L’episodio che si è verificato in Francia, in cui 32 alpinisti hanno dovuto pagare di tasca propria l’elisoccorso sul Monte Bianco per non aver ascoltato le raccomandazioni delle guide di non continuare la salita per il pericolo di caduta di sassi, ha riacceso la polemica anche in Italia.
Da inizio anno, infatti, lo Stato non paga più per qualsiasi intervento di soccorso: chi chiama “senza motivo” o provoca un’operazione della Guardia di finanza intenzionalmente o per una grave disattenzione deve pagare. Lo prevede la legge di bilancio 2026, con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha introdotto un sistema di tariffe per quantificare le spese e recuperare i costi sostenuti durante le missioni di emergenza secondo un sistema di criteri oggettivi che attribuiscono un valore economico al personale e ai mezzi impiegati, oltre alla durata dell’operazione.
Per quanto riguarda il personale, il costo cambia in base al grado e alla specializzazione: 30 euro all’ora per appuntati e finanzieri, 60 euro per gli ufficiali superiori, 70 euro per reparti specializzati come quelli aeronavali. Gli interventi di durata inferiore o uguale a 60 minuti vengono conteggiati come un’ora intera, dopo la quale il prezzo cresce ogni mezz’ora.
I mezzi che pesano di più sul costo sono quelli aerei: un elicottero della guardia di finanza può costare fino a 4mila euro all’ora, un aeroplano turboelica può sfiorare i 5mila. Molto più bassi i costi dei droni per interventi rapidi in mare, in montagna e nelle aree più difficili da raggiungere, che vanno da meno di 100 euro a poche centinaia di euro in base al modello. Per quanto riguarda i mezzi di terra, il costo dipende dai chilometri percorsi e dalla tipologia di alimentazione. Gli autofurgoni diesel sono tra i mezzi più economici, mentre per veicoli a benzina o ibridi il prezzo oscilla di molto. Tra i mezzi più onerosi c’è la motoslitta, utilizzata soprattutto negli interventi in ambiente montano, con un costo che può arrivare a circa 1,50 euro per chilometro, seguita dai quad Atv e dagli altri veicoli speciali. Anche in mare i prezzi variano molto: i pattugliatori di ultima generazione superano i 1.000 euro all’ora, mentre le vedette costiere hanno costi molto inferiori.
La misura ha l’obiettivo di scoraggiare le richieste di soccorso infondate e recuperare le risorse pubbliche impiegate per quelle causate da comportamenti gravemente irresponsabili, ma non riguarderà gli interventi effettivamente necessari. Il punto è responsabilizzare i cittadini e far passare il messaggio che i soccorsi restano un servizio fondamentale per la collettività, ma richiedono molte risorse pubbliche in termini di mezzi, personale e ore lavoro che vanno tutelate, anche trasformandosi in un onere economico per chi ne abusa.
ROMA (ITALPRESS) – L’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, fa il punto sul recente parere positivo da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il massimo organo tecnico consultivo del Paese.
“La stragrande maggioranza delle prescrizioni confermano le raccomandazioni del Comitato Scientifico, l’organo indipendente previsto dalla legge. Si tratta di temi sui quali stavamo già lavorando, perché avevamo già previsto una serie di approfondimenti da sviluppare in fase di esecutivo. Trattandosi di temi a noi già noti e sui quali erano già previsti i doverosi approfondimenti che una progettazione esecutiva comporta, non prevediamo incrementi di costi rispetto ai 13,5 miliardi preventivati. E lo stesso discorso riguarda le tempistiche. Rimane fermo l’obiettivo dell’apertura al traffico nel 2034. Ricordo che a quest’Opera lavorano da anni i massimi esperti nella progettazione e costruzione di ponti sospesi. All’estero vedono il Ponte come un banco di prova per il Paese. Cerchiamo tutti insieme di raggiungere l’obiettivo.”
