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Ricevuto — 15 Ottobre 2026 ⏭ Vita.it - Ultim'ora

Bologna, guardare le stelle per immaginare saperi condivisi

15 Ottobre 2026 ore 21:31

Arte, scienza e formazione. Otto opere tra universo, ricerca e nuovi immaginari, realizzate con linguaggi e materiali differenti, che rappresentano alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo.

C’è questo e altro in Marino e le Stelle, percorso espositivo gratuito (appena stato inaugurato all’Opificio Golinelli), che raccoglie gli esiti del laboratorio multidisciplinare di arte e scienza promosso da Fondazione Golinelli e curato dal duo artistico Antonello Ghezzi, in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia Augusto Righi dell’Università di Bologna, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio e Istituto di Radioastronomia, entrambi di Inaf.

Il percorso espositivo (le opere e gli exhibit saranno visibili fino a fino a domenica 22 novembre. QUI per prenotare una visita) è un po’ il momento conclusivo delle attività, avviate a marzo, degli incontri, lezioni, approfondimenti e momenti di confronto tra giovani artisti e giovani ricercatori.

Sullo sfondo le evidenze di un laboratorio, che ha coinvolto giovani ricercatrici e ricercatori in astrofisica e giovani artiste e artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, chiamati a confrontarsi e lavorare insieme a partire da alcuni dei grandi temi dell’astrofisica contemporanea.

Marino e le Stelle
Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli

Nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro

«Mettere in relazione persone, competenze e linguaggi diversi è fortemente generativo», spiega Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli, «lo dimostra questo progetto nato dalla collaborazione di importanti istituzioni scientifiche e culturali. Giovani artisti e ricercatori hanno avuto la possibilità di confrontarsi in un percorso comune mettendo in dialogo conoscenze scientifiche e ricerche artistiche».

Le otto opere realizzate, entra nel dettaglio, «sono il risultato concreto di questo incontro e testimoniano come sia possibile aprire prospettive nuove, quando si parte da domande e linguaggi molto diversi. È anche questo il senso della nostra idea di cultura: creare occasioni nelle quali competenze e saperi possano incontrarsi e contribuire insieme a costruire nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Le otto opere

Le otto opere realizzate, con linguaggi e materiali differenti, «rappresentano», spiegano dalla fondazione, «alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo. Il pubblico avrà modo di ascoltare queste storie dalla voce dei suoi autori».

Relazioni umane e Universo. In Empty threads Elisa Altomonte e Leonardo De Deo, mettono in relazione la rete che struttura l’Universo con quelle che attraversano le relazioni umane. Il lavoro nasce da una performance con fili di recupero e si sviluppa poi nel dittico realizzato attraverso la tecnica dell’acquatinta, dove i filamenti della rete cosmica diventano il punto di partenza per riflettere sulla fragilità dei legami e sul senso di comunità.

La fluidità dello spaziotempo. Flusso di Alice Bomberini e Abinet Alessandro Buson Pizzardo riflette invece sulla fluidità dello spaziotempo attraverso segni tracciati su una pellicola trasparente e trasformati dalla luce del sole, in un processo di continuo divenire.

Onde gravitazionali e semi di girasole. Con Chip! Chip! Nicola Borghi e Alessio Bongianino stabiliscono un collegamento tra dimensione terrestre e cosmica attraverso semi di girasole, movimento e suono, richiamando con il termine chirp il segnale associato alle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di buchi neri.

Marino e le Stelle / Fondazione Golinelli
Eugenia Ferrara, vicedirettrice di fondazione Golinelli con il duo artistico Antonello Ghezzi

La percezione dell’invisibile

Il tema della percezione torna in Camera a nebbia di Leonardo De Deo ed Elysée Farazmand, dove un gesto minimo e ripetuto diventa occasione per riflettere sulla possibilità di rendere percepibili fenomeni altrimenti invisibili.

In Buchi bianchi Leonardo De Deo e Anna Rolfi trasformano il concetto dei buchi bianchi in un trittico scultoreo e sonoro, interrogandosi sulla possibilità di trasformare luoghi privi di una funzione definita in spazi di relazione e di vita. Dare una bocca, realizzato da Viviana Fardella e Francesca Riccioni, prende invece spunto dalle reti miceliali per costruire un ambiente site-specific riconfigurabile, nel quale le decisioni individuali concorrono alla costruzione di un’organizzazione collettiva.

Ambiente e trasformazioni del paesaggio

Gli ultimi due lavori ampliano la riflessione al rapporto tra ambiente, territorio e trasformazioni del paesaggio. Dialoghi Emergenti di Veronica Ilari e Chiara Sette, parte dall’esplorazione di luoghi abbandonati e dalla presenza di natura, luce, acqua, animali e tempo per costruire una mappa digitale interattiva e in continua evoluzione. Dieci minuti di buio di Martina Platone, Viola Ricci e Gaia Vallese affronta invece il tema dell’inquinamento luminoso: la luce artificiale viene utilizzata per imprimere su carta fotosensibile l’immagine della Via Lattea, evidenziando la progressiva perdita del cielo notturno nelle aree urbane.

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In apertura l’astronomo Sandro Bardelli con gli studenti. Foto da Ufficio Stampa e Comunicazione Fondazione Golinelli

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Brescia, tre conversazioni aperte per fare luce sulla complessità

15 Ottobre 2026 ore 21:18

 Dall’accesso alla salute all’integrazione, dalla rigenerazione urbana all’innovazione sociale: sono alcuni dei temi al centro di Dialoghi sul sociale, nuovo ciclo di incontri promosso da Intesa Sanpaolo per il sociale nella sede di Brescia a Palazzo Negroboni (in via Trieste 8) in collaborazione con Talent garden. Tre appuntamenti e tre ospiti per affrontare alcune delle principali trasformazioni che stanno interessando la società e le comunità, attraverso conversazioni aperte che intrecciano dati, esperienze e prospettive sul futuro. 

La rassegna prenderà il via martedì 20 ottobre con Roberta Villa, medico e divulgatrice scientifica, proseguirà giovedì 26 novembre con Angelica De Vito, esperta di migrazioni climatiche e consulente diplomatica presso le Nazioni Unite, e giovedì 3 dicembre con Mario Calderini, professore ordinario alla School of management del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia, centro di ricerca sull’innovazione e la finanza a impatto sociale. 

Il format punta su un linguaggio diretto e accessibile, su dialoghi capaci di rendere comprensibili questioni complesse e di mettere a confronto competenze, vissuti e punti di vista differenti. Per partecipare agli incontri in presenza è sufficiente prenotarsi QUI. A condurre gli incontri Mario Moroni, esperto di innovazione e podcaster.

Andrea Forghieri, executive director Intesa Sanpaolo per il sociale

Uno spazio di confronto aperto

«Con Dialoghi sul sociale», spiega Andrea Forghieri, executive director Intesa Sanpaolo per il sociale, «vogliamo creare uno spazio di confronto aperto, nel quale competenze diverse possano incontrarsi e contribuire a una lettura più consapevole delle trasformazioni che stanno interessando le nostre comunità».

La scelta di Brescia e della sede di Intesa Sanpaolo per il sociale, aggiunge, «nasce dalla volontà di fare di questo luogo non solo un presidio operativo, ma anche un punto di riferimento per il dialogo sui temi dell’inclusione e della coesione sociale».

Mario Calderini, professore ordinario alla School of management del Politecnico di Milano e direttore di Tiresia

Il programma nel dettaglio

Si parte il 20 ottobre, alle 18, con Roberta Villa protagonista dell’incontro La cura comincia dall’accesso, dialogo che affronterà il tema della salute come diritto, partendo dall’importanza di poter comprendere correttamente le informazioni scientifiche e sanitarie per fare scelte consapevoli e contrastare la disinformazione.

Il 26 novembre, sempre alle 18, con Angelica De Vito sarà protagonista dell’incontro I luoghi che ci trasformano: spazi, case e territori saranno letti come possibili luoghi di appartenenza e costruzione di comunità, in una riflessione che intreccia migrazioni climatiche, integrazione e rigenerazione dei territori.

Chiuderà la rassegna il 3 dicembre alle 18 Mario Calderini con Le regole del gioco, un confronto sul ruolo di cittadini, istituzioni e organizzazioni nella costruzione di modelli sociali innovativi, replicabili e capaci di generare impatto.

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Anche un vodcast

La rassegna non si esaurirà negli appuntamenti in presenza. Ogni incontro sarà infatti videoregistrato e trasformato in un vodcast, che sarà poi reso disponibile sui canali di Intesa Sanpaolo, consentendo di ampliare la platea e rendere i contenuti accessibili anche online.

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In apertura e nel testo foto da ufficio stampa Intesa Sanpaolo

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La noia non basta a spiegare la violenza. Ma siamo troppo ciechi davanti alla paura del futuro di tanti adolescenti

15 Ottobre 2026 ore 18:51

«Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno». Lo avrebbe raccontato ai Carabinieri uno dei due ragazzi fermati per le sei aggressioni avvenute a Roma, a bordo di una microcar, nella serata tra il 4 e il 5 ottobre. Divertimento, follia, noia. Le cronache provano a dare un nome a ciò che è accaduto. Ma per chi si è trovato sulla loro strada, tra le 21,30 e l’una nei quartieri di Monteverde e Testaccio, sono state ore di paura. L’attore Davide Iacopini, a cui avrebbero sfilato la mano dal monopattino facendolo cadere, è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo Forlanini.

Quanto pesa la noia in un gesto di violenza? Per Stefano Laffi, sociologo e fondatore dell’agenzia Codici, che da anni studia il comportamento giovanile, la noia non basta da sola a spiegarne le origini. «Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia: agli occhi degli aggressori, le vittime sembrano perdere la propria umanità e diventano oggetti», dice. «Questa storia interpella il mondo adulto. In quale paesaggio di possibilità chiediamo ai più giovani di immaginare il proprio futuro? Come raccontiamo l’adolescenza, il lavoro, le sfide della vita? Esiste ancora un immaginario capace di dare senso all’idea di avere 16 anni?». Lo abbiamo intervistato.

Hanno 17 e 16 anni: uno guidava, l’altro cercava di spaventare i passanti, almeno così riportano le ricostruzioni sui giornali. Li hanno chiamati «la banda della minicar», ma in realtà poi vengono descritti come «volti noti in quartiere», ragazzi «con la faccia pulita». Perché sentiamo il bisogno di tracciare un confine e di trovare una definizione, di fronte alla violenza dei giovani?

Qualche tempo fa ho fatto un lavoro di ricerca sulla rappresentazione dei ragazzi nella stampa. Mi sono chiesto: come si parla di loro? La risposta che ho trovato è una linea di confine. I bambini vengono definiti “piccoli”: suscitano tenerezza o vengono raffigurati come vittime. Con l’adolescenza, si passa dall’altra parte: quella del pericolo. Ma l’uso di termini come “banda” e “gang”, provenienti dalla criminologia, presuppone un gruppo che si ritrova per commettere reati. Io però ho dei dubbi che questi ragazzi si incontrassero con quell’intenzione: erano amici, facevano cose diverse e, tra queste, hanno anche commesso un’aggressione come quella di cui stiamo parlando. La connotazione di banda o gang richiama quel processo di semplificazione della complessità tipico delle etichette, che riducono le sfaccettature del reale e circoscrivono il fenomeno. Ci rassicurano. Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite.

Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Le etichette, quindi, raccontano più lo sguardo degli adulti che la realtà dei ragazzi?

I ragazzi sono in un’età in cui cambieranno ancora mille volte: a 16 anni qualunque etichetta rischia di essere fuori fuoco. Definirli in un certo modo può servire a deresponsabilizzare gli adulti, perché finisce per connotare le persone invece di interrogarsi sulle condizioni in cui vivono. Un conto è chiedersi come si vive a 16 anni in quel quartiere, un altro è parlare di due ragazzi “già noti nel quartiere”. Anche il riferimento alle minicar può diventare parte di questo gioco di etichettamento, rassicurante e, in qualche modo, deresponsabilizzante. La vera domanda è: quale parte abbiamo noi in tutto questo?

Vuoto, noia, voglia di divertimento. Sono queste le ragioni che possono spingere un adolescente all’aggressività?

La noia può certamente essere una componente, così come l’ebbrezza, l’adrenalina e l’emozione che un gioco può dare. Ma non credo che basti a spiegare l’origine della violenza. Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia. All’una di notte in una minicar, l’auto può trasformarsi in una sorta di capsula che ti isola dall’esterno, puoi arrivare a colpire qualcuno senza pensare che sia una persona, che soffrirà, che proverà dolore e subirà le conseguenze di quello che, per te, è soltanto uno scherzo. È un aspetto che forse ha a che fare anche con i processi di formazione. Che rapporto hanno questi ragazzi con il proprio corpo e con quello degli altri? Si è prodotta una sorta di anestesia? Gli adolescenti oggi ci restituiscono spesso la sensazione di non essere visti né riconosciuti. Non trovano occasioni di ascolto e valorizzazione, a scuola e nello spazio pubblico. Com’è possibile che nessuno si sia accorto della noia e del vuoto che descrivono? Mi chiedo se, in questi casi, non entri in gioco anche il divertimento di compiere un gesto estremo davanti a qualcuno: la presenza dell’altro può alimentare la violenza, trasformarla in una prova da superare o in una scena da mettere in atto.

Molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Ma non ci avevano insegnato a stare nella noia, a praticare il vuoto, perché è proprio lì che può nascere la creatività? Quando e perché la noia smette di essere un’alleata e diventa una nemica?

Dalle ricerche sulle esperienze di vita sappiamo che le condizioni di maggiore benessere e di flow si raggiungono quando c’è un equilibrio tra la sfida che si affronta e le abilità che si mettono in campo. In adolescenza, questo stato può nascere attraverso attività sportive ed espressive: suonare, cantare, disegnare, fare sport. Esperienze che contrastano il vuoto esistenziale. Ho l’impressione che questi ragazzi cercassero una qualche forma di sfida, una possibilità di vivere un’intensità che non avevano trovato altrove, attraverso una deviazione che non è stata intercettata o accolta in altro modo. Se allarghiamo lo sguardo, però, è vero che molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Intorno a loro si addensano crisi climatiche, catastrofi annunciate e scenari cupi. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro.

Che cosa intende?

