Europei di atletica, il salto di Andy Diaz che vale oro. Video


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Salli Raiski è un’attivista russo-finlandese che oggi si trova nella regione di Kursk come volontaria in un progetto mediatico.
Nell’intervista racconta gli episodi di discriminazione che sostiene di aver subito in Finlandia per le sue posizioni politiche, fino alla perdita del lavoro, e riflette sul clima che si è creato in Europa dopo il 2022.
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Anchorage, un anno dopo: facciamo il punto con Giacomo Gabellini nel giorno dell’anniversario dello storico vertice in Alaska del 15 agosto 2025 tra i due presidenti di Russia e Stati Uniti, Vladimir Putin e Donald Trump
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Prima un incendio, poi un boato violento. Una colonna di fumo e fuoco si è alzata giovedì pomeriggio sopra lo stabilimento di Knds Ammo Italy a Colleferro, alle porte di Roma. L’esplosione è stata sentita a chilometri di distanza e ha fatto ricadere detriti incandescenti nell’area dell’impianto. Per fortuna non ci sono stati morti né feriti: i ventiquattro dipendenti presenti sono stati messi in sicurezza prima della deflagrazione.
Lo stabilimento è quello che per decenni è stato conosciuto come Simmel Difesa. Oggi appartiene a Knds, il gruppo franco-tedesco che produce sistemi d’arma, carri armati, munizioni e artiglieria. A Colleferro si producono munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale e propellenti solidi per il settore aerospaziale. L’incidente, secondo le prime ricostruzioni, è partito dal reparto di pressatura delle polveri, dopo lo sviluppo di un incendio. Le cause precise, però, devono ancora essere accertate.
La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per incendio. I vigili del fuoco devono ancora completare la messa in sicurezza dell’area prima di poter effettuare tutti i rilievi. Per ora gli investigatori hanno escluso una pista eversiva e un sabotaggio: non ci sono elementi pubblici che permettano di sostenere che l’esplosione sia stata provocata dall’esterno.
Non è però la prima volta che qualcosa esplode nello stabilimento di Colleferro. Nell’ottobre del 2007 un incidente alla Simmel Difesa provocò la morte di un operaio e il ferimento di altre tredici persone. La differenza, questa volta, è che nessuno è rimasto coinvolto. I sistemi di sicurezza e l’allarme hanno consentito di allontanare i lavoratori prima della deflagrazione.
La fabbrica di Colleferro è diventata uno dei nodi della nuova industria europea della difesa. Knds Ammo Italy figura tra le aziende coinvolte nei programmi europei per la produzione di munizioni da 155 millimetri, il calibro utilizzato dall’artiglieria occidentale e diventato centrale nella guerra in Ucraina. Nel 2024 la Commissione europea ha inoltre assegnato 41,39 milioni di euro a un progetto coordinato da Simmel Difesa per aumentare la capacità produttiva di munizioni, esplosivi e propellenti.
Proprio a fine giugno avevamo raccontato della decisione di Berlino di acquisire il quaranta per cento di Knds attraverso la banca pubblica KfW, portandosi a una posizione paritaria con Parigi. La Germania vuole avere un peso diretto nelle decisioni di uno dei gruppi destinati a essere centrali nel riarmo europeo (e nel pacchetto c’è anche lo stabilimento di Colleferro).
Tra l’altro, l’episodio di giovedì non è un caso completamente isolato, in Europa. Il 10 agosto, quindi appena tre giorni prima, alcune esplosioni avevano interessato un deposito di munizioni della Emco a Belitsa, in Bulgaria. Negli ultimi anni altre esplosioni e incendi hanno riguardato stabilimenti dell’industria della difesa in diversi Paesi europei. In alcuni casi si è pensato a tentativi di sabotaggio, non accertati.
C’è poi un altro elemento da aggiungere all’equazione. Mentre gli investigatori cercano ancora di capire che cosa sia successo, alcuni dei più attivi propagandisti filorussi sui social hanno accolto la notizia dell’esplosione con evidente soddisfazione. Tra gli account che hanno rilanciato la vicenda ci sono anche profili riconducibili all’ecosistema mediatico russo: Elisabeth Eliseeva, corrispondente di Sputnik, e il canale italiano Donbass Italia, curato da Vincenzo Lorusso. E questo dice qualcosa sul modo in cui la nuova guerra industriale europea viene guardata dall’altra parte del fronte.
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Per capire la portata della nuova politica cyber di Donald Trump bisogna partire da una parola antica: corsari. Il paragone con le letters of marque non significa che le aziende americane stiano per diventare una Marina privata né che abbiano ricevuto una licenza generale per fare hack back. Serve però a cogliere la trasformazione in corso: lo Stato mantiene la direzione dell’operazione, ma autorizza soggetti privati a esercitare una capacità finora rimasta nelle mani di agenzie militari, di intelligence e di law enforcement.
Con un memorandum firmato mercoledì, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato al dipartimento di Giustizia e al dipartimento per la Sicurezza interna di creare un programma attraverso il quale aziende statunitensi selezionate potranno condurre, sotto supervisione federale, operazioni offensive contro organizzazioni criminali transnazionali attive nel cyberspazio. Le società potranno svolgere attività di sorveglianza e, previa autorizzazione, azioni capaci di «manipolare, interrompere, negare, degradare o distruggere» sistemi informatici, reti, infrastrutture e dati.
È una differenza sostanziale rispetto al modello americano consolidato negli ultimi decenni. Il settore privato è da tempo parte integrante dell’ecosistema cyber statunitense: sviluppa strumenti offensivi, fornisce intelligence, identifica vulnerabilità, produce software e tecnologie utilizzate dalle agenzie governative. Ma fino a oggi la distinzione era relativamente chiara: le aziende fornivano capacità, mentre lo Stato decideva quando e contro chi usarle. Il nuovo programma porta l’impresa un passo più avanti: non soltanto fornitore di capacità, ma potenziale esecutore dell’operazione.
Non significa, però, che Washington abbia liberalizzato l’hack back. Il memorandum prevede una catena di controllo rigida: selezione delle aziende, contratti con il governo, standard tecnici e di sicurezza, approvazione federale e autorizzazione scritta prima di ogni operazione. Le procedure dovranno essere definite entro 60 giorni; le società dovranno inoltre mantenere un’obbligazione di almeno un milione di dollari ed essere sottoposte a valutazioni periodiche.
Insomma, non è una privatizzazione della guerra cibernetica. È qualcosa di più sottile: la privatizzazione dell’esecuzione di una parte dell’azione offensiva dello Stato.
Qui torna utile il paragone con i corsari. Le letters of marque autorizzavano privati a colpire il naviglio nemico per conto dello Stato: il privato metteva uomini, nave e capacità; lo Stato fissava il quadro. Nel cyberspazio il principio è simile, anche se il contesto giuridico e operativo è diverso: Washington identifica il problema, stabilisce le regole e autorizza l’operazione; l’azienda mette sul campo strumenti, operatori, intelligence e velocità.
Il motivo è concreto. Il cybercrime transnazionale ha ormai una scala che mette sotto pressione le capacità dello Stato. Secondo la Casa Bianca, nel 2025 gli americani hanno denunciato perdite per circa 20,8 miliardi di dollari legate a frodi e crimini informatici. Ransomware, truffe finanziarie e furti di criptovalute si muovono attraverso reti internazionali che non rispettano confini, giurisdizioni o tempi burocratici.
Da qui nasce la scommessa di Trump: se una parte significativa della superiorità tecnologica americana si trova nelle aziende private, perché lasciarla ai margini dell’azione offensiva dello Stato? È la stessa logica della strategia cyber pubblicata a marzo, che insisteva sulla necessità di «unleash the private sector». Il memorandum di agosto compie il passo successivo: dall’industria come fonte di tecnologia e intelligence all’impiego delle sue capacità operative contro i bersagli.
Il punto, però, va oltre il cybercrime. La nuova politica si inserisce in una trasformazione più ampia: le tecnologie militari e di sicurezza evolvono ormai a una velocità che gli apparati pubblici faticano a sostenere da soli. Droni, satelliti, software di targeting, sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme cyber vengono spesso sviluppati, aggiornati e gestiti da aziende private che restano vicine al campo operativo molto più di quanto accadesse in passato. In Ucraina, per esempio, diversi contractor tecnologici hanno lavorato a stretto contatto con le forze armate per adattare rapidamente droni e sistemi digitali alle condizioni del fronte. Il memorandum cyber di Trump rientra in questa stessa tendenza: non solo comprare tecnologia dal mercato, ma portare il mercato dentro l’esecuzione dell’azione di sicurezza.
E qui cominciano i problemi.
Il primo è l’attribuzione. Il memorandum autorizza operazioni contro organizzazioni criminali transnazionali, non contro governi stranieri. La distinzione appare semplice sulla carta, molto meno nella realtà: una banda criminale può avere rapporti informali con apparati statali, un gruppo ransomware può offrire servizi a un’intelligence, hacker formalmente indipendenti possono essere tollerati o protetti da un governo. Prima di colpire un bersaglio, bisogna sapere chi è davvero il bersaglio. Questo crea un problema che nel cyber è particolarmente delicato: prima di colpire un bersaglio bisogna sapere chi è davvero il bersaglio.
