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© RaiNews

Bologna non è un’isola felice di Salvatore Papa

16 Ottobre 2026 ore 07:24

I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk, iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.

Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice. Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni, segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora luoghi, persone e apparati simbolici.

Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi. L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa possibile.

Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura, l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa rappresentare la famiglia.

L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.

Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili. Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo. La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella stessa identità scaturiva.

Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”. Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere sostegno.

Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale, mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato, inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui, nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non previsti.

La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un intralcio amministrativo.

Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla. Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha interrotto, senza esaurirle.

Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti, una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo aveva la forma della quotidianità.

L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire, adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato nell’agosto del 2019, con le ruspe.

Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio, aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue opere senza il suo consenso.

Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.

Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?

Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono. Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse, significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca voce nel presente.

Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria: enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il 60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.

Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie, accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere, quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite altrove.

Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso. Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente ambiziosa.

La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280 persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.

La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita; nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto per la rendita che può produrre per la proprietà.

La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”. Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato, all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche, comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi più alti o restano vuoti.

L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un “club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni. La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.

La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una responsabilità democratica dello Stato.

Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni, formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei luoghi può orientare la loro riappropriazione.

Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti. È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci, che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana. Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai turisti.

Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un “welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto diseguali.

Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.

Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone, pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili, che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare insieme.

A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.

Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla Bologna giusta.

Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma. Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.

Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che – seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”. La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.

Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora imprevedibili, su di un’isola felice.

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Narrazioni mutanti del XXI secolo

15 Ottobre 2026 ore 22:00

di Paolo Lago

Alberto Casadei, Narrazioni mutanti. Sulla letteratura italiana del XXI secolo, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 263, euro 24,00.

Sono svariate le definizioni utilizzate negli ultimi anni dalla critica letteraria per inquadrare molti romanzi contemporanei che formalmente si presentano come ibridi, multiformi, ipertrofici, ambiziosamente onnicomprensivi: opera mondo, romanzo massimalista, romanzo globale, romanzo-saggio, metaromanzo sterniano, metaromanzo menippeo, romanzo-reportage, romanzo dell’Antropocene e via di seguito. Alberto Casadei, nel suo recente saggio uscito per Mimesis, parla in modo suggestivo di “narrazioni mutanti” per sondare, tramite la sua rigorosa lente critica, alcune narrazioni italiane contemporanee che, indubbiamente, si presentano come forme ibride, cioè aperte non solo a una pluralità di stili e di registri ma anche a svariati generi assai diversi fra loro. L’ibridazione formale riflette anche una importante ibridazione contenutistica che lo studioso inquadra soprattutto nella categoria del weird. Se, generalmente, si è sempre ascritto il weird al territorio del “fantastico-soprannaturale”, è soprattutto grazie all’analisi di Mark Fisher che lo si può riconoscere anche in opere che indagano aspetti del tutto realistici, al di fuori di una ristretta categoria di genere. È in questo solco che si inscrive la ricerca di Casadei: indagare il weird fuori dalla ristrettezza etichettatoria dei generi per poterlo ritrovare in narrazioni di impianto realistico. È così che si può parlare, come fa lo studioso, di “realismo weird e sincretico”.

Leggendo le pagine del saggio emerge, a mio avviso, un altro aspetto importante della narrativa contemporanea: quello, cioè, di apparire “ibrida” e “mutante” anche perché si pone, rispetto a trenta o quarant’anni fa, in una relazione assai più stretta con l’universo audiovisivo. La contemporanea pervasività di quest’ultimo fa sì che la narrativa odierna tragga spunto in maniera significativa da film e serie TV in cui si ritrova questo stesso “realismo weird e sincretico” di cui parla lo studioso. Casadei cita i film di Yorgos Lanthimos, Twin Peaks di David Lynch o una serie come Black Mirror “che rappresentano, nella loro eterogeneità, un campionario di «stranezze» classificabili secondo una scalarità” (p. 10). Certo, gli autori contemporanei non traggono ispirazione soltanto dal cinema e dalle serie TV degli ultimi anni ma anche da opere ormai considerate dei ‘classici’ del cinema come i film di Tarkovskij, di Herzog, di Fassbinder, quelli comico-surreali dei Monty Python o quelli pulp di Tarantino. Discutendo di romanzi italiani contemporanei lo studioso fa spesso riferimento a questa e ad altra cinematografia; i confini fra cinema e letteratura perciò oggi sono più labili che in passato: film e serie TV possono essere fonti di ispirazione per chi scrive nello stesso identico modo in cui può esserlo un romanzo, più o meno ‘classico’ che sia. Quindi, è diventato assai più frequente incontrare nella struttura narrativa di un romanzo un ‘montaggio’ di tipo cinematografico o dei personaggi e situazioni che rimandano inestricabilmente all’universo audiovisivo. Le narrazioni sono “mutanti” anche per questo: perché tendono sempre di più a possedere caratteristiche di tipo cinematografico senza per forza appartenere al classico genere della sceneggiatura.

Prima di addentrarsi nell’analisi di alcuni romanzi (iper)contemporanei, Casadei traccia una cronistoria dello spaccato letterario e sociale italiano degli ultimi anni chiedendosi, dapprima, se esiste un “Grande romanzo italiano contemporaneo”. A partire dal dopoguerra fino a oggi gli esempi sono svariati. Si può pensare a Il Gattopardo (postumo, 1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un grande romanzo che offre personaggi e frasi memorabili ma anche al Partigiano Johnny (postumo, 1968) di Beppe Fenoglio che fonde cronaca e modalità epiche. Altrimenti si può pensare a un efficace affresco dell’Italia del boom economico come Fratelli d’Italia (da leggersi nella prima versione del 1963) di Alberto Arbasino, a diversi romanzi di Paolo Volponi o a La Storia (1974) di Elsa Morante ma anche all’opera mondo (seguendo una definizione offerta da Franco Moretti) Horcinus Orca (1975) di Stefano D’Arrigo. Eppure – osserva Casadei – l’esempio più significativo di Grande romanzo italiano di quegli anni si può trovare in Petrolio di Pier Paolo Pasolini, pubblicato postumo nel 1992, in un momento estremamente diverso da quei primi anni Settanta in cui era stato concepito e scritto. In esso, l’incompiutezza programmatica si fonde a quella accidentale, dovuta al tragico assassinio dell’autore, e delinea un metaromanzo di matrice menippea che aspira ad affrescare, anche per mezzo dell’allegoria, la realtà sociopolitica degli anni Settanta, un “Satyricon moderno”, secondo la stessa definizione di Pasolini, che si riallaccia in modo diretto al grande affresco dell’età neroniana delineato da Petronio. Vista poi la sempre maggiore importanza del cinema e dei film nella società non solo italiana del dopoguerra, si può pensare che alcune significative opere cinematografiche possano svolgere la funzione di un “Grande romanzo italiano” nella rappresentazione del paese e della contemporaneità. Lo studioso ricorda allora giustamente capolavori come La dolce vita (1959) di Federico Fellini o Il sorpasso (1962) di Dino Risi fino a prendere in considerazione, negli ultimi anni, il cinema di Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Marco Tullio Giordana e Paolo Sorrentino.

L’analisi di Casadei abbraccia anche lo spaccato sociale italiano sondando il terreno che dovrebbe preparare i lettori, vale a dire la scuola. Bisognerebbe “procedere a una drastica selezione dei contenuti formativi essenziali per saper leggere consapevolmente qualunque tipo di testo, esaltando le capacità di confronto” (p. 65) in un universo in cui si abbia piena consapevolezza della multietnicità, vista come una “condizione irreversibile”; ma ciò comporterebbe un “cambiamento di mentalità, che deriva dalla piena comprensione dei diritti e dei doveri, personali e collettivi” (p. 66), un cambiamento dal quale siamo oggi purtroppo assai lontani in questo paese, visti anche i recenti provvedimenti del governo in merito a scuola e immigrati. In un momento in cui i booktoker, cioè gli influencer nel settore dei libri, sono assai più seguiti di qualsiasi sito letterario tradizionale, i giovani “nativi digitali” sono sempre meno propensi a leggere ciò che gli viene proposto da “voci autoritative di vecchio stampo” (fra cui la scuola) e sempre più pronti a crearsi un proprio canone personale. Neppure i modelli plasmati dai premi letterari sono più di tanto autorevoli in una contemporaneità dominata da una “cultura crossmediale costante” che viene rafforzata dai social; ormai, il circuito editoria-critica /ricezione-scuola, che poteva valere fino agli anni Settanta, è entrato definitivamente in crisi.

Prima di passare alla seconda parte del suo lavoro, in cui centrale appare l’analisi del weird, lo studioso passa in rassegna alcune forme narrative ibride contemporanee distinguendo tra “forme semplici” e “forme stratificate”. Le prime sono tutte le elaborazioni artistiche che non ibridano componenti eterogenee ma si mantengono entro lo stesso ambito stilistico-compositivo (ad esempio una canzone, composta di testo e musica). In ambito letterario sono forme che coinvolgono generi e sottogeneri consolidati e quindi facilmente replicabili, anche dall’IA, e non problematizzano l’etica dei personaggi ponendo in maniera netta valori e disvalori (un certo tipo di fantasy, il romance, il poliziesco). Le “forme stratificate” possono essere costituite da integrazioni di forme semplici (ad esempio il video per una canzone) o da forme che si ibridano al loro interno in modo tale da non poter più essere incluse con facilità in schemi pre-esistenti. Da un punto di vista letterario si tratta di testi intrinsecamente ibridati perché nascono dalla complessa percezione del mondo mediatizzato: possono essere senz’altro “opere mondo”, cioè testi narrativi di amplissimo sviluppo che propongono una prospettiva weird in un sistema dalle connotazioni realistiche. Un peculiare caso di ibridazione nella narrativa contemporanea è offerto dalle opere di Walter Siti, romanzi-saggi o saggi ibridi che tratteggiano la società occidentale come una categoria sociologica della condizione umana, votata alla sua autodistruzione entro l’orizzonte capitalistico.

Sono diverse le narrazioni italiane contemporanee che tratteggiano situazioni assimilabili alla categoria weird inserita in un contesto realistico. Ad esempio, Le ripetizioni (2021) di Giulio Mozzi, un testo in cui, come in diverse altre sue opere, incontriamo una caratteristica tipica del realismo weird, cioè la sconnessione: le frasi e i periodi di Mozzi sono perfetti ma l’accostamento delle parti, in molti testi, risulta forzato e anche ingiustificato; come nota lo studioso, Mozzi è adesso “lo scrittore forse più radicale nel proporre testi «eterogenei» e insieme nell’invitare il lettore a confrontare le storie fittizie con le sue personali «ipotesi di realtà»” (p. 168). In Il tempo materiale (2008) di Giorgio Vasta si può riscontrare una “realtà anamorfica”, con diversi livelli di lettura, nella quale si dipana la storia dell’undicenne Nimbo e dei suoi amici sullo sfondo della Palermo del 1978, un anno significativo e potente nella formazione di molti giovani, l’anno, tra l’altro, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Non si tratta di un romanzo sul terrorismo e neppure di un romanzo sul 1978; quest’ultimo costituisce la base metaforica della narrazione incentrata sulle avventure di Nimbo e compagni che immaginano piccoli attentati e il rapimento di un loro compagno di classe. D’altronde, anche Wu Ming, con Ufo 78 (2022), realizza un affresco sullo sfondo di quel particolare anno, un periodo, durante il sequestro Moro, caratterizzato da una militarizzazione e da una chiusura ossessiva della società in preda al delirio della sicurezza, tanto da spingere le persone a crearsi una sorta di realtà alternativa nel cielo affollato di Ufo, un “desiderio di altrove” per fuggire dalla prigione della realtà. Un altro romanzo analizzato dall’autore, La mischia (2020) di Valentina Maini, un racconto che riguarda eventi accaduti intorno al 2007 a due gemelli figli di genitori baschi appartenenti all’ETA, appare come assemblaggio-montaggio di sequenze che non aspira a un ordine; l’ibridazione serve a creare una concezione del reale non solo fluida ma al di fuori di qualsiasi paradigma interpretativo e la narrazione deve apparire come incomprensibile. Il focus dello studioso si sposta poi non su un romanzo in particolare ma sull’intera produzione narrativa di Laura Pugno in cui si elaborano i collegamenti fra percezione conscia e lavorio subliminale in quanto il fantastico-weird, in questa autrice, riguarda in primo piano l’ambito del subliminale. Viene altresì presa in considerazione, in un excursus, l’intera produzione narrativa di Giuseppe Genna, anche se una particolare analisi viene dedicata a History (2017). L’opera di Genna offre una “rappresentazione disgregata e a volte allucinata della realtà quotidiana” (p. 210) e mira a comprendere lembi di storia recente italiana in una dimensione onnicomprensiva da “opera mondo” in cui la stessa Storia umana appare attraversata da una violenza inarrestabile.

