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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate

19 Gennaio 2026 ore 14:00

Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.

L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico.

Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee.

In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.

In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri.

L'articolo Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

18 Gennaio 2026 ore 13:35

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

Ricevuto prima di ieri

Più ore, meno diritti, zero futuro: il neoliberismo di Merz


di Fabrizio Verde

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che la situazione economica del Paese è "molto critica" e che la Germania non è più sufficientemente competitiva, secondo il quotidiano teutonico Bild.

Durante il suo discorso a centinaia di imprenditori nella città di Halle, ha sostenuto che l'economia non può prosperare con una settimana lavorativa di quattro giorni o con l'attenzione all'equilibrio tra lavoro e vita privata. Ha citato gli elevati costi energetici, l'eccessiva burocrazia e, soprattutto, quello che ha descritto come un costo del lavoro eccessivamente elevato.

Merz ha chiarito di aspettarsi "maggiore produttività, maggiore impegno e orari di lavoro più lunghi" dalla forza lavoro. Ha affermato che la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e vita privata, abbinata alla settimana lavorativa di quattro giorni, è "insostenibile" per l'economia tedesca e ha chiesto incentivi per incoraggiare le persone a lavorare più a lungo, sottolineando che non tutti i lavori sono fisicamente impegnativi.

Ha inoltre espresso la sua aspettativa di una crescita economica di almeno l'1% entro il 2026. Parte di questo aumento, ha indicato, sarà raggiunto perché diversi giorni festivi cadranno nei fine settimana, liberando più ore di lavoro. Come punto di riferimento, ha citato la Svizzera, dove, a suo dire, la popolazione lavora circa 200 ore in più all'anno rispetto alla Germania, aggiungendo di non vedere "ragioni genetiche" per cui i tedeschi non possano fare qualcosa di simile.

Neoliberismo in purezza: un’ideologia fallimentare

Quello proposto da Merz non è semplice pragmatismo economico: è neoliberismo in purezza, un’ideologia che, sotto la maschera della “libertà economica”, ha prodotto ovunque disuguaglianze, crisi democratiche e ovviamente economiche, oltre a un impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari. È un modello che, lungi dall’essere neutrale o tecnico, impone scelte politiche precise: tagli ai diritti sociali, precarizzazione del lavoro, smantellamento dello Stato sociale, deregolamentazione selvaggia e subordinazione della democrazia agli interessi del capitale finanziario.

Come da varie analisi del fenomeno, il neoliberismo – nato verso la fine degli anni ’70 con Reagan e Thatcher - si presenta come ideologia che pone la libertà economica al centro di ogni altra libertà. Tuttavia, i dati storici e statistici dimostrano con chiarezza che non ha generato né crescita sostenibile né benessere diffuso. Anzi: dopo la crisi del 2008, è emerso con forza che i mercati non sono affatto “autoregolanti”. Non esiste la fantomatica mano invisibile capace di regolarli. Questi invece sono instabili, speculativi e inclini al collasso senza intervento pubblico.

In Occidente, il periodo neoliberista ha coinciso con un’impennata delle disuguaglianze. Negli Stati Uniti, l’indice di Gini - che misura la disuguaglianza dei redditi - è salito dal 34,7 del 1980 al 41,3 del 2022, il livello più alto tra i paesi occidentali. Anche in Europa, pur con minore intensità, la tendenza è stata la stessa: tagli alle tasse sui redditi alti e sul capitale, compressione salariale, riduzione della spesa pubblica e smantellamento del welfare hanno favorito i ricchi e privilegiati a scapito della larghe masse popolari.

La teoria del “trickle-down” - secondo cui i ricchi, se lasciati liberi di accumulare ricchezza, la “faranno gocciolare” verso il basso - è stata definitivamente smentita persino dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Al contrario, studi recenti mostrano che un aumento della quota di reddito detenuta dai più ricchi riduce la crescita economica, perché i ricchi risparmiano più di quanto consumino, e i loro capitali finiscono spesso in attività speculative anziché produttive.

Ma il danno più profondo è stato politico. L’aumento delle disuguaglianze ha alimentato sfiducia nelle istituzioni democratiche, astensionismo, rabbia sociale e la crescita di movimenti paseudo-populisti, spesso legati all’estrema destra. Le élite politiche, sempre più dipendenti dal potere finanziario, hanno perso contatto con le esigenze reali dei cittadini. Il risultato? Un vuoto di rappresentanza che ha aperto la strada a figure come Donald Trump o lo stesso Merz.

