Europei di atletica, il salto di Andy Diaz che vale oro. Video


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Nicola Fanizza, Sebastiano Gernone
MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle
Edizioni dal Sud
La vita e le opere di una figura importante dell’anarchismo italiano e di quello pugliese in particolare. Michele Pantaleo (Bari, 1887-1944) profuse il suo impegno in difesa delle classi subalterne, come giornalista militante, teorico del pensiero anarchico, critico letterario, novelliere e persino poeta.
Si tratta di pagine intense. Sulla scorta di documenti inediti, la ricerca si sofferma sugli snodi più rilevanti della sua vita: la formazione culturale come autodidatta presso una tipografia; il lancio di una sedia contro i giurati in occasione della lettura della sentenza contro l’anarchico Sabino Sassanelli; le vicissitudini patite nei quattro anni passati nella «tomba dei vivi» e, in seguito, nei dodici anni passati al confino; il lavoro come correttore di bozze e poi come redattore presso l’editrice Humanitas; la collaborazione con diverse testate anarchiche; e, infine, la morte in solitudine, avvenuta nel dicembre 1944 presso la «Casa dei Poverelli» di Bari, sulla Muraglia al mare lungo cui amava passeggiare.
Pantaleo lottava per un mondo diverso, più giusto e più libero. Nelle sue opere troviamo, infatti, il sogno di una palingenesi sociale e politica e, insieme, un netto rifiuto delle forme burocratiche e totalitarie della politica (il fascismo, lo stalinismo) nonché dei valori dominanti. Per tutto questo ha pagato un prezzo molto alto. Ha pagato, infatti, più degli altri per la sua appartenenza alla cultura anarchica con l’emarginazione, l’isolamento e, soprattutto, con l’oblio.
Nicola Fanizza (Mola di Bari 1951), dopo essersi laureato in Filosofia presso l’Università di Bari, si è trasferito a Milano. Qui, a partire dagli anni Ottanta, è stato redattore de «La Balena Bianca» (Pellicani) e di «InOltre» (Jaca Book). In seguito ha collaborato con «L’Acropoli», «Alfabeta2», «Nazione Indiana» e «Machina».
è autore di diversi volumi. Dirige il sito del Centro Documentazione Piero Delfino Pesce. Si occupa di Storia e di Antropologia filosofica.
Con Edizioni dal Sud, nel 2016, ha pubblicato Maddalena Santoro e Arnaldo Mussolini. La storia d’amore che il duce voleva cancellare.
Sebastiano Gernone (Bari, 1957) è laureato in Scienze Politiche all’Università di Bari con una tesi sul Brigantaggio dopo l’ Unità.
Suoi articoli sono apparsi su «il manifesto», «Il Calendario del Popolo», «l’antifascista», «Conoscenza Religiosa».
Per la RAI ha ideato e collaborato alla regia e al montaggio del documentario Ritorno a Ventotene, sui confinati antifascisti.
Svolge attività di ricerca con l’Ipsaic.
Con Edizioni dal Sud, nel 2020, ha curato il volume Mario Mancini. Appunti della mia vita.
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Nelle ultime due notti avrò dormito sei ore. Stamattina all’aeroporto di Madrid, prosciugata dall’insonnia, ho messo insieme questo album. Più che l’eclissi – che a La Coruña è stata flagellata dalle nubi –, più spesso qui troverete chi l’eclissi la guardava, e che ho avuto la ventura di incrociare sul lungomare della città e nei dintorni dell’Estadio Riazor. Buona visione!
Huntress will be heading to International Cyber Expo 2026, where visitors can meet the team on Stand K94 and discover how the company is helping organisations tackle increasingly complex cyber threats with fewer resources.
One of the biggest challenges Huntress is seeing is the growing attack surface. Security teams are expected to protect endpoints, identities, cloud environments and other systems, often while dealing with limited time, resources and expertise.
At the same time, attackers are no longer operating in silos. Attacks increasingly move across different parts of an organisation’s environment, leaving security teams managing multiple tools and an overwhelming number of alerts.
At International Cyber Expo, Huntress will showcase its more unified, managed approach to security. The Huntress platform combines greater visibility across the attack surface with AI technologies and human security analysts to help partners and customers detect and respond to threats.
Tackling the rise of AI-powered attacks
AI-powered cybercrime will also be a major focus for Huntress at the show.
Generative AI is making it easier for attackers to create convincing phishing emails, develop malicious code and scale their operations. Tasks that previously required significant cybersecurity expertise can now be carried out with the help of readily available AI tools.
Huntress believes AI will also play an important role in helping defenders respond. Its approach uses AI to help analysts correlate security signals, summarise investigations and work faster, while retaining human judgement and context when making critical security decisions.
Visitors can also speak with Huntress about practical ways to strengthen their security posture. These include implementing multi-factor authentication, improving security awareness training and reducing vulnerabilities across the external network perimeter.
And when preventive controls fail, Huntress stresses the importance of having a mechanism to detect and respond to attacks quickly, including access to a 24/7 SOC that can support containment and remediation.
Listen to Huntress Senior Sales Engineer Alex Hitchen discuss the biggest cybersecurity challenges facing organisations today and what Huntress will be showcasing at International Cyber Expo 2026:
You can still register for FREE to attend International Cyber Expo HERE.
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Il filosofo camerunense Achille Mbembe ha definito la necropolitica come quelle politiche e azioni create dallo Stato per determinare quali individui debbano vivere e quali individui debbano morire. La necropolitica stabilisce zone di morte, dove individui sovversivi, corpi non docili e idee pericolose vengono confinati e lì lasciati morire. I campi di concentramento e i campi profughi, ad esempio, sono esempi di necropolitica.
La Colonia Penale di Clevelândia (Oiapoque – Brasile) funzionò tra il 1924 e il 1926, sotto il governo autoritario di Arthur Bernardes (1922-1926). In questo periodo furono inviati sul posto i nemici di Arthur Bernardes, oltre a detenuti comuni arrestati per furti, vagabondaggio ecc. Furono inviati anche operai anarchici.
Tra il 1924 e il 1926 furono mandate a Clevelândia circa 1.300 persone. Circa 700 di esse morirono. A titolo di confronto, durante la dittatura civile-militare (1964-1985), circa 450 persone scomparvero o furono uccise, secondo la Commissione Nazionale della Verità.
La repressione seguiva una “scala” che avrebbe portato a Clevelândia: gli oppositori di Bernardes venivano perseguitati e arrestati in commissariati precari. Poi venivano messi nelle stive delle navi che seguivano rotte esclusive create per il trasporto dei prigionieri verso l’Oiapoque. Le stive delle navi erano vere e proprie prigioni sul mare e riproducevano gli ambienti sporchi dei commissariati. Era solo l’inizio di una situazione futura ancora peggiore: Clevelândia, l’Inferno Verde.
I libertari inviati a Clevelândia furono: Domingos Passos, Domingos Braz (italiano), Pedro Augusto Motta, Nino Martins, Nicolau Paradas (spagnolo galiziano), Thomaz Derliz Borche (afro-uruguaiano), José Batista da Silva, Antônio Salgado, Fernandes Varella, Biofilo Panclastra (colombiano), José Nascimento Alves, Antônio da Costa, Manoel Ferreira Gomes (portoghese), Pedro Carneiro, tra gli altri.
Pedro Motta, Nicolau Paradas, Nino Martins, José Maria Fernandes Varella e José Alves do Nascimento morirono a Clevelândia, o nel tentativo di fuggire dal luogo. L’anarchico Fernandes Varella arrivò a inviare lettere al giornale anarchico A Plebe, raccontando le pessime condizioni del luogo e la propria agonia. Varella sarebbe morto pochi giorni dopo questa dichiarazione.
A Clevelândia ammalarsi era quasi una certezza di morte. Alcune testimonianze affermavano che medici e infermieri iniettassero, in modo arbitrario, chinino nei corpi dei detenuti. Oltre alla denutrizione, i detenuti soffrivano e morivano di tubercolosi, malaria e dissenteria. L’anarchico afro-indigeno Domingos Passos inviò anch’egli lettere alla stampa operaia raccontando torture, pestaggi e negligenze. Domingos Passos riuscì a fuggire e ad arrivare vivo a Belém do Pará.
Uno dei sopravvissuti, l’anarchico italiano Domingos Braz, descrisse i tipi di prigionieri rinchiusi a Clevelândia: Disgraziati mendicanti per l’infamia di essere vecchietti, invalidi, respinti e derisi dalla società, perché qui non esistono ricoveri che li accolgano; innumerevoli figli del popolo confusi tra i vagabondi (…) per l’inconcepibile delitto di non avere risorse per comprare la propria libertà agli agenti che li hanno arrestati; e diversi sindacalisti e anarchici. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.
Nella stessa lettera, Braz descrive l’ambiente mortifero di Clevelândia: L’Oiapoque è un luogo privo di risorse mediche. Gli stessi precetti sanitari e igienici sono sconosciuti. Gli infelici deportati dormono in gruppi di cento e più individui. Baracche sporche e disgustose coperte di tavole o di paglia sopra e ai lati – questo è l’alloggio. La febbre palustre, la dissenteria, la gastroenterite trovano in loro un vasto e ampio campo di propagazione, facendo impunemente vittime quotidiane. A tutto ciò si aggiungono l’alimentazione carente, inadeguata e irregolare e, nella maggior parte dei casi, priva di qualsiasi condimento. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.
I condannati di Clevelândia non furono giustiziati immediatamente. Furono lasciati soffrire sotto gli occhi dell’amministrazione del luogo. Morirono poco a poco a causa di malattie, maltrattamenti, fame, lavori estenuanti e tristezza.
Carlos Ferreira de Araujo Junior
RIFERIMENTI
KARLLOS, Jr. Brasil Negro Insurgente. Ed. Monstro dos Mares. 2025
MBEMBE, Achille. Necropolítica: biopoder, soberania, estado de exceção, política da morte. Traduzione di Renata Santini. São Paulo: N-1 edições, 2018.
PLEBE, A. n. 245. Data: 12/02/1927.
RODRIGUES, Edgar. Companheiros. História do Movimento Anarquista no Brasil.
SAMIS, Alexandre. Clevelândia: anarquismo, sindicalismo e repressão política no Brasil.
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Presso la Sala Ferretti della Fortezza Vecchia di Livorno, l’Associazione Amici della Musica di Livorno ha presentato il cartellone dettagliato dei concerti della Sedicesima Edizione del Livorno Music Festival and Summer Academy, realizzata con il sostegno del Comune di Livorno, di Fondazione Livorno e del Conservatorio Statale di Musica “P. Mascagni”, e con il contributo del Ministero della Cultura, della Regione Toscana, e dell’Autorità di Sistema Portuale MTS.
Il Festival si avvale inoltre della collaborazione di 28 partner tra cui Fondazione Piaggio, Fondazione Livorno Arte e Cultura, Rotary Club Livorno, ISIS Niccolini Palli, Fondazione Scuola di Musica di Fiesole, Contempoartensemble, Ente Musicale e Culturale Filarmonica “G. Puccini” di Suvereto, I Concerti della Pieve, Associazione Teatro dell’Aglio, Circolo Amici dell’Opera “Galliano Masini”, con il patrocinio della Provincia di Livorno, con il Patrocinio e la collaborazione dei Comuni e delle Pro Loco di Piombino, Rio e Capraia Isola. Si ringraziano inoltre Gianni Cuccuini, il Museo di Storia Naturale del Mediterraneo e Menicagli Pianoforti. Media Partner: QN La Nazione e Wayap-Scorpio.
Dal 10 agosto all’8 settembre 2026, la 16ma edizione del Livorno Music Festival and Summer Academy, organizzata dall’Associazione Amici della Musica di Livorno, con il sostegno e la collaborazione di 28 partner, si svolge in 18 suggestive location della città di Livorno con appuntamenti anche a Suvereto, a Campiglia Marittima, a Pontedera e nei Porti Marittimi di Rio Marina, Piombino e Capraia Isola. I 3 concerti nei porti, si sono appena svolti come una sorta di “Anteprima Festival” e sono una novità dalla scorsa edizione con l’aggiunta, quest’anno, di Piombino. Una nuova missione di Livorno Music Festival fortemente voluta dall’Autorità di Sistema Portuale MTS insieme all’Associazione Amici della Musica di Livorno, di portare la musica anche nei porti marittimi della Provincia di Livorno, luoghi di scambio e d’incontro tra persone, di partenze e di arrivi, con ingresso gratuito aperti a tutti.
Il Festival si inserisce in un’ottica di valorizzazione del territorio, con l’obiettivo di incrementare il turismo culturale, favorire la fruizione di luoghi storici e paesaggistici, da parte delle comunità locali e contribuire alla rigenerazione del patrimonio culturale e ambientale attraverso l’integrazione tra spettacolo dal vivo e il contesto artistico e naturale offrendo al pubblico un’esperienza immersiva, dove la musica si fonde con la storia e l’ambiente.
Protagonisti oltre 250 artisti tra i quali 70 artisti di fama internazionale, 116 giovani talenti provenienti da 30 Paesi, un’orchestra di 15 sassofonisti, l’Orchestra del Conservatorio Mascagni con il suo direttore, ospite del Festival e composta da 50 strumentisti tra i migliori allievi dell’istituzione con il supporto di alcuni docenti, e due gruppi ospiti: il quartetto jazz “Ruben Chaviano Joystrings” e l’ensemble strumentale “Il Rossignolo” famoso nel mondo per essere specializzato nel repertorio barocco e preclassico su strumenti originali e nella prassi esecutiva storicamente informata.
Questa è la formula del Festival: passare il testimone tra generazioni di musicisti non solo durante le lezioni in aula, ma attraverso il confronto diretto sul palcoscenico, spazio che così diventa un aggregatore di esperienze diverse, di modi per forza differenti di intendere la musica, che tuttavia, con la discussione e lo scambio di idee durante le prove, devono arrivare ad armonizzarsi in una visione comune. Illustri i nomi degli artisti: solisti di vasta carriera internazionale, prime parti di grandi orchestre europee, didatti provenienti dalle maggiori accademie del continente.
Il cartellone presenta 30 concerti, quasi tutti produzioni originali create appositamente, il programma contiene una forte concentrazione di repertori da camera, cardine della condivisione musicale che sta a cuore al Festival, spaziando nei repertori classici di tutti i tempi con i brani più rappresentativi e i più famosi autori entrati nell’olimpo della storia della musica, l’attenzione verso il melodramma, la musica dal vivo per il grande schermo, la musica popolare, la contemporanea, il tango, il klezmer, il minimalismo, l’improvvisazione, il Jazz, con la presenza di programmi innovativi caratterizzati dalla contaminazione dei generi (jazz, pop, rock) e di eventi a carattere multidisciplinare. Non mancano anche quest’anno gli omaggi alle importanti ricorrenze: San Francesco d’Assisi, Giuseppe Verdi, Benjamin Britten e György Ligeti, rispettivamente 800, 125, 50 e 20 anni dalla loro scomparsa.
I biglietti dei concerti si possono acquistare sul luogo del concerto negli orari precedenti all’inizio dello spettacolo come da informazioni specifiche a seconda della location presenti sul nostro sito e anche in prevendita online su Vivaticket e nei punti vendita della città segnalati, tutto sempre sul sito del festival.
Parallelamente ai concerti, 30 corsi di alto perfezionamento strumentale e interpretazione musicale, che si svolgono prevalentemente e storicamente al Conservatorio Mascagni e in Fortezza Vecchia, ma da 4 anni anche in Fondazione Livorno, tenuti da 35 docenti internazionali, che accolgono quest’anno 307 giovani italiani e stranieri selezionati su oltre 500 candidature. Dei 307, sono 116 gli allievi che sono stati scelti per esibirsi nei concerti del Festival, dando vita a una vera “bottega della musica internazionale” dove formazione, produzione e creatività artistica convivono in un dialogo generazionale unico in Italia.
Le parole del direttore artistico Vittorio Ceccanti: «Insieme al Presidente Fabio Matteucci, a nome dell’Associazione Amici della Musica di Livorno, sono felice di presentare il cartellone dei concerti della sedicesima edizione del Livorno Music Festival. Si tratta di numeri imponenti per il nostro settore, accompagnati da un insieme di caratteristiche che rendono la manifestazione competitiva ai più alti livelli internazionali.
Il punteggio ottenuto per la qualità artistica dell’evento, nel bando ministeriale per il triennio 2025/2027, confermato quest’anno, tra i più alti tra i 130 Festival storici italiani ammessi a contributo, e la crescente notorietà internazionale, che porta in città oltre 300 giovani talenti di altissimo livello musicale e tecnico, spesso con le loro famiglie, provenienti da 30 Paesi del mondo, dalle Americhe al Giappone, ne sono la prova.
La qualità, la ricchezza e la varietà del programma e degli artisti, l’attenzione dedicata alle opportunità per le nuove generazioni, la scelta accurata dei numerosi e straordinari spazi offerti da città e provincia di Livorno per ospitare i concerti in un’ottica di valorizzazione del territorio, insieme alla fittissima rete di partner coinvolti negli anni, rappresentano una crescita costante e significativa della manifestazione. Una grande famiglia livornese che, unita, può ambire a traguardi ancora più alti per la nostra comunità e per i giovani.»
RELAZIONE ARTISTICA DETTAGLIATA
I 30 concerti del Livorno Music Festival 2026
1–3. SUONI SENZA CONFINI da Vivaldi a Morricone – CECCANTI / BATTISTON
10, 11, 12 agosto ore 21:30 | Rio Marina, Piombino, Capraia Isola
Tre serate dedicate al viaggio musicale “da Vivaldi a Morricone”, con il violoncello di Vittorio Ceccanti e la fisarmonica di Ivano Battiston. Un percorso che attraversa Dowland, Bach, Schubert, Schumann, Čajkovskij, Verdi, Piazzolla e Morricone, in un dialogo intimo tra antico e moderno, classico e popolare, sacro e cinematografico. Un progetto identitario del Festival, capace di portare la grande musica nei porti dell’Arcipelago Toscano. In collaborazione con i Comuni e le Pro Loco di Piombino, Rio e Capraia Isola.
PROGRAMMA DETTAGLIATO CONCERTI 2026
CONCERTI N.1, 2 e 3
SUONI SENZA CONFINI da Vivaldi a Morricone
In collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale MTS e con i Comuni e le Pro Loco di Piombino, Rio e Capraia Isola
RIO MARINA – Terrazza degli Spiazzi
Lunedì 10 agosto ore 21:30
PIOMBINO – Stazione Marittima
Martedì 11 agosto ore 21:30
CAPRAIA ISOLA – Torre del Porto
Mercoledì 12 agosto ore 21:30
John Dowland Flow My Tears, Lacrimae
Antonio Vivaldi Sonata n.3 in la minore RV 43
Johann Sebastian Bach Arioso dalla Cantata BWV 156
Franz Schubert Der Leiermann
Franz Schubert Ständchen
Robert Schumann Träumerei op.15
Pëtr Il’ič Čajkovskij Valse Sentimental op.51 No.6
Giuseppe Verdi I Masnadieri – Preludio
Anonimo Ebraico Shlof Mein Kind
Astor Piazzolla Jacinto Chiclana
Astor Piazzolla Chiquilin de Bachin
Astor Piazzolla Jeanne y Paul
Ennio Morricone Marco Polo (Main Theme)
Ennio Morricone Playing Love (da La Leggenda del Pianista sull’Oceano)
Vittorio Ceccanti, violoncello
Ivano Battiston, fisarmonica
CONCERTO N.4
BAGLINI PLAYS JARRETT
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Palco della Cisterna
Sabato 15 agosto ore 21:00
Maurizio Baglini rende omaggio a uno dei capisaldi assoluti della musica del Novecento: The Köln Concert di Keith Jarrett, registrato dal vivo nel 1975 e divenuto l’album per pianoforte solo jazz più venduto della storia.
Maurizio Baglini, pianoforte
CONCERTO N.5
JAZZ FUSION tradizione e presente
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Quadratura dei Pisani
Domenica 16 agosto ore 21:00
Ruben Chaviano Cary
Wayne Shorter Tom Thumb
Jean-Bernard Eisinger Starlight, Starbright
Frank Zappa Tewnty Small Cigars
Frank Zappa King Kong
Angelo Lazzeri Fave E Piselli
Jean-Luc Ponty Nostalgia In Time Square
Ruben Chaviano Green Mood
Alessandro Fabbri Domino
Guido Zorn Some Year After
RUBEN CHAVIANO “JOYSTRINGS”
Ruben Chaviano, violino elettrico
Angelo Lazzeri, chitarra elettrica
Guido Zorn, contrabbasso
Alessandro Fabbri, batteria
CONCERTO N.6
BEETHOVEN integrale dei trii parte III
In coproduzione con Ente Puccini di Suvereto
SUVERETO – Chiostro di San Francesco
Lunedì 17 agosto ore 21:30
Ludwig Van Beethoven
14 Variazioni su un tema originale in mi bemolle maggiore op.44 per pianoforte e archi
10 Variazioni in sol maggiore op.121a sul lied “Ich bin der Schneider Kakadu” di Wenzel Mülle per pianoforte e archi
Trio in sol maggiore op.1 n.2 per pianoforte e archi
Pavel Berman, violino
Vittorio Ceccanti, violoncello
Chong Park, pianoforte
CONCERTO N.7
NOCTURNAL
LIVORNO – Cripta della Chiesa di San Jacopo in Acquaviva
Martedì 18 agosto ore 21:00
Mario Castelnuovo-Tedesco dai 24 Caprichos De Goya op.195: XII. No hubo remedio per chitarra
Arcangelo Corelli Sonata op.2 n.1 per chitarra
Gaspar Sanz Instrucciones sobre la guitarra española per chitarra
Ludovico Roncalli Preludio e Passacaglia per chitarra
Santiago de Murcia Una Giga de Corelli
Mario Castelnuovo-Tedesco dai 24 Caprichos De Goya op.195: XX. Obsequio a el Maestro per chitarra
