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Mondiali di Calcio 2026, Francia-Senegal: il palo di Jackson, salvataggio fortunoso dei transalpini

16 Giugno 2026 ore 21:58
Il senegalese riceve una palla recuperata a centrocampo e calcia sul primo palo, il pallone colpisce il legno e rimbalza fortuitamente sul tallone di Maignan, battuto, per poi spegnersi sul fondo. "Les Bleus" graziati

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Mondiali di calcio 2026, è arrivato il momento di Mbappé, Messi e Haaland

16 Giugno 2026 ore 20:40
Il fuoriclasse francese debutta nel campionato contro il Senegal. Il campione argentino, alla sua sesta partecipazione iridata, vuole concludere in bellezza una carriera straordinaria. Il norvegese può essere la sorpresa di questa edizione

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G7: Zelensky incassa il sì di Trump sulle licenze dei Patriot e propone un paese terzo per la pace

16 Giugno 2026 ore 19:09
Canada e USA stringono la morsa sul petrolio russo. La Germania ribadisce il sostegno a Kiev per la difesa aerea e l'UE. Nel trilaterale con Macron, il presidente USA apre alla produzione ucraina dei Patriot ma frena sulla vicinanza di un accordo

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Mondiali, Austria-Giordania 3-1: in gol Schmid, Ali Olwan, autogol di Yazan Alarab, rig. Arnautovic

17 Giugno 2026 ore 08:28
Annullato un gol all'Austria. Argentina-Algeria 3-0: tripletta di Messi, che aggancia Klose e diventa il primo a disputare 6 Mondiali a 38 anni. La Francia supera il Senegal 3-1 con una doppietta di Mbappé, mentre la Norvegia travolge l'Iraq 4-1

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Usa, la rivelazione dell’Fbi: sventato un attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

16 Giugno 2026 ore 17:25

Attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.

LEGGI ANCHE: Trump festeggia 80 anni alla Casa Bianca. Le foto della festa, c’è anche Ibra

L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.

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Israele e il sionismo fuori controllo in apparente contrasto con Washington

16 Giugno 2026 ore 16:37

di Luciano Lago

Fra gli avvenimenti più recenti si rende importante per il suo significato l’ultimo bombardamento, in ordine di tempo, effettuato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro il quartiere di Dahiya, nella zona sud di Beirut, intensivamente popolata, fatto che ha causato la morte di civili libanesi con il trito pretesto di smantellare i “centri di comando” di Hezbollah, ma questo non è un episodio isolato. 

Questo episodio rientra in una logica di aggressione sistematica che sfida apertamente i principi più elementari del diritto internazionale umanitario, della sovranità nazionale e della ricerca della pace nella regione.

Tuttavia, quest’ultimo attacco criminale messo in atto da Israele ha evidenziato un paradosso geopolitico fondamentale che scuote le fondamenta dell’analisi antimperialista tradizionale: le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che chiede l’immediata cessazione delle offensive in territorio libanese a causa dell’imminente firma di un memorandum d’intesa con l’Iran, sollevano un interrogativo scomodo ma urgente: chi controlla chi nel rapporto tra l’imperialismo statunitense e lo Stato di Israele?

Per comprendere le dinamiche attuali, dobbiamo smantellare il mito secondo cui Israele sarebbe una semplice pedina o una “portaerei terrestre” per Washington in Asia occidentale. La realtà del XXI secolo ci mostra che il sionismo ha sviluppato un’autonomia relativa talmente colossale da sembrare, a tratti, aver dirottato l’apparato politico e militare dello stesso impero USA.

L’economia politica dei conflitti ci insegna che i “cani della guerra” (il complesso militare-industriale globale, le aziende del settore della difesa e le élite finanziarie che traggono profitto dalla sofferenza umana) beneficiano della perpetuazione della barbarie. La guerra non è un fallimento del sistema; è connaturata al sistema imperiale e ne rappresenta il suo logico core business. 

Per il governo suprematista di Tel Aviv, la pace territoriale rappresenta una minaccia esistenziale al suo progetto di espansione coloniale, mentre lo stato di guerra permanente giustifica il flusso incessante di miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi.

Forze di occupazione israeliane

Israele è diventato il principale motore di questo ciclo di morte, testando tecnologie repressive e armamenti avanzati su popolazioni civili prima di esportarli sul mercato globale. È l’industria degli armamenti a dettare le regole e, in questa equazione, la sovranità di nazioni come il Libano viene considerata un costo collaterale accettabile.

La pubblica condanna di Israele da parte di Trump (che ha definito l’attacco a Beirut “non necessario” e “insignificante” nel contesto dei suoi negoziati con Teheran) rivela una profonda spaccatura all’interno del blocco egemonico. 

