Vista elenco

91% de su historia, desde hace 249 años, EEUU ha estado en guerra – Por Alfredo Jalife Rahme

11 Agosto 2026 ore 00:53

Por Alfredo Jalife Rahme

WarCosts (Costos de Guerra) es una plataforma de datos independientes de TheDataProject.ai lanzada en marzo de 2026, con sede en Santa Barbara, California, que construye plataformas de datos gratuitos y rastreables con ayuda de IA, con el fin de promover la transparencia y la rendición de cuentas del gobierno de EEUU.

WarCosts sentencia que, desde su independencia en 1775, EEUU se ha implicado en “más de 36 conflictos mayores” cuando “ha estado en paz solamente 22 años de sus 249 años de existencia”, lo que significa que “ha estado en guerra ¡91% de su historia!, lo cual la define como uno de los países más proclives a la guerra en la historia moderna (https://bit.ly/3RSA4dN)”.

Han fallecido 1.35 millones de estadunidenses en todas las guerras de EEUU: 405 mil en la Segunda Guerra Mundial (SGM), 116 mil en la Primera Guerra Mundial (PMG), 58 mil en Vietnam y más de 7 mil en las guerras de Irak y Afganistán, mientras que las “guerras civiles en las guerras de EEUU exceden 5 millones a escala global”. Sólo cinco de las guerras de EEUU fueron formalmente declaradas por el Congreso: la guerra de 1812 (contra Gran Bretaña e Irlanda aliados a los nativos locales), la guerra de EEUU vs México, la guerra de EEUU vs España, PGM y SGM”, mientras que los “más de 31 conflictos fueron combatidos sin declaración formal, que incluyen Corea, Vietnam, Irak y Afganistán” con 13 victorias, cinco derrotas y 13 “inconclusas”.

La guerra más costosa ha sido la “guerra contra el terror”, de 2001 a 2021: más de 8 trillones de dólares, que incluyen costos a largo plazo como cuidados a veteranos –más que la SGM de 4.1 trillones de dólares ajustada a la inflación. La guerra de Irán “que nadie solicitó, sin voto del Congreso, sin declaración de guerra, sin estrategia de salida, sin un interés claro de EEUU”, cuando Trump compitió con el lema “finiquitar las guerras eternas”, lo cual su propio aliado Tucker Carlson (TC) califica de “absolutamente maligno y repugnante”. La sola pregunta que importa:“¿De quién es esta guerra?”.Obvio: ¡de Netanyahu/Israel! La guerra en Irán puede costar a EEUU desde ¡3 billones de dólares hasta 36 billones (proyección de costo final)! Warcosts indaga si la política de “cambio de régimen de EEUU ha funcionado alguna vez” cuando lo “ha ensayado docenas de veces desde la SGM”: el “registro trazable es catastrófico”.

Amén de comentar el infanticidio de 180 niñas asestado por Israel en Minab (sur de Irán) y señalar la “influencia de Israel en la decisión de Trump para perpetrar su guerra contra Irán”, Warcosts desnuda a los beneficiarios: 1-Israel/Netanyahu; 2-AIPAC y el lobby israelí; 3-Los contratistas de Defensa: Lockheed Martin, RTX/Raytheon, Boeing, Northrop Grumman y General Dynamics; 4-Las trasnacionales de energía y especuladores del petróleo; y 5-China/Rusia.

Entre los grandes perdedores enumera a los contribuyentes de EEUU, la región entera del golfo Pérsico, la economía global y el movimiento MAGA. Merece un cuadro privilegiado en su infograma la “permanente economía de guerra de EEUU (por cierto, censurado por “alguien”)” y cómo “el conflicto permanente se volvió la norma económica”. A propósito, esta incurable adicción a la guerra, que forma parte del ADN pugnaz de 91% de la historia de EEUU, ha sido impugnada por el reciente “Manifiesto post-MAGA” de 10 puntos de Tucker Carlson (https://bit.ly/3U1cSKT) que presentó en un livestream de casi 2 horas (https://bit.ly/4cuUuQW), donde critica la influencia extranjera de Israel.

