suo partito aveva ottenuto il 21,01% dei seggi al Senato e il 19,48% dei seggi alla Camera dei Deputati. È importante notare come il presidente Ion Iliescu,vincitore delle elezioni, non avesse fatto alcun tentativo di denunciare le manifestazioni razziste del suo avversario. Anzi, nell’Aprile 2001 aveva affermato che la Romania «avesse sviluppato un sistema immunitario contro l’odio interetnico, l’intolleranza, la xenofobia, l’estremismo, l’antisemitismo e il razzismo.»29 Inoltre, il presidente aveva utilizzato il termine «colorat»30 verso un romaní, lamentandosi successivamente che l’interesse internazionale per questi ultimi derivasse da una «campagna» occidentale anti-romena.31

Il tentato colpo di Stato del 1999

Come formazione estremista, il PRM aveva dimostrato la sua massima pericolosità durante le fasi del fallito colpo di Stato del 1999.

Gli eventi, che col tempo si sarebbero trasformati in un tentativo di golpe, avvennero nella terza settimana di Gennaio del 1999 e iniziarono con una protesta dei minatori della Valle del Jiu.32 Corneliu Vadim Tudor si rivolse a loro dicendo: «Miei cari compagni, il Paese è con voi. (…) Vi porterò negli uffici lussuosi di Bucarest, mentre le canaglie che hanno rovinato il Paese le manderò in miniera.»33

Su invito e sotto la guida del leader sindacale – e al tempo stesso vicepresidente del PRM –, Miron Cosma, i minatori annunciarono una marcia su Bucarest per imporre le loro richieste salariali. Nel Giugno 1990, un’azione di questo tipo – sempre sotto la guida di Miron Cosma –, terrorizzò Bucarest per alcuni giorni, e nel Settembre 1991 determinò la caduta del governo. Durante la marcia, una folla di circa 12mila minatori, guidata secondo tecniche militari ben collaudate, distrusse due blocchi della polizia e della gendarmeria e il primo ministro fu costretto a negoziare sotto la minaccia di un’invasione di Bucarest.

Dopo una prima interruzione della marcia su Bucarest, Cosma riprese il cammino. Venne però arrestato e i circa 2mila minatori rimasti sotto la sua guida furono respinti dalle forze dell’ordine. Per rendere possibile questa repressione, il presidente della Romania dichiarò lo stato di emergenza.34

Secondo un Rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite35, gli eventi [accaduti in Romania] rientravano nella categoria della ribellione, della sovversione, della turbativa della quiete e della minaccia alla Costituzione, all’autorità, all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, nonché un pericolo per la vita economica del Paese.36 Il pericolo che questi rappresentavano era al tempo stesso «eccezionale ed imminente.»37

I minatori, guidati sul campo da Miron Cosma, erano in contatto con la dirigenza del PRM. I capi del Partito di estrema destra avevano costantemente incitato e preparato, attraverso delle dichiarazioni – sia dagli scranni del Parlamento che tramite i mass media –, l’eventuale sostituzione forzata delle autorità elette nelle libere elezioni dell’autunno del 1996. Il PRM aveva chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate, entrando in sintonia con lo sciopero dei minatori. A seguito di questi eventi, diverse personalità pubbliche avevano chiesto la messa al bando del PRM, basandosi su cinque accuse: mancato rispetto dei principi della democrazia costituzionale, incitamento alla violenza pubblica, mancato rispetto dell’ordine dello Stato di diritto, istigazione all’odio nazionale, razziale e religioso, militanza contro il pluralismo politico.38 Anche il ministro della Giustizia intervenne; ma nonostante le prove evidenti e le violazioni del PRM riguardanti i principi costituzionali e le disposizioni di legge sui partiti, il caso fu archiviato.

 

Continua nella Seconda Parte

Note

1In un ambito psicologico, l’auto-vittimizzazione è una strategia utilizzata da una persona che assume il ruolo di vittima e agisce nel seguente modo: cerca attenzioni, non accetta le proprie responsabilità, accusa gli altri delle sue disgrazie e si lagna continuamente. Nell’ambito politico, l’auto-vittimizzazione è un elemento fondante di tutti quei gruppi e partiti politici che, attraverso le loro retoriche, inneggiano tramite rimpianti determinati periodi storici e figure eroiche e rivoluzionarie.

