❌

Vista elenco

Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

7 Ottobre 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.


  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.  ↩

  2. A. Leone, op. cit., p. 116.  ↩

  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.  ↩

  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.  ↩

  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  ↩

  6. A. Leone, op. cit., p. 136.  ↩

  7. Ivi, p. 137.  ↩

  8. ibidem, pp. 137-138.  ↩

  9. ibid., pp. 119-125.  ↩

Rusia después de las elecciones: consolidación de Rusia Unida y reordenamiento del sistema político – Por Marcelo Ramírez

30 Settembre 2026 ore 23:25

Por Marcelo Ramírez

Las legislativas de septiembre muestran un crecimiento significativo del oficialismo, un aumento de la participación y un retroceso del Partido Comunista. El sistema electoral mixto amplificó la ventaja de Rusia Unida en la Duma, mientras las fuerzas secundarias atraviesan una recomposición. La elección, primera desde el comienzo de la guerra en Ucrania, se desarrolló además bajo ataques con drones y ciberataques denunciados por las autoridades rusas.

Las elecciones legislativas celebradas en Rusia entre el 18 y el 20 de septiembre de 2026 dejaron un resultado que va bastante más allá de una nueva victoria de Rusia Unida. El partido dominante aumentó considerablemente su porcentaje respecto de 2021, la participación electoral creció, el Partido Comunista retrocedió y otras fuerzas parlamentarias, principalmente el Partido Liberal Democrático de Rusia (LDPR) y Nueva Gente, ampliaron su presencia electoral.

Con más del 95% de los votos procesados, la Comisión Electoral Central situaba a Rusia Unida en torno al 57,8%, frente al 13,8% del Partido Comunista de la Federación Rusa (PCFR), aproximadamente 9% del LDPR y cerca de 8% de Nueva Gente. Rusia Justa se encontraba prácticamente sobre el umbral del 5%, una situación que fue variando durante el escrutinio. La Comisión Electoral Central indicó, además, una participación del 59,32%, equivalente a más de 62,6 millones de electores. Los resultados deben considerarse todavía provisionales hasta su formalización definitiva, prevista no antes del 25 de septiembre.

El dato central, sin embargo, surge de la comparación con las elecciones legislativas de 2021. Entonces Rusia Unida había obtenido el 49,82% de los votos; el Partido Comunista, 18,93%; el LDPR, 7,55%; Rusia Justa, 7,46%; y Nueva Gente, 5,32%.

Cinco años después, Rusia Unida crece alrededor de ocho puntos porcentuales mientras el PCFR pierde aproximadamente cinco. Al mismo tiempo, la participación electoral pasa de alrededor del 51,7% en 2021 a más del 59% en 2026. Es la combinación de estos fenómenos, más participación, mayor porcentaje oficialista y debilitamiento de su principal competidor, lo que permite hablar de una modificación significativa del equilibrio político dentro de la Duma.

Para entender correctamente el resultado es necesario observar cómo se elige la Cámara baja rusa. La Duma Estatal está integrada por 450 diputados elegidos por cinco años mediante un sistema mixto. La mitad (225 bancas) se distribuye mediante representación proporcional según las listas nacionales de los partidos que superan el umbral del 5%. Los otros 225 diputados son elegidos en circunscripciones uninominales en razón de que Rusia está dividida en 225 distritos y cada uno elige un único representante. En estos distritos resulta electo simplemente el candidato que obtiene más votos que cada uno de sus adversarios. No necesita alcanzar la mayoría absoluta.

El mecanismo tiende a favorecer al partido más grande cuando los votos de sus adversarios están fragmentados entre varias fuerzas. Eso es precisamente lo que ocurrió en 2026, mientras Rusia Unida obtenía alrededor del 58% del voto proporcional, sus candidatos encabezaban más de 200 de las 225 circunscripciones uninominales durante el escrutinio. Con el 95,18% contabilizado, la presidenta de la Comisión Electoral Central, Ella Pamfilova, informaba que el partido había ganado 208 distritos de este tipo. En 2021 había conseguido 198.

La consecuencia es evidente, una mayoría electoral importante se convierte en una mayoría parlamentaria todavía mayor. En base en los resultados difundidos el 21 de septiembre, una proyección de 355 diputados para Rusia Unida sobre un total de 450, superando tanto los 324 que tenía en la Duma saliente como el máximo de 343 alcanzado en 2016.

