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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Dakar Classic, la vittoria a una Land Rover

19 Gennaio 2026 ore 10:02

Si è conclusa a Yunba, in Arabia Saudita, la sesta edizione della Dakar Classic, dopo 4.162 km di prove speciali e 7.281 totali in un percorso a circuito che ha coinvolto 211 partecipanti suddivisi su 75 auto e 22 camion. Una grande avventura dal sapore epico, con veicoli di quasi 50 anni chiamati a resistere alle durissime condizioni del terreno e rispettare i rigorosi intervalli di tempo che caratterizzano le gare di regolarità.

In due anni dal terzo al primo posto

Ad arrivare per i primi sul traguardo sono stati Karolis Raisys e Cristophe Marques della Ovoko Racing, a bordo di una Land Rover 109 terza serie con carrozzeria station wagon. Raisys, quarantatreenne lituano pilota di rally e “ambassador” Land Rover, è anche uno dei principali istruttori di guida del marchio inglese nei Paesi Baltici. Dopo il debutto nella scorsa edizione – senza assistenza tecnica e una preparazione affrettata – con un sorprendente terzo posto, quest’anno, affiancato da un nuovo navigatore, di origine francese, ha centrato il bersaglio grosso, dominando fin dalle prime prove e dimostrando una costanza di rendimento invidiabile.

Terzi assoluti e primi tra gli italiani, Unterholzer-Gaioni

Al secondo posto la coppia cecoslovacca Ondrei Klymciv e Josef Broz, alla loro quinta partecipazione, prima su una Skoda 130 LR e quest’anno con una molto più competitiva Mitsubishi Pajero del 1994. Sul terzo gradino del podio il primo equipaggio italiano, Unterholzer-Gaioni, sempre su Mitsubishi Pajero: la coppia del Trentino-Alto Adige ha anche conquistato il secondo posto di categoria, sfiorando la vittoria per un soffio e non riuscendo quindi a fare il bis rispetto al 2025, quando comunque avevano chiuso la classifica generale molto più indietro, al decimo posto. L’agguerrito R team è riuscito a conquistare anche il quarto posto con la coppia – anche nella vita – Leva-Giugni, alla guida dell’ennesima Mitsubishi Pajero, vera regina del deserto e decisamente più competitiva della Fiat Panda con la quale, molto coraggiosamente, avevano debuttato nel 2023.

Quinto tra i camion l’equipaggio al femminile

Ottimo risultato anche per il Ladies Dakar Team, al debutto nella Dakar Classic. Primo equipaggio italiano completamente femminile nella storia a prendere parte alla Dakar, al termine delle 13 tappe Rachele Somaschini, Serena Rodella e Monica Buonamano hanno conquistato la quarantesima posizione assoluta, quinta tra i camion, quarta della classe H1T e seconda nella sottocategoria Period B. Il merito va ovviamente condiviso con il Mercedes-Benz Unimog 435 del 1988 gestito dal team Tecnosport, capace di piazzare all’ottavo posto assoluto un altro equipaggio italiano, Pece-Morosi, su Nissan Terrano. Penultimi, ma sani e salvi al traguardo con il loro minivan Mitsubishi, la coppia Favre-Iacovelli. Tra i camion, la vittoria è andata al DAF 3300 del Team De Rooy, già capace di compiere l’impresa di vincere una tappa davanti a tutti, anche alle auto, a dimostrazione di uno spirito competitivo che non fa sconti a nessuno, nonostante la sfida sia soprattutto con sé stessi e la capacità di interpretare il percorso nel modo più regolare e preciso. Si chiude così un’altra emozionante edizione della Dakar Classic che ha sicuramente regalato ricordi indimenticabili ai partecipanti, molti dei quali presenti fin dal debutto. Una rievocazione che celebra anni eroici a bordo di mezzi storici, tornati a scrivere nuovi capitoli del rally raid più famoso del mondo.

Dakar Classic 2026 - 1Ruoteclassiche
Dakar Classic 2026 - 2Ruoteclassiche
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Federico Pellegrino: “Io portabandiera, vuol dire che qualcosa ho combinato. I russi esclusi? Penso che per il bene del mondo lo sport debba unire”

19 Gennaio 2026 ore 08:06

Una carriera che per 15 anni lo ha visto ai vertici dello sci di fondo, tanto da diventare l’italiano più vincente di sempre in Coppa del Mondo, con 17 successi. A cui aggiunge un oro e un totale di sette medaglie mondiali e due argenti olimpici. Federico Pellegrino si prepara a dire addio allo sci di fondo nella sua Saint-Barthelemy, dove il 28 marzo saluterà tutti con una grande festa. Prima, però, ha ancora un obiettivo davanti a sé: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Il valdostano ci arriva come uno dei quattro portabandiera dell’Italia e sfilerà con il tricolore nella cerimonia d’apertura di Milano. Ma anche con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile ed essere stato il faro del movimento per 15 anni, in uno sport che nella sua storia olimpica ci ha regalato 36 medaglie.

Federico, sarà il primo portabandiera valdostano della storia tra Olimpiadi estive e invernali, cosa significa questo per lei?
Si sarò il primo nato in Valle d’Aosta, ma ci tengo a dire che saremo in due insieme a Federica Brignone, con cui ho vissuto tante esperienze. È stata un punto di riferimento nei miei primi anni e lo è ancora adesso, mi fa molto piacere condividere con lei questo traguardo. Essere stato scelto vuol dire che qualcosa nella mia carriera ho combinato, sia dal punto di vista sportivo, ma anche fuori dai campi di gara. Ho debuttato in Coppa del mondo nella prima gara dopo Vancouver 2010 e chiudere il cerchio così è bello. Dà sicuramente tanta energia, anche mentale, per provare ancora a fare qualcosa di grande nell’appuntamento più importante.

Al Tour de ski ha mostrato un’ulteriore crescita nelle distance e, paradossalmente, un passo indietro nelle sprint. Ha cercato questa cosa?
Fino a Pechino 2022 avevo obiettivi che passavano quasi esclusivamente dalle sprint. Ottenere una medaglia a Pyeongchang 2018 nella sprint in tecnica classica, piuttosto che il percorso durato otto anni, da Sochi 2014 a Pechino 2022, per cercare di vincerla in tecnica libera era il mio focus. Vivevo in funzione della prestazione, proprio per massimizzare il risultato. E sposarmi con Greta Laurent, che faceva lo stesso lavoro, è stato fondamentale. Dopo Pechino, però, ho fatto un cambio drastico di vita. In questi quattro anni ho imparato a conoscermi sotto altri punti di vista, grazie al mio allenatore Markus Kramer, e ho iniziato a credere in me anche nelle gare lunghe. Al Mondiale 2025 ho espresso il miglior Pellegrino complessivamente della mia carriera. Dieci anni fa era fantascienza essere a una manciata di centimetri da una medaglia nelle distance. Non è stata una trasformazione, ma la fiducia nel lavoro svolto e in me stesso. Ora mi sento più sicuro di fare un bel risultato nelle distance rispetto alle sprint.

Quindi crede di avere chance di medaglia nello skiathlon o magari nella 50km ai Giochi?
La 50Km arriverà dopo le gare a squadre, dove sono convinto che l’Italia possa puntare al podio, non voglio pensarci troppo. Nello skiathlon, invece, non posso nascondermi. In Val di Fiemme l’anno scorso ho fatto secondo, erano condizioni diverse e non era due giorni dopo l’emozione potentissima del portare la bandiera nell’Olimpiade in casa, però voglio esprimermi al meglio in quella gara. Anche la sprint è una bella opportunità. Con un certo tipo di neve in classico posso essere avvantaggiato, soprattutto in quel tipo di pista, però basta un niente per far saltare tutto, quindi non mi monto la testa. Ma se capiterà l’occasione dovrò coglierla, perché lasciar passare i treni senza salirci è la cosa che più mi dà fastidio.

Dal 2013 a oggi ha ottenuto almeno un podio in ogni stagione, qual è il segreto di questa costanza ad alto livello?
Non credo ci siano chissà che segreti. Conoscermi, programmare, fissare degli obiettivi ambiziosi sì, ma umili abbastanza per essere raggiunti. Questo penso sia stata la chiave, perché spesso agli atleti capita di sopravvalutarsi o sottovalutarsi e poi non raccogliere ciò che il loro potenziale offre. È tanto una questione psicologica, soprattutto rimanere ad alto livello in un tempo che dura 12-13 anni.

Johannes Klaebo è il rivale che spesso lo ha costretto ad accontentarsi del secondo posto. Come vive la sfida con una leggenda dello sci di fondo?
È uno stimolo, perché ogni gara non parto mai battuto. Cerco sempre di immaginarmi un modo per provarci, soprattutto nella sprint, dove hai tempo per cogliere segnali dall’esterno e dall’interno, per capire se oggi ci posso provare o no. D’altra parte, ogni sconfitta avvalora di più le vittorie. Sono uno dei pochi che è riuscito a batterlo. L’ultima volta nel dicembre 2022, due giorni prima che nascesse mio figlio Alexis. Era da cinque anni che nelle sprint nessuno lo batteva e l’ultimo ero stato io nella prima gara dopo Pyeongchang 2018. Quindi sì, è tosta, ma non mi sono mai messo a fare il conto delle medaglie o delle vittorie che avrei potuto ottenere senza di lui.

A proposito di Norvegia, crede che sarà possibile contrastare il loro dominio a Milano Cortina?
No, è proprio impossibile perché essere norvegese ti mette in una condizione di vantaggio nei confronti di tutti a livello di infrastrutture e preparazione. Gli unici che possono auto sabotarsi sono loro, se dovessero soffrire la pressione di dover vincere. I russi sono gli unici che nell’ultimo decennio li hanno contrastati. Quindi non credo che avranno problemi a continuare a dimostrare il valore del loro sistema. Quando ci sono così tanti atleti straordinari, probabilmente non sono tutti lo sono, è il loro sistema che è straordinario nello sci di fondo.

Ha citato la Russia, la loro assenza ormai si protrae da quasi quattro anni. Cosa pensa della loro esclusione?
Lo sport dovrebbe unire e sta alle Federazioni internazionali garantire il regolare svolgimento delle competizioni e la sicurezza degli atleti coinvolti. La FIS non si è assunta questa responsabilità e quindi non gli ha dato la possibilità di competere. Altre federazioni come il tennis, invece sì. Capisco che sia collegato alla politica e possa avere una funzione propagandistica, però penso che per il bene del mondo lo sport debba unire i popoli e non dividerli.