In Europa, la situazione è meno drammatica, ma non per merito del neoliberismo: anzi, è grazie al residuo welfare continentale, più robusto di quello anglosassone, che la disuguaglianza è rimasta leggermente più contenuta. Tuttavia, il quadro istituzionale europeo - con i suoi vincoli in materia fiscale e il Patto di Stabilità di matrice ordoliberale - impedisce riforme efficaci e l’implemetazione delle necessarie politiche economiche capaci di risollevare le economie e le condizioni di vita dei lavoratori. Qualsiasi governo intenzionato a intervenire su questo versante, si trova con le mani praticamente legate.

L’unica via d’uscita è un cambio radicale di paradigma: politiche espansive, investimenti massicci in innovazione e misure redistributive a favore delle classi medie e basse. 

La de-industrializzazione della Germania: frutto del neoliberismo e dell’ideologia anti-Russia

A questa cornice ideologica si è aggiunta, negli ultimi anni, una scelta strategica catastrofica: la rinuncia volontaria all’energia a basso costo fornita dalla Russia. Questa decisione, dettata più da logiche geopolitiche ideologiche che da una reale valutazione degli interessi nazionali, ha accelerato un processo già in atto: la de-industrializzazione della Germania.

L’industria tedesca, la cosiddetta locomotiva dell’economia europea, si basava su un accesso stabile, sicuro ed economico al gas russo. Con la fine di questo flusso - non sostituito in tempo né da alternative competitive né da una transizione pianificata - i costi energetici sono schizzati alle stelle, rendendo molte produzioni non più competitive a livello globale. Decine di impianti chimici, siderurgici, ceramici e meccanici hanno chiuso o delocalizzato, portando con sé posti di lavoro qualificati, know-how industriale e capacità produttiva strategica.

Questa scelta non è stata un incidente, ma la conseguenza diretta di un pensiero economico neoliberista che, da un lato, ha smantellato la pianificazione pubblica e la sovranità energetica, e dall’altro ha subordinato la politica economica a narrazioni morali semplificate. Il risultato è un paradosso: un Paese che un tempo guidava l’industria europea ora vede svuotarsi le sue fabbriche, mentre i suoi leader propongono di “lavorare di più” per compensare un declino strutturale causato da scelte politiche sbagliate.

La Germania non sta affrontando una semplice crisi congiunturale: sta vivendo il collasso della sua base industriale, erosa dal combinato disposto di trent’anni di deregulation, tagli agli investimenti pubblici e ora da una rottura geopolitica gestita con arroganza ideologica. Eppure, invece di riconsiderare il modello, Merz insiste nel chiedere sacrifici ai lavoratori, come se il problema fosse la loro pigrizia e non il fallimento di un’intera visione del mondo.

Il laboratorio cileno: il neoliberismo nato nel sangue

Se si vuole comprendere fino in fondo la natura violenta del neoliberismo, si deve volgere lo sguardo al passato, precisamente al Cile del 1973. Fu lì, con il golpe militare guidato da Augusto Pinochet - sostenuto dagli Stati Uniti - che il neoliberismo fu applicato per la prima volta su larga scala, non come scelta democratica, ma come esperimento imposto con la forza.

Salvador Allende, primo presidente marxista eletto democraticamente in America Latina, aveva avviato riforme sociali ambiziose: nazionalizzazione del rame, delle banche e delle telecomunicazioni, programmi di welfare e occupazione per i più poveri. La sua visione minacciava gli interessi delle multinazionali nordamericane come l’Anaconda Copper e l’ITT, e soprattutto contraddiceva la dottrina praticata dalla Casa Bianca durante la Guerra Fredda.

Così, con l’appoggio diretto della CIA e l’ordine esplicito di Nixon di “far gridare l’economia cilena”, Allende fu rovesciato. Il 11 settembre 1973, il palazzo presidenziale fu bombardato; Allende morì. Al suo posto, Pinochet instaurò una dittatura fascio-liberista brutale che durò diciassette anni.

Fu allora che entrarono in scena i cosiddetti “Chicago Boys”: un gruppo di economisti cileni formati all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman e influenzati da Friedrich Hayek. Appena insediati nei ministeri, imposero una “terapia d’urto”: privatizzazioni di massa, abolizione dei controlli sui prezzi, deregolamentazione finanziaria, tagli al welfare. L’inflazione calò, ma a caro prezzo: disoccupazione di massa, crollo del potere d’acquisto, disuguaglianze esplosive.

