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Oratori, doposcuola  e campi estivi inclusivi,  la carica dei 33mila

16 Ottobre 2026 ore 10:20

Il mio posto nel mondo affronta una questione fondamentale: fare in modo che le opportunità educative siano accessibili a tutti, indipendentemente dalla condizione economica, sociale o personale e dal luogo in cui si vive. La Fondazione Crt di Torino ha sostenuto nel 2026, in Piemonte e Valle d’Aosta, 65 centri estivi, 60 doposcuola e 7 pre-scuola, con un impegno economico di 3,5 milioni di euro e oltre 33mila bambini e ragazzi raggiunti. Un progetto che agisce contemporaneamente su più dimensioni: riduce le barriere economiche all’accesso, sostiene l’inclusione di bambini e ragazzi con disabilità permette di ampliare la capacità di accoglienza dei servizi e ne rafforza la qualità educativa.

Il progetto

A San Germano Vercellese (Vc), il sostegno si è tradotto in un co-finanziamento di 15mila euro per il centro estivo della parrocchia con 60 bambini. Antonella Bissolino Vergano, responsabile dell’oratorio: «Il sostegno ci ha consentito di ampliare le attività laboratoriali, introducendo pet therapy, arte e fotografia, psicomotricità, matematica di Singapore, teatro e danza. In un contesto caratterizzato da forte povertà economica e sociale, abbiamo potuto inserire sei bambini con disabilità con educatori professionali. Un bambino con autismo, mai inserito prima in un centro estivo, in un pomeriggio dedicato alla musica, ha preso il microfono per cantare». Il progetto ha coinvolto anche adolescenti come animatori del centro estivo, promuovendo responsabilità e partecipazione.

Filantropi Fondazione casa regge centro estivo Fond Crt
Giovanissimi di Borgo d’Ale (Vc) al centro estivo di Casa Regge

La Fondazione Casa Regge, che dal 2021 propone trattamenti riabilitativi ed educativi specialistici per bambini con disabilità intellettiva o difficoltà comunicative e relazionali a Borgo d’Ale (Vc), ha ricevuto un contributo per il progetto Estate inclusiva – Il mio posto tra gli altri. «Ci siamo resi conto di una forte esigenza delle famiglie, di un luogo davvero inclusivo per il periodo estivo», spiega il dg Gianluca Averono. «Da qui è nata l’idea di partire dai bisogni e dalle fragilità per costruire un’esperienza capace di essere divertente e ricca di occasioni di apprendimento. Grazie al supporto abbiamo potuto realizzare il progetto al Santuario della Beata Vergine del Trompone, uno spazio grande, sicuro e accessibile, con numerose aule e ampi spazi nel verde, ideale per accogliere bambini con esigenze diverse». Il centro ha accolto fino a 180 bambini (6-16 anni) degli oratori del territorio. 

L’intervista ad Anna Maria Poggi

«I centri estivi, i doposcuola e i pre-scuola rappresentano una risposta a un bisogno rilevante delle famiglie, specie di quelle più fragili: un bisogno a oggi non soddisfatto a sufficienza». Per la presidente di Fondazione Crt Anna Maria Poggi è questo il senso più profondo di un progetto come Il mio posto nel mondo, che punta a colmare le disuguaglianze in termini di possibilità educative offerte a bambini e ragazzi. «Crediamo sia fondamentale mettere in campo interventi capaci di tenere insieme politiche e strumenti diversi, costruendo intorno alle famiglie una rete di opportunità».

Filantropi Anna Maria Poggi_ pres fond Crt
Anna Maria Poggi, presidente di Fondazione Crt

L’iniziativa sposa la visione filantropica della terza fondazione bancaria d’Italia, da sempre in dialogo e connessa ai territori. «Da 35 anni lavoriamo in modo capillare a fianco di istituzioni, enti del Terzo settore, associazioni e comunità locali, anche nei centri più piccoli e nelle aree interne», dice la presidente. «È un approccio che si traduce in strumenti e iniziative diversi: dal sostegno ai Comuni per la salvaguardia e la cura del territorio fino ai progetti che rafforzano la capacità delle comunità di costruire e mantenere un’offerta culturale diffusa e accessibile».

Un progetto nato dall’ascolto

Il mio posto nel mondo nasce dall’ascolto. «Durante il lockdown, il confronto con le associazioni impegnate quotidianamente con giovani e periferie ci fece comprendere che, accanto alla necessità degli strumenti digitali per la didattica a distanza, esisteva un bisogno altrettanto forte di accompagnamento personale nello studio. Terminata quella fase, lo stesso ascolto ha fatto emergere altre priorità: la risocializzazione e il rafforzamento educativo. Per noi il territorio non è semplicemente il luogo in cui arrivano le risorse della Fondazione: è il luogo dal quale partono conoscenze, bisogni, competenze e soluzioni. Vogliamo valorizzare le comunità, sostenere ciò che già esiste, rafforzare le organizzazioni che lavorano quotidianamente con le persone. È questa la filantropia che vogliamo praticare: radicata nei territori, capillare nella presenza, costruita con le comunità e capace di rafforzarne nel tempo autonomia, competenze e capacità di iniziativa».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

A San Germano Vercellese, il sostegno si è tradotto in un cofinanziamento per il centro estivo della parrocchia. «Il nostro contributo ha consentito non soltanto di agevolare economicamente la partecipazione delle famiglie, ma anche di accogliere bambini con disabilità e arricchire il programma con teatro, danza, pet therapy e altre attività educative inclusive». E così, intorno alle attività si creano collaborazioni, competenze e relazioni che rimangono sul territorio: «È questo che ci interessa particolarmente: un progetto capace di generare valore non soltanto per i singoli beneficiari, ma per l’intera comunità nella quale si realizza».

La prima volta al mare

C’è un episodio che per Poggi racchiude uno degli obiettivi più importanti del progetto: offrire a bambini e ragazzi occasioni che altrimenti potrebbero non avere. «Nella prima edizione, alcuni partecipanti provenienti dai quartieri più fragili di Torino, grazie a una gita organizzata nell’ambito delle attività estive, hanno visto il mare per la prima volta».

E poi c’è l’impatto, che non può prescindere dalla fiducia. «La Fondazione individua obiettivi e priorità, ma riconosce agli enti una flessibilità concreta nell’utilizzo delle risorse. È una scelta che nasce dalla consapevolezza che non esiste una soluzione identica per tutti i territori e che chi lavora ogni giorno con bambini, ragazzi e famiglie possiede una conoscenza essenziale per costruire interventi efficaci».

Fiducia non significa rinunciare alla valutazione. «Non ci interessa soltanto sapere quanti bambini hanno frequentato un centro estivo o quante attività sono state realizzate. Vogliamo comprendere se abbiamo contribuito a ridurre una barriera economica, a includere un ragazzo con disabilità, a offrire nuove opportunità educative, a sostenere una famiglia o a rafforzare una comunità. A questo proposito, abbiamo condotto un monitoraggio sui centri estivi nel 2024 e uno sul doposcuola nel 2025, e continuiamo a tenere alta l’attenzione sugli esiti dei nostri interventi».

Nell’immagine in apertura i ragazzi di Borgo d’Ale (Vc) al centro estivo di Fondazione Casa Regge, progetto sostenuto da Fondazione Crt – tutte immagini da Ufficio stampa

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Banco Alimentare: non solo eccedenze, contro la povertà alimentare le aziende ora donino prodotti

15 Ottobre 2026 ore 17:39

È un quadro di sostanziale stabilità dei livelli di disagio economico quello delineato dai dati pubblicati oggi dall’Istat sulla Povertà in Italia. Valori che rimangono vicini ai massimi storici pur registrando lievissimi segnali di flessione.  
L’Istituto di statistica, infatti, segnala 5,4 milioni di individui in povertà assoluta nel 2025, pari al 9,3% percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 9,8% dell’anno precedente.

La proposta

«I dati Istat ci dicono che la povertà resta costante: è un dato ormai strutturale che colpisce famiglie con minori e lavoratori poveri», commenta Marco Piuri, presidente di Fondazione Banco Alimentare. Che aggiunge: «L’aiuto alimentare va ben oltre la semplice risposta assistenziale d’emergenza: è la prima porta di accesso per intercettare le fragilità e accompagnare le persone verso l’autonomia. Per questo proponiamo di affiancare alle donazioni di eccedenze anche le donazioni di prodotti standard da parte delle imprese: una leva concreta, da 0,60 euro a pasto, per aumentare i volumi di aiuto con un costo contenuto per lo Stato».

La filiera degli aiuti

Fondazione Banco Alimentare ha recentemente presentato a istituzioni e imprese il nuovo strumento di contrasto alla povertà alimentare, supportato da una ricerca della Polimi School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca ha confrontato valore economico ed efficacia delle tre principali filiere di aiuto alimentare in Italia: le donazioni delle imprese, la Carta Dedicata a Te – Dat e gli acquisti pubblici tramite i programmi Fse+/Fn.

Dall’analisi è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentari (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema Fse+/Fn pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). La filiera Donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, con un costo unitario per un pasto pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto sul mercato finale (2,35 €-pasto) e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.

Il Gap da colmare

Oggi il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

«L’introduzione della donazione di prodotti standard andrebbe ad integrarsi agli strumenti di sostegno diretto e, soprattutto, ai finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati», conclude Piuri.

Tra un mese la Giornata della Colletta Alimentare

Un altro importante aiuto, ricorda una nota, arriva ogni anno durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare – questa edizione sarà sabato 14 novembre – quando le persone acquistano qualcosa da donare a chi è in difficoltà, come olio, legumi e verdure in scatola, conserve di pomodoro e sughi pronti, tonno in scatola, riso, prodotti per colazione e per merenda.

In apertura foto da ufficio stampa Banco Alimentare

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Woolrich, nata per vestire i cacciatori rinuncia alle pellicce in Europa

15 Ottobre 2026 ore 14:54

Continuano ad aumentare i marchi e le maison che rinunciano alle pellicce. Tra gli ultimi ad annunciare ufficialmente un impegno fur-free, in collaborazione con la Fur Free Alliance (coalizione di 45 organizzazioni per la protezione degli animali presenti in oltre 30 Paesi) è il marchio internazionale di outewear Woolrich Europe. 

L’annuncio arriva dopo l’invio all’azienda di oltre 200mila email e le manifestazioni davanti ai negozi in tutta Europa. Con il passaggio a novembre 2025 del marchio “Woolrich” per i territori di Europa, Turchia e Federazione Russa al nuovo proprietario BasicNet si è registrato un cambio di passo che ha portato all’adesione all’iniziativa fur-free di Fur Free Alliance. 

Obiettivo un’Europa fur-free

Questa nuova adesione, sottolinea una nota, giunge in un momento cruciale per il futuro della pelliccia in Europa, mentre la Commissione europea si appresta a rispondere all’Iniziativa dei cittadini europei Fur Free Europe, che ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme per chiedere il divieto di allevamento di animali da pelliccia in tutta l’Ue. Era previsto che la Commissione presentasse la propria risposta a marzo, ma la decisione è stata rinviata a dopo l’estate.

Nati per vestire i cacciatori

Fondata nel 1830, Woolrich è considerata il più antico marchio americano di abbigliamento outdoor e ha fornito abiti persino per la Guerra civile americana e per spedizioni in Antartide. Quando nacque in Pennsylvania forniva abiti per cacciatori, taglialegna e trapper.  Oggi Woolrich conta 33 negozi e outlet nel mondo, di cui 23 nell’Unione europea.

Nell’ambito dell’intesa, Woolrich Europe ha aderito al Fur Free Retailer Program internazionale, che conta 1.700 marchi e rivenditori partner in tutto il mondo.
Il marchio cesserà la produzione di nuovi capi contenenti pelliccia animale entro il 31 dicembre 2026, fermo restando lo smaltimento dello stock nel tempo. In pratica, dal 1° gennaio 2027 tutte le nuove collezioni di Woolrich Europe saranno fur-free. L’adesione è una decisione di BasicNet, nuovo proprietario di Woolrich Europe, e si applicherà a tutti i negozi europei di Woolrich. Woolrich Europe si è fatta inoltre parte attiva per cercare di estendere la scelta fur-free alle attività al di fuori dell’Europa, che non sono di proprietà di BasicNet.

Un anno di campagna globale

La Fur Free Alliance aveva lanciato una campagna globale durante le settimane della moda del settembre 2025 per chiedere a Woolrich di seguire l’esempio dei suoi concorrenti – tra cui Canada Goose, Moncler, Napapijri, Parajumpers e molti altri – adottando una policy fur-free e ponendo fine all’uso di pellicce di animali tra cui coyote e cani procione. Due mesi dopo, il gruppo italiano BasicNet ha annunciato l’acquisizione di Woolrich Europe da L-Gam, fondo di investimento con sede in Lussemburgo.

«È un vero segno dei tempi che un marchio nato producendo cappotti bordati di pelliccia per i cacciatori di animali da pelliccia oggi diventi fur-free», doichiara Joh Vinding, presidente della Fur Free Alliance. «Il nuovo proprietario di Woolrich Europe, BasicNet, ha compreso chiaramente che i consumatori di oggi non vogliono avere nulla a che fare con un’industria della pelliccia arcaica e crudele, e chiedono invece materiali più etici, migliori per gli animali e per il pianeta. Complimenti a BasicNet per aver saputo leggere i segnali dei tempi e per aver aiutato Woolrich Europe a entrare nel XXI secolo».

Un segnale per l’intero settore

«Nel corso degli anni abbiamo accolto con favore molti annunci fur-free. La decisione di Woolrich Europe, però, ha un peso particolare», sottolinea Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free, «si tratta di un marchio storico di capispalla, un settore in cui la pelliccia è stata a lungo considerata parte integrante del prodotto. Con questa scelta responsabile, il nuovo proprietario, BasicNet, dimostra un impegno reale e concreto verso l’impatto ambientale e sociale della propria produzione, oltre che verso il valore del rispetto per gli animali, un valore sempre più radicato nella nostra società. È un segnale chiaro per l’intero settore».

Nel 2023 la Fur Free Alliance ha condotto con successo una campagna analoga nei confronti del marchio di lusso italiano Max Mara e negli ultimi anni ha collaborato con numerosi marchi, tra cui Gucci, Armani, Prada, Hugo Boss e molti altri, per l’adozione di policy fur-free.

L’allevamento di animali da pelliccia è al momento vietato in 24 Paesi europei e Israele ha proibito la vendita di pellicce così come negli Stati Uniti in 16 città e nell’intero Stato della California. 

Nell’immagine in apertura pellicce in una sfilata di moda a Londra nel 2014 – Photo by Joel Ryan/Invision/AP da LaPresse

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Neet, la dispersione si batte facendo squadra con le associazioni del territorio

15 Ottobre 2026 ore 10:39

I territori di Alessandria, Novi Ligure e Ovada non sono esenti dal fenomeno della dispersione scolastica. Per contrastarne le cause più profonde e aiutare ad affrontare tale problematica a quanti già la vivono, l’Associazione Cultura e Sviluppo con il sostegno di UniCredit Foundation ha promosso il progetto Insieme per il Futuro. 

L’iniziativa nasce dall’esperienza ventennale dell’associazione piemontese come presidio educativo sul territorio. Nella sua attività coinvolge abitualmente una rete di organizzazioni del Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali con l’obiettivo di costruire risposte integrate ai bisogni dei giovani. Il network è composto da realtà quali Azimut, Cambalache, Human Art, Io Volo, Labì, Me.dea, Semi di Senape e Yggdra.

L’approccio innovativo

Il progetto si caratterizza per un approccio innovativo basato sulla co-progettazione tra scuole e Terzo settore. Il primo passo è l’adozione di un sistema di valutazione condiviso, attraverso il quale vengono individuati gli studenti più esposti a fragilità educative, sociali ed emotive. Su questa base, viene sviluppato per ciascuno di loro un percorso personalizzato di accompagnamento.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I percorsi sono molto vari e includono attività di sostegno scolastico, mentoring, orientamento, supporto psicologico e mediazione interculturale nel caso di studenti stranieri. Essenziale in questa azione è anche il coinvolgimento costante di docenti e genitori.

Un toolkit per la replicabilità

L’elemento distintivo del progetto è la volontà di generare un cambiamento strutturale. Per questo, le attività sono monitorate attraverso una valutazione di impatto indipendente e con la realizzazione di un toolkit, che ne consentirà la replicabilità in altri contesti. Più che un insieme di singoli interventi, il progetto rappresenta dunque un esempio di come sia possibile costruire un ecosistema educativo collaborativo, capace di mettere in relazione competenze, risorse e i diversi attori della comunità.

Con lo scopo di offrire ai giovani maggiori opportunità di crescita e di formazione, dentro e fuori la classe: «Da alcuni anni i partner contrastavano, in modo poco coordinato, la dispersione scolastica. Il progetto ci ha permesso di unire i pezzi e costruire una governance solida tra Ets e scuole, sostenibile oltre il progetto», spiega in proposito Alessio Del Sarto, direttore di Cultura e Sviluppo.

Filantropi_Unicredit Foundation
Attività realizzate con i ragazzi

Le risorse messe a disposizione dalla fondazione per il progetto, che si è avviato nel 2025 con un programma di 30 mesi, ammontano a 300mila euro. In questo ambito, molto interessante è anche la fase della rendicontazione, che si concentra sugli aspetti essenziali dell’attività: «La flessibilità di UniCredit Foundation, a cui rendicontiamo l’impatto e non i giustificativi di spesa, ci ha aiutato a modellare le azioni sui bisogni mutevoli dei ragazzi e a costruire una valutazione d’impatto che misura non solo il progetto ma anche la rete e il nostro ente. Un esempio di filantropia della fiducia in atto», spiega Del Sarto.

L’intervento

Silvia Cappellini è il direttore generale dell’ente filantropico del gruppo bancario guidato da Andrea Orcel.

Filantropi Silvia Cappellini Dg Unicredit foundation
Silvia Cappellini

Per UniCredit Foundation, sostenere un progetto significa anzitutto riconoscere il valore di chi conosce in profondità i territori, le comunità e le sfide che i giovani affrontano ogni giorno. Significa costruire relazioni fondate sulla fiducia, sull’ascolto e sulla convinzione che le risposte più efficaci nascano dall’incontro tra competenze, esperienze e prospettive diverse. Insieme per il Futuro incarna pienamente questa visione: un percorso che affronta la povertà educativa nella sua complessità, guardando non solo ai risultati raggiunti, ma anche alla qualità delle trasformazioni generate. 

Non si tratta solo di sostenere economicamente ma di valorizzare esperienza e capacità di innovazione

Silvia Cappellini

Crediamo in una filantropia che non si limita a sostenere economicamente le iniziative, ma che valorizza l’esperienza e la capacità di innovazione delle organizzazioni che operano sul territorio, offrendo loro la fiducia e la flessibilità necessarie per sviluppare risposte efficaci ai bisogni emergenti. In questa prospettiva, l’impatto non è il risultato di interventi isolati, ma il frutto di ecosistemi collaborativi in cui Terzo settore, scuole, famiglie e comunità locali condividono responsabilità, conoscenze e obiettivi.  Per questo la valutazione rappresenta per noi molto più di un esercizio di misurazione.

È uno strumento di comprensione e apprendimento che consente di leggere il cambiamento nella sua interezza, cogliendone non solo gli esiti, ma anche i processi e le relazioni che lo hanno reso possibile. È in questo passaggio che un progetto esprime il suo potenziale più profondo: quando supera il perimetro delle attività realizzate e diventa una fonte di apprendimento collettivo. La conoscenza prodotta, le pratiche sperimentate e le relazioni costruite possono trasformarsi in un patrimonio condiviso, contribuendo alla definizione di modelli più solidi e replicabili, capaci di ampliare nel tempo le opportunità per i giovani e per le comunità in cui crescono.

Nell’immagine in apertura attività con i giovani protagonisti del progetto. Tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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A Milano la Notte dei senza dimora mette al centro il diritto alla casa

14 Ottobre 2026 ore 15:36

La casa come diritto e non come privilegio. È questo il tema scelto per l’edizione 2026 de La Notte dei senza dimora. L’evento che giunge alla sua 26esima edizione e dà appuntamento sabato 17 ottobre in piazza Sant’Eustorgio a Milano.
L’iniziativa è organizzata dall’associazione Insieme nelle terre di mezzo in collaborazione con numerose realtà milanesi del Terzo settore che offrono sostegno alle persone fragili e in condizioni di marginalità.

La particolarità di quest’anno è la concomitanza con la Giornata Mondiale Onu per la Lotta alla Povertà, che si celebra ogni anno il 17 ottobre. Un’occasione per ritrovarsi a riflettere sulla condizione di chi vive in città senza una casa e su cosa fanno e possono fare insieme le istituzioni e il Terzo settore. Il momento di condivisione inizierà nel pomeriggio alle ore 16 e andrà avanti fino alla notte prevedendo anche numerose attività, giochi e musica per una vera e propria festa insieme. 

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Il pomeriggio in piazza Sant’Eustorgio durante l’edizione del 2025 – foto di Isabella Balena

Anche in questa edizione, per chi lo desidera, l’invito a dormire all’aperto è sempre valido: l’organizzazione ha individuato un luogo protetto dove coinvolgere i cittadini che decidono, per una notte, di fare quest’esperienza dimostrando vicinanza alle persone che ogni giorno vivono in strada.  

Il tema dell’abitare riguarda tutti e non solo chi non ha una casa. La manifestazione vuole infatti ribadire che avere una casa non è un privilegio ma un diritto: le associazioni presenti con i loro volontari proporranno riflessioni e attività a tutti coloro che sceglieranno di partecipare all’evento di piazza.

Chiocciole in terracotta

A tutti i partecipanti sarà proposto il gioco “Caccia alle terracotte”, una caccia al tesoro di piccole chiocciole in terracotta in giro per la piazza e contenenti un messaggio sulla casa, per stimolare in modo diverso la visione dello spazio attorno a noi e per interrogarsi sul significato di casa. Il gioco ricalca quello proposto dal progetto di arte partecipata “Risveglia la chiocciola che c’è in te”, dedicato alla casa e ideato da Maurizio De Rosa, docente dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, come esperienza di esplorazione per creare occasioni di incontro e differenti esperienze dell’abitare.

Lotta allo spreco alimentare

Alle ore 18 si terrà un incontro sulla lotta allo spreco alimentare, al quale parteciperanno Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano; Francesca Sozzi, Fondazione Ibva; Nicola Lamberti, ad di PlanEat, azienda che ha sviluppato una piattaforma di catering che evita lo spreco alimentare e che ha lanciato anche il progetto “Pasto sospeso”. A moderare l’incontro sarà Maria Cristina Ceresa, direttrice di Green Planner.

Il concorso

“La casa non è un privilegio” è anche il tema del Concorso della Fondazione Isacchi Samaja per artisti che vivono per strada, giunto alla decima edizione: saranno esposte in piazza le opere vincitrici di quest’anno per le sezioni narrativa e poesia, arti figurative, fotografia e alle ore 19 si terrà la premiazione. Nella sede della Fondazione (in via Nino Bixio 30 a Milano) si potranno invece ammirare le opere vincitrici di tutti i dieci anni. 

La cena in piazza

Alle ore 20 sarà offerta una cena a tutte le persone con e senza dimora presenti. I piatti saranno preparati dalle associazioni che ogni giorno sono presenti in strada per distribuire pasti caldi: Fondazione Progetto Arca, grazie alla Cucina mobile e ai volontari che serviranno ai tavoli, sfornerà a scelta 300 porzioni di lasagne vegetariane e 300 porzioni di polenta con salsiccia e PlanEat offrirà 400 torte salate.

Notte dei senza dimora_Milano 2025_2 foto di @IsabellaBalena
Gli stand delle organizzazioni partner

La serata proseguirà con la musica in piazza grazie alla presenza di vari artisti: Mitoka Samba, Marina Madreperla, il coro gospel Flowing Spirit Gospel Choir e Stefania Calabrese, in arte Ciglio.
Alla Notte, inoltre, sarà presente il gruppo “Magliando” che, lavorando a maglia, prepara coperte, guanti e berretti per le persone senza dimora. 

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

I volontari di Mia-Milano in Azione saranno impegnati nella raccolta di prodotti igienici che verranno poi confezionati in kit personalizzati donati alle persone senza dimora in base alle esigenze di ognuno. I cittadini possono portare allo stand dell’associazione salviette umidificate, fazzoletti, dentifrici, deodoranti spray, lamette usa-e-getta e schiuma da barba, spazzolini, confezioni di sapone liquido, shampoo e docciaschiuma, assorbenti (si raccomanda che i prodotti siano nuovi e in formato possibilmente da viaggio perché più maneggevole per la vita in strada). Nella scorsa edizione sono stati consegnati 130 kit completi.

Il camper doccia 

Saranno presenti anche i volontari dei City Angels che porteranno il camper utilizzato per offrire la possibilità di fare la doccia a chi vive per strada e i volontari di Croce Rossa Comitato di Milano che proporranno puzzle e sfide di enigmistica per adulti e bambini e allestiranno un grande pannello per contribuire alla sensibilizzazione sul tema dell’abitare: chi lo desidera potrà lasciare un messaggio e dare la propria risposta alla domanda “Cosa significa per te casa?”. 

Le altre “notti”

Il programma della Notte dei senza dimora è disponibile sul sito: lanottedeisenzadimora.org. È online anche il calendario degli eventi in programma in altre città italiane.
Sul sito  della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Fio.Psd è possibile approfondire la tematica e i numeri relativi alle persone senza dimora in Italia.

Le associazioni partner: Avvocato di strada, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, Casa di Gastone, Cena dell’Amicizia, City Angels, Croce Rossa Italiana – Comitato di Milano, Fio.PSD, Fondazione Fratelli di San Francesco, Fondazione Ibva, Fondazione Isacchi Samaja, Fondazione Progetto Arca, Mia-Milano in Azione, Opera Cardinal Ferrari, Opera San Francesco per i poveri, Ronda Carità e Solidarietà, SosMilano, VoCi Volontari Cittadini.

Nell’immagine in apertura le cena offerta delle organizzazioni partecipanti alla Notte dei senza dimora – foto di Isabella Balena, tutte le immagini da ufficio stampa

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Bolzano, scuole e centri giovani si mettono a lavorare insieme: così sono nati 18 Poli Educativi Territoriali

14 Ottobre 2026 ore 13:39

Nati a partire dall’iniziativa dell’Ufficio Politiche Giovanili – Ripartizione italiana e dalla collaborazione con l’Intendenza Scolastica provinciale, i Poli Educativi Territoriali radicano una nuova modalità di collaborazione tra scuole e Terzo settore per lo sviluppo di Comunità Educanti sul territorio della Provincia di Bolzano. 
Da aprile 2025 a giugno 2026, la sperimentazione ha coinvolto 17 istituti scolastici (dalla Primaria a Istituti Professionali) e 8 Centri giovani in 6 diverse città della Provincia di Bolzano. Queste realtà hanno dato vita a 12 diversi Poli Educativi Territoriali come esito di un processo partecipato strutturato sui principi e i metodi della co-programmazione e co-progettazione. 

Come si è svolta la sperimentazione 

Tra aprile e maggio 2025, durante la fase di attivazione di questo percorso, il confronto con docenti e Centri Giovani ha fatto emergere una serie di bisogni, posti poi al centro del percorso dei Poli: dall’inclusione educativa e dalla presa in carico delle vulnerabilità alla prevenzione del disagio giovanile e alla gestione dei conflitti; dall’integrazione del sistema territoriale per lo sviluppo di comunità educanti al rapporto tra crescita individuale e responsabilità collettiva verso il bene comune. 

Non si tratta di un elenco di carenze, ma di un percorso che va dalla singola persona alla comunità. Le vulnerabilità dei ragazzi e delle ragazze raramente sono di un solo tipo e chiedono una presa in carico condivisa, non prestazioni separate. La prevenzione passa da una presenza continua nei luoghi che i ragazzi vivono, dove anche il conflitto può diventare occasione educativa. Tutto questo è possibile solo se scuola, servizi e Terzo settore smettono di lavorare in parallelo e diventano comunità educante, in cui la crescita di ciascuno si intreccia con la responsabilità verso il bene comune. 

Il monitoraggio

Tali bisogni hanno guidato la co-programmazione e la stesura dei Protocolli di attivazione dei Poli e, tra giugno e settembre 2025, la co-progettazione del Piano Operativo e la definizione dell’operatore socio-culturale, figura ponte tra scuola e centro giovanile. Questo processo è stato accompagnato da Euricse, in supporto all’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia di Bolzano. 

Da gennaio 2026, è stata avviata una più attenta fase di monitoraggio che ha avuto, al centro, l’osservazione delle attività e dello sviluppo della governance: questa attività è stata realizzata a partire da un insieme di indicatori di risultato e di processo progettati da Euricse in base agli esiti della co-programmazione/co-progettazione dei Poli. Infine, tra maggio e giugno 2026, i Protocolli sono stati riprogettati e adattati sulla base delle evidenze raccolte.

Un modello di collaborazione capace di adattarsi 

La sperimentazione altoatesina dei Poli Educativi Territoriali ha portato allo sviluppo di un modello di collaborazione unico e condiviso tra territori differenti, una proposta che fissa elementi minimi condivisi che consente un’applicazione “situata”, ossia pensata per garantire la possibilità a ciascun Polo di attivare strumenti e modalità operative più in linea con le proprie caratteristiche soggettive e con quelle del contesto entro il quale viene attivato. 

Bolzano Pit Stop incontro
Uno degli incontri realizzati sul territorio della provincia autonoma di Bolzano

Il sistema dei Poli è, in sostanza, un’infrastruttura permanente di dialogo tra le realtà che operano a livello locale e un sistema provinciale coordinato dall’Ufficio Politiche Giovanili e dalla Intendenza Scolastica. Si fonda sull’approccio delle “agende collaborative” che propone l’adozione di “linee di governo [del welfare] che incentivano le reti, le interazioni orizzontali e la costruzione di progetti comuni che coinvolgono più attori anche appartenenti a settori di intervento diversi”. 

La governance di questo sistema è stata affidata a Cabine di Regia territoriali che coordinano i lavori di ciascun Polo: queste sono state concepite come spazi di confronto tra istituti scolastici e organizzazioni del Terzo Settore (a partire da quelle che gestiscono Centri Giovani sul territorio) che si declina in modo diverso (sia per quanto riguarda il suo funzionamento che per la sua composizione) a livello locale. 

La pratica quotidiana ha mostrato come, affianco a queste strutture più formali, la presenza degli operatori/operatrici in spazi scolastici informali, come cortili e corridoi durante la ricreazione, costituisca una strategia vincente per agganciare le persone più giovani in un clima non giudicante per favorire l’emersione dei loro bisogni reali. Parallelamente, l’efficacia dell’intervento è strettamente correlata alla presenza di un/a docente referente attivo che faciliti l’integrazione dell’operatore esterno nella comunità scolastica. 

I Poli come spazio per elaborare soluzioni condivise 

I Poli Educativi Territoriali si propongono, quindi, come un modello adattabile a contesti differenti, offrendo una cornice di riferimento chiara per coordinare gli interventi educativi e consolidare il senso di comunità attraverso una collaborazione istituzionale strutturata e flessibile. 

In questo senso, ciascuna rete territoriale ha lavorato su progettualità e iniziative “su misura” per il proprio contesto di riferimento, attivando dentro alle Cabine di Regia territoriali spazi per microprogettare le attività in forma “sartoriale”. Ciò è stato possibile in quanto i Poli si configurano, da una parte, come uno spazio collaborativo di raccolta e analisi dei bisogni di un territorio o una comunità e, dall’altra, come un’alleanza che collabora all’elaborazione di soluzioni “situate” nel contesto che vivono e che contribuiscono ad animare. 

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Questa natura “duale” dei Poli (strategica e operativa, insieme) porta innovazione e sviluppi: 

  • nelle relazioni e nel ruolo degli enti (pubblici e del privato sociale) che li attivano: la contaminazione tra pratiche e linguaggi diversi (educazione formale e informale; didattica e approcci educativi) avvicina ragazze e ragazzi a opportunità nuove, favorisce l’emersione di difficoltà che altrimenti resterebbero latenti e rafforza gli strumenti a disposizione dei e delle giovani, secondo una logica che favorisce il protagonismo giovanile, dentro e fuori dal contesto scolastico; 
  • nelle dinamiche e nelle pratiche pedagogiche ed educative: l’alleanza tra agenzie educative diverse (scuole e Centri Giovani) offre l’occasione di sperimentare nuovi approcci pedagogici, mescolando le diverse appartenenza e attivando progettualità capaci di far dialogare questi linguaggi e ambienti a beneficio di ragazzi e ragazze; 
  • nella relazione con ragazze e ragazzi: la struttura del Polo (che attiva le relazioni a scuola e le accompagna al di fuori) consente anche di far maturare competenze, abilità e propensioni in un contesto sicuro e protetto, dentro e fuori il tempo e lo spazio della scuola, secondo un approccio più disteso e meno competitivo. 

Quattro indirizzi “tematici” e una missione comune 

L’esperienza della Provincia di Bolzano ha fatto emergere quattro diverse tipologie di Polo Educativo Territoriale, ciascuna caratterizzata in base all’indirizzo tematico che le sue attività (ma, più in generale, l’approccio che ciascuno di questi Poli ha adottato) suggerivano. Alcuni Poli hanno messo in campo attività che possono essere definite “a indirizzo sociale” cioè hanno saputo attivare proposte in connessione e/o in coordinamento con interventi più ampi, già attivati dalla scuola e/o dal Centro, allo scopo di supportare ragazzi e ragazze che vivono contesti di marginalità sociale o di fragilità personale. Le azioni promosse sono anzitutto finalizzate alla promozione sociale e a sviluppare occasioni di socializzazione e integrazione per ragazze e ragazzi a rischio di dispersione scolastica. 

Per altri Poli (la maggioranza relativa di quelli attivati) le attività progettate possono essere descritte come “a indirizzo culturale”: questi Poli, infatti, concentrano la propria attività sull’integrazione tra interventi educative e proposte di tipo culturale (teatro, cinema, musica, co-produzione di iniziative culturali) secondo una logica di continuità della proposta educativa. 

Altri Poli ancora possono essere descritti come “a indirizzo tecnologico”: questi Poli mettono in campo azioni pensate per promuovere la conoscenza scientifica e tecnologica, anche attraverso la messa a sistema di infrastrutture come i corner tech. Concentrano la propria azione su laboratori tecnologici e proposte culturali finalizzate ad aumentare le competenze digitali e tecnologiche di ragazzi e ragazze, bambini e bambine. 

pitstop-Bolzano esterno foto Anna Cerrato
Una delle attività – foto di Anna Cerrato

Infine alcuni Poli hanno attivato interventi “a indirizzo comunitario”: in questi casi, le attività proposte sono finalizzate ad un più ampio coinvolgimento delle comunità territoriali di riferimento (città, paesi o quartieri) e/o che ipotizzano specifiche attività di dialogo tra il Polo e le comunità in cui questi sono inseriti. 

Ciascuno di questi diversi orizzonti tematici ha trovato, nelle reti territoriali che animano i Poli, uno spazio di impegno comune: le proposte messe in campo sono state agganciate agli strumenti di programmazione interni dei singoli enti (come, ad esempio, ai Piani Triennali dell’Offerta Formativa elaborati dalle scuole) e hanno evidenziato, sebbene ancora in modo lieve, la differenza tra Poli Educativi e le progettualità che il Terzo Settore attiva insieme alle scuole.

Poli collaborativi

I Poli, infatti, non sono in “competizione” con le altre progettualità ma offrono un nuovo quadro comune di collaborazione a enti pubblici, Terzo settore e scuole: questa nuova infrastruttura può essere capace di orientare la progettazione delle attività sul territorio ma anche la loro pianificazione economica, l’individuazione e la messa a disposizione di risorse e, più in generale, l’integrazione tra interventi in materia di politiche giovanili e altri ambiti (politiche educative; politiche sociali; politiche economiche) che interessano la vita e lo sviluppo delle Comunità Educanti. 

Oggi sono attivi 18 Poli Territoriali in Provincia di Bolzano in sei diverse città (Bolzano, Merano, Vipiteno, Bressanone, Salorno e Laives). Sono coinvolti 26 istituti scolastici e 16 diversi Centri Giovani che progettano e realizzano, ogni giorno attività che incontrano centinaia di bambine e bambini, ragazze e ragazzi. 

Il ruolo dei Poli Educativi Territoriali è diventato centrale rispetto alla strategia di sviluppo delle Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano “Trova il tuo spazio”, in particolare in quanto i Poli rappresentano l’occasione per garantire “un dialogo autentico, sia all’interno delle organizzazioni che con il territorio” quale “presupposto per favorire processi di coprogettazione efficaci, nei quali il coinvolgimento diretto dei giovani diventi il motore per sviluppare iniziative più rispondenti ai loro bisogni e aspirazioni”. Il progetto verrà discusso ed approfondito nel corso di un evento in programma lunedì 19 ottobre a Palazzo Widmann nel capoluogo altoatesino.

In apertura una delle attività in un Polo educativo – foto di Anna Cerrato, tutte le immagini da ufficio stampa

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L’inclusione è la strada da imparare a percorrere

14 Ottobre 2026 ore 10:32

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol. 

A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C. 

Quattro o due ruote per Stradabile

Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote. 
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita. 

Sicurezza stradale e inclusione

Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis. 

Andrea De Bonis,  protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria. 
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto. 
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche. 
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.

L’intervista Marisa Parmigiani

La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis  si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Filantropi Marisa Parmigiani Fondazione Unipolis

Parmigiani, perché questo progetto? 

Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.

In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?

Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.

Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?

In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.

C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita? 

È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto. 

Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?

La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.

Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa

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A Forlì il primo Festival dell’Economia sociale

13 Ottobre 2026 ore 17:43

Si terrà a Forlì dal 12 al 14 novembre la prima edizione del Festival dell’Economia Sociale promossa dalla Fondazione Economia Sociale costituita da (Confcooperative, E-Ius e Terzjus). Il primo appuntamento nazionale dedicato all’economia sociale: cooperazione, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi, insieme al credito cooperativo, alle fondazioni di origine bancaria e alla filantropia. «Un Piano che genera valore. Dalla complessità al sistema» è il pay off della tre giorni di dibattito tra istituzioni, politica mondo della ricerca, della rappresentanza e delle imprese.

L’economia sociale è innanzitutto economia

«L’economia sociale, prima ancora che sociale, è economia. Non è un settore che compensa o che affianca il mercato: è una componente stabile del sistema economico del Paese, che completa le possibilità di sviluppo e di benessere di una nazione», dichiarano Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative; il direttore scientifico del festival Gabriele Sepio di E-Ius e Luigi Bobba, presidente di Terzjus. La sfida è passare dal riconoscimento culturale alla costruzione di un sistema di politiche pubbliche capace di accogliere la complessità e le peculiarità di questi organismi, valorizzandone le differenze.

L’iniziativa nasce dal Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, con cui l’Italia ha dato seguito alle linee tracciate in questi anni dall’Unione europea. Il Festival si propone come sede di confronto tra istituzioni nazionali ed europee, organismi di rappresentanza, mondo accademico e della ricerca, imprese e cittadini.

Il suo peso in Europa

In Europa l’economia sociale rappresenta l’8% del Pil conta 3 milioni di imprese e 13,8 milioni di lavoratori, di cui 4,7 milioni occupati nelle cooperative. In Italia le 60mila cooperative danno lavoro a 1,3 milioni di persone e da sole rappresentano l’8% del Pil. Si tratta di un’infrastruttura portante dell’economia italiana, perché non delocalizza: vive e opera sui territori. Nell’economia sociale rientrano tutte quelle imprese che mettono al centro le persone e il territorio, non il profitto da distribuire: cooperative, imprese sociali, società di mutuo soccorso, mutue assicuratrici, fondazioni, associazioni e realtà del privato sociale. Hanno forme diverse e un tratto comune: producono valore economico e lo reinvestono in funzione dell’interesse collettivo e della mutualità. È un ecosistema che l’Unione europea ha incluso tra i 14 ecosistemi imprenditoriali e industriali strategici per l’Europa.

Credit foto di apertura: Pexels

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Legge sul lobbying al Senato, il rischio di una riforma di facciata

13 Ottobre 2026 ore 17:21

Dopo oltre 50 anni e più di cento proposte mai approvate, l’Italia è ancora priva di una normativa sul lobbying. Ciò avviene nonostante le sollecitazioni delle principali istituzioni internazionali e l’esempio della maggior parte dei Paesi europei, che hanno già regolamentato i rapporti tra decisori pubblici e portatori di interessi. Nel mentre le attività di rappresentanza degli interessi si sono intensificate anno dopo anno. Imprese, associazioni di categoria, enti del Terzo settore, think tank intessono costanti relazioni con ministri, parlamentari e amministratori locali.

Il diritto di sapere dei cittadini

Questo confronto non è di per sé patologico, ma costituisce la naturale dialettica tra chi possiede competenze specifiche e chi deve scegliere nell’interesse pubblico. Trattandosi di interazioni in grado di indirizzare scelte collettive, esse dovrebbero essere di dominio pubblico: i cittadini hanno il diritto di sapere se, ad esempio, il ministro dell’Ambiente interagisce esclusivamente con i colossi del fossile. 

Una legge efficace deve perciò garantire piena trasparenza e promuovere la partecipazione al processo decisionale. Informare, cioè, su chi svolge attività di rappresentanza di interessi (ad esempio attraverso l’iscrizione obbligatoria a un apposito registro dei lobbisti) ma anche aggiornare sugli incontri svolti da rappresentanti politici e alti funzionari pubblici. D’altra parte, però, la legge dovrebbe anche contribuire a superare quelle disuguaglianze nell’accesso ai colloqui con i decisori che oggi spesso garantiscono  ai gruppi di interesse più consolidati una corsia preferenziale. 

Una proposta depotenziata

Come la coalizione Lobbying4Change, coordinata da The Good Lobby, ha più volte denunciato, il testo ora in discussione al Senato viene meno a questi obiettivi. La proposta – già in partenza poco coraggiosa – è stata progressivamente depotenziata dal pressing di associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) e sindacati per ottenere un salvacondotto. A questo si è aggiunta la battaglia del Terzo settore per non essere equiparato ai lobbisti: una posizione a cui The Good Lobby, pur rientrando nella categoria, si oppone fermamente. D’altra parte, ciò che chiediamo non è altro che l’applicazione degli standard internazionali dell’Ocse, cui si ispira anche il quadro regolatorio dell’Unione europea e il cui Registro per la trasparenza è considerato un benchmark internazionale in materia di regolamentazione della rappresentanza di interessi.

La trasparenza che servirebbe

L’obiettivo di una norma rigorosa deve essere proprio la trasparenza di tutte le interazioni che contribuiscono a formare una legge o un atto amministrativo, sia a livello nazionale che regionale e locale, dato che il testo avrà ricadute anche su Regioni e Comuni capoluogo. Che ad agire siano lobbisti professionisti o presidenti di cooperative, che si rappresentino interessi privati o diffusi: chi può stabilire quali interessi siano più legittimi di altri? 

Siamo convinti che portare al voto un testo poco ambizioso, depotenziato e a rischio di essere ulteriormente indebolito non sia quello di cui il nostro Paese ha bisogno (né quello per cui ci battiamo da un decennio). Evitiamo che l’Italia si doti di una norma puramente cosmetica, che non garantisce maggiore trasparenza e partecipazione e che non offre reciprocità tra portatori di interessi e decisori pubblici. 

In apertura foto di Joshuan Barboza da Pexels

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Il 56% degli indigenti non è raggiunto dagli aiuti alimentari. Come colmare il gap?

13 Ottobre 2026 ore 16:11

Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore.  Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.

Dal sistema aiuti un pasto al 44% degli indigenti

Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta. 

Forum povertà alimentre da sx Luciano Ghelfi_Marco Piuri_Paola Garrone_VM Bellucci
da sx Luciano Ghelfi giornlaista, Marco Piuri presidente fondazione, Paola Garrone professoressa di Business and Industrial Economics e Responsabile Scientifico del Food Sustainability Lab, viceministro Maria Teresa Bellucci

Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). 

La filiera delle donazioni da ampliare

La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn. 

Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente. 

I prodotti standard

L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.

banco alimentare magazzino
Volontari in un magazzino del Banco Alimentare

Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.

L’identikit della povertà alimentare

Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere (51%) e dagli anziani soli (36%).

Gli alimenti più richiesti

La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.

C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno. 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.

Potenziare la legge 166/2016 

Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.  

«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.

Nell’immagine in apertura un furgone con i prodotto donati al Banco Alimentare – tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro)

13 Ottobre 2026 ore 12:36

Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura». 

Cover libro Stand Up Coop
La copertina del libro di Enrico Quarello, “Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno”, prefazione di Luciano Sita, Luca Sossella editore, 2026

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.

Partecipare per esistere

Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.

Spendersi per una causa che non ci riguarda

Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.

Lo specchio infranto

Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».

Dal diritto alla concessione

Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.


Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».

Una domanda aperta

Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.

In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels

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Un centro di formazione  che attiva servizi innovativi

13 Ottobre 2026 ore 09:20

Si chiama Fabula ed è una fattoria sociale a Catanzaro che si propone di offrire percorsi di formazione e inserimento lavorativo nel settore agricolo a 20 persone in condizioni di fragilità. Un progetto di quattro anni che promuove una maggiore autonomia e un miglioramento della qualità della vita anche per le loro famiglie. Un’azione che allo stesso tempo premia il raggiungimento di risultati tangibili. L’iniziativa è promossa da Fondazione Cdp in collaborazione con il Comune di Catanzaro e Lab cooperativa sociale. 

Fattoria sociale

L’ente non profit di Cassa depositi e prestiti mette a disposizione 200mila euro per sostenere la cooperativa sociale incaricata della gestione operativa del progetto, che prevede l’attivazione di una comunità di apprendimento sotto forma di un centro diurno sperimentale all’interno di una fattoria sociale. 

Filantropi immagine Francesca Sofia Fondazione Cdp
Francesca Sofia, dg di Fondazione Cdp

«Fondazione Cdp», spiega il direttore generale Francesca Sofia, «avvia un modello che non solo lega il sostegno economico offerto a un progetto al conseguimento di risultati concreti, ma apre la strada a una nuova concezione della finanza sociale nel Paese». 

L’iniziativa si basa sul Social outcome contract, una tipologia contrattuale promossa dalla Commissione europea, applicata per la prima volta in Italia con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione nel ruolo di outcome payer, cioè finanziatore a risultato (il Comune di Catanzaro), un soggetto attuatore (un Ets che realizza un progetto) e un soggetto finanziatore (qui Fondazione Cdp), che si assume il rischio dell’operazione. Un modo di operare, chiarisce Sofia, che mette l’impatto al centro, e alimenta un circolo virtuoso: «Il nostro impegno è promuovere soluzioni che rafforzino il tessuto sociale ed economico dei territori».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La fattoria sociale, attiva da luglio, offre un centro con servizi terapeutici «innovativi, ricreativi e riabilitativi per le persone disabili, integrati da percorsi di terapia occupazionale, formazione e orientamento professionale finalizzati all’inserimento nell’impresa agricola», precisa la Fondazione.

Nell’immagine in apertura una panoramica della fattoria sociale di Catanzaro – Foto da ufficio stampa

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La cultura come motore di sviluppo? Lucca indica la strada

12 Ottobre 2026 ore 17:42

Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio)  vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone. 

Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che  promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura. 

Francesca Velani curatrice Lubec
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC

La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».

Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone». 

La cultura diventi agente trasformativo

Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.  

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».

Da progetto a servizio esigibile

Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».

welfare culturale Lubec_future moves
Future Moves, una delle pratiche in rassegna

Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».

A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».

Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa

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