Come vede il futuro dello sci di fondo italiano dopo il suo ritiro e cosa manca per rivedere lo squadrone di qualche decennio fa?
Tanto dipenderà da come andranno queste Olimpiadi. Se centriamo l’obiettivo di un podio a squadre qualcuno continuerà a gareggiare con una medaglia olimpica in bacheca, che dà fiducia nei propri mezzi. Lo sci di fondo è cambiato, ci sono nuovi format, nuove distanze e nuove modalità di competere. Secondo me, c’è stata l’era pre-Northug e l’era post-Northug. Con lui hanno iniziato ad avere valore i cambi di ritmo, perché sia i materiali sia le prestazioni si sono alzate. In passato l’Italia ha fatto grandi risultati solo nei grandi eventi. In Coppa del Mondo, dopo di me il secondo che ha vinto più gare ne ha cinque. Questo fa già capire che l’approccio era diverso. Oggi bisogna essere capaci di fare tante gare ad alto livello.

In passato ha detto che Dorothea Wierer è un’ispirazione. Si sarebbe visto bene come biathleta?
Mi è stato detto di sì, quindi non lo dico io. Mi è stato anche proposto di farlo, di provarci, perché le mie caratteristiche fisiche e mentali sarebbero state giuste per quel tipo di disciplina. Ma ho sparato solo una volta e con una condizione molto particolare. Sicuramente mi sarebbe piaciuto, però a ora non ho la possibilità di riscontro.

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

Il mondo che stanno preparando

18 Gennaio 2026 ore 17:12

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

18 Gennaio 2026 ore 16:46

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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Ricevuto prima di ieri

Livorno 2026: al via la campagna di promozione turistica. Oggi il debutto dello spot con Giorgio Chiellini

17 Gennaio 2026 ore 10:16

Link al video da un minuto: https://www.youtube.com/watch?v=ErllwSRHLi4

La città di Livorno scalda i motori per la stagione turistica 2026 con un’operazione di marketing di respiro nazionale. Oggi viene ufficialmente rilasciato lo spot promozionale che vede protagonista Giorgio Chiellini. L’ex capitano della Nazionale e dirigente sportivo della Juventus, da sempre legato alle proprie radici, ha scelto di farsi ambasciatore della sua città natale in un progetto firmato da Fondazione LEM – Livorno Euro Mediterranea, il soggetto incaricato della promozione turistica della città per conto del Comune di Livorno.

Le riprese, ambientate nell’iconica cornice della Terrazza Mascagni, uno dei più begli affacci a mare d’Italia, mettono in scena un parallelo tra la carriera del difensore e il carattere della città. Se Chiellini è stato per anni l’emblema di una difesa invalicabile, ruvida ma leale, Livorno si specchia in questi valori: una città autentica, che non si concede immediatamente ma che sa accogliere con un calore travolgente.

Nello spot televisivo della durata di 30”, un “tunnel” tentato da un ragazzino ai danni di un Chiellini inizialmente distratto si trasforma in un momento di gioco e in un abbraccio paterno, metafora di una città che protegge le proprie tradizioni ma si apre con un sorriso alle nuove generazioni e ai visitatori.

La versione del video da un minuto, che sarà diffusa sui social di Visit Livorno gestiti da Fondazione LEM (link a fine comunicato), apre lo sguardo su altri luoghi della città e dei suoi dintorni: dal caratteristico quartiere della Venezia alle colline retrostanti la città, dalle scogliere di Calafuria all’Acquario di Livorno, dando ancora più respiro a una narrazione per immagini suggestiva e coinvolgente.

Il coordinatore di Fondazione LEM, Adriano Tramonti, ha approfondito gli obiettivi di questa operazione, sottolineando la maturità raggiunta dall’ente nella promozione del territorio:

“Se la presenza sui canali televisivi e web nazionali non è una novità assoluta per la nostra città, è certamente la prima volta che Livorno si presenta al grande pubblico con un’operazione di questa portata, costruita intorno a un testimonial di caratura mondiale. La vera svolta, oltre al valore del protagonista, risiede nella scelta strategica del timing: abbiamo pianificato il lancio nelle prime settimane dell’anno perché è questo il momento in cui i viaggiatori iniziano a sognare e a pianificare le mete per la primavera e l’estate.

Questo spot è il frutto di un percorso di strutturazione della nostra attività durato tre anni e basato sul piano di valorizzazione turistica della città elaborato dal destination manager Joseph Ejarque. A breve faremo il punto su quanto costruito finora con un evento a consuntivo, ma lo sguardo è già rivolto alla programmazione per il prossimo triennio, puntando a consolidare i flussi e rilanciare la ‘vision’ della Fondazione e dell’Amministrazione Comunale. Vogliamo che Livorno non sia solo una tappa di passaggio, ma una destinazione consapevole e desiderata.”

La campagna, in partenza domani, domenica 18 gennaio, prevede un mix mediatico avanzato. Oltre alla presenza sui canali di corriere.it, il video sarà diffuso attraverso LA7 Advanced TV con tecnologie di targetizzazione geografica sulle smart TV, puntando ai bacini d’utenza più interessati all’offerta livornese

Cyber Insights 2026: Social Engineering

16 Gennaio 2026 ore 13:30

We've known that social engineering would get AI wings. Now, at the beginning of 2026, we are learning just how high those wings can soar.

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Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

16 Gennaio 2026 ore 11:00

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri

16 Gennaio 2026 ore 10:00

Il 2026 sarà un anno cruciale per il vino italiano. Non tanto per la crescita — che resterà modesta — quanto per la ridefinizione dei suoi equilibri. Dopo la vendemmia 2024, la più bassa dal 1961 con appena 225,8 milioni di ettolitri a livello mondiale, il 2025 ha segnato un leggero recupero, ma senza riportare la produzione sopra le medie storiche. Il clima estremo è diventato la nuova costante, e la scarsità relativa sarà il tratto distintivo del prossimo biennio.

Sul fronte dei consumi, i dati Iwsr confermano una stagnazione globale: la crescita prevista per le bevande alcoliche nel 2026 è pari a zero, sia in volume sia in valore. Il vino non fa eccezione. In un contesto in cui la “marea” non solleva più tutte le barche, la conquista del mercato dipenderà dalla precisione con cui i produttori sapranno leggere la domanda e costruire proposte coerenti, credibili, leggibili.

Per l’Italia, i segnali sono misti ma strutturalmente positivi. La vendemmia 2025 si è chiusa su circa 47,4 milioni di ettolitri, con buoni livelli qualitativi. Tuttavia, il mercato resta fragile: gli Stati Uniti, primo sbocco, rallentano, mentre Germania e Canada sostengono l’export con maggiore regolarità. L’Italia mantiene il primato di esportatore mondiale in volume e uno dei valori più alti in assoluto, oltre 8 miliardi di euro, ma la crescita non è più garantita: bisogna difendere margini e posizionamento.

Le bollicine

Nel mare calmo della stagnazione globale, le bollicine continuano a muoversi con corrente propria. Il Prosecco Doc ha chiuso il 2024 a 660 milioni di bottiglie, per un valore complessivo stimato di 3,6 miliardi di euro. È un risultato che conferma la forza dell’Italia nel premium sparkling, ma che richiede una riflessione: la categoria si polarizza. Da una parte l’offerta promozionale, dall’altra le cuvée identitarie — legate a parcelle, tempi di sosta, gestione agronomica e stili di vinificazione più precisi. Il futuro premia quest’ultima direzione, quella della specificità. Franciacorta e Trentodoc, in questo senso, continuano a crescere in reputazione, trainate dal desiderio di autenticità e trasparenza di processo.

Al di fuori del mondo spumante, l’Italia possiede un vantaggio competitivo nei bianchi “contemporanei”: vini chiari, salini, agili, con gradazioni moderate e trame fini. Verdicchio, Pinot Bianco, Fiano, Falanghina, ma anche i blend altoatesini e friulani rispondono perfettamente alla nuova estetica del bere, dominata dall’equilibrio e dall’usabilità gastronomica. Si consolida anche il rosé di nuova generazione — gastronomico, longevo, con un profilo tecnico sempre più preciso. Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo e i rosati siciliani incarnano un’Italia capace di interpretare il colore come linguaggio, non come stagionalità.

I nuovi trend

Sul versante agricolo, i segnali sono più complessi. Il 2025 ha registrato un crollo dei prezzi delle uve in molte denominazioni — fino al 40% per alcune aree di pregio —, con un effetto a catena sul reddito agricolo e sulla percezione del valore. Il rischio è un progressivo divario fra denominazioni capaci di controllare l’offerta, con politiche di valorizzazione e comunicazione, e zone più esposte alla volatilità. La lezione è chiara: il volume senza narrazione non genera valore.

Sul fronte delle innovazioni, il segmento no/low-alcohol non è più una curiosità ma un laboratorio di ricerca reale. Le previsioni indicano una crescita media annua fra il 7 e il 9% fino al 2026, con il vino aromatico e frizzante come terreno più adatto alla sperimentazione. La sfida sarà mantenere integrità sensoriale e texture, difendendo la percezione qualitativa anche in presenza di gradazioni più basse.

Nel fine wine, dopo due anni difficili, si intravedono segnali di stabilizzazione. Gli indici Liv-ex hanno smesso di scendere, e l’Italia — con un Italy 100 pressoché stabile — conferma il suo ruolo di “bene rifugio” all’interno del mercato globale. Tuttavia, la domanda si fa più selettiva: funzionano le etichette “ready to drink”, i back-vintage mirati e le micro-allocazioni distribuite nel tempo. I grandi rossi italiani dovranno riscoprire la virtù della misura, puntando su trasparenza estrattiva e proporzione più che su potenza o concentrazione.

Un capitolo decisivo del 2026 sarà quello della regolazione. Il nuovo Ppwr europeo entrerà in applicazione il 12 agosto 2026, con obiettivi stringenti su riciclo e riuso degli imballaggi. In parallelo, in Italia il contributo ambientale Conai per il vetro (EPR) salirà a 40 euro per tonnellata dal 1° gennaio 2026. Il peso della bottiglia diventerà, oltre che una questione ambientale, un fattore economico concreto: alleggerire non è più una scelta etica, ma un vantaggio competitivo. Parlare di sostenibilità senza toccare il vetro sarà ormai una contraddizione.

La geografia dei mercati

Se guardiamo alla geografia dei mercati, gli Stati Uniti restano prudenti, con importatori sempre più selettivi e avversi a tenere stock. Germania e Canada, al contrario, mostrano una domanda più stabile, sostenuta da una fascia media solida e da una cultura del consumo consapevole. Il Regno Unito continua a rappresentare un bacino interessante per le bollicine, mentre in Asia e Sud America emergono segnali ancora timidi ma potenzialmente promettenti.