Se raccontiamo un mondo che ci rende impotenti, ci inchioda alla paura e ci dice che non possiamo fare nulla, come possiamo chiedere ai ragazzi di impegnarsi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni? Per investire nel presente bisogna riuscire a immaginare un futuro, pensarsi capaci di costruire legami, realizzare desideri, trovare un posto nel mondo. Ma se non riusciamo a immaginare nulla oltre il presente, quanto diventa difficile investire energie e attenzione negli altri? Mi chiedo allora in che misura episodi come questo ci restituiscano anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi. Chi riesce a trovare una causa collettiva, invece, può trovare anche un “noi”: un gruppo con cui reagire a un presente che nega diritti, immaginare azioni possibili e costruire speranza e progettualità. Forse a questi ragazzi è mancato proprio questo: un “noi” in cui riconoscersi, capace di dare senso all’esperienza e di aprire possibilità per il futuro.

Episodi come questo ci restituiscono anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

«Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo», ha detto la mamma di uno dei due ragazzi in un’intervista su Repubblica. «Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro». Se crescere un figlio è una responsabilità che va oltre le mura di casa, quale parte di responsabilità spetta a tutti noi?

Ai ragazzi chiediamo continuamente un esercizio di immaginazione: proiettarsi in avanti su ciò che ancora non c’è e fare delle scelte. Ma l’immaginazione non è mai del tutto libera. Quando devo scegliere una scuola, per esempio, provo a immaginarmi in quella situazione, come se avessi un simulatore di volo che mi permetta di sperimentare in anticipo le diverse possibilità. Ma quel simulatore, con le sue immagini e i suoi scenari, da dove viene? Dalle notizie che ascoltiamo, dalle serie che guardiamo, dalle storie che ci raccontiamo. Se lo sfondo narrativo in cui ci muoviamo è quello della fine del mondo, della minaccia e della catastrofe, questo immaginario finisce per colonizzare anche la nostra capacità di pensare il futuro. Mi chiedo se, in questo scenario, non diventi più difficile proiettarsi nella vita. E se, invece, non si finisca per ripiegare sullo svago, sul disimpegno, su forme di abbrutimento o su una ricerca di visibilità nello spazio pubblico. Non perché i ragazzi non abbiano desideri, ma perché fanno fatica a trovare un orizzonte dentro cui collocarli. Credo che dovremmo interrogarci sui materiali culturali che offriamo ai ragazzi, sulle storie che raccontiamo e sui modelli di vita che rendiamo desiderabili. Perché l’immaginazione ha bisogno di un paesaggio su cui proiettarsi e un futuro in cui valga la pena investire.

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Obesità, l’Italia non dimagrisce. Serve una risposta di sistema

15 Ottobre 2026 ore 18:36

Quasi un italiano su due convive con un peso in eccesso. Circa il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% presenta obesità. I più colpiti: gli abitanti delle regioni del Sud e le persone con minore istruzione o maggiori difficoltà economiche. 

L’obesità, appena inserita dalla Lancet commission tra le 17 gravi minacce che da qui al 2100 peseranno di più sulla salute del pianeta, affligge il nostro paese, dove la tendenza è inalterata negli anni, in un contesto mondiale di progressivo peggioramento. Non c’è ragione di rallegrarsi. I comportamenti degli italiani non vengono scalfiti dalle varie ma frammentate iniziative di comunicazione rivolte ai cittadini.

Per iniziare a risolvere questa situazione, che pesa sulla vita delle persone e sui conti pubblici, «c’è necessità di fare sistema, di potenziare l’interazione tra mondi che devono collaborare, perché bisogna cambiare l’opinione pubblica e rendere i decisori pubblici sempre più consapevoli di questo» ha detto Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo presentando il congresso nazionale Sio WiP – Obesità Work in Progress 2026, in corso a Palermo. «La multidisciplinarietà e la polispecialità emergono dal programma del congresso dove sono almeno una decisa i simposi congiunti Sirn, e con i radiologi medici della Sirn abbiamo appena firmato un protocollo di collaborazione e studio, Sie, Sic, Sid, Simi, Sip, Siedp, Sisdca».

«I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze» ha spiegato Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto Superiore di Sanità. «Impressionante anche i dati della sedentarietà, che si accompagna all’obesità e mostra gli stessi gradienti regionali e socio-educativi». Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: «Meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti salutari». Pressoché nessun medico di famiglia, infatti, porta l’attenzione del proprio assistito il problema del peso.

«Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili» conclude Buscemi. Come, ad esempio, garantire a tutti i nuovi farmaci, quelli di cui parlano tutti, che vogliono tutti e che ancora non sono nei Lea: «è un problema politico, perché combattere l’obesità significa anche recuperare forza lavoro e risparmiare i costi di salute delle malattie associate all’obesità» osserva Buscemi. «Abbiamo un governo che si fregia di essere il più duraturo. Che assuma uno sguardo lungo di corretta programmazione degli interventi».

Oltre al calcolo dei costi e dei benefici, tante sono le complessità con cui fare i conti. «Perché tutto qui è molto complesso: le malattie croniche non trasmissibili, l’esposoma, la società» ammette Roberto Vettor, Past President SIO, facendo riferimento ai determinanti sociali della salute. Poi, c’è anche il fatto che non basta sembrare magri per essere al riparo da problemi metabolici. Inoltre, andrebbe sensibilizzata la classe medica: «Così come si ascolta il cuore o si misura la pressione, non si misurano di routine peso e circonferenza vita e altezza».

I pazienti

«Sarebbe ora arrivassero risposte concrete, rendendo accessibili nei Lea i percorsi e la presa in carico multidisciplinare e continuativa, per garantire diritto alla cura a tutti indipendentemente dalla Regione in cui vive. Le differenze regionali continuano a persistere. Andrebbe anche istituito un piano di attuazione con risorse e scadenze» ha detto Iris Zani, presidente dell’associazione Amici oltre il peso e della Fiao federazione italiana delle associazioni, intervenendo all’inaugurazione del congresso. «Chiediamo un’attenzione al contrasto allo stigma: i pregiudizi allontanano le persone dai servizi e compromettono il rapporto di fiducia con i professionisti. È importante anche riconoscere un ruolo stabile alle associazioni coinvolgendone nei tavoli decisionali e chiamarle al confronto con le istituzioni».


La ricerca e l’Ia

La ricerca continua a essere importante. Spiega Vettor: «Dobbiamo andare verso la medicina di precisione. Non basta salire sulla bilancia. Gli strumenti di Ia li stiamo già usando, ma li useremo sempre più. Dovremmo essere noi a governare il processo: penso alla raccolta dati che per noi sono così preziosi e regaliamo costantemente alle grandi compagnie».

Povertà alimentare infantile

Oltre a fare in modo che la persona obesa venga riconosciuta come paziente, a mancare è il passaggio a reali programmi di prevenzione primaria in una società dove, lo dicono oggi i dati di Action Aid sulla povertà alimentare in Italia, circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità.  Anche i clinici riuniti in congresso riconoscono il maggior costo di un’alimentazione salutare rispetto al junk food più economico. «La famiglia media oggi non può costruirsi una dieta di qualità» dicono. Un primo passo potrebbe essere quello di rendere meno accessibili i cibi problematici per la salute. Per Valentina Minardi, «un regalo per le festività potrebbe essere la «sugar tax» che negli altri paesi ha portato a evidenti risultati». E, poi, chi è costretto a rinunce alimentari, come può dedicare risorse mentali e finanziarie agli stili di vita salutari se non aiutato da grandi programmi nazionali? 

La prevenzione primaria 

Già, perché va bene affrontare con i nuovi potenti farmaci il problema dell’obesità, ma è altrettanto importante impedire che le persone diventino in sovrappeso o obese. «La prevenzione primaria è una componente fondamentale, fatta di interventi verso gli operatori e la cittadinanza» spiega Minardi. «La strada è quella della mobilità attiva, dell’educazione nelle scuole e dell’accesso ai servizi». La prevenzione va guidata, ci sono i progetti del Piano nazionale prevenzione, le Urban Health, le Food Policies, ma non si sono tradotti in cambiamenti nei nostri comportamenti. «La prevenzione ha tempi lunghi, al contrario dei nuovi farmaci il cui effetto è evidente pressoché istantantaneamente».

Un approccio integrato

Nelle recenti prime linee guida dedicate all’obesità dell’Oms, si parla di approccio integrato: si raccomanda nei bambini di agire su alimentazione, movimento, comportamenti, sonno e ambiente familiare, all’interno di un percorso assistenziale continuativo e di evitare farmaci e chirurgia. Si raccomanda, inoltre, di agire contestualmente anche sulla salute mentale, ansia ed emozioni, per la loro interconnessione con il comportamento alimentare, e si ribadisce la dimensione sociale del fenomeno, rilevante almeno quanto i fattori psicosociali e la suscettibilità biologica.

Foto di AllGo – An App For Plus Size People su Unsplash

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In Italia 430mila bambini e ragazzi sono costretti a rinunciare a cibo e socialità

15 Ottobre 2026 ore 18:19

L’Italia non soltanto fa sempre meno figli: è anche un Paese nel quale il peso del caro vita grava sulle generazioni più giovani, dall’infanzia all’ingresso nella vita adulta. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità. C’è chi non può permettersi ogni giorno frutta e verdura o un pasto proteico, per esempio a base di carne, pesce o equivalente vegetariano, e chi non può invitare ogni tanto gli amici a casa per giocare o mangiare qualcosa. Nel 2021 erano il 5,3%, circa 419mila. 

È quanto emerge dalla nuova analisi di ActionAid sulla povertà alimentare in Italia, che legge il fenomeno attraverso punti di vista differenti: le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. Il segnale più forte riguarda i bambini tra i 6 e gli 11 anni. In questa fascia d’età, tra il 2021 e il 2024, la quota di chi sperimenta problemi nell’accesso al cibo e alla sua socialità passa dal 3,8% al 6,8%: circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. Le difficoltà economiche possono tradursi anche nella rinuncia a libri extrascolastici, gite, attività di svago o vestiti nuovi. La casa rappresenta una delle principali uscite con cui deve competere la spesa alimentare: quando il bilancio si restringe, il cibo può diventare la voce su cui si interviene riducendo quantità, qualità o ricorrendo ad aiuti. Questa pressione pesa anche sui minori: tra chi vive in una casa di proprietà senza mutuo, le difficoltà alimentari o sociali riguardano il 3,6%; tra chi vive in affitto salgono al 12%, sia nel mercato libero sia negli alloggi a canone agevolato. Oltre tre volte tanto. 

La difficoltà economica può pesare anche nel passaggio alla vita adulta. Tra le persone a rischio di povertà, la deprivazione alimentare riguarda il 27,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. Ma gli anziani non sono al riparo: tra i 65 e i 74 anni l’incidenza è infatti elevata, al 27,2%. Tuttavia, la fragilità colpisce una fase della vita in cui si dovrebbe raggiungere l’autonomia, trovare stabilità lavorativa e sostenere il costo di una casa, mentre per gli over 75 la maggiore continuità dei redditi pensionistici può rappresentare un elemento di relativa protezione.  

«Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile. Le rinunce cominciano dal cibo e dalla possibilità di invitare un amico a casa, continuano negli anni dello studio e arrivano alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permettano di costruire una vita autonoma. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la stabilità per le nuove generazioni arriva sempre più tardi e a un costo sempre più alto», dichiara Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare per ActionAid Italia. 

L’analisi di ActionAid restituisce un quadro di impoverimento progressivo che riguarda l’intera popolazione. Nel 2024 la quota di persone in povertà alimentare è pari al 12,7%, in aumento rispetto all’11,8% del 2023. In termini assoluti si tratta di oltre 6,4 milioni di persone. Il Sud e le Isole restano l’area più colpita, con un’incidenza del 17,4%, ma la novità più significativa arriva dal Nord. Qui la quota di persone in difficoltà passa dal 7,6% del 2023 all’11,2% del 2024, con circa 884mila persone in più coinvolte. In Lombardia, l’incidenza passa dall’8,3% al 14,5% – sono circa 1,25 milioni, più 535mila in un solo anno; in Veneto sale dal 9,5% al 13,5%. Il fenomeno si sta quindi diffondendo anche in territori tradizionalmente meno esposti, senza però spostarsi dal Mezzogiorno, dove si concentrano ancora le incidenze più elevate: la Calabria raggiunge il 35,7%, il valore regionale più alto, in ulteriore crescita rispetto al 31,7% del 2023. A preoccupare è anche il cambiamento del profilo delle persone coinvolte: la deprivazione cresce tra gli occupati, dall’8,7% al 10,5%, e riguarda sempre più anche persone e famiglie non classificate a rischio di povertà.  

«Questo non significa che le fasce più fragili siano meno esposte, ma che l’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia sta allargando l’area della vulnerabilità. Questi dati interrogano l’adeguatezza degli attuali approcci di contrasto. Bisogna affiancare all’aiuto alimentare risposte più strutturali in grado di contrastare efficacemente il fenomeno e promuovere il diritto ad una alimentazione adeguata», conclude Sensi. 

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Strage di Cutro, le sei ore in cui nessuno raggiunse il caicco

15 Ottobre 2026 ore 17:53

A impedire il salvataggio delle 94 vittime del naufragio di Steccato di Cutro, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, avrebbero concorso errori di calcolo e comunicazioni incomplete o mancanti tra chi avrebbe dovuto intervenire. In particolare, chi coordinava le operazioni di soccorso da terra era a conoscenza della posizione del caicco Summer Love, chi era in mare no. È quanto emerge dall’audizione di sei militari della Guardia di finanza ascoltati il 9 ottobre come testimoni nell’ambito del processo in cui sono imputati, per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, sei militari: quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera.

Com’è già noto da tempo, un aereo di Frontex aveva avvistato il caicco alle 22:30, identificandolo a una quarantina di miglia dalla costa. Eppure, nelle sei ore successive nessuna unità dello Stato lo ha raggiunto. Ora, dall’audizione dei testimoni si scopre che l’inerzia sarebbe stata dettata da un problema di comunicazioni interne alla Guardia di finanza e tra questa e la Guardia costiera.

I sei testimoni ascoltati il 9 ottobre sono tutti militari della Guardia di finanza. Tre di loro lavorano nella sala operativa di Taranto: Lorenzo Di Marco, capo della sala, che quella sera non in servizio; Corrado Panico, capoturno nella notte; Daniele Verardo, in turno con lui. La centrale operativa coordinava le operazioni e i movimenti del Barbarsi, il pattugliatore uscito dal porto di Crotone per intercettare il caicco e tornato indietro senza averlo mai visto. A bordo c’erano Giuseppe Passaro, direttore di macchina; il maresciallo Giancarlo D’Andria, che ha tracciato la rotta, e Antonio De Donno, al radar.

