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Sciopero dei barist* contro Sodexo ed EDISU – con COLPO
puntata del 71026
TARANTO NON PUÒ PIÙ ASPETTARE. AL FIANCO DI LAVORATORI E CITTADINI
Il Partito Comunista è vicino ai cittadini, ai lavoratori e alle realtà sociali e associative di Taranto che sabato 17 ottobre scenderanno in piazza per chiedere salute, lavoro, sicurezza e un futuro senza inquinamento.
Da troppo tempo Taranto paga un prezzo altissimo: vite umane, salute pubblica, ambiente devastato, prospettive tolte. E da troppo tempo si finge che il lavoro e la salute siano due diritti in conflitto, come se chi lavora e le sue famiglie dovessero scegliere tra il pane e la vita.
L’ex ILVA è il simbolo più crudo di un modello industriale che per decenni ha messo il profitto davanti ai lavoratori, alla popolazione e al territorio. Ci ha lasciato in eredità una crisi ambientale, sanitaria e occupazionale che è ancora lì, aperta.
La salute non si sacrifica sull’altare della produzione, e difendere l’ambiente non può voler dire abbandonare chi lavora. Servono risposte concrete: investimenti pubblici, garanzie per l’occupazione, bonifiche vere e un piano di sviluppo che restituisca un orizzonte a tutto il territorio.
Crediamo che a decidere del futuro di Taranto debbano essere le tarantine e i tarantini, i suoi lavoratori, senza più scelte calate dall’alto e senza che le loro richieste vengano piegate a interessi che con quelli della collettività non c’entrano nulla.
Il 17 ottobre è un’occasione importante per riportare al centro del dibattito nazionale una questione che non riguarda solo Taranto, ma il diritto di ogni comunità a vivere e lavorare con dignità e in sicurezza.
Sosteniamo questa mobilitazione rispettando l’autonomia di chi l’ha promossa, e riconosciamo il valore di una lotta che nasce dal territorio e dai bisogni concreti di chi ci vive.
Invitiamo iscritti, simpatizzanti e tutti coloro che condividono queste rivendicazioni a partecipare alla manifestazione di sabato 17 ottobre 2026: ritrovo alle 16:00 in Piazzale Democrate, partenza del corteo alle 17:00.
Taranto ha diritto a un futuro. E a decidere quale, devono essere i suoi cittadini e i suoi lavoratori.
Non servono passerelle o promesse di circostanza.
La vita di un intera popolazione non deve essere sacrificata agli interessi del profitto.
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L'articolo TARANTO NON PUÒ PIÙ ASPETTARE. AL FIANCO DI LAVORATORI E CITTADINI proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
Francia: prosegue la mobilitazione degli studenti verso la giornata del 17 ottobre
[2026-10-16] SCIOPERO STUDENTESCO @ Palazzo Nuovo
SCIOPERO STUDENTESCO
Palazzo Nuovo - Via Sant'Ottavio 20 a Torino(venerdì, 16 ottobre 09:30)

16/10 SCIOPERO STUDENTESCO :
SOLDI ALL'UNIVERSITÀ NON ALLA GUERRA!
h. 9:30 PALAZZO NUOVO
Il 16 ottobre, in occasione dello sciopero studentensco , scendiamo in piazza anche come universitari contro questo modello di università che favorisce i privati e gli accordi bellici invece del nostro diritto allo studio.
Studentati fatiscenti , insufficienza di posti letto, aule sovraffollate e carostudi: gli studenti universitari di tutto il paese, dalle tende alle piazze, si stanno mobilitando per conquistarsi un diritto allo studio e un futuro!
Nell'ultima settimana a Torino siamo stati in tenda in presidio permanente sotto la sede di EDISU per ottenere soluzioni concrete di fronte alle centinaia di studenti che da un giorno all'altro sono stati spostati in residenze fuori città e per denunciare l'insufficienza di posti letto pubblici e la condizione fatiscente degli studentati.
Contemporaneamente siamo stati in presidio sotto l'ufficio Edilizia di Unito consegnando una lettera che si rivolge all'ufficio, alla Rettrice e a tutti i dipartimenti per denunciare la situazione delle aule sovraffollate e chiedere più aule e spazi universitari.
Di fronte alle cariche agli studenti in presidio sotto EDISU e al silenzio dei Rettori la lotta non si ferma:
dal 16 fino allo sciopero generale del 30 ottobre scendiamo in piazza a Torino contro l'unversità che Bernini , governo, EDISU e Rettori ci stanno consegnado!
Da tutto il paese gli studenti chiedono più soldi all'università e non alla guerra, il 16 ottobre svuotiamo anche le aule universitarie e accendiamo la miccia anche in Italia:
NOI LA GUERRA NON LA PAGHIAMO⚒️🔥
[Semilla] Rumba della Repubblica Democratica del Congo
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[2026-10-15] Proiezione di Hogra: le difficoltà dei migranti nel raggiungere l'Europa @ Csoa Gabrio
Proiezione di Hogra: le difficoltà dei migranti nel raggiungere l'Europa
Csoa Gabrio - Via Millio 42, Torino(giovedì, 15 ottobre 19:30)

Ci vediamo giovedì 15 ottobre al @csoa_gabrio per la proiezione di Hogra: le difficoltà dei migranti nel raggiungere l’Europa per aprire una riflessione sulle frontiere e in particolare sulle frontiere europee
Negli Stati Uniti il voto degli iscritti conferma la direzione presa dal sindacato UAW
di Ezio Boero
La rielezione di Shawn Fain a segretario (presidente, lo definiscono negli USA) di United Auto Workers ha rilievo non solo per quel Sindacato, che tramanda la sua lunga storia di lotte del Lavoro, ma anche per il contesto sociale degli Stati Uniti.