Nel 1982, il sistema crollò: il Cile fu travolto dalla crisi del debito latinoamericano con un crollo del PIL del 14%, il peggiore della regione. Solo allora, con misure pragmatiche - tra cui la nazionalizzazione di banche in fallimento, ironicamente simili a quelle di Allende - l’economia si riprese. Ma il danno sociale era irreversibile.

Intanto, il regime di Pinochet terrorizzava la popolazione: 30.000 persone torturate, 2.500 uccise, 1.300 “desaparecidos”, gettati dagli elicotteri in mare, migliaia costretti all’esilio. Il neoliberismo cileno non fu un “miracolo”, come lo definì Friedman, ma un progetto autoritario costruito sul terrore, dove la libertà di mercato andava di pari passo con la repressione politica.

Come ebbe a scrivere Naomi Klein, si trattò di una “dottrina dello shock”: approfittare del caos, della paura e della violenza per imporre riforme che nessuna società davvero libera avrebbe mai accettato.

Oltre il neoliberismo: la via cinese

Oggi, le parole di Friedrich Merz risuonano come un sinistro déjà vu. Chiedere più ore di lavoro, demonizzare il diritto al tempo libero, ignorare i costi umani della “competitività” sfrenata significa tornare a quella stessa ideologia che ha devastato interi continenti.

Il neoliberismo non è una soluzione: è il problema. Lo dimostra con chiarezza l’esperienza cinese, dove la crescita economica senza precedenti degli ultimi decenni è stata guidata non dal libero mercato selvaggio, ma da un sistema misto, socialista, con un forte ruolo dello Stato nell’indirizzo strategico dell’economia, nella pianificazione industriale e nel controllo dei settori chiave. Pechino non ha seguito le ricette del FMI o le bislancche teorie di Friedman, ma ha costruito un modello in cui il mercato è uno strumento - non un padrone quasi venerato - al servizio dello sviluppo nazionale e del benessere collettivo. Non a caso, i dirigenti cinesi hanno studiato con attenzione anche l’esperienza italiana della Prima Repubblica, con il suo intreccio tra imprese pubbliche, politica industriale e welfare diffuso: un modello che, pur con tutti i suoi limiti, aveva saputo coniugare crescita, occupazione e coesione sociale, prima che il vento neoliberista ne decretasse la fine.  

Respingere il neoliberismo non è nostalgia per il passato, ma necessità per il futuro. Serve un nuovo patto sociale, fondato sul ritorno della guida pubblica nell’economia, sulla solidarietà, sulla redistribuzione delle risorse, sulla democrazia economica.

Sanzioni, petrolio e Machado: le tre grandi menzogne sul Venezuela che Trump ha involontariamente smascherato


di Fabrizio Verde

Nel profluvio di narrazioni distorte e notizie false sul Venezuela bolivariano, scatenate in seguito al criminale attacco militare statunitense culminato nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, alcune enormi bugie sono state clamorosamente smentite dallo stesso Donald Trump. Tra queste spicca la falsa rappresentazione secondo cui il Venezuela sarebbe un paese economicamente fallito per colpa di una presunta “dittatura” o di una cattiva gestione intrinseca al socialismo, quando in realtà è stato oggetto per anni di una campagna sistematica di strangolamento economico pianificata scientificamente da Washington. Le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti - definite da esperti delle Nazioni Unite come misure coercitive illegali secondo il diritto internazionale - hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile, bloccando l’accesso a medicine, cibo, pezzi di ricambio per infrastrutture essenziali e persino ai diluenti necessari per rendere commercializzabile il petrolio pesante venezuelano. Queste misure, applicate a partire dal 2015 e intensificate nel 2019 sotto la prima amministrazione Trump, non solo hanno paralizzato l’industria petrolifera nazionale, ma hanno anche impedito ad aziende straniere di operare legalmente nel paese, nonostante fossero disposte a farlo. Il risultato è stato un danno economico stimato in centinaia di miliardi di dollari e la morte prematura di decine di migliaia di persone a causa della carenza di farmaci e servizi sanitari, come documentato da organizzazioni indipendenti.

