Borsa, Piazza Affari in netto calo. Dall'energia alle banche, giù tutti i titoli. Si salva solo Monte Paschi


Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.
Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.
Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.
Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.
Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.
Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org Dal suo insediamento, il governo Meloni ha avuto come “cavallo di battaglia” le accuse al Super Bonus110 realizzato dal governo Conte II. I suoi ministri, e parlamentari, in ogni dove, hanno accusato il Bonus di aver creato un gigantesco buco di Bilancio nei conti dello Stato. Il […]
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Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio.
Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale.
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica.
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Piombino, 19 gennaio 2026 – “Lo stabilimento di Piombino è utile per il sistema industriale del nostro Paese. L’Italia importa 6,7 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aumentando la capacità produttiva, renderemo più autonomo il nostro Paese in un settore strategico”. Così Alessandro Brussi, presidente della Danieli, intervistato dal Messaggero Veneto, sul futuro impianto per la produzione di acciaio di Danieli e l’ucraina Metinvest che prevede solo per il gruppo friulano un investimento di 1,5 miliardi euro.
L’iter: è in fase di completamento il pool di banche finanziatrici, “con la garanzia di Sace. Il 50% degli istituti ha accettato, il 40% sta completando l’istruttoria, il 10% deve ancora decidere”. Ne fanno parte “banche italiane, francesi, tedesche, austriache e di altri Paesi europei. E istituti più piccoli”, “ci auguriamo di chiudere la partita entro il primo trimestre dell’anno” “forse già in estate potranno partire le prime attività, le demolizioni dei manufatti esistenti per rendere il terreno agibile”.
Oggi per Danieli, che ha un portafoglio ordini di 6 miliardi di euro, nel mutevole quadro geopolitico “i migliori clienti sono in India, negli Stati Uniti e anche in Europa. In passato erano fortissimi Cina, Sud Est asiatico, Russia. Siamo ovunque, possiamo diversificare”.
Temporaneamente ne risentiranno i conti: “Il bilancio al 30 giugno 2026 non sarà meraviglioso questo è un periodo di intenso lavoro per raggiungere gli obiettivi prefissati. Ci sarà una riduzione di ricavi, margini più contenuti rispetto al 2025”, ma “per i due esercizi successivi avremo risultati eccellenti”.






Dal 23 al 25 gennaio il Forum Disuguaglianze Diversità organizza «Democrazia alla prova», tre giorni di incontri e dibattiti in cui «capire come le democrazie possano rigenerarsi», spiega il fondatore […]
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La povertà non “tira”? A una prima e superficiale analisi, sembrerebbe questo il motivo della scarsa adesione al premio per il “Miglior sindaco del mondo“, istituito nel 2004 dalla City Mayors Foundation (associazione filantropica con sede a Londra) e che, per la prima volta nella sua storia più che ventennale, non sarà assegnato per mancanza di candidature. anno Appena 14 i sindaci che hanno presentato la propria candidatura da Europa, America e Africa (l’Asia non partecipa). Di questi, due erano italiani: il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Oliveri (città metropolitana di Messina), Francesco Iarrera. Una grande città e una piccola realtà (Oliveri conta circa 2.150 abitanti). Entrambe del Sud.
Il tema del premio istituito per il 2025 era, appunto, il contrasto alla povertà. Un argomento scivoloso, sotto il profilo politico? Oppure un riconoscimento che ha scarso appeal e di cui i sindaci – magari attivissimi sul tema – semplicemente ignoravano il bando? Difficile trovare una sola spiegazione, considerata la vastità della platea potenziale e delle aree geografiche coinvolte (soltanto in Italia, si contano quasi 8mila Comuni). Di sicuro, 14 candidature a livello internazionale erano decisamente troppo poche per legittimare l’assegnazione del World Mayor Prize, anche se è probabile che altre candidature non siano state accolte per vizi di forma. L’imbarazzo degli organizzatori è riassunto eloquentemente dalle parole pronunciate da Tann vom Hove, co-fondatore della Fondazione: «Il pubblico non ha risposto, le candidature sono state poche e, – dettaglio ancora più amaro – con poche eccezioni, nessuno ha sviluppato un modello davvero convincente per combattere la povertà nella propria comunità».