Un milione e mezzo di iscritti nel 1979, oggi solo più 190.000 in produzione nel settore tradizionale dell’auto, 100.000 tra i lavoratori delle università, 600.000 pensionati e altri sparsi in vari settori, UAW continua ad essere al centro del mondo sindacale degli USA.
Fain, eletto nel 2023, si era presentato per contrastare un lungo periodo di concessioni al padronato e le vicende di corruzione che avevano caratterizzato l’epilogo della storica maggioranza che aveva governato UAW per 70 anni. Condannata per corruzione quando FCA (Fiat-Chrysler), allora governata da Marchionne, pagò, dal 2009 al 2016, 3,5 milioni di tangenti ai leader di UAW e dovette pagare 30 milioni di dollari per violazione delle leggi federali sul lavoro. Mentre il presidente di UAW, Dennis Williams, fu condannato a 21 mesi di prigione per appropriazione dei fondi del Sindacato (utilizzati a piene mani per pagarsi spese personali) e, per pene minori, lo furono anche altri 12 dirigenti sindacali.
A seguito di ciò, nel 2021, il Dipartimento di Giustizia di Detroit nominò per 6 anni un monitor (controllore) federale, Neil Barofsky, per vigilare su possibili ritorni di illeciti, e denunciò la modalità del voto degli organismi di UAW, effettuato all’interno degli stessi, come una delle cause di possibile corruzione, invitando a una votazione tra tutti gli iscritti.
Nella successiva votazione “un-membro-un-voto”, i due terzi dei pochi votanti (solo il 14% degli iscritti, segnalando forse con ciò la sfiducia o il disinteresse al rinnovamento) confermò la nuova modalità di voto per gli organismi. E successivamente, nell’autunno 2022, con un’affluenza ancor più bassa, installò la nuova maggioranza di Fain. Peraltro dopo un ballottaggio coll’esponente della “vecchia guardia”, in cui lui vinse soprattutto per l’appoggio delle migliaia di lavoratori-studenti universitari (staffisti, docenti, assistenti di ricerca e dottorandi, ecc) che s’erano iscritti negli ultimi anni al Sindacato. Molti dei quali presenti all’interno del caucus (la storica componente sindacale) di Unite All Workers for Democracy (UAWD), che da anni si batteva per la democrazia interna.
Fain, ex elettricista di fabbrica in uno stabilimento dell’Indiana, subentrò come Presidente appena il giorno prima dello svolgimento della Convention che doveva votare le piattaforme per il rinnovo dei contratti delle Big 3 (GM, Ford e Chrysler, ora in Stellantis). Una per ogni azienda, perché negli Stati Uniti i contratti sindacali, quando ci sono, sono raramente nazionali di categoria (postini, ferroviere), pochi anche quelli aziendali e in genere sono di stabilimento.
La vertenza delle 3 Grandi dell’auto era stata caratterizzata da uno sciopero di 6 settimane, simultaneo e progressivo (una novità per UAW, così come i resoconti settimanali on line sull’andamento delle trattative) e da un voto conclusivo di approvazione ambivalente (con un risicato 55% di sì al contratto in General Motors, il cui personale ha maggiore anzianità e memoria contrattuale).
Dopo questi contratti, che acquisivano un aumento salariale finale del 25%, e in un contesto di aumento delle spese belliche e dell’inflazione, e di una forte riduzione di produzione di auto elettriche, a cui l’amministrazione Trump ha sottratto gli incentivi all’acquisto deliberati da Biden, UAW aveva aperto, con l’impiego di 40 milioni di dollari, una campagna di sindacalizzazione degli stabilimenti delle 15 marche di auto asiatiche ed europee nel Sud degli Stati Uniti, governato dai Repubblicani e ferocemente antisindacale. La campagna tentava di recuperare iscritti, che nel 1983 erano il 60% dei lavoratori dell’auto, mentre oggi sono solo il 16% degli odierni 1,3 milioni di lavoratori del comparto.
La principale causa, gli accordi commerciali come il NAFTA hanno portato allo smantellamento, attorno ai Grandi Laghi, dell’intera filiera dell’auto, di cui Detroit era il centro: UAW stima che 90.000 fabbriche, grandi e dell’indotto, abbiano chiuso.
Finora, l’unico contratto nell’auto nel Sud degli USA è stato raggiunto presso la Volkswagen di Chattanooga, nel Tennessee. Mentre, dopo una prima sconfitta, contestata da UAW a causa della grande campagna antisindacale dell’impresa, è ancora aperta la vicenda della Mercedes-Benz a Vance nel Kentucky, in attesa di probabili nuove elezioni.