Il secondo problema è la deconfliction. Gli Stati Uniti conducono già operazioni cyber attraverso Cyber Command, National Security Agency, Federal Bureau of Investigation e altre agenzie. Coordinare queste attività è complesso anche quando gli operatori appartengono tutti allo Stato. Inserire aziende private, con strumenti propri, clienti propri, interessi commerciali propri e grande velocità operativa, aumenta il rischio di sovrapposizioni.
Il memorandum prevede una procedura di coordinamento, compresa una parte classificata. Ma il successo dipenderà da regole che ancora non sono pubbliche. Il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio: è che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri. È il motivo per cui diversi ex funzionari americani hanno espresso la stessa preoccupazione: il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio. È che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri.
C’è poi la questione della responsabilità. Se un’azienda agisce sulla base di un contratto con il governo, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna, dove finisce la responsabilità privata e dove comincia quella statale? Il memorandum può stabilire procedure e obblighi contrattuali, ma non cancellare le conseguenze internazionali di un’operazione.
Un’operazione autorizzata da Washington potrebbe coinvolgere sistemi in un Paese terzo, infrastrutture condivise, società straniere o persino apparati governativi. Se un errore provocasse un danno significativo, il fatto che a eseguirla sia stata un’azienda privata non farebbe scomparire il problema politico e giuridico per gli Stati Uniti.
È il paradosso dei nuovi corsari digitali: lo Stato può delegare l’azione, ma non necessariamente può delegare le conseguenze.
La storia offre un precedente. Nel 1856 la Dichiarazione di Parigi abolì il privateering, chiudendo l’epoca in cui gli Stati potevano affidare a privati una parte dell’attività bellica marittima. Il contesto non è trasferibile al cyberspazio, ma la parabola dei corsari pone una domanda attuale: quanto a lungo è possibile affidare a soggetti privati una capacità coercitiva senza perdere il controllo delle sue conseguenze?
Trump non sta copiando i modelli di Russia o Cina, dove hacker privati, contractor, gruppi criminali e apparati statali interagiscono da anni in modo opaco. La differenza americana dovrebbe essere una catena di autorizzazione esplicita e governativa. Ma il confine fra settore pubblico e privato si sposta comunque.
La risposta arriverà nei prossimi mesi, quando i due dipartimenti incaricati dovranno trasformare il principio politico in procedure concrete. Sarà lì che si capirà se i «corsari digitali» diventeranno una nuova arma contro il cybercrime transnazionale o una fonte supplementare di rischio per la macchina di sicurezza americana. La scommessa di Washington è portare dentro la capacità dello Stato la velocità del mercato. Ma il mercato, a differenza di un’agenzia governativa, non è nato per esercitare il potere dello Stato.
Ed è proprio questa la linea che Trump sta iniziando a riscrivere.
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Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.
In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.
È dentro questa atmosfera che è intervenuta la Chiesa cattolica. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV difende l’idea che l’essere umano occupi una posizione irriducibile nel creato e sostiene che le macchine, per quanto sofisticate, possano soltanto imitare alcune funzioni dell’intelligenza umana. È una visione che Sebastian Mallaby – autore del libro “The Infinity Machine: Demis Hassabis, DeepMind, and the Quest for Superintelligence” – prova a scandagliare in una lunga analisi su Foreign Affairs intitolata “God From the Machine. AI and the Future of Humanity” chiedendosi: siamo davvero sicuri che distinguere tra imitare l’intelligenza e possederla sia così semplice?
Il problema risale a molto prima delle ultimissime tencologie. Nel 1980 il filosofo John Searle propose il celebre esperimento mentale della «stanza cinese»: immaginiamo un uomo chiuso in una stanza che non conosce il cinese e che riceve istruzioni per manipolare simboli cinesi secondo precise regole. Dall’esterno, le sue risposte sembrerebbero quelle di una persona che comprende perfettamente la lingua. Ma l’uomo non comprende nulla: sta semplicemente applicando un insieme di istruzioni. Per Searle, era la dimostrazione che manipolare correttamente informazioni non equivale necessariamente a capire ciò che significano.
L’argomento è diventato uno dei pilastri della distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Una macchina può produrre una risposta convincente, riconoscere un volto, tradurre una frase o scrivere un saggio senza che questo significhi che provi qualcosa o che comprenda davvero ciò che sta facendo. Il corpo umano, ricorda Mallaby riprendendo un’obiezione dello scrittore di fantascienza Ted Chiang, non è un dettaglio trascurabile: «Avere un corpo è un prerequisito per avere emozioni». La disperazione, per esempio, non sarebbe separabile dall’esperienza fisica degli ormoni dello stress che attraversano il corpo.
È una distinzione intuitiva perché gli esseri umani nascono, soffrono, amano, si ammalano, muoiono; le macchine no, non sanguinano, non provano dolore e possono essere semplicemente spente. Esistono, scrive Mallaby, non dentro un universo morale ma dentro una matrice di ottimizzazione. Da questo punto di vista, si può sostenere che anche il più sofisticato modello di intelligenza artificiale resti soltanto una macchina che esegue operazioni straordinariamente complesse.
Anche il cervello umano è una macchina fisica. È fatto di materia biologica, obbedisce alle leggi della fisica e funziona attraverso impulsi elettrici e processi di elaborazione delle informazioni. «L’idea che la massa molle dentro il cranio contenga un’essenza ineffabile e non programmabile – la coscienza, lo spirito o qualcos’altro – può essere intuitivamente seducente. Ma dal punto di vista analitico è fragile», scrive Mallaby. E più l’intelligenza artificiale migliora, più quella distinzione diventa difficile da difendere. Gli ultimi modelli di IA non si limitano a consultare un gigantesco archivio di frasi e a scegliere meccanicamente quella successiva: costruiscono rappresentazioni matematiche dei concetti e delle loro relazioni, e possono associare parole, idee, emozioni e situazioni anche quando queste non sono mai state esplicitamente collegate nei dati di addestramento. Non significa che siano coscienti. Significa però che l’argomento «la macchina sta solo seguendo delle regole, quindi non può comprendere» diventa sempre meno risolutivo.
Quindi forse non arriveremo mai stabilire con certezza se una macchina abbia una coscienza. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di risolvere questo problema per decidere come governarla. E anzi, concentrarsi troppo sulla domanda potrebbe farci perdere di vista quelle che sono già oggi le questioni più urgenti.
La Chiesa, nelle parole di Leone XIV, secondo Mallaby, ha ragione su una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale deve essere regolata. Può amplificare le disuguaglianze economiche, trasformare il mercato del lavoro, modificare il modo in cui impariamo, alterare le relazioni umane e rendere più facile l’uso della forza militare. Può perfino rendere più difficile stabilire chi sia responsabile di una decisione quando una parte crescente del processo viene affidata a una macchina.
Ma il Papa non inquadra per intero lo scenario. Magnifica Humanitas trascura alcuni elementi fondamentali. Ad esempio, invoca una gestione dei dati come «bene comune o condiviso», mentre il problema più urgente dovrebbe essere impedire che i dati vengano sottratti e utilizzati senza autorizzazione. E sul terreno militare l’enciclica afferma che «la decisione di usare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati», una posizione moralmente comprensibile ma che Mallaby nel suo breve saggio su Foreign Affairs considera difficile da applicare quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni sul campo di battaglia più rapidamente e accuratamente degli esseri umani.
Per questo Mallaby trova almeno tre lacune nell’attuale risposta politica all’intelligenza artificiale. La prima lacuna riguarda la proliferazione. Se i modelli di IA più potenti finiranno per essere capaci di compiere attacchi informatici sofisticati, progettare nuove armi biologiche o svolgere altre attività oggi accessibili soltanto a Stati e grandi organizzazioni, il problema non sarà più soltanto chi controlla le aziende che li sviluppano: sarà che cosa succederà quando quelle capacità diventeranno disponibili in tutto il mondo, anche a criminali e terroristi. Per questo servirebbe arrivare a qualcosa di simile a un trattato di non proliferazione nucleare dell’intelligenza artificiale: un accordo internazionale che stabilisca che cosa gli Stati siano disposti a fare quando i modelli più pericolosi non saranno più nelle mani di pochi laboratori.
La seconda lacuna è economica. I sistemi fiscali dei Paesi occidentali sono costruiti anche sull’idea che il capitale serva a rendere più produttivo il lavoro umano. Per questo i governi hanno storicamente tassato il lavoro più del capitale. Ma se l’IA dovesse cominciare a sostituire i lavoratori anziché semplicemente aiutarli, questa impostazione rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: tassare pesantemente il lavoro renderebbe infatti ancora più conveniente per le aziende sostituirlo con le macchine, proprio mentre diminuirebbero le entrate fiscali necessarie per sostenere chi perde il proprio impiego. Per ovviare a questo problema si potrebbe spostare una parte della pressione fiscale dal lavoro al capitale, introdurre forme di assicurazione salariale per chi viene sostituito e perfino distribuire ai cittadini una piccola quota della ricchezza generata dalle aziende di intelligenza artificiale.
