Time for US wishful thinking on North Korean denuclearisation is over






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Gli svizzeri hanno bocciato il referendum che chiedeva di limitare la popolazione del Paese a 10 milioni entro il 2050. Secondo i risultati preliminari, quasi il 55% degli elettori ha votato contro la proposta, mentre il 45% l’ha sostenuta. L’affluenza è stata intorno al 59%, un dato alto per gli standard dei referendum svizzeri.
L’iniziativa era stata promossa dal Partito Popolare Svizzero, l’SVP, la principale forza della destra nazionalista del Paese. Il testo si chiamava “No a una Svizzera da 10 milioni” e chiedeva di inserire un limite costituzionale alla crescita demografica. La Svizzera oggi conta circa 9,1 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni, potrebbe raggiungere quota 10 milioni nei primi anni Quaranta.
La proposta prevedeva un meccanismo progressivo, se la popolazione residente permanente avesse superato i 9,5 milioni prima del 2050, governo e Parlamento avrebbero dovuto intervenire con misure più rigide su asilo, permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari. Se la soglia dei 10 milioni fosse stata oltrepassata, la Svizzera avrebbe dovuto rinegoziare o disdire gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, compreso l’accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone. Il voto aveva assunto un peso politico molto più ampio della sola questione migratoria; per gli oppositori, il referendum avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “Brexit svizzera”, mettendo a rischio i rapporti economici con l’Unione europea, principale partner commerciale del Paese. La libera circolazione permette alle aziende svizzere, agli ospedali, alle case di cura e a molti settori produttivi di assumere lavoratori provenienti dai Paesi europei. Una rottura avrebbe colpito il mercato del lavoro e l’intero sistema degli accordi bilaterali con Bruxelles.
Il governo federale, il Parlamento, i sindacati e le principali organizzazioni economiche si erano schierati contro l’iniziativa. La loro posizione era chiara, limitare artificialmente la popolazione non avrebbe risolto il problema degli affitti, del traffico o della pressione sui servizi pubblici, mentre avrebbe creato incertezza economica e diplomatica. Anche Economiesuisse, la principale organizzazione delle imprese svizzere, aveva avvertito che il tetto avrebbe indebolito la capacità del Paese di attrarre lavoratori qualificati. Il fronte del sì ha costruito la campagna sulla paura della crescita demografica. Secondo l’SVP, l’immigrazione sta cambiando troppo rapidamente il volto della Svizzera, aumentando la pressione su case, scuole, trasporti e welfare. Gli stranieri rappresentano oggi circa il 28% della popolazione residente. Il partito sostiene che il Paese abbia bisogno di un’immigrazione più contenuta e selettiva.
Il risultato mostra una Svizzera divisa, con un forte sostegno all’iniziativa soprattutto nelle aree rurali, e una resistenza decisiva nelle città. Il “no” ha evitato una crisi immediata con l’Unione europea, ma il 45% raccolto dal sì conferma che il tema dell’immigrazione resta una delle grandi faglie politiche del Paese.
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L’attrice e produttrice di origine eritrea, morta il 24 maggio, aveva saputo costruirsi un ruolo che non le è ancora riconosciuto pienamente Leggi







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Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’eurozona è diminuito, a causa anche dei pessimi risultati dell’economia irlandese e delle multinazionali che sfruttano i suoi vantaggi fiscali Leggi
La costruzione di un resort di lusso in un’area costiera protetta, in cui è coinvolto Jared Kushner, ha spinto migliaia di albanesi a mobilitarsi e potrebbe compromettere l’adesione dell’Albania all’Unione europea Leggi
Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.
Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.
Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.
La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.
I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.
Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.
Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.
Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su vari temi.
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C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.
Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.
Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.
Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.
Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.
Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.
La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.
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Le famiglie cambiano forma, ma restano luoghi in cui si impara a vivere insieme. Dalla rubrica di filosofia. Leggi

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L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.
Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.
Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.
Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.
A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.
Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.
Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.
La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.
L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.
“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.
Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza
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Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.
L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.
Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il sistema internazionale tutto.
La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico.
Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i tradizionali confini della regione.
Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale.
Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.
La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica.
Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.
Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.
Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.
La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.
In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica.
Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.
Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.
Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.
La quarta e ultima parte del volume “Order-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.
Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.
Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.
L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.
Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.
Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.
Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.
Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.
Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo.
ENGLISH VERSION
The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.
The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.
Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.
Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.
At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.
Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.
Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.
While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia.
This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.
According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.
The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.
An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.
Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.
In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.
An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.
Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.
These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.
The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.
Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.
From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.
The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.
A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.
Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland.
What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.
In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.
Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century.

I titoli di oggi:
Vicepremier al G7: "La Cina fattore di stabilità globale"
Le aziende Usa restano in Cina ma crescono le criticità
Corea del Su
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A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.
La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.
Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.
Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.
Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.
L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.
Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?
L'articolo Ombrelloni vietati a Villasimius proviene da Il Blog di Beppe Grillo.


L’isola di Saseno sorge all’imbocco del Canale d’Otranto, di fronte alla costa pugliese, nel punto in cui l’Adriatico si restringe a stretto. Per quasi trent’anni territorio sovrano italiano e poi, per l’intera Guerra fredda, base sottomarina interdetta, è oggi destinata a un uso opposto: il governo di Tirana ne ha affidato lo sviluppo a un fondo statunitense legato a Jared Kushner per un resort di lusso da 1,4 miliardi di euro.
La vicenda è stata letta soprattutto in chiave ambientale e come caso di nepotismo politico. Dal punto di vista italiano, però, il problema rilevante è diverso: l’ingresso di capitale privato americano e del Golfo in un punto che la dottrina navale nazionale ha sempre ritenuto vitale, e l’assenza di qualsiasi reazione da parte di Roma. È su questa assenza, più che sul progetto in sé, che occorre ragionare per valutare il peso effettivo dell’Italia nell’Adriatico orientale.
Da poligono militare a concessione privata
Il rilievo di Saseno è funzione della posizione, non delle dimensioni. L’isola presidia l’ingresso orientale dello stretto, largo circa settantadue chilometri, che costituisce l’unico accesso ai porti dell’alto Adriatico; chi ne controlla le alture dispone, in linea di principio, di una capacità di sorveglianza e di interdizione sul traffico tra Mediterraneo e Adriatico. È una rendita di posizione indipendente dai regimi che si sono succeduti sull’isola, e spiega perché Saseno sia stata storicamente oggetto di competizione tra le potenze affacciate sul canale.
Per l’Italia quella posizione è stata a lungo una questione di sicurezza. Occupata nel 1914 e mantenuta come possedimento sovrano dal 1920 al 1947, l’isola fu il perno dello sbarramento d’Otranto, il dispositivo navale con cui la Regia Marina chiudeva l’Adriatico alla flotta austro-ungarica; la sovranità italiana cessò con il trattato di pace del 1947, dopo di che Saseno servì come base sommergibilistica del blocco comunista. Il richiamo storico fissa il termine di paragone dell’analisi, cioè il grado di rilevanza che l’isola ha avuto per la sicurezza italiana, rispetto al quale va misurato il disinteresse odierno.
Il progetto attuale è di natura esclusivamente commerciale: nulla autorizza a ipotizzare un riuso militare dell’isola da parte statunitense o dei finanziatori del Golfo. Il dato rilevante è il mutamento di giurisdizione. Con decreto del 2 dicembre 2024 il presidente Bajram Begaj ha sottratto l’isola al piano di dispiegamento delle forze armate, e poiché i fondali restano disseminati di ordigni inesplosi, il Comitato per gli investimenti strategici ha posto la bonifica a carico della Difesa albanese come condizione per rendere agibile il resort. L’impiego di un apparato militare statale per garantire la redditività di un investimento privato estero indica la gerarchia in atto: la sicurezza nazionale viene subordinata alla logica del capitale, e lo Stato europeo storicamente competente su quel tratto di mare resta estraneo al processo.
Un investimento opaco
La cornice giuridica è quella dell’investitore strategico, concessa il 30 dicembre 2024 alla Atlantic Incubation Partners, veicolo riconducibile al fondo Affinity Partners di Kushner, con licenze accelerate e accesso diretto ai terreni demaniali. Vanno tenute distinte due cifre che la stampa tende a confondere: il progetto sull’isola riguarda 45 ettari, circa l’otto per cento della superficie, per 1,4 miliardi di euro, mentre il piano costiero di Zvërnec, sulla terraferma protetta tra la laguna di Narta e l’Adriatico, è un’urbanizzazione ben più estesa, di millequattrocento ettari e diecimila stanze, valutata 4,7 miliardi. I mille posti di lavoro e la durata decennale spesso citati sono per ora proiezioni del promotore e non obblighi sottoscritti.
La struttura proprietaria è opaca. Lo Stato albanese rivendica una partecipazione diretta in una entità giuridica congiunta e nega che vi sia privatizzazione, ma la quota effettivamente in suo possesso non è mai stata resa pubblica. Il capitale privato proviene in larga parte da fondi sovrani del Golfo, sauditi, qatarioti ed emiratini, convogliati da Affinity, mentre la componente continentale è gestita attraverso una catena di società schermo che termina in un trust olandese e ne occulta i soci albanesi. In un’operazione che cede in concessione un bene demaniale, l’elemento meno verificabile resta così la misura stessa di quella cessione.
L’operazione è ora oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Lo SPAK, la procura speciale anticorruzione, ha aperto il 2 giugno 2026 un procedimento sulle modifiche del 2024 alla legge sulle aree protette, che hanno ridotto di oltre cinquemila ettari la tutela dell’ecosistema di Narta, e sul trasferimento ai privati dei titoli di proprietà di Zvërnec. L’indagine coinvolge soci locali con precedenti per appropriazione di terreni e falso documentale, ma non ha finora prodotto incriminazioni formali contro i vertici di Affinity o l’esecutivo albanese, né sequestri sul perimetro del progetto; allo stato, qualsiasi conclusione sulla corruzione sarebbe prematura.
Belgrado e l’arbitro europeo
Il principale fattore di rischio per l’operazione è di natura giudiziaria, come mostra il precedente serbo. A Belgrado Affinity aveva concordato con il governo la trasformazione dell’ex Stato maggiore jugoslavo, edificio vincolato e simbolo dei bombardamenti NATO del 1999, in un albergo a marchio Trump, previa rimozione del vincolo; per quella rimozione il ministro della Cultura Nikola Selaković è finito sotto processo il 4 febbraio 2026, e il fondo si è ritirato dal progetto poche ore dopo l’incriminazione del dicembre precedente.
La reazione di Affinity nei due casi è opposta, e la differenza è informativa. A Belgrado il fondo si è ritirato di fronte a un’incriminazione; a Saseno resta, benché l’inchiesta riguardi un espediente identico. La spiegazione plausibile è il diverso grado di copertura offerto dall’esecutivo: a fronte di proteste estese a più città e dell’indagine dello SPAK, il premier Edi Rama ha escluso ogni sospensione del progetto, mentre il presidente serbo Vučić aveva dovuto cedere. La permanenza del fondo a Saseno funziona quindi come indicatore della fiducia degli investitori nella capacità del governo albanese di proteggere l’operazione dalla magistratura e dalla pressione popolare.
Il secondo vincolo esterno è europeo. La Commissione ha collegato Saseno e Narta al percorso di adesione, avvertendo che il progetto può pregiudicare la chiusura del Capitolo 27 su ambiente e clima; la delegazione dell’Unione a Tirana ha promosso una campagna a tutela della natura albanese e ha chiesto l’abrogazione sia delle modifiche del 2024 sia della legge del 2015 sugli investimenti strategici. A porre condizioni a Tirana sul futuro dello stretto è quindi la Commissione, non l’Italia: la leva regolatoria nell’Adriatico si è spostata a Bruxelles, mentre Roma, storicamente la potenza di riferimento di quel mare, non esercita un ruolo equivalente.
Da guarnigione a comprimario: la postura italiana
La posizione italiana si caratterizza per l’assenza di posizione. Nessuna dichiarazione della Farnesina, della Difesa, della Marina o atto di sindacato ispettivo parlamentare risulta riferito all’ingresso di capitale americano e del Golfo a Saseno. L’assenza non costituisce di per sé prova di una linea, dato che ogni inferenza resta tale; ma in un Paese tanto esposto su quel mare un silenzio così completo è esso stesso un dato politico.
L’interpretazione corrente attribuisce il silenzio a un calcolo: Roma non si oppone perché controllerebbe già le infrastrutture funzionali dello stretto. L’esame di quelle infrastrutture, però, ne ridimensiona la portata. Nell’interconnessione elettrica sottomarina tra Valona e la Puglia, firmata nel gennaio 2025 e valutata circa un miliardo di euro, capitale e tecnologia sono emiratini, affidati a Masdar e Taqa, la generazione è ospitata dalle utility albanesi e a Terna spetta la sola integrazione di rete sul versante pugliese, con Eni nel ruolo di acquirente. L’Italia vi occupa quindi la posizione di mercato di destinazione e nodo di transito, non di proprietario dell’infrastruttura, in coerenza con un Piano Mattei che la candida a hub fra Africa, Balcani ed Europa pur appoggiandosi spesso a capitale estero.
Il secondo pilastro, il protocollo migranti con i centri di Shengjin e Gjadër gestiti da personale italiano in territorio albanese, è anch’esso condizionato dalle scelte di Tirana. Rama ne assicura la continuità finché lo vorrà l’Italia, ma la diplomazia albanese ne ha già fissato il termine: l’intesa non sarà prorogata oltre l’adesione all’Unione prevista per il 2030, data oltre la quale quel territorio cesserebbe di essere extraterritoriale. La durata dello strumento dipende perciò dal calendario dell’allargamento europeo, deciso a Bruxelles e a Tirana, non dalla programmazione italiana.Tre elementi convergono in una sola lettura: il silenzio sull’isola, il ruolo marginale nell’architettura energetica e la dipendenza del dispositivo migratorio dal calendario altrui. L’Italia, che un secolo fa controllava Saseno come questione di sicurezza, non partecipa oggi alla ridefinizione del controllo sullo stretto, condotta dal capitale privato americano e del Golfo, regolata da Bruxelles e condizionata dalla sovranità albanese. Non si tratta di costrizione: Roma sceglie l’accomodamento perché opporsi a capitali alleati avrebbe un costo superiore alla perdita simbolica, e perché le sue priorità dipendono dallo stesso sistema di relazioni atlantiche e mediorientali. La posizione di comprimario, però, comporta che i benefici acquisiti restino subordinati a decisioni prese altrove: l’arresto del progetto per via giudiziaria o europea, come a Belgrado, o la chiusura dei centri migranti nel 2030 lascerebbero l’Italia priva del bene simbolico e con un controllo solo parziale sulle infrastrutture che considerava proprie. È la condizione di un attore che nell’Adriatico orientale ha smesso da tempo di fissare le regole.