Ferdinand Rebay Variationen über eine Sarabande von Händel per due chitarre
Lorenzo Micheli The Book of Trees: Quaking Aspen, Oak Tree, Plains Cottonwood per chitarra
Benjamin Britten Nocturnal after John Dowland op.70 per chitarra
Lorenzo Micheli, chitarra barocca e chitarra
Giovani talenti del LMF
Giovanni Masi, chitarra
CONCERTO N.8
SOUNDWAVES
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Mercoledì 19 agosto ore 21:00
Ian Clarke Maya per due flauti e pianoforte
Michael Webster Carmen Rhapsody per flauto, clarinetto e pianoforte
Guillaume Connesson Techno Parade per flauto, clarinetto e pianoforte
Gustav Schreck Sonata in mi bemolle maggiore op.9 per fagotto e pianoforte
Claude Debussy Sonata in sol minore L148 versione per clarinetto e pianoforte
Philippe Gaubert Notturno e Allegro scherzando per flauto e pianoforte
Gaetano Donizetti Trio A.507 (18XX) per flauto, fagotto e pianoforte
Georg Philipp Telemann La Caccia Vivace (ma non troppo) per ensemble di flauti
Maurice Ravel Piece en forme de habanera per ensemble di flauti
Vittorio Monti Czardas per ensemble di flauti
Andrea Manco, flauto
Fabrizio Meloni, clarinetto
Paolo Carlini, fagotto
Aglaia Tarantino, Ivan Maliboshka, Matteo Bogazzi, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Saule Pavilionyte, Giorgio Baldazzi, Elena Bertoli, flauto
Francesca Bolognesi, clarinetto
Damiano Baldascini, fagotto
Ensemble di flauti del LMF
Stefaniia Lopukhina, Emma El Battawi, Vittoria Frigo, Emma Falleni, Livia Di Vita, Elisa Fantozzi, Simone Sgariboldi, Fresia Ricci, Odelia Ferrari
CONCERTO N.9
FOLLIA
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Cannoniera
Giovedì 20 agosto ore 21:00
Arcangelo Corelli La Follia trascrizione per quattro viole di Michael Kimber
Muzio Clementi Sonata op.16 in re maggiore “La Caccia” per pianoforte
Fryderyk Chopin Ballade n.1 in sol minore op.23 per pianoforte
Robert Schumann Adagio e Allegro op.70 per viola e pianoforte
Robert Schumann Fünf Stücke im Volkston op.102 per violoncello e pianoforte
Sergej Rachmaninov Trio élégiaque n.1 in sol minore per pianoforte e archi
Fritz Kreisler / Sergej Rachmaninov Liebesleid/Liebesfreude per pianoforte
Anna Serova, viola
Chong Park, pianoforte
Caterina Barontini, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Hayeon Lee, Lucrezia Liberati, Ilaria Cavalleri, pianoforte
Pierpaolo Rossi, Emanuele Gennari, Elisa Finadri, viola
Myriam Urbini, violoncello
Trio Helike
Andrea Di Cecca, pianoforte
Valeria Vecerina, violino
Emanuele Rigamonti, violoncello
CONCERTO N.10
ŠOSTAKÓVIČ e PROKOF’EV
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Venerdì 21 agosto ore 21:00
Dmítrij Šostakóvič Sonata in re minore op.40 per violoncello e pianoforte
Sergej Prokof’ev Sonata n.3 in la minore op.28 per pianoforte
York Bowen Fantasia op.54 per viola e pianoforte
Dmítrij Šostakóvič Quintetto in sol minore op.57 per pianoforte e archi
Anna Serova, viola
Yekyung Hong, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Klara-Justine Heil, violino
Duccio Dalpiaz, violoncello
Juyoung Jang, Leonardo Ruggiero, pianoforte
Trio Helike
Andrea Di Cecca, pianoforte
Valeria Vecerina, violino
Emanuele Rigamonti, violoncello
CONCERTO N.11
FOLK SONGS da Busseto alle Highlands
LIVORNO – Grand Hotel Palazzo
Sabato 22 agosto ore 21:00
Giuseppe Verdi Il brigidino; La zingara; Brindisi (II versione)
Benjamin Britten Fileuse; Il est quelc’un sur terre
Henry Purcell realizzazione di Benjamin Britten Sweeter than roses; Music for a while
Giuseppe Verdi Lo spazzacamino; Il poveretto; Ave Maria
Benjamin Britten Sweet Polly Oliver; Soldier, won’t’ you marry me?; The Deaf Women’s Courtship
Benjamin Britten The Salley Gardens (Irish tune); Greensleeves; The last rose of summer; Oh Waly, Waly; There’s none to soothe (scottish); At the mid hour of night; The Holly and the Ivy
Giuseppe Verdi Stornello
Manuela Custer, voce
Anna Cognetta, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Maria Grazia Aschei, soprano
Gabriela Gómez e Cecilia Vanessa Aguayo Diaz, mezzosoprano
Franko Gustavo Argandona, controtenore
CONCERTO N.12
TRA SOGNO E VIRTUOSISMO
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Domenica 23 agosto ore 21:00
Fryderyk Chopin
Mazurka in fa diesis minore op.6 n.1
Notturno in do diesis minore op.27 n.1
Mazurka in do diesis minore op.50 n.3
Mazurka in fa diesis minore op.59 n.3
Notturno in fa diesis minore op.48 n.2
Sonata n.3 in si minore op.58
Ingrid Fliter, pianoforte
CONCERTO N.13
MUSICA ANTICA su strumenti originali
In collaborazione con I Concerti della Pieve
CAMPIGLIA MARITTIMA – Pieve di San Giovanni
Lunedì 24 agosto ore 18:00
Georg Philipp Telemann Quatuor TWV 43:G 2, violino, flauto traversiere, oboe e fondamento Musique de Table, Premiere Production
Anonimo Concerto pour flûte à bec, flûte traversière, violon et basse continue
Sebastian Bodinus Musicalische Divertissiments – Sonata à quadro n.1 – Flûte Traversier, Flûte A bec, Violin et Basse chifree
Antonio Vivaldi Concerto RV107 per flauto, oboe, violino, violoncello e basso
Georg Philipp Telemann Quatuor, (Concerto) TWV 43:a 3, pour Flûte A bec, Traversier, violon et basse continue
Il Rossignolo
Martino Noferi, flauto dolce / oboe
Marica Testi, traversiere
Florian Deuter, violino
Ottaviano Tenerani, clavicembalo
CONCERTO N.14
LIVEMOVEMENT
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Quadratura dei Pisani
Martedì 25 agosto ore 21:00
Un’esperienza immersiva in cui il suono si espande, si moltiplica e si trasforma grazie all’incontro tra clarinetto solo e live electronics. Un percorso sonoro in continua metamorfosi: un flusso che unisce improvvisazione, tecnologia, ritmo e poesia.
La suite – articolata in una sequenza di quadri come prelude, inventango, waltz, somecare, mourn, vox populi, klezmerabend, inner triumph, raga – attraversa mondi diversi: dal tango alla musica klezmer, dal minimalismo a momenti di pura improvvisazione.
Il clarinetto, filtrato, campionato e stratificato in tempo reale, diventa un’orchestra di voci: respiri, echi, pulsazioni, linee melodiche che si rincorrono e si sovrappongono, creando un paesaggio sonoro che nasce e si evolve davanti al pubblico.
Anton Dressler, clarinetto e live electronics
CONCERTO N.15
DIVERTIMENTI
LIVORNO – Biblioteca dei Bottini dell’Olio
Mercoledì 26 agosto ore 21:00
Sylvius Leopold Weiss Tombeau sur la mort de M. Comte de Logy per chitarra
Johann Sebastian Bach Trio Sonata in sol maggiore BWV 1039 per due flauti e continuo
Béla Bartók Sei Danze Popolari Rumene trascrizione per flauto e chitarra
Heitor Villa Lobos Preludio n.1 per chitarra
Leo Brouwer Danza Caracteristica per chitarra
Mario Castelnuovo-Tedesco Sonatina op.205 per flauto e chitarra
Francis Poulenc Sonata FP184 per clarinetto e pianoforte
François Borne Fantaisie brillante sur “Carmen” per flauto e pianoforte
Alberto Navarra, flauto
Giovanni Riccucci, clarinetto
Andrea Dieci, chitarra
Aglaia Tarantino, Ivan Maliboshka, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Annachiara Aiello Blasi, flauto
Matteo Magaraci, Alberto De Matteis, chitarra
CONCERTO N.16
ROMANTICO
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Giovedì 27 agosto ore 21:00
Robert Schumann Tre Romanze op.94 per clarinetto e pianoforte
Gregor Piatigorsky Variazioni su un Tema di Paganini per violoncello e pianoforte
Johannes Brahms Sonata n.3 in re minore op.108 per violino e pianoforte
Johannes Brahms Sonata n.1 in mi minore op.38 per violoncello e pianoforte
Alessandro Deljavan, pianoforte
Vittorio Ceccanti, violoncello
Giovani talenti del LMF
Anne Sophie Luong, violino
Anna Cicchino, violoncello
Tommaso Torrigiani Malaspina, clarinetto
Daklen Difato, pianoforte
CONCERTO N.17
DIALOGO ANGELICO
LIVORNO – Grand Hotel Palazzo
Venerdì 28 agosto ore 21:00
Goffredo Petrassi Dialogo Angelico per due flauti
Leoš Janáček Sonata 1. X. 1905 per pianoforte
György Ligeti Studio n.4 “Fanfares” Libro I per pianoforte
Fryderyk Chopin Rondò à La Mazur” in fa maggiore op.5 per pianoforte
Fryderyk Chopin Scherzo n.4 in mi maggiore op.54 per pianoforte
Franz Liszt Studio Trascendentale S.139 n.12 in si bemolle minore “Chasse-neige” per pianoforte
Claude Debussy Petite Suite trascrizione per due flauti e pianoforte
Frank Martin Ballade per flauto e pianoforte
Alice Morzenti, flauto
Aglaia Tarantino, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Marta Gentile, Francesco Zangheri, flauto
Miruna Duca, Chiara Di Francesco, Gianluca Piretti, Raffaello Giannini, pianoforte
CONCERTO N.18
SOUVENIR DE FLORENCE
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Sabato 29 agosto ore 21:00
Wolfgang Amadeus Mozart Duo si bemolle maggiore K.424 per violino e viola
Pëtr Il’ič Čajkovskij Souvenir de Florence in re minore op.70 per sestetto d’archi
Marco Rizzi, violino
Danilo Rossi, viola
Xenia Jankovic, violoncello
Giovani talenti del LMF
Joaquin Hernando Cabello, Anais Gilson, violino
Giulia Guardenti, viola
Hannah Bauer, violoncello
CONCERTO N.19
MUSICA PER IL CANTICO DELLE CREATURE
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Cannoniera
Domenica 30 agosto ore 17:00
Shan Ye One Voice per flauto violoncello e pianoforte
Andrea Di Gangi Don’t be afraid per clarinetto
Diego Tripodi La leggenda di Frate Lupo per violoncello e pianoforte
Paolo Cipollini (Premio LMF 2023) Vivere da stranieri per flauto
Cristina Maria Noli Allumini per clarinetto, violoncello e pianoforte
Giovanni Godio Spiragli per flauto e pianoforte
Paolo Bargna In nihilum per violoncello
Andrea Mastropasqua (Premio LMF 2024) Nodi per flauto e clarinetto
Federico Gardella Adagio di bravura per pianoforte
Jing Cheng Thing-Speech I per flauto, clarinetto e violoncello
Cyril Molesti Ce qui demeure per pianoforte
Cecilia Astori Genesi del sensibile per clarinetto basso e violoncello
Simone Zappalà cANTico per flauto, violoncello e pianoforte
Federico Gardella, coordinatore musicale
Simone Librale, pianoforte
Lorenzo Commisso, flauti
Cosimo Profita, clarinetti
Lavinia Golfarini, violoncello
CONCERTO N.20
LA MAGIA DELL’OPERA…
In collaborazione con Circolo Musicale Amici dell’Opera “Galliano Masini”
LIVORNO – Circolo musicale Galliano Masini
Domenica 30 agosto ore 21:00
Omaggio alla grande tradizione lirica europea, attraverso alcune delle pagine più amate e sorprendenti del repertorio vocale. Un viaggio che attraversa tre secoli di musica con musiche di Purcell, Lalo, Mozart, Massenet, Donizetti, Verdi, Puccini, Mascagni
Patrizia Ciofi, soprano
Anna Cognetta, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Maria Anelli, Vittorio Cocchi, Yuanyuan Gong, Marzac Soline, Rosa Cacace, Yu Su, Anna Cimmarrusti, voci
CONCERTO N.21
TRAME SONORE
LIVORNO – Grand Hotel Palazzo
Martedì 1 settembre ore 21:00
Felix Mendelssohn Konzertstücke n.1 in fa minore per due clarinetti e pianoforte
Felix Mendelssohn Konzertstücke n.2 in re minore per due clarinetti e pianoforte
Eugène Ysaÿe Sonata n.3 in re minore op. 27/3 “Ballade” per violino solo
George Enescu Ménétrier per violino solo
Maurice Ravel Tzigane rapsodia in re maggiore op.72 per violino e pianoforte
Eugène Ysaÿe Ysaÿe Caprice d’apès l’Étude en forme de valse de Saint-Saëns per violino e pianoforte
Georg Friedrich Händel Ankunft der König von Saba (L’arrivo della regina di Saba) per quartetto di clarinetti
George Gershwin Un americano a Parigi per clarinetto e quartetto di clarinetti
Joseph Horovitz Sonatina per clarinetto e pianoforte
Paolo Beltramini, clarinetto
Ivan Maliboshka, Giovanni Guastini, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Grigor Budaghyan, Nana Ebata, Tommaso Gragnoli, Stefania Della Cagna, clarinetto
Andrey Roszyk, Alfredo Reyes Logounova, violino
CONCERTO N.22
POEMA DELL’ESTASI
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Mercoledì 2 settembre ore 21:00
Maurice Ravel Introduction et Allegro trascrizione originale per due pianoforti
Maurice Ravel Valses nobles et sentimentales per pianoforte
Maurice Ravel La Valse per pianoforte
Aleksandr Skrjabin Sonata n.5 op.53 per pianoforte
Aleksandr Skrjabin Le Poème de l’extase op.54 trascrizione di Léon Conus per due pianoforti con interventi di tromba
Louis Lortie, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Alessio Ciprietti, Jacopo Crippa, Ario Sgroi, pianoforte
Giovani talenti del Conservatorio Mascagni
Zeno Carletti, tromba
CONCERTO N.23
• ROMA > BUENOS AIRES da Morricone a Piazzolla
LIVORNO – Mercato Centrale
Giovedì 3 settembre ore 21:00
Ennio Morricone Film Suite: Song for Elena da “Nuovo Cinema Paradiso”; Sean Sean da “Giù la testa”; C’era una volta il West (Main Theme); Il Buono il Brutto il Cattivo (Main Theme); La Leggenda del pianista sull’oceano; Miserere e Gabriel’s oboe da Mission; L’Estasi dell’oro da “Il Buono, il Brutto, il Cattivo”.
Michele Mangani Omaggio a Riz Ortolani
George Gershwin American Suite: The Man I Love; Sweet And Low Down; Summertime; I Got Rhythm.
Sammy Nestico Hay Burner
Gianni Iorio Sagra d’Estate
Johannes Brahms Danza Ungherese n.5
Astor Piazzolla Libertango, Escualo
Roberto Molinelli Tango Club
Federico Mondelci, direttore e sassofono solista
Marco Vanni, sassofono
LMF Saxophone Orchestra
Sara Greco, Gerardo Cervasio, Aurora Gaggioli, Emma Nucci, Ilaria Cascinelli, Elisa Ferrilli, Gabriele Roscio, Denise Giada Potestio, Emilia Tesi, Luca Tarizzo, Sara Rosati, Livia Sorbera, Giuseppe Cavone, Corrado Pammolli, Jed Dunlop
CONCERTO N.24
SINFONIA EROICA
In coproduzione con Fondazione Piaggio
PONTEDERA – Auditorium del Museo Piaggio
Venerdì 4 settembre ore 21:00
Ludwig van Beethoven Leonora Overture n.3 op.72b trascrizione per due pianoforti a otto mani di Gustav Rösler
Bedřich Smetana Sonata per due pianoforti a otto mani
Ludwig van Beethoven Sinfonia n.3 op.55 “Eroica” trascrizione per due pianoforti a otto mani di Theodor Kirchner
Davide Cabassi, pianoforte
Louis Lortie, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Valerie Wellington, Sara De Santis, Linda Pirato, Giorgia Muscarà, Martina Barbaliscia, Riccardo Beduschi, Matteo Di Bella, Mattia Mirenghi, Alex Moriseni, Emanuele Savron, pianoforte
CONCERTO N.25
L’ARTE DEL CONCERTO
In coproduzione con Conservatorio Statale di Musica “Pietro Mascagni”
LIVORNO – Teatro Goldoni
Sabato 5 settembre ore 21:00
Wolfgang Amadeus Mozart Concerto n.23 in la maggiore K.488 per pianoforte e orchestra
Wolfgang Amadeus Mozart Concerto n.5 in la maggiore K.219 per violino e orchestra
Max Bruch Concerto n.1 in sol minore op.26 per violino e orchestra
Boris Belkin, violino
Giovani solisti del LMF
Fabio Di Gennaro, pianoforte
Cécile Vonderwahl, violino
Orchestra del Conservatorio Statale di Musica “Pietro Mascagni”
Lorenzo Sbaffi, direttore
CONCERTO N.26
MUSICA PER L’ALBA
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Piazzale Cosimo
Domenica 6 settembre ore 6:00
Wolfgang Amadeus Mozart Sonata n.21 in mi minore K.304 per violino e pianoforte
Franz Schubert Fantasia in fa minore op.103 D.940 per pianoforte a quattro mani
Edvard Grieg Quattro Danze Norvegesi per pianoforte a quattro mani
Giovani talenti del LMF
Valerie Wellington, Giorgia Muscarà, Claudia Zanatta, Francesco Bregnocchi, pianoforte
Duo Delé
Ginevra Gambacciani, violino
Giorgio Barni, pianoforte
CONCERTO N.27
SORPRESE MUSICALI
LIVORNO – Fortezza Vecchia, Sala Ferretti
Domenica 6 settembre ore 18:30
Nel cuore della Fortezza Vecchia, la musica si presenta come un incontro inatteso, un gesto di meraviglia che sboccia senza preavviso. Sorprese musicali è un concerto costruito sul fascino dell’imprevisto: nessun programma annunciato, nessun elenco di interpreti, solo l’attesa di ciò che accadrà.
In questo spazio sospeso, i Giovani talenti del LMF intrecciano presente e futuro, dando vita a un percorso di capolavori cameristici scelti per essere scoperti sul momento. Ogni brano diventa un dono, ogni artista una rivelazione: un invito ad ascoltare con curiosità, lasciandosi guidare dalla bellezza che emerge, improvvisa e luminosa.
Un’esperienza di emozione pura, dove la musica si fa sorpresa, intimità e magia condivisa.
Giovani talenti del LMF
CONCERTO N.28
TRILLO DEL DIAVOLO
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Domenica 6 settembre ore 21:00
Robert Schumann Drei Fantasiestücke op.111 per pianoforte
Fryderyk Chopin Polacca Fantasia op.61 per pianoforte
Giuseppe Tartini Sonata in sol minore B g5 Trillo del diavolo per violino e pianoforte
Maurice Ravel Sonata n.2 in sol maggiore per violino e pianoforte
Maurice Ravel Tzigane rapsodia in re maggiore op.72 per violino e pianoforte
Niccolò Paganini La Campanella trascrizione di Fritz Kreisler per violino e pianoforte
Eva Bindere, violino
Pavel Berman, violino
Livia Zambrini, pianoforte
Giovani talenti del LMF
Sara De Santis, Martina Barbaliscia, pianoforte
Eleonora Sofia Podestà, violino
CONCERTO N.29
CHAMBER MUSIC
LIVORNO – Grand Hotel Palazzo
Lunedì 7 settembre ore 21:00
Sergej Rachmaninov Trio Elegiaco n.1 in sol minore per pianoforte, violino e violoncello
Gustav Mahler Quartettsatz in la minore per pianoforte, violino, viola e violoncello
Franz Schubert Sonatensatz D.28 in si bemolle maggiore per pianoforte, violino e violoncello
Ferdinand Ries Quartetto n.1 op.13 per pianoforte, violino, viola e violoncello
Quartetto Klimt
Matteo Fossi, pianoforte
Duccio Ceccanti, violino
Margherita Di Giovanni, viola
Jacopo di Tonno, violoncello
Giovani talenti del LMF
Trio Mantegna
Alessandro Lunghi, pianoforte
Eleonora Sofia Podestà, violino
Francesco Abatangelo, violoncello
Quartetto Oires
Mario Cuva, pianoforte
Federico Rovagnati, violino
Niccolò Corsaro, viola
Giulio Rondoni, violoncello
Trio Benedetti Buccheri Bussola
Gabriele Buccheri, pianoforte
Lucrezia Maria Bussola, violino
Daniele Benedetti, violoncello
CONCERTO N.30
BRAHMS e DVOŘÁK
LIVORNO – Museo di Storia Naturale
Martedì 8 settembre ore 21:00
Johannes Brahms Sonata n.2 op.99 per violoncello e pianoforte
Antonín Dvořák Quartetto n.2 op.87 per pianoforte, violino, viola e violoncello
Quartetto Klimt
Matteo Fossi, pianoforte
Duccio Ceccanti, violino
Margherita Di Giovanni, viola
Jacopo di Tonno, violoncello
Giovani talenti del LMF
Myriam Urbini, violoncello
Sara De Santis, pianoforte
INFORMAZIONI E BIGLIETTI PER I CONCERTI
BIGLIETTI
€ 12,00: posto unico non numerato a sedere per tutti i concerti (acquistabile anche online);
€ 12,00: concerto al Teatro Goldoni posto unico numerato (acquistabile anche online);
€ 1,50: ridotto artisti e studenti del LMF (non acquistabile online);
Ingresso gratuito senza prenotazione: concerti a Piombino, Capraia Isola e all’Isola d’Elba;
Under 12 e persone con disabilità: ingresso gratuito con prenotazione per tutti i concerti (non acquistabile online).
Pacchetti concerti a scelta (acquistabile anche online):
€ 50,00: 5 concerti
€ 70,00: 8 concerti
Per gli eventi in Fortezza Vecchia e al Mercato Centrale con l’acquisto del biglietto del concerto possibilità di:
MODALITÀ DI ACQUISTO E ORARI
I BIGLIETTI sono acquistabili:
Informazioni: Email: promozionelivornomusicfestival@gmail.com – Whatsapp, SMS, Tel +39 328 4799974.
Per i biglietti a € 1,50, per Under 12 e per persone con disabilità (non acquistabili online) è necessario effettuare la prenotazione via e-mail a promozionelivornomusicfestival@gmail.com oppure tramite messaggio Whatsapp o SMS al numero +39 328 4799974 scrivendo nome e cognome, recapito telefonico, e-mail e numero dei partecipanti.
PUNTI VENDITA VIVATICKET LIVORNO (su vivaticket.com mappa punti vendita in tutta Italia)
Tabaccheria Busti via Giovanni Salvestri 96, Livorno
Bar…celona via Piemonte 40, Livorno
Centro Servizi di Michele Diana (Punto SNAI) viale della Libertà 18, Livorno
Il Tabaccaio di Piazza Roma via Roma 133, Livorno
Tabaccheria Picciurro corso Amedeo 80, Livorno
Cisternone Tabacchi piazza del Cisternone 2, Livorno
Livorno Store via Cogorano 6/8, Livorno
Tabaccheria Morlacchi borgo dei Cappuccini 15, Livorno
Tabaccheria Amaranto via grande 25, Livorno
INFORMAZIONI UTILI
I concerti in Fortezza Vecchia e il concerto a Suvereto, previsti “all’aperto”, in caso di maltempo si svolgeranno nei locali al loro interno.
I concerti al Museo di Storia Naturale si svolgeranno in Sala del Mare.
Per tutte le informazioni ed eventuali aggiornamenti, vi invitiamo a visitare il sito www.livornomusicfestival.com
LUOGHI DEI CONCERTI
Fortezza Vecchia Piazzale dei Marmi, 57126 Livorno
Museo di Storia Naturale del Mediterraneo Via Roma n.234, 57127 Livorno
Teatro Goldoni Via Enrico Mayer n.57, 57125 Livorno
Grand Hotel Palazzo Viale Italia n.195, 57127 Livorno
Mercato Centrale Scali Aurelio Saffi n.27, 57123 Livorno
Biblioteca dei Bottini dell’Olio Piazza del Luogo Pio n.19, 57123 Livorno
Cripta della Chiesa di San Jacopo in Acquaviva Piazza S. Jacopo in Acquaviva, 57127 Livorno
Circolo Musicale Galliano Masini Piazza Manin n.8, 57126 Livorno
Chiostro di San Francesco a Suvereto Piazza della Cisterna n.12, 57028 Suvereto (LI)
Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima SP20, 5, 57021 Campiglia Marittima (LI)
Museo Piaggio di Pontedera Via Rinaldo Piaggio n.7, 56025 Pontedera (PI)
Stazione Marittima di Piombino piazzale Premuda, Piombino (LI)
Porto di Capraia Isola 43°03′00.18″N 9°50′15.23″E
Isola d’Elba, Rio Marina Terrazza degli Spiazzi (LI)