La terza lacuna è quella che riporta Mallaby al punto da cui era partito: non sappiamo ancora abbastanza di ciò che accade dentro i modelli di intelligenza artificiale. È il problema dell’interpretabilità. I laboratori stanno cercando di capire come le reti neurali arrivino alle loro conclusioni, ma la ricerca è ancora lontana dal fornire una spiegazione completa dei processi interni dei sistemi più avanzati. E qui Mallaby rovescia l’argomento della Chiesa. Magnifica Humanitas sostiene che non possiamo conoscere il pensiero delle macchine perché nelle macchine non c’è un pensiero da conoscere. Ma forse è vero il contrario: se vogliamo controllarle, dobbiamo capire che cosa stanno facendo.
È probabilmente questo il punto più interessante dell’articolo di Foreign Affairs. Possiamo discutere all’infinito se le macchine abbiano una coscienza, ma nel frattempo l’intelligenza artificiale continuerà a entrare nel lavoro, nella finanza, nella guerra e nelle istituzioni. Non serve sapere se abbia un’anima per capire che ha già abbastanza potere da richiedere regole. «Le macchine non entreranno mai nel nostro universo morale – scrive Mallaby in conclusione del suo articolo – ma se gli esseri umani aspirano a controllarle, dobbiamo prima di tutto comprenderle».
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Nemmeno sulle corna, nemmeno sui libri letti sotto l’ombrellone, nemmeno sui chili, nemmeno sui centimetri si mente con la voluttà con cui si mente sui soldi. Ogni tanto qualcuno dice che gli americani come prima cosa ti chiedono quanto guadagni e noi no perché abbiamo il senso di colpa rispetto al denaro, e io penso che noi non lo chiediamo perché sappiamo che la risposta sarebbe una menzogna.
Non ho idea di quanto guadagni nessuna delle persone che conosco, non ce l’ho neanche se me l’hanno detto. Toccherebbe capire se mi hanno detto di più perché sono dei megalomani, o di meno per paura che poi gli toccasse pagare la cena. Di sicuro non dicono la verità, sui soldi.
Ho un’amica che ha iniziato a farsi il Mounjaro, le punture per dimagrire americane, che costano più di quelle danesi. L’amica insegna in un liceo. Quanto guadagna, una professoressa? Duemila euro? Come ce li ricavi, vivendo in una città, quattrocento euro al mese di Mounjaro su uno stipendio di duemila? Hai delle rendite e non me l’hai mai detto per paura che ti lasciassi pagare la cena? La verità, vi prego, sui soldi.
Ieri un’altra amica mi ha mandato una notizia stupenda. Ai concerti degli Oasis dell’anno scorso tutti, anche quelli che erano dietro le quinte e ci tenevano molto a farsi foto dalla cui angolazione si capisse che erano amici di Noel e Liam, avrebbero pagato il biglietto. È una cosa inconcepibile in Italia, dove nessuno che anche solo lavori nei giornali ha mai pagato i biglietti per sé o per dodici dei suoi più intimi amici.
Ho visto il panico in certi dietro le quinte perché Tizia o Caio, in virtù dell’essere famosi e quindi abituati a vedersi offrire di tutto, non solo si erano presentati al concerto aspettandosi di entrare gratis, ma si erano pure portati otto nipoti, quattro amici, nove colleghi. I Gallagher, dice la notizia, avevano una lista di invitati, ma voleva solo dire che ai loro invitati avrebbero trovato i biglietti, che quelli però poi pagavano.
Considerata la regola di Geri Halliwell – «Perché Estée Lauder mi manda le creme adesso che posso permettermi di comprarle?» – per la quale nessuno che potrebbe permetterselo paga mai, e che gli amici dei Gallagher sono abbastanza ricchi e famosi da non pagare più niente da anni, spero che nel documentario che andrà a Venezia ci saranno dei bei primi piani sulle facce degli invitati cui è stato detto «fanno duecento sterline». La verità, vi prego, sui soldi.
Sui social girano due pezzettini di interviste presentati come mirabolanti, in cui due attori famosi dicono la stessa cosa a due diversi intervistatori. Uno è Matthew Rhys, quello di “The Americans”. L’altro è Morgan Freeman. Tutti e due, a domanda su come scelgano i ruoli, rispondono: quelli che pagano meglio. Immagino venga considerata una notizia perché gli artisti sono considerati gente che ha per spirito guida l’ispirazione, mica la possibilità di pagarsi l’aereo privato.
Siano benedetti quei due, che dicono la verità sui soldi, una cosa che devi poterti permettere di fare: puoi farla se sai fare qualcosa, anche solo una cosa scema come recitare, non se la tua sussistenza dipende dal consenso. Non sentiremo mai un[‘]influencer dire che le sue sponsorizzazioni sono quelle che pagano meglio: sono sempre prodotti che rispecchiano la sua identità e che consumerebbe anche senza retribuzione e con cui si sente in grande sintonia, mai aziende col budget più grosso.
Se dipendi dal consenso non puoi mai mai mai far vedere che ci tieni ai soldi, perché l’umanità ha un problema di memoria a breve termine e proprio non riesce a tenere a mente che esistono i ricchi e i poveri, se ne stravolge ogni volta. È tutt’uno scandalizzarsi perché i posti alla roba di Dolce e Gabbana alla quale Matteo Renzi e Katy Perry hanno passato la serata insieme (un evidente film postumo di Robert Altman) costavano migliaia di euro e noi a controllare i prezzi quando facciamo la spesaaaa. Chissà in che misura calerebbero i prezzi della verdura che compro, se i posti alle serate tamarre per ricchi costassero meno.
Ma che la verità non si possa dire sui soldi è chiarissimo a chi non ha lasciato la carriera politica nel passato, come Renzi e Justin Trudeau, e vuole invece farla nel futuro, come Alexandria Ocasio-Cortez, che dopo il primo post sul surgelamento degli ovuli ha fatto delle storie rispondendo a chi le chiedeva dei costi.
Ha spiegato i prezzi, che per gli stipendi americani sono invero bassini: la farmacia le aveva fatto un preventivo di ottomila dollari per le punture ma la sua assicurazione non le copre, e – come spesso accade negli Stati Uniti – a pagare direttamente costavano molto meno. Tremila e cinquecento di punture, e quattromila e cinquecento per l’intervento di asportazione degli ovuli. Più milleduecento per ogni anno in cui te li tengono in freezer.
Ho risparmiato tutta la vita per potermelo permettere, aveva detto, e io già lì trasecolavo: fai la deputata e hai risparmiato tutta la vita per pagare una cifra che guadagni in due settimane. Poi si è messa a fare un video al giorno in cui si fa le punture nella pancia come le influencer si pittano la faccia: perché la psicologia sociale le ha convinte che, se compi un’azione mentre parli, la gente ti ascolterà fino in fondo per vedere l’azione conclusa. (Che peccato essere morti per quando gli storici analizzeranno le convinzioni dementi di quest’inizio secolo: sarà divertentissimo).
In uno di questi video l’ho sentita dire che le generazioni precedenti si erano comprate casa, ma loro poveri millennial no, perché i soldi con cui avrebbe dato l’anticipo sul mutuo lei li investe nella sua fertilità. C’è una ragione se parlare con la telecamera del telefono è la modalità preferita d’ogni genere di piazzista: nessuno ti contraddice. Nessuno ti dice: Alexandria, ottomila dollari non bastano neanche per l’anticipo d’un garage. Sono disposta a pagare, per la verità sui soldi. Sono disposta a offrire la cena per sempre a qualunque amica mi confessi che con quel che guadagna dal suo lavoro dovrebbe vivere sotto i ponti ma invece è in questo albergo sul mare perché ha rendite familiari. Sono disposta a votare il primo che dica la verità sui soldi. Ma so già che non succederà.
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C’è una ragione profonda per cui l’Italia politica ferragostana si appassiona alle esplosioni di Pomezia e non a quelle di Colleferro e gli attentati a fin di bene di Lavitola a Ranucci suscitano un irresistibile rigurgito di passione civile nella destra ex-lavitolitana e nella sinistra ranucciana, mentre il non ancora qualificato incidente nello stabilimento KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa) di Colleferro – un’esplosione terrificante, con palla di fuoco alta cento metri, dicono le cronache – non suscita che una sorvegliatissima indifferenza bipartisan, come se si fosse incendiato il deposito di un ferrivecchi.
La bomba di Pomezia consente alla destra e alla sinistra di muoversi – cioè di accusare e difendersi – all’interno di uno schema consolidato e familiare, che non obbliga a rinnegare niente, ma a sacrificare qualcosa o qualcuno di rinunciabile o di indifendibile, senza cambiare nulla né del copione, né della morale di quella eterna opera dei pupi, che è la mitografia fondativa dell’Italia bipolare.
Così la destra scopre oggi in Lavitola l’imbroglione che è sempre stato – anche quando trafficava con senatori e scoop-patacca, a maggior gloria della Real Casa di Arcore – per inchiodare Ranucci alle millanterie dinamitarde del suo amico, confidente, informatore e Rasputin politico.
Così la sinistra scopre e censura con ritardo le amicizie e vanità imbarazzanti di Sigfrido, ma distingue l’errante dall’errore e si guarda bene dall’esigere da lui le espiazioni morali pretese dagli altri coglioni a loro insaputa del campo avverso, che non potevano non sapere.