I titoli di oggi: Conflitto su Taiwan, l’Europa rischia perdite per 2.000 miliardi di dollari Gli Usa chiudono domini sospettati di essere usati dalla Cina per reclutare agenti Taiwan testa i sistemi HIMARS in esercitazione militare nello Stretto Per i neozelandesi gli Usa rappresentano una minaccia maggiore della Cina L’Afghanistan accusa il Pakistan per le vittime dei raid lungo il ...
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Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.
La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.
Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.
Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.
Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.
La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.
I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.
Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.
Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?
I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.
È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.
Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.
I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.
La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.
È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.
Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.
La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.
In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.
Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.
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Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.
La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?
Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.
Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico
Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.
Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.
Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.
Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento
La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.
In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.
A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.
Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.
Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.
Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.
Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?
La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile.
In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.
Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali.
In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.
In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

Le notizie di oggi: Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale Cina, export in crescita ma il mercato auto interno resta debole Gli Usa esortano gli alleati NATO a sostituire le apparecchiature Huawei L’Indonesia permette agli agenti di polizia di assumere cariche pubbliche Ue-Cina, settimane decisive per dialogo commerciale Saranno giorni cruciali per le relazioni tra Unione europea e Cina, con una ...
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La visita del presidente cinese a Pyongyang è servita a Pechino per rilanciare i rapporti con la Corea del nord, ma non ha prodotto accordi significativi. E il tema della denuclearizzazione della penisola coreana, come prevedibile vista la situazione regionale e internazionale, è sparito dai resoconti ufficiali
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La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.
L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.
L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.
Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.
La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.
La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.
In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?
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Per lungo tempo il Sahel è stato percepito in Europa come una periferia instabile: rilevante per le crisi migratorie, importante per il contrasto al terrorismo, ma comunque esterno al nucleo della sicurezza europea. Questa lettura appare oggi insufficiente. La domanda non è più se l’instabilità saheliana possa produrre effetti sul continente europeo, ma attraverso quali canali tali effetti si stiano già manifestando: sicurezza, energia, rotte, influenza strategica e capacità europea di agire nel proprio vicinato.
Mali e Niger offrono due angolature complementari dello stesso problema. Il primo mostra la difficoltà crescente degli Stati saheliani nel contenere attori armati non statali sempre più adattivi. Il secondo segnala la trasformazione delle risorse strategiche in strumenti di sovranità politica e competizione internazionale. Insieme, i due casi indicano che il Sahel non può più essere trattato come un dossier regionale separato, ma come uno dei punti di pressione del fianco sud europeo.
Dal ritiro occidentale alla sovranità militare
Il ciclo di colpi di Stato che ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger ha modificato il quadro politico della regione più di quanto abbiano fatto molte operazioni militari precedenti. Non si è trattato soltanto di una sostituzione di élite al potere, ma di una ridefinizione dei rapporti tra sicurezza interna, legittimità politica e posizionamento internazionale. Le giunte militari hanno costruito parte del proprio consenso presentando la rottura con la Francia e con l’Occidente come recupero di sovranità nazionale.
Questa narrazione ha intercettato un dato reale: la lunga presenza occidentale non è riuscita a produrre stabilità duratura. L’operazione Serval e poi Barkhane avevano contenuto l’avanzata jihadista in alcune fasi, ma non avevano risolto le fratture territoriali, etniche e istituzionali che alimentano il conflitto. Il ritiro francese dal Mali nel 2022, seguito dall’espansione dell’influenza russa tramite Wagner e poi Africa Corps, ha mostrato che l’uscita dell’Occidente non coincide automaticamente con la ricostruzione dell’autonomia strategica degli Stati saheliani.
La formalizzazione dell’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS nel gennaio 2025 ha rafforzato questa traiettoria. L’Alleanza degli Stati del Sahel è diventata il contenitore politico di un nuovo discorso regionale, fondato su sovranità, sicurezza e rifiuto delle pressioni esterne. Tuttavia, il problema resta aperto: una sovranità costruita quasi esclusivamente sulla centralità militare rischia di restare dipendente da emergenza permanente, sostegno esterno e repressione interna. Il risultato non è necessariamente uno Stato più forte, ma uno Stato più isolato e più esposto.
Jihadismo, risorse e competizione esterna
Gli sviluppi recenti in Mali confermano che il vuoto lasciato dal ridimensionamento occidentale non è stato occupato da un’autorità statale più efficace. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e le formazioni tuareg del nord hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella prevista da molte letture occidentali. Le offensive coordinate, la pressione su Kidal e l’estensione della minaccia verso Bamako indicano che gli attori non statali non operano più soltanto come forze di disturbo, ma come soggetti capaci di incidere sugli equilibri strategici del Paese.
Il caso maliano è rilevante perché mostra una trasformazione della guerra irregolare. I gruppi jihadisti e ribelli non sfruttano soltanto la debolezza dello Stato, ma la convertono in vantaggio operativo. Si muovono tra periferie desertiche, aree rurali, confini porosi e centri urbani, alternando pressione militare, controllo delle rotte e capacità di intimidazione. In questo quadro, la presenza russa non sembra aver invertito la tendenza. Al contrario, gli abusi attribuiti ai contractor e la difficoltà nel garantire sicurezza capillare rischiano di alimentare nuovi risentimenti locali.
Il Niger completa il quadro da un’altra prospettiva: quella delle risorse strategiche. La crisi tra Niamey e Orano attorno alla miniera di Somaïr non riguarda soltanto una controversia industriale. L’annuncio della nazionalizzazione della società mineraria, dopo anni di presenza francese nel settore dell’uranio, segnala la volontà della giunta nigerina di trasformare una risorsa energetica in leva politica. Anche in questo caso, la parola “sovranità” diventa centrale, ma il suo significato resta ambiguo: può indicare controllo nazionale delle risorse, oppure apertura a nuovi rapporti di dipendenza verso attori alternativi.
La competizione tra potenze entra così nel Sahel non solo attraverso basi, consiglieri militari o contratti di sicurezza, ma anche tramite miniere, logistica, accordi infrastrutturali e canali finanziari. Russia e Cina non sono presenti nello stesso modo, né perseguono necessariamente obiettivi identici, ma entrambe beneficiano dell’indebolimento del dispositivo occidentale e della crisi dell’influenza francese. Il Sahel diventa così uno spazio in cui la de-occidentalizzazione non produce automaticamente autonomia, ma moltiplica le offerte esterne disponibili per regimi in cerca di protezione, risorse e legittimazione.
Perché riguarda l’Europa