In oltre 20 anni, prima con cadenza annuale e poi biennale, il World Mayor Prize ha messo in risalto le buone pratiche di sindaci di città con milioni di abitanti ma anche centri di periferia: da Tirana ad Atene, da Melbourne a Cape Town, toccando poi Messico City, Bilbao, Calgary, Mechelen, Ancona (unico Comune italiano sinora premiato), Rotterdam, Grigny e Graz. Con Soprattutto negli ultimi tempi, era stato individuato ad ogni edizione un tema conduttore che consentisse di valutare l’operato dei sindaci.
«Fa riflettere che a livello internazionale ci sia stata un’adesione così bassa per il riconoscimento del 2025, ma non traiamo da questa notizia delle conclusioni affrettate», commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà in Italia. «Sono uno che dice sempre quello che pensa, ma non è possibile prendersela con i sindaci o gli enti locali se il contrasto alla povertà risulta poco efficace. Dirò di più: dinanzi a questa mancanza di candidature, io avrei premiato simbolicamente tutti i sindaci d’Italia, e con loro le amministrazioni comunali che sono i luoghi di prossimità in cui, come in un imbuto, finiscono tutti i problemi non risolti da altri livelli dello Stato. La mia è una provocazione, so benissimo che parliamo di un riconoscimento internazionale. Ma guardate che la situazione è la stessa nel resto dell’Europa e in tutto il mondo».
Io invece di sospendere il premio per il 2025, avrei simbolicamente premiato tutti i sindaci d’Italia: sulla povertà sono lasciati soli dallo Stato
Antonio Russo, portavoce Alleanza contro la povertà
Restando in casa nostra, prosegue Russo, «se la lotta contro la povertà non si fa in maniera strutturale e in parallelo, invece strutturalmente si taglia il fondo per il sostegno all’inclusione attiva (nell’ultima Legge di Bilancio hanno decurtato 267 milioni di euro per il 2026) è chiaro che le istituzioni più prossime ai cittadini diventano i luoghi a cui si rivolge chi non ce la fa. E per fortuna che in Italia c’è una rete di organizzazioni caritatevoli che consentono di ammortizzare il problema. Se non ci fossero le mense, come faremmo? Sbagliamo bersaglio se ce la prendiamo con i sindaci, perché sono le istituzioni nazionali a non mettere i sindaci nelle condizioni di operare. In Italia abbiamo sei milioni di poveri assoluti, cioè 2,2 milioni di famiglie. La povertà colpisce tutto il Paese ed è intergenerazionale. Non solo: oggi colpisce anche chi lavora, persone che sino a pochi anni fa conducevano una vita dignitosa. In questo momento, anche negli Usa la situazione è diventata drammatica. E pure in altri Paesi del nostro continente. È giunto il momento che l’Ue pensi ad uno strumento europeo: probabilmente, con quello, molte persone si sentirebbero davvero cittadini europei. E non si lascerebbero troppo soli i sindaci e, soprattutto, i poveri».

Francesco Iarrera è uno dei due sindaci italiani che erano in lizza per il Premio («ma non ho proposto io la mia candidatura, né sono riuscito a sapere dagli organizzatori chi l’abbia avanzata per me», svela lui). «Si tratta di un riconoscimento e come tale va preso. Certo è anche un modo per parlare di un problema che va affrontato in maniera strutturale a livello centrale. I Comuni non hanno molti fondi: li possono richiedere, certo, ma è una delle pochissime cose che possono fare su questo fronte. Quando parliamo di povertà, parliamo anche di altri ambiti a essa connessi. Per esempio, di accoglienza degli immigrati. Nel nostro piccolo, cerchiamo di intercettare dei fondi per accogliere i minori stranieri non accompagnati, un tema un po’ scottante e talvolta divisivo, per questo i Comuni più piccoli a volte non hanno il coraggio di procedere in questa direzione. Poi ci sono altre forme di fragilità, come la povertà legata alla disoccupazione, e questo è un tema che riguarda tutto il Paese. Ci scontriamo quotidianamente con questo tipo di difficoltà, siamo l’interfaccia tra lo Stato e i cittadini, e cerchiamo di farlo nel migliore dei modi. A volte siamo costretti ad adottare provvedimenti tampone».