Eppure, a uno sguardo onesto – quello che nell’Italia bipopulista non ci si può permettere, né si può ad altri consentire – dalle relazioni pericolose tra il campione dei buoni e quello dei cattivi, bomba d’amore compresa, emerge l’irresistibile somiglianza – similis cum similibus – del cosiddetto giornalismo di inchiesta di Ranucci, indomabile eroe della resistenza antiberlusconiana, con quel mix di dossieraggi, dicerie, falsi d’autore e suggestive verosimiglianze costruite ad arte, che aveva fatto la fortuna di Valterino alla corte di Berlusconi e dei suoi gazzettieri. Sono due gocce d’acqua, semplicemente di colore diverso.
Rispetto all’esplosione di Colleferro il silenzio bipartisan è invece d’ordinanza, perché qualunque parola dovrebbe contemplare un’ipotesi che destra e sinistra continuano pregiudizialmente (e pateticamente) a escludere, cioè che la guerra di aggressione della Russia all’Europa abbia ampiamente oltrepassato i confini dell’Ucraina e che anche lo stabilimento di Colleferro, che produce esplosivi e munizioni, in particolare quelle da 155 millimetri destinate all’esercito ucraino, possa essere finito nel mirino del Cremlino.
Visto che una coincidenza è una coincidenza, ma molte coincidenze fanno prima un indizio e poi una prova, quello di Colleferro non è, dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022, il primo stabilimento militare impegnato nelle forniture a Kyiv ad avere registrato incendi e esplosioni. Ci sono molti precedenti in Bulgaria, Repubblica Ceca, Spagna, Polonia e Regno Unito. Un po’ troppi, visto che si tratta di siti produttivi protetti da massime misure di sicurezza.
L’inesistenza di un pericolo russo è l’imprescindibile presupposto del racconto pacifista e pacificato dell’Italia bipopulista. Qualunque cosa riconduca ad esso e palesi, in modo pure eclatante, non la semplice incombenza del pericolo, ma lo svolgimento di un programma di aggressione minuziosamente organizzato, deve essere esorcizzato come un fantasma partorito dalla fantasia bellicista dei fanatici dell’escalation militare, dei sabotatori della pace possibile e dei fomentatori del pregiudizio russofobo.
Chissà a quale esito giungeranno le indagini sull’esplosione di Colleferro, ma possiamo essere abbastanza sicuri che nell’Italia pacifista anche l’ipotesi di un attentato sarebbe ricondotta alla responsabilità della criminalità comune, come nella Sicilia degli anni ‘60, in cui la mafia ufficialmente ancora non esisteva, gli avvertimenti e gli omicidi delle cosche venivano rubricati come questioni private di corna o di onore.
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Altro che economia o politica estera, il vero capolavoro di Giorgia Meloni è un altro. Una legge elettorale – ammesso e non concesso che vada in porto – che obbliga le coalizioni a indicare il nome del premier nel programma. Questo meccanismo ingrippa il cosiddetto campo largo perché lo costringe alle primarie. Se non ci fossero in campo ambizioni personali smisurate e ego sovraeccitate, si arriverebbe a un accordo su un nome; ma in assenza di quelle condizioni i gazebo non sembrano evitabili.
D’altronde, il punto dolente è che un terzo nome non viene fuori. E tutti i leaderini si preparano a correre per fare pubblicità al proprio partito: una logica politicamente demenziale. È chiaro a tutti che il problema dei capi del campo largo è questo e solo questo. Non si pensa ad altro. La discussione sulle regole delle primarie perciò è molto più delicata di quella sul mitico programma, che alla fine sarà un documento che terrà dentro tutto e il suo contrario. E comunque, piaccia o non piaccia, è molta la gente che va a votare per il leader più che per i pezzi di carta.
Ora, le primarie sono lo strumento più divisivo che esista. Una campagna elettorale senza esclusione di colpi che lascia detriti, malanimo, desideri di rivincita. Solo in un caso furono un formidabile propellente per il vincitore: quello di Romano Prodi, trionfatore annunciato e simbolo di un’inedita sintesi di diverse culture politiche di governo.
Ma oggi nulla ricorda quella stagione. C’è una coalizione nella quale è fortissima la competizione tra i leader di Partito democratico e Movimento 5 Stelle e rispettivi apparati, che per di più si innesta su un’annosa sfiducia reciproca tra i rispettivi elettorati. Per questo, molti prevedono che alle elezioni un pezzo di elettorato contiano non sosterrebbe Elly Schlein o che viceversa un pezzo di elettori dem e centristi non voterebbe Giuseppe Conte. Risultato: vince Meloni. È una previsione, non una certezza.
Che però dovrebbe essere sufficiente per i due partiti per rendersi conto che l’eventualità di andare a sbattere è alta. Dovrebbe soprattutto rendersene conto Schlein e gli strateghi che le sono vicini: perdere contro Conte, tra le altre cose, sarebbe un colpo micidiale per il Pd. Perché Conte candidato premier trainerebbe il M5S a percentuali importanti, sottraendo inevitabilmente voti a un partito guidato da una segretaria sconfitta. Verosimilmente, ma forse è già tardi, se il Nazareno si rendesse indisponibile a montare i gazebo, l’avvocato dovrebbe farsene una ragione.
Intanto, nello scontro tra i due big, il film che stanno realizzando i vari centristi per ora è abbastanza penoso. Non solo perché come al solito ci sono troppi galli a cantare ma per una ragione politica. Se il più lontano dai centristi-riformisti è – e non può non essere – l’avvocato del populismo, se si presentano uno o due di loro rischiano di favorirlo dato che toglierebbero voti alla segretaria del Pd. Il doppio turno eliminerebbe in parte questo problema (e infatti l’avvocato non lo vuole) anche se non si può escludere il rischio che al ballottaggio Schlein arrivi seconda, dunque già ammaccata.
Alla fine, dunque, il problema non sarà soltanto stabilire il nome del vincitore. Sarà capire che cosa resta della coalizione dopo le primarie. Dopodiché, vinca chi deve vincere. Che potrebbe non essere necessariamente il migliore.
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Il 15 agosto 2025 il presidente russo Vladimir Putin, all’epoca già ricercato dalla Corte penale internazionale e osteggiato dalla maggior parte dell’Occidente, mise piede sul suolo americano, ricevette un’accoglienza da tappeto rosso e si presentò al fianco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump da pari a pari. L’Ucraina era assente. Sostenere Kyjiv sembrava costoso; negoziare con Mosca veniva presentato come più pratico. Il vertice non produsse né un cessate il fuoco né un accordo di pace, eppure Putin ottenne una riabilitazione pubblica senza fare alcuna concessione. Un anno dopo, la Russia ha trasformato il vertice in un proprio prodotto. È stata persino depositata una domanda di registrazione del marchio per un profumo chiamato «Spirit of Anchorage», l’etichetta preferita dal Cremlino per definire l’intesa che, secondo quanto sostiene, Trump e Putin avrebbero raggiunto in Alaska. Eppure non c’era alcun accordo da imbottigliare, nessuna pace da commemorare e nessuna svolta strategica da preservare – solo un’atmosfera. Mentre la sostanza evaporava, la Russia ha conservato il profumo.
La domanda ora non è se Trump sia passato da Putin a Volodymyr Zelenskyy. Non l’ha fatto. La domanda è questa: che cosa può offrire ciascuna delle parti a un presidente che vuole trasformare la politica estera in una transazione da portare a termine? Mosca offre accesso, energia e accordi geopolitici. Kyjiv offre tecnologia collaudata in combattimento e know-how industriale. Entrambe le cose potrebbero essere utili a Trump; nessuna delle due, però, dovrebbe confondere l’utilità con l’impegno.
Prima di incontrare Putin, Trump aveva già inquadrato le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina in termini commerciali. All’inizio del 2025 aveva esercitato pressioni su Kyjiv affinché firmasse un accordo sui minerali che avrebbe garantito agli Stati Uniti un ritorno tangibile sul proprio sostegno. In Ucraina, la proposta ha suscitato timori che il paese potesse essere nuovamente trattato principalmente come fornitore di materie prime, piuttosto che come partecipante a catene di produzione a più alto valore aggiunto.
Il rapporto emergente in materia di difesa segue la stessa logica, ma cambia ciò che l’Ucraina può offrire. Kyjiv apporta sistemi collaudati in combattimento, dati dal campo di battaglia e un ciclo di innovazione plasmato dal costante adattamento alle contromisure russe – capacità che gli Stati Uniti non possiedono ancora con la stessa rapidità o su scala comparabile. I due paesi stanno portando avanti piani per la produzione congiunta di droni, tra cui uno stabilimento negli Stati Uniti che utilizzerà la tecnologia ucraina.
Sei produttori ucraini hanno aderito al programma Drone Dominance del Pentagono, nell’ambito del quale i loro sistemi saranno testati in base ai requisiti statunitensi e, per gli ordini futuri, prodotti attraverso partnership americane. L’Ucraina prevede di produrre tra i sei e i sette milioni di piccoli droni d’attacco nel 2026. Entro febbraio 2027, il programma da 1,1 miliardi di dollari del Pentagono ne avrà ordinati meno di 200.000.
Gli Stati Uniti mantengono vantaggi schiaccianti in termini di capitale, componenti e capacità industriale, ma restano indietro di anni rispetto all’Ucraina nella produzione di questa categoria di armi al ritmo richiesto in tempo di guerra. Washington sta cercando di convertire l’esperienza acquisita dall’Ucraina sul campo di battaglia in capacità americane. Ciò potrebbe creare un’interdipendenza pratica senza produrre un allineamento strategico. L’Ucraina potrebbe diventare più preziosa per Trump, ma non più sicura.