Secondo la testimonianza, la segnalazione della posizione del caicco fornita da Frontex è arrivata alla centrale operativa di Taranto alle 23. Panico e Verardo hanno subito avvisato il colonnello Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto e imputato a processo – sul telefono privato, senza ricevere «indicazioni immediate» su come intervenire, e si sono messi in contatto con il comandante del Barbarisi, che ha spiegato loro che le condizioni erano «pessime» e che uscire in mare era difficile e più ancora lo era rientrare. Verardo e Panico hanno quindi calcolato il tempo in cui il caicco avrebbe raggiunto la riva, stimando l’ingresso in acque italiane verso le 3 del mattino e indicando come riferimento Le Castella, un punto noto della costa. Quindi, hanno trasmesso il dato a Vardaro.

È il primo punto in cui le versioni dei testimoni divergono. Verardo, che ha messo il punto sulla carta, ha detto che l’orario di ingresso nelle acque italiane sarebbero state le 2:30, Panico le 3. Ma al di là di questo, sono due gli elementi critici di questa stima. Un’avvocata di parte civile, infatti, ha contestato il metodo di calcolo: la linea tracciata da Verardo e Panico misurava la distanza tra la riva e Le Castella e non la rotta del caicco, che dalla mail di Frontex risultava diversa. Un errore ammesso anche da Verardo nella sua testimonianza: «Il punto cambia», ha detto. La seconda criticità riguarda invece l’aspetto comunicativo. A bordo del Barbarisi, infatti, quella stima non è mai arrivata. D’Andria ha affermato che «non avevamo un tempo preciso di intercetto», De Donno che i tempi «non li ricorda».

Alle 23:45, il colonnello Vardaro ha disposto di restare a disposizione del comando di Vibo Valentia, competente per il mare davanti a Crotone: se Vibo fosse uscita con un suo mezzo, lo stesso avrebbe fatto la Guardia di finanza. Da Taranto, a interfacciarsi con il comando di Vibo Valentia è stato Panico. Vibo, ha spiegato il militare, aveva contattato la Guardia costiera, apprendendo che per il momento non avrebbe intrapreso alcuna azione perché «l’imbarcazione naviga in autonomia e non si vedono persone in coperta». Al tempo stesso, la Guardia costiera aveva una motovedetta «pronta a muovere» nel porto di Crotone: un mezzo costruito per il mare grosso – a differenza del Barbarisi, che non regge onde oltre i due metri e mezzo -, con l’equipaggio a bordo, a poche miglia dal tratto di costa verso cui il caicco puntava. Tutto questo, ha detto Panico, è stato riferito a Vardaro, «aggiornato costantemente»: cinque contatti nella notte, tra telefono e WhatsApp.

Un’informazione, invece, non è stata riferita al colonnello. La motovedetta segnalata da Vibo Valentia, infatti, ha lasciato la sua posizione ed è rientrata a Crotone per fare carburante. Panico lo sapeva, ma non lo ha scritto nel diario di sala perché «non era notizia di carattere operativo» e, per lo stesso motivo, non lo ha riferito al colonnello. Verardo, che era a terra con Panico, lo ha scoperto solo alle 2:30. Tra Crotone e Le Castella ci sono venti miglia: per fare andata e ritorno, con quel mare burrascoso, ci vogliono almeno quattro ore. Da circa mezzanotte in poi, davanti a quella costa non c’era più nessuna unità in mare.

Fino alle 2, ha detto Panico, «non è successo nulla». Alla domanda su che cosa pensasse ci fosse a bordo del caicco, ha risposto che la valutazione spettava a Frontex: «Sulla scorta dello scritto posso ipotizzare che c’erano migranti, ma poteva essere anche una stufa». È la linea che le difese degli imputati stanno ripetendo a ogni udienza, ora sposata da chi aveva calcolato (sbagliando) la rotta e l’ora d’arrivo, sentito il colonnello cinque volte e saputo della motovedetta pronta a Crotone.

Alle 2:05 Vardaro ha ordinato l’uscita del Barbarisi «per fare un controllo di polizia, come si fa di solito». A bordo, D’Andria ha tracciato la rotta su un’immagine del caicco vista sul telefono del comandante, «una ricostruzione». De Donno ha spiegato che con quelle onde il radar distingueva una barca al massimo a sei miglia e che la nave zigzagava per non prendere l’onda in pieno, perdendo i contatti. Alle 2:30 il Barbarisi è uscito dal porto di Crotone insieme alla motovedetta di Vibo, che aveva finito di rifornirsi. Sul radar non c’era niente. Alle 3:30, superato Capo Colonna, la nave non reggeva l’urto delle onde e il comandante ha deciso di rientrare in porto. Mezz’ora dopo, il caicco si è spezzato sulla secca di Steccato di Cutro.

Il pubblico ministero ha ottenuto di sentire in aula tre persone che quella notte erano nella sala di coordinamento di Frontex: il responsabile e i due ufficiali di collegamento, uno della Guardia di finanza e uno della Guardia costiera. I tre saranno ascoltati il 3 novembre, ma si torna in aula già il 16 ottobre per i controesami.

Intanto, Amnesty International Italia, presente fuori dal tribunale di Crotone, va all’attacco: «Il processo che si sta svolgendo a Crotone è un passo importante nel percorso di ricerca di verità e giustizia per le vittime della strage di Cutro e per i loro familiari», dice a VITA Serena Chiodo, referente Campagne e ricerca immigrazione dell’ong. Per Chiodo, però, il processo ai (presunti) responsabili non basta e mette nel mirino la politica italiana ed europea. «È imprescindibile continuare a denunciare il quadro politico in cui si è consumata questa strage, e in cui le persone continuano a morire cercando di raggiungere l’Europa. Le politiche messe in campo dall’Unione europea si concretizzano in accordi con paesi non sicuri, criminalizzazione delle ong che svolgono attività di ricerca e soccorso, detenzione anche esternalizzata, assenza di canali di ingresso regolari e sicuri».

Foto Giovanni Isolino/LaPresse 

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Banco Alimentare: non solo eccedenze, contro la povertà alimentare le aziende ora donino prodotti

15 Ottobre 2026 ore 17:39

È un quadro di sostanziale stabilità dei livelli di disagio economico quello delineato dai dati pubblicati oggi dall’Istat sulla Povertà in Italia. Valori che rimangono vicini ai massimi storici pur registrando lievissimi segnali di flessione.  
L’Istituto di statistica, infatti, segnala 5,4 milioni di individui in povertà assoluta nel 2025, pari al 9,3% percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 9,8% dell’anno precedente.

La proposta

«I dati Istat ci dicono che la povertà resta costante: è un dato ormai strutturale che colpisce famiglie con minori e lavoratori poveri», commenta Marco Piuri, presidente di Fondazione Banco Alimentare. Che aggiunge: «L’aiuto alimentare va ben oltre la semplice risposta assistenziale d’emergenza: è la prima porta di accesso per intercettare le fragilità e accompagnare le persone verso l’autonomia. Per questo proponiamo di affiancare alle donazioni di eccedenze anche le donazioni di prodotti standard da parte delle imprese: una leva concreta, da 0,60 euro a pasto, per aumentare i volumi di aiuto con un costo contenuto per lo Stato».

La filiera degli aiuti

Fondazione Banco Alimentare ha recentemente presentato a istituzioni e imprese il nuovo strumento di contrasto alla povertà alimentare, supportato da una ricerca della Polimi School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ha confrontato valore economico ed efficacia delle tre principali filiere di aiuto alimentare in Italia: le donazioni delle imprese, la Carta Dedicata a Te – Dat e gli acquisti pubblici tramite i programmi Fse+/Fn.

Dall’analisi è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentari (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema Fse+/Fn pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). La filiera Donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, con un costo unitario per un pasto pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto sul mercato finale (2,35 €-pasto) e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.

Il Gap da colmare

Oggi il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

«L’introduzione della donazione di prodotti standard andrebbe ad integrarsi agli strumenti di sostegno diretto e, soprattutto, ai finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati», conclude Piuri.

Tra un mese la Giornata della Colletta Alimentare

Un altro importante aiuto, ricorda una nota, arriva ogni anno durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare – questa edizione sarà sabato 14 novembre – quando le persone acquistano qualcosa da donare a chi è in difficoltà, come olio, legumi e verdure in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno in scatola, riso, prodotti per colazione e per merenda.

In apertura foto da ufficio stampa Banco Alimentare

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La povertà alimentare colpisce un bambino su quattro nel mondo

15 Ottobre 2026 ore 17:38

Sono 181 i milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni che vivono in condizione di grave povertà alimentare: uno su quattro. Di questi, 43 milioni soffrono di malnutrizione acuta, per 12 milioni è grave. Una condizione che può facilmente portare alla morte: a livello globale, quasi la metà dei decessi dei bambini sotto i 5 anni è causata dalla malnutrizione. A segnalarlo è Save the Children, che denuncia il sottofinanziamento dei fondi di contrasto alle emergenze alimentari e nutrizionali nel mondo.

Finora, avvisa l’ong sulla base di un’analisi condotta su quasi 20 Paesi, è stato erogato meno di un terzo dei finanziamenti necessari: a fronte di un fabbisogno stimato in 10 miliardi di dollari, solo il 31%, pari a circa 3,1 miliardi, è stato effettivamente stanziato. La malnutrizione nei primi anni di vita può causare danni irreversibili alla salute e allo sviluppo dei bambini. Eppure, solo uno su tre riceve le cure nutrizionali di cui ha bisogno, mentre conflitti, povertà, crisi climatica e tagli agli aiuti impediscono a milioni di famiglie di sfamare i propri figli. 

«Per decenni», commenta Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children «l’impegno della comunità internazionale ha dimostrato che la malnutrizione può essere prevenuta e sconfitta: non è un destino inevitabile. Oggi, però, stiamo assistendo a una pericolosa inversione di tendenza». A pesare, conflitti più estesi e devastanti, restrizioni all’accesso umanitario, la crisi climatica drastici tagli agli aiuti. Un mix di fattori che priva milioni di bambini di ciò che è essenziale per sopravvivere e crescere: cibo, acqua potabile, assistenza sanitaria, servizi igienici e protezione. «Di fronte a questa crisi non basta intervenire quando l’emergenza è già esplosa. Occorre affrontare le cause profonde della fame con investimenti stabili e soluzioni durature, riportando i bambini al centro dell’agenda globale», puntualizza Fatarella. « La sicurezza alimentare non è un traguardo irraggiungibile: è una scelta politica».

La principale causa di malnutrizione infantile sono i conflitti. Nel 2025, su un totale di 39,1 milioni in condizioni di emergenza erano 23,1 milioni quelle che si trovavano in Paesi in cui il conflitto rappresenta la causa principale. Tra gli scenari peggiori, il Sudan, dove si stima che nel 2026 circa 825mila bambini sotto i 5 anni soffrano di malnutrizione acuta grave, in aumento del 7% rispetto al 2025 e del 25% rispetto al periodo precedente al conflitto (scoppiato nel 2023). Nella Striscia di Gaza, invece, sono più di 1,2 milioni le persone che si trovavano in una situazione di insicurezza alimentare acuta. Inoltre, si stima che, in assenza di assistenza alimentare umanitaria, circa il 90% della popolazione (1,9 milioni di persone) potrebbe affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta fino a dicembre 2026.

Anche la crisi climatica gioca la sua parte. Gli eventi meteorologici estremi incidono per circa un terzo sul numero globale di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, seguiti dalle crisi economiche, che però sono in flessione rispetto al 2024. In Somalia, quasi due milioni di bambini sotto i 5 anni sono a rischio di malnutrizione acuta, di cui 433mila di malnutrizione acuta grave. Il Paese è uno dei più vulnerabili alla crisi climatica e le persone che vivono in condizione di insicurezza alimentare acuta sono circa 5,4 milioni – il 28% della popolazione – in aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, i tagli agli aiuti umanitari. Nel 2025, denuncia Save the Children, i fondi destinati all’assistenza alimentare, agricola e nutrizionale hanno subito un calo del 59% rispetto al 2022: un crollo dei finanziamenti che ha costretto a ridurre la portata degli interventi. Così, dai 36 milioni di donne e bambini iniziali da raggiungere si è passati a soli 16,7 milioni di beneficiari, lasciando circa due milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta grave senza cure e mettendo a rischio la vita di oltre 350mila persone. Un esempio della correlazione tra calo degli aiuti e aumento della malnutrizione è l’Afghanistan. Qui, negli ultimi quattro anni malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è aumentata del 14%, arrivando a colpire 3,7 milioni di bambini nel 2026. Nello stesso periodo, però, i finanziamenti e gli aiuti internazionali sono diminuiti di quasi il 70%, comportando la chiusura o la sospensione delle attività di 600 strutture sanitarie. In Uganda oltre un milione di rifugiati ha perso il sostegno alimentare, mentre ad Haiti la sospensione della distribuzione di pasti caldi alle famiglie sfollate ha aggravato i livelli di fame. In generale, a livello globale, le proiezioni indicano che un’ulteriore e rapida riduzione dei finanziamenti potrebbe causare fino a 22,6 milioni di decessi aggiuntivi entro il 2030, inclusi 5,4 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni.

Save the Children avvisa: siamo di fronte a quella che potrebbe essere la più grave emergenza alimentare del 21° secolo. Il suo impatto si fa particolarmente sentire in Paesi come lo Yemen, dove si stima che 2,2 milioni di bambini, quasi uno su quattro, soffrano di malnutrizione acuta e 500mila di malnutrizione acuta grave a causa del conflitto e della crisi economica, mentre la recente escalation delle violenze rischia di aggravare ulteriormente la situazione. La crisi si estende anche al Malawi, dove un milione di bambini sotto i 5 anni è in condizione di malnutrizione acuta e all’intera Africa orientale e meridionale. Secondo le stime, entro l’inizio del 2027 circa otto milioni di bambini in Madagascar, Malawi, Mozambico, Zambia, Uganda e Kenya potrebbero trovarsi in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con un aumento del 30% rispetto ai livelli attuali.

In apertura: un bambino di un anno affetto da malnustrizione riceve cure mediche da parte di un’unità mobile supportata da Save the Children a Kapoeta, in Sud Sudan (Save the Children)

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La povertà assoluta non arretra: nel Mezzogiorno colpisce quasi un adolescente su cinque

15 Ottobre 2026 ore 17:17

La povertà non accenna a diminuire, nel nostro Paese, ma resta pressoché immobile rispetto allo scorso anno: 5,4 milioni di persone non possono permettersi i beni e i servizi considerati essenziali per una vita dignitosa. Tra loro, 1,13 milioni sono bambini e ragazzi. È la fotografia dell’Italia nel 2025 restituita dal nuovo rapporto Istat sulla povertà: rispetto al 2024, le stime nazionali diminuiscono leggermente, ma rispetto a 10 anni fa la situazione si è pesantemente aggravata. 

