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Usa-Iran, da Hormuz al nucleare: ecco i 14 punti dell’intesa che dovrà congelare la guerra

17 Giugno 2026 ore 11:48

Da Hormuz al nucleare, la roadmap che congela la guerra tra Usa e Iran

Stati Uniti e Iran mettono in pausa il confronto militare e aprono una finestra negoziale di 60 giorni. L’accordo, raggiunto il 15 giugno e celebrato da Donald Trump alla Casa Bianca, si fonda su un articolato piano in 14 punti che Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, sarebbero riuscite a definire dopo settimane di contatti complessi e trattative riservate.

Le diverse versioni del testo circolate nelle ultime ore condividono alcuni pilastri fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz, un allentamento del regime sanzionatorio nei confronti della Repubblica islamica e l’avvio di un confronto più ampio sul programma nucleare iraniano

A fornire il quadro più dettagliato dell’intesa è stata l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr. Secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, il memorandum tra Iran e Stati Uniti si articolerebbe in 14 punti e partirebbe dalla “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”. Il documento prevederebbe inoltre l’impegno americano a non intromettersi nelle questioni interne della Repubblica islamica e a riconoscerne pienamente sovranità e integrità territoriale.

Stop alle ostilità

Il primo capitolo dell’accordo sancirebbe la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso quello libanese. Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati si impegnerebbero a non avviare nuove azioni ostili, a non minacciarsi reciprocamente e a rinunciare all’uso della forza.

Garanzie sulla sovranità

Il secondo punto riguarderebbe il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale. Le due parti si impegnerebbero inoltre a non intervenire negli affari interni dell’altra. Per Teheran si tratta di una clausola particolarmente rilevante, alla luce dei mesi di tensione e delle pressioni militari subite.

Sessanta giorni per trovare l’accordo

Il memorandum aprirebbe poi una fase negoziale della durata di 60 giorni, prorogabile con il consenso di entrambe le parti. L’intesa avrebbe dunque carattere transitorio: congelare il conflitto per creare le condizioni politiche necessarie a un accordo più ampio e strutturato.

Via al superamento del blocco navale

Tra gli impegni previsti figurerebbe anche la progressiva rimozione del blocco navale. Gli Stati Uniti dovrebbero avviare il processo subito dopo la firma del memorandum, con il ritorno alla piena operatività della navigazione entro 30 giorni. Nella bozza compare anche il ritiro delle forze americane dall’area del Golfo Persico entro un mese dalla firma dell’accordo definitivo.

Riapertura di Hormuz

Sul fronte iraniano, il quinto punto prevederebbe il ripristino del traffico commerciale tra il Golfo Persico e il Mare dell’Oman attraverso lo Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe riportare i flussi ai livelli precedenti al conflitto entro 30 giorni, compatibilmente con le operazioni necessarie per eliminare eventuali ostacoli e ordigni presenti nell’area.

Un piano da 300 miliardi di dollari

La bozza includerebbe anche un vasto programma di ricostruzione e rilancio economico dell’Iran. Secondo il testo, Stati Uniti e partner regionali metterebbero a disposizione almeno 300 miliardi di dollari, mentre modalità e tempi di attuazione verrebbero definiti nell’accordo finale.

Alleggerimento delle sanzioni

Uno dei passaggi più delicati riguarda il graduale smantellamento delle sanzioni che gravano sull’economia iraniana. Il documento farebbe riferimento sia alle misure approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e dagli organismi dell’Aiea, sia alle sanzioni unilaterali statunitensi. La revoca avverrebbe secondo un calendario da definire durante i negoziati conclusivi.

Il capitolo nucleare

L’ottavo punto affronta il dossier più sensibile. L’Iran riaffermerebbe l’impegno a non sviluppare armi nucleari, in linea con il Trattato di non proliferazione. Contestualmente, Washington e Teheran discuterebbero del futuro delle attività di arricchimento dell’uranio, delle scorte esistenti e degli altri aspetti legati al programma atomico iraniano.

Congelamento dello status quo

Durante la fase negoziale, entrambe le parti dovrebbero mantenere l’attuale situazione. Teheran non modificherebbe il proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnerebbero a non introdurre nuove sanzioni né ad aumentare la propria presenza militare nella regione.

Deroghe per petrolio e petrolchimica

La bozza prevede inoltre deroghe immediate da parte del Dipartimento del Tesoro americano per consentire l’esportazione di greggio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani. Le autorizzazioni riguarderebbero anche servizi collegati come assicurazioni, trasporti e transazioni bancarie e resterebbero valide fino alla completa eliminazione delle sanzioni.

Sblocco degli asset congelati

Un altro capitolo centrale riguarda la liberazione dei fondi iraniani bloccati all’estero. Le cifre restano controverse. Bloomberg riferisce che la versione visionata non indica alcun importo specifico; Reuters parla di 25 miliardi di dollari, mentre Mehr quantifica in 24 miliardi le risorse da rendere disponibili durante i 60 giorni di trattativa. Secondo la ricostruzione iraniana, metà della somma dovrebbe essere trasferita prima dell’avvio dei colloqui finali.