Nel contempo, Fain aveva acquisito un incarico in un comitato consultivo dell’amministrazione Biden e praticata progressivamente una gestione accentratrice e anche autoritaria, esautorando due membri della sua segreteria (la tesoriera Margareth Mock e Rich Boyer, responsabile del dipartimento per Stellantis). Licenziamenti che il monitor indipendente ha costretto a ripristinare. Inoltre, la maggioranza “riformatrice” si è ulteriormente sfarinata: la componente del caucus UAWD si è divisa sostanzialmente tra operai e studenti; e solo quella chiamatasi UAW Member Action ha continuato a sostenere esplicitamente Fain.
L’appoggio di UAW ai dazi di Trump, mentre altri grandi Sindacati degli USA li hanno avversati, non è stato che il seguito di quanto fece UAW con la precedente direzione negli anni ’80, con lo slogan “Buy american, your job depends on it”. Mentre il dissenso ai trattati di libero scambio, come il NAFTA, che aveva eliminato posti di lavoro e tagliato occupati e salari, è un’opinione largamente diffusa nel mondo del lavoro statunitense.
E’ stato probabilmente l’appoggio di UAW alla causa palestinese che ha portato allo scontro tra Fain, ormai quasi “un uomo solo al comando”, e il monitor Barofsky, i cui rapporti semestrali (con diffusione ai 300.000 iscritti UAW nel settore dell’auto) sono stati sempre più incentrati sui comportamenti autoritari di Fain. Un leaderismo peraltro consueto a tutti i livelli nel mondo statunitense e apprezzato da molti (lo si vede nel voto a Trump). Accusato di aver creato un clima di sospetto e di rappresaglia interna, e anche di favoritismi nei confronti di suoi familiari, Fain ha svelato una telefonata del monitor che contestava a UAW la decisione dal Sindacato di aderire all’iniziativa per il cessate il fuoco a Gaza. Un intervento, quello del monitor, aldilà delle sue prerogative, ha sostenuto UAW, che è poi continuato con crescenti pressioni sul Sindacato per riconsiderare o ammorbidire la sua opposizione al genocidio di Gaza. UAW è comunque andata avanti: la Convention di giugno ha votato il congelamento dei rapporti con la Federazione sindacale israeliana Histadrut, che “mina l’unità globale dei lavoratori promuovendo il colonialismo dei coloni”, e, seppur passato con un voto risicato, il disinvestimento delle risorse UAW (400.000 dollari) già investite in obbligazioni emesse negli Stati Uniti dallo Stato di Israele.
Lo stallo della campagna di sindacalizzazione del Sud degli USA, l’appoggio ai dazi di Trump e il dissenso al rinnovo di accordi di libero commercio, le rotture all’interno della maggioranza sindacale, l’appoggio alla causa palestinese (invertendo il tradizionale appoggio a Israele dei Sindacati USA), le accuse del monitor federale con passaggi che tendevano a screditare il presidente di UAW: tutti questi elementi si sono scaricati sulle elezioni, avvenute in settembre, per il rinnovo degli organismi dirigenti,.Con l’aggiunta di periodici interventi ostili di Trump.
Tra i sei candidati a Presidente e a Vice-Presidente, si ritrovano i due membri della sua ex segreteria “licenziati” da Fain, che evidentemente hanno inteso rappresentare la maggioranza precedente a lui. Da cui, a converso, sono stati recuperati da Fain anche alcuni candidati nella sua lista.
Ma lo spoglio delle schede elettorali per il voto sugli organismi di UAW (presidente, segretario-tesoriere, tre vicepresidenti e nove direttori regionali, che insieme costituiscono il Consiglio Esecutivo), iniziato il 6 ottobre e amministrato dal monitor, ha ratificato la vittoria di Fain. Costruita su quello che quello che, non a vanvera, è stato vantato un buon accordo del 2023 con le Big 3; i contratti stipulato con la Volkswagen in Tennessee e con American Axle, la grande impresa di ricambi per GM; il partecipato movimento in molti atenei del Paese, indotto anche dall’adesione a UAW, coll’appoggio alla causa palestinese contro il genocidio del governo Netanyahu.
La lista di Fain si conferma quindi col 68% dei consensi alla carica di Presidente di UAW (rendendo non necessario il ballottaggio avvenuto nelle elezioni del 2022) e di Tesoriere. Ottiene anche i tre ulteriori ruoli della Segreteria e vince gli 8 dei Direttori delle 9 Regioni degli Usa in cui è suddiviso l’intervento di UAW. La principale minoranza, rappresentata soprattutto dai già allontanati dalla segreteria, ottiene solo il 13% (per il presidente) e il 23% (per la carica di tesoriere)
Che il risultato del voto di 100.000 iscritti (il 10% degli aventi diritto; ancora una volta un numero assai scarso rispetto al milione di associati a UAW) rappresenti la continuità di una politica e la difesa dell’autonomia del Sindacato di fronte agli attacchi esterni, oppure una mancanza di alternative credibili che non fossero solo la critica a Fain al seguito di quella del monitor, lo dirà il futuro.
Parrebbe comunque anche un’ulteriore vittoria (dopo quella di Mamdani a sindaco di New York e di altri/e nelle primarie del Democratic Party) dei Democratic Socialists of America, Partito da cui Fain non è certo lontano, partecipando anche ad iniziative pubbliche con la deputata Ocasio-Cortes e con l’indipendente Sanders.