La mappa dei canali cambia: l’importatore torna protagonista. Oggi il 78% delle esportazioni italiane passa attraverso questo filtro professionale, mentre arretrano gdo e vendita diretta all’estero. Questo significa che il rapporto B2B tornerà a essere il cuore strategico delle cantine esportatrici. Non basterà più “esserci”: servirà costruire materiali chiari, linguaggi unificati e portafogli coerenti, capaci di raccontare con semplicità una gamma ordinata. Parallelamente, l’enoturismo e il Dtc restano leve difensive di margine e di cash flow, ma non sostitutive.

La strategia per l’Italia, nel 2026, sarà una sola: semplificare per valorizzare. Ridurre il numero di etichette, definire meglio le identità stilistiche, nominare con chiarezza le differenze tecniche (lieviti, tempo sui lieviti, parcella, gestione del legno) e restituire leggibilità a portafogli troppo stratificati. Allo stesso tempo, serve una gestione più disciplinata dei prezzi: evitare le promozioni eccessive, proteggere la percezione di valore, concentrarsi su bundle intelligenti per canale, programmare le uscite in modo più razionale.

Il vino italiano arriva al 2026 con gli asset giusti: bollicine forti, bianchi contemporanei, rossi di profondità e una rete produttiva capillare. Ma la differenza non la farà la quantità: la farà la capacità di comunicare chiarezza, coerenza e identità verificabile. È la transizione da un modello di abbondanza indistinta a uno di qualità leggibile, dove il consumatore capisce cosa sta comprando, perché vale e da dove viene.

In questo scenario, l’Italia ha l’occasione di trasformare la fragilità in vantaggio: meno vino, ma più riconoscibile. Meno rumore, più voce. E un orizzonte che, pur incerto, premia chi sa tenere la rotta con disciplina, visione e autenticità.

 

L’articolo Vino italiano, il 2026 tra stagnazione dei consumi e nuovi equilibri è tratto da Forbes Italia.

Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

16 Gennaio 2026 ore 09:00

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Most Inspiring Women in Cyber 2026: Meet The Judges

15 Gennaio 2026 ore 14:59

Next month, the annual Most Inspiring Women in Cyber Awards will take place at The BT Tower, London, celebrating some of the industry’s most inspirational – and oftentimes unsung – women.

Sponsored by Fidelity International, BT, Plexal and Bridewell, and proudly supported by industry-leading diversity groups WiTCH, WiCyS UK&I and Seidea, the 2026 event is set to be bigger than ever. To make sure everyone has had the chance to nominate, we’ve extended the nomination deadline until the 16th January 2026, 5pm GMT. 

For now, it’s time to introduce our 2026 judges, who have the exceptionally hard task of picking this year’s top 20 and five ones to watch… 

  • Yasemin Mustafa, Director of the Cyber Security Portfolio at BT 
  • Adam Haylock, Head of Global Cyber and Information Security Department at Fidelity International 
  • Rebecca Taylor, Co-Author of Co-Author of Securely Yours: An Agony Aunts’ Guide To Surviving Cyber, and Threat Intelligence Knowledge Manager and Researcher at Sophos
  • Adaora Uche, GRC Lead at THG (representing Seidea) 
  • Joanne Elieli, Cyber Lead and Litigation Partner at Stephenson Harwood LLP
  • Diane Gilbert, Senior Lead for Programmes at Plexal 
  • Yvonne Eskenzi, Co-Founder of Eskenzi PR and Founder of The Most Inspiring Women in Cyber Awards
  • Jennifer Cox, Director of Solutions Engineering, EMEA and APAC, at Tines (representing WiCyS UK&I)
  • Hannah Arnold, London Ambassador for WiTCH – Women in Tech & Cyber Hub

The Gurus spoke to some of our judges about the 2026 awards and what they’re looking for in a good application. 

Adaora Uche, GRC Lead at THG 

Why are initiatives like this so important?

Initiatives like this matter because visibility changes possibility. Cybersecurity is still an industry where many women don’t see themselves reflected in leadership, technical authority, or decision-making roles. By intentionally spotlighting women who are doing impactful work, we challenge outdated perceptions of who belongs in cyber and what success looks like.

Beyond recognition, these initiatives create role models, momentum, and community. They validate the work women are already doing – often quietly and behind the scenes, and help open doors for others who are earlier in their journeys. Representation is not just symbolic, it is a powerful driver for inclusion, retention, and long-term change in our industry.

Why should people nominate?

People should nominate because inspiration often goes unrecognised unless someone speaks up. So much impactful work in cybersecurity happens behind the scenes. Particularly in governance, risk, privacy, and security leadership, where success often looks like problems prevented, risks mitigated, or the right questions being asked early. This kind of impact does not always attract attention, but it is critical.

A nomination is more than an accolade; it is an act of recognition and encouragement. It tells someone that their work matters, that they are seen, and that their journey can inspire others. Nominating also helps broaden the narrative of cybersecurity by showcasing diverse paths, backgrounds, and contributions that might otherwise go unnoticed.

What makes an ‘inspiring woman’ in cyber in your eyes?

First and foremost, I believe every woman in cybersecurity is inspiring. Simply showing up each day to help make the digital world safer, often in complex, high-pressure environments, is truly heroic.

An inspiring woman in cyber creates impact while lifting others as she progresses. She may be a technical expert, a strategist, a leader, or an educator, but what sets her apart is purpose, resilience, and a commitment to making the space better than she found it. She does not just respond to challenges, she anticipates them, questions the status quo, and contributes to safer, more ethical, and more inclusive digital environments.

She does not need to dominate the room to lead. Her credibility comes from consistency, thoughtfulness, and sound judgement. It also stems from her unwavering commitment to building systems and teams that are secure, resilient, and future-ready. Importantly, she uses her voice, whether in boardrooms, classrooms, or communities to share knowledge, mentor others, and make cybersecurity more accessible and human.

Adam Haylock, Head of Global Cyber and Information Security Department at Fidelity International 

Why are initiatives like this so important?

I often find myself in meetings counting the number of male versus female attendees. Too often, there are only one or two women in the room, surrounded by many more men.

In cyber, many men take for granted that they don’t have to overcome that initial sense of standing out before even contributing to the discussion or holding their ground. While we are making some progress in addressing the gender imbalance, initiatives like this are vital in keeping the spotlight on an issue that still matters deeply. They help encourage more women to put themselves forward, particularly where they may previously have hesitated, and to feel recognised and valued for the outstanding work they do, inspiring others along the way. 

Why should people nominate?

Nominations reinforce the value that female talent brings to our field. Diversity of thought, approach and communication is critical in cyber, a discipline that is as much about culture and behaviour as it is about technology.

Recognising and celebrating female talent strengthens that value proposition, especially when nominations come from male colleagues who see first-hand, and rely on, the expertise and impact that women bring to our teams.

What makes an ‘inspiring woman’ in cyber in your eyes?

Being in the minority in any environment can create invisible barriers and perceptions that are difficult to overcome. For me, an inspiring woman in cyber – a male-dominated field – is someone willing to step outside her comfort zone, try new things, take risks, and learn from setbacks.

Standing out in a male-dominated environment requires real courage, and that courage is inspiring in itself. We need more visible role models like this to attract more women into cyber and to show that it is a field where they can thrive, feel valued, and build rewarding careers.

Rebecca Taylor, Co-Author of Securely Yours: An Agony Aunts’ Guide To Surviving Cyber, and Threat Intelligence Knowledge Manager and Researcher at Sophos

Why are initiatives like this so important?

Initiatives like the ‘Most Inspiring Women in Cyber Awards 2026’ are so important because they shine a light on women who are accomplishing amazing things in an industry that is still largely male-dominated. Recognising these achievements in an inclusive and safe way helps ensure women feel seen, valued, and celebrated for their expertise and impact.

Beyond individual recognition, these initiatives also create visible role models. Seeing women celebrated for their achievements inspires others to enter the field, stay in the industry, and aim higher. It helps challenge outdated stereotypes, builds confidence, and fosters a stronger sense of community and belonging.

Ultimately, celebrating women in cyber isn’t just about awards – It’s about changing culture. It encourages equity, boosts morale, and helps build a more diverse, inclusive, and resilient cybersecurity industry for everyone.

Why should people nominate? 

People should nominate because recognition matters! Nominating is a powerful way to celebrate women who are accomplishing amazing things and making a real impact. Remember that a nomination (let alone a win!) can boost confidence, open doors to new opportunities, and remind someone that their work truly matters. Get those entries in!

What makes an ‘inspiring woman’ in cyber in your eyes?

In my eyes, an ‘inspiring woman in cyber’ is someone who brings others with them into the conversation. They lift people up, share knowledge, and create space for others to learn, grow, and feel they belong. They want to leave a positive footprint, not just through their work, but through the way they support and encourage those around them.  They are a role model, someone who shows what’s possible and inspires others to follow their own path in cyber with confidence and purpose.

It isn’t about money, job titles, or seniority. It’s about impact. An inspiring woman is thriving in what they do, and you can see that they genuinely love their work. That passion is contagious and motivating to others.

Joanne Elieli, Cyber Lead and Litigation Partner at Stephenson Harwood LLP at Stephenson Harwood LLP

Why are initiatives like this so important? 

Initiatives like this are instrumental in recognising and celebrating the achievements of women in cybersecurity, helping to raise their visibility and inspire others. These initiatives encourage diversity, challenge stereotypes, and can empower the women being recognised to stay and advance in the field. By providing networking opportunities and driving positive industry change, initiatives like this can also help to create a more inclusive and innovative cyber sector.

Why should people nominate? 

Nominating women in the cyber industry is a meaningful way to recognise and celebrate their expertise, dedication, and achievements. Formal nominations help to bring the contributions of our exceptional women to light, ensuring they receive the appreciation they deserve. This visibility can inspire other women and girls to pursue careers in cybersecurity, which in turn fosters a more diverse and inclusive industry.

What makes an ‘inspiring woman’ in cyber in your eyes?

An inspiring woman in cyber, in my eyes, is someone who demonstrates exceptional skill and dedication to her work while also uplifting and supporting others in the industry. She is passionate about solving complex problems and is eager to learn and adapt in a rapidly changing industry. Beyond her technical abilities, she actively shares her knowledge, mentors others, and advocates for diversity and inclusion. Her resilience in overcoming challenges and her willingness to break new ground make her a role model for both current and future generations in cybersecurity.

Jennifer Cox, Director of Solutions Engineering, EMEA/APAC, at Tines

Why are initiatives like this so important?

Women’s representation in cybersecurity still has a lot of ground to cover, and initiatives like this shine a light on those who are making an impact both technically and culturally. Recognition not only celebrates achievement but also helps change perceptions;  it shows the next generation that there’s space for them here, no matter their background or neurotype. When we platform diverse voices, we accelerate innovation and make our industry stronger, more inclusive, and more human.