«Sento dire spesso che bisogna aiutare di più i piccoli Comuni, nei quali risiede il 70% della popolazione italiana, ma io questi aiuti non li vedo. I tagli ai trasferimenti sì, invece. È chiaro che, nel momento in cui non siamo competitivi in materia di servizi e di prospettive, i giovani vanno altrove. La povertà non è soltanto economica: è sociale, culturale, educativa, digitale. È molto ampia. E la maggior parte di queste persone resta ai margini. Noi viviamo in una condizione di continua emergenza: al mattino mettiamo l’elmetto e partiamo, consapevoli di dover gestire una situazione che lievita di giorno in giorno. Può darsi che molti colleghi non abbiano avuto nemmeno il tempo di candidarsi al World Mayor Prize, io per primo. Molti cittadini vedono i politici e le istituzioni distanti dai problemi. Irraggiungibili. Dobbiamo essere sindaci operai, se vogliamo essere parte integrante del territorio».
«È difficile dare un commento univoco a questa vicenda», premette Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori (Città metropolitana di Genova), che è stato Presidente Nazionale di fio.PSD (l’associazione che riunisce le organizzazioni che si occupano di homeless in Italia) e ha ricoperto vari ruoli anche all’interno dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani – Anci. Oggi è consulente di Fondazione Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale, istituito dall’Anci nel 2006. Pezzana si occupa soprattutto di progetti di accompagnamento riguardanti accoglienza, welfare e servizi sociali. «Di amministratori in gamba in giro ce ne sono tanti, soprattutto nelle realtà un po’ più nascoste, dove ci sono meno risorse e occorre più fantasia. Il Premio non è poi così noto, ma è vero che negli anni passati c’è stata una maggiore partecipazione. Soprattutto io credo che i sindaci siano molto assorbiti dal loro lavoro. Vedendoli all’opera oggi, mi rendo conto che c’è parecchio disincanto: si sentono un po’ abbandonati, avvertono moltissime responsabilità sulle loro spalle, molta gente li denuncia per ogni minima cosa con la speranza di raggranellare qualche soldo. Tutto questo a fronte di indennità molto basse, soprattutto nei piccoli e medi Comuni. Quando l’ho fatto io, percepivo 1.400 euro al mese per dodici mensilità, di cui una se ne andava per pagare l’assicurazione. Lavoravo anche venti ore al giorno e ho ancora pendenze, a quasi dieci anni dalla fine del mandato: per fortuna sono uscito bene da tutte».

«Forse si guarda con meno entusiasmo, rispetto al passato a questo tipo di riconoscimenti», prosegue Pezzana. «Sembra crescere lo scollamento tra i singoli amministratori e ciò che crea una cultura dell’amministrazione: lo stare insieme, riconoscersi, valorizzare le cose che si fanno. I sindaci sono molto attenzionati sulla quotidianità e sulle cose che propongono, ma non trovano un supporto altrettanto strutturato. Iniziative come il World Mayor Prize hanno il significato di restituire valore o comunque di rendere visibile il valore che viene prodotto: se ci sono state pochissime candidature a livello mondiale, qualcosa dovrà pure significare».
C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità
Paolo Pezzana, ex sindaco di Sori
Pezzana fa un’altra riflessione, importante: «C’è sempre un po’ il rischio di far apparire un buon amministratore colui che fa cose buone, solidali. Ma non è così: un buon sindaco è un soggetto che tiene insieme la complessità, che è fatta anche di azioni che hanno a che fare con il sociale, la cultura, l’inclusione, dunque non è possibile ridurle a un solo tema, per esempio la lotta alla povertà. È un gioco di equilibrio. Il sindaco non è l’amministratore del Comune: è l’amministratore della comunità. Quando il ragioniere capo del mio Comune mi illustrò i margini di manovra sul bilancio comunale, mi venne da ridere perché i fondi erano tutti vincolati. Restavano fuori 20mila euro l’anno. Una mia giovanissima assessora mi fece notare che eravamo stati eletti per amministrare il valore che la nostra comunità produceva, e quindi mettere le associazioni, i commercianti e le imprese del territorio nelle condizioni di poter lavorare meglio. Il vero elemento distintivo del sindaco è di far sentire coinvolta tutta la comunità in tutto quello che l’amministrazione fa. Occorre connettere, stimolare la partecipazione in senso concreto per generare bene comune. Mi sono laureato in giurisprudenza, e il diritto amministrativo mi ha certamente aiutato, ma per me è stato ancor più importante e utile l’aver fatto l’educatore».
