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La legge del più forte. Quando lo Stato è il problema (sempre!)

20 Gennaio 2026 ore 21:00

L’azione strategica compiuta dalle forze statunitensi a Caracas, con il conseguente allontanamento del presidente del Venezuela e l’annunciata supervisione sulla politica e l’economia del paese nella fase di transizione, fino all’insediamento di un governo meno insensibile alle preoccupazioni USA (il tono è volutamente mantenuto più neutro possibile), ha monopolizzato dibattiti e discussioni sulla quasi totalità degli organi di informazione in queste settimane.

Come abitualmente accade in questi casi, si è evitato di approfondire gli aspetti più controversi della questione, limitandosi a un’analisi superficiale e strumentalmente funzionale agli obiettivi di marketing che sempre più l’informazione assume come unico standard della propria attività di scelta, esame e diffusione delle notizie.

L’estrema polarizzazione in due campi contrapposti che si limitano a lanciarsi vicendevolmente invettive, senza minimamente entrare nel merito della questione, risponde a questa logica di ricerca, accaparramento e crescita del consenso, che poco o niente ha a che fare con l’argomento trattato, ma che si riduce immancabilmente al piegare ogni fatto, per quanto globale e significativo, a esigenze locali e contingenti.

Ecco allora come, a seconda dello schieramento di appartenenza, “l’azione strategica” di cui sopra diventi o un’intollerabile aggressione che minaccia il diritto di autodeterminazione di uno stato sovrano, mettendo a repentaglio la sicurezza mondiale e infrangendo le più elementari regole del diritto internazionale, oppure un’iniziativa legittima di difesa nei confronti di un regime dittatoriale e criminale e contemporaneamente un decisivo passo avanti nella diffusione della democrazia nel mondo.

Pur senza voler entrare in questo tipo di discussione, non si può non far presente come la politica estera statunitense, ispirata dalla “dottrina Monroe”, dal “corollario Roosevelt” e dal “Manifest destiny”, sia sempre stata orientata verso l’egemonia sul continente americano e abbia sempre considerato propria prerogativa il diritto di interferire, spesso anche militarmente, con i governi dei paesi ritenuti strategici per gli interessi della propria economia. Nel corso della storia questa inclinazione si è manifestata con l’annessione diretta di territori (Messico, Porto Rico, Hawaii), con la creazione di stati fantoccio (Panama), con ingerenze per contrastare governi non graditi (Nicaragua, Guatemala, Cuba, Repubblica Dominicana), con il supporto dato a colpi di stato (Brasile, Uruguay, Bolivia, Cile). Forse per la prima volta nella storia un presidente USA ha ammesso candidamente, senza usare nessun tipo di diplomazia o schermatura ideologica, che il Venezuela è stato invaso per i suoi giacimenti petroliferi, con buona pace di chi, nel resto del mondo, si adopera nel trovare motivazioni più nobili ed elevate: non tutti i paesi sono degni di ricevere la democrazia, è utile esportarla solo là dove conviene!

Da una certa prospettiva appaiono figlie della stessa impostazione le analisi di chi sottolinea le future conseguenze di questa vicenda dal punto di vista degli equilibri geopolitici mondiali e di coloro che evidenziano la crisi drammatica del diritto internazionale e la necessità di ripristinare regole certe, che non consentano il ripetersi di “incidenti” del genere. I primi immaginano il mondo come una sorta di Risiko in cui le grandi potenze rivaleggiano per conquistare sempre maggiori zone di influenza, col rischio di scatenare conflitti mondiali distruttivi, ma anche con la possibilità di arrivare ad un equilibrio che permetta una sorta di stabilità più o meno sicura e duratura: una riformulazione della vecchia formula della pace e deterrenza armata dei tempi della guerra fredda, con buona pace di Groenlandia, Messico, Cuba, Colombia, Ucraina, Iran, Palestina, Taiwan ecc. I secondi auspicano un diritto internazionale certo e rispettato da tutte le nazioni, ma nel fare questo non solo dimenticano, per esempio, l’assoluta inutilità e inconsistenza delle numerose sanzioni comminate dall’ONU e teoricamente ancora in vigore, ma tralasciano anche una nozione elementare: per essere applicabile un ordinamento ha necessità di una capacità sanzionatoria, o per dirla con Weber di un ente che “possieda il monopolio della forza legittima”, sia cioè in grado di imporre la propria volontà. In questa prospettiva solo la creazione di un “super-stato” con un proprio esercito potrebbe garantire le condizioni necessarie all’esistenza di un diritto, a questo punto non più internazionale, cogente e applicabile. Possiamo definire entrambi i punti di vista “statocentrici”, nel senso che non sanno immaginare nessun tipo di politica o iniziativa globale che possa prescindere dall’idea di nazione e si affidano, nel cercare soluzioni alla crisi che stiamo vivendo, a quelle stesse entità che l’hanno causata e che in un certo qual modo prosperano grazie ad essa. Da sempre apparato burocratico e autoritario-poliziesco sono funzionali alla difesa e agli interessi della classe dominante; nel contempo lo stato ha progressivamente e inesorabilmente rinunciato a quelle funzioni di parziale, e apparente, riequilibratore nella distribuzione delle ricchezze e fornitore universale di servizi ritenuti essenziali: sanità, assistenza e istruzione. La cessione di queste prerogative al settore privato ha, tra le altre conseguenze, definitivamente trasformato i governi in giganteschi enti appaltatori che usano i soldi della collettività, quindi pubblici, per finanziare società private su cui non hanno nessun controllo. Anzi tali società impongono ai governi agenda, condotta, politiche e direzione di marcia, lasciando all’apparato statale i compiti di garantire la sicurezza interna, intesa come repressione contro movimenti potenzialmente destabilizzanti, o comunque critici e non allineati, e di fornire un gigantesco supporto propagandistico, occupando tutte le possibili fonti di informazione, cercando di non far emergere o presentare come faziose, puerili e pericolose le visioni alternative. La realtà non può essere diversa da quella che è, ogni tentativo di trasformarla e renderla più a misura d’uomo non solo è destinata a fallire, ma è un atto contro natura. In questa prospettiva la guerra, le politiche belliciste, il riarmo incondizionato, il sempre crescente dirottamento del flusso di risorse verso il settore militare sono aspetti indissolubilmente legati alla logica di predominio, prepotenza e aggressione incondizionata secondo la quale individui, gruppi, collettività e popoli (quest’ultimo termine inteso nel senso più generico possibile e non legato all’idea di nazione) sono all’occorrenza solo e soltanto consumatori, carne da cannone o serbatoio di manodopera a basso costo, sacrificabili alle esigenze del “progresso”.