In questi giorni di Ferragosto molte attività artigiane hanno abbassato le serrande per ferie. Per tante botteghe quelle saracinesche si sono chiuse da tempo e, purtroppo, per sempre. Non hanno retto il peso di una concorrenza sempre più aggressiva, dei costi crescenti e di una domanda che è cambiata profondamente che spesso penalizza proprio le piccole realtà. Il picco massimo Continue Reading
C’è un tempo dell’attesa che non appartiene alla frenesia quotidiana, ma al ritmo lento del lievito che cresce e del calore che trasforma la farina. Attorno al forno a legna di Rigenera, l’azienda agricola della cooperativa sociale Nazareth alla periferia di Cremona, questo tempo si è trasformato in uno spazio politico e umano di rara densità. La cooperativa sociale che gestisce il luogo nasce storicamente con una vocazione chiara e strutturata verso l’accoglienza dei migranti, il lavoro socio-educativo con gli adolescenti e la ricerca di risposte innovative ai bisogni dell’abitare. Negli ultimi anni, tuttavia, il perimetro delle attività si è allargato verso l’agricoltura sociale e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, in particolare detenuti ed ex detenuti, trovando nell’acquisto e nel restauro di una vecchia casa padronale il proprio baricentro fisico e simbolico.
C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare. NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
La ristrutturazione della cascina ha seguito una doppia direttrice progettuale: al piano superiore sono stati ricavati alloggi protetti dedicati alle persone accolte nei diversi percorsi della cooperativa, mentre il piano terra è stato interamente pensato come presidio comunitario. Una cucina capiente, ampie sale per incontri e un giardino attrezzato con zona barbecue costituiscono la cornice logistica. È in questo contesto che si è deciso di installare un forno a legna, avviando un’iniziativa apparentemente semplice ma rivoluzionaria nelle sue implicazioni: il forno di comunità. L’intenzione di fondo era evitare che l’azienda agricola rimanesse un luogo confinato ai soli addetti ai lavori o agli utenti dei servizi, aprendola invece alle visite, alla frequentazione libera e allo scambio quotidiano con l’intera cittadinanza.
La democrazia della farina
Ogni sabato mattina un gruppo di volontari accende il fuoco e prepara le braci. Chiunque lo desideri può presentarsi con il proprio impasto, portando pane, pizze o biscotti da cuocere negli spazi condivisi. Tuttavia, il valore profondo dell’esperienza risiede in tutto ciò che accade a margine della cottura. I tempi morti necessari alla lievitazione e il monitoraggio del calore diventano l’occasione per sostare, conoscersi e superare quella distanza diffidente che spesso separa la cittadinanza dalle realtà del Terzo settore dedicate all’emarginazione. «Poter ospitare tutti insieme, sia persone migranti che residenti, per fare qualcosa insieme diventa uno spazio molto normalizzante per tutti», racconta Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth. «È uno spazio di grande parità: attorno al pretesto del pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai».
È uno spazio di grande parità: attorno al pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai
Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth
La cooperativa, spesso etichettata nell’opinione pubblica locale come la cooperativa dei migranti per via delle sue origini storiche, ha trovato nel forno uno strumento straordinario di normalizzazione e pari dignità. Attorno alla pala si incrociano le ricette delle mamme e delle donne pakistane con le tradizioni panificatrici delle diverse regioni d’Italia portate dai residenti di lunga data. La curiosità per le tecniche di impasto altrui sostituisce il pregiudizio e il pane si conferma un linguaggio universale, presente in ogni cultura e capace di restituire ad ognuno una parola e una competenza da condividere su un piano di assoluta parità. «Il pane è davvero qualcosa che unisce», aggiunge Biaggi. «È un diffuso in tutte le culture, quindi tutti hanno qualcosa da dire, da fare o da cucinare su questo tema».
La 24 ore di pane
L’impatto del forno ha rapidamente travalicato l’appuntamento del fine settimana, diventando un pretesto educativo permanente per le scuole di ogni ordine e grado del circondario, dagli asili nidi fino alle scuole secondarie di primo grado. Bambini e studenti vengono accolti in cascina per sporcarsi le mani di farina, imparare i segreti della panificazione e comprendere il valore dell’agricoltura sociale. Parallelamente, lo spazio è diventato un punto di approdo per le altre realtà del consorzio cooperativo, ospitando gli utenti dei centri diurni, gli anziani delle rsa e le persone seguite dalle comunità terapeutiche in momenti di festa e laboratori integrati.