«Capitano, guarda un poco all’orizzonte:/cosa sono quelle nuvole nel/cielo?». Questi versi, a cui mai avrei voluto pensare nella giornata di ieri, mi sono cascati addosso nel pomeriggio, intorno alle 18, quando ho raggiunto il centro di La Coruña per assistere all’eclissi. In un cielo, pulito su ogni fronte fino a poco prima, un fitto assembramento di nubi si addensava a occidente, esattamente dove di lì a una mezzora il Sole si sarebbe piazzato.
Il lungomare è stato preso d’assalto da migliaia di persone – alla fine saranno oltre duecentoventimila, in totale, secondo i quotidiani locali -, che si vanno raccogliendo su panchine, s’appoggiano alle spallette, si sistemano in spiaggia, o, semplicemente, passeggiano lungo l’Avenida de Pedro Barrié de la Maza. Turbata, percorro il lungomare verso sud-ovest, con lo sguardo piantato sulle nubi, e mi avvicino all’Estadio Riazor. Una torma di individui in casacche biancazzurre sciama nell’area attorno alla struttura. Cerco nei loro occhi il turbamento, e tuttavia non lo trovo. Altro argomento pare infatti quello che tiene impegnate le coscienze di chi mi circonda. Alle 21 si disputerà nientemeno che Deportivo – Real Madrid, partita con cui ci si aggiudica il trofeo Teresa Herrera, a quanto pare molto sentito qui in città.
José, il proprietario di Casa Canosa, il ristorante in cui pranzo ogni giorno da quando sono giunta in Galizia, è uno di quelli che stasera è andato allo stadio, anziché a vedere l’eclissi. Dopo pranzo mi ha mostrato la tessera blu che attesta la sua affiliazione al club, con tanto di abbonamento stagionale. Il club se l’è vista brutta negli ultimi anni, «è fallito come il Parma», mi dice rispolverando vicende antiche, ma ora s’è ripreso. Lui c’era al Riazor nel 2004, il giorno in cui il Milan venne sconfitto 4 a 0 nei quarti di Champions. All’epoca frequentavo la seconda media, e ancora rammento il lutto che adombrò gli allora miei compagni di classe milanisti.
Víctor Manuel – «come il re d’Italia», stavolta è il paragone prescelto – è il cognato di José. Sono le tre del pomeriggio e ha già indosso la maglia strisciata della squadra cittadina. Secondo lui non vale la pena guardare il cielo durante le eclissi. Quello che accade in cielo infatti si sa, è meccanico, si può calcolare. Quel che non sappiamo è quel che accade sulla Terra, a noi, agli uccelli, alle piante. Per questo, tutto sommato, non gli dispiace essere allo stadio all’ora di un fenomeno che a La Coruña si ripeterà non prima di qualche secolo.
Nel mentre che s’attende l’inizio della partita sono arrivate le 19 e 30, orario che, da queste parti, segna il principio dell’eclissi parziale. Nella Rúa Manuel Murguía, strada che costeggia il Riazor, si comincia a notare un cospicuo numero di tifosi che estrae gli occhiali da eclissi per puntarli verso il Sole. Il Sole è tuttavia disperso tra le nubi, e ogni tanto, quasi per sbaglio, timidamente affiora. «No se vede nada», la frase che si ode più spesso.

Due tifose guardano l’eclissi fuori dallo stadio, prima che cominci la partita. Crediti: F. Loiacono
Il pullman del Real Madrid passa a una decina di metri, salutato dai fischi dei padroni di casa. Mi faccio largo tra i reiterati Yeremay e Quagliata per raggiungere la spiaggia. A un certo punto confondo Valerón con l’a me più familiare ma incongruente Verón, a dimostrare come le competenze calcistiche della sottoscritta siano talvolta fallaci. Un giovane sfoggia una maglia azzurra che ben si mimetizza con le altre, ma con un non camuffabile R. Baggio che spicca sul dorso. «È la maglia di Usa ‘94», ci tiene a dirmi il proprietario, tanto per gettare ulteriori tristi presagi sull’esito della giornata.
Quando arrivo sul lungomare mi giro a guardare il Sole. Gli manca un pezzo. Nonostante sapessi che sarebbe successo sono incredula. Scopro che avere la certezza che una cosa accadrà non toglie nulla allo stupore che si prova nell’assistere ad essa. Credo sia la prima volta che faccio un’esperienza di questo tipo. O perlomeno, mentre scrivo non mi vengono in mente situazioni avvicinabili.
Mi inoltro sul Paseo Marítimo di La Coruña – uno dei lungomari più lunghi d’Europa – rivolgendo le spalle al Sole. Mi interessano i volti, le espressioni perplesse, quelle stupite, chi solleva un braccio per indicare un particolare, chi si toglie gli occhiali scocciato perché passa una nuvola. Víctor Manuel aveva ragione, le cose più interessanti stanno sulla terra. La folla tutta pare soggetta a un incantamento. L’attesa è presenza tangibile, su questo marciapiede gremito e, al contempo, incredibilmente silente, rapito. Uno strano ordine si effonde dalla scena. Ogni tanto mi volto e indosso gli occhiali, per guardare com’è messa la nostra stella. Ogni volta la trovo smagrita, assottigliata, spolpata com’è dall’avanzata inarrestabile della Luna.
L’ora sullo smartphone mi dice che mancano pochi minuti alla totalità. Voglio essere in spiaggia. A malapena scorgo una scalinata per raggiungerla, fitta com’è di individui che aspettano. Nessuno più toglie e mette gli occhiali. Li indossano tutti. Nelle foto commetto innumerevoli sbagli, dimenticando il fuoco della macchina fotografica all’infinito per immortalare soggetti a un metro di distanza. Ma a questo punto m’interessa poco.
La Playa del Orzán è un vasto accampamento. Migliaia di persone siedono sui teli. Se non si sapesse dell’eclissi, si potrebbe pensare che questa gente sia qui per un raduno, che sia in attesa di un concerto, di un’esibizione che a un certo punto affiorerà dalle onde. Comincio a tremare. Un minuto prima della totalità la folla erompe in un applauso. C’è chi ride. Si ride tantissimo, per questa cosa che accade dentro e non si tiene. Io tremo. Quand’ho tremato così l’ultima volta? Ho mai tremato così in vita mia? Lo sapevo, sapevo tutto. Eppure tremo.
Il Sole si è ridotto a una ciglia sottilissima, che sorride oltre le nubi. Sembra la Luna. I gabbiani gridano impazziti a decine e decine e decine, sopra l’acqua, davanti a questa palpebra sottile che si sfina inesorabilmente. Poi più nulla. Il Sole è un occhio che si chiude. Cerco una parola per chiamare il buio che è caduto sulla spiaggia, la tonalità cupa che si è presa la sera, mentre il vento ci scompiglia tutti. È come. È come. La verità è che la parola non si trova. Stavolta non è la musica, ma la poesia che giunge in mio soccorso. «Che ‘ntender no la può chi no la prova», Dante, Beatrice e il Paradiso, l’ineffabilità delle cose celesti. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato», un altro verso caduto nella testa. Io la parola non ce l’ho. «Come il Parma», «Come il re d’Italia», come José, come Víctor Manuel. Non è come qualcos’altro. È come nelle eclissi. A La Coruña, adesso, in questo cielo di nuvole che viaggiano.
Settantasei secondi. Tanto c’è concesso di restare senza una luce che ci guardi. A La Coruña la corona non si vede, l’hanno rubata le nuvole. Il Riazor, con i suoi trentamila spettatori, splende a sinistra come un’astronave parcheggiata sulla terra. Quando quell’esile virgola che è il Sole che riappare si manifesta, dalla parte opposta da cui se n’eran perse le tracce, un applauso torrenziale s’innalza dalla spiaggia tutta. Gli uccelli ritornano a gridare, a disegnare traiettorie irripetibili sul cielo che schiarisce, a mano a mano che la luce solare acquista vigore.
Il giorno è tornato. Pochi minuti dopo, le nubi s’inspessiscono al punto tale che non si vede più nulla. Il lento trascinarsi della Luna, che sveste di sé il Sole, noi non l’abbiamo visto. Ma il prima, c’era tutto. Nella sfortuna, siamo stati fortunati.
Mi trattengo in spiaggia per un po’, fino alle 22. C’è ancora luce, e il Sole riesce finalmente a palesarsi sporgendo dagli strati di nubi. La Luna torna nuova, preclusa al nostro sguardo. Il transito sulla nostra stella l’ha sottratta all’abituale invisibilità che la caratterizza, in questa fase della sua infaticabile rivoluzione attorno alla Terra.
Il Deportivo ha perso 1 a 0 contro il Real Madrid, si verrà a sapere più tardi. Questo viaggio è cominciato pensando a una partita, e si conclude, imprevedibilmente, nel segno di un’altra. Allo stadio s’è fatto buio durante il riscaldamento. Alcuni tifosi hanno aspettato la fine del fenomeno per salire sugli spalti.
C’è chi ride sui teli, ragazzi che corrono sulla sabbia e si tuffano nell’oceano, chi sta steso ad occhi chiusi. Un signore indossa gli occhiali da eclissi a cercare la nostra stella a festa finita, prima che s’inabissi in mare. Mi scatto un selfie sulla spiaggia, come foto ricordo. Il crollo dell’adrenalina mi taglia le gambe.
Ci sono 23 gradi. Ricevo foto di inaudita bellezza dell’eclissi da Burgos, e da ogni dove della Spagna. Almeno qui non fa caldo, penso. Poteva andare peggio.
«Come l’astronomo Le Gentil», un Whatsapp di mia madre.
Però l’ho vista.
«E allora hai avuto più fortuna di Le Gentil».
Per quello, tutto sommato, basta poco. Di fortuna, credo di averne avuta molta di più.

Ieri, 12 agosto, il giorno è diventato notte. Era l’ora del tramonto, ma prima di salutare la Terra come ogni sera, il Sole ha regalato a una sottile fascia di mare e terra uno spettacolo raro e meraviglioso: un’eclissi totale. Vediamo com’è andata attraverso le foto e i commenti di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che l’hanno osservata nella zona di totalità.

L’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 fotografata dal volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf
Sull’Oceano Atlantico, a circa 400 chilometri dalla costa d’Irlanda, un team internazionale di ricercatori e ricercatrici ha studiato il fenomeno a bordo di un volo speciale dell’aeronautica militare irlandese con il coronografo E-CorMag sviluppato dall’Inaf. Il volo è durato in totale sei ore e mezza e la totalità, che non era visibile dal territorio irlandese, è stata osservata intorno alle 19.15 ora locale – 20.15 in Spagna e Italia. «Siamo andati sopra le nuvole, cielo sgombro, eclissi ben visibile durante la totalità e anche per molta parte della parzialità», racconta a Media Inaf Lucia Abbo, ricercatrice Inaf a Torino. «Abbiamo belle immagini e soprattutto abbiamo acquisito i dati con E-Cormag, tutte le sequenze osservative sono state eseguite». L’analisi dei dati seguirà nelle prossime settimane, ma intanto il team è soddisfatto, oltre che emozionato (e un po’ stanco).

Osservando l’eclissi con lo strumento E-CorMag a bordo del volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf
A quell’ora, in Spagna ci si godeva ancora l’eclissi parziale, occhi all’insù, opportunamente protetti con i caratteristici occhialini di sicurezza. Meno di un quarto d’ora più tardi, alle 20.28 ora locale, il disco lunare ha oscurato completamente quello solare anche sui cieli della Galizia, al nord-ovest della Spagna, rivelando i colori della cromosfera e l’etereo alone biancastro – la corona – agli obiettivi fotografici di Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente dell’Inaf di Catania, che l’hanno osservata in un parco eolico a una cinquantina di chilometri da La Coruña. Nel capoluogo della Galizia c’era anche l’inviata Federica Loiacono dell’Inaf di Bologna, che sta raccontando come la città sta vivendo questa eclissi in un reportage pubblicato giornalmente sulle pagine di Media Inaf.

Eclissi totale di sole del 12 agosto 2026, fotografata dalla Galizia. Crediti: Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente/Inaf
Un minuto più tardi, alle 20.29, procedendo verso sud-est, la totalità è arrivata nella Castilla y Leon. Qui, nei pressi di Burgos, erano posizionati i ricercatori della missione Vento (Vulcanoid Eclipse Near-sun Test Observations) pronti a fotografare i dintorni del Sole eclissato in cerca di ipotetici asteroidi detti Vulcanoidi. Poco prima dell’eclissi totale, il Sole ha regalato uno straordinario “anello di diamante”, immortalato in una delle immagini di Albino Carbognani dell’Inaf – Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio di Bologna.

L’effetto “anello di diamante” in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos, in Spagna. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Sua maestà, la corona, in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Grani di Baily ripresi durante l’eclissi di Sole del 12 agosto 2026. Crediti: Gabriele Umbriaco e Alessio Taranto (UniBo)
«Ieri abbiamo ripreso cromosfera, protuberanze e corona solare a scopo illustrativo del fenomeno: immagini “spettacolari” come l’anello di diamante oppure quello della grande protuberanza ben visibile a occhio nudo durante la totalità» dichiara Carbognani. «Il vero focus scientifico sono state le misure del valore del background del cielo a distanze diverse dal Sole, e immagini a grandissimo campo della corona esterna che serviranno per costruire modelli di brillanza del cielo. Poi abbiamo ripreso la regione dei Vulcanoidi lungo l’eclittica con due diversi strumenti per determinare la magnitudine limite che si può raggiungere. Infine sono stati ripresi i grani di Baily ad alta risoluzione spaziale e temporale per verificare la presenza di qualche nuovo picco lunare non ancora noto. Ci vorrà un po’ di tempo per analizzare i dati e ottenere i modelli che serviranno per la vera caccia ai Vulcanoidi durante l’eclissi del 2 agosto 2027».
«La campagna ha inoltre raccolto dati sulle ombre volanti e immagini ad alta definizione della totalità, utili sia per lo studio dell’assorbimento atmosferico e del disturbo osservativo nella zona dei Vulcanoidi, sia per la divulgazione», aggiunge Alessio Taranto dell’Università di Bologna.
Poco lontano da Burgos, in provincia di Palencia, Luca Zappacosta dell’Inaf – Osservatorio Astronomico di Roma ha ripreso la corona solare nel cielo crepuscolare sopra il castello medievale di Torremormojón, ritraendo l’atmosfera spettrale che ha caratterizzato il minuto e mezzo di totalità dell’eclissi.

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 sul castello medievale di Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio Astronomico di Roma

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 fotografata da Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio astronomico di Roma
Nella campagna tra Palencia e Burgos, vicino al paese di Castrojeriz, Sandro Bardelli dell’Inaf di Bologna ha ripreso il Sole durante la fase di totalità con uno smart telescope, il Seestar 50, catturando la corona solare.
Anche un gruppo di cosmologi, riuniti per un congresso presso il monastero La Vid, vicino al comune di Aranda de Duero, ha colto l’occasione per osservare il fenomeno celeste in un campo di grano. I colori suggestivi che caratterizzano l’eclissi sono palpabili nelle istantanee che riceviamo da Carlo Giocoli dell’Inaf di Bologna e Giulia Despali dell’Università di Bologna.

Partecipanti del “Dark Sky Meeting” osservano l’eclissi vicino all’Hospedería Monasterio La Vid, in Spagna. Crediti: C. Giocoli/Inaf Oas Bologna
Nei pressi di Soria, Quirino D’Amato dell’Inaf – Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (Iaps) di Roma ha approfittato del cielo sereno per fotografare l’eclissi dal monte Valonsadero, catturando – poco prima della totalità – una mongolfiera in volo davanti al sole eclissato.

Immagine dell’eclissi di Sole del 12 agosto 2026, poco prima della totalità, scattata dal monte Valonsadero vicino Soria in Spagna; in primo piano, la sagoma di una mongolfiera. Crediti: Quirino D’Amato/Inaf Iaps
Sempre nei pressi di Soria, a Castejón del Campo, Valerio Campobasso dell’Inaf di Padova, durante un road trip con l’associazione “Cieli Stellati di Puglia”, ha trovato il luogo ideale per osservare l’eclissi, ma soprattutto storie, persone e il loro rapporto con il cielo. «Abbiamo attraversato la España Vaciada, una regione caratterizzata da paesaggi aridi e piccoli pueblos segnati dallo spopolamento causato dall’éxodo rural degli anni ‘50-’60», racconta. «A Castejón del Campo abbiamo incontrato una comunità vivace e determinata a resistere all’abbandono: una vecchia scuola, il progetto Sillas Solidarias contra la despoblación, tutto il pueblo in festa dopo l’eclissi, musica, telescopi e racconti sotto le stelle. Ci hanno accolto come amici, invitandoci a restare per la notte e portandoci la colazione il mattino dopo».

L’eclissi totale del 12 agosto 2026, ripresa da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso

Tramonto del sole eclissato, il 12 agosto 2026, ripreso da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso
Dopo un altro minuto, la totalità è arrivata anche sull’isola di Minorca, alle 20.30. Qui, a Ciudadella, sulla costa ovest di Minorca, si trovava Antonio Maggio dell’Inaf di Palermo insieme a un gruppo di astrofili guidato da Alberto Villa, responsabile della nuova sezione astroturismo dell’Unione astrofili italiani.

Osservando l’eclissi solare del 12 agosto 2026 sull’isola di Minorca. Crediti: A. Maggio/Inaf Palermo

Istanti prima dell’eclissi totale, dall’isola di Minorca. Crediti: Alberto Villa. Riprese effettuate nel viaggio a Minorca organizzato da Associazione Astrofili Alta Vardera (AAAV) e Samovar Viaggi.
Un altro minuto ancora: sono le 20.31 e l’eclissi è totale anche a Palma de Mallorca, dove Marco Mastrofini e Giuliano Raeli dell’Inaf Osservatorio astronomico di Roma la stavano aspettando sul mirador (punto panoramico) di Cala de ses Ortigues, location scelta per le caratteristiche del paesaggio, e perché le autorità locali hanno ristretto e contingentato tutte le aeree più ambite dell’isola. «Dopo un’estenuante attesa che ci ha accompagnato per 12 ore, la ricompensa è stata la sensazione primordiale che l’eclissi nel momento della totalità ha portato con sé», commentano i due ricercatori. «Buio, silenzio assoluto (anche le cicale hanno smesso di cantare) e quando si è incendiato il contorno della Luna tutta la cala si è risvegliata sotto il suono delle trombe delle navi sottostanti. Il bagaglio emozionale che ci portiamo dietro è di dimensioni enormi».

L’eclissi durante la fase parziale, osservata dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

La corona solare durante la totalità, ripresa dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

L’eclissi al tramonto dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma
Dopo un altro minuto, la totalità è giunta anche all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, duemila metri di quota, in provincia di Teruel. Due inviate speciali dell’Inaf, Federica Duras e la sottoscritta, hanno raccontato l’eclissi vissuta da questo luogo eccezionale nel podcast in cinque puntate “Totalità. Diario di un’eclissi di sole”.

Sequenza dell’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 ripresa con un Seestar 30 Pro dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre. Crediti: Inaf/C. Mignone

Gli ultimi raggi di sole filtrano attraverso il profilo delle montagne lunari prima della fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Protuberanze solari e la corona durante la fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

L’eclissi totale, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Il sole parzialmente eclissato tramonta dietro le montagne della Sierra de Javalambre, in Spagna. Crediti: Federica Duras/Inaf
Qui, oltre alle dirette dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e del planetario di Berlino, c’è anche un esperimento scientifico in corso, guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica in collaborazione con il Cnr di Padova e l’Università di Firenze. Un team di fisici solari ha messo alla prova, per la prima volta e con successo, lo strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un nuovo concetto di spettrometro per studiare la corona solare basato su una fenditura circolare a raggio variabile. «È andata benissimo, oltre le aspettative. Tutto ha funzionato come doveva: spettrometro, montatura, software e non ultimo il meteo!», scrive Federico Landini, ricercatore Inaf a Torino e principal investigator dell’esperimento, mentre rientra verso l’Italia in furgone con a bordo lo strumento. «Abbiamo ottenuto il primo spettro circolare della corona. Negli 87 secondi di durata della totalità abbiamo acquisito spettri completi della corona fra 525 e 670 nanometri per tre diverse altezze eliocentriche: 1.1, 1.2 e 1.3 raggi solari».

