La legge del più forte. Quando lo Stato è il problema (sempre!)
L’azione strategica compiuta dalle forze statunitensi a Caracas, con il conseguente allontanamento del presidente del Venezuela e l’annunciata supervisione sulla politica e l’economia del paese nella fase di transizione, fino all’insediamento di un governo meno insensibile alle preoccupazioni USA (il tono è volutamente mantenuto più neutro possibile), ha monopolizzato dibattiti e discussioni sulla quasi totalità degli organi di informazione in queste settimane.
Come abitualmente accade in questi casi, si è evitato di approfondire gli aspetti più controversi della questione, limitandosi a un’analisi superficiale e strumentalmente funzionale agli obiettivi di marketing che sempre più l’informazione assume come unico standard della propria attività di scelta, esame e diffusione delle notizie.
L’estrema polarizzazione in due campi contrapposti che si limitano a lanciarsi vicendevolmente invettive, senza minimamente entrare nel merito della questione, risponde a questa logica di ricerca, accaparramento e crescita del consenso, che poco o niente ha a che fare con l’argomento trattato, ma che si riduce immancabilmente al piegare ogni fatto, per quanto globale e significativo, a esigenze locali e contingenti.
Ecco allora come, a seconda dello schieramento di appartenenza, “l’azione strategica” di cui sopra diventi o un’intollerabile aggressione che minaccia il diritto di autodeterminazione di uno stato sovrano, mettendo a repentaglio la sicurezza mondiale e infrangendo le più elementari regole del diritto internazionale, oppure un’iniziativa legittima di difesa nei confronti di un regime dittatoriale e criminale e contemporaneamente un decisivo passo avanti nella diffusione della democrazia nel mondo.
Pur senza voler entrare in questo tipo di discussione, non si può non far presente come la politica estera statunitense, ispirata dalla “dottrina Monroe”, dal “corollario Roosevelt” e dal “Manifest destiny”, sia sempre stata orientata verso l’egemonia sul continente americano e abbia sempre considerato propria prerogativa il diritto di interferire, spesso anche militarmente, con i governi dei paesi ritenuti strategici per gli interessi della propria economia. Nel corso della storia questa inclinazione si è manifestata con l’annessione diretta di territori (Messico, Porto Rico, Hawaii), con la creazione di stati fantoccio (Panama), con ingerenze per contrastare governi non graditi (Nicaragua, Guatemala, Cuba, Repubblica Dominicana), con il supporto dato a colpi di stato (Brasile, Uruguay, Bolivia, Cile). Forse per la prima volta nella storia un presidente USA ha ammesso candidamente, senza usare nessun tipo di diplomazia o schermatura ideologica, che il Venezuela è stato invaso per i suoi giacimenti petroliferi, con buona pace di chi, nel resto del mondo, si adopera nel trovare motivazioni più nobili ed elevate: non tutti i paesi sono degni di ricevere la democrazia, è utile esportarla solo là dove conviene!
Da una certa prospettiva appaiono figlie della stessa impostazione le analisi di chi sottolinea le future conseguenze di questa vicenda dal punto di vista degli equilibri geopolitici mondiali e di coloro che evidenziano la crisi drammatica del diritto internazionale e la necessità di ripristinare regole certe, che non consentano il ripetersi di “incidenti” del genere. I primi immaginano il mondo come una sorta di Risiko in cui le grandi potenze rivaleggiano per conquistare sempre maggiori zone di influenza, col rischio di scatenare conflitti mondiali distruttivi, ma anche con la possibilità di arrivare ad un equilibrio che permetta una sorta di stabilità più o meno sicura e duratura: una riformulazione della vecchia formula della pace e deterrenza armata dei tempi della guerra fredda, con buona pace di Groenlandia, Messico, Cuba, Colombia, Ucraina, Iran, Palestina, Taiwan ecc. I secondi auspicano un diritto internazionale certo e rispettato da tutte le nazioni, ma nel fare questo non solo dimenticano, per esempio, l’assoluta inutilità e inconsistenza delle numerose sanzioni comminate dall’ONU e teoricamente ancora in vigore, ma tralasciano anche una nozione elementare: per essere applicabile un ordinamento ha necessità di una capacità sanzionatoria, o per dirla con Weber di un ente che “possieda il monopolio della forza legittima”, sia cioè in grado di imporre la propria volontà. In questa prospettiva solo la creazione di un “super-stato” con un proprio esercito potrebbe garantire le condizioni necessarie all’esistenza di un diritto, a questo punto non più internazionale, cogente e applicabile. Possiamo definire entrambi i