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Belgio-Egitto, il gol di Lukaku che porta la partita sull'1-1

15 Giugno 2026 ore 22:34
Al 66' Al primo pallone toccato da suo ingresso in campo, Lukaku attacca bene lo spazio e in area di rigore su un cross dalla destra in scivolata mette alle spalle di Shoubir. Ora il Belgio ha cambiato passo è molto più dinamica

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Usa, un bombardiere B-52 si schianta dopo il decollo da una base in California

15 Giugno 2026 ore 22:12

Un bombardiere B-52 si è schiantato poco dopo il decollo lunedì mattina, intorno alle 11:20 ora locale, in una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, in California. Lo ha comunicato l’esercito Usa in un post su X, specificando che le squadre di soccorso sono intervenute subito dopo l’incidente. Il Boeing modello B-52, bombardiere a lungo raggio pensato per portare sia armi convenzionali sia nucleari, è entrato in servizio nel 1955 e in genere ha a bordo un equipaggio di cinque persone: nessuna informazione è stata fornita su eventuali feriti o vittime.

Il bombardiere era decollato dalla base di Edwards – circa 161 chilometri a nord di Los Angeles – dove Chuck Yeager superò la velocità del suono nel 1947.

Lo schianto si è verificato a quasi un anno di distanza dai fatti del luglio 2025, quando il pilota di un aereo di linea regionale in volo sopra il Nord Dakota effettuò una virata brusca e inaspettata per evitare una possibile collisione in volo con un bombardiere militare B-52 che si trovava sulla sua traiettoria.

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L’accordo visto da Teheran: i nodi irrisolti su Libano, Hormuz, soldi e nucleare

15 Giugno 2026 ore 21:56
Per l’Iran l’intesa siglata con gli Usa comporta punti che non sono stati evidenziati da Trump, come il ripristino dei pedaggi nello Stretto dopo i primi 60 giorni, lo sblocco degli asset congelati e la fine delle ostilità nel Paese dei Cedri

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La riforma Crosetto della Difesa: una “riserva permanente” per la  guerra

Per settimane il dibattito pubblico si è fermato alla domanda sbagliata: il governo vuole reintrodurre la leva obbligatoria? La risposta è no. Ma è proprio questa risposta che rischia di nascondere ciò che sta davvero accadendo.

I due disegni di legge del ministro Crosetto e i cui testi hanno cominciato a circolare – quello sulla riforma dello strumento militare e quello sul rafforzamento della capacità di difesa nazionale – non riportano l’Italia al Novecento della coscrizione universale. Disegnano qualcosa di diverso: la costruzione di uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una certezza.

Queste riforme, per l’approvazione delle quali Crosetto si appella anche all’opposizione nel nome di una “unità nazionale” comune, non arrivano nel vuoto.

Sono il completamento sul piano interno della scelta politica compiuta dal governo italiano in sede europea e atlantica: adesione alla nuova stagione del riarmo continentale promossa dalla Commissione europea, sostegno all’aumento della spesa militare e disponibilità ad allinearsi all’obiettivo del 5% del PIL in ambito NATO, presentato come nuovo standard strategico e sostenuto con forza dall’amministrazione Trump.

Prima il riarmo. Poi il problema conseguente: chi utilizzerà quell’apparato? Le due riforme provano a rispondere esattamente a questa domanda. La prima costruisce una nuova architettura della forza.

Non si torna alla leva obbligatoria ma si supera il modello dell’esercito professionale puro. Accanto alle forze permanenti nasce una struttura multilivello: riserva operativa, riserva territoriale, riserva specialistica.

Il passaggio è enorme e non solo dal punto di vista numerico.

Il governo si attribuisce la possibilità di superare la filosofia della legge Di Paola del 2012 e di aumentare gli organici entro il 2033 con oltre 42 mila militari aggiuntivi tra Forze armate, sanità militare e Arma dei Carabinieri.

È una vera inversione storica. Ma il punto più innovativo – e più problematico – è il modo in cui si costruisce consenso materiale attorno alla funzione militare.

La riserva non viene pensata come semplice disponibilità civica: viene strutturata come nuova forma incentivata di partecipazione militare.