Credits: foto fornite dagli intervistati; in apertuta, la foto del municipio di Oliveri (foto sito Comune)
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“Diablo Immortal” e “Call of Duty Mobile” sono due videogame di Activision Blizzard, società di videogame (nota per aver sviluppato giochi noti agli appassionati come “Call of Duty”, “Skylanders”, “World of Warcraft”, “Candy Crush” e “Doom”) acquisita da Microsoft tra il 2022 e il 2023. Sono free to play, possono cioè essere scaricati gratuitamente e, questo è il passaggio chiave, hanno la possibilità di acquisti in game: consentono acquisti di beni virtuali (skin, valute, potenziamenti) tramite microtransazioni. Proprio quest’ultimo passaggio è alla base della decisione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di avviare due istruttorie nei confronti della compagnia acquisita per 68,7 miliardi di dollari dalla multinazionale di Redmond.
Sotto osservazione in particolare il design delle interfacce, sospettato di essere manipolativo, i settaggi del parental control preimpostati, che poco tutelerebbero i minori, e le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali.
Per i consumatori del Codacons quella degli acquisti “in-game” è una pratica «particolarmente insidiosa, perché inserita nei videogiochi destinati ai minori allo scopo di indurre i bambini ad effettuare acquisti o a richiedere ai genitori di farlo, spesso attraverso grafiche accattivanti e messaggi aggressivi mirati proprio a modificare il comportamento dei più piccoli, che hanno meno strumenti di tutela».

Le istruttorie dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato riguardano, in primo luogo, il possibile utilizzo di design manipolativo delle interfacce, per indurre il consumatore a giocare con assiduità, a prolungare le sessioni di gioco e a farlo aderire alle offerte promosse. Ne sono un esempio le ripetute esortazioni, durante e fuori le sessioni di gioco, a non perdere contenuti premiali (anche tramite messaggi in-app e notifiche push) e ad acquistare contenuti a durata limitata, prima che diventino indisponibili. Queste condotte, insieme alle strategie per rendere poco comprensibile il valore reale delle monete virtuali usate nel videogioco e alla vendita di valuta di gioco in quantità predeterminata, possono condizionare i giocatori-consumatori, inclusi i minorenni, inducendoli a spendere cifre significative di importi anche maggiori di quelli necessari a procedere nel gioco e senza esserne pienamente consapevoli.
Per l’Antitrust, inoltre, le funzioni di parental control che vengono preimpostate dalla società sembrano aggressive, perché il meccanismo preseleziona in automatico opzioni che tutelano meno il minore (facoltà di effettuare acquisti in-game, tempi di gioco illimitati e interazione con altri giocatori), in assenza, peraltro, di un comportamento attivo e di supervisione da parte del genitore – tutore.
L’Autorità, si legge nel documento che annuncia l’avvio del procedimento, vuole anche verificare le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali in fase di registrazione dell’account. Il consumatore, anche minorenne, verrebbe infatti indotto a selezionare tutti i consensi, inclusa la profilazione a fini commerciali, credendo di trovarsi di fronte a una scelta obbligata.
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Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.
Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.
Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.
Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.
È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.
Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.
Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.
Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.
La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.
Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.
L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.
Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.
La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.
La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.
Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.
In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.
Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.
Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso
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Ultraliberista, reazionaria e riarmista: che cosa contiene e come si è giunti all’approvazione della legge di bilancio. Gli scontri interni al governo, la notte degli ordini del giorno e l’assenza di una opposizione sociale all’altezza della situazione [Franco Turigliatto] ★
Sul filo di lana del 30 dicembre, dopo un iter assai travagliato, non certo per l’opposizione sociale e parlamentare, entrambe assai deboli ed inadeguate, ma per la concorrenzialità dei partiti di governo, la Camera ha approvato la terza finanziaria del governo Meloni evitando così l’esercizio provvisorio del bilancio (per un primo giudizio leggi qui).