Why should people nominate?

Nominating someone is a simple but powerful act of allyship and pride. Many brilliant women in cyber are so focused on lifting others up or doing the hard, often invisible work that they rarely stop to celebrate themselves. A nomination says, “I see you, I value what you’re doing, and you’re shaping this industry.” You never know who might need that encouragement to keep going or step into an even bigger role, and for other women just starting their cybersecurity careers visibility of these trailblazers and their capabilities is key.

What makes an ‘inspiring woman’ in cyber in your eyes?

For me, an inspiring woman in cyber is someone who leads with both competence and compassion. She’s technically grounded, but she also uses her voice and position to make space for others; especially those whose stories aren’t often heard. She’s authentic, curious, resilient, and not afraid to challenge the norm. Above all, she shows that success in cybersecurity isn’t about fitting a mould; it’s about rewriting it so more people can belong.

 

You can nominate here. 

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Palestina: quando la solidarietà fa paura. DdL Delrio e bavagli sionisti

15 Gennaio 2026 ore 17:00

Nelle ultime settimane del 2025 abbiamo assistito ad una crescita esponenziale della spirale repressiva contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, un movimento che nei mesi precedenti aveva dato luogo a grandiose manifestazioni di piazza e a riusciti scioperi generali contro il genocidio palestinese.

Lo Stato aveva evitato immediate azioni repressive contro agitazioni che avevano l’evidente simpatia dell’opinione pubblica ed ha aspettato che la falsa tregua trumpiana facesse calare l’attenzione per scatenare la sua rabbiosa reazione. Vogliono rendere illegale la solidarietà alla Palestina.

Prima il decreto di espulsione nei confronti dell’imam di Torino Mohamed Shahin, poi il violento sgombero del centro sociale Askatasuna (con la complicità del sindaco PD) e gli arresti indiscriminati anche di minorenni che avevano partecipato a manifestazioni di protesta, poi le sanzioni comminate dalla Commissione “di garanzia” ai sindacati di base che avevano indetto lo sciopero generale del 3 ottobre 2025, quindi l’operazione “antiterrorismo” che ha portato all’arresto di Mohamed Hannoun e di altri esponenti della comunità palestinese in Italia, sulla base di informative provenienti direttamente dalla polizia israeliana.

L’uso di veline provenienti dal Mossad è un copione già collaudato in precedenza per arrestare e mandare a processo Anan, Mansour e Alì, tre militanti accusati di aver compiuto atti di resistenza contro l’occupazione israeliana. In tutti questi casi gli inquirenti italiani hanno considerato credibili alcune informazioni provenienti da uno Stato sotto processo per genocidio e che persegue come “terroristiche” persino le organizzazioni di assistenza ai profughi gestite dall’ONU.

In precedenti articoli su UN (n. 28 e 29/2025) avevamo denunciato la presenza in Parlamento di tre disegni di legge (Romeo, Scalfarotto e Gasparri) volti a criminalizzare la solidarietà alla Palestina con il pretesto di contrastare l’”antisemitismo”. A questi se ne è aggiunto un quarto, presentato, alla fine di novembre, dall’ex ministro Graziano Delrio, e da altri 10 senatori/senatrici del PD, incluso il politico di lungo corso Pier Ferdinando Casini, l’ex ministra Beatrice Lorenzin e la senatrice Tatjana Rojc quest’ultima teoricamente rappresentante della minoranza slovena, ma prodigatasi a suo tempo a sostegno della legge per l’istituzione della Giornata degli alpini che celebra la battaglia di Nikolaevka (cioè l’aggressione nazi-fascista contro l’URSS).

Nonostante le proteste di Schlein e soci, Delrio si è rifiutato di ritirare il disegno di legge, e quindi il PD sta predisponendo un proprio progetto di legge “più garantista” (ahinoi!). La situazione appare di estrema gravità, visto che c’è ormai un attacco concentrico da parte di tutti i sostenitori della politica genocida di Israele per introdurre anche in Italia norme repressive simili a quelle già in vigore in Germania e nel Regno Unito.

Il DdL Delrio si differenzia dai precedenti perché è una proposta di “legge delega”, cioè delega il governo (Meloni) ad emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge una serie di decreti attuativi che, sulla base della definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), prevedano (art. 2) una stretta sui social con rimozione dei contenuti “antisemiti”. Ai contenuti “antisemiti” verrebbe attribuito un codice speciale per essere segnalati dagli altri utenti, e gli utenti che li pubblicassero con continuità verrebbero esclusi dalla piattaforma per sei mesi. Gli utenti (anche riuniti in associazioni e “in collaborazione con gli organismi rappresentativi delle comunità ebraiche”) potranno autonomamente segnalare i contenuti “antisemiti”. Le piattaforme che non applicassero il filtro a questi contenuti subirebbero sanzioni.

Con l’articolo 3 del DdL Delrio le università verrebbero di fatto obbligate a collaborare con enti e università israeliane col pretesto di tutelare la libertà di ricerca. Con l’articolo 4 ogni università sarebbe tenuta a individuare al suo interno “un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo, in linea con il codice etico della stessa università e in conformità con quanto previsto dalla Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.”. Questa norma bavaglio è tra l’altro già in vigore in Germania.

Con l’articolo 5 le scuole sarebbero tenute a comunicare “annualmente, attraverso i sistemi informativi del Ministero dell’Istruzione e del Merito, i dati circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo”.

Come abbiamo visto nei precedenti articoli, il problema nasce dal fatto che la “definizione operativa” dell’IHRA identifica di fatto antisemitismo e antisionismo. Negli “indicatori” sono infatti previsti come esempi di antisemitismo:

“Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.” Oppure: “Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Quindi diventerebbe impossibile per legge denunciare l’apartheid su cui si basa lo Stato di Israele e la politica genocidaria (obiettivamente di stampo nazista) che sta perseguendo nei confronti dei palestinesi. Col pretesto della lotta all’”antisemitismo” stiamo assistendo a una convergenza (solo apparentemente paradossale) tra il governo di Israele e le peggiori destre occidentali (queste realmente antisemite!), il cui collante vero è una forma diversa di razzismo: l’islamofobia, cioè la repulsione nei confronti degli arabi (specie se musulmani) molto forte in Europa. Razzismo a senso unico, alimentato anche da buona parte dei governi “progressisti” in funzione anti-immigrati e per allinearsi alle politiche USA.

Come anarchiche e anarchici siamo fieramente contrarie/i ad ogni forma di razzismo e di discriminazione contro chiunque, e vediamo ancora una volta confermata la nostra analisi secondo cui ogni religione (Cristianesimo, Ebraismo, Islam…) e ogni Stato sono uno strumento di odio, di divisione e di oppressione. In questo inizio di 2026 dobbiamo moltiplicare le mobilitazioni contro questa legislazione infame che si sta preparando. Per difendere la libertà di pensiero, di parola, di organizzazione e di manifestazione!

Mauro De Agostini

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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L’hub del silenzio. Livorno: narcotraffico e rimozione di un’economia parallela

15 Gennaio 2026 ore 13:00

Livorno non è più soltanto una città portuale toscana segnata dalla deindustrializzazione; è diventata, dati alla mano, una piattaforma logistica globale per la criminalità organizzata. Il report di “Codice Rosso”, testata web livornese, definisce questo fenomeno “La grande rimozione”, sistematica cancellazione dal dibattito pubblico di una realtà che sta riscrivendo gli assetti finanziari e sociali del territorio. I sequestri record degli ultimi anni, che hanno visto la Guardia di Finanza intercettare carichi di cocaina nell’ordine delle tonnellate, non sono eventi eccezionali. Sono la norma statistica di un sistema consolidato.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario abbandonare la narrazione episodica della cronaca nera e adottare un approccio clinico ai numeri. Nel 2023 e nel 2024, il porto di Livorno ha scalato le classifiche nazionali per volumi di sostanza stupefacente sequestrata, contendendo il primato a scali storicamente caldi come Gioia Tauro. Tuttavia, il dato più allarmante non è quello che emerge dai comunicati stampa, ma quello che rimane sommerso. Le stime più accreditate indicano che le autorità riescono a ispezionare fisicamente circa il 2% dei container in transito. Questo significa che il 98% dei carichi attraversa la dogana senza verifica diretta.

Applicando una proiezione statistica a questo dato, lo scenario assume proporzioni industriali. Se le tonnellate sequestrate – che nel biennio di riferimento hanno superato quota 4.000 kg in singole maxi-operazioni, con proiezioni stimate per il 2025 in linea con questo trend ascendente – rappresentano solo la frazione intercettata in quel 2% di controlli, il volume reale di cocaina che entra in Europa attraverso la Darsena Toscana è calcolabile in decine di tonnellate annue. Stiamo parlando di un flusso di merce il cui valore di mercato, una volta tagliata e distribuita, supera il PIL di intere province italiane. La “Rimozione” consiste esattamente in questo: accettare che una mole di capitale illecito di tale portata attraversi la città senza interrogarsi sulle conseguenze strutturali che essa genera sull’economia locale.

Il porto di Livorno è stato scelto dai cartelli sudamericani e dalla ‘ndrangheta – che agisce come broker globale e garante della logistica – per ragioni tecniche precise. La configurazione dello scalo permette l’applicazione sistematica della tecnica del “rip-off” (o “gancho ciego”). A differenza delle vecchie metodologie che prevedevano la complicità dell’intero equipaggio o dell’armatore, il rip-off è una tecnica parassitaria ad alta efficienza: la droga viene caricata all’origine in container contenenti merce legale all’insaputa del spedizioniere, piazzata subito dietro i portelloni in borsoni pronti all’uso. Una volta giunto a Livorno, il carico deve essere recuperato rapidamente prima che il container esca dal porto o venga ispezionato.

È qui che il fenomeno globale diventa locale. Per eseguire un rip-off serve una “batteria” di operatori a terra. Questa operazione richiede tempi strettissimi e una conoscenza millimetrica delle procedure portuali. Non la possono fare i colombiani, la devono fare i locali. È evidente come le organizzazioni criminali abbiano attuato una campagna acquisti sul territorio, sfruttando le fragilità del tessuto lavorativo.

Ma l’impatto economico non si ferma alla banchina. Il denaro incassato da queste “squadre” locali deve essere speso o investito. E qui si apre il capitolo più insidioso dell’analisi: l’inquinamento dell’economia legale. Livorno, città che ha visto contrarsi il suo settore manifatturiero e industriale, assiste paradossalmente a un fiorire di attività commerciali, aperture di locali, ristrutturazioni immobiliari che non trovano giustificazione nei fondamentali macroeconomici della zona. È il riciclaggio di prossimità. Parte del denaro di questo hub del narcotraffico entra nel circuito cittadino drogando il mercato: altera i prezzi degli immobili, falsa la concorrenza tra esercizi commerciali, e crea una bolla di benessere apparente.