Continuare a ragionare in termini di stato, nazione, confini, razze, eserciti, guerre invece che di individui, gruppi, collettività, popoli, umanità, non contrastare le politiche di aggressione economiche e militari delle nazioni, restare indifferenti alle insopportabili disuguaglianze, alle condizioni drammatiche in cui versa la maggioranza della popolazione mondiale, all’emergenza ambientale, conseguenze del neoliberismo e di una condotta ispirata esclusivamente dalla logica del profitto, è ormai improponibile.

È oggi più che mai necessario e indispensabile proporre un modello alternativo di sviluppo e di esistenza basato su presupposti che mettano in primo piano il benessere e lo sviluppo degli individui e delle comunità, la cooperazione e il mutuo appoggio, la sostenibilità e il rispetto delle diversità, a partire dai bisogni autentici e dalle volontà delle persone che, autonomamente e senza autorità, possano essere libere di decidere il proprio destino e concorrere in prima persona a realizzarlo.

È oggi altrettanto necessario e indispensabile un approccio anarchico, per la realizzazione di un’umanità proiettata al superamento delle logiche e delle dinamiche che stanno conducendo tutti noi verso l’annientamento e la distruzione; un approccio anarchico che sappia affrontare le sfide che la contemporaneità sta incessantemente lanciando e che sia in grado di elaborare strategie, senza rinunciare ai propri presupposti, per provare a vincerle. Continuare a sviluppare un pensiero critico anche elaborato senza che questo si distacchi dalla realtà concreta; saper contrapporre una controinformazione efficace in un mondo dominato dal pensiero unico, standardizzato e banalizzato; provare ad avvicinare sempre più individui alla prospettiva anarchica, in tutti gli ambiti, attraverso l’esempio; riappropriarsi di spazi pubblici autogestiti; contrastare ogni forma di autorità e gerarchia ovunque si manifesti; mantenere un’indole ribelle e sviluppare una visione globale che, partendo dalle realtà locali, sappia porsi come argine ai drammi mondiali che stiamo vivendo, rimangono alcuni dei presupposti indispensabili per un pensiero e una condotta anarchica che non voglia limitarsi ad essere una sterile testimonianza, una scelta di non complicità o un’utopia lontana, ma si ponga l’obiettivo reale di costruire un’alternativa possibile e non temporalmente indefinita.

Alessandro Fini

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Bilancio n. 2/2026

20 Gennaio 2026 ore 21:00

ENTRATE

PAGAMENTO COPIE

AREZZO G.Sacchetti €10,00; IMOLA GR. Studi sociali E. Malatesta €218,50

Totale €228,50

ABBONAMENTI

MILANO L.Cappellini (cartaceo+gadget) €65,00; ROMA A.Verde (pdf+gadget) €35,00; MADRID A.Gonzalez M. (cartaceo) €90,00; CASTELFORTE F.Battista (cartaceo+gadget) €65,00; IMOLA C.Mazzolani (pdf) €25,00; MURLO P.Brocchi (pdf) €25,00; MILANO P.Messina (cartaceo) €55,00; MILANO P.Messina (pdf) €25,00; \MONTEBELLUNA A.Pernechele (cartaceo+gadget) €65,00; slp F.Pozzo (cartaceo+gadget) €65,00; TORRI DI QUARTESOLO G.Zentile (pdf) €25,00; VERONA Bibioteca Domaschi (2 cartacei) €110,00; FIESOLE U.Casalini (cartaceo) €50,00; BERCETO D.Pieroni in ricordo del padre Silvio (cartaceo) €55,00; ROMA A.Caporossi (cartaceo) €55,00; ANCONA P.Masè (cartaceo+gadget) €65,00; slp S.Montanari (cartaceo) €55,00; S.PIETRO IN CARIA S.Bellotti (cartaceo+gadget) €65,00; VIGNOLE BARBERA G.Traverso (cartaceo+gadget) €65,00; BORGO POASIO G.Faiola (cartaceo) €55,00; BANARI S.Corda (cartaceo) €55,00; SORRENTO M.Caliri (pdf) €25,00; SIENA P.Navarrone (cartaceo+gadget) €65,00; MASSINO VISCONTI L.Verminetti (pdf) €25,00; EMPOLI P.Becherini (cartaceo+gadget) €65,00; SENIGALLIA C.Del Moro (cartaceo) €55,00; CASTEL S.GIOVANNI P.Zanelli (cartaceo) €55,00; VILLA CORTESE R.Ermini (cartaceo) €55,00; MILANO F.Piscopo (cartaceo) €55,00; RIETI M.Morbidelli (cartaceo+gadget) €65,00; ARIGNANO S.Pozzo (cartaceo+gadget) €65,00; MILANO P.Borsetta (pdf) €25,00; RIMINI G.Serafini (pdf) €25,00; ROMA N.DiFerdinando (cartaceo) €55,00; BOLOGNA D.Zanelli (pdf+gadget) €35,00; ROMA G.Falcone (sem) €40,00

Totale €1.880,00

ABBONAMENTI SOSTENITORI

ROMA G.Lustri €80,00; slp S.Vaccaro €80,00; VARESE M.Moreo €80,00; PROVAGLIO D’ISEO C.Carrera €80,00; ALASSIO A.Trifoglio €80,00; ROMANO D’EZZELINO G.Pasqualotto €80,00; FIRENZE S.Meli €80,00; FIRENZE M.Noferini €80,00; LANCIANO P.Tornambè €80,00; PALAGIANO V.Pastella €80,00; NAVELLI A.D’Innocenzo €80,00; MONOPOLI T.Fuso €80,00; ARZANO D.Derosa €80,00; MAGLIANO IN T. A.Meini €80,00; VARZO M.S.Tiboni €80,00