E’una finanziaria dura ed ingannevole che esprime molto bene lo spirito capitalista dei tempi, profondamento avverso alle classi lavoratrici e ai settori più deboli della società; mostra anche l’anima oscura e reazionaria delle forze dell’estrema destra che compongono l’esecutivo. Siamo di fronte a un’ulteriore iniezione di veleno in un corpo sociale già profondamente corroso e diviso dalle politiche economiche del capitale e disorientato dalle ideologie autoritarie, fascisteggianti e patriarcali di Meloni, La Russa, Salvini, Piantedosi e Roccella, per non parlare dell’uomo dell’industria militare Crosetto, a cui si aggiunge la vacua ipocrisia di Tajani, il servitore degli eredi di Berlusconi.
Con la legge di bilancio il governo e la classe dominante borghese si ponevano due obiettivi, uno dichiarato, l’altro mascherato: il primo, rientrare già dal 2026 nelle clausole del nuovo patto di austerità europeo, cioè ridurre il deficit pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari e preservando invece vecchie e nuove regalie alle imprese e ai padroni; il secondo è che, operando il rientro nei parametri europei (il 3% di deficit sul PIL) potranno già nei prossimi mesi aprire appieno la valvola del gas per finanziare a debito lo spaventoso aumento della spesa militare deciso dalle borghesie europee. I loro dirigenti, tra cui Draghi, sperano che la partecipazione alla corsa al riarmo permetta anche il rilancio industriale del capitalismo europeo oggi in difficoltà di fronte alla concorrenza americana, cinese e degli altri grandi paesi capitalisti anche perché la guerra rende bene per alcune imprese…
Le molte decine di miliardi che saranno sottratti a sanità, scuola, trasporti, servizi sociali per conferirli ai fabbricanti di carri armati e missili non compaiono dunque se non in parte nelle norme della finanziaria risultando poco visibili (complici i media) alla stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma sono in ben presenti nelle tabelle del bilancio dei prossimi anni.
Resta il fatto che questo mascheramento ha reso ancor più difficile costruire una consapevolezza di massa sul significato delle politiche del governo e di costruire un ponte tra le grandi manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese e la necessità di un eguale movimento di massa contro le politiche di riarmo e di guerra delle classi dominanti.
Per imporre l’austerity e la difesa dei privilegi delle classi abbienti a scapito degli ultimi e dei penultimi, ma più in generale delle classi lavoratrici impoverendo il paese e facendo crescere solo la spesa militare, le destre al governo hanno spinto ancora più avanti il degrado delle stesse regole della democrazia parlamentare.
Decide tutto il governo e al massimo funziona (poco per altro) una sola Camera, l’altra è chiamata solo ad alzare la mano in mezza giornata per approvare le leggi e i decreti dell’esecutivo; nessuna vera e reale discussione aperta e pubblica del Parlamento: in tre anni per legiferare sono stati varati 113 decreti governativi e 104 volte si è fatto ricorso allo strumento della fiducia. Le finalità autoritarie delle destre sono presenti in ogni loro azione, insofferenti alla vecchia divisione liberale dei poteri quindi alla magistratura quando non opera seconda le sue direttive; una concezione di predominio assoluto dell’esecutivo confermata in questi stessi giorni dalla approvazione parlamentare della “riforma “della Corte dei Conti con cui si vuole svuotare il controllo di questo organo costituzionale sui conti dello stato, cioè sull’operato del governo.
Tutto questo avviene poi in un quadro in cui è in corso una stretta repressiva verso le mobilitazioni sociali e sui media una campagna per svilire e colpevolizzare le grandi mobilitazioni contro il genocidio dei palestinesi ed infine anche una campagna ideologica bellicista e riarmista, volta a convincere famiglie e giovani (con incursioni sempre più violente nella scuola) della necessità di prepararsi alla guerra ed essere disponibili al sacrificio della vita per la “patria”. Naturalmente questo parossismo militare è interpretato al meglio dagli eredi del MSI, ma è ben presente anche nei media della cosiddetta borghesia democratica. La multicrisi ambientale e del sistema capitalista e le guerre in corso, combinate con le sconfitte della classe lavoratrice, stanno producendo quella che possiamo chiamare una vera e propria crisi di civiltà.