 
 
 
 
 
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È proprio in questo contesto che va letta la dichiarazione fatta da un dirigente della Halliburton durante un incontro alla Casa Bianca: “Uscimmo a causa delle sanzioni… avevamo intenzione di restare”. Una dichiarazione che smonta definitivamente la narrativa secondo cui le imprese straniere avrebbero abbandonato il Venezuela per mancanza di opportunità o per instabilità politica. Al contrario, erano pronte a investire, ma furono costrette a ritirarsi per ordine diretto del governo statunitense. Questo fatto dimostra che gli ostacoli all’investimento non provengono da Caracas, bensì da Washington, che ha usato le sanzioni non come strumento di pressione diplomatica, ma come arma di guerra economica totale. Oggi, paradossalmente, lo stesso Trump - dopo aver ordinato un attacco militare contro il paese e averne rapito il capo di Stato - dichiara di voler “riportare” le compagnie petrolifere in Venezuela, ignorando che sono state proprio le sue politiche a renderlo impossibile. Le sanzioni, infatti, non solo hanno isolato finanziariamente il Venezuela dai mercati internazionali, impedendo alla compagnia petrolifera statale PDVSA di accedere al sistema bancario globale o di emettere titoli di debito, ma hanno anche creato un clima di incertezza giuridica che scoraggia qualsiasi investitore serio. Persino Chevron, l’unica compagnia statunitense autorizzata a operare con una licenza parziale, lo fa in condizioni estremamente limitate, mentre altre multinazionali europee continuano a chiedere invano al Tesoro statunitense il permesso di tornare.

Parallelamente, la narrazione occidentale sulla presunta popolarità dell’oppositrice Maria Corina Machado (golpista a cui è stato assegnato il premio Nobel per la Pace) si rivela altrettanto fasulla. Trump, in persona, ha dichiarato di non sapere nemmeno dove si trovi e ha affermato con chiarezza: “Per lei sarebbe molto difficile essere una leader. Non gode di rispettto in tutto il paese”. Questa dichiarazione demolisce la costruzione mediatica secondo cui Machado, inabilitata a candidarsi per gravi irregolarità, godrebbe di un ampio sostegno popolare, così come il suo candidato fittizio Edmundo González, che continua a proclamarsi vincitore delle ultime elezioni senza prove né legittimità democratica. La realtà è ben diversa: a una settimana dal bombardamento criminale e dal sequestro di Maduro e Flores, il popolo venezuelano è sceso massicciamente in piazza in oltre cento città del paese. Da Caracas a Sucre, da Bolívar a Zulia, passando per Guárico, Cojedes e Miranda, migliaia di cittadini hanno organizzato veglie permanenti, tribune anti-imperialiste e marce di resistenza, chiedendo con fermezza il ritorno immediato dei loro leader. Questa mobilitazione spontanea e radicata - coordinata dal Partito Socialista Unido del Venezuela (PSUV) ma sostenuta da movimenti sociali, comuni popolari e istituzioni locali - testimonia non solo la legittimità del governo bolivariano, ma anche il profondo radicamento del progetto politico inaugurato da Hugo Chávez e continuato da Maduro.

Il Venezuela bolivariano, infatti, rappresenta un caso di studio emblematico nel panorama politico contemporaneo, non solo per quanto riguarda la sua concezione di democrazia partecipativa e sostanziale, ma anche per il modo in cui sfida le fallaci ideologie dominanti dei regimi liberali occidentali. Questo modello, spesso criticato o frainteso dai media mainstream, si distingue nettamente dalle democrazie liberali formali che dominano in Europa e Nord America. Attraverso un’analisi dei recenti sviluppi politici e costituzionali, è possibile evidenziare come il paese stia cercando di costruire un sistema democratico che vada oltre la mera rappresentanza formale, puntando invece su una partecipazione diretta e sostanziale dei cittadini. La riforma promossa da Maduro ne è un esempio: non è un atto tecnocratico calato dall’alto, ma un processo inclusivo che coinvolge attivamente tutti i settori della società, compresi i gruppi storicamente marginalizzati come le comunità afrovenezuelane e indigene. Questo approccio può essere interpretato alla luce della teoria del populismo progressista di Ernesto Laclau, secondo cui diverse identità sociali si aggregano attorno a un progetto comune. Nel caso venezuelano, la Costituzione diventa il luogo simbolico e pratico di questa aggregazione, capace di riflettere le aspirazioni di una coalizione ampia e plurale.