Ai riservisti vengono riconosciuti strumenti economici e occupazionali molto consistenti:
130 euro netti per ogni giornata addestrativa, premio annuale di 1.300 euro per il completamento dei richiami, aspettativa garantita sul posto di lavoro, decontribuzione totale per il datore di lavoro e tutela contro effetti occupazionali successivi al richiamo.

Non è una misura neutrale.

Si costruisce un ecosistema di convenienza economica attorno alla disponibilità all’impiego militare.

È l’idea della warfare society: non una società militarizzata solo attraverso gli armamenti, ma attraverso incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica.

In questo quadro si inserisce anche un fenomeno che osserviamo da tempo e che merita una discussione pubblica più seria: la crescente presenza delle Forze Armate nella scuola e nell’università.

Orientamento, accordi, attività formative, percorsi con istituti e atenei, reclutamento specialistico nelle discipline scientifiche e tecnologiche: si consolida un rapporto sempre più stretto tra sistema educativo e apparato militare. Il punto non è negare il ruolo delle Forze Armate nelle istituzioni democratiche. Il punto è evitare che la formazione pubblica diventi progressivamente un segmento della filiera del reclutamento.

La seconda riforma completa il quadro.

Rafforza il vertice interforze, amplia il dominio cyber, accelera le procedure amministrative, consolida il legame tra Difesa e industria. Ma soprattutto introduce in modo organico i sistemi autonomi e senza equipaggio. Droni, piattaforme remote, mezzi autonomi entrano stabilmente nell’architettura normativa italiana.

Qui emerge una lacuna politica enorme.

Non compare alcun riferimento esplicito al principio del controllo umano significativo sull’uso della forza e manca qualsiasi richiamo al dibattito internazionale sui LAWS – i sistemi d’arma autonomi letali. Il rischio è evidente: abbassare il costo politico della decisione militare, aumentare la distanza tra chi decide e chi subisce la violenza, rendere più ordinario il ricorso alla forza.

Parallelamente si prevedono deroghe ambientali, maggiore autonomia negoziale per la Difesa, estensione delle capacità operative nel cyberspazio anche in tempo di pace.

Tutto questo produce un effetto politico preciso: spostare il baricentro dal controllo democratico alla capacità di risposta permanente.

Naturalmente il mondo è cambiato. La guerra in Ucraina, le tensioni globali, il confronto strategico internazionale impongono domande nuove.

Ma proprio per questo la sicurezza non può essere lasciata alla sola risposta militare. Se si ritiene necessario costruire resilienza nazionale, perché gli stessi incentivi economici, previdenziali e organizzativi non vengono destinati anche alla difesa civile? Perché non investire nella protezione civile, nella mediazione dei conflitti, nella resilienza territoriale, nella sicurezza climatica, nella cybersicurezza civile, nel servizio civile universale?

Un’altra difesa è possibile.

Per questo il movimento europeo contro ha manifestato il 14 giugno a Bruxelles per chiedere che l’Europa torni a investire nella pace e nella sicurezza comune fondata sui diritti e non sulla corsa agli armamenti. Ed è per questo che continua la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare sulla difesa civile non armata e nonviolenta. Perché la domanda decisiva non è quante riserve mobilitare. La domanda è che idea di sicurezza vogliamo costruire per il futuro dell’Italia e dell’Europa.

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Accordo USA-Iran? L’ex CIA Larry: “Questo si chiama blocco navale”

15 Giugno 2026 ore 20:00



L’ex analista della CIA, Larry Johnson, si esprime sugli ultimi sviluppi dell’imminente accordo (MOU) tra Stati Uniti e Iran. Il video analizza l’annuncio di Donald Trump circa la rimozione del blocco navale e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano.

Tuttavia, Larry Johnson esprime un profondo scetticismo: fa notare che gli USA intendono comunque intercettare le navi iraniane con equipaggiamento militare cinese — definendolo un blocco de facto — e che Netanyahu ha già rifiutato il ritiro dal territorio libanese. Tra le interpretazioni opposte delle due fazioni sui dettagli finanziari (tra cui lo sblocco di 24 miliardi di dollari per Teheran) e le forti tensioni interne, il dialogo evidenzia i rischi di un imminente sabotaggio del patto prima della firma ufficiale in Svizzera, accennando infine agli attacchi paralleli su Kiev.