punti di vista “statocentrici”, nel senso che non sanno immaginare nessun tipo di politica o iniziativa globale che possa prescindere dall’idea di nazione e si affidano, nel cercare soluzioni alla crisi che stiamo vivendo, a quelle stesse entità che l’hanno causata e che in un certo qual modo prosperano grazie ad essa. Da sempre apparato burocratico e autoritario-poliziesco sono funzionali alla difesa e agli interessi della classe dominante; nel contempo lo stato ha progressivamente e inesorabilmente rinunciato a quelle funzioni di parziale, e apparente, riequilibratore nella distribuzione delle ricchezze e fornitore universale di servizi ritenuti essenziali: sanità, assistenza e istruzione. La cessione di queste prerogative al settore privato ha, tra le altre conseguenze, definitivamente trasformato i governi in giganteschi enti appaltatori che usano i soldi della collettività, quindi pubblici, per finanziare società private su cui non hanno nessun controllo. Anzi tali società impongono ai governi agenda, condotta, politiche e direzione di marcia, lasciando all’apparato statale i compiti di garantire la sicurezza interna, intesa come repressione contro movimenti potenzialmente destabilizzanti, o comunque critici e non allineati, e di fornire un gigantesco supporto propagandistico, occupando tutte le possibili fonti di informazione, cercando di non far emergere o presentare come faziose, puerili e pericolose le visioni alternative. La realtà non può essere diversa da quella che è, ogni tentativo di trasformarla e renderla più a misura d’uomo non solo è destinata a fallire, ma è un atto contro natura. In questa prospettiva la guerra, le politiche belliciste, il riarmo incondizionato, il sempre crescente dirottamento del flusso di risorse verso il settore militare sono aspetti indissolubilmente legati alla logica di predominio, prepotenza e aggressione incondizionata secondo la quale individui, gruppi, collettività e popoli (quest’ultimo termine inteso nel senso più generico possibile e non legato all’idea di nazione) sono all’occorrenza solo e soltanto consumatori, carne da cannone o serbatoio di manodopera a basso costo, sacrificabili alle esigenze del “progresso”.
Continuare a ragionare in termini di stato, nazione, confini, razze, eserciti, guerre invece che di individui, gruppi, collettività, popoli, umanità, non contrastare le politiche di aggressione economiche e militari delle nazioni, restare indifferenti alle insopportabili disuguaglianze, alle condizioni drammatiche in cui versa la maggioranza della popolazione mondiale, all’emergenza ambientale, conseguenze del neoliberismo e di una condotta ispirata esclusivamente dalla logica del profitto, è ormai improponibile.
È oggi più che mai necessario e indispensabile proporre un modello alternativo di sviluppo e di esistenza basato su presupposti che mettano in primo piano il benessere e lo sviluppo degli individui e delle comunità, la cooperazione e il mutuo appoggio, la sostenibilità e il rispetto delle diversità, a partire dai bisogni autentici e dalle volontà delle persone che, autonomamente e senza autorità, possano essere libere di decidere il proprio destino e concorrere in prima persona a realizzarlo.
È oggi altrettanto necessario e indispensabile un approccio anarchico, per la realizzazione di un’umanità proiettata al superamento delle logiche e delle dinamiche che stanno conducendo tutti noi verso l’annientamento e la distruzione; un approccio anarchico che sappia affrontare le sfide che la contemporaneità sta incessantemente lanciando e che sia in grado di elaborare strategie, senza rinunciare ai propri presupposti, per provare a vincerle. Continuare a sviluppare un pensiero critico anche elaborato senza che questo si distacchi dalla realtà concreta; saper contrapporre una controinformazione efficace in un mondo dominato dal pensiero unico, standardizzato e banalizzato; provare ad avvicinare sempre più individui alla prospettiva anarchica, in tutti gli ambiti, attraverso l’esempio; riappropriarsi di spazi pubblici autogestiti; contrastare ogni forma di autorità e gerarchia ovunque si manifesti; mantenere un’indole ribelle e sviluppare una visione globale che, partendo dalle realtà locali, sappia porsi come argine ai drammi mondiali che stiamo vivendo, rimangono alcuni dei presupposti indispensabili per un pensiero e una condotta anarchica che non voglia limitarsi ad essere una sterile testimonianza, una scelta di non complicità o un’utopia lontana, ma si ponga l’obiettivo reale di costruire un’alternativa possibile e non temporalmente indefinita.
Alessandro Fini
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