El resultado permite comprender una característica central del sistema político ruso. Aproximadamente el 58% de los votos partidarios puede traducirse en alrededor de tres cuartas partes de la Cámara debido a la combinación entre representación proporcional y predominio territorial.

La consolidación de Rusia Unida tiene entonces tres dimensiones. Es electoral, porque aumenta su porcentaje de votos, es territorial porque domina la enorme mayoría de los distritos uninominales y es institucional porque amplía su control sobre la Duma.

El segundo dato relevante es el crecimiento de la participación.Según la Comisión Electoral Central, votó el 59,32% del padrón, más de 62,6 millones de personas. Se trata de una participación sensiblemente superior a la registrada en las legislativas anteriores., entonces la combinación con el crecimiento de Rusia Unida merece atención.

Una fuerza política puede aumentar porcentualmente incluso sin incrementar de manera significativa su base electoral si los votantes de sus adversarios se abstienen en mayor proporción. En ese escenario, un partido conserva aproximadamente sus votos pero aumenta su participación relativa dentro de un electorado más pequeño.

Sin embargo, en Rusia ocurrió algo diferente dado que aumentó el número relativo de ciudadanos que participaron y, dentro de ese electorado ampliado, aumentó también el porcentaje obtenido por Rusia Unida.

Si bien no sabemos automáticamente las motivaciones individuales de los votantes ni interpretar cada sufragio como un apoyo a la totalidad de las políticas gubernamentales, podemos inferir que una explicación basada exclusivamente en una desmovilización electoral generalizada de los adversarios del oficialismo no es la adecuada.

El aumento de la participación, de todos modos, también debe analizarse en relación con los cambios introducidos en la forma de votar. La elección se realizó durante tres jornadas y continuó expandiéndose el voto electrónico con más de 3,6 millones de ciudadanos participaron mediante el sistema federal de votación electrónica, al que se sumó el sistema utilizado específicamente en Moscú.

Estos mecanismos reducen el costo práctico de participación y probablemente constituyan una parte de la explicación del incremento. Por eso resulta difícil atribuir toda la suba a una movilización política y aún con esa precaución, una participación superior al 59% constituye uno de los elementos centrales de la elección.

Existe además una circunstancia que diferencia radicalmente estas elecciones de las anteriores que fueron las primeras legislativas rusas desde el comienzo de la guerra en Ucrania en febrero de 2022. Las tres jornadas de votación se desarrollaron, además, mientras continuaban los ataques sobre territorio ruso, durante el último día se produjo una ofensiva de gran escala con drones contra Moscú y otras regiones.

Las autoridades rusas informaron haber interceptado más de 1.600 drones desde el sábado, unos 450 dirigidos contra Moscú, inclusive algunos aparatos alcanzaron sus objetivos, se registraron víctimas y fue afectada infraestructura energética.

Paralelamente, las autoridades denunciaron ataques informáticos contra el sistema electoral. La Comisión Electoral y organismos gubernamentales informaron sobre ofensivas DDoS, intentos de alterar el voto electrónico e interrupciones de comunicaciones en distintas regiones. Las autoridades reportaron ataques contra los sistemas digitales durante la segunda jornada de votación.

La Comisión Electoral Central caracterizó posteriormente el proceso como una elección realizada bajo un nivel excepcional de amenazas externas y afirmó haber enfrentado una fuerte escalada de ataques cibernéticos.

El gobierno ruso presentó la continuidad de las elecciones y el incremento de la participación como una demostración de cohesión social. Vladimir Putin había colocado la elección dentro de una discusión más amplia sobre la unidad nacional durante la guerra y el Kremlin buscaba presentar los comicios como una medida del respaldo social a la orientación adoptada desde 2022.

El resultado electoral no puede trasladarse mecánicamente a una pregunta que los votantes nunca respondieron explícitamente, que el 57 o 58% obtenido por Rusia Unida no significa necesariamente que ese mismo porcentaje apruebe cada decisión militar, económica o diplomática adoptada durante la guerra.

Lo que sí puede afirmarse es más limitado, pero políticamente muy relevante porque después de más de cuatro años de conflicto, sanciones internacionales, presión económica y ataques dentro del territorio ruso, no se observa en estas elecciones un desplazamiento electoral masivo hacia fuerzas que propongan una ruptura frontal con la orientación estratégica del Estado.