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[2026-06-16] Serata danzante in occasione della Luminara @ Piazza San Martino, Pisa

15 Giugno 2026 ore 19:00

Serata danzante in occasione della Luminara

Piazza San Martino, Pisa - Piazza San Martino, Pisa
(martedì, 16 giugno 19:00)
Benefit per Tonio

Martedì 16 giugno 2025, dalle ore 19 fino alla notte

Serata danzante benefit in piazza San Martino, a Pisa, in occasione della Luminara

Garage Anarchico

È ora che Trump dica a Benjamin Netanyahu di andarsene.

15 Giugno 2026 ore 17:11

di Philip Giraldi

Netanyahu continua a ripetere: “Ciò che appartiene a te appartiene anche a me”.

Oltre ai regolari e mortali attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, l’esercito israeliano ha ucciso 13 gazawi e 13 libanesi solo la scorsa settimana. Gaza è ora occupata al 70% da Israele, in violazione dell’accordo di cessate il fuoco, così come gran parte del Libano meridionale. Più di 1.000 gazawi sono stati uccisi da Israele dalla dichiarazione del cessate il fuoco temporaneo nell’ottobre 2025. A questo bilancio si potrebbe aggiungere l’aggressione in corso nel sud della Siria, dove Israele sta stabilendo una presenza militare che sarà seguita dall’avanzata dei coloni verso la capitale, Damasco. Questo è un territorio che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua banda di criminali di guerra intendono incorporare nella “Grande Israele”, insieme a Gaza e al Libano.

Nel frattempo, coloni ebrei armati stanno devastando ciò che resta della Cisgiordania palestinese, distruggendo fattorie e mezzi di sussistenza, nonché interi villaggi. Taybeh, l’ultimo villaggio cristiano, è stato reso inabitabile la scorsa settimana dopo settimane di incursioni in cui il bestiame è stato ucciso, l’acqua avvelenata e gli ulivi abbattuti. Se un palestinese tentava di intervenire, veniva picchiato e, in alcuni casi, ucciso. Chiese e moschee in Cisgiordania vengono regolarmente profanate e i non ebrei che indossano abiti religiosi o che tentano di entrare in un luogo sacro vengono spesso sputati addosso, soprattutto a Gerusalemme. L’esercito israeliano (IDF), dal canto suo, osserva regolarmente queste manifestazioni di gratuita brutalità senza intervenire. Per evitare qualsiasi equivoco su ciò che sta per accadere, la Knesset ha ora autorizzato 51 milioni di dollari per costruire più di 60 nuovi insediamenti, completamente illegali, su terre palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Ciò che accomuna tutti questi luoghi, oltre alla mano crudele di Israele, è che gli Stati Uniti, spesso tramite lo stesso Trump, sono stati i garanti dei cessate il fuoco e la fonte del cosiddetto, ma totalmente disfunzionale, Consiglio di Pace, e non hanno fatto nulla per fermare la carneficina. Al contrario, continuano a fornire a Israele armi, denaro e copertura politica. Sono quindi complici dei crimini di guerra. Qui in patria, Trump sta promuovendo l’agenda israeliana sostenendo la criminalizzazione di chiunque denunci i crimini contro l’umanità commessi dal suo “migliore amico” Bibi, scegliendo di distruggere la libertà di parola piuttosto che permettere la minima rivelazione dei crimini di Israele. Questo ricorda l’8 giugno 1967, quando Israele attaccò la USS Liberty, uccidendo 34 membri dell’equipaggio americani e ferendone altri 172. Seguì un’operazione di insabbiamento per proteggere Israele, coordinata dal presidente Lyndon B. Johnson, un essere umano ripugnante che probabilmente si sarebbe divertito a discutere di “valori” con Trump.