La democrazia venezuelana si fonda su quella che la Costituzione bolivariana del 1999 – fortemente voluta da Hugo Chavez - definisce “democrazia partecipativa e protagonista”. Strumenti come i Consigli Comunali, i Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione (CLAP) e il Sistema Patria permettono ai cittadini di decidere direttamente sulle politiche pubbliche, sulla distribuzione delle risorse e sulla pianificazione locale. Questo modello contrasta nettamente con le “postdemocrazie” descritte dal politologo britannico Colin Crouch, dove il dibattito elettorale è ridotto a uno spettacolo controllato da élite economiche e professionali, mentre la massa dei cittadini rimane passiva e apatica. In Venezuela, al contrario, il potere non è monopolio di istituzioni centralizzate, ma viene decentrato e messo nelle mani delle comunità attraverso meccanismi di autogoverno popolare. Questa trasformazione dello Stato - dal burocratismo verticale al potere comunale - mira a realizzare quella “democrazia radicale” auspicata da Roberto Mangabeira Unger, in cui i cittadini non sono semplici elettori, ma protagonisti attivi della vita politica ed economica.

La visione bolivariana si inserisce inoltre in una più ampia prospettiva di liberazione latinoamericana. Maduro ha più volte richiamato la figura di Simón Bolívar e i “tre anelli di forza” per l’unificazione del continente, sottolineando come la sovranità nazionale, l’integrazione regionale e la resistenza all’imperialismo siano pilastri inscindibili del progetto rivoluzionario. In questo senso, il Venezuela non difende soltanto il proprio diritto a esistere come nazione libera e indipendente, ma rappresenta un baluardo contro il neocolonialismo globale. La teoria del pensiero decoloniale, elaborata da intellettuali come Aníbal Quijano e Immanuel Wallerstein, aiuta a comprendere questa lotta come un tentativo di rompere le catene della dipendenza economica e culturale imposte dal sistema-mondo capitalistico. Il modello venezuelano, con la sua enfasi sulla sovranità alimentare, energetica e tecnologica, è una risposta concreta a questa eredità coloniale.

Mentre Trump annuncia di voler gestire il Venezuela e minaccia nuovi attacchi per impadronirsi del “suo” petrolio e venderlo ai concorrenti degli USA come la Cina, il Venezuela ribadisce con i fatti che la vera ricchezza non sta solo nel sottosuolo, ma nella coscienza politica e nell’organizzazione del suo popolo. La democrazia bolivariana non è perfetta, né immune da contraddizioni, ma è viva, in movimento, capace di mobilitare milioni di persone non per difendere un regime, ma per proteggere un sogno: quello di un mondo più giusto, più egualitario e più libero. E in questo sogno, il petrolio, come la sovranità, appartiene al popolo, non agli interessi imperiali perfettamente incarnati dalla brutalità neocolonialista di Donald Trump.

 

[2026-01-17] Benefit Prigionieri @ CPA Firenze sud

20 Dicembre 2025 ore 16:58

Benefit Prigionieri

CPA Firenze sud - Via di Villamagna 27/a, Firenze
(sabato, 17 gennaio 17:30)
Benefit Prigionieri

Benefit Prigionieri

Sabato 17 gennaio, CPA Fi-sud

Dalle ore 17:30, "To kill a war machine" , documentario su Palestine Action, gruppo nato per sabotare e distruggere l'industria bellica che arma Israele. Chiacchiera informale

Alle ore 20:30, cena popolare

Dalle ore 22:30, distro e concerti

Benefit in solidarietà con i compagni e le compagne prigionieri dello Stato italiano

🔍🌎 Il mondo questa settimana: Russia, Etiopia-Somalia, Ecuador, Coree

12 Gennaio 2024 ore 17:53
LA PAX AMERICANA ALLA PROVA DEL MAR ROSSO [di Federico Petroni] “Gli attacchi alla navigazione nel Mar Rosso stanno mettendo in discussione una delle unità di misura della potenza dell’America, forse la più importante: la protezione delle rotte marittime. Questa è la posta in gioco dei raid aerei lanciati dagli Stati Uniti la notte dell’11 gennaio contro il governo yemenita […]

Ordinaria Sopravvivenza – Richard Evelyn Byrd

17 Ottobre 2023 ore 07:19

Storia di un isolamento estremo

Richard E. Byrd è stato un ammiraglio, aviatore ed esploratore statunitense. Era nato nel 1888 e tra le due guerre mondiali partecipò a diverse spedizioni polari. Per una di queste, nel 1934 Byrd passò più di 100 giorni da solo in Antartide, in una baracca coperta dalla neve, mentre fuori era sempre notte.