Il team dell’esperimento Ciss (Circular Slit Spectrometer) dopo aver misurato lo spettro radiale della corona solare durante l’eclissi del 12 agosto 2026 all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: C. Mignone/Inaf
Infine, alle 20.33, la totalità è giunta anche a Ibiza, dove Giacomo Carrozzo, Fabrizio Oliva e Andrea Raponi dell’Inaf Iaps hanno immortalato l’eclissi dal faro dell’isola.
In Italia, questa eclissi di Sole è stata parziale, superando il 90 percento di oscuramento del disco solare nelle regioni più settentrionali e occidentali del paese, senza mai raggiungere la totalità ma non per questo riscuotendo meno interesse da parte del pubblico. Arrivederci, dunque, alla prossima eclissi, che dall’Italia sarà sempre parziale – ma di più facile fruizione, la mattina. Dalla fascia di totalità, che taglia il Mediterraneo passando per il sud della Spagna e tutto il Nord Africa, culminando in Egitto e volgendo al termine in Medio Oriente e Corno d’Africa, si preannuncia un’esperienza ancor più spettacolare: al contrario della breve eclissi di ieri (un minuto e mezzo, due minuti al massimo tra Islanda e Groenlandia), l’eclissi totale del 2 agosto 2027 durerà infatti tra i quattro e i sei minuti. E, per fortuna, c’è da aspettare poco meno di un anno.

Osservazione pubblica dell’eclissi parziale di sole al velodromo di Pianoro, vicino Bologna. Crediti: A. De Blasi/Inaf Oas Bologna
Per saperne di più:
Scuola, lavoro, sapere e orientamento sindacale
Lavorando nella scuola, difficilmente si riesce a sfuggire alla netta impressione, che solo a volte riesce a farsi piena consapevolezza, del suo declino. Il senso comune tende normalmente ad attribuirlo alla perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità, dividendosi poi, abbastanza prevedibilmente, nell’individuazione dei colpevoli di questa decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.
Sarebbe forse più interessante, al posto di questa disputa da cortile, interrogarsi sul rapporto tra il declino dell’istituzione scolastica e l’affermazione di una società nella quale il principio organizzativo di ogni aspetto della vita è sempre più costituito dalla logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione.
La domanda, allora, può essere rovesciata: perché una società dovrebbe riconoscere autorevolezza a un’istituzione alla quale ha progressivamente sottratto una funzione culturale autonoma?
Ciò che il sistema produttivo richiede oggi alla scuola non è, in primo luogo, la formazione di persone dotate di un sapere ampio e articolato, ma la produzione di lavoratrici e lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente alle trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto meno incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano il senso e l’organizzazione complessiva della realtà nella quale sono chiamate a operare.
In questo quadro, un sapere solido, disciplinare o meno, rischia di apparire non soltanto inutile, ma persino dannoso. Il sapere, quando non si riduce al possesso di informazioni o di abilità immediatamente spendibili, permette infatti una maggiore comprensione dei fenomeni sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in discussione l’ordine esistente.
Non viene trasformato soltanto ciò che si insegna. Cambia contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i docenti diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti clienti di un’agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati. Entrambi perdono autonomia all’interno di una macchina fortemente tecnicizzata, nella quale acquistano centralità procedure, protocolli, certificazioni, indicatori e griglie.
È in questo contesto che andrebbe affrontata anche la questione delle competenze, diventata uno dei bersagli classici dello scontento docente.
Il paradigma delle competenze era faticosamente emerso anche dal tentativo di superare le macerie polverose della scuola liberale e gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e capace di funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L’idea che conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si conosce, mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla comprensione di situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.
Il problema, quindi, non è che le competenze abbiano sostituito le conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le competenze quanto le conoscenze sono state trasformate.
Un paradigma costruito anche nel tentativo di superare un modello scolastico classista ed escludente è stato progressivamente piegato alla costruzione di una scuola che esegue protocolli e compila griglie. La competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il sapere per comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di fornire una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro immediata spendibilità.
Per questo fare delle competenze il nemico rischia di essere una comoda scorciatoia. Significa attribuire a un paradigma pedagogico una trasformazione che ha invece radici materiali molto più profonde. E rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola precedente che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva, classista ed escludente.
La contrapposizione tra scuola delle conoscenze e scuola delle competenze finisce così per nascondere il problema invece di chiarirlo. Una conoscenza può costituire uno strumento di emancipazione, ma può anche essere il capitale culturale attraverso il quale una scuola selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può significare autonomia nell’uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire efficacemente un compito assegnato.
La questione decisiva è un’altra: quale funzione sociale attribuiamo al sapere?
Quando il sapere viene subordinato alle necessità immediate del sistema produttivo, il costrutto delle competenze perde la propria capacità di mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle conoscenze e diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è una scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo nel tentativo di superarla.
È un quadro scarsamente rimediabile dall’interno dell’istituzione scolastica. La trasformazione della figura docente in esecutore di procedure e di quella studentesca in cliente di un’agenzia formativa ha sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole in una macchina nella quale l’autonomia viene progressivamente sostituita dalla conformità alle procedure.
Per questa ragione, la domanda di una formazione più complessa e articolata non può provenire soltanto dalla scuola. Può nascere solo da una necessità sociale più complessiva.
Ed è qui che il problema diventa inevitabilmente anche sindacale.
Il problema non è soltanto difendere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. È capire da che cosa dobbiamo difenderli. Perché una stessa condizione materiale – salari bassi, perdita di autonomia, burocratizzazione crescente, svalutazione professionale – può produrre interpretazioni politiche molto diverse.
La frustrazione di chi lavora nella scuola può tradursi nella richiesta di maggiore autorità, nel rimpianto per una scuola più selettiva, nell’insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto delle competetenze, dell’inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica identificata con il declino dell’istituzione. È una reazione comprensibile di fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma trasformare questa reazione in una prospettiva sindacale significherebbe scambiare ancora una volta gli effetti per le cause.
Un sindacato può rivendicare lo status perduto di una professione oppure rivendicare potere per chi quella professione esercita. Non sono la stessa cosa.
Nel primo caso si chiederanno prestigio, autorità, riconoscimento sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo salario e riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla riduzione della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla possibilità di decidere collettivamente sull’organizzazione della scuola e al rifiuto della sua riduzione ad agenzia di addestramento alle necessità del mercato.
Come mi è già capitato di scrivere, la figura docente non può pensare alla trasformazione del proprio ruolo e, più prosaicamente, all’aumento del proprio reddito in forma corporativa, estraniandosi dalla società nella quale svolge il proprio lavoro.
La condizione materiale del lavoro docente non è infatti separabile dal valore che una società attribuisce alla formazione e, ancora più a monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema produttivo richiede.
Un sistema economico che fa largo affidamento su lavoro povero, flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha poco interesse a garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca automaticamente bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma perché un’organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale di lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità, disponibilità e competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno bisogno di autonomia culturale e della capacità di interrogare criticamente l’organizzazione nella quale si è inseriti.
Il rapporto causale, allora, va forse letto anche nella direzione opposta a quella abituale. Non è soltanto la svalutazione della scuola a produrre la svalutazione del lavoro docente. È la svalutazione generale del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro e, di conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.
I dati aiutano a dare una misura materiale del fenomeno. Secondo l’OCSE, nei paesi che ne fanno parte gli stipendi effettivi degli insegnanti della scuola primaria e secondaria si collocano mediamente tra l’83 e il 91 per cento dei redditi dei lavoratori con un analogo livello di istruzione. In Italia il divario è assai più marcato: nella scuola secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i 54 anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre dal 2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono cresciuti in termini reali mediamente del 14,6 per cento nell’area OCSE, in Italia sono diminuiti del 4,4 per cento.*
A quel punto non dovrebbe stupire che la scelta di lavorare nella scuola venga sostenuta soprattutto dalla passione per il lavoro educativo o, più prosaicamente, dalla mancanza di alternative migliori.
Ma proprio qui la questione smette di essere soltanto salariale e, soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.
Se si vuole restituire valore economico e sociale al lavoro di chi insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il valore sociale di ciò che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è decidere se la scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo nel quale vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente sulla realtà.
Per un sindacato di base questo significa, credo, assumere fino in fondo una scelta: essere il sindacato di una professione che rivendica il proprio status oppure essere un sindacato del lavoro che agisce nella scuola.
La battaglia per il salario e per le condizioni di lavoro nella scuola non può quindi essere separata dalla battaglia per salari più alti, maggiore autonomia e maggiore capacità contrattuale dell’insieme del lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere con la nostalgia per una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo le appartenenze sociali.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire quando parliamo del declino della scuola. Non chiedendoci semplicemente come restituire autorità agli insegnanti o come restaurare la scuola di un tempo. La domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno di una scuola autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di produrre non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado di comprendere criticamente l’ordine esistente e, quando necessario, di immaginarne uno diverso.
* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori con istruzione terziaria.
Stefano Capello
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Il sopralluogo alla Torre de Hércules (vedi puntata di ieri) ha dato esito negativo. Due poliziotti interpellati sulla fruibilità della zona durante l’eclissi hanno tranciato di netto ogni qualsivoglia intenzione della sottoscritta di recarvisi questa sera. L’area, magnifica, essendo patrimonio Unesco verrà chiusa da ogni lato per evitare che – il poliziotto imita il gesto con le mani visto il mio sguardo disorientato dinanzi a un irripetibile verbo spagnolo – la gente metta tutto in subbuglio.
In compenso, mentre andavo via, mi sono imbattuta in una bancherella che esponeva un ricco assortimento di occhiali, evidentemente non da eclissi.

Occhiali non da eclissi su una bancherella nei pressi della Torre de Hércules (La Coruña). Crediti: F. Loiacono
I poliziotti però, notata la mia non celabile delusione, mi hanno detto che posso consolarmi ammirando il fenomeno dal lungomare. Dato l’imponente afflusso di gente che si prevede la sera dell’evento, la strada sarà chiusa al traffico. Nonostante la fitta copertura di nubi riscontrata al mattino (vedi sempre qui), il cielo ora è limpido e il Sole esattamente ventiquattr’ore prima dell’eclissi sfolgora indomito, senza impedimento di nuvola alcuna.
Mentre mi accingo a percorrere questo serpentone dorato che è il lungomare di La Coruña al tramonto, che a questo punto sarà il luogo eletto per contemplare il nascondimento, mi faccio compagnia con una playlist di canzoni confezionata per l’occasione.
Qualche giorno prima di partire, mentre trovavo nelle quiete acque di Palese, quartiere nord di Bari, effimero ristoro alle temperature roventi che hanno afflitto la nostra penisola la scorsa settimana, vengo raggiunta da un verso. Verso ascoltato e urlato innumerevoli volte, ma che alla luce dell’imminente partenza si caricava di un significato nuovo, inedito, imprevisto.
Da quel verso piombato all’improvviso ho messo in piedi, anche grazie al prezioso aiuto di amici e familiari, una playlist dedicata all’evento e che qui vi sottopongo. Fenomeno è infatti l’eclissi che travalica i limiti astronomici per conquistare posizioni inattese in ambiti altri delle cose umane. La musica in particolare ne ha abusato, producendo metafore talvolta audaci, come testimonia il vasto assortimento di canzoni che tirano in ballo più o meno direttamente l’oscuramento della nostra stella da parte della Luna.
E proprio grazie alla Luna ci inoltriamo in questa rassegna. Non è il nostro satellite bensì «qualcuno che conosco» a oscurare la luce dell’amata in “Qualcosa di grande” dei Lùnapop, hit che si aggiudicò l’edizione del 2000 del defunto Festivalbar, e a cui appartiene il verso che mi ha raggiunta in acqua. Tiriamo nuovamente in ballo il gruppo bolognese dopo la puntata di ieri. La constatazione dell’irreversibile eclissi dell’oramai ex-fidanzata culminerà nella sfidante asserzione «E ora provaci dal buio/A brillare senza me».
All’eclissi i Subsonica dedicheranno nientemeno che un intero album nel 2007, denominato per l’appunto “L’eclissi”. A differenza del brano di Cremonini e compagni, il fenomeno astronomico qui evoca splendore: «Nel cuore di un’eclissi tu risplenderai» (il pezzo è “Il centro della fiamma”).
Dolentissima ritroviamo l’eclissi nelle parole di Carmen Consoli («Ennesima eclisse tra un dolore e un altro», “Ennesima eclisse”), mentre protagonista di un connubio fusionale quanto tormentato è quella di Paola Turci in “Eclissi” («Luna e sole, che bel male/da toccare fino ad annullarsi»). In un pezzo omonimo, in quanto a scenari funesti che riguardano l’umanità tutta, non scherza Ginevra Di Marco, come ancora i Subsonica («L’eclissi di una sazia e spenta civiltà», “La glaciazione”).
C’è chi invece elegge il momento dell’eclissi per avanzare richieste di varia natura – ci si chiede lecitamente perché ciò non venga fatto in altre circostanze. Parliamo di “Eclissi” di Gianluca De Rubertis («E mentre guardavo l’eclissi/Non devi partire ti prego ti dissi») e “L’eclisse” di Cristina Donà («Salvami dalla realtà quando arriva l’eclisse»). C’è poi chi – vedi Salmo nella recente “Eclissi”, tanto per cambiare – attribuisce al fenomeno astronomico le incomprensioni che affliggono certe nostre relazioni («È inutile capirsi, è colpa dell’eclissi»). Ci pensa Tananai a riscattare l’allineamento di Sole, Luna e Terra con una dichiarazione d’amore e un dubbio accostamento («Ti amo come si amano i rave e le eclissi» in “Rave, Eclissi”).
Menzioniamo chi il Sole non lo trova più («Mi chiedo dove mai/sia finito il sole», si domandano i Negramaro in “Sole”), chi se lo dimentica («Con l’eclissi totale si scorda il sole», per delucidazioni chiedere ad Anna Oxa in “Eclissi totale”) e chi lo vuole indietro (Zucchero in “Ridammi il sole”). Sul fatto che il Sole non debba proprio farsi vedere non hanno alcun dubbio i Ministri, vedi “Il Sole (È Importante Che Non Ci Sia)”.

La Torre de Hércules, di origine romana, è il faro più antico al mondo ancora in funzione. L’area attorno alla torre sarà chiusa durante l’eclissi. Crediti: F. Loiacono
Tetro come nelle eclissi diventa il nostro astro quando a chiamarlo in causa sono i Litfiba (“Sole nero”) ma anche gli Snap-Out, con una canzone omonima, o i Formula 3 nelle brutte giornate («Sole giallo, sole nero/giorni belli e giorni no», “Sole giallo, sole nero”). In quanto a cupezza non scherza anche il sole evocato dai Timoria in “Sole spento” («Come in un sole in cui sentire freddo»). A disattivare la nostra stella ci aveva già pensato una quarantina d’anni prima chi rubò il cuore di Adriano Celentano («Si è spento il sole, chi l’ha spento sei tu», “Si è spento il sole”).
Non mancano le incursioni nel cinema – sulla filmografia legata al tema ci sarebbe da scrivere un articolo a parte –, con la frizzante “Eclisse Twist” interpretata da Mina, che ci porta dentro il celebre “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni.
A generare l’oscuramento di un quartiere romano sarà Corviale, gigantesco complesso residenziale che s’innalza come maestosa astronave in “Eclissi di periferia” di Max Gazzè.
Infine, in “Replay” di Samuele Bersani l’eclissi è assoluta: persino la luna sparisce.
Mi astengo in questa sede da una disamina su come la musica internazionale si sia approcciata al tema in oggetto: la già folta carrellata diverrebbe oltremodo verbosa e illeggibile. Nella playlist che trovate alla fine dell’articolo ho incluso qualche brano (imprescindibile) di provenienza estera. Mentre leggete vi vengono in mente altri pezzi? Proponeteceli!

Un gruppo di bagnanti improvvisa una partita di calcio lungo la spiaggia cittadina mentre il Sole si nasconde. Crediti: F. Loiacono
Dal lungomare di La Coruña lo scenario è magnifico. Un folto gruppo di individui improvvisa una partita di pallone sul bagnasciuga. Il Sole è stato appena inghiottito dalle famigerate nuvole basse, tanto temute in questi giorni, mentre una nube grassa e veloce, impensabile fino a un’oretta fa, ha divorato buona parte del cielo a sud-ovest.
Questa è l’incertezza che avviluppa la Galizia tutta. Male che vada, se il Sole se lo mangerà una nuvola, se annegherà nella foschia, o il nostro appuntamento fallirà per altre insondabili ragioni, questa notte ci sarà (più d’) una canzone da cui tornare.
La playlist dell’eclissi di Media Inaf (disponibile anche su Spotify):
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Riceviamo e pubblichiamo, a seguito della manifestazione dell’8 agosto. – La Redazione web
Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza.
In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte.
In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto.
Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno.
Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo.
In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità.
Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati.
E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo.
Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa.
Assemblea No Ponte
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Microsoft today released updates to remedy at least 398 security vulnerabilities in its Windows operating systems and supported software, including one weakness that is already being actively exploited and two others that were publicly detailed prior to today.

Image: Shutterstock, Mallika Home Studio.
August’s overstuffed bundle of patch joy from Microsoft did not eclipse its recording breaking release of more than 570 security updates last month, but it is double June’s then-record batch of nearly 200 fixes. Microsoft has attributed the recent patch deluge to vulnerability discoveries aided by artificial intelligence, and experts roundly agree that Windows users should get used to the idea of Patch Tuesdays (the second Tuesday of each month) covering hundreds of newly discovered security flaws.
Fully 42 of the 398 flaws that Microsoft patched today earned Redmond’s most-dire “critical” rating, meaning they are severe enough that malware or malcontents could exploit them to gain remote control over a Windows computer with little to no help from the user.
The sole known “zero day” bug fixed by Microsoft this month is CVE-2026-68820, a privilege escalation weakness in a core Windows component called afd.sys, which the security firm Automox describes as “the driver behind Windows socket connections on effectively every endpoint.”
“This isn’t a front-door bug,” Automox’s Landon Miles wrote in a Patch Tuesday blog post. “It’s step two in a chain: an attacker phishes their way into a low-privilege foothold, then uses the driver flaw to take the box. The 7.0 score reflects the high attack complexity, because race conditions are fiddly. The exploit has to be thrown over and over until the timing lands. Someone is clearly landing it anyway.”
CVE-2026-62832 is another privilege escalation flaw that Microsoft has labeled likely to be exploited; this flaw, in the Windows User Profile Service, may be related to the recent “LegacyHive” public disclosure from the prolific bug hunter known as Nightmare Eclipse. The other publicly disclosed flaw is CVE-2026-72971, a low-impact local tampering vulnerability that Microsoft reckons is unlikely to be exploited.
Other major software makers are likewise increasing their patch volumes and cadence thanks to AI, including Adobe which last month moved to twice-monthly security bulletins published on the 2nd and 4th Tuesday of each month. Cisco, Google, Mozilla and Oracle also are shipping updates far more frequently and abundantly.
By all accounts, AI is quite good at finding security holes in software. But for now at least, patching the resulting bugpocalypse remains a heavily human-centric endeavor, and the jury is still out on whether AI technologies will turn out to be as good at fixing vulnerabilities as they are at finding and exploiting them. This is an important question when one considers that these same AI technologies also are suggesting fixes for the vulnerabilities they find.
Researchers at 1Password recently examined what happens when different large language models (LLMs) generate vulnerability patches for newly disclosed, complex vulnerabilities. They found the LLMs produced patches that failed to fix the flaw or added a new weakness in the process (or both) more than half the time.
Ed Skoudis, president of the SANS Technology Institute, said his team has seen excellent results using AI to generate patches, provided there are humans in the loop to test the suggested fixes and push for iterative improvements.
“AI is rapidly becoming astonishingly good at finding vulnerabilities, but this research shows that fixing them is a very different problem,” Skoudis wrote in a SANS newsletter today. “Don’t expect one-shot AI patching to work reliably. Instead, iterate, test, challenge, improve, and verify. AI can be an extraordinary patching partner, but today it still needs a skilled human at the keyboard.”
Tyler Reguly at Fortra says while reports of Microsoft patching hundreds of vulnerabilities in one go have prompted some organizations to try to patch faster, it’s important to bear in mind that only one of the almost 400 bugs addressed today is known to be actively exploited. Reguly suggested security leaders check in with their teams to see how they’re handling the increasing workloads, which often involve testing fixes before deploying them in production environments.
“If you’re a chief security officer talk to your teams about how they are shifting or modifying their workflows to better accommodate the patching shift that we’re seeing and support them across various organizational units by enabling the changes they want to see made,” Reguly said. “There’s no need to rush these updates, no matter what various vendors and organizations try to tell you. You need to make sure that you are rolling out safe updates that will not negatively impact your systems.”
Speaking of the humans behind the keyboards, don’t neglect to backup your system and/or data before applying this month’s monster patch load. The day after each month’s Patch Tuesday is sometimes derisively referred to as Reboot Wednesday, but it generally doesn’t hurt to wait a few days to apply these huge update bundles because it sometimes takes a couple of days for the occasional misbehaving patch to get ironed out properly by Microsoft.
For a clickable, per-patch breakdown by severity and urgency, check out this roundup from the SANS Internet Storm Center.

È stato testato a lungo in laboratorio, poi osservando la Luna nelle ultime settimane di luglio. Infine è stato impacchettato, caricato su un furgone e trasportato dall’Italia, attraverso la Francia, fino alla Sierra de Javalambre, in Spagna. Qui, la prova finale: osservare la corona solare durante l’eclissi totale del 12 agosto.