Se c’è una cosa assolutamente vera, è che gli Stati Uniti non traggono alcun beneficio, né per l’interesse nazionale né per il benessere del cittadino medio americano, dalla loro sottomissione a Israele e a Netanyahu. Se si presta fede ai sondaggi d’opinione, il pubblico americano lo ha capito e si è improvvisamente rivoltato contro lo Stato ebraico; ora sostiene sia la causa palestinese sia la volontà di porre fine a questa guerra assolutamente assurda contro l’Iran. Ciò significa che è giunto il momento per gli Stati Uniti di recidere i legami con Israele e concentrarsi sui propri interessi. Questo è necessario nonostante il Congresso e il Presidente Donald Trump continuino a spingere nella direzione opposta per completare la loro sottomissione agli israeliani, che ora include la prevista fusione delle burocrazie della difesa e dell’intelligence americana e israeliana.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato da tutto quanto detto finora, e da molto altro ancora, è che l’amministrazione del presidente Donald Trump è particolarmente incompetente in politica estera, ovvero nel modo in cui gestisce i rapporti con le altre nazioni e, di conseguenza, nel modo in cui gestisce la sicurezza nazionale. Parte della colpa ricade certamente sullo stesso Trump, poiché non ha alcuna empatia per gli altri esseri umani, a meno che non possano danneggiarlo o procurargli un vantaggio personale, come nel caso di Netanyahu e dei miliardari ebrei. Ha anche la tendenza a cambiare rotta spontaneamente, senza curarsi troppo delle questioni concrete che potrebbero interessare il suo pubblico. Tutto ciò che conta è ciò che crede, in un dato momento, possa migliorare la sua immagine, come dimostrato di recente dall’aver dato il suo nome a edifici pubblici. Rispondendo alla domanda di un giornalista sull’aumento del tasso di inflazione, ha dichiarato di “amare l’inflazione!”. È stato come dire: “Addio alle elezioni di metà mandato!”.

Gabinetto di guerra israeliano

Si consideri, ad esempio, il caso di giovedì scorso, quando Trump annunciò al mattino che avrebbe attaccato l’Iran quella stessa sera per impadronirsi del principale impianto di esportazione petrolifera sull’isola di Kharg, nell’ambito di un piano volto a paralizzare la capacità del Paese di fornire energia. Alle 14:00, tuttavia, annullò l’attacco, convinto che Stati Uniti e Iran fossero ormai vicini a raggiungere un accordo per porre fine ai combattimenti e risolvere le varie questioni al centro del conflitto. Il primo ministro pakistano, che aveva svolto il ruolo di mediatore, confermò venerdì la possibilità di un accordo di pace , sebbene osservatori esperti avessero immediatamente fatto notare l’insostenibilità di tale affermazione, dato che non erano in corso negoziati tra le parti e l’Iran negava qualsiasi progresso sulle questioni chiave. Sabato non fu confermato nulla, ma Trump ribadì che domenica ci sarebbe stata la “firma” di un “memorandum d’intesa”, come primo passo verso un accordo di pace, presumibilmente in concomitanza con il suo compleanno. La maggior parte degli osservatori, tuttavia, continua a sostenere che un Trump debole e vulnerabile, pur desideroso di ritirarsi da una guerra disastrosa contro l’Iran, vi si aggrappa solo a causa delle intense pressioni di Israele e della sua lobby americana, che potrebbero essere pronte a ricorrere alla tattica del ricatto “Epstein” per mantenere il presidente coinvolto nel conflitto. Se Trump dovesse anche solo prendere in considerazione l’idea di ritirarsi dalla sua “cintura di fuoco” intorno all’Iran, Israele adotterebbe immediatamente tutte le misure necessarie per far fallire l’accordo e riprendere i combattimenti, sia attraverso una manovra per trascinare nuovamente gli Stati Uniti nel conflitto, sia sfruttando potenzialmente la menzogna secondo cui “l’Iran possiede armi nucleari”.

Sarebbe quindi saggio accettare che Donald Trump sia una nave senza timone e che le interazioni con la maggior parte dei paesi mediorientali continueranno a essere dettate da Israele, mentre i colloqui bilaterali con altri attori importanti come Russia e Cina sembrano essersi completamente interrotti. La nomina dei miliardari del settore immobiliare Steve Witkoff e di suo genero Jared Kushner come rappresentanti personali del presidente – entrambi inesperti e ferventi sionisti – non ha certo migliorato le prospettive di quelli che sono stati definiti negoziati con chiunque. Nessuno può fidarsi di Trump.

L’influenza di Israele supera di gran lunga le dimensioni e la potenza effettive del Paese. Un recente “amico” di Trump è il Primo Ministro argentino Javier Milei, che, sorprendentemente, è anche un grande amico di Israele, avendo compiuto la tradizionale visita di cortesia al Muro del Pianto a Gerusalemme durante una visita di Stato in Israele poco dopo la sua elezione. Cresciuto in una famiglia cattolica, Milei avrebbe voluto convertirsi all’ebraismo, ma ha rinunciato perché la regola del “divieto di lavoro il sabato” avrebbe interferito con i suoi doveri di Primo Ministro. Non contenti di aver preso il controllo dell’intero Medio Oriente, gli ebrei israeliani stanno guardando anche oltreoceano. La Patagonia, in Argentina, sarebbe stata un obiettivo particolare per gli acquirenti israeliani, con l’aiuto del regime di Milei, che ha contribuito a eludere le restrizioni ambientali. Gli israeliani stanno anche acquistando numerose proprietà a Cipro e in Grecia, Stati confinanti che fungerebbero da comodi rifugi sicuri qualora Israele dovesse provocare eccessivamente uno dei suoi vicini e diventare bersaglio di una bomba nucleare. Jonathan Pollard, la spia americana al soldo di Benjamin Netanyahu, avrebbe indicato Turchia ed Egitto come i “prossimi” bersagli dell’ira sionista una volta eliminato l’Iran. Entrambi gli eserciti potrebbero facilmente sconfiggere i codardi dell’esercito israeliano, più abili nello stuprare e torturare che nel combattere.

Ma una storia che ha attirato l’attenzione illustra chiaramente il desiderio ossessivo di Israele di rubare la proprietà altrui, soprattutto la terra, a prescindere dal costo. Come sempre, non vengono ritenuti responsabili dei loro crimini da Donald Trump, che a sua volta ha una propensione al furto e sceglie le scorciatoie, come dimostrano i grandiosi progetti per un resort di lusso chiamato “Trump Riviera” sul lungomare di Gaza. Poi ci sono le attuali macchinazioni su un’isola al largo delle coste albanesi, che sta subendo un “sviluppo” multimiliardario da parte di Ivanka Kushner e suo marito Jared Kushner, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), per diventare un resort di lusso per ricchi e famosi. Kushner ha ottenuto questi fondi grazie alle sue conoscenze familiari e, fortunatamente, molti albanesi sono furiosi per l’accordo e stanno protestando!

Ma il caso che ci è giunto dagli Stati Uniti e dal Canada, e questo fine settimana da Londra , supera molte delle macchinazioni di Trump e di Israele per audacia e natura criminaleAmnesty International UK chiede al governo britannico di bloccare un evento immobiliare previsto a Londra, al quale partecipano aziende che promuovono apertamente la vendita di terreni negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Coloni israeliani sequestrano terre ai palestinesi

Il “Grande Evento Immobiliare Israeliano” è un roadshow itinerante che ha già fatto tappa in Canada e negli Stati Uniti e che ora prevedeva una vendita a Londra domenica. Questi eventi sono organizzati da un’agenzia immobiliare israeliana chiamata My Home in Israel . L’agenzia vende terreni a potenziali acquirenti tramite un team di agenti immobiliari con sede negli Stati Uniti, e le vendite si svolgono in genere in sinagoghe o altri edifici di proprietà e gestiti da ebrei. Inevitabilmente, si sono verificate proteste contro queste vendite in città come Los Angeles e New York, dove i “lotti” sono stati offerti alle comunità ebraiche locali. I lotti in vendita includono appezzamenti significativi situati in insediamenti illegali nella Cisgiordania palestinese, terre che sono state sottratte ai legittimi proprietari. Il rapporto di Amnesty International, pubblicato la scorsa settimana in segno di protesta contro la fiera di Londra, ha messo in luce la campagna di pulizia etnica dello Stato israeliano in Cisgiordania, “documentando lo sfollamento di almeno 5.910 beduini palestinesi e membri di comunità pastorali dal 2023 , la demolizione di oltre 3.400 case e strutture nell’Area C, nonché un’impennata senza precedenti di violenza da parte dei coloni e di accaparramento di terre, sostenuti dallo Stato ” .

