Il successo della dieta biblica è l’occasione giusta per riflettere sul nostro rapporto con il cibo sui social

Essere pasticcieri diventa sempre più difficile. Al di là di tutte le problematiche legate al rincaro economico, la vera difficoltà sta nella trasmissione di un messaggio e di un’ideologia. Basta pensare al pane: da sempre considerato un prodotto semplice e povero. Eppure, negli anni è stato fatto un grande lavoro per far capire – almeno alle giovani generazioni – quanto valesse una pagnotta, la farina e la sua filiera. Non si può dire lo stesso della pasticceria. Esistono ancora persone che svalutano la natura di quest’arte, pensando che il dolce sia l’unico gusto da percepire e che i colori siano un mantra da seguire.
«Dobbiamo essere capaci di comunicare al cliente perché i nostri prodotti costano di più rispetto ad altri, per avere un cambiamento di mentalità e di cultura» afferma Veronica Vinci, proprietaria e pasticciera di Remercier, laboratorio ad Agrate Brianza (MB).
Il tema del tavolo tredici dell’hackathon era “Le dimensioni contano?”. Ci si chiedeva se cambiamenti culturali, economici e degli stili di vita portassero la pasticceria a ripensare alle dimensioni dei lievitati o dei prodotti da banco.


Nel tempo, le dimensioni si sono ridotte. Non per shrinkflation (riduzione della quantità a favore di un prezzo invariato o maggiore) ma per un cambiamento delle texture dei prodotti. L’evoluzione dei gusti e dell’attenzione all’alimentazione hanno portato a prodotti più areati, meno zuccherati e con creme più leggere. Anche negli hotel la viennoiserie cambia formato: porzioni più piccole permettono di servire più prodotti nello stesso piatto, trasformando la colazione in un’esperienza più varia e condivisibile.
«L’ottimismo su questo fronte è poter pensare di proporre prodotti condivisibili, quando il mercato si muove nel verso opposto, diventando sempre più individualista» è così che Marta Giorgetti, head chef di Chocolate Academy Milano, spiega quando le dimensioni contano davvero. Non solo per stili alimentari più attenti e responsabili ma anche per una società che cambia volto.


Il tema della condivisione è centrale in pasticceria, in termini di spazi a disposizione, forme dei lievitati e comodità del consumo. Ogni tanto si sentono notizie come il pain au chocolat più grande del mondo, il tiramisù più lungo e si potrebbe continuare. Ma che fine fanno quei prodotti? Sono realmente fruibili dalla clientela, o sono esperimenti per attrarla? Al tavolo tredici tutti sono concordi nel dire che lievitati o monoporzioni grandi sono difficili da realizzare, influenzando la qualità finale. Ma tra le variabili di scelta di un cliente ne esiste una a cui si pensa poco: la forma.
Per quanto un prodotto piccolo sia più facile da condividere, non si può dire lo stesso di tutte le forme, ed è ormai possibile trovarle tutte: fiocco, cubo, New York roll, croffle, sfere. Si prenda come esempio il cubo: è scomodo da mangiare da soli, poiché spigoloso, ma è facile da tagliare e quindi da condividere. Qui si introduce un altro concetto che è quello degli spazi. Non tutte le realtà hanno tavoli o sedute a sufficienza per agevolare il consumo di alcuni prodotti.
Grandi dimensioni, forme diverse, ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è facile: i social media. Oggi fare pasticceria significa anche fare ricerche di mercato e capire quale prodotto invada le piattaforme digitali. «Vendere un cornetto a più di 2,50 euro significa essere eccessivi, ma forme come fiocchi, cubi o frutta realistica vengono venduti anche a 5 o 10 euro e non sono percepite come costose dalla clientela» dice Nicola Borra, professionista del settore bakery e pasticceria, attivo nell’ambito commerciale per Petra Molino Quaglia in Piemonte.

Così chi lavora in questo mondo si trova davanti a una domanda: difendere la propria identità o seguire la tendenza del momento? I professionisti sono convinti che l’identità sia davanti a ogni richiesta del cliente, ma allo stesso tempo c’è il fattore economico da tenere in considerazione. «I costi del personale, degli impianti e degli ingredienti alle volte ci spingono ad accontentarlo, anche se non vorremmo. Non per scelta ma per necessità» dichiara Mattia Premoli, proprietario e pasticciere de La Primula di Treviglio, in provincia di Bergamo. Continua dicendo «accontentare il cliente non significa realizzare un prodotto scadente, ma modellare la richiesta sulla disponibilità delle proprie risorse, per riuscire a vendere un messaggio più che un prodotto: quello di qualità e bontà».


Nel mondo della pasticceria il cliente, forse, ha ancora troppa voce in capitolo. È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a far valere la professionalità e l’identità di quest’arte. A differenza delle gelaterie o delle bakery, vengono ancora fatte richieste come torte troppo personalizzate o con creme troppo colorate, che non coincidono con gli ideali che i veri artigiani vogliono comunicare.
Le dimensioni, quindi, contano? Solo dal punto di vista tecnico perché fanno parte di cambiamenti sociali, culturali ed economici. Ma ciò che conta di più è avere un’identità e lasciare un’eredità alle nuove generazioni e alla clientela.
«Dobbiamo capire come possiamo essere la soluzione per rendere migliore il nostro settore, e allo stesso tempo educare il cliente a dare valore a ciò che esiste oltre il prodotto finale» conclude così Marta Giorgetti, trovando consenso da parte di tutto il tavolo tredici.


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Open Table è il nuovo format gastronomico di Edipo Re con la cucina di Riccardo Canella. Ma dietro la tavolata per dieci persone c’è un progetto più ampio che prova a immaginare un altro modo di fare turismo, raccontando Venezia attraverso il cibo, le persone e gli ecosistemi lagunari.
Nel racconto contemporaneo di Venezia il rischio è sempre lo stesso: trasformare la città in una cartolina. È una deriva che riguarda anche la gastronomia, spesso ridotta a una sequenza di indirizzi da visitare e piatti da fotografare. Il progetto Edipo Re nasce invece da una domanda diversa: come si può raccontare la laguna senza consumarla?
La risposta prende forma attorno a un’imbarcazione che porta con sé una storia particolare. È la barca che ospitò Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film Edipo Re e che oggi naviga nella laguna veneziana come piattaforma culturale e sociale. Attorno a essa è stato costruito un sistema di itinerari che intreccia navigazione, gastronomia, sostenibilità ambientale e valorizzazione delle economie locali.
Open Table rappresenta l’ultima evoluzione di questo percorso. Cinque serate, dieci ospiti alla volta e una destinazione che viene comunicata soltanto il giorno dell’evento. Il trasferimento avviene con il motoscafo Timeless verso un punto appartato della laguna dove l’Edipo Re attende gli ospiti. A guidare la cucina è Riccardo Canella, chef che dopo sette anni trascorsi come sous chef al Noma di Copenaghen ha scelto di sviluppare una ricerca profondamente legata agli ecosistemi veneziani.
La forza dell’iniziativa non sta però soltanto nel nome dello chef. Il formato della tavolata condivisa intercetta una delle trasformazioni più interessanti della ristorazione contemporanea. Dopo anni di ricerca dell’esclusività assoluta, cresce il desiderio di esperienze che mettano al centro la relazione. Open Table costruisce una comunità temporanea di dieci persone che condividono non soltanto il pasto ma anche il viaggio, il paesaggio e la scoperta.
Per comprendere il senso del progetto bisogna guardare anche agli altri itinerari sviluppati da Edipo Re. Residence Kitchen è forse il più rappresentativo. Gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a cuochi e ristoratori che hanno fatto della laguna il centro del proprio lavoro. Tra i protagonisti figurano Chiara Pavan di Venissa, Salvatore Sodano di Local, Donato Ascani del Glam, Matteo Panfilio dell’Aman, Alle Testiere, Antiche Carampane e persino Norbert Niederkofler. I menu cambiano in funzione del pescato e degli ortaggi provenienti dalle isole, trasformando la laguna in una dispensa vivente.
Ancora più esplicita è Radici Experience, dedicata all’isola di Pellestrina. Qui il cibo diventa il mezzo per entrare in contatto con una comunità che ha conservato un forte legame con il mare e con i propri ritmi. Il pranzo preparato dal ristorante Da Celeste, l’incontro con i produttori di ostriche e cozze e la scoperta delle spiagge frequentate dagli abitanti costruiscono un racconto che parla di appartenenza prima ancora che di gastronomia.
Anche Alimenta Experience segue la stessa logica. L’itinerario collega Sant’Erasmo e Mazzorbo, due delle anime agricole della laguna, attraverso degustazioni di pane, vini e prodotti del territorio. L’obiettivo non è mostrare una filiera, ma renderla tangibile. Gli ospiti incontrano chi coltiva, chi trasforma e chi custodisce varietà storiche come la Dorona, comprendendo come il paesaggio sia il risultato di una relazione continua tra attività umana e ambiente.
In tutti questi percorsi emerge una visione precisa. Il cibo non è il protagonista assoluto ma uno strumento di lettura. La missione dichiarata del progetto parla di cura, reciprocità, conoscenza e recupero del rapporto tra uomo e natura. Parole che rischiano spesso di diventare slogan, ma che qui trovano una traduzione concreta nella scelta di lavorare con pescatori, produttori, agricoltori e ristoratori della laguna.
Per questo Open Table è interessante anche al di fuori del contesto veneziano. Non propone semplicemente una cena in un luogo suggestivo. Propone un’idea diversa di ospitalità, in cui la gastronomia smette di essere un’attrazione e torna a essere un linguaggio capace di raccontare un territorio. In una fase in cui molte destinazioni cercano un equilibrio tra turismo e identità locale, non è un dettaglio da poco.
Open Table arriva in un momento in cui la ristorazione di qualità sta riflettendo sul proprio ruolo sociale. Lo stesso Canella, in un’intervista del 2023, sosteneva che il futuro dell’alta cucina passa dalla capacità di creare un legame culturale e sociale con il territorio e con le persone che lo abitano.
La formula della tavolata condivisa sembra andare esattamente in questa direzione. Il numero limitato di partecipanti non serve tanto a creare esclusività quanto a favorire la conversazione. La destinazione segreta sposta l’attenzione dall’evento al percorso. La laguna smette di essere semplice panorama e diventa parte integrante dell’esperienza. Ma Open Table si inserisce all’interno di un progetto più articolato che da anni prova a raccontare la laguna attraverso il cibo. Le esperienze di Edipo Re non sono costruite attorno al concetto di ristorante galleggiante, ma a quello di itinerario culturale. La gastronomia diventa uno dei linguaggi attraverso cui leggere il territorio, insieme alla navigazione, all’incontro con le comunità locali e alla scoperta delle attività che ancora oggi definiscono l’identità delle isole veneziane. In questa prospettiva, la tavola condivisa rappresenta una sintesi efficace della filosofia del progetto: creare occasioni di conoscenza attraverso l’esperienza diretta del paesaggio lagunare. La stessa logica emerge nelle altre proposte gastronomiche della piattaforma. Con Residence Kitchen, per esempio, gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a uno degli chef coinvolti nel progetto, seguendo percorsi che cambiano in base alla stagione, al pescato e agli orti delle isole. Tra i cuochi che hanno partecipato figurano oltre a Riccardo Canella, Donato Ascani, Salvatore Sodano e i ristoranti Antiche Carampane e Alle Testiere. Altre esperienze, come Radici Experience o Alimenta Experience, affiancano al racconto gastronomico temi legati alla sostenibilità, alla memoria dei luoghi e alle produzioni agricole della laguna. In tutti i casi il cibo non è il punto di arrivo, ma il mezzo attraverso cui entrare in relazione con un ecosistema fragile e complesso.
Il fenomeno non riguarda soltanto Venezia. In molte città stanno nascendo format che recuperano la dimensione comunitaria del mangiare insieme come risposta alla crescente individualizzazione dei consumi e alla trasformazione del ristorante in luogo di esperienza oltre che di servizio. La tavola condivisa torna così a essere uno strumento di conoscenza reciproca, quasi una versione contemporanea delle antiche tavolate collettive.
Open Table interpreta questa tendenza attraverso uno dei paesaggi più iconici d’Italia. Non promette spettacoli, effetti speciali o lusso ostentato e propone al contrario qualcosa di più raro: il tempo necessario per osservare un territorio, ascoltare chi lo racconta e condividerlo con altre persone. In un settore spesso concentrato sul piatto, è un promemoria utile: perché, a volte, il valore di una cena nasce tanto da ciò che si mangia quanto da chi siede accanto a noi.
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Se i confini vengono comunemente intesi come barriere rigide, quasi definitive, le frontiere portano con sé l’idea del loro superamento, dell’incontro tra culture. E mentre il fiume Judrio traccia il confine tra i Colli Orientali del Friuli e il Collio Goriziano, L’Argine a Vencò – a pochi metri da quel torrente – è un luogo di frontiera in cui la contaminazione ha generato un’identità complessa ma ben precisa.
Il sodalizio professionale tra la chef Antonia Klugmann e sua sorella Vittoria – restaurant manager – nasce probabilmente durante il liceo, quando la prima cucinava per la seconda costringendola a riprendere i suoi esperimenti ai fornelli. E nel 2014 questa alleanza si è evoluta in un progetto solido: un’azienda che paga regolarmente dipendenti e fornitori, e può anche permettersi di fare delle scelte etiche con la consapevolezza che contraddistingue le due proprietarie.