Il team scientifico con lo strumento CISS allestito per le osservazioni dell’eclissi all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Da sinistra: Federico Landini (Inaf Torino), Fabio Frassetto (Cnr Padova), Lapo Casetti (Università di Firenze), Valeria Caracci (Inaf Torino).
Parliamo dello strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un prototipo ideato da Federico Landini dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e finanziato con un large grant Inaf nel 2024. Si tratta di un concetto ottico innovativo, per realizzare spettri di sorgenti astronomiche utilizzando una fenditura circolare a raggio variabile, al posto della classica fenditura lineare – quella degli esperimenti di fisica classica che conosciamo dai libri di scuola – e un reticolo a righe anch’esse circolari e concentriche.
Il progetto, una collaborazione tra Inaf di Torino, Cnr – Istituto di fotonica e nanotecnologie di Padova, Università di Firenze e Inaf di Napoli, prevede lo sviluppo di un prototipo di tecnologia testata e convalidata in laboratorio – quello che in gergo si chiama technology readiness level 4. Una volta validato, lo strumento, che adesso è predisposto per le osservazioni in luce visibile, potrà essere esteso anche all’ultravioletto, in vista di future missioni spaziali dedicate allo studio del Sole. Il concetto nasce infatti dalla fisica solare, ma può essere applicato a qualsiasi altra sorgente a simmetria circolare – in astrofisica, non mancano.
Per scoprire i dettagli di questo ingegnoso esperimento, abbiamo intervistato Federico Landini, che al momento si trova presso l’Observatorio Astrofisico de Javalambre, nella provincia di Teruel, una delle aree meno densamente popolate della Spagna, con cieli tra i più bui d’Europa. Insieme ad altri componenti del team scientifico, è in attesa che la meccanica celeste faccia il suo corso e, con un pizzico di fortuna, regali alla spedizione una splendida eclissi di Sole.
Dottor Landini, perché progettare e costruire un nuovo concetto di spettrografo? Non andavano bene quelli già esistenti?
«Ciss è un prototipo per studiare lo spettro della corona solare e anche la dinamica della corona, che si sviluppa su tempi scala dell’ordine di minuti, ore. Con la fenditura circolare a una certa distanza dal centro del Sole, si ottiene uno spettro completo della corona, poi cambiando il raggio della fenditura si vanno a mappare regioni a distanza diversa dal centro del Sole. Questo riduce di almeno almeno un ordine di grandezza il tempo scala necessario per ottenere uno spettro completo della corona.
L’unico spettrometro ultravioletto che ha funzionato nello spazio finora e ha dato risultati importanti è stato l’UltraViolet Coronagraph Spectrometer (Uvcs), operativo sulla missione spaziale Soho tra il 1995 e il 2009. Per mappare uno spettro della corona impiegava una giornata, perché si basava sul concetto classico di fenditura lineare che veniva spostata sulla corona in modo da misurare lo spettro di regioni a distanza diversa dal centro del Sole: poi veniva effettuata una rotazione dell’intero strumento per andare a coprire angoli diversi, e questo richiede tanto tempo».
A che cosa serve la spettroscopia solare?
«La spettroscopia della corona solare ci consente di studiare la composizione chimica della corona, da cui possiamo dedurre le abbondanze degli elementi. Una volta note quelle, è possibile andare a comprendere meglio la fisica dell’intera corona e dei fenomeni che avvengono in questa regione. La corona è la sede di tutte le esplosioni e le manifestazioni eruttive che hanno un’influenza sull’intera eliosfera, e possono influenzare da vicino anche la vita sulla Terra».
È necessario testare lo strumento durante un’eclissi di Sole?
«Dopo la validazione in laboratorio, l’ideale è testare lo strumento sul campo, osservando la sorgente astronomica di interesse, cioè la corona solare. Da terra, la corona si può osservare solo durante un’eclissi, quando la fotosfera del Sole è occultata dalla Luna, perché è molto tenue: sei ordini di grandezza più debole rispetto alla fotosfera nelle lunghezze d’onda del visibile. Si potrebbe fare anche con un coronografo, lo strumento che simula un’eclissi di Sole, ma in quel caso avremmo dovuto costruire due strumenti, il nostro prototipo più un coronografo, con gli stessi fondi. È chiaramente più facile sfruttare un’eclissi di Sole, visto che se ne verifica una in Europa proprio durante l’arco del progetto».
Com’è nata l’idea di Ciss?
«L’idea è nata quando ho capito come funziona, veramente, uno spettrometro. Partiamo da uno spettrometro lineare: ha una fenditura attraverso cui passa un pennello di luce che arriva su un reticolo lineare a righe parallele. Queste, a loro volta, disperdono l’informazione che arriva dalla fenditura su un piano. Qui, per ogni punto di quella fenditura, abbiamo una certa scomposizione della luce nelle varie lunghezze d’onda. Quando ho capito che la fenditura serve a selezionare una porzione mono-dimensionale dell’oggetto di osservazione, mi sono detto: ma perché per la corona solare non si utilizza una fenditura circolare, in modo da coprirla tutta? Riduce comunque le dimensioni a una sola e si ha uno spettro radiale anziché uno spettro lineare».
Può spiegarci meglio?
«Supponiamo di avere una fenditura circolare, anziché lineare, e di ingrandire una piccola porzione di questa fenditura fino a che non diventa lineare: il funzionamento è lo stesso. Da quel pezzettino di fenditura lineare che però fa parte della fenditura circolare arriva un pennellino di luce su una porzione lineare del reticolo circolare. Questa radiazione viene dispersa perpendicolarmente alla direzione del reticolo e quindi radialmente, perché quella porzione lineare del reticolo circolare è tanto ingrandita. Quindi sul piano focale avremo tanti cerchi concentrici, ognuno corrispondente a una riga spettrale».

Test dello strumento Ciss (Circular slit spectroscopy) sulla terrazza dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, a Firenze.
Ci può raccontare i primi passi del progetto?
«C’è stato un primo prototipo di cartone che ho realizzato quattro anni fa con una scatola di risulta, in cui avevo ricavato la fenditura circolare, usando un CD come reticolo. Il concetto funzionava, così abbiamo fatto domanda ai bandi Inaf per la ricerca fondamentale, il progetto è stato finanziato e l’abbiamo finalmente realizzato. Lo strumento è stato assemblato nei laboratori Luxor del Cnr di Padova, è stato allineato ed è stata ottenuta la prima luce a giugno. Quindi lo strumento è già stato validato: funziona, produce spettri radiali sul piano focale come ci aspettavamo. È stato anche calibrato, identificando a quale lunghezza d’onda corrispondono i vari cerchi concentrici sul piano focale. A fine luglio, abbiamo fatto una serie di test di puntamento all’Osservatorio di Arcetri con la Luna, perché la Luna piena ha un’irradianza che è comparabile a quella della corona solare».
Perché avete scelto proprio questo luogo per osservare l’eclissi?
«L’Observatorio Astrofisico de Javalambre è il candidato ideale perché, oltre a trovarsi nella striscia di totalità, è a duemila metri di altezza sul livello del mare, il che riduce un po’ la probabilità di avere copertura del cielo. Inoltre facilita un po’ tutta la logistica, perché ci consente di avere accesso alle facility dell’osservatorio, di avere un piano in cui posizionare lo strumento, di avere accesso alla corrente elettrica senza doversi portare generatori. E ha una visuale aperta a occidente, dove tramonta il sole: quindi è un luogo che mette insieme diversi vantaggi».
Com’è stato il viaggio?
«Siamo partiti venerdì scorso con il furgone da Firenze, abbiamo fatto una prima tappa a metà della costa francese, poi ci siamo fermati un’altra notte a Valencia e domenica mattina siamo arrivati a Javalambre».
Adesso, in attesa della prova del nove, quali sono le attività che vi tengono impegnati?
«Siccome la zona è un po’ ventosa, abbiamo costruito un box sul piazzale dell’osservatorio, con il permesso del direttore, per proteggere dal vento lo strumento. In queste notti siamo impegnati con il modello di puntamento, ci stiamo preparando osservando alcune stelle note, testando qualche qualche sequenza osservativa. E poi si spera che non sia nuvoloso il giorno dell’eclissi!».
E il futuro?
«Il prototipo al momento è stato realizzato nelle lunghezze d’onda del visibile, perché è più facile da assemblare in laboratorio, non c’è bisogno di andare in vuoto. L’idea è, una volta validato il principio, rifare un altro prototipo, però dedicato all’ultravioletto. La corona solare, per via della sua temperatura di milioni di gradi, ha uno spettro di emissione particolarmente importante nell’ultravioletto. Questo ci permetterà di proporre una futura missione spaziale con uno strumento di questo tipo a bordo: mi piacerebbe iniziare con una missione piccola, per esempio un razzo sonda, per dimostrare che tutto funziona, e poi passare a una missione più importante, come una small o medium class dell’Agenzia spaziale europea».

Lorenzo Cocola dell’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr di Padova con lo strumento Ciss, integrato nei laboratori Luxor. Crediti: F. Landini (Inaf)
Metterete in campo lo strumento anche durante la prossima eclissi di Sole, quella del 2 agosto 2027?
«L’eclissi del 2027 avviene allo zenit e dura oltre sei minuti, quindi è una bella eclissi, una delle più lunghe del secolo. Peraltro interessa zone in cui c’è pochissima nuvolosità, nel Nord Africa. Sono zone con tanto sole, anche se magari logisticamente sarà più difficile organizzare una spedizione. Se riusciremo a ottenere dei fondi, chiaramente proveremo lo strumento anche nel 2027».
Guarda l’intervista a Chiara Casini e Valeria Caracci sul canale Youtube di Media Inaf:
Per saperne di più:
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

L’11 agosto del 1999 si è verificata l’ultima eclissi di Sole visibile da non trascurabili porzioni del territorio europeo. Dall’Italia la Luna ha occultato solo parzialmente la nostra stella. La percentuale di oscuramento variò tra il 95 per cento nel nord della penisola e il 65 per cento nelle isole maggiori.
Noi cosa facevamo in quei giorni lontani, sul finire degli anni ‘90? Era estate e un giovane Cremonini mechato di rosso imperversava in radio conducendoci su fiabeschi colli bolognesi, favolosi per me, bimbetta di otto anni cresciuta nella provincia barese, per la quale una città del Nord si collocava alla stessa inaudita distanza di una galassia lontana, e nell’inconsapevolezza di noi tutti che mai avremmo giurato che quel pezzo ci saremmo ritrovati a ballarlo a ogni compleanno, matrimonio, festa qualsiasi nei ventisette anni successivi.
Interrogato rispetto all’album “Ciao”, uscito nel settembre del ’99, Lucio Dalla non mancò di citare l’eclissi, tra gli avvenimenti che scandirono quella fine di millennio: «Ciao alla confusione, ciao al secolo che finisce: con tutto quello che è successo quest’anno, guerre, eclissi, terremoti, vittime, previsioni di fine del mondo, tutto come un groviglio multimediale, uno scontro di luci… ed io lì, nel centro, ad intercettare ogni cosa, perché non potrei mai restare passivo o indifferente».
L’eclissi avvenne alle undici di un mercoledì mattina.
Di come mi apparve il fenomeno e di quale emozione provocò in me, non ricordo nulla. Quello che ricordo benissimo invece fu lo sforzo per procacciarsi un dispositivo che consentisse la visione dell’attesissimo evento. Dispositivo che nel mio caso consistette in un vetro da saldatore, sfoggiato con orgoglio da mia sorella sulla tovaglia immacolata a fine pranzo, e che ci aveva procurato il giorno prima Giovanni, il meccanico nostro vicino di casa. Quella mattina, come ogni giorno di quelle estati a ridosso del 2000, stavo giocando con altri bambini per la strada quando rincasai per assistere al prodigio. Bisognava esserci quel giorno, questo ricordo. Voi dov’eravate?

Particolare dell’Estadio Municipal de Riazor, stadio della squadra di casa, il Deportivo La Coruña. Crediti: F. Loiacono
Ventisette anni dopo a La Coruña tira aria di vigilia. Quando stamattina ho aperto gli occhi, il cielo era compatto, londinese. Adesso timidi raggi di sole stanno aprendosi varchi sempre più significativi, e congiuntamente a essi si avverte una crescente quota di umidità. Per domani, le previsioni parlano di cieli incerti. Sereno, foschia, nubi basse, sereno, questa fastidiosa incostanza è quel che riportano noti siti web sulle condizioni meteorologiche. Io sto andando a fare un sopralluogo dalle parti della Torre de Hércules, un faro di costruzione romana e, leggo su Wikipedia, il più antico al mondo ancora in funzione, per verificare che la zona circostante sia adeguata alla visione dell’eclissi. Il receptionist del complesso di appartamenti in cui soggiorno mi ha suggerito Monte de San Pedro come invitante punto di osservazione, dalla parte opposta della città. Secondo lui ci vuole una mezz’ora di ascesa, ma dato che ieri mi ha riferito un tempo per raggiungere il supermercato che poi, nella pratica, si è rivelato il triplo dello stesso, guardo il suo consiglio con una certa ritrosia.
Ieri sera, sfinita dai passi, dall’ansia di perdere la coincidenza all’aeroporto di Madrid causa vicissitudini Schengen, e dalle cinque ore di sonno della notte precedente, ritrovavo me stessa cenando in un posto denominato El Templo del Gol, situato evidentemente nei paraggi dello Stadio Riazor, santuario del Deportivo La Coruña. Mangio polpette di jamón serrano mescolato a un formaggio indecifrabile mentre assisto all’ossimoro dato da cinque attempate signore, manifestamente più vispe della sottoscritta a partire dai vestitoni coloratissimi sfoggiati al tavolo di fronte, dinanzi a copiosi quantitativi di birra e un gioco di carte non identificato, mentre i Daft Punk sullo schermo in alto suonano a bomba questo pezzo qui. Pezzo cui segue una ballata – a me ignota quanto i suoi esecutori – della band messicana Maná, il cui frontman, mi auguro per stanchezza, avevo confuso con un giovane Gianluca Grignani.
Quando esco è ancora giorno e la città anche a uno sguardo disattento si rivela spalmata di manifesti che anticipano l’evento di domani. Alle fermate degli autobus sovente capita di imbattersi in una locandina dell’Odissea che stranamente non è quella di Nolan ma una rivisitazione in chiave eclittica.
Le librerie non sono da meno, sfoggiando per l’occasione un vasto repertorio astronomico in vetrina.
C’è chi mercoledì pomeriggio chiude tutto per andare a vedere l’eclissi, come annuncia, con relative scuse, il foglio affisso davanti a un centro scommesse.
Un signore in camicia hawaiana, che scopro essere Fernando Romay, star della pallacanestro spagnola degli anni ‘80, ci invita a seguire l’eclissi sull’emittente locale Televisión de Galicia. Mi aiuto con Google Translate per decifrare quel che dice al riguardo La Voz de Galicia, quotidiano spagnolo che ha sede proprio a La Coruña: «L’ombra dell’altissimo giocatore di basket galiziano (2,13 metri) è identica all’ombra che l’eclissi proietterà in Galizia il 12 agosto.»

Un manifesto della campagna pubblicitaria sull’eclissi della Televisión de Galicia. Crediti: F. Loiacono
Infine, rimanendo in tema di grandi eventi, non mancano attestazioni dell’ultimo mondiale vinto, benché in verità mi aspettassi di trovarne molte di più. Di questa merceria del centro città certamente l’allestimento più laborioso.

Una merceria nel centro di La Coruña ricostruisce le fasi che hanno portato alla vittoria della Spagna nell’ultimo mondiale. Crediti: F. Loiacono
Il receptionist mi ha comunicato che la struttura è colonizzata da persone giunte a La Coruña apposta per l’eclissi – su quest’affermazione non ho ragione di dubitare.
Su Instagram vengo intercettata da Lorenzo, Francesco e Simone, che sono arrivati questa mattina da Genova. Hanno viaggiato tutta la notte per essere qui. Dicono che a Ferrol il cielo dovrebbe essere sgombro da nubi basse durante l’eclissi. E che La Coruña, pur essendo vicina, è molto più a rischio.
Intanto che butto giù queste righe il cielo si è aperto, benché si scorga una lieve foschia diffusa. Ieri guardavo il Sole intorno alle 20 e 20 risplendere sopra lo stadio, ignaro che domani più o meno alla stessa ora qualcuna gli ruberà la scena. Fosse stata ieri, l’eclissi, sarebbe stato perfetto. Ma domani è domani. Nell’incertezza che ammanta la città, e sempre affligge e ravviva le umane vicende, una cosa è certa. Vogliamo esserci. Come nel ’99.
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

L’eclissi totale del 12 agosto non passa per l’Irlanda. L’isola verde è posizionata molto bene per osservare l’eclissi parziale, con percentuali di oscuramento del Sole che variano dal 93 per cento di Belfast al 97 per cento nell’isola di Valentia, a sud-ovest. Ma per raggiungere la zona di totalità, bisogna inoltrarsi nell’Oceano Atlantico, trecentocinquanta chilometri a ovest della costa occidentale d’Irlanda. È quello che farà un team di ricercatori e ricercatrici irlandesi e italiani, osservando l’eclissi da una postazione decisamente singolare: un Airbus C295 dell’Aeronautica Militare Irlandese, che sorvolerà la fascia di totalità al largo della costa occidentale dell’Irlanda.
Il cuore della spedizione è un telescopio chiamato E-CorMag, sviluppato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Torino e l’Università di Firenze, in collaborazione con l’Osservatorio astronomico della Valle d’Aosta, per studiare il campo magnetico della corona solare. L’aereo è dotato di un finestrino apribile (bubble window, in inglese) che permette le misurazioni con un telescopio. In questo modo, lo strumento non dovrà guardare attraverso il finestrino dell’aereo, che introduce distorsioni ottiche sulle immagini. La durata dell’eclissi inoltre si allunga di qualche secondo.
Per saperne di più, Media Inaf ha raggiunto Gerardo Capobianco, che al momento si trova in Irlanda dove, insieme ai colleghi Lucia Abbo e Hervé Haudemand dell’Inaf di Torino e alle controparti irlandesi del Dublin Institute for Advanced Studies, Trinity College Dublin, Technological University Dublin e Irish Air Corps, sta per prendere parte a questa avventurosa missione scientifica.
Dottor Capobianco, qual è l’obiettivo della spedizione?
«Lo strumento E-CorMag è stato disegnato per permettere osservazioni della corona solare in una delle sue righe più brillanti nello spettro visibile, quella del ferro ionizzato 13 volte (Fe XIV). La stessa riga viene misurata in orbita dalla missione Esa Proba-3 tramite il coronografo Aspiics. Le misure durante l’eclissi permetteranno quindi una cross-calibrazione molto accurata delle misure fornite da Aspiics. Ma non ci limiteremo a questo. Infatti lo strumento E-CorMag, a differenza di Aspiics, permette anche misurazioni della polarizzazione della riga del ferro. Ed è proprio misurando la polarizzazione della luce che potremo mappare la struttura del campo magnetico coronale. Il campo magnetico è la chiave per svelare uno dei più grandi enigmi della fisica solare moderna: perché la corona solare è centinaia di volte più calda della superficie del Sole?».
Sono già state fatte osservazioni scientifiche di un’eclissi a bordo di un aereo?

Il team dell’esperimento, con lo strumento E-CorMag (in primo piano) al Dunsink Observatory, in Irlanda. Lucia Abbo è la terza da sinistra; Gerardo Capobianco è il secondo da destra (cliccare per ingrandire)
«Le osservazioni da aereo sono diventate abbastanza comuni dagli anni Settanta in poi. Volare in quota offre diversi vantaggi: permette di spostarsi dove il meteo o la visibilità sono migliori, di seguire l’ombra dell’eclissi per estenderne la durata — un gruppo francese nel 1973 riuscì a inseguirla per ben 70 minuti a bordo di un Concorde supersonico — e di effettuare misure nell’infrarosso altrimenti impossibili da terra, dove questa luce viene assorbita dall’atmosfera. Lo stesso gruppo irlandese con cui collaboriamo ha già condotto una spedizione simile su un aereo dell’Aeronautica Militare Irlandese durante l’eclissi del 2015 utilizzando camere reflex digitali. Questa volta, invece, porteremo a bordo uno strumento scientifico più complesso, con l’aspettativa di raccogliere dati di ottima qualità».
Perché è così importante osservare il Sole durante un’eclissi totale?
«I pochi minuti della totalità durante un’eclissi solare sono gli unici momenti in cui la corona solare si mostra in tutto il suo splendore in modo naturale, senza che il disco solare l’accechi. Per la fisica solare è una vera e propria corsa contro il tempo: lavoriamo per anni per progettare e calibrare strumenti di precisione che poi avranno solo una manciata di minuti per funzionare alla perfezione. Un’eclissi totale è veramente un’occasione unica per fare da Terra misure ad altissima risoluzione che altrimenti sarebbero impossibili».
Ci parli dello strumento E-CorMag.
«E-CorMag è un telescopio compatto di 50 millimetri di apertura e 500 millimetri di focale, equipaggiato con un rivelatore Ccd di classe scientifica. Ma il suo vero “cuore” sta nei filtri e nel polarimetro, che prendono in prestito le tecnologie di due grandi missioni spaziali: i filtri sono gli stessi del coronografo Aspiics a bordo di Proba-3, mentre il polarimetro deriva direttamente dallo strumento Metis su Solar Orbiter di Esa/Nasa. Lo strumento è progettato per catturare la luce polarizzata emessa sia dalla “riga verde” del ferro (Fe XIV a 530.3 nm) sia dal continuo della corona solare (540-570nm). Facendo passare solo questi specifici fotoni, E-CorMag ci permette di ricavare la direzione del campo magnetico coronale. Abbiamo già testato l’esperimento durante l’eclissi del 2024: lo strumento ha mostrato tutto il suo potenziale, anche se le condizioni meteo e alcuni imprevisti hanno reso l’analisi dei dati particolarmente complessa. Questa nuova spedizione è l’occasione perfetta per perfezionare il lavoro e raccogliere le informazioni sul campo magnetico coronale».
Che cosa sperate di scoprire sul campo magnetico solare?
«Il campo magnetico solare è un ingrediente fondamentale per investigare il problema del riscaldamento della corona, come già detto, ma anche per comprendere tutta la dinamica del vento solare e delle eruzioni solari. Mentre sono possibili misure del campo magnetico fotosferico sulla superficie del Sole, quelle coronali sono ricavate da diagnostiche che richiedono segnali collegati alla polarizzazione non facili da acquisire. Quindi con le nostre misure saremo in grado di determinare la direzione del campo magnetico, misure molto utili per la topologia del campo stesso e per dare vincoli ai modelli di campo magnetico».
Come opererete lo strumento a bordo del volo?
«Lo strumento verrà montato di fronte a un finestrino che durante la parzialità verrà aperto per poter affinare il puntamento e poter acquisire dati di ottima qualità, senza che il finestrino introduca distorsioni ottiche e polarimetriche. Durante la fase di avvicinamento, un filtro solare proteggerà il telescopio; lo rimuoveremo nell’istante del diamond ring (l’effetto chiamato “anello di diamante” che precede la totalità). Questa operazione, inclusa la stabilizzazione del gimbal (la struttura di imbrago) per annullare le vibrazioni, richiede circa 5 secondi. Da quel momento parte la sequenza osservativa vera e propria: acquisiremo circa 70 immagini della corona a tempi di esposizione differenti per ottimizzare il segnale in tutte le sue zone e con i diversi filtri e diversa polarizzazione. È una manovra che richiede una sincronia perfetta con i piloti, i quali dovranno inclinare leggermente l’aereo (manovra di roll), mantenendo invece il puntamento, per evitare che la scia dell’ala e i gas di scarico finiscano nel nostro campo visivo. La missione prevede due check-point decisionali: a 60 e a 15 minuti dalla totalità, per verificare le condizioni meteo ed eventualmente correggere la rotta all’ultimo secondo per assicurarci un cielo del tutto limpido. La nostra campagna di misura, tuttavia, continuerà anche dopo la fine della fase di totalità, quando acquisiremo, con il filtro solare installato nuovamente, i dati di calibrazione».