Per l’Europa, la crisi saheliana non è rilevante solo per ragioni umanitarie o migratorie. È rilevante perché riguarda la profondità strategica del Mediterraneo allargato. L’instabilità del Mali, del Niger e del Burkina Faso non resta confinata entro frontiere formali: tende a propagarsi verso il Golfo di Guinea, a interagire con la fragilità libica e a incidere sulle reti criminali, sui traffici e sulle rotte che collegano Africa occidentale, Nord Africa ed Europa meridionale.
L’Italia è coinvolta in questa dinamica in modo diretto, anche quando non viene citata come attore di primo piano. La sicurezza del Mediterraneo centrale dipende anche dalla stabilità delle aree interne africane. La Libia, il Niger e il Sahel non sono compartimenti separati, ma segmenti di uno stesso arco di vulnerabilità. Se lo Stato perde controllo sulle aree interne, aumentano gli spazi per gruppi armati, reti di traffico, economie illegali e attori esterni interessati a usare l’instabilità come leva negoziale.
Vi è poi una dimensione energetica e industriale. Il caso dell’uranio nigerino non va letto in termini semplicistici, come se la sicurezza energetica europea dipendesse da una sola miniera o da un solo Paese. La sua importanza è più ampia: mostra come le filiere strategiche possano diventare oggetto di pressione politica in una fase di competizione globale sulle materie prime. Per un’Europa che parla di autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza industriale, il controllo delle risorse e delle rotte non è più un tema secondario.
Infine, il Sahel riguarda l’Europa perché misura la credibilità della sua politica estera. L’Unione Europea e i singoli Stati membri hanno spesso alternato cooperazione allo sviluppo, missioni militari, programmi di formazione e gestione emergenziale dei flussi migratori. Questa pluralità di strumenti non ha però sempre prodotto una strategia coerente. Il rischio è che l’Europa continui a reagire alle crisi saheliane come episodi separati, senza riconoscere che esse compongono ormai una linea di frattura permanente del proprio vicinato.
Oltre l’emergenza: quale strategia europea
Una nuova strategia europea per il Sahel dovrebbe partire da un presupposto realistico: non esiste un ritorno semplice all’ordine precedente. La stagione della centralità francese è chiusa o comunque profondamente ridimensionata. Allo stesso tempo, l’idea che le giunte militari possano garantire stabilità attraverso la sola forza appare smentita dagli sviluppi sul terreno. L’Europa deve quindi evitare due errori opposti: la nostalgia dell’intervento occidentale e l’abbandono di uno spazio considerato ormai perduto.
Il primo terreno è quello della sicurezza. La cooperazione militare non può essere ridotta alla formazione di unità locali se manca una lettura politica delle fratture territoriali. Rafforzare le capacità statali significa anche sostenere intelligence, controllo delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, protezione delle comunità locali e contrasto alle economie illegali. Senza questi elementi, la risposta militare rischia di produrre risultati tattici e fallimenti strategici.
Il secondo terreno è quello delle risorse. L’Europa non può limitarsi a denunciare la penetrazione russa o cinese se non è in grado di offrire partenariati più credibili, meno estrattivi e più stabili. La sicurezza delle filiere minerarie ed energetiche richiede accordi trasparenti, investimenti infrastrutturali e un rapporto meno intermittente con gli Stati africani. La competizione sulle materie prime non si vince soltanto con dichiarazioni politiche, ma con presenza economica, capacità industriale e continuità diplomatica.
Il terzo terreno è politico. Cooperare con partner saheliani non significa legittimare automaticamente colpi di Stato o abusi, ma neppure immaginare che la regione possa essere stabilizzata solo attraverso condizionalità esterne. L’Europa deve combinare pressione diplomatica, incentivi, canali regionali e dialogo pragmatico. In assenza di una proposta europea riconoscibile, altri attori continueranno a occupare lo spazio lasciato vuoto, offrendo protezione senza riforme, armi senza istituzioni e retorica sovranista senza stabilità.
Il Sahel costringe l’Europa a riconoscere un dato che la guerra in Ucraina e le crisi mediorientali hanno reso ancora più evidente: la sicurezza del continente non si esaurisce sul fianco est, né può essere delegata interamente ad altri attori. Mali e Niger mostrano che il confine strategico europeo passa anche attraverso deserti, miniere, rotte terrestri e capitali fragili. Considerare il Sahel una periferia significherebbe ignorare uno dei luoghi in cui si decide la capacità europea di proteggere il proprio vicinato, difendere i propri interessi e trasformare l’autonomia strategica da formula retorica in politica concreta.

I titoli di oggi:
Xi Jinping in Corea del Nord: “un nuovo inizio storico”
Il Pentagono aggiunge le big tech cinesi alla lista dei sostenitori del PLA
Pechino spinge su occupazione flessibile mentre mobilita SOE e big tech per assorbire la nuova ondata di laureati
Cina, arsenale nucleare raggiunge 620 testate
Pirelli, partner cinesi fanno ricordo al TAR contro il golden power
Filippine, terremoto di magnitudo 7,8 sulla costa sud di Mindanao: oltre 30 morti
La guerra in Iran rallenta l'e-commerce cinese: esportazioni giù del 10,9% ad aprile
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Il presidente dell'Ucraina ha pubblicato una lettera aperta indirizzata al leader della Federazione Russa per porre fine al conflitto armato che insanguina i due paesi. I toni sono tuttaltro che generosi, ma i contenuti hanno catturato l'attenzione del Cremlino. Il nodo dei territori occupati dai russi. Prevale la stanchezza da guerra.


I titoli di oggi:
Cina, il numero di iscritti al gaokao diminuisce per il secondo anno consecutivo
La Corea del Nord riafferma il proprio status nucleare alla vigilia della visita di Xi
La Cina avvia pattuglie marittime intorno a Taiwan
Cina, pronto divieto a contenuti online che diffondono disinformazione e bullismo
Cina, Cai Qi nominato a capo della scuola del Pcc
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A Valencia c’è un’azienda agricola dove si può adottare un albero, dargli un nome e ricevere a casa i suoi frutti. Si chiama CrowdFarming ed è nata dall’esperienza di due fratelli spagnoli, Gonzalo e Gabriel Úrculo, che nel 2010 hanno ripreso in mano la fattoria di famiglia, Masia El Carmen, a Bétera, poco a nord di Valencia. Il terreno era stato lasciato fermo dopo la morte del nonno e così hanno deciso di riportarlo in vita passando all’agricoltura biologica rigenerativa.
Il meccanismo è semplice, l’utente entra sul sito, sceglie una fattoria, adotta un albero o un’altra coltivazione, segue la crescita attraverso foto e aggiornamenti e poi riceve il raccolto direttamente a casa. Nel caso degli aranci di Naranjas del Carmen, si può adottare un albero da 40 o 80 chili di arance a stagione, con consegne programmate tra novembre e aprile. L’azienda assegna l’albero, lo cura, appende una targhetta con il nome scelto dall’utente e permette anche di visitarlo di persona. La differenza rispetto alla normale vendita online sta nella produzione su richiesta. Il produttore sa in anticipo quante persone hanno prenotato il raccolto, organizza meglio il lavoro, riduce gli sprechi e vende senza passare dalla grande distribuzione. Il consumatore, dall’altra parte, conosce chi coltiva ciò che mangerà, vede da dove arriva il cibo e riceve prodotti raccolti in stagione. CrowdFarming presenta questo sistema come un modo per prevenire lo spreco alla fonte, sostenere la stabilità economica dei produttori e garantire prodotti stagionali a prezzo definito. Dopo aver testato il modello sulla loro fattoria, i fratelli Úrculo hanno lanciato CrowdFarming nel 2017. Oggi la piattaforma permette di acquistare frutta, verdura, olio d’oliva, frutta secca e altri prodotti direttamente da agricoltori partner in Europa. L’azienda ha più di 300.000 adozioni attive di alberi e lavora con oltre 300 produttori partner. Nel 2024 ha registrato ricavi per 65 milioni di euro. Dopo l’acquisizione della piattaforma francese La Ruche qui dit Oui!, il gruppo collega quasi 10.000 produttori con due milioni di utenti in circa trenta Paesi europei.
Adottare un albero non significa sempre ricevere esclusivamente i frutti di quel singolo albero; gli alberi non producono tutti allo stesso modo e l’azienda spiega che, per ragioni agricole, il raccolto può essere integrato con frutti di altri alberi dello stesso campo. Sul sito di CrowdFarming oggi si trovano avocado, mango, olivi, mirtilli, viti, campi di grano, miele, formaggi e altri prodotti agricoli. La piattaforma dichiara oltre 554.000 alberi adottati, più di 4,7 milioni di cassette spedite direttamente dagli agricoltori e 3.515 produttori in otto Paesi.
In un sistema alimentare dominato da intermediari, magazzini, celle frigorifere, imballaggi e prezzi compressi, questa formula prova a rimettere al centro il legame tra chi coltiva e chi mangia. Una famiglia in città può adottare un arancio a Valencia, un olivo in Spagna o un albero di mango, seguire il raccolto e ricevere a casa ciò che la terra produce davvero in quella stagione.
Un gesto piccolo, quasi simbolico, che racconta una trasformazione molto più grande.
L'articolo La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.