Una vittoria che pare, dai primi commenti dei media, realizzata con un voto meno consistente (solo la metà della similare elezione precedente, quella del 2022) di lavoratori studenti ma maggiore nei grandi stabilimenti operai
La confermata dirigenza UAW può ora guardare al futuro, quando l’ostile monitor nel 2027 avrà terminato il suo compito (ma il decreto di nomina tiene aperta la possibilità di proseguirlo) e in vista del rinnovo dei contratti con le Big 3, che erano stati fatti scadere il 30 aprile 2028 con l’idea di fare del Primo Maggio (che non è festivo negli USA, il Paese da cui origina) una giornata nazionale di mobilitazione. A cui UAW ha invitato gli altri Sindacati ad allinearsi. Nel periodo, UAW si troverà di fronte al rinnovo dei contratti di John Deere, Volvo e General Dynamics e poi delle Big 3, e alla conclamata intenzione delle imprese di non dare significativi aumenti salariali e di introdurre tecnologie di riduzione degli occupati originate dall’intelligenza artificiale. E alla necessità di intervenire anche sul ripristino o sul miglioramento dell’assicurazione sanitaria post-pensione, da sempre carente o assente negli USA per tutti/e.
Fain, nella proclamazione della vittoria che lo conferma per altri 4 anni, ha dichiarato: “stiamo lottando per l’intera classe lavoratrice, sia al tavolo delle trattative che nell’arena politica”. In cui UAW sta appoggiando, non come storicamente fatto da quel Sindacato genericamente il Democratic Party, ma candidati/e che siano esplicitamente dalla parte del lavoro organizzato.
L’auspicio è che le lavoratrici e i lavoratori, anche quelli del settore dell’auto iscritti a UAW, possano partecipare maggiormente alla conduzione del proprio Sindacato, che si depuri maggiormente da leaderismi e battaglie interne che potrebbero apparire lotte per il potere.
Contenuti e incongruenze di una legge incostituzionale
di Francesco Pallante (da Volere la luna)
L’avvenuta approvazione, a colpi di voti di fiducia, della legge elettorale segna una svolta imponente nel sistema istituzionale e nella stessa democrazia del nostro Paese, alterando potenzialmente, sino a sovvertirlo, il rapporto tra voto e rappresentanza. Per analizzarla, valutarne gli effetti e individuare le risposte possibili abbiamo deciso di dedicarvi un apposito focus con articoli di Francesco Pallante, Marco Revelli, Valentina Pazé, Lorenzo Spadacini, Alessandra Algostino e Ottorino Cappelli.
La nuova legge elettorale, che la destra è infine riuscita a imporre in vista del voto del prossimo anno, è fortemente criticabile sotto molti profili. La tempistica sospetta – non si modificano le leggi elettorali sul finire della legislatura – trova conferma nelle intenzioni fin dall’inizio dichiarate: evitare che la ritrovata alleanza tra le forze dell’opposizione renda contendibili i collegi uninominali che erano previsti dalla legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), impedendo alla destra la vittoria a mani bassi regalatele dal Pd e dal M5S nel 2022. L’obiettivo tattico non vale, peraltro, a velare la finalità strategica: la trasformazione della forma di governo nella direzione del premierato, stante il vincolo per le liste o coalizioni d’indicare il nominativo della persona candidata all’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. L’idea di fondo rimane quella per cui le elezioni dovrebbero servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta inscalfibile (una distorsione del parlamentarismo così come del presidenzialismo). Qui di seguito si propone una lettura della nuova legge volta a illustrarne schematicamente il contenuto e le principali criticità.
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La nuova legge elettorale è il frutto della modifica della legge elettorale precedente. I partiti presentano alle elezioni liste o coalizioni di candidati con il deposito del programma elettorale e l’indicazione del «nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri».
Alla Camera sono assegnati: 314 seggi con sistema proporzionale in 48 collegi plurinominali (raccolti in 26 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige per un totale di 28 circoscrizioni), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 7 seggi in Trentino-Alto Adige di cui 4 con sistema maggioritario in collegi uninominali e 3 con sistema proporzionale in 1 ulteriore collegio plurinominale; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 8 seggi all’estero con sistema proporzionale; 70 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni). Al Senato sono assegnati: 154 seggi con sistema proporzionale in 26 collegi plurinominali (raccolti in 18 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta per un totale di 20 circoscrizioni: una per regione, al fine di rispettare l’art. 57 Costituzione, che prevede, appunto, l’elezione del Senato su lase regionale), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 6 seggi in Trentino-Alto Adige con sistema maggioritario in collegi uninominali; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 4 seggi all’estero con sistema proporzionale; 35 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni).