Due mesi fa avevamo scritto:
“Il compito del governo delle destre non è facile perché deve continuare a gestire le scelte economiche in funzione del grande capitale, ma anche contemporaneamente del suo blocco sociale piccolo e medio borghese di riferimento e di voto elettorale, senza incorrere contemporaneamente nel rigetto di strati ampi della popolazione e della classe lavoratrice”.
I fatti hanno confermato questa affermazione mettendo in luce ripetuti scontri manifestatisi fino alla notte del voto finale tra i partiti della maggioranza per cercare di tirare ognuno a proprio vantaggio una coperta troppo corta nel contesto economico dato. Nel tentativo di gestire queste diverse esigenze e dopo 2 maxiemendamenti del governo la finanziaria è salita da 18 a 22 miliardi senza, per altro, progettare alcun reale rilancio dell’economia del paese, e con un impatto quasi insistente sullo sviluppo, tenuto conto che le vecchie dinamiche positive indotte al PNRR cesseranno entro la metà del 2026.Vedasi anche
Tutto bene però per il grande capitale: il flusso di risorse pubbliche indirizzato alle imprese continua come e più di prima attraverso diversi istituti, gli iperammortamenti (transizione 5), diversi bonus e rinnovo della Zes (zone economiche speciali) ottenendo il comprensibile plauso del Presidente della Confindustria e del Sole 24 ore. In 3 anni i capitalisti saranno foraggiati con altri 15 miliardi di euro.
E’ vero che una parte delle coperture della finanziaria arrivano da banche ed assicurazioni che si vedono aumentare del 2% l’Irap, ma questa misura, per altro limitata ai prossimi 3 anni, non mette certo a rischio i loro profitti che nel 2025 sono calcolati in 30 miliardi. Per di più proprio in questi giorni la Borsa italiana supera i mille miliardi di capitalizzazione con una crescita annua superiore al 30%. Tirano la volata, guarda caso, l’industria militare (Leonardo, Fincantieri, ecc.) e beninteso le Banche. Bene l’Iveco, di cui Exor ha annunciata la vendita, in difficoltà l’auto e la farmaceutica.
Inoltre Banche ed Assicurazioni non avranno particolari difficoltà a scaricare sulle utenze, cioè sui cittadini, questi maggiori costi. Per di più alcune norme della finanziaria permettono ai dirigenti di questi istituti di affrontare l’aumento dell’IRAP, avendo contemporaneamente un interesse personale. La finanziaria abolisce infatti l’addizionale IRPEF del 10% sui bonus e sulle stocks options di questi dirigenti (un regalo potenzialmente di 84 milioni), purché i loro istituti facciano un poco di beneficenza pubblica….
Per le assicurazioni arriva anche una delle più vergognose misure: per i nuovi assunti infatti il trasferimento del TFR al fondo pensioni sarà automatico; avranno solo due mesi di tempo per impedire questa manomissione di risorse (salario differito) che sono di loro proprietà. Si valuta che siano 100.000 le lavoratrici/tori coinvolti nel primo anno, con una crescita poi annuale di 25 mila, unità, una vera manna per le assicurazioni. Gli aderenti attivi iscritti alla previdenza complementare sono oggi circa 7 milioni con una scarsa presenza di giovani il cui numero si vuole aumentare con il meccanismo del silenzio assenso.
Più difficile è stato invece garantire come negli anni passati gli interessi specifici dei diversi settori piccolo e medio borghesi dei 3 partiti della maggioranza, dovendo contenere il debito pubblico alla fatidica soglia del 3%; lo scontro interno (compresa la frattura tra il ministro dell’economia e il suo partito la Lega) è stato pesante con una continua riscrittura del testo che si è protratta fino all’ultimo giorno con la Lega che puntava alla ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali e FdI a una nuova sanatoria edilizia nonché FI che doveva difendere gli interessi della galassia Mediaset.
Particolarmente difficile il passaggio per un personaggio inverecondo come Salvini, che dopo aver promesso il superamento della controriforma Fornero sulle pensioni ingannando in tutti questi anni i lavoratori, ha infine dovuto rinunciare a qualsiasi alleggerimento della legge, accettando appieno il meccanismo che aumenta inesorabilmente di anno in anno i requisiti per andare in pensione; anzi la finanziaria ha abolito le stesse norme sulla “opzione donna” e di “quota 103”.