2Christopher Lizotte, Where Are the People? Refocusing Political Geography on Populism, Political Geography, 71, Maggio 2019, pp. 139-141

3Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, trad. it. a cura di Giorgio Galli (aggiornata), Erre Emme Edizioni, Roma, 1994, p. 144

4Per avere un quadro sintetico e completo su cosa fosse questa protesta, rimandiamo all’articolo di Mihaela Iliescu, Mineriada din iunie 1990 – o scurtă incursiune istorică (trad.: Mineriade del Giugno 1990 – una breve incursione storica), Astra Salvensis, 13 (1), 77–82. Link

5Si veda più avanti il Capitolo III, paragrafi Il Partidul România Mare e Il tentato colpo di Stato del 1999

6Vedere Ban Cornel, Ruling ideas. How global neoliberalism goes local, Oxford University Press, New York, 2016; Dan Popa, România – locul 17 în lume la emigrare. Aproape 6 milioane de români au ales să lucreze și să se stabilească în străinătate. La 6 români care emigrează aducem un imigrant (analiză) (trad.: Romania – 17° posto nel mondo per emigrazione. Quasi 6 milioni di rumeni hanno scelto di lavorare e stabilirsi all’estero. Per ogni 6 rumeni che emigrano, ne arriva uno dall’estero (analisi)), hotnews.ro, 27 Febbraio 2024. Link

7Fondata come Frăția Ortodoxă Română (FOR) (trad.: Fratellanza Ortodossa Rumena) dal filologo rumeno Sextil Pușcariu nel Febbraio 1933 e patrocinata dal vescovo Nicolae Ivan della diocesi di Vad, Feleac e Cluj, l’organizzazione si prefiggeva come obiettivi la propaganda cristiana volta a implementare uno stile di vita e un comportamento pubblico appropriato nelle relazioni interpersonali e gli aiuti sociali e religiosi a tutti i livelli e in tutte le classi e rami della vita sociale. Nella Romania degli anni ‘30, attraversata da conflitti tra il potere governativo e la Guardia di Ferro, la FOR, e più nello specifico Pușcariu, non nascondeva l’ammirazione per quest’ultimi e un’insofferenza sempre più marcata contro lo Stato democratico e il bolscevismo. Fonti utilizzate: Frăția Ortodoxă Română, Foaia Diecezana, a. XLVIII, n. 6, 5 Febbraio 1933; Frăția Ortodoxă Română, Sfarmă-Piatră, A. II, n. 49, 29 Ottobre 1936, p. 2; Horia Sima, Era Libertatii. Statul National Legionar Vol. 1, Editura Mişcării Legionare, Madrid, 1982.

8A tal merito si vedano i post sulla pagina facebook di Fratia Ortodoxa sull’aborto e la pillola anticoncezionale (link 1 ; link 2), sui migranti (link 1 ; link 2) e sulla comunità LGBTQIA+ (link 1 ; link 2)

9Daniel Guerin, Ibid.

10La prima presentazione pubblica della Uniunea Vatra Românească ebbe luogo il 25 Gennaio 1990 a Reghin.

11La sera del 25 Gennaio 1990, il presidente Ion Iliescu parlò delle «tendenze separatiste ungheresi,» espressione che in seguito divenne un leitmotiv dell’ultra-nazionalismo. Del resto, Ion Iliescu figurava nell’elenco dei membri fondatori della Uniunea Vatra Românească. Vedi Elõd Kincses, Martie negru la Târgu Mureș, Ed. Juventus, Târgu Mureș, 2001; Gabriel Andreeescu, Ruleta. Români și maghiari, 1990–2000, Ego, 2001.

12Il 25 Gennaio 1990, dall’ufficio postale di Târgu Mureș venne diffuso un telegramma-appello dal contenuto falso e provocatorio: «Fratelli rumeni, colleghi delle Poste e delle Telecomunicazioni. (…) Nelle nostre unità e in altre a Târgu Mureș si procede, in modo sistematico e abusivo, alla sostituzione dei quadri dirigenti a tutti i livelli con ungheresi. Dalle scuole sono stati cacciati, brutalizzati e sputati addosso i rumeni e i docenti rumeni.» (Elõd Kincses, Op.cit., p.44).

13La vittima era Sütõ András, uno dei più importanti scrittori ungheresi, membro della dirigenza locale dell’UDMR (Tom Gallagher, Democrație și naționalism în România, 1989-1998, Bucarest, Edit. All Educational, 1999). Nota del blog. Stando alla biografia tracciata dalla treccani, András, «lavorò al giornale ungherese Új Élet (trad.: Nuova vita”) e dal 1971 si trasferì in Transilvania, dove prese parte attiva alla vita politica locale contrassegnata talvolta da aspri conflitti (rivoluzione del 1989, scontri etnici del 1990).» András si trovava dentro la sede dell’UDMR quando i manifestanti nazionalisti rumeni la assaltarono. A seguito della violenza subita, András perse l’occhio sinistro e riportò ferite alla testa, alle costole e alla mano sinistra.

14Alcuni erano stati portati in autobus dai villaggi alla città, armati di bastoni e preparati per questo scontro.

15Tra i morti e i feriti c’erano sia rumeni che ungheresi.

16L’ex polizia politica di Ceaușescu.

17Per la costituzione legale sarebbe stato necessario il voto del Consiliul Provizoriu de Uniune Națională (CPUN) (trad.: Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale). Il CPUN non era stato informato al riguardo.