Quali sono, allora, le “opere mondo 2.0”? Come si può estendere alla contemporaneità letteraria il concetto forgiato da Franco Moretti nel 1994 (l’ultimo testo che prende in esame è Cent’anni di solitudine del 1967)? Molti romanzi di Don DeLillo, David Foster Wallace, Roberto Bolaño, Mircea Cărtărescu possono senz’altro rientrare in questa categoria: infatti, le “opere mondo attuali sono quelle che mantengono un forte legame con la grande tradizione letteraria, ormai mondiale e non solo occidentale, ma operano per proporre una visione della realtà il più possibile sincretica, che spesso si fonda sulle acquisizioni più avanzate delle scienze […], sull’erudizione a volte illimitata, sulla ricerca degli assurdi più attraenti e inquietanti, ecc.” (p. 220). Franz Kafka e Laurence Sterne appaiono come due paradigmi importanti per le attuali opere mondo: se Solenoide (2015) di Mircea Cărtărescu, un romanzo di oltre novecento pagine, può essere considerato come un’“opera mondo kafkiana” in quanto acquisisce da Kafka e da Borges degli elementi che consentono l’oltrepassamento di una realtà decodificata attraverso l’horror, Digressione (2025) di Gian Marco Griffi appare un’ “opera mondo sterniana”, dal momento che la “digressione” stessa, nel Tristram Shandy, è uno dei modi fondamentali del racconto. Le stranezze, le incongruenze, le digressioni, le visioni di cui sono infarcite queste narrazioni non provocano una fuoriuscita metafisica dalla realtà ma una sua disgregazione in quanto unicità irreversibile. In esse, il conscio e l’inconscio, il plausibile e l’improbabile si trasformano in territori equivalenti e financo i rapporti biologico-naturali divengono weird e innaturale è perfino la stessa natura. Sono forse allora queste narrazioni, analizzate con precisione dal saggio di Casadei, a rappresentare al meglio la realtà contemporanea, che sempre più spesso ci appare irreale e frammentata all’interno di comunicazioni mediatiche in cui le atrocità più terribili sfilano di fronte ai nostri occhi come se niente fosse. L’orrore e il weird, in fin dei conti, si annidano in una quotidianità preda di una comunicazione digitale in cui – parafrasando Calvino – non si riesce più a distinguere che cosa è inferno e che cosa non lo è.

Libri simili a Harry Potter: 8 fantasy da leggere dopo la saga

15 Ottobre 2026 ore 12:43

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai finito Harry Potter e cerchi un’altra storia capace di restituirti almeno una parte di quella sensazione di scoperta? Non è semplice trovare libri davvero simili alla saga di J.K. Rowling. Hogwarts non è soltanto una scuola di magia e Harry Potter non è soltanto una storia di incantesimi. Nei sette romanzi convivono formazione, amicizia, mistero, vita scolastica, famiglie, creature fantastiche, conflitti politici, paura della morte e il progressivo ingresso dei protagonisti nel mondo adulto. Per questo abbiamo scelto otto libri e saghe simili a Harry Potter non semplicemente perché contengono magia, ma perché condividono alcuni degli elementi che hanno

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Libri simili a Shadowhunters: 8 fantasy da leggere dopo Cassandra Clare

15 Ottobre 2026 ore 12:18

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai letto Shadowhunters e cerchi altri libri capaci di mescolare magia, creature soprannaturali, società segrete, combattimenti e relazioni sentimentali? Non esiste una saga identica all’universo creato da Cassandra Clare. Il fascino delle Shadowhunter Chronicles nasce proprio dall’incontro di molti elementi: i Nephilim, i demoni, i Nascosti, le rune, le famiglie che attraversano generazioni differenti e soprattutto l’idea che dietro il mondo quotidiano ne esista un altro, invisibile alla maggior parte delle persone. Esistono però romanzi e saghe che condividono alcune di queste caratteristiche. Abbiamo scelto otto libri simili a Shadowhunters, spiegando per ciascuno quale aspetto dell’universo di Cassandra Clare può

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Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il genere del suono” di Anne Carson

15 Ottobre 2026 ore 05:39

15 ottobre 2026 “Non è mai troppo tardi per leggere un buon libro” Rubrica di recensioni, a cura dello scrittore e traduttore Maurizio Grasso. Non sono sempre necessariamente recensioni di libri appena usciti, ma di “buoni libri”. Recensioni – Oggi Maurizio Grasso vi farà conoscere “Il genere del suono” di Anne Carson Di Nobel per la …

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Il Mito perduto e ritrovato / 2 – Il signore del disordine e dell’inganno

14 Ottobre 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Georges Dumézil, Loki, traduzione di Silvia Spinnler, edizioni Adelphi, Milano 2026, pp. 234, 26 euro

Su una cosa non possono esservi dubbi: il Mito, a differenza delle religioni rivelate o delle illusioni ispirate dall’illuminismo e dal positivismo, non fornisce risposte, tanto meno preconfezionate, ma pone degli enigmi. In questo senso, anche se talvolta o superficialmente è stato accostato alle fiabe, non dissemina insegnamenti rivolti alla stabilità della vita sociale oppure ad indirizzarne correttamente la moralità.

Per questo motivo, dunque, all’interno delle sue logiche o narrazioni non si rivela mai né utile né saggio dividere nettamente il bene dal male. Ogni narrazione mitica contiene delle intrinseche contraddizioni che occorre risolvere, in un senso o in un altro, oppure semplicemente accettare come parte di quel mistero che spesso circonda sia l’agire umano che quello caotico, e tutt’altro che ordinato nel suo divenire, della natura e dei suoi cicli; cui la scienza e la filosofia cercano di dare spiegazioni che, se onestamente indagate e analizzate, non fanno altro che allargare il campo di incertezze e di quesiti ogni qualvolta sia raggiunto un risultato ritenuto certo. Una trasmissione del sapere, quella riconducibile al Mito, antica forse quanto le prime società umane, ma che è comunque vicina al “sapere di non sapere” che caratterizza molto spesso le riflessioni sulla fisica e l’astrofisica.

In tale contesto, diventa sicuramente importante rivolgere l’attenzione a una divinità ambigua come quella di Loki, figura conosciutissima dei miti norreni, che è al centro della ricerca di Georges Dumézil appena pubblicata dalle edizioni Adelphi nella collana «Il ramo d’oro».

Loki nella mitologia norrena è una figura ricorrente e risulta tra le divinità più note e citate: è il dio dell’astuzia e degli inganni, ingegnoso inventore di tecniche. È una figura ambivalente poiché in alcune narrazioni è compagno di Odino e Thor che, spesso, si cavano d’impaccio grazie alla sua astuzia, mentre in altre è proprio colui che attenta all’ordine cosmico, contraddistinto dall’attitudine all’inganno e dall’essere un temibile e camaleontico attaccabrighe, fino ad essere maligno. E’ lo stesso Dumézil, fin dall’introduzione del 1948, ad avvertirci della difficoltà insita nel tentativo di inquadrare le caratteristiche di Loki, non essendo certo quest’ultimo riconducibile a un’unica qualità o funzione.

Loki è una delle divinità scandinave più singolari. Ha via via disorientato, scoraggiato o fuorviato tutte le scuole di esegeti, e si ha già un bel da fare anche solo a elencare le aporie, le antinomie che si affastellano attorno a questo personaggio. Ecco le principali.
Loki è una divinità importante, che entra in scena in numerosi racconti, ma per quanto ne sappiamo ai tempi del paganesimo era una divinità priva di culto, ovvero priva di una funzione, e in nessun paese scandinavo esiste un toponimo in qualche modo a lui connesso. Si tratta allora di una figura propriamente religiosa, di un vero dio? Non è piuttosto un personaggio fiabesco, un tipo folkloristico, introdotto a posteriori all’interno della mitologia? Può darsi. Ma allora si dovrà giungere alla conclusione che parti significative della mitologia scandinava non solo sono piene di depositi folkloristici, ma hanno, nel loro complesso, un’origine folkloristica, perché se si sottrae Loki, è impossibile conservare nella loro forma tradizionale molte storie di Od¯inn e di Þorr, ossia divinità incontestabilmente « di culto ».[…]
Loki è l’amico e l’ausilio più prezioso degli dei e insieme il loro peggiore nemico. Tali aspetti possono essere considerati entrambi ugualmente primitivi, innati? Non bisogna forse vederli in una prospettiva cronologica, e supporre che il « Loki cattivo » sia apparso solo al termine di una lunga evoluzione[…]? Può darsi. Ma in tal modo si incorre – così come si è allegramente fatto in passato – in tagli di ogni genere, visto che il Loki cattivo è più attestato rispetto a quello buono, e ancora una volta si può constatare come non sia sufficiente affermare, rivendicare un « processo storico » perché questo si materializzi. Amico o nemico degli dei, confidente ingegnoso o temibile burlone, Loki scorrazza a suo agio nella mitologia minore, sembra quella la sua dimora. E poi, all’improvviso, in alcuni miti egli assume valore e dimensione enormi, quasi cosmici: che si tratti dell’uccisione di Baldr, del proprio supplizio, della propria epifania alla fine del mondo […]. Non si dovrà allora supporre anche qui un’evoluzione? Vi sono stati forse modelli cristiani, oppure iranici, che hanno imposto al piccolo dio briccone degli Scandinavi una trasfigurazione satanica o ahrimanica? Può darsi. Ma questo ci porta lontano, ben al di là di Loki, e conduce a grandi inverosimiglianze: la storia dell’esegesi dei miti scandinavi è tutta costellata di questi azzardi, in cui le scritture apocrife, il cristianesimo latino o celtico, la Bibbia o un dualismo imbastardito dovrebbero spiegare le fantasie « tardive » dei pagani del Nord.
Infine, anche oggi i contadini della Norvegia, della Scania, della Danimarca, delle Færøer, dell’Islanda sanno chi sia Loki; è citato in formule, proverbi, alcuni racconti; in diverse di queste regioni Loki è posto anche in relazione a piccoli fenomeni naturali e ad alcuni episodi della vita sociale. Come interpretare queste tracce? Sono forse posteriori al Loki ricco di sfaccettature della tradizione letteraria medioevale, sue derivazioni o sue distorsioni? O al contrario in esse sopravvive un Loki più rozzo ma più puro e più antico, di cui la tradizione letteraria medioevale non sarebbe stata che un abbellimento, un’amplificazione, e forse un’effimera falsificazione?1.