Lo strumento E-CorMag montato nell’imbrago al Dunsink Observatory, in Irlanda. Crediti: L. Abbo (Inaf)
C’è sinergia tra il vostro esperimento e le missioni spaziali che studiano il Sole in orbita?
«C’è una connessione strettissima. Si può dire che E-CorMag sia un ponte tra terra e spazio per diversi motivi, innanzitutto per la tecnologia condivisa. Lo strumento usa componenti chiave derivati direttamente dai prototipi di Proba-3 (i filtri) e di Solar Orbiter (il polarimetro di Metis). Proprio per questa sinergia, si potrà fare una cross-calibrazione: osservare la corona contemporaneamente dall’aereo e dall’orbita ci permette di “tarare” gli strumenti spaziali come Aspiics su Proba-3 con un livello di accuratezza impossibile in altri momenti. Ma il nostro esperimento non solo ha sinergie con queste due missioni spaziali, ma anche complementarità: mentre le sonde spaziali ci danno una visione globale e continua della corona, E-CorMag aggiunge la misura della polarizzazione della riga verde del ferro. Unendo le due cose, riusciremo a ricostruire la morfologia del campo magnetico coronale».
Tutto pronto, dunque. Ormai l’ultima parola, come sempre in questi casi, spetta al meteo…
«Speriamo nel bel tempo, ovviamente, e che nel punto che abbiamo scelto come target per queste osservazioni non ci siano nuvole, o che almeno siano al di sotto della nostra quota di volo, altrimenti ci sposteremo di qualche chilometro per bucare le nuvole. È uno dei motivi per cui andiamo sull’aereo: andare oltre le nuvole».
Guarda l’intervista a Lucia Abbo sul canale Youtube di Media Inaf:
Per saperne di più:
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

Mentre mi dirigo verso La Coruña, nel nord della Spagna, con l’intento di documentare l’eclissi totale della nostra stella che si verificherà dopodomani sera, rifletto su tutte quelle volte in cui ci si mette in viaggio per qualcosa. Nello specifico, qualcosa di non facile realizzazione. Quando, insomma, si parte e ci si arrischia in tentativi azzardati, imprese di dubbia natura, al limite dello sfacciato, spedizioni senza promesse di riuscita.

Passeggeri in partenza all’aeroporto di Bari-Palese. Noto è il luogo da cui si parte – a volte, nemmeno quello. Quale, invece, la destinazione? Crediti: F. Loiacono/Media Inaf
Questo mi ha riportato ai miei diciott’anni, all’ardimentoso viaggio che intrapresi con mio padre da Bari a Firenze per assistere a Fiorentina-Liverpool, partita di calcio nella fase a gironi di Champions League, in un giorno d’autunno di un remoto 2009. Meno di dieci giorni prima la Fiorentina era capitolata all’Olimpico sotto i colpi di Totti e De Rossi. Il Liverpool era quello di Torres, Gerrard e Mascherano, e non serve aggiungere altro.
Questo viaggio – quello di oggi – mi fa pensare a quell’altro perché ciò che li accomuna è l’esito improbabile che si va cercando. All’epoca: una vittoria contro una delle massime espressioni del calcio inglese e internazionale. Stavolta, l’ambizione di assistere all’oscuramento del nostro astro da parte del disco lunare, al crepuscolo di un giorno di agosto. Fenomeno che a La Coruña si verificherà alla miserabile altezza di dodici gradi sull’orizzonte, e pertanto facilmente esposto a un’ulteriore eclissi da parte di innumerevoli ostacoli terrestri. Esperienza che viene ricercata non in un luogo asciutto, in qualche zona dell’entroterra spagnolo, certamente più consona a cieli tersi – e dove, avvedutamente, mi pare si stiano recando tutti quelli a cui chiedo – ma in una città esposta ai capricci dell’Oceano Atlantico. Località eletta in maniera assolutamente non ponderata – come la maggior parte delle scelte compiute dalla sottoscritta, forse per una sorta di avversione ai calcoli attenti, calcoli su cui il mio lavoro di astronoma si basa, e che mi è necessario abolire in tutte le altre faccende della mia vita – se non per il fatto di trovarsi nella fascia di totalità, e per il desiderio di realizzare un reportage sull’evento astronomico in un luogo di mare.
In verità, la pur esigua altezza dell’eclissi sull’orizzonte è maggiore di otto gradi rispetto al sud della Spagna, il che rende La Coruña uno dei posti geometricamente meglio disposti per la contemplazione del fenomeno nella penisola iberica. Se favorita dalla geometria, meno giova alla città galiziana la posizione oceanica. Ubicazione in virtù della quale è altamente probabile che l’umidità si manifesti, la foschia all’orizzonte si stenda spietata, un addensarsi di nuvole incomba, o che qualche altro fatto cospiri alla mancata visione di un evento che sarà obiettivamente difficile da osservare, anche ponderando tutto – perlomeno dalla Spagna, per gli elementi detti sopra. Ma pure dall’Islanda, certamente più fortunata in termini di altezza dell’allineamento astronomico in oggetto, ma molto meno, almeno sulla carta, in fatto di cieli sereni.
Le probabilità di riuscita sono minime. E ciononostante si parte comunque. Quante volte lo abbiamo fatto?
La mia modesta impresa me ne ricorda un’altra, ben più ambiziosa e che pure attiene a fatti astronomici, impresa mirabilmente raccontata da Leonardo Piccione in un libro di qualche anno fa – una recensione si legge qui. Quella dell’astronomo Guillaume Le Gentil, che si recò in luoghi remoti per osservare un fenomeno che in verità a un’eclissi rassomiglia assai. In astronomia viene detto transito, ovvero il passaggio di un corpo celeste – nella fattispecie, il pianeta Venere – davanti a un altro corpo celeste – il Sole, nella vicenda raccontata, come nell’eclissi di dopodomani. La posta in gioco era altissima: la misura di Le Gentil avrebbe portato niente meno che alla stima, ignota nel Settecento, delle dimensioni del Sistema solare.
Due volte ebbe la possibilità di mirare l’agognato evento e due volte la mancò. Burrasche, conflitti, personaggi ostili e una «nuvola fatale» fra gli elementi che congiurarono alla mancata visione del passaggio di Venere sul disco solare. Lo sventurato astronomo nei suoi diari annoterà: «Questo è il fato che talvolta attende gli astronomi. Avevo percorso più di diecimila leghe, attraversato innumerevoli mari. Mi ero esiliato dalla mia patria per essere infine spettatore di una nuvola fatale che venne a piazzarsi davanti al sole nel momento esatto delle mia osservazione, per derubarmi dei frutti delle mie pene e delle mie fatiche…»
Cosa impariamo dalle nostre imprese mancate? Dal disallineamento fra esito e aspettativa? Dall’ineliminabile sfasatura fra le nostre manie di perfezione e gli individui maldestri che siamo? Dal dover accettare che ogni misura, anche la più accurata, è soggetta ad un errore?
Pur risiedendo a Bologna da oltre un decennio, il luogo di partenza è Bari, la mia città natale. Come quella volta. Diciassette anni dopo mio padre mi saluta sulla porta di casa.
Quella volta a Firenze, come forse qualcuno rammenterà, la partita si concluse con un invaticinabile 2 a 0 da parte della Fiorentina, in un’irripetibile notte di fine settembre. Per me fu gioia immensa dopo uno dei periodi più bui della mia vita. Soprattutto, fu capire che gli esiti non sono già scritti, ma che si possono costruire. E che partire, provare, anche trasferte scellerate come quella – agli occhi dei miei compagni di classe di un liceo del centro di Bari, nell’anno di rinfervorato e straripante entusiasmo attorno alla squadra cittadina, neopromossa in Serie A dopo otto anni – trasferte scellerate agli occhi dei miei compagni ma mai ai miei, vale sempre la pena. Forse è facile dirlo dopo una vittoria. E forse un po’ ci ho preso il vizio.
«Hai vinto al Superenalotto, Federì».
Come finirà questa volta?
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:
Cinque giorni, migliaia di chilometri e un’eclissi totale di Sole. La prima nel cuore dell’Europa da ventisette anni. Un’eclissi difficile, di durata relativamente breve – un minuto e mezzo, poco meno o poco più – e per giunta al tramonto. Basta una nuvoletta all’orizzonte a rovinare lo spettacolo.
Sono gli ingredienti di Totalità, un podcast dell’Istituto nazionale di astrofisica ideato e realizzato da Federica Duras e Claudia Mignone – astrofisiche, divulgatrici scientifiche e per l’occasione inviate speciali dalla Spagna per raccontare come si vive, oggi, un’eclissi totale di Sole.
Tutto inizia dalla valigia: cosa portare, a partire dagli occhialini certificati per proteggere la vista (mai osservare a occhio nudo il Sole, intonso o eclissato che sia – l’avrete certamente sentito ripetere più d’una volta negli ultimi giorni), spaziando poi tra macchine fotografiche, filtri, cavalletti e altri strumenti per tentare di immortalare il tanto sospirato evento.
Questo diario di viaggio tutto da ascoltare seguirà le due protagoniste dall’Italia, passando per Valencia, fino all’Aragona, sulle tracce delle antiche spedizioni ottocentesche che dislocavano gli astronomi in giro per il mondo a caccia di qualche minuto di totalità, per cercare di carpire i segreti del stelle partendo da quella a noi più vicina – il Sole. E se tanti misteri cosmici sono ormai stati svelati, molti altri restano ancora irrisolti: è per questo che le eclissi solari continuano a suscitare, ancora oggi, nel 2026, non solo il fascino generale ma anche l’interesse della comunità scientifica. Come quello della spedizione di astrofisici italiani che osserverà il fenomeno il prossimo 12 agosto dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, a duemila metri di quota, nella provincia spagnola di Teruel, per sperimentare un nuovo, ingegnoso strumento per future missioni spaziali.

Il sito da cui le protagoniste del podcast Totalità osserveranno l’eclissi di sole del 12 agosto. Crediti: F. Duras/Inaf
Tra scienza e storia, consigli per le osservazioni e interviste agli esperti, il podcast esplora le molteplici sfaccettature di un avvenimento tra i più travolgenti che il cielo può regalare a noi, piccoli abitanti del terzo pianeta in orbita attorno al Sole. Con le emozioni della narrazione dal vivo, gli imprevisti del viaggio, le sfide della ricerca e l’incognita – onnipresente, imperante e contro la quale ogni scongiuro è vano – del meteo: la cronaca, insomma, di un’eclissi (quasi) impossibile.
Potete ascoltare Totalità su Apple Podcast, su Spotify e su YouTube, oltre che sulla piattaforma di Media Inaf dedicata ai podcast, a partire da oggi, domenica 9 agosto. E poi ogni giorno, fino al 13 agosto. Per scoprire se le protagoniste saranno riuscite nell’intento di contemplare la loro prima eclissi totale di Sole.
Ascolta il podcast su YouTube:
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Riceviamo e pubblichiamo con piacere
La Redazione web
Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.
Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.
Serena Parascandolo
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Sono stati 1482 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 luglio 2026, un numero quasi invariato rispetto al precedente mese di giugno, con una media che rimane costante con circa 47 terremoti al giorno. Dei 1482 eventi registrati, 138 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e soltanto 15 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0.
Nell’ultimo giorno del mese, il 31 luglio, è stato registrato il terremoto di magnitudo maggiore avvenuto sul territorio nazionale. Alle ore 19:46 italiane nell’area dei Campi Flegrei, è stato localizzato un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, con epicentro tra Pozzuoli e Quarto. L’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI-VII grado MCS. Con questa forte scossa è iniziato uno sciame sismico con numerosi eventi tra i quali anche diversi terremoti di magnitudo superiore a 3.
Durante questo mese ricordiamo anche altri terremoti che hanno superato magnitudo 4 avvenuti tra il 24 e il 25 luglio con epicentro in Mar Tirreno Meridionale (ML 4.5), in territorio austriaco (ML 4.1) e infine il terremoto del 25 luglio di magnitudo Mw 4.2 (ML 4.1) con epicentro in provincia di Isernia , risentito in un’area molto estesa dal Tirreno all’Adriatico, in particolare nelle province di Isernia, Frosinone, L’Aquila, Campobasso con valori di intensità fino al V-VI grado MCS.
Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.
La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) .
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Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.
Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.
La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.
Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».
In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.
Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.
Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.
Cos’è la World Meteorological Organization?
Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.
Cosa fa la WMO?
La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:
– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,
– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,
– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,
– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile
La situazione attuale
Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):
Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.
Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.
Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.
Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.
Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.
Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.
Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.
Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.
Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:
– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;
– la causa sono le emissioni (di origine antropica);
– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici
La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.
L’IPCC
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.
L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:
il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;
il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;
il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.
L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).
Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.
L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.
Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.
Come si misura il clima
Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).
La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.
L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.
Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.
Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.
Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.
Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.
Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.
Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.
Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).
In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.
Effetti del cambiamento climatico
Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.
Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.
Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare
I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.
Eventi meteorologici estremi
Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).
Impatti su piante, animali e habitat
Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.
Impatti su salute e società
Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.
Effetti economici
Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.
Negazionismo e negazionismi
L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.
Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.
Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.
Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:
Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.
Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.
Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.
Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.
Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.
Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.
La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.
Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità
Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla “colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.
L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti.
La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali.
Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025.
Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.
Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.
In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.
Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale
Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come “rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.
La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.
Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale
L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari.
Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%.
L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici.
In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore.
Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri
In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda “insaziabile”.
Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.
Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la “Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.
I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del “consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.
L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi
Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente.
Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center.
La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari.
L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità.
Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo
Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.
Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.
Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.
Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.
L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a “impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta “Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.
L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.
Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.
Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione
Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.
Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le “Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».
Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.
Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili
Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una “scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.
Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.
Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.
Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una “monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.
Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica.
La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive.
L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente.
La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale.
Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o “dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?
L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.
Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.
Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.
Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.
La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).
Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.
Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.
L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).
Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.
Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.
È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.
Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.
I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.
Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.
Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.
I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.
La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.
Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.
Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.
Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.
Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.
Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.
I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.
Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.
Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.
La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers”
Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:
– Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.
– Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.
– Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.
– Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.
– Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.
– Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.
Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti.
Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.
Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.
Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).
Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.
Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.
Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.
Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.
A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?
Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?
In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.
A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.
Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:
Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.
Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.
Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.
Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.
È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.
Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di “Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.
Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.
1. Le origini: la protezione della natura come altrove
In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.
Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:
era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;
la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);
non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.
2. La svolta degli anni ’60 e ’70
Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.
Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia
Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).
Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.
Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:
• La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).
• L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.
• Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.
L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia
In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.
Due momenti storici segnano questa fase:
i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;
• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.
A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso “invisibile” la produzione.
La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd
Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.
Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di “migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.
Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.
3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo
La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.
4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei
L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”
Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.
A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).
B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:
• ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);
• ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.
C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.
Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista
Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.
A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.
Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”
• Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.
• Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.
• La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.
La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.
È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.
Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.
Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del “Blablabla”
Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.
Analisi Tattica e Strategica
• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.
• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.
• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.
Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.
Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:
• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;
• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;
• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.
In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.
Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza
Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.
Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:
• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.
• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).
• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.
Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.
Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico
La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.
Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.
Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.
Antispecismo politico e Limiti dello Stato
Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.
1. L’antispecismo politico: oltre la compassione
L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.
La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.
2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità
L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.
5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore
Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.
A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore.
Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.
B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica.
La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).
C. La repressione come risposta sistemica.
Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.
6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria
L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.
La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:
• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;
• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;
• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;
• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;
• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.
La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.
Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.
Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.
Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.
Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.
La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.
Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.
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Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.
Ringraziamo l* artist* per averci concesso l’uso delle loro opere.
L'articolo CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico. proviene da .
Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.
E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.
Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:
La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.
Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.
Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html
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Comunicato Stampa Il documento dell'Osservatorio MIL€X, in collaborazione con il Movimento Nonviolento Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035 Presentato alla Camera l’Annuario Mil€x 2026: le serie pluriennali dal 2010, gli scenari futuri e i dati a consuntivo dimostrano che l’aumento della spesa militare [...]
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Oggi, giovedì 23 luglio alle 16.00, verrà presentato a Montecitorio l'annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. Segui lo streaming in diretta tramite WebTV della Camera dei Deputati A breve, anche sul nostro sito, tutti i dati. E' possibile sostenere il lavoro dell'Osservatorio MIL€X con delle donazione: QUI L'operato dell'Osservatorio MIL€X è sostenuto dal Movimento [...]
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Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.
L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.
La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.
Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).
Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.
Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.
Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.
Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.
Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.
Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.
Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.
Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.
Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.
Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.
Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.
Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.
Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.
L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.
Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?
Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.
Tiziano Antonelli
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Microsoft Corp. today released software updates to plug at least 570 security holes in its Windows operating systems and other software, almost triple the number of vulnerabilities the software giant fixed in its record-smashing Patch Tuesday release last month. Microsoft attributed the burgeoning patch counts to vulnerability discoveries aided by artificial intelligence.

Nearly 60 of the bugs quashed in July’s Patch Tuesday earned a “critical” severity rating, meaning miscreants or malware could use them to seize remote control over a Windows device with little or no help from the user. Microsoft also addressed three zero-day flaws, including two that are already being exploited in the wild.
Two of the zero-day weaknesses allow an attacker to elevate their user rights on a Windows system, as do approximately 250 other elevation of privilege flaws fixed this month; they include CVE-2026-56155 — an Active Directory Federation Services bug — and CVE-2026-56164, a Microsoft Sharepoint vulnerability.
CVE-2026-50661 is a security feature bypass in Windows BitLocker that could allow attackers to gain access to encrypted data if they have physical access to the device. Microsoft said this bug has been detailed publicly, but that it is not aware of any active exploitation.
In a blog post on July 9, Microsoft Executive Vice President Pavan Davuluri wrote that Windows users will notice “a higher volume of security updates included in each security release” as a result of AI aiding in the discovery of vulnerabilities.
“The pace of vulnerability discovery is changing with advances in AI making it possible to find more issues, faster, across more code, with new mechanisms that can accelerate both discovery and analysis,” Davuluri wrote.
Jack Bicer, director of vulnerability research at Action1, called attention to CVE-2026-48561, a remote code execution flaw in Microsoft Copilot (with a 9.6 CVSS threat score) that allows an unauthorized attacker to execute code over the network. Microsoft says an attacker could exploit this bug by hosting a malicious website that causes Microsoft Edge for Android to automatically send crafted prompts to Copilot when a user visits the site.
As AI advances the state of vulnerability discovery and remediation, it is also making it easier for attackers to quickly devise working exploits for known software flaws. Microsoft has long labeled security bugs using its “exploitability index,” which is Redmond’s best guess as to how likely it is that attackers will be able to figure out a reliable way to exploit a given vulnerability.
But Satnam Narang, senior staff research engineer at Tenable, argues that Microsoft’s exploitability index needs to do a better job of shifting with the machine speed of discovery. For example, Microsoft originally gave this month’s SharePoint zero-day an exploitability rating of “less likely,” although the flaw was added to CISA’s Known Exploited Vulnerabilities list on July 1.
“Anthropic’s Red Team’s own findings for known vulnerabilities (n-days) revealed how fragile this system has become, with its Mythos Preview model being able to produce proof-of-concept exploits for 13 of 14 vulnerabilities that were rated ‘Exploitation Less Likely’ or ‘Exploitation Unlikely,'” Narang said. “What this means is that our way of looking at Patch Tuesday has changed, because the exploitability index is centered around humans, not AI tools, and as these tools continue to improve, defense needs to improve alongside it.”
Chris Goettl at Ivanti observed that the record patch numbers from Microsoft come as a number of other major software makers are increasing their patch cadence, including Adobe which announced today it is moving to twice-monthly security bulletins published on the 2nd and 4th Tuesday of each month (Adobe also cited AI for accelerating their patch cycles). Cisco, Mozilla and Oracle also are shipping updates more frequently, while Google’s patch batches in June 2026 totaled more than 900 security fixes, Goettl noted.
Backing up your Windows system and/or data is always a good idea before applying operating system updates. Given the volume of patches addressed this month it may be wise for end users to wait a few days before applying these fixes. It’s not uncommon for security patches to introduce system stability issues, and those chances probably increase quite a bit with the gigantic patch count released today.
Further reading:
La contemplazione di sé è per l’essere umano non tanto un bisogno naturale quanto un desiderio, come dimostra la nostra fisiologia, che ha collocato gli occhi nella zona anteriore della testa, da dove è impossibile guardare se stessi integralmente. In Diventare un’opera d’arte (Timeo, 2026) il filosofo tedesco Boris Groys muove dalla considerazione che questo desiderio è narcisistico nel senso letterale del termine, in quanto presuppone che chi lo serba si trasformi in un’immagine oggettiva e accessibile a chiunque, in primo luogo a sé stesso, proprio come Narciso che si specchiava nelle acque del lago.