Se nessuna lista o coalizione raggiunge il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento o se dovessero raggiungere il 42% liste o coalizioni diverse alla Camera e al Senato, la ripartizione dei 314+70 seggi alla Camera e dei 154+35 seggi al Senato avviene con metodo proporzionale. Se una lista o coalizione supera il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento, tale lista o coalizione riceve in premio 70 seggi alla Camera e 35 seggi al Senato (se sono due le liste o coalizioni a superare in entrambi i rami del Parlamento il 42%, il premio è assegnato a quella più votata). Per determinare la percentuale dei voti raggiunti da ciascuna lista o coalizione – e quindi determinare l’assegnazione o meno del premio – si contano tutti i voti (proporzionale e collegi uninominali del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta), eccetto quelli delle circoscrizioni estero. In ogni caso, una volta sommati i seggi conseguiti con il voto proporzionale, il premio e i collegi uninominali di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, nessuna lista o coalizione può avere più di 220 deputati e di 113 senatori. Se la lista o coalizione vincente ha ottenuto nel riparto proporzionale un numero di seggi tale che, col premio, supererebbe i 220 seggi alla Camera o i 113 seggi al Senato, le sono sottratti deputati o senatori tra quelli eletti col sistema proporzionale. I candidati nei “listini-premio” circoscrizionali devono essere almeno per il 40% del genere meno rappresentato (dunque, 28 alla Camera e 14 al Senato). Essi devono essere altresì candidati come capilista in una lista plurinominale di collegio collegata (o come secondi se il capolista è anch’esso altresì candidato in un “listino-premio”).
In ogni collegio plurinominale ogni partito presenta una lista di 7 candidati composta da un capolista (“bloccato”: se il partito ottiene uno o più seggi nel collegio, il capolista è eletto) e sei candidati presentati in alternanza di genere a partire dal secondo (sicché capolista e secondo possono essere dello stesso genere), tra i quali l’elettore può esprimere fino a 3 preferenze con alternanza di genere. Per i capilista non è prevista una quota di genere. Sono possibili le pluricandidature fino a 5 collegi. Per presentare una lista occorre raccogliere 6.000-7.000 firme in ogni collegio plurinominale alla Camera e al Senato. Significa che, se ci si presenta in tutti i collegi (49 alla Camera e 26 al Senato, per un totale di 75 collegi) occorre raccogliere almeno 450.000 firme. Il numero delle firme scende a 1.500-2.000 per collegio per le liste presentate da partiti che abbiano una componente nel gruppo misto alla Camera o al Senato e si annulla del tutto per i partiti che abbiano un gruppo parlamentare in almeno una Camera (purché costituito prima del 31 dicembre 2025). In tutti i casi il numero delle firme è ridotto alla metà in caso di elezioni anticipate. Le firme non possono essere raccolte in modalità digitale.
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Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017), «in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività» del Parlamento. L’alterazione del rapporto proporzionale tra voti e seggi è, di conseguenza, ammissibile a due condizioni: (a) che non incida eccessivamente a danno della rappresentatività delle Camere (dunque, che un eventuale premio sia assegnato a liste o coalizioni già dotate di una solida base elettorale); (b) che sia funzionale alla stabilità del Governo e all’efficienza del processo decisionale.
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Questi i principali punti critici critici:
1. Sulla natura bifronte del sistema elettorale. La legge contiene una sorta di doppio sistema elettorale: o con effetti fortemente maggioritari (se si assegnano i premi) o con effetti proporzionali lievemente corretti (se non si assegnano i premi). Poiché la strutturazione e il funzionamento del sistema dei partiti dipendono anche dalla legge elettorale, e la legge può operare in due modi opposti, ciò rischia di produrre effetti irragionevoli.
2. Sul premio elettorale in un sistema bicamerale perfetto. Poiché per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica si svolgono due votazioni separate, ciò significa che gli esiti elettorali nei due rami del Parlamento dovrebbero essere indipendenti l’uno dell’altro. Invece, il fatto che il premio non sia assegnato nel ramo del Parlamento in cui una lista o coalizione ha raggiunto il 42%, qualora ciò non avvenga anche nell’altro ramo, fa sì che gli esiti delle due elezioni non siano indipendenti l’una dall’altra.
3. Sul premio elettorale assegnato alla coalizione o lista che ottiene il 42% dei voti. Nella sentenza n. 35/2017, la Corte costituzionale non ha ritenuto irragionevole la soglia del 40% prevista nella legge n. 52/2015 (c.d. Italicum) per l’accesso a un premio che avrebbe assegnato alla lista o coalizione destinataria il 54% dei seggi. È una decisione discutibile – dato il rilevante squilibrio tra esito del voto e formazione della rappresentanza parlamentare – ma occorre prenderne atto. Sarebbe tuttavia errato estrarre la decisione sul premio dalla sentenza e farla valere, in generale, per qualsiasi legge elettorale: è infatti l’impianto complessivo della legge che consente di esprimersi sulla ragionevolezza del premio. La nuova legge consente al destinatario del premio di ottenere circa il 57% dei seggi alla Camera e circa il 58% dei seggi al Senato (conteggiati anche i seggi assegnabili all’estero). Perché ciò avvenga è necessario ottenere circa il 43% dei voti alla Camera e circa il 45% dei voti al Senato: questo significa che la lista o coalizione vincitrice delle elezioni beneficia di un rilevante incremento della propria rappresentanza parlamentare rispetto ai voti conseguiti. Di fatto, una minoranza, pur significativa, è artificialmente trasformata in un’ampia maggioranza parlamentare. Soprattutto, però, la distorsione della volontà elettorale deve essere misurata non soltanto con riguardo al numero dei seggi complessivamente assegnati alla lista o coalizione vincitrice, ma anche in relazione al numero dei seggi assegnati alle altre liste o coalizioni. Ciò che, in effetti, potrebbe accadere con la nuova legge è che, per una differenza di poche migliaia di voti, il numero di seggi assegnati a due liste o coalizioni aventi consistenza elettorale sostanzialmente analoga risulti segnato da un divario pari a oltre il 20% dei seggi complessivamente assegnabili, una misura senz’altro irragionevole. Esempio. Una lista ottiene il 42,1% dei voti e, grazie al premio di maggioranza, ottiene il 55% dei seggi. La seconda lista più votata ottiene il 41,9% dei voti e accede al riparto del rimanente 45% dei seggi, unitamente alle altre liste che, nel complesso hanno raggiunto il 16% dei voti (42,1 + 41,9 + 16 = 100): significa che otterrà il 32,6% dei seggi. Una differenza dello 0,2% dei voti si traduce in una differenza del 22,5% dei seggi.