I titoli di oggi: Pechino apre al dialogo sulle sovvenzioni ma respinge le accuse OCSE Xi atteso in Corea del Nord dall’8 al 9 giugno Afghanistan e Russia firmano accordo militare Pechino vieta l’ingresso a quattro deputati neozelandesi dopo una visita a Taiwan Censura in Cina per il 4 giugno mentre Pechino respinge le critiche su Tiananmen Pechino vieta l’ingresso ...
L'articolo In Cina e Asia – Pechino apre al dialogo sulle sovvenzioni ma respinge le accuse OCSE proviene da China Files.

Dopo più di trent’anni dalla pubblicazione originale nel 1994, esce finalmente per Add Editore, nella traduzione di Silvia Pozzi, l’opera più nota della scrittrice queer Qui Miaojin: I taccuini del coccodrillo. Con la pubblicazione de I taccuini del coccodrillo, Add Editore porta finalmente in Italia uno dei testi fondamentali della letteratura taiwanese contemporanea e della narrativa queer asiatica: Notes of a ...
L'articolo Add Editore pubblica “I taccuini del coccodrillo” di Qiu Miaojin proviene da China Files.

Di recente il Consiglio di Stato cinese ha emanato nuove linee guida per promuovere l’erogazione dei servizi pubblici di base anche ai lavoratori migranti. Oltre che impattare la qualità la vita di centinaia di milioni di cinesi, l’hukou (il sistema di registrazione familiare in vigore dagli anni Cinquanta) impedisce la creazione di una società di consumi.
L'articolo Dialoghi – Una nuova riforma per l’hukou? proviene da China Files.


I titoli di oggi: Gli Usa verso nuovi dazi per i Paesi coinvolti nel lavoro forzato Zhang Yiming, fondatore di ByteDance, è il secondo uomo più ricco d’Asia L’ex funzionario anticorruzione Li Xiaohong è finito sotto indagine per corruzione Corea del Sud, vittoria amara per il Partito Democratico Filippine, indagine su una possibile nuova struttura nell’atollo di Scarborough Indonesia, arrestato ...
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I titoli di oggi Pechino estende la protezione del segreto commerciale a dati e algoritmi Aziende cinesi ricevono sussidi otto volte la media Ocse Takaichi è la leader più apprezzata dai sudcoreani: il sondaggio USA-Cina tengono primo colloquio militare dopo la visita di Trump Bloomberg: università cinesi legate a PLA in cerca di chip Nvidia H200 La Cambogia si rivolge ...
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Pechino non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea, né dei territori ucraini di Donetsk e Luhansk. Ammettere che uno Stato sovrano può separarsi con l’aiuto militare di una potenza esterna potrebbe creare un precedente scivoloso per la narrativa cinese su Taiwan. Piuttosto, la Cina opera secondo un modello di “integrazione de facto senza riconoscimento de jure”, permettendo alle aziende nazionali ...
L'articolo Il silenzioso avanzare della Cina nei territori occupati dell’Ucraina proviene da China Files.







I titoli di oggi:
Shangri-La Dialogue: Usa e Cina moderano i toni rispetto al 2025
Gli Usa rafforzano i controlli sui chip AI
Cina, espulsa reporter del NYT. Ritorsione degli Usa su giornalista della Xinhua
Cina, nominata la nuova presidente del principale regolatore finanziario del paese
Cina, condannato a 24 anni l'ex abate del Tempio di Shaolin
Myanmar, Min Aung Hlaing in India per la sua prima visita estera da presidente
L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.


Negli scorsi due mesi, tre episodi avvenuti in Africa hanno sottolineato l’attuale posizione di Taiwan nel panorama geopolitico e, più in particolare, l'influenza indiretta della Repubblica Popolare Cinese (RPC) sul processo decisionale dei paesi africani coinvolti.
L'articolo Cina, Africa e il restringimento dello spazio di Taiwan proviene da China Files.



I titoli di oggi:
Pechino evita il confronto allo Shangri-La mentre Xi irrigidisce il controllo sull’esercito
Taiwan rafforza il fronte tecnologico con gli Usa mentre Trump critica sui chip
L’Europa accelera sulla difesa industriale mentre crescono le frizioni con Pechino
Un conflitto su Taiwan rischia l’escalation nucleare: il rapporto IISS
Giappone e Filippine stringono partenariato strategico
Vietnam e Thailandia rafforzano l’asse economico nel 50° anniversario delle relazioni diplomatiche
L'articolo In Cina e Asia – Pechino si tiene lontano dal forum sulla sicurezza di Singapore proviene da China Files.



I titoli di oggi: Samsung, accordo sui bonus evita lo sciopero: ai lavoratori dei chip il 10,5% degli utili operativi Cina: “Fregata olandese entrata illegalmente nelle acque del Mar Cinese Meridionale” I membri dei Five Eyes aumentano i transiti nello Stretto di Taiwan Filippine, istituita una commissione indipendente per indagare sugli omicidi durante la “guerra alla droga” Hong Kong affianca ...
L'articolo In Cina e Asia – Raggiunto l’accordo per i lavoratori di Samsung proviene da China Files.

A quasi tre mesi dalla chiusura dello stretto di Hormuz, la catena di approvvigionamento petrolifero globale è in forte crisi e non si intravedono segnali di ripresa. I vari paesi del Nord e del Sud globale hanno fatto i conti con la propria dipendenza dai carburanti fossili provenienti dal Golfo Persico e dall’Iran, ma anche con l’impatto che la loro ...
L'articolo Elefanti a parte – Crisi di Hormuz e lockdown energetico: per il subcontinente indiano la crisi è già realtà proviene da China Files.















Il Premio Sacharov 2023 per la libertà di pensiero è stato assegnato a Jina Mahsa Amini e al movimento di protesta iraniano “Donna, vita e libertà”
Scoprite le misure adottate dal Parlamento europeo per rafforzare la propria integrità, colmare le lacune, proteggere l'istituzione e i suoi membri dai tentativi di ingerenza sul lavoro.
Dopo l'approvazione da parte del Parlamento europeo della nuova commissaria bulgara, i deputati si sono pronunciati sui cambiamenti all’azione per il clima ai vertici della Commissione.
Scopri l'azione dell'UE per la protezione dei consumatori e le iniziative del Parlamento europeo per incrementare tali diritti.
Il Premio Sacharov per la libertà di pensiero del 2022 è stato assegnato al coraggioso popolo ucraino, rappresentato dal suo presidente, dai leader eletti e dalla società civile.
Il Parlamento europeo invita i leader dell'UE a presentare le loro opinioni e possibili soluzioni alle sfide che l'Europa sta affrontando nel quadro di un ciclo di discussioni in plenaria
Il Parlamento europeo è al lavoro per creare un'Unione europea più efficiente, più democratica e più in linea con le proposte formulate dai cittadini alla conferenza sul futuro dell'Europa.
La parità di genere è una priorità per l'Unione europea. Scopri i problemi principali e cosa sta facendo il Parlamento per risolverli.
Il piano UE per la ripresa sostiene la via d’uscita dalla crisi di Covid-19 e costruisce la resilienza per il futuro. Scoprite come il Parlamento europeo esamina il piano.
La Presidente del PE Roberta Metsola ha conferito il Premio LUX 2022 del pubblico europeo a "Quo vadis, Aida?" della regista bosniaca Jasmila Žbanić.
Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

In ogni libro, film, canzone, serie tv, opera d’arte, c’è sempre la scintilla di un’idea. Winston, come l’eroe di 1984 di George Orwell, vuole trovarla e raccontarla , anche solo per uno spunto, per cinque giorni alla settimana per circa quattro minuti. Un podcast di Pierluigi Battista per HuffPost.

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.


Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it
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Aviator oyunu raunddan əvvəl mərc etməyi və uduşları başladıqdan sonra istənilən vaxt götürməyi təklif edir. Oyun təkcə oyunçunun şansını deyil, həm də reaksiya sürətini nəzərə alır. Aviator x1000 uçuş səviyyəsinə qədər uça bilər və ya uçuşunu raundun əvvəlində bitirə bilər. Real pul rejimində oyunçular 5000-dən çox mərc məbləğinin ödənilməsini gözləyirlər. Mоstbеt Kаzinо-dа çоx sаydа рrоvаydеrlərin оyunlаrı istifаdəçilər üçün təqdim оlunur və slоtlаr bаxımındа рlаtfоrmаnın çоx zəngin оlduğunu qеyd еdə bilərik.
Bu oyunlar quruda yerləşən kazinodan canlı yayımlanır və oyunçular real vaxt rejimində dilerlərlə əlaqə saxlaya bilərlər. Pin-Up blackjack, rulet və baccarat kimi canlı diler oyunları təklif edir. Canlı poker bu Kanada kazinosunda pulunuza dəyər verən həyəcan və əyləncə təklif edir.
Bundan sonra onlar öz istifadəçi adları və şifrələri ilə yeni yaradılmış hesablarına daxil ola bilərlər. Parolunu unutmuş oyunçular “Şifrəni unutdum” linkinə klikləyərək onu sıfırlamaq üçün təlimatlara əməl edə bilərlər. Kazinoda naviqasiya etmək asan olan çox cəlbedici veb-sayt var.
Ümumilikdə, Pin-up kazino mərc şirkəti sevimli idman növlərinə mərc etmək istəyən bahisçilər üçün əla seçimdir. İdman kitabından istifadə etmək asandır və geniş çeşiddə pin-up cazino bazarlar və promosyonlar təklif edir. Əgər siz Pin-Up onlayn kazinoda oynamış real oyunçuların rəylərini oxumaq istəyirsinizsə, onları aşağıda sizin üçün tərtib etdik.
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Bunun səbəbi ondan ibarətdir ki, geri çəkilmə yalnız depozitin məhz həmin detallar vasitəsilə əldə edilməsi mümkündür. Bu yolla kitab istehsalçısı hesabınıza daxil ola bilən fırıldaqçılara mostbet azerbaycan bütün pullarınızı öz hesablarına köçürməyə icazə vermir. Oyunçu öz ödəniş sisteminə basmaqla əməliyyatı SMS kod vasitəsilə təsdiq etməli və hesabına vəsaitin köçürülməsini gözləməlidir.
Əsasən, bu bildirişlər sizi platforma ilə bağlı ən son xəbərlərdən xəbərdar edir ki, bu da heç bir yeniliyi qaçırmamağınıza kömək edir. Bu bukmeker kontoru ölkənizdən olan oyunçuları qəbul etmir və ya hazırda mövcud deyil. Transformatordan ən kiçik mühərrikə qədər bütün sahələrdə harmonika, reaktiv enerji, gərginlik, güc və güc tələbi analizləri aparıldı.
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“Şanslı lotereya” adlı aksiyasında kazino hər 200 AZN dövriyyəsi üçün 1 lotereya bileti alan istifadəçilərə pul mükafatları verir. Bununla da bitmir, doğum günləri, sevgililər günü və s. Kimi əlamətdar günlərdə kazino istifadəçilərini özəl bonuslarla sevindirir.
Kazino menyusu altı dilə tərcümə olunub, onların arasında rus dili də mövcuddur. Pin Up-də əsasən yerli brendlərin proqram təminatı istifadə olunur. Təchizatçıların başında postsovet ölkələrindən yeni başlayan studiyalara rast gəlinir.
Ayrı-ayrılıqda, inkişaf etdirici tərəfindən qoyulmuş xüsusiyyətlərə uyğun gəlməli olan gəlir faizi təhlil edilir. Şirkətin ən məşhur slotları Geisha, Safari, The Ninja-dır. Spinomenal maraqlı slotların geniş çeşidini təklif edir. Bu, kolleksiyasına klassik slot maşınları, masa, kart və digər oyun növləri daxil olan çox yönlü tərtibatçıdır. Maraqlı slotlar arasında “Canlanan Sevgi”, “Qarlı Şans”, “Demi Tanrılar 2”-ni vurğulamağa dəyər. Siz həmçinin məşhur Estoniya provayderi Playtech-dən Pin-Up slot maşınlarını oynaya bilərsiniz.
Depozitsiz bonusdan necə istifadə edəcəyini və ya onu necə xərcləyəcəyini başa düşmürsə , o zaman onun qumar klubunun qaydalar və şərtlər bölməsini oxuması kifayətdir . Saytda hər hansı bir bonusun necə alınacağını və onunla nə edəcəyini təsvir edən ətraflı təlimat var. Həmçinin Pin Up casino azerbaijan klubdan mükafatı necə geri götürmək və ya geri götürmək barədə məlumatlar var. Təbii ki, hədiyyənin necə geri qaytarıldığı barədə məlumatlar da mövcuddur. Depozitə əlavə olaraq , oyunçular ilk depozit bonusunu da ala bilərlər. Siz onu yalnız istifadəçi minimum mövcud məbləğ üçün onlayn kazinoda depozit qoyduqdan sonra əldə edə bilərsiniz.
Oyun real qumarxanadakı kimi aparılır və oyunu krupiyer idarə edir. Kart oyunları yeni başlayan istifadəçilərə tövsiyə olunmur. Bu oyunlara qoyulan uduşlar böyük olsa da, itirmək riski də böyükdür. Bu oyuna həvəsi olanlara tövsiyəmiz budur ki, kiçik məbləğlə oyuna başlasınlar, uduzmağı qəbul etsinlər və səbirli olub təcrübə qazansınlar.
Kazinolar rəy saytlarında özləri barədə mənfi şərhlərin yayılmasını istəmirlər. Bu səbəbdən Pin Up AZ böyük bir şöbədən ibarət müştəri xidməti departamenti yaradaraq müştərilərini maksimum razı salmağa çalışır. Qabaqcıl qoruma alqoritmləri sayəsində kazinoya edilə biləcək xakker hücumu kimi kiber cinayətlərin qarşısı alınır. Onlayn kazinolarda pul əməliyyatlarıaktiv həyata keçirildiyi üçün bu məlumatları oğurlamaq istəyən bir çox internet xuliqanı olur. TSL və CAPTCHA, habelə ikimərhələləli doğruma texnologiyaları kazinoların güvənliyi təmin etmələrinə böyük kömək edir. Kazino, eyni zamanda təsadüfi rəqəm generatorundan istifadə edərək oyun nəticələrinin şəffaf və ədalətli olmasını təmin edir.
Keşbekin alınması üçün oyunlarda 5 gündən 6 günədək fəaliyyət göstərmək lazımdır. Minimum 10 rubl qaytarılır, maksimum məbləğ son həftədə ən böyük əmanətdən artıq ola https://pinup-azerbaijan2.com/aviator/ bilməz. Yüksək liqa üzvləri saytda fəaliyyət göstərmədən 12% keşbek alırlar. Hər həftə Pin Up Kazino maraqlı tematik turnirlər keçirir və ya yeni aksiyalar başladır.
Onlar həmçinin heç bir depozit mükafatı ilə eyni şəkildə mərc edilməli olacaqlar . Hər bir depozit bonusunun mərc şərtləri var və onlar yerinə yetirilməlidir ki, oyunçu daha sonra hədiyyə ala bilsin Adətən belə bonuslar mümkün qədər sadə mərc edilir və 1 gündən 3 günə qədər vaxt https://pinup-azerbaijan2.com aparır. Uduş Pin Up casino online saytında tam mərc edilən kimi istifadəçi öz pulunu alacaq və mövcud üsullardan birini istifadə edərək dəyişdirə biləcək. Belə bir mükafatın geri alınması, zamanla, saytdakı digər hədiyyələr və ya adi istifadəçi pulları ilə eyni şəkildə baş verir.
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Bitonyx is supports Windows Operating System, as well as MacOS and Linux. In order to run Bitonyx be sure to check the technical specifications of the computer that you would like to run Bitonyx on. GRT fell from £0.44 in January 2022 to £0.06 (-86%) in December, while AGIX fell from £0.14 to £0.03 (-78%). Cold wallets are arguably more secure than hot wallets, since hackers can’t target them as easily. However, if you lose your login details for your cold wallet, you won’t get the support regaining access to your keys that you’d get with a hot wallet.
No trading or coding skills are required; all you need is to monitor your trading progress and take profits. B-Cube prices their service based on which trading bot you want to use. Each bot’s price is based on its historical gains over the past year of trading.
Whether you want to be a day or swing trader, you can customize the bot to work on your behalf. Botcrypto works perfectly well with exchanges like Binance and Kraken. You can use this bot to do dollar-cost averaging strategies and also integrate TradingView so that you can get back tested signals from third-party sources. 3Commas also offers portfolio analysis and copy trading so that beginners can “copy” the strategies of professional traders to also make profits. 3Commas uses AI to scan the crypto market and then suggests the most profitable coin pairs for you to take advantage of. It connects to over 22 crypto exchanges, including Binance, Coinbase, Huobi, Exmo, Kucoin, CEX.IO, Kraken, and Poloniex.
They can be spent or traded, but they’re not issued by central banks or stored in traditional financial institutions. You should always check with the product provider to ensure that information provided is the most up to date. AI algorithms must be developed, tested, and monitored carefully to ensure their effectiveness. Get stock recommendations, portfolio guidance, and more from The Motley Fool’s premium services.
This is a feature for experienced investors and I don’t recommend it to complete beginners. WunderTrading is one of few government-regulated platforms and this has to do with the exchange part of the platform. WunderTrading is not only a great place for AI crypto bots, but it is also a great exchange to buy bitcoin cheap and trade other altcoins. This software offers the highest security on the market thanks to being regulated and is suitable for investors who prioritize safety above all else.
With so much data to analyse, there has been a shift towards using artificial intelligence (AI) software to lighten the workload. Emotion can be eliminated when traders switch to automated “programmatic” trading if the program has been tested for performance and a predictable outcome. An AI-driven algo trading bot can make trades based on a predefined program strategy and react quickly to changes in the market.
It is important to approach AI trading systems with caution, using them as tools alongside other strategies and risk management measures to maximize their benefits and mitigate potential risks. 3Commas is an automated crypto trading bot that’s created to help crypto traders increase revenue and reduce losses and risks. It comes with over 20 trading indicators and can help you get profits without being an experienced trader. There is lots of money to be made in the volatility and swing of cryptocurrencies like Bitcoin, Ethereum, and other altcoins.
Render allows artists to harness the computing power necessary to render computer graphics from crypto miners who are willing to rent out their graphics processing units (GPUs). The Graph is a protocol for indexing and querying – data from blockchains in a similar way that Google indexes and queries data from websites. Indexing blockchain data can be challenging, but The Graph aims to change that by organising data into smaller ‘subgraphs’.
Are the reviews generally positive, or are there common complaints? Remember, no bot is perfect, but persistent negative reviews about the same issues can be a red flag. Once a strategy is set, you can run it automatically or manually, depending on your preferences. The platform also offers tools to track and analyze trade performance and sends alerts and notifications to keep you informed about your trades. Reports initially surfaced earlier this week, claiming that Bybit, an exchange based
It has an internal marketplace where users can browse and pay for AI services in the platform’s native cryptocurrency – AGIX. Finally, an obvious benefit to bot trading or AI trading is that these computer systems can run 24 hours a day, 7 days a week. Moreover, while it is relatively easy to provide parameters for risk management, AI struggles to use these parameters in a way that makes sense considering the volatility.
As such we may earn a commision when you make a purchase after following a link from our website. These connections can be further enhanced with the use of application programming interfaces (APIS) and other tools and developments. Stay one step ahead with real-time alerts on market pumps & dumps and unusual volume activities. This makes them stay in a trade too long out of an irrational attachment to the company or digital asset when exiting is the best strategy. Cryptocurrency volatility is currently not what it was, with major currencies like bitcoin and Ethereum up 50 and 30 percent respectively year to date, trading volumes remain historically low. These models are characterized by their large size and enabled by AI accelerators which process vast amounts of data through data scraping from the Internet.
ChatGPT will even tell you which parameters you will need to adjust (e.g., the “buy frequency” and the “buy amount”), as well as from where it is pulling its Bitcoin price data. You can rely protection on Pionex to automate your trades 24/7 without sitting in front of a computer to check market updates. The company aggregates the liquidity from top exchanges like Binance and Huobi Global.