Nel suo agile saggio Groys mostra come questo desiderio sia divenuto universale nella nostra società e connesso a quello di una qualche forma di vita dopo la morte, garantita proprio dall’immagine, indipendente dal corpo del defunto. Le considerazioni di Groys si allargano poi alle opere d’arte e alle installazioni che sopravvivono al defunto e sono a lui dedicate, come mausolei o monumenti. Tutte queste cose assolvono la funzione di rendere visibile la persona cui si riferiscono – a prescindere che si tratti di una celebrità, di un artista o di un personaggio illustre –, dando così rispondenza a un desiderio narcisistico, ma non solo: esercitano anche un influsso sul nostro immaginario collettivo e dunque, almeno indirettamente, sulle decisioni collettive attraverso le quali si dipana la vita in società.
Secondo il filosofo tedesco, il narcisista aspira ad appropriarsi della prospettiva di cui gli altri godono sul proprio corpo, in altre parole vuole “guardarsi attraverso gli occhi degli altri” (p. 8); si pone così in una posizione eccentrica rispetto a sé stesso, per ammirarsi come dovrebbero ammirarlo gli altri: a distanza, come un oggetto gradevole che si dà nello spazio. Nella misura in cui rappresenta visivamente e ostenta le proprie sembianze, il narcisista crea “uno spazio di mediazione tra il [suo] sguardo e quello degli altri” (p. 19): è su questo terreno che – soprattutto quando la sua immagine contrasta con le convenzioni dominanti – lotta per affermare e prendere il controllo della propria immagine esteriore, sociale.
Sebbene l’ambizione del narcisista sembri chiamare in causa una smodata considerazione del suo ego, il suo modus operandi contraddice le basilari esigenze di autoconservazione e cura di sé: infatti, per offrirsi allo sguardo al contempo proprio e degli altri, il narcisista deve diventare quel che Groys chiama “forma pura, vuota”, cioè spogliarsi dell’“oscuro spazio di interessi privati, bisogni e desideri al di sotto della sua superficie” (p. 17), rinunciare alla propria soggettività, sacrificare il proprio mondo interiore in nome della propria immagine esteriore. Così il filosofo tedesco accomuna Narciso, talmente immerso nella contemplazione di sé da morire di inedia, e Cristo, che tramite la crocifissione assurge a icona sacra per tutti i fedeli. Il processo di spoliazione interiore del sé intrapreso dal narcisista viene infatti accostato da Groys alla “kenosi”, termine che nella teologia cristiana indica lo svuotamento di sé praticato da Cristo, che si estrania dalla propria natura divina per assumere la condizione umana e farsi servo obbediente di Dio fino proprio alla morte in croce.
Però, mentre il sacrificio di Cristo si compie in nome del disegno divino, quello di Narciso si consuma nel segno della completa socializzazione di sé; per socializzazione di sé Groys intende l’ingresso e l’affermazione della propria immagine nell’immaginario collettivo, il suo riconoscimento presso il pubblico. La nostra società secolarizzata ha abbandonato il disegno divino e inaugurato “un mondo di design totale” (p. 35), dove è lo sguardo divino è stato sostituito da quello degli altri; quest’ultimo è esclusivamente esteriore:
la società vede solo il nostro corpo e non la nostra anima. L’atteggiamento etico viene sostituito da quello estetico ed erotico. Alla società non interessa la nostra anima, ma la nostra immagine pubblica. (p. 12)
Il desiderio di essere accettati da Dio, che implica di occuparsi della propria anima, viene rimpiazzato da quello di essere ammirato dagli altri, che esige di conformare la propria immagine.
Ciò non significa che la società del design totale sia completamente dimentica dell’anima; anzi, sotto il suo influsso l’anima si materializza: essa infatti si estetizza e si manifesta attraverso l’immagine di sé che ciascuno riesce a costruire. Ecco: l’essere umano designer di sé stesso.
Secondo Groys, il design di sé diviene il medium per la costruzione e lo svelamento dell’anima, che, in questa prospettiva e nei limiti della nostra biologia, si identifica così con l’aura data dall’aspetto che scegliamo per il nostro corpo, dai vestiti che indossiamo, agli oggetti di cui ci circondiamo, dagli spazi che abitiamo, fino ai contesti culturali a cui apparteniamo. Adulterando un popolare proverbio, potremmo dire che “l’abito fa l’anima”.
Ciò che conta al fine di determinare la propria immagine è non soltanto il corpo, ma tutto quanto lo circonda: Groys parla di cornice per indicare l’ambiente in cui ci localizziamo e che, con noi ben posizionati al suo interno, ritagliamo per offrirci allo sguardo degli altri, proprio come Narciso, che incornicia il riflesso del suo corpo nel lago. Ritrarsi con un selfie mentre si è in un viaggio di volontariato oppure in visita presso la sede di un’istituzione politica sovranazionale o presso l’Expo non è un fatto neutrale: in ciascun caso si dichiarerà la propria adesione a un certo immaginario, se non a precisi valori, mentalità, programmi e ideologie.
Secondo il filosofo tedesco la politica non è immune da questo processo di estetizzazione dell’anima, di presentazione della propria etica allo sguardo degli altri:nella misura in cui sono estetizzati dai media, i corpi dei politici si fanno veicolo di dichiarazioni più precise e credibili di piani e programmi, spesso soggetti a cambiamenti arbitrari e comunque esposti a una proliferazione che sovrasta il tempo di attenzione del pubblico. Così, la presenza di un politico in un centro di accoglienza e la sua prossimità fisica ai migranti e agli operatori del centro oppure alle locali forze dell’ordine è percepita dal pubblico come ben più impressionante, e dunque convincente, dei punti dedicati al tema migratorio dal programma elettorale del suo partito di appartenenza.
All’estetizzazione della politica fa da contrappunto “la politicizzazione dell’arte” (p. 47): secondo Groys, quando si guarda un’opera d’arte non si può fare a meno di guardare il suo contesto, cioè la cornice nella quale viene presentata, come se opera e cornice costituissero un corpo unitario. L’artista può servirsi così di qualsiasi contesto geografico (urbano, rurale, industriale, bellico o naturale) come cornice per politicizzare la sua opera, per conferirle un’aura che palesi la propria etica. Così, i murales realizzati da Bansky a Gaza e in Cisgiordania, come quelli che ritraggono un soldato israeliano che controlla i documenti di un asino o una ragazzina palestinese che perquisisce un soldato, manifestano la personale visione politica dello street artist anche per il fatto di essere localizzati negli spazi dell’occupazione militare, talvolta persino sui resti di edifici distrutti dai militari israeliani.
Insomma, che si prendano in considerazione le persone comuni o i politici o gli artisti e le loro opere, l’estetizzazione è trasversale e si compie attraverso il design di sé e dunque costruendo una cornice nella quale collocare la propria immagine (o, nel caso degli artisti, le proprie opere).
Groys scrive che viviamo circondati dagli altri e dal loro sguardo: se ne può dedurre che il posizionamento in una cornice – presentarsi, per esempio, come membro del nucleo artistico del quartiere o affiliato a un network di scrittori della controcultura di una città – dipende dalla capacità di farsi spazio tra gli altri ed esporsi senza timore al loro giudizio; e questa capacità è strettamente legata alla posizione di classe e al capitale culturale, cioè al sapere che abbiamo maturato pagando rette universitarie e post-universitarie e di cui ci avvaliamo per farci strada nel caotico mondo del design di sé.
Secondo Groys, manifestarsi sotto forma d’immagine localizzata in una cornice “vuol dire prodursi sotto forma di opera d’arte” (p. 25) e dunque nella parvenza di cosa meritevole di tutela e cura:
Per un essere umano, diventare un’opera d’arte significa liberarsi dalla schiavitù, rendersi immune alla violenza, evitare di essere utilizzato come mezzo per il bene sociale, diventare oggetto di protezione. (p. 75)
La protezione assicura all’immagine la durevolezza nel tempo: l’aspirazione del narcisista è infatti di riscuotere l’ammirazione non solo dei suoi contemporanei, ma anche delle generazioni future. Così, la produzione dell’immagine di sé coincide con la produzione di vita ultraterrena: le immagini sono indipendenti dalla nostra presenza e capaci di manifestarsi oltre la durata della nostra vita. L’accesso alla vita ultraterrena è garantito al narcisista da quel che Groys identifica come “cadavere pubblico”. Questa espressione ricomprende non solo le immagini, ma anche manufatti artistici e prodotti culturali, nonché cose materiali e immateriali (come i profili social), che si riferiscono al defunto.
Nel suo precedente saggio Filosofia della cura (Timeo, 2023) Groys parla di corpi simbolici, un’espressione maggiormente ampia che indica tanto i documenti che ineriscono alla nostra persona e ci consentono di avere accesso al sistema di cura quanto i prodotti dell’ingegno e dello spirito di una persona. Per sistema di cura Groys intende quel complesso di istituzioni, sorte in concomitanza con l’affermarsi degli Stati-nazione, che tutelano e preservano la salute delle persone in un’ottica biopolitica: è l’endiadi di Stato-nazione e capitale a volerci occupabili e produttivi, nonché buoni e affidabili cittadini.
Il sistema di cura – spiega però Groys in Diventare un’opera d’arte – non si occupa esclusivamente dei nostri corpi fisici ma anche dei corpi simbolici, onde preservarli dall’azione del tempo; precisamente, si fa carico di quei corpi simbolici che rappresentano al contempo cadaveri pubblici.
Così, la mediazione del sistema di cura è necessaria per la sopravvivenza dei cadaveri pubblici. Groys nota come l’impegno profuso dal sistema di cura vari nel corso della storia, in dipendenza sia del tipo di cadavere pubblico che della tecnologia a disposizione della civiltà.Le piramidi egizie, che svettano nel deserto come montagne, come enti della natura, abbisognano di una manutenzione praticamente nulla.
Le civiltà successive, come la greca e la romana, hanno assicurato la vita ultraterrena delle persone più illustri tramite statue e monumenti, cadaveri pubblici meno resistenti alla prova del tempo. Per questo i monumenti sono periodicamente sottoposti a restauri e le statue vengono sorvegliate e custodite in musei o siti culturali, cioè in spazi dedicati, che – basandoci sul lessico di Groys – potremmo definire come cimiteri di cadaveri pubblici.
I manoscritti prodotti dagli amanuensi nel medioevo e i quadri di quell’epoca, del Rinascimento e delle successive fasi artistiche si dimostrano ancora più fragili: si trovano non solo in dei musei, ma anche dentro teche di vetro che li proteggono dall’azione corrosiva dell’atmosfera.
Il corpo di Lenin conservato nel mausoleo per lui appositamente costruito a ridosso delle mura del Cremlino sulla piazza Rossa di Mosca è un esempio di come la sorte dei cadaveri pubblici dell’età moderna sia legata a doppio filo alla tecnologia: un gruppo di lavoro dell’Istituto di ricerca per le strutture biologiche di Mosca lo monitora costantemente per mantenerlo in condizioni adatte all’esposizione.
Nell’epoca contemporanea, in cui la digitalizzazione invade sempre più momenti e attività della nostra vita, smaterializzandoli, i cadaveri pubblici “sono frammentati e sparpagliati” (p. 96) nello spazio digitale: la loro esistenza dipende dalla fornitura di energia elettrica, che a sua volta dipende dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’essere umano e dunque dalla salute di quel che Marx chiamava ricambio organico tra uomo e natura. La democratizzazione dell’accesso alla vita ultraterrena, la garanzia offerta da internet di un cadavere pubblico per ciascuno, è direttamente proporzionale alla fragilità dello stesso cadavere pubblico.
Così, gli scritti di un autore, come pure i primi piani di una celebrità televisiva, sono disseminati tra le pagine web, e all’utente dello spazio digitale non resta altro da fare che agire come Iside, la quale recuperò per tutto l’Egitto i brani del corpo del marito per ricomporlo. Riunire invece i cadaveri pubblici in cimiteri dedicati – come biblioteche, pinacoteche e musei – significa salvarli da quel decentramento estremo prodotto da internet. Inoltre, l’articolazione del sistema culturale in archivi e depositi accessibili, in pratica in siti museali, ci permette di comunicare con autori e artisti defunti e di apprendere le forme pure e vuote che essi hanno prodotto tramite quello svuotamento di sé che è il presupposto del desiderio narcisistico: in tal modo forme risalenti a epoche passate possono essere utilizzate “come maschere e costumi per i corpi viventi contemporanei”, dando luogo a una sorta di revival culturale che promette “un nuovo inizio che cambierebbe il corso della storia” (p. 79). Groys ritiene che, per cambiare la società, sia necessario un revival delle vecchie forme anziché un’invenzione di nuove forme:
per cambiare noi stessi o la società dobbiamo uscire da questa società, trovare una metaposizione in rapporto a essa dalla quale il cambiamento diventi possibile. Qualsiasi forma che venga inventata qui e ora appartiene alla contemporaneità, anche se è proiettata nel futuro. Questo significa che solo il passato può offrire una raccolta delle metaforme vuote che possono essere riempite dal nuovo contenuto. (p. 91)
Le forme pure del passato capaci di orientarci nella direzione da imprimere al nostro vivere comune vengono selezionate tramite l’evoluzione culturale: sono lo stato di salute dell’immaginario collettivo e le convenzioni maggioritarie nell’opinione pubblica a gettare nell’oblio o chiamare alla resurrezione i cadaveri pubblici.
Il saggio di Groys lascia spazio ad alcune considerazioni sui cadaveri pubblici e sul loro ruolo nella nostra contemporaneità. La loro solidità dipende senz’altro dalla posizione di classe, dal genere e dall’etnia del defunto cui si riferiscono, ma anche dal suo capitale simbolico – cioè dalla capacità di attrarre l’attenzione. Questa capacità si traduce nell’influenza che i cadaveri pubblici possono esercitare sul nostro immaginario collettivo e sulle nostre credenze e opinioni. Che influsso possano avere sul presente i cadaveri pubblici di cui è disseminata l’infosfera, troppo numerosi per godere tutti quanti di una considerazione tale da elevarli a modelli e comunque smembrati in brani che segmentano l’attenzione dei nostri contemporanei? Nell’attuale epoca del semiocapitale, in cui l’attenzione delle persone, scarsa e deperibile, viene catturata al fine di estrarre dati da vendere, l’attenzione da dedicare a questo o a quell’altro defunto è determinata dalle prospettive di sfruttamento economico del suo cadavere pubblico, rese fattibili dall’accesso a pagamento ai siti museali e dai diritti d’autore sulle opere artistiche e letterarie. Se, per esempio, il cadavere pubblico di Che Guevara può esercitare un qualche influsso sulla nostra vita associata, assurgendo a forma pura da assumere per cambiare il presente, ciò dipende dalla vendibilità dei libri su di lui e dalle potenzialità turistiche dei siti a lui dedicati, in ultima istanza dalla commerciabilità della sua immagine e della relativa cornice. Così, l’economia cannibalizza la politica.
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A niente è servito tutto il polverone, il caso più clamoroso scoppiato ai Mondiali di calcio in corso tra USA, Canada e Messico, sollevato soltanto incidentalmente dal campo quanto piuttosto dalla Casa Bianca: da Donald Trump che in spregio a ogni pudore e formalità aveva telefonato alla FIFA per chiedere conto dell’espulsione del capocannoniere statunitense Folarin Balogun. E la FIFA aveva eseguito: squalifica sospesa all’attaccante americano per un anno, abile e arruolabile per gli ottavi di finale. E Belgio esterrefatto, UEFA all’attacco, ogni appassionato sconvolto, anche in Italia tra l’altro nei giorni dello scontro frontale con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 4 a 1 è finita ieri sera a favore dei Diables Rouges. Con Folarin in campo. USA fuori.
Poche ore prima della partita, dalla Casa Bianca, Trump aveva ammesso di aver telefonato alla FIFA per il cartellino rosso rimediato da Balogun per un intervento involontario ma pericoloso e scomposto nella partita contro la Bosnia Erzegovina. “Ho visto la partita, e capisco davvero bene lo sport. Quello non era un fallo; non era nemmeno un’infrazione. Erano due ragazzi che correvano a tutta velocità e che sono capitati a sbattere l’uno contro l’altro. Non puoi prendere il tuo piede e posizionarlo correttamente sul piede di qualcun altro. Questo arbitro è un po’ sospetto: se controlli il suo passato, non voglio dirlo perché non mi piace creare controversie, ma è molto sospetto”.
Anche Gianni Infantino, il presidente della FIFA, ieri aveva respinto le polemiche e aveva spiegato che ogni decisione presa dagli organi giudiziari della FIFA sono indipendenti, che “la loro indipendenza è essenziale per la credibilità e l’integrità del calcio”, che parla abitualmente con Trump e con altri Capi di Stato, funzionari governativi e stakeholder e che “quello che faccio sempre, però, è rispettare quelle decisioni e l’autonomia degli organi che le prendono. Che ci piaccia personalmente una decisione o no è irrilevante. Il rispetto per le istituzioni indipendenti e il rispetto della legge sono ciò che protegge l’integrità delle nostre competizioni e la credibilità della FIFA in ogni momento”. Aveva confermato la telefonata ma negato che abbia influito in qualche modo sulla decisione di sospendere la squalifica dell’attaccante.
La FIFA aveva così respinto il ricorso del Belgio, giudicato “inammissibile” in quanto la Nazionale “non è parte del procedimento e, pertanto, non ha titolo per impugnare la decisione” proprio mentre Trump spiegava e argomentava le ragioni della sua telefonata, ammettendo tra le altre cose che non conosceva il significato di un cartellino rosso nel gioco del calcio. “Non sapevo cosa significasse, non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che non può giocare nella prossima partita, almeno nella prossima partita. Quando prendono il tuo miglior giocatore e dicono che non puoi giocare è molto ingiusto. Un conto è penalizzare qualcuno per la partita, ma come fai a penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata? È molto ingiusto. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA. Ho parlato con un uomo molto rispettato, per cui il livello di rispetto è aumentato di dieci volte”.
Alcuni avevano lanciato un appello all’allenatore degli USA, Mauricio Pochettino, affinché non schierasse Balogun che, nella notte italiana, alla fine ha giocato e non ha brillato. È stato giudicato come uno dei peggiori in campo. Due gol e un assist per Charles De Ketelaere, terzo gol di Hans Vanaen, nei minuti di recupero il quarto gol di Romelu Lukaku, attaccante del Napoli, ex Inter e Roma, che ha esultato con la “Trump Dance”. L’unico gol degli USA è stato segnato da Malik Tillman. “Ribalta questo”, ha postato l’account ufficiale del Belgio che ai quarti di finale giocherà contro la Spagna, il 10 luglio al Los Angeles Stadium, in California. Con l’uscita degli Stati Uniti tutte le nazionali dei Paesi organizzatori sono fuori dai Mondiali.
Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.
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| RIFIUTI URBANI TRATTATI | Aprile 2026 | TOTALE ANNO 2026 |
| Carta e cartoni | 725,55 | 2.999,70 |
| Imballaggi in vetro | 438,54 | 1.650,97 |
| Multimateriale Leggero | 669,81 | 2.620,38 |
| Legno e ingombranti | 478,01 | 1.940,22 |
| Frazione organica e compostabili | 1.388,92 | 5.559,82 |
| RAEE | 62,21 | 238,62 |
| Altre RD | 195,10 | 791,76 |
| Macerie | 98,95 | 370,49 |
| Rifiuto indifferenziato | 2.593,58 | 10.087,94 |
| Totale tonnellate | 6.650,67 | 26.259,90 |
| Efficienza % raccolta differenziata | 61,00% | 61,58% |
| Variaz. efficienza % RD su anno 2025 | -0,49% | -0,87% |
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| RIFIUTI URBANI TRATTATI | Marzo 2026 | TOTALE ANNO 2026 |
| Carta e cartoni | 746,30 | 2.274,15 |
| Imballaggi in vetro | 416,77 | 1.223,03 |
| Multimateriale Leggero | 696,24 | 1.950,57 |
| Legno e ingombranti | 507,91 | 1.331,09 |
| Frazione organica e compostabili | 1.483,17 | 4.168,26 |
| RAEE | 59,65 | 176,41 |
| Altre RD | 207,32 | 601,03 |
| Macerie | 109,62 | 271,54 |
| Rifiuto indifferenziato | 2.494,35 | 7.499,96 |
| Totale tonnellate | 6.721,32 | 19.496,04 |
| Efficienza % raccolta differenziata | 62,89% | 61,53% |
| Variaz. efficienza % RD su anno 2025 | +0,6% | -1,37% |
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In mezzo alla gente, ma con discrezione ed efficienza. Gli operatori di AAMPS/Retiambiente hanno contribuito alla riuscita dell’evento Straborgo che da venerdì 29 maggio a sabato 1 giugno ha visto migliaia di persone, tra cittadini e turisti, affollare le strade del quartiere. Una presenza continuativa per garantire la pulizia di Piazza Mazzini e delle strade limitrofe e realizzare la raccolta dei rifiuti sia con la vuotatura dei contenitori stradali sia con la raccolta dei materiali differenziati prodotti con quantitativi ingenti dagli esercenti della zona.
“Questa tipologia di manifestazione – commenta Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente – risulta per noi sempre particolarmente impegnativa soprattutto nel periodo estivo che prevede un’articolazione complessa dei nostri servizi di raccolta e spazzamento. Dobbiamo operare h24 e, allo stesso tempo, districarci tra la folla garantendo sempre le opportune condizioni di sicurezza per i nostri lavoratori e i cittadini. Siamo particolarmente soddisfatti nell’essere riusciti a dare il nostro contributo. Ho il piacere di sottolineare – conclude Iacomelli – la cooperazione che abbiamo riscontrato da parte degli organizzatori, degli abitanti del quartiere e degli esercenti che si sono prodigati per rispettare le regole straordinarie di conferimento dei rifiuti differenziati”.
“Lo dico da sempre – afferma Luca Salvetti, Sindaco di Livorno. AAMPS/Retiambiente è un’azienda che funziona egregiamente nell’erogazione dei servizi resi alla cittadinanza e questi eventi ne sono la riprova. Senza i puntuali servizi di spazzamento e raccolta dei rifiuti non saremmo qui a parlare del successo di Straborgo. Ringrazio i lavoratori per il consueto impegno profuso, gli abitanti del quartiere per la disponibilità concessa e gli esercenti per avere collaborato al meglio delle rispettive possibilità. Ora sotto con le altre kermesse in programma per la lunga stagione estiva”.
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Ratificando un utile di 252.000 € l’Assemblea dei Soci di AAMPS ha approvato nei giorni scorsi il bilancio aziendale 2025. Un risultato in linea con quanto registrato negli anni precedenti, comprendendo anche quelli relativi all’uscita anticipata dal concordato preventivo in continuità, con i bilanci che avevano ottenuto analoghi risultati (965.202€ nel 2019, 2.2912.441€ nel 2020, 515.035€ nel 2021, 94.835€ nel 2022, 131.270€ nel 2023 e 145.704 € nel 2024).
La notizia era stata anticipata nei giorni scorsi durante una conferenza stampa dedicata ai bilanci di tutte le aziende partecipate del Comune di Livorno, ma il Sindaco di Livorno Luca Salvetti, affiancato dall’Amministratore Unico Aldo Iacomelli e dalle assessore Viola Ferroni e Giovanna Cepparello, ha tenuto ad aprire un faro su AAMPS/Retiambiente.