Uno de los cambios más importantes se produjo en el Partido Comunista. El PCFR había conseguido en 2021 el 18,93%, uno de sus mejores resultados de las últimas décadas. Ese porcentaje le permitió convertirse claramente en la segunda fuerza política del país y concentrar una parte importante del electorado que buscaba expresar una alternativa a Rusia Unida.

En 2026 cae hasta aproximadamente el 13,8%, con una pérdida ronda los cinco puntos porcentuales, pero todavía es más significativa es la ampliación de la distancia con Rusia Unida.

En 2021 los separaban aproximadamente 31 puntos: 49,82% contra 18,93%, ahora la diferencia se aproxima a 44 puntos: alrededor de 58% frente a menos del 14%. La estructura partidaria se vuelve de esta manera más asimétrica.

El problema del PCFR tampoco se limita a la reducción de su representación proporcional. Su debilitamiento incide directamente sobre las circunscripciones uninominales. Durante años, los comunistas fueron en numerosos distritos la principal fuerza capaz de concentrar el voto de quienes buscaban derrotar a un candidato de Rusia Unida. Cuando ese espacio se fragmenta entre comunistas, LDPR, Nueva Gente, Rusia Justa y otras fuerzas, el candidato oficialista puede conservar la banca incluso obteniendo menos del 50%.

El retroceso comunista, por lo tanto, produce un doble efecto: reduce su propio peso parlamentario mientras facilita indirectamente el dominio territorial del partido gobernante. Sin embargo, los votos perdidos por el Partido Comunista no fueron absorbidos por una única fuerza alternativa.

El LDPR pasó del 7,55% registrado en 2021 a aproximadamente el 9%. Nueva Gente subió desde el 5,32% hasta cerca del 8%. Rusia Justa siguió una trayectoria diferente: cayó desde el 7,46% de 2021 hasta quedar prácticamente sobre el límite del 5%.

Nueva Gente merece atención particular. El partido había ingresado por primera vez a la Duma en 2021 y cinco años después aumenta claramente su porcentaje. El crecimiento indica que logró consolidar un espacio propio dentro del sistema, particularmente entre sectores que buscan reformas económicas, administrativas o sociales sin identificarse con el Partido Comunista.

También resulta significativo el desempeño del LDPR después de la muerte de su histórico fundador, Vladimir Zhirinovski, en 2022. Lejos de desaparecer con su dirigente, la fuerza conserva su base electoral e incluso mejora su porcentaje respecto de las legislativas anteriores.

Lo que aparece debajo de Rusia Unida es, por lo tanto, una reorganización del espacio secundario. El PCFR conserva el segundo lugar nacional, pero pierde capacidad para monopolizar el voto alternativo. LDPR y Nueva Gente crecen. Rusia Justa retrocede. El resultado es una mayor fragmentación de las fuerzas situadas detrás del oficialismo.

Es importante observar la relación entre estos resultados y la guerra, que requiere una interpretación particularmente cuidadosa. Los principales partidos con representación parlamentaria mantienen diferencias importantes en política económica, gasto social, inmigración, intervención estatal, administración pública y prioridades presupuestarias. Sin embargo, esas diferencias no se corresponden con una división equivalente respecto de las cuestiones estratégicas centrales vinculadas con Ucrania.

El Partido Comunista ha acompañado buena parte de las decisiones fundamentales adoptadas por el Estado ruso desde 2022. El LDPR sostiene posiciones nacionalistas y una línea dura respecto del conflicto. Rusia Justa también respaldó la orientación estratégica general. Nueva Gente presenta una posición comparativamente menos militarizada, pero tampoco estructuró su propuesta electoral alrededor de una retirada unilateral rusa.

Los medios occidentales señalaron durante la campaña que Yábloko constituía la principal fuerza registrada con una posición explícitamente contraria a la guerra, pero su lista federal quedó fuera de la elección después de una decisión judicial. El partido sí mantuvo algunas candidaturas y obtuvo una representación limitada en la legislatura regional de Nóvgorod. Este hecho introduce una limitación importante a cualquier lectura de los resultados como una medición directa de la opinión pública sobre la guerra, no obstante la popularidad de Yábloko es menor, dado que en las encuestas se ubica entre el 1 y el 3% de los votos, lo que le resta cualquier peso electoral real.