18Un membro dell’UVR venne inserito nella delegazione rumena dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) (Tom Gallagher, Op. cit., p. 132).

19È da notare che nella competizione per il secondo turno delle elezioni, Gheorghe Funar ricevette l’aiuto del Frontul Salvării Naționale (FSN) (trad.: Fronte di Salvezza Nazionale) (Ibidem, p. 154).

20Gheorghe Funar in Informația Zilei, Satu Mare, 27 Ottobre 1994. La citazione che abbiamo riportato risale alla fase centrale dell’attività del partito; i temi e l’aggressività del linguaggio, in ogni caso, sono rimasti costanti nel tempo.

21Un altro caso è quello della rivista estremista Mișcarea (trad.: Movimento), che ha preceduto il partito Mișcarea pentru România (trad.: Movimento per la Romania).

22Si veda il parere espresso dal Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania (2001), che identifica per la prima volta il PRM come partito di estrema destra: «Nel mese di Maggio [2001] l’ambasciatore di Israele ha espresso preoccupazione per un libro pubblicato da un membro del partito di estrema destra Partidul România Mare (PRM) che contiene due barzellette sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.»

23Corneliu Vadim Tudor, Atenție la Ungaria (4) (trad.: Attenzione all’Ungheria), in România Mare, I, 1990, n. 17, (28 Settembre).

24Corneliu Vadim Tudor, senatore, presidente del PRM, discorso pronunciato il 7 Febbraio 1995, in occasione dell’incontro di lavoro tra PDSR, PUNR, PRM e PSM, in România Mare, n. 241, anno VI, 17 Febbraio 1995.

25Doresc să fiu Preoedinte (trad.: Voglio diventare presidente), PRO TV, Bucarest, 14 Novembre 2000 (programma televisivo).

26La dichiarazione era stata pubblicata integralmente su România Mare del 21 Agosto 1998, Ziua del 17 Agosto 1998 e Libertatea del 18 Agosto 1998.

27George Toader, Romii nul iartă pe C.V. Tudor, dar nici el nu se lasă intimidat (trad.: I Rom non perdonano C.V. Tudor, ma nemmeno lui si lascia intimidire), in Cronica Română, 22 Agosto 1998.

28Anche in relazione ai sondaggi di opinione.

29Ion Iliescu all’apertura di un forum sulle relazioni interregionali nei Balcani, Bucarest, 20 Aprile 2001. Cfr. România Liberă, 23 Aprile 2001.

30Scurt pe doi (trad.: A corto di due), TVR, Bucarest, 9 Aprile 2001 (programma televisivo).

31RFE/RL Newsline, 20 Aprile 2001.

32Gabriel Andreescu, Tema stării de urgență din perspectiva tentativei de lovitură destat (trad.: La questione dello stato di emergenza dal punto di vista del tentativo di colpo di Stato), in Sfera politicii, n. 67, 1999.

33Corneliu Vadim Tudor, Manifest pentru minerii din Valea Jiului (trad.: Manifesto per i minatori della Valle del Jiu), in România Mare, n. 444 del 15 Gennaio 1999.

34In conformità con le attribuzioni costituzionali, art. 93, comma 1. Si era reso necessario adottare un’ordinanza d’urgenza – nella notte tra il 21 e il 22 Gennaio 1999 –, in quanto allo scoppio delle ostilità in Romania, non esisteva una norma che regolasse lo stato di emergenza o di assedio.

35Queste legittimavano l’istituzione di misure adottate dalle autorità di Bucarest (tra cui l’istituzione dello stato di emergenza). Cfr. UN Commission on Human Rights, Study of the Rights of Everyone to be Free from Arbitrary Arrest,Detention and Exile, E/CN. 4/826, 1962, p. 257

36N. Questiaux, Study of the Implications for Human Rights of Recent Developments concerning Situations Known as State of Siege or Emergency, E/CN, 4/ Sub, 2/1982/15.

37Nel senso del caso greco: Report on the EHCR, YBECHR 12, 1969. Nota del blog. L’autore si riferisce nello specifico alla Dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e alle accuse della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di violazione dei diritti umani e torture contro le persone detenute. Link

38Dan Pavel, docente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bucarest, aveva avviato un procedimento per dichiarare fuorilegge il PRM.

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte ©, .

Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico

16 Luglio 2026 ore 09:00

Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.

L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.

La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.

Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).

Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.

Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.

Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.

Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.

Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.

Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.

Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.

Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.

Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.

Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.

Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.

Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.

Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.

L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.

Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.

Tiziano Antonelli

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U.S.A.: COA(LI)ZIONE A RIPETERE

13 Gennaio 2024 ore 15:20

L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse.
Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.

Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole.
Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato.
Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.

Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco.
Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.

Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi.
Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico.
Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…

Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni?
Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario.
Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina.
Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica.
Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale.
Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto.
Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…).
La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.

La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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