La partnership emergente offre a Kyjiv un’ulteriore fonte di leva a Washington, lasciando però condizionato il rapporto di base: il sostegno americano rimane legato a ciò che l’amministrazione può presentare come un accordo. Sullo sfondo di una cooperazione migliorata e di un clima crescente di fiducia e apertura tra le aziende della difesa americane e ucraine, ci si potrebbe aspettare un atteggiamento più positivo nei confronti del sostegno agli interessi ucraini nei negoziati.
Alcuni avrebbero persino potuto aspettarsi che Trump decidesse di mettere in pratica il proprio slogan elettorale, «pace attraverso la forza», e diventasse un leader statunitense filo-ucraino e atlantista. Tuttavia la logica della sua presidenza e le sue priorità personali contraddicono qualsiasi posizione “filo”. L’attuale presidente degli Stati Uniti non può avere un orientamento filo-ucraino o filo-russo: Donald Trump può essere solo filo-Trump, anche se alcuni potrebbero obiettare che non sia nemmeno sempre filo-americano.
Alla luce di ciò, qual è l’obiettivo di Trump nella sua politica nei confronti sia della Russia sia dell’Ucraina? Il persistente profumo di Anchorage che aleggia nel ministero degli Affari esteri russo ha indotto i suoi membri a credere che Trump voglia ingraziarsi Putin ed entrare a far parte del club degli autoproclamati machi sulla scena politica mondiale. L’appartenenza a questo club comporterebbe petrolio a basso costo e l’attuazione del pacchetto da 12 trilioni di dollari di Kirill Dmitriev per i progetti di sviluppo artico.
Questa linea di pensiero si inserisce inoltre perfettamente nella strategia volta a persuadere la Russia a opporsi alla Cina in un futuro scontro di egemonie, attualmente promossa da Elbridge Colby. Anche se la leadership russa non sostenesse questa idea, la utilizzerebbe comunque per attirare l’attenzione degli Stati Uniti su Mosca. Dal punto di vista dell’Ucraina, invece, la recente cooperazione, attiva e in gran parte produttiva, ha dato l’impressione che gli Stati Uniti non volessero più semplicemente «impedire all’Ucraina di perdere».
Sembrava che Washington fosse pronta a investire sia negli attuali progetti militari sia nella ricostruzione postbellica. È stato fatto molto lavoro per raggiungere un accordo sui metalli delle terre rare, creare un fondo per la ricostruzione e proseguire il dialogo sulla possibilità di produrre su licenza i missili PAC-3. Poiché gli americani non possono mostrare debolezza nei confronti della Cina, c’era la speranza che continuassero a sostenere attivamente il loro partner in Europa.
Tuttavia la verità è più semplice, proprio come la stessa politica estera di Trump. Ha semplicemente bisogno di un accordo. Non importa più molto chi uscirà vincitore dalla guerra e in quali condizioni. Se si tratta di un vero accordo che Trump possa firmare e che porti il suo nome, quell’accordo andrà bene per il presidente americano. Potrebbe essere utilizzato da Trump per rivendicare ancora una volta il premio Nobel per la pace.
Un accordo gli consentirebbe inoltre di dimenticarsi di questa parte del mondo – proprio come non ha reagito alla violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas e come si è dimenticato della ripresa della guerra tra il Congo e il Ruanda o tra la Thailandia e la Cambogia. La durata di un trattato, l’adesione ai suoi principi o il lungo processo di costruzione di relazioni tra ex avversari interessano ben poco a questa amministrazione.
Un effimero spirito di Anchorage potrebbe risiedere nella politica della doppia pressione. Per ammissione dello stesso Trump, l’incontro con Putin in Alaska non ha avuto successo. A seguito di esso, non si è registrato alcun progresso su nessuna delle varie iniziative proposte dalla parte russa. L’incontro potrebbe comunque aver prodotto un risultato: un certo raffreddamento delle relazioni degli Stati Uniti con l’Ucraina. Un anno fa Kyjiv aveva appena iniziato a instaurare normali rapporti bilaterali con la nuova amministrazione statunitense.
A un anno dal vertice in Alaska, persiste lo stesso tipo di situazione indefinita che prevaleva allora. Da un lato, la Russia deve affrontare nuove sanzioni, mentre i suoi partner devono fare i conti con nuovi dazi e restrizioni commerciali. Dall’altro lato, l’Ucraina potrebbe ritrovarsi priva di difesa antibalistica durante l’inverno più difficile del periodo bellico. Come nell’estate del 2025, oggi permane la pressione su entrambe le parti affinché raggiungano un accordo il più rapidamente possibile. Non esiste ancora un piano strategico per l’attuazione di tale accordo e permane l’incertezza su ciò che la Casa Bianca intenda ottenere.
La dott.ssa Lesia Bidochko è policy fellow presso l’European Policy Institute in Kyiv (EPIK), ricercatrice non residente presso l’European University Viadrina di Francoforte sull’Oder e docente di scienze politiche presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.
Oleksandr Kraiev è direttore del programma Nord America presso il Consiglio per la politica estera «Ukrainian Prism» di Kyjiv e docente senior di relazioni internazionali presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.
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Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.
Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.
La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.
Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.
Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.
Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.
È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.
Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?
Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.
Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.
Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.

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Mentre scorrono i titoli di coda e le luci non sono ancora state accese e il buio della sera è intatto, lascio la fila di sedie del cinema all’aperto.
Sulla retina mi sono rimaste impresse – sovrapposte, eppure vivide – immagini di distruzione. Edifici disintegrati dalla guerra, edifici mutilati, muri anneriti dalle esplosioni. Edifici di nuova costruzione, in cemento.
Osservare rovine che non appartengono a un remoto passato sembra assurdo. Un controsenso, uno spreco, una presenza – o un’assenza – innaturale. Mi sono lasciato dietro il baracchino della biglietteria e sono fuori, in strada, eppure sento risuonare le parole che poco fa mi venivano incontro dallo schermo. “Odio il cemento, perché il cemento è arido. Su un edificio di cemento non cresce nulla, e non appartiene al mondo naturale”.
Nella grande piazza simmetrica, l’obelisco indica il cielo. Salgo su un taxi, do l’indirizzo e la macchina si muove nella sera inoltrata, lungo la direttrice nord-sud. Mentre i pensieri non riescono ad allontanarsi dalle immagini e dalle voci del documentario Architecton del regista russo Victor Kossakovsky, la macchina si muove per la città che il cemento ha reso abnorme, la città delle palazzine e dei palazzinari, delle borgate e dei quartieri oltre il Raccordo, oltre la cintura dell’Agro, oltre i confini – a forza.
Non è successo solo qui. Durante il boom edilizio del Novecento, l’Italia intera è stata sommersa da una colata di cemento. Edifici, infrastrutture: sono sorti in tutto il Paese, con la violenza della fame.
Era la fame di costruire, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Ed era la fame di speculare, estraendo valore dallo sfruttamento del territorio.
Oggi quel cemento si è deteriorato, e così ha svelato quanto fosse scarsa la sua qualità. Quale errore sia stato consegnarsi alla violenza di quella fame. Anche perché, oltre ai danni che il cemento subisce, c’è da mettere in conto la difficoltà di smaltirlo. Invece, la pietra è eterna. E il legno, che eterno non è, si smaltisce facilmente.
Abbiamo abusato del cemento nel tirar su le città degli ultimi ottant’anni, e nelle città abbiamo concentrato sempre più persone. L’insostenibilità è pesante come una coperta che non riusciamo a toglierci di dosso, e ci soffoca.
C’è una Roma della Pietra, che testimonia la sua eternità millenaria, e c’è una Roma del Cemento, che poggia le fondamenta sull’effimero. E io sto attraversando queste due città, io che non conosco la consistenza della pietra né quella del cemento. Io che sono nato e cresciuto qui e poi sono andato via – sono andato lontano. Io che conosco la consistenza impalpabile dei flussi di capitale, gli input intangibili che muovono denaro sulle dorsali delle transazioni finanziarie.
Mi chiamo Massimo De Ruggero, io. Ho cinquantacinque anni, il vestito scuro, la camicia bianca, un doppio passaporto. Per molti sono un uomo dell’alta finanza. Per i pochi che mi conoscono davvero, sono una delle menti che tessono la trama nascosta di un piano di dominio. Appartengo alla cerchia di invisibili impegnati in una guerra che non fa rumore. Una guerra per la supremazia dell’Occidente, per conservare l’equilibrio, lo stato di cose presente. Combattiamo una guerra contro l’entropia, contro la disgregazione inevitabile della realtà. Sì, abbiamo il potere che non ama i riflettori, l’unico potere che conta.
Ci chiamano i Diavoli.
Al centro dei mercati finanziari, ai vertici delle grandi banche d’affari, sull’onda più alta dei flussi di capitale, scongiuriamo crisi, sventiamo catastrofi, differiamo apocalissi. Sosteniamo la necessità del male minore per scampare al male più grande. Abbiamo inondato l’Occidente con un diluvio di cartamoneta quando il sistema del credito era inaridito, ai tempi della grande crisi finanziaria del 2007. Abbiamo abbassato i tassi d’interesse. Abbiamo attaccato i debiti sovrani e ancorato titoli di Stato allo zero. Inganniamo e manipoliamo. Nessun aspetto della vita umana elude il nostro controllo.
I giorni svaniscono. Il tempo procede secondo una direzione precisa: da ieri a oggi, da oggi a domani. Gli imperi collassano. Gli uomini invecchiano. Le alleanze si frantumano. Il moto disperde energia, l’energia si trasmette inderogabilmente da un corpo più caldo a uno più freddo. L’entropia cresce, il disordine aumenta. Dalle galassie nel vuoto cosmico fino ai corpi umani sui marciapiedi intorno a me: tutto si corrompe, trascinato dal divenire.
Ho vissuto per oppormi a questo principio, per arrestare il Tempo – annullare la dispersione d’energia, dipanare il segreto dell’eternità, risolvere l’arcano del moto perpetuo. Di tanto in tanto, eventi non considerati mi ricordano la natura utopica del mio sforzo. Forse anche il mio progetto mostra delle crepe, di certo anch’io invecchio. Io, Massimo De Ruggero, un tempo al vertice della grande banca, oggi invisibile argine che contiene le spinte irrazionali dell’Occidente.
L’auto imbocca la consolare, scivola silenziosa tra i grandi volumi dei palazzi addossati l’uno all’altro. Pubblicità luminose, alberi scuri, l’asfalto crepato che fa sobbalzare.
Il tassista rallenta e accosta, senza spegnere il motore, in corrispondenza dell’indirizzo che gli ho dato. Lascio una mancia generosa e scendo, senza rispondere all’augurio di una buona serata.
L’edificio su cui sollevo lo sguardo è spettrale nella sua decadenza. Sta un passo indietro rispetto alla strada, con la sua ampia parete a vetri che deforma le luci dei lampioni e con i suoi tetri piani di cemento.
Fu realizzato negli anni Cinquanta, su progetto dello stesso architetto che poi avrebbe progettato un ponte di Genova diventato famoso, il viadotto Polcevera. Nessuno lo chiama così, da quand’è diventato famoso – da quando il ponte è crollato, il 14 agosto 2018, togliendo la vita a quarantatré persone e lasciandone oltre cinquecento senza casa.
Il nome di questo edificio, invece, è rimasto lo stesso nella fatiscenza e ancora è annunciato, in verticale, su un margine della facciata. Un nome che è un paradosso, a guardare il palazzo da così vicino: cinema Maestoso.
Come il cemento si corrompe e dà forma a una rovina, così l’uomo deperisce fino a sgretolarsi. Usare un materiale piuttosto che un altro misura l’ambizione della prospettiva. Come gli architetti si impegnano a innalzare costruzioni solide, così i Diavoli sono custodi dell’ordine costituito.
Dall’ombra, accanto all’ingresso, viene fuori la figura di un uomo. Mi fa cenno.
Lo avvicino, e l’uomo dice, in fretta: «Tutto a posto, signore. Per quanto strana fosse la sua richiesta, mi hanno detto di farla entrare. Prego, di qua…». Poi mi precede all’interno dell’edificio. Lo seguo, e passo di fianco alla biglietteria in disuso. Do un’occhiata distratta ai manifesti dei film, sulle pareti dell’atrio – locandine del 2018 che sembrano vecchie di decenni.
L’uomo mi fa strada fino a una grande sala. Si sposta di lato e mi guarda, come per interpretare la mia espressione. Mi alleno da una vita all’imperturbabilità. E poi qui regna la penombra.
Chiedo di essere lasciato solo, e l’altro annuisce: «Pochi minuti, però». Lo vedo allontanarsi, la porta antincendio si chiude.
Mi volto verso lo schermo enorme, spento, incapace di illuminare la distesa di poltroncine. E a passi misurati, quasi solennemente, vado a sedermi nell’ultima fila. Ritrovo il tessuto sdrucito della poltroncina – contatto morbido, familiare.
Quanti pomeriggi, quante sere, ho trascorso in questo cinema… Non saprei immaginare un numero, io che vivo di numeri. So che lo chiamavo il mio cinema, e che ero un ragazzino, nell’Italia innamorata dell’America reaganiana. Venivo a vedere immagini proiettate direttamente dalla Hollywood di quegli anni. Ero con gli acchiappafantasmi che riportavano New York fuori dal caos. Andavo avanti e indietro nel tempo con Marty McFly, con Doc e con la DeLorean. Facevo manovre coraggiose sui caccia in volo, e mi aggiustavo i capelli con le mani per avere il taglio di Tom Cruise. Avverto una stretta al cuore – la nostalgia si prende sempre più confidenza di quanta gliene accorderesti. Poi un rumore improvviso mi fa trasalire, e allora mi guardo attorno sforzando gli occhi. «C’è qualcuno?», domando. La sensazione insopportabile di essere colto di sorpresa.
La sala però risponde col silenzio. Tutto è immobile. Resto in attesa, per un tempo che mi sembra durare troppo a lungo. Finché in effetti una voce riempie l’aria, sfruttando l’acustica della sala. «È un buon investimento», dice, da qualche parte di fronte a me. Ha parlato in inglese, ma ho riconosciuto l’accento della East Coast.
Mi volto in direzione della voce, e distinguo a fatica qualcuno in piedi, tra il fondo e la metà della sala. Un uomo dai lineamenti che si confondono, nella quasi assenza di luce. Ma si vede com’è vestito: lo stile è quello appariscente dei vecchi finanzieri della Wall Street anni Ottanta. Le righe vistose della camicia macchiano di colore l’uniformità dell’ambiente in penombra. Le bretelle, evidenti, mi ricordano chissà perché le cinture di munizioni che fasciavano John Rambo. Scrollo la testa. «Pensavo di aver comprato il diritto di stare da solo in questo posto…».
Non mi muovo, seduto sulla poltroncina. Né si muove lui – in piedi, laggiù. «Non rimproveri i suoi interlocutori. Io per certi versi, qui…», e con un ampio, teatrale gesto della mano abbraccia l’ambiente, «…sono di casa». «Avrei detto che fosse newyorkese». «Quelli come noi sono di casa ovunque si possano far soldi». Socchiudo gli occhi, quasi per diradare l’oscurità che copre come una nebbia il viso dell’uomo. Non rispondo, mi limito ad accentuare la pressione del tacco sul pavimento.
«Faccio finanza anch’io», prosegue l’Americano, «da più tempo di lei. E la seguo da molto…». Con un gesto svelto, addirittura performativo, estrae dalla tasca un grosso sigaro e lo punta verso di me. «Massimo De Ruggero, classe 1969, nato proprio qui, a Roma. Appena ha potuto, ha lasciato l’Italia e ha fatto fortuna a Londra. Ha scalato la piramide fino ai vertici di una grande banca d’affari, una delle più grandi. È stato capo del fixed income. Area di responsabilità: Europa. Si occupava di titoli di Stato, poco prima del Great Crash del 2007. Poi è svanito nel nulla, proprio quando stava per avere inizio il gran banchetto sui debiti pubblici della periferia europea. Secondo qualcuno, ha avuto delle esitazioni… morali, per così dire, e questo sarebbe sbagliato perché il nostro mestiere non ammette esitazioni e nemmeno la morale. Secondo altri, un italiano come lei non piaceva al board della banca, e questo sarebbe miope. Adesso certe voci confidenziali dicono che è rimasto nel campo, Mr De Ruggero, ma ha cominciato a fare altro. O forse si è dato al cinema?».
Comincio ad applaudire. Lentamente, senza tradire emozioni, il viso chiuso, impenetrabile. «Tutta questa applicazione è sprecata, Mr…?». Lo sento ridere di gusto, a piccoli scoppi nervosi. «Gekko. Il piacere è mio». «Gekko?», ripeto. «Come Gordon Gekko?».
L’Americano non risponde, ma sembra annuire. Si mette il sigaro in bocca, lo accende. Un bagliore che dura troppo poco per poter afferrare i lineamenti.
«Non deve avere molta fantasia se sceglie il nome di un personaggio così famoso, una vera leggenda del cinema degli anni Ottanta, e proprio in un cinema…».
«Ecco!», esclama, scuotendo il sigaro. «Gli anni Ottanta: è un bell’argomento da affrontare in una sera d’autunno, in un luogo abbandonato della Città Eterna, come la chiamate. Perché in quegli anni era tutto più facile. Da una parte noi, dall’altra i comunisti. In quel periodo, Max… posso chiamarti Max, vero? In quel periodo abbiamo fatto soldi degni di questo nome. Quando Wall Street era ancora Wall Street e distruggere era un modo di creare. Compravamo aziende, le smembravamo e ne rivendevamo i pezzi pregiati. Lavoratori e sindacati erano solo variabili dipendenti delle nostre plusvalenze. La consunzione era un’opportunità. I mondi che franavano – posti come questo dove siamo – erano un pozzo di occasioni. Nessuna politica, nessuna teoria, nessuno scrupolo. Molti piaceri della vita: belle donne, ottimo whisky, ottimi sigari… Quando siete arrivati voi, era tutto finito».
Colgo il rammarico nella voce, il mito di una stagione dorata che ormai somiglia a un’era geologica addietro. L’idea della finanza come grande forza accaparratrice.