Povertà assoluta:  in 10 anni è aumentata di quasi 2 punti

Nel 2025 le persone in povertà assoluta sono circa 5 milioni e 435mila, contro 5 milioni e 744mila nel 2024. L’incidenza passa dal 9,8% al 9,3%. Le famiglie sono poco più di 2,1 milioni, l’8% del totale, rispetto ai 2,2 milioni e all’8,4% dell’anno precedente. Trattandosi di stime campionarie, questi scarti non permettono di parlare di una riduzione del fenomeno. Il confronto più significativo è invece quello con il 2015: in dieci anni, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di quasi due punti percentuali (da 7,4 a 9,3%). 

In povertà assoluta oltre il 12% dei minori

Preoccupa soprattutto il dato sui minori: il 12,5% è in povertà assoluta. La quota è inferiore al 13,8% del 2024, ma la differenza non è statisticamente significativa. Un miglioramento significativo si registra invece nella fascia tra 7 e 13 anni, dove l’incidenza scende dal 14,9% al 12,1%. Resta ampio il divario rispetto al 2015: allora era povero il 9,4% dei minori, 3,1 punti percentuali in meno rispetto a oggi.

La presenza di figli continua ad accompagnarsi a una maggiore esposizione alla povertà: tra le famiglie con almeno tre minori, la quota è del 20,4%, dato leggermente migliore rispetto al 22,3% del 2024. Le famiglie povere in cui vive almeno un minore sono 656mila, l’11,2% del totale delle famiglie con minori: nel 2024 erano 734mila, pari al 12,3%.

La povertà tra giovani e anziani

Anche tra i giovani di 18-34 anni il disagio resta elevato: quasi 1,2 milioni sono in povertà assoluta, il 12,1%. In questo caso, la situazione è leggermente peggiorata rispetto all’11,7% del 2024. Nel confronto decennale, l’incidenza risulta superiore di 2,2 punti.

Gli anziani rimangono meno esposti delle altre fasce d’età, ma anche per loro il livello attuale supera quello di dieci anni fa: il 6,1% degli ultrasessantacinquenni è in povertà assoluta, rispetto al 4,5% del 2015.

La povertà tra gli adolescenti del Sud

Anche il luogo in cui si cresce conta. Nel Mezzogiorno è in povertà assoluta il 15,2% dei minori, contro l’11,2% del Nord e il 10,7% del Centro. Tra gli adolescenti di 14–17 anni residenti nel Mezzogiorno la quota raggiunge il 17,8%: quasi uno su cinque. Nel 2024 era il 15,7%.

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Lavoro e povertà: in difficoltà il 14,3% delle famiglie operaie

Avere un’occupazione protegge, ma non mette sempre al riparo. Tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza della povertà assoluta è del 7,7%. Le differenze tra le posizioni professionali sono marcate: quando la persona di riferimento è un operaio o assimilato, è povero il 14,3% delle famiglie. Conta anche il titolo di studio: è in povertà assoluta il 4,4% delle famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, contro l’11,9% di quelle in cui ha al massimo la licenza media. Il divario diventa particolarmente evidente restringendo lo sguardo alle famiglie con minori: quando la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato, l’incidenza è del 4,2%; se è operaio o assimilato, del 15,5%, quasi quattro volte tanto. 

Affitti e povertà: quasi un milione di famiglie non arriva ai consumi essenziali

Il rapporto tra condizione economica e abitativa è particolarmente netto. Nel 2025 sono 999mila le famiglie in affitto in povertà assoluta: il 20,9% degli affittuari, contro il 4,5% dei proprietari. Tra le famiglie con minori in affitto, è povero il 28,7%, un dato nettamente superiore rispetto al 6% relativo alle famiglie proprietarie di casa. Pesa anche la cittadinanza: è povero il 14,9% delle famiglie in affitto di soli italiani, contro il 32,8% di quelle con almeno uno straniero.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

Famiglie straniere: un miglioramento, ma il divario resta ampio

Un segnale di miglioramento significativo riguarda le famiglie con almeno un componente straniero: l’incidenza della povertà assoluta scende dal 30,4% al 26,7%. Tra quelle composte soltanto da stranieri passa dal 35,2% al 29,4%. Resta però una distanza molto ampia dalle famiglie di soli italiani, per le quali la quota è del 5,9%. Il miglioramento riguarda anche le famiglie con minori composte soltanto da stranieri: l’incidenza scende significativamente dal 40,5% al 31,4%.

La geografia della povertà: i miglioramenti nei piccoli comuni

Un dato interessante riguarda la povertà nei piccoli comuni (fino a 50mila abitanti), esclusi  quelli delle periferie metropolitane: qui la povertà familiare diminuisce significativamente dall’8,9% al 7,4%. Il miglioramento si osserva al Centro, dal 7,9% al 5,4%, e nel Mezzogiorno, dall’11% all’8,2%.

Povertà relativa: oltre un terzo delle famiglie con tre figli minori

Anche la povertà relativa rimane stabile: riguarda oltre 2,8 milioni di famiglie (il 10,8%) e quasi 8,7 milioni di persone (il 14,8%). Qui sono particolarmente marcate le differenze territoriali: la povertà relativa riguarda il 19,5% delle famiglie del Mezzogiorno, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Tra le famiglie con almeno tre figli minori arriva al 35,5%, oltre tre volte alla media nazionale.

Foto dell’autrice

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L’accessibilità fa viaggiare l’Italia: 38,6 milioni di presenze e investimenti in crescita

15 Ottobre 2026 ore 17:04

Quasi 10 miliardi di euro. È l’impatto economico complessivo del turismo accessibile in Italia. Lo dice il Rapporto dell’IsITT, l’Istituto italiano per il turismo per tutti, associazione nata nel 2009 come naturale evoluzione naturale dell’impegno della Consulta per le Persone in Difficoltà – Cpd. Realizzato con il contributo di Fondazione Crt, è stato presentato al Ttg Travel Experience di Rimini: integra dati economici, analisi delle imprese e approfondimenti sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Ne emerge la fotografia di un mercato in espansione e aperto a nuovi investimenti. Secondo Ivana Jelinic, amministratore delegato di Enit, l’Agenzia nazionale del Turismo, «l’accessibilità nelle nostre destinazioni, nei luoghi e nelle imprese visitati dai turisti, anche quelli con difficoltà permanenti o temporanee, è alla base della crescita sostenibile del comparto turistico italiano».

La presentazione del Rapporto dell’IsITT al Ttg Travel Experience.

I numeri

Nove milioni di arrivi, 38,6 milioni di presenze e un valore aggiunto diretto stimato in 5,3 miliardi di euro. Il turismo accessibile è un settore da 9,8 miliardi di euro nel suo insieme. Una componente sempre più rilevante per l’economia e la competitività del sistema turistico italiano. L’accessibilità, quindi, non rappresenta più soltanto un segmento specialistico dell’offerta, ma una leva strategica di sviluppo, innovazione e qualità dell’accoglienza.

Lo studio si è avvalso delle ricerche di Srm – Centro Studi e Ricerche sulla dimensione economica, imprenditoriale e organizzativa, e di Intesa Sanpaolo Innovation Center, focalizzate sul ruolo dei dati, della tecnologia e dell’innovazione. Mette a disposizione un patrimonio di informazioni utili a comprendere l’evoluzione del turismo accessibile e a orientare le scelte di imprese, destinazioni e istituzioni.

Imprese: più selettive, più consapevoli

Uno dei cambiamenti più significativi registrati riguarda l’approccio delle imprese. Il confronto tra il 2025 e il 2026 evidenzia il passaggio da un interesse diffuso per il settore a una maggiore selettività, accompagnata però da un rafforzamento degli investimenti da parte delle aziende più impegnate. La quota di strutture ancora in fase di valutazione cresce dal 9,5% al 21,1%, mentre diminuisce quella delle imprese già attive o impegnate in percorsi di investimento. Parallelamente, tra le aziende orientate all’accessibilità, la percentuale di chi ha investito negli ultimi tre anni sale dal 79,6% all’84,5%, mentre quella di chi prevede nuovi investimenti nel prossimo triennio passa dal 67,5% al 74,2%. Un segnale che racconta un mercato in fase di maturazione: diminuisce l’interesse generico, ma aumenta la determinazione di chi riconosce nell’accessibilità un fattore concreto di competitività.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

Le aziende più orientate all’accessibilità mostrano una maggiore attenzione alla formazione del personale, alla digitalizzazione, all’organizzazione dei servizi e all’integrazione con il territorio. «La tecnologia si conferma un fattore abilitante, ma non una risposta automatica ai bisogni di accessibilità», si legge in una nota stampa. «Dalla qualità e dall’aggiornamento delle informazioni all’interoperabilità delle piattaforme, dalla possibilità di prenotare in autonomia alla mobilità e ai sistemi di orientamento, il vero valore dell’innovazione risiede nella sua capacità di migliorare concretamente l’esperienza di viaggio».

Le prossime sfide

Restano alcune criticità strutturali: la frammentazione delle informazioni, la distanza tra accessibilità dichiarata e accessibilità effettivamente verificabile, la discontinuità dei servizi, la necessità di competenze diffuse e la difficoltà di trasformare le innovazioni sperimentali in soluzioni adottate su larga scala. Per affrontare queste sfide, il Rapporto richiama l’importanza di una governance più integrata delle destinazioni, capace di mettere in relazione operatori turistici, istituzioni, tecnologie, infrastrutture e bisogni dei viaggiatori.

Il Rapporto 2026 si inserisce nel percorso avviato con il Torino Manifesto on Tourism for All 2025, riprendendone i principi e confrontandoli con le nuove evidenze economiche, organizzative e tecnologiche. Da questa riflessione emerge una prospettiva strategica: passare da analisi occasionali a un sistema continuativo di conoscenza e monitoraggio. In questa direzione si colloca l’ipotesi di istituire un Osservatorio IsITT sul turismo accessibile, per integrare dati quantitativi e qualitativi, definire indicatori confrontabili nel tempo e mettere a disposizione strumenti utili per investimenti, politiche e strategie. «I dati mostrano che l’accessibilità non è più un tema marginale, ma una componente della qualità e della competitività del turismo», dichiara Daniela Broglio, presidente di IsITT. «Il nostro obiettivo è mettere in relazione evidenze, innovazione e bisogni delle persone per capire dove sta andando il settore e contribuire a orientarne lo sviluppo».

In apertura, fotografia di Queensland Australia su Unsplash. La fotografia nel testo è di Ufficio stampa IsITT

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Prestare la voce per sentirsi meglio

15 Ottobre 2026 ore 15:00

Un film, un laboratorio di doppiaggio e 10 ragazzi. È così che il progetto Ardire 2 entra nel percorso di cura dell’Hospice pediatrico di Padova che prova a misurare che cosa accade quando cultura e creatività diventano strumenti di relazione, espressione e benessere.

Il cuore dell’iniziativa è un laboratorio di doppiaggio nel quale 10 bambini e ragazzi con malattie rare, seguiti con cure palliative pediatriche, hanno prestato la propria voce ai personaggi di Mavka e la foresta incantata, film d’animazione ucraino del 2023 distribuito in Italia da Notorious Pictures.

«Per i ragazzi questa attività ha significato fondamentalmente un momento di normalità. Poter fare una attività che, anche, i bambini che non sono in un percorso di cura possono fare», spiega Stefano Bellon, della Fondazione La miglior vita possibile, che promuove e sostiene lo studio, la diffusione della cultura e delle opportunità di avanzamento scientifico e del miglioramento delle condizioni di salute e di vita della popolazione pediatrica sottoposta a cure palliative.

La filantropia al servizio di un progetto di cura

A rendere possibile il progetto sono stati 65 mila euro di risorse filantropiche: 40 mila euro della Fondazione Stevanato e 25 mila euro del Fondo Carta Etica di UniCredit. Risorse che non hanno finanziano semplicemente la realizzazione di un film ma un percorso che coinvolge professionisti del cinema, psicologi e medici e che comprende il lavoro con i ragazzi, il rapporto con le famiglie, il coordinamento e la valutazione scientifica dell’esperienza.

«Crediamo che la cura non si esaurisca nella dimensione clinica, ma si compia anche attraverso cultura, creatività e relazione», spiega Sergio Stevanato, presidente dell’omonima Fondazione, «Con Ardire 2 vogliamo offrire ai bambini e ragazzi dell’Hospice pediatrico di Padova, impegnati in percorsi complessi e delicati, un’opportunità per ritrovare fiducia e dare voce alle proprie emozioni».

I ragazzi hanno lavorato sull’interpretazione, sulla respirazione, sull’intonazione, sulla riscrittura del copione e sull’espressività. Il personaggio è diventato un tramite per sperimentare un modo diverso di comunicare e di raccontare le proprie emozioni.

«Come UniCredit, attraverso il Fondo Carta Etica, siamo orgogliosi di sostenere Ardire 2, un progetto che unisce cura, inclusione e creatività, offrendo ai bambini e ai ragazzi dell’Hospice Pediatrico di Padova un’opportunità concreta di espressione e partecipazione», sottolinea sostiene Roberto Burato, area manager retail Padova e Rovigo, «Iniziative come questa dimostrano come l’arte può diventare uno strumento di benessere, crescita e condivisione, contribuendo a migliorare la qualità della vita dei giovani pazienti e delle loro famiglie».

Misurare i benefici dell’esperienza

Il progetto prevede un protocollo di osservazione sulla qualità di vita, l’adattamento socio-emotivo, lo stato psicofisico e la gestione delle emozioni legate alla malattia e alle cure palliative.

La responsabilità scientifica è della professoressa Franca Benini, direttrice dell’Uoc Hospice pediatrico dell’Azienda ospedale- università di Padova. Lo studio sui benefici è stato realizzato dal professor Francesco Pagnini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con il coinvolgimento delle psicologhe dell’Hospice pediatrico. Il protocollo è stato presentato e avallato dal Comitato Etico; la pubblicazione dei risultati è attesa entro la fine dell’anno.

Il doppiaggio diventa così un laboratorio di competenze ma, anche, di relazione: scegliere una voce, trovare un’intonazione, interpretare un’emozione, lavorare sulla respirazione significa allenare la capacità di comunicare e, nello stesso tempo, trovare uno spazio per raccontare qualcosa di sé.

La Carta di Roma per un’alleanza nelle cure palliative

Per la Fondazione La miglior vita possibile il lavoro sulle cure palliative pediatriche non si esaurisce nei singoli progetti. Ardire 2 si inserisce in un percorso più ampio, nato anche dal confronto con il Comitato nazionale per la bioetica.

A luglio 2025 il Comitato aveva richiamato l’attenzione sulle cure palliative pediatriche, indicandole come una situazione di particolare urgenza. Quel documento, racconta Bellon: «è stato ripreso nei mesi successivi dalla Fondazione e ha aperto un confronto con alcuni dei componenti del Comitato. Da quel dialogo è nato un percorso che ha portato a un convegno a Roma e alla stesura della Carta di Roma, Un’alleanza di cura nelle cure palliative pediatriche».

La Carta è stata elaborata a partire dal confronto tra i diversi attori coinvolti e sottoscritta da realtà del settore, tra cui la Federazione cure palliative e la Società italiana di cure palliative. L’obiettivo è costruire una base condivisa per promuovere e diffondere una cultura delle cure palliative pediatriche che tenga insieme il bambino e la sua famiglia.

«Averlo firmato significa averlo condiviso e averne anche partecipato alla sua elaborazione», conclude Bellon. «Questo è il documento che è scaturito dal convegno e quindi è l’elaborazione delle relazioni e anche, ovviamente, dei pensieri dei relatori».

La foto di apertura è un fotogramma del film fornito dalla Fondazione La miglior vita possibile

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Woolrich, nata per vestire i cacciatori rinuncia alle pellicce in Europa

15 Ottobre 2026 ore 14:54

Continuano ad aumentare i marchi e le maison che rinunciano alle pellicce. Tra gli ultimi ad annunciare ufficialmente un impegno fur-free, in collaborazione con la Fur Free Alliance (coalizione di 45 organizzazioni per la protezione degli animali presenti in oltre 30 Paesi) è il marchio internazionale di outewear Woolrich Europe. 

L’annuncio arriva dopo l’invio all’azienda di oltre 200mila email e le manifestazioni davanti ai negozi in tutta Europa. Con il passaggio a novembre 2025 del marchio “Woolrich” per i territori di Europa, Turchia e Federazione Russa al nuovo proprietario BasicNet si è registrato un cambio di passo che ha portato all’adesione all’iniziativa fur-free di Fur Free Alliance. 

Obiettivo un’Europa fur-free

Questa nuova adesione, sottolinea una nota, giunge in un momento cruciale per il futuro della pelliccia in Europa, mentre la Commissione europea si appresta a rispondere all’Iniziativa dei cittadini europei Fur Free Europe, che ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme per chiedere il divieto di allevamento di animali da pelliccia in tutta l’Ue. Era previsto che la Commissione presentasse la propria risposta a marzo, ma la decisione è stata rinviata a dopo l’estate.

Nati per vestire i cacciatori

Fondata nel 1830, Woolrich è considerata il più antico marchio americano di abbigliamento outdoor e ha fornito abiti persino per la Guerra civile americana e per spedizioni in Antartide. Quando nacque in Pennsylvania forniva abiti per cacciatori, taglialegna e trapper.  Oggi Woolrich conta 33 negozi e outlet nel mondo, di cui 23 nell’Unione europea.

Nell’ambito dell’intesa, Woolrich Europe ha aderito al Fur Free Retailer Program internazionale, che conta 1.700 marchi e rivenditori partner in tutto il mondo.
Il marchio cesserà la produzione di nuovi capi contenenti pelliccia animale entro il 31 dicembre 2026, fermo restando lo smaltimento dello stock nel tempo. In pratica, dal 1° gennaio 2027 tutte le nuove collezioni di Woolrich Europe saranno fur-free. L’adesione è una decisione di BasicNet, nuovo proprietario di Woolrich Europe, e si applicherà a tutti i negozi europei di Woolrich. Woolrich Europe si è fatta inoltre parte attiva per cercare di estendere la scelta fur-free alle attività al di fuori dell’Europa, che non sono di proprietà di BasicNet.

Un anno di campagna globale

La Fur Free Alliance aveva lanciato una campagna globale durante le settimane della moda del settembre 2025 per chiedere a Woolrich di seguire l’esempio dei suoi concorrenti – tra cui Canada Goose, Moncler, Napapijri, Parajumpers e molti altri – adottando una policy fur-free e ponendo fine all’uso di pellicce di animali tra cui coyote e cani procione. Due mesi dopo, il gruppo italiano BasicNet ha annunciato l’acquisizione di Woolrich Europe da L-Gam, fondo di investimento con sede in Lussemburgo.

«È un vero segno dei tempi che un marchio nato producendo cappotti bordati di pelliccia per i cacciatori di animali da pelliccia oggi diventi fur-free», doichiara Joh Vinding, presidente della Fur Free Alliance. «Il nuovo proprietario di Woolrich Europe, BasicNet, ha compreso chiaramente che i consumatori di oggi non vogliono avere nulla a che fare con un’industria della pelliccia arcaica e crudele, e chiedono invece materiali più etici, migliori per gli animali e per il pianeta. Complimenti a BasicNet per aver saputo leggere i segnali dei tempi e per aver aiutato Woolrich Europe a entrare nel XXI secolo».

Un segnale per l’intero settore

«Nel corso degli anni abbiamo accolto con favore molti annunci fur-free. La decisione di Woolrich Europe, però, ha un peso particolare», sottolinea Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free, «si tratta di un marchio storico di capispalla, un settore in cui la pelliccia è stata a lungo considerata parte integrante del prodotto. Con questa scelta responsabile, il nuovo proprietario, BasicNet, dimostra un impegno reale e concreto verso l’impatto ambientale e sociale della propria produzione, oltre che verso il valore del rispetto per gli animali, un valore sempre più radicato nella nostra società. È un segnale chiaro per l’intero settore».

Nel 2023 la Fur Free Alliance ha condotto con successo una campagna analoga nei confronti del marchio di lusso italiano Max Mara e negli ultimi anni ha collaborato con numerosi marchi, tra cui Gucci, Armani, Prada, Hugo Boss e molti altri, per l’adozione di policy fur-free.

L’allevamento di animali da pelliccia è al momento vietato in 24 Paesi europei e Israele ha proibito la vendita di pellicce così come negli Stati Uniti in 16 città e nell’intero Stato della California. 

Nell’immagine in apertura pellicce in una sfilata di moda a Londra nel 2014 – Photo by Joel Ryan/Invision/AP da LaPresse

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Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta

15 Ottobre 2026 ore 13:06

 I giorni dell’emergenza abitativa dell’Ue potrebbero essere contati, con una potenziale soluzione all’orizzonte, cioè moderni metodi di costruzione (Mcm). Sfruttando il loro potenziale, l’Ue potrebbe ridurre i costi di costruzione, abbreviare i tempi di costruzione e ridurre l’impronta di carbonio, sostenendo l’economia circolare nel settore delle costruzioni. – È questa la ferma convinzione che il Cese ha espresso nel suo parere sul tema Rendere l’edilizia abitativa accessibile – Aumentare i moderni metodi di costruzione e ridurre i costi , adottato nella sessione plenaria di settembre.

 Elaborato da John Comer e Thomas Kattnig, il parere è stato richiesto dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea e affronta la questione della carenza di alloggi. Più specificamente, il parere affronta le condizioni quadro necessarie per aumentare l’offerta di alloggi riqualificati, ristrutturati e nuovi e fornisce orientamenti agli attori pertinenti sull’attuazione di metodi di costruzione moderni.

 «I moderni metodi di costruzione possono diventare un pilastro fondamentale degli alloggi a prezzi accessibili, ma solo se l’innovazione, la qualità, i diritti dei lavoratori e gli obiettivi di interesse pubblico progrediscono insieme» ha dichiarato Comer. «I moderni metodi di costruzione non devono essere considerati semplicemente una questione tecnologica o orientata al mercato, ma devono far parte di una più ampia strategia sociale, di mercato del lavoro, di accessibilità economica e di politica industriale», ha ribadito Kattnig.

Potenziamento della capacità industriale per i moderni metodi di costruzione

Il settore delle costruzioni rimane caratterizzato da una crescita della produttività relativamente bassa e da catene di approvvigionamento frammentate. I moderni metodi di costruzione possono contrastare questi problemi perché si basano su tecniche innovative di produzione fuori sede e in loco progettate per costruire strutture di qualità superiore più velocemente e in modo più efficiente rispetto agli approcci edilizi tradizionali. Tra gli esempi figurano il potenziamento degli approcci industrializzati come l’edilizia modulare, prefabbricata e fuori sede.

I moderni metodi di costruzione hanno quindi il potenziale per ridurre i costi e i tempi complessivi di costruzione e aumentare la precisione strutturale, il controllo di qualità, la capacità e la produttività del settore. Inoltre, essendo più rispettosi dell’ambiente, contribuiscono anche al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) delle Nazioni Unite. Ciò è della massima importanza, in quanto è essenziale che gli edifici costruiti con moderni metodi di costruzione mantengano la stessa qualità e valore a lungo termine delle case costruite tradizionalmente.  

Per raggiungere questi obiettivi, i moderni metodi di costruzione hanno bisogno di una capacità industriale sviluppata. Per questo motivo il Cese sostiene che l’Ue deve portare avanti investimenti mirati per aumentare la capacità industriale di produrre sistemi di prefabbricazione e costruzione fuori sito.

Tutti gli attori devono collaborare per combattere la frammentazione

Il Comitato sottolinea inoltre che gli Stati membri, la Commissione, l’Alleanza per l’edilizia abitativa e tutte le parti interessate hanno un ruolo da svolgere nel promuovere la normazione, eliminare la frammentazione delle normative e garantire che i sistemi per i moderni metodi di costruzione siano certificati e monitorati. 

Pur riconoscendo che ciascuno Stato membro ha una competenza primaria in materia di alloggi, il Cese ritiene che la Commissione dovrebbe contribuire ai piani nazionali in materia di alloggi e promuovere la cooperazione transfrontaliera. 

 Per consentire al settore edile di compiere progressi nell’innovazione, l’Ue deve avviare un meccanismo di finanziamento centrale per incoraggiare e consentire alle Pmi di investire nella digitalizzazione, che non dovrebbe limitarsi ai progetti di costruzione, ma dovrebbe anche essere sfruttato per garantire i diritti dei lavoratori, posti di lavoro di qualità, condizioni di lavoro e interessi dei consumatori.

Il presidente del Cese, Boland

Risolvere la crisi abitativa deve essere una priorità assoluta 

L’emergenza abitativa dell’Ue non è nuova. I prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati di oltre il 60,5 % dal 2013, mentre gli affitti sono aumentati del 28,8 % tra il 2010 e il 2025. Nel 2024 il tasso di onerosità eccessiva dei costi abitativi è stato in media dell’8,2 % nell’Ue. 

In tutta l’Europa, il drammatico mix di inflazione elevata e aumenti salariali e pensionistici insufficienti ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie. Ciò colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, le donne e i giovani. Inoltre, il calo delle nuove abitazioni innesca pressioni sia sui mercati degli acquisti sia su quelli degli affitti, determinando un’inflazione dei prezzi e degli affitti. 

Una serie di fattori aggiuntivi ha ulteriormente esacerbato la crisi abitativa. La pandemia di Covid-19, la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’aumento dei costi dei materiali hanno peggiorato ulteriormente la situazione. In tale contesto, i tassi di interesse sui mutui ipotecari sono raddoppiati e il numero di licenze edilizie rilasciate nell’Ue tra il 2021 e il 2024 è diminuito del 25%.

Il Comitato continua a spingere le istituzioni dell’Ue

Il Cese ha costantemente sollecitato le istituzioni dell’Ue a trovare una soluzione all’emergenza abitativa, adottando una serie di pareri chiave negli ultimi mesi. – Nel suo parere del settembre 2025 sul tema Per un piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili – Il contributo della società civile, il Cese ha esortato la Commissione a elaborare un piano d’azione per far rispettare il diritto fondamentale all’alloggio.

– A marzo 2026, a seguito di una presentazione della Commissione sul piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili nel dicembre 2025, il Comitato ha adottato un parere sul tema Affrontare la carenza di alloggi attraverso politiche abitative a prezzi accessibili, sostenibili e orientate alle famiglie, in cui chiede misure più ambiziose per affrontare la crisi strutturale degli alloggi.

– Nel suo parere del luglio 2026 sulla strategia dell’Ue per l’edilizia abitativa, il Cese ha esortato la Commissione a presentare rapidamente le iniziative annunciate nel quadro della strategia, comprese le condizioni quadro necessarie affinché l’edilizia funga da catalizzatore per alloggi sostenibili, di alta qualità e a prezzi accessibili.

Attualmente il Cese sta valutando la legge sugli alloggi a prezzi accessibili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre, e dovrebbe adottare un parere sulla legge dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili a dicembre 2026.

Foto: Tom Rumble/Unsplash


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La minicar e la sclerosi del limite

15 Ottobre 2026 ore 11:43

«Ci annoiavamo». È la spiegazione che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbero dato i due minorenni che hanno ammesso le aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. Tra i feriti, il più noto è l’attore Davide Iacopini. La dinamica richiama, per alcuni aspetti, il knockout game delle cronache americane: colpire uno sconosciuto, farlo cadere, fuggire. Un’analogia, non la prova di un’emulazione. Ad accomunare questi gesti è soprattutto la riduzione dell’altro a bersaglio occasionale.

«Ci annoiavamo» può essere una giustificazione di comodo. Merita comunque di essere presa sul serio per il vuoto che sembra nominare. La noia è un’esperienza comune; qui colpisce la possibilità di riempirla attraverso il dolore inflitto. Come se mancassero le parole, i desideri, i significati capaci di dare forma a ciò che si prova, e il corpo di un passante diventasse la materia su cui scaricare un vissuto rimasto senza elaborazione.

È possibile leggere in questa sequenza una sclerosi delle mediazioni: l’inaridimento di quello spazio simbolico che permette di pensare un impulso prima di tradurlo in azione. Non è una diagnosi sui due ragazzi. È una domanda sulla qualità dei contesti in cui si cresce. Esistono relazioni fitte di contatti e povere di significato, ambienti affollati ma simbolicamente svuotati, nei quali si fatica a riconoscere il valore di un legame, di un’attesa, di una rinuncia. L’altro rischia allora di perdere consistenza umana: conta soltanto per le sensazioni che può suscitare.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. La capacità di riconoscere un limite si forma dentro un tessuto di esperienze che comprende scuola, amicizie e vita pubblica. La questione riguarda la tenuta di questo intreccio, le contraddizioni che lo attraversano, la credibilità degli adulti che lo abitano. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione

Angelo Palmieri

Qui emerge il paradosso: viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle. Conoscere un divieto non equivale ad averne compreso il senso. Il limite prende corpo attraverso un accompagnamento, dentro rapporti nei quali si impara che l’esistenza altrui ci riguarda anche quando nessuno ci sorveglia. Se questo processo si inceppa, la regola rimane una prescrizione esterna, da aggirare appena possibile. L’affollamento dei codici può così convivere con un deserto di doveri sentiti.

Viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle

Angelo Palmieri

Su questa fragilità si innesta talvolta il bisogno di spingersi oltre ogni soglia, di cercare nell’eccesso una conferma della propria esistenza. Il pericolo, corso o fatto correre, diventa una misura dell’audacia; persino la possibilità della morte finisce per essere assorbita nella sfida, quasi fosse un’alleata capace di accrescerne l’intensità. È questo il passaggio più inquietante: quando la vita altrui viene usata per dimostrare qualcosa a sé stessi, l’irreversibilità delle conseguenze sembra scomparire dal pensiero.

La responsabilità di chi aggredisce resta piena. Ma quel «ci annoiavamo» interroga anche una società capace di moltiplicare stimoli e prescrizioni, assai meno sicura nel trasmettere ragioni per fermarsi. Il passante colpito paga sul proprio corpo questa distanza tra il divieto conosciuto e il limite non diventato mai coscienza.

Credit foto Benvenuti/Lapresse

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Ho scritto “oil” sulla sabbia. In Canada protesta anti-bituminose

15 Ottobre 2026 ore 10:45

Bilancio energetico negativo, emissioni di gas serra, acqua, inquinamento, bacini di decantazione e battaglie legali condotte da alcune Ong per difendere le proprie terre natie sono i denominatori comuni dell’opposizione al metodo di estrazione delle sabbie bituminose. E poi ci sono i ricercatori, come Kevin Timoney, che, nel 2025, lancia l’allarme sul fatto che l’agenzia incaricata di supervisionare lo sviluppo energetico nella provincia canadese dell’Alberta (l’Alberta Energy Regulator) sia in mano all’industria.

In questa provincia occidentale, l’area di Athabasca ospita la più grande riserva mondiale conosciuta di bitume greggio, le sabbie bituminose (tar sands o oil sands), sotto una superficie di circa 140mila chilometri quadrati, sfruttamento iniziato dagli anni Settanta. L’apertura di miniere a cielo aperto e le frammentazioni rocciose effettuate con tecniche idrauliche, – il “fracking”, di cui ha parlato anche il National Geographic – al fine di ottenere il petrolio greggio pesante, è causadella distruzione di foreste boreali che ricoprono metà della provincia, di cui circa il 20% è stato interessato dall’apertura delle miniere a cielo aperto (visibili anche da immagini dell’agenzia spaziale europea, che ne ha fatto anche un interessante video esplicativo, in occasione di una mostra a Palazzo delle Esposizioni a Roma nel 2014 e della Nasa).

Si stima che le sabbie bituminose dell’Athabasca contengano una quantità enorme di petrolio, per un totale di 1.700 miliardi di barili. Le riserve “provate e tecnologicamente ed economicamente recuperabili” si attestano oggi ufficialmente a 159 – 166 miliardi di barili solo per le sabbie bituminose. La quota sfruttabile con le tecnologie attuali è quindi circa il 10% di tali riserve. In tale produzione, il Canada oscilla tra il terzo e il quarto posto mondiale, a seconda dell’agenzia statistica. Il Venezuela (grazie alla fascia dell’Orinoco) e l’Arabia Saudita mantengono le prime due posizioni. Negli ultimi anni, alcune classifiche internazionali (come quelle dell’ U.S. Energy Information Administration) inseriscono l’Iran al terzo posto, facendo scivolare il Canada al quarto, mentre i dati ufficiali del governo canadese lo posizionano ancora al terzo posto globale per riserve provate.

Tar sands Canada, immagine Esa

Eppur si muove

Non se ne parlava da qualche tempo (VITA ne aveva scritto a proposito della mobilitazione di Lush), ma il tema ritorna alla ribalta delle cronache per la recente l’acquisizione multimiliardaria di Athabasca Oil Corp. (con una produzione di 40.000 barili al giorno e oltre 75 anni di riserve) da parte di Cenovus Energy, operazione con la quale il 93% della produzione di sabbie bituminose del Canada sarà di proprietà di sole cinque società: Canadian Natural Resources Ltd., Suncor Energy, Cenovus, Imperial Oil e ConocoPhillips. Negli ultimi anni, si è assistito a una straordinaria concentrazione tra i produttori nella regione delle sabbie bituminose dell’Alberta, principalmente per incrementare le scorte, aumentare l’efficienza e massimizzare il flusso di cassa libero. Il rimescolamento degli asset arriva in vista di un potenziale aumento dello sviluppo upstream a livelli che non si vedevano da oltre un decennio, con gli operatori concentrati maggiormente sul sostegno legislativo a lungo termine e sugli attuali prezzi elevati del petrolio. Si ricomincia allora a sfruttare queste risorse. Si rilancia (nei piani futuri è rientrato anche l’asset non sviluppato Corner di Athabasca, che potrebbe diventare il primo progetto greenfield nelle sabbie bituminose a essere realizzato dal 2013). E poi ci sono il quadro normativo e fiscale federale che cambia, che, fra l’altro, consentirebbe alle aziende di ammortizzare immediatamente le spese per i grandi progetti d’investimento, e le recenti dichiarazioni del primo ministro canadese Mark Carney che ha definito il Pacific Link un progetto di interesse nazionale, garantendogli così un trattamento prioritario da parte del Major Projects Office federale. Si tratta della costruzione di un nuovo oleodotto per l’esportazione di petrolio verso la costa occidentale che rende ancora più urgente per Ottawa decidere cosa fare dei bacini di decantazione dei residui minerari, un annoso problema ambientale che affligge le sabbie bituminose della zona. Poco o nulla sulla stampa italiana (qualcuno….). La CBC vi dà ampio risalto. Forse troppo “locale” e per gli addetti ai lavori. Ma è un segno in controtendenza ai movimenti di tutela ambientale, dall’altra parte del mondo, per un tema che riguarda comunque anche il mondo.

Perché le tar sands fanno male all’ambiente?

Le tecniche di sfruttamento sono essenzialmente due: surface-mining (sfruttamento a cielo aperto) e in-situ. La prima forma, in generale la più impattante dal punto di vista ambientale, consiste nello scavare il terreno ed estrarre le sabbie a cielo aperto, come se si fosse in una cava. La seconda, utilizzata quando i giacimenti sono profondi, consiste nell’immettere acqua pressurizzata e componenti chimici nel terreno, componenti che liquefano le sabbie, poi pompate in superficie come il petrolio convenzionale. 

Gli impatti ambientali prodotti sono enormi. La superficie complessiva occupata dalle operazioni a cielo aperto copre ormai tra i 900 e i 1000 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella di una piccola provincia italiana e le operazioni sono visibili dallo spazio e rappresentano una delle più grandi impronte dell’umanità sul pianeta. Gli enormi bacini di decantazione, dove sono mescolate le sabbie con l’acqua del fiume e i prodotti chimici, sono vaste come città e occupano decine di chilometri quadrati, un volume pari a 600.000 piscine olimpioniche. Un numero crescente di ricerche suggerisce che la deforestazione e le attività minerarie nelle zone umide legate all’estrazione delle sabbie bituminose in Alberta stiano causando alterazioni ecologiche, o danni estremamente gravi. I processi di estrazione a cielo aperto comportano il disboscamento di vaste aree di alberi, nonché la rimozione di torba, vegetazione e suolo fino a una profondità di 75 metri. Le zone umide nell’area destinata all’estrazione vengono prosciugate e i fiumi deviati, causando la perturbazione dell’habitat della fauna selvatica e la perdita di biodiversità, con effetti di vasta portata su tutto l’ecosistema. Sebbene l’estrazione in situ sia meno impattante in termini di deforestazione, anch’essa causa una significativa frammentazione del territorio, e gli impatti cumulativi rimangono sconosciuti. Le comunità indigene e gli scienziati hanno lanciato l’allarme per il drastico calo del caribù delle foreste boreali, già classificato come specie minacciata ai sensi del Species at Risk Act del Canada, nonché per gli impatti significativi delle attività legate alle sabbie bituminose su cervi dalla coda bianca, orsi neri, coyote, linci, volatili acquatici.

immagine satellitare ESA

Le emissioni legate alla produzione non-convenzionale delle sabbie sono, in generale, molto più elevate rispetto a quelle prodotte dall’estrazione di petrolio convenzionale e secondo il governo dell’Alberta contribuiscono per un quarto alle emissioni complessive dello stato, che per altro possiede molti progetti petroliferi tradizionali. Lo sviluppo di questo tipo di petrolio ha rappresentato di gran lunga il maggior aumento al contributo di CO2 in Canada dal 2005 al 2015. Da ricordare come l’’estrazione in situ consumi più energia e generi più emissioni di gas serra per barile estratto.

Sia le acque reflue che i fanghi tossici fanno parte dei residui di scarto del processo di estrazione e separazione del bitume. Sebbene spesso vengano menzionati insieme o utilizzati come sinonimi nei media, indicano fasi e componenti fisiche diverse dello stesso problema ambientale. Le acque reflue sono la fase liquida dei residui e derivano principalmente dal metodo d’estrazione con acqua calda ed enzimi/chimici usato per separare il bitume da sabbia e da argilla. I fanghi tossici rappresentano, invece, la fase semi-solida e densa che si deposita sul fondo dei bacini di decantazione (tailings ponds). Sono una miscela densa composta da argilla finissima, silicio, acqua e bitume residuo non estratto, intrisi degli stessi inquinanti tossici chimici e metalli pesanti presenti nell’acqua.

Oggi, con la volontà di espandere le sabbie bituminose, aumenterà anche il problema delle acque reflue del settore: è in corso un acceso dibattito sull’idea di trattare e rilasciare le acque di scarto minerario. In Canada, da sempre all’industria è stato vietato di scaricare acqua. Di conseguenza, grandi bacini di decantazione in tutta la regione sono pieni di acque reflue industriali accumulate negli anni. Questo fluido è tossico e dannoso per la fauna selvatica, si temono gli effetti nocivi sulla salute. Ogni giorno, ogni pochi secondi, i cannoni ad aria compressa sparano ai bordi dei bacini di decantazione per tenere lontani uccelli, anatre e altri animali selvatici dall’acqua, vi sono decine di spaventapasseri vestiti con tute e caschi. Secondo l’Alberta Energy Regulator, la quantità di fluido di scarto minerario continua ad aumentare, dopo essere cresciuta del 50% in un periodo di 10 anni, dal 2014 al 2024. Con il riempimento dei bacini di decantazione, l’industria sta esercitando forti pressioni sul governo affinché vengano introdotte normative che consentano il trattamento e il successivo rilascio del fluido. Allo stesso tempo, alcuni leader indigeni chiedono un rallentamento della produzione di sabbie bituminose fino a quando la questione non sarà risolta in modo adeguato. I bacini di decantazione sono al limite della capacità e nessuno vuole che ne vengano costruiti altri, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente dell’Alberta, Grant Hunter, in un’intervista a CBC News. Se venisse autorizzata la pratica del trattamento e rilascio, l’acqua verrebbe pompata nel fiume Athabasca, che scorre direttamente verso nord da Fort McMurray e dalla regione delle sabbie bituminose, raggiungendo diverse comunità indigene prima di sfociare nei territori del nord-ovest e nell’Oceano Artico. I timori che la contaminazione si sia infiltrata nei corpi idrici e abbia contribuito all’insorgenza di casi di cancro a Fort Chipewyan, ad esempio, sono forti. Basti ricordare i 5,2 milioni di litri di acque reflue provenienti dalle sabbie bituminose fuoriuscite dall’impianto di Kearl Lake della Imperial Oil, nel 2023. L’industria, dal canto suo, sta testando vari metodi chimici e biologici per il trattamento delle acque di scarto e la filtrazione dei contaminanti. Le principali compagnie petrolifere hanno stretto collaborazioni con scienziati in decine di progetti di ricerca incentrati sulle acque di scarto nelle sabbie bituminose. Ma le comunità restano scettiche.

immagine satellitare ESA

E poi, si diceva, ci sono i fanghi tossici, il materiale più difficile e problematico da gestire. Le particelle finissime di argilla rimangono sospese nell’acqua senza riuscire a separarsi naturalmente. Per far sì che questi fanghi si consolidino e la parte solida si separi del tutto da quella liquida, occorrono decenni o perfino secoli. Quando le compagnie minerarie cercano di bonificare un bacino, la sfida principale riguarda proprio questo materiale. Oggi vengono usati trattamenti chimici o processi di centrifuga per accelerare la separazione dell’acqua dall’argilla, ma l’impatto complessivo sugli ecosistemi e sulle comunità indigene locali rimane uno dei temi ecologici più controversi in Canada.

Chi ha definito “ecocidio” lo sfruttamento in Canada?

Vi è un recente articolo accademico, The archetypal ecocide: is environmental devastation in the Alberta oil sands an international crime?, scritto da Kate Mackintosh e Lisa Oldring, che indica quello canadese come uno dei casi più evidenti e discussi di distruzione ambientale su larga scala a livello globale, analizzandolo attraverso la lente del diritto penale internazionale e del crescente movimento per il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale. Nel dibattito analizzato dalle autrici, le devastazioni e l’inquinamento sistemico vengono spesso definiti non solo come ecocidio, ma anche come forme di “lento genocidio industriale” o violazioni sistemiche dei diritti umani fondamentali.

In passato, tale accusa era stata formulata principalmente in due sedi: nel più volte citato mock trial sull’ecocidio alla Corte Suprema del Regno Unito e presso l’International Rights of Nature Tribunal (Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura). Nel settembre del 2011, la pioniera della lotta contro l’ecocidio, l’avvocatessa Polly Higgins organizzò un “processo fittizio” (mock trial) all’interno della vera Corte Suprema del Regno Unito a Londra per testare la fattibilità di una legge internazionale sull’ecocidio. Veri magistrati, avvocati di alto livello e una giuria popolare reale hanno giudicato il caso (basato proprio sulle reali sabbie bituminose dell’Athabasca in Canada). La giuria ha impiegato solo 50 minuti per emettere un verdetto unanime di colpevolezza per ecocidio contro gli amministratori delegati delle multinazionali (interpretati da attori).