“Sono orgoglioso di questa azienda, dei servizi che eroga e di tutti i suoi lavoratori. Nel 2019 abbiamo trovato AAMPS in concordato preventivo, con un futuro a dir poco incerto e il rischio concreto di vederla soccombere sotto il peso di conti sballati e servizi alla cittadinanza inadeguati. Ora registriamo l’ennesimo bilancio in utile consecutivo, con il personale incrementato e stabilizzato e prospettive di consolidamento e sviluppo prima impensabili. In tale percorso siamo riusciti a traghettarla in RetiAmbiente consolidandone la vocazione industriale e riuscendo a contenere la TARI senza aumentarla per cinque anni e allineandola agli importi degli altri capoluoghi di provincia della Toscana. Sono i fatti che ci permettono di respingere al mittente le accuse sollevate recentemente da alcuni esponenti dell’opposizione in consiglio comunale ammantate di macroscopiche inesattezze e castronerie indecifrabili sia riconducibili all’azienda sia alla sua holding”.
“AAMPS ha fatto un incontrovertibile cambio di passo tornando ad essere un’azienda in salute con un ruolo di primo piano sia nell’erogazione dei servizi alla cittadinanza sia tra le società operative locali dell’Ato Toscana Costa che compongono la galassia Retiambiente e dove l’azienda riveste un ruolo di primo piano assoluto. Il cammino è stato impervio con ostacoli che sembravano insormontabili. Oggi siamo invece nella possibilità di guardare al futuro con grande ottimismo e rinnovate prospettive di consolidamento sia sul versante economico-finanziario sia su quello dello sviluppo industriale”.
“I numeri sono dalla nostra parte e ci dicono che AAMPS può cogliere risultati importanti inerenti la vocazione ambientale che è chiamata a rappresentare ed esprimere. Nonostante mesi di particolare difficoltà, dovuti a contingenze operative affrontate con impegno e sacrificio da parte di tutti, oggi l’azienda può guardare in avanti con rinnovato entusiasmo e approssimarsi ad innovare e introdurre importanti cambiamenti nella gestione dei rifiuti a livello locale in linea con le strategie condivise con le altre SOL del gruppo Retiambiente. Chiederemo ai cittadini la consueta collaborazione con l’obiettivo di aumentare le percentuali di raccolta differenziata, conferendo materiali di maggiore qualità, e allo stesso tempo continuare a diminuire la produzione dei rifiuti nelle rispettive abitazioni”.
AAMPS è un fiore all’occhiello di Livorno. Una società interamente pubblica che eroga servizi ambientali a favore della città fin dal 1949 con grande efficacia ed efficienza impegnando 421 lavoratori in moto perpetuo nella raccolta dei rifiuti, nella pulizia delle strade e nei servizi cimiteriali e commerciali. Tutto questo con i conti sotto controllo suffragati anche dall’assenza di debiti e avendo comunque effettuato importanti investimenti, attingendo a finanziamenti dedicati, senza fare ricorso al credito bancario. Il tutto nella massima trasparenza richiesta ad una società in house providing in affiancamento alla sua holding con la quale condividere strategie industriali ben ponderate”.
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In vista della festività di martedì 2 giugno AAMPS/Retiambiente conferma che il servizio di raccolta dei rifiuti si svolgerà regolarmente. Sono previsti solo alcuni cambiamenti negli itinerari di interesse per gli abitanti delle aree Livorno Est e Picchianti-Porta a Terra.
Ecco il dettaglio suddiviso per Aree valido per la raccolta nel giorno della Festa della Repubblica:
Area Livorno Nord
Indifferenziato: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Sant’Jacopo Marradi
Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il lunedì.
Area Vittoria Stazione Zola
Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Livorno est
Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Picchianti – Porta a Terra
Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Ardenza – La Rosa
Organico: servizio attivo la mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Livorno Sud
Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Pentagono
Multimateriale: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 19.30 alle 20.00 del giorno di raccolta.
Aree Pentagono e Centro Allargato
Tutti i contenitori stradali presenti nelle aree “Pentagono” e “Centro Allargato” saranno regolarmente vuotati. Il Centro di raccolta “Livorno Sud” e il “Centro del riuso creativo” saranno chiusi martedì e riapriranno il giorno seguente. Servizio di raccolta pannolini/pannoloni: non effettuato nei giorni festivi.
Ringraziamo i cittadini per la consueta collaborazione. Per ulteriori informazioni: 800-031.266, info@aamps.livorno.it, facebook/instagram/APP (“AAMPS Livorno”).
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A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]
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Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Livorno, 19 maggio 2026 – Da domani, mercoledì 20 maggio, sarà in vigore a Livorno l’ordinanza che obbliga i proprietari e i detentori di cani a rimuovere con acqua le deiezioni liquide degli animali nelle aree pubbliche e di uso pubblico.
L’ordinanza, della quale ha parlato la stampa italiana e straniera, avrà una durata di cinque mesi e terminerà il 31 ottobre in vista poi di introdurre questo provvedimento all’interno di regolamento comunale che estenderà l’obbligo a tutto l’anno.
In pratica sarà obbligo munirsi di appositi contenitori d’acqua da utilizzare per l’immediata rimozione delle deiezioni liquide depositate su superfici pavimentate e su altri spazi di arredo urbano, e sui mezzi di locomozione (ad esempio ruote di macchine o di scooter) parcheggiati sulla pubblica via.
È inoltre fatto assoluto divieto di consentire ai cani di urinare a ridosso di portoni e vetrine ed accessi ad abitazioni, uffici e negozi.
Lo ha stabilito appunto l’Amministrazione comunale con l’ordinanza sindacale n. 135 del 28 aprile 2026, emanata a seguito delle numerose segnalazioni pervenute da parte di cittadini che evidenziano il disagio determinato dalle maleodoranze e gli inconvenienti igienico-sanitari derivanti dalla presenza di deiezioni liquide animali sugli spazi destinati alla socializzazione di adulti e bambini, visto anche il notevole e crescente numero di animali d’affezione, in particolare cani, presenti sul territorio comunale.
Il provvedimento è stato al centro di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato: la vicesindaca con delega alla Tutela Animali Libera Camici, l’assessora con Delega al Decoro Urbano Giovanna Cepparello, la garante degli animali Elisa Amato, la dirigente del Settore Manutenzioni e Cura della Città Silvia Borgo, la dirigente settore Istruzione, Giovani, Partecipazione e Tutela Animale Michela Casarosa, la responsabile dei Servizi Territoriali della Polizia Municipale Michela Pedini, la funzionaria Barbara Saliva, il responsabile del Decoro Urbano di Aamps/Retiambiente Andrea Valenti, la guardia zoofila dell’Oipa Giuliano Morelli.
Per quanto riguarda le deiezioni solide, gli articoli 31 e 32 del vigente Regolamento Comunale sulla Tutela degli Animali (la cui ultima modifica risale al 2018) prescrivono l’obbligo di rimuoverle immediatamente a chi accompagna i cani nelle zone pedonali e nelle aree verdi, comprese quelle di libera circolazione dei cani, nei giardini e nei parchi, negli esercizi pubblici, commerciali e nei locali ed uffici aperti al pubblico, utilizzando mezzi idonei alla rimozione, da mostrare su richiesta del Pubblico Ufficiale, a pena di sanzione secondo quanto previsto dall’art. 42 dello stesso Regolamento.
Il Regolamento attuale non prevede però analoga norma per quanto attiene alle deiezioni liquide.
Nelle more di una modifica alla regolamentazione comunale vigente, l’ordinanza 135/2026 adotta misure atte a prevenire e contenere tali fenomeni, per tutto il periodo più critico dal punto di vista climatico. Il significativo aumento delle temperature che si verifica in primavera-estate, associato a una diminuzione delle precipitazioni, incide infatti anche sulla salubrità e sul decoro degli spazi urbani, anche in conseguenza della maggiore evaporazione di liquidi organici dalle superfici pavimentate.
Nello specifico, il testo integrale dell’ordinanza n. 135 impone, dal 20 maggio al 31 ottobre, a tutti i possessori o detentori a qualsiasi titolo di cani, anche se incaricati temporaneamente della loro custodia o conduzione:
• di munirsi, durante l’accompagnamento dei cani, di apposite bottigliette, spruzzatori o altri contenitori d’acqua, senza aggiunta di sostanze chimiche o detergenti, da versare all’occorrenza;
• di riversare una congrua quantità di acqua in corrispondenza del punto interessato dalle deiezioni liquide dei cani ai fini della loro diluizione e della ripulitura delle superfici interessate, su tutte le aree urbane pubbliche o ad uso pubblico e relativi manufatti e sulle aree private che si affacciano su aree pubbliche o ad uso pubblico, nonché sui mezzi di locomozione parcheggiati sulla pubblica via;
• è fatto divieto assoluto di consentire ai cani di urinare a ridosso dei portoni di ingresso e degli accessi ad abitazioni, uffici e negozi e vetrine.
L’inosservanza di queste disposizioni comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 25 a 500 euro, ai sensi dell’art. 7-bis del D. Lgs. 267/2000.
Rimane comunque a carico del trasgressore il ripristino dei luoghi.
Gli interventi
La Vicesindaca ha introdotto l’ordinanza sottolineando la sua grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale.
“Lo scopo principale non è punitivo, ma mira a elevare lo standard di igiene e decoro delle strade, dei marciapiedi e degli arredi urbani. Livorno conta circa 20.000 cani, un numero consistente che richiede responsabilità da parte dei proprietari per garantire una convivenza civile. La mancanza di rispetto delle regole da parte di una minoranza danneggia il lavoro degli operatori, dei proprietari responsabili e limita la fruibilità degli spazi pubblici, come i parchi, specialmente per i bambini”.
La Vicesindaca ha inoltre ricordato che l’Amministrazione ha rimosso i divieti di accesso ai cani in molti parchi per favorire le famiglie, ma avverte che, “se le segnalazioni di sporcizia e cani senza guinzaglio continueranno, potrebbero essere reintrodotte limitazioni”.
Ha inoltre ricordato il protocollo d’intesa con le guardie zoofile dell’OIPA, che hanno il potere di elevare sanzioni insieme alla Polizia Locale.
L’Assessora Cepparello ha parlato degli aspetti pratici e sociali del provvedimento sottolineando come l’ordinanza nasca anche per tutelare le persone con disabilità motoria, che spesso sporcano i propri ausili (sedie a rotelle) sui marciapiedi non puliti, portando poi lo sporco in casa. “I proprietari dei cani devono munirsi di bottigliette o spruzzatori con semplice acqua (senza sapone) da usare sui punti interessati dalle deiezioni liquide”. Ha ricordato il divieto assoluto di far urinare i cani ridosso di portoni, accessi ad abitazioni. “Si è optato per un’ordinanza, per agire tempestivamente prima dell’estate, quando il calore accentua i cattivi odori. L’ordinanza prevede una scadenza, ma recepiremo questo provvedimento all’interno di un regolamento in modo che l’obbligo delle bottigliette diventi permanente in tutte le stagioni e i mesi dell’anno. Il Comune non può lavare quotidianamente centinaia di chilometri di strade e la collaborazione dei cittadini è strategica”.
La Garante degli Animali ha posto l’accento sulla salute pubblica e sulla sicurezza nei parchi. Ha evidenziato che le deiezioni non raccolte contengono batteri e parassiti pericolosi per gli animali e soprattutto per i bambini che giocano nei prati. Ha citato situazioni di particolare degrado riscontrate nella zona di San Jacopo e vicino alla Baracchina Bianca, “dove i muri sono sporchi e i marciapiedi pieni di deiezioni solide”. Ha richiamato l’obbligo del guinzaglio nei luoghi pubblici, denunciando episodi di maleducazione subiti quando ha cercato di far rispettare questa norma. Infine ha esortato i cittadini a un maggiore rispetto per l’ambiente e per la città, sottolineando che il decoro urbano è un dovere di ogni proprietario.
Andrea Valenti, responsabile Decoro Urbano AAMPS/Retiambiente ha affermato: “Aamps si muove su due versanti: pulizia e sensibilizzazione al cittadino. In entrambi i casi abbiamo favorito un potenziamento dei servizi, pertanto forniamo un contributo determinante alla cura della città anche per contrastare il fenomeno dell’abbandono delle deiezioni canine. Siamo anche prossimi all’acquisto di 100 contenitori dedicati che avranno una bocca di ingresso dei sacchini molto piccola e, pertanto, non potranno essere utilizzati impropriamente per l’inserimento di sacchi invece destinati alla raccolta dei rifiuti. Nel mese di giugno provvederemo all’installazione presso le aree di sgambatura dei cani, i parchi pubblici e nelle zone che, dalle segnalazioni pervenute, risultano più soggetto a questa tipologia di abbandono”.
L'articolo Deiezioni liquide: da domani obbligo di rimuoverle proviene da Aamps Livorno.
Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Livorno, 18 maggio 2021 – Negli ultimi anni le società partecipate del Comune
di Livorno hanno consolidato risultati positivi sotto il profilo economico,
gestionale e della qualità dei servizi erogati ai cittadini, confermando il valore
strategico del sistema pubblico locale e la capacità delle aziende di affrontare le
sfide dell’innovazione, della sostenibilità e dell’efficienza amministrativa.
Il quadro che emerge dai bilanci evidenzia una crescita costante della solidità
patrimoniale e organizzativa di realtà fondamentali per il territorio come
Esteem Srl, Casalp Spa, AAMPS Spa, Farma.Li Srl e ASA Spa. I bilanci 2025,
alcuni dei quali in corso di approvazione in questi giorni ed entro il 30 giugno,
come previsto dal Codice Civile, non fanno eccezione, ma anzi confermano
questo trend positivo.
In particolare, AAMPS Spa ha registrato bilanci in utile negli ultimi cinque
esercizi, confermando il raggiungimento di un equilibrio economico e
finanziario stabile dopo il percorso di risanamento completato negli anni
precedenti.
Anche Casalp Spa ha dimostrato un consolidamento del ruolo operativo svolto
per i Comuni dell’area livornese ed in particolare si è distinta in questi anni per
le azioni di recupero delle morosità e per la capacità di guidare, su un tema
complesso ed attuale come quello dell’abitare, politiche finalizzate a gestire un
ambito che è sempre più lontano dalla gestione patrimoniale e sempre più
vicino a quello sociale.
Positivi anche i segnali provenienti da ASA Spa, che continua a rappresentare
un presidio essenziale per lo sviluppo infrastrutturale e ambientale del
territorio, mantenendo elevati standard di servizio e una struttura societaria
solida.
Crescita significativa anche per Esteem Srl, realtà attiva nei servizi informatici,
nel supporto alla gestione dei tributi comunali e nella gestione della sosta a
pagamento, che negli ultimi esercizi ha registrato un incremento del fatturato e
dell’occupazione, rafforzando il proprio ruolo di supporto tecnologico alla
pubblica amministrazione locale, confermando di essere una struttura in
espansione e capace di innovare i servizi digitali rivolti ai cittadini.
Importanti risultati sono stati raggiunti inoltre da Farma.Li Srl, con i propri
bilanci che negli ultimi anni evidenziano una gestione economica positiva e un
progressivo rafforzamento della capacità finanziaria dell’azienda. Farma.Li ha
proseguito il percorso di ammodernamento delle farmacie comunali, puntando
sulla qualità dell’assistenza, sulla prossimità territoriale e sull’innovazione dei
servizi sanitari e socioassistenziali.
Nel complesso, il sistema delle partecipate del Comune di Livorno conferma
dunque una traiettoria positiva, caratterizzata da investimenti, equilibrio
economico e miglioramento della qualità dei servizi pubblici locali. Un
patrimonio amministrativo e industriale che rappresenta un elemento
strategico per la crescita della città, per la tutela dell’interesse pubblico e per la
capacità del territorio di affrontare con solidità le sfide future.
Il sindaco Luca Salvetti ha aperto l’incontro sottolineando come le società
partecipate siano uno strumento imprescindibile per la gestione della città e dei
servizi ai cittadini. “Abbiamo lavorato sette anni sulla riorganizzazione e
l’aumento del personale, presentando numeri eloquenti, lo dimostrano i bilanci
in utile. Tutte e cinque le società principali (ASA, AMS, Farmali, Casalp e
Steam) hanno chiuso l’anno in positivo.
Il valore complessivo della produzione è di 208 milioni di euro, con un
incremento di 29 milioni rispetto al 2019.
Le aziende hanno raggiunto quota 1143 di personale con un aumento di 193
unità rispetto al 2019, diventando la terza realtà lavorativa del territorio dopo
l’ASL e il Comune stesso”.L’Assessora al Bilancio con delega alle Società Partecipate Viola Ferroni ha
ringraziato l’Ufficio Società Partecipate, che ha definito la “spina dorsale” dei
risultati ottenuti. “Ribadisco l’importanza della governance pubblica per
perseguire obiettivi di interesse collettivo, andando oltre il semplice dato di
bilancio. Farmali ha concentrato il focus sulla vicinanza ai cittadini ed alla
ristrutturazione delle farmacie. Casalp ha ottenuto buoni risultati nel recupero
crediti e nell’efficientamento degli alloggi. Esteem ha incrementato i servizi,
inclusa la recente gestione della sosta a pagamento. Aamps ha raggiunto la
stabilità dopo un passato complicato che ha fatto “tribolare”
l’Amministrazione”.Il direttore generale del Comune Nicola Falleni ha evidenziato il superamento
delle storiche criticità finanziarie delle partecipate: “che in passato
rappresentavano un “neo” nel bilancio comunale” ed ha fornito i dati del
bilancio consolidato 2024.“Il “gruppo” (Comune + aziende) conta oltre 2.200 dipendenti. Valore della
produzione totale: quasi 570 milioni di euro. Utile consolidato: circa 14 milioni
di euro. Patrimonio netto: 763 milioni di euro”.Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente ha dichiarato:
“Presenti e affidabili: con questi due aggettivi e in estrema sintesi sono nella
possibilità di descrivere la nostra azienda nel panorama delle municipalizzate
locali. Ogni giorno contribuiamo al decoro urbano con grande impegno e sforzo
da parte dei nostri operatori garantendo l’erogazione di servizi efficienti fin
dalle primissime ore della mattina sia sul versante della raccolta sia su quello
dello spazzamento. É importante sottolineare che per l’anno 2025 ci avvaliamo
di un utile di bilancio di 252mila euro. Un risultato che reputiamo importante
da affiancare all’evidenza di non avere registrato debiti. Siamo quindi orgogliosi
per quanto stiamo riuscendo complessivamente a fare, con uno sguardo di
ulteriore fiducia anche sul versante operativo essendo prossimi a realizzare,
avvalendoci anche di finanziamenti da parte della Regione Toscana, di due
ulteriori centri di raccolta per il corretto conferimento dei rifiuti dei cittadini. A
breve lanceremo anche una campagna di comunicazione rivolta a tutta la
cittadinanza per stringere ulteriormente il patto con i cittadini nel contrastare il
fenomeno degli abbandoni e aumentare le migliori azioni per la riduzione nella
produzione dei rifiuti indifferenziati, per la quale stiamo già registrando risultati
lusinghieri”.Claudio Puccetti, amministratore unico di Farmali ha definito l’azienda con gli
aggettivi “tranquillo” e “partecipativo”.
Ha sottolinea il buon clima lavorativo tra i 60 dipendenti distribuiti su 9
farmacie. Ha messo in risalto la totale autonomia finanziaria della società, “che
permette di autofinanziare gli investimenti (come le ristrutturazioni di varie
farmacie) senza ricorrere a finanziamenti esterni.L’obiettivo futuro è spostare
la missione del farmacista sempre più verso i servizi di telemedicina”.Marcello Canovaro presidente di Casalp ha utilizzato gli aggettivi “rigoroso” e
“partecipato” per definire il bilancio della società.
“La società ha superato pesanti difficoltà iniziate nel 2019 e ora chiude il
bilancio in positivo. Casalp non punta all’utile, ma a reinvestire ogni risorsa nel
mantenimento del patrimonio e in nuovi edifici.
Negli ultimi tre anni sono stati investiti oltre 50 milioni di euro nella provincia e
messi a disposizione degli assegnatari 592 appartamenti precedentemente
sfitti”.Stefano Taddia presidente di Asa sceglie gli aggettivi “collettivo” e “sostenibile”.
Esprime orgoglio per i 56,7 milioni di euro di investimenti effettuati nell’ultimo
anno, segnando un +150% rispetto al 2020.
Sottolinea come l’efficienza delle società di servizio pubblico sia un elemento
fondamentale per la sostenibilità e il benessere del territorio.Antonio Paladini amministratore unico di Esteem descrive l’azienda come
“consolidata” e “visionaria”.
Riporta una crescita enorme negli ultimi 12 anni: “il personale è passato da 9 a
40 dipendenti e il fatturato è salito da circa 450.000 euro a quasi 2 milioni di
euro. L’azienda si è evoluta accettando servizi nuovi e diversi, come la gestione
dei parcheggi, mantenendo però un’anima orientata all’innovazione informatica
per il futuro dei servizi ai cittadini”.Il Sindaco ha concluso la conferenza stampa ringraziando gli Uffici Comunali e i
due assessori che si sono succeduti nella gestione delle partecipate, Gianfranco Simoncini e Viola Ferroni.
L'articolo Bilanci in utile delle cinque aziende partecipate del Comune di Livorno proviene da Aamps Livorno.
Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.
In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.
La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».
Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.
Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi
A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.
Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.
In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.
Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.
Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.
Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.
Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.
La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.
Lo ski stadium di Bormio durante il presidio
Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.
Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio
Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.
Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.
I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.
Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.
La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.
A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.
Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.
Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.
Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.
Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.
La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.
Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.
Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».
Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.
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Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico
Dossier di candidatura
Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023
Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici
Primo report OpenOlympics
Secondo report OpenOlympics
Rapporto Neve diversa 2024
La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)
Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)
Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)
Video integrale convegno Off Topic
Video Duccio Facchini – Altreconomia
L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.
Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.
Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.
Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.
Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.
Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.
Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.
È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.
Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.
Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.
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