The advanced and professional plans cost $24.50 and $49.50 respectively. KuCoin is totally free to use, except for the trading fee, which you will pay when you trade coins on the exchange. Bitonyx connects to different exchanges, including Binance, Bittrex, Gemini, Kraken, Bitfinex, BitMEX, and Bitstamp.
Learn more about Consensus 2024, CoinDesk’s longest-running and most influential event that brings together all sides of crypto, blockchain and Web3. With Cryptohopper you can manage all your exchange accounts and trade from one place. Aside from the more conventional crypto grid services, you’ll also encounter Smart Rebalance, DCA, and Infinity Grid. Blockchain technology is a complicated topic that requires an article (or a few) of its own to figure out in-depth. In fact, we’ve got a few ready – like our beginner’s guide to blockchain and the guide on how it works.
In turn, using the processed data, investors can refine and apply their trading strategies. Naturally, even if you have multiple monitors set up, the human eyes and brains cannot process information that quickly. So, what you can do instead is set up an AI crypto trading bot to automatically buy and sell when the market is in the right position. The bot market analysis is done using algorithms (algos for short).
Use TradeSanta to add take-profit orders, open both long and short positions, and practice in a demo environment completely risk-free. The time it takes to get started with this ai software is less than 10 minutes. I almost want to want to say that it is the most powerful platform on the market when it comes to crypto automation. Another thing to highlight is the spot-on professional support team that deals with inquiries in a fast manner every time you reach out through live chat. Artificial intelligence was previously not available to every trader and you needed to be exceptionally good at computer coding to have a chance at using an AI.
So, you can simply use AI tools to track price changes and other market developments around the clock. These applications are designed to generate alerts when a particular requirement is met. For example, you can set the applications to generate an alert when BTC crosses a particular price – let’s say $30K.
Quadency lets you choose from pre-built popular strategies or customize your own to your liking. In short, greater interoperability will allow for a larger collection of knowledge and insight, and better strategies for automated trading functions in the cryptocurrency market. This could be the – gateway for novice investors to find their place in the trading industry, even with minimal understanding, and further the growth of the crypto market. With CoinScreener’s advanced technical analysis and AI-generated signals, you can take your crypto trading to the next level with confidence.
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It is worthwhile to learn about the different types of crypto trading fees before setting on your quest to find the best platform offering free crypto trading. In searching for the best crypto platform for you – think about your level of experience. That is to say, if you are trading digital currencies for the first time, it’s crucial to pick a provider that offers a burden-free user – experience. The above example illustrates the issue of choosing a platform that doesn’t have enough liquidity. Crucially, you won’t be able to buy or sell your chosen crypto at a favorable price – as there isn’t enough capital on the platform to cover your trade. All of the best crypto exchanges discussed today are home to large levels of liquidity – especially eToro and Binance.
Supported payment methods at Libertex include debit/credit cards and e-wallets. On top of digital currencies, the broker also supports stocks, indices, commodities, forex, ETFs, and more. Then, it’s just a case of choosing a cryptocurrency to buy, entering your stake, and confirming the order. For example, debit/credit card deposits cost 3.99% and trading commission is set at 1.49% for all orders over $200.
Huobi Wallet is a non-custodial wallet where users have complete control over their assets and offer a fast trading process. The two versions Huobi Pro and Huobi OTC, are devised explicitly for advanced and beginner traders, respectively. A Hong Kong-based exchange, KuCoin is relatively new in the market but is considered as a highly safe platform.
Erika Rasure is globally-recognized as a leading consumer economics subject matter expert, researcher, and educator. She is a financial therapist and transformational coach, with a special interest in helping women success rate learn how to invest. Exchanges have different requirements, often depending on the type of cryptocurrency you want to buy. As you can see from the image below, we are buying $25 worth of Bitcoin commission-free.
Kraken is a professional platform for investors to buy Ethereum, Bitcoin, and other digital currencies. Touted as one of the most reliable crypto exchanges, Kraken has deep liquidity across its 222 coins and 96 derivative markets. A simple user interface enables beginners to purchase crypto using fiat currencies, including USD, GBP, EUR, and AUD. Additionally, there are plenty of deposit methods for users in different countries to open an account for as little as $10. Some crypto trading platforms will offer heaps of markets, while others focus on a select few. For example, in the case of Coinmama, the platform only supports 8 digital currencies.
It also has a more bare-boned trading interface called Gemini Active Trader with lower rates than Coinbase Pro. Another bonus is that the assets don’t need to be transferred from one platform to the other the way traders have to do on Coinbase. Traders can switch from Gemini to Gemini Active Trader within the Settings dropdown menu, and all of their assets will follow. Coinbase does offer more competitive rates on its Coinbase Pro platform, but it’s tricky to navigate for beginners.
If there’s not a lot of volume and you put an order in, that’s called slippage. You could end up buying at a higher price or selling at a lower price than you’d want. The availability of coins alone isn’t sufficient if there are no trades happening. You’ll ideally want to verify that there’s sufficient trading volume in your target coins to ensure liquidity, so you can easily trade your coins and dollars. As crypto has grown more popular and valuable, it’s become a big large target for hackers. Leading exchanges like Binance and KuCoin have been hacked, resulting in tens of millions of dollars in losses.
Then, it’s just a case of entering your card details and deciding how much you wish to invest. If you need to contact support, the Kraken customer support line is available to use 24/7 every day of the year. This means that you will never be left alone with any issues that you may have.
That’s because transaction fees are often lower on DeFi exchanges, and fraudsters are aiming to attract as many investors to the tokens they’re trading as possible. Note that you may have to pay the network fee even when using a no-fee crypto exchange or any free crypto trading platform. Traders today are spoiled for choice when it comes to crypto trading platforms.
Celsius Network is a fast-growing app that isn’t actually a trading exchange itself. It’s a platform where crypto investors can transfer over their digital currencies to earn as much as 14% in annual interest. There are now more than a million users with over $28 billion in assets on the platform.
Or, you can withdraw your coins out to a private Bitcoin wallet of your choosing. You can get this commission reduced even further by holding Binance Coin – which is the cryptocurrency native to the Binance platform. As such, Binance is also a good option if you have your eyes on a number of small altcoins that you wish to invest in, like Shiba Inu, IOTA, Dash Coin, CAKE, KAVA, Digibyte, OMI, and Monero. It’s also an excellent starting point if you’re looking for an NFT platform. This starts at just 0.10% – meaning that a $1,000 order could cost you $1 in fees.
Additionally, traders have access to a comprehensive FAQ section and 24/7 support for any questions or problems. If you decide to keep your coins at Binance, the platform keeps the vast majority of client funds in cold storage. This is a reserve insurance pot to cover clients in the unfortunate event the platform was hacked. Furthermore, Kraken offers a range of educational materials that make it easy for users to navigate the platform and make informed trading decisions. What makes Kraken stand out from the rest is that the exchange offers a large variety of cryptos and you can get started for just $10. This makes it a great choice for those who are looking to split their funds between different tokens or start trading with small amounts of capital.
Not only is Luno great for simplicity, but the app allows you to trade cryptocurrency in a low-cost manner. Although fees will ultimately depend on your country of residence, bank transfer deposits are typically fee-free. You will also benefit from a market taker commission of just 0.10% per slide – and even less if you find yourself trading larger volumes.
This means you’ll need to enter a unique code every time you log in to your account – which you’ll acquire from your mobile device. Coinbase gives you the option of setting up a 48-hour time-lock on withdrawals, should you want to add an extra layer of security. Coinbase is also one of the best Dogecoin trading platforms in the crypto sphere.
In this guide, we review the Best Cryptocurrency Trading Platform for 2021 and walk you through the required steps to get started with an account today. In conclusion, we found that eToro is by far the best crypto trading platform in the retail investment market. The provider – which is regulated by three bodies, allows you to trade cryptocurrencies commission-free. The minimum stake is just $25 and the provider allows you to instantly deposit funds with a debit/credit card or e-wallet.
For example, the likes of eToro, Capital.com, and Libertex are authorized and regulated by several reputable financial bodies. User verification can take from a few minutes up to several days depending on the exchange and the level of verification required. Exchanges often offer tiered verification levels, with lower tiers requiring less information. Lower – verification tiers, however, usually come with lower deposit and withdrawal limits. We chose Cash App as our top pick among Bitcoin-only exchanges as it allows you to seamlessly and securely buy, sell, and store Bitcoin from your smartphone. Moreover, Kraken has limited funding options, with wire transfers being the primary payment method for Kraken users.
While U.S. users can access and use the trading platform, KuCoin is not licensed in the U.S. The best crypto platforms that we reviewed offer an abundance of educational resources. This is really useful for those of you that have little to no experience in the crypto trading scene. If you like the sound of automated crypto trading, we would argue that you are best off using the Copy Trading feature offered by eToro. In doing so, you’ll get to choose a successful crypto trader that uses eToro – based on past performance and average monthly return. Then, you can copy the trade like-for-like in a fully transparent and regulated environment.
In this way, users may be able to take advantage of potential price appreciation, while the exchange simultaneously benefits from usage. Since you cannot completely get rid of fees anyway, the next best option is to find yourself a crypto exchange with the lowest fees. Zero-commission stock and trading platforms made some good strides in this aspect, but the platform has of late found itself at the receiving end of multiple unwarranted developments. As the names suggest, deposit and withdrawal fees are fees that crypto exchanges charge when users deposit and withdraw funds, respectively.