Carlson rompió con el Partido Republicano y se ha aliado a notables figuras disidentes como Marjorie Taylor Greene –empresaria y ex-legisladora del Partido Republicano–; Thomas Massie –legislador republicano, formado en el MIT, solicitante del esclarecimiento de los fétidos “archivos Epstein” y vapuleado por los donativos electorales de AIPAC– y Joe Kent –dimisionario de la jefatura de contraterrorismo– que se han rebelado contra la guerra de Trump/Netanyahu contra Irán. ¿Carlson y su grupo podrán salvar a “EEUU” de su incurable adicción a sus guerras de 91% de su historia?

https://alfredojalife.com

https://substack.com/@jaliferahme

https://www.patreon.com/alfredojalife

https://www.facebook.com/AlfredoJalife

https://vk.com/alfredojalifeoficial

https://t.me/AJalife

https://www.youtube.com/channel/UClfxfOThZDPL_c0Ld7psDsw?view_as=subscriber

https://vm.tiktok.com/ZM8KnkKQn

Instagram: https://instagram.com/alfredojalifer?utm_ource=qr (@alfredojalifer)

Come funzionano i sistemi di sicurezza moderni: cosa possono fare e perché vale la pena valutarli

10 Agosto 2026 ore 15:35
Nell’ultimo decennio la tecnologia per la sicurezza domestica è cambiata notevolmente. Il termine “sicurezza” una volta era sinonimo di una sirena attaccata al muro e di un tastierino vicino alla porta. Oggi, invece, la sicurezza si è decisamente evoluta e […]

Tutti pazzi per il crime

6 Agosto 2026 ore 10:25

Se a Garlasco, in provincia di Pavia, ci fosse stata Jessica Fletcher, il caso dell’omicidio di Chiara Poggi sarebbe stato già risolto. Capacità di osservazione, intuizione e una buona dose di fortuna nella fiction, cinematografica, televisiva o letteraria che sia, sono sufficienti per trovare l’assassino – e infatti la “signora in giallo” non sbagliava mai-. Nella realtà, non va così. Nonostante i più sofisticati strumenti di analisi, tracce di Dna, impronte, macchie di sangue trascurate e poi magicamente ritrovate, hanno come unico risultato quello di alimentare il dubbio.

Si crea così il giallo perfetto, quello che non ha mai fine e che ci fa diventare tutti detective. La passione per il crime è tale che i programmi televisivi si moltiplicano, dalla mattina alla sera, senza saltare il pomeriggio, con dati di ascolto notevoli, e nascono canali dedicati esclusivamente a serie, film, fiction su casi inventati o realmente accaduti. Anche fra i libri, quelli che tengono meglio nelle classifiche delle vendite sono spesso dei gialli.

Emozioni da poco

Ma perché il crime ci attira così tanto? «La letteratura scientifica ci dice che il racconto di storie che si sviluppano intorno a un delitto svolgono la stessa funzione delle fiabe per i bambini. L’imprevedibilità che le caratterizza dà forma alle nostre paure e incertezze, e in qualche modo ci rassicura. Sono fatti terribili che potrebbero capitarci, ma sapere che il colpevole sarà assicurato alla giustizia ci tranquillizza e procura una sensazione positiva: dopo il caos torna la calma» spiega la presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, Maria Antonietta Gulino. Così come accade ai bambini che chiedono sempre la stessa novella, anche noi seguiamo queste storie gialle, appassionandoci.

Il giornalista e narratore di storie, in tv, in rete e a teatro, Stefano Nazzi, la spiega così: «Suscitano più attenzione, anche da parte dei media, quelle storie che ci appaiono più simili alle nostre, che coinvolgono famiglie come le nostre, che potrebbero accadere ai nostri figli», in sintesi ci immedesimiamo, senza fortunatamente fare la stessa fine.

Secondo Marco Vichi, che ha scritto quindici libri a tema poliziesco con protagonista l’umanissimo commissario Bordelli (ma non si definisce un giallista), non è un fenomeno che nasce oggi: «Non credo sia una questione attuale, è sempre successo: i crimini più vicini a noi incuriosiscono, perché si parla di persone, mentre le guerre ce le raccontano con i numeri e le sentiamo lontane, anche se proprio lontane fisicamente non sono» spiega.

Ritorno a Garlasco

Torniamo al caso Garlasco, e più precisamente al 13 agosto 2007. Francesco Selvi, allora inviato del telegiornale di La7 – aveva seguito anche altri casi di cronaca come Cogne e quello di Omar ed Erika -, era lì quel giorno. «Una giornata calda e umida, tipica della Pianura Padana, quasi soffocante. Il caso aveva tutte le caratteristiche del giallo estivo: una ragazza di una famiglia benestante, uccisa in piena estate nella villetta dei genitori, in un paese della provincia lombarda, conosciuto per le sue discoteche e piscine, frequentate anche da Ron, che a Garlasco abita, e dall’amico Lucio Dalla. Noi giornalisti stazionavamo fuori dal giardino, in attesa di qualche notizia. La prima ipotesi a circolare fu quella di una rapina finita male, ma venne esclusa subito perché non era stato rubato niente» ricorda quasi vent’anni dopo.