Il report di Codice Rosso sottolinea come la ‘Ndrangheta abbia scelto la Toscana e Livorno non come terra di conquista violenta, ma come hub di servizi. La strategia è quella dell’inabissamento e della mimetizzazione. Non ci sono sparatorie in strada, non c’è il controllo militare del territorio visibile, tipico delle regioni di origine delle cosche. C’è invece una penetrazione invisibile nei salotti che contano, nelle società di servizi, nella consulenza. I broker criminali vivono in città, frequentano i luoghi che vanno frequentati, stringono mani. Questa assenza di violenza esplicita è il fattore che facilita la “Grande Rimozione”. Finché non scorre il sangue, la città preferisce credere che il problema sia confinato dentro le recinzioni doganali, un affare tra guardie e ladri che non tocca la vita civile.

Invece la tocca eccome. La disponibilità di enormi quantità di cocaina ad altissima purezza ha saturato anche il mercato locale dello spaccio al dettaglio. Se il porto è il grossista, la città è il primo cliente. I quartieri popolari, e sempre più spesso anche il centro storico, sono diventati piazze di spaccio capillarizzato. Anche qui, la dinamica è economica: lo spaccio un ammortizzatore sociale distorto, un welfare illegale che garantisce reddito dove lo stato e il mercato legale hanno fallito.

La “Rimozione” denunciata nel report è dunque una patologia istituzionale e mediatica. Si osserva una discrepanza inquietante tra la magnitudo dei sequestri e la reazione pubblica. Di fronte al ritrovamento di 2 o 3 tonnellate di cocaina in un colpo solo – quantità sufficienti a inondare il mercato nazionale per settimane – la risposta politica è spesso formale, quasi burocratica. Manca un’analisi sistemica. Le associazioni di categoria, i sindacati, le istituzioni locali sembrano temere che parlare troppo di mafia portuale possa danneggiare il “brand” Livorno, scoraggiando investimenti turistici o commerciali. Si preferisce la retorica del “caso isolato” o dell’efficienza delle forze dell’ordine, eppure ogni sequestro è la prova di un flusso che non si è mai interrotto.

Inoltre, il sistema di controllo presenta falle strutturali. Con milioni di TEU (l’unità di misura dei container) movimentati ogni anno, l’ispezione a tappeto è tecnicamente impossibile senza paralizzare il commercio globale. I trafficanti lo sanno. Giocano sulla saturazione del sistema. Utilizzano tecniche di diversificazione del rischio, spedendo carichi frazionati su più navi, o utilizzando aziende di import-export “pulite” come vettori inconsapevoli. La ‘Ndrangheta ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella degli apparati repressivi, utilizzando tecnologie di comunicazione criptata e modificando le rotte in tempo reale in base al livello di allerta dei vari porti europei.

L’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza operano attraverso l’analisi dei rischi, selezionando i container “sospetti” in base a provenienza, tipologia di merce e storico dello spedizioniere. Ma i trafficanti hanno imparato a profilare i loro carichi per aggirare gli algoritmi di rischio. Usano carichi di copertura banali, spedizioni frequenti di basso valore per costruire uno storico affidabile, e triangolazioni complesse attraverso porti intermedi per mascherare l’origine sudamericana. In questo gioco del gatto col topo, il vantaggio è strutturalmente dalla parte di chi muove la merce, non di chi la cerca.

Un altro aspetto critico sollevato dall’analisi riguarda la governance portuale e la trasparenza delle concessioni. La permeabilità degli uffici amministrativi è un rischio che viene spesso sottovalutato rispetto all’operatività in banchina, ma è altrettanto strategico.

La dimensione finanziaria del fenomeno livornese impone poi una riflessione sui flussi di capitale. Dove finiscono i proventi del servizio logistico offerto dai clan locali? Le inchieste patrimoniali faticano a tenere il passo con la velocità di circolazione del denaro liquido. Si assiste a una frammentazione dei capitali in mille rivoli: acquisto di beni di lusso, prestiti usurai (altro settore in crescita in città), investimenti in criptovalute. L’economia criminale livornese non accumula tesori in grotte, ma sui mercati globali, e la parte che immette nel flusso sanguigno della città rende sempre più difficile distinguere il capitale sano da quello infetto. Questo crea una dipendenza: se domani il traffico si fermasse, interi settori dell’economia locale rischierebbero uno shock di liquidità.

La “Grande Rimozione” è quindi un meccanismo di autodifesa collettiva che permette alla città di non guardarsi allo specchio. Ammettere di essere un hub del narcotraffico significherebbe ammettere il fallimento di un modello sociale e riconoscere che quel modello è stato eroso dall’interno dalla logica del profitto criminale. Significherebbe dover sottoporre a screening antimafia non solo le grandi opere, ma la vita quotidiana del commercio cittadino. È un processo doloroso e politicamente costoso, che nessuno sembra voler intestarsi.

Eppure, i dati del 2025 proiettati sulle tendenze attuali non lasciano scampo a interpretazioni consolatorie. La pressione criminale su Livorno è destinata ad aumentare, non a diminuire. La rotta tirrenica è considerata più sicura rispetto ai porti del Nord Europa (come Rotterdam e Anversa), dove la saturazione dei controlli e la violenza tra bande rivali hanno alzato troppo il livello dello scontro. Livorno offre ancora quella “pace operativa” che il business richiede. La città garantisce efficienza, silenzio e una rete di complicità diffusa che non fa domande.

In conclusione, l’analisi clinica della situazione impone di rovesciare la prospettiva. Non bisogna chiedersi quanta droga è stata sequestrata, rallegrandosi per il successo, ma quanta ne è passata, preoccupandosi per il fallimento sistemico. Se il 2% dei controlli produce tonnellate di sequestri, il restante 98% è un’autostrada aperta. La battaglia non si vince aumentando il numero dei finanzieri in banchina, ma rompendo la cappa di silenzio e complicità che avvolge il porto. Bisogna aggredire la “zona grigia”.

Finché Livorno continuerà a rimuovere il problema, trattandolo come un corpo estraneo invece che come una malattia sistemica, l’economia della cocaina continuerà a prosperare, divorando dall’interno le risorse sane del territorio. La sobrietà dei numeri è l’unico antidoto alla retorica della negazione. E i numeri dicono che Livorno non è più solo la città dei Quattro Mori, ma uno dei nodi cruciali della ragnatela globale del narcotraffico. Ignorarlo non è più una scelta politica legittima; è una forma di connivenza.

Silvano Cacciari della redazione di Codice Rosso

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Il “partito della guerra” colpisce anche in Romagna

15 Gennaio 2026 ore 11:00

32 denunce per un blocco stradale avvenuto al porto di Ravenna durante lo sciopero generale del 28 novembre scorso promosso dai sindacati di base, quando un centinaio di persone per due ore aveva bloccato l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso lo Stato di Israele. È quanto la stampa, locale e nazionale, ha anticipato11, pubblicando una nota della questura ravennate. Al momento le denunce non sono ancora state notificate, per quanto ne sappiamo. Facciamo però notare la loro tempistica, a poco tempo di distanza dalla nascita di un Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, che, ricordiamo, è uno dei principali scali del mar Adriatico, nel quale dopo l’ottobre 2023 è aumentato il transito di forniture militari verso lo Stato israeliano. Per il momento l’effetto immediato che si voleva ottenere è dare la percezione che l’apparato repressivo è pronto a colpire chi cerca di opporsi ai traffici di armi. Si prova, come sempre, ad intimidire. La nota della questura non lascia dubbi, affermando che insieme alle denunce sarebbero in corso valutazioni per l’applicazione di misure amministrative di polizia, che sappiamo essere da anni tra le armi preferite per provare a soffocare voci critiche e movimenti di lotta.

Quanto detto, ovviamente, si inserisce in un clima di costante attacco alle libertà in generale e ai movimenti di contestazione in particolare, attacco che in Italia e non solo sta registrando un’accelerazione che corre parallela alla preparazione degli Stati alla guerra, con un accanimento particolare contro le componenti giovanili che partecipano alle lotte in corso, prima tra tutte l’opposizione al tentativo genocidiario del governo israeliano nella striscia di Gaza.

Il comunicato di solidarietà2222 che alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole hanno diffuso dopo la pubblicazione della notizia delle denunce identificava in maniera puntuale la ragione dell’attacco repressivo proprio nell’opposizione alla guerra e, nel complesso, al militarismo che avanza nella società e nell’economia. La guerra, in questa congiuntura storica ancor più che nel recente passato, è diventata opzione economica capace di generare altissimi profitti che non tollerano impedimenti di sorta.

Un vero e proprio “partito della guerra” ha assunto ormai la direzione, riuscendo a determinare scelte e strategie politiche delle nazioni in cui opera. Non si tratta solo delle gerarchie militari e dell’industria direttamente coinvolta nella produzione degli armamenti, diventata forza economica trainante nei progetti di riarmo e riconversione, ma di tutto un indotto che coinvolge fondazioni bancarie, holding, trust della finanza ma anche centri di ricerca, startup e laboratori universitari (come è il caso del progetto ERiS di Thales Alenia Space3333 che prevede l’insediamento di un nuovo polo aerospaziale a Forlì per la produzione di antenne satellitari “dual use”, cioè con ambiti di applicazione sia civili che militari, e che vede coinvolto il laboratorio CIRI Aerospace dell’Università di Bologna).

Non è un caso che il governo Meloni attraverso il Decreto sicurezza (convertito in legge il 9 giugno 2025), abbia reintrodotto il reato di blocco stradale, esteso il DASPO urbano, introdotto nuovi reati e previste apposite aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche indesiderate al governo e ai grandi cartelli economici. Sono misure preventive, come lo sono le altre che il governo ha promosso sempre in direzione repressiva, per limitare il dissenso e per gestire gli effetti dei tagli alla spesa pubblica finalizzati a finanziare il riarmo. Queste misure non sono le ultime previste, oltretutto, dato che il governo ha già annunciato ulteriori decreti per poter contrastare le proteste venture, dando più poteri alle forze di polizia.