L’’International Rights of Nature Tribunal, tribunale etico istituito dalla società civile e da organizzazioni ambientaliste globali (come la Global Alliance for the Rights of Nature), ha tenuto, invece, varie udienze (tra cui una storica a Parigi nel 2015 durante la COP21). I giudici del tribunale – eminenti giuristi, scienziati e leader indigeni di tutto il mondo – hanno ascoltato le testimonianze dirette delle comunità native canadesi (i popoli cd. First Nations) e analizzato i dati scientifici riguardanti la distruzione delle foreste boreali, la contaminazione dell’acqua e l’impatto climatico. Le sentenze del Tribunale hanno stabilito che queste attività non costituiscono semplici danni collaterali sacrificabili in nome dell’economia, ma configurano un vero e proprio ecocidio e una violazione sistematica del diritto alla vita e alla rigenerazione degli ecosistemi. Anche se le sentenze di tale Corte non sono giuridicamente vincolanti per gli Stati, il suo valore culturale, scientifico e di pressione politica è enorme. Funziona come un vero tribunale, applicando i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra. Nel dichiarare colpevole il modello industriale delle sabbie bituminose, il tribunale applica direttamente l’articolo 2 della Dichiarazione. Le attività di estrazione in Alberta violano in modo sistematico il diritto di esistere e di rigenerarsi e il diritto all’acqua come fonte di vita. Esso evidenzia anche come sia impossibile separare la distruzione della natura dal danno culturale e fisico ai popoli nativi.

Raccomanda, quindi, l’arresto immediato di ogni nuova concessione ed espansione delle miniere di sabbie bituminose, l’obbligo per lo Stato canadese e le compagnie petrolifere di finanziare la bonifica e la rigenerazione totale delle aree devastate, non come “compensazione economica”, ma come dovere morale e legale verso la Terra e si chiede al Canada di riformare il proprio sistema giuridico, superando il concetto che la natura sia una “proprietà privata” o una “risorsa da sfruttare”, riconoscendola come soggetto di diritto. Inascoltato? Le azioni di oggi parlano da sé.

In apertura, le immagini Nasa dell’area dell’Alberta interessata dal fracking. Le altre immagini sono dell’Agenzia spaziale europea – Esa

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Neet, la dispersione si batte facendo squadra con le associazioni del territorio

15 Ottobre 2026 ore 10:39

I territori di Alessandria, Novi Ligure e Ovada non sono esenti dal fenomeno della dispersione scolastica. Per contrastarne le cause più profonde e aiutare ad affrontare tale problematica a quanti già la vivono, l’Associazione Cultura e Sviluppo con il sostegno di UniCredit Foundation ha promosso il progetto Insieme per il Futuro. 

L’iniziativa nasce dall’esperienza ventennale dell’associazione piemontese come presidio educativo sul territorio. Nella sua attività coinvolge abitualmente una rete di organizzazioni del Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali con l’obiettivo di costruire risposte integrate ai bisogni dei giovani. Il network è composto da realtà quali Azimut, Cambalache, Human Art, Io Volo, Labì, Me.dea, Semi di Senape e Yggdra.

L’approccio innovativo

Il progetto si caratterizza per un approccio innovativo basato sulla co-progettazione tra scuole e Terzo settore. Il primo passo è l’adozione di un sistema di valutazione condiviso, attraverso il quale vengono individuati gli studenti più esposti a fragilità educative, sociali ed emotive. Su questa base, viene sviluppato per ciascuno di loro un percorso personalizzato di accompagnamento.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I percorsi sono molto vari e includono attività di sostegno scolastico, mentoring, orientamento, supporto psicologico e mediazione interculturale nel caso di studenti stranieri. Essenziale in questa azione è anche il coinvolgimento costante di docenti e genitori.

Un toolkit per la replicabilità

L’elemento distintivo del progetto è la volontà di generare un cambiamento strutturale. Per questo, le attività sono monitorate attraverso una valutazione di impatto indipendente e con la realizzazione di un toolkit, che ne consentirà la replicabilità in altri contesti. Più che un insieme di singoli interventi, il progetto rappresenta dunque un esempio di come sia possibile costruire un ecosistema educativo collaborativo, capace di mettere in relazione competenze, risorse e i diversi attori della comunità.

Con lo scopo di offrire ai giovani maggiori opportunità di crescita e di formazione, dentro e fuori la classe: «Da alcuni anni i partner contrastavano, in modo poco coordinato, la dispersione scolastica. Il progetto ci ha permesso di unire i pezzi e costruire una governance solida tra Ets e scuole, sostenibile oltre il progetto», spiega in proposito Alessio Del Sarto, direttore di Cultura e Sviluppo.

Filantropi_Unicredit Foundation
Attività realizzate con i ragazzi

Le risorse messe a disposizione dalla fondazione per il progetto, che si è avviato nel 2025 con un programma di 30 mesi, ammontano a 300mila euro. In questo ambito, molto interessante è anche la fase della rendicontazione, che si concentra sugli aspetti essenziali dell’attività: «La flessibilità di UniCredit Foundation, a cui rendicontiamo l’impatto e non i giustificativi di spesa, ci ha aiutato a modellare le azioni sui bisogni mutevoli dei ragazzi e a costruire una valutazione d’impatto che misura non solo il progetto ma anche la rete e il nostro ente. Un esempio di filantropia della fiducia in atto», spiega Del Sarto.

L’intervento

Silvia Cappellini è il direttore generale dell’ente filantropico del gruppo bancario guidato da Andrea Orcel.

Filantropi Silvia Cappellini Dg Unicredit foundation
Silvia Cappellini

Per UniCredit Foundation, sostenere un progetto significa anzitutto riconoscere il valore di chi conosce in profondità i territori, le comunità e le sfide che i giovani affrontano ogni giorno. Significa costruire relazioni fondate sulla fiducia, sull’ascolto e sulla convinzione che le risposte più efficaci nascano dall’incontro tra competenze, esperienze e prospettive diverse. Insieme per il Futuro incarna pienamente questa visione: un percorso che affronta la povertà educativa nella sua complessità, guardando non solo ai risultati raggiunti, ma anche alla qualità delle trasformazioni generate. 

Non si tratta solo di sostenere economicamente ma di valorizzare esperienza e capacità di innovazione

Silvia Cappellini

Crediamo in una filantropia che non si limita a sostenere economicamente le iniziative, ma che valorizza l’esperienza e la capacità di innovazione delle organizzazioni che operano sul territorio, offrendo loro la fiducia e la flessibilità necessarie per sviluppare risposte efficaci ai bisogni emergenti. In questa prospettiva, l’impatto non è il risultato di interventi isolati, ma il frutto di ecosistemi collaborativi in cui Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali condividono responsabilità, conoscenze e obiettivi.  Per questo la valutazione rappresenta per noi molto più di un esercizio di misurazione.

È uno strumento di comprensione e apprendimento che consente di leggere il cambiamento nella sua interezza, cogliendone non solo gli esiti, ma anche i processi e le relazioni che lo hanno reso possibile. È in questo passaggio che un progetto esprime il suo potenziale più profondo: quando supera il perimetro delle attività realizzate e diventa una fonte di apprendimento collettivo. La conoscenza prodotta, le pratiche sperimentate e le relazioni costruite possono trasformarsi in un patrimonio condiviso, contribuendo alla definizione di modelli più solidi e replicabili, capaci di ampliare nel tempo le opportunità per i giovani e per le comunità in cui crescono.

Nell’immagine in apertura attività con i giovani protagonisti del progetto. Tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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Solidarietà e partecipazione, così l’arte torna patrimonio della comunità

15 Ottobre 2026 ore 09:47

dagli esperimenti della Tv delle ragazze al divano rosso di Parla con me, autrice, scrittrice, conduttrice elegante, colta, ironica, pungente, Serena Dandini ha condotto programmi che hanno fatto la storia del piccolo schermo e firmato interviste da libro dei ricordi. Due su tutte? Le ricorda lei, il fisico Giorgio Parisi e Annie Lennox, che le confidò il suo desiderio di non cedere alla bitterness e di non lasciare spazio all’amarezza con l’età che avanza. Un obiettivo che Dandini sembra aver fatto suo. «I nostri nonni hanno combattuto contro nazismo e fascismo. Ce la possiamo fare anche noi»: il sorriso è quello di sempre, gli applausi anche.

«La complicità? È fare squadra» e farlo quando nessuno là fuori ci crede. E Dandini di sfide ne ha vinte parecchie: ha portato in tv la comicità delle donne, quando pochissimi lo facevano, ha scoperto talenti, ha ridato vita all’Ambra Jovinelli, un teatro che ha diretto per 10 anni.

Ecco, la sua forza e quel modo di vivere Roma che è un po’ amore infinito, pazienza e resistenza, ebbene tutto questo è stato il filo rosso che ha tenuto insieme il primo incontro di Riflessi, serie di appuntamenti promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico su 4 temi, uno per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

L’accesso agli appuntamenti sarà consentito con un biglietto di 10 euro, il cui intero incasso derivante dalla vendita sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco together home, che dal 1997 accoglie gratuitamente bambini con gravi patologie e le loro famiglie, offrendo una casa vicino agli ospedali pediatrici e il calore di una comunità che li sostiene per tutto il tempo delle cure.

Fondazione Roma ha scelto di raddoppiare la somma complessiva destinata all’associazione, aggiungendo un proprio contributo di pari importo. La cultura diventa così anche un gesto di solidarietà: chi entra a Palazzo Cipolla non assiste soltanto a uno spettacolo ma contribuisce a una causa.

Riflessi Fondazione Roma
da sinistra Daniele Pitteri, direttore artistico di Riflessi, Franco Parasassi, presidente Fondazione Roma, Serena Dandini e Gaia De Laurentiis, prima di salire sul palco per la serata inaugurale di Riflessi

L’arte incontra la creatività e la solidarietà

«Con Riflessi», spiega il presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi, «abbiamo voluto realizzare un modo nuovo di vivere il Museo del Corso – Polo museale, aprendolo alla città e trasformando Palazzo Cipolla in un luogo di incontro, dialogo e partecipazione. Un progetto nel quale il patrimonio artistico incontra la creatività contemporanea e il pubblico diventa parte integrante dell’esperienza culturale».

Riflessi, aggiunge, è anche l’occasione «per affermare il valore sociale della cultura. Destinare l’intero ricavato della rassegna all’Associazione Andrea Tudisco – Together home e raddoppiarlo con un contributo di Fondazione Roma significa trasformare ogni biglietto in un gesto concreto di solidarietà, a sostegno dei bambini affetti da gravi patologie e delle loro famiglie».

Al centro del progetto c’è Roma, intesa non come semplice scenario, ma come comunità, bacino di talenti ed ecosistema culturale contemporaneo. Una città attraversata da scrittori, registi, attori, musicisti, artisti, giornalisti e intellettuali che qui vivono, lavorano o transitano, alimentando quotidianamente il tessuto creativo del Paese.

Serena Dandini protagonista della serata inaugurale di Riflessi, serie di incontri promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico. L’intervento del presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi

La complicità, la pace, la follia, l’uguaglianza

Ognuna delle serate seguirà una propria grammatica: il confronto aperto con l’ospite condotto da Daniele Pitteri (che ha curato la direzione artistica del progetto) affiancato da co-conduttori d’eccezione che si alternano sul palco, Gaia De Laurentiis, Gioia Salvatori e Marco Passiglia, il microfono ceduto alla platea, gli interventi dedicati all’arte, alla poesia, fino all’energia della musica dal vivo.

A scandire il calendario, come dicevamo, sono quattro parole chiave, una per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

La complicità

La complicità è il primo gesto di una comunità: l’istante in cui traiettorie differenti scelgono di condividere un tratto di strada, un’intesa sotterranea o un’alleanza dichiarata. Dopo l’anteprima del 14 ottobre, affidata all’ironia e allo sguardo di Serena Dandini, affiancata dal dialogo musicale tra tradizioni popolari e cantautorato di Eleonora Bordonaro e Diana Tejera, il 20 ottobre protagonista sarà Tosca, in una serata che la vedrà attraversare il racconto e la performance dal vivo.

Il 27 ottobre sarà poi la volta del giornalismo d’inchiesta e umano di Domenico Iannacone, accompagnato dalle trame jazz, elettroniche e mediorientali del duo Candy Cane Snail, formato da Ava Alami e Vittorio Esposito.

La pace

La pace sarà esplorata non come tregua passiva, né come semplice contrario della guerra, ma come processo fragile e quotidiano: una pratica fatta di ascolto, negoziazione, memoria e disponibilità a fare spazio all’altro. Il 3 novembre il tema prenderà corpo attraverso le parole e la memoria civile di Giovanni Grasso, accompagnato dalle architetture vocali e dalla sperimentazione jazz di Leepuma quartet.

Il 17 novembre la narrazione della giustizia, delle ferite sociali e delle contraddizioni urbane sarà al centro dell’incontro con Giancarlo De Cataldo, cui faranno da eco le armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Il 24 novembre il palco accoglierà il maestro Nicola Piovani, tra i più grandi compositori contemporanei, in una serata che ospiterà anche la ricerca sonora intima ed evocativa del duo formato da Martha Deribe e Simone Maggio.

La follia

La follia sarà il confine mobile tra norma e libertà, smarrimento e lampo intuitivo; la capacità di sottrarsi al visibile codificato per spingersi oltre ciò che appare possibile. Il ciclo si aprirà il 1° dicembre con la penna e l’esperienza investigativa di Gianrico Carofiglio, in dialogo sonoro con il prog-jazz della pianista e compositrice Miriam Fornari. L’8 dicembre lo sguardo si sposterà sulla poliedricità cinematografica e musicale di Margherita Vicario, accompagnata dalle suggestioni cantautorali di Chiaré.

Il 15 dicembre la parola passerà all’acutezza giornalistica e al racconto pubblico di Serena Bortone, affiancata al pianoforte dal talento classico e jazz di Enrico Zanisi. Il percorso sulla rottura degli schemi si chiuderà il 22 dicembre con l’energia attoriale di Beatrice Arnera e l’improvvisazione libera e trasversale di due figure di primo piano del jazz italiano, Ada Montellanico e Simone Graziano. 

L’uguaglianza

L’uguaglianza è il riconoscimento dell’uguale valore e dignità di ogni singola voce: un’idea ancora incompiuta e per questo necessaria, senza la quale non esiste cittadinanza. Il nuovo anno si aprirà il 5 gennaio con l’analisi politica e la precisione d’indagine di Alessandra Sardoni, incorniciata dalle tessiture elettroacustiche e vocali di Ludovica Manzo e Ruggero Fornari.