Verifiche sull’attuazione

Per garantire il rispetto degli impegni verrebbe istituito un meccanismo di monitoraggio incaricato di verificare l’applicazione dell’accordo definitivo e prevenire future contestazioni tra le parti.

Le condizioni per il negoziato finale

I colloqui conclusivi scatterebbero soltanto dopo l’attuazione delle prime misure previste dal memorandum: allentamento del blocco navale, riapertura di Hormuz, concessione delle deroghe petrolifere e sblocco parziale dei fondi congelati. Secondo Mehr, il tavolo finale non potrebbe aprirsi finché non sarà stata liberata almeno metà delle risorse iraniane bloccate e sospese le principali sanzioni sul petrolio.

Il passaggio all’Onu

L’ultimo punto prevede che l’intesa definitiva venga recepita attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Teheran rappresenterebbe una tutela politica e giuridica fondamentale contro il rischio di un futuro ritiro unilaterale dall’accordo.

Resta tuttavia aperta una questione decisiva: l’estensione del negoziato. Secondo Mehr, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione resterebbero fuori dal perimetro delle trattative. Un aspetto destinato ad alimentare le critiche dei settori più ostili all’Iran negli Stati Uniti, contrari a concessioni considerate eccessive sul fronte delle sanzioni, degli asset congelati e delle garanzie di non aggressione.

Finora la Casa Bianca ha evitato di entrare nei dettagli dell’intesa, limitandosi a indicare come obiettivi prioritari la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un percorso negoziale più ampio tra Washington e Teheran.

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Tom Nichols afferma che gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi nel conflitto con l’Iran.

17 Giugno 2026 ore 07:13

Tom Nichols, editorialista del The Atlantic, sostiene che gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi nella guerra contro l’Iran, lasciando Teheran al potere, preservando le forze missilistiche e aggiungendo incertezza all’accordo di pace.

Gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati in Iran e, in tempi record, hanno ceduto terreno a un avversario che, pur non essendo militarmente il più forte, rimane estremamente pericoloso. Questa è la tesi sostenuta dal politologo e editorialista di The Atlantic, Tom Nichols.

Secondo Nichols, il risultato ottenuto da Washington potrebbe essere peggiore del non ottenere nulla.

L’editorialista sostiene che l’America sia uscita indebolita dal conflitto in Medio Oriente. Washington aveva esaurito ingenti scorte di armi, mentre i cittadini americani comuni stavano già subendo le conseguenze della guerra, ad esempio presso le stazioni di servizio, dove i prezzi del carburante erano aumentati vertiginosamente.

Nichols ha sottolineato che l’obiettivo principale degli Stati Uniti non è mai stato raggiunto: non c’è stato alcun cambio di potere in Iran. Sebbene Teheran abbia subito gravi danni, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha mantenuto il controllo del Paese. Ciò significa che, anche in presenza di un accordo di pace, il rischio di un nuovo blocco dello Stretto di Hormuz non è scomparso.

Secondo la valutazione del politologo, l’Iran ha anche preservato il suo arsenale di missili e droni e continuerà a sostenere le forze ad esso collegate in Iraq e Siria. Teheran dovrebbe inoltre beneficiare di un allentamento delle sanzioni e dell’accesso ai beni esteri sbloccati.

I dettagli ufficiali dell’accordo di pace non sono ancora stati confermati. Nichols ha tuttavia osservato che l’Iran potrebbe ricevere circa 12 miliardi di dollari in anticipo, altri 12 miliardi entro due mesi e 300 miliardi per la ricostruzione. Ritiene che, sebbene Washington insista sul fatto che questi pagamenti saranno vincolati al rispetto degli accordi, tale approccio non faccia altro che aumentare l’incertezza.

Nichols ha inoltre sottolineato che il presidente statunitense Donald Trump sta cercando di presentare l’accordo con l’Iran come una sua vittoria, affermando di aver impedito all’Iran di sviluppare armi nucleari. L’autore ha definito tale posizione insostenibile, ricordando che Teheran si era già impegnata a non costruire un arsenale nucleare nell’ambito del Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) di dieci anni prima, e che all’inizio della guerra in corso era ancora ben lontana dal possedere una bomba atomica.

Fonte. Militar Affairs

Traduzione: Luciano Lago

Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale

17 Giugno 2026 ore 06:55

Nel giro di 24 ore la Svizzera e gli Stati Uniti hanno chiarito una verità che in molti preferivano ignorare: l’intelligenza artificiale è materia di Stato. L’accesso ai suoi sistemi più avanzati obbedisce alle logiche di chi comanda — la politica — molto più che al potere dei miliardi. Due diversi episodi, letti insieme, chiudono la stagione dei modelli di AI intesi come beni neutri e globali, a disposizione di chiunque abbia i soldi per permetterseli. Se mai qualcuno ci ha creduto.