Fin da queste righe iniziali non solo si dimostra come sia difficile definire con sicurezza sia le origini che la funzione simbolica e religiosa di un personaggio mitico quale Loki, ma anche l’estrema attenzione e cautela con cui l’autore si muove nell’ambito del Mito e delle sue ricorrenze nelle rappresentazioni nelle culture che lo hanno assunto al loro interno nel corso del tempo. In tal modo Dumézil, nonostante le contraddizioni che ne hanno caratterizzato le ricerche, si rivela ancora oggi una lettura indispensabile per chiunque voglia occuparsi del Mito e delle figure e funzioni simboliche da questo assunte nelle varie e successive culture che ne hanno fatto uso.

Georges Edmond Raoul Dumézil (4 marzo 1898 – 11 ottobre 1986) è stato un filologo , linguista e studioso di religioni francese, specializzato in linguistica comparata e mitologia ed ha svolto attività di insegnamento presso l’Università di Istanbul, l’École pratique des hautes études e al Collège de France, nonché membro dell’Académie Française. E’ soprattutto noto per la sua formulazione dell’ipotesi trifunzionale nella mitologia e nelle società protoindoeuropee, finendo con l’avere una grande influenza nel campo della mitologia comparata e degli studi indoeuropei.

Proprio questa insistenza sull’importanza delle lingue e sulle strutture sociali ritenute di origine indoeuropea ha fatto sì che negli ultimi decenni, più o meno direttamente, le sue ricerche siano state contestate da altri storici e ricercatori, come Martin Bernal2, per quello che è stato ritenuto il sostanziale culto delle razze che sarebbe alla base di tali ipotesi. Mentre, sempre indirettamente, il lavoro di Giovanni Semerano (1911 – 2005), filologo classico e linguista italiano studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche, ha proposto in alternativa un’altra controversa teoria delle origini della cultura europea, in base alla quale le lingue europee risulterebbero essere di provenienza mediterranea e fondamentalmente semitica piuttosto che indoeuropea3.

Una sua presunta amicizia, negli anni ’30, con Pierre Gaxotte, che era stato il segretario del leader del gruppo di estrema destra Action Francaise, Charles Maurras, attirò su Dumézil le critiche da parte di studiosi e ricercatori di sinistra che, negli anni ’80 e ’90, accusarono il suo lavoro, in cui si faceva riferimento alla tradizione indoeuropea, di aver influenzato i membri della Nuova Destra europea, tra cui Alain de Benoist, e l’idea del ripristino di un ordine gerarchico tradizionale in Europa (tripartito), anche se Dumézil respinse sempre tali accuse.

Per la sua opera monumentale, che comprende più di settantacinque libri e centinaia di articoli accademici, Dumézil fu però difeso da molti colleghi, tra cui C. Scott Littleton e altri studiosi dell’Università della California di Los Angeles (dove fu accolto come visiting professor nel 1971) per l’impulso dato alla rinascita degli studi indoeuropei e della mitologia comparata nella seconda metà del XX secolo, e da studiosi e filosofi come Michel Foucault, mentre la sua ricerca continua ad avere una forte influenza tra indoeuropeisti, classicisti, celtisti, germanisti e indologi.

Anche se alcuni dei suoi critici, in particolare seguaci di Lévi-Strauss, che pur sponsorizzò la sua elezione all’Académie Française nel 1975, avrebbero spesso sostenuto che le strutture mitologiche e sociali che Dumézil identificava con gli indoeuropei non fossero distintamente tali, ma piuttosto caratteristiche di tutta l’umanità. Cosa che, però, allarga potenzialmente il concetto di tripartizione dei poteri anche a tutte quelle società “senza stato”, secondo la definizione datane da Pierre Clastres4, che sono sopravvissute per secoli senza per forza adottare le forme di governo individuate da Dumézil.

Detto tutto ciò, occorre ritornare ad un’opera e a una figura mitologica che hanno molte qualità, soprattutto nel coinvolgere l’attenzione di un pubblico anche meno esperto nelle vicende di un dio ambiguo e del suo incrociarsi con quelle di un’altra figura della mitologia originaria dell’Asia centrale: Syrdon. Un personaggio dell’epica degli Osseti del Caucaso, ultimi discendenti degli Sciti, altrettanto astuto e ambiguo quanto il dio scandinavo, cui Dumézil dedica la seconda parte dell’opera (capp. III e IV).

Come afferma Dumézil: «tutte le caratteristiche di Loki si ritrovano in Syrdon e tutte le caratteristiche di Syrdon in Loki; in particolare in entrambi i personaggi coesistono una componente “utile” e una “malvagia”; e come il delitto più grave e la punizione suprema segnino la fine, nei due dossier, di una vita costellata di cattiverie minori e di mitigata ostilità»5. Anche se, per comprendere qualcosa in più di tale personaggio, occorre seguire la ricostruzione dell’ambiente socio-culturale e geografico in cui lo stesso si è sviluppato attraverso l’epica popolare locale.

Al centro del Caucaso, nelle valli che sboccano sull’antica Vladikavkaz(Ordžonikidze, Džadžiqau) e dominano la Grande Strada Militare della Georgia, vive uno dei popoli più interessanti delle province europee. Gli Osseti sono infatti gli ultimi discendenti delle tribù che, specialmente con i nomi di Sciti e Sarmati, poi di Alani e Rossolani, hanno a lungo popolato un immenso territorio che comprende tutto il Sud dell’attuale Russia, tra il basso Danubio e il mar Caspio, tribù che più volte hanno sferrato attacchi verso i Balcani, verso la Persia o verso il Turkestan. Esse erano una ramificazione ben definita, dal punto di vista linguistico e culturale, di quello che viene chiamato, sulla scorta del luogo di provenienza della maggioranza delle popolazioni che lo costituivano, il «mondo iranico»; esse sono, se non si teme di andare contro ai nomi geografici, gli « Iranici di Europa ». [Gli Osseti] Divisi oggi tra il cristianesimo e l’islamismo, hanno soprattutto mantenuto una religione popolare interamente pagana e tradizioni ricchissime.
[In particolare gli Osseti ] conoscono un vasto insieme di tradizioni epiche che riguardano una razza fantastica da tempo scomparsa, i Narti6.

Occorre ricordare che l’opera dedicata a Loki uscì per la prima volta in Francia nel 1948, come si è già segnalato citandone l’introduzione, ma è evidente come tale studio faccia chiaramente parte di una visione che lo studioso avrebbe esposto completamente nella sua opera maggiore, Mythe et epopée, pubblicata in tre volumi (1968-1973) e nella precedente L’Idéologie tripartie des Indo-Européens, pubblicata nel 1958, anche se in seguito Dumèzil avrebbe considerato la tripartizione funzionale più un’ideologia che un sistema consolidato. Dubitando delle teorie universaliste di Durkheim e Lévi-Strauss, comunque, sostenne sempre che la tripartizione funzionale della società indoeuropea fosse una specifica caratteristica di quella, anche dopo aver studiato le lingue e la mitologia di diversi popoli indigeni delle Americhe, convinto che il trifunzionalismo non fosse diffuso tra quei popoli.

[I Narti] Per le loro avventure e le loro imprese scendevano fino alle pianure del Nord, dove vivevano in villaggi simili a quelli in cui tuttora vivono gli Osseti […]. Buona parte della loro vita trascorreva ora in grandiosi banchetti, ora in chiacchiere e giochi sulla piazza pubblica, che gli Osseti chiamano il nyxæs.
Erano divisi in famiglie. Le tre più famose erano quella degliAlægatæ, quella degli Æxsærtægkatæ e quella dei Boratæ, che una preziosa tradizione classifica secondo il modello della tripartizioneindoiranica in intellettuali, guerrieri e agricoltori.
[…] È probabile che molti di questi personaggi, in particolare l’eroe di acciaio Batradz e l’eroe luminoso Soslan, abbiano incorporato e conservato sino ai giorni nostri una componente mitica, il ricordo di quegli dèi degli Sciti in cui i Greci riconoscevano tra gli altri un Ares e un Apollo.
Nondimeno, nella coscienza degli Osseti, essi sono tutti uomini e assolutamente non dèi. Bisogna sempre tenere presente questa differenza, quando si confronta una tradizione sui Narti con un racconto mitologico straniero, come io mi propongo di fare nelle pagine seguenti. Ma bisogna anche stare attenti a non esagerarne la portata: sia all’inizio della Heimskringla sia nella sua Edda, e sicuramente fedele in questo alla tradizione norvegese, Snorri presenta gli dèi germanici, Asi e Vani, come tribù, come uomini che vivono in villaggi vicini e rivali, che escono dalla (o dalle) loro casa (case – gárd¯r) in vista di avventure e che festeggiano poi nella grande sala di Ægir. Certo, accanto a queste rappresentazioni tutte terrene, e senza preoccuparsi della contraddizione, i Germani ne immaginano altre con caratteristiche più simili a ciò che la nostra cultura classica è abituata ad aspettarsi da una mitologia: gli dèi vivono in cielo, governano il mondo e partecipano a una cosmologia, a una cosmogonia e a un’escatologia. Ma la loro vita quotidiana, l’abbiamo visto a sufficienza nella maggior parte dei racconti in cui entra in scena Loki, si svolge in un contesto dove il contadino di Trondhjem o il signore di Ringsted non si sentivano spaesati7.

Dumézil è abilissimo nel far rimettere i piedi in terra agli studi mitologici e a riavvicinare i Narti e gli dei norreni alle loro comuni radici tribali. Cosa che si rivela utilissima soprattutto per comprendere la funzione contraddittoria e ambigua sia di Loki che di Syrdon, il quale viene poi così descritto:

Syrdon è presente in quasi tutti i racconti. Vi è indispensabile. È un « Narte » come gli altri, ma ha un carattere e modi di agire completamente diversi.
Innanzitutto, è un personaggio inferiore: è spesso definito il « bastardo » dei Boratæ. Gli è attribuita una nascita diabolica che è complementare a quella petrogena di Soslan8. I Narti lo trattano come un domestico: serve in tavola, fa l’aiutante nelle spedizioni, l’intermediario e la guida; è incaricato di tirare a sorte.
Spunta da non si sa dove e allo stesso modo scompare. Possiede una casa misteriosa sotto terra, un labirinto. Ha la facoltà di trasformarsi (rondine, vecchio berretto, fanciulla, donna anziana, vecchio…). Ha un « destriero a tre zampe » che corre come il vento. Estremamente curioso, insegue e svela ogni segreto, « giorno e notte si scervella » per trovare il modo di scoprirli. Sa cosa succede lontano e cosa accadrà nel futuro. È un calcolatore prodigioso. È astuto – insieme e dopo Satana –, è l’astuto per eccellenza […].
Così i Narti sono spesso ricorsi ai suoi consigli e, di fatto, più volte egli li trae da situazioni difficili, in particolare nelle loro relazioni con gli stupidi giganti. Ma, allo stesso tempo, essi diffidano di lui e a ragione, poiché, dice un testo, egli prova gusto nel fare del male, tanto che un suo abituale attributo è Narty xijnæ o Narti fydbylyz, « il male, il flagello dei Narti »; è detto malvagio, privo di coscienza, dissoluto […].
Questa natura malvagia si manifesta in molti modi: prese in giro e insulti crudeli in occasione di disgrazie private e pubbliche; gioia maligna nell’annunciare le disgrazie in arrivo; consigli funesti (tuttavia non capita mai che Syrdon prenda le parti di un Gigante contro i Narti), provocazioni di liti o inasprimento di esse. La sua cattiveria lo impegna in azioni tanto superficiali quanto criminali da cui talvolta fatica molto a uscire. In pratica, è quasi sempre, anche quando è al loro servizio, in uno stato di velata ostilità o collettivamente, verso tutti i Narti […]. Ma il bersaglio principale del suo malanimo è il grande Narte Soslan (o Sosryko)[…]. Cerca e alla fine scopre l’unico punto vulnerabile di Soslan. Lo rivela ai nemici dell’eroe che ne approfittano per ucciderlo, durante un rituale di gioco9.