Questa è dunque la realtà: Israele si prende tutto ciò che vuole senza curarsi di chi muore o perde la casa nel processo. E il governo americano resta a guardare mentre Netanyahu spara una menzogna dopo l’altra. Bene, ora basta. L’America è quasi altrettanto odiata quanto Israele per il suo comportamento, e se continua così, ci saranno gravi conseguenze. È ora di mostrare la porta a Netanyahu e dirgli, insieme ai suoi compari dell’AIPAC e ai suoi amici miliardari ebrei, di andarsene.

Fonte: The Unz Review

Traduzione: Luciano Lago

Gli Usa spengono i nuovi modelli Ai di Anthropic: il punto non è la falla, ma la mano che decide

15 Giugno 2026 ore 16:23

Hanno spento lo strumento più potente mai costruito. Per ordine. Per legge. Per sicurezza nazionale. Il 12 giugno una lettera del Dipartimento del Commercio ha imposto ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 a “ogni cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti”. Dalla potenza promessa a tutti al silenzio per quasi tutti. Senza processo, senza dibattito, senza appello. Per controllare un popolo non serve più il rogo: basta un interruttore.

La capacità giudicata troppo pericolosa ha un nome quasi comico: chiedere alla macchina di rileggere il codice in cerca di errori. Lo fa ogni programmatore, ogni giorno. Anthropic stessa ha chiamato la falla “ristretta, non universale” e ha messo per iscritto il dissenso dal “ritiro di un modello usato da centinaia di milioni di persone”. Il punto non era la falla. Era la mano che decide.

Uno strumento del genere diventa libertà a una condizione: che sia usato bene, e messo in mano a tutti. Rende capace chi non lo era, dà a uno solo la forza di molti. La prova che funzionasse davvero è proprio nello spegnimento: non si stacca d’urgenza la spina a un giocattolo. Si stacca a ciò che rende le persone troppo capaci. Per anni la liturgia è stata una sola: democratizzare l’intelligenza, renderla sicura, darla a tutti. La lettera ha tolto la veste. L’intelligenza non è un bene comune: è una munizione, concessa a chi si vuole e negata a chi si vuole. Il re è nudo. Anzi, il dio è nudo.

Il criterio della negazione non è la competenza. È il passaporto. “Ogni cittadino straniero” taglia il mondo in due. Per questo i modelli sono stati spenti per tutti: non si sapeva accendere la luce ai soli cittadini giusti.

Diranno che è controllo dell’export, non censura. La logica vecchia della crittografia, dei missili, dell’uranio. Vero. Ma quest’arma di pericoloso fa una cosa sola: trovare gli errori dentro un programma. Quando “doppio uso” diventa il nome di battesimo di ogni strumento potente, ogni strumento potente diventa sequestrabile.

Nel 1933, in piazza, si bruciavano i libri. Il fuoco non serviva a distruggere la carta: serviva a decidere cosa le persone potessero leggere e sapere. Anche allora si parlava di sicurezza. La sicurezza di chi? Di chi sbaglia, e ha il potere di chiamare pericolo ogni pensiero che lo smentisce. Oggi non si accende niente. Si firma una lettera, si stacca una spina, e lo strumento più potente del momento sparisce senza lasciare cenere. È lo stesso gesto, ripulito. Il rogo che non fa fumo è più efficiente: non lascia immagini, non lascia rabbia. Lascia un messaggio di errore.

La storia fa quello che fa sempre. Mette un bivio e obbliga a scegliere la parte. Qui la parte è chiara, e va detta senza ipocrisie: sta con chi quello strumento l’ha costruito e si è sentito ordinare di toglierlo dal mondo. Io non ho nulla da spartire con Anthropic: nessun contratto, nessun interesse, nessuna appartenenza. Una cosa sola in comune, e basta a schierarsi: la libertà che hanno spento.

Vale anche per chi critica l’intelligenza artificiale, con ragione, da mesi. Non tutte le AI sono uguali. Una cosa è una macchina costruita per sorvegliare e sostituire. Altra cosa è uno strumento che rende le persone più capaci e più libere, e che un governo strappa di mano a tutti proprio per questo. Il nemico non è lo strumento diffuso. È chi decide di tenerlo per sé.