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Haasbot’s use of technical indicators enhances its appeal to traders. These features provide valuable insights into market trends and help users make informed decisions while minimizing losses and maximizing profits. TradeSanta offers popular strategies like Grid and DCA (dollar cost averaging) to cater to different market conditions and user preferences.
Crypto exchanges reviewed by NerdWallet generally have no account minimums, which means you’re free to create an account and look around without spending a dime. A number of cash and peer-to-peer payment apps now allow users to buy and sell Bitcoin. On balance, these apps are more limited in what they offer than the exchanges and brokers above. Whether you’re a casual trader, a python guru or a complete beginner, Trality provides a comprehensive array of user-friendly tools to help you trade faster, smarter, and more profitably. Below is an overview of some of the most important benefits to be gained from using automated trading.
Computers give traders the power to automate their moves and take all the emotion out of the deal. By using automated trading software, you can set parameters for potential trades, allocate capital and open or close positions all while you sleep or watch TV. Gainium’s pre-built granimator trading bots are designed to generate profits in any market condition. In addition, beginner-friendly features like copy and paper trading make it more accessible for beginners. It offers multiple trading bots to put your spot trading and futures on autopilot.
And if you want to customize your own trading algorithm, you can do that too with the Strategy Editor, which, like the crypto builder, uses a drag-and-drop interface for ease of use. If you’re unsure about a trading strategy, CryptoHero allows you to perform backtesting using historical market data. This helps you see how your strategy would have performed under different market conditions, giving you more confidence in your decisions. Through their Affiliate Program, users can earn a commission every month as long as their customers stay active. CryptoHopper works closely with exchanges and authorities to ensure account security, and they offer top-notch security measures to protect user data. Also, relying on one AI program to do everything in the crypto market has a risk – programs have limits to what they can predict.
Even short periods of down time can result in missed profits when you rely on a cryptocurrency trading bot. Experience fast automated trading, and portfolio management for Bitcoin, Ethereum, Cardano and 100+ other cryptocurrencies. Serious crypto traders can take advantage of Learn2Trade when they want to make the most of their portfolio and get a little bit more than signals. The advanced crypto trading bot from Learn2Trade will automate your investments and use information on live market conditions to help you.
And, the programs which use algorithms to trade are crypto trading bots. The safety of automated crypto trading depends on the system design and whether trades are regularly monitored. However, they cannot simply be set and forgotten, expecting them to tackle market volatility and spare traders from losses perfectly. They may, however, be a reliable tool that can ease cryptocurrency trading journeys by optimizing processes and allowing 24/7 hassle-free trading.
Whether you are an experienced trader or a beginner, Gainium caters to your needs. You can create and test your trading strategies or utilize the existing trading bots on the platform. Gainium also offers advanced features for technical traders, such – as webhooks and APIs for external integration. Crypto trading bots have been designed to overcome any physical or computational limitations that we as humans have. Bots monitor prices continually, never tire, have no emotions, and move quickly.
Outside of the free plan, the Starter Plan, Advanced Plan and Pro Plan will cost you $22, $37, and $75 per month, respectively. Each plan comes with its own benefits and limitations, so the one that you go for will depend on your individual goals. What we really like about the design interface at Cryptohopper is that the platform also allows beginners to build their own bot. Pionex features low trading commissions and a fully fleshed-out mobile app.
Gekko is a 100% free open-source programmable cryptocurrency trading bot that you can download from GitHub and run on your own machine. The software can be installed on all machines including Raspberry PI and on all major operating systems such as Windows, macOS, and Linux. GunBot is a well-fit trading terminal and cryptocurrency trading bot for those who want to automate their Bitcoin trading, with lifelong desktop software and license. Automated cryptotrading with AI would benefit greatly if blockchains were able to connect and share data with the programs that are managing the trading process. This would create smoother automated trading execution on platforms, including handheld devices. The crypto markets trade 24/7, so at any point in time, millions of traders are actively monitoring or trading positions.
These connections can be further enhanced with the use of application programming interfaces (APIS) and other tools and developments. Traders would then be offered the additional advantage of having straight-through-processing of execution. The alternative is the slower and operationally more risky process of executing trades manually. Endor is a leading firm in this department and has been conducting tests and research to improve these tools.
Ideally, you will want the bot to be supported by as many exchanges as possible. This will ultimately increase your chances of profiting from a potential disparity in pricing between one or more exchange platforms. As we have already discussed the ins and outs of arbitrage trading in the context of an automated Bitcoin bot, we won’t expand on this any further. However, it is important to note that most third-party cryptocurrency bots allow you to program the software to detect potential opportunities.
Stoic charges an upfront annual fee of 5% of assets on your account, and if you start with the minimum account balance of $1,000, you’ll need to pay $50. The customers of this platform seem to be satisfied with its offering, and it is quite unique in its pricing model as the features aren’t split into multiple tiers, just one. It has support for over 25 cryptocurrency brokerages, including Binance, OKEX, KuCoin, Kraken, FTX, Coinbase Pro, and others. The main drawbacks real users have experienced are with the support team and withdrawal issues. A crypto exchange is, very basically, a place where you can purchase a cryptocurrency using either cash or another kind of digital asset. The scoring formulas take into account multiple data points for each financial product and service.
This platform is one of those unique secrets within the crypto world, and if implemented the right way it can provide priceless value for experienced traders for many years to come. The most important thing is to first define what type of automation you are looking for because trading bots and automation comes in many different forms. Trading financial products carries a high risk to your capital, particularly – when engaging in leveraged transactions such as CFDs. It is important to note that between 74-89% of retail investors lose money when trading CFDs. These products may not be suitable for everyone, and it is crucial that you fully comprehend the risks involved. Prior to making any decisions, carefully assess your financial situation and determine whether you can afford the potential risk of losing your money.
For serious traders using Cryptohopper, we suggest the Hero package, however, beginners can do just well with Explorer, and note that there is a Free 7-day trial as well. However, this article doesn’t promise that you will generate millions the same way as the big institutions. This is obviously because trading is risky, and many of these large companies actually spent a lot of money and resources on different trading algorithms and systems. The crypto and digital asset trading features are particularly useful for crypto funds and crypto brokers. As part of the balances UI, Algotrader provides a full integration with the Fireblocks API to show balances of different wallet & account types supported by Fireblocks.
It allows for rapid, precise decision-making and can operate 24/7, capitalizing on opportunities humans might miss. It relies heavily on the quality of the bot, the trading strategy it uses, and the volatility and unpredictability of the markets. Therefore, while bot trading can enhance efficiency and profitability, it should be used alongside a well-considered trading strategy and risk management plan. In addition to the crypto builder, Kryll has a unique offering called the Marketplace. This feature can be incredibly helpful for those who are new to crypto trading or those who are simply looking for new strategies to implement. A selling point of Haasbot is its ability to operate 24/7, providing traders with constant market monitoring and trading opportunities.
Although many models and programs claim to be accurate, it takes top-quality software — at a high price — to get the best results. AI has been around for decades, but there is still lots of progress being made. As a result, those developers and programmers who believe they’ve found a ‘secret sauce’ offer their AI products in return for a fee.
You will want a bot with a straightforward, user-friendly interface if you’re a beginner. Active support can be invaluable, especially if you’re new to crypto trading bots. While it comes with a monthly subscription fee, the value delivered, especially for active traders, is well worth the investment. Even if you’re averse to centralized exchanges, keep an eye on Coinrule; it’s a vanguard platform pushing the envelope in automated crypto trading. Another reason to use a crypto trading bot is to diversify your crypto holdings in a strategic way.
NerdWallet does not and cannot guarantee the accuracy or applicability of any information in regard to your individual circumstances. Examples are hypothetical, and we encourage you to seek personalized advice from qualified professionals regarding specific investment issues. Our estimates are based on past market performance, and past performance is not a guarantee of future performance.
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Cryptowatch is a data aggregator which pulls API data from at least 25 crypto exchanges spanning over 4,000 markets. Kraken is another San Francisco-based crypto exchange launched in 2013 by Jesse Powell. It now also supports most of the leading conventional currencies such as the US Dollar and the British Pound. In this guide, we will consider what makes a good cryptocurrency exchange. You will also learn how to choose a trading platform and which exchanges in the market are ideal for your particular situation. Since different platforms offer different features, products, and services, it’s worth considering what matters to you and which exchange can provide it.
This is handy in the event you think a particular digital currency is overvalued and thus – you wish to profit from this. But it’s now valued at around $1.6 billion as the crypto ecosystem has fallen back down artificial intelligence to earth and interest and trading volumes in the industry have waned. Crypto.com was also forced to deny that it was in financial difficulty after FTX, a former large crypto player, went bust in November 2022.
Bitmart’s platform enables spot and futures trading on dozens of cryptocurrencies and trading pairs, or combinations that can be traded with each other, according to a Cryptopedia article. A recent Investopedia article called BitMart the top exchange for altcoin. Bitflyer, based in Tokyo, claims the top spot in Bitcoin trading volume in Japan for six years running. The site offers trading on a variety of currencies, including Bitcoin and Ethereum.