Mentre la Casa Bianca cerca di stabilizzare la regione attraverso un patto pragmatico che riapre rotte commerciali strategiche come lo Stretto di Hormuz per salvaguardare gli interessi del capitalismo globale, l’ala più reazionaria del sionismo opera secondo la propria agenda massimalista.

Il fatto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano informato a malapena il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) “poco prima dell’attacco” dimostra il livello di sfrontatezza e indipendenza tattica con cui opera Tel Aviv. 

Israele sa che la lobby sionista interna agli USA (rappresentata da organizzazioni come l’AIPAC) e l’infiltrazione ideologica nelle strutture del Congresso degli Stati Uniti gli garantiscono un’impunità pressoché assoluta. Questa impunità consente a Israele di proseguire nel suo progetto di espansione coloniale a spese di tutti i paesi arabi confinanti come un rullo compressore.

Il governo di Tel Aviv agisce con la certezza che, al di là delle retoriche condanne sui social media, la fornitura di bombe e l’impunità diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite raramente si interrompono. La complicità dei paesi europei e dei membri della Nato è assicurata (salvo eccezioni).

Il sionismo non si è limitato a colonizzare territori in Palestina e ad attaccare il Libano e altri paesi; ha colonizzato i centri decisionali delle potenze occidentali, ha preso il controllo politico dei principali governi europei e con questo è stato in grado di ribaltare il rapporto di subordinazione imperiale.

Dal punto di vista del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, l’aggressione contro il Libano viola palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e costituisce un crimine di aggressione. 

Libano Fuga civili

La popolazione civile libanese deve subire l’aggressione e viene tenuta in ostaggio dalle contraddizioni interne tra gli amministratori dell’impero americano e gli esecutori del progetto sionista.

Nessun accordo di pace durerà se si basa unicamente sulla logica della divisione delle sfere d’influenza o dell’apertura di rotte commerciali per le multinazionali. La vera pace (con la P maiuscola) nascerà solo quando l’espansionismo e il militarismo israeliano incontrollato sarà arginato e sarà riconosciuto il diritto inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, liberi dall’oppressione straniera e dalla costante minaccia di bombardamenti asimmetrici.

I freni che l’amministrazione statunitense sta cercando di imporre oggi alle ambizioni di Tel Aviv non derivano dalla compassione per le vittime di Beirut, bensì da calcoli geopolitici e dalla necessità di preservare la propria egemonia, ormai in declino. 

Spetta ai popoli del mondo e alla giurisprudenza internazionale multipolare smantellare questo meccanismo criminale, denunciando che il sionismo, lungi dall’essere un satellite passivo, è diventato un protagonista centrale e sfrenato dell’imperialismo contemporaneo. In questo quadro si può capire quanto sia fondamentale il ruolo che svolge la resistenza, Hezbollah in particolare, nel rendere la vita difficile agli occupanti e nel frenare i piani espansionistici del sionismo.


Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

16 Giugno 2026 ore 14:16

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

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Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo)

16 Giugno 2026 ore 13:37

Non è bastato l’imbarazzo durante la finale del Mondiale per Club, a giugno, tra Chelsea e Psg al MetLife Stadium di East Rutherford. Il prossimo 19 luglio, sempre al Metlife Stadium, potrebbe essere ancora Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo (questa volta per nazionali) al capitano della squadra vincitrice. Secondo Talksport, il presidente degli Usa avrebbe avuto l’ok per prendere parte alla cerimonia, come appunto già successo l’estate scorsa in occasione del Mondiale per Club, ma in questo caso potrebbe anche spingersi oltre e consegnare solo lui il trofeo, infrangendo il protocollo ufficiale. Alla cerimonia saranno invitati anche i presidenti di Messico e Canada, gli altri due Paesi organizzatori.

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Il protocollo FIFA prevede infatti solitamente che il trofeo presente su un piedistallo venga portato sul podio per la cerimonia di premiazione da un esponente della squadra vincitrice. Questa volta, secondo Talksport, la FIFA lascerà a Trump la decisione se rimanere con la squadra durante la cerimonia o se restare con altri dirigenti.

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Fonti interne alla Casa Bianca ritengono che Trump sceglierà ancora una volta di festeggiare con la squadra vincitrice, come già fatto con il Chelsea, mettendo in imbarazzo sia Reece James che Cole Palmer, protagonista di quella finale. In quella circostanza Palmer aveva infatti chiesto al capitano James “cosa facesse Trump sul palco con loro”. Il trequartista del Chelsea era stato decisivo con una doppietta, ma durante l’alzata della coppa era stato oscurato dal presidente Usa, che si era piazzato proprio davanti a lui. Trump non ha assistito alla partita d’esordio della nazionale statunitense contro il Paraguay per un impegno già programmato prima, ma sarà presente alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium il 19 luglio e già prima potrebbe assistere ad altre partite della Coppa del Mondo.