Totale €1.200,00

SOTTOSCRIZIONI

MILANO Rosaria e Antonio €240,00; IMOLA Ed. Bruno Alpini €51,50; slp S.Vaccaro €40,00; ROMA G.Lustri €20,00; CASTELFORTE F.Battista €35,00; MILANO P.Messina €20,00; PROVAGLIO D’ISEO C.Carrera €20,00; slp F.Pozzo €15,00; LANCIANO P.Tornambè €20,00; slp S.Montanari €45,00; MONOPOLI T.Fuso €20,00; LA SPEZIA C.Picariello €30,00

Totale €556,50

TOTALE ENTRATE €3.865,00

USCITE

Stampa n° 1 -€611,00; Spedizione n° 1 -€370,35; Spese gadget Rosaria e Antonio -€240,00

Spese gadget ed. Bruno Alpini -€51,50

TOTALE USCITE -€1.272,85

saldo n. 2 €2.592,15;

saldo precedente €7.585,57;

SALDO FINALE €10.177,72

IN CASSA AL 14/01/2026 €12.444,26

Da Pagare

Stampa n° 2 -€611,00; Spedizione n° 2 -€367,80

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Mary Wollstonecraft. Rivendicazione dei diritti della donna

20 Gennaio 2026 ore 18:00

Fino a quando sarà la ricchezza, e non la virtù, a rendere l’uomo rispettabile, si perseguiranno prima le ricchezze della virtù; e finché si carezzeranno i corpi di donne i cui sciocchi sorrisi infantili mostrano assenza d’intelletto, la mente rimarrà incolta”.

Questa citazione è estratta da A vindication of the rights of woman, un titolo che in diverse edizioni è stato tradotto in italiano Sui diritti delle donne. Credo invece che sia cruciale porre l’accento proprio su questa vindication: siamo di fronte a un’opera che non è soltanto un asettico trattato “sui diritti delle donne”, ma una vera e propria rivendicazione. Rivendicare significa prima di tutto riconoscere, per poi riaffermare e riappropriarsi di qualcosa – innanzitutto, dei diritti. Dal punto di vista illuminista dovrebbero essere di tutti, da quello protofemminista e “metailluminista” di Wollstonecraft di tutti e di tutte: solo quando lo saranno scopriremo – sentite la provocazione – se la donna sarà “compagna dell’uomo o sua schiava”; fino a quel momento ogni mancanza è una sottrazione, un furto, una limitazione dell’espressione e formazione dell’individuo che impedisce di scoprire le infinite possibilità percorribili dalle donne e da, oggi aggiungeremmo, tutti i “secondi sessi”.

Wollstonecraft ha in mente innanzitutto il diritto all’istruzione: la mancanza di un’educazione adeguata e ordinata è il fattore primario che “rende […] schiave le donne, atrofizzandone l’intelletto ed eccitandone i sensi”. Quella riservata alle sue contemporanee viene definita un’educazione disordinata, che con la sua precarietà impedisce di sviluppare capacità di generalizzazione e astrazione, incatenando le donne alla schiavitù dell’abitudine. Mi viene in mente la fine che farà l’ingenuo tacchino induttivista di Russell e Popper – tacchino che, ricevendo cibo ogni giorno alla stessa ora e basandosi su un ragionamento induttivo per enumerazione, si culla nella certezza del nutrimento, salvo poi venire ucciso alla vigilia di una festa in cui sarà proprio lui la portata principale.

Le donne vengono così mantenute in una condizione di “ignoranza camuffata da innocenza” – un inganno, che la sagace Wollstonecraft sottolinea a più riprese. Come sintetizzato nella citazione di apertura, finché l’ingenuità e la mansuetudine femminili saranno ben viste, queste attitudini – spacciate per “naturali” – non solo non verranno problematizzate, ma continueranno a risultare accettabili o perfino desiderabili anche dalle donne stesse.

L’ignoranza femminile è funzionale, naturalmente, al mantenimento delle donne in una posizione di sottomissione e dipendenza dagli uomini. Se Kant nel 1784 poteva rispondere alla domanda “Che cos’è l’illuminismo?” scrivendo che esso è “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, nella Vindication del 1792 viene affermato con forza che il mantenimento delle donne in uno stato di  minorità è imputabile a un’intera società che ha tutto l’interesse nell’impedire loro di emanciparsi – una società che vede, tra le altre, donne costrette a rendersi astute usando strategie di sopravvivenza che, quand’anche non umiliassero, comunque rafforzano lo status quo. Wollstonecraft pensa, per esempio, alla sessualità al servizio della gerarchia, alla bellezza ammaliatrice come illusorio ed effimero potere, alla frivolezza come occupazione a tempo pieno o quasi (per le borghesi però!). Che siate d’accordo o no, le sue argomentazioni sono ammirevoli per il loro rigore logico e per la modernità del loro contenuto. Ce lo dirà anche Naomi Wolf nel 1990: «Prima ancora delle incursioni del movimento femminista nel mercato del lavoro, sia gli uomini sia le donne si erano abituati al fatto che la bellezza fosse valutata come ricchezza [nel mercato del matrimonio]. Erano entrambi preparati alla clamorosa evoluzione che sarebbe seguita: mentre le donne richiedevano l’accesso al potere, la struttura del potere si serviva materialmente del mito della bellezza per minare l’avanzata delle donne». Il Mito della Bellezza come teorizzato da Wolf si rafforza e mostra tutta la sua violenza a partire dal secondo dopoguerra, ma se è stato così efficace come strumento di (bio)potere è soprattutto perché era già ben radicato: la sua microfisica coinvolge non solo il nostro corpo ma anche la nostra intimità, autostima, interiorità. Un’interiorità costruita in secoli di continui tentativi di inferiorizzazione coatta che – anche nel suo servirsi della trappola della bellezza – ha agito sulle donne come genere e come singole. In un passo che sarebbe interessante porre in dialogo con gli studi di Elena Gianini Belotti e Maria Montessori, l’autrice di A Vindication osserva infatti che “Sin dall’infanzia viene insegnato [alle bambine] che la bellezza è lo scettro della donna; la loro mente si modella sul corpo e, ciondolandosi nella gabbia dorata, cerca solo di venerare la propria prigione”.

Ma, tornando alla citazione di apertura, a ben vedere essa tocca anche un altro tema: il rapporto tra ricchezza e virtù. Non si tratta di una forzatura argomentativa. Per approfondire e comprendere meglio la posizione di Wollstonecraft, propongo la lettura di un altro e più lungo passo.