«Voi?», gli chiedo. «Non sono abituato a parlare a nome di altri». Inverto la posizione delle gambe – la poltroncina scricchiola. «In ogni caso, all’inizio sì, avevo pensato di comprare questo posto, insieme a un amico produttore. Pensavo a un cinema di nuova generazione, dove non si facessero solo proiezioni. Ma poi quell’investimento è saltato. Per un mio scrupolo, per una mia esitazione, perché ho l’impressione che i cinema stiano diventando come gli stadi del football: luoghi senza più anima, votati al consumo e all’intrattenimento e non al gioco in sé, non alla storia che va in scena. E non volevo contribuire a questa trasformazione, a snaturare la natura popolare dello spettacolo».
«Mah», commenta Gekko, «avrebbe potuto essere un buon business, avresti fatto soldi, che alla fine è sempre quello che conta». Il viso continua a restare in ombra, ma ho l’impressione che stia sogghignando. «Comunque, io una storia da raccontarti ce l’ho. Sempre che ti interessi sentirla…».
Scrollo le spalle. «Le buone storie dovrebbero essere gratis».
«Ah, questa lo è». L’Americano stira con la mano la cravatta, prima di attaccare: «Alcuni raccontano che ogni terzo mercoledì del mese, da diversi anni, in una stanza al tredicesimo piano di un grattacielo a Midtown Manhattan, si riuniscano delle persone. Dicono che in quella stanza ci sia un tavolo circolare e che intorno a quel tavolo siedano gli Invisibili: gli esponenti delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti, consulenti del Tesoro americano, uomini legati alla Federal Reserve Bank e una stretta selezione di raider dei più grandi hedge fund. Sono il cerchio magico che difende il nuovo ordine mondiale. Secondo qualcuno compongono una cupola, una super loggia che manipola i destini del pianeta. Io credo che funzionino piuttosto come una camera di compensazione, dove si mediano interessi e si formano orientamenti condivisi. Ma sta di fatto che nessuno ne sa niente. C’è perfino chi sostiene che il tredicesimo piano sia uno spauracchio costruito ad arte, una leggenda per montare le masse contro una presunta élite». Traccia disegni col fumo del sigaro, nell’aria ferma del cinema dismesso. «E alcuni raccontano che tu sia uno degli esponenti più in vista di questa cerchia».
«Mr Gekko, non ho molto tempo a disposizione, ma credo sia giusto darle una risposta», dico infine, dopo aver sentito scemare il fastidio per quell’espressione – “in vista” – così inappropriata, ridicola. «Quando ho cominciato, credevo non esistessero limiti. Viaggiavamo a velocità folle, in un contesto frenetico. Voi americani smantellavate il sistema di controllo sull’economia, abolivate la distinzione tra banche d’affari e banche d’investimento. Sembrava di scendere le rapide di un fiume di liquidità. I tassi erano bassi, e così abbiamo finanziato di tutto. Per avere la protezione garantita dal welfare bisognava passare dalle banche: casa, sanità, istruzione… La gente chiedeva soldi per comprare beni e sicurezza – diritti, li chiamerebbe qualcuno. I democratici a Washington erano i migliori alleati possibili, molto più dei vostri repubblicani degli anni Ottanta. La finanza stava cambiando, perché il mondo stava cambiando. Poi, ai tempi dei subprime, le vostre banche si sono salvate stampando dollari. Era l’unico modo per uscire dalla crisi nella direzione giusta. Così, abbiamo pilotato risorse pubbliche per salvare le banche. Abbiamo contribuito a destabilizzare i bilanci degli Stati, in Europa. Abbiamo aumentato la ricchezza di chi era già ricco, per evitare un’implosione definitiva. Abbiamo evitato la barbarie, come avrebbe detto qualcuno. E l’abbiamo fatto perché non c’era altra scelta, Mr Gekko: una cura estrema per una malattia acuta. Non se ne poteva uscire diversamente. Certo, una cura estrema comporta danni collaterali… Voi, invece, compravate e vendevate azioni, scalavate società e arrotolavate banconote piegati sui tavoli per tirare su l’umore».
L’Americano inizia a tamburellare ritmicamente le dita su una coscia. «Anche quella che hai raccontato è una storia. Mi chiedo se è a me che l’hai raccontata, o se cerchi di persuadere te stesso», dice. «Siamo più simili di quanto ti piaccia pensare, Max. In tempi diversi siamo stati l’1% dell’élite proprietaria del pianeta. Non siete la nuova Camelot, siete quelli di sempre. Vi piace immaginarvi come i cavalieri di una tavola rotonda, i rigorosi guardiani dell’esistente che hanno eletto l’invisibilità a norma, che odiano gli eccessi e non sono devoti del profitto, bensì della supremazia di un mondo. Vi piace dirvi monaci-guerrieri, mentre a noi bastava essere bastardi senza gloria. Siete solo venuti dopo di noi».
Le persone che mi provocano per innervosirmi ottengono sempre l’effetto opposto – rivelando quella speranza, mi fanno sentire più forte. La presunzione si esibisce solo quando si ha paura.
Con la voce calma, la voce di un saggio che vede nel buio, dico: «Lei forse conoscerà la leggenda del Grande Inquisitore. La storia dell’incontro, nella Spagna del Quattrocento, tra il Cristo risorto e l’uomo a capo dell’Inquisizione che lo ha fatto arrestare. Ebbene, Cristo non capisce di quale colpa sarebbe reo e il Grande Inquisitore dice che la libertà offerta ai cristiani dal suo esempio non è adatta a tutti gli uomini. C’è bisogno di un’autorità forte che amministri la libertà fingendo di farlo in nome di Cristo stesso. È un inganno freddo, sleale come ogni inganno, ma in ultima istanza necessario». Faccio una pausa, perché le parole in una sala cinematografica guadagnano un’eco, e quindi forza. Poi continuo: «Di certo, Gekko, saprà che ai suoi tempi la politica si ritraeva mentre la finanza avanzava. Nelle cose degli uomini non esistono i vuoti, non esistono altri mondi possibili: l’unico è quello garantito dall’1% di loro, e oltre i confini della realtà c’è solo catastrofe. Ecco perché nel qui e ora che modelliamo non esiste futuro, né movimento, né entropia. Solo un perenne inverno che conserva la civiltà sotto una coltre. L’unica esistenza ancora concessa all’Occidente. Così, i sigari diventano cenere, il ghiaccio si scioglie nei bicchieri da cocktail, la bellezza sfiorisce, la ricchezza si disperde, il cemento si sgretola, i bei film finiscono, i cinema chiudono… Siamo venuti dopo di voi, è vero, e abbiamo dovuto preoccuparci delle macerie che avete lasciato. Insomma, Gekko: non è mai una questione di soldi. È una questione di sopravvivenza e del potere che può garantirla. E l’unico, vero potere è la finanza».
Il sigaro dell’Americano si è spento, tra le sue dita, come se lo avesse stretto con troppa forza, o come se la sala rispondesse a proprie regole chimiche, che non permettono la combustione troppo a lungo.
Dalla penombra, sento Gekko dire: «Quelli come te sono una condanna all’immobilità. Se non ci foste e gli uomini fossero liberi da inganni e manipolazioni, allora le possibilità di ripartire si sarebbero già date. Saremmo già in un futuro diverso. Sei convinto di guadagnare tempo, Max, invece lo stai bruciando. Gli uomini non cambieranno mai, e tenerli prigionieri nelle maglie del controllo… semplicemente, non è giusto. L’avidità – non trovo una parola migliore – è giusta. L’avidità funziona, rende chiaro, fa suo lo spirito evolutivo. L’avidità in ogni forma: avidità di vita, d’amore, di sapere, di denaro… ha impostato lo slancio in avanti del genere umano. E sarà solo l’avidità a salvare l’Occidente, e il mondo intero. Il nostro tempo non è mai finito».
Chiudo gli occhi. Ho bisogno di una pausa, di un fotogramma nero. Controllo la respirazione.
Non appena sollevo di nuovo le palpebre intuisco che Gekko è scomparso, prima ancora di mettere a fuoco lo spazio vuoto. Nello stesso momento sono improvvisamente, terribilmente sicuro di aver vissuto un film. E che davvero è l’ultimo film andato in scena qui – in questa sala, in questo cinema che tanti anni fa, quand’ero soltanto un ragazzino, chiamavo mio.

L'articolo Guido Maria Brera, e l’illusione di fermare il tempo proviene da Linkiesta.it.

Il 7 agosto il Board of Peace ha assegnato il suo primo contratto: una base militare, non un ospedale, non alloggi per gli sfollati. È l’organismo voluto da Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza, che lui stesso presiede e la cui gestione operativa ha affidato al genero Jared Kushner e a Steve Witkoff. La base misura 100 metri per 120 ed è pensata per 150 soldati della forza di stabilizzazione internazionale. La costruisce la Arkel International, un’azienda della Louisiana che ha già lavorato per l’esercito americano in Iraq. Secondo l’anticipazione del Guardian, il contratto non è ancora formalmente chiuso, ma è alle battute finali.
Il punto di partenza è metodologico: il satellite non ha opinioni, misura. Da ottobre a oggi il contesto politico è cambiato. C’è un cessate il fuoco, c’è un piano in quindici punti, c’è un organismo internazionale con un nome che promette pace. La traiettoria fisica sul terreno, a giudicare dai dati che seguono, non è cambiata. L’analisi che segue non si limita a citare le fonti satellitari pubblicate da altri: per questo articolo sono state scaricate due immagini PlanetScope, datate l’8 gennaio e il 3 marzo 2026, sullo stesso punto della Striscia. Il confronto è la sintesi più chiara di questi sei mesi.