Vent’anni di servizi giornalistici e trasmissioni televisive, il fidanzato, Alberto Stasi, condannato per omicidio e poi la riapertura delle indagini con un nuovo mostro da inseguire con le telecamere, Andrea Sempio. «A quel tempo – prosegue Selvi – non pensavamo che questa vicenda sarebbe durata così a lungo: il fatto che Chiara Poggi quella mattina avesse aperto la porta al suo assassino fece svoltare le indagini nell’ambito familiare e dei legami sentimentali, la strada che più spesso porta alla verità».

Il caravanserraglio televisivo funziona «quando si smette di attenersi ai fatti e si lascia spazio alle ipotesi più fantasiose: come succede sui social, ognuno dice la sua e ha il proprio killer immaginario, si mettono in mezzo le cugine, il fratello di Chiara, la famiglia che nasconde qualcosa, i riti nel vicino santuario» afferma Nazzi. Il fallo di confusione direbbe qualcuno, ma a chi giova questo can can? Alle emittenti televisive, agli sponsor disposti a pagare a peso d’oro uno spazio pubblicitario, agli ospiti dei talk che acquistano una fama utile alle loro carriere.

La mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei familiari è evidente, ma nessuno sembra preoccuparsene: «C’è una rincorsa ossessiva alle notizie da parte dei media, come se non esistesse più nessun tipo di confine, questo è evidente anche nel caso Garlasco, ma succede quasi sempre» precisa Nazzi. Su questo concorda anche Vichi, che non ama pronunciarsi sui fatti di attualità: «Tengo sempre lontana la cronaca, non ho opinioni determinanti sui casi reali, lascio fare ai giudici, ma devo dire che questo baraccone mediatico su Garlasco è offensivo per la vittima e per i suoi familiari e proprio non mi piace».

Il truce che piace

L’atteggiamento quasi morboso del giornalismo nei confronti di fatti di cronaca non è però prerogativa esclusiva dei nostri tempi. Il 17 agosto 1924, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il “Corriere della sera” intitolava: «Gli emozionanti particolari della lugubre scoperta. Lo stato delle misere spoglie». Nell’articolo ci si dilungava sullo stato del cadavere abbandonato in una macchia di cerri dove l’aveva ritrovato il cane di un giovane brigadiere dei Carabinieri uscito per stanare volpi. Raccontava al giornalista: «Ho visto biancheggiare due oggetti che mi sembravano delle ossa umane. Mi sono avvicinato e le ho esaminate attentamente. Si trattava di una scapola e di un femore con qualche brandello di carne ancora attaccata». Un racconto da far invidia ai più truci serial americani che proprio sulle autopsie di cadaveri basano il loro successo, come Bones, Ncis, Csi.E la valenza politica dell’assassinio sacrificata – forse intenzionalmente, visto che era stato ucciso più di due mesi prima da una squadra fascista – a vantaggio della morbosità dei lettori.

Nero toscano

Al destino di una descrizione impietosa non sfuggirono neppure le vittime del Mostro di Firenze. I dettagli dei corpi spogliati e mutilati finirono nei servizi dei giornali dell’epoca. Il più grande mistero della cronaca italiana – come lo definiscono molti – a distanza di 40 anni dall’ultimo delitto fa ancora il pieno di ascolti quando i media lo ripropongono: «L’uccisione di 16 giovani da parte del serial killer più famoso della storia del nostro Paese continua a colpire l’attenzione delle persone, certamente perché un “colpevole” convincente non è mai stato trovato e per questo motivo sono state fatte le ipotesi più disparate» prosegue Nazi. I compagni di merende, la pista sarda, le messe nere, la massoneria deviata, in quasi sessant’anni si è detto di tutto di più. Ma non è ancora stata scritta la parola fine.

Il gioco è finito

La continua esposizione ad argomenti e immagini scabrosi può innescare in persone particolarmente sensibili e in situazione di stress due diversi processi: da un lato l’indifferenza anche di fronte ai fatti più gravi, come l’uccisione di un bambino, in una sorta di scollamento dalla realtà. Dall’altra, quando il colpevole con funzione catartica non si trova, l’effetto rassicurante della fiaba può venir meno. «Se la paura diventa fobia e il piacere si trasforma in ossessione, allora bisogna intervenire – conclude la psicologa -. Può anche innescarsi un corto circuito per cui i fatti visti in tv si sovrappongono alla realtà, e l’ansia invece di placarsi aumenta e si autoalimenta. In quel caso bisogna chiedere aiuto». Il gioco “a fare il detective” è finito.