A coronare l’intero percorso, il 12 gennaio, sarà l’intensità scenica e umana di Anna Foglietta, con il gran finale musicale affidato all’eleganza pianistica di una leggenda del jazz internazionale come Enrico Pieranunzi.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La parete a specchio

Negli appuntamenti di Riflessi, precisa la fondazione, il pubblico non è chiamato semplicemente ad assistere, ma a entrare nell’azione, un elemento vivo che dialoga con il palco, reagisce, ispira gli artisti e ne raccoglie le provocazioni. Questa visione trova il suo centro in una parete a specchio, che fa da fondale, e che riflette la sala per tutta la durata dell’incontro.

Non un elemento scenografico, ma una dichiarazione di intenti: guardando la scena, la sala vede costantemente sé stessa. «L’ospite è l’innesco del dialogo, ma il vero soggetto dell’evento è il pubblico che sceglie di radunarsi e rispecchiarsi in quello spazio».

Proprio da qui nasce il nome Riflessi: dalla volontà di creare un luogo nel quale le idee e le persone possano incontrarsi, riconoscersi e restituirsi reciprocamente nuovi punti di vista. Il museo diventa così una piazza contemporanea, uno spazio aperto nel quale il patrimonio incontra la creatività del presente e il pubblico può sentirsi parte di un’esperienza culturale condivisa.

La musica e l’arte

L’arte sarà rappresentata attraverso il patrimonio artistico della fondazione, che diventa parte di questo percorso. Le opere della collezione entreranno nel racconto delle singole serate, selezionate e presentate, attraverso incursioni da attore e momenti narrativi affidati a Dario Battaglia. 

La musica, poi, non sarà un semplice intermezzo, ma uno degli elementi strutturali del live show. Riflessi sarà anche un osservatorio sulle sonorità emergenti, sul jazz contemporaneo e sulle nuove ricerche vocali e strumentali, dando spazio, a giovani talenti e a protagonisti della scena musicale contemporanea.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Dalle Dolomiti a Venezia, le “anguane” raccontano un fiume immaginario

15 Ottobre 2026 ore 08:30

È un fiume immaginario, eppure concreto, in bilico tra bellezza, consumo di suolo e inquinamento, quello narrato da Giovanni Pellegrini nel documentario Anguane, le voci dell’acqua, che sarà al cinema dall’8 novembre. Presentato in anteprima al festival Cinemambiente di Torino, è stato premiato al Lessinia film festival e all’Euganea film festival. Arriva nelle sale italiane con la distribuzione indipendente di Ginko film e con la collaborazione di circoli Legambiente, sezioni del Club alpino italiano e associazioni locali. Le proiezioni, così, diventano occasioni di incontro e confronto sulla fragilità degli ecosistemi acquatici e l’urgenza di difenderli, in Veneto, dove è ambientato il film, ma non solo. 

Muovendosi in luoghi non precisati, tra le Dolomiti e la Laguna di Venezia, tra Piave, Adige, Brenta, Sile, Livenza, il documentario intreccia un’atmosfera da fiaba con le voci di scienziati e attivisti per l’ambiente. Tutto inizia dal suono: la cantante e attrice Maria Roveran, seguendo il rumore dell’acqua, cammina sui monti alla ricerca delle tracce delle anguane, figure mitiche della cultura popolare nel nordest italiano, conosciute con vari nomi. Sono le custodi delle acque e, in una delle regioni con il più alto tasso di consumo di suolo, mettono in guardia noi esseri umani sul nostro rapporto con l’elemento liquido. In Veneto, la seconda falda acquifera più grande d’Europa, tra le province di Vicenza, Verona e Padova, è stata contaminata da Pfas, gli inquinanti eterni, causando una grave minaccia per la salute di oltre 300mila persone.

Giovanni Pellegrini a Cinemazero di Pordenone (foto di Elisa Caldana)

Maria Roveran, accompagnata dal compositore Joe Schievano, raccoglie i suoni delle dimore delle anguane: sorgenti, torrenti, grotte, dando forma alla colonna sonora, che non imita la natura ma trasmettere l’energia dei luoghi attraversati. Accanto al percorso artistico, biologi, speleologi e attivisti, impegnati nello studio e nella difesa degli ecosistemi acquatici, documentano la fragilità di questi ambienti. Dalla purezza delle Dolomiti, man mano che il fiume scende verso l’Adriatico, il paesaggio si trasforma e si degrada, rivelando una terra segnata da ferite profonde, dove l’acqua porta i segni di un equilibrio compromesso. 

«Le storie che si intrecciano nel documentario interrogano profondamente il nostro rapporto con l’acqua e la natura», afferma il regista in un saggio inserito nel libro I diritti dell’acqua, pubblicato dalla casa editrice veneziana Wetlands e sostenuto dal Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Il modo in cui Maria ascolta e si rapporta all’ambiente che la circonda cambia progressivamente nel corso del film. Il semplice attraversamento dei luoghi e delle storie delle anguane si trasforma in una relazione vera e propria, e nel suono Maria scopre un’intimità differente con i paesaggi, con l’acqua e con ciò che è invisibile agli occhi. È un passaggio decisivo: abbandonare uno sguardo antropocentrico per aprirsi a una connessione più profonda, riconoscendo che non c’è più un mondo naturale da osservare, ma una realtà di cui siamo parte integrante».

In apertura, la cantante e attrice Maria Roveran, nel documentario “Anguane. Le voci dell’acqua”

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Per l’educatore in carcere motivazione fa rima con relazione

15 Ottobre 2026 ore 08:00

«L’educatore è sicuramente un lavoro complesso, che ci chiede di essere tante cose insieme e, a volte, di farle molto in fretta. Ma questa è la grande sfida del fare educazione in carcere». Nella voce di Roberto Bezzi, da 20 anni responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate, trapela l’entusiasmo per la sua professione, misto alla consapevolezza dell’importanza del suo lavoro, che lo porta da 26 anni negli istituti di pena. «Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili. Non deve mai sfuggirci l’obiettivo, non dobbiamo mai perdere la motivazione».

«Non voglio dare un quadro edulcorato, però sono convinto che anche gli aspetti che possono essere difficoltosi, distanti, dovrebbero spronarci a immaginarci di usare degli altri strumenti. Dobbiamo adattarci al fatto che c’è un obiettivo che non deve sfuggirci mai e che non deve essere il pretesto, come a volte succede, per perdere un po’ la motivazione», prosegue Bezzi.

Il cuore del mio lavoro: la relazione

«Sono una persona estremamente motivata da questo lavoro, questo conta molto secondo me. Il nostro lavoro è complesso perché ha anche una parte burocratica importante, che non deve in alcun modo sovrapporsi o diventare prioritaria rispetto alla parte relazionale, che è il vero cuore del nostro lavoro. Io faccio soprattutto front office, quando mi dicono che una persona non sta bene dico: “Mandatemela”. Io non ho mai pensato di cambiare lavoro, neanche nei giorni e nei momenti più difficili».

Andare oltre lo stereotipo

Il primo aspetto della professione di educatore «ripeto, è il fatto che è molto stimolante. Veniamo a conoscere mondi, storie, vissuti, uno spaccato di umanità che secondo me in pochi possono conoscere. È interessante, secondo me, educativamente. Quando si fa un lavoro da tanti anni si può pensare di essersi standardizzato, di avere le risposte per ogni tipo di situazione. Invece, davanti a molte situazioni e a tante criticità, mi ritrovo a pensare: “Questa non l’avevo presa in considerazione”. Ciò è l’aspetto fortemente stimolante del nostro lavoro che ci deve indurre ogni volta ad andare oltre lo stereotipo e l’immagine che noi abbiamo: dobbiamo andare oltre tutti quei meccanismi un po’ automatici che ci fanno categorizzare tutto e tutti», prosegue.

Il carcere è soprattutto grigio

Il carcere «non è bianco e nero, è soprattutto grigio. Ci sono persone che hanno storie dalle quali si comprende il perché purtroppo arrivano a commettere reati, tutto è molto logico dal punto di vista dell’ambiente sociale, e altre persone che, invece, non si capisce perché si sono trovate a commettere reati. Questo ci spiazza molto ed è lì l’elemento interessante». Bezzi spiega che «ogni volta nel rapporto con l’altro bisogna provare a sospendere il giudizio, andare a conoscere (pur con ruoli che sono per forza di cose asimmetrici) e riuscire a entrare in una relazione più autentica possibile. Questo è il nostro sforzo, in certi casi è una grandissima sfida».

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Non perdere di vista il “faro”

Ciò che stimola gli educatori più di tutto, tutti i giorni, «è il fatto di essere per la nostra parte utili, siamo un pezzo di una macchina molto grande composta anche da tante altre figure. Anche nei momenti in cui ci possono essere la stanchezza e il burnout dobbiamo ricordarci sempre perché facciamo questo lavoro, la legge cosa dice: non dobbiamo perdere di vista il “faro“, che ci deve condurre dire: “La mia linea deve essere quella”». Sottolinea che questo vale sia nelle condizioni migliori sia quando ci sono le condizioni avverse, «dai numeri più alti di persone detenute rispetto alla capienza degli istituti alla grande mole di lavoro burocratico. Questi aspetti non devono mai deviarci dalla nostra linea perché se no vuol dire, forse, che in realtà il problema è la nostra motivazione. Non voglio dire che nelle carceri vada tutto bene, voglio sottolineare che bisogna stare attenti a non far diventare preponderanti altri aspetti, altrimenti si perde di vista l’obiettivo principale del nostro lavoro».

Nella II casa di reclusione di Milano Bollate sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21

Bezzi è da 20 anni a capo dell’Area educativa del carcere di Bollate, «dove non faccio solo coordinamento, come tutti i miei colleghi seguo delle persone detenute, in questo momento un centinaio». Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 19 settembre 2026, nella II casa di reclusione di Milano sono 1617 le persone detenute, a fronte di 1267 posti regolamentari. Gli educatori previsti sono 22, quelli effettivi 21. «Nel mio caso alcune persone le seguo da moltissimi anni, hanno bisogni diversi da una persona che è appena giunta. E sono adulte».

Dare la massima possibilità di autodeterminarsi

Rispetto al lavoro di educatore nell’Istituto penale minorile-Ipm c’è molta differenza. «Ho lavorato anche nell’Ipm Beccaria, i primi anni. Lì la presa in carico era molto diversa, eravamo due educatori per un gruppo di 15-20 ragazzi. La tipologia di lavoro richiesta era quella dell’accompagnamento, della presenza, del portare avanti insieme un percorso con dei ragazzi. A Bollate facciamo in modo che, dentro al contesto di tutte le regole che esistono, la persona abbia la massima possibilità di autodeterminarsi, limitatamente a quello che la legge impone». Una delle azioni principali di un educatore è quella di accogliere quando una persona arriva. «Accogliere vuol dire non solo spiegare, ma far vedere quel volto umano, di vicinanza che, per chi arriva in un carcere soprattutto se alla prima esperienza, conta moltissimo i primi giorni, spesso sono quelli che danno l’imprinting».

«Apriamo piccole finestre»

Un altro aspetto del nostro lavoro è quello di conoscere, capire quali sono stati i problemi che quella persona ha avuto che l’hanno condotto all’esecuzione penale». A Bollate sono presenti solo persone in esecuzione pena, con condanne definitive, non in attesa di giudizio. «Durante la conoscenza si fa quella che possiamo chiamare co-progettazione: si capisce insieme quali sono le cose più vicine a quella persona, oppure le più lontane ma nelle quali si voglia sperimentare. Quando vedo persone, che non avevano neanche la terza media, che provano un’attività mai fatta prima e scoprono di essere anche molto competenti, l’educatore cosa ha fatto? Ha aperto una piccola finestra, ha fatto vedere che esistono anche delle opportunità. Una parte dei nostri utenti arrivano in carcere perché non hanno avuto delle opportunità da liberi. Ci sono persone che scoprono la normalità qui dentro a causa dei contesti sociali e culturali in cui è vissuto», continua Bezzi.

«Dare opportunità è proprio la funzione sussidiaria del carcere. Molte delle persone che seguiamo sono convinte che la loro vita abbia già una fine prestabilita, forse purtroppo è anche vero. Il nostro compito non è provare a dire che la vita gliela cambiamo noi, ma dire loro che esiste anche un’altra fine, che il libro può avere un altro finale. Questo aspetto è una cosa tipica della nostra professione».

Come è cambiato il lavoro di educatore?

«Per quanto riguarda Bollate, è un caso particolare. Noi abbiamo iniziato quando il carcere era aperto da pochissimo. Il fatto di iniziare in un carcere nuovo cambia tutta la storia professionale, non c’era “memoria”, c’era l’idea che stavamo costruendo qualcosa da zero, sensazione che in un carcere storico non c’è», sottolinea Bezzi. «Quest’elemento ha fatto sentire molto l’appartenenza, la fierezza delle piccole cose. Cl passare degli anni, ormai è tutto più assodato, viviamo tutto come la normalità».

Se pensiamo che l’educazione, quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso

Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa della II Casa di reclusione di Milano Bollate

«Sicuramente sono cambiati i numeri delle persone detenute. Quando noi abbiamo iniziato eravamo sotto numero proprio perché l’istituto aveva appena aperto, stavamo capendo quali attività mettere in piedi e con quali criteri, c’è stata una fase iniziale della sperimentazione. Poi negli anni è anche cambiata la popolazione detenuta, ma alla fine le azioni principali del nostro lavoro sono rimaste le stesse». Negli anni sono molto cambiate le procedure burocratiche, «per motivi di carattere organizzativo. Il fatto che la popolazione detenuta è arrivata a dei numeri così alti induce a dover trovare un modo diverso per svolgere la stessa attività che si faceva anni fa, in altri modi».

Un lavoro che non è una missione

Bezzi insiste sull’importanza della motivazione, «non vuol dire che il nostro lavoro è una missione. Basta restare curiosi per avere attiva la motivazione. E poi, se pensiamo che l’educazione quando ce la insegnano nel senso teorico, è rendere una persona libera, la grossa sfida dell’educatore in carcere è rendere una persona libera in un posto chiuso. Se uno riesce a viverla come sfida ci deve essere anche un contesto di un certo tipo. Noi siamo una équipe che ha un buon livello di serenità e degli scambi tra noi, questo mi rendo conto che cambia molto. Forse è lavorare in un clima non sereno che può rischiare di dare il burnout. Alla fine il clima lo fanno le persone», continua. E come si fa a non portarsi il lavoro e le preoccupazioni a casa? «Condividendo, confrontandosi con i colleghi. E poi il resto si impara. È difficile dare una “ricetta” perché è molto personale. Ma sicuramente condividere è fondamentale, altrimenti si sente il peso emotivo su di sé che diventa schiacciante.

Foto di Rdne su Pexels

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