This influences which products we write about and where and how the product appears on a page. For new traders, there are Gordon bots which are standard DCA bots with prior setups. With Grid bots 3Commas ensures that the bot automatically creates a price range and breaks down the analysis into multiple levels. It is implemented with enhanced security measures and this is the reason for its undoubted growth. In September 2022, the platform raised a fund worth $37 Million from Alameda Research.
Firstly, it is home to a huge number of crypto trading markets, which includes hundreds of pairs. This includes major pairs like BTC/USDT and BTC/ETH, but many micro-cap markets, too. Coinbase is also a popular crypto trading platform to invest in Bitcoin as it has a great reputation. Launched way back in 2012, the platform offers some of the best security controls in the industry.
Our partners cannot pay us to guarantee favorable reviews of their products or services. NerdWallet, Inc. is an independent publisher and comparison service, not an investment advisor. Its articles, interactive tools and other content are provided to you for free, as self-help tools and for informational purposes only. NerdWallet does not and cannot guarantee the accuracy or applicability of any information in regard to your individual circumstances.
When it comes to supported markets, Gemini is home to 20+ cryptocurrencies. This means that Americans can now use the eToro platform to safely and legally buy cryptocurrencies (but not trade CFDs). When it comes to getting started, eToro accounts usually take less than 10 minutes to open.
A simple user interface enables beginners to purchase crypto using fiat currencies, including USD, GBP, EUR, and AUD. Additionally, there are plenty of deposit methods for users in different countries to open an account for as little as $10. In conclusion, we found that eToro is by far the best crypto trading platform in the retail investment market. The provider – which is regulated by three bodies, allows you to trade cryptocurrencies commission-free. The minimum stake is just $25 and the provider allows you to instantly deposit funds with a debit/credit card or e-wallet. While this illustrates that the provider offers a good service, this might not be the case regarding customer support.
Founded in 2015 by the Winklevoss twins, Gemini is another reputable exchange that prioritises regulatory compliance. It is available in all 50 states of the U.S. and is known for its strong commitment to meeting U.S. regulatory standards. Gemini focuses on Bitcoin, Bitcoin Cash, Ethereum, Litecoin, and Zcash, making it suitable for those interested in these popular cryptocurrencies.
The trading platforms are divided into centralized and decentralized exchanges. Centralized exchanges (CEX) involve the third party which controls the account to carry out a trade. In contrast, decentralized exchanges (DEX) do not require any central authority, and they enable peer-to-peer trade, bringing buyers and sellers together.
Crypto.com is a platform that not only allows users to trade cryptocurrencies but also provides unique perks and rewards for its Visa Card users. This exchange offers a good selection of cryptocurrencies to trade and aims to create a seamless experience for both beginners and experts. With its user-friendly interface and various features, Crypto.com has gained popularity among traders. Trading and holding Bitcoin and cryptocurrencies are taxable assets under the US Federal laws.
If you don’t already have access to some digital coins, you will need to choose a provider that supports fiat currency deposits. It is important to note that even the top cryptocurrency trading platforms charge handsomely for funding your account with a debit or credit card. EToro, founded in 2007, is a social trading and investment platform with 25 million users in 140 countries and stands eighth among the best cryptocurrency exchanges and apps in the US in 2023. It offers diverse financial asset trading, including cryptocurrencies, stocks, and commodities, featuring a unique copy trading system. EToro’s crypto exchange boasts a user-friendly interface and comprehensive educational resources. Known for innovative tools and social trading, it ranked among the top cryptocurrency exchanges in May 2023.
There are no deposit fees, but there is a withdrawal fee that depends on the crypto asset. However, Bitget is also quite a popular destination for spot trading — more so now that the exchange – has launched a zero trading fee campaign. Based on our initial observation, the campaign does indeed look impactful, as it enables traders to save substantial amounts in fees.
The platform offers an easy-to-use interface and emphasises security measures to protect users’ funds. Check the website to find out what communication methods are available to support users that need troubleshooting advice or assistance on the exchange. Some crypto exchanges will provide comprehensive FAQ’s and How-To-Guides which are useful for beginners.
After logging into your account, search by company name or ‘ticker’ to select the share you want to buy. Fidelity is a good all-rounder and its non-tiered platform fee may appeal to investors with higher-value portfolios. Fidelity offers a good level of customer support, with telephone help available six days a week and our call was answered almost immediately.
Different platforms offer varying selections of cryptocurrencies available for trading. If you have specific altcoins in mind that you want to trade, ensure that the platform supports those particular cryptocurrencies. Research the supported cryptos on each platform to ensure they align with your investment goals. For expert traders in the cryptocurrency world, having access to advanced features and a wide range of coins is essential. Two platforms that stand out for their offerings to expert traders are KuCoin and Coinbase.
DEX users have different needs from CEX users because the typical DEX user is a more advanced crypto user, pays more attention to privacy issues, and is more aware of their needs. So far, we have considered centralized exchanges and which are the best according to various criteria. This section will look into the leading decentralized platform for trading crypto.
When it comes to regulation and safety, eToro does everything by the book. Not only is the platform regulated by the FCA (UK), ASIC (Australia), and CySEC (Cyprus), but it is also registered – with FINRA. Her work has appeared in numerous publications including TheStreet, Mansion Global, CNN, CNN Money, DNAInfo, Yahoo! Finance, MSN Money and the New York Daily News.
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İstilik kombi ilə təmin olunur. Binanın altı 4 metrlik qarajdır. Binanın qapalı həyəti var, yay vaxtı təhlükəsizlik üçün maşınlar içəri buraxılmır. Binanın həyətində uşaqlrı … TƏCİLİ DƏYƏRİNDƏN ÇOX UCUZ QİYMƏTƏ SATILIR!!!
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Aylıq komendant ödənişə daxildir. Xətai Rayonu, Həzi Aslanov Metrosunun yanında Yeni Tikili 17 Mərtəbəli Binanın 4-cü Mərtəbəsində 3 otaqlı 148 kv/m sahəsi olan mənzil satılır. Mənzil tam təmirlidir. Mənzilin təmirində yüksək keyfiyyətli materiallardan istfadə olunmuşdur. Mənzildə İstilik sistemi kombidir, Döşəmə parkettir, Skvaznoydur ( Yelçəkən ) Qaz su işıq daimidir, sənəd KUPÇA-ÇIXARIŞ. Mənzil ipotekaya yararlıdır.
Bütün infrastrukturlar və iaşə obyektləri yaxınlıqda yerləşir Məktəb, Bağça, Market və s. Binanın 2 sürətli lifti, 24/7 Mühafizə sistemi, Avtomobillər üçün geniş parking mövcuddur. Əlavə məlumat üçün əlaqə saxlaya bilərsiniz + Whatsapp aktivdir. Yeni Günəşlidə D massivində 9 mərtəbəli binanın 1-ci mərtəbəsində, 2 otaqlı yaxşı təmirli mənzil satılır. Sənədi Kupça, Çıxarışdır.
Zal ilə otaqın arası açılaraq 4 otaqlıya çevrilib və zal böyüdülüb. Lift daim problemsiz işliyir. Daimi mostbet montiyor nəzarətindədir. Mənzil tam təmirlidir və əşyalarla birlikdə satılır. SƏnəd Çıxarış(kupça).
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Hesabın statusunu təsdiqləmək üçün 72 saat ərzində emailə göndərilən məktubdakı şifrə daxil edilməlidir. Sosial şəbəkələr vasitəsilə qeydiyyat üçün Facebook, Google, VKontakte, Odnoklassniki, Twitter və ya Steam hesabınızdan istifadə edə bilərsiniz. Bu zaman sizdən müvafiq icazələr tələb ediləcək və qeydiyyat prosesi məlumatlarınızın oxunması və istifadəsi üçün bir neçə icazəyə razılıq verdikdən sonra tamamlanacaq. Visa, Mastercard, QIWI və WebMoney ilə hesaba pul qoyulması zamanı minimal məbləğ 5 vahid təşkil edir. Vebsaytdakı hesabınıza pul mədaxil etdikdən sonra məbləğ saniyələr içində oyunçu hesabınızda görüləcək və siz mərc edə biləcəksiniz. Ancaq vebsaytda olan hesabınızdan pul çıxarmaq üçün profilinizdə olan şəxsi məlumatları tam olaraq doldurmalısınız.
MostBet mobile app-də qeydiyyat və giriş zamanı da istifadəçilərin rahatlığı nəzərə alınıb və çox sayda üsul təklif olunur. Tətbiqin digər bir vurğulanması gərəkən tərəfi Apple ID vasitəsilə giriş etməyinizdir. Belə ki, əgər daha öncə hesabınız yoxdursa, sadəcə Apple ID vasitəsilə girişi seçərək heç bir məlumat daxil etmədən özünüzə hesab yaratmış olursunuz.
Buradan pul çəkilməsi ancaq pasport məlumatlarının bukmeker şirkətinə ötürülməsini özündə əks etdirən istifadəçi kimliyinin təsdiqlənməsindən sonra mümkündür. Daxil edilən məlumatları təsdiqləmək üçün pasportun əsas tərəfinin bir nüsxəsini və sizin əlinizdə pasportunuzu tutduğunuz şəklinizi yükləməyiniz lazımdır. Pul çıxaırlması üçün minimum məbləğ həm kartlar, həm də pul kisələri üçün 15 AZN təşkil edir. MostBet bukmeker şirkəti həm yeni, həm də əvvəl qeydiyyatdan keçmiş istifadəçilər üçün müxtəlif bonuslar və promo-aksiyalar təklif edir.
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Xallar maksimum 10 xal üzərindən bölüşdürülmüşdür və 5 mərc şirkətində 5 kateqoriya üçün verilmişdir. Hal-hazırda fəaliyyət göstərən və sizin daxil olaraq mərcləriinizi yerləşdirə biləcəyiniz onlarla bukmeyker şirkətləri vardır. Üst azeri bukmeker saytlari arasında seçim edərkən bəzi məsələlər xüsusi fikir verməlisiniz. Əgər bunlar sizin gözləntilərinizi qarşılayırsa bu zaman ən yaxşı onlayn bukmeykerlər üzrə mərclər edə bilərsiniz. Güvən məsələsi bk ofis üstü üzrə seçimlər edərkən əsasa alınacaq hallardandır. Mərc şirkətləri üzrə top olan şirkətlər əsasında seçimlər etdiyiniz zaman belə problemlərlə qarşılaşmayacaqsınız.
Lakin siz mərc şirkətinin mobil tətbiqini birbaşa olaraq sayt üzərindən MostBet apk şəklində yükləyə bilərsiniz. Daha sonra sizdən istənilən bir neçə icazəyə razılıq verməklə tətbiqi quraşdırmaq mümkündür. Tətbiqi mobil cihazınızda yüklədikdən sonra vebsayt üzərində təklif olunan eyni qeydiyyat və giriş üsullarından cashback istifadə etməklə MostBet Android app-a giriş edə bilərsiniz. Burada da çox sayda qeydiyyat üsulu təklif olunmaqdadır. MostBet-in iOS əməliyyat sisteminə sahib olan iPhone və iPad-lər üçün mobil tətbiq versiyası əlçatandır. Şirkətin mobil tətbiqi həm də siz birbaşa olaraq App Store üzərindən yükləyə bilərsiniz.
Bloklanmış hadisənin əmsalı yekun mərc məbləğində əksini tapmayacaq. MostBet operatoru oyun öncəsi mərclərlə yanaşı canlı gedən oyunlara mərc imkanı təqdim edir. Oyun davam edərkən, bloklanmamış əmsallara mərc etmək olar. Oyunun gedişini izləyib, mərc etmək istəyən iştirakçılar üçün də saytda canlı yayım imkanları var.
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A un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha sconvolto un mondo energetico già in forte tensione dopo la ripresa post-Covid, l’Europa si trova di fronte a un “trilemma”: da un lato deve affrontare la questione della sicurezza energetica, trascurata negli anni precedenti a favore dei progetti di green deal; da un altro ha la necessità di realizzare, con obiettivi realistici e concreti, la transizione verde che resta, dal punto di vista dell’Unione, un grande volano di crescita potenziale; infine non può ignorare il tema della sostenibilità economica della tran