Il primo verdetto arriva dal Tribunale commerciale di Zurigo. Palantir, colosso della sorveglianza e dell’analisi dati fondato dal tecno-oligarca numero uno d’America, Peter Thiel — e noto per i suoi contratti con Pentagono, Cia, Fbi, Nsa e Ice – voleva costringere Republik, testata svizzera di giornalismo investigativo, a pubblicare una sfilza di rettifiche dopo una serie di articoli critici. I giornalisti avevano ricostruito, carte alla mano, anni di sistematici rifiuti da parte delle autorità della Confederazione Elvetica ai prodotti della società di Thiel.

Ebbene, hanno vinto i giornalisti. I giudici hanno respinto 22 richieste di replica su 23, condannando Palantir a pagare il 95% delle spese processuali e a rimborsare i legali della testata. L’operazione di forza pensata per blindare l’immagine del gruppo di Thiel ha ottenuto l’effetto opposto, certificando un movimento di diffidenza – anzi: di rigetto – che attraversa l’Europa: dal ministero della Difesa tedesco alla sanità pubblica britannica, fino al Policlinico Gemelli a Roma, le amministrazioni europee iniziano a dire no alla sorveglianza “stile Usa”, nel tentativo di proteggere l’integrità delle proprie infrastrutture pubbliche da progetti di controllo tecnocratico.

Il secondo verdetto, speculare, arriva da Washington. Con una direttiva d’urgenza sul controllo delle esportazioni, l’amministrazione Trump ha vietato ad Anthropic di Dario Amodei di fornire i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri, dentro e fuori i confini statunitensi. La motivazione è la solita: sicurezza nazionale. Privi di uno strumento tecnico in grado di filtrare la nazionalità degli utenti in tempo reale, all’azienda è rimasta una sola strada: attivare il kill switch su scala globale, interrompendo immediatamente il chatbot oltre i confini Usa. Chiunque in Europa usi Claude di Anthropic si ritrova davanti a un avviso: “Claude Fable 5 al momento non è disponibile”.

Centri di ricerca, imprese e ospedali europei che avevano integrato quei modelli nei propri processi operativi si sono ritrovati al buio da un minuto all’altro, scoprendo quanto costi appaltare la continuità del proprio lavoro a qualcuno oltreoceano.

C’è un legame tra il rifiuto svizzero e la censura americana? Sì, ovvio. Berna ha respinto Palantir perché aveva previsto con esattezza lo scenario che si è poi materializzato con Anthropic: chi ha i server, i codici e gli algoritmi detiene anche il potere di staccare la spina. L’oscuramento deciso da Washington conferma la fondatezza di quegli scenari vagamente distopici. Gli Stati Uniti ricordano all’Europa che l’intelligenza artificiale non è un servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale, convertibile in strumento di pressione economica e geopolitica, adesso e in tutte le crisi che verranno.

Mentre la Cina si muove da superpotenza con le idee chiare, investendo massicciamente in una propria autonomia in grado di sfidare e sorpassare l’America sul fronte AI, l’Unione Europea continua a balbettare subendo le decisioni altrui, sempre di rimessa, mai all’attacco. Finora Bruxelles ha giocato la partita sul terreno delle norme, partorendo l’AI Act nella convinzione che fissare codici etici e burocratici basti a governare i mercati. Niente di più sbagliato.

Fino a quando l’Ue – e le aziende che vi lavorano – non sceglierà di essere produttore oltre che cliente, investendo in infrastrutture di calcolo e sistemi propri, la “sovranità digitale” resterà solo uno slogan, quelli da nazioni subalterne. Con le idee eleganti non si va da nessuna parte.

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Argentina - Algeria 3-0: la sintesi della partita

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Netta vittoria dell'Argentina sull'Algeria. Protagonisti Lionel Messi, Lautaro Martínez e Ángel Di María, autori di una prestazione dominante che garantisce tre punti fondamentali alla selezione sudamericana

© RaiNews

Iraq-Norvegia 1-4, la sintesi della partita

17 Giugno 2026 ore 05:50
La Norvegia travolge l'Iraq per 4-1 nel segno di Erling Haaland: al suo esordio assoluto in un Mondiale, l'attaccante timbra subito una doppietta letale, intervallata dal momentaneo pareggio di Hussein

© RaiNews

Petroliere iraniane varcano zona di blocco. Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

17 Giugno 2026 ore 11:53
Al Arabiya English pubblica il memorandum in 14 punti. Teheran potrebbe esportare petrolio dopo la firma, ricevendo 300 miliardi di dollari dagli Usa. Il Papa: "Soddisfazione per l'accordo". Israele, polizia usa granate stordenti sugli Haredi

© RaiNews

Mondiali 2026, Francia-Senegal: la doppietta di Mbappe per il tris dei transalpini. Il video

16 Giugno 2026 ore 23:07
Pregevole azione personale di Mbappè che, da fuori area, mette palla all'incrocio e chiude la partita al 6' di recupero, appena un minuto dopo aver subito il gol della squadra africana, chiude la partita sul 3-1

© RaiNews

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