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Al festival del gol: Livorno e Grosseto fanno 4-4

16 Ottobre 2026 ore 22:39

LIVORNO - Pareggio giusto tra due grandissime squadre: finisce sul 4-4 tra Livorno e Grosseto. Spettacolo puro all'Armando Picchi, tra due squadre simili, giovani ma già con tanta qualità. Da una parte in panchina Cristiano Lucarelli, dall'altra Paolo Indiani (tra l'altro ex allenatore degli amaranto), due tecnici che prediligono il gioco offensivo, due allenatori con grande carisma e grinta, caratteristiche Continue Reading

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Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.

16 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica  e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.

Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.

Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia

RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.

Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.

A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.

L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.

A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.

Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury

Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.  

Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.

Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.

I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.

Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.

Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.

Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.

La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.

Meloni lega il destino dell’Italia a quello di Zelensky – Dietro il Sipario – Talk Show

14 Ottobre 2026 ore 17:19



Meloni giura fedeltà eterna a Zelensky mentre Trump e Putin cercano un accordo. Ne parliamo a “Dietro il Sipario” in compagnia di Luca Marfé, Davide Rossi e Francesco Forciniti

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Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

Due strati di carbonio, uno di canapa: stesso risultato negli urti

23 Settembre 2026 ore 15:43
Quando si parla di canapa nei materiali compositi, il punto non è costruire oggetti “interamente di canapa”, ma capire quanto una fibra vegetale possa sostituire rinforzi sintetici mantenendo prestazioni meccaniche adeguate, o addirittura migliorandole. Uno studio pubblicato nel Journal of Materials Engineering and Performance ha analizzato proprio questa possibilità attraverso laminati sottili ibridi realizzati con …

Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca

Versione integrale dell’intervento del Vicesegretario Generale Matteo Di Cocco al III Forum Antifascista di Mosca tenutosi a Maggio 2026.

IL FASCISMO NON È UN INCIDENTE — È LA RISPOSTA VIOLENTA DEL CAPITALISMO

Il Fascismo non è un incidente della storia. Non è una deviazione, non è un’anomalia. È il frutto avvelenato della degenerazione sistemica del capitalismo che, quando entra in crisi o si sente minacciato dai movimenti popolari e operai, reagisce con ferocia, togliendo la propria maschera della democrazia per mostrare il volto violento. Quello della violenza di classe.

Come insegnato da Antonio Gramsci, la pavidità dei partiti operai — egemonizzati dalle correnti riformiste, incapaci di una visione ideologica corretta — è stata la prima causa della sconfitta del movimento operaio italiano di fronte alla marea nera.

Non possiamo ripetere quegli errori. Non possiamo più permetterci quella codardia, sperando di strappare qualche simpatia qua e là nel campo socialdemocratico (se non peggio).

Questo perché (e ne abbiamo le prove giorno dopo giorno) il fascismo in occidente sopravvive e continua a riprodursi perché negli ultimi trent’anni l’ideologia e la modalità d’azione dei comunisti è stata smantellata e deligittimata, pezzo dopo pezzo da chi in una folle rincorsa ai richiami delle élite finanziarie ha abbracciato il neoliberismo dando vita ad una pseudo sinistra, incarnata in fine da chi a Bruxelles, nel Consiglio Europeo ha avuto il coraggio di equiparare il nazismo ed il comunismo, distruggendo nel frattempo lo stato sociale e continuando a sostenere il regime neo nazista di Kiev.

In Italia, come nel resto dell’Europa abbiamo sempre più la prova che la forma più avanzata di fascismo non ha più la camicia nera addosso, ma hanno i vessilli di chi ha tradito la classe operaia invece di difenderla. Questo tradimento è un sintomo, di una malattia più ampia.

Una malattia che si chiama fascismo moderno.

TERRORISMO COME CATEGORIA POLITICA

Il terrorismo, come il fascismo non è un fenomeno autonomo che cade dal cielo ed in questo ci rifacciamo proprio a quanto dichiarato dal Presidium del Comitato Centrale del KPRF nel giugno del 2024:

“Per sconfiggere il terrorismo, è necessario superare il capitalismo, unire la società sugli ideali della giustizia, e quindi del socialismo. L’esperienza sovietica ci dà un grande esempio di come la società può unirsi, forgiare una forte armatura della sicurezza nazionale e vergognare il nemico più cinico e crudele” (https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) [1]”

Il nostro Partito condivide in pieno questa lettura, le radici del terrorismo in epoca contemporanea sempre più affonda le radici nella povertà, nella diseguaglianza, nei conflitti militari fomentati dall’imperialismo per il controllo delle risorse o per la gestione delle proprie sfere di influenza a livello geopolitico fino alla frammentazione sociale prodotta coscienziosamente dal capitalismo neoliberista.

Possiamo definire il terrorismo come un fenomeno con tre facce, per quanto riguarda l’analisi politica contemporanea.

  • C’è il terrorismo come atto criminale di massa contro civili innocenti
  • C’è il terrorismo di Stato, organizzato da chi attacca popolazioni civili e finanzia organizzazioni e milizie paramilitari che organizzano stragi o colpi di Stato
  • Infine, c’è l’uso strumentale della categoria “terrorismo” utilizzata come arma ideologica per attaccare chi si oppone alle manovre imperialiste, per reprimere i movimenti popolari legittimando le aggressioni militari.

 

Qui ci poniamo una domanda: chi è il vero terrorista? Chi difende un popolo e la propria identità nazionale dall’aggressione di un governo fascista o quello stesso governo che attacca quei popoli? Noi sicuramente sappiamo da che parte stare.

[1] Dal servizio stampa del Comitato Centrale del KPRF 24 Giugno 2024 https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html

L’UCRAINA E IL NODO DEL CONFLITTO

Se parliamo di strutture imperialiste e terroriste in occidente non possiamo evitare di parlare della NATO che con la sua continua aggressione imperialista con il allargamento ad est violando non solo gli accordi del 1991, ma qualsivoglia briciolo di buonsenso, hanno trasformato l’Ucraina in un avamposto anti-russo. Per questo il Partito Comunista (Italia) condanna nettamente il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America a tutti quei settori che hanno egemonizzato il potere di Kiev dal colpo di Stato del 2014 in poi.

Fin da Euromaidan, l’obiettivo non è stato minimamente quello di mettere al centro la volontà del popolo ucraino, ma quello di accerchiare ed indebolire la Russia accerchiandola e cercando di distruggere qualsiasi forma di opposizione all’egemonia del dollaro e della finanza anglosassone, distruggendo quel filo rosso che unisce i popoli russi ed ucraini da ben prima che nascesse la NATO o che gli Stati Uniti d’America fossero un pensiero di Franlink o Jefferson.

Come è ben documentato, il regime di Kiev ha trasformato l’Ucraina nel primo stato terrorista d’Europa permettendo l’uso di metodi deliberatamente terroristici come gli attacchi ad infrastrutture civili, sabotaggi e addirittura uso di missili forniti dall’Occidente contro le popolazioni residenti nelle regioni del Donbass.

Se ci fossero dubbi, questo non è il comportamento di una democrazia, questo non è il comportamento di uno stato aggredito (come molti in Italia ed Europa definiscono l’Ucraina) ma questo è puro e semplice terrorismo di Stato, armato e finanziato dall’imperialismo occidentale.

L’Ucraina non è più una nazione, ma un asset strategico militare in mano a potenze straniere.

Le sanzioni contro la Russia si sono ritorte contro l’Europa stessa.

La NATO ogni giorno di più viene umiliata.

I popoli del Donbass si sono ribellati ed hanno preso le armi per difendere la propria autodeterminazione.

Oggi la Russia insieme alla Cina Socialista ed a tutte quelle nazioni che vogliono uscire dal giogo imperialista hanno l’opportunità di costruire un fronte per la pace e la sovranità economica e politica dei popoli.

Dobbiamo purtroppo constatare che in questo momento in Italia non ci sono le condizioni minime per attuare una politica di questo tipo, poiché la nostra nazione è da anni ormai retrocessa al rango di colonia.

Nostro l’ardito compito far risaltare le contraddizioni del sistema e sfruttarle per riportare anche in Italia il protagonismo della politica sull’economia e del popolo sull’imperialismo.

IL NEOLIBERISMO È IN GUERRA PERMANENTE

Cari compagni, dobbiamo essere chiari su un punto: non siamo di fronte a una crisi passeggera o ad un’anomalia che verrà risolta con qualche aggiustamento diplomatico.

Ci troviamo di fronte ad una crisi strutturale del capitalismo, che cerca la sua via d’uscita — come sempre nella storia — attraverso l’unico metodo che conosce: la guerra, la militarizzazione delle società e la distruzione dei diritti sociali conquistati dai lavoratori nel Novecento.

L’Unione Europea si è rivelata per quello che i comunisti hanno sempre denunciato: un apparato tecnico e burocratico al servizio del complesso militare del capitale.

Euro, Unione Europea e NATO non difendono la democrazia ma ne sono la diretta negazione.

Lo vediamo nelle politiche di austerità che negli anni hanno colpito i popoli europei, lo vediamo nella continua promozione di uno spirito anticomunista anche a livello istituzionale, non solo falsificando la storia, ma spergiurando sulle tombe di chi ha sacrificato la propria vita 81 anni fa per liberare il continente dal dominio nazifascista.

L’aumento smisurato delle spese militari sacrificando sanità, istruzione e pensioni sono il segnale di un’opera di distruzione della società per piegarla alla volontà delle élite economiche e militari utilizzando l’invenzione di una fantomatica minaccia russa come alibi per accelerare il processo di smantellamento di ogni residuo di Stato sociale.

Visto il continuo attacco dell’Unione Europea al suo stesso popolo, vista la continua ricerca di un nemico per militarizzare e spaventare gli europei convincendoli della giustezza di una futura guerra … possiamo definire la stessa Unione Europea come un’entità terroristica?

LA RISPOSTA COMUNISTA

La risposta comunista non può essere né nazionalista né semplicemente pacifista.

Deve essere internazionalista e di classe.

Se vogliamo essere all’altezza del compito che la storia ci sta ponendo dobbiamo riunire tutti coloro che rifiutano il controllo imperialista, chi è a favore della sovranità de popoli ed contro l’ingerenza straniera.

Dobbiamo combattere tutti quei piani di riarmo che sono propedeutici a future aggressioni e conflitti, dobbiamo far si che tutte le componenti sociali dei nostri rispettivi stati difendano lo Stato Sociale e smascherino le pseudosinistra neoliberista, finto socialdemocratiche e tutti coloro che hanno tradito i loro popoli.

Nel nostro paese, il Partito Comunista (Italia) porta avanti questa battaglia senza compromessi. Non partecipiamo al gioco delle alleanze con il centro-sinistra atlantista. Non sosteniamo le missioni militare all’estero o l’invio di armi in Ucraina, siamo contro la NATO e contro l’Unione Europea del capitale.

Per questo il nostro compito non deve fermarsi solo a tutti coloro che si riconoscono nella nostra ideologia, ma dobbiamo essere capaci di egemonizzare quei movimenti di massa spontanei che altrimenti sarebbero fini a loro stessi: come ci hanno insegnato Lenin e Gramsci serve un partito, una direzione politica ed una visione ideologica chiara.

VERSO LA VITTORIA

Compagni, permettetemi di chiudere con una riflessione che porto anche a nome del Segretario Generale Alberto Lombardo. Siamo qui a Mosca, capitale dell’Unione Sovietica che ha resistito all’invasione nazifascista ed ha liberato il continente dal pericolo nero al costo della vita di oltre venti milioni dei suoi figli.

L’Armata Rossa a Stalingrado non ha fermato la macchina militare nazifascista solo per l’Unione Sovietica, ma lo ha fatto per la libertà di tutto il mondo, fu la vittoria del socialismo sul fascismo, la vittoria del popolo sulla barbaria capitalista.

Lo abbiamo già detto lo scorso anno, per rispetto e onore del popolo sovietico Volvograd non deve essere Stalingrado pochi giorni dell’anno, ma deve tornare ad essere Stalingrado tutto l’anno!

Proprio su quell’esempio eroico noi siamo chiamati ad un’altra battaglia, sotto forme diverse contro nemici che oggi hanno giacche e cravatte. Invece dei carri armati usano canali di informazione, fondi di investimento e le banche centrali per manipolare la vita delle persone e la loro percezione della realtà.

Ma la sostanza non cambia: il capitalismo quando è in crisi torna a mostrare il suo volto di violenza, di guerra e di terrorismo contro i popoli.

Non so quando arriverà la Vittoria. Ma so che, quando arriverà, voglio che ci sia anche il mio ed il contributo del mio Partito.
Ma questa battaglia l’abbiamo già vinta una volta, 81 anni fa e non ce lo hanno mai perdonato.
Facciamolo accadere ancora una volta

Slava Stalingrad! Vperëd k pobede!

(Avanti verso la vittoria!)

🇬🇧 English Version
THE COMMUNIST PARTY — ITALY
III International Forum — Moscow, May 2026
Terrorism and Imperialism: Two Faces of the Same System

First of all, allow me to convey greetings to you from the General Secretary, comrade Alberto Lombardo, and from the entire Central Committee of the Communist Party (Italy).
We thank the KPRF – Communist Party of the Russian Federation for organizing this Forum and for allowing us to bring the voices of those in Italy who fight every day against imperialism, war, and fascism in its many contemporary forms.

FASCISM IS NOT AN ACCIDENT — IT IS CAPITALISM’S VIOLENT RESPONSE

Fascism is not an accident of history. It is not a deviation, it is not an anomaly. It is the poisonous fruit of the systemic degeneration of capitalism, which, when it enters into crisis or feels threatened by popular and workers’ movements, reacts ferociously, removing its democratic mask to reveal its violent face. That of class violence.
As Antonio Gramsci taught, the cowardice of workers’ parties—dominated by reformist currents, incapable of a correct ideological vision—was the primary cause of the defeat of the Italian workers’ movement in the face of the oil slick.
We can’t repeat those mistakes. We can no longer afford that cowardice, hoping to gain some sympathy here and there in the social democratic camp (or worse).
This is because (and we have proof of this day after day) fascism in the West survives and continues to reproduce itself because over the last thirty years the ideology and mode of action of the communists have been dismantled and delegitimized, piece by piece, by those who, in a mad pursuit of the calls of the financial elite, have embraced neoliberalism, giving birth to a pseudo-left, ultimately embodied by those in Brussels, in the European Council, who had the courage to equate Nazism and Communism, meanwhile destroying the welfare state and continuing to support the neo-Nazi regime in Kiev.
In Italy, as in the rest of Europe, we have growing evidence that the most advanced form of fascism no longer wears black shirts, but instead carries the banners of those who betrayed the working class instead of defending it. This betrayal is a symptom of a broader disease.
A disease called modern fascism.
TERRORISM AS A POLITICAL CATEGORY
Terrorism, like fascism, is not an autonomous phenomenon that falls from the sky and in this we refer precisely to what was declared by the Presidium of the Central Committee of the KPRF in June 2024:
“To defeat terrorism, it is necessary to overcome capitalism, to unite society around the ideals of justice, and therefore of socialism. The Soviet experience gives us a great example of how society can unite, forge a strong armor of national security, and shame the most cynical and cruel enemy.”https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) ”
Our Party fully shares this view: the roots of terrorism in contemporary times are increasingly rooted in poverty, inequality, military conflicts fomented by imperialism for the control of resources or the management of its own spheres of influence at the geopolitical level, up to the social fragmentation consciously produced by neoliberal capitalism.
We can define terrorism as a three-faceted phenomenon, as far as contemporary political analysis is concerned.
• There is terrorism as a mass criminal act against innocent civilians
• There is state terrorism, organized by those who attack civilian populations and finance paramilitary organizations and militias that organize massacres or coups d’état
• Finally, there is the instrumental use of the category “terrorism” employed as an ideological weapon to attack those who oppose imperialist maneuvers, to repress popular movements by legitimizing military aggression.

Here we ask ourselves a question: who is the real terrorist? Those who defend a people and their national identity from the aggression of a fascist government, or the very government that attacks those people? We certainly know which side we’re on.

UKRAINE AND THE CRUCIAL ISSUE
When we talk about imperialist and terrorist structures in the West, we cannot avoid mentioning NATO, which, with its ongoing imperialist aggression and eastern enlargement—violating not only the 1991 agreements but every shred of common sense—has transformed Ukraine into an anti-Russian outpost. For this reason, the Communist Party (Italy) strongly condemns the European Union and the United States’ support for all those sectors that have dominated Kiev’s power since the 2014 coup.

Since Euromaidan, the goal has not been to put the will of the Ukrainian people at the center, but to encircle and weaken Russia by encircling it and trying to destroy any form of opposition to the hegemony of the dollar and Anglo-Saxon finance, destroying the common thread that has united the Russian and Ukrainian peoples since well before NATO was born or the United States of America was even a thought of Franklin or Jefferson.
As is well documented, the Kiev regime has transformed Ukraine into Europe’s first terrorist state by allowing the use of deliberate terrorist methods such as attacks on civilian infrastructure, sabotage, and even the use of Western-supplied missiles against populations living in the Donbass regions.
If there were any doubt, this is not the behavior of a democracy, this is not the behavior of an attacked state (as many in Italy and Europe define Ukraine) but this is pure and simple state terrorism, armed and financed by Western imperialism.
Ukraine is no longer a nation, but a strategic military asset in the hands of foreign powers.
Sanctions against Russia have backfired on Europe itself.
NATO is being humiliated more and more every day.
The people of Donbass rebelled and took up arms to defend their self-determination.
Today, Russia, together with Socialist China and all those nations that wish to escape from the imperialist yoke, have the opportunity to build a front for peace and the economic and political sovereignty of the peoples.
Unfortunately, we must note that at this time in Italy the minimum conditions for implementing a policy of this type do not exist, since our nation has been relegated to the rank of a colony for years now.
Ours is the daring task of highlighting the contradictions of the system and exploiting them to restore, in Italy too, the role of politics over the economy and of the people over imperialism.

NEOLIBERALISM IS AT PERMANENT WAR

Dear comrades, we must be clear on one point: we are not facing a temporary crisis or an anomaly that will be resolved with some diplomatic adjustments.
We are facing a structural crisis of capitalism, which seeks its way out—as always throughout history—through the only method it knows: war, the militarization of societies, and the destruction of the social rights won by workers in the twentieth century.
The European Union has revealed itself to be what the communists have always denounced: a technical and bureaucratic apparatus at the service of capital’s military complex.
The Euro, the European Union and NATO do not defend democracy but are its direct negation.
We see it in the austerity policies that have affected the peoples of Europe over the years, we see it in the continued promotion of an anti-communist spirit even at the institutional level, not only by falsifying history, but by perjuring themselves on the graves of those who sacrificed their lives 81 years ago to liberate the continent from Nazi-Fascist rule.
The disproportionate increase in military spending, sacrificing healthcare, education, and pensions, signals a drive to destroy society, bending it to the will of the economic and military elites. The invention of a phantom Russian threat serves as an excuse to accelerate the dismantling of every vestige of the welfare state.
Given the European Union’s ongoing attack on its own people, given its constant search for an enemy to militarize and frighten Europeans into believing a future war is justified… can we define the European Union itself as a terrorist entity?

THE COMMUNIST RESPONSE
The communist response can be neither nationalist nor simply pacifist.
It must be internationalist and class-based.
If we want to live up to the task that history is placing before us, we must unite all those who reject imperialist control, those who are in favor of the sovereignty of peoples and those who are against foreign interference.
We must fight all those rearmament plans that pave the way for future aggression and conflict. We must ensure that all social groups in our respective countries defend the Welfare State and expose the neoliberal pseudo-left, fake social democrats, and all those who have betrayed their peoples.
In our country, the Communist Party (Italy) is fighting this battle uncompromisingly. We do not participate in the game of alliances with the Atlanticist center-left. We do not support military missions abroad or the shipment of weapons to Ukraine; we are against NATO and the European Union of capital.
For this reason, our task must not be limited to those who identify with our ideology, but we must be capable of hegemonizing those spontaneous mass movements that would otherwise be ends in themselves: as Lenin and Gramsci taught us, we need a party, a political leadership, and a clear ideological vision.
TOWARDS VICTORY
Comrades, allow me to close with a reflection I also offer on behalf of Secretary General Alberto Lombardo. We are here in Moscow, the capital of the Soviet Union, which resisted the Nazi-Fascist invasion and freed the continent from the dark peril at the cost of the lives of over twenty million of its sons.
The Red Army at Stalingrad did not stop the Nazi-fascist military machine just for the Soviet Union, but it did so for the freedom of the entire world. It was the victory of socialism over fascism, the victory of the people over capitalist barbarism.
We said it last year: out of respect and honor for the Soviet people, Volgograd must not be Stalingrad for a few days a year, but must return to being Stalingrad all year round!
Precisely on the basis of that heroic example, we are called to another battle, in a different form, against enemies who today wear suits and ties. Instead of tanks, they use information channels, investment funds, and central banks to manipulate people’s lives and their perception of reality.
But the substance does not change: when capitalism is in crisis, it returns to show its face of violence, war, and terrorism against people.
I don’t know when Victory will come. But I know that, when it does, I want my contribution and that of my Party to be there too.
But we already won this battle once, 81 years ago, and they never forgave us.
Let’s make it happen one more time

Slava Stalingradu! Vperëd k pobede!
(Onward to victory!)

 

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L'articolo Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

7 Luglio 2026 ore 12:00

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

Perché gli attacchi di Trump dimostrano la devastante sconfitta di Meloni in politica estera

7 Luglio 2026 ore 09:00

Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”. Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.

A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani: “Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto: “Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.

Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.

La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.

Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.

In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.

14 dicembre ricordando Pinelli, Valpreda e in solidarietà con il Leoncavallo

di: msette
15 Dicembre 2025 ore 18:09
Video di Domenica 14 dicembre 2025 ore 16 Interventi di ( in aggiornamento ): Manuel Colosio Radio Onda d’Urto Brescia, Saverio Ferrari Osservatorio Democratico Nuove Destre, Mauro Decortes Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Cecilia Koin Galli Circolo Anarchico Ponte della … Continua a leggere→

IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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