Byrd – un discendente di John Rolfe, il famoso colono britannico che aveva sposato la nativa americana Pocahontas – studiò all’accademia navale e dopo la Prima guerra mondiale, durante la quale prestò servizio per la Marina statunitense, si interessò di aviazione. Nel 1921 si offrì volontario per tentare la prima traversata aerea senza scali dell’oceano Atlantico, dagli Stati Uniti alla Francia. Il progetto però fu sospeso e Byrd finì con l’interessarsi di esplorazioni artiche. Durante un viaggio verso la Groenlandia conobbe l’aviatore Floyd Bennett, col quale nel 1926 decise di sorvolare il Polo Nord, una cosa che ancora non aveva fatto nessuno. Non si è mai capito se ci riuscirono davvero o se invece ci andarono solo vicini (si parla di possibili calcoli sbagliati e c’entrano alcuni appunti cancellati da un diario di Byrd), ma al tempo l’impresa ebbe una notevole risonanza.

Nel 1927 Byrd riuscì a sorvolare l’Atlantico (seppur con qualche settimana di ritardo rispetto a Charles Lindbergh) e nel 1929 sorvolò il Polo Sud (primo al mondo e in questo caso senza grandi dubbi sull’impresa). Insomma, alla fine degli anni Venti Byrd era un personaggio notevole: erano state fatte parate in suo onore, era stato alla Casa Bianca e l’allora presidente Calvin Coolidge gli aveva conferito la Medaglia d’onore, la più alta onorificenza militare statunitense. Ormai quarantenne, avrebbe potuto mettersi comodo e godersi fama e successo.

E invece no, nel 1933 organizzò una nuova spedizione antartica. Partendo da Little America, una piccola base sulla costa del continente antartico, e accompagnato da decine di altri compagni d’avventura, compresi molti cani da slitta e persino una mucca, Byrd voleva esplorare e studiare via terra il continente. Fu durante quella spedizione che Byrd si chiese se non fosse il caso di passare l’intera notte antartica, che va da aprile a ottobre, in isolamento tra i ghiacci, con lo scopo di raccogliere dati scientifici in posti in cui, d’inverno e per così tanto tempo, nessuno era mai stato prima.

Come ha raccontato il New York Times, all’inizio Byrd pensò che a quell’isolamento avrebbero potuto partecipare tre persone, ma decise poi che «la spedizione non poteva permetterselo». Considerò quindi se fosse il caso di fare la missione con un solo compagno, scartando però anche questa ipotesi in quanto «due uomini, chiusi per sei mesi al buio e al freddo, probabilmente avrebbero finito con l’ammazzarsi». Dato che era il capo della spedizione, non se la sentì di cercare eventuali volontari: decise che a isolarsi sarebbe stato proprio lui, nonostante un infortunio alla spalla dal quale ancora non si era del tutto rimesso.

Sappiamo quello che successe in seguito grazie ad Alone, un libro pubblicato anni dopo da Byrd, e nel 1948 pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo Solo. Nel libro Byrd raccontò che decise di sfruttare l’occasione per sperimentare la vera solitudine, leggere tutti i libri che non aveva potuto leggere e ascoltare in santa pace un po’ di musica classica dal giradischi che decise di portarsi appresso. Era anche curioso di provare a vivere esattamente come avrebbe voluto, senza dover rispondere di niente a nessuno. «Non ne sono certo ora che è passato tutto questo tempo», scrisse, «ma forse desideravo sperimentare un’esistenza più rigorosa di quella che avevo conosciuto fino a quel momento».

Negli ultimi giorni del marzo 1934 Byrd raggiunse in aereo il luogo del suo isolamento, dove altri avevano già portato scorte e strumenti che gli sarebbero serviti per sopravvivere. Era una stanza ricavata sotto la neve, così da essere riparata dai forti e gelidi venti, con una specie di botola sul soffitto per poter uscire e con annessi una serie di corridoi nella neve in cui lasciare le provviste: tanta verdura essiccata e un po’ di carne di foca, tra le altre cose. Il tutto a centinaia di chilometri dai pochi essere umani che sarebbero rimasti a Little America (e a loro volta a migliaia di chilometri dal resto del mondo), sapendo che una volta scesa la notte non ci sarebbe stata possibilità di spostarsi. Fino a ottobre nessun aereo avrebbe potuto volare fino a dove si trovava Byrd, che tra l’altro aveva imposto agli altri membri della missione di non tentare eventuali missioni di soccorso.