Il governo ha dovuto rinunciare per ora alle norme che allungavano ulteriormente le finestre di uscita e che penalizzavano il riscatto della laurea, ma già pensa di recuperale in un decreto futuro. Più che mai il sistema pensionistico viene considerato un bancomat per fare cassa.
Così al termine del voto si è assistito alla surreale notte parlamentare degli ordini del giorno di riferimento identitario e programmatico. Di solito è questo lo spazio lasciato alle forze di opposizione per presentare i loro contenuti. Solo che in questa occasione si sono moltiplicati anche le mozioni dei partiti di maggioranza in cui si chiede al governo di dare attuazione in futuro a contenuti non compresi per ora nella finanziaria. In questo modo FdI, Lega e FI hanno cercato di salvarsi l’anima con settori del loro elettorato delusi dalle promesse non mantenute. Come si usa dire in sede parlamentare: un ordine del giorno non lo si nega a nessuno perché è solo una vacua promessa che mai sarà realizzata.[1]
Rimandando ad un articolo specifico la valutazione del significato degli interventi della finanziaria sulle buste paga, richiamiamo l’attenzione su altri aspetti importanti della legge di bilancio.
Sono presenti al suo interno pesanti tagli alla spesa pubblica di diversi ministeri che comporteranno pesanti riduzioni della spesa sociale.
Molto più incerta la copertura di 3 miliardi e mezzo che si dovrebbe ottenere attraverso il recupero dell’evasione fiscale.
Vengono introdotte nuove accise e imposte per quanto riguarda il settore automobilistico.
Si introduce una gabella di 2 euro (tassa EMU) per quanto riguarda l’invio dei pacchi postali per un valore inferiore ai 150 euro.
Arriva la quinta rottamazione delle cartelle fiscali con una riduzione degli interessi da pagare per i morosi e gli evasori fiscali.
Le assicurazioni vengono premiate con un aumento delle tariffe; le scuole paritarie saranno esenti dal pagamento dell’IMU e coloro che si iscriveranno avranno un bonus fino a 1500 euro.
Per quanto riguarda la sanità le risorse stanziate sono assolutamente insufficienti a recuperare anche solo i costi dell’inflazione per non parlare della necessità di un complessivo investimento per rimettere in piedi adeguatamente la sanità pubblica. La versione finale della finanziaria opera ulteriori regali alla sanità gestita dai privati, alle farmacie e alle industrie farmaceutiche ed anche allo stesso Vaticano.
Lasciamo per ultimo la misura forse più vergognosa che esprime tutto il disprezzo, anzi l’odio di classe verso i più poveri e svantaggiati da parte degli esponenti del governo; si taglia infatti il finanziamento del fondo di inclusione, riducendo del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione.
Va da sé che di fronte a queste scelte della classe borghese sarebbe servita un ben più grande mobilitazione, combinata a un programma alternativo, capace di soddisfare i bisogni sociali, in termini di salari, stipendi, pensioni, sanità e scuola pubblica, trasporti, welfare ed abitazioni, ridefinizione di un sistema fiscale complessivo che facesse pagare i ceti abbienti, le imprese e i padroni, che tagliasse drasticamente le spese militari invece di incrementarle. Tutto questo significherebbe però anche una rottura con le regole liberiste del patto di stabilità europeo, una drastica rimessa in discussione delle regole del capitale che preserva le rendite e i profitti. Sono questi i compiti che abbiamo di fronte nella ricostruzione di un movimento sociale, di massa e di classe, capace anche di fronteggiare la crescita minacciosa delle forze dell’estrema destra e fasciste e di difendere gli spazi democratici. Non sarà facile, ma è la strada che una sinistra di classe autentica e i movimenti sociali devono perseguire.
[1] Come scrive il Manifesto: “Una nottata paradossale ed emblematica, trascorsa in aula a snocciolare ordini del giorno che non influenzeranno in alcun modo la struttura della legge di bilancio ma che sono l’unica forma di espressione concessa alle minoranze, che si sono ritrovate anche questa volta (e per il sesto anno di seguito) una manovra blindata dalla commissione bilancio del senato, impacchettata senza colpo ferire dall’aula di Palazzo Madama e poi atterrata a Montecitorio.