Como era de esperarse, sectores opositores rusos y gobiernos occidentales cuestionaron las condiciones de competencia, las restricciones a candidatos y organizaciones opositoras, el uso del voto electrónico y la realización de elecciones en territorios ucranianos ocupados y anexados por Rusia. Las autoridades rusas rechazan estas objeciones y sostienen que la elección se desarrolló de acuerdo con la legislación vigente; observadores de la Comunidad de Estados Independientes y de la Organización de Cooperación de Shanghái informaron no haber detectado irregularidades capaces de alterar los resultados en las mesas que supervisaron.

Por eso, si bien los comicios no pueden utilizarse como una encuesta directa sobre la guerra, tampoco corresponde separar completamente el resultado del contexto histórico en el que se produjo. Rusia Unida obtuvo en 2021 el 49,82%, cinco años después, luego de más de cuatro años de guerra, alcanza cerca del 58%. Simultáneamente aumenta la participación electoral y las principales fuerzas parlamentarias que respaldan la orientación estratégica del Estado conservan prácticamente todo el espacio político representado en la Duma. Ese dato tiene relevancia propia, aun cuando no permita conocer las motivaciones concretas de cada elector.

La paradoja principal de las elecciones de 2026 puede resumirse en dos movimientos simultáneos: aumenta la participación y aumenta la concentración parlamentaria. Más ciudadanos concurren a votar, pero el resultado final produce una Duma todavía más dominada por Rusia Unida.

Tres factores explican esa combinación. El primero es el crecimiento directo del partido gobernante, que pasa de menos del 50% en 2021 a cerca del 58%. El segundo es el retroceso del Partido Comunista, principal fuerza opositora parlamentaria y el tercero es el funcionamiento del sistema electoral mixto, donde la fragmentación de los adversarios permite al partido más grande imponerse en una proporción extraordinariamente alta de las circunscripciones uninominales. Por eso el dato del 58% explica sólo una parte del resultado.

La verdadera consecuencia política aparece al observar la composición de la Duma. Con ese porcentaje de votos, Rusia Unida se encamina a controlar alrededor de tres cuartas partes o más de la Cámara y conservar holgadamente la mayoría de dos tercios. La proyección de 355 de los 450 escaños, que constituiría un récord para el partido.

El sistema político ruso emerge así de las elecciones de 2026 con una característica reforzada: un partido dominante significativamente mayor que cualquiera de sus competidores y un segundo nivel partidario más fragmentado.

Rusia Unida crece electoralmente, amplía su dominio territorial y fortalece su control institucional. El Partido Comunista continúa siendo la segunda fuerza nacional, pero pierde una parte sustancial del terreno ganado cinco años atrás. LDPR y Nueva Gente avanzan, mientras Rusia Justa queda reducida a una posición mucho más frágil.

Todo esto ocurre bajo condiciones extraordinarias. Son las primeras legislativas desde febrero de 2022, se celebraron durante una guerra prolongada, con una economía sometida a sanciones y fuertes exigencias presupuestarias, y con ataques militares y cibernéticos coincidiendo con las jornadas electorales.

El resultado, por eso, representa algo más que la continuidad del esquema político existente antes de la guerra. Los datos disponibles muestran una profundización de la estructura de partido dominante que ya caracterizaba a Rusia, acompañada por una recomposición de las fuerzas que disputan el espacio situado detrás de Rusia Unida.

Queda abierta una cuestión que sólo podrá responderse con el desarrollo del próximo período político. ¿Hasta qué punto esta enorme concentración parlamentaria servirá para preservar el modelo construido durante los últimos años y hasta qué punto la reorganización que se está produciendo por debajo del oficialismo anticipa las disputas políticas, económicas y sociales de la Rusia posterior a la guerra?.

Por ahora, la señal electoral es clara en términos descriptivos: aumentó la participación, aumentó el porcentaje de Rusia Unida y se amplió la distancia que separa al partido gobernante de todos sus competidores parlamentarios. El resultado institucional de las legislativas de 2026 es, en consecuencia, una Duma más concentrada que la surgida de las elecciones de 2021.

E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

20 Marzo 2023 ore 10:55

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

❌