In occasione del primo anniversario del forno di comunità, la cooperativa ha promosso la “24 ore di pane”. Si è trattato di un’intensa due giorni che ha intrecciato un convegno tematico, momenti di spiritualità, spettacoli dal vivo, workshop pratici sulla pasta madre e spazi di conviviale condivisione del cibo dalla colazione alla cena.
L’esperienza di Cremona mostra come l’agricoltura sociale possa superare l’approccio puramente assistenziale per farsi generatrice di welfare culturale e di comunità. Trasformando un alimento primario in un’occasione di incontro informale, Rigenera continua a dimostrare che impastare insieme non è soltanto un atto gastronomico, ma la forma più concreta ed efficace per impastare nuove relazioni sociali.
In apertura, il forno di Rigenera La fotografia è stata fornita dall’intervistata
Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.
Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.
Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?
In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.
Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.
Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.
Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?
La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.
Quale?
La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.
Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo
Riccardo Luna
Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?
Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.
Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?
L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.
Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?
Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.
C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?
Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.
Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?
Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.
Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)
Maggio Musicale, polemica Spc-Comune su risorse per rinnovo contratti. ‘Aumento costi non consente accantonamenti’ dice il capogruppo di Sinistra progetto Comune, Dmitij Palagi. La replica dell’assessore alla cultura Giovanni Bettarini: “i fondi deve stanziarli ministero Cultura’
“Nella scheda dedicata alla Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – afferma Palagi – tra gli ‘elementi di attenzione’, si legge che l’aumento dei costi di produzione ‘comprime l’Ebitda e non consente accantonamenti per i rinnovi contrattuali del personale’. E’ polemica a distanza sulle risorse per i rinnovi contrattuali del personale del Maggio Musicale tra il consigliere di Spc Dmitrij Palagi e Palazzo Vecchio dopo la relazione sui bilanci di esercizi 2025 pubblicata dalla direzione Società partecipate del Comune di Firenze.
“Sono cose che abbiamo sempre detto – denuncia Palagi- e sono per noi confermate dal socio fondatore, nel documento con cui dichiara al Consiglio comunale la coerenza delle partecipate con gli indirizzi ricevuti”. Nella nota il capogruppo di Spc sottolinea come “l’organico cresce di 27,38 unità equivalenti, ma l’80% della crescita è lavoro a termine: il personale stabile aumenta dell’1,7%, quello a tempo determinato del 30,6%” e il fatto che il contributo comunale sia “fermo a 4.500.000 euro dal 2021: con l’inflazione ci risulta aver perso il 14,8% del proprio valore reale, circa 666.000 euro”.
Per l’assessore alle partecipate Giovanni Bettarini sui rinnovi contrattuali “è necessario dire le cose come stanno. Il tema delle risorse riguarda l’intero sistema delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane e non può essere scaricato su una singola Fondazione. Le risorse necessarie devono essere messe a disposizione dal ministero della Cultura. Il Comune di Firenze non si è sottratto e non si sottrae alle proprie responsabilità. Ha sostenuto concretamente il risanamento del Maggio e continua a garantire alla Fondazione un contributo significativo. Le scelte di bilancio vanno lette nella loro interezza e tenendo conto degli obblighi e degli equilibri complessivi dell’ente”. Secondo l’assessore “siamo ormai alla strumentalizzazione sistematica di qualsiasi documento amministrativo” e “stupisce che il consigliere Palagi scelga ancora una volta di trasformare una normale attività di analisi e monitoraggio della pubblica amministrazione in una narrazione allarmistica”.
C’erano una volta le piaghe d’Egitto, ma oggi dobbiamo accontentarci delle piaghe venete.Anche i grilli, nel loro piccolo, s'incazzano e diventano un'emergenza da codice rosso.Gli amministratori del Comune di Treviso e dell'Ulss 2, sulla scia dell'ultimo film di Nolan "Odissea", si sono armati e scesi in campo per combattere questa epica invasione.C'è da dire che ...continua a leggere "Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli"
U
n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile. Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud. Risposte che non bastano Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista PoliticoEurope, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.
Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.
Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.
Quando il ricino scarseggia C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.
L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.
Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società.
Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.
1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes.
Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato.
La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.
Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata.
La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.
2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.
Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.
I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”.
Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.
La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.
Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.
È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.
Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.
L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”.
Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.
Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.
3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.
Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema.
Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.
La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.
Introducendola terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta.
Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.
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Il Green Deal europeo è davvero in crisi? No, se guardiamo agli investimenti sulla transizione energetica. Capiamo che periodo stiamo attraversando e cosa ci attende per il prossimo futuro
L’ecosistema startup italiano è maturato: più capitali, più talenti, più ambizione. Ma il punto non è misurarsi con chi è avanti, è capire quali problemi e quali punti di forza possono permetterci di costruire aziende globali partendo dall’Italia
Tra droni, missili e sommergibili, la startup vuole trasformare il modo in cui si producono gli strumenti per fare la guerra. Non tutto, però, procede secondo i piani
Per il fondatore di Morning Brew i lettori oggi cercano anzitutto una voce in cui riconoscersi. “La sovranità? Si ottiene investendo sui giornalisti”. Nella sua nuova iniziativa imprenditoriale, centrata sull'AI, monetizza con consulenze e formazione
RealT prometteva di aprire il mercato ai piccoli investitori, ma il progetto si è presto scontrato con immobili degradati, promesse disattese e problemi legali
Ventisei anni non sono solo un numero. Sono milioni di letture, migliaia di articoli, notti davanti a uno schermo mentre il resto del Paese dormiva, mattine in cui le notizie arrivavano prima ancora del primo caffè. Sono una redazione nata quando Internet in Italia era ancora una frontiera e fare...
Primo maggio alle porte, e il governo gioca d’anticipo: arriva il decreto lavoro con il sigillo del Consiglio dei ministri. Dentro c’è una parola chiave che prova a cambiare il lessico del dibattito: non più salario minimo, ma “salario giusto”. Un’etichetta che pesa, perché sposta il...
Il telemarketing selvaggio ha i giorni contati. Dal 19 giugno scatta una stretta che cambia le regole del gioco per luce e gas: meno telefonate indesiderate, più tutele per i consumatori. E soprattutto, contratti a rischio nullità. A ridisegnare il perimetro è il nuovo decreto bollette del...
Il conto arriva sempre alla fine. E quest’estate rischia di essere più salato del previsto. Tra caro carburante, tensioni sull’approvvigionamento di jet fuel e strategie delle compagnie, il prezzo dei voli potrebbe lievitare non tanto sul biglietto base, quanto su tutto ciò che ci gira...
Il fisco riapre le porte digitali. Ma il calendario non perdona: chi arriva tardi, resta fuori. Il Modello 730/2026 torna online e con lui una stagione fatta di scadenze, detrazioni e qualche nuova regola che può cambiare il saldo finale. Dal 30 aprile l’Agenzia delle Entrate metterà a...
L’obblio dell’Rc auto per i monopattini è stata prorogato di 2 mesi, scatterà quindi il prossimo 16 luglio. La notizia ha suscitato molte perplessità nei consumatori e negli operatori del settore. I primi temono aumenti delle nuove polizze. Assosharing punta invece il dito sul fatto che non...
Non c’è pace per chi, per piacere o per lavoro, è costretto a spostarsi in aereo. Dal 10 novembre Ryanair cambierà infatti gli orari di chiusura di check-in e bag drop. La compagnia ha comunicato che i due servizi si fermeranno 60 minuti prima della partenza programmata, mentre oggi la...
Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré.
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Forse era troppo bello per essere vero: un polo della componentistica “alto di gamma” per il settore auto. Gli pneumatici della Formula 1 insieme ai freni forniti ai bolidi guidati da Leclerc&soci.
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Dallo sbarco in Borsa del ’97, al “piano Rovati”, alla rete unica di Conte e Draghi, fino al tentativo di Meloni: lo scorporo è un problema eterno. Vademecum per capirci qualcosa (con l’aiuto di Gamberale)