4. Sul premio elettorale che consente di avvicinarsi al 60% dei parlamentari. La soglia del 60% dei seggi corrisponde alla maggioranza dei 3/5 che ancora vale, in alcuni casi (elezione parlamentare dei giudici della Corte costituzionale e dei membri laici del Csm), come maggioranza “di garanzia” contro il rischio che la maggioranza politica che sostiene il Governo abusi della propria posizione di forza. Già da tempo non hanno più valore di garanzia le maggioranze previste per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei Presidenti delle Camere, oltre che per la revisione costituzionale. Travolgere anche le garanzie residue ulteriormente aggrava quella che già oggi può essere considerata una situazione d’incostituzionalità.
5. Sulla sottrazione dei seggi eventualmente in eccesso dal numero dei seggi assegnati con sistema proporzionale, anziché dal “listone-premio”. Qualora, sommando i seggi assegnati in premio ai seggi conquistati nel proporzionale e nel maggioritario residuo in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, una lista o coalizione ottenga più di 220 seggi alla Camera e/o più di 113 seggi al Senato, si riduce il numero dei seggi assegnati tramite riparto proporzionale, dal momento che i “listoni-premio” bloccati di 70 deputati e 35 senatori sono inscalfibili. Ciò produce conseguenze negative sia per i candidati nel proporzionale, sia per gli elettori. È una chiara violazione della libertà di voto degli elettori.
6. Sul premio attribuito anche al Senato su base nazionale. L’assegnazione anche al Senato di un unico premio sulla base dei risultati del voto nazionale contrasta con la previsione costituzionale (art. 57 Cost.) per cui il Senato è eletto su base regionale. La suddivisione del “listone-premio” in 20 “listini-premio” circoscrizionali è, infatti, una finzione, dato che i “listini-premio” sono assegnati tutti in blocco alla coalizione che raggiunge il 42% a livello nazionale. Poiché, inoltre, l’assegnazione del premio in una camera dipende dall’assegnazione del premio anche nell’altra, il risultato nazionale del voto per la Camera dei Deputati influisce anch’esso negativamente sulla disposizione costituzionale che prevede l’elezione del Senato su base regionale.
7. Sulla non conoscibilità dei candidati eletti nei “listoni-premio” bloccati da parte degli elettori. La previsione dei “listoni-premio” bloccati alla Camera e al Senato si scontra con la giurisprudenza costituzionale che, pur ammettendo le liste bloccate, richiede che queste siano composte da un numero di nomi circoscritto, in modo che i candidati siano conoscibili dagli elettori. A tal fine, la legge elettorale prevede che i candidati ai seggi premiali siano ripartiti in “listini-premio” nelle diverse circoscrizioni in cui è ripartito il territorio nazionale. Tuttavia, l’assegnazione del premio sulla base dei risultati nazionali comporta che i candidati premiali di tutti i “listini-premio” siano eletti o non letti in blocco. La ripartizione dei candidati ai seggi premiali tra le diverse circoscrizioni è, cioè, fittizia: di fatto, a venire eletto o non eletto è un “listone” nazionale i cui nomi risultano per questo non conoscibili agli elettori.
8. Sullo svilimento della rappresentanza di genere. La nuova legge è destinata a fortemente penalizzare la rappresentanza femminile in Parlamento. Il principale vincolo previsto è quello di candidare almeno il 40% di donne tra i candidati “premiali” alla Camera e al Senato: dunque, rispettivamente 28 (su 70) e 14 (su 35). Queste stesse candidate dovranno altresì essere presentate come capolista di un partito in uno dei collegi proporzionali (o come seconde in lista se il capolista è anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Se si considera che ogni coalizione sarà composta da quattro o cinque partiti, questo significa che nei 49 collegi proporzionali alla Camera e nei 26 collegi proporzionali al Senato saranno presentate circa 350 liste (escluse quelle dei partiti non in coalizione) e solo 42 saranno quasi sicuramente guidate da una donna (quasi: perché, come detto, le donne potrebbero finire candidate dietro un capolista anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Ancor meno incisivo risulta il vincolo di seguire l’alternanza di genere nelle liste proporzionali solo dal secondo candidato, sicché i primi due potranno essere entrambi uomini (ma anche se vi fosse una donna come seconda, se il capolista era pluricandidato e risulta plurieletto potrebbe optare proprio per il collegio in cui dietro di lui c’è la donna, così escludendola); così come la previsione che l’elettore possa esprimere più d’una preferenza (fino a tre) solo seguendo l’alternanza di genere.