Il lettore si accorgerà, leggendo le pagine della ricerca, che tra le malefatte, gli scherzi o le disavventure di Loki e Syrdon, vi è una stretta interconnessione (a partire dalle presenza dei giganti quasi sempre sconfitti e/o gabbati dall’astuzia dei due personaggi), così come alcune caratteristiche dei loro “avversari” (ad esempio l’invulnerabilità che lascia aperta una porta d una ferita mortale in una certa parte del corpo) richiamano altre narrazioni più conosciute, come ad esempio quella riguardante l’Achille omerico.

Almeno una delle caratteristiche di Loki, però, quella di poter partorire, lo rende totalmente estraneo a qualsiasi mitologia virile, accentuandone l’ambiguità attraverso l’assunzione di un carattere femminino inaspettato in un contesto in cui guerrieri coraggiosi e spietati, battaglie, forza fisica e grandi e infinite bevute, anche davanti alla morte ormai certa, sembrano farla da padrone.

Eppure, eppure… è proprio questo aspetto a rivelare i tratti non solo di un personaggio, ma di un’intera costruzione mitica che è decisamente in contraddizione con l’ordine definito dalla tripartizione funzionale individuata da Dumézil nelle saghe indoeuropee o indoiraniche.

Loki e Syrdon sono destinati a destabilizzare qualsiasi ordine. Lo provocano per stravolgerlo prendendosi gioco di coloro che ne sono i rappresentanti, armati o ideologici, ma che non sanno spiegare e risolvere l’enigma, il delitto, la burla o la catastrofe che si erge improvvisamente di fronte a loro. Ecco allora che, Dumézil, se non avesse invece voluto limitare il campo alla sola e sempre presunta tradizione indoeuropea, per inquadrare meglio i due personaggi avrebbe potuto fare riferimento a tutta un’altra schiera di trickster. A partire proprio dalle società amerindie del Nord America in cui la figura del Coyote svolge sostanzialmente la medesima funzione10.

Una tradizione quella del trickster, un termine che va interpretato come mistificatore e imbroglione, che è usato nella letteratura etnologica e storico-culturale per indicare una categoria di figure mitiche che nella loro grande varietà presentano tratti ricorrenti e caratteristici. Costituendo in primo luogo una figura di «briccone», che associa però a questo aspetto il fatto di essere esso stesso oggetto di tricks («tiri mancini»). Questo oscillare tra astuzia e dabbenaggine rientra nel quadro di una generale ambivalenza costitutiva della sua natura, per cui egli è al tempo stesso un provocatore di disastri e un istitutore di beni d’importanza vitale. Tali caratteristiche possono essere ravvisate anche in divinità o eroi quali Hermes, Eracle, Prometeo, tanto che questa figura mitologica può essere annoverata tra le più antiche e più universali.

In tutte le narrazioni di carattere mitologico quello che è definibile come il briccone divino può essere, a seconda dei casi o delle occasioni, uomo, donna o animale antropomorfo, vorace, abile nell’inganno e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali. Tanto da far sì che possa essere visto come una divinità ingannevole che rappresenta la “paradossale categoria dell’amoralità sacra”. Come ha sostenuto Lewis Hyde nel suo saggio Trickster Makes the World. Mischief Myth and Art (ed. originale 1998):

Ogni comunità ha i suoi confini, il suo senso del fuori e del dentro, e l’impostore (“trickster”) è sempre lì alle porte della città o alle porte della vita, facendo in modo che ci sia sempre scambio. Egli presiede anche ai confini attraverso cui i gruppi articolano la loro vita sociale. Distinguiamo costantemente giusto e sbagliato, sacro e profano, pulito e sporco, maschio e femmina, giovane e vecchio, vivente e morto, e ogni volta l’impostore varcherà la linea e confonderà le distinzioni. Egli incorpora dunque l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso.

Nel caso di Hermes, ad esempio, siamo di fronte a un dio che fin dalla prima notte di vita, dopo esser stato generato da Maia, figlia del titano Atlante, che si era accoppiata con Zeus:

compì un furto che lo rese subito noto al mondo […]: sgusciò fuori dalla culla e rubò le vacche di Apollo. In questo modo egli apparve subito come il briccone divino, amico dei pastori, patrono delle razzie, protettore dei ladri e padre di altri scaltri bricconi […]. Dalla sua famiglia nacque poi l’astuto per eccellenza, Ulisse.
Il primo atto di Hermes lo qualifica nello stesso tempo come dio notturno, il dio dell’astuzia, patrono di chi cerca con tutti i mezzi di accrescere le sue sostanze: commercianti, ladri, servi trafficoni che cercano di migliorare il loro stato. Non un dio aristocratico, ma popolare, a portata di tutti11.

Così, non è forse un caso che sia stata la cultura popolare degli ultimi decenni a rivalutare la figura non solo di Loki, come nei fumetti della Marvel dedicati alle avventure di Thor, suo eterno rivale, ma anche del trickster più in generale e del Jolly, re dei giochi di carte in cui può ribaltare lo svolgimento potendo assumere qualsiasi valore secondo la volontà del fortunato giocatore che lo estrae dal mazzo, o del Joker che nei fumetti della DC Comics assume le sembianze del più feroce e sardonico nemico di Batman, che rappresenta invece il tutore per eccellenza dell’ordine costituito e della proprietà privata.

Un’attenzione al Joker, soprattutto nelle sue versioni cinematografiche, che si è manifestata anche nelle rivolte sociali di alcuni anni or sono e che rivela non solo la sua valenza di trickster della rivolta, ma anche il fatto che forse nella teoria degli archetipi di Carl Gustav Jung qualcosa di utile era contenuta, proprio nel momento in cui uno degli inventori della psicoanalisi moderna si contrapponeva a Freud sostenendo che, spesso, le radici dei comportamenti umani non sono tanto da ricercarsi nel subcosciente personale degli attori, come nella «psicologia da romanzo famigliare di Freud», «ma nella sfera della mitologia incosciente, le cui immagini primordiali sono patrimonio comune dell’umanità». Per poi aggiungere ancora, poco dopo:

L’immagine primordiale o archetipo è una figura, demone, uomo, o processo, che si ripete nel corso della storia […]. Essa è in primo linea una figura mitologica. Esaminandola da presso, notiamo che essa è in certo qual modo la risultante di innumerevoli esperienze tipiche di tutte le generazioni passate, Si potrebbero scorgere in essa i residui psichici di innumerevoli avvenimenti dello stesso tipo. Essa rappresenta una media di milioni di esperienze individuali e fornisce un’immagine della vita psichica, suddivisa e proiettata nelle forme multiple del pandemonium mitologico12.

Era assolutamente necessario citare le parole di un altro studioso molto discusso per le sue più che controverse conclusioni e prese di posizione che, forse ancor più di Dumézil, di cui si è recensita solo parzialmente l’opera dedicata a Loki vista la sua ampiezza, per far comprendere come lo studio di entrambi possa aprire ancora campi di ricerca amplissimi. In cui, per forza di cose, il presente si ricollega sia al passato che a un futuro ancora tutto da definire, ma in cui il Mito e le sue figure o archetipi possono ancora svolgere una funzione essenziale.

Anche quello della Rivoluzione, ovvero dell’affermazione del disordine preannunciatore di un nuovo ordine a discapito della stasi rappresentata da quello ormai superato. Esattamente come fa Loki favorendo il crepuscolo e la fine degli dei norreni nel corso del Ragnarok. Ultima catastrofe destinata alla rigenerazione del mondo, cui seguiranno una nuova età felice e il rinnovamento della comunità umana.


  1. G.Dumézil, Il problema Loki, introduzione a G. Dumézil, Loki, edizioni Adelphi, Milano 2026, pp. 19-20.  ↩

  2. Si veda: M. Bernal, Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica, il Saggiatore, Milano 2011 (ed. originale francese 1987).  ↩

  3. Cfr. G. Semerano, Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica, Vol. I, 2 tomi, Firenze, Leo S. Olschki, 1984-1994; Le origini della cultura europea. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indeuropee, tomo I: Dizionario della lingua greca; tomo II: Dizionario della lingua latina e di voci moderne, II, Firenze, Leo S. Olschki, 1984-1994 e L’infinito: un equivoco millenario – Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Torino, Paravia Bruno Mondadori, 2001.  ↩

  4. P. Clastres, La società contro lo Stato, elèuthera, 2022.  ↩

  5. G. Dumézil, Loki, op. cit., p. 107.  ↩

  6. Ivi, pp.103-104.  ↩

  7. Ibidem, pp. 104-105.  ↩

  8. «Soslan-Sosryko è nato dalla masturbazione di un pastore troppo sensibile alla bellezza di Satana; è nato dalla pietra stessa che aveva ricevuto il seme; Satana ha tuttavia un affetto materno verso quello che chiama “mio figlio che non ho generato”; bello, luminoso, invulnerabile a eccezione del ginocchio (o dell’anca), riempie la terra delle sue imprese, sposa la figlia del Sole, scende negli inferi, ma soccombe a un’oscura macchinazione.» G. Dumézil, op. cit., p. 105.  ↩

  9. Ibid., pp. 105-106.  ↩

  10. Si vedano in proposito: C. G. Jung, K. Kerenyi, P. Radin, Il briccone divino, SE edizioni, Milano 2006 (ed. originale tedesca 1954) e J. De Angulo, Racconti indiani, Adelphi Edizioni, Milano 1973 (ed. originale americana 1953).  ↩

  11. G. Guidorizzi, Introduzione a Hermes. Il dio dell’astuzia, a cura di G. Lozza, Collana «I grandi miti greci» a cura di G. Guidorizzi, vol. 29, Milano 2018, pp. 8-9.  ↩

  12. C. G. Jung, La psicologia analitica nei suoi rapporti con l’arte poetica in C. G. Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Giulio Einaudi Editore, Torino 1942, pp. 54-55.  ↩

Le relazioni industriali e la giusta transizione energetica

Presentiamo qui di seguito, in traduzione italiana, uno stralcio delle conclusioni del volume “Industrial Relations for a Just Transition. Labour Trajectories in the Energy Sector in Europe”, a cura di Serena Rugiero, appena pubblicato da Edward Elgar Publishing. Il testo presenta i risultati del progetto di ricerca-azione “Rejeneraxion – Energy for a Just and Green Recovery Deal: the Role of Industrial Relations in the Energy Sector for a Resilient Europe”, cofinanziato dall’Unione europea.

La Fondazione Di Vittorio ha coordinato il progetto in qualità di capofila, con la partecipazione dei seguenti partner e supporter: FILCTEM CGIL-Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture (partner, Italia); Fundación 1º de Mayo (partner, Spagna); ASTREES-Association Travail Emploi Europe Société (partner, Francia); wmp consult-Wilke Maack GmbH (partner, Germania); LENTIC-Laboratoire d’Études sur les Nouvelles formes de Travail, l’Innovation et le Changement, Université de Liège (partner, Belgio); ISP-Instytut Spraw Publicznych (partner, Polonia); CELSI-Central European Labour Studies Institute (partner, Slovacchia e Ungheria), EPSU-European Federation of Public Service Unions (supporter), ETUI-European Trade Union Institute (supporter).

