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Francia, sindacati, “gilet gialli” e gruppi studenteschi oggi in piazza contro il caro vita: allerta massima per possibili scontri

17 Ottobre 2026 ore 08:47

Francia, oggi proteste in tutto il Paese: allerta massima per il rischio di scontri

La Francia è in stato di massima allerta per le grandi proteste in programma oggi, 17 ottobre, in tutto il Paese. Sindacati e cittadini che si definiscono “gilet gialli” manifesteranno contro la crisi del costo della vita e l’aumento dei carburanti, con una forte presenza prevista di studenti. Secondo una fonte vicina al ministero dell’Interno, sono attese circa 500 azioni sul territorio nazionale e una novantina di manifestazioni.

Le mobilitazioni arrivano dopo quattro settimane di proteste studentesche contro le assenze dei docenti, le classi sovraffollate e gli edifici scolastici vetusti. Nella maggior parte dei casi si sono svolte pacificamente, ma non sono mancati scontri con gruppi di facinorosi e pesanti critiche per presunte violenze degli agenti. Venerdì il presidente Emmanuel Macron ha ribadito che il diritto a manifestare è pienamente rispettato, ma deve andare di pari passo con il rispetto delle persone e dei beni, rivolgendo un appello alla calma.

Sotto osservazione c’è anche il comportamento della polizia. In un caso, uno studente di 15 anni avrebbe perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma; in un altro, un quattordicenne avrebbe perso una mano raccogliendo una granata stordente. Entrambe le vicende sono oggetto di indagine. Dopo il secondo episodio la Francia ha sospeso l’uso di alcuni tipi di granate stordenti, ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha detto in un’intervista che oggi saranno autorizzate in caso di “gravi violenze urbane”, e mai quando la situazione è tranquilla. Martedì al Senato Nuñez ha riferito di 36 inchieste aperte su presunte violenze delle forze dell’ordine durante le proteste studentesche: quattro riguardano lesioni mutilanti, sei ferite gravi, le altre presunti pestaggi, insulti e segnalazioni di violenze sessuali.

Il ritorno dei gilet gialli

Alcuni osservatori ipotizzano che la giornata possa segnare il ritorno dei gilet gialli, il movimento nato nel 2018 contro il rincaro di benzina e diesel, che per mesi bloccò rotatorie, autostrade e depositi di carburante con frequenti tensioni con la polizia. Intanto il governo deve fronteggiare una grave crisi del debito pubblico e cerca di far approvare una legge di bilancio con misure di austerità in un parlamento privo di maggioranza assoluta.

Dall’inizio delle proteste sono rimasti feriti 937 tra poliziotti e gendarmi, 248 studenti e 149 membri del personale docente, il dato più alto mai registrato dal ministero dell’Istruzione. Martedì Alliance Police Nationale, uno dei principali sindacati di polizia, ha annunciato una denuncia contro lo Stato per “messa in pericolo della vita altrui”, lamentando istruzioni contraddittorie che lascerebbero gli agenti esposti alla violenza e all’ostilità pubblica.

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Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

17 Ottobre 2026 ore 08:13

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

Onu, Rebeca Grynspan in testa nel primo voto ‘colorato’: ma pesa l’ombra dei veti

17 Ottobre 2026 ore 08:52
Onu, Rebeca Grynspan in testa nel primo voto ‘colorato’: ma pesa l’ombra dei veti

 di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La corsa alla successione di António Guterres alla guida delle Nazioni Unite entra nella fase decisiva. Il Consiglio di Sicurezza ha effettuato il primo straw poll “colorato“, che permette di distinguere i voti dei cinque membri permanenti, dotati del diritto di veto, da quelli degli altri dieci Paesi. In testa resta Rebeca Grynspan, economista costaricana, ex vicepresidente