9. Sul numero delle firme necessario a presentare le candidature. Lo spropositato aumento del numero delle firme necessarie a presentare le liste nei collegi plurinominali rende difficilissimo l’accesso in Parlamento alle nuove formazioni politiche. È vero che ci si può presentare nella metà delle circoscrizioni, ma in ogni caso questo significa raccogliere circa 300.000 firma: una soglia che, in alcuni casi, potrebbe corrispondere al numero degli elettori necessari a ottenere un seggio. Se si aggiunge che non è prevista la raccolta delle firme in modalità digitale, sembra ragionevole dubitare dell’incostituzionalità della nuova disciplina.
10. Sull’indicazione del nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. È previsto che le liste e le coalizioni indichino «il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri». È una formulazione sostanzialmente più incisiva (ancorché formalmente più corretta) della previsione previgente (risalente alla legge n. 270/2005, c.d. Porcellum) che imponeva di indicare il «capo» della forza politica o della coalizione (dimenticando che la democrazia è il regime politico in cui non esistono capi…). Ovviamente rimane fermo il potere di nomina spettante al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 92, co. 2, Cost.: ma allora, l’obiettivo di rendere chiaro agli elettori fin dal momento del voto chi li governerà è in realtà un potenziale inganno ai loro danni. Di qui, il fondato dubbio dell’incostituzionalità della norma.
11. Sui difetti della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum). Naturalmente, poiché la proposta di legge in discussione si innesta sull’impianto della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), persistono tutti gli ulteriori problemi d’incostituzionalità di tale legge. In particolare, quello derivante dalla non conoscibilità degli effetti del proprio voto da parte dell’elettore, per via del c.d. effetto “flipper” causato dalla combinazione, nel proporzionale, di liste bloccate corte e facoltà di presentare plurime candidature.
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Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista
Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti
Abitare con GIOIA: a Roma la progettazione partecipata diventa transfemminista
Una fermata dell’autobus senza luce alle dieci di sera, un marciapiede troppo stretto per un passeggino o una carrozzina, un affitto che spinge sempre più lontano dal centro chi si prende cura di qualcuno, un tragitto quotidiano che senza automobile diventa un percorso a ostacoli: sono esperienze comuni, spesso così normalizzate da non sembrare più un problema.
È da qui che siamo partitə per costruire GIOIA, acronimo di “Generare cIttà femministe attraversO Inclusione e pArtecipazione”: un progetto in cui proviamo a rispondere a una domanda semplice e radicale insieme, cioè per chi è pensata la città in cui viviamo.
Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio nell’ambito del Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne, GIOIA lavora su quattro municipi romani (II, V, VII e VIII). L’idea di fondo è che la prospettiva di genere non riguardi solo i servizi antiviolenza, ma ogni aspetto della vita urbana: come ci si muove, dove ci si sente al sicuro, quali spazi esistono per la cura, il gioco, l’incontro.
A promuovere il progetto siamo in tre: la Casa delle donne* Lucha y Siesta, dal 2008 presidio contro la violenza di genere e luogo di sostegno alle donne e alle persone trans e non binarie che ne escono; Sex & the City, associazione fondata dalle architette e ricercatrici urbane Azzurra Muzzonigro e Florencia Andreola, che da anni legge le città con le lenti del genere; e CHEAP, collettivo bolognese di street poster art che dal 2013 lavora nello spazio pubblico trasformando l’ordine simbolico.
L’obiettivo è raccontare e progettare la città insieme alle persone che la attraversano ogni giorno, con le proprie esigenze di cura, di sicurezza, di libertà di movimento, creando alleanze con le reti già attive nei territori.
Il percorso prevede in primo luogo una mappatura curata da Sex & the City e la creazione di un Atlante di genere per ciascun municipio, costruito incrociando indicatori territoriali e un questionario rivolto alle persone che abitano e attraversano quei quartieri. L’Atlante avrà una sintesi, un report approfondito e una mappa online aggiornabile, sul modello già sperimentato a Parma.
L’Atlante servirà a costruire un quadro dei servizi, reti e soggetti che la città già possiede in termini di sostegno alla vita quotidiana, in maniera da individuare ciò che manca e trasformarlo in proposta di trasformazione. Per fare questo l’esperienza di chi i quartieri li vive e li attraversa ogni giorno è centrale.
Accanto al lavoro di mappatura ci saranno anche i Percorsi di Progettazione Partecipata. Da ottobre 2026 a febbraio 2027 in ogni municipio un gruppo di 20-25 persone si incontrerà in laboratori facilitati da attiviste, urbaniste, artiste e filosofe; i laboratori partecipati coinvolgeranno anche l3 bambin3, che porteranno prospettive e desideri sulla città negli incontri curati da Scosse APS. Le domande dei laboratori riguardano questioni molto concrete: in quali momenti entriamo in conflitto con la città? Quali difficoltà abbiamo smesso di vedere? Cosa resta sotto traccia pur pesando sulla nostra vita quotidiana?