Sempre fedele a sé stesso, il ristorante è cresciuto con un ritmo che si potrebbe definire naturale, nel senso letterale del termine. Questo percorso estremamente coerente è figlio di due sorelle che hanno imparato a gestire la presunzione della conoscenza reciproca, tipica delle intese più intime, dimostrando un’intelligenza emotiva capace di contenere l’escalation di emozioni che scaturisce dall’interpretazione connaturata dello sguardo altrui.

L’abilità di gestire una relazione personale così intensa, per di più in un contesto stressante come quello della ristorazione, deriva dalla reciproca stima professionale. «Vittoria ha studiato economia aziendale, e dopo una carriera decennale in una compagnia di assicurazioni ha scelto di affiancarmi a tempo pieno, sollevandomi da preoccupazioni importanti e occupandosi dei conti fin da subito. Io non mi fido di lei perché le voglio bene, ma perché è una persona competente».
«Io sono quella che mette a terra le idee, ma non ho la capacità creativa di Antonia. Ho studiato musica a lungo e ho avuto la possibilità di avere vicino persone talentuose: questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia prezioso che qualcuno possieda questo talento. Saper eseguire un pezzo al pianoforte in modo scolastico, o interpretarlo, è una questione di sfumature. Ma il solo fatto di saperle riconoscere ti colloca in prospettiva rispetto a tutto, e oggi mi pone in prospettiva rispetto al lavoro di Antonia. Io non riuscirei mai a fare quello che fa lei in cucina, ma riconosco quanto quello che lei fa sia speciale».

Allo stesso modo, Antonia riconosce la determinazione di Vittoria nel portare a termine tutto ciò che identifica come necessario, anche se non è frutto di una vocazione. E questa condizione apparentemente sfavorevole l’ha portata a vivere tante vite, con la passione viscerale di chi viaggia senza una meta e proprio grazie a questo sa trovare del fascino in tutte le cose. Un viaggio che oggi continua in quello che ha scelto come suo posto nel mondo, accanto alla sorella.
L’una è la soluzione dell’altra. Antonia entra nel panico quando si rompe un elettrodomestico in casa o bisogna andare in banca a chiedere un mutuo, ma bilancia l’idiosincrasia per le faccende pratiche con quel senso dell’imponderabile che caratterizza l’imprenditore visionario. Vittoria non ha la stessa capacità di saltare nel vuoto senza la certezza di un paracadute, ma gestisce le incombenze quotidiane – burocrazia inclusa – con estrema naturalezza ed efficienza. Ed è così che nel 2018 riesce a ottenere un prestito per allargare il ristorante, presentando un business plan in cui sua sorella l’ha convinta a credere.

Tanto diverse per indole e attitudini, sono accomunate più di ogni altra cosa dalla voglia di mettersi costantemente in discussione, cercando ogni giorno di essere migliori del precedente, anche come stimolo a tutta la squadra. Non fanno fatica ad ammettere – con la stessa complicità – quella spiccata predisposizione all’autocritica che talvolta le porta a minimizzare i successi ottenuti. Ma senza minare la gioia con cui accolgono le fatiche quotidiane di chi ha scelto di lavorare nella ristorazione.
Queste consapevolezze sono il motore di una profonda gratitudine: quella che nasce dalla fortuna di amare il proprio lavoro, ma anche di essere nate nella parte privilegiata del mondo, dove è possibile restare informate, connesse e vivere pienamente l’oggi senza dover rinunciare ad avere un ristorante in un luogo sperduto, proprio quello in cui hanno scelto di stare.
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Il mio articolo su Keir Starmer che vieta l’uso dei social ai minorenni potrebbe essere di sole tre righe, e sarebbe già esaustivo, oltre a rientrare (forse) finalmente nella soglia di attenzione di questo tempo di analfabeti dalla concentrazione sbriciolata.
Alla prima riga scriverei: siamo fatti al 95 per cento di abitudini. Anche quando vietarono la possibilità di fumare nei ristoranti ci sembrò la fine del mondo o almeno la fine del nostro andare al ristorante, e invece.
Alla seconda riga scriverei: non so cosa sia andato storto da un certo punto in poi, ma dai cinquantenni di oggi giù fino ai trentenni, mai si è vista nella storia dell’umanità gente che sia così tanto una sega a fare il genitore. Sono quelli che più ci si dedicano di tutti i tempi, e sono quelli più negati.
Alla terza riga scriverei: quasi ogni polemica del presente è una gara di imbecillità, tra due torti e mai tra un torto e una ragione, ma quelle che puoi stabilire al primo minuto siano così sono quelle in cui gli schieramenti sono ideologici. Se tutta la destra è contraria e tutta la sinistra a favore, o viceversa, puoi star certo che siamo davanti alla milionesima replica di “Scemo e più scemo”.
Tuttavia non voglio privarvi della mia logorrea, e quindi proseguirò oltre quelle tre righe, e partirò da Luca Marinelli, un attore italiano, un cui pezzettino come ospite di podcast mi è comparso l’altro giorno su un social, e me lo sono messo da parte perché, prim’ancora di Keir, volevo comunque scrivere qualcosa sull’imbecillità del dibattito attorno all’uso dei cellulari.
Mi passa davanti dunque questo attore, che essendo attore nessuno si aspetta sia intellettuale, e quindi mi pare prezioso perché racconta una vita che non è quella dei quattro stronzi che frequento io. Sta dicendo che gli si è rotto il cellulare e che, in seguito a questo imprevisto, ha letto tre libri in quattro giorni, e si è quindi reso conto di quanto tempo gli rubi ciò che i neoanalfabeti chiamano “scrollare”, perché non sanno né l’italiano né l’inglese e quindi non sanno che “scrollare” è un sinonimo di “agitare”, in inglese si dice “shake”, e non puoi usarlo come doppiaggese di “to scroll”, spolliciare a vuoto o come volete dirlo, perché appunto la parola in italiano ha già un – altro – significato.
Ascolto Marinelli e i suoi tre libri in quattro giorni causa telefono rotto e mi vengono in mente un sacco di autobiografismi di quelli che una in generale non scrive perché si rende conto che sono impopolari.
Il primo è: ma nel senso che tu di solito leggi meno di un libro al giorno? Sono consapevole che una persona che abbia un lavoro vero (o otto figli, o qualunque altra cosa t’impedisca di passare le giornate a leggere romanzi e guardare film) non possa, diversamente da me, finire in giornata i libri che comincia: uno torna dalla fabbrica o dalla sala operatoria, e già cara grazia se legge dieci pagine addormentandosi.
Ma è evidente che Marinelli non ha le giornate della gente con un lavoro vero, altrimenti tre libri non li avrebbe letti neanche col telefono rotto. Marinelli sta semplicemente dicendo che di norma dà la priorità a quell’intrattenimento da scemi che sono i video su TikTok rispetto a quell’attività che in un secolo – forse anche meno – è passata da intrattenimento da servette a impegno intellettuale: leggere i romanzi.
Il secondo è: io, se non avessi questa paginetta da riempire cinque giorni a settimana, i social non li aprirei mai. Li apro solo perché, nella demolizione delle istituzioni occidentali dell’ultimo decennio o giù di lì, ha chiuso pure Google Reader, che prima mi segnalava gli articoli che volevo leggere e mi dava quell’infarinatura di attualità che mi serve per sapere di che scrivere qui.
Nonostante paghi non so quanti abbonamenti a non so quanti giornali, ho perso l’abitudine ad aprirli. Quindi, dei loro articoli mi accorgo solo quando, con gesto automatico, apro i social, dove qualcuno li segnala. Tutti gli articoli sulla nuova norma inglese li ho letti non perché li ho notati sui giornali che pago, ma perché su quei giornali ci sono andata incuriosita dal dibattito social particolarmente demente intorno alla questione.
Selezione casuale di tweet (o come si chiamano ora) inglesi che mi sono comparsi sul tema, e quando dico «casuale» intendo che io non faccio ricerche sui social, io non uso i social come fossero una cosa seria: io li apro e guardo quello che mi compare. Sarà per questo che mi avanza il tempo per leggere dei romanzi? Chissà.
Un ventinovenne che adesso lavora come opinionista posta un video del sé stesso tredicenne che su YouTube acquisiva le sue attuali doti di dibattente e non avrebbe mai altrimenti imparato «a essere efficace sui social», e «la mia successiva vita sarebbe stata molto diversa». Si sarebbe dovuto trovare un lavoro vero, che è in effetti un problema.
Un professore di fisica a Oxford chiede «e i video di scacchi, di matematica, di scienze, di economia, di archeologia? Non ci si potrà scostare di un millimetro dal programma scolastico». Mai che uno di questi abbia in casa un tredicenne che guarda il porno, tutti piccoli scienziati non abbastanza scienziati da pensare d’aprire un libro non in programma: il fuori programma passa solo per i video.
Eccone un altro, un giornalista che scrive «Mio figlio è ossessionato dalla musica classica, è un violoncellista dotato e da grande vuole fare il musicista, passa ore a guardare video su YouTube imparando tantissimo della professione che spera diventi la sua». Incredibile: lo zero per cento dei figli degli opinionisti inglesi è in media coi ragazzini ordinariamente scemi che conosciamo noialtri, quelli che stanno on line per sfidare i compagni di scuola in videogiochi nei quali sparano a qualcuno. Neanche un «mio figlio è un cecchino dotatissimo e voi lo state privando della possibilità di farne un mestiere».
Poi c’è la ragazzina che non potete non aver visto, la scolara che intervistata dalla Bbc sulle sette ore abitualmente trascorse davanti a uno schermo, «ora come le riempirai?», risponde «fissando il muro». I commenti sono magnifici: sempre perché siamo fatti di abitudini e ormai l’adulto senza cellulare in una sala d’attesa si sente impazzire, danno tutti per scontato sia una battuta.
Ma i ragazzini hanno fissato il muro per ore (o giocato ad appiccicarsi la colla sui polpastrelli, o altri passatempi fatti di niente) per tutta la storia dell’umanità fino a quindici anni fa. Tra i molti indotti del mercato dei social c’è la mindfulness. L’essere presenti nel momento, il non distrarsi. Una roba per la quale ora si fanno corsi. Prima no, perché prima eravamo presenti per forza: non avevamo video scemi da spolliciare. Eravamo così pervertiti che, pur di non ascoltare i parenti ai pranzi di famiglia, nascondevamo un romanzo sotto il tavolo pregandolo di renderci meno mindful.
Tra i commenti alla ragazzina che fisserà il muro, scelgo questo: «Che può mai fare: tutto, il cibo, i biglietti del cinema, è troppo costoso, i suoi genitori sono sottopagati, i lavoretti del sabato non esistono più, i ragazzini sono stati abbandonati dal governo». Inglesi peggio dei napoletani nella loro convinzione che lo Stato si debba occupare di te. Di organizzarti gli intrattenimenti, anche. Mica vivi in un’epoca in cui hai piattaforme con tutti i film e la tv della storia a prezzi ridicoli, biblioteche con ogni libro mai pubblicato consultabile gratuitamente, campetti sportivi ovunque, macché.
«Non dico per drammatizzare, ma questo ucciderà i bambini. A quindici anni non avevo amici, e mi sono rifugiata nei social, e mi ha salvato la vita». Cos’è andato storto? Quand’è stato che abbiamo iniziato, come società, a produrre adulti così stolidi da pensare che l’infelicità non sia il più comune tratto dell’avere quindici anni ma una loro personalissima e tragica esperienza? La signora pensa che gli adolescenti infelici di prima dei cellulari spolliciabili siano tutti morti? Ci siamo dunque estinti? Viviamo in un sogno?
Salto tutti quelli che ci tengono a dirci che i figli appartengono a loro e non allo Stato il quale quindi non deve permettersi di vietare cose: li prenderò sul serio quando pretenderanno che un dodicenne possa prendere la patente di guida o farsi servire alcolici nei locali pubblici (bisognerebbe anche parlare dei miei editorialisti scemi preferiti, quelli che quando si parla di ragazzini e cellulari scrivono «eh ma lo vedono fare ai genitori»: anche voi, amici, vedevate i grandi fare cose da grandi; solo che voi avevate appunto dei genitori che vi dicevano che no, non potevate bere fumare scopare fare tutte le cose che facevano loro; era quando i genitori si prendevano il disturbo di fare i genitori, cioè di dire dei no – però ehi, voi sapete le parole delle canzoni che piacciono ai bambini, sarà ben più importante).
E salto anche quella che più sembra uno sketch comico, una deputata Lib-Dem che ha fatto un video mettendo una telecamera dietro la nuca della figlia (di quelli convinti che pubblicare i figli ripresi di nuca invece che di faccia sia privacy parliamo un’altra volta) e facendo dire alla seienne che lei si rilassa guardando YouTube quand’è stressata. Quale migliore editoriale contro la dittatura dei contenuti on line che rendere i figli contenuti on line.
Passiamo al mio preferito, che non importa se sia un troll o dica sul serio: «E se un bambino sta cenando a casa con la madre single, tornata da un lungo turno di lavoro. Ma alla madre improvvisamente va storto qualcosa, si strozza. Il bambino, nel panico, prende il suo iPhone16 e apre TikTok per ottenere assistenza. Ma è bloccato. E dunque?».
All’inizio dell’anno scolastico che sta ora finendo, Valditara fece una circolare per dire che in classe i ragazzini non potevano tenere il cellulare. Parlai con un po’ di madri e insegnanti, scoprendo che in molte scuole erano già vietati, che il divieto ministeriale per altre scuole era un problema perché non avevano armadietti dove far lasciare i telefoni, e varie amenità che pensavo di scrivere.
Poi parlai con Claudio Giunta, che mi fece notare un dettaglio. Cito a memoria. Tu, mi disse, quando dici «scuola» intendi sempre i licei del centro: non hai nessuna idea di come funzioni negli istituti tecnici di periferia, dove se un professore prova a proibire i cellulari può benissimo arrivare un genitore che vuole menarlo, mentre «L’ha detto il ministero» conserva ancora una parvenza di autorevolezza.
Ci ho pensato in questi giorni, mentre mi dicevo che questa trovata di Starmer è la sconfitta dei genitori: ti pare che debba dirtelo il governo, che non devi lasciare tuo figlio a marcire sui social? Ti pare che non ci pensi da solo, a spiegare a tuo figlio che in caso di emergenza non si va su TikTok?
E se avessero ragione Starmer e Giunta? Se il compito d’una società organizzata fosse appunto sopperire alla mancanza di carattere, di autorevolezza, di immaginazione dei suoi cittadini e fornire loro gli strumenti per vietare ciò che non hanno la forza di vietare?
Se non vi spaventano le statistiche che la Apple invia il lunedì mattina, proprio durante la conferenza stampa di Starmer, e che vi dicono che la settimana prima siete stati tredici ore al giorno a fissare il telefono, e servisse quindi una legge per salvarvi da voi stessi, o almeno per salvare la prossima generazione visto che la nostra è perduta?
Se la prima buona idea di Starmer fosse dire sapete che c’è, sono scemi, vanno aiutati, diamogli un divieto così non gli serve quel po’ di carattere che una volta era normale che le madri e i padri avessero e adesso sembra chissacché? E, soprattutto, se i recenti insuccessi e il governo a termine di Starmer fossero l’unica ragione per cui può permettersi l’impopolarità di privare i vostri figli dei like?
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1. C’è un modo di attraversare la politica come si attraversa un terreno inesplorato: senza sentieri tracciati, calpestando nuove aiuole. Marco Pannella lo ha fatto per sessant’anni, lasciando impronte originali, scomode perché irregolari, spesso incomprese, sempre visibili. A dieci anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2016), il volume Marco Pannella. La passione della politica, curato da Piero Ignazi (Viella, 2026), offre una bussola imperfetta ma necessaria per comprenderne la parabola. Imperfetta perché non pretende di orientare in una sola direzione. Necessaria perché restituisce la complessità di una figura che sfugge alle semplificazioni. Il libro si inserisce nella preziosa collana che l’editore romano dedica ai protagonisti della “Prima Repubblica”, e già questo ne segnala l’ambizione: collocare Pannella dentro una storia comune, senza neutralizzarne l’eterodossia.
2. Non è un libro su Pannella, in senso lineare. È piuttosto un libro attorno a Pannella. E qui emerge il primo tratto distintivo: la coralità dei suoi autori. Studiosi di formazione accademica, diversi per statuto disciplinare, sensibilità, appartenenza generazionale, non sempre (o non più) riconducibili all’area radicale, compongono un coro che non cerca l’armonia, ma accetta la dissonanza. Un libro corale, dunque, ma anche plurale nei temi e negli sguardi: dalla stagione dei diritti civili (Simona Colarizi) alla leadership (Angelo Panebianco); dalle sfide sistemiche poste da Pannella (Ignazi, Carlo Radaelli) alle modalità della sua comunicazione politica (Edoardo Novelli); dalla formazione giovanile e universitaria (Gaetano Quagliariello) all’opzione nonviolenta e antimilitarista (Lucia Bonfreschi-Marco Labbate); dall’impegno nelle istituzioni europee (Bonfreschi) alla dimensione transnazionale (Lorenzo Strik Lievers), fino ai tentativi di sintesi complessiva (Maurizio Griffo) e alla testimonianza biografica e autobiografica (Massimo Teodori). Non un memoir, dunque, ma uno scavo analitico della vita politica del leader radicale. A tenere insieme queste tessere è un filo non rettilineo, ma tenace. È quello di una politica incarnata. Nel mio saggio introduttivo ho provato a dirlo così: Pannella non scrive libri, produce iniziative; non costruisce sistemi teorici, ma conflitti; non lascia trattati, ma tracce vive, disseminate tra radio, piazze, parlamenti, tribunali, carceri. La sua è una politica del σώμα e del λόγος, del corpo e della parola. Per questo, le sue battaglie sono sempre “abitate”: corpi gioiosi nelle lotte per la liberazione sessuale; corpi autodeterminati nelle campagne su divorzio e aborto; corpi scheletrici nel lungo impegno contro lo sterminio per fame; corpi reclusi, dimenticati, malati nelle battaglie per i diritti dei detenuti o per il fine vita e la libertà di ricerca scientifica. Non è una metafora, semmai la rappresentazione di una prassi capace di agire trasformando. D’altra parte, quelle radicali sono sempre state battaglie di scopo, condotte attraverso l’azione diretta, in prima persona: una politica da «marciapiede» che chiama ogni militante – a cominciare, esemplarmente, dal leader – a trasformare il proprio corpo in strumento di lotta nonviolenta.
3. Il volume ha il merito di non indulgere alla tentazione più facile: quella agiografica. Non restituisce un’immagine univoca e pacificata del leader radicale. Al contrario, ne scandaglia le contraddizioni. Le intuizioni e le innovazioni, certo: il referendum come «grimaldello» capace di scardinare il sistema politico; la disobbedienza civile come tecnica per attivare il controllo di costituzionalità; la centralità della nonviolenza come metodo non sacrificabile – machiavellicamente – al fine perseguito. Ma anche le tensioni interne: l’attrito tra una struttura di partito federale, libertaria, democratica e la sua leadership carismatica; un’organizzazione volutamente fluida, spesso incapace di consolidarsi; la conflittualità verso ogni forma di potere e il rapporto dialettico con le istituzioni e i suoi vertici; il titanismo pannelliano, misurabile nella sproporzione tra le forze su cui poteva contare e gli obiettivi che si proponeva. È soprattutto qui che il libro guadagna spessore, perché tiene insieme luci e ombre. Le vittorie sono note, ma non scontate: il divorzio e l’aborto, confermati dal voto popolare; la crescita dei diritti civili in un paese ancora segnato da culture confessionali; l’attivazione di strumenti di democrazia diretta che trasformano gli elettori in legislatori. A queste si aggiungono risultati meno immediatamente visibili, ma altrettanto incisivi: la lunga battaglia contro la pena di morte, culminata nella moratoria ONU; il contributo alla nascita della Corte penale internazionale; le campagne per il ripristino della legalità costituzionale nelle carceri e contro l’ergastolo (comune e ostativo). Accanto alle vittorie, le sconfitte. Alcune politiche, come il progetto di un Partito Radicale transnazionale e transpartitico, rimasto incompiuto. Altre strategiche: la scelta deliberata di non trasformare i successi referendari in una presenza organizzata e stabile nel sistema partitico; l’opzione per liste elettorali “personali” o tematiche, invariabilmente di breve durata. E poi le occasioni non colte, su cui più autori insistono criticamente: la mancata capitalizzazione del successo elettorale del 1979; la rinuncia, negli anni della crisi della Prima Repubblica, a guidare un’area laica e riformatrice nel passaggio cruciale di Tangentopoli. Scelte che rinviano a una cifra costante: la diffidenza verso gli apparati, la preferenza per il movimento rispetto alla forma, il favore per le aggregazioni trasversali miranti a un obiettivo comune.
4. Dentro questa traiettoria si collocano le specificità pannelliane. In primo luogo, un modo di fare politica che usa il diritto (law) per produrre diritti (rights). Il referendum e la questione di costituzionalità diventano strumenti di partecipazione, capaci di aprire spazi là dove la rappresentanza è chiusa. La disobbedienza civile non è rottura anarchica, ma leva ordinamentale: ci si oppone alla legge irragionevole per cambiarla, non per negarla. È una pedagogia della cittadinanza, prima ancora che una strategia politica. C’è poi il Pannella internazionale, spesso trascurato. Il libro lo restituisce nella sua dimensione più ambiziosa: quella di una nonviolenza “interventista”, fondata sulla difesa dei diritti umani e per l’affermazione dello Stato di diritto oltre i confini nazionali. Non un pacifismo remissivo, ma un’idea esigente di legalità globale. Da qui le campagne per Sarajevo, per la lotta contro lo sterminio per fame, per i popoli dimenticati, per una giustizia penale internazionale. Anche qui, tra intuizioni precoci e risultati parziali, ma sempre seminali.
C’è, infine, l’opzione nonviolenta che con Pannella irrompe e rompe con una tradizione politica – quella italiana – di segno opposto. Il suo è un rifiuto incondizionato della violenza, sia essa di massa o rivoluzionaria o – peggio ancora – delle istituzioni («i carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”»). Un’opzione che nega radicalmente la dialettica schmittiana amico/nemico, perché «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo».
5. Lette le sue 244 pagine, ciò che risulta è un mosaico: non un ritratto unitario già dato, ma una serie di tessere diverse, che il lettore è chiamato a ricomporre. È forse questo il merito maggiore del volume. Non chiude Pannella in una formula. Lo riapre. Nel tempo corto della politica contemporanea, dove tutto tende a consumarsi in fretta, questa operazione ha un valore aggiunto. Restituire complessità è un gesto controcorrente. Significa riconoscere che alcune figure – come Pannella, in ragione di una vita politica clamorosa – non si lasciano archiviare né normalizzare. Restano non risolte. E, proprio per questo, continuano a interpellarci.

L’affresco della Madonna della Pura è strettamente legato alla diffusione del culto mariano promossa dall’Ordine Domenicano, che fin dalle proprie origini favorì la nascita di confraternite laicali dedicate alla Vergine e un rapporto diretto con la popolazione cittadina.
Secondo la tradizione, l’immagine si trovava originariamente sul fondo dell’avello della famiglia Della Luna, situato nel cimitero adiacente alla basilica. Alla fine del Trecento vi era raffigurata la Vergine con il Bambino accompagnati da Santa Caterina d’Alessandria e dal committente.
L’intervento si è reso utile per conservare l’opera, restituirle leggibilità e consentire di apprezzarne nuovamente i valori storici, artistici e devozionali che ne hanno fatto per secoli uno dei principali punti di riferimento della spiritualità mariana all’interno della Basilica di Santa Maria Novella. Il restauro è stata inoltre un’importante occasione per approfondire le metodiche operative del pittore e la tecnica esecutiva utilizzata sull’affresco.
La devozione popolare nacque in seguito a un episodio ritenuto miracoloso: alcuni bambini che giocavano nei pressi del sepolcro avrebbero assistito all’apparizione della Madonna, che avrebbe chiesto loro di liberare l’immagine da polvere e ragnatele. L’evento favorì una rapida diffusione del culto della cosiddetta “Vergine Maria del Cimitero”, dando origine a una venerazione sempre più intensa.
Già entro un anno dal presunto miracolo fu costruito un primo altare davanti all’immagine. Successivamente, intorno ai cosiddetti “fanciulli della purità”, si sviluppò una devozione tale da spingere i frati domenicani a concedere alla famiglia Ricasoli la realizzazione di una cappella destinata ad accogliere e valorizzare l’affresco.
La cappella fu completata nel 1476 e l’immagine fu inserita all’interno di una raffinata edicola architettonica progettata da Giovanni di Bertino, concepita secondo una sofisticata visione prospettica e ispirata ai modelli dell’antichità classica. Da allora la Madonna della Pura è rimasta uno dei più importanti simboli della devozione mariana all’interno di Santa Maria Novella.
“Siamo particolarmente felici di aver sostenuto il restauro della Madonna della Pura, un’immagine profondamente radicata nella storia devozionale di Santa Maria Novella e nella memoria della città di Firenze. – Sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence – Questo intervento ha consentito di recuperare la leggibilità e la bellezza di un’opera che per secoli ha accompagnato la spiritualità di generazioni di fedeli e visitatori. Ringraziamo la Soprintendenza per l’Alta Sorveglianza, i Padri Domenicani per la disponibilità e i restauratori che hanno reso possibile questo importante progetto di conservazione. Il nostro ringraziamento più profondo va a i donatori William e Jeanne Bice per il loro sostegno e la loro passione per l’arte di Firenze.
L’opera fu staccata negli anni Cinquanta del Novecento e successivamente fu applicata su un supporto rigido in masonite a triplice strato.
Prima del restauro, il supporto si presentava complessivamente stabile e non evidenziava criticità strutturali significative. Diversa era invece la situazione della superficie pittorica, interessata da depositi superficiali diffusi, sia incoerenti sia maggiormente aderenti, accumulatisi nel corso del tempo.
Erano inoltre presenti abrasioni e graffi che interrompevano localmente la continuità della pellicola pittorica. Particolarmente evidenti risultavano alcune ridipinture alterate sugli incarnati, realizzate con materiali organici che nel tempo avevano modificato il proprio aspetto cromatico, alterando la corretta lettura dell’immagine. A ciò si aggiungevano stuccature derivanti da precedenti interventi conservativi che, in diversi punti, debordavano oltre i margini delle lacune.
L’obiettivo principale dell’intervento è stato il recupero della leggibilità dell’opera e il miglioramento delle sue condizioni conservative, attraverso operazioni rispettose della materia originale e della storia conservativa dell’affresco.
L’intervento ha consentito di recuperare una lettura più autentica dell’opera, liberandola dalle alterazioni che nel tempo ne avevano compromesso la percezione. E ha consentito una migliore comprensione dell’immagine e della qualità esecutiva dell’opera, restituendo continuità alla lettura complessiva dell’affresco e valorizzandone la funzione storica e devozionale.

“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.
Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.
Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.
La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?
Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.
Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.
Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.
D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.
Alessio Lega
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Elenco minimo di situazioni dalle quali sono passata nell’ultima settimana, di esponenti del paese reale (no quegli stronzi dei miei amici) con cui ho parlato, dei temi che essi hanno sollevato considerandoli in qualche misura rilevanti.
Sono a un tavolino di un bar di Firenze. I camerieri parlano dei turisti, e noialtre stronze al tavolo ci chiediamo: come abbiamo costruito delle città la cui economia dipende in così larga misura dai turisti e che i turisti rendono così invivibili per i residenti? Se odi quelli che ti danno da mangiare, come se ne esce?
Sono da un parrucchiere a Bologna. Quello che mi asciuga i capelli mi mostra incredulo un video in cui una tizia, che scopro essere assessore, dice che il problema dei graffiti sui muri è che i ricchi proprietari dei palazzi non li fanno ripulire. Il parrucchiere ha i capelli verdi, ed è più incredulo di me che all’amministrazione locale non venga in mente che il problema è chi scempia, non chi non si sbriga a ripulire.
Sono a un tavolo d’un ristorante di Ragusa. I residenti parlano del ponte sullo stretto, qualcuno racconta una barzelletta secondo cui un ponte che unisca la Sicilia all’Italia sì, ma uno che unisca la Sicilia alla Calabria è inaccettabile, finché parte l’elenco delle priorità. Sì però ad andare all’aeroporto di Catania ci si mettono due ore perché ci sono da chissà quanto i lavori che restringono l’autostrada a una corsia. Sì però qui non funziona l’aria condizionata. Sì però in albergo non funziona il wifi.
Sono in macchina a Bologna. L’autista mi dice che il giorno dopo sciopereranno gli autobus. Un passeggero esasperato da non so bene cosa è salito a bordo e ha morso l’orecchio all’autista. Ah, scioperano contro i morsi?
Questa è una di quelle circostanze in cui in genere gli autisti – gli esponenti del paese reale con cui più di frequente interagisco – borbottano qualcosa sugli immigrati, e io dico che il problema non è lo spostamento da un paese a un altro, ma il sovraffollamento complessivo: siamo otto miliardi, sullo stesso pianeta sul quale non trecento anni fa, ma quando io andavo a scuola, eravamo quattro miliardi. Per forza ci diamo fastidio, ma continuate pure a dire che bisogna fare più figli così possono pagarvi la pensione fino a centotré anni.
Stavolta non finiamo a parlare d’immigrati perché i giornali, che ormai se qualcuno coinvolto in un caso di cronaca nera è straniero omettono l’informazione per il terrore che poi i picchiatelli social diano loro dei razzisti, specificano sette volte in ogni articolo che il Mike Tyson di piazza Minghetti è italiano. Quindi non di immigrazione parliamo, ma dei matti che sempre più numerosi affollano le città.
Eccetera. Ho avuto, per ampliare l’elenco ma lasciandolo comunque incompleto per non dilungarmi, anche conversazioni su: che truffa sia il congelamento degli ovuli in cui le trentenni investono stipendi; se abbia fatto più danni la riforma dell’università, la regionalizzazione della sanità, la legge sull’autocertificazione (la tavolata non ha raggiunto un accordo, il personale del ristorante neppure, però avevano aneddoti strepitosi sugli effetti della regionalizzazione della sanità); come sia possibile che passiamo il tempo a differenziare e chiunque non viva a Milano vive comunque in posti pieni di spazzatura.
Poi ci sono quegli stronzi dei miei amici, quegli orrendi privilegiati, quel ceto medio con complesso al contempo di superiorità e d’inferiorità, quel paese irreale con le case al mare e le opinioni sui romanzi e come principale problema il fatto che la granita di gelso sia finita.
Ho avuto diverse conversazioni anche con loro, naturalmente, e anche qui possiamo stilare un piccolo elenco, tutto fatto di temi di cui probabilmente parla una minoranza della popolazione.
Temi che vanno da come è cambiato il commercio dei libri da quando Romano Montroni, morto la settimana scorsa, era a capo delle librerie Feltrinelli, al timore che si finisca, come in certi posti in California, coi taxi guidati dall’intelligenza artificiale, e insomma io non mi fido di stare su un veicolo guidato da un umano e non pensi anche tu che la robottizzazione del mondo porterà solo guai?
Discorsi che vanno dalla transessualità come trucco per aggirare la legge sulla fecondazione assistita – se invece che due lesbiche siete una rimasta ufficialmente donna e una che s’è fatta cambiare i documenti facendocisi scrivere che è uomo senza bisogno di scempiarsi con ormoni o chirurgia, tanto ormai si può, allora avete diritto alla vostra brava fecondazione senza espatrio – all’impossibilità di sapere le cose che bisogna sapere una volta venuta meno l’istituzione che erano i giornali: come faccio a essere sicura di non essermi persa niente, magari c’è una notizia importantissima che gira in un angolo d’algoritmo che non vedo.
Sapete di cosa non mi ha parlato nessuno in una settimana, ma neanche in un mese, ma neanche in un anno, ma proprio in questo secolo? Sapete di cosa non si parla in nessuna conversazione, a tavola o al telefono, tra intellettuali o tra analfabeti (due insiemi con un’ampia intersezione), in spiaggia e in libreria, tra elettori d’una parte politica o dell’altra (di nuovo: insiemi con intersezione non certo vuota) – sapete di cosa, nel mondo fuori dai social, non parla nessuno?
Di fascismo e antifascismo, l’ossessione più imbecille a sinistra e a destra, ma una destra e una sinistra che esistono solo in quella camera dell’eco che sono ormai i giornali (vabbè, insomma: quel che ne resta) e quella parte di social non abitata da gente che passa di lì, scrolla due cose, mette like ai matrimoni degli amici e alle cresime dei nipoti e poi torna alla propria vita, no, non nei social dei normodotati: in quella parte abitata da un’umanità abbastanza stolida e psicotica da pensare di cambiare il mondo dal telefono, di influire sulla qualità della vita pubblica spolliciando.
Solo lì, in quei posti che dopo vent’anni ancora non avete imparato a frequentare non con la sovreccitazione dei bambini cui hanno dato troppi zuccheri, solo lì, nel 2026, ci si accanisce a considerare importantissima la posizione che qualcuno tiene o non tiene rispetto a una dittatura di cent’anni prima. Lì, e su giornali che ormai da Vongola75 e Brocco81 si fanno dettare la linea, tentando disperatamente d’esistere.
Persino i taxi guidati dall’intelligenza artificiale sono considerati un tema cogente da una parte della popolazione maggiore di quella che considera fascismo e antifascismo temi di attualità.
Sei abbastanza privo di senso del ridicolo da fare il saluto romano? Non ne sono lieta, il senso del ridicolo mi pare importante, ma non ce l’ha più nessuno, se ce l’avessero non si tatuerebbero o non s’accenderebbero la telecamera del telefono in faccia; mi sembra però più importante sapere come intendi risolvere il fatto che un ospedale di Roma non veda il fascicolo sanitario d’un paziente residente a Milano, o il fatto che i ragazzini escano da scuola senza sapere la grammatica, o il fatto che le città siano ormai devastate dal turismo, dai graffiti, dagli ubriachi che pisciano per strada.
Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti.
Quand’ero giovane andava di moda dire che non bisognava abbassare il livello perché, abbassandolo acciocché nessuno si sentisse escluso, si finiva per fare il “Maurizio Costanzo Show”. Non c’è giorno che non ci pensi e che non senta di dover chiedere postumamente scusa a Costanzo, adesso che, in confronto al dibattito pubblico di veementi stronzate da cui siamo quotidianamente afflitti, un programma che aveva sì i suoi bravi casi umani, ma pure Carmelo Bene e Valerio Mastandrea, sembra Bloomsbury. Adesso che quell’epoca lì pare il secolo dei lumi, in confronto a questi invasati noiosissimi e perentori.
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Il dossier che Gastronomika dedica al mondo della sala e dell’accoglienza accoglie il pensiero di Andrea Menichetti, figlio dei fondatori di Da Caino, Valeria Piccini e Maurizio Menichetti. Anni di esperienza all’estero e in ristoranti stellati prima di tornare nel ristorante di famiglia hanno forgiato uno sguardo maturo e consapevole sullo stato della ristorazione.
Il mio pensiero su cosa significhi fare alta ristorazione è piuttosto semplice, anche se oggi sembra quasi controcorrente: bisogna fare le cose per bene. Lavorare con professionalità, scegliere materie prime di livello, accompagnare l’esperienza con un servizio all’altezza, in un ambiente piacevole. Questo è sempre stato per la mia famiglia il significato della ristorazione.
Da Caino, che è un ristorante familiare nel senso letterale del termine, le persone non vanno semplicemente al ristorante: vengono a casa. L’ospite non è un cliente, ma qualcuno che accogliamo alla nostra tavola. E questa idea di accoglienza non si ferma a chi si siede in sala: cerchiamo di trasmetterla quotidianamente anche a chi lavora con noi.
Fare parte della brigata di Caino significa entrare in una famiglia dove, anche se esistono ruoli e gerarchie, ciascuno agisce per il bene dell’intero sistema. Anche alla chef (Valeria Piccini, ndr) capita di occuparsi di cose che esulano dal proprio compito. È questo il senso della gestione familiare: condividere il lavoro, la responsabilità e anche i sacrifici.
I sacrifici, però, hanno un limite, e una famiglia che funziona sa riconoscere quel limite. Per questo abbiamo scelto di chiudere a pranzo e di garantire ai nostri collaboratori due giorni di riposo: crediamo che chi lavora con noi debba avere anche uno spazio personale. Dopo il Covid è diventato evidente a tutti che questo equilibrio è necessario. Un modello che prevede il giusto tempo per sé stessi è più sostenibile per il futuro del settore: una dimensione familiare che sa essere umana, senza esigere sacrifici illimitati.

Con oltre trent’anni di esperienza nei ristoranti stellati, posso affermare che tutto è diventato più complesso, soprattutto sul piano burocratico. E la fatica che c’è dietro la ricerca della qualità e l’impegno del servizio viene difficilmente riconosciuta. In Italia manca ancora una vera cultura gastronomica diffusa: non sempre chi mangia è in grado di cogliere la differenza tra chi compra la pasta pronta e chi la fa in casa.
Questo si riflette anche su come i giovani si avvicinano alla professione. Troppo spesso si parte con la stella Michelin già in testa, senza la consapevolezza che per raggiungere un traguardo di questo tipo è necessario un percorso molto impegnativo, che spesso dura anni e comporta molti sacrifici. I giovani sono guidati più dall’aspettativa che dalla passione. Ma l’amore per la cucina deve venire da dentro, non dall’idea di costruirsi un’immagine. Bisogna lavorare bene e con pazienza: il riconoscimento, se meritato, arriva.
Per quanto riguarda il rapporto delle persone con il cibo quando escono a cena, credo che si sia persa l’attenzione verso quello che si mangia, come se nutrirsi fosse un atto automatico. Chi va al ristorante sceglie spesso in base all’estetica, ai rating, all’instagrammabilità – più per quello che trova attorno al piatto che per quello che c’è dentro. Ma il cibo non è questo: è cultura, identità, cura di sé. E se questa consapevolezza si perde, si perde tutto il resto.

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Il piatto tecnicamente più perfetto, portato in tavola nel modo sbagliato, non diventa un’esperienza. È un’evidenza che chiunque abbia mangiato fuori conosce per istinto, e che il racconto della ristorazione italiana ha però rimosso per vent’anni, occupato a incoronare gli chef e a dimenticare chi quel piatto lo accompagna fino a chi lo mangerà. L’edizione 2026 del Gastronomika Festival – «È ora. L’ottimismo e la ragione» – ha dedicato un tavolo del proprio hackathon a questa rimozione: giovani professionisti della sala, tutti under quaranta, riuniti attorno a un tema che è insieme una constatazione e una rivendicazione. La sala serve.
«Ogni tavolo è una partita», ha detto Enrico Gori, socio del ristorante stellato Da Lucio a Rimini, e nella frase c’è già il capovolgimento: servire non è una sequenza di gesti – portare, versare, sparecchiare – ma una lettura, la capacità di capire chi si ha davanti e di regolarsi di conseguenza.
Per anni la sala è stata il reparto di cui tutti dicevano di volersi occupare, salvo lasciarlo ai margini: nei siti dei ristoranti, dove il nome del cuoco si trova quasi sempre e quello del maître quasi mai; nella narrazione pubblica, costruita attorno a programmi come MasterChef; nell’immaginario di chi sceglie un lavoro, attratto da chi cucina più che da una professione percepita come faticosa e provvisoria. Un errore di prospettiva, non solo un’ingiustizia, perchédà per scontato che la riuscita di una cena si decida tra i fuochi, quando invece si compie anche altrove.


Un ingrediente, per quanto raro, non parla da solo. Un territorio non si spiega da sé. La filiera, la stagionalità, il gesto di un produttore restano parole stampate su un menu finché qualcuno non le traduce in qualcosa che chi è seduto possa capire e desiderare. Quel qualcuno sta in sala. La cucina genera valore; il servizio lo rende leggibile al cliente. E ciò che nessuno riesce a cogliere, semplicemente, non esiste per chi paga il conto.
C’è, in questo, qualcosa che precede la ristorazione stessa. Accogliere chi arriva, dargli da mangiare, farlo sentire atteso e al sicuro è uno dei gesti più antichi della cultura umana, molto prima che diventasse un mestiere con un contratto e un turno. La sala ne è l’erede diretta, e quando funziona tocca un aspetto che ha poco a che vedere con il cibo: far sentire una persona riconosciuta. Chi si prende cura degli altri per professione lo sa bene, che il modo conta quanto il contenuto, e che un’accoglienza autentica lascia un benessere reale, quasi fisico, di cui chi esce non sempre sa rendere conto a parole. Sa solo che tornerà.
La competenza che tutto questo richiede è tra le più sottovalutate e difficili in assoluto, e insieme tra le meno visibili. Sapere dove va il bicchiere si impara in poche settimane; molto più arduo è sapere perché quel vino è in tavola, da quale terra arriva, che cosa la cucina italiana ha preso dalla Francia e dalla Spagna, e intuire nel frattempo, in pochi secondi, se chi si ha davanti ha voglia di ascoltarlo o solo di essere lasciato in pace. Cogliere al volo l’umore di un cliente – la timidezza, la fretta, l’arroganza, l’imbarazzo di chi non sa che cosa ordinare – è una forma di intelligenza che nessuna scuola alberghiera misura con un voto. «Insegnare sala è insegnare, prima delle regole base, la cultura», ha detto Luca Torsani, che forma i ragazzi del servizio ad Alma: prima della tecnica viene il sapere, e prima del sapere la capacità di leggere l’altro. È una dote relazionale, fatta di attenzione e di misura, che ha più a che vedere con l’ascolto che con l’esecuzione.


Lo conferma un cambiamento in corso nei locali migliori: l’eleganza, che per troppo tempo ha coinciso con la distanza e con un servizio impeccabile ma ingessato, sta cedendo il passo a un’accoglienza più sciolta. Da Lucio, la trattoria di pesce di Gori, arrivata alla stella Michelin con i tavoli condivisi e i camerieri che chiacchierano con i clienti senza recitare una parte, ne è la dimostrazione. «Già lì hai rotto una regola», osserva Elia Toni, oste e contitolare dell’Osteria Fondo a Cesena. «E ti viene voglia di tornarci anche solo per un caffè».
Sarebbe però un errore scambiare quella leggerezza per facilità: improvvisare con naturalezza, fuori da ogni copione, chiede più maestria che seguirne uno. La spontaneità, quando è autentica, è la forma più alta del mestiere: richiede di conoscere le regole così a fondo da poterle piegare, e abbastanza sicurezza da non nascondersi dietro un cerimoniale.

Proprio adesso che la cucina torna all’essenziale – ai prodotti, alle trattorie, ai classici reinterpretati – il bisogno di qualcuno che sappia tradurre tutto questo al cliente non cala, cresce. La figura che al tavolo torna come modello è quella dell’oste: «Bisogna far nascere gli osti», la sintetizza Davide Cozzolino, che lavora in sala al 177 Toledo di Napoli. «La vera innovazione della ristorazione, paradossalmente, potrebbe non essere più tra i fornelli». Toni lo riporta a un esempio concreto: un formaggio, una storia, una differenza apparentemente minima che, raccontata nel modo giusto, cambia il modo in cui il cliente vive quello che sta assaggiando. «L’oste lo deve sapere», dice. «Non per fare il sapientino, ma per cogliere il cliente interessato e dargli qualcosa in più».
Resta il rapporto con la cucina, frattura antica e mai del tutto risolta. «Ci si dovrebbe fidare di più», aggiunge Cozzolino. La cucina pensa e costruisce il piatto, la sala vede il cliente – ne intercetta l’attesa, l’umore, il disagio. Quando queste due letture non si parlano, il ristorante perde ritmo.


Perché tutto questo accada, però, la sala deve smettere di essere un mestiere di passaggio, e l’ottimismo – quello del Festival, congiunto alla ragione – deve diventare organizzazione. Da titolare trentunenne, Toni ha raccontato il suo tentativo di alzare l’asticella: domenica chiusa, mance condivise con la cucina, welfare aziendale aggiunto allo stipendio. «Non è che il welfare deve sostituire una paga», ha precisato, «deve essere un di più». Poi una frase che pesa più di molte analisi: «Dobbiamo essere più azienda e meno ristorante di famiglia».
Dentro c’è un passaggio generazionale enorme. Il ristorante-famiglia è stato a lungo un mito italiano: tutti coinvolti, tutti disponibili, tutti sacrificabili in nome della casa. Ma la famiglia, quando diventa modello organizzativo, può proteggere e può divorare. L’azienda sana, al contrario, dà al lavoro regole, turni, diritti, responsabilità.
È il segno che una generazione ha smesso di considerare il sacrificio un alibi per giustificare la precarietà, e pretende che alla passione si affianchino una paga e un calendario. I ragazzi che oggi a un colloquio chiedono quanto vale lo stipendio e come funzionano le ferie non hanno meno passione di chi li ha preceduti: considerano quel lavoro un lavoro vero. Alice Paglia, in sala all’Albufera a Milano, lo conferma con il pragmatismo di chi ci è dentro: «Per questo è stato fatto il tavolo degli under quaranta. Perché c’è ancora almeno un altro ventennio di speranza».

E proprio dopo aver parlato di stipendi, fatica e riconoscimento, Giorgio Bortolotto, in sala alle Due Colombe in Franciacorta, lo ha chiamato «il lavoro più bello del mondo». È la frase di chi conosce abbastanza quel mestiere da non lasciarlo definire solo dai suoi problemi.
La sala è faticosa perché è viva. Chi la ama davvero ne parla con una specie di ostinazione luminosa – non perché non ne veda la fatica, ma perché sa che dentro quella fatica c’è una possibilità rara: far sentire qualcuno nel posto giusto, nel momento giusto. In una ristorazione che si riscrive ogni giorno, resta la firma più difficile da imitare. Ma è forse anche la ragione più concreta per essere ottimisti.


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Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.
Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.
Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.
L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.
Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.
Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.
Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.
Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.
In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».
I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.
Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.
Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.
Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».
Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.
Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.
Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.
Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.
La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.
Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

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Il pani câ mèusa, il cibo di strada amatissimo a Palermo, al punto da diventarne un simbolo gastronomico, non appartiene storicamente alla cucina siciliana, o almeno non ai due principali filoni da cui discendono la maggior parte delle sue ricette: la tradizione araba e quella normanna.
La sua origine è nella Giudecca o Aljama, il quartiere ebraico di Palermo, e racconta una storia di sopravvivenza e resilienza. Nel Medioevo, infatti, la comunità ebraica cittadina, a cui molti mestieri erano preclusi, gestiva i mattatoi della città nell’area di via Calderai, vicino al fiume Kemonia, che oggi scorre interrato. Gli animali venivano trattati secondo le regole rituali della kasherut, che vietavano tuttavia di ricevere un compenso per questo; quindi, si consolidò l’usanza di ricompensare i macellai, gli scuoiatori e gli addetti alla lavorazione delle carni con le parti di scarto, o di poco valore, come milza, polmone, cuore trachea. Le frattaglie venivano tagliate, soffritte nel grasso e vendute per strada accompagnate da un pezzo di pane. Il panino con la milza nacque così, dalla cucina povera, che sapeva fare di necessità virtù.
Nel 1492 i re cattolici, Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, con l’Editto di Granada decretarono l’espulsione di tutti gli ebrei dai territori della corona e quindi non solo dalla Spagna, ma anche dal regno di Sicilia, che ne faceva parte, e quindi da Palermo. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare l’isola in pochi mesi, e la Giudecca di Palermo si svuotò.
Oggi ne restano poche tracce, appena leggibili nel tessuto urbano del centro storico: i confini dell’antico quartiere ebraico si estendono tra via Maqueda e via Roma. È possibile scoprirne la storia visitando l’area del vicolo della Meschita e l’ipogeo di Palazzo Marchesi, in piazza Santi Quaranta Martiri, considerato da molti storici il sito del miqweh, il bagno di purificazione. Gli ebrei se ne andarono, ma la ricetta rimase. I caciuttari locali, venditori di panini che lavoravano con cacio e ricotta, la raccolsero, la fecero propria e la tramandarono, generazione dopo generazione, fino ai banchi di oggi al Mercato del Capo, alla Vucciria, alla Focacceria San Francesco.
Oggi il pani câ mèusa è il protagonista dello street food palermitano e viene venduto in molti chioschetti, o rivendite, o ristorantini del centro, tutti validi anche se ciascuno ha il suo preferito. Le frattaglie – pare che la combinazione migliore preveda il sessanta per cento di milza, il trenta per cento di polmone e il dieci per cento di trachea – bollite e poi fritte nello strutto, vengono servite nella vastedda, un panino morbido e ricoperto di sesamo che assorbe e trattiene il grasso e il profumo della carne. A seconda delle preferenze, può essere schietto, con una spruzzata di succo di limone, o maritato con l’aggiunta di formaggio caciocavallo grattugiato o ricotta fresca.
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«Brutta faccenda la morte di Couchon». Almeno per Marcel Bollini, commissario di polizia parigino, ma di origine italiana, nelle campagne nebbiose del Nord, tra Lodi e la provincia di Bologna. […]
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«El futuro lo construye el trabajo colectivo» («Il futuro lo costruisce il lavoro collettivo») è lo striscione posto davanti all’ingresso della mostra: un sipario accoglie il visitatore e lo introduce […]
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Livorno, 15 giugno 2026 – È stato definito il nuovo calendario della stagione all’Ippodromo Caprilli, dopo il Decreto del Masaf del 14 giugno che ha chiarito la programmazione delle prossime giornate di corse.
Il provvedimento è arrivato a seguito di alcuni slittamenti legati a questioni organizzative e burocratiche che hanno coinvolto diversi ippodromi italiani, tra cui Napoli, Varese e Livorno.
Le giornate inizialmente previste per il 26 giugno, 2 e 5 luglio sono state riprogrammate rispettivamente al 29 luglio, 12 e 26 agosto. A queste si aggiunge una nuova data fissata per il 2 settembre.
I cancelli dell’Ippodromo Caprilli riapriranno ufficialmente venerdì 10 luglio, segnando l’avvio della nuova stagione estiva.
L’organizzazione conferma la piena operatività dell’impianto e sottolinea come il lavoro di questi mesi abbia permesso di superare le difficoltà e garantire la ripartenza.
Livorno, 15 giugno 2026 – Anche quest’anno la Biblioteca al Mare ospita gli appuntamenti di “Nati per Leggere”, il progetto che promuove la lettura ad alta voce ai bambini fin dai primissimi anni di vita.
Gli incontri si terranno nello spazio bibliotecario allestito sul lungomare, davanti allo stabilimento Onde del Tirreno, e saranno dedicati ai bambini dai 3 agli 8 anni.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di avvicinare i più piccoli ai libri attraverso storie, albi illustrati e momenti di lettura condivisa, grazie alla collaborazione tra bibliotecari, pediatri e operatori del settore infanzia.
La Biblioteca al Mare diventa così un punto di incontro tra cultura e tempo libero, dove le famiglie possono vivere la lettura in un contesto informale e all’aria aperta.
La partecipazione è libera e gratuita.
Calendario appuntamenti (ore 11.30):
Giugno: 19 e 30
Luglio: 7 e 17
Agosto: 4 e 25
Settembre: 8
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Quando si pensa all’Europa dell’Est, il riflesso condizionato di molti lettori è quello di rivolgere lo sguardo unicamente verso Mosca o San Pietroburgo, riducendo un intero continente alla (seppur gigantesca) letteratura russa. Ma l’Europa Orientale e Balcanica non è un monolite. È, al contrario, uno dei mosaici culturali più complessi, frammentati e affascinanti del mondo. La letteratura slava (che comprende la produzione ceca, polacca, serba, croata, bosniaca e ucraina, tra le altre) possiede una voce radicalmente diversa da quella dei cugini russi. È una letteratura nata spesso ai confini degli imperi (quello Asburgico, quello Ottomano e quello Sovietico), abituata a
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Il pane come alimento ma anche come metafora, linguaggio e dispositivo culturale. È da questa prospettiva che nasce «Sulla soglia», la performance in programma il 17 giugno alla Fabbrica del Vapore di Milano, all’interno della mostra collettiva «La misura dell’uno». Un appuntamento che mette insieme filosofia, musica e gesti per affrontare una domanda apparentemente semplice: da dove nasce l’identità di una cosa?
Sul palco si incontrano il filosofo e musicista Massimo Donà, Chiara Quaglia e Piero Gabrieli di Petra Molino Quaglia, accompagnati da un quartetto jazz. Il punto di partenza è uno degli alimenti più antichi e quotidiani della cultura mediterranea. Non però per raccontarne caratteristiche tecniche o aspetti gastronomici, bensì per osservare il processo che lo genera.
Grano, farina, acqua, impasto e pane diventano così le tappe di una trasformazione che, secondo la riflessione proposta dalla performance, mostra come ogni identità prenda forma attraverso una relazione. In questa lettura il mugnaio occupa una posizione centrale. È la figura che collega il lavoro del contadino a quello del panettiere, trasformando il raccolto in una materia capace di diventare nutrimento.

La scena alterna musica, parole e azioni concrete. Mentre Donà sviluppa il suo ragionamento filosofico, Chiara Quaglia lavora con gli elementi che danno origine al pane. Le mani separano il grano, uniscono gli ingredienti, modellano l’impasto e accompagnano la nascita della forma finale. La gestualità rende visibile ciò che spesso resta nascosto: la rete di relazioni che attraversa ogni filiera.
La riflessione proposta dagli organizzatori insiste proprio su questo aspetto. Contadino, mugnaio e panettiere non sono figure intercambiabili né funzioni da concentrare in un’unica persona. Ognuno esprime la propria identità nel rapporto con gli altri. Il grano affidato dal contadino, la farina interpretata dal mugnaio e il pane realizzato dal panettiere costituiscono passaggi di un processo condiviso che trova valore nella collaborazione.
L’iniziativa si inserisce nel percorso culturale di Bread Religion, progetto promosso da Petra Molino Quaglia per riportare il pane al centro di una riflessione che supera la dimensione del prodotto. La filiera viene letta come luogo di costruzione di significati, responsabilità e appartenenze, dove il valore economico convive con quello simbolico.
Resta così sospesa la domanda che accompagna l’intera performance: «Il pane che scegliamo dice chi siamo?». Una questione che riguarda il cibo, ma anche il modo in cui interpretiamo il rapporto tra individui, comunità e trasformazione della materia.
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Quando si parla di cucina storica, il rischio è sempre quello della nostalgia. Vecchi ricettari, piatti curiosi, ingredienti scomparsi e una certa fascinazione per il «come eravamo». Il lavoro di Samanta Cornaviera segue invece una strada diversa. La sua ricerca dimostra che il cibo può essere una chiave di lettura straordinaria per comprendere la storia sociale, economica e culturale di un Paese.
Attraverso il progetto Massaie Moderne, Cornaviera ha costruito negli anni uno dei più interessanti laboratori italiani di archeologia culinaria contemporanea. L’idea è semplice solo in apparenza: recuperare ricette, riviste e manuali domestici dell’Otto e del Novecento per raccontare l’evoluzione della società italiana. Sul sito Massaie Moderne, che prende il nome dall’omonima rubrica pubblicata fin dal 1929 su La Cucina Italiana, le ricette diventano documenti storici, testimonianze di un’epoca e strumenti per comprendere i cambiamenti del gusto e della vita quotidiana.
La sapienza di Cornaviera risiede proprio nella capacità di andare oltre il piatto. Ogni preparazione viene collocata nel suo contesto. Una torta dedicata a Mazzini, un sugo futurista, una ricetta nata durante il periodo delle sanzioni o una preparazione celebrativa dell’Unità d’Italia raccontano molto più degli ingredienti che le compongono. Raccontano ideologie, consumi, aspirazioni sociali, disponibilità economiche e perfino mode culturali. È un lavoro che richiede competenze trasversali, capacità di ricerca archivistica e una profonda conoscenza della storia della gastronomia.
Figlia di una famiglia di panettieri e pasticceri, Cornaviera ha trasformato una passione personale in un percorso di studio rigoroso. Colleziona ricettari storici, analizza pubblicazioni d’epoca, verifica tecniche e ingredienti, ricostruisce preparazioni che spesso non vengono più cucinate da decenni. Il suo archivio rappresenta una fonte preziosa per chiunque voglia comprendere come gli italiani abbiano mangiato e pensato il cibo negli ultimi centocinquant’anni, alla scoperta dell’autentico gusto del ’900.
Non stupisce quindi che il suo lavoro abbia trovato spazio su testate specializzate come La Cucina Italiana, Grande Cucina e Gambero Rosso, né che abbia dato vita a eventi, incontri e consulenze dedicate alla valorizzazione della memoria gastronomica. Anche il volume Menu Risorgimento, realizzato insieme al Collettivo Cougnet e pubblicato da Linkiesta, nasce dalla stessa convinzione: il patrimonio gastronomico non è un repertorio di ricette da museo, ma un racconto vivo della nostra identità culturale.
Il lavoro di Cornaviera diventerà reale e tangibile durante l’incontro organizzato dal FAI a Casa Macchi, dove il suo racconto attraversa il periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo Novecento, mostrando come le trasformazioni politiche, economiche e sociali abbiano lasciato tracce evidenti nelle cucine domestiche. Il cibo diventa così un archivio accessibile a tutti, fatto di gesti, ingredienti, abitudini e memorie condivise. Nel cortile di Casa Macchi, una delle più autentiche testimonianze della vita quotidiana tra Ottocento e Novecento, Samanta Cornaviera accompagnerà i visitatori in un viaggio tra storia, cultura e gastronomia alla scoperta di sapori dimenticati, abitudini domestiche e trasformazioni sociali raccontate attraverso il cibo. Un racconto dal vivo che intreccia memoria e tradizioni, con assaggi ispirati all’epoca: il celebre cocktail Milano-Torino e piccole preparazioni che richiamano la cultura culinaria di fine secolo. L’occasione per guardare al passato da una prospettiva insolita e sorprendentemente attuale è in programma Venerdì 19 giugno alle ore 18.30 a Casa Macchi a Morazzone (VA).
In un’epoca che corre veloce verso il nuovo, la lezione di Samanta Cornaviera ricorda che innovare non significa dimenticare. Significa conoscere ciò che è stato, comprendere come siamo arrivati fin qui e riconoscere che ogni ricetta custodisce molto più di una tecnica, perché custodisce una storia.
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Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempesta di fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente foreste germaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzione industriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industriali dell’Ottocento, i Nibelunghi operai sfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferia contemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.
L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, Harry Kupfer, Ruth Berghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come Barrie Kosky, Katie Mitchell, Dmitri Tcherniakov, Robert Carsen, Calixto Bieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.
Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla cultura giapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.
La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.
La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov
Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau
Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"
Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di Dmitri Tcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.
Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. Franco Zeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatore radicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.
La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.
Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.
In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.
L'articolo La lirica e la guerra continua tra gli ultrà delle regie: moderna o tradizionale? Falso problema. Le opere non vanno rese attuali: lo sono già. Una guida al dibattito (che non avrà una fine) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da un racconto apocrifo di Anton Cechov. Questa è la rivoltella con la quale ucciderò Pasha Antipov, il bel Pasha, l’invidiato colonnello della Guardia: il mio amico. Lo ucciderò per tutelare il mio onore. E’ l’amante di mia moglie. Tutti dicono che Pasha Antipov è il più leale dei gentiluomini e che l’Imperatore lo ama. Tutti dicono che mia moglie è una santa donna. Ma che ne sanno, tutti?
La sposai perché non possedeva alcuna di quelle caratteristiche esteriori che rendono le donne russe così suggestive e temibili. Piccola, fragile, con due occhioni estatici, sembrava provenire da un altro continente. Quando la presentai ai miei, mio padre disse: “Dimitri, tu sarai l’uomo più felice della Russia!” E mia madre: “Dimitri, tu ti meriti tanta fortuna, poiché Dio te l’ha concessa: sappila conservare”.
Non fui né felice né fortunato. Durante i quattro anni di matrimonio, non ho tradito mia moglie che tre volte, quando ero lontano per ragioni d’ufficio, e sempre per compiacere i miei camerati. Non avevo dunque nulla da rimproverarmi. Devo rettificare. Convengo che nei primi due anni di matrimonio fui felice. La grazia di mia moglie, la sua soavità, la sua innata eleganza non venivano mai smentite neanche dagli atti più futili della comune convivenza. E il suo dolce sorriso pareva ripetere continuamente: “Ecco, ti appartengo!” A farmi gustare appieno quella felicità s’univa il consenso degli estranei. Quando apparivo a fianco di mia moglie, a teatro e ai ricevimenti, leggevo negli occhi altrui lo stesso pensiero: “Che marito fortunato!” In amore nulla ci rende più felici che accorgerci di saperlo condiviso dal desiderio degli altri.
Ma una sera… Ah, l’istinto! Quale terribile nemico possediamo dentro di noi! Una sera, mentre rincasavo, infilai un vicolo. Mi sentii stringere il cuore: all’angolo, mia moglie parlava animatamente con Pasha; contro ogni abitudine, le sue palpebre erano semichiuse. L’istinto mi rivelò subito la verità. M’avvicinai. Mia moglie arrossì. Pasha apparve sconcertato. Si congedò correttamente e mia moglie chiese una vettura. Certo, il caso poteva aver condotto entrambi in quella strada come vi aveva condotto me, ma lei durante il tragitto disse: “L’ho incontrato mentre tornavo dalle suore della Provvidenza”.
Perché aveva sentito il bisogno di giustificarsi? La gelosia non è una malattia dell’immaginazione, è un male fisico. Quando ha messo radici in noi, non è possibile sottrarsi alla sua opera di distruzione. Da quel giorno, l’idea che mia moglie fosse l’amante di Pasha mi torturò. Per due anni continui mi diedi del pazzo. Avevo vergogna di me stesso, dato che il mio unico rivale era Chika, lo splendido pappagallo che mia moglie teneva in salotto e col quale scherzava con gioia infantile.
Ma l’istinto è spietato. Un giorno fui incaricato di una missione in un villaggio vicino. Era una di quelle belle mattine che in Russia ripagano a usura le uggiose, interminabili giornate invernali. L’indomani, al ritorno, non seppi resistere. Investigai. La cameriera confermò che mia moglie le aveva concesso di dormire in famiglia. Dunque, mia moglie era rimasta volutamente libera e sola durante la mia assenza. Passò altro tempo, durante il quale gli indizi si moltiplicarono. Oggi pomeriggio ero in salotto, abbandonato sul divano carico di cuscini. Stavo pensando a come documentare i miei dubbi quando Chika, saltellando sul trespolo, ruppe il silenzio: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!” Balzo in piedi e lo fisso: lui arruffa le penne del collo: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!”
Corro al Circolo militare, dove apostrofo Pasha Antipov: “Tu sei l’amante di mia moglie!” Non nega: “Sono a tua disposizione”. Cavo la rivoltella. Uccido. Nessun giudice crederà alla mia prova.
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Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità.
La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato.
La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.
Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.
E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale.
Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.
Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.
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La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.
Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.
In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».
L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).
Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.
Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.
“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.
I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.
Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.
Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.
Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.
Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?
È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?
È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?
È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?
La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.
Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.
I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.
Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».
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C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.
Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.
Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.
Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.
Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.
Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.
Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.
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Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice.
È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.
Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città.
L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […]
A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.
Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio.
Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul.

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Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Scenica Festival nasce come momento intenso di proposta artistica, culturale e formativa, esplorazione tra le arti, spazio di scambio e confronto, laboratorio di idee ed esperienze. Nato nel 2009 come un piccolo esperimento, il festival è oggi un importante evento che con coraggio porta in Sicilia compagnie innovative provenienti da tutta Europa.Circo, teatro, musica, danza, performance, laboratori: Scenica è un contenitore dai molteplici aspetti e attento ai diversi linguaggi della scena contemporanea. Dal 2009 ad oggi Scenica è cresciuto in numero di spettacoli, in pubblico e in qualità della proposta, tentando sempre di sorprendere e sorprendersi. Il festival è sostenuto
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edgar Morin lo abbiamo citato tutti almeno una volta, magari anche senza saperlo. «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», ripeteva instancabilmente, recuperando Montaigne. Che cosa significa esattamente quella frase? Può davvero racchiudere il lascito di Morin, morto il 29 maggio a 104 anni? O ci stiamo perdendo dei pezzi?
Morin è stato uno dei giganti della cultura e del pensiero, a livello mondiale. Filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese, tra le sue opere più significative ci sono La sfida della complessità (1985), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforme del pensiero (1999) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014). Il fulcro della sua epistemologia era il “pensiero della complessità” e spronava scuola e educatori a mettersi nella prospettiva di una conoscenza che superasse la separazione dei saperi.
«Quella riflessione sulla riforma dell’educazione, l’Unesco a Morin la chiese all’inizio del nuovo secolo: sono passati 25 anni e in Università siamo ancora ad insegnare come dovrebbe cambiare l’educazione. Il rammarico è questo», commenta Anna Lazzarini, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo e membro del CRiSiCo – Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi.
Partiamo da quella frase celebre: quali indicazioni concrete dà alla scuola e all’educazione affermare che “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”?
Ben fatta è quella testa in cui il sapere non è semplicemente accumulato, ma disposto secondo principi di selezione e di organizzazione che gli diano senso. L’organizzazione delle conoscenze comporta senza dubbio operazioni di separazione (selezione, esclusione, opposizione, differenziazione), ma anche di interconnessione (congiunzione, inclusione, implicazione). La conoscenza comporta nello stesso tempo, in un processo circolare, separazione e interconnessione, analisi e sintesi. Nella nostra civiltà, invece è prevalsa la “separazione”. Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi.
Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi
Una testa ben fatta va al di là del sapere parcellizzato, riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture e consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla complessità dei problemi sociali, politici, economici, culturali, ambientali, tecnologici. Formare teste ben fatte allora significa stimolare e valorizzare costantemente la curiosità, l’amore per la scoperta e per l’investigazione, facoltà decisive per l’infanzia e l’adolescenza. La scuola deve orientare queste facoltà sui problemi fondamentali della nostra stessa condizione e del nostro tempo.

Morin ci ha lasciato tante espressioni di successo – il tema della complessità, i sette saperi necessari per l’educazione del futuro, la comunità di destino – che evidentemente hanno colto tratti del nostro tempo, tant’è che ci sono diventate molto familiari, anche solo per sentito dire. Volendo andare un po’ più in profondità, per chi non conosce davvero il pensiero di Morin ma ha solo queste “etichette”, qual è la sua più grande eredità?
Credo che la lezione più preziosa di Edgar Morin sia quella epistemologica, che riguarda proprio la necessità di problematizzare la conoscenza, ossia di mettere in discussione il nostro modo di conoscere. La “conoscenza della conoscenza”, diceva, dovrebbe essere studiata a scuola: dovremmo avere consapevolezza dei limiti e delle possibilità della nostra conoscenza, della inevitabilità degli errori e anche della loro funzione euristica all’interno dei processi conoscitivi e di apprendimento. Oggi si è creato un preoccupante divario fra i problemi che dobbiamo affrontare nella nuova condizione planetaria e lo stato attuale delle conoscenze, nonché le modalità di organizzazione di queste conoscenze. Il nostro modo di pensare è infatti legato al paradigma della “semplificazione”: abbiamo pensato di risolvere e dissolvere la complessità del mondo con la semplificazione, per mezzo della scomposizione della realtà in unità elementari, dell’isolamento dell’oggetto dal suo contesto, della linearità causa-effetto.
I modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare
Invece?
Invece i problemi globali sono multidimensionali, sistemici, trasversali, transnazionali. Se l’approccio conoscitivo prevalente consiste nel dividere, parcellizzare, isolare… più i problemi diventano multidimensionali e più è difficile affrontarli, per la difficoltà a comprenderli nella loro complessità, nella loro molteplicità di aspetti fra loro irriducibilmente intrecciati. Significa che i modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare. L’ostacolo maggiore alla comprensione delle tante crisi dei nostri giorni non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra modalità di conoscenza.
Che si può fare?
La grande sfida culturale dei nostri giorni è cominciare a colmare questo divario drammatico, rendendo il sapere più adeguato al contesto in cui esso dovrebbe portare benefici. La sfida diviene quella di delineare un nuovo paradigma che sappia formulare i problemi da affrontare come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni irriducibilmente intrecciate fra loro. L’invito di Edgar Morin è dunque radicale e consiste nel cambiare il nostro sguardo sul mondo, innanzitutto problematizzando il modo in cui lo abbiamo conosciuto attraverso la nostra formazione disciplinare. La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere, dunque, il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa.
La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale
Che ruolo può avere la scuola in questo cambio di paradigma?
La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale: l’urgenza vitale dei nostri giorni è quella di “educare all’era planetaria”, perché ogni individuo e ogni comunità si possa fare carico della condizione di “cittadinanza terrestre”. Per Morin è cruciale una triplice riforma: una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma del nostro modo di insegnare. Sono tre riforme interdipendenti.
Qual è la critica più radicale che Morin ha mosso al sistema educativo? Quella più sfidante, che a parole si fa finta di plaudire ma poi non si prova nemmeno a mettere in pratica, perché mette in discussione troppo del nostro comodo “si è sempre fatto così”?
La tradizione di pensiero che ha fino ad oggi continuato a ispirare la scuola è basata sul metodo che riduce il complesso al semplice, che separa ciò che è legato, che elimina tutto ciò che apporta disordine e contraddizione al processo di comprensione. La scuola e l’università ci insegnano a separare (gli oggetti dal loro ambiente, le discipline le une dalle altre), ma non – o molto raramente – a collegare, a interconnettere i saperi e gli approcci. Si continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, vale a dire, secondo il significato originario del termine, il complesso. Ma oggi, dinanzi alla frammentazione dei saperi, allo sgretolamento delle stesse discipline in sotto-settori e micro-settori dagli orizzonti sempre più limitati, si moltiplicano gli ostacoli e gli impedimenti alla comunicazione fra cultori di discipline diverse, che impediscono a ciascuno di comprendere i problemi nella loro complessità. Gli oggetti di studio più complessi, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, non possono che essere affrontati attraverso l’intreccio delle discipline e dei molteplici punti di vista. Naturalmente la padronanza dei metodi e dei linguaggi delle singole discipline è fondamentale, perché ci permette di avere una rete di riferimenti culturali solidi grazie ai quali affrontare un mondo complesso e in constante cambiamento. Tuttavia, è altrettanto importante la conoscenza del carattere evolutivo e storicamente determinato dei metodi e dei linguaggi, che ci deve condurre a mettere in relazione i saperi fra loro, e i saperi con gli scenari storici, sociali e politici. L’incontro con altre discipline, la pratica dell’interdisciplinarità e soprattutto della transdisciplinarità sono la strada maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro reale articolazione, al di fuori di schematismi e riduzionismi che finiscono per pregiudicare la nostra capacità di comprensione e quindi di azione.

Le riflessioni pedagogiche in Morin dialogano con la concretezza della vita relazionale, con i concetti di interdipendenza, di responsabilità, di responsabilità nell’incertezza e di comunità di destino… Un intreccio forte con la dimensione politica.
La possibilità di questo dialogo sta nell’ispirazione profondamente e autenticamente politica del pensiero di Morin. “Umanizzare l’umano”, singolare e plurale, nella sua co-appartenenza alla Terra e indissolubilmente legato al suo destino: questo mi sembra il programma di vita e di pensiero che questa figura straordinaria di studioso, maestro, intellettuale e scrittore ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra. Certo non qualunque politica, ma quella che Morin chiama “politica di civiltà” o “antropolitica”, per concepire e praticare la quale si rende necessaria la riforma del pensiero che, attraverso il “metodo” della complessità, provveda all’intreccio di conoscenze in grado di restituire l’immagine di un mondo costituito di interconnessioni e tessiture molteplici. Per Edgar Morin, solo una politica di civiltà si trova a rispondere del destino e del divenire dell’uomo nel mondo e del pianeta stesso nell’epoca globale.
“Umanizzare l’umano” mi sembra il programma di vita e di pensiero che questo straordinario maestro ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra
Qual è la via?
È proprio in La Voie, la via, che il suo programma di umanizzazione si fa radicale. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, la politica dell’uomo impone l’imperativo: cambiare via. Qui Morin delinea un affresco di riforme politiche, nel senso più autentico del termine, poiché attengono alla possibilità stessa della convivenza umana sulla Terra: sbarazzandosi dell’idea di sviluppo (e di progresso), mito dell’occidente, troppo invischiata nella logica tecno-economica, che pretende di misurare la qualità con la quantità; promuovendo un’economia plurale; valorizzando la creatività insita nelle diversità; proteggendo la biosfera; ricercando soluzioni alle policrisi in cui siamo caduti. Nei suoi ultimi libri delinea un quadro che chiarissimo: siamo legati da una comunità di destino planetaria, segnata da pericoli comuni prodotti da un aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza, che minacciano la vita sulla Terra nel suo insieme. Nell’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare l’unità della diversità umana e la responsabilità di tutti i cittadini nei confronti della Terra-Patria, è necessario affermare il dovere della fraternità, che «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana». Con la fiducia nella capacità di agire, anche nel senso di cambiare via, di cambiare strada, nella possibilità di ricostruire lo spazio dell’essere insieme, entro forme nuove di convivialità, e anche nell’improbabilità creativa della storia, Edgar Morin ancora una volta ha tracciato il cammino.
In apertura, Edgar Morin durante i festeggiamenti per i suoi 100 anni al quartier generale dell’UNESCO a Parigi il 2 luglio 2021 (AP Photo/Michel Euler)
L'articolo Una testa ben fatta e l’umanizzazione dell’umano: l’eredità di Edgar Morin per educare nella complessità proviene da Vita.it.
Oggi tremenda giornata. Di quelle che non vorresti mai vivere. Apprendo della morte, ieri, di Edgar Morin a 104 anni, un bel numero. Il Cavalier Marino Golinelli mi/ci lasciò a quasi 102.
Ma non ci si abitua mai alla idea di non poter più toccare con mano le persone che fino ad un attimo fa erano lì, una presenza materica e, in questi casi, totemica, a cui appigliarsi in cerca di conforto nei momenti più difficili, e con cui gioire nei momenti dì entusiasmo.
E comunque sono e saranno ancora con noi sempre. I totem culturali non abdicano, i loro messaggi vanno oltre la loro corporeità.
Golinelli e Morin, il primo l’ho conosciuto e ci ho convissuto 13 ore al giorno per 13 anni, quasi tutti i giorni ad eccezione delle ferie; il secondo l’ho conosciuto perché – pur non avendolo mai incontrato (provammo ad invitarlo a Bologna ma gli spostamenti non gli erano più agili) – mi sono abbeverato con costanza e perizia al suo pensiero – sempre, anche nei periodi delle ferie – e l’ho messo sempre in pratica nel fornire il mio contributo alla declinazione pratica delle progettualità educative e formative che da anni portiamo avanti come Fondazione.

Li accosto tute e due dunque non solo per questioni di genetliaco. Educare per l’era planetaria, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Educare gli educatori, tre titoli che recupero alla mente facilmente, a titolo solo esemplificativo, piccole briciole di una produzione intellettuale sterminata. Ma che ci dicono una cosa: che si può arrivare ad una idea di Comunità di destino planetaria, da punti di vista lontani, da identità e storie culturali apparentemente distanti, ma che le grandi traiettorie umane dall’ “origine al destino”, sanno essere anche convergenti lungo gli asintoti della storia. E se Papa Bergoglio ed Edgar Morin hanno affinato questo comune convincimento pronunciandone la stessa definizione, a partire dai loro percorsi intellettuali, e alla ricerca di una ontologia della verità, non credo che abbiamo bisogno oggi di molte altre voci per convincerci che quella da loro indicata possa essere la strada valida e necessaria.
Il rumore di queste potenti voci del ‘900, in particolare di quella che oggi si spezza solo nel suo incarnato, diventano dunque ancora più potenti e assedianti per coloro i quali stanno belligerando, certamente non certo per motivi epistemologici, ma bensì per «capitalismo estetico le cui strategie di potere mirano ad installarsi nelle nostre carni della percezione».
Allora non dimentichiamoci: ipseità (non certamente solipsismo), intelligenza di esserci, solidarietà, reciprocità. Queste parole siano oggi in ostaggio alle nostre abluzioni votive, ai nostri incensi profumati accesi nei bracieri in onore di Edgar Morin.
Dal momento che, purtroppo, le disgrazie non vengono mai da sole, oggi – nelle stesse ore – siamo costretti anche ad essere testimoni della mancanza di Michele Lanzinger, scienziato, divulgatore, ricercatore: a lui si deve molto – e non solo – per il progetto del museo della scienza Muse di Trento.
Anche in questo caso unisco la sua figura al ricordo al Cavalier Golinelli.

E penso con affetto e nostalgia ad una fase che per Fondazione Golinelli è stata vissuta da protagonista assieme a tanti altri attori nazionali, dai primi anni 2000 al 2010 – 2012 circa: in Italia i grandi centri della scienza si adoperavano e si rincorrevano facendo a gara per i migliori progetti di diffusione della cultura scientifica. Il Museo della scienza e della tecnica di Milano, il Post di Perugia, il Muse – di cui ricordo ancora il giorno della inaugurazione a Trento – la Città della scienza di Napoli, lo Science centre Immaginario Scientifico a Trieste, i grandi festival della Scienza di Genova e Bergamo, e la Scienza in Piazza di Fondazione Golinelli, per citare alcuni esempi. Una stagione di passione, di divulgazione della cultura in diversi formati portata avanti da appassionati, ricercatori, professori, studenti e tante famiglie che a milioni ancora frequentano questi luoghi, questi tempi, questi spazi.

La storia recente della Fondazione Golinelli affonda le radici in quella passione, che poi si è evoluta e trasformata ulteriormente con Opificio Golinelli, dal 2015 ai giorni nostri, con lo sguardo al 2065 come Marino Golinelli ci ha indicato.
Ma oggi un altro compagno di viaggio ci ha lasciati, e dobbiamo ricordarlo con stima ed affetto, e dobbiamo fermarci un secondo a riflettere. Ho visto Michele alcuni mesi fa a Lucca, sempre appassionato nel portare avanti una nuova avventura, con cui promuoveva lo scambio di conoscenze e pratiche tra i grandi musei e operatori culturali pubblici e privati italiani. Era sorridente sereno, ricco di entusiasmo, lo stesso di quando l’ho conosciuto oltre quindici anni fa.
Compagni di viaggio, compagni di vita, protagonisti della Cultura (italiana, europea e mondiale) che oggi è un poco più sola, ma grazie al loro lascito, sicuramente più ricca.
In apertura Edgar Garin e Michele Lanzinger in un collage realizzato da foto LaPresse.
L'articolo Senza Morin e Lanzinger siamo un po’ più soli ma ricchi del loro lascito proviene da Vita.it.
Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org Per secoli l’archeologia ufficiale ha liquidato le grandi opere in pietra del passato come risposte a bisogni puramente materiali o, peggio, come casuali capricci dell’erosione. Tuttavia, l’altopiano della Sila custodisce un segreto che sfida questa visione riduzionista classica. Nel cuore della Calabria si dipana un filo conduttore unico […]
L'articolo L’Ombra del Gigante: I Megaliti di Campana, l’Elefante della Sila e la Geometria dell’Anima Mundi proviene da Come Don Chisciotte.
Nel mondo circa 840 milioni di donne (quasi una su tre) hanno subito almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale da parte di partner o non partner: è quanto emerge dal rapporto congiunto tra Unicef, Oms, UN Women, Unfpa, Hrp, Unodc e Undesa diffuso a novembre 2025. Un fenomeno che continua ad avere conseguenze profonde sul benessere psicologico, sull’autonomia economica e sulla partecipazione sociale femminile.
Per supportare percorsi di sostegno, empowerment e inclusione sociale, c’è un nuovo strumento digitale, sviluppato tra Italia, Romania e Macedonia del Nord. È il toolkit di COSAm – Competence Self-Assessment Map: Applying Narrative Approach to re-skill vulnerable Women, un progetto europeo guidato da Fondazione Libellula e sostenuto dall’Agenzia nazionale Erasmus+ Indire. Una raccolta operativa di metodologie, attività e dispositivi digitali per chi opera in ambito educativo e sociale e nell’accompagnamento di donne in condizione di vulnerabilità.
In 16 mesi di lavoro, COSAm ha sviluppato una metodologia basata sulla pedagogia narrativa e sull’utilizzo di strumenti digitali accessibili per trasformare il racconto autobiografico in una leva concreta di consapevolezza, orientamento e valorizzazione delle competenze personali e professionali. Cofinanziato dal programma Erasmus+ e realizzato da Fondazione Libellula nel ruolo di capofila insieme a Tiber Umbria Comett Education Programme (Italia), Alternative Sociale Asociatia (Romania) e Macedonian Association for Applied Psychology (Macedonia del Nord), ha generato una vera e propria cassetta degli attrezzi. Si rivolge a personale educativo e sociale, operatori e operatrici dei centri antiviolenza e realtà del Terzo settore, con strumenti pratici di narrazione autobiografica, storytelling digitale e percorsi di autoriflessione accessibili anche a persone con bassa alfabetizzazione tecnologica.
Abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni delle donne. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale
Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula
«Il confronto tra Italia, Romania e Macedonia del Nord ci ha mostrato quanto le condizioni di vulnerabilità possano assumere forme diverse e al tempo stesso evidenziare bisogni comuni», spiega Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula. «Molte delle donne coinvolte nel progetto affrontano contemporaneamente fragilità economiche, responsabilità di cura, isolamento sociale e conseguenze legate a esperienze di violenza o discriminazione. La presenza di figli a carico, ad esempio, incide fortemente nei percorsi di autonomia e reinserimento. Attraverso COSAm abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale».
Il toolkit è scaricabile qui.
L'articolo Quando il racconto diventa strumento di emancipazione femminile proviene da Vita.it.
“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”
Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.
Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.
Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.
La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.
Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.
La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.
I livelli sono:
Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.
Il primo livello è la percezione:
Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.
Esempi concreti possono essere:
Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.
Il secondo livello è la comprensione:
In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.
Esempi concreti di disagi possono essere:
Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:
Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.
Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.
La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.
Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.
Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino
Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.
Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.
Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

Considerazioni preventive
La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.
In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:
Un caso reale: tragedia Crans Montana
Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.
In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.
In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.
Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.
Considerazioni preventive
Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.
Una lezione generale
La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.
La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.
Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.
Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.
Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.
In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.
La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.
Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.
Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.
Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.
Essere consapevoli significa:
Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:
Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.
Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.
La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.
Al contrario, si basa su:
Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.
Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.
Alcuni esempi pratici:
Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:
La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.
Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.
Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:
Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.
La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.
Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.
Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.
Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con
In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:
La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.
Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.
Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.
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Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.
Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?
Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.
Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.
È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.
Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.
Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

L'articolo È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov” proviene da Giubbe Rosse News.