Il progetto ha coinvolto ricercatori, sindacati e parti sociali per analizzare come i sistemi di relazioni industriali negli otto Paesi europei presi in esame stiano affrontando le sfide della transizione energetica. In particolare, attraverso analisi comparative e 24 studi di caso, il volume esplora il ruolo del dialogo sociale, della partecipazione dei lavoratori e delle istituzioni nella costruzione di percorsi di transizione giusta. Il volume pubblicato da Edward Elgar è liberamente scaricabile in modalità Open Access a questo link. Ringraziamo Serena Rugiero per la concessione di questa anteprima.

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[L]a transizione energetica rappresent[a] una trasformazione sistemica di ampia portata, che va ben oltre le dimensioni tecnologica ed economica, coinvolgendo anche gli aspetti sociali, occupazionali e territoriali. La complessità e la natura globale di questo processo risentono delle caratteristiche dei contesti nazionali ed europei, delle strategie di decarbonizzazione, degli interessi dei diversi attori coinvolti e delle dinamiche geopolitiche. Ciononostante, la transizione rimane fortemente condizionata da fattori locali specifici: lo stretto legame tra tecnologie energetiche e contesti territoriali impone l’adozione di approcci territorialmente differenziati (place-based), capaci di adattare i processi di riconversione ecologica alle infrastrutture e alle condizioni economiche, sociali e politiche di ciascun territorio.

Come emerge dall’analisi comparata, la transizione energetica combina opportunità economiche e occupazionali con significativi rischi sociali, che tendono ad accentuarsi in assenza di un’adeguata governance. Tra le principali criticità figurano il possibile impoverimento del tessuto economico e sociale dovuto alla contrazione delle attività nel settore dei combustibili fossili, il rischio di dispersione delle competenze qualificate, la polarizzazione occupazionale, l’inadeguatezza dei sistemi di protezione sociale, l’accentuarsi delle disuguaglianze locali e regionali e la difficoltà di garantire l’accettabilità sociale della transizione. […].

Per contrastare gli effetti negativi, le politiche per una transizione giusta si concentrano sulla creazione e sulla salvaguardia di posti di lavoro di qualità, sull’individuazione dei profili professionali necessari ad affrontare i cambiamenti e sulla tutela dei diritti e delle garanzie contrattuali dei lavoratori. Queste misure mirano ad accompagnare il personale nei processi di dismissione degli impianti e di progressivo abbandono dei combustibili fossili, ma devono essere estese anche ai lavoratori dell’indotto, tenendo conto delle sfide poste dalle transizioni digitale e demografica. Risultano inoltre fondamentali gli interventi di formazione continua, aggiornamento e riqualificazione delle competenze (upskilling e reskilling), che favoriscono la mobilità professionale interna ed esterna e la piena partecipazione dei lavoratori alle nuove opportunità occupazionali.

Una gestione efficace della transizione energetica richiede una pianificazione coordinata e lungimirante, fondata su strategie nazionali chiare e su politiche e strumenti normativi integrati. Tale pianificazione deve tenere conto delle implicazioni per l’occupazione, le comunità locali e la coesione sociale. Il ruolo dello Stato e delle istituzioni pubbliche è fondamentale per garantire una governance multilivello, sostenuta da interventi di lungo periodo e da strumenti partecipativi. Ciò è necessario per coordinare i diversi attori coinvolti, promuovere la coesione sociale e favorire un’equa distribuzione dei benefici e dei costi della transizione.

In questo scenario, le relazioni industriali e il dialogo sociale assumono un ruolo centrale: la loro efficacia non soltanto favorisce l’accettabilità sociale delle trasformazioni, ma contribuisce anche a prevenire e gestire i rischi occupazionali, le disuguaglianze territoriali e gli effetti negativi sui lavoratori. Nei paesi caratterizzati da sistemi consolidati di relazioni industriali, le parti sociali partecipano attivamente alla definizione di piani territoriali e accordi contrattuali innovativi, attribuendo particolare importanza all’equità e alla giustizia sociale. Viceversa, nei paesi in cui il dialogo sociale e la contrattazione collettiva sono più deboli, l’azione sindacale è spesso circoscritta al livello aziendale, con un coinvolgimento limitato nei processi negoziali con le istituzioni nazionali o locali. Nei contesti frammentati o scarsamente coordinati, inoltre, l’efficacia complessiva delle misure di accompagnamento alla transizione risulta inferiore. […].

Per quanto riguarda il ruolo delle organizzazioni sindacali, lo studio individua tre tipologie di intervento. Nei contesti proattivi, i sindacati contribuiscono alla definizione di contratti, accordi e procedure volti a favorire la partecipazione dei lavoratori e a valutare gli impatti sull’organizzazione del lavoro. Nei contesti reattivi, l’azione sindacale si concentra sulla mitigazione dei costi sociali della transizione, attraverso strumenti quali i Piani per una transizione giusta (Just Transition Plans) e le misure di tutela dell’occupazione. Nei contesti oppositivi, la difesa dei posti di lavoro nel settore dei combustibili fossili rimane l’obiettivo prioritario, con risultati concreti come il patto sociale per la chiusura delle miniere di carbone in Polonia.

Alla luce di queste evidenze, la transizione energetica si configura come una sfida cruciale per le relazioni industriali, che richiede un ripensamento dei modelli di rappresentanza, l’integrazione di strumenti innovativi di dialogo sociale e la costruzione di percorsi professionali equi e inclusivi. Da un lato, la transizione energetica rende necessario riorganizzare i sistemi di relazioni industriali e adattarli alla particolare complessità della transizione ecologica. Dall’altro, offre alle parti sociali l’opportunità di assumere un ruolo centrale nella gestione del cambiamento, anche contribuendo a colmare i divari conoscitivi relativi ai nuovi rischi, alla qualità del lavoro e ai nuovi profili professionali, nonché le lacune nell’azione di regolazione e intervento determinate dalla rapidità e dalla radicalità dei processi di decarbonizzazione, che richiedono la ricostruzione di un sistema regolativo improntato all’equità.

Infine, proprio per la sua ambizione di superare la contrapposizione tra lavoro e ambiente, il perseguimento di una transizione giusta rappresenta un’opportunità per fare delle questioni ambientali un nuovo ambito di rappresentanza e azione sindacale, tanto all’interno quanto all’esterno dei luoghi di lavoro.

In definitiva, in un contesto caratterizzato da una governance multilivello, da una forte eterogeneità territoriale e da sistemi differenziati di relazioni industriali, la ricerca-azione si è dimostrata particolarmente adatta ad analizzare e accompagnare i processi di transizione energetica. Il progetto Rejeneraxion ha consentito ai ricercatori di osservare, sperimentare e analizzare strategie di intervento in stretta collaborazione con gli attori interessati, producendo conoscenze fondate su evidenze empiriche e legate alle specificità dei contesti. L’interazione continua tra ricerca, pratica e portatori di interesse ha permesso di individuare dinamiche sociali, occupazionali e territoriali spesso difficili da cogliere attraverso approcci puramente osservativi, rendendo al contempo possibile un confronto tra paesi. Questo patrimonio condiviso di conoscenze empiriche rafforza la capacità delle parti sociali e delle istituzioni di governare la transizione energetica in modo equo, inclusivo e sostenibile, attraverso l’individuazione delle criticità e la progettazione di strumenti operativi capaci di conciliare le esigenze dei lavoratori, delle comunità locali, delle imprese e delle autorità pubbliche.

Serena Rugiero (a cura di), Industrial Relations for a Just Transition. Labour Trajectories in the Energy Sector in Europe, Edward Elgar Publishing, 2026, https://www.elgaronline.com/edcollbook-oa/book/9781035361786/9781035361786.xml

Sceneggiature e droni

14 Ottobre 2026 ore 00:01

di Luca Cangianti

Federico Greco, Guerra e cinema. Capire il cinema di guerra: tra immaginario della violenza e creazione del consenso, Poets & Sailors, 2026, pp. 206, € 16,00.

Il Pentagono collaborò alla produzione di Top Gun fornendo caccia F-14, mentre in Act of Valor recitano veri Navy SEALs. Esempi di questo tipo danno la cifra della compenetrazione tra attività bellica e industria cinematografica, tuttavia con il saggio Guerra e cinema – seguito di Cinema e potere – il filmaker Federico Greco va molto oltre.

Il libro è un originale arrangiamento in versione cartacea di alcune puntate della rubrica di successo Desaparecinema, settimanalmente in streaming su OttolinaTV. Attraverso una carrellata di titoli (capolavori, ma anche mattonate istruttive) che spaziano da Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi a E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, da Va’ e vedi di Elem Klimov a W. di Oliver Stone, fino a La seconda guerra civile americana e Armageddon, l’autore mostra che lo schermo è un prolungamento degli odierni campi di battaglia. Anzi, diciamola tutta: il cinema in quanto potente creatore di immaginario serve alla guerra tanto quanto le bombe, i missili e i droni.
Ciò avviene sia mediante le interessate forniture in mezzi e in personale di cui sopra, ma soprattutto attraverso un’azione di tipo cognitivo. E qui sta la parte più originale del libro (che fa dimenticare anche qualche scivolata su pretesi e inesistenti ruoli “rivoluzionari” del socialismo reale): l’accettabilità delle bombe, che non cadono certo in testa ai potenti, striscia narrativamente tra le pagine delle sceneggiature attraverso il viaggio dell’eroe hollywoodiano: «l’eroe subisce un torto; l’eroe si addestra; l’eroe sconfigge il cattivo in una “Prova Centrale” o “Resurrezione”». E così se il Dipartimento della Difesa statunitense è pronto a fornire portaerei e carri armati in cambio di interventi mirati sui copioni, la Nato vuole «che lo sceneggiatore, quando deve scrivere di un conflitto moderno, utilizzi spontaneamente le categorie mentali fornite dai briefing: sicurezza collettiva, minaccia ibrida, stabilità democratica.»

Il risultato desiderato, e spesso conseguito, è che l’attività di sterminare, stuprare e dominare per conto delle classi dominanti si trasforma in avventura epica, necessaria, inevitabile e magari perfino piacevole. E tuttavia la micidiale arma cinematografica, nelle mani giuste, si presta anche a un utilizzo opposto e (questo sì) veramente rivoluzionario: sabotare l’antenna feticistica di Essi vivono e mandare in chiaro la bruttezza dei mostri che ci usano come carne da macello.

La lunga scia di sangue di Ludwig

12 Ottobre 2026 ore 22:00

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo –, gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”. Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

Eclissi, lo spettacolo più straordinario del cielo

12 Ottobre 2026 ore 21:48

Che cosa cercavano le decine di migliaia di turisti che il 12 agosto hanno affollato una striscia del territorio spagnolo dalla costa atlantica fino alle Baleari? Erano tutti alla ricerca dell’emozione del Sole che si spegne nel corso di un’eclissi totale. Alcuni hanno avuto fortuna, altri no perché nubi sfilacciate o semplicemente foschia hanno rovinato lo spettacolo. È quello che è successo a me: nel cielo perfetto di Ibiza si è materializzata una nuvoletta, giusto prima della totalità. Anche l’Italia è stata lambita dall’ombra della Luna con una preferenza per le regioni del nord che hanno goduto di oltre il 90 per cento di copertura del disco solare.

Indipendentemente dal fascino ancestrale del sole nero, vorrei sottolineare che l’eclisse è un momento magico che ci rende unici nel Sistema solare. Assistere all’oscuramento del Sole è, infatti, possibile solo per noi terrestri grazie a una fortuita combinazione tra dimensioni e distanza del Sole e della Luna, visti dalla Terra. Per dirla in termini astronomici, il Sole e la Luna appaiono avere le stesse dimensioni angolari nel cielo. È questa coincidenza, unica nel Sistema solare, a rendere possibile alla piccola Luna di oscurare il Sole. Avere le stesse dimensioni angolari non è però sufficiente: perché si verifichi un’eclisse occorre che, nel percorrere le loro orbite, Luna e Terra siano allineate con il Sole.