Quando l’opposizione riesce a dare fastidio perché tocca interessi reali – quasi sempre economici, come la compravendita di armi – la funzione dello Stato emerge nella sua forma più esplicita, e in definitiva nella vera funzione che è chiamato a ricoprire: il ruolo del gendarme. In un presente di guerra, la forma Stato sta rapidamente gettando via ogni apparenza liberale ed anche il diritto formale – sull’esempio di quanto va accadendo da tempo al cosiddetto diritto internazionale – viene rielaborato in funzione del nuovo corso, restringendo il perimetro del consentito. Come accaduto nel caso del blocco stradale o picchetto, usato da sempre nei contesti di movimento e dalle organizzazioni operaie di tutto il mondo come mezzo di pressione e di lotta, ciò che ieri era lecito, o comunque non compreso come reato, dall’oggi al domani può non esserlo più, mostrando in questo modo tutta l’arbitrarietà del potere e l’artificiosità della distinzione legale/illegale. Di fronte alla repressione, come sempre, la cosa migliore da fare, oltre naturalmente alla solidarietà tangibile, è rilanciare e intensificare le lotte. In questo caso rilanciare a tutti i livelli l’antimilitarismo, che mai in questi ultimi anni è apparso così fondamentale.

Piccoli Fuochi Vagabondipiccolifuochivagabondi.noblogs.org

1 https://www.corriereromagna.it/ravenna/ravenna-bloccarono-la-strada-per-due-ore-per-protesta-contro-il-transito-di-armi-verso-israele-32-denunce-BH1801267

2 Il comunicato delle realtà anarchiche e libertarie romagnole è stato pubblicato anche sul sito internet di Umanità Nova: https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/

3 Sul progetto ERiS a Forlì si legga il contributo del Collettivo Samara: https://umanitanova.org/forli-aerospazio-e-guerra-il-progetto-eris-di-leonardo-e-thales/

 

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I molteplici volti della repressione. Sanzioni per sciopero e ispezioni scolastiche

15 Gennaio 2026 ore 08:00

Alla fine dell’anno è scattata l’immancabile repressione contro l’autunno caldo 2025, quel momento di particolare intensità raggiunto dalle lotte in solidarietà alla Flotilla, dalle proteste contro il genocidio a Gaza, contro le politiche di riarmo e l’economia di guerra. Una repressione che si è manifestata in vari modi, alcuni più eclatanti, come l’operazione scattata a Genova, altri rimasti più in ombra, ma non per questo meno significativi. A fine dicembre infatti sono arrivate le multe ai sindacati che il 3 ottobre avevano proclamato lo sciopero generale senza rispettare il preavviso minimo dei dieci giorni previsto dalle normative antisciopero. Una sanzione esclusivamente economica, concretizzatasi in una serie di multe fino a 20.000 euro, ma soprattutto un’azione repressiva di considerevole gravità.

Lo sciopero del 3 ottobre era stato indetto nella serata del 1° ottobre da Usb, Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas, Cobas Sardegna e Cgil. Il mancato rispetto del preavviso previsto dalla legge 146 del 1990 era motivato dalla particolare recrudescenza della situazione politica e umanitaria a Gaza che si aveva in quei giorni e dal blocco e sequestro della Flotilla, avvenuto proprio il 1° ottobre; condizioni che per i sindacati proclamanti richiamavano la deroga prevista sempre dalla medesima legge per situazioni di particolare gravità. Nonostante la Commissione di Garanzia avesse emesso immediata indicazione di revoca, dichiarandolo illegittimo, lo sciopero è stato mantenuto, ottenendo adesioni come non se ne vedevano da anni, accompagnate, in molti luoghi, da pratiche di significativa radicalità concretizzatesi in blocchi di porti, ferrovie, snodi stradali e attività produttive. Nel periodo immediatamente successivo la Commissione di Garanzia ha aperto la procedura di infrazione e disposto gli accertamenti patrimoniali nei confronti delle organizzazioni sindacali. L’esito sanzionatorio era scontato, ma la formulazione della delibera, emessa il 18 dicembre, è stata l’occasione per esplicitare una presa di posizione politicamente marcata da parte dell’organo istituzionale.

Completamente disconosciute le motivazioni formali addotte dai sindacati, che sostanzialmente sottolineavano la gravità di un’aggressione armata da parte di Israele in acque internazionali contro imbarcazioni civili, 18 delle quali battenti bandiera italiana; la necessità di tutelare la sicurezza di lavoratrici e lavoratori imbarcati; la necessità di rendere disponibile per lavoratrici e lavoratori italiani lo strumento dello sciopero immediato quale mezzo per esprimere tempestivamente dissenso nei confronti dell’aggressione israeliana e del governo italiano che non intraprendeva nessuna azione a tutela dei cittadini italiani imbarcati, con grave pregiudizio delle fondamentali tutele costituzionali.

Messo da parte tutto questo, la Commissione di Garanzia ha ribadito che mancavano i requisiti di deroga al preavviso di sciopero. Non vi era infatti alcuna esigenza di difesa dell’ordine costituzionale, in quanto ciò – a parere del Garante – può configurarsi solo in caso di concreto attacco fisico, lesivo non tanto della Costituzione, che essendo semplicemente un “bene giuridico”, cioè un documento, non può subire attacchi fisici, quanto dello Stato e dei suoi gangli vitali.

Si diano pace quindi tutti gli accaniti difensori della Costituzione, perché la Commissione ha chiarito ciò che qualcuno di noi già sospettava da tempo, cioè che la Costituzione non conta nulla, conta lo Stato, contano i suoi apparati, contano le persone fisiche che rivestono alte cariche istituzionali.

Interessante anche la motivazione con cui la Commissione ha deciso di multare i sindacati per lo sciopero del 3 ottobre, diversamente da quanto fu fatto in occasione degli scioperi per l’inizio della guerra nel Golfo (1991) e contro la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra in Jugoslavia (2000). Anche allora si trattò di scioperi indetti senza preavviso e perciò dichiarati illegittimi, ma, a differenza del 3 ottobre 2025, all’epoca non furono emesse sanzioni perché “azioni di lotta in difesa della pace sono nella tradizione storica dei sindacati”. Voler instaurare questa differenza tra lo sciopero del 3 ottobre e i precedenti è un preciso atto politico, funzionale ad esprimere una condanna – che pretenderebbe di essere esemplare – nei confronti di uno sciopero di denuncia aperta del genocidio operato da Israele e delle politiche guerrafondaie e conniventi del governo italiano. La Commissione, organo apparentemente tecnico, si mostra per quello che è, emanazione diretta delle politiche governative.

Un’altra iniziativa repressiva di cui non si è parlato molto è stata messa in atto a dicembre 2025, in questo caso specificamente rivolta al settore scuola. Nello sciopero del 3 ottobre, così come in quello precedente del 22 settembre, il comparto scuola si è distinto per alta partecipazione, evidenziando una sensibilità marcata attorno alle tematiche della guerra e della situazione palestinese in particolare. Una vitalità del settore che non è certo sfuggita. L’annullamento del corso di formazione organizzato il 4 novembre dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, come pure l’insistenza sul settore scuola e università dei vari disegni di legge che equiparano antisionismo e antisemitismo [vedi altro articolo a pag. 5] non sono davvero casuali. Ecco dunque che a metà dicembre sono scattate ispezioni verso alcuni istituti scolastici che avevano attivato un collegamento webinar con Francesca Albanese per attività didattiche di approfondimento sulla questione palestinese. L’operazione è stata disposta in seguito a segnalazioni di esponenti della destra che hanno sollecitato l’intervento del ministro Valditara, ottenendone pronta e immediata risposta, annunciata seduta stante durante la kermesse Atreju di Fratelli d’Italia.

L’intervento ispettivo trovava motivazione formale nel mancato rispetto di una nota ministeriale del 7 novembre, rinforzata da una successiva nota del 12 dicembre, in cui si prescriveva di osservare il criterio del contraddittorio in attività scolastiche riguardanti trattazione di problematiche sociali. Le iniziative intraprese da alcune scuole interloquendo con Francesca Albanese in sostanza violavano la disposizione, in quanto la tematica sarebbe stata affrontata orientando ideologicamente e a senso unico gli studenti. Da qui le ispezioni e gli interrogatori a cui sono stati sottoposte le docenti coinvolte.

Aldilà della gravità delle ispezioni, che rappresentano un pesante attacco alla libertà di insegnamento e di apprendimento, ma che sono comunque un episodio, in ogni caso repressivo; aldilà di condividere o meno, come metodo didattico, il ricorso alla figura dell’esperto autorevole e titolato per affrontare questioni che fanno parte del campo dell’esperienza sociale e politica diffusa; aldilà di tutto questo c’è la gravità inaudita e il vasto portato repressivo di quelle note ministeriali, che chiaramente non si limitano al caso in questione e permangono oltre il fatto; ne è un esempio la scuola di Bologna in cui il dirigente scolastico, osservando la nota ministeriale, ha annullato l’incontro con due obiettori dell’esercito israeliano perché sarebbe mancato il contraddittorio.

Censura, ingerenza nella didattica, intimidazione, abusi di potere: di questo si tratta. Imporre il contraddittorio è aberrante. Ci sono questioni su cui non si discute, su cui non è ammissibile né tollerabile ascoltare “l’altra campana” o aprire all’assurda pratica anglosassone del “debate”. Questioni che anche nella scuola – con tutti i sui limiti istituzionali, gerarchici e classisti – hanno rappresentato punti fermi, almeno programmaticamente. L’antifascismo, l’antirazzismo, il contrasto delle discriminazioni, sia pure in salsa moderata e convenzionale, non sono mai stati messi in discussione, almeno sulla carta, ma la carta conta, è un vincolo e fornisce tutela. Non è un caso se un’altra carta ora pretende di dare disposizioni diverse, mascherando con l’esigenza di “garantire il pluralismo e l’educazione alla complessità” la volontà di legittimare politicamente i fautori dell’odio, della violenza, della sopraffazione. Il fascismo di chi ci governa ha anche questa faccia. Opporci a tutto questo è indispensabile e urgente.

Patrizia Nesti

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Oltre le macerie

15 Gennaio 2026 ore 06:00

Eccoci di nuovo qui. Riprendiamo le pubblicazioni dopo le consuete settimane di pausa, ma per le lotte non c’è stata sosta nella crescente stretta autoritaria e militarista. Multe, denunce, sgomberi. Questi sono i regali che si sono scambiati governo e padroni insieme a magistrati e partiti d’opposizione. Le multe da 2500 a 20000 euro che hanno colpito le organizzazioni sindacali che hanno convocato lo sciopero generale del 3 ottobre, giudicato illegittimo dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Le centinaia di denunce e decreti penali di condanna recapitati da Nord a Sud per la partecipazione al movimento dello scorso autunno in solidarietà alla Global Sumud Flottilla, in particolare per i blocchi nei porti, nelle stazioni ferroviarie e sulle strade. L’operazione repressiva che a partire da Genova ha colpito singoli e associazioni palestinesi con l’accusa di terrorismo, chiaramente orientata a indebolire e criminalizzare le organizzazioni palestinesi in Italia. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino e l’annuncio di un attacco repressivo generalizzato contro gli spazi sociali: i media ufficiali hanno parlato di una lista di 200 spazi da sgomberare, mentre Salvini ha annunciato sgomberi a Torino, Milano, Roma e… Livorno.

Provvedimenti repressivi che colpiscono contesti differenti, che hanno i propri limiti e contraddizioni, ma che in modo diverso costituiscono un problema per chi detiene il potere. L’ampia varietà di soggetti colpiti e la diversità dei provvedimenti mostra come l’attacco repressivo sia generalizzato e ponga importanti precedenti che minacciano anche altre situazioni di lotta. Viene colpito lo strumento dello sciopero, verrà condotto a processo per la prima volta un ampio movimento forse applicando le nuove più gravi pene previste per blocchi stradali e ferroviari, vengono colpite strutture di tipo associativo, e – questa non è una novità – si colpiscono le infrastrutture di movimento con la minaccia di chiusura di moltissimi spazi sociali.

È chiaro il significato di questo attacco repressivo. Mentre le tensioni internazionali continuano a crescere, il governo italiano vuol far capire che è disposto anche ad una più vasta repressione per andare avanti sulla strada della guerra per la nuova spartizione del mondo in questa fase di crisi e ridefinizione degli equilibri imperialisti a livello globale. Basti pensare all’attacco statunitense in Nigeria e in Venezuela, come anche alla rapida militarizzazione dell’Europa, che non solo continua ad alimentare la guerra in Ucraina, ma si prepara sempre più alla guerra con la stretta sulla leva in tanti paesi, e con la riorganizzazione di produzione e servizi pubblici in funzione del clima di guerra. La risposta in grado di ribaltare il gioco e di fermare la corsa dei governi verso la guerra e la devastazione sociale dobbiamo costruirla giorno dopo giorno, a partite dalle reti di solidarietà e dall’internazionalismo. Vediamo che all’interno degli stessi USA si riaccende la tensione sociale e politica con la mobilitazione contro l’ICE e l’assassinio di Renee Good da parte degli agenti a Minneapolis. Così come abbiamo visto crescere rapidamente la sollevazione popolare in Iran.

Queste otto pagine ovviamente non bastano per affrontare quanto è successo nel corso delle poche settimane di pausa delle pubblicazioni. Ma grazie ai contributi di diversx compagnx abbiamo cercato di offrire spunti di discussione e strumenti di lotta che possano aiutare ad orientarci in questo momento. Non tanto per provare a indovinare quale sarà la prossima mossa dei padroni del mondo, ma per proseguire insieme sulla strada della liberazione sociale.

La redazione

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Bando Poesiæuropa, VIII Edizione, 3-6 giugno 2026

14 Gennaio 2026 ore 18:06
  Poesiæuropa ​ VIII Edizione ​ Isola Polvese, Lago Trasimeno  3-6 giugno 2026 ​ Poesiæuropa propone una riflessione sulla cultura umanistica, per riconsiderare il valore delle nostre radici storiche e spirituali e costruire insieme visioni per il futuro. Nel 2026 il progetto giunge alla sua VIII edizione e prevede la partecipazione di autori da diversi paesi che prendono parte …

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Patch Tuesday, January 2026 Edition

14 Gennaio 2026 ore 01:47

Microsoft today issued patches to plug at least 113 security holes in its various Windows operating systems and supported software. Eight of the vulnerabilities earned Microsoft’s most-dire “critical” rating, and the company warns that attackers are already exploiting one of the bugs fixed today.

January’s Microsoft zero-day flaw — CVE-2026-20805 — is brought to us by a flaw in the Desktop Window Manager (DWM), a key component of Windows that organizes windows on a user’s screen. Kev Breen, senior director of cyber threat research at Immersive, said despite awarding CVE-2026-20805 a middling CVSS score of 5.5, Microsoft has confirmed its active exploitation in the wild, indicating that threat actors are already leveraging this flaw against organizations.

Breen said vulnerabilities of this kind are commonly used to undermine Address Space Layout Randomization (ASLR), a core operating system security control designed to protect against buffer overflows and other memory-manipulation exploits.

“By revealing where code resides in memory, this vulnerability can be chained with a separate code execution flaw, transforming a complex and unreliable exploit into a practical and repeatable attack,” Breen said. “Microsoft has not disclosed which additional components may be involved in such an exploit chain, significantly limiting defenders’ ability to proactively threat hunt for related activity. As a result, rapid patching currently remains the only effective mitigation.”

Chris Goettl, vice president of product management at Ivanti, observed that CVE-2026-20805 affects all currently supported and extended security update supported versions of the Windows OS. Goettl said it would be a mistake to dismiss the severity of this flaw based on its “Important” rating and relatively low CVSS score.

“A risk-based prioritization methodology warrants treating this vulnerability as a higher severity than the vendor rating or CVSS score assigned,” he said.

Among the critical flaws patched this month are two Microsoft Office remote code execution bugs (CVE-2026-20952 and CVE-2026-20953) that can be triggered just by viewing a booby-trapped message in the Preview Pane.

Our October 2025 Patch Tuesday “End of 10” roundup noted that Microsoft had removed a modem driver from all versions after it was discovered that hackers were abusing a vulnerability in it to hack into systems. Adam Barnett at Rapid7 said Microsoft today removed another couple of modem drivers from Windows for a broadly similar reason: Microsoft is aware of functional exploit code for an elevation of privilege vulnerability in a very similar modem driver, tracked as CVE-2023-31096.

“That’s not a typo; this vulnerability was originally published via MITRE over two years ago, along with a credible public writeup by the original researcher,” Barnett said. “Today’s Windows patches remove agrsm64.sys and agrsm.sys. All three modem drivers were originally developed by the same now-defunct third party, and have been included in Windows for decades. These driver removals will pass unnoticed for most people, but you might find active modems still in a few contexts, including some industrial control systems.”

According to Barnett, two questions remain: How many more legacy modem drivers are still present on a fully-patched Windows asset; and how many more elevation-to-SYSTEM vulnerabilities will emerge from them before Microsoft cuts off attackers who have been enjoying “living off the land[line] by exploiting an entire class of dusty old device drivers?”

“Although Microsoft doesn’t claim evidence of exploitation for CVE-2023-31096, the relevant 2023 write-up and the 2025 removal of the other Agere modem driver have provided two strong signals for anyone looking for Windows exploits in the meantime,” Barnett said. “In case you were wondering, there is no need to have a modem connected; the mere presence of the driver is enough to render an asset vulnerable.”

Immersive, Ivanti and Rapid7 all called attention to CVE-2026-21265, which is a critical Security Feature Bypass vulnerability affecting Windows Secure Boot. This security feature is designed to protect against threats like rootkits and bootkits, and it relies on a set of certificates that are set to expire in June 2026 and October 2026. Once these 2011 certificates expire, Windows devices that do not have the new 2023 certificates can no longer receive Secure Boot security fixes.

Barnett cautioned that when updating the bootloader and BIOS, it is essential to prepare fully ahead of time for the specific OS and BIOS combination you’re working with, since incorrect remediation steps can lead to an unbootable system.

“Fifteen years is a very long time indeed in information security, but the clock is running out on the Microsoft root certificates which have been signing essentially everything in the Secure Boot ecosystem since the days of Stuxnet,” Barnett said. “Microsoft issued replacement certificates back in 2023, alongside CVE-2023-24932 which covered relevant Windows patches as well as subsequent steps to remediate the Secure Boot bypass exploited by the BlackLotus bootkit.”

Goettl noted that Mozilla has released updates for Firefox and Firefox ESR resolving a total of 34 vulnerabilities, two of which are suspected to be exploited (CVE-2026-0891 and CVE-2026-0892). Both are resolved in Firefox 147 (MFSA2026-01) and CVE-2026-0891 is resolved in Firefox ESR 140.7 (MFSA2026-03).

“Expect Google Chrome and Microsoft Edge updates this week in addition to a high severity vulnerability in Chrome WebView that was resolved in the January 6 Chrome update (CVE-2026-0628),” Goettl said.

As ever, the SANS Internet Storm Center has a per-patch breakdown by severity and urgency. Windows admins should keep an eye on askwoody.com for any news about patches that don’t quite play nice with everything. If you experience any issues related installing January’s patches, please drop a line in the comments below.

SHAKEMOVIE: Propagazione delle onde sismiche del terremoto Mw 5.1 del 10 gennaio 2026 (Costa Calabra sud-orientale)

10 Gennaio 2026 ore 13:35

L’INGV ha realizzato il video dell’animazione della propagazione sulla superficie terrestre delle onde sismiche generate dal  terremoto di magnitudo Mw 5.1 (Ml 5.1) localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane di oggi, 10 gennaio 2026 al largo della Costa Calabra Sud-Orientale.

L’animazione è necessariamente preliminare in quanto saranno noti solo nei prossimi giorni i dettagli del processo di rottura che, per eventi di questa magnitudo, sono fondamentali per un’accurata simulazione della propagazione delle onde. Una volta analizzati saranno inclusi in un’animazione a più alta risoluzione.


Le onde di colore blu indicano che il suolo si sta muovendo velocemente verso il basso, quelle di colore rosso indicano che il suolo si sta muovendo verso l’alto. L’intensità del colore è maggiore per spostamenti verticali più veloci.
Ogni secondo dell’animazione rappresenta un secondo in tempo reale.

Non si tratta di un’animazione artistica ma della soluzione delle equazioni che descrivono il processo di propagazione.
La velocità e l’ampiezza delle onde sismiche dipendono dalle caratteristiche della sorgente sismica, dal tipo di suolo che attraversano e anche dalla topografia. Esse, quindi, non si propagano in maniera uniforme nello spazio e luoghi posti alla stessa distanza dall’epicentro risentono del terremoto in maniera completamente diversa.

L’animazione è generata attraverso la procedura descritta in questo articolo del blog ma con una novità. Il modello 3D del sottosuolo è stato aggiornato per incorporare la Vs30 (velocità media delle onde sismiche di taglio nei primi 30 metri di profondità): un parametro che caratterizza la rigidità del terreno superficiale. Terreni con Vs30 bassa, come i depositi alluvionali (sedimenti sciolti, sabbie, argille), sono più deformabili e amplificano maggiormente le onde sismiche rispetto alla roccia compatta che ha Vs30 elevata. Grazie a questa rappresentazione più accurata delle variazioni geologiche superficiali, la simulazione può ora riprodurre con maggiore affidabilità frequenze fino a 0.2 Hz, evidenziando in modo più realistico gli effetti di amplificazione sismica tipici dei terreni alluvionali e sedimentari presenti in molte pianure e valli italiane.