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Il Mondiale delle furbate: si comincia sempre in ritardo, ci si ferma per gli spot e si finisce dopo cento minuti

16 Giugno 2026 ore 13:13

I treni, una volta (non sempre e sicuramente quasi mai nell’era-Salvini), arrivavano in orario. Oggi, altra certezza, le partite del mondiale della santa trinità UsaCanadaMessico non rispettano la legge dell’orologio. Il calcio d’inizio è ad minchiam, come avrebbe detto il professor Scoglio. Secondo il sito della Bbc, nessuna gara ha rispettato l’ora stabilita tra le prime otto andate in scena: il ritardo medio è di tre minuti. Il match inaugurale MessicoSudafrica è cominciato con 6’ di attesa, a ruota Qatar-Svizzera con 4’ e 53 secondi. Gli unici che hanno registrato un “posticipo” inferiore a un minuto sono stati AustraliaTurchia (40 secondi) e Corea del SudRepubblica Ceca (51 secondi): magari i treni di Salvini avessero questa puntualità.

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La causa principale di questa attesa è legata ai laboriosi cerimoniali. Una delle novità del protocollo riguarda l’esecuzione degli inni nazionali, con l’intera squadra schierata a petto in fuori. Il rompete le righe comporta il ripiegamento di quindici giocatori in panchina, trenta se consideriamo le due formazioni: grande confusione sotto il cielo, talvolta anche sotto il tetto che ricopre gli stadi. Questo ritardo si aggiunge alle due pause di metà tempo per consentire ai giocatori di “rinfrescarsi”. Sono bastate le prime due giornate per capire che, dietro al “cooling break” (ribatezzati come “hydration break”), si nasconde in realtà un bieco interesse commerciale.

I due pit stop sono stati venduti agli inserzionisti pubblicitari a peso d’oro. Con una furbata nella furbata: se milioni di telespettatori approfittano spesso dell’intervallo tra i due tempi per fare mille cose – chi mangia, chi si fa la doccia, chi porta il cane a fare pipì, chi smanetta sul telefonino – perché c’è uno scadenzario più o meno consolidato, la pausa per rinfrescarsi inchioda chi sta seduto sul divano di fronte alla tv. Nessuno rischia di abbandonare la postazione, nel timore di una repentina ripresa del gioco che potrebbe regalare un gol o comunque un’emozione. Anche i recuperi viaggiano su distanze sempre più dilatate: le partite durano ormai oltre cento minuti.

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Il calcio dei quattro tempi è uno dei regali del mondo Maga, ispirato dal trumpismo e benedetto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che, per non negarsi nulla, ha voluto fare anche lo spiritoso sul conto dell’Italia. Poche ore prima, era uscito sulla Gazzetta dello Sport il suo editoriale di apertura del mondiale: invece di ringraziare la “rosea”, che gli ha concesso ossigeno dopo giorni di critiche internazionali, ha pensato bene di ironizzare sugli azzurri, fuori dal mondiale per la terza volta di fila. Vatti a fidare dei potenti e degli amici (finti).

Ma Infantino è questo: un pifferaio magico (un po’ Maga e un po’ Magò, per intenderci). Ha invitato negli Stati Uniti due leggende come Roberto Baggio e Gianni Rivera. Passi il primo, ma il secondo, che in gioventù si mise contro i cosiddetti poteri forti del calcio e in età matura fu acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, perché si è concesso a Infantino? Il ricordo di Italia-Germania 4-3 allo stadio Azteca di Città del Messico non meritava di finire in pasto al presidente della Fifa. Non lo meritava soprattutto il gol di Rivera, quello che decise la sfida. Infantino, quel 17 giugno 1970, aveva appena 3 mesi e 25 giorni: che può saperne lui della partita del secolo?

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Fregata russa spara colpi di avvertimento contro yacht civile nella Manica

16 Giugno 2026 ore 18:22
Incontro al G7: Trump-Zelensky-Macron, leader compatti su sostegno a Kiev e pressione su Mosca. Trump: "Russia deve arrivare a un accordo". Droni ucraini su siti petroliferi a Mosca e Krasnodar. Attacco russo nel Kherson: una vittima

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Mondiali 2026, Belgio - Egitto: 1-1. La sintesi della partita

15 Giugno 2026 ore 23:30
Partita combattuta a Seattle: l’Egitto sogna l’impresa con Ashour su assist di Salah, ma nella ripresa il Belgio reagisce e trova il pari grazie all’autogol di Hany, provocato da Lukaku appena entrato in campo

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