Marco Bastoni, “Il piccolo libro delle eclissi. Tra mito e scienza, lo spettacolo più straordinario del cielo”, Apogeo, 2026, 160 pagine, 16 euro

In questo rapporto a tre astronomico gioca un ruolo fondamentale l’inclinazione, piccola ma non trascurabile, del piano dell’orbita della Luna rispetto al piano dell’orbita della Terra intorno al Sole. Sono poco meno di 5°, ma sono fondamentali per regolare il succedersi dei momenti “speciali” della Luna che si verificano quando i tre corpi celesti si allineano e possono farsi ombra, determinando le eclissi. Si tratta di fenomeni abbastanza rari perché, come spiega molto bene Marco Bastoni nel suo Il piccolo libro delle eclissi, si richiedono delle condizioni particolari perché la Luna deve trovarsi al posto giusto nel momento giusto in modo tale che si verifichi un perfetto allineamento tra Sole, Luna e Terra.

Grazie alla nostra conoscenza delle complicate e molteplici periodicità dei moti della Luna adesso sappiamo predire con precisione le eclissi, ma, esattamente come Marco Bastoni, ammiro le capacità dei nostri antenati. Pur facendo i conti in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, i babilonesi erano già in grado di prevedere le eclissi di Sole e di Luna. Diciamo che era una necessità: nell’antichità le eclissi erano foriere di sventura e occorreva essere pronti per cercare di correre ai ripari.

Adesso il terrore è scomparso e le eclissi sono diventate magneti turistici che, però, continuano a offrire le stesse antiche suggestioni. Sappiamo che non ci sono i draghi che mangiano il Sole, ma non possiamo restare indifferenti. È madre natura al suo meglio.

 

Odissea nel Capitale

10 Ottobre 2026 ore 22:00

di Franco Pezzini

Andrea Pauletto, Furgonauta, pp. 192, € 17, 66thand2nd, Roma 2026.

“Prima o poi sulla strada ci muori”. Tale profezia fulminante, riportata in quarta di copertina, può considerarsi l’ideale sintesi dell’ottimo romanzo che ha vinto nel 2025 la trentottesima edizione del Premio Calvino. Un romanzo compatto, che pare possa ben fornire chiara risposta a chi chieda quando un testo possa definirsi letterario. La questione è sempre complessa, ma potremmo dire, proprio sgranando i connotati di Furgonauta, che sia un fatto di voce. Letterario è un testo stilisticamente forte – che non significa un periodare alla Proust, ma un’eleganza di scrittura che recepisca consapevolmente e con pieno controllo una ricchezza di registri, compreso eventualmente quello del parlato, e veicoli di continuo il discorso su piani anche diversi tra narrazione e vita (felicissimo qui l’uso del tu, su cui si costruisce in seconda persona tutta la narrazione); che reca contenuti impegnativi (quindi niente chiacchiera da salottini letterari); e capace per la sua energia di offrire parola importante al proprio tempo – diventando emblematico persino per tempi successivi che vogliano conoscere quel passato.
La vita del trasportatore è ben nota all’autore che è riuscito però a regolarla, armonizzandola in qualche modo con il resto dell’esistenza. Ma conosce benissimo l’epopea tragica di infiniti colleghi divorati da turni massacranti sulle strade, costretti alla doccia scozzese di velocità e ritmi imposti da tabelle astratte (abbastanza veloci da non perdere tempo, ma non troppo per rispettare soste e non consumare carburante in eccesso), con tiranniche e ambigue figure di responsabili in inconoscibili piramidi gerarchiche avvicinati solo per telefono, e che improntano i messaggi alla dinamica di bastone e carota. Sulla strada ci muori schiantato come tanti contro qualche ostacolo che la stanchezza non ha saputo evitare; ci muori in una impossibilità di relazioni umane persino con chi viaggerà assieme a te, che si converte in amicizie sghembe e conflittuali, concorrenze, finzioni, stigmatizzazioni di categorie etniche, momenti rari di umanità e perdita di se stessi e di chi si vuol essere; ci muori dentro, in una demotivazione sorda nel confronto con infinite difficoltà e un abbrutimento fisico che scava (straordinario qui il tema dello scrutare ossessivo il proprio corpo, dell’uso di farmaci, del mettere pezze parziali dove pare emergano cedimenti, di una dinamica tra mangiare schifezze e dormire male che costituisce l’anticamera del crollo). Ci muori dentro, ancora, perché i tuoi affetti si sgretolano – come nel caso del protagonista, che ha compagna e figlio da un lato, dall’altro un’amante sulle rotte dei dedali autostradali, più nonna demente e padre abbrutito e li perderà tutti. Perdendo anche se stesso.
Quella che tra luci livide nel buio, caselli nervosi, parcheggi, aeroporti resta mappata è un’Italia in larga parte sconosciuta e magari ignorata, spettrale, percorsa di grumi scomposti di desiderio e tanta rassegnazione, tanta rabbia, forme irrisolte di dipendenza (droghe, farmaci) e disperazione: dove la concessione fatta balenare – i guadagni speciali tesi come lombrichi sull’amo della canna da pesca, la possibilità di turni meno massacranti, il miraggio che qualcosa possa cambiare – ha l’eco lontana delle voci dei capi che fanno carriera sulla pelle dei guidatori. Il risultato è una storia di ossessione. Anzitutto del protagonista, coi suoi demoni personali. Poi del suo settore, in balia dei moloch dei tempi del lavoro, del garantire certi ritmi, del far fronte all’inevitabile devastazione dei lavoratori – tante volte stranieri ma non sempre, pronti a guardarsi in cagnesco – uno schiantatosi all’improvviso, l’altro che ha gettato la spugna, l’altro ancora che ha dato fuori di matto… E in ultimo di questa Italia, che sulle ossessioni nutrite e coltivate nella logistica, campa senza rendersi conto, in un’inconsapevolezza del prezzo imposto alle singole categorie che ha a sua volta qualcosa di profondamente alienato.
D’altronde Furgonauta non si limita a mostrarci in termini di rara efficacia una vita al limite sul versante del lavoro, alle prese con un capitalismo brutale che deumanizza ed espropria sempre più: dove la working class non è neppure quella della fabbrica, ma una pluralità di individui isolati e condotti al limite, di quasi impossibile coesione (emblematico l’atteggiamento del protagonista verso i manifestanti, avvertiti più come causa di problema che di conati solidali).
Nell’ultima parte capiamo maggiormente ciò che sta dietro, su un bacino critico dove il Capitale pesca e ricatta, magari nelle pieghe depresse di zone in sé considerabili ricche, come certa Lombardia: dove resta, inavvertita dal mondo esterno, l’oppressione sociale, la disgregazione conseguente dei rapporti affettivi, la tentata fuga nelle droghe (il sollievo, lo stordimento per dimenticare e uno scollamento progressivo dalla realtà) e lo sfondo di una crisi personale che prima o poi travolge tutto.
Furgonauta è un grido su una situazione che non riguarda solo singole categorie, ma coinvolge tutti noi soggetti economici almeno in quanto consumatori, tutti partecipi di un mercato ma in genere incapaci di porci domande su quali piloti – e a che costo, anzitutto umano – verranno a portare le merci acquistate neppure sempre per necessità. È il tema della logistica, con le grandi vertenze che conosciamo ma tessuto pro parte di migliaia di singoli casi come questo narrato. Odissee di cui è necessario che la letteratura tratti, pena il perdere senso in ciò che di umano la costituisce.

Il disordine mondiale e la classe media impoverita

Cosa succede quando il centro del mondo si sposta? E chi guadagna e chi perde da questo cambiamento? Nel suo Il disordine mondiale (Laterza), Branko Milanovic prova a rispondere a queste domande mettendo in relazione l’ascesa della Cina e gli effetti della globalizzazione, l’impoverimento delle classi medie occidentali e il potere delle élite. 

Nell’analisi di Milanovic – economista di origini jugoslave, da decenni al lavoro alle Nazioni Unite e nelle università americane, tra i maggiori esperti di disuguaglianze mondiali – la globalizzazione non ha soltanto redistribuito reddito e ricchezza tra paesi, ma ha modificato gli equilibri di potere, con l’ascesa economica e politica della Cina e dell’Asia orientale. Questo cambiamento degli equilibri mondiali produce nuove élite, l’1% più ricco che concentra buona parte degli incrementi di reddito. La classe media impoverita, i “perdenti” della globalizzazione, subisce maggiori disuguaglianze e reagisce con la spinta reazionaria che ha portato per due volte Donald Trump alla presidenza.

Il libro ripercorre la situazione mondiale negli anni Settanta: la diffusa espansione di redditi e salari, poi le crisi, l’aumento dei prezzi del petrolio del 1973, la caduta dei profitti. La risposta negli anni Ottanta è il modello neoliberale introdotto da Thatcher e Reagan: il contenimento dell’inflazione, l’espansione della finanza, la flessibilizzazione e la sconfitta del lavoro. E poi la globalizzazione della produzione, che consente all’Asia di ritrovare un peso economico perduto da due secoli. I super-ricchi di tutti i paesi ne escono vincitori: più profitti, più rendite finanziarie, quotazioni di borsa più alte con capitali sempre più mobili. Ma la classe media occidentale perde posizioni relative a favore delle nuove classi medie asiatiche. 

In un grafico di grande interesse, Milanovic mostra come si sono distribuiti negli Stati Uniti i guadagni di lungo periodo nei diversi decili della distribuzione dei redditi. Nel periodo 1964-1979 erano gli strati più poveri della popolazione ad avere gli incrementi di reddito più elevati; dal 1979 al 2019, questa dinamica si rovescia: il 50% più povero della popolazione ha una crescita quasi nulla dei redditi, mentre gli incrementi maggiori sono quelli del 5% di super-ricchi.

In questo contesto, Milanovic sottolinea la rilevanza della teoria della competizione imperialista di Hobson-Lenin-Luxemburg per descrivere la concorrenza tra Usa e Cina, evidenziando come siano le tensioni interne a guidare la proiezione esterna delle maggiori potenze: alti profitti da reinvestire in investimenti esteri dove i rendimenti sono maggiori. Il parallelo con la situazione delle potenze europee prima della Grande Guerra è inquietante.
Milanovic approfondisce poi l’analisi delle nuove élite, che percepiscono redditi elevati sia da lavoro – i bonus dei manager – che da capitale – rendite finanziarie, stock option e profitti. Negli Usa questa nuova élite ha elevati titoli di studio, arriva alle posizioni di vertice nel mercato del lavoro e ha una quota elevata della propria ricchezza investita nei mercati azionari. Nel caso cinese, il vantaggio si ottiene tramite l’appartenenza al Partito, che l’autore mostra avere ripercussioni positive nelle fasce di reddito più alte dei capitalisti. Questi due tipi di élite sono più difficili da attaccare di un tempo, perché hanno diversificato i propri guadagni e si trovano protetti da un sistema che li legittima e ne perpetua i privilegi.