La risoluzione delle equazioni dell’onda è stata condotta attraverso l’utilizzo del software SPECFEM3D (Peter et al. 2011, http://www.specfem.org). Per il modello tridimensionale del sottosuolo è stato selezionato il modello tomografico IMAGINE_IT (Magnoni et al. 2022). La sorgente sismica è determinata attraverso il metodo TDMT (Scognamiglio et al. 2009, https://terremoti.ingv.it/tdmt). L’animazione è invece stata generata utilizzando Paraview.

Credits: INGV, Emanuele Casarotti, Federica Magnoni, Angela Stallone This work is supported by the ICSC National Research Centre for High Performance Computing, Big Data and Quantum Computing (CN00000013, CUP D53C22001300005) within the European Union-NextGenerationEU program.


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Evento sismico nel Mar Ionio, ML 5.1, 10 gennaio 2026

10 Gennaio 2026 ore 07:20

Un terremoto di magnitudo ML 5.1 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale alle ore 05:53 italiane del 10 gennaio 2026 al largo della costa ionica calabra, ad una profondità di 65 Km. Va notato che per eventi lontani dalla costa, e quindi dalla rete sismica, la profondità ipocentrale è un parametro di difficile determinazione, per cui la stima potrebbe essere rivista con analisi successive.                

La zona interessata dal terremoto odierno è prossima alla regione calabro-sicula caratterizzata da pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

 

I dati storici disponibili per l’area ci indicano che in particolare l’epicentro del terremoto è localizzato in un’area dove sono riportati diversi eventi di magnitudo inferiore a 5.5. Le aree sismiche più rilevanti sono quelle della Calabria meridionale e dello Stretto di Messina e della Sicilia orientale, poste a 50-100 chilometri di distanza, per le quali sono riportati numerosi eventi di elevata intensità, tra i quali quelli del 1783 in Calabria, del 1908 nella zona dello Stretto e del 1693 in Sicilia sudorientale.

La sismicità più recente dal 1985 in poi, ci mostra come l’area sia stata interessata da un’attività sismica diffusa. I terremoti più rilevanti sono avvenuti nell’entroterra siculo e calabrese, in particolare nella Calabria meridionale. Si ricorda l’evento del 16 aprile 2025 di ML 4.8 che ha interessato la stessa zona lo scorso anno.                                

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP) dell’evento di oggi, calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra livelli di scuotimento stimati fino al IV grado MCS su un area molto estesa L’evento sismico è stato ampiamente risentito in Sicilia orientale,  in Calabria meridionale ed in Puglia come conferma la mappa dei risentimenti macrosismici ricavata dai numerosi questionari inviati al sito www.hsit.it.

 


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Attacco al Venezuela: Trump ordina il bombardamento. È l’inizio di una catastrofe?

5 Gennaio 2026 ore 19:41

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Dopo Maduro i guerrafondai continueranno con la litania invaso invasore? I caccia USA bombardano Caracas e numerose basi militari in Venezuela. L’amministrazione Trump ha dato l’ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite, secondo le prime notizie, sono state delle basi militari, e in particolare la caserma più importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La

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Microsoft Patch Tuesday, December 2025 Edition

10 Dicembre 2025 ore 00:18

Microsoft today pushed updates to fix at least 56 security flaws in its Windows operating systems and supported software. This final Patch Tuesday of 2025 tackles one zero-day bug that is already being exploited, as well as two publicly disclosed vulnerabilities.

Despite releasing a lower-than-normal number of security updates these past few months, Microsoft patched a whopping 1,129 vulnerabilities in 2025, an 11.9% increase from 2024. According to Satnam Narang at Tenable, this year marks the second consecutive year that Microsoft patched over one thousand vulnerabilities, and the third time it has done so since its inception.

The zero-day flaw patched today is CVE-2025-62221, a privilege escalation vulnerability affecting Windows 10 and later editions. The weakness resides in a component called the “Windows Cloud Files Mini Filter Driver” — a system driver that enables cloud applications to access file system functionalities.

“This is particularly concerning, as the mini filter is integral to services like OneDrive, Google Drive, and iCloud, and remains a core Windows component, even if none of those apps were installed,” said Adam Barnett, lead software engineer at Rapid7.

Only three of the flaws patched today earned Microsoft’s most-dire “critical” rating: Both CVE-2025-62554 and CVE-2025-62557 involve Microsoft Office, and both can exploited merely by viewing a booby-trapped email message in the Preview Pane. Another critical bug — CVE-2025-62562 — involves Microsoft Outlook, although Redmond says the Preview Pane is not an attack vector with this one.

But according to Microsoft, the vulnerabilities most likely to be exploited from this month’s patch batch are other (non-critical) privilege escalation bugs, including:

CVE-2025-62458 — Win32k
CVE-2025-62470 — Windows Common Log File System Driver
CVE-2025-62472 — Windows Remote Access Connection Manager
CVE-2025-59516 — Windows Storage VSP Driver
CVE-2025-59517 — Windows Storage VSP Driver

Kev Breen, senior director of threat research at Immersive, said privilege escalation flaws are observed in almost every incident involving host compromises.

“We don’t know why Microsoft has marked these specifically as more likely, but the majority of these components have historically been exploited in the wild or have enough technical detail on previous CVEs that it would be easier for threat actors to weaponize these,” Breen said. “Either way, while not actively being exploited, these should be patched sooner rather than later.”

One of the more interesting vulnerabilities patched this month is CVE-2025-64671, a remote code execution flaw in the Github Copilot Plugin for Jetbrains AI-based coding assistant that is used by Microsoft and GitHub. Breen said this flaw would allow attackers to execute arbitrary code by tricking the large language model (LLM) into running commands that bypass the user’s “auto-approve” settings.

CVE-2025-64671 is part of a broader, more systemic security crisis that security researcher Ari Marzuk has branded IDEsaster (IDE  stands for “integrated development environment”), which encompasses more than 30 separate vulnerabilities reported in nearly a dozen market-leading AI coding platforms, including Cursor, Windsurf, Gemini CLI, and Claude Code.

The other publicly-disclosed vulnerability patched today is CVE-2025-54100, a remote code execution bug in Windows Powershell on Windows Server 2008 and later that allows an unauthenticated attacker to run code in the security context of the user.

For anyone seeking a more granular breakdown of the security updates Microsoft pushed today, check out the roundup at the SANS Internet Storm Center. As always, please leave a note in the comments if you experience problems applying any of this month’s Windows patches.

Pixel 11 avvistato con modem MediaTek M90 e Tensor G6

6 Ottobre 2025 ore 14:05

A poco più di un mese dal debutto di Pixel 10 iniziano già a circolare indiscrezioni sul suo successore. Secondo fonti vicine allo sviluppo, il futuro Pixel 11 potrebbe segnare un cambiamento significativo: il passaggio dal modem Samsung Exynos 5400i al nuovo MediaTek M90, integrato nel Tensor G6.

Alla fine del 2024 si era parlato di un possibile utilizzo di modem MediaTek già sulla serie Pixel 10, ipotesi poi smentita dal mantenimento dell’Exynos. Ora però, secondo Mystic Leaks, Google starebbe effettuando test interni preliminari con il MediaTek M90. Le prove emergono da uno screenshot della riga di comando, in cui compare la versione baseband “a900a”, mentre il bootloader riporta il nome in codice “spacecraft” (per confronto, sul Pixel 10 era “deepspace”).

Il modem M90 è stato presentato da MediaTek al MWC 2025 di Barcellona. Tra le specifiche dichiarate:

  • Velocità di picco fino a 12 Gbps in download.

  • Supporto dual 5G SIM dual-active, con gestione dati su entrambe le schede.

  • AI integrata per migliorare l’efficienza energetica e le prestazioni generali del dispositivo.

  • Connettività satellitare, un requisito ormai imprescindibile per i flagship.

Non è stato comunicato il process node, mentre sappiamo che l’Exynos 5400i utilizzato finora è realizzato a 4 nm. MediaTek ha fissato la disponibilità dei primi sample ingegneristici per la seconda metà del 2025.

Negli ultimi due anni, l’Exynos 5400i ha contribuito a ridurre i problemi di surriscaldamento che avevano caratterizzato i modem precedenti dei Pixel. Tuttavia, MediaTek sostiene che il nuovo M90 offra un consumo medio ridotto del 18%, un dato che potrebbe convincere Google a valutare la transizione, anche in un’ottica di ulteriore allontanamento dalla filiera Samsung.

Lato SoC, Tensor G6 (indicato con il nome in codice Malibu) sarà il cuore del Pixel 11. In passato si era parlato di una produzione basata sul nodo N3P di TSMC (con architettura 1+6 core), ma nuove indiscrezioni hanno suggerito un salto verso il processo a 2 nm di TSMC, il che renderebbe Tensor G6 uno dei SoC più avanzati in circolazione al momento del lancio.

OnePlus conferma la data di lancio di OxygenOS 16 basata su Android 16

6 Ottobre 2025 ore 11:48

Android 16 è disponibile già da tempo per gli utenti Pixel e, più recentemente, per alcuni dispositivi Samsung, Motorola e Sony. A brevissimo si aggiungerà alla lista anche OnePlus, che ha annunciato ufficialmente la disponibilità di OxygenOS 16 a partire dal 16 ottobre 2025.

La nuova versione del sistema, basata su Android 16, porta con sé il motto “Intelligently Yours”, che sembra alludere all’integrazione sempre più profonda dell’intelligenza artificiale all’interno dell’esperienza utente. Un indizio arriva dalla conferma che Gemini, l’assistente AI di Google, sarà parte integrante della funzione Mind Space. Quest’ultima rappresenta un ambiente personale dove raccogliere appunti, articoli, screenshot e altri contenuti: grazie a Gemini, sarà possibile non solo recuperarli con facilità, ma anche elaborarli in maniera proattiva.

Un esempio mostrato da OnePlus riguarda proprio la pianificazione di un viaggio: un semplice comando a Gemini consente all’assistente di attingere alle informazioni già salvate in Mind Space e trasformarle in un piano organizzato, senza bisogno di richieste puntuali e frammentate.

Al momento, oltre alla data e a questa anticipazione sulle funzionalità AI, non sono stati forniti ulteriori dettagli ufficiali. Sarà quindi necessario attendere il 16 ottobre per capire meglio quali dispositivi riceveranno l’aggiornamento e in quali tempi, con la speranza che il rollout sia rapido e ampio, evitando le lunghe attese che spesso caratterizzano il mondo Android.

La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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