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Il furto delle opere di Antonello da Messina solleva un’altra domanda: lo Stato sa quante opere confiscate possiede?

17 Agosto 2026 ore 12:39

Il furto di quattro opere di Antonello da Messina dal Museo regionale della sua città, comprese tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, pone una domanda che va molto oltre la sicurezza dei musei: che cosa significa davvero proteggere e restituire alla collettività un patrimonio culturale?

Perché esiste un’altra enorme questione, assai meno spettacolare di un furto nella notte di Ferragosto: quella delle opere d’arte sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Qui non servono proclami sulla legalità. Servono numeri. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, Anbsc, è diretta dal settembre 2024 dal prefetto Maria Rosaria Laganà. La delega politica sui beni confiscati al Ministero dell’Interno è della sottosegretaria Wanda Ferro. Dal maggio 2026 l’Ufficio nazionale beni mobili e immobili sequestrati e confiscati è diretto da Rossana Bellantoni.

A loro si potrebbero rivolgere alcune domande semplicissime. Quante opere d’arte confiscate definitivamente gestisce oggi lo Stato italiano? Dove sono? Quante sono esposte? Quante sono in deposito? Quante aspettano una destinazione? Da quanti anni? Qual è il loro valore complessivo? Provate a cercare le risposte. L’Anbsc pubblica relazioni, statistiche e dati sui beni confiscati. Ha costruito strumenti informatici e piattaforme per immobili e beni mobili registrati. Già dal 2021 esiste persino una “vetrina” telematica attraverso la quale vedere autoveicoli, motoveicoli, autocarri, macchine operatrici e altri mezzi confiscati.

Per un’automobile confiscata abbiamo dunque concepito una vetrina digitale. Per un Fontana, un De Chirico o un Warhol confiscato, il cittadino non dispone invece di un catalogo nazionale pubblico che permetta di ricostruire sistematicamente identificazione, provenienza, stato conservativo, luogo di custodia, destinazione e fruibilità.

L’Italia possiede il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e una delle più importanti banche dati mondiali delle opere illecitamente sottratte: oltre 1,3 milioni di file. Nel solo 2024 i Carabinieri TPC hanno recuperato 80.437 beni d’arte per un valore stimato di circa 130 milioni di euro. Sappiamo dunque costruire una formidabile macchina per cercare l’arte quando scompare. E c’è un paradosso ancora più evidente che emerge proprio dall’operazione della quale le istituzioni vanno più orgogliose: SalvArti. Dalle confische alle collezioni pubbliche.

Nel dicembre 2024 il Ministero dell’Interno annunciava trionfalmente l’esposizione a Palazzo Reale di Milano di oltre ottanta opere sottratte alla criminalità organizzata: De Chirico, Sironi, Fontana, Dalí, Warhol, Schifano, Rauschenberg.

La sottosegretaria Wanda Ferro parlò di opere “restituite alla collettività” e della necessità di rendere l’arte accessibile. Giustissimo. Ma quelle oltre ottanta opere provenivano da due sole procedure di confisca. E quindi, è precisamente questo successo a rendere gigantesca la domanda su tutto il resto. Dov’è il resto? Non si sostiene, ovviamente, che le opere siano scomparse. Si sta evidenziando, al contrario, qualcosa di amministrativamente più grave: il cittadino non dispone di uno strumento pubblico che gli consenta di misurare l’efficienza della loro restituzione.

È un problema di accountability. La direttrice Laganà ha dichiarato ancora nel dicembre 2025 che i beni confiscati rappresentano una risorsa fondamentale per le comunità. Nel marzo 2026 Anbsc e Legacoop hanno firmato un altro protocollo per la loro valorizzazione. Nel luglio 2026, alla presenza del ministro Matteo Piantedosi e della sottosegretaria Ferro, l’Agenzia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Regione Piemonte per accelerarne destinazione e riutilizzo.

Protocolli, accordi, convegni, relazioni semestrali. Benissimo! Adesso, però, si chiede un Excel. Una riga per ogni opera d’arte definitivamente confiscata. Autore. Titolo. Procedimento. Data della confisca definitiva. Valore stimato. Luogo di custodia. Stato di conservazione. Data della destinazione. Ente destinatario. Fruibile: sì o no. Naturalmente oscurando le informazioni che possano compromettere sicurezza e indagini.

Non occorre una nuova legge, dunque. Occorre trasformare la gestione patrimoniale in una gestione misurabile. Perché esiste una differenza enorme fra confiscare un’opera e restituirla. La prima è un’attività giudiziaria. La seconda è un risultato amministrativo. E un risultato si misura. L’Anbsc dovrebbe quindi pubblicare ogni anno cinque numeri: opere prese in carico; opere catalogate; opere destinate; opere effettivamente esposte; tempo medio trascorso dalla confisca definitiva alla fruizione. E dovrebbe indicare il patrimonio ancora in attesa. Altrimenti la parola “restituzione” rischia di diventare una formula da inaugurazione.

Il furto di Messina dimostra quanto sia devastante perdere fisicamente un’opera d’arte. Ma c’è una seconda forma di sottrazione, meno cinematografica: possedere un patrimonio pubblico senza consentire al pubblico di sapere esattamente che cosa possiede, dove si trova e quando potrà vederlo. Per questo Piantedosi, Ferro e Laganà dovrebbero rispondere a una domanda che non è ideologica e non è di destra o di sinistra: quante opere d’arte confiscate possiede oggi lo Stato italiano e quante di esse possiamo vedere?

Se il numero esiste, lo pubblichino. Se non esiste, il problema è ancora più serio. Perché contro la mafia lo Stato non vince quando sequestra un quadro. Vince quando quel quadro smette di essere il trofeo privato di un criminale e diventa davvero patrimonio di tutti.

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Perché siamo ossessionati dalla ricerca del migliore?

17 Agosto 2026 ore 04:45

«E dunque mi sai dire qual è il migliore?». Il miglior ristorante della città. Il miglior hotel del mondo. Il vino con il punteggio più alto. Il cocktail bar da non perdere. Il pane premiato, il caffè vincitore, la spiaggia perfetta. Siamo sempre alla ricerca della referenza migliore da provare o da vivere. Migliore per chi? Secondo quale criterio? E in relazione a cosa? O a chi?

Viviamo in un’epoca in cui scegliere è diventato incredibilmente complicato. Non perché manchino le opportunità, ma perché sono praticamente infinite. Ogni ricerca online restituisce centinaia di risultati, migliaia di recensioni, classifiche, premi, guide. A questo si aggiungono gli infiniti – talvolta molto utili, talvolta per nulla – contenuti degli influencer e algoritmi pronti a suggerirci cosa dovremmo desiderare.

Le classifiche – come abbiamo già analizzato su queste pagine – costituiscono uno strumento utile per orientarsi in ogni categoria di riferimento. Premiano il lavoro di chi ha raggiunto livelli di eccellenza, fissano standard, raccontano il valore di un progetto. Nel turismo, come nella gastronomia o nel vino, sono strumenti preziosi e che vale (ancora) la pena consultare. Il problema nasce quando smettiamo di usarle come strumenti e iniziamo a considerarle fonti di risposte definitive e assolute.

Il nocciolo della questione si articola in due ordini di grandezza. Il primo, riguarda il pensiero di credere che esista un’eccellenza suprema indiscussa e valida per chiunque e dovunque indistintamente. Il secondo, direttamente connesso al primo, è pensare che il migliore sia un concetto necessario. Questo tipo di ossessione non consente di accogliere con la giusta dose di stupore, curiosità e approfondimento le sfumature di ogni realtà. Le storie, le motivazioni, le argomentazioni, le cause di quello che stiamo provando, sia esso un vino, un piatto o un servizio di un hotel di lusso.

Esiste anche un lato oscuro della medaglia, una storia di giustificazione dietro alla quale alcuni provano a nascondersi. In un mondo che ci offre infinite possibilità delegare la decisione a una classifica è rassicurante. Se qualcuno ha già valutato, confrontato e premiato, ci sentiamo più al sicuro nella nostra scelta. Quando prenotiamo l’hotel che occupa il primo posto in una classifica internazionale, quando scegliamo il ristorante più premiato o la bottiglia con il punteggio più alto, non stiamo semplicemente inseguendo un’apparente idea di migliore. Stiamo cercando una garanzia, una conferma. Un modo per ridurre il rischio di tornare a casa pensando «avrei potuto scegliere meglio».

Courtesy Belmond via Pinterest

Un hotel può essere straordinario sotto ogni punto di vista: architettura, servizio, ristorazione, formazione del personale, attenzione al dettaglio. Tutti elementi che possono essere osservati, analizzati e, almeno in parte, misurati. Tuttavia, quello che nessuna guida, nessun premio e nessuna classifica potranno mai conoscere con certezza è chi sono i clienti. Non possono sapere il perché di un viaggio. Se stanno festeggiando un momento speciale o cercando semplicemente qualche giorno per rallentare. È ovvio che ci sono strumenti che ormai consentono di risalire ai target dominanti anche andando a ritroso nel sistema di prenotazione, facendo sondaggi e orientando i propri guest a scegliere determinate attività o esperienze. Tuttavia, non si possono conoscere il carattere, le aspettative o il tipo di ricordo che ogni famiglia, coppia o viaggiatore individuale sono interessati a costruire.

Per questo motivo – e non solo – un hotel eccellente può non essere quello che ricorderemo con più affetto. E un piccolo albergo, magari privo di riconoscimenti internazionali, può diventare il luogo a cui penseremo per anni. Se l’eccellenza come concetto e come obiettivo appartiene all’hotel (o alla ristorazione), l’esperienza e le emozioni ad essa connesse afferiscono al viaggiatore.

È nell’incontro tra queste due dimensioni, nella difficilissima impresa di trovare un equilibrio delle parti, che diventa possibile scovare l’indirizzo che soddisfi le nostre aspettative e le nostre esigenze. Non il migliore tra tutti, ma senza ombra di dubbio la soluzione migliore per noi in quel momento, capace di regalarci un’emozione positiva durevole nel tempo.

«Quando sei felice facci caso», Kurt Vonnegut
Photo courtesy Alexandre Chambon, Arch Daily, Belmond

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Non sottovalutate il cibo berlinese

17 Agosto 2026 ore 04:45

Dire Berlino e pensare alla cucina non è ancora un automatismo, soprattutto per un italiano. La capitale tedesca continua a pagare un pregiudizio gastronomico piuttosto tenace, quello di una città interessante per arte, musica, club e creatività, molto meno quando arriva il momento di sedersi a tavola. Eppure basta cambiare prospettiva per scoprire una delle scene più dinamiche d’Europa.

Ilaria, originaria di Tradate nel varesotto, questa trasformazione la osserva da oltre dieci anni. Era arrivata a Berlino dopo gli studi in economia per uno stage e, salvo una parentesi milanese durante la pandemia, è rimasta. Ha lavorato nel social media per Zalando e per diverse aziende tedesche, poi nel 2019 ha aperto un blog dedicato alla scena gastronomica cittadina. Durante la crisi pandemica sono arrivate consulenze per alberghi e ristoranti, quindi, quasi per gioco, i tour gastronomici.

«Collaboravo con un’agenzia di viaggi. Mi piace il cibo, ho proposto di organizzare un tour e ho scoperto che alle persone piaceva moltissimo. Probabilmente ho semplicemente dato forma a una delle mie doti naturali che ben si abbina ai miei interessi».

Oggi ne organizza tre o quattro alla settimana nei mesi più richiesti, con gruppi di massimo otto persone ciascuno. Durano circa due ore e intercettano soprattutto americani, inglesi, olandesi, francesi e viaggiatori del Nord Europa. Italiani, finora, nessuno. «Mi dispiace, perché qui c’è tantissimo da scoprire anche per noi».

Foto di Ilaria Bertin

Una cucina senza passaporto
Capire Berlino attraverso il cibo significa innanzitutto rinunciare alla ricerca di una cucina berlinese paragonabile a quelle delle nostre città. La sua identità gastronomica nasce piuttosto dalle persone che sono arrivate qui. Il currywurst è diventato uno dei simboli cittadini. Il döner kebab nella versione servita dentro il pane, secondo la storia più diffusa, sarebbe nato proprio a Berlino all’interno della comunità turca. La presenza vietnamita racconta invece un altro pezzo del Novecento tedesco, legato agli accordi tra Vietnam e Germania Est e all’arrivo nella DDR di studenti e lavoratori vietnamiti.

La città si mangia così, attraverso stratificazioni successive. Ogni migrazione ha lasciato ingredienti, tecniche, locali e abitudini. La contaminazione è diventata una forma di identità e negli ultimi due o tre anni il movimento ha accelerato. «Chef da tutta Europa cercano di entrare nella scena berlinese, spesso iniziando con dei pop-up», ci racconta Ilaria. Arrivano format internazionali, collaborazioni temporanee e progetti come quella tra Apollo Bagels di New York e Sofi, bakery berlinese. Intanto crescono il pairing gastronomico, i vini naturali e l’universo alcohol free. Berlino funziona particolarmente bene proprio nelle nicchie, perché trova un pubblico disposto a cercarle.

@bro_d SOFI x Apollo Bagels Berlin Pop-Up 🥯☕️ #fyp #berlinfood #popup #apollobagels #berlinrestaurant ♬ Small Change – DON WEST

Maritozzi vegani e fattorie del Brandeburgo
Il tour più richiesto da Ilaria è quello che esplora la scena vegana. Si attraversa una zona di Mitte che permette di tenere insieme presente e passato della città, camminando e mangiando in quattro indirizzi diversi. Tra una tappa e l’altra si parla di Berlino Est, della caduta del Muro e della trasformazione di quartieri un tempo poverissimi, occupati successivamente da studenti, artisti e nuove comunità creative.

A tavola arrivano anche incontri difficili da immaginare prima di partire. Ci sono i maritozzi completamente vegetali e una macelleria vegana gestita da un italiano. C’è una bakery italiana fondata da una ragazza di Pavia trasferitasi a Berlino dieci anni fa. Molti ristoratori e artigiani si spingono appena fuori città, nel Brandeburgo, per acquistare direttamente gli ingredienti nelle fattorie. Il vegetale, qui, ha smesso da tempo di essere una semplice alternativa. È diventato terreno di sperimentazione.

Poi ci sono i vini naturali. Anche in questo caso il tour prevede poche persone e diverse soste, e in ogni locale viene scelta una bottiglia e da quella si parte per raccontare il produttore, il territorio e il modo in cui il vino è stato realizzato. Lo stesso approccio sta entrando nel mondo delle bevande senza alcol, una scena che a Berlino cresce rapidamente e che Ilaria ha cominciato a esplorare.

Il punto interessante dei suoi tour emerge però quando il bicchiere e il piatto diventano strumenti per parlare con qualcuno: «Mi piace unire la cultura del cibo con le persone». Per questo i gruppi rimangono piccoli. Si conversa con chi gestisce i locali, si fanno domande, si scoprono produzioni e ingredienti. Il turista smette per qualche ora di collezionare indirizzi e comincia a capire perché quei luoghi esistono proprio lì.

E inevitabilmente, racconta Ilaria, prima o poi si finisce a parlare dell’Italia. «Gli stranieri ci amano». Un giorno le piacerebbe portare questo stesso modello anche qui.

Intanto continua a raccontare Berlino a chi ha abbastanza curiosità da prenotare un tour gastronomico in una città che molti ancora non associano alla buona tavola. Forse è proprio questa la sua fortuna. Berlino non deve difendere una cucina immobile né custodire un repertorio intoccabile. Può assorbire ciò che arriva, trasformarlo e restituirlo con un accento proprio.

Per capire la città bisogna assaggiare le sue contraddizioni. E accettare che un maritozzo vegano, un döner e una bottiglia di vino naturale possano raccontare Berlino molto meglio di qualsiasi piatto che pretenda di essere autenticamente berlinese.

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Ogni cuvée ha una colonna sonora

17 Agosto 2026 ore 04:45

La musica non serve solo a rendere ancora più gradevole bere un calice di Champagne ma può contribuire a far emergere aspetti che l’assaggio, da solo, non sempre rende immediatamente evidenti. È questa la convinzione di Julie Cavil, chef de caves di Krug, che da anni porta avanti il dialogo tra composizione musicale e assemblaggio enologico. La celebre maison ha affidato al compositore Max Richter una rilettura musicale di tre Champagne legati alla vendemmia 2008, ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quanto può il suono modificare ciò che percepiamo nel bicchiere? Che suono ha uno Champagne? E soprattutto, ascoltare una musica mentre lo si beve può cambiare davvero ciò che percepiamo? La domanda potrebbe sembrare un esercizio di sinestesia, se Krug non avesse deciso di trasformarla in un progetto concreto affidandosi a Max Richter, compositore e pianista britannico noto per un linguaggio capace di muoversi tra scrittura orchestrale ed elettronica.

Il progetto si chiama “Every Note Counts” e mette in dialogo Richter con Julie Cavil, chef de caves di Krug, partendo da tre diverse interpretazioni enologiche della vendemmia 2008. L’idea è semplice quanto ambiziosa: prendere tre Champagne con identità differenti e chiedere a un musicista di tradurre in suono le sensazioni suscitate dall’assaggio.

Richter ha così composto tre brani originali. Clarity nasce dall’incontro con Krug Clos d’Ambonnay 2008, Champagne proveniente da un solo appezzamento, una sola varietà d’uva e una sola annata. Ensemble interpreta Krug 2008, mentre Sinfonia accompagna Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio costruito a partire da 127 vini appartenenti a undici annate differenti. Tre composizioni che diventano una sorta di trasposizione musicale del passaggio dal solista all’orchestra.

È da questo esperimento che nasce la nostra conversazione con Julie Cavil. Perché dietro un progetto inevitabilmente spettacolare si nasconde una questione interessante per chiunque si occupi di vino: dove finisce la suggestione e dove comincia una reale interazione tra i sensi? E soprattutto, in un momento in cui la degustazione viene sempre più spesso circondata da musica, immagini e scenografie, quanto spazio resta al contenuto del bicchiere?

«Fin dal mio primo giorno in Krug sono rimasta colpita dal parallelismo tra musica e vino», racconta. «Entrambi si costruiscono attraverso equilibrio, ritmo, tensione e sfumature. Entrambi sono capaci di creare una connessione emotiva immediata». Un’affinità che negli anni è diventata parte integrante del suo modo di leggere ogni cuvée, tanto da arrivare a tradurre in suoni perfino gli appunti delle degustazioni del comitato tecnico. Oggi, spiega, ogni Champagne possiede «non solo un gusto, un aroma e una consistenza, ma anche un suono e una forma».  

Per Cavil, però, il punto di partenza resta sempre il vino. La musica entra in scena solo dopo, come strumento interpretativo. «Lo Champagne viene prima di tutto: la sua storia, la sua personalità, la sua espressione. La musica non distrae né abbellisce, ma invita a scoprire nuove dimensioni dell’esperienza di degustazione».  

L’idea trova un sostegno anche nella ricerca scientifica. Gli studi coordinati dal professor Charles Spence dell’Università di Oxford mostrano come il suono possa modificare la percezione di dolcezza, acidità, corpo o freschezza senza alterare il contenuto del bicchiere. Per alcuni l’effetto è molto evidente, per altri rappresenta un elemento che si aggiunge ad altri fattori, come il tipo di calice, la temperatura di servizio, la compagnia o persino lo stato d’animo del momento.  

In un’epoca in cui il vino viene sempre più spesso raccontato attraverso esperienze immersive, il rischio che scenografia e spettacolo prendano il sopravvento esiste. Cavil ne è consapevole, ma rivendica una gerarchia precisa: «Ogni esperienza nasce dalla cuvée, dalla sua composizione e dalla sua storia. Musica, gastronomia e scenografia funzionano come la cornice di un’opera d’arte: ne valorizzano la lettura senza modificarne il contenuto».  

Non è un caso che Krug per i suoi abbinamenti con la musica scelga musicisti come Max Richter o, in passato, Ryuichi Sakamoto. Più che una vicinanza stilistica, la Maison ricerca interlocutori capaci di portare uno sguardo diverso sul mestiere: «Cerchiamo autenticità, sensibilità e capacità di mettere in discussione il nostro modo di pensare. Gli incontri più interessanti sono quelli in cui entrambe le discipline imparano qualcosa l’una dall’altra».  

L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter
L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter

Se dovesse trasformare una caratteristica musicale in uno Champagne futuro, Cavil sceglierebbe il silenzio. O meglio, il rapporto tra suono e pausa: «Sono le pause a dare significato alle note. Mi piacerebbe creare uno Champagne in cui precisione e misura permettano a ogni sfumatura di emergere».

Molto più prudente è invece sul possibile effetto della musica direttamente sul vino: «La musica non cambia lo Champagne», precisa. «Può cambiare il modo in cui lo viviamo». Anche l’ipotesi che melodie o vibrazioni possano influenzare l’affinamento resta, almeno per Krug, una suggestione. L’azienda non ha mai svolto test specifici, anche se durante il lungo affinamento presta la massima attenzione alla stabilità delle bottiglie, perché vibrazioni meccaniche e movimenti potrebbero interferire con il naturale assestamento del vino. Diverso è il caso delle vibrazioni sonore, il cui effetto, secondo Cavil, riguarda soprattutto la percezione umana e non l’evoluzione fisica della cuvée.  

Alla fine il paragone tra un maître de chai e un compositore torna inevitabilmente. Ogni parcella viene ascoltata come fosse uno strumento dell’orchestra: «Assaggio i vini come fossero musicisti, ciascuno con il proprio timbro, il proprio colore e la propria tessitura. Il mio compito consiste nel comprenderne le singole voci e decidere se, in quell’annata, debbano diventare solisti, ensemble o orchestra». Una definizione che restituisce bene l’idea di un assemblaggio in cui la tecnica resta fondamentale, ma la sensibilità interpretativa fa la differenza. Il dettaglio non modifica la sostanza, ma molto spesso fa la differenza.

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Il luogo dove una comunità si ritrova

17 Agosto 2026 ore 04:45

Locanda del Pilone

Il mondo della vendemmia ha sempre avuto una certa fantasia quando si trattava di propiziarsi una buona annata. C’era il primo grappolo raccolto con una preghiera, la prima cesta d’uva affidata al padrone di casa, i canti che accompagnavano il lavoro tra i filari molto prima che arrivassero trattori e casse bluetooth. Se la vendemmia dipendeva dal sole, dalla pioggia e da una buona dose di fortuna, qualsiasi gesto che promettesse un raccolto migliore meritava di essere conservato.

Poi c’erano i piloni. Chi non è cresciuto in campagna probabilmente li ha sempre scambiati per piccole cappelle ai bordi delle strade. In Piemonte, invece, il pilone è qualcosa di più. Lo trovi all’incrocio di una strada bianca, all’inizio di una vigna o vicino a una cascina, è lì da decenni, spesso da secoli. A volte dedicato a un santo protettore dei raccolti, altre costruito per ringraziare dopo una grandinata evitata o una vendemmia andata bene.

Ma il suo significato più intrigante va oltre la religione. Il pilone era uno dei pochi luoghi dove una comunità si fermava davvero. Durante le rogazioni ci si ritrovava lì per chiedere che la grandine girasse al largo e che la stagione facesse il suo dovere. Era un punto di riferimento, prima ancora che un simbolo. Un posto dove il territorio smetteva di essere un insieme di campi e diventava una comunità.

È da qui che prende il nome la Locanda del Pilone. La piccola cappella dedicata a San Rocco è ancora lì, accanto alla struttura. E più si passa del tempo in questo luogo, più ci si rende conto che il nome non è stato scelto perché suonava bene.

Qui tutto gira intorno allo stesso principio, fare in modo che le persone si sentano parte di qualcosa. La famiglia Boroli è arrivata all’ospitalità passando dal vino. Prima le vigne, poi la cantina, infine l’ospitalità. La Locanda occupa un antico casale restaurato, con poche camere affacciate sui vigneti, una piscina che guarda le colline e un ristorante stellato. Potrebbe fermarsi qui e funzionerebbe comunque. Invece succede una cosa abbastanza rara: l’impressione è che nessuno stia cercando di convincerti che sei in un posto speciale, te ne accorgi da dettagli molto meno appariscenti, dal modo in cui ti parlano del produttore delle nocciole, come se stessero nominando un vicino di casa; dal fatto che i vini Boroli non sono un marchio da esibire, ma il naturale prolungamento delle vigne che hai davanti agli occhi.

Anche Federico Gallo lavora nello stesso modo. In dieci anni ha costruito una cucina profondamente piemontese senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. La conferma è arrivata durante la cena organizzata per celebrare i suoi dieci anni alla Locanda. L’occasione sembrava perfetta per raccontare lo chef, invece ha raccontato tutto il resto. C’erano i quattro fratelli Boroli, i collaboratori, i fornitori, gli amici del progetto. A ognuno Federico Gallo ha dedicato un piatto che ha segnato una tappa del proprio percorso. Non era un menu celebrativo, ma una specie di album di famiglia. Anche il pairing seguiva la stessa logica. I Barolo e le altre etichette Boroli dialogavano con gli Champagne Krug, di cui il ristorante è Ambassade.

Se il pilone una volta riuniva i contadini prima della vendemmia, oggi mette attorno allo stesso tavolo chi quel territorio lo coltiva, lo cucina, lo racconta e lo attraversa. Cambiano le persone, cambia il contesto, ma il rito è rimasto lo stesso.

Locanda del Pilone
Strada della Cicchetta, 34 – Loc. Madonna di Como, Alba (CN)

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Come leggere i cibi dell’estate dal banco alla cucina

17 Agosto 2026 ore 04:45

unsplash

Alle sette e mezza del mattino, sotto i teloni ancora umidi di un mercato di paese, i pomodori hanno già occupato tre cassette. I pomodori cuore di bue stanno larghi, costoluti e leggermente spaccati in cima; i datterini si accalcano lucidi, quasi tutti della stessa misura; i San Marzano, più opachi e allungati, aspettano la salsa. Poco più avanti, una mano rigira un peperone verde per controllare che la buccia sia tesa, mentre il venditore taglia un melone e ne avvicina una fetta al naso di una cliente. Sul cartello c’è scritto soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Il resto bisogna saperlo leggere.

Al supermercato il consumatore ha imparato a voltare la confezione. Cerca gli ingredienti, confronta le percentuali, individua il sale e diffida delle parole decorative. Al banco dell’ortolano non c’è nulla da girare: le informazioni sono nella forma, nel colore, nella consistenza e nel momento della stagione. Proprio qui comincia la parte interessante. Un peperone verde non porta gli stessi pigmenti di uno rosso; una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza sviluppare lo stesso profumo; una melanzana da poche chilocalorie può diventare uno dei bocconi più energetici della tavola dopo avere incontrato una padella d’olio.

Il valore nutrizionale dipende anche dal modo in cui un alimento viene scelto, conservato e cucinato. L’estate offre ortaggi e frutti ricchi d’acqua, fibre, vitamine e sostanze vegetali, ma non li consegna con il manuale d’uso. Per orientarsi bastano alcuni indizi, quasi tutti già visibili sul banco.

Pomodoro – Il rosso che vuole compagnia
Il pomodoro crudo e la salsa non sono due versioni intercambiabili dello stesso alimento. Il primo conserva meglio la vitamina C, sensibile al calore; la seconda rende più disponibile il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso. La sua attività antiossidante contribuisce a limitare lo stress ossidativo – l’eccesso di molecole reattive che può danneggiare lipidi e strutture cellulari – ed è studiata soprattutto in relazione alla salute cardiovascolare.

Nel pomodoro fresco il licopene rimane in parte intrappolato nelle cellule vegetali. Triturazione e calore ne facilitano la liberazione durante la digestione; poiché è liposolubile, consumarlo insieme a una quota di grassi, come l’olio d’oliva, ne favorisce l’assorbimento. In un piccolo studio su adulti sani, i pomodori cotti con olio hanno prodotto concentrazioni plasmatiche di licopene superiori rispetto a quelli preparati senza. La cucina mediterranea ci aveva già visto lungo.

La varietà orienta soprattutto gusto e destinazione. Datterini e ciliegini tendono a concentrare dolcezza e aroma; cuore di bue e costoluti, più acquosi, rendono bene da crudi; San Marzano e altri pomodori allungati, carnosi e con poche cavità interne, sopportano la trasformazione in salsa. Sono tendenze, non formule: cultivar, maturazione, irrigazione e terreno possono spostare parecchio i valori. Alternare crudo, appena scottato e cotto permette di conservare alcuni nutrienti e renderne più accessibili altri.

Peperone – Il colore non è un semaforo
Verde, giallo e rosso non indicano sempre tre tappe della stessa corsa. Il peperone verde è spesso raccolto prima della completa maturazione, mentre il colore finale – giallo, arancione o rosso – dipende anche dalla varietà. Un peperone giallo, insomma, non è necessariamente un rosso che non si è ancora impegnato abbastanza.

La maturazione modifica comunque la composizione. Con la diminuzione della clorofilla emergono carotenoidi diversi e cambia la dolcezza percepita. Secondo le tabelle del Crea, cento grammi di peperone verde crudo apportano circa centoventisette milligrammi di vitamina C; nei peperoni rossi e gialli il valore medio sale a circa centosessantasei. Una porzione normale può quindi superare ampiamente la quantità associata, nell’immaginario comune, agli agrumi.

La cottura apre un piccolo negoziato. La vitamina C teme acqua, calore e tempi prolungati, mentre alcuni carotenoidi diventano più accessibili quando la struttura vegetale si ammorbidisce e il peperone viene consumato con un grasso. Crudo mantiene croccantezza e più vitamina C; arrostito, soprattutto se privato della buccia, può risultare più tollerabile.

Anche la varietà suggerisce l’uso. I friggitelli, piccoli e dalla polpa sottile, richiedono cotture rapide; il corno di bue, più lungo e carnoso, regge forno, griglia e farciture. Il peperone di Senise Igp viene invece essiccato e può diventare crusco dopo un passaggio brevissimo nell’olio. Il colore racconta maturazione e pigmenti; forma e spessore della polpa indicano quale cucina gli conviene.

Melanzana – A tutta buccia
Da cruda, la melanzana apporta appena ventitré chilocalorie per cento grammi ed è composta soprattutto da acqua. La sua reputazione di alimento leggero, però, dura fino all’incontro con la padella: la polpa porosa assorbe facilmente i grassi e la densità energetica del piatto può cambiare molto secondo la cottura.

La salatura preventiva richiama parte dell’acqua e rende la consistenza più compatta, ma non impedisce alla melanzana di impregnarsi. Contano soprattutto temperatura dell’olio, durata della frittura e spessore delle fette. Forno, griglia e microonde richiedono meno condimento e mantengono il piatto più vicino al profilo dell’ortaggio di partenza.

La buccia viola concentra antociani, pigmenti studiati per la loro attività antiossidante; la polpa fornisce fibra, utile per sazietà e regolarità intestinale. Pelarla significa perdere una parte dei pigmenti, non svuotarla di ogni interesse. Le varietà lunghe e le perline hanno spesso una pelle più sottile; quelle grandi e tonde possono risultare più coriacee. Sulla carta la melanzana è leggera. Il resto lo decide la cucina.

Zucchina – La forza della leggerezza
La zucchina fa della discrezione il proprio punto di forza. È composta soprattutto da acqua, ha una densità energetica molto bassa e apporta potassio – coinvolto nell’equilibrio dei liquidi e nella normale funzione muscolare – insieme a piccole quantità di vitamina C e fibra. La buccia aggiunge pigmenti e altra fibra, perciò, quando è tenera e ben lavata, conviene conservarla.

Le varietà cambiano soprattutto consistenza e destinazione. La romanesca, costoluta e saporita, mantiene una buona tenuta in padella; la trombetta d’Albenga ha polpa soda e delicata, con i semi concentrati quasi soltanto nell’estremità; le zucchine tonde si prestano alle farciture. Griglia, vapore e cotture rapide ne rispettano la freschezza; lasciata cuocere più a lungo, la zucchina diventa una base cremosa capace di dare volume a zuppe, salse e impasti.

Anche il fiore è commestibile. Quello femminile rimane attaccato al frutto, mentre il maschile cresce su uno stelo più sottile; entrambi possono essere consumati crudi, appena scottati, farciti o aggiunti a frittate e risotti. La frittura resta la destinazione più celebre, non l’unica.

Una precauzione riguarda l’amarezza intensa e anomala. Può segnalare la presenza di cucurbitacine – sostanze prodotte naturalmente dalle Cucurbitacee come difesa – che, in concentrazioni elevate, provocano disturbi gastrointestinali e resistono alla cottura. In quel caso la zucchina va scartata. Per il resto, il suo pregio è semplice: acqua, leggerezza e una versatilità che non reclama il centro del piatto.

Cipolla rossa – Il meglio sta appena sotto
La cipolla rossa concentra una parte importante dei propri flavonoidi negli strati più esterni. Sono composti vegetali che partecipano alla difesa dallo stress ossidativo: tra questi domina la quercetina, mentre gli antociani sono responsabili delle tonalità rosse e violacee. Eliminare, insieme alla tunica secca, uno o due strati carnosi può quindi portarne via una quota rilevante.

Uno studio condotto sulla cipolla rossa di Tropea ha osservato che, dopo una normale pelatura domestica, la parte edibile conservava ancora il settantanove per cento di uno dei principali derivati della quercetina, ma soltanto il ventisette per cento degli antociani complessivi. La conclusione non è mangiare la buccia cartacea: basta fermarsi quando comincia il tessuto integro e succoso.

La dolcezza della Tropea non dipende semplicemente da una quantità eccezionale di zuccheri. Entrano in gioco acqua, acidità e minore aggressività dei composti solforati – le sostanze responsabili della piccantezza e delle lacrime durante il taglio. Cruda mantiene croccantezza e intensità; marinata nell’aceto o nel limone perde parte della forza; cotta lentamente sviluppa una dolcezza più rotonda. Prima della ricetta conta un gesto molto più semplice: sbucciarla senza eccesso di zelo.

Cappero e cucuncio – Il bocciolo e il frutto
Il cappero è un bocciolo floreale raccolto prima che si apra. Appena colto è duro, amaro e poco accomodante; la conservazione sotto sale, in salamoia o nell’aceto ne modifica consistenza e sapore, trasformandolo nell’ingrediente pungente che conosciamo. In questo caso la lavorazione è ciò che lo rende gradevole e utilizzabile in cucina.

La composizione è ricca di flavonoidi, soprattutto quercetina e rutina, e di glucosinolati – sostanze presenti anche nelle crucifere, responsabili di parte delle note amare e piccanti. I valori calcolati su cento grammi sono notevoli, ma la porzione reale è di pochi capperi: più che un alimento da consumare in quantità, è un ingrediente capace di aggiungere molto con pochissimo.

I boccioli più piccoli, classificati commercialmente come non-pareilles, sono apprezzati per consistenza e finezza. Il cucuncio è invece il frutto della stessa pianta: più grande, carnoso e provvisto di semi. Nessuno dei due nasce salato; il sodio dipende dal metodo di conservazione e può essere ridotto sciacquando o dissalando il prodotto, senza eliminarlo del tutto. Proprio questa intensità permette, dopo il risciacquo, di evitare altro sale aggiunto e portare nel piatto sapidità, acidità e una lieve nota amara.

Anguria e melone – L’acqua non racconta tutto
Anguria e melone contengono oltre il novanta per cento d’acqua e contribuiscono all’idratazione estiva insieme a ciò che si beve durante la giornata. Aggiungono freschezza, volume, potassio e una densità energetica contenuta, ma dietro la somiglianza iniziale nascondono composizioni diverse.

La polpa rossa dell’anguria deve il colore al licopene, lo stesso carotenoide presente nel pomodoro. Contiene anche citrullina – un amminoacido utilizzato dall’organismo nella produzione di arginina e ossido nitrico, coinvolto nella regolazione del tono dei vasi sanguigni. Le quantità cambiano tra cultivar e parti del frutto e non fanno dell’anguria un integratore per la circolazione; una quota è presente anche nella fascia bianca vicina alla buccia, che può essere marinata o trasformata in conserva.

Tra i meloni, la differenza più evidente è scritta nella polpa. Quelli arancioni, come cantalupo e retato, sono ricchi di betacarotene e contengono mediamente più vitamina C. Nelle tabelle Crea, i meloni invernali a polpa chiara hanno invece più acqua e, in media, meno zuccheri e calorie, mentre potassio e fibra rimangono su valori simili. L’arancione offre soprattutto carotenoidi; il bianco punta su acqua e delicatezza. Qui il colore anticipa davvero una parte di ciò che finirà nel piatto.

Drupacee – Questione di tempo
Pesche, nettarine, percoche, albicocche e susine condividono il nocciolo, non la stessa composizione. Il colore offre qualche indizio: nelle albicocche e nelle varietà a polpa gialla prevalgono i carotenoidi; nelle susine rosse e violacee aumentano gli antociani, concentrati soprattutto nella buccia. Quando è integra e ben lavata, conservarla permette di trattenere più fibra e pigmenti.

Pesche e nettarine sono nutrizionalmente molto simili: la differenza più evidente è la buccia, vellutata nelle prime e liscia nelle seconde. Le percoche hanno in genere una polpa più soda e aderente al nocciolo, adatta alla cottura e alla conservazione; le pesche a polpa fondente risultano più succose e delicate. Le differenze tra cultivar possono comunque superare quelle suggerite dal nome del frutto.

Conta soprattutto il momento della raccolta. Pesche, nettarine, albicocche e molte susine sono frutti climaterici: dopo essere stati staccati continuano a produrre etilene, ad ammorbidirsi e a sviluppare parte dei propri aromi. Nei primi giorni il profumo può intensificarsi; con il tempo eccessivo, la polpa perde consistenza e la freschezza aromatica diminuisce.

Questo non significa che qualsiasi frutto acerbo recuperi in cassetta ciò che non ha ricevuto sull’albero. Una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza raggiungere lo stesso equilibrio tra profumo, dolcezza e acidità di una raccolta più vicina alla maturità fisiologica. Per pesche e nettarine conviene cercare profumo, assenza di verde intorno al picciolo e una polpa che ceda appena alla pressione. Il tempo continua a lavorare anche dopo il raccolto, ma non fa miracoli.

Frutti di bosco – Tutta la sostanza del colore
Lamponi, more, mirtilli, ribes e fragoline vengono riuniti sotto il nome di frutti di bosco, pur appartenendo a famiglie botaniche diverse. A tenerli insieme sono soprattutto le dimensioni ridotte, la stagione breve e una notevole ricchezza di pigmenti. Le fragole coltivate vengono spesso associate al gruppo per composizione e uso, anche se hanno una storia differente.

Mirtilli, more e ribes scuri devono le tonalità blu, viola e quasi nere agli antociani, studiati per la capacità di contrastare l’ossidazione e di modulare alcuni processi infiammatori e vascolari. Lamponi, fragole e more contengono anche ellagitannini, che il microbiota intestinale trasforma in altri metaboliti. Il dato più concreto non sta nella singola molecola, ma nella varietà di pigmenti che questi frutti permettono di introdurre in una porzione piccola.

La consistenza aggiunge un’altra differenza. Lamponi e more sono formati da numerose piccole drupe e devono ai semi una quota di fibra elevata; fragole e ribes apportano molta vitamina C, mentre nei mirtilli buona parte dei pigmenti si concentra nella buccia. Mangiarli interi conserva la struttura fibrosa; ridurli in succo significa perderne una parte.

Sono frutti delicati: muffe e ammaccature si diffondono rapidamente, perciò conviene conservarli asciutti e lavarli soltanto poco prima del consumo. Il congelamento ne modifica la consistenza, ma conserva fibra e minerali e mantiene una parte consistente dei pigmenti, mentre la vitamina C può ridursi durante conservazione e scongelamento. Fuori stagione, il surgelato può essere una scelta più sensata di un fresco raccolto troppo presto e rimasto a lungo in viaggio.

Fichi e fico d’India – Due famiglie sotto lo stesso nome
Non tutti i fichi si presentano due volte. Le varietà bifere producono all’inizio dell’estate i fioroni, sviluppati sui rami dell’anno precedente, e tra la fine dell’estate e l’autunno i forniti; le varietà unifere danno un solo raccolto. I primi sono in genere più grandi e acquosi, i secondi più piccoli e concentrati, anche se dolcezza, colore e consistenza cambiano molto tra cultivar e andamento della stagione.

Quello che chiamiamo frutto è in realtà un siconio – un ricettacolo carnoso che racchiude numerosi piccoli fiori. I granelli che scricchiolano sotto i denti sono i minuscoli frutti sviluppati da quei fiori e contribuiscono, insieme alla buccia e alla polpa, alla quota di fibra. Nel fico fresco convivono fibra solubile e insolubile: la prima trattiene acqua e contribuisce a rendere più morbido il contenuto intestinale, la seconda favorisce il transito. Si aggiungono potassio e una piccola quota di calcio.

La dolcezza può trarre in inganno. Il fico fresco contiene oltre l’ottanta per cento d’acqua e apporta circa sessantatré chilocalorie per cento grammi: più di pesche e anguria, ma molto meno di quanto suggerisca la polpa mielosa. Con l’essiccazione l’acqua diminuisce e zuccheri, fibra, energia e minerali si concentrano. Il fico secco è quindi un alimento più denso, da consumare in una porzione minore.

Il fico d’India condivide il nome, non la famiglia botanica. La polpa ha una quantità di zuccheri ed energia simile a quella del fico fresco, ma contiene circa cinque grammi di fibra per cento grammi, quasi tutta insolubile. I numerosi semi contribuiscono a questa quota, utile alla regolarità intestinale ma non sempre ben tollerata quando il consumo è abbondante. Le varietà bianche, gialle e rosse cambiano soprattutto per pigmenti; la differenza più concreta rimane sotto i denti.

Erbe aromatiche – Quando le foglie contano
L’estate è la stagione in cui le erbe aromatiche smettono di arrivare sul piatto in due foglie contate. Basilico, prezzemolo, menta, maggiorana e finocchietto riempiono mazzi e vasi, abbastanza abbondanti da entrare nelle ricette a manciate. Usate come decorazione incidono poco; trasformate in pesti, salse verdi, insalate e ripieni diventano una vera componente vegetale del piatto.

Sotto il profumo c’è una composizione tutt’altro che trascurabile. Molte di queste foglie apportano vitamina K, folati e carotenoidi; il prezzemolo è anche particolarmente ricco di vitamina C. Cinque grammi – la porzione indicata dalle tabelle nutrizionali – ne forniscono circa otto milligrammi: non sostituiscono una porzione di verdura, ma mostrano quanta sostanza possa stare in una manciata.

Basilico, menta, origano, timo, salvia e rosmarino contengono inoltre composti fenolici. Tra questi figurano l’acido rosmarinico e, in rosmarino e salvia, l’acido carnosico; timo e origano devono parte del proprio carattere a timolo e carvacrolo. Sono sostanze studiate soprattutto in modelli sperimentali per la capacità di contrastare l’ossidazione e modulare alcuni processi infiammatori. Nel piatto partecipano alla varietà della dieta, senza assumere il ruolo di farmaci.

La consistenza suggerisce anche il modo di usarle. Basilico, menta, prezzemolo ed erba cipollina affidano buona parte del proprio carattere a profumi fragili e rendono meglio freschi, aggiunti alla fine o lavorati senza lunghe cotture. Rosmarino, salvia, timo e origano sopportano forno, brace ed essiccazione, che elimina l’acqua e modifica il profilo aromatico.

Il loro vantaggio nutrizionale coincide con quello gastronomico: aumentano la presenza vegetale e costruiscono sapore senza affidare tutto al sale o ai condimenti. Una foglia di basilico appoggiata sulla pasta resta una guarnizione; un pesto, una salsa di prezzemolo o un’insalata die erbe sono già un ingrediente.

Al mercato i cartelli continueranno a dire soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Tra colore, maturazione e destinazione in cucina, però, il banco ora si lascia leggere un po’ meglio.

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Il burro diventa destinazione in un negozio parigino monoprodotto

17 Agosto 2026 ore 04:45

Quanto è buono il burro

Dopo il pistacchio, il tiramisù e la mousse al cioccolato, anche il burro conquista un indirizzo tutto suo. A Parigi, nel XV arrondissement, ha aperto Le Butter Shop, una boutique che ruota interamente attorno a uno degli ingredienti simbolo della cucina francese, e considerando quando questo ingrediente sia amato oltralpe, quasi ci stupiamo che non fosse ancora successo. Alla base, l’idea di trasformare un alimento di uso quotidiano in un’esperienza di degustazione, vendita e racconto, seguendo una formula che negli ultimi anni ha già premiato numerosi locali monotematici, dedicati a un solo prodotto. 

Sugli scaffali si trovano una trentina di burri provenienti da piccoli produttori francesi, dalle versioni classiche con fleur de sel fino a quelle aromatizzate con alghe, scalogno, pepe del Madagascar, tartufo, yuzu, vaniglia, lampone e perfino cioccolato. Il negozio propone assaggi prima dell’acquisto, confezionamento sottovuoto per chi viaggia e una selezione di vini, senapi e altri prodotti di gastronomia destinati a costruire il perfetto picnic parigino. 

L’elemento che ha contribuito alla viralità del locale, però, è un altro. Al centro dello spazio campeggia un enorme cono di burro salato, pensato esplicitamente per diventare sfondo di fotografie e video condivisi sui social. In pochi giorni dall’apertura, creator e turisti hanno trasformato il negozio in una tappa obbligata del loro itinerario gastronomico. 

Il caso è interessante perché va oltre il semplice negozio specializzato e conferma una tendenza ormai consolidata: il successo dei format monotematici, nei quali il prodotto diventa protagonista assoluto, con un coté instagrammabile immancabile. Non si vende soltanto un alimento, ma un’esperienza facilmente raccontabile, riconoscibile e condivisibile: il valore percepito nasce tanto dalla selezione quanto dalla possibilità di dire «ci sono stato».

Per la Francia il burro rappresenta inoltre un simbolo identitario, al pari dell’olio extravergine in molte regioni italiane. Dedicargli un’intera boutique significa trasformare un ingrediente fondamentale della cucina in un oggetto culturale e turistico, rendendolo accessibile anche a un pubblico internazionale che spesso lo conosce soltanto attraverso marchi celebri.

Resta da capire se il Butter Shop sarà ricordato come una curiosità destinata a esaurirsi con il ciclo delle tendenze social oppure se inaugurerà una nuova categoria di negozi specializzati. In ogni caso, racconta bene una trasformazione del consumo contemporaneo: oggi anche il prodotto più ordinario può diventare destinazione, a patto di essere inserito in una narrazione capace di suscitare curiosità e desiderio.

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Promozione della lettura: idee, progetti e iniziative per far circolare i libri

16 Agosto 2026 ore 21:27

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

Leggere è spesso un gesto individuale. Un libro si apre in silenzio. Una persona entra in una storia, incontra un’idea, cambia prospettiva oppure semplicemente trascorre qualche ora altrove. Ma la promozione della lettura comincia davvero quando quell’esperienza individuale smette di restare isolata. Un lettore consiglia un libro a un amico. Una libreria organizza una presentazione. Un gruppo di lettura trasforma un romanzo in una discussione. Un blogger pubblica una recensione. Un podcast intervista un autore. Una biblioteca costruisce un percorso tematico. Un editore mette in relazione un libro con una comunità interessata a quel tema. Il libro comincia a circolare.

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Resistenza e letteratura: libri e autori per capire e trasformare la società

16 Agosto 2026 ore 08:01

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

Ci sono libri che raccontano una resistenza e libri che, in qualche modo, finiscono per diventare essi stessi una forma di resistenza. Conservano una memoria che qualcuno vorrebbe cancellare. Raccontano una storia rimasta ai margini. Mettono in discussione il potere, danno voce a chi ne è stato privato, permettono a un’esperienza individuale di diventare patrimonio collettivo. Il rapporto tra resistenza e letteratura attraversa epoche, paesi e generi differenti. In Italia, parlare di letteratura della Resistenza significa innanzitutto confrontarsi con l’antifascismo, la guerra partigiana e gli anni che vanno dalla caduta del fascismo alla Liberazione. È una storia raccontata da alcuni

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Chi dipende dal consenso non faccia vedere che tiene al denaro, e altri consigli agli influencer

15 Agosto 2026 ore 04:45

I preparativi per il red carpet del Festival di Cannes

Nemmeno sulle corna, nemmeno sui libri letti sotto l’ombrellone, nemmeno sui chili, nemmeno sui centimetri si mente con la voluttà con cui si mente sui soldi. Ogni tanto qualcuno dice che gli americani come prima cosa ti chiedono quanto guadagni e noi no perché abbiamo il senso di colpa rispetto al denaro, e io penso che noi non lo chiediamo perché sappiamo che la risposta sarebbe una menzogna.

Non ho idea di quanto guadagni nessuna delle persone che conosco, non ce l’ho neanche se me l’hanno detto. Toccherebbe capire se mi hanno detto di più perché sono dei megalomani, o di meno per paura che poi gli toccasse pagare la cena. Di sicuro non dicono la verità, sui soldi.

Ho un’amica che ha iniziato a farsi il Mounjaro, le punture per dimagrire americane, che costano più di quelle danesi. L’amica insegna in un liceo. Quanto guadagna, una professoressa? Duemila euro? Come ce li ricavi, vivendo in una città, quattrocento euro al mese di Mounjaro su uno stipendio di duemila? Hai delle rendite e non me l’hai mai detto per paura che ti lasciassi pagare la cena? La verità, vi prego, sui soldi.

Ieri un’altra amica mi ha mandato una notizia stupenda. Ai concerti degli Oasis dell’anno scorso tutti, anche quelli che erano dietro le quinte e ci tenevano molto a farsi foto dalla cui angolazione si capisse che erano amici di Noel e Liam, avrebbero pagato il biglietto. È una cosa inconcepibile in Italia, dove nessuno che anche solo lavori nei giornali ha mai pagato i biglietti per sé o per dodici dei suoi più intimi amici.

Ho visto il panico in certi dietro le quinte perché Tizia o Caio, in virtù dell’essere famosi e quindi abituati a vedersi offrire di tutto, non solo si erano presentati al concerto aspettandosi di entrare gratis, ma si erano pure portati otto nipoti, quattro amici, nove colleghi. I Gallagher, dice la notizia, avevano una lista di invitati, ma voleva solo dire che ai loro invitati avrebbero trovato i biglietti, che quelli però poi pagavano.

Considerata la regola di Geri Halliwell – «Perché Estée Lauder mi manda le creme adesso che posso permettermi di comprarle?» – per la quale nessuno che potrebbe permetterselo paga mai, e che gli amici dei Gallagher sono abbastanza ricchi e famosi da non pagare più niente da anni, spero che nel documentario che andrà a Venezia ci saranno dei bei primi piani sulle facce degli invitati cui è stato detto «fanno duecento sterline». La verità, vi prego, sui soldi.

Sui social girano due pezzettini di interviste presentati come mirabolanti, in cui due attori famosi dicono la stessa cosa a due diversi intervistatori. Uno è Matthew Rhys, quello di “The Americans”. L’altro è Morgan Freeman. Tutti e due, a domanda su come scelgano i ruoli, rispondono: quelli che pagano meglio. Immagino venga considerata una notizia perché gli artisti sono considerati gente che ha per spirito guida l’ispirazione, mica la possibilità di pagarsi l’aereo privato.

Siano benedetti quei due, che dicono la verità sui soldi, una cosa che devi poterti permettere di fare: puoi farla se sai fare qualcosa, anche solo una cosa scema come recitare, non se la tua sussistenza dipende dal consenso. Non sentiremo mai un[‘]influencer dire che le sue sponsorizzazioni sono quelle che pagano meglio: sono sempre prodotti che rispecchiano la sua identità e che consumerebbe anche senza retribuzione e con cui si sente in grande sintonia, mai aziende col budget più grosso.

Se dipendi dal consenso non puoi mai mai mai far vedere che ci tieni ai soldi, perché l’umanità ha un problema di memoria a breve termine e proprio non riesce a tenere a mente che esistono i ricchi e i poveri, se ne stravolge ogni volta. È tutt’uno scandalizzarsi perché i posti alla roba di Dolce e Gabbana alla quale Matteo Renzi e Katy Perry hanno passato la serata insieme (un evidente film postumo di Robert Altman) costavano migliaia di euro e noi a controllare i prezzi quando facciamo la spesaaaa. Chissà in che misura calerebbero i prezzi della verdura che compro, se i posti alle serate tamarre per ricchi costassero meno.

Ma che la verità non si possa dire sui soldi è chiarissimo a chi non ha lasciato la carriera politica nel passato, come Renzi e Justin Trudeau, e vuole invece farla nel futuro, come Alexandria Ocasio-Cortez, che dopo il primo post sul surgelamento degli ovuli ha fatto delle storie rispondendo a chi le chiedeva dei costi.

Ha spiegato i prezzi, che per gli stipendi americani sono invero bassini: la farmacia le aveva fatto un preventivo di ottomila dollari per le punture ma la sua assicurazione non le copre, e – come spesso accade negli Stati Uniti – a pagare direttamente costavano molto meno. Tremila e cinquecento di punture, e quattromila e cinquecento per l’intervento di asportazione degli ovuli. Più milleduecento per ogni anno in cui te li tengono in freezer.

Ho risparmiato tutta la vita per potermelo permettere, aveva detto, e io già lì trasecolavo: fai la deputata e hai risparmiato tutta la vita per pagare una cifra che guadagni in due settimane. Poi si è messa a fare un video al giorno in cui si fa le punture nella pancia come le influencer si pittano la faccia: perché la psicologia sociale le ha convinte che, se compi un’azione mentre parli, la gente ti ascolterà fino in fondo per vedere l’azione conclusa. (Che peccato essere morti per quando gli storici analizzeranno le convinzioni dementi di quest’inizio secolo: sarà divertentissimo).

In uno di questi video l’ho sentita dire che le generazioni precedenti si erano comprate casa, ma loro poveri millennial no, perché i soldi con cui avrebbe dato l’anticipo sul mutuo lei li investe nella sua fertilità. C’è una ragione se parlare con la telecamera del telefono è la modalità preferita d’ogni genere di piazzista: nessuno ti contraddice. Nessuno ti dice: Alexandria, ottomila dollari non bastano neanche per l’anticipo d’un garage. Sono disposta a pagare, per la verità sui soldi. Sono disposta a offrire la cena per sempre a qualunque amica mi confessi che con quel che guadagna dal suo lavoro dovrebbe vivere sotto i ponti ma invece è in questo albergo sul mare perché ha rendite familiari. Sono disposta a votare il primo che dica la verità sui soldi. Ma so già che non succederà.

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Guido Maria Brera, e l’illusione di fermare il tempo

15 Agosto 2026 ore 04:45

Clessidra orario tempo

Mentre scorrono i titoli di coda e le luci non sono ancora state accese e il buio della sera è intatto, lascio la fila di sedie del cinema all’aperto.

Sulla retina mi sono rimaste impresse – sovrapposte, eppure vivide – immagini di distruzione. Edifici disintegrati dalla guerra, edifici mutilati, muri anneriti dalle esplosioni. Edifici di nuova costruzione, in cemento.

Osservare rovine che non appartengono a un remoto passato sembra assurdo. Un controsenso, uno spreco, una presenza – o un’assenza – innaturale. Mi sono lasciato dietro il baracchino della biglietteria e sono fuori, in strada, eppure sento risuonare le parole che poco fa mi venivano incontro dallo schermo. “Odio il cemento, perché il cemento è arido. Su un edificio di cemento non cresce nulla, e non appartiene al mondo naturale”.

Nella grande piazza simmetrica, l’obelisco indica il cielo. Salgo su un taxi, do l’indirizzo e la macchina si muove nella sera inoltrata, lungo la direttrice nord-sud. Mentre i pensieri non riescono ad allontanarsi dalle immagini e dalle voci del documentario Architecton del regista russo Victor Kossakovsky, la macchina si muove per la città che il cemento ha reso abnorme, la città delle palazzine e dei palazzinari, delle borgate e dei quartieri oltre il Raccordo, oltre la cintura dell’Agro, oltre i confini – a forza.

Non è successo solo qui. Durante il boom edilizio del Novecento, l’Italia intera è stata sommersa da una colata di cemento. Edifici, infrastrutture: sono sorti in tutto il Paese, con la violenza della fame.

Era la fame di costruire, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Ed era la fame di speculare, estraendo valore dallo sfruttamento del territorio.

Oggi quel cemento si è deteriorato, e così ha svelato quanto fosse scarsa la sua qualità. Quale errore sia stato consegnarsi alla violenza di quella fame. Anche perché, oltre ai danni che il cemento subisce, c’è da mettere in conto la difficoltà di smaltirlo. Invece, la pietra è eterna. E il legno, che eterno non è, si smaltisce facilmente.

Abbiamo abusato del cemento nel tirar su le città degli ultimi ottant’anni, e nelle città abbiamo concentrato sempre più persone. L’insostenibilità è pesante come una coperta che non riusciamo a toglierci di dosso, e ci soffoca.

C’è una Roma della Pietra, che testimonia la sua eternità millenaria, e c’è una Roma del Cemento, che poggia le fondamenta sull’effimero. E io sto attraversando queste due città, io che non conosco la consistenza della pietra né quella del cemento. Io che sono nato e cresciuto qui e poi sono andato via – sono andato lontano. Io che conosco la consistenza impalpabile dei flussi di capitale, gli input intangibili che muovono denaro sulle dorsali delle transazioni finanziarie.

Mi chiamo Massimo De Ruggero, io. Ho cinquantacinque anni, il vestito scuro, la camicia bianca, un doppio passaporto. Per molti sono un uomo dell’alta finanza. Per i pochi che mi conoscono davvero, sono una delle menti che tessono la trama nascosta di un piano di dominio. Appartengo alla cerchia di invisibili impegnati in una guerra che non fa rumore. Una guerra per la supremazia dell’Occidente, per conservare l’equilibrio, lo stato di cose presente. Combattiamo una guerra contro l’entropia, contro la disgregazione inevitabile della realtà. Sì, abbiamo il potere che non ama i riflettori, l’unico potere che conta.

Ci chiamano i Diavoli.

Al centro dei mercati finanziari, ai vertici delle grandi banche d’affari, sull’onda più alta dei flussi di capitale, scongiuriamo crisi, sventiamo catastrofi, differiamo apocalissi. Sosteniamo la necessità del male minore per scampare al male più grande. Abbiamo inondato l’Occidente con un diluvio di cartamoneta quando il sistema del credito era inaridito, ai tempi della grande crisi finanziaria del 2007. Abbiamo abbassato i tassi d’interesse. Abbiamo attaccato i debiti sovrani e ancorato titoli di Stato allo zero. Inganniamo e manipoliamo. Nessun aspetto della vita umana elude il nostro controllo.

I giorni svaniscono. Il tempo procede secondo una direzione precisa: da ieri a oggi, da oggi a domani. Gli imperi collassano. Gli uomini invecchiano. Le alleanze si frantumano. Il moto disperde energia, l’energia si trasmette inderogabilmente da un corpo più caldo a uno più freddo. L’entropia cresce, il disordine aumenta. Dalle galassie nel vuoto cosmico fino ai corpi umani sui marciapiedi intorno a me: tutto si corrompe, trascinato dal divenire.

Ho vissuto per oppormi a questo principio, per arrestare il Tempo – annullare la dispersione d’energia, dipanare il segreto dell’eternità, risolvere l’arcano del moto perpetuo. Di tanto in tanto, eventi non considerati mi ricordano la natura utopica del mio sforzo. Forse anche il mio progetto mostra delle crepe, di certo anch’io invecchio. Io, Massimo De Ruggero, un tempo al vertice della grande banca, oggi invisibile argine che contiene le spinte irrazionali dell’Occidente.

L’auto imbocca la consolare, scivola silenziosa tra i grandi volumi dei palazzi addossati l’uno all’altro. Pubblicità luminose, alberi scuri, l’asfalto crepato che fa sobbalzare.

Il tassista rallenta e accosta, senza spegnere il motore, in corrispondenza dell’indirizzo che gli ho dato. Lascio una mancia generosa e scendo, senza rispondere all’augurio di una buona serata.

L’edificio su cui sollevo lo sguardo è spettrale nella sua decadenza. Sta un passo indietro rispetto alla strada, con la sua ampia parete a vetri che deforma le luci dei lampioni e con i suoi tetri piani di cemento.

Fu realizzato negli anni Cinquanta, su progetto dello stesso architetto che poi avrebbe progettato un ponte di Genova diventato famoso, il viadotto Polcevera. Nessuno lo chiama così, da quand’è diventato famoso – da quando il ponte è crollato, il 14 agosto 2018, togliendo la vita a quarantatré persone e lasciandone oltre cinquecento senza casa.

Il nome di questo edificio, invece, è rimasto lo stesso nella fatiscenza e ancora è annunciato, in verticale, su un margine della facciata. Un nome che è un paradosso, a guardare il palazzo da così vicino: cinema Maestoso.

Come il cemento si corrompe e dà forma a una rovina, così l’uomo deperisce fino a sgretolarsi. Usare un materiale piuttosto che un altro misura l’ambizione della prospettiva. Come gli architetti si impegnano a innalzare costruzioni solide, così i Diavoli sono custodi dell’ordine costituito.

Dall’ombra, accanto all’ingresso, viene fuori la figura di un uomo. Mi fa cenno.

Lo avvicino, e l’uomo dice, in fretta: «Tutto a posto, signore. Per quanto strana fosse la sua richiesta, mi hanno detto di farla entrare. Prego, di qua…». Poi mi precede all’interno dell’edificio. Lo seguo, e passo di fianco alla biglietteria in disuso. Do un’occhiata distratta ai manifesti dei film, sulle pareti dell’atrio – locandine del 2018 che sembrano vecchie di decenni.

L’uomo mi fa strada fino a una grande sala. Si sposta di lato e mi guarda, come per interpretare la mia espressione. Mi alleno da una vita all’imperturbabilità. E poi qui regna la penombra.

Chiedo di essere lasciato solo, e l’altro annuisce: «Pochi minuti, però». Lo vedo allontanarsi, la porta antincendio si chiude.

Mi volto verso lo schermo enorme, spento, incapace di illuminare la distesa di poltroncine. E a passi misurati, quasi solennemente, vado a sedermi nell’ultima fila. Ritrovo il tessuto sdrucito della poltroncina – contatto morbido, familiare.

Quanti pomeriggi, quante sere, ho trascorso in questo cinema… Non saprei immaginare un numero, io che vivo di numeri. So che lo chiamavo il mio cinema, e che ero un ragazzino, nell’Italia innamorata dell’America reaganiana. Venivo a vedere immagini proiettate direttamente dalla Hollywood di quegli anni. Ero con gli acchiappafantasmi che riportavano New York fuori dal caos. Andavo avanti e indietro nel tempo con Marty McFly, con Doc e con la DeLorean. Facevo manovre coraggiose sui caccia in volo, e mi aggiustavo i capelli con le mani per avere il taglio di Tom Cruise. Avverto una stretta al cuore – la nostalgia si prende sempre più confidenza di quanta gliene accorderesti. Poi un rumore improvviso mi fa trasalire, e allora mi guardo attorno sforzando gli occhi. «C’è qualcuno?», domando. La sensazione insopportabile di essere colto di sorpresa.

La sala però risponde col silenzio. Tutto è immobile. Resto in attesa, per un tempo che mi sembra durare troppo a lungo. Finché in effetti una voce riempie l’aria, sfruttando l’acustica della sala. «È un buon investimento», dice, da qualche parte di fronte a me. Ha parlato in inglese, ma ho riconosciuto l’accento della East Coast.

Mi volto in direzione della voce, e distinguo a fatica qualcuno in piedi, tra il fondo e la metà della sala. Un uomo dai lineamenti che si confondono, nella quasi assenza di luce. Ma si vede com’è vestito: lo stile è quello appariscente dei vecchi finanzieri della Wall Street anni Ottanta. Le righe vistose della camicia macchiano di colore l’uniformità dell’ambiente in penombra. Le bretelle, evidenti, mi ricordano chissà perché le cinture di munizioni che fasciavano John Rambo. Scrollo la testa. «Pensavo di aver comprato il diritto di stare da solo in questo posto…».

Non mi muovo, seduto sulla poltroncina. Né si muove lui – in piedi, laggiù. «Non rimproveri i suoi interlocutori. Io per certi versi, qui…», e con un ampio, teatrale gesto della mano abbraccia l’ambiente, «…sono di casa». «Avrei detto che fosse newyorkese». «Quelli come noi sono di casa ovunque si possano far soldi». Socchiudo gli occhi, quasi per diradare l’oscurità che copre come una nebbia il viso dell’uomo. Non rispondo, mi limito ad accentuare la pressione del tacco sul pavimento.

«Faccio finanza anch’io», prosegue l’Americano, «da più tempo di lei. E la seguo da molto…». Con un gesto svelto, addirittura performativo, estrae dalla tasca un grosso sigaro e lo punta verso di me. «Massimo De Ruggero, classe 1969, nato proprio qui, a Roma. Appena ha potuto, ha lasciato l’Italia e ha fatto fortuna a Londra. Ha scalato la piramide fino ai vertici di una grande banca d’affari, una delle più grandi. È stato capo del fixed income. Area di responsabilità: Europa. Si occupava di titoli di Stato, poco prima del Great Crash del 2007. Poi è svanito nel nulla, proprio quando stava per avere inizio il gran banchetto sui debiti pubblici della periferia europea. Secondo qualcuno, ha avuto delle esitazioni… morali, per così dire, e questo sarebbe sbagliato perché il nostro mestiere non ammette esitazioni e nemmeno la morale. Secondo altri, un italiano come lei non piaceva al board della banca, e questo sarebbe miope. Adesso certe voci confidenziali dicono che è rimasto nel campo, Mr De Ruggero, ma ha cominciato a fare altro. O forse si è dato al cinema?».

Comincio ad applaudire. Lentamente, senza tradire emozioni, il viso chiuso, impenetrabile. «Tutta questa applicazione è sprecata, Mr…?». Lo sento ridere di gusto, a piccoli scoppi nervosi. «Gekko. Il piacere è mio». «Gekko?», ripeto. «Come Gordon Gekko?».

L’Americano non risponde, ma sembra annuire. Si mette il sigaro in bocca, lo accende. Un bagliore che dura troppo poco per poter afferrare i lineamenti.

«Non deve avere molta fantasia se sceglie il nome di un personaggio così famoso, una vera leggenda del cinema degli anni Ottanta, e proprio in un cinema…».

«Ecco!», esclama, scuotendo il sigaro. «Gli anni Ottanta: è un bell’argomento da affrontare in una sera d’autunno, in un luogo abbandonato della Città Eterna, come la chiamate. Perché in quegli anni era tutto più facile. Da una parte noi, dall’altra i comunisti. In quel periodo, Max… posso chiamarti Max, vero? In quel periodo abbiamo fatto soldi degni di questo nome. Quando Wall Street era ancora Wall Street e distruggere era un modo di creare. Compravamo aziende, le smembravamo e ne rivendevamo i pezzi pregiati. Lavoratori e sindacati erano solo variabili dipendenti delle nostre plusvalenze. La consunzione era un’opportunità. I mondi che franavano – posti come questo dove siamo – erano un pozzo di occasioni. Nessuna politica, nessuna teoria, nessuno scrupolo. Molti piaceri della vita: belle donne, ottimo whisky, ottimi sigari… Quando siete arrivati voi, era tutto finito».

Colgo il rammarico nella voce, il mito di una stagione dorata che ormai somiglia a un’era geologica addietro. L’idea della finanza come grande forza accaparratrice.

«Voi?», gli chiedo. «Non sono abituato a parlare a nome di altri». Inverto la posizione delle gambe – la poltroncina scricchiola. «In ogni caso, all’inizio sì, avevo pensato di comprare questo posto, insieme a un amico produttore. Pensavo a un cinema di nuova generazione, dove non si facessero solo proiezioni. Ma poi quell’investimento è saltato. Per un mio scrupolo, per una mia esitazione, perché ho l’impressione che i cinema stiano diventando come gli stadi del football: luoghi senza più anima, votati al consumo e all’intrattenimento e non al gioco in sé, non alla storia che va in scena. E non volevo contribuire a questa trasformazione, a snaturare la natura popolare dello spettacolo».

«Mah», commenta Gekko, «avrebbe potuto essere un buon business, avresti fatto soldi, che alla fine è sempre quello che conta». Il viso continua a restare in ombra, ma ho l’impressione che stia sogghignando. «Comunque, io una storia da raccontarti ce l’ho. Sempre che ti interessi sentirla…».

Scrollo le spalle. «Le buone storie dovrebbero essere gratis».

«Ah, questa lo è». L’Americano stira con la mano la cravatta, prima di attaccare: «Alcuni raccontano che ogni terzo mercoledì del mese, da diversi anni, in una stanza al tredicesimo piano di un grattacielo a Midtown Manhattan, si riuniscano delle persone. Dicono che in quella stanza ci sia un tavolo circolare e che intorno a quel tavolo siedano gli Invisibili: gli esponenti delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti, consulenti del Tesoro americano, uomini legati alla Federal Reserve Bank e una stretta selezione di raider dei più grandi hedge fund. Sono il cerchio magico che difende il nuovo ordine mondiale. Secondo qualcuno compongono una cupola, una super loggia che manipola i destini del pianeta. Io credo che funzionino piuttosto come una camera di compensazione, dove si mediano interessi e si formano orientamenti condivisi. Ma sta di fatto che nessuno ne sa niente. C’è perfino chi sostiene che il tredicesimo piano sia uno spauracchio costruito ad arte, una leggenda per montare le masse contro una presunta élite». Traccia disegni col fumo del sigaro, nell’aria ferma del cinema dismesso. «E alcuni raccontano che tu sia uno degli esponenti più in vista di questa cerchia».

«Mr Gekko, non ho molto tempo a disposizione, ma credo sia giusto darle una risposta», dico infine, dopo aver sentito scemare il fastidio per quell’espressione – “in vista” – così inappropriata, ridicola. «Quando ho cominciato, credevo non esistessero limiti. Viaggiavamo a velocità folle, in un contesto frenetico. Voi americani smantellavate il sistema di controllo sull’economia, abolivate la distinzione tra banche d’affari e banche d’investimento. Sembrava di scendere le rapide di un fiume di liquidità. I tassi erano bassi, e così abbiamo finanziato di tutto. Per avere la protezione garantita dal welfare bisognava passare dalle banche: casa, sanità, istruzione… La gente chiedeva soldi per comprare beni e sicurezza – diritti, li chiamerebbe qualcuno. I democratici a Washington erano i migliori alleati possibili, molto più dei vostri repubblicani degli anni Ottanta. La finanza stava cambiando, perché il mondo stava cambiando. Poi, ai tempi dei subprime, le vostre banche si sono salvate stampando dollari. Era l’unico modo per uscire dalla crisi nella direzione giusta. Così, abbiamo pilotato risorse pubbliche per salvare le banche. Abbiamo contribuito a destabilizzare i bilanci degli Stati, in Europa. Abbiamo aumentato la ricchezza di chi era già ricco, per evitare un’implosione definitiva. Abbiamo evitato la barbarie, come avrebbe detto qualcuno. E l’abbiamo fatto perché non c’era altra scelta, Mr Gekko: una cura estrema per una malattia acuta. Non se ne poteva uscire diversamente. Certo, una cura estrema comporta danni collaterali… Voi, invece, compravate e vendevate azioni, scalavate società e arrotolavate banconote piegati sui tavoli per tirare su l’umore».

L’Americano inizia a tamburellare ritmicamente le dita su una coscia. «Anche quella che hai raccontato è una storia. Mi chiedo se è a me che l’hai raccontata, o se cerchi di persuadere te stesso», dice. «Siamo più simili di quanto ti piaccia pensare, Max. In tempi diversi siamo stati l’1% dell’élite proprietaria del pianeta. Non siete la nuova Camelot, siete quelli di sempre. Vi piace immaginarvi come i cavalieri di una tavola rotonda, i rigorosi guardiani dell’esistente che hanno eletto l’invisibilità a norma, che odiano gli eccessi e non sono devoti del profitto, bensì della supremazia di un mondo. Vi piace dirvi monaci-guerrieri, mentre a noi bastava essere bastardi senza gloria. Siete solo venuti dopo di noi».

Le persone che mi provocano per innervosirmi ottengono sempre l’effetto opposto – rivelando quella speranza, mi fanno sentire più forte. La presunzione si esibisce solo quando si ha paura.

Con la voce calma, la voce di un saggio che vede nel buio, dico: «Lei forse conoscerà la leggenda del Grande Inquisitore. La storia dell’incontro, nella Spagna del Quattrocento, tra il Cristo risorto e l’uomo a capo dell’Inquisizione che lo ha fatto arrestare. Ebbene, Cristo non capisce di quale colpa sarebbe reo e il Grande Inquisitore dice che la libertà offerta ai cristiani dal suo esempio non è adatta a tutti gli uomini. C’è bisogno di un’autorità forte che amministri la libertà fingendo di farlo in nome di Cristo stesso. È un inganno freddo, sleale come ogni inganno, ma in ultima istanza necessario». Faccio una pausa, perché le parole in una sala cinematografica guadagnano un’eco, e quindi forza. Poi continuo: «Di certo, Gekko, saprà che ai suoi tempi la politica si ritraeva mentre la finanza avanzava. Nelle cose degli uomini non esistono i vuoti, non esistono altri mondi possibili: l’unico è quello garantito dall’1% di loro, e oltre i confini della realtà c’è solo catastrofe. Ecco perché nel qui e ora che modelliamo non esiste futuro, né movimento, né entropia. Solo un perenne inverno che conserva la civiltà sotto una coltre. L’unica esistenza ancora concessa all’Occidente. Così, i sigari diventano cenere, il ghiaccio si scioglie nei bicchieri da cocktail, la bellezza sfiorisce, la ricchezza si disperde, il cemento si sgretola, i bei film finiscono, i cinema chiudono… Siamo venuti dopo di voi, è vero, e abbiamo dovuto preoccuparci delle macerie che avete lasciato. Insomma, Gekko: non è mai una questione di soldi. È una questione di sopravvivenza e del potere che può garantirla. E l’unico, vero potere è la finanza».

Il sigaro dell’Americano si è spento, tra le sue dita, come se lo avesse stretto con troppa forza, o come se la sala rispondesse a proprie regole chimiche, che non permettono la combustione troppo a lungo.

Dalla penombra, sento Gekko dire: «Quelli come te sono una condanna all’immobilità. Se non ci foste e gli uomini fossero liberi da inganni e manipolazioni, allora le possibilità di ripartire si sarebbero già date. Saremmo già in un futuro diverso. Sei convinto di guadagnare tempo, Max, invece lo stai bruciando. Gli uomini non cambieranno mai, e tenerli prigionieri nelle maglie del controllo… semplicemente, non è giusto. L’avidità – non trovo una parola migliore – è giusta. L’avidità funziona, rende chiaro, fa suo lo spirito evolutivo. L’avidità in ogni forma: avidità di vita, d’amore, di sapere, di denaro… ha impostato lo slancio in avanti del genere umano. E sarà solo l’avidità a salvare l’Occidente, e il mondo intero. Il nostro tempo non è mai finito».

Chiudo gli occhi. Ho bisogno di una pausa, di un fotogramma nero. Controllo la respirazione.

Non appena sollevo di nuovo le palpebre intuisco che Gekko è scomparso, prima ancora di mettere a fuoco lo spazio vuoto. Nello stesso momento sono improvvisamente, terribilmente sicuro di aver vissuto un film. E che davvero è l’ultimo film andato in scena qui – in questa sala, in questo cinema che tanti anni fa, quand’ero soltanto un ragazzino, chiamavo mio.

Questo racconto di Guido Maria Brera è tratto dal nono numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato al cinema. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2024. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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Locande resistenti. Mappa delle stanze per la clandestinità

15 Agosto 2026 ore 00:03

Nell’estate del 1944 Bianca Guidetti Serra sta cercando di raggiungere la «Gianna», rifugio di una brigata di Giustizia e Libertà in Val Chisone. È una giovane laureata in legge torinese, […]

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«Terricidio», una parola contro le forme di vita

15 Agosto 2026 ore 00:01

«Terricidio, come concetto innovativo, non mette il focus soltanto sull’eliminazione delle vite, ma sull’eliminazione delle forme di vita. Quando una cultura scompare, quando una lingua viene sterminata, quando una pratica […]

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Lellena, una storia di formazione fuori dall’ordinario

15 Agosto 2026 ore 00:01

Fraintesa, nascosta, immaginata, sognata e spesso fortemente non capita, la Sardegna riappare nelle pagine di Sinnada (Feltrinelli, pp. 266, euro 18) di Maria Spissu Nilson come un luogo denso di […]

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Siena, polemiche per il Drappellone del Palio: “il volto della Vergine è quello di un uomo”

14 Agosto 2026 ore 11:56
Siena, polemiche per il Drappellone del Palio: “il volto della Vergine è quello di un uomo”

Polemiche a Siena per il Drappellone del Palio dell’Assunta che si corre domenica. Nell’opera domina la figura della Vergine posta al vertice della composizione a protezione della Rosa d’Oro, prezioso dono che Papa Pio II offrì alla città di Siena, insieme con tutta una serie di rimandi simbolici molto potenti. Solo che per molti il volto della Madonna raffigurata sarebbe troppo androgino o lontano dalla tradizione.

Che il Drappellone faccia discutere non è una novità. Ma certamente quello dipinto per il Palio dell’Assunta da Teodora Axente passerà alla storia quantomeno per essere stato uno dei più chiacchierati . Solo che Axente , che appartiene alla celebre Scuola di Cluj, ed è una delle poche donne della sua generazione ad aver raggiunto un simile riconoscimento, per numerosi esperti ‘ortodossia senese, ha passato e di molto il segno del lecito. Come per l’ex sindaco ed ex vicepresidnete del parlamento Europeo, Roberto Barzanti, che parla esplicitamente del drappo come di “un cumulo di artificiose allusioni o ingenue allegorie scombinate” “disposte senza alcuna plausibile organicità “. Ma è soprattutto il volto della Vergine ad essere nell’occhio del ciclone. Se per Barzanti è “sbadato” e “ dipinto come una citazione fotografica, fuori scala” per altri il volto della Vergine sarebbe in realtà quello di un uomo. Un’accusa pesante che sa di blasfemia. Tanto che lo stesso cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, è dovuto intervenire. E pur non negando “ll’androginia del volto” ha aggiunto che questa resta “in parte” legata alla sensibilità individuale. In parte, appunto. Al punto che il cardinale auspica per il futuro una maggiore collaborazione ed afferma di aver già affrontato l’argomento con la sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, a cui spetta la scelta dell’artista”. L’obiettivo, ha sottolineato il cardinale, sarebbe evitare che la benedizione del Palio diventi ogni volta occasione di contrapposizione

Fabrizio Acanfora: «La società ci spinge alla competizione, ma l’interdipendenza è la natura umana»

13 Agosto 2026 ore 13:00

Superamento. È questa la parola che Fabrizio Acanfora, musicista, scrittore, attivista e formatore autistico vorrebbe cancellare quando si parla di disabilità. «È una retorica che ha a che fare con la narrazione produttivista della nostra società, che vede non solo le persone disabili, ma tutti gli individui come isolati e in competizione tra loro. Li spinge a dimostrare di essere migliori degli altri». Chi non riesce a essere performante in maniera conforme, rischia di venir lasciato indietro: «Questo immaginario dipinge le caratteristiche delle persone come limiti da superare», continua. «Mette in evidenza quello che nel modello sociale della disabilità si chiama impairment, imputandolo al singolo, senza dare risalto alle responsabilità dell’ambiente».

Secondo Acanfora, la società è intrinsecamente abilista perché, essendo costruita attorno a un unico modello ideale di corpo e di mente, impedisce a chi non è conforme di partecipare alla vita sociale, scolastica, lavorativa. Così come all’ozio e al tempo libero, anch’essi importanti per una vita piena. «Ormai si fa fatica a vederlo, perché l’abilismo è diventato la norma», riflette l’attivista. «E se cerchi di cambiare qualcosa, vieni considerato un rompiscatole».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La parola più appropriata per parlare di disabilità invece è interdipendenza. «L’etica della cura riconosce il bisogno come condizione universale, opponendosi all’idea di autonomia. In realtà, la società nasce come una rete di mutuo-aiuto e solo in tempi recenti c’è stata una deriva verso l’individualismo e l’autonomia». Viviamo nel mito dell’indipendenza, senza pensare che nasciamo dipendenti e invecchiando lo diventiamo di nuovo. «Ci sono persone che hanno semplicemente più bisogno di supporto», dice lo scrittore. «A causa dell’idea di efficienza e produttività invece le etichettiamo come un peso, come se non fossero “abbastanza”. In realtà essere interdipendenti fa parte della cura dell’altro, dell’idea di collettività». Secondo il modello sociale, la disabilità non è una caratteristica intrinseca di un individuo, ma nasce dalla relazione tra una persona e l’ambiente in cui vive, che spesso non è adatto alle esigenze di tutti. Da questo punto di vista chi è nello spettro rientra appieno tra i soggetti “disabilitati”: «Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società», spiega Acanfora. «Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità».

Le persone autistiche incontrano difficoltà e barriere quando si interfacciano con la società. Il concetto di neurodivergenza è stato sviluppato proprio a partire dal modello sociale della disabilità

Fabrizio Acanfora

Vale in qualunque punto dello spettro ci si trovi, che l’autismo sia di livello uno, due o tre, volendo citare la terminologia dei manuali medici. «La diagnosi viene fatta quando la persona ha caratteristiche che fanno sì che abbia bisogno di un supporto», conclude Acanfora. «Se nel mondo della disabilità c’è qualcuno che lo nega è perché le risorse sono ridotte all’osso: chi ha maggiori necessità di supporto, teme che quel poco che c’è venga distribuito in maniera disuguale. Ma il punto è aumentare gli aiuti, non toglierli a qualcuno: anche chi non ha compromissioni a livello cognitivo può avere necessità che vanno riconosciute».

In apertura, Fabrizio Acanfora

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Nadia Terranova: «Torre Faro, dove i mari s’incontrano e la letteratura dialoga con loro»

13 Agosto 2026 ore 07:00

Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.

Ritornare lì dove la scrittura chiama, trattiene, riconduce. Nadia Terranova è nata in Sicilia, sullo Stretto di Messina, «in quell’estrema punta nord-orientale in cui s’incontrano il Mar Ionio e il Mar Tirreno». Poi la vita, gli incontri, le parole l’hanno portata a Roma. Oggi si appresta a tornare in quello che definisce il suo «posto letterario del cuore».

«La mia scrittura ha sempre scelto lo Stretto»

«Quando ho iniziato a scrivere i miei libri non avevo immaginato che il paesaggio, il mio paesaggio, avrebbe avuto un ruolo così importante», dice. «All’inizio lo scenario sembrava quasi uno sfondo, qualcosa di neutro. Poi, lentamente, mi sono accorta che la costa siciliana, con lo Stretto di Messina e tutte le vicende mitiche legate al mare, entravano nella storia, diventavano parte della narrazione, fino a intrecciarsi profondamente con i personaggi. Quel paesaggio non era più soltanto un’ambientazione: aveva una voce propria, custodiva memorie, leggende e un senso del tempo. A un certo punto ho avuto la sensazione che non fossi stata io a scegliere quel luogo, ma che fosse stata la scrittura stessa a sceglierlo. Come se fosse inseparabile dai miei libri e dal mio modo di osservare il mondo».

Sullo Stretto, l’autrice de Gli anni al contrarioQuello che so di te e Trema la notte ha vissuto fino ai 25 anni. «L’ho amato come si amano le cose che si danno per scontate. Il mio posto, le mie persone, la mia terra e i miei mari. Era lo spazio in cui mi era capitato di vivere, lo amavo e criticavo, lo lodavo ma non lo sceglievo».

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Ora si rende conto di non aver mai tagliato le radici da quel lembo di terra. «Sono tornata spesso in Sicilia per i miei libri: festival, incontri con i lettori, presentazioni. Ma non mi sono mai sentita come chi rientra ogni tanto, in modo provvisorio e intermittente. Il legame con lo Stretto è rimasto vivo perché è lì che si è formata la mia identità adulta, personale e professionale. In fondo, tutto quello che sono diventata è nato da quel paesaggio». Dopo quasi 20 anni a Roma, tornerà a viverci: «È stata una scelta condivisa con la mia famiglia: nostra figlia è ancora piccola, mio marito (che è palermitano, nda) ha scelto insieme a me lo Stretto, e anche il lavoro ci ha accompagnati in questa direzione».

Libertà e felicità

Una città come Messina si può definire “paese-persona”? «È una città a misura d’uomo, il mare è a dieci minuti a piedi dal centro storico, una normalità che altrove è molto più difficile da trovare. Palermo resta vicina, ci si può andare quando serve, ma il nostro baricentro lo abbiamo scelto qui, sullo Stretto. Sento che sto scegliendo per la prima volta il luogo che da sempre mi ha scelta».

Quello a cui Terranova pensa è un posto molto più piccino di una città intera: «È Torre Faro, il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. È il punto in cui la costa ionica si ricongiunge con quella tirrenica e dove i due mari si incontrano nello Stretto. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto».

Torre Faro è il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto

Nadia Terranova, scrittrice

A rendere ancora più speciale questo angolo di Sicilia è la sua forza letteraria. «Qui è ambientato il mondo raccontato da Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca, uno dei grandi romanzi del Novecento. Non ho mai conosciuto l’autore, ma quel libro mi ha accompagnato a lungo. L’ho letto all’università e ha cambiato il mio modo di guardare il mare. Oggi, su quella spiaggia, esiste un parco letterario dedicato a D’Arrigo: ogni volta che ci torno ho la sensazione che letteratura e paesaggio continuino a dialogare».

Che cosa si aspetta la scrittrice da questo ritorno è racchiuso in due parole: libertà e felicità. «Vorrei costruire una vita più lenta, più creativa, meno inghiottita dai ritmi delle grandi città».

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Andrea Minetto: «Codera, nella valle degli scout ribelli. Una bellezza che devi guadagnarti»

In apertura, Nadia Terranova a Torre Faro (fotografia di Sandro Messina)

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Riccardo Luna e il feed della paura: «Così gli algoritmi riscrivono la realtà»

12 Agosto 2026 ore 17:00

Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.

Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.

Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?

In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.

Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.

Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.

Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?

La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.

Quale?

La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo

Riccardo Luna

Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?

Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.

Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?

L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.

Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?

Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.

C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?

Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.

Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.

Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)

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Stop a rappresentazioni al Cimitero della Futa, Manetti scrive all’Ambasciata tedesca per soluzione

13 Agosto 2026 ore 17:19
Stop a rappresentazioni al Cimitero della Futa, Manetti scrive all’Ambasciata tedesca per soluzione

Favorire un confronto tra le istituzioni italiane e tedesche e tutti i soggetti coinvolti nella vicenda del Cimitero Militare Germanico della Futa, per verificare se esistano le condizioni per un dialogo sul futuro delle attività culturali ospitate nel luogo della memoria. È quanto chiede l’assessora regionale alla Cultura Cristina Manetti, che ha scritto all’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania auspicando che possa essere promossa un’occasione di confronto.

La lettera dell’assesosra Manetti, indirizzata all’ambasciatore Thomas Bagger e alla console generale Susanne Welter, arriva dopo la decisione del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’organizzazione tedesca per la cura dei cimiteri di guerra, di concludere nel 2026 le attività teatrali alla Futa e di non consentire, dal 2027, ulteriori iniziative culturali.

Da oltre vent’anni, nel Cimitero della Futa, la compagnia Archivio Zeta realizza rappresentazioni teatrali che hanno costruito nel tempo un’esperienza culturale e civile legata alla memoria del luogo. La decisione del Volksbund, motivata anche con riferimento alla particolare natura dei cimiteri e alla sensibilità dei familiari dei caduti, mette dunque in discussione la possibilità di proseguire questa esperienza.

“Le motivazioni espresse meritano pieno rispetto e considerazione – sottolinea Manetti –. Proprio per questo riteniamo opportuno un ulteriore confronto prima che la decisione diventi definitiva”. L’assessora invita infatti a considerare la particolare esperienza maturata alla Futa nel corso di oltre vent’anni, dove le iniziative teatrali hanno rappresentato un’esperienza culturale non riconducibile semplicemente alla dimensione dell’intrattenimento.

“Il teatro può essere percepito come estraneo alla natura di un cimitero qualora venga inteso nella sua accezione più ordinaria – scrive Manetti –. Può però assumere una funzione profondamente diversa quando viene utilizzato come strumento di riflessione sulla guerra, sulla violenza, sulla responsabilità, sulla memoria e sulle conseguenze della storia europea”.

Da qui la proposta di promuovere un incontro tra il Volksbund, i rappresentanti delle famiglie dei caduti, gli organizzatori delle attività culturali e le istituzioni italiane e tedesche interessate, per valutare insieme se e a quali condizioni sia possibile conciliare la tutela e il rispetto del luogo con iniziative rivolte alla conoscenza e alla trasmissione della memoria.

La Futa non è infatti soltanto il luogo di sepoltura di oltre 30.000 militari tedeschi caduti durante la Seconda guerra mondiale: è anche un luogo che rende concretamente visibili le conseguenze della guerra e della violenza che hanno attraversato l’Europa nel Novecento. La sua presenza nel territorio toscano richiama così una pagina dolorosa della storia europea e, allo stesso tempo, la possibilità di trasformare quella memoria in un’occasione di conoscenza, riflessione e riconciliazione tra i popoli.

“Non è in discussione la natura del Cimitero della Futa, né la sensibilità delle famiglie dei caduti – precisa Manetti –. Si tratta di verificare se possano sussistere le condizioni per far convivere l’esigenza di tutela della solennità del luogo con l’opportunità di assicurarne la valorizzazione culturale”

La scuola si svaluta perché è stato svalutato il lavoro

13 Agosto 2026 ore 09:00

Scuola, lavoro, sapere e orientamento sindacale

Lavorando nella scuola, difficilmente si riesce a sfuggire alla netta impressione, che solo a volte riesce a farsi piena consapevolezza, del suo declino. Il senso comune tende normalmente ad attribuirlo alla perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità, dividendosi poi, abbastanza prevedibilmente, nell’individuazione dei colpevoli di questa decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.

Sarebbe forse più interessante, al posto di questa disputa da cortile, interrogarsi sul rapporto tra il declino dell’istituzione scolastica e l’affermazione di una società nella quale il principio organizzativo di ogni aspetto della vita è sempre più costituito dalla logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione.

La domanda, allora, può essere rovesciata: perché una società dovrebbe riconoscere autorevolezza a un’istituzione alla quale ha progressivamente sottratto una funzione culturale autonoma?

Ciò che il sistema produttivo richiede oggi alla scuola non è, in primo luogo, la formazione di persone dotate di un sapere ampio e articolato, ma la produzione di lavoratrici e lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente alle trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto meno incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano il senso e l’organizzazione complessiva della realtà nella quale sono chiamate a operare.

In questo quadro, un sapere solido, disciplinare o meno, rischia di apparire non soltanto inutile, ma persino dannoso. Il sapere, quando non si riduce al possesso di informazioni o di abilità immediatamente spendibili, permette infatti una maggiore comprensione dei fenomeni sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in discussione l’ordine esistente.

Non viene trasformato soltanto ciò che si insegna. Cambia contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i docenti diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti clienti di un’agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati. Entrambi perdono autonomia all’interno di una macchina fortemente tecnicizzata, nella quale acquistano centralità procedure, protocolli, certificazioni, indicatori e griglie.

È in questo contesto che andrebbe affrontata anche la questione delle competenze, diventata uno dei bersagli classici dello scontento docente.

Il paradigma delle competenze era faticosamente emerso anche dal tentativo di superare le macerie polverose della scuola liberale e gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e capace di funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L’idea che conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si conosce, mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla comprensione di situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.

Il problema, quindi, non è che le competenze abbiano sostituito le conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le competenze quanto le conoscenze sono state trasformate.

Un paradigma costruito anche nel tentativo di superare un modello scolastico classista ed escludente è stato progressivamente piegato alla costruzione di una scuola che esegue protocolli e compila griglie. La competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il sapere per comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di fornire una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro immediata spendibilità.

Per questo fare delle competenze il nemico rischia di essere una comoda scorciatoia. Significa attribuire a un paradigma pedagogico una trasformazione che ha invece radici materiali molto più profonde. E rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola precedente che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva, classista ed escludente.

La contrapposizione tra scuola delle conoscenze e scuola delle competenze finisce così per nascondere il problema invece di chiarirlo. Una conoscenza può costituire uno strumento di emancipazione, ma può anche essere il capitale culturale attraverso il quale una scuola selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può significare autonomia nell’uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire efficacemente un compito assegnato.

La questione decisiva è un’altra: quale funzione sociale attribuiamo al sapere?

Quando il sapere viene subordinato alle necessità immediate del sistema produttivo, il costrutto delle competenze perde la propria capacità di mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle conoscenze e diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è una scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo nel tentativo di superarla.

È un quadro scarsamente rimediabile dall’interno dell’istituzione scolastica. La trasformazione della figura docente in esecutore di procedure e di quella studentesca in cliente di un’agenzia formativa ha sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole in una macchina nella quale l’autonomia viene progressivamente sostituita dalla conformità alle procedure.

Per questa ragione, la domanda di una formazione più complessa e articolata non può provenire soltanto dalla scuola. Può nascere solo da una necessità sociale più complessiva.

Ed è qui che il problema diventa inevitabilmente anche sindacale.

Il problema non è soltanto difendere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. È capire da che cosa dobbiamo difenderli. Perché una stessa condizione materiale – salari bassi, perdita di autonomia, burocratizzazione crescente, svalutazione professionale – può produrre interpretazioni politiche molto diverse.

La frustrazione di chi lavora nella scuola può tradursi nella richiesta di maggiore autorità, nel rimpianto per una scuola più selettiva, nell’insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto delle competetenze, dell’inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica identificata con il declino dell’istituzione. È una reazione comprensibile di fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma trasformare questa reazione in una prospettiva sindacale significherebbe scambiare ancora una volta gli effetti per le cause.

Un sindacato può rivendicare lo status perduto di una professione oppure rivendicare potere per chi quella professione esercita. Non sono la stessa cosa.

Nel primo caso si chiederanno prestigio, autorità, riconoscimento sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo salario e riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla riduzione della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla possibilità di decidere collettivamente sull’organizzazione della scuola e al rifiuto della sua riduzione ad agenzia di addestramento alle necessità del mercato.

Come mi è già capitato di scrivere, la figura docente non può pensare alla trasformazione del proprio ruolo e, più prosaicamente, all’aumento del proprio reddito in forma corporativa, estraniandosi dalla società nella quale svolge il proprio lavoro.

La condizione materiale del lavoro docente non è infatti separabile dal valore che una società attribuisce alla formazione e, ancora più a monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema produttivo richiede.

Un sistema economico che fa largo affidamento su lavoro povero, flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha poco interesse a garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca automaticamente bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma perché un’organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale di lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità, disponibilità e competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno bisogno di autonomia culturale e della capacità di interrogare criticamente l’organizzazione nella quale si è inseriti.

Il rapporto causale, allora, va forse letto anche nella direzione opposta a quella abituale. Non è soltanto la svalutazione della scuola a produrre la svalutazione del lavoro docente. È la svalutazione generale del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro e, di conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.

I dati aiutano a dare una misura materiale del fenomeno. Secondo l’OCSE, nei paesi che ne fanno parte gli stipendi effettivi degli insegnanti della scuola primaria e secondaria si collocano mediamente tra l’83 e il 91 per cento dei redditi dei lavoratori con un analogo livello di istruzione. In Italia il divario è assai più marcato: nella scuola secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i 54 anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre dal 2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono cresciuti in termini reali mediamente del 14,6 per cento nell’area OCSE, in Italia sono diminuiti del 4,4 per cento.*

A quel punto non dovrebbe stupire che la scelta di lavorare nella scuola venga sostenuta soprattutto dalla passione per il lavoro educativo o, più prosaicamente, dalla mancanza di alternative migliori.

Ma proprio qui la questione smette di essere soltanto salariale e, soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.

Se si vuole restituire valore economico e sociale al lavoro di chi insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il valore sociale di ciò che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è decidere se la scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo nel quale vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente sulla realtà.

Per un sindacato di base questo significa, credo, assumere fino in fondo una scelta: essere il sindacato di una professione che rivendica il proprio status oppure essere un sindacato del lavoro che agisce nella scuola.

La battaglia per il salario e per le condizioni di lavoro nella scuola non può quindi essere separata dalla battaglia per salari più alti, maggiore autonomia e maggiore capacità contrattuale dell’insieme del lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere con la nostalgia per una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo le appartenenze sociali.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire quando parliamo del declino della scuola. Non chiedendoci semplicemente come restituire autorità agli insegnanti o come restaurare la scuola di un tempo. La domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno di una scuola autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di produrre non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado di comprendere criticamente l’ordine esistente e, quando necessario, di immaginarne uno diverso.

* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori con istruzione terziaria.

Stefano Capello

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Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai

31 Luglio 2026 ore 08:08

L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.

Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 – 2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.

Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca svilita da molti.

Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999. Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star) c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi, e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze, quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.

D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele, curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana, ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒ a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo. Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).

Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del “contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa esperienza.

Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce, ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.

Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi). Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri e ruvidi mai prodotti.

Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e, di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un simile racconto.

La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come affrontarle e sfruttarle.

Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui Agatha ha lasciato un segno.

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Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

21 Luglio 2026 ore 11:01

Parte 3 – Proteggere

Dalle scorte domestiche ai social network: ciò che comunichiamo senza accorgercene

Essere discreti non riguarda soltanto il modo in cui ci vestiamo.

Una persona può utilizzare uno zaino urbano, muoversi in modo naturale e non attirare particolare attenzione, ma allo stesso tempo comunicare una grande quantità di informazioni attraverso ciò che trasporta, ciò che racconta e ciò che pubblica online.

Nelle prime due parti dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo analizzato il concetto e la sua applicazione pratica.

Ora dobbiamo affrontare una domanda diversa:

Che cosa stiamo comunicando agli altri senza rendercene conto?

Per un prepper, questa domanda può riguardare:

  • scorte;
  • acqua;
  • energia;
  • equipaggiamento;
  • competenze;
  • spostamenti;
  • abitudini familiari;
  • presenza digitale.

Ed è qui che il Grey Man incontra un altro concetto importante: l’OPSEC.

Grey Man e OPSEC: collegati, ma distinti

OPSEC è l’acronimo di Operations Security.

Il NIST descrive l’OPSEC come un processo sistematico volto a proteggere informazioni generalmente non classificate che potrebbero rivelare capacità e intenzioni. Il processo comprende l’identificazione delle informazioni critiche, l’analisi delle minacce e delle vulnerabilità, la valutazione del rischio e l’applicazione di contromisure appropriate. Unterintelligence and Security Agency sottolinea che l’OPSEC protegge informazioni critiche, classificate o non classificate, che potrebbero essere utilizzate contro un’organizzazione, invitando a osservare le proprie attività anche dal punto di vista di un possibile avversario. Grey Man e OPSEC non sono sinonimi.

Il Grey Man riguarda principalmente la gestione della propria presenza percepibile.

L’OPSEC riguarda la protezione di informazioni e indicatori rilevanti.

I due concetti possono però incontrarsi.

Uno zaino tattico può suggerire la presenza di equipaggiamento.

Una power station trasportata apertamente comunica disponibilità di energia.

Una conversazione può rivelare l’esistenza di scorte.

Una fotografia pubblicata online può mostrare dove vengono conservate.

Concetto AIP

La discrezione non consiste nel mentire. Consiste nel non distribuire informazioni prive di utilità per chi le riceve.

Le informazioni apparentemente innocue

Una singola informazione può sembrare irrilevante.

Il problema nasce quando diverse informazioni vengono raccolte e combinate.

Immaginiamo una persona che nel corso del tempo pubblichi:

  • una fotografia della propria power station;
  • un video della dispensa;
  • immagini dell’impianto fotovoltaico;
  • un post nel quale annuncia una settimana di vacanza;
  • fotografie dalle quali è riconoscibile l’abitazione;
  • immagini del veicolo;
  • informazioni sulla composizione della famiglia.

Ogni contenuto, preso singolarmente, può apparire innocuo.

Nel loro insieme, però, questi elementi possono ricostruire risorse, abitudini e vulnerabilità.

La metodologia OPSEC considera proprio il valore degli indicatori e delle informazioni che, pur non essendo necessariamente segreti, possono essere raccolti e interpretati. o del blackout

Immaginiamo un blackout urbano prolungato.

Durante le prime ore, molte persone utilizzano telefoni, torce e batterie portatili.

Con il passare del tempo, la disponibilità di energia diminuisce.

Alcuni negozi restano chiusi.

Le comunicazioni diventano più difficili.

La possibilità di ricaricare un telefono acquista maggiore valore.

Una persona attraversa il quartiere trasportando una power station costosa, pannelli solari pieghevoli e diversi dispositivi elettronici chiaramente visibili.

Non sta facendo nulla di sbagliato.

Tuttavia comunica:

  • di possedere energia;
  • di avere attrezzatura di valore;
  • di conoscere sistemi alternativi di alimentazione;
  • di disporre probabilmente di altre risorse.

Il principio Grey Man suggerirebbe, quando possibile, di ridurre l’esposizione non necessaria dell’attrezzatura.

Questo non significa rifiutare di aiutare gli altri.

Significa decidere consapevolmente come, quando e in quale misura rendere visibili le proprie capacità.

Le risorse comunicano

Una famiglia può rivelare involontariamente la propria preparazione attraverso:

  • taniche di carburante visibili;
  • grandi quantità d’acqua trasportate apertamente;
  • pannelli solari;
  • generatori;
  • antenne;
  • apparati radio;
  • confezioni di alimenti in grandi quantità;
  • attrezzature lasciate in vista;
  • conversazioni con vicini o conoscenti.

Non tutto può o deve essere nascosto.

L’obiettivo non è rendere segreta la propria abitazione.

È imparare a chiedersi:

Questa informazione deve essere visibile a chiunque?

In alcuni casi la risposta sarà sì.

In altri no.

La sicurezza nasce anche dalla possibilità di scegliere consapevolmente.

Il Grey Man digitale

Oggi la discrezione fisica rappresenta soltanto una parte del problema.

Una persona può muoversi in modo ordinario per strada e contemporaneamente aver pubblicato online:

  • fotografie della propria abitazione;
  • l’inventario delle scorte;
  • il modello della power station;
  • la disposizione dei pannelli fotovoltaici;
  • dettagli del sistema di sicurezza;
  • la targa del veicolo;
  • il luogo nel quale trascorre i fine settimana;
  • le date delle vacanze;
  • la posizione di un terreno o di un rifugio.

La CISA raccomanda di prestare attenzione alle informazioni condivise online e di gestire le impostazioni dei social network per migliorare privacy e sicurezza. Raccomanda inoltre di limitare la quantità di informazioni personali pubblicate, evitando dati che possano rendere una persona più vulnerabile, come indirizzi o informazioni sulle proprie abitudini. r moderno, discrezione fisica e sicurezza digitale devono quindi procedere insieme.

A cosa serve passare inosservati per strada se online abbiamo già pubblicato l’inventario della nostra preparazione?

Prima di pubblicare

Prima di condividere una fotografia o un video può essere utile chiedersi:

  • Sullo sfondo è visibile un indirizzo?
  • È riconoscibile l’ingresso dell’abitazione?
  • Sono visibili targhe, documenti o numeri di serie?
  • Il contenuto rivela la posizione di attrezzature?
  • Sto mostrando quantità significative di risorse?
  • Sto comunicando che la casa resterà vuota?
  • Le fotografie pubblicate in momenti diversi possono essere combinate?
  • Sto esponendo informazioni relative ad altre persone?

Non è necessario smettere di utilizzare i social network.

È necessario utilizzarli con maggiore consapevolezza.

Anche le conversazioni sono informazioni

Molte informazioni vengono comunicate semplicemente parlando.

Durante un’emergenza, frasi come:

  • “Abbiamo scorte per tre mesi”;
  • “Ho un generatore in garage”;
  • “Conserviamo centinaia di litri d’acqua”;
  • “Se succede qualcosa andremo nella casa in montagna”;

possono rivelare più di quanto sia necessario.

Questo non significa mentire.

Non significa nemmeno rifiutare ogni dialogo.

Significa comprendere che non tutte le informazioni devono essere condivise con chiunque.

Grey Man e cooperazione

Una delle interpretazioni più problematiche del Grey Man presenta la società come una massa ostile dalla quale nascondersi.

Questa visione è riduttiva.

Durante molte emergenze, vicini, volontari, associazioni e cittadini diventano risorse decisive.

La cooperazione permette di condividere:

  • informazioni;
  • competenze;
  • assistenza;
  • trasporti;
  • sorveglianza;
  • risorse.

La discrezione non dovrebbe degenerare nell’isolamento.

Un prepper responsabile dovrebbe saper distinguere tra:

  • informazioni che possono essere condivise;
  • informazioni che è opportuno proteggere;
  • persone affidabili;
  • relazioni ancora da costruire;
  • aiuto sostenibile;
  • richieste capaci di mettere in difficoltà il proprio nucleo familiare.

Il Grey Man può essere utile durante uno spostamento o in una situazione confusa.

In una comunità stabile e affidabile, invece, la cooperazione può offrire una protezione superiore a quella ottenibile da un individuo isolato.

Principio AIP

La resilienza non nasce soltanto da ciò che possediamo. Nasce anche dalle relazioni che costruiamo prima dell’emergenza.

Quando la discrezione non è la scelta giusta

Non tutte le emergenze richiedono di passare inosservati.

Durante un soccorso, un’evacuazione organizzata o una ricerca, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

Un volontario, un soccorritore o un addetto alla sicurezza deve spesso essere riconoscibile.

Anche chi necessita di assistenza deve rendersi visibile e comunicare chiaramente la propria condizione.

Regola fondamentale

Prima di cercare di passare inosservati, occorre chiedersi se essere riconosciuti o localizzati possa invece aumentare la sicurezza.

Il contesto italiano

Gran parte dei contenuti online dedicati al Grey Man nasce negli Stati Uniti e riflette scenari e modelli sociali non sempre sovrapponibili ai nostri.

In Italia, la normalità può cambiare radicalmente tra:

  • un centro storico;
  • una periferia urbana;
  • un piccolo paese;
  • una stazione ferroviaria;
  • un evento sportivo;
  • una zona montana;
  • un centro di accoglienza temporaneo;
  • un’area colpita da terremoto o alluvione.

Non è sufficiente tradurre consigli stranieri.

Occorre interpretarli alla luce:

  • del territorio;
  • della cultura;
  • delle normative;
  • delle abitudini;
  • degli scenari realistici italiani.

La preparazione non dovrebbe trasformare una persona in un personaggio.

Dovrebbe permetterle di affrontare meglio la realtà nella quale vive.

Non invisibili, ma consapevoli

La vera forza del Grey Man non consiste nel diventare irriconoscibili.

Consiste nel controllare meglio le informazioni che comunichiamo.

Abbigliamento, equipaggiamento, comportamento, conversazioni e presenza digitale raccontano continuamente qualcosa di noi.

Non possiamo impedire ogni forma di osservazione.

E non dovremmo vivere nascosti.

Possiamo però decidere con maggiore consapevolezza:

  • cosa mostrare;
  • a chi mostrarlo;
  • quando farlo;
  • quali informazioni proteggere;
  • quando collaborare;
  • quando essere visibili;
  • quando ridurre la nostra esposizione.

Il Grey Man non è un travestimento.

Non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più utile, una forma di disciplina personale basata sull’adattamento, sulla consapevolezza situazionale e sulla gestione delle informazioni.

Essere preparati non significa necessariamente sembrare preparati.

Ma significa sapere perché si è scelto di mostrare — o di non mostrare — qualcosa.

Conclusione dello Speciale AIP

Nel corso della serie abbiamo seguito tre passaggi.

Comprendere

Il Grey Man non è invisibilità, ma gestione della rilevanza e adattamento al contesto.

Applicare

La discrezione dipende dalla comprensione della linea di base, del flusso, del comportamento e di ciò che l’equipaggiamento comunica.

Proteggere

Le informazioni possono essere rivelate dall’aspetto, dalle risorse, dalle conversazioni e dalla presenza digitale.

Il principio conclusivo è semplice:

La discrezione è utile soltanto quando aumenta realmente la sicurezza.

Nota metodologica

Il riferimento all’OPSEC non implica che la Grey Man Theory costituisca una dottrina militare ufficiale.

I due concetti vengono messi in relazione esclusivamente per evidenziare l’importanza della gestione consapevole delle informazioni e degli indicatori comunicati involontariamente.

Fonti istituzionali essenziali

National Institute of Standards and Technology – NIST
Operations Security, definizione del Computer Security Resource Center.

Defense Counterintelligence and Security Agency – DCSA
Operations Security.

Defense Contract Management Agency – DCMA
The OPSEC Cycle Explained.

Cybersecurity and Infrastructure Security Agency – CISA
Manage Your Online Presence; Staying Safe on Social Networking Sites.

Disclaimer

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative. I principi descritti devono essere adattati al contesto e non devono ostacolare l’azione delle autorità, dei soccorritori o l’accesso all’assistenza in caso di emergenza.

L'articolo Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale proviene da Associazione Italiana Preppers.

Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

21 Luglio 2026 ore 11:30

Parte 2 – Applicare

Baseline, flusso ambientale, abbigliamento e comportamento: come adattarsi al contesto senza trasformarsi in un personaggio

Nella prima parte dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo chiarito che la discrezione non consiste nel diventare invisibili e che non esiste un abbigliamento universalmente adatto a passare inosservati.

Ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Ma come si traduce questo principio nella vita reale?

La risposta non comincia dall’acquisto di uno zaino o dalla scelta di un colore.

Comincia dall’osservazione.

La linea di base: comprendere ciò che è normale

Possiamo utilizzare il termine baseline, o linea di base, per indicare l’insieme dei comportamenti, dei ritmi e delle caratteristiche che, in un determinato luogo e momento, appaiono ordinari.

Entrando in una stazione ferroviaria potremmo osservare persone che:

  • consultano i tabelloni;
  • utilizzano il telefono;
  • trascinano valigie;
  • aspettano sedute;
  • camminano verso i binari;
  • si fermano davanti ai distributori;
  • parlano a volume moderato.

In uno stadio, in una biblioteca, in un mercato o durante un’evacuazione, la linea di base sarà completamente diversa.

Osservare una baseline significa chiedersi:

  • come sono vestite mediamente le persone;
  • cosa trasportano;
  • a quale velocità si muovono;
  • quanto parlano;
  • dove si fermano;
  • quale livello di agitazione appare normale;
  • quali direzioni seguono;
  • quali comportamenti vengono accettati senza particolare attenzione.

Concetto AIP

Prima di cercare di confondersi con un ambiente, bisogna comprenderne la normalità.

La baseline non è però una formula matematica.

Una folla è composta da persone diverse. All’interno della normalità esiste sempre una certa variabilità.

Lo scopo non è diventare una copia degli altri, ma evitare incoerenze inutilmente evidenti.

Il flusso ambientale

Ogni ambiente possiede anche un proprio flusso: il modo in cui persone, mezzi e attività si muovono nello spazio.

In una stazione durante l’ora di punta il flusso può essere rapido e direzionale.

In una piazza turistica può essere lento e irregolare.

In una fila è quasi immobile.

Durante un’evacuazione può diventare veloce, confuso e mutevole.

Una persona può attirare l’attenzione non perché è vestita diversamente, ma perché interrompe il flusso.

Per esempio:

  • si ferma improvvisamente nel mezzo di un passaggio;
  • procede nella direzione opposta alla maggioranza;
  • cambia continuamente percorso;
  • cammina molto più velocemente o lentamente degli altri;
  • si volta ripetutamente;
  • rimane immobile dove tutti stanno lasciando il luogo.

Nessuno di questi comportamenti indica automaticamente un’intenzione ostile.

Può però rendere una persona più riconoscibile.

Il principio pratico è:

Comprendere il ritmo dell’ambiente ed evitare di interromperlo senza una ragione necessaria.

La sicurezza viene comunque prima della discrezione. Se il movimento della folla conduce verso un pericolo, seguirlo soltanto per non distinguersi sarebbe un errore.

La coerenza: quando qualcosa non torna

Spesso l’attenzione non viene attirata da un singolo elemento vistoso, ma da una contraddizione tra ciò che una persona sembra essere e ciò che sta facendo.

Per esempio:

  • appare rilassata ma controlla continuamente le uscite;
  • porta una borsa ordinaria ma la protegge in modo ossessivo;
  • sembra aspettare qualcuno ma osserva sempre lo stesso punto;
  • è vestita come gli altri ma si muove con un ritmo completamente diverso;
  • tenta di apparire distratta mentre controlla sistematicamente l’ambiente.

Questi comportamenti non permettono di conoscere le intenzioni della persona.

Rendono però la sua presenza meno facilmente spiegabile e quindi potenzialmente più interessante.

Per il Grey Man, aspetto e comportamento dovrebbero raccontare una storia semplice e coerente.

Non serve inventare una falsa identità.

Spesso basta non rendere misterioso ciò che non ha bisogno di esserlo.

Ridurre la descrivibilità

Immaginiamo di chiedere a qualcuno di descrivere una persona vista pochi minuti prima.

Probabilmente utilizzerà gli elementi più distintivi:

  • “quello con la giacca gialla”;
  • “quello con lo zaino militare”;
  • “quello con il cappello rosso”;
  • “quello che continuava a voltarsi”;
  • “quello che parlava ad alta voce”.

Questi elementi diventano appigli descrittivi.

Quando la discrezione è utile, può essere ragionevole ridurre:

  • grandi loghi;
  • scritte particolarmente provocatorie;
  • colori molto insoliti rispetto al luogo;
  • accessori appariscenti;
  • equipaggiamento tecnico esposto;
  • comportamenti ripetitivi;
  • voce eccessivamente alta;
  • ostentazione di oggetti costosi.

L’obiettivo non è cancellare la propria identità, ma evitare di creare senza necessità una caratteristica che permetta di essere immediatamente classificati.

Domanda pratica

Se qualcuno dovesse descrivermi tra dieci minuti, quale sarebbe la prima caratteristica che utilizzerebbe?

Il paradosso dell’equipaggiamento tattico

Uno degli errori più comuni consiste nel credere che uno zaino tattico diventi discreto semplicemente perché è nero, grigio o verde oliva.

Può comunque essere riconoscibile per:

  • pannelli MOLLE;
  • velcro per patch;
  • tasche modulari;
  • cinghie esterne molto evidenti;
  • moschettoni;
  • torce o utensili agganciati;
  • struttura particolarmente rigida.

In determinate circostanze questo non rappresenta alcun problema.

In altre può comunicare:

“Questa persona potrebbe trasportare attrezzatura interessante.”

Il materiale tattico non deve essere demonizzato. Deve essere scelto in base alla funzione e al contesto.

Una comune borsa urbana può contenere:

  • acqua;
  • torcia;
  • power bank;
  • kit di primo soccorso;
  • documenti;
  • radio compatta;
  • piccoli strumenti di emergenza.

Le capacità restano disponibili, ma non vengono necessariamente dichiarate.

Errore comune

Pensare che esista uno “zaino Grey Man” universale.

La discrezione non è una caratteristica assoluta dell’oggetto. Nasce dalla relazione tra oggetto, persona, comportamento e ambiente.

Scarpe, accessori e piccoli dettagli

Anche elementi apparentemente secondari contribuiscono alla percezione complessiva.

Le calzature devono essere funzionali, ma anche plausibili rispetto al contesto.

Scarponi da montagna sono normali su un sentiero, meno comuni in altri ambienti. Scarpe eleganti possono essere adatte a un centro direzionale e completamente inadatte durante un’evacuazione su terreno fangoso.

Lo stesso vale per:

  • orologi costosi;
  • gioielli;
  • grandi loghi;
  • accessori tecnici;
  • profumi particolarmente intensi;
  • oggetti rumorosi;
  • strumenti appesi all’esterno dello zaino.

Non è necessario eliminare ogni elemento personale.

Bisogna però ricordare che la nostra presenza viene comunicata attraverso l’insieme dei dettagli.

Il corpo comunica prima delle parole

Una persona che desidera essere discreta potrebbe commettere l’errore di:

  • evitare ossessivamente il contatto visivo;
  • mantenere sempre il capo abbassato;
  • camminare sistematicamente vicino ai muri;
  • controllare continuamente chi si trova alle spalle;
  • cambiare bruscamente direzione;
  • osservare insistentemente uscite e telecamere;
  • stringere lo zaino al petto;
  • apparire eccessivamente rigida.

Questi comportamenti possono attirare più attenzione di un atteggiamento naturale.

Il Grey Man non dovrebbe sembrare furtivo.

L’ambiente può essere osservato anche attraverso azioni normali: consultare un tabellone, guardare una vetrina, scegliere un punto con una buona visuale o cambiare posizione con calma.

Anche il contatto visivo deve rimanere naturale.

Fissare insistentemente le persone può risultare invasivo. Evitare ostentatamente lo sguardo di chiunque può apparire altrettanto insolito.

La consapevolezza può essere elevata internamente senza essere ostentata esternamente.

Anche la voce comunica

La discrezione non è soltanto visiva.

Ogni ambiente possiede un proprio livello sonoro.

In una biblioteca si parla diversamente rispetto a uno stadio. In un vagone ferroviario silenzioso, una telefonata ad alta voce può rendere una persona immediatamente memorabile.

Durante una situazione di emergenza, discutere pubblicamente delle proprie scorte, delle attrezzature possedute o della destinazione scelta può comunicare informazioni non necessarie.

La voce può rivelare:

  • agitazione;
  • intenzioni;
  • destinazioni;
  • disponibilità di risorse;
  • competenze;
  • informazioni familiari.

Essere Grey Man non significa non parlare.

Significa valutare quanto, come e con chi parlare.

Discrezione non significa vulnerabilità

Il Grey Man viene talvolta descritto come una persona che dovrebbe sembrare debole, povera o priva di risorse.

Questa interpretazione può essere controproducente.

In alcuni ambienti, apparire eccessivamente vulnerabili potrebbe aumentare il rischio di essere selezionati come bersaglio.

La discrezione non coincide con la sottomissione.

Un atteggiamento equilibrato comprende:

  • postura sicura ma non aggressiva;
  • movimenti calmi;
  • attenzione all’ambiente;
  • capacità di mantenere una distanza adeguata;
  • decisioni semplici e tempestive;
  • assenza di provocazioni;
  • disponibilità ad allontanarsi prima che una situazione peggiori.

Preparare le decisioni

L’indecisione può rendere più visibili.

Fermarsi improvvisamente, tornare più volte sui propri passi, controllare continuamente il telefono o discutere animatamente su cosa fare può attirare attenzione.

Conoscere in anticipo:

  • le principali uscite;
  • un punto di incontro familiare;
  • modalità alternative di comunicazione;
  • percorsi secondari;
  • ciò che deve essere portato con sé;
  • le condizioni che suggeriscono di lasciare un luogo;

può ridurre l’incertezza.

La preparazione riduce il numero di decisioni che devono essere improvvisate sotto stress.

Un piano non deve essere rigido. Deve fornire opzioni.

Grey Man e consapevolezza situazionale

Grey Man e consapevolezza situazionale sono collegati, ma non equivalenti.

La consapevolezza situazionale riguarda la capacità di:

  1. percepire ciò che accade;
  2. comprenderne il significato;
  3. valutarne la possibile evoluzione;
  4. decidere come comportarsi.

Il Grey Man riguarda soprattutto la gestione di ciò che la propria presenza comunica agli altri.

Una persona può essere discreta ma totalmente inconsapevole di ciò che accade.

Un’altra può essere molto attenta, ma manifestare la propria vigilanza in modo così evidente da attirare l’attenzione.

La condizione ideale consiste nel combinare le due capacità:

  • osservare senza fissare;
  • valutare senza giudicare troppo rapidamente;
  • decidere senza agitarsi;
  • muoversi senza attirare inutilmente attenzione.

Le sette domande del Grey Man

Prima di entrare in un ambiente o affrontare uno spostamento può essere utile chiedersi:

1. Qual è la linea di base?

Come sono vestite le persone? Cosa trasportano? Come si comportano?

2. Qual è il flusso?

Dove si muovono? A quale velocità? Dove si fermano?

3. Cosa attira l’attenzione?

Oggetti costosi, abbigliamento incongruo, movimenti nervosi o voce alta?

4. Cosa comunica il mio equipaggiamento?

Suggerisce valore, capacità, autorità, vulnerabilità o disponibilità di risorse?

5. Il mio comportamento è coerente?

Ciò che faccio appare naturale rispetto al luogo e alla situazione?

6. Come sarei descritto?

Quale sarebbe la prima caratteristica utilizzata per identificarmi?

7. In questo scenario è davvero utile essere discreti?

Oppure sarebbe più sicuro rendersi visibili, chiedere aiuto o identificarsi chiaramente?

Queste domande non producono una risposta universale.

Producono qualcosa di più utile:

Una decisione adattata al contesto.

Gli errori più comuni

Cercare di essere invisibili

Il Grey Man non si nasconde necessariamente. Si adatta.

Utilizzare sempre colori scuri

Nero, grigio e verde oliva non sono automaticamente discreti.

Indossare un’uniforme da “uomo grigio”

Pantaloni tecnici, cappellino e zaino tattico possono diventare essi stessi uno stereotipo.

Osservare tutto in modo evidente

La vigilanza ostentata può richiamare attenzione.

Evitare sistematicamente lo sguardo

Può risultare più insolito di un breve contatto visivo naturale.

Pensare soltanto all’abbigliamento

Voce, postura, gesti e movimento possono essere più riconoscibili dei vestiti.

Interpretare ogni anomalia come una minaccia

Una deviazione dalla linea di base è un’informazione, non una prova.

La discrezione è adattamento

La pratica del Grey Man non consiste nell’acquistare un prodotto.

Consiste nel comprendere il contesto, osservare prima di agire, scegliere ciò che è funzionale senza ostentarlo e mantenere consapevolezza senza trasformarla in comportamento artificiale.

La discrezione deve sempre rimanere subordinata alla sicurezza.


Continua lo Speciale AIP

Parte 3 — Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

Nella terza parte analizzeremo ciò che comunichiamo senza rendercene conto: scorte, energia, equipaggiamenti, conversazioni, social network e informazioni personali.

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La scuola sa ancora perché esiste?

15 Luglio 2026 ore 17:27
Quale uomo vogliamo formare?È una domanda antica quanto la filosofia e sorprendentemente attuale per comprendere la crisi della scuola contemporanea.Un viaggio tra paideia, cittadinanza, conoscenza e responsabilità educativa, oltre le mode pedagogiche e le polemiche del presente. 🎬 Premiere14/07/2026👉https://youtu.be/obmoSEjswj4 Le riforme della scuola si susseguono da decenni. Cambiano programmi, metodologie, sistemi di valutazione, tecnologie e […]

Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza

14 Luglio 2026 ore 14:17

Parte 1 – Comprendere

Cos’è realmente la Grey Man Theory, cosa può insegnarci la psicologia dell’attenzione e perché passare inosservati non significa diventare invisibili

Quando si parla di preparazione alle emergenze, l’immaginario collettivo tende spesso ad associare il prepper a un’estetica immediatamente riconoscibile: abbigliamento tattico, zaino dotato di sistema MOLLE, scarponi robusti, numerose tasche, strumenti visibili e un atteggiamento costantemente vigile.

Questo tipo di equipaggiamento può essere perfettamente funzionale in determinati ambienti. In una stazione ferroviaria, in un centro commerciale o durante uno spostamento urbano, però, potrebbe comunicare più informazioni di quanto sia opportuno.

Potrebbe suggerire che una persona è organizzata, preparata o in possesso di attrezzature e risorse utili. In condizioni ordinarie ciò potrebbe essere irrilevante. In uno scenario caratterizzato da tensione, scarsità o disordine, invece, attirare inutilmente l’attenzione potrebbe diventare un fattore di rischio.

Da questa considerazione nasce ciò che nel mondo del prepping, del survival e della sicurezza personale viene comunemente chiamato Grey Man, letteralmente “uomo grigio”.

  • Il Grey Man, però, non è necessariamente vestito di grigio.
  • Non è invisibile.
  • E non è una spia.

Il principio può essere riassunto in modo molto più semplice:

Quando la situazione lo richiede, evitare di diventare inutilmente rilevanti agli occhi degli altri.

In breve

Il Grey Man non cerca necessariamente di non essere visto.

Cerca di non offrire ragioni particolari per essere osservato più attentamente, ricordato o selezionato.

Non esiste un colore, un abbigliamento o uno zaino capace di rendere una persona invisibile. La discrezione dipende dalla relazione tra individuo, comportamento, equipaggiamento e ambiente.

Una strategia pratica, non una teoria scientifica

L’espressione Grey Man Theory è molto diffusa negli ambienti prepper e survival, ma non indica una teoria scientifica formalizzata con una definizione accademica condivisa.

Non risulta inoltre prudente attribuirle un’unica origine militare, di intelligence o storica senza disporre di fonti primarie sufficientemente solide.

È più corretto considerarla una strategia pratica composta da principi provenienti da ambiti differenti, tra cui:

  • consapevolezza situazionale;
  • adattamento al contesto;
  • gestione dell’attenzione;
  • comunicazione non verbale;
  • protezione delle informazioni;
  • riduzione dell’ostentazione;
  • sicurezza personale.

Questa distinzione è essenziale.

Un suggerimento nato dall’esperienza può essere ragionevole senza rappresentare una legge scientifica. Allo stesso modo, uno studio di psicologia non deve essere utilizzato per dimostrare qualcosa che non ha esaminato direttamente.

Vedere non significa necessariamente notare

Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di informazioni: volti, movimenti, suoni, veicoli, colori, cartelli, oggetti e conversazioni.

Il cervello non elabora tutto con la stessa profondità. L’attenzione seleziona una parte delle informazioni disponibili, privilegiando ciò che appare pertinente rispetto al compito che stiamo svolgendo, ai nostri obiettivi e alle nostre aspettative.

Uno dei fenomeni più conosciuti in questo ambito è la cecità da disattenzione, o inattentional blindness.

Nel celebre studio pubblicato nel 1999 da Daniel Simons e Christopher Chabris, i partecipanti dovevano osservare un filmato e contare i passaggi effettuati da alcuni giocatori. Durante la scena compariva un evento inatteso e molto evidente, che una parte consistente degli osservatori non riferiva di aver notato. Lo studio è diventato noto attraverso il cosiddetto esperimento del “gorilla invisibile”. L’esperimento non dimostra la Grey Man Theory e non prova che una persona possa rendersi volontariamente invisibile.

Dimostra qualcosa di diverso:

Essere presenti nel campo visivo di qualcuno non significa necessariamente diventare il centro della sua attenzione.

Il lavoro di Arien Mack e Irvin Rock sulla cecità da disattenzione ha contribuito a mostrare quanto la percezione cosciente dipenda dall’attenzione dedicata agli stimoli presenti.

Essere visibili, essere notati ed essere ricordati non sono necessariamente la stessa cosa.

L’attenzione non è un interruttore

Sarebbe però sbagliato concludere che sia sufficiente confondersi con lo sfondo per non essere notati.

Ciò che richiama l’attenzione dipende da molti fattori:

  • ciò che una persona sta cercando;
  • ciò che si aspetta di vedere;
  • il compito che sta svolgendo;
  • le caratteristiche dello stimolo;
  • la posizione rispetto al punto osservato;
  • l’esperienza dell’osservatore;
  • il contesto complessivo.

Anche la posizione di uno stimolo rispetto al centro dell’attenzione può influire sulla probabilità che venga rilevato. Grey Man non può essere ridotto a una formula del tipo:

Colori neutri uguale invisibilità.

Il colore è soltanto una variabile. Possono essere altrettanto importanti:

  • la forma dello zaino;
  • la postura;
  • il modo di camminare;
  • la velocità dei movimenti;
  • la direzione dello sguardo;
  • il tono della voce;
  • gli oggetti trasportati;
  • la coerenza complessiva con il luogo.

La domanda corretta non è quindi:

“Quale colore mi rende meno visibile?”

La domanda più utile è:

“Che cosa, in questo specifico ambiente, potrebbe rendermi insolitamente interessante?”

La normalità è contestuale

Non esiste un abbigliamento Grey Man valido ovunque.

Una persona con scarponi, pantaloni tecnici e zaino da escursionismo può essere assolutamente ordinaria all’inizio di un sentiero montano.

Lo stesso abbigliamento potrebbe risultare più riconoscibile in un ambiente professionale o durante una serata elegante.

Un completo formale può essere normale in un centro direzionale e insolito durante un’attività di volontariato in una zona alluvionata.

Persino un colore acceso non è sempre incompatibile con la discrezione. Durante una festa o un evento sportivo, presentarsi completamente vestiti di nero, grigio o verde oliva potrebbe rendere una persona più riconoscibile rispetto a chi indossa i colori diffusi tra i partecipanti.

Il concetto fondamentale è quindi quello della normalità contestuale.

Essere Grey Man non significa adottare un’uniforme. Significa capire che ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Errore comune

Pensare che esista un “look Grey Man”.

Pantaloni tecnici, cappellino neutro, occhiali scuri e zaino tattico possono creare un nuovo stereotipo facilmente riconoscibile.

Non invisibili, ma meno rilevanti

Il termine “invisibile” viene spesso utilizzato nella divulgazione sul Grey Man. È efficace dal punto di vista narrativo, ma rischia di essere fuorviante.

Nessuna tecnica può garantire che una persona:

  • non venga osservata;
  • non venga ricordata;
  • non venga riconosciuta;
  • non venga ripresa da una telecamera;
  • non richiami l’attenzione di qualcuno.

Il Grey Man deve essere considerato un tentativo di ridurre la rilevanza non necessaria della propria presenza, non una tecnica di invisibilità.

In termini semplici:

Non diventare la cosa più interessante nell’ambiente, quando non esiste una buona ragione per esserlo.

Il Grey Man non è un travestimento

Trasformare la discrezione in una recita può produrre l’effetto opposto.

Un abbigliamento può apparire formalmente coerente, mentre il comportamento racconta qualcosa di completamente diverso.

Una persona può vestirsi come un escursionista, ma muoversi in modo evidentemente inesperto.

Può utilizzare uno zaino urbano, ma proteggerlo ossessivamente come se contenesse qualcosa di eccezionale.

Può cercare di apparire rilassata, controllando però in continuazione ciò che accade alle proprie spalle.

La discrezione efficace non nasce necessariamente dalla costruzione di una falsa identità.

Nasce soprattutto dalla coerenza tra aspetto, comportamento e contesto.

Un’anomalia non è una prova

Un’altra interpretazione problematica del Grey Man consiste nel considerare ogni persona o comportamento insolito come una possibile minaccia.

Questo approccio può generare valutazioni errate, ipervigilanza e reazioni sproporzionate.

Una persona può deviare dalla normalità di un ambiente per numerose ragioni innocue:

  • non conosce il luogo;
  • ha una disabilità;
  • sta cercando qualcuno;
  • è in ritardo;
  • ha ricevuto una telefonata importante;
  • è semplicemente distratta.

La consapevolezza situazionale richiede osservazione e valutazione, non conclusioni immediate.

Principio AIP

Un’anomalia è un’informazione, non una prova.

I limiti del Grey Man

Il Grey Man:

  • non garantisce anonimato;
  • non elimina i rischi;
  • non sostituisce la consapevolezza situazionale;
  • non rende invisibili alle tecnologie di sorveglianza;
  • non impedisce a un osservatore attento di notare una persona;
  • non è adatto a tutte le emergenze.

Durante una ricerca o un soccorso, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

La discrezione è quindi uno strumento situazionale, non una regola universale.

Comprendere prima di applicare

Il valore del Grey Man non consiste nell’insegnare alle persone a nascondersi.

Consiste nel ricordare che comunichiamo continuamente informazioni attraverso:

  • l’aspetto;
  • il comportamento;
  • ciò che trasportiamo;
  • il modo in cui ci muoviamo;
  • il modo in cui interagiamo.

Il Grey Man non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più ragionevole, una forma di adattamento consapevole al contesto.

E per adattarsi a un ambiente, prima bisogna imparare a leggerlo.


Continua lo Speciale AIP

Parte 2 — Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

Nella seconda parte analizzeremo come osservare la linea di base e il flusso di un ambiente, come scegliere equipaggiamento e abbigliamento coerenti e quali comportamenti possono attirare involontariamente l’attenzione.


Nota metodologica

La Grey Man Theory è un concetto divulgativo diffuso soprattutto negli ambienti prepper, survival e della sicurezza personale, non una teoria scientifica formalizzata.

Gli studi sulla cecità da disattenzione vengono citati per illustrare alcuni meccanismi dell’attenzione umana. Non costituiscono una dimostrazione sperimentale dell’efficacia complessiva del Grey Man.

Fonti essenziali

Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999).
Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic events. Perception, 28(9), 1059–1074. DOI: 10.1068/p281059.

Mack, A., & Rock, I. (1998).
Inattentional Blindness. MIT Press.

L'articolo Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza proviene da Associazione Italiana Preppers.

Per una storia delle riviste culturali online: Lucy (2023)

3 Luglio 2026 ore 10:00

Lucy sulla cultura nasce a inizio 2023, quando io e le mie colleghe di Stanca stavamo seguendo la Scuola del Tascabile. In quei mesi ci conoscevamo e scoprivamo le riviste culturali, lontanissime galassie astratte e oscure. La sensazione generale era che l’editoria fosse morta, le riviste fossero morte, eravamo arrivati in ritardo. La fatica era capire un mondo che non vedevamo e che ci sembrava non fosse tangibile e in movimento. L’idea che dietro alle riviste ci sono delle persone a cui piace leggere i nostri stessi libri, andare ai concerti, fare serata, steccare le sigarette non ci passava proprio per la testa. Poi a un certo punto, nel giro di qualche mese, due nuove riviste culturali nascono da zero. Lucy sulla cultura con una redazione di trentenni che vengono dalle esperienze di Vice, podcast con a capo Nicola Lagioia e Snaporaz (di cui abbiamo già parlato) con a capo Filippo D’Angelo e Gianluigi Simonetti. La cultura aveva improvvisamente delle fattezze umane, conoscevo Irene Graziosi dal progetto di Venti e per la serie di interviste La prima volta, Matteo Grilli e Giada Arena avevano scritto pezzi per Vice che avevo letto negli anni, Nicola Lagioia aveva da poco pubblicato La città dei vivi che era apparso ovunque. Avevo ascoltato anche il podcast un po’ macchiettistico ma vividissimo tratto dal suo libro. Per un breve periodo ho pensato dai, se lo fanno loro, forse possiamo farlo anche noi. Non avevo ancora sentito parlare di piani editoriali, finanziamenti a fondo perduto, bandi europei, bilanci. Il mondo della cultura era tutto da scoprire. 
Sono passati poco più di tre anni dalla nascita di Lucy. Oggi non è solamente una rivista culturale ma si è espansa a macchia d’olio: pubblicazioni editoriali, agenzia di comunicazione, corsi di formazione e un nuovo progetto di rivista, Lucy sui mondi, completamente dedicato alla scienza. Per fare una cronistoria della storia di Lucy mi incontro con Irene Graziosi, editor della rivista fin dalla sua fondazione. 

Come nasce l’idea di Lucy?
L’idea è nata molto prima della messa online. Inizialmente si sono incontrate le visioni di Paolo Benini, proprietario e presidente di ADD, Nicola Lagioia e Giorgio Gianotto. Il tempo dei blog culturali era finito, la cultura viveva principalmente sugli inserti culturali e pochi magazine online che però raramente sfruttavano altri formati oltre a quello scritto. Ed era anche il momento in cui fiorivano tantissimi progetti sui social, tipo Will, tante cose diverse, soprattutto rispetto ai linguaggi. 

E tu come ci entri?
Mentre loro avevano quest’idea, io lavoravo ancora per Venti (il progetto Youtube nato da un’idea di Sofia Viscardi) e andai a intervistare Nicola per un’uscita della rivista. A lui piacque molto la “leggerezza” produttiva della faccenda – eravamo in tre con una camera e un microfono, molto agili. Credo che questa cosa, per lui che era forse più abituato a interviste un pochino più pesanti come produzione, lo avesse colpito. Quindi mi chiese di collaborare al Salone del Libro di Torino gestendo una striscia quotidiana su YouTube. Avevamo pensato a una sorta di salotto letterario in cui gli scrittori venivano a decomprimere il casino del salone in un ambiente informale. Era il 2021, l’edizione live di ottobre dopo la chiusura causa Covid. 

Come si mette insieme la squadra?
Poco tempo dopo quella collaborazione, Nicola mi disse che voleva incontrarmi a Milano insieme a Giorgio Gianotto e a Maddalena Cazzaniga che è la fondatrice di Babel, un ufficio stampa culturale, che lavorava anche al Salone e che era una collaboratrice di fiducia di Nicola. Mi dicono che con Paolo Benini, che ne sarebbe diventato presidente, avrebbero voluto fondare un progetto culturale multimediale. A quel punto servivano delle persone per farla – persone giovani che avessero un po’ di esperienza con i vari formati. Quindi chiamai un po’ di persone che ritenevo adatte: c’era Giada Arena, che era molto ferrata sui podcast, ma in generale poi ha fatto anche tutta la parte di strategia social. Emiliano Ceresi, che è tutt’ora da noi, un editor molto bravo, filologo, aveva un occhio sicuramente più sensibile rispetto agli altri sulla letteratura. Lorenzo Gramatica, che è veramente bravissimo e di fatto in questo momento è forse diventato la colonna portante a livello di responsabilità editoriale di Lucy – lui lavorava in pubblicità, quindi era anche una persona che sapeva lavorare con una disciplina veramente ferrea, che è una cosa rara in questo mondo. Più di recente, ma oramai neanche così di recente, è entrato Nicola Cosentino, che era un nostro bravissimo autore e ci piaceva molto il suo sguardo sul mondo e il suo aplomb, così non abbiamo avuto dubbi quando abbiamo dovuto chiamare qualcuno a lavorare con noi. Un grande. Ed è stato anche molto bello vedere invece crescere alcune persone che sono arrivate da noi molto giovani, come Irene Moro ed Elena Sbordoni, che in poco tempo sono diventate fondamentali e abbiamo proprio visto quanto sono cresciute sia come donne che come lavoratrici.  

Quando avete smesso di immaginarla e avete iniziato a farla davvero?
Abbiamo vissuto il 2022 vedendoci almeno uno o due weekend al mese, per fare degli esercizi d’immaginazione che però ci sono serviti a conoscerci; perché ovviamente immaginare è molto diverso da vedere una cosa realizzata davvero. Da settembre 2022 abbiamo mollato i nostri lavori, ci hanno fatto dei contratti e abbiamo iniziato a lavorare quotidianamente a questa cosa per davvero.

Snaporaz nasce nello stesso periodo. Come vi siete differenziati?
Io sono abbonata a intermittenza a Snaporaz, mi piace molto quello che fanno, è rinfrescante leggere articoli di critica così trasparenti di questi tempi. Sono stati bravi a creare un’identità molto precisa, che probabilmente rispecchia le personalità dei suoi creatori. Nel nostro caso credo che  l’identità si sia creata man mano attraverso anche le idee di tutte le persone che hanno fatto parte della rivista o che ancora ne fanno parte, quindi c’è sempre una mediazione – che spesso risulta anche da litigate varie. Poi l’identità è una cosa che si crea con il tempo, quando “fai” la rivista ti rendi conto di che cosa vuoi pubblicare, chi ti piace, chi sono i tuoi autori.

Lucy nasce come una rivista con formato “magazine”, ogni mese si approfondisce un tema diverso. Perché questa scelta?
All’inizio è stata probabilmente una strategia che  metteva al sicuro: è rassicurante avere un tema perché magari non hai ancora degli autori fedeli e non sai neanche benissimo come si fa una rivista che ancora non esiste, non sai cosa significa gestire il flusso dei pezzi, l’attualità. È bello avere questi pezzi mensili a tema perché sono anche più profondi, trattati meglio a livello grafico, c’è una cura diversa. Però è molto complicato, perché ovviamente è una sezione in più a cui prestare attenzione, devi lavorare anche su temi non di attualità, devi essere tu a pensare ad autori che hanno scritto qualcosa sul tema magari anche molti anni fa. Una cosa che abbiamo fatto di recente è slegare la lezione video (Lucy ha anche un canale Youtube con vari approfondimenti e un format intitolato “Lezioni” in cui si approfondisce una tematica attraverso la lezione di un ospite) dal tema del mese. Soprattutto perché escono un milione di saggi interessanti e non possiamo ogni volta pensare a qual è l’unico saggio uscito sullo specifico tema del mese, se quella persona saprà parlare in pubblico, se le va di farlo, se è ancora viva. E poi il tempo passa, un po’ di temi sono stati fatti, bisogna inventare sempre cose nuove.

Lucy nasce come una rivista gratuita, ma ha sempre messo in chiaro che sarebbe diventata  a pagamento. Quando si parla di riviste mi sembra che il mondo si spacchi a metà: le riviste (e le fanzine) più punk e libere ma che non pagano gli stipendi e quelle più “istituzionali” e che rendono la cultura un lavoro. È anche vero che manca un sostegno strutturale per le riviste, sono quasi completamente assenti bandi pubblici o fondi statali che le sovvenzionino, rendendo complessa la sostenibilità di realtà più piccole o senza finanziatori iniziali. Lucy mi sembra nata già con un programma di business alla mano. 
La parte business c’è stata fin dall’inizio e Deborah Sgrò ne è a capo. Noi non viviamo solo degli abbonamenti, Lucy è diventata in poco tempo una galassia piuttosto complessa. Abbiamo la parte business, i corsi, l’abbonamento, i festival – l’ecosistema si è espanso come aveva progettato che succedesse fin dall’inizio Paolo Benini. Lui voleva creare questa realtà culturale vasta. Io sono una grande pagatrice di abbonamenti ai giornali, alle riviste – mi viene naturale pagare per il New Yorker, il NYT, la Paris Review. A volte accendo e spengo gli abbonamenti, però ecco, cerco di sostenere i lavori che mi piacciono. In Italia c’è sempre questa idea per cui la cultura deve  essere gratis. È un’idea bellissima, io per esempio di Roma adoro l’infinita quantità di eventi culturali gratuiti nei Municipi sostenuti dal Comune, ma come dici tu, se non ci sono sovvenzioni come li paghi gli stipendi? Nel mondo culturale questo degli stipendi è un tema. Poi nel nostro caso c’è una persona, Benini, che ha fatto questo grande investimento iniziale credendo in un progetto che non esisteva. È legittimo che ci voglia rientrare. I finanziamenti pubblici sarebbero ovviamente un sogno, ma direi che dovendo scegliere a chi dare soldi, in un Paese come l’Italia, mi auguro vengano prima sanità pubblica, la scuola e via dicendo.  

Volevo chiederti anche del rapporto tra rivista e social. Mi sembra che Lucy, fin da subito, si sia posizionata sui social in maniera forte. L’identità è precisa, colorata, adatta anche per la Gen Z. 
Questo è merito principalmente di Giada Arena, che ha dato un’impostazione iniziale, è molto brava. Dovendo usare i social, li volevamo usare anche bene. Però è una trappola: da una parte portano pubblico, dall’altro ci sono tutte le limitazioni – parole che usi, titoli, quanto può stare, quante lingue puoi usare.

Quello che funziona sui social funziona anche sul sito?
Non c’è quasi nessuna correlazione tra un post che viene molto letto e un articolo che viene molto letto. Magari un articolo ha tre commenti e fa 70.000 views, e viceversa. Ci sono post che parlano di temi che tirano sui social, tipo, che ne so, il femminicidio, e quindi ci sono tantissimi commenti, ma l’articolo lo leggono in tremila. Penso che spesso le persone non sappiano nemmeno che un post corrisponde a un articolo. È difficilissimo prevedere che cosa andrà davvero bene.

Come scegliete cosa pubblicare?
Buona parte degli articoli li commissioniamo noi come redazione — questo tema è interessante, chi ne può scrivere? Ci arrivano proposte alla mail, tantissime. In questo caso se e il tema ci interessa ma non conosciamo l’autore diciamo: “Se vuoi scrivilo ma non è detto che lo pubblichiamo”. Però molti dei pezzi che escono sono pensati originariamente dalla redazione.

E per i numeri tematici? Chiamate voi gli autori?
Per il monografico scegliamo il tema, poi chi chiediamo come ci interessa che sia analizzato, vediamo cosa ci viene in mente e alla fine pensiamo agli autori. Di solito gli autori a cui pensiamo sono quelli di cui ci fidiamo molto. C’è Paola De Angelis che è bravissima, con dei pezzi che praticamente non devo toccare. Pacifico sta scrivendo una serie di pezzi per noi che sono davvero belli. Lucia Tozzi anche è una nostra autrice affezionata, così come Eleonora Dragotto, Nadeesha Uyangoda, Rosella Postorino… ovviamente c’è tutta una parte di autori più giovani che cerchiamo di crescere, però la facciamo con attenzione: una cosa è avere un pezzo che ti prende tre ore di lavoro, una cosa è avere un’andata e ritorno che te ne porta via otto. E se hai quaranta pezzi oltre al resto bisogna imparare a dosare le energie.

Quanto pesa quello che piace a te su quello che esce?
Io commissiono anche quello che mi interessa – cos’è che leggo sui giornali che cattura la mia attenzione e che può essere ampliato, eventuali fenomeni che mi fanno porre delle domande. Dopo che ho avuto un figlio, abbiamo fatto un mucchio di pezzi sulla maternità, sull’allattamento, perché mi interessavano. Un po’ mi dispiace essere l’unica donna in redazione, secondo me questa cosa fa sì che ci siano meno articoli orientati a un pubblico femminile. Prima con Giada ci pensavamo almeno in due. In generale adesso ci vediamo anche meno, inizialmente avevamo un ufficio a Milano perché vivevamo praticamente tutti lì ed era comodo avere un luogo di riferimento e di scambio. Poi ci siamo sparpagliati, la redazione è un pochino cambiata, quindi finisce che ci vediamo in call oppure in presenza ma più di rado. 

Lucy sarà ancora rilevante tra dieci anni?
Dipende da quanto sei in grado di evolverti e quanta voglia hai di farlo. Le cose cambiano e cambiando si diventa un’altra cosa, e quella cosa può essere ancora rilevante. Mi chiedo più che altro quanto sarà rilevante la cultura tout court! Leggeremo ancora? Saremo ancora interessati ai film? I social ci rincoglioniranno completamente? Gli articoli diventeranno definitivamente delle card? Riceveremo sempre più pezzi scritti con le AI (succede di continuo) e smetteremo di accorgercene? Il problema è che la cultura cambia e cambiano i modi di fruirne e quindi magari Lucy sarà ancora rilevante ma in una riserva indiana sempre più piccola. O magari invece, se vogliamo essere ottimisti, ChatGPT partorità una nuova versione di se stessa che prenderà possesso di internet e manderà in vacca i social e ci ordinerà di leggere dei libri e poi si autodistruggerà e torneremo tutti a essere alfabetizzati. 

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30 Giugno 2026 ore 06:40
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Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper

9 Gennaio 2026 ore 09:47

“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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