Nella parte finale del libro, Milanovic discute i processi che emergono in risposta a questi cambiamenti. Xi Jinping e Trump sono i due leader più importanti, che tentano di orientare le trasformazioni e, al tempo stesso, di legittimarsi con politiche che prendono le distanze dalla globalizzazione nella versione neoliberale. Con il tramonto della globalizzazione fondata sull’apertura dei mercati, reso evidente dai dazi imposti da Trump a tutti i paesi, quello che emerge secondo Milanovic è un “liberalismo di mercato nazionale”, uno dei concetti più significativi del libro. Si tratta, in sostanza, di politiche liberiste limitate al contesto nazionale – ancora con privatizzazioni e deregolamentazioni – affiancate da politiche mercantiliste sul piano internazionale. Il concetto permette di interpretare l’emergere dei partiti populisti di destra in Occidente e, allo stesso tempo, di comprendere l’operato di Xi Jinping in Cina e il suo ruolo di guida morale all’interno del Partito. Trump porta avanti queste politiche all’insegna del ritorno al potere mondiale degli Stati Uniti e apre dure trattative su commercio e investimenti con tutti i paesi. In Cina abbiamo la visione di lungo periodo di Xi, orientata verso un “governo della virtù”, in cui grande attenzione viene riservata ai valori morali, utilizzati anche per fornire una legittimazione ideologica alle politiche cinesi e alle campagne contro la corruzione dei nouveau riches cinesi.

Dove sta andando, allora, il nuovo ordine mondiale? Con l’ascesa dei BRICS stiamo assistendo alla formazione di un mondo multipolare, nel quale le vecchie regole di voto dell’ONU, del FMI e della Banca Mondiale, così come la pretesa egemonica americana, appaiono sempre meno capaci di rispecchiare gli attuali rapporti di forza. In un mondo in cui la Cina è tornata a essere una superpotenza, l’incapacità del vecchio ordine a guida occidentale di integrare i Paesi che hanno acquisito maggiore peso demografico ed economico negli ultimi vent’anni richiede un cambiamento strutturale degli equilibri tra le potenze. Per citare Raymond Aron, stiamo transitando da un mondo eterogeneo bipolare a un mondo omogeneo multipolare, nel quale nessun Paese è abbastanza forte da spostare radicalmente gli equilibri.

Una delle grandi capacità dell’autore è quella di trattare separatamente temi interconnessi, per poi ricomporli nella parte conclusiva del libro. Il disordine mondiale non offre una risposta unica alle turbolenze che attraversano il sistema internazionale, e forse è proprio questo uno dei suoi meriti. Il mondo che Milanovic descrive è troppo complesso per essere ricondotto a un’unica dinamica: crescita economica, disuguaglianze, trasformazione delle élite, nazionalismo e competizione geopolitica si alimentano reciprocamente.
Il valore del libro sta quindi nel fornire una lettura flessibile, che permette una comprensione trasversale del sistema americano e di quello cinese. Più che prevedere quale sarà il nuovo ordine mondiale, Milanovic aiuta a capire perché quello precedente non è più capace di trainare il mondo in cui viviamo. Dietro l’apparente irrazionalità di politici e lo sviluppo diseguale, ci sono forze costantemente in atto che plasmano la realtà circostante. È necessaria una conoscenza delle dinamiche strutturali in atto per poter dare un senso alla realtà circostante e agire di conseguenza e il libro di Milanovic ci offre un grande strumento per affinare questo lavoro che, come cittadini ed esseri umani, siamo chiamati a fare.

Yambo, esploratore dell’infinito

9 Ottobre 2026 ore 10:43

Un astronomo punta il telescopio verso Marte e, invece di canali e calotte polari, ci trova l’amore. È il 1910 e sugli schermi italiani passa Un matrimonio interplanetario: pochi minuti di pellicola muta, fondali dipinti, una storia sentimentale che attraversa lo spazio. È considerato il primo film di fantascienza girato in Italia. Lo firma un autore che i lettori, soprattutto i più giovani, conoscono già da anni con uno pseudonimo esotico e un po’ buffo: Yambo.

Dietro quel nome c’era Enrico Novelli (Pisa, 1874 – Firenze, 1943), figlio d’arte – il padre Ermete riconosciuto come uno dei più grandi maestri d’arte drammatica – e autore di una produzione che ancora oggi nessuno è riuscito a censire per intero. Romanzi d’avventura e d’anticipazione, racconti, fumetti, illustrazioni, teatro e teatro di figura, cinema, giornalismo, divulgazione scientifica. «Un incursore dell’immaginario», lo definiscono Paolo Tozzi e Francesca Brunetti nella prefazione di Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione (Felici Editore, 2026). Un artista «radicalmente eclettico al punto da risultare inafferrabile» e che proprio per questo il Novecento ha finito per perdere per strada.

Paolo Tozzi, Fabio Gadducci, Francesca Brunetti (a cura di), Yambo 150. L’universo di Yambo tra scienza, avventura e immaginazione, Felici Editore, 2026, 164 pagine, 20 euro

Per i 150 anni dalla nascita di Yambo un gruppo decisamente eterogeneo – esperti di fumetto e di letteratura per ragazzi, storici del cinema e della scienza, bibliotecari, informatici, autori e astrofisici – ha deciso di festeggiare. A Firenze, la Biblioteca Marucelliana ha esposto autografi, disegni e volumi rari, mentre un ciclo di incontri si è svolto tra la Marucelliana e la biblioteca dell’Inaf di Arcetri. A Torino il MuFant, il Museo del fantastico e della fantascienza, ha ricollocato Yambo nella storia internazionale del genere. A Pisa, sua città natale, Palazzo Blu ha messo in dialogo le tavole originali de Gli esploratori dell’infinito con la loro nuova vita a fumetti, la graphic novel firmata da Davide La Rosa e Armin Barducci.

Il volume curato da Tozzi, Brunetti e Fabio Gadducci raccoglie e racconta queste esperienze. Ma c’è anche la giovinezza bohémienne di Novelli tra Firenze, Milano e la Roma umbertina, il suo rapporto col fumetto, il serrato confronto con il francese Albert Robida.

Chi si occupa di letteratura per l’infanzia e per ragazzi sa bene che fantasia e scienza non sono mondi antitetici. Quando Gianni Rodari parlava del “binomio fantastico” come scintilla per mettere in moto l’immaginazione, evidenziava proprio l’incontro tra elementi apparentemente lontani. Nella storia della letteratura giovanile, i classici topoi della narrazione — dal viaggio verso mondi inesplorati alle macchine prodigiose, dai viaggi nel tempo alla conquista dello spazio — sono sempre stati il terreno d’elezione su cui s’innestano le scoperte e le ipotesi scientifiche del proprio tempo. Yambo ha incarnato questo spirito in modo esemplare. In romanzi come Gli eroi del Gladiator (1900) o La colonia lunare (1908) la meraviglia del racconto non va mai a scapito della cura dell’informazione. Yambo citava fonti scientifiche coeve, dimostrando una curiosità insaziabile e un rispetto profondo per i fatti della scienza, riuscendo al contempo a mantenere un registro ironico e leggero.

Come sottolinea Paolo Tozzi, ricercatore all’Inaf di Arcetri e tra i curatori del volume: «La nostra scoperta dell’universo di Yambo è nata quasi per caso, nell’ambito di iniziative che intrecciavano astrofisica e cinema muto. Ci siamo trovati di fronte a una produzione sterminata e di sorprendente accuratezza scientifica e tecnologica. Basti pensare che nel romanzo Gli esploratori dell’infinito Yambo riporta nozioni astronomiche attinte direttamente dai testi specialistici dell’epoca, citando con precisione le fonti e ricorrendo a geniali espedienti ironici qualora le esigenze narrative lo costringessero a deviare dal rigore filologico. Un atteggiamento intellettuale proprio del vero scienziato, oggi quanto mai raro da rintracciare in chi si occupa di narrazione».

Il primo incontro di Tozzi con questo universo è avvenuto tra gli scaffali di casa: una copia di Ciuffettino del 1940 nella biblioteca paterna. «Da quel momento ho cominciato a indagare», spiega, «e l’universo di Yambo mi si è letteralmente spalancato davanti, come in un big bang».

Paolo Tozzi, astronomo all’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri

Prendiamo un titolo a caso, scegliendo nell’immensa produzione di Enrico Novelli: il già citato Gli esploratori dell’infinito.  Nel 1898 Carl Gustav Witt e Auguste Charlois scoprono Eros, il primo asteroide noto la cui orbita si avvicina a quella terrestre. Pochi anni dopo Yambo lo ribattezza Cupido, lo fa catturare dall’atmosfera terrestre e lo trasforma in un veicolo: a bordo salgono un milionario misantropo, Harry Shtarr, e il suo segretario Giorgio, in fuga dalla noia della vita sulla Terra. Scopriranno di non essere soli: una banda di falsari ha impiantato lassù una zecca clandestina. Un’esplosione spinge l’asteroide su un’orbita ellittica che porta l’improbabile combriccola fino ai confini del sistema solare.

C’è, in questa trama, tutto l’armamentario della grande letteratura per ragazzi: il viaggio straordinario di ascendenza verniana, l’isola deserta che si fa robinsonata spaziale, i pirati – qui falsari –, i mostri – le «zoologie impossibili» dei mercuriani –, il mondo rovesciato in cui gli adulti appaiono ridicoli. Sono i topoi di sempre della fiaba e del romanzo d’avventura, e Yambo li riempie di scienza e di tecnica: l’isola diventa un corpo celeste, il vascello un’astronave, il talismano un’invenzione. Con un dettaglio che oggi suona profetico: un asteroide agganciato, portato in orbita vicino alla Terra e abitato da chi vuole farci affari. A oltre un secolo di distanza le sonde Hayabusa2 e Osiris-Rex hanno riportato a terra campioni di Ryugu e Bennu, e lo sfruttamento minerario dei piccoli corpi del Sistema solare è entrato nei piani di agenzie spaziali e aziende private.

Se Yambo ha ancora qualcosa da dire, però, non è tanto sull’astrofisica di oggi quanto sul modo di raccontarla. Tozzi ne è convinto: «In questi anni complicati rischiamo di concentrarci troppo sui contenuti e troppo poco sulle narrazioni. I festival scientifici e i libri divulgativi, soprattutto quelli per ragazzi, si rivolgono spesso a chi è già curioso e appassionato di scienza. Ma sono le storie a far nascere la curiosità anche in chi parte lontano dall’astrofisica, e più in generale dalla conoscenza».

Yambo ci riuscì con un successo enorme, in un’epoca e in un contesto molto diversi dal nostro, trasferendo la stessa libertà di scrittura in ogni forma espressiva che toccava: romanzo, teatro, cinema, giornalismo, saggio, fumetto, illustrazione. «Yambo ci lancia una sfida», conclude Tozzi: «affrontare l’enorme complessità del contemporaneo con leggerezza, senza rinunciare a un estremo rigore filologico e, soprattutto, con una piena consapevolezza del potere della narrazione».

Non è un caso che Umberto Eco, ne La misteriosa fiamma della regina Loana, abbia scelto proprio il nome Yambo per il suo protagonista, un uomo che ha perso la memoria e la ritrova sfogliando i libri e i giornalini della propria infanzia. Yambo come chiave d’accesso a un immaginario condiviso, sepolto ma non perduto.

 

Guerra alla Terra di Danilo Zagaria

9 Ottobre 2026 ore 07:53

P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza, dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone, sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza, compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica (2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga l’impatto delle attività militari sull’ambiente.

Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo, Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella Striscia di Gaza.

Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid, esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente, indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio dell’umanità sulla natura?

Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale.
La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq.

Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”, ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo (fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali, già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina, legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega:

Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito, recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a fattori biologici o culturali.
Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità.
Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande.

Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura, tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta:

In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace.

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La rivolta dei plastinati

8 Ottobre 2026 ore 22:00

di Paolo Lago

Gianluca Garrapa, L’esercizio di Adam, I Quaderni del Bardo Edizioni, Sannicola (LE), 2025, pp. 130, euro 10,39.

“Secondo Adam” – scrive Gianluca Garrapa all’inizio del suo interessante romanzo dal titolo, appunto, L’esercizio di Adam – “un buon esercizio è immaginare di essere un oggetto e raccontare una storia dal punto di vista dell’oggetto scelto”, nonché “raccontare la propria giornata” “dal punto di vista immobile dell’oggetto”. Se questa ‘oggettificazione’ dell’esistente e il conseguente, giocoso annichilimento della percezione umana può rimandare a certi esperimenti di Georges Perec e anche a “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi, citato espressamente dall’autore, bisogna tenere conto che tale riduzione a oggetti riguarda soprattutto i corpi umani. Garrapa si ispira infatti agli esperimenti dell’anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens (1945-2026) confluiti nella mostra intitolata “Body Worlds”, una esposizione di corpi e organi umani conservati tramite la tecnica della plastinazione, che rende i reperti organici rigidi e inodori. Non sono solo gli oggetti ad assumere svariati punti di vista nel romanzo di Garrapa ma anche gli esseri umani ormai “plastinati”, ridotti a corpi irrigiditi ed esposti in teche e vetrine.

Ma i plastinati messi in scena dallo scrittore non sono del tutto morti, non sono del tutto cadaveri; si trovano in uno stato a metà tra morte e vita perché molti di loro si sono fatti ‘plastinare’ quando ancora erano vivi per puro narcisismo, per non vedere il proprio corpo decadere e invecchiare: “Una volta imbalsamati, nel fiore sano della vita o prima della morte per una malattia terminale, si resta vigili e coscienti per l’eternità, in un corpo immobile; peggio di prigionieri in attesa di una morte liberatrice, viviamo in eterno come farfalle incastonate nell’ambra. Gettati nella morte in vita eterna” (p. 24). Quest’ultima frase ci può far pensare alla dimensione in cui si trova uno zombi o un vampiro e non è un caso che lo scienziato ‘plastinatore’ faccia di cognome Archer con un rimando, chissà, al Jonhatan Harker dello stokeriano Dracula che si trova ad avere a che fare con uno strano nobile “gettato nella morte in vita eterna”. Ma l’Archer del romanzo di nome fa Sigmund, e allora non si può non pensare al celeberrimo padre della psicanalisi, Sigmund Freud.

Sigmund Archer è un folle scienziato al quale si rivolgono tutti coloro che vogliono farsi plastinare, cioè imbalsamare, in una sorta di estremo intervento di chirurgia estetica, per rimanere per sempre giovani e belli. Un folle scienziato che può ricordare quelli che affollano il cinema di David Cronenberg, soprattutto negli anni Settanta: si pensi a Rabid. Sete di sangue (Rabid, 1977), in cui il dottor Keloid, nella sua clinica, attua misteriosi trapianti di pelle, oppure a Brood. La covata malefica (The Brood, 1979), in cui vediamo all’opera l’inquietante dottor Raglan, inventore della “psicoplasmia”, una pratica che promette di curare i traumi psichici trasformandoli in manifestazioni fisiche. Gli esperimenti di entrambi gli scienziati avranno esiti inquietanti e terribili. L’esperimento di Archer trasformerà le sue cavie in esseri in bilico tra la vita e la morte, capaci di spostarsi nello spazio in una specie di corpo astrale e di penetrare nella mente e nei corpi di altri esseri viventi nonché in quello dello stesso Archer. Quest’ultimo appare come uno scienziato quasi vittima della sua creazione, un po’ come il protagonista di Frankenstein di Mary Shelley. Ma si può anche ricordare il Federico Ruysch di Leopardi che, nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie (1824) allo scoccare della mezzanotte di un “gran anno matematico”, si ritroverà a dialogare, dapprima un po’ impaurito, con i cadaveri conservati nel suo studio di anatomista. Oppure, ancora, gli scienziati e dottori impegnati in un dialogo notturno con una mummia egiziana nel racconto satirico di Edgar Allan Poe, Quattro chiacchiere con una mummia (Some Words with a Mummy, 1845).

Adam è una di queste cavie, uno scrittore plastinato a sua insaputa mentre era ancora in vita grazie a un complotto ordito dalla moglie Clara, dai suoi figli e dallo stesso Archer, amante di Clara. Adam, una volta imbalsamato mediante plastinazione, conoscerà altri due personaggi, un po’ buffi e un po’ tragici, Arthur e Tanàsia che si esibiscono in strampalati dialoghi come un duo comico. È Tanàsia a infilare uno strafalcione linguistico e semantico dietro l’altro come quando dice “roulette” invece di “roulotte”, “dileguarmi” invece di “dilungarmi”, “spiaggiato” invece di “plagiato”, “induce” invece di “conduce” e via di seguito. Nelle sue deliranti battute dialogiche dal sapore surrealista, ad esempio, il David di Michelangelo di Piazza della Signoria diventa il “Davide di Firenze”, quel “fotomodello dell’Ottocento che sta a Piazza della Signorina”. Il personaggio di Tanàsia introduce infatti nella narrazione un importante aspetto formale, il pluristilismo, il quale a sua volta si apre in una diversità di toni e di registri, dal comico al tragico passando per l’elegiaco. Espressioni più ‘alte’ e dall’afflato poetico si alternano a espressioni più giocose e triviali in un andamento verbale che si sfalda e si ricompone in diverse modalità narrative, dal flusso di coscienza al dialogo, fino al monologo e ad una scrittura dalle tonalità descrittive e saggistiche.

La vicenda si ambienta nella contemporaneità digitale e siamo quindi lontani non solo dalle ambientazioni dei racconti satirici di Leopardi e di Poe ma anche da quelle dei film di Cronenberg precedentemente citati. La trasformazione dei corpi in oggetti, e per di più in oggetti senzienti, può forse allora alludere al processo di ‘oggettificazione’ che si produce oggi non solo sui corpi ma anche sulle coscienze, intrappolate in grandi baracconi di pensiero a senso unico che vorrebbero definire con chiarezza dove sta il bene e dove sta il male. I corpi plastinati sono gli oggetti nelle cui forme si inaridiscono molti sistemi di pensiero degli individui odierni; oggetti che una volta erano esseri umani e che si sono fatti ‘oggettificare’ per sembrare più belli e più bravi. Finché, in un mondo sempre più cinico, gli stessi plastinati probabilmente riacquisteranno una consapevolezza superiore e si rivolteranno a coloro che, alla fine, sono forse i veri oggetti che incontriamo nella narrazione: gli umani, i vivi, o almeno quelli che si credono tali, che affollano le strade e che, senza pensare a niente, si muovono come automi perduti nelle loro infinite routine quotidiane.

Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

7 Ottobre 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.


  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.  ↩

  2. A. Leone, op. cit., p. 116.  ↩

  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.  ↩

  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.  ↩

  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  ↩

  6. A. Leone, op. cit., p. 136.  ↩

  7. Ivi, p. 137.  ↩

  8. ibidem, pp. 137-138.  ↩

  9. ibid., pp. 119-125.  ↩

È sangue di noi tutti

di: Nico
6 Ottobre 2026 ore 23:55

di Edoardo Todaro

Valerio Varesi, È sangue di noi tutti, editore: Neri Pozza I Narratori, 2026, pp. 192, € 9,99

Aver letto Valerio Varesi vuol dire il commissario Soneri e la città di Parma. Ebbene con “È sangue di noi tutti” Varesi mette da parte Soneri ed entra nei meandri di una delle pagine di storia del nostro paese. 1960, un anno che può essere ritenuto molto lontano, ma che in realtà è parte importante di ciò che è l’Italia oggi. Italia che sta vivendo un periodo molto particolare rispetto alla propria storia, storia rimossa, cancellata, ricostruita da chi oggi detiene il potere. Ciò che Varesi ci descrive è praticamente, come ben scritto da Renzo Del Carria in” Proletari senza rivoluzione, l’ultimo episodi di lotta resistenziale ed antifascista, resistenza come rivoluzione interrotta.

I fatti, ricostruiti da Varesi, avvengono a Reggio Emilia il 7 luglio. Ma quanto accaduto, è solo l’effetto di quanto avvenuto a Genova. Nel capoluogo ligure l’MSI ( movimento sociale italiano ) erede diretto del fascismo, con tanto di fucilatori e torturatori, vuole tenere il proprio congresso e tutta Genova si ribella in un clima pre-insurrezionale. Ribellione che porterà l’allora governo in carica, a revocare il permesso al MSI per lo svolgimento del congresso.

Quanto accaduto non resta una questione genovese, in tutta Italia si susseguono manifestazioni contro il governo Tambroni. Tambroni che definisce quanto successo “spiacevoli incidenti”. Questo, sinteticamente, è il contesto nel quale avvengono i fatti di Reggio Emilia. Un vero e proprio eccidio:la polizia spara contro i dimostranti: 5 assassinati dalla polizia. Non è un caso, se Mimmo Franzinelli ed Alessandro Giacone hanno scritto: “1960 l’Italia sull’orlo della guerra civile”. Un romanzo giustamente definibile romanzo sociale, della serie “PER NON DIMENTICARE”.

Quanto scrive Varesi è un altalenarsi tra la storia “del poliziotto”, che proviene dal fascismo, responsabile dell’omicidio di Afro Tondelli, a tutti gli effetti un omicida che compie una vera e propria esecuzione, un poliziotto con il piacere di picchiare i rossi, di nuovo nel ruolo del vincitore; e la storia di Afro: 36 anni, ex partigiano SAP, non ammazzato dal nazifascismo nel ’46 ma 15 anni dopo da un poliziotto del “nuovo stato” uscito dalla resistenza. Resistenza che, non solo per essere senza una vera e propria struttura e numericamente scarsa non ha raggiunto l’obiettivo di una nuova società. Tra le altre cose, tutti gli organi predisposti alla difesa dell’ordine pubblico hanno cambiato, come si suole dire, vestito … ma non il proprio ruolo, tutto l’apparato dello stato resta in mano ai fascisti, che hanno perso ma non sono stati sconfitti, e devono dare una lezione a Reggio Emilia, la rossa, la città dei sovversivi, immersa nei canti delle mondine. Forze dell’ordine che innescano una vera e propria caccia ai rossi “nemici della patria”.

Importante la ricostruzione del cosiddetto clima sociale/politico che attraverso la solidarietà unisce il popolo di Reggio Emilia. Solidarietà che è un arma, da sempre, indispensabile ed insostituibile, in quel periodo in particolare a chi è stato povero e non vuol più esserlo. Un clima che fa respirare le difficoltà insite in chi si pone in antitesi verso l’oppressione, dove tutto è rischioso e non fidarsi di nessuno è la cosa migliore da farsi. Quanto accadde a Reggio Emilia ha un suo retroterra, da una parte nella costituzione dell’impero con le cosiddette conquiste africane che non sono altro che un’arma di distrazione dai problemi reali, conquiste fatte di corpi straziati, stupri di bambine, gas asfissianti, indigeni decapitati: una macelleria sull’altare degli interessi dei padroni; dall’altra le difficoltà nell’attività clandestina degli antifascisti, questo prima del massacro alle Fonderie Riunite di Modena nel ’50.

Un romanzo che entra, anche, nell’investigare gli aspetti psicologici del fascismo, nel suo essere aggressione, dominazione, aver passione per le armi, considerare gli oppositori dei traditori della patria con idee “disfattiste”, con il vivere il potere come modalità per disporre sugli altri. Un romanzo che fa intravedere ciò che attende l’Italia attraverso la collusione di settori economici, politici,culturali, ecclesiastici, dell’informazione, con la sempre attuale teoria della paura. Credo sia giusto per questo romanzo, concludere con una frase che deve valere da monito “chi non ha memoria non ha futuro”.

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