Dal rispetto tributato alla proprietà derivano, come da una fonte avvelenata, la maggior parte dei mali e dei vizi che rendono questo mondo una scena cupa per le menti contemplative. […] Una classe sociale fa pressione sull’altra, perché tutte mirano a procurarsi rispetto sulla base della proprietà, e la proprietà, una volta ottenuta, procura quel rispetto che si dovrebbe soltanto ai talenti e alle virtù. Gli uomini trascurano i doveri e tuttavia sono trattati da semidei. […] Ci deve essere maggiore uguaglianza nella società, altrimenti la moralità non guadagnerà mai terreno e la moralità virtuosa non avrà solidità neanche se impiantata sulla roccia; finché una metà dell’umanità resterà incatenata alla sua base, la virtù sarà sempre minacciata dall’ignoranza e dall’orgoglio. È vano aspettarsi la virtù dalle donne finché esse non saranno, in qualche misura, indipendenti dagli uomini; è vano aspettarsi quella forza dell’affetto naturale che le renderebbe buone mogli e madri. Finché saranno assolutamente dipendenti dai mariti, useranno l’astuzia, saranno meschine ed egoiste. […] Il rispetto tributato alla ricchezza e al fascino personale è […] una vera tempesta polare che fa appassire i teneri fiori dell’affetto e della virtù”.

Al di là della severità del giudizio sulle sue con-generi: che fare, quindi? Ridistribuire la proprietà privata, cercare l’emancipazione dall’uomo? Oppure abolirla, la proprietà privata, e cercare di liberarsi insieme? Forse queste domande vanno oltre la teorizzazione di Wollstonecraft, che comunque lega strettamente l’emancipazione delle donne all’indipendenza dagli uomini e dalla proprietà (maschile?): emerge dai suoi scritti l’idea che finché ci sarà la proprietà ereditaria persisteranno vincoli sociali, culturali ed economici che non potranno mai rendere la donna davvero libera. E neanche l’uomo.

Wollstonecraft infatti non dimentica la stratificazione di classe che pervade e in-forma l’intera società e parlando della questione della rappresentanza politica afferma: “credo davvero che le donne debbano avere dei rappresentanti invece di essere governate arbitrariamente senza alcuna voce di capitolo nelle delibere del governo. Ma giacché l’intero sistema di rappresentanza in questo paese è solo una comoda occasione di dispotismo, le donne non dovrebbero lamentarsi del fatto che sono rappresentate nella stessa misura in cui lo è la numerosa classe di operai, lavoratori accaniti che pagano per il sostentamento dei membri della famiglia reale quando riescono a stento a saziare con il pane la bocca dei figli. Come vengono rappresentati coloro il cui stesso sudore serve a mantenere la splendida scuderia di un erede diretto, o fa da ornamento al cocchio di qualche favorita che rivolge sguardi sprezzanti alla miseria?”.

Insomma, vogliamo essere libere davvero? Allora liberə tuttə!

Mary Wollstonecraft è nata a Londra nel 1759 e morta il 10 settembre del 1797 quando sua figlia Mary, la futura celeberrima Mary Godwin Shelley autrice di Frankenstein, aveva solo una decina di giorni. Nel 1790 ha pubblicato A Vindication of the rights of Men, nel 1792 A Vindication of the rights of Woman. Nel 1797 stava scrivendo Mary, or the wrongs of woman. Nonostante le riflessioni sulla proprietà, A Vindication è considerato il manifesto del femminismo americano e inglese di stampo liberale. L’opera venne aspramente criticata dai conservatori, probabilmente appartenenti loro stessi a quella schiera di “uomini che, ansiosi di rendere le donne amanti seducenti piuttosto che mogli fedeli e madri razionali, hanno guardato a loro come femmine e non come esseri umani”.

Noi oggi andiamo oltre e vogliamo essere – prima ancora che amanti, mogli o madri – semplicemente noi stesse. Libere e insieme.

Serena Arrighi

Gruppo Germinal Carrara

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Clima di guerra. Stiamo freschi – il taccuino della crisi climatica

20 Gennaio 2026 ore 14:00

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte”, un effetto depressivo sulle attività economiche. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere possibile una riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi, anzi, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dal settore militare, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), a partire dall’Accordo di Parigi (COP21), gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC) e, dalla COP26 di Glasgow, è partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, richiesta che rimane un auspicio, visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

Se le forze armate del mondo fossero un paese, questa percentuale costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

Nel rapporto presentato alla COP30 Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂(e) equivalente, con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre  avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂(e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

Il piano “ReArm Europe/Readiness 2030” prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato fino a 298 miliardi di dollari.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie: una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli e così via; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi e attrezzature belliche, compresi carrarmati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Secondo uno studio pubblicato su Nature,  se le forze armate degli Stati Uniti fossero una nazione, sarebbero il 54° produttore di emissioni a livello globale, con più di 40 milioni di t CO₂(e). Molte di meno, ma pur sempre indicative, sono le emissioni delle forze armate britanniche, che nel 2018 ammontavano a circa 2,7 milioni di tonnellate di CO2e.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2e (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti ad un tempo, cosiddetto, di “pace”.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci Paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita; ad eccezione dell’Indonesia, gli altri sono classificati tra i primi venti Stati in termini di spesa militare. Qualche esempio concreto può offrire un termine di paragone: ad esempio, il consumo di carburante durante la guerra in Iraq potrebbe aver rilasciato più di 250 milioni di tonnellate di CO2(e) tra il 2003 e il 2011, pari a 3/4 delle emissioni italiane di CO2 corrispondenti all’anno 2021.

Un recente studio del Ministero della Protezione Ambientale e delle Risorse naturali dell’Ucraina valuta pari a 120 milioni di tonnellate di CO2(e) le emissioni prodotte direttamente dal conflitto nei suoi primi 12 mesi, quanto quelle del Belgio nello stesso periodo (si tratta dell’impronta di carbonio di un solo anno di guerra). Uno studio del Guardian ha rilevato che il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di CO2(e). Questa cifra sarebbe superiore alle emissioni annuali di gas serra del 2023 di Costa Rica ed Estonia combinate.

Un calcolo complessivo, quindi, non si può limitare alla somma delle componenti di “funzionamento” e di quelle “incorporate”, ma deve conteggiare anche quelle emissioni che derivano indirettamente dalle guerre. Ad esempio, la necessità di allestire un campo profughi, oltre a comportare cambiamenti di uso del suolo, sicuramente richiede il rifornimento di cibo, acqua e riparo ai civili colpiti dai conflitti, con un utilizzo di carburante particolarmente elevato, sia per la logistica sia per alimentare i generatori che forniscono elettricità. Tutto questo senza considerare che gli stessi sfollati, con i loro spostamenti transfrontalieri, contribuiscono all’aumento delle emissioni. In questo senso, possiamo sostenere che anche il settore umanitario determina un’evidente impronta di carbonio.

L’uso di armi esplosive in aree popolate crea livelli di distruzione enormi, con un forte impatto sul riscaldamento globale, perché comporta ulteriori emissioni di CO2 conseguenti alla movimentazione dei detriti, alla bonifica delle aree contaminate e alla ricostruzione degli insediamenti. Banalmente, anche la gestione dei rifiuti solidi viene alterata. I rifiuti lasciati per strada originano la proliferazione di discariche informali, con emissioni elevate e combustione dei rifiuti all’aperto.

In ambienti naturali le attività belliche possono innescare incendi boschivi che non aumentano le emissioni solo nel contingente contesto di guerra, ma proiettano il loro effetto anche nei decenni seguenti, in relazione al tempo necessario alla crescita di nuovi alberi in grado di svolgere la fissazione del carbonio analoga al periodo precedente. Nel conflitto russo-ucraino, le conseguenze degli incendi di boschi causati dai missili e dai droni kamikaze, nei primi 12 mesi di guerra, sono stimate pari a quasi 18 milioni di tonnellate di CO2(e).

Inevitabilmente, durante i conflitti i danni alla rete di distribuzione ed una manutenzione meno puntuale fanno aumentare le fughe di gas metano, un aspetto che può essere significativo, poiché il metano ha un potenziale di riscaldamento globale 28 volte superiore a quello della CO2. Se poi consideriamo gli atti di sabotaggio come quelli che hanno interessato i gasdotti Nord Stream 1 e 2, con il rilascio in atmosfera di ben 14,6 milioni di tonnellate di CO2e, le conseguenze sono ancor più evidenti.

Non meno significative, tra le emissioni indirettamente imputabili al conflitto, quelle causate dal fatto che gli aerei di linea dei paesi del blocco NATO, non potendo più sorvolare la Russia, sono costretti a rotte molto più lunghe nei collegamenti Europa-Estremo Oriente, con il risultato di 12 milioni di tonnellate di CO2 emessa in più. Analogamente, l’interruzione dell’approvvigionamento attraverso i gasdotti a favore del trasporto del gas liquefatto, attraverso le navi cisterna e su distanze molto più lunghe, incrementa ulteriormente le emissioni.

Probabilmente, l’elenco delle conseguenze potrebbe proseguire prendendo in considerazione altri casi specifici, ma credo ci siano già sufficienti elementi per dimostrare che militarismo, riarmo e guerra giochino un ruolo nefasto anche in relazione alla crisi climatica.

MarTa

QualEnergia Settembre-Ottobre 2023

https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGR

CEOBS_Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions.pdf

https://geobites.org/how-much-is-war-fuelling-the-climate-crisis/

https://rivistapaginauno.it/stima-delle-emissioni-globali-di-gas-serra-del-comparto-militare/

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Rilancio a perdere. Ucraina: ancora un prestito per il massacro

20 Gennaio 2026 ore 12:00

Altri novanta miliardi di euro per l’Ucraina dall’Unione Europea. Questo in soldoni la proposta di legge presentata dalla Commissione il 14 gennaio. Il progetto prevede di raccogliere sul mercato i 90 miliardi che serviranno a coprire il contributo europeo all’Ucraina nel biennio 2026-2027.

La proposta di legge dovrà essere approvata all’unanimità dai governi degli stati membri e successivamente dal parlamento europeo. L’intenzione della Commissione è mettere a garanzia del prestito il bilancio europeo. I costi dell’operazione saranno sostenuti solo da 24 stati sui 27 membri dell’Unione, perché i governi di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno deciso di non assumersi gli oneri del prestito, pur dando il loro beneplacito all’uso del bilancio comunitario per l’aiuto finanziario a Kiev. Si tratta della cosiddetta cooperazione rafforzata, che forse sarebbe più preciso definire cooperazione indebolita, perché è uno strumento che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di dare vita ad una collaborazione specifica, perseguendo obiettivi comuni quando un’azione unanime dell’Unione è bloccata, operando in settori non di competenza esclusiva UE e rispettando principi come l’apertura a tutti e il non pregiudicare gli altri Stati.

L’Ucraina potrebbe beneficiare di una prima parte di finanziamento già ad aprile 2026. Il prestito sarà condizionato al rispetto dello stato di diritto e alla lotta alla corruzione, mentre i finanziamenti dovranno essere usati dal governo di Kiev prioritariamente per acquisti di beni e servizi prodotti nell’Unione Europea: in particolare 60 miliardi sono destinati a scopi militari, mentre 30 miliardi sono destinati al sostegno finanziario. Il testo della proposta contiene già una scappatoia per i governanti ucraini, perché sostiene che l’Ucraina è uno stato in guerra, la cui capacità di difendere il proprio territorio potrebbe dipendere dalla rapida disponibilità di una certa merce.

La proposta di legge è stata presentata in una conferenza stampa tenuta dalla presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e dal Commissario agli affari economici Valdis Dombrovskis. Il Commissario ha affermato che il prestito salvaguarderà la stabilità finanziaria dell’Ucraina e rafforzerà la sua capacità di continuare la guerra; ha affermato inoltre che il prestito non ha scadenza, quindi non è previsto un piano di rimborso che impegni l’Ucraina a restituire i fondi ottenuti. Dombrovskis ha inoltre affermato che gli interessi sul prestito dovrebbero ammontare a tre miliardi di euro l’anno, cifra che è pari all’1,44% del prodotto interno dell’Ucraina nel 2025: una cifra enorme, se si pensa che già oggi lo stato ucraino sopravvive grazie ai finanziamenti degli alleati. È comprensibile che in questo contesto gli organi di informazione non siano chiari su chi pagherà effettivamente gli interessi sul debito ucraino.