Il compito dei laboratori è quello di formulare richieste precise da portare ai municipi e all’amministrazione capitolina: proposte ancorate ai bisogni reali e diffuse su tutta la città, con la vivibilità come criterio guida.
A seguire il lavoro ci sarà un Comitato scientifico di studiose, attiviste e urbaniste, tra cui Federica Castelli, Chiara Belingardi, Serena Olcuire, Giada Bonu Rosenkranz e Barbara Leda Kenny.
A partire dai materiali dei gruppi, CHEAP realizzerà una campagna artistica che attraverserà Roma sugli spazi di affissione comunali e nelle metropolitane, con raccomandazioni per una città transfemminista da discutere con le amministrazioni tra ottobre 2027 e marzo 2028.
Questo perché l’arte pubblica racconta delle storie e sceglie di tacerne altre, riproducendo un sistema di esclusione e privilegio che opera su più livelli della città. Uno degli obiettivi che ci siamo date, invece, è quello di contrabbandare nello spazio pubblico altre narrazioni, altri desideri, altri immaginari.
Infine, a chiudere il percorso è prevista una pubblicazione con la casa editrice indipendente Armillaria e, a ottobre 2027, abbiamo immaginato un festival cittadino aperto ai quattro municipi e a tutta la capitale.
Chi abita o attraversa i Municipi II, V, VII o VIII può contribuire in due modi: compilando il questionario per l’Atlante di genere, aperto fino a fine novembre, e candidandosi ai gruppi di lavoro tramite il form di partecipazione.
Dopo le prime presentazioni ad ESC e all’Arci Sparwasser del 2 e del 6 ottobre, gli incontri di lancio proseguiranno il 13 Ottobre presso il Centro Anziani Pullino (VIII Municipio), il 14 ottobre alle 17 alla Casa di Quartiere del Quarticciolo Ribelle (V Municipio) e il 15 ottobre alle 18 all’Antimafia Pop Academy (VII Municipio), con un laboratorio sulla città decoloniale insieme a Stefania N’Kombo José Teresa.
Il primo appuntamento comune sarà invece sabato 24 ottobre, dalle 10 alle 17 alla Casa delle donne Lucha y Siesta, con il workshop di arte urbana di CHEAP che riunirà tutti i gruppi.
La città è da sempre uno spazio ambivalente per le donne, le persone queer, le persone razzializzate, le persone disabili; spesso il messaggio che lancia è questo non è il vostro posto, qui dovete avere paura. Ma noi non vogliamo avere paura: vogliamo tessere le reti relazionali e costruire gli spazi fisici per costruire giustizia sociale, per definire insieme la nostra idea di sicurezza e di libertà, a partire dalla possibilità di vivere e attraversare i nostri quartieri.
Noi ci mettiamo un pezzetto, con GIOIA.
la copertina è di Lucha Y Siesta
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Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti
La propaganda militarista continua a crescere ogni giorno sia a livello nazionale che internazionale.
Il messaggio delle istituzioni veicolato dai media è sempre più chiaro: dobbiamo prepararci alla guerra per difendere la nazione. L’aumento delle spese militari e delle missioni all’estero, il rafforzamento del potere del complesso militare-industriale, la capillarità della penetrazione dell’esercito nelle scuole e nelle università, la sempre maggior presenza dei soldati nelle strade delle città sono tutti segnali chiari della direzione in cui si sta andando.
In questo quadro si inserisce la questione della reintroduzione della leva militare in vari paesi europei. Se in Germania questo processo è già in fase avanzata, nel nostro paese, per ora, il modello scelto è quello di un rafforzamento dell’arruolamento, aumentando la propaganda soprattutto negli istituti scolastici, preparando così il terreno per il futuro ad un’eventuale reintroduzione della leva militare.
In questo scenario è di vitale importanza continuare a praticare l’antimilitarismo in tutti gli ambiti sociali e in tutte le occasioni possibili.
Sosteniamo lo sciopero internazionale contro la guerra indetto dalla CIT Confederazione Internazionale dei lavoratori per il 30 ottobre e le manifestazioni del 31 ottobre.
Indichiamo nel 4 novembre, giornata delle forze armate e dell’unità nazionale, una data significativa per sviluppare iniziative sui vari territori.
Appoggiamo le mobilitazioni che si stanno sviluppando a livello studentesco e territoriale contro il reclutamento per l’esercito e contro ogni ipotesi di reintroduzione della leva.
Federazione Anarchica Italiana
Convegno di Milano, 10-11 novembre 2026
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Repressione in Sicilia – War on Antifa: NSPM-7 Defendants Union – Parcoursup e polizia predittiva@0
- [2026-10-16] Venerdì 16/10 h20.45 – “Tra datacenter e nucleare” @ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC) @ @ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC)
[2026-10-16] Venerdì 16/10 h20.45 – “Tra datacenter e nucleare” @ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC) @ @ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC)
Venerdì 16/10 h20.45 – “Tra datacenter e nucleare” @ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC)
@ Auditorium scuola media Famiglia Tricerri – Trino Vercellese (VC) - Via Vittime di Bologna, 4(venerdì, 16 ottobre 20:45)

- Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili.