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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

15 Ottobre 2026 ore 17:49

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

15 Ottobre 2026 ore 17:04

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

15 Ottobre 2026 ore 16:48

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

Martian moons exploration è sulla rampa di lancio

15 Ottobre 2026 ore 10:28

La missione Martian Moons eXploration (Mmx) è pronta a partire a bordo di un razzo H3 dal Tanegashima Space Center, in Giappone, alle 4:41 ora locale del 20 ottobre 2026 (in Italia, le 21:41 del 19 ottobre 2026). Mmx – una missione guidata dalla Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa), in collaborazione con la Nasa, l’agenzia spaziale francese (Cnes), il Centro aerospaziale tedesco (Dlr) e l’Agenzia spaziale europea (Esa) – sarà la prima a raccogliere un campione dalla luna marziana Phobos e a riportarlo sulla Terra.

Marte ha due lune: Phobos (“paura” in lingua greca, con diametro medio di 22,2 km e massa circa un milionesimo di quella della Luna) e Deimos (“terrore” in lingua greca, con diametro medio di 12,4 km e quasi dieci volte più leggero di Phobos). Nonostante il gran numero di missioni inviate verso il Pianeta rosso, le sue lune rimangono ancora pressoché inesplorate e sollevano ancora grandi interrogativi su come si siano formate e sulla loro composizione. Nessun veicolo spaziale ha mai sostato a lungo nelle loro vicinanze, e le conoscenze raccolte finora si basano essenzialmente su ciò che è stato possibile osservare durante alcuni sorvoli.

Infografica in stile fumetto intitolata «La missione Martian Moons eXploration (Mmx)». I riquadri illustrano le diverse fasi della missione: «Ottobre 2026», Mmx parte dal Tanegashima Space Center, in Giappone; «Agosto 2027», Mmx entra in orbita attorno a Marte; «Settembre 2027», Mmx entra in orbita attorno a Phobos; Mmx osserva Marte dall’orbita, individuando il sito di atterraggio del rover e i siti di campionamento; la sonda principale di Mmx rilascia il rover Idefix, che atterra su Phobos; Mmx raccoglie campioni da Phobos, di due tipi diversi e da due zone differenti della luna; «Novembre 2030», il modulo di ritorno di Mmx inizia il viaggio verso la Terra, sorvolando Deimos e Marte lungo il percorso; «2031», Mmx raggiunge la Terra e rilascia la capsula per il ritorno dei campioni, che atterra nella Woomera Prohibited Area, in Australia; i campioni di Phobos vengono estratti e catalogati, pronti per le indagini scientifiche. Nei decenni a venire, gli scienziati studieranno questi campioni per rispondere a domande come: «Da dove provengono le lune di Marte?», «Che cosa possono rivelarci sull’abitabilità nel Sistema solare?» e «Come sono cambiati Marte e il suo ambiente nel corso del tempo?». Crediti: Esa

Non conosciamo, ad esempio, la loro origine. Potrebbero essere asteroidi catturati dall’attrazione gravitazionale di Marte e rimasti in orbita attorno al pianeta, oppure i resti dei detriti scagliati in orbita in seguito a una gigantesca collisione sulla superficie marziana. Per scoprirlo, Mmx sarà il primo veicolo spaziale a orbitare attorno a Phobos, seguendo un’orbita di tipo “quasi-satellite”, e il primo a raccogliere campioni dalla superficie di una luna diversa dalla nostra. Per consentire l’atterraggio, le manovre e la raccolta robotizzata dei campioni (circa 10 grammi, secondo i piani) nella gravità estremamente ridotta di Phobos, sono state sviluppate tecnologie specifiche.

Mmx impiegherà circa un anno per raggiungere Marte. L’ingresso in orbita attorno al Pianeta rosso è previsto per agosto 2027, mentre l’inizio delle operazioni in orbita attorno a Phobos è previsto a partire da settembre dello stesso anno. Dopo aver studiato Phobos (e Deimos) a distanza, all’inizio del 2029 Mmx rilascerà un rover chiamato Idefix, per poi atterrare essa stessa sulla superficie della luna per raccoglierne i campioni. La missione è dotata complessivamente di 11 strumenti scientifici: sette a bordo della sonda principale e quattro sul rover. La sonda principale è inoltre dotata di un monitor per le radiazioni, due fotocamere ad alta risoluzione e due diversi dispositivi per il campionamento: una carotatrice, che consentirà di raccogliere campioni fino a una profondità di due centimetri, e un campionatore pneumatico, che utilizza gas pressurizzato per sollevare il materiale dalla superficie e convogliarlo in un contenitore. Il rover Idefix, del peso di 25 kg, ha due compiti principali: fornire informazioni utili a preparare l’atterraggio della sonda principale per la raccolta dei campioni e analizzare la composizione e la consistenza della superficie di Phobos. La gravità su questa luna è così debole che, sulla sua superficie, Idefix peserà l’equivalente di appena 15 grammi.

Una volta raggiunto Marte, Mmx potrà anche contare sul supporto di una vera veterana del Pianeta rosso: la sonda Mars Express dell’Esa, operativa dal 2003. L’atterraggio della sonda principale su Phobos per la raccolta dei campioni è previsto per il 2030: il materiale raccolto verrà inserito in un modulo di rientro destinato al viaggio verso la Terra. Il modulo raggiungerà il nostro pianeta nel 2031 e rilascerà una capsula contenente almeno dieci grammi di materiale proveniente da Phobos. La capsula ha un diametro di circa 60 centimetri ed è dotata di uno scudo termico che le permetterà di resistere al rientro nell’atmosfera terrestre. Atterrerà in Australia e verrà trasferita subito all’Istituto di scienze spaziali e astronautiche (Isas) della Jaxa, a Sagamihara, vicino a Tokyo. Qui verrà smontata all’interno di un laboratorio specializzato e i campioni saranno estratti, catalogati e messi a disposizione per le indagini scientifiche. A poterli analizzare, ci sono anche gli scienziati europei: L’Esa sta infatti collaborando con Cnes, Dlr e Jaxa per pubblicare bandi che consentano ai ricercatori di candidarsi a studiare il materiale raccolto.

«Portare i campioni nei nostri laboratori più sofisticati sulla Terra moltiplica le possibilità di fare nuove scoperte, perché i nostri strumenti più precisi sono troppo grandi, complessi o sensibili per essere inviati nello spazio», dice Elliot Sefton-Nash, Project Scientist della missione Mmx all’Esa. «Anche dopo la conclusione della missione, le generazioni future di scienziati potranno studiare i campioni di Phobos con strumenti ancora più avanzati: i campioni riportati sulla Terra sono un dono che continua a dare i suoi frutti».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

 

Il Pentagono accelera sulla guerra autonoma, Hegseth annuncia tagli

15 Ottobre 2026 ore 08:13
Il Pentagono accelera sulla guerra autonoma, Hegseth annuncia tagli

ROMA (ITALPRESS) – La guerra autonoma diventa una priorità strategica del Pentagono, che punta a istituire entro ottobre 2027 un comando interforze guidato da un generale a quattro stelle. Una trasformazione che punta a coniugare produzione industriale, rapidità decisionale e superiorità operativa, ridefinendo l’architettura militare americana. Intervenendo al convegno annuale dell’Association of the United States Army, a Washington, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha illustrato il progetto Agincourt, destinato a rivoluzionare l’impiego di droni e sistemi robotici. “È il risultato finale di un percorso sul quale lavoriamo fin dal primo giorno”, ha dichiarato, ricordando il miliardo di dollari già destinato alla diffusione dei droni tra i reparti operativi. L’obiettivo è schierare centinaia di migliaia di sistemi d’attacco unidirezionali nel 2026, fino a raggiungere volumi nell’ordine dei milioni negli anni successivi. Il nuovo Autonomous Warfare Command dovrà integrare capacità terrestri, aeree, navali, subacquee e spaziali, garantendone l’impiego coordinato anche in ambienti contesi.

“È questo comando che realizzerà l’integrazione multidominio necessaria per far operare insieme i sistemi autonomi, dallo spazio alle profondità marine”, ha spiegato Hegseth. La riforma si inserisce in una più ampia revisione dello strumento militare, che contempla la riduzione del 20% delle posizioni apicali di generale e ammiraglio e un piano di spesa per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari, ancora subordinato all’approvazione del Congresso. Sul versante marittimo, il segretario ad interim della Marina Hung Cao ha confermato che il gruppo della portaerei Uss Theodore Roosevelt, salpato l’8 ottobre, ha integrato un’unità di superficie senza equipaggio, definendola “un moltiplicatore di forza”. Cao ha inoltre richiamato l’impiego di sistemi autonomi nelle operazioni di recupero di aviatori e di contromisure mine nello Stretto di Hormuz. Per l’Aeronautica, il segretario Troy Meink ha indicato nell’autonomia una risposta alla necessità di contenere i costi: “Adattabilità, scalabilità e sostenibilità economica: l’unico modo per affrontare la minaccia è attraverso sistemi autonomi”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Lavoro di cura, come trovare le persone e come convincerle a restare

14 Ottobre 2026 ore 15:08

Abbiamo sempre più bisogno di cura e rischiamo di avere sempre meno persone disposte a sceglierla come professione. Questo paradosso tocca le famiglie, i servizi e le istituzioni ben prima di diventare un tema di politica pubblica. Da qui è partito il webinar “Prendersi cura di chi cura. Come costruire un welfare sostenibile”, nuovo appuntamento di “Agorà Bene Comune”, il percorso di riflessione sui temi più urgenti dell’agenda sociale italiana promosso dalla Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo insieme a VITA.

Introdotto da Andrea Lecce, responsabile della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, e moderato da Stefano Arduini, direttore di VITA, l’incontro ha visto gli interventi di Francesco Seghezzi, presidente dell’Associazione Adapt, di Maria Grazia Campese, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi, di Riccardo Sollini, direttore generale della Fondazione Anffas di Macerata e autore del libro “I care. Curare e prendersi cura”, e di Alessia Minuz, presidente di Koinè Cooperativa sociale.

Guarda il webinar sul canale YouTube di VITA

La cura come infrastruttura

Siamo abituati a considerare infrastruttura soltanto ciò che è materiale, ha osservato Lecce in apertura, ne esiste però una altrettanto essenziale per la coesione e lo sviluppo del Paese: quella costituita dalle persone che educano, assistono, accompagnano le fragilità e contribuiscono a costruire  autonomia e inclusione. Oggi questa infrastruttura è chiamata a confrontarsi con sfide profonde, legate all’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione dei bisogni sociali e alla trasformazione delle reti familiari. In questo contesto, ha osservato Andrea Lecce, la riflessione non può limitarsi alla disponibilità futura di operatori qualificati, ma deve concentrarsi sulle condizioni che rendono le professioni della cura attrattive e sostenibili. Per questo, secondo Lecce, non basta chiedersi dove troveremo gli operatori di cui avremo bisogno. La domanda più scomoda è un’altra: «che cosa dobbiamo cambiare perché una persona scelga di lavorare nella cura e scelga, nel tempo, di continuare a farlo». Retribuzione adeguata, qualità organizzativa, opportunità di crescita professionale, ma anche riconoscimento sociale, rappresentano elementi fondamentali per valorizzare chi ogni giorno opera a servizio delle persone e delle comunità.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

È in questa prospettiva che si inserisce l’impegno della Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo che promuove una lettura dei risultati capace di andare oltre i tradizionali indicatori quantitativi. La misurazione dell’impatto dei finanziamenti a iniziative ad alto valore sociale messo a punto dalla Direzione Impact, consente infatti di comprendere quali cambiamenti concreti generino gli investimenti nelle comunità, nelle organizzazioni e nella vita delle persone, offrendo strumenti utili per orientare in modo più efficace le scelte future. Come ha ricordato Lecce, l’obiettivo è passare  «dal misurare ciò che facciamo al comprendere ciò che cambia». Quando i bisogni di cura diventano sempre più diffusi e complessi, ha aggiunto, la risposta non può che essere collettiva. E’ la finalità degli incontri di Agorà Bene Comune: favorire il confronto tra istituzioni, Terzo settore, mondo economico e società civile per individuare soluzioni condivise e rafforzare le condizioni che rendono il welfare più sostenibile, inclusivo e capace di generare valore per l’intera comunità.

Il sommerso che cresce nei servizi alla persona

È passata quasi inosservata, ha esordito Seghezzi, la notizia che nel 2023, ultimo anno con dati disponibili, il lavoro irregolare in Italia è tornato a crescere dopo cinque anni di flessione. Le unità di lavoro non regolari sono 3,1 milioni, 145mila in più rispetto al 2022 (+4,9%). Il tasso di irregolarità è salito al 12,7% dal 12,5%, e il sommerso è cresciuto al doppio del ritmo dell’occupazione regolare (+2,4%). Il terziario resta l’area più esposta, con un tasso medio del 13,9% che nei servizi alla persona arriva al 40,5%. Per molte famiglie, infatti, le prestazioni non dichiarate continuano a fare da valvola di flessibilità. Nel solo lavoro domestico, secondo le stime di Domina, gli irregolari sono 742mila, in larghissima parte donne (88%) e straniere (69%). Sono lavoratrici senza tutele durante il rapporto e senza prospettiva previdenziale, che lavorano fino a tardissima età per arrivare, nel migliore dei casi, a un assegno sociale che pesa sui conti pubblici.

Sullo sfondo c’è un Paese che invecchia. Secondo le previsioni Istat gli over 65, oggi il 24,7% della popolazione, saranno il 34,5% nel 2050, mentre i 15-64enni scenderanno dal 63,4% al 55,3%. Cresce dunque chi ha bisogno di cura e si riduce chi dovrebbe lavorare, contribuire e fare da caregiver. L’Italia conta 1,5 lavoratori della long-term care ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Anche la base professionale invecchia: tra i lavoratori domestici regolari il 27,2% ha almeno 60 anni e appena l’1,6% meno di 25.

Per Seghezzi il problema è insieme vecchio e nuovo. È vecchio perché in Italia non è mai esistito un vero mercato del lavoro domestico e di cura. È nuovo perché la demografia e la crescita dell’occupazione femminile hanno moltiplicato i bisogni e ridotto chi se ne faceva carico. Ne nasce un meccanismo perverso. La cura resta culturalmente legata alle donne, e così l’aumento dell’occupazione femminile si traduce in più lavoratrici in nero, spesso straniere, dentro un sistema che «scarica i costi del lavoro di cura su chi dispone di minori risorse economiche e di tutela». Per uscirne serve un sostegno pubblico a tutti i livelli, con una detassazione e una decontribuzione importanti che favoriscano l’emersione, e serve un ruolo attivo delle relazioni industriali. Prima ancora, però, serve cambiare sguardo: smettere di considerare questi lavori servizi a basso valore aggiunto e misurarne il valore con metriche diverse. Metriche legate agli effetti che la cura produce su persone e famiglie e alle sue ricadute economiche e sociali.

Per trovarli bisogna sapere perché dovrebbero restare

Da quel cambio di metrica è ripartita Maria Grazia Campese, descrivendo un cortocircuito: mentre il bisogno di cura cresce, diminuisce la capacità del sistema di attrarre e trattenere chi deve garantirla. Le cooperative non possono più chiedersi soltanto dove trovare gli operatori. Devono chiedersi che cosa debba cambiare perché una persona qualificata scelga di entrare in imprese come Spazio Aperto Servizi e decida di rimanerci. Campese ha condensato la risposta in quattro parole, senso, crescita, valore ed equilibrio, che chiamano in causa tre livelli.

Il primo sono le politiche pubbliche. Nei servizi ad alta intensità di lavoro, qualità, sostenibilità economica e condizioni dei lavoratori sono legate a filo doppio, e servono finanziamenti e regole coerenti con il costo reale della qualità. Il secondo sono le organizzazioni, chiamate a superare un modello fondato implicitamente sulla disponibilità al sacrificio. Devono costruire condizioni che tengano insieme senso del lavoro, crescita professionale, autonomia ed equilibrio tra vita e lavoro, restituendo spazio alla competenza e spostando l’attenzione dalle prestazioni erogate agli esiti prodotti. Il terzo è il sistema economico e finanziario. Può sostenere investimenti di medio-lungo periodo sulle persone e sull’innovazione, e contribuire a sviluppare metriche capaci di rendere visibile il valore che il welfare genera nel tempo. «La sfida», ha detto Campese, «non è soltanto aumentare le risorse disponibili, ma cambiare la metrica del valore con cui orientiamo le decisioni di investimento».

Dal minutaggio alla comunità

Più radicale l’impostazione di Riccardo Sollini. Per lui il primo passo è liberare il Terzo settore dalla logica di mercato e burocratica, fatta di minutaggi rigidi e di una standardizzazione di stampo ospedaliero, che riduce la cura a mera prestazione. L’alternativa sono i servizi su base comunitaria, nei quali il servizio torna a essere «uno spazio di vita, di incontro e di partecipazione attiva».

Dentro questo cambio di modello Sollini colloca la questione generazionale. Le nuove generazioni non vanno «subite» né considerate soltanto manodopera: vanno inserite in posizioni chiave. Portano infatti nei servizi la spinta al cambiamento metodologico, all’innovazione e al rigore basato sulle evidenze, e rompono le zone di comfort in cui gli enti rischiano di arenarsi. Il ricambio, però, non deve cancellare la storia e l’etica degli operatori storici. Qui entra in gioco il reverse mentoring, uno scambio in due direzioni: i giovani mettono a disposizione metodo scientifico e visione progettuale, i senior trasmettono l’etica della cura e la capacità di gestire la complessità umana. Per Sollini è «l’antidoto al burnout e alle dimissioni volontarie».

Sullo sfondo c’è una lettura politica del lavoro sociale. Il Terzo settore, ha ricordato Sollini, è nato come coscienza critica della società e corpo intermedio, non come fornitore low cost dello Stato. Per tornare a essere strumento di trasformazione della realtà deve saldare il rigore scientifico con la coscienza politica dei diritti. Da qui una proposta concreta: rivedere i piani di studio e portare il Terzo settore nei comitati di indirizzo dei corsi universitari.

Specie rare

Il filo della visibilità è stato ripreso da Alessia Minuz, che ha portato l’esperienza di Koinè, una cooperativa che ha scelto di agire sul riconoscimento simbolico, culturale e professionale del lavoro sociale. La perdita di attrattività delle professioni del welfare, ha spiegato, dipende certo dalla retribuzione, che resta decisiva. Ma pesa anche un immaginario che riduce competenze complesse a vocazione, disponibilità personale o sacrificio. Con la campagna “Specie Rare” Koinè ha trasformato una difficoltà interna alle organizzazioni in una questione pubblica. La campagna rappresenta educatrici, educatori e professionisti sociali come specie in via di estinzione, la cui scomparsa mette a rischio l’intero ecosistema del welfare.

Alla denuncia si è affiancata la prova del valore. Nei 14 nidi d’infanzia che gestisce in Lombardia, Koinè ha realizzato una valutazione d’impatto che ha coinvolto 569 famiglie, l’80% di quelle iscritte nella primavera 2025. Oltre il 95% ha espresso un giudizio molto positivo sul rapporto con educatrici ed educatori. Il 92% ha riconosciuto progressi dei bambini nelle competenze motorie e nell’autonomia, l’88% nella comunicazione e nel linguaggio, l’86% nella gestione delle emozioni e delle relazioni. Sono numeri che restituiscono il nido non come semplice risposta organizzativa all’esigenza di conciliazione, ma come luogo che produce cambiamenti concreti nella vita di bambini, famiglie e comunità. E servono anche a chi ci lavora. Quando una professionista vede documentato che il suo intervento ha sostenuto l’autonomia di un bambino o generato fiducia tra servizio e comunità, ha osservato Minuz, riceve una conferma pubblica della propria competenza. La valutazione diventa così strumento di apprendimento, di miglioramento e di dignità professionale.

Da qui i tre impegni proposti da Minuz. Il primo è raccontare le professioni attraverso le competenze, superando la retorica del sacrificio e della vocazione. Il secondo è misurare i cambiamenti generati e non soltanto le prestazioni erogate, coinvolgendo lavoratori, famiglie e comunità. Il terzo è trasformare le evidenze in decisioni, perché il riconoscimento simbolico diventi anche economico, organizzativo e politico. «Non possiamo prenderci cura di chi cura», ha concluso, «se continuiamo a considerare invisibile il valore che il suo lavoro genera».

Una responsabilità condivisa

Gli interventi partivano da angolature diverse: i dati sul lavoro sommerso, la gestione di un’impresa sociale, il modello di servizio, la valutazione d’impatto. Eppure hanno evidenziato una convinzione comune: riconoscere e valorizzare il lavoro di cura rappresenta una condizione essenziale per garantire la sostenibilità del sistema di welfare nei prossimi anni. In questo percorso, la capacità di misurare gli effetti sociali generati dalle iniziative assume un ruolo sempre più strategico, perché rende visibili i risultati che spesso rimangono nascosti e fornisce evidenze utili per orientare investimenti, politiche e modelli organizzativi.  Per questo la domanda con cui Lecce aveva aperto l’incontro, chi si prende cura di chi cura?, non può che avere una risposta che coinvolge una pluralità di attori: istituzioni, organizzazioni del Terzo settore, comunità e sistema economico-finanziario. Una responsabilità condivisa che richiede visione, collaborazione e capacità di generare impatto misurabile, affinché la cura sia sempre più  «una responsabilità condivisa», riconosciuta come un investimento sul bene comune e sul futuro del Paese.

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Hastings, 1066. La battaglia che generò la storia

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Odo di Bayeux, chiamato anche Odone o Oddone di Conteville, vescovo della diocesi di Bayeux, fissa l’“Arazzo della regina Matilde” che lui stesso ha commissionato.

Lo sguardo scorre sulle scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini. Nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert. Alla tavola imbandita. Nel tumulto della mischia, mentre brandisce il nodoso bastone del comando per riportare l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria. La ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere, con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati. Ma nulla può riprodurre il rumore assordante che precede e accompagna lo scontro, né il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata, il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia aveva cominciato, con i suoi baroni, a reclutare uomini e a preparare l’invasione dell’Inghilterra. Punta al trono dell’isola e fonda le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il Confessore. Per l’impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II. Glielo ha assicurato Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni potranno issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione, ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi, “due leopardi passanti non maculati”.

Il Duca ha già dimostrato di essere un combattente esperto e un tattico capace di usare la cavalleria insieme alla fanteria e agli arcieri. La perizia e il coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Domfront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head, dove viene raggiunta dal resto della flotta. I normanni costeggiano poi l’isola verso est e trovano a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio. Il vento contrario e il mare mosso hanno però costretto William a rimandare la partenza. L’inconveniente giocherà a suo favore: con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte della Manica nessuno si aspetta più l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. L’entroterra, al contrario, non è dei più idonei per una battaglia. William sposta quindi l’esercito un po’ più a est e si accampa a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta per due settimane notizie dal lontano Nord sull’esito dello scontro tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra, Harold. Harold è stato incoronato il 5 gennaio precedente, con il sostegno della nobiltà anglosassone, lo stesso giorno del funerale di Edward. Per i normanni è uno spergiuro e un usurpatore.

Sassoni e vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e con un’ascia bipenne in pugno, cerca da solo di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkr, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde, “lo Spietato”, di schierare le proprie truppe sulle alture circostanti. I nemici, lasciati avvicinare, sono costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante la formazione favorevole, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni respingono così l’invasione vichinga, appoggiata anche da Tostig, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del nuovo re. A fine giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

Che William attacchi a Sud quasi in contemporanea con i norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale, ma risponde a un piano preciso. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, pur provati dal duro confronto con i norvegesi, scendono a tappe forzate verso Sud. Dopo una breve sosta vicino a Londra per riorganizzarsi, il 13 ottobre giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman, nel suo The Art of War in the Middle Ages (1885), nota che Harold non aspetta la leva di tutto il regno. Ritiene invece di potersi frapporre tra William e la capitale con le sole truppe a disposizione: i fyrd (6.500 uomini della leva feudale) e la milizia mobilitata in fretta dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Gli uomini su cui conta davvero, però, sono gli housecarl e i thegn della sua guardia personale. Sono 800 uomini coperti di ferro, addestrati fin da giovanissimi a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia. L’ascia è lunga circa un metro e mezzo, ha una lama di oltre 25 centimetri e si può impugnare con una o due mani. Un colpo diretto è tremendo: può uccidere il cavaliere e la cavalcatura.

La forza personale e l’esprit de corps ne fanno avversari formidabili.

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata, ma proprio qui sta anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, devono mantenere la posizione e serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere”, sono in chiaro svantaggio. Non possono rispondere alla minaccia né raggiungere nemici che si ritirano senza danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill, nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese, accenna proprio a proposito di Hastings a una controversia tra gli studiosi. I sassoni fecero bene a cercare subito lo scontro, o sarebbe stata preferibile una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco?

Churchill, a differenza di Oman, sostiene che per i sassoni dare subito battaglia fosse una scelta quasi obbligata, data la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto e lo intercettano nel sito che oggi si chiama, appunto, Battle, circa 10 km a nord-ovest di Hastings.

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove la strada per Londra costeggia la foresta del Weald.

È una forte posizione difensiva. Harold assiepa i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una formazione densa che ritiene impossibile da accerchiare e capace di resistere agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore è alto. Gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per il loro re, per le famiglie e per il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

È lo shield wall, la muraglia di legno, ferro e carne che Bernard Cornwell ha trasformato nel cuore pulsante della narrativa storica sull’alto medioevo. Nelle Warlord Chronicles, la sua trilogia arturiana, i sassoni sono gli invasori venuti dal mare, che i britanni di Artù cercano di ricacciare oltre le coste. Nelle Saxon Stories, il ciclo di Uhtred di Bebbanburg ambientato nel IX e X secolo, i ruoli si sono rovesciati. Ora sono i sassoni del Wessex di Alfredo il Grande a difendere la terra contro i danesi, e da quella lotta prende forma, regno dopo regno, l’idea stessa di Inghilterra. Cornwell racconta la lunga gestazione di una nazione. Senlac ne è l’epilogo: la stessa muraglia di scudi che aveva fermato i vichinghi deve ora reggere l’urto dell’ennesima ondata venuta dal mare. È un ciclo che si chiude.

Il volto di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso, in realtà, non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame percuotono ritmicamente gli scudi.

A sua volta William schiera l’esercito in tre corpi paralleli, in gergo “Battaglie”. A sinistra dispone 2.000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. A destra, i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern, circa 1.500 uomini. Tiene per sé il centro, con il grosso dei cavalieri normanni, circa 4.000 uomini. Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi corpi comprende fanteria e cavalleria.

Ciascuna delle tre ali si articola a sua volta in tre linee. In prima linea, arcieri e balestrieri. L’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato. Queste armi, come il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale. Poi i fanti pesanti. Infine i cavalieri corazzati, con usbergo lungo fino al ginocchio e maniche fino al gomito, armati di lancia da otto piedi.

Martin van Creveld, nel suo Command in War, spiega che William impartisce gli ordini e coordina l’esercito con un rudimentale sistema di comunicazione basato su bandiere e stendardi.

Tra i due schieramenti scorre l’Asten, poco più di un ruscello, che disturba le manovre solo marginalmente.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutti e due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

Verso le 9, quando la formazione normanna si slancia all’attacco, sono gli arcieri ad aprire l’azione. I difensori sassoni non possono rispondere finché la prima linea nemica non arriva a tiro di giavellotto. Il primo assalto non riesce a scardinare il muro di scudi.

Il duca William lancia allora la cavalleria sui lati, dove la pendenza è meno forte e si può sperare di salire, entrare in contatto con gli inglesi e aprire un varco. L’avanzata è però più lenta del previsto, e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. I bretoni, in particolare, cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta. I fyrd che li fronteggiano, vedendo il nemico in fuga, abbandonano la posizione di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Scesi dal costone, diventano facile preda della cavalleria, che ne fa strage. È in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca la smentisce sollevando l’elmo, perché tutti possano vederne il volto, nascosto dall’ampio nasale. Poi chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: stanare gli inglesi dalla cima del costone sembra impossibile.

Dopo vari tentativi falliti, ricorda il successo iniziale, quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura indifesi davanti alla cavalleria. Decide così di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Lentamente l’approccio dà i suoi frutti e apre falle nello schieramento sassone in almeno due occasioni. Il corpo centrale dell’esercito di Harold, però, resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della cavalleria pesante, sostenuta dal tiro degli arcieri. L’azione congiunta infligge perdite pesantissime ai sassoni. Questi si difendono di fronte e sui fianchi e, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti housecarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a decidere la giornata. L’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci, che fuggono verso la foresta alle loro spalle.

L’arazzo immortala per sempre quel momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato denudato e massacrato, e la stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini caduti.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesante schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo dall’uso combinato di arcieri e cavalleria. A Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduci di Stamford Bridge. Con re Harold cadono anche i fratelli Leofwine e Gyrth.

Sul luogo dello scontro William costruirà un’abbazia, per rendere grazie a Dio della vittoria.

Hastings segna l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra. Il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si fa incoronare nell’abbazia di Westminster, a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra. Qui può imporre una feudalizzazione totale partendo da zero, perché tutte le terre di nuova conquista appartengono soltanto al re.

Rileggendo la battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui, i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti, potremmo dire che William trionfa perché si dimostra, meglio dei suoi avversari, un genio pionieristico. È capace di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana registra migliaia di battaglie, spesso in modo capriccioso, ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera prima di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, a “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola per i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard, dello Stato maggiore del IV Corpo, disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Più di un secolo dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni». Generano onde durature, che si infrangono molto tempo dopo che la prima ondata di orrore e ferocia si è levata dal campo di battaglia.

Le onde di Hastings non si sono ancora spente. Dal 10 settembre 2026 l’arazzo è esposto al British Museum di Londra, la prima volta in Gran Bretagna da quando fu realizzato quasi mille anni fa. I primi biglietti sono andati esauriti in poche ore, e il museo prevede circa un milione di visitatori prima della chiusura, l’11 luglio 2027. Il lungo ricamo è disteso orizzontalmente in una teca di 70 metri costruita apposta. In cambio, il British Museum ha inviato in Francia alcuni dei suoi più importanti reperti anglosassoni, tra cui i tesori di Sutton Hoo. L’ironia della storia vuole poi che la celebrazione della vittoria normanna sia stata con ogni probabilità ricamata proprio in Inghilterra: chi narrava la sconfitta dei sassoni ne aveva le mani. Quasi un millennio dopo, il racconto del Conquistatore torna in patria. Davanti al dragone del Wessex che cade, una nazione insulare fa la fila per contemplare l’ultima volta in cui fu conquistata.

Tra gli scontri generatori di storia, capaci di segnare uno spartiacque e di mutare traiettorie geopolitiche, c’è certamente quello in cui i sassoni si batterono contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings, nell’autunno del 1066.

Quella normanna è infatti l’ultima grande invasione dell’isola. Romani, angli, sassoni, juti, danesi e infine normanni: per oltre un millennio la Britannia è stata terra di approdo e di conquista, raggiungibile da chiunque controllasse la sponda opposta della Manica. Dopo il 1066 nessun esercito straniero riuscirà più a imporre il proprio dominio sull’isola. Né la Spagna di Filippo II con l’Invincibile Armata, né la Francia di Napoleone accampata a Boulogne, né la Germania di Hitler con l’operazione Leone marino.

Da quella lezione nasce la costante geopolitica che orienta la Gran Bretagna fino ai giorni nostri: mai una sola potenza politica al di là della Manica. Londra sa che un continente unificato sotto un’unica egemonia significherebbe, prima o poi, una nuova flotta pronta a salpare da St. Valéry. Per questo, nei secoli, si schiererà sempre contro chi aspira al dominio sull’Europa: gli Asburgo, Luigi XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler. Lo farà tessendo alleanze, finanziando coalizioni, sostenendo il più debole contro il più forte. L’equilibrio di potenza, la balance of power, è la lunga eco di Senlac. È la cicatrice che il ricamo di Bayeux ha impresso nella memoria strategica di un popolo insulare.

Appendice. Hastings sul tavolo da gioco

Pochi eventi hanno ispirato i progettisti di wargame e giochi da tavolo quanto il 1066. Ecco alcuni titoli che ne restituiscono le diverse scale, dalla geopolitica dell’isola al singolo crinale.

Britannia (Avalon Hill). È un classico di Lewis Pulsipher per quattro giocatori, ciascuno alla guida di più popoli: romani, britanni, sassoni, danesi, normanni e altri. Copre oltre un millennio di invasioni, dalla conquista romana fino all’indomani di Hastings. È la traduzione ludica perfetta della Britannia come “terra d’approdo” e della costante geopolitica descritta sopra.

Hastings 1066 (Strategy & Tactics n. 110). È il gioco tattico, firmato da Richard H. Berg. I normanni vincono se controllano la strada per Londra sulla collina di Senlac o se eliminano tutti gli housecarl. Altrimenti vince il sassone.

1066 (Strategy & Tactics n. 240). È il gioco strategico, di Joseph Miranda, uscito nel 2006. Si gioca da due a quattro, con anglosassoni, normanni, vichinghi e britanni, su turni mensili. La mappa copre Inghilterra, Galles, Scozia meridionale e la costa settentrionale della Francia. Restituisce il “triplo assalto” del 1066 come un’unica partita politico-militare.

Hastings 1066 (edizione polacca, sistema Średniowiecze). Riproduce le tre battaglie della campagna, Fulford, Stamford Bridge e Hastings, diverse per scala, truppe e terreno. Mette in risalto un alto medioevo in cui sul campo dominava spesso la fanteria più della cavalleria. Prevede tre scenari.

Norman Conquests (GMT Games, serie Men of Iron, vol. V). Include Fulford, Stamford Bridge e Hastings, con balestrieri, men-at-arms montati e appiedati, housecarl sassoni e vichinghi e arcieri. Il sistema prevede regole snelle, gioco continuo senza turni e combattimento risolto con un solo tiro di dado.

Una curiosità: Odo e i chierici di Dungeons & Dragons. L’iconografia di Hastings ha lasciato tracce anche nel gioco di ruolo. Gli elmi conici con nasale, le cotte di maglia lunghe fino al ginocchio e gli scudi a mandorla ricamati sull’arazzo sono gli stessi che popolano le illustrazioni dei primi manuali di Dungeons & Dragons, negli anni Settanta. Per quella generazione di autori e disegnatori erano l’immagine stessa del guerriero medievale. Ma c’è un dettaglio più curioso, che riguarda proprio Odo. Nell’arazzo il vescovo di Bayeux compare nella mischia con in pugno un bastone, il baculus, che spesso è stato letto come una mazza. Secondo una tradizione molto diffusa tra i giocatori, da qui nasce una delle regole più celebri di D&D: i chierici possono usare solo armi da botta, mazze, martelli, flagelli, e non lame. L’ecclesiastico, insomma, poteva colpire ma non versare sangue. È un precetto più leggendario che storico: molti prelati medievali combattevano con la spada senza troppi scrupoli. E il bastone di Odo era con ogni probabilità un segno di comando più che un’arma, come suggerisce la scena in cui riordina i ranghi normanni. Eppure l’immagine ha funzionato. Da quasi cinquant’anni, ogni volta che un giocatore crea un chierico e gli mette in mano una mazza, sta ancora ricalcando, inconsapevolmente, un ricamo dell’XI secolo.

Smile, si parte con la scienza

12 Ottobre 2026 ore 15:18

Illuminano i freddi cieli dei poli con colori che vanno dal rosso, al blu fino al verde. Sono le aurore polari. Queste affascinanti luci si formano quando il vento solare, un flusso di particelle energetiche proveniente dal Sole, interagisce con il campo magnetico della Terra che ci difende come uno scudo invisibile. Ad oggi, ci sono ancora varie domande aperte su come si formino queste tempeste geomagnetiche. Inoltre, anche se il nostro pianeta è protetto dal campo magnetico, il vento solare può comunque influenzarci: espone gli astronauti a livelli più elevati di radiazione durante le missioni, e può danneggiare i satelliti e disturbare i sistemi di navigazione, le telecomunicazioni e i servizi meteorologici.

La missione Smile (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer) per la prima volta permetterà di osservare simultaneamente l’azione del vento solare e la risposta della Terra. Smile è una missione congiunta tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Chinese Academy of Sciences. Lo scorso 23 settembre Smile ha ufficialmente avviato la sua attività scientifica, dopo un intenso periodo di in-space commissioning, iniziato quando il satellite è stato lanciato il 19 maggio di quest’anno e ha raggiunto la sua orbita operativa per le attività scientifiche il 20 giugno.

Rappresentazione artistica del satellite Smile. Crediti: Esa

Nella fase di commissioning, una parte importante è stata il collaudo dei quattro strumenti scientifici del satellite: la camera per raggi X a bassa energia (Soft X-ray Imager – Sxi), la camera per le aurore nell’ultravioletto (Uvi), il magnetometro e l’analizzatore di ioni leggeri. Ognuno di questi raccoglierà informazioni utili e diverse per comprendere meglio le tempeste solari, le tempeste geomagnetiche e la meteorologia spaziale.

Il video qui sotto mostra il primo filmato rilasciato da Uvi, la prima camera dal 2008 a catturare l’intero anello dell’aurora boreale intorno al Polo Nord nella luce ultravioletta. Uvi può osservare le aurore per quarantacinque ore consecutive, un vero record. Le immagini sono state riprese il 24 luglio 2026, appena due settimane dopo l’attivazione dello strumento. Mostrano l’attività nell’anello di aurora dovuta a una perturbazione del campo magnetico terrestre causata dalle particelle del vento solare.

Prime immagini della telecamera ultravioletta Uvi di Smile catturate il 24 luglio 2026. Le increspature nell’anello di aurora indicano una perturbazione della magnetosfera terrestre causata dal vento solare. I punti visibili a sinistra sono stelle lontane che emettono luce ultravioletta. Crediti: Esa & Cas/Smile/Uvi

Anche la camera a raggi X (Sxi) è stata attivata con successo. Una delle prime immagini di test, che vedete riportata qui sotto, è stata presa per verificare il corretto funzionamento dello strumento. L’immagine mostra i resti dell’esplosione di una stella lontana. Smile è il primo telescopio spaziale in grado di osservare il campo magnetico terrestre nei raggi X. Rileverà questo tipo di radiazioni emesse ai confini della magnetosfera quando questa viene colpita dalle particelle del vento solare. Sebbene questa telecamera lavori correttamente, attualmente rileva un eccesso di luce diffusa quando è puntata verso la Terra. Per ridurre questo fastidio, gli esperti stanno studiando correzioni specifiche e aggiornamenti software da implementare a bordo. Tuttavia, poiché Smile si sta orientando sempre più lontano dalla Terra e il Polo Nord emette meno luce mentre ci avviciniamo all’inverno boreale, la luce diffusa sta diminuendo naturalmente. Dovrebbe raggiungere un minimo a metà ottobre. A quel punto Sxi catturerà la sua prima immagine nitida della magnetopausa, la zona dove il vento solare incontra il campo magnetico terrestre.

Immagine di test della telecamera a raggi X di Smile che mostra il resto di supernova N132d nella Grande Nube di Magellano, distante circa 160mila anni luce. Crediti: Esa & Cas/Smile/Sxi

L’Esa ha realizzato un film documentario, dal titolo Let’s Smile, che descrive lo sviluppo della missione tra giugno 2024 e maggio 2026. Il video mostra le parti del satellite nelle varie fasi di lavoro: il loro arrivo al centro tecnico dell’Esa nei Paesi Bassi, l’assemblaggio, i test e infine l’invio allo spazioporto europeo in Guyana francese per il lancio. Smile segna inoltre la prima volta in cui l’Esa e la Chinese Academy of Sciences hanno selezionato, costruito e gestito insieme una missione.

«La missione Smile è una testimonianza della fiducia costruita tra i nostri team, della loro dedizione all’eccellenza e della loro determinazione a trovare soluzioni a ogni sfida», dice la professoressa Carole Mundell, Director of Science all’Esa. «Smile ora ha ottenuto il via libera per iniziare le attività scientifiche. Si tratta di un traguardo molto importante – un vero piacere da annunciare – e sono sicura che la nostra eccellente collaborazione fornirà dati rivoluzionari agli scienziati di tutto il mondo».

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

19° Classic Eleganza Stresa: fascino e storia in riva al Lago Maggiore

12 Ottobre 2026 ore 12:30

Dalle forme eleganti delle grandi classiche alle interpretazioni più audaci del design, la diciannovesima edizione di Classic Eleganza Stresa ha offerto uno spaccato della cultura automobilistica attraverso esemplari capaci di raccontare epoche, stili e vicende differenti. Un incontro tra passione collezionistica e memoria, nel quale ogni vettura ha portato con sé una storia da riscoprire, tra dettagli d’autore e soluzioni stilistiche che hanno fatto epoca.

Un parterre de roi

La manifestazione, che si è svolta questo weekend, ha visto la ricca partecipazione di 50 concorrenti arrivati da tutt’Italia e anche dalla Svizzera ed è stata organizzata come sempre dal Classic Club Italia, sodalizio federato Asi. La base dell’evento è stato lo splendido Hotel Regina Palace di Stresa, che si affaccia sul Lago Maggiore. Proprio il lago è stato uno dei protagonisti, perché nella giornata di domenica alcuni motoscafi Riva hanno “accompagnato” simbolicamente le auto che si dirigevano sul lungolago per sfilare in piazza Marconi ed essere presentate da Gaetano Derosa, caporedattore di Ruoteclassiche.

Una messe di premi

A giudicare le vetture sono state chiamate due giurie: una tecnica composta da giudici Asi e Fiva e una Giuria d’Onore formata da esperti del sodalizio. Originalità, conservazione, qualità del design, finiture, interni, meccanica e storia dell’esemplare saranno tra gli elementi presi in considerazione. Tra le vetture premiate, oltre alla splendida Mercedes vincitrice del Best of Show, anche altri pezzi da 90 come la Citroën 15AL Rosalie del 1934 di Annamaria Temporali (che ha sfoggiato una mise coeva della sua vettura), la Fiat 1100/103 del 1954 di Giulio Roversi (auto di famiglia da sempre), la Lancia Aurelia B24 Spider del 1955 di Salvatore Ignaccolo, la Ford Mustang Sportsroof 250 6 cilindri del 1970 di Daniele Bonato (vettura dal restauro strepitoso), la one-off Ferrari FZ93 Antonio Calleri (sportiva realizzata da Zagato su base Testarossa) e l’Alfa Romeo Montreal di Elisabetta Cozzi. Proprio Elisabetta è stata protagonista a Stresa perché ha dato la possibilità a tutti i concorrenti e agli organizzatori la possibilità di ammirare la celebre rassegna fotografica “Donne e motori, gioie e basta” con i bellissimi scatti di Camilla Albertini.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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Presentazioni autodifesa e cisti

3 Aprile 2019 ore 15:56

manituana c1

Usciamo dai laboratori dell'hacklab _TO ed entriamo nel camper per lo straordinario tour di presentazioni di alcuni dei progetti che ci hanno fatto faticare in questi ultimi mesi!

Tutti questi incontri e tutti (i numerosi) che verranno sono warm-up in vista dello splendido hackmeeting che quest'anno si terrà a Firenze presso il Next Emerson dal 30 Maggio al 2 Giugno!

Siateci!

6 Aprile, alle 16:30 @CELS

Presentazione di cisti.org

9 Aprile, alle 17:00 @MANITUANA

Corso di autodifesa digitale

11 Aprile, alle 17:00 @AULA C1

Presentazione di cisti.org

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