Non sono stati dati numeri sul costo del ricorso dell’Unione Europea al mercato finanziario per coprire questo prestito. Non solo, la risposta del mercato finanziario e le conseguenze internazionali sono i principali punti interrogativi dell’iniziativa a sostegno della guerra in Ucraina.

I mercati finanziari hanno registrato, in questa fase, la contrarietà ad un’offerta troppo alta di titoli di stato, riducendone il valore e chiedendo maggiori interessi sul capitale, mentre obbligazioni e azioni del settore militare vanno benissimo. L’esempio tedesco aiuta a capire il meccanismo. Nei primi mesi del 2025 il cancelliere incaricato Merz ha annunciato l’emissione di bond governativi legati a riarmo e infrastrutture, in conseguenza di questo annuncio si raggiunge la più alta differenza tra valore di mercato e valore nominale dei Bund dal 1990 e il peggior aumento degli interessi sui Bund dal 1997. Tutto questo nonostante che il cancelliere fosse stato nel board europeo di Black Rock, uno dei principali fornitori di servizi di gestione degli investimenti al mondo, con una storica preferenza per i bund tedeschi tanto da gestire un ETF (fondo di investimento che si lega a un indice azionario) proprio sui titoli di stato emessi da Berlino.

Due motivi spiegano la pessima performance dei titoli di stato tedeschi: innanzi tutto, come già detto, i mercati finanziari prevedono un’offerta complessiva di bond troppo alta, il valore dei capitali si abbassa, gli interessi salgono; in secondo luogo hedge fund, asset manager, banche, mercati offshore hanno alimentato la tendenza scommettendo contro i Bund tedeschi, nonostante il patrocinio di Merz da parte di Black Rock, in una classica dinamica di predazione da guerra finanziaria. L’ulteriore operazione dell’Unione Europea potrebbe provocare reazioni da parte degli altri grandi debitori, Stati Uniti in primis, che sostengono la loro politica imperiale con continue emissioni di titoli di stato, e non solo da parte dei meccanismi di mercato.

Il ricorso al mercato è già stato rodato attraverso gli strumenti introdotti dalla Commissione Europea per fronteggiare gli effetti economici e sociali dell’emergenza pandemica: il NextGenEU e il SURE (Support to Mitigate Unemployment Risks in an Emergency). Una differenza significativa tra gli strumenti adottati nell’emergenza pandemica e l’emissione di bond a carico dell’Unione Europea per finanziare la guerra in Ucraina è legata al fatto che i primi erano interventi finalizzati a sostenere l’economia europea e la capacità d’acquisto delle fasce più deboli della società. Il ritorno era garantito dal beneficio che ne ricavavano le imprese e i consumatori e dall’immediato effetto sulla congiuntura. Per quanto invece riguarda il prestito all’Ucraina, il ritorno è aleatorio e il beneficio per l’economia europea è sostanzialmente affidato alla buona volontà del governo di Kiev.

Un’altra importante differenza rispetto al periodo pandemico inoltre riguarda il diverso sentiment che vivono i mercati finanziari. Con NextGenEu arrivava sui mercati un’emissione di bond di cui la finanza aveva bisogno. Oggi invece, come dimostra la vicenda dei Bund tedeschi nati sotto gli auspici di BlackRock, domina la previsione di instabilità. Quindi il problema non è se l’emissione di bond è nazionale o mutualizzata, ma è proprio l’emissione di bond in larghe quantità che rischia di alimentare guerre finanziarie, oltre ad alimentare la guerra sul campo in Ucraina.

Per capire la dimensione di questa potenziale guerra finanziaria basta pensare che, nel 2024, 437 miliardi dei capitali europei accumulati sono stati investiti negli Stati Uniti, una cifra pari al 40% del deficit del bilancio federale. Ogni nuova emissione di bond, soprattutto se di grosse dimensioni, come quelle previste per il prestito all’Ucraina e per il finanziamento del ReArm EU (150 miliardi per ora), sono viste come il fumo negli occhi da chi vuole perseguire una politica imperiale e cerca di rastrellare a tal fine ogni risorsa disponibile. Le nuove emissioni dell’Unione Europea sono un pericolo per l’amministrazione USA, sia perché distolgono parte dei capitali europei diretti oltre oceano, sia perché provocano un aumento della domanda di denaro, la quale a sua volta non può che ripercuotersi sui tassi d’interesse spingendoli ad aumentare, in un momento in cui Trump usa tutti i mezzi, legali o meno, per costringere la Federal Reserve ad abbassare i tassi. L’aumento dei tassi d’interesse, accompagnato dall’aumento della massa monetaria generato dalle nuove emissioni, infine, non potrebbe non avere effetti sull’inflazione, provocando in poco tempo un aumento dei prezzi al consumo.

Queste considerazioni negative non sono sicuramente ignote ai reggitori della Commissione Europea. Allora perché si sono imbarcati in un’operazione tanto rischiosa? Fin dall’inizio della guerra in Ucraina la Commissione Europea e la quasi totalità degli stati membri dell’Unione si sono schierati a fianco dell’Ucraina contro la Russia. All’indomani dell’aggressione russa nel febbraio 2022 i governi europei hanno sostenuto il governo Zelensky con l’invio di armi e di finanziamenti. Secondo l’Ukraine support group dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, l’Unione Europea e gli stati membri hanno autorizzato finanziamenti all’Ucraina per oltre 216 miliardi di euro fino al dicembre 2025. I governi europei non hanno alcuna speranza di rivedere a breve questi soldi. Nel progetto di legge relativo al finanziamento di 90 miliardi, secondo le fonti di informazione, si legge: “L’Unione europea si riserva il diritto di usare gli attivi russi congelati per rimborsare il prestito, nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea e del diritto internazionale”.

Come ha dimostrato la conferenza dei governi europei che ha avviato il percorso del prestito all’Ucraina, si tratta di una strada impercorribile. I problemi non nascono solo dalla violazione del diritto internazionale o dalle possibili rappresaglie russe, ma da ostacoli economici ben precisi.