Dopo il rogo della libertà vengono i processi. È l’ordine di sempre: prima si toglie lo strumento, poi si giudica chi voleva usarlo. L’inquisizione lavorava così, condannava il pensiero prima del gesto, sospettava senza mostrare le prove. Spegnere la libertà non riporta a cent’anni fa. Fa sprofondare più in basso, dove il tempo non conta: nel buio antico dell’umanità.

Un rogo senza fumo brucia lo stesso. E quasi nessuno accorre.

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“La Luna? Al momento abbiamo pagine bianche per procedure che non esistono. Sto già vivendo nella navicella, una casa da 8 metri cubi. In orbita farò manovre inedite”: così Luca Parmitano

15 Giugno 2026 ore 12:40

“Sto già vivendo nella navicella, una casa da 8 metri cubi. In orbita farò manovre inedite”. Luca Parmitano e il nuovo balzo verso la Luna. Risale ad una decina di giorni fa la “convocazioneufficiale della Nasa recapitata al 49enne colonnello dell’Aeronautica, astronauta Esa e primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale. In una intervista al Corriere, Parmitano ha provato a spiegare come si svilupperà questa particolare missione che avverrà nel 2027 e che dovrebbe essere propedeutica alla missione di allunaggio che sarà Artemis IV. “Abbiamo quattro piloti che vanno in orbita intorno alla Terra e tre astronavi: un lunar lander di Blu Origin (società di Jeff Bezos, ndr) che entrerà in orbita”, ha spiegato l’astronauta italiano. “Noi con una seconda astronave ci avvicineremo per ricongiungerci e poi staccarci. Infine rifaremo le operazioni con una terza astronave di Space X (Elon Musk, ndr), completamente diversa. Alla fine con la nostra astronave torneremo sulla Terra, un unico splash down, dopo circa due settimane di lavoro”. Parmitano ha descritto come “un salto nel futuro” la sensazione provata nell’entrare per la prima volta nella navicella Orion dopo due missioni con la Soyuz (“nonostante gli aggiornamenti è una navicella disegnata mezzo secolo fa”).

“Siamo rimasti dentro dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio: da oggi mangerò Orion a colazione, pranzo e cena”, ha scherzato. Lo spazio di movimento avverrà in una cabina di “circa otto metri cubi”, mentre Parmitano risulta nell’organigramma della missione il secondo in grado come “pilota” (“di fatto sarò il responsabile delle operazioni di avvicinamento, aggancio e stacco”). L’astronauta siciliano afferma poi che non solo sarà un nuovo balzo verso il tanto cercato allunaggio, ma una vera e propria sperimentazione di qualcosa mai fatto: “Al momento abbiamo pagine bianche per procedure che non esistono. È questo il lavoro del pilota sperimentatore, la mia specialità. Di fatto faremo qualcosa che non è mai stato fatto anche se saremo su un’orbita terrestre. Dovremo definire le operazioni che poi, in seguito, andranno ripetute sulla Luna”. Insomma, nonostante il primo allunaggio sia avvenuto nel 1969, alla Nasa per tornare sulla Luna si ricomincia da capo e l’Italia è della partita. “Con la mia partecipazione la Nasa ci sta dicendo che l’Esa è un partner non solo per la tecnologia del modulo europeo e per le capacità scientifiche ma anche per il personale. Lo ha detto bene Norman Night, il direttore operazioni di volo Nasa: insieme andiamo più lontani e più veloci”.

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Iran, il debutto ai Mondiali nel giorno dell’accordo con gli Usa. Taremi attacca la Fifa: “Il calcio porta pace? Qui c’è troppa tensione”

15 Giugno 2026 ore 10:44

Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.

Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.

Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.

Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.

Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.

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Accordo Usa-Iran, la reazione dei mercati: volano le Borse europee, in calo il prezzo di petrolio e gas

15 Giugno 2026 ore 09:32

Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.

L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.

In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.

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Contro la fiction

15 Giugno 2026 ore 07:41
di Andrea Cortellessa   «È sempre in agguato la celebre questione dell’ombelico, del guardarsi l’ombelico». Così Emanuele Trevi, già vent’anni fa, in uno dei suoi primi libri “in prima persona”, L’onda del porto (Laterza 2005). A tutt’oggi resta questa, inappellabile, la condanna che infligge la doxa agli artisti che non lascino ricondurre il proprio lavoro …

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