Byrd vide il sole tramontare un’ultima volta il 12 aprile e, secondo quanto scrisse nel libro, i primi giorni passarono in relativa tranquillità. Dopo circa un mese le cose si fecero più complicate sotto diversi punti di vista, anche perché Byrd si rese conto che la sua stufetta a olio lo stava lentamente intossicando con il monossido di carbonio. «Ogni giorno», ha scritto il New York Times «si trovò a dover scegliere tra la possibilità di scaldarsi, e forse morire intossicato, oppure respirare in sicurezza, rischiando però il congelamento».

Nel libro Byrd raccontò come passava il tempo, e scrisse che ogni tanto provava anche a uscire all’aperto: solo che era un territorio buio e inospitale, in cui c’era il rischio di perdersi o cadere in qualche crepaccio. Una volta gli capitò di tornare da una “passeggiata” e scoprire che la botola da cui avrebbe dovuto passare per rientrare nel suo rifugio era ghiacciata. Riuscì a rientrare solo trovando – nel buio e nel freddo polare – un badile con cui far leva sulla botola. Tra l’altro, Byrd scrisse anche di esser così debole da non riuscire in certi casi ad aprire la botola nemmeno dall’interno. Secondo alcune sue stime, arrivò a perdere quasi 30 chili.

«Non mi ero preparato», scrisse Byrd, «alla scoperta di quanto un uomo possa allo stesso tempo avvicinarsi alla morte senza morire o voler morire». In un difficile giorno di inizio giugno si annotò questo pensiero: «La parte oscura della mente umana sembra essere un’antenna capace di sintonizzarsi sui pensieri negativi che arrivano da ogni dove».

Tra le tante e grandi difficoltà che attraversò, nel libro c’è anche spazio per quelli che il New York Times ha definito momenti più «lirici», per esempio quelli in cui Byrd descrive le aurore che riusciva a vedere nel cielo sopra la sua botola.

Il 5 giugno si ruppe il generatore elettrico che gli serviva, tra le altre cose, per far funzionare una radio, ma gliene restava comunque una di emergenza, che poteva avviare a pedali e dalla quale poteva mandare messaggi in codice Morse ai colleghi che nel frattempo erano a Little America. Nonostante Byrd avesse detto loro di non farlo, a giugno alcuni di loro provarono a raggiungerlo, probabilmente insospettiti dalla scarsa lucidità di alcune sue comunicazioni. Provarono due volte, ma fallirono.

Facendo un terzo tentativo, tre uomini della missione riuscirono infine ad arrivare da Byrd l’11 agosto. «Lui li accolse offrendo loro un piatto di zuppa», ha scritto il New York Times, «poi collassò al suolo». I quattro restarono nel rifugio alcune settimane, in attesa che arrivasse il sole e qualcun altro potesse raggiungerli.

Nel 1938 Byrd pubblicò Alone, che ebbe grande successo, non solo negli Stati Uniti.

Nel 1939 decise di prendere parte a una nuova missione antartica, ma nel marzo 1940 fu richiamato negli Stati Uniti per via della Seconda guerra mondiale. Dopo la guerra riuscì comunque a guidare una nuova spedizione, compresa la prima delle numerose operazioni “Deep Freeze“. Nel 1954 fu ospite di una trasmissione televisiva americana. «Ora su un aereo di linea puoi volare sopra il Polo Nord e sorseggiare intanto un cocktail», disse l’intervistatore, prima di chiedergli se ci fossero ancora, nel mondo, luoghi inesplorati. Byrd rispose che il Polo Nord «stava diventando sempre più affollato» e disse che l’Antartide già era e sempre più sarebbe diventato il più importante posto al mondo per la ricerca scientifica.

Byrd morì nel sonno, forse per problemi cardiaci, a 68 anni, l’11 marzo 1957.

Fonte “Il Post”

L'articolo Ordinaria Sopravvivenza – Richard Evelyn Byrd proviene da Associazione Italiana Preppers.

ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

23 Marzo 2023 ore 18:29

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

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