La Linea Gialla, spiegata
Con il cessate il fuoco di ottobre 2025 è stata tracciata una linea di demarcazione, chiamata informalmente Yellow Line, che segna il limite fino a dove le forze israeliane si sono ritirate dalle posizioni di massima avanzata. Doveva essere una linea temporanea, il primo passo di un ritiro progressivo. Da allora quella linea non è arretrata: secondo le analisi satellitari raccolte da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify, si è invece consolidata in un confine fisico, permanente, che oggi delimita una fascia compresa fra il 55 e il 60 per cento del territorio della Striscia sotto controllo israeliano diretto. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato indicazioni di voler estendere il controllo militare fino al 70 per cento del territorio.
Wikipedia le ha dedicato una voce propria, «Yellow Line (Gaza)». È un indicatore di quanto la linea sia diventata un oggetto di cronaca permanente, non più un dettaglio tecnico di un cessate il fuoco.
Cosa documentano le fonti open source
Tre organizzazioni indipendenti, con metodo dichiarato e immagini datate, hanno seguito l’evoluzione della linea gialla mese per mese.
La Al Jazeera Open Source Unit ha pubblicato il 3 giugno un’analisi che, su dati satellitari fino a maggio 2026, identifica 40 avamposti militari israeliani distinti entro i confini di Gaza. Il dato più rilevante non è il totale, ma la scomposizione: otto di queste basi sono state costruite interamente dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre 2025, una era ancora in costruzione attiva al momento della pubblicazione. Tra i siti documentati: una base costruita sulle rovine di un cimitero a Khan Younis, con lavori iniziati a novembre 2025 e «completamente equipaggiata» con piazzali per veicoli entro maggio; una struttura interamente recintata a Beit Lahiya; un ampliamento del 70 per cento della superficie di un sito a est di Gaza City tra ottobre 2025 e maggio 2026. Il 23 luglio Al Jazeera è tornata sul tema con un’analisi dedicata a un terrapieno con fossato lungo oltre 23 chilometri (la Striscia ne misura circa 40 in tutta la sua lunghezza), costruito nei mesi precedenti e documentato da un’immagine Planet Labs del 1° luglio, distribuita anche tramite Associated Press. In alcuni punti il terrapieno supera la linea gialla concordata: di circa 400 metri a Khan Younis, fino a 1.300 metri a Rafah.
Forensic Architecture, il centro di ricerca spaziale dell’Università di Londra Goldsmiths che da anni applica alla ricostruzione di eventi di conflitto la stessa logica di evidenza fisica usata nelle analisi Sentinel, mantiene sulla piattaforma Frames un monitoraggio continuativo della linea gialla: non un singolo pezzo, ma un archivio di verifiche datate e georeferenziate. Le loro misurazioni, aggiornate a fine maggio, parlano di 25 chilometri complessivi di nuovi terrapieni, con un singolo tratto continuo di 11 chilometri che corre da Wadi Gaza fino a Khan Younis, il tratto più lungo mai documentato finora. Avevano già seguito, da dicembre 2025, la costruzione di una base a Jabalia, nel nord della Striscia, progressivamente fortificata nei mesi successivi.
BBC Verify, la squadra di verifica satellitare della BBC, ha pubblicato il 29 luglio un pezzo firmato dalla corrispondente Yolande Knell insieme a Emma Pengelly e Benedict Garman, in cui le immagini satellitari analizzate mostrano, secondo la sintesi della stessa BBC, che «in alcune aree il terrapieno di terra sposta di fatto il confine» più addentro nella Striscia rispetto alla linea gialla nominale. Solo nel mese di luglio, secondo l’articolo, decine di edifici in più sono stati demoliti oltre la linea gialla nell’area di Khan Younis e Deir al-Balah. Andreas Krieg, del King’s College London, ha commentato lo spostamento dei blocchi di cemento gialli che segnano fisicamente il confine definendolo, in dichiarazioni riportate dalla stampa, uno strumento di pressione territoriale. Reuters, il 28 luglio, ha raccontato la stessa dinamica dal punto di vista dei residenti del quartiere di Zeitoun, a Gaza City, che si ritrovano i blocchi gialli spostati durante la notte.
Vale una precisazione, perché il tema del «confine mobile» e della Linea Gialla ricorre anche altrove: Bellingcat ha pubblicato a maggio un’analisi satellitare rigorosa su una Yellow Line, ma è quella del Libano meridionale, una zona di sicurezza israeliana distinta che ha danneggiato o distrutto almeno 46 città e villaggi libanesi. È lo stesso lessico militare israeliano applicato a due teatri diversi, non lo stesso confine. Chi scrive di questo tema dovrebbe tenerli separati con cura: per questo qui non viene citato come fonte su Gaza, ma segnalato come nota a margine sul metodo.
La mappa che segue (fig. 1) riassume in forma semplificata i punti citati sopra: l’andamento della linea gialla e le posizioni approssimative dei siti documentati da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify.

Cosa mostrano le nuove immagini
Tutte le fonti citate sopra usano gli stessi strumenti satellitari impiegati per l’analisi di questo articolo, Planet Labs e in alcuni casi Sentinel Hub, ma restano fonti di seconda mano finché i dati non vengono verificati direttamente. Le due acquisizioni PlanetScope usate qui, datate 8 gennaio e 3 marzo 2026 (le più recenti disponibili al momento della scrittura), non riguardano l’intera Striscia ma un’area ristretta in cui le fonti citate sopra segnalavano nuova attività.
Il confronto (fig. 2) è netto. L’8 gennaio, sul lato orientale dell’area osservata, c’è un piccolo avamposto quadrato, recintato, isolato su un cumulo di terra spoglia: una struttura modesta, con un solo accesso visibile. Il 3 marzo, nello stesso punto, quella struttura è diventata un forte circolare. Un terrapieno ovale di un centinaio di metri di diametro racchiude una struttura fortificata centrale, e una rete di piste per veicoli si irradia verso l’esterno a raggiera. In meno di due mesi, un avamposto è diventato una posizione fortificata permanente.

Il dato più interessante non è la crescita del forte in sé: è già documentata, in altre aree, dalle fonti citate sopra. Più utile è osservare un secondo punto, a poca distanza dal primo (fig. 3). Nell’immagine dell’8 gennaio l’area è tessuto urbano e agricolo continuo, attraversato solo da una strada preesistente in diagonale. Nell’immagine del 3 marzo, nello stesso punto, un corridoio di terra sgomberata affianca quella strada, con margini netti e rettilinei, incompatibili con un canale naturale. Una rete di piste per veicoli si irradia a raggiera da un punto centrale dove a gennaio non c’era nulla. È una fascia sgomberata ex novo, con le caratteristiche di un’area di transito o di sosta per mezzi, comparsa nella stessa finestra temporale in cui si sviluppa il forte descritto sopra.

A scala di intera Striscia il confronto è meno conclusivo. Un’immagine del febbraio 2023 e una del marzo 2026, alla risoluzione necessaria per coprire tutto il territorio, non permettono di distinguere con certezza un nuovo terrapieno da una strada già esistente prima della guerra: un’opera larga pochi metri richiede di restringere il campo per essere identificata. Le immagini panoramiche mostrano il contesto, quelle a maggiore dettaglio come le due sopra mostrano la prova.
Il conto che non torna
Mettiamo insieme questi piani. La Fondazione Leone Moressa e altre stime indipendenti collocano il costo della ricostruzione di Gaza fra i 70 e i 75 miliardi di dollari, quasi 200.000 edifici da ricostruire secondo le stime circolate a più riprese nei mesi scorsi. Il Board of Peace, l’organismo che dovrebbe amministrare quei fondi e quel processo, ha aperto la sua attività assegnando un contratto per una base militare. Il disarmo di Hamas, intanto, non è nemmeno cominciato: Israele lo pone come condizione al proprio ritiro, Hamas pone il ritiro israeliano come condizione al proprio disarmo. Le case mobili per centinaia di migliaia di sfollati restano, a oggi, fuori dalla Striscia.
Ciò che si muove, con una regolarità che i comunicati ufficiali non hanno, sono i terrapieni, i blocchi di cemento giallo e le piste che collegano un vecchio posto di blocco a un nuovo forte, come mostra il confronto PlanetScope qui sopra su un singolo punto della Striscia osservato in meno di due mesi.
Cosa il satellite non può dire
Vale un avvertimento metodologico, oggi come sempre. Un’immagine satellitare dice che una struttura non c’era e poi c’è, che un terrapieno si è allungato di alcuni chilometri, che una fascia di terreno è stata spianata. Non dice chi ha deciso di costruirla, con quale catena di comando, né se sia parte di un piano di annessione permanente o di una misura di sicurezza temporanea che nessuno, nei fatti, ha più intenzione di rimuovere. Quella è una valutazione politica e giuridica che spetta ad altri: analisti come Andreas Krieg si stanno già esprimendo apertamente su questo. Il satellite misura. Il resto, la ricostruzione del significato, resta un lavoro umano, e va fatto con i dati alla mano, non con gli annunci.
L'articolo Quello che il satellite vede a Gaza, e che la ricostruzione non racconta proviene da Linkiesta.it.
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