I fondi russi congelati in Europa ammontano a circa 200 miliardi di euro; di questi, 185 sono detenuti dalla società belga Euroclear, che si occupa di “compensare” le operazioni finanziarie. In questo senso questa può essere considerata un “notaio”, un’infrastruttura essenziale del mercato finanziario e che agisce sulla base della fiducia degli operatori.

La società nasce come branca della banca Morgan, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso; dal 2000 Euroclear è diventata una società indipendente, separata da JPMorgan Chase, e dal 2018 ha spostato la sede da Londra a Bruxelles a causa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Euroclear dichiara di gestire un patrimonio di 41 mila miliardi di euro (pari a quasi la metà del prodotto interno lordo mondiale) e di compiere ogni anno transazioni per oltre mille miliardi di dollari. Si capisce l’importanza che questa società riveste per il Belgio, se si pensa che il prodotto interno lordo del paese è 600 miliardi di euro. Una confisca, sotto qualsiasi forma, degli asset russi minerebbe la fiducia dei grandi investitori in Euroclear, aprendo la strada al fallimento della società e alla disoccupazione per i circa 4.400 dipendenti belgi.

L’appoggio all’Ucraina si è rivelato una trappola per l’Unione Europea e per i governi degli stati membri. Una pace che non preveda riparazioni adeguate da parte della Russia costringerebbe queste istituzioni a spiegare ai propri cittadini perché, contro la volontà degli elettori, si è alimentata una guerra che ha provocato centinaia di migliaia di morti e distruzioni incalcolabili, gettando al vento oltre duecento miliardi.

Le istituzioni europee e i singoli stati si trovano nella condizione del giocatore di poker costretto a fare puntate sempre più alte nella speranza di vincere un piatto che lo ripaghi delle perdite subite. Gli altri giocatori al tavolo, Trump, Putin, Zelensky, hanno tutto l’interesse al suo fallimento.

Policarpo

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Olimpiadi invernali: l’importante è speculare

20 Gennaio 2026 ore 09:00

I XXV Giochi olimpici invernali stanno per aprire i battenti. La festa inaugurale si terrà il 6 febbraio allo stadio pubblico di San Siro (recentemente venduto al solo scopo di essere demolito) e quella conclusiva si terrà quattordici giorni più tardi all’Arena di Verona, con biglietti disponibili a partire da 950 euro/persona.

Se la primavera della candidatura olimpica era stata caratterizzata dal miraggio dei Giochi più sostenibili di sempre e a costo zero, e la sua estate da una governance commissariale non esattamente democratica e trasparente, è dall’autunno dello scorso anno che dobbiamo riannodare i fili della vicenda per comprendere la portata del mega-evento. Il terzo rapporto della campagna Open Olympics, pubblicato in dicembre, ci offre una fotografia schietta dello stato dell’arte.

L’autunno della proposta olimpica è stato segnato dall’incedere dei ritardi, che hanno posticipato l’apertura di alcune opere stradali all’autunno 2033, ed altre opere essenziali legate alle location di gara alla fine del 2027. La Fondazione Milano Cortina stima in 1,7 MLD la spesa necessaria alla realizzazione dei giochi. A questa cifra vanno sommati 3,5 MLD di opere in pancia a Simico SpA e, nella sola Regione Lombardia, altri 3,8 MLD di opere ulteriori al perimetro della principale stazione appaltante (e in tanti casi soggetto attuatore) messa in campo dal governo. A questa somma andrebbero aggiunte singole iniziative promosse in altre province, dai Comuni, da RFI, e almeno cinque in quota ANAS. La cifra totale? Al momento non è nota una stima credibile e informata, fatto che di per sé invita a dubitare di qualunque ipotesi sui possibili moltiplicatori economici e turistici dell’investimento. Del solo perimetro Simico (3,5 MLD di cui sopra) sappiamo qualcosa in più: per cominciare, sappiamo di extra-costi per oltre 150 MLN negli ultimi 300 giorni del 2025, ma, cosa ben più significativa, sappiamo che i due terzi delle opere non sono essenziali ai fini dell’evento, che 28 di queste stazionano in fase di progettazione, e che queste opere non essenziali cubano l’87% della spesa complessiva. Non si tratta di sola malagestione. Nonostante la governance commissariale e la gestione “agile” delle valutazioni d’impatto ambientale e strategico, il binomio fretta-ritardo è la dimostrazione plastica che le Olimpiadi si propongono come il volano adeguato ad inaugurare cantieri infrastrutturali, non come l’evento che ne rendeva indispensabile la tempestiva conclusione.

Nel frattempo i costi delle paralimpiadi sono cresciuti del 359% e il DL Sport ha sottratto 43 MLN di euro al Fondo per le vittime di mafia e usura, mentre veniva decurtato di oltre il 50% il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità. Non esiste una stima del consumo complessivo di suolo né dell’impronta di C02 delle singole opere, né gli importi e i codici identificativi di gara (CIG) dei subappalti. Almeno due accessi civici relativi agli extra costi dei Giochi sono stati negati, per uno dei due dinieghi il Tar della Lombardia ha condannato il Comune di Milano.

Si potrebbe andare avanti così, approfondendo ogni singola faccia della geometria complessa del grande evento, rischiando di non trovare parole adeguate e rispettose per denunciare che due operai hanno perso la vita in questi stessi cantieri.

Il prossimo 6, 7 e 8 febbraio a Milano sarà nuovamente tempo di Utopiadi: una tre giorni di critica radicale a questi Giochi, promossa dal Comitato Insostenibili Olimpiadi e dai movimenti sociali della città. Una tre giorni per restituire protagonismo alle vertenze per l’abitare, lo sport popolare, l’attraversamento dolce dell’ambiente montano, a fronte della sbornia collettiva per l’ennesimo grande evento con cui Milano e Cortina si propongono come mete turistiche globali alla faccia della sbandierata accessibilità e inclusione, ma anche sulla pelle di ecosistemi fragili e diritti sindacali. Se il lavoro sarà protagonista del venerdì e lo sport di base emergerà nella domenica, la giornata di sabato 7 febbraio sarà caratterizzata, tra le altre proposte, da un grande corteo popolare di opposizione alle nocività ambientali e finanziarie del modello olimpico, su cui sia realtà dell’area metropolitana che delle aree interne (che hanno visto in presa diretta drenare risorse per alimentare il carrozzone della kermesse e della betoniera) stanno lavorando incessantemente. Va segnalato anche un film documentario dal titolo Il grande gioco, che sta contribuendo significativamente al tam tam di controinformazione e produzione di un immaginario irriducibile all’idea di competizione, eccellenza, sciovinismo che da sempre caratterizza questo tipo di appuntamenti. Utopiadi significa anche porsi in continuità con la lunga tradizione delle alternative alle olimpiadi di stato, tradizione che nasce negli anni ‘20 del Novecento e che vede nell’Olimpiada popular catalana del 1936 il momento più significativo non solo dal punto di vista militante. L’Associazione Proletaria Escursionisti sta convocando uno spezzone dedicato alle terre alte, con particolare riferimento all’area valtellinese e alla vicenda dei 500 larici abbattuti per realizzare una nuova, costosissima, inutile pista da bob in sostituzione della storica pista cortinese, dell’esangue impianto di Cesana torinese, o dell’offerta di Innsbruck di accogliere le competizioni a 150 chilometri di distanza dal versante incriminato.

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina passeranno con la nuova primavera, la loro eredità (quella che i proponenti definiscono legacy) sarà invece ben più duratura e più di ogni altro riferimento numerico o episodico chiarisce la posta in gioco attuale. Tutto quanto brevemente illustrato in questo aggiornamento configura un dispositivo di governo del territorio predatorio, che cattura attenzione e risorse da destinare a politiche pubbliche universali per immolarle sull’altare dell’attrattività, dell’internazionalizzazione, della produzione di esperienze esclusive e memorabili. Parliamo di orizzonti indesiderabili e del tutto incompatibili con la cornice di crisi climatica e di aumento della forbice sociale tra chi detiene soldi e potere e chi invece ambisce a confermare il costo d’affitto di una casa che appuntamenti come quello olimpico, in un contesto deregolamentato, puntano a far esplodere con assoluta noncuranza delle conseguenze sociali. Su questo, non sul perimetro temporale e spaziale dei Giochi, non sul medagliere, si gioca la partita del futuro della città e del Paese, che a queste iniziative disinvolte si ispira.

Per maggiori informazioni rinvio alle inchieste di Altreconomia, al sito cio2026.org e ape-alveare.it 

Alberto (abo) Di Monte

bibliotecaria.noblogs.org

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Il mondo che stanno preparando

18 Gennaio 2026 ore 17:12

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

16 Gennaio 2026 ore 11:00

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

16 Gennaio 2026 ore 09:00

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

15 Gennaio 2026 ore 17:00

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

15 Gennaio 2026 ore 13:00

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

15 Gennaio 2026 ore 11:00

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

15 Gennaio 2026 ore 08:00

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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Oltre le macerie

15 Gennaio 2026 ore 06:00

Eccoci di nuovo qui. Riprendiamo le pubblicazioni dopo le consuete settimane di pausa, ma per le lotte non c’è stata sosta nella crescente stretta autoritaria e militarista. Multe, denunce, sgomberi. Questi sono i regali che si sono scambiati governo e padroni insieme a magistrati e partiti d’opposizione. Le multe da 2500 a 20000 euro che hanno colpito le organizzazioni sindacali che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre, giudicato illegittimo dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Le centinaia di denunce e decreti penali di condanna recapitati da Nord a Sud per la partecipazione al movimento dello scorso autunno in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, in particolare per i blocchi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e sulle strade. L’operazione repressiva che a partire da Genova ha colpito singoli e associazioni palestinesi con l’accusa di terrorismo, chiaramente orientata a indebolire e criminalizzare le organizzazioni palestinesi in Italia. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino e l’annuncio di un attacco repressivo generalizzato contro gli spazi sociali: i media ufficiali hanno parlato di una lista di 200 spazi da sgomberare, mentre Salvini ha annunciato sgomberi a Torino, Milano, Roma e… Livorno.

Provvedimenti repressivi che colpiscono contesti differenti, che hanno i propri limiti e contraddizioni, ma che in modo diverso costituiscono un problema per chi detiene il potere. L’ampia varietà di soggetti colpiti e la diversità dei provvedimenti mostra come l’attacco repressivo sia generalizzato e ponga importanti precedenti che minacciano anche altre situazioni di lotta. Viene colpito lo strumento dello sciopero, verrà condotto a processo per la prima volta un ampio movimento forse applicando le nuove più gravi pene previste per blocchi stradali e ferroviari, vengono colpite strutture di tipo associativo, e – questa non è una novità – si colpiscono le infrastrutture di movimento con la minaccia di chiusura di moltissimi spazi sociali.

È chiaro il significato di questo attacco repressivo. Mentre le tensioni internazionali continuano a crescere, il governo italiano vuol far capire che è disposto anche ad una più vasta repressione per andare avanti sulla strada della guerra per la nuova spartizione del mondo in questa fase di crisi e ridefinizione degli equilibri imperialisti a livello globale. Basti pensare all’attacco statunitense in Nigeria e in Venezuela, come anche alla rapida militarizzazione dell’Europa, che non solo continua ad alimentare la guerra in Ucraina, ma si prepara sempre più alla guerra con la stretta sulla leva in tanti paesi, e con la riorganizzazione di produzione e servizi pubblici in funzione del clima di guerra. La risposta in grado di ribaltare il gioco e di fermare la corsa dei governi verso la guerra e la devastazione sociale dobbiamo costruirla giorno dopo giorno, a partite dalle reti di solidarietà e dall’internazionalismo. Vediamo che all’interno degli stessi USA si riaccende la tensione sociale e politica con la mobilitazione contro l’ICE e l’assassinio di Renee Good da parte degli agenti a Minneapolis. Così come abbiamo visto crescere rapidamente la sollevazione popolare in Iran.

Queste otto pagine ovviamente non bastano per affrontare quanto è successo nel corso delle poche settimane di pausa delle pubblicazioni. Ma grazie ai contributi di diversx compagnx abbiamo cercato di offrire spunti di discussione e strumenti di lotta che possano aiutare ad orientarci in questo momento. Non tanto per provare a indovinare quale sarà la prossima mossa dei padroni del mondo, ma per proseguire insieme sulla strada della liberazione sociale.

La redazione

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