Il giallo che fa scuola

Fra le serie tv poliziesche storiche, oltre a La signora in giallo, che dove va lei c’è un omicidio, merita una menzione Il tenente Colombo, umanissimo nel suo impermeabile chiaro sempre spiegazzato. Ma la serie considerata più longeva è Law & Order – I due volti della giustizia. Prodotta dal1990 al 2010 e poi ripresa dal 2022 ad oggi, è ambientata a New York: piace perché mette insieme il crime con il legal thriller, cioè poliziotti contro delinquenti e procuratori contro avvocati. Da essa sono nati numerosi spin off, anch’essi di notevole successo. Come La signora in giallo ha una sigla musicale inconfondibile.

Luce

E una volta che i responsabili dei delitti sono scoperti, cosa succede? Marco Vichi, insieme a Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci con Luce (Leonardo Libri) racconta la vita nel carcere, attraverso storie di sofferenza, rabbia, rassegnazione e speranza, rendendo visibile l’invisibile, cioè il mondo nella prigione.

L'articolo Tutti pazzi per il crime proviene da Informatore.

2+2=5 (La muraglia cinese che divide la Louisiana dall’Arizona)

di: Ca Gi
2 Febbraio 2015 ore 21:01

2+2=5

Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.

Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.

O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].

ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.

OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’

Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.

Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.

f=fact5

A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’

Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.

Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.

STOCKHOLM SYNDROME

Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che  la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni  come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.

brooks1

Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)

UN CRIMINE

Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.

Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.

tumblr_l8437wRXbY1qc63sno1_500

COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE

Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.

Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.

A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.

Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.

Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.

giornali

HUMUS CULTURAL-POPOLARE ITALIANO

Nell’Italia che legge poco e principalmente i libri acquistabili al supermercato, con almeno un terzo della popolazione dichiarata analfabeta funzionale, in cui l’istruzione scolastica fornisce una preparazione scarsa (rapporto OCSE 2014), con una copertura internet arretrata e conseguente alto analfabetismo digitale, in cui la gente legge più riviste settimanali che quotidiani, e s’informa principalmente attraverso Tv e Social Network, appare chiaro quante difficoltà può trovare il nostro Gianni.

Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.

PROPAGANDA AUTORIGENERANTE

Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.

La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.

A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia che i migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):

ebola-falso-facebook

(bufala priva di fondamento)


Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.

Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).

Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.

TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE

La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.

Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):

“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco,  ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.

Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come  “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.

Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.

cry

Dreame inaugura la Festa delle Offerte Prime con sconti sino a 800€

6 Ottobre 2025 ore 12:00

In occasione delle Feste delle Offerte Prime, Dreame propone su Amazon e sul proprio sito ufficiale numerose promozioni valide fino all’8 ottobre. L’iniziativa coinvolge robot aspirapolvere, aspirapolvere senza fili, dispositivi per la pulizia dei pavimenti e prodotti per la cura dei capelli, con sconti consistenti rispetto al prezzo di listino.

Robot aspirapolvere di fascia alta

  • Aqua10 Ultra Roller Complete – Il nuovo top di gamma integra il sistema AquaRoll™, che mantiene il rullo sempre pulito grazie a un risciacquo continuo, evitando ricontaminazioni. Con una potenza di aspirazione di 30.000 Pa, sfrutta la tecnologia FluffRoll per catturare polvere e macchie anche nelle fughe. L’innovazione AutoSeal protegge tappeti e moquette dall’umidità, mentre la funzione ThermoHub igienizza il rullo a 100 °C. Prezzo: da 1.499 € a 1.199 € (7-8 ottobre).

  • X50 Ultra Complete – Pensato per la pulizia profonda anche negli angoli, utilizza il sistema MopExtend RoboSwing e la navigazione VersaLift per raggiungere zone difficili, come sotto i mobili. Le doppie spazzole HyperStream riducono i grovigli di capelli, mentre la base PowerDock automatizza lavaggio e asciugatura del mop. Prezzo: da 1.499 € a 999 € (7-8 ottobre).

  • L40 Ultra AE – Un modello all-in-one con aspirazione Vormax da 19.000 Pa, spazzole retrattili e mop autopulente a 75 °C. Pensato per un’igiene ottimale anche dopo cicli intensi. Prezzo: da 699 € a 540 € (fino all’8 ottobre).

  • L10s Ultra Gen 2 – Un robot che punta su intelligenza e praticità: aspirazione 10.000 Pa, sistema MopExtend, base automatica e navigazione ottimizzata con 3DAdapt. Prezzo: da 499 € a 399 € (7-8 ottobre).

Aspirapolvere senza fili e lavapavimenti

  • H12 Pro FlexReach – Ultra maneggevole, con snodo a 180°, 18.000 Pa di potenza e asciugatura rapida a 90 °C in 5 minuti. Prezzo: da 449 € a 259 € (7-8 ottobre).

  • H14 Pro – Con una testina flessibile a 180°, sistema di autopulizia ad acqua calda e autonomia fino a 40 minuti, garantisce copertura fino a 300 m². Prezzo: da 499 € a 349 € (fino all’8 ottobre).

  • H15 Pro – Integra il braccio robotico DescendReach GapFree per una pulizia da bordo a bordo. La spazzola viene lavata a 100 °C e asciugata a 90 °C in 5 minuti. Prezzo: da 599 € a 404 € (fino all’8 ottobre).

  • R20 – Aspirapolvere senza fili con motore a 150.000 giri/min, potenza di 190 AW e autonomia di 90 minuti. Prezzo: da 279 € a 229 € (fino all’8 ottobre).

Cura della persona: styling e asciugatura dei capelli

  • AirStyle Pro Multistyler – Un kit 7 in 1 per styling e asciugatura rapida con flusso d’aria ad alta velocità. Prezzo: da 349 € a 246 € (fino all’8 ottobre).

  • Pocket Neo – Asciugacapelli pieghevole da soli 300 g, ideale per i viaggi. Eroga 300 milioni di ioni negativi per proteggere i capelli e viene fornito con due accessori. Prezzo: da 129 € a 94 € (fino all’8 ottobre).

Le offerte sono disponibili su Amazon e sul sito ufficiale di Dreame, fino all’8 ottobre o esaurimento scorte.

 

Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

L'articolo Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché) proviene da Giubbe Rosse News.

LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

L'articolo LA CATABASI IMPERIALE proviene da Giubbe Rosse News.

bitume - diritti sociali e digitali - podcast

di: Unit
5 Luglio 2023 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

logo-bitume

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

  • Twitter e la rivoluzione francese

  • Immaginazione teoretica

  • API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente

durata: 50 minuti

bitume - mare crudele - podcast

di: Unit
28 Giugno 2023 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

logo-bitume

Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

Mare crudele

  • IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson

  • Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic

  • Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …

bitume - parliamo d_altro - podcast

di: Unit
21 Giugno 2023 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

logo-bitume

Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM

Parliamo d'altro!

  • Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)

  • Gossipz dai socialz

  • Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick

  • Apple Computers denuncia …

bitume - distro dramma n.1 - podcast

di: Unit
23 Febbraio 2022 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM

Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo

durata: 59 minuti

L'approfondimento satirico della …

bitume il virus podcast

di: Unit
8 Dicembre 2020 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …

bitume piattaformazione delle nazioni podcast

di: Unit
1 Ottobre 2020 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

bitume decodifiche binarie podcast

di: Unit
29 Gennaio 2020 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

bitume decodifiche binarie diretta

di: Unit
26 Gennaio 2020 ore 00:00

logo-bitume

Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21

Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

bitume antropocene podcast

di: Unit
27 Dicembre 2019 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

bitume antropocene diretta

di: Unit
20 Dicembre 2019 ore 00:00

logo-bitume

Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22

Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

bitume memestupendo podcast

di: Unit
10 Dicembre 2019 ore 00:00

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

logo-bitume

Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

bitume meme-stupendo diretta

di: Unit
8 Dicembre 2019 ore 00:00

logo-bitume

Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21

Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

bitume datajustice podcast

di: Unit
19 Novembre 2019 ore 00:00

logo-bitume

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

bitume datajustice diretta

di: Unit
17 Novembre 2019 ore 00:00

logo-bitume

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Come inviare informazioni sensibili su Internet in modo sicuro

21 Gennaio 2020 ore 16:28
L’invio di credenziali di accesso, di informazioni sugli account, di numeri di carta di credito o di altre informazioni sensibili via Internet, e-mail o un’applicazione di messaggistica spesso non sarebbe l’idea migliore, ma a volte può essere l’unico modo di procedere. In questi casi ci viene in aiuto la crittografia su cui si basano i… Leggi tutto »Come inviare informazioni sensibili su Internet in modo sicuro
❌