G7, Trump spinge per la pace in Ucraina: "La Russia faccia un accordo"


© RaiNews


© RaiNews
L’ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all’interno della crisi dell’ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e della difficile transizione verso nuovi equilibri globali.
Per oltre quarant’anni il dominio statunitense si è fondato su una combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni evidenti di crisi. L’ascesa della Cina e di altre economie asiatiche mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di riferimento obbligato dell’economia globale.
In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana, il conflitto ucraino e la tensione con l’Iran possono essere letti come episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.
L’Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele, alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori palestinesi e a eliminare i principali competitori dell’area.
Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L’apparato statale iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma anche numerosi alleati degli Stati Uniti.
La situazione va però letta all’interno di una trasformazione ancora più profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in ‘Adam Smith a Pechino’, l’ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione della ricchezza mondiale, ma anche l’idea, radicata nelle classi dirigenti occidentali, che il centro dell’economia mondiale debba necessariamente coincidere con l’Occidente. Dietro la resistenza americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.
La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i limiti materiali della crescita. L’integrazione di miliardi di persone nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia, materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le risorse è destinata ad aumentare.
In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra la logica dell’accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.
La guerra contro l’Iran non appare dunque come il segno della forza incontrastata dell’impero americano, ma come una manifestazione delle sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente instabilità internazionale.
Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l’imperialismo statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo israeliano e l’autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.
L’instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria crisi. Per questo l’internazionalismo libertario non consiste nello scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.
Stefano Capello
L'articolo Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell’ordine americano proviene da .
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti avviano l’Operazione Epic Fury, colpendo obiettivi militari iraniani insieme a Israele. Nelle settimane successive, settantatré velivoli C-17 trasportano batterie Patriot dal Giappone verso il Golfo Persico. Quella riallocazione di asset solleva una domanda sulla tenuta della National Defense Strategy 2026, che vede l’Indo Pacifico come una delle priorità strategiche della politica estera Usa.
Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la politica e principale architetto della NDS, aveva impostato l’intera strategia su un principio chiaro: gli Stati Uniti non possono fare tutto ovunque e devono scegliere. La scelta è l’Indo-Pacifico. La Cina è la minaccia prioritaria. La guerra in Iran ha messo alla prova quel principio prima ancora che la strategia potesse consolidarsi.
Una strategia costruita sulla scelta
Il 3 marzo 2026, Colby compare davanti al Senate Armed Services Committee per difendere la NDS. Il documento si regge su quattro pilastri principali. Il primo è la sicurezza del territorio nazionale; il secondo, e più rilevante, è la deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico; il terzo è il burden sharing con gli alleati negli altri teatri; il quarto è il potenziamento della base industriale della difesa.
La logica del documento riprende quella di Strategy of Denial, il libro che Colby pubblica nel 2021 e che la USNI Proceedings definisce il riferimento più completo per comprendere l’approccio americano alla competizione con Pechino. L’obiettivo non è dominare la regione, ma impedire che la Cina la domini, attraverso la deterrenza per negazione lungo la “prima catena delle isole”, dall’arcipelago giapponese a Taiwan fino alle Filippine.
La logica non è minacciare ritorsioni dopo un’aggressione, ma rendere credibile agli occhi di Pechino che qualsiasi tentativo militare su Taiwan fallirebbe sul campo, prima ancora che Washington possa intervenire direttamente.
Vale la pena notare che la NDS 2026 non menziona esplicitamente Taiwan nel testo, definendo la deterrenza della Cina prevalentemente in termini economici e strategici. Una scelta che lascia una certa vaghezza sulle soglie di intervento americano, percepita con preoccupazione dagli alleati regionali.
Come osserva Foreign Policy, la NDS 2026 rappresenta il punto in cui un decennio di argomenti sull’uso della potenza americana si traduce in dottrina applicabile. La struttura è solida. Le difficoltà emergono nell’applicazione.
La contraddizione emerge in Congresso
Il problema emerge quasi in tempo reale. Mentre Colby testimonia al Senato il 3 marzo, le operazioni militari in Iran sono già in corso da giorni. I senatori lo mettono alle strette. Colby risponde che le operazioni “non sono una guerra infinita” e che non contraddicono le priorità strategiche. I dati operativi raccontano però altro.
The Diplomat documenta come gli asset di difesa aerea vengano spostati dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, con Seoul che si dice preoccupata ma impossibilitata a opporsi. Il ridispiegamento progressivo verso il CENTCOM solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza nell’area e ha ricadute dirette sulla questione taiwanese.
La scena più significativa si svolge alla House Armed Services Committee. La congresswoman Strickland mette Colby di fronte alla contraddizione in modo metodico: gli fa confermare una per una le premesse della NDS, la Cina come pacing threat, l’Indo-Pacifico come teatro prioritario, la necessità di presenza navale avanzata e munizioni di precisione, poi gli chiede di spiegare come le operazioni contro l’Iran si concilino con quei principi. Il verbale è pubblico: le risposte di Colby non sciolgono il nodo.
Pechino incassa
Mentre Washington è impegnata nel Golfo, Pechino si posiziona. In un’analisi di maggio, il Brookings Institution individua tre vantaggi concreti per la Cina: lo spazio strategico ottenuto mentre gli Stati Uniti spostano risorse dall’Asia al Medio Oriente, la possibilità di presentarsi come attore stabile di fronte a un’America percepita come destabilizzante, e il tempo necessario a rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico senza pressioni immediate da Washington.
Il summit di Pechino del 14-15 maggio conferma questa lettura. Il vertice era previsto per aprile, ma viene rinviato di un mese proprio per via della guerra in Iran. Il CSIS aveva già avvertito che Giappone, Corea del Sud e Taiwan avrebbero monitorato con preoccupazione la possibilità che Trump, cercando il supporto cinese sull’Iran, facesse concessioni su dossier vitali per la propria sicurezza.
Il timore si rivela fondato almeno in parte. Il ministro degli Esteri Wang Yi dichiara a margine del vertice che Pechino ha percepito che Washington comprende la posizione cinese su Taiwan. Xi propone un framework di “stabilità strategica” come cornice per i prossimi tre anni. Trump smentisce di aver fatto concessioni, ma la dichiarazione cinese rimane negli atti diplomatici. La teoria alla base della NDS 2026 è solida. Il problema è che la politica americana tende a tornare in Medio Oriente ogni volta che la regione esplode: è successo in Iraq, in Afghanistan, ed è successo di nuovo con l’Iran. Resta da capire se Washington riuscirà a mantenere le proprie priorità quando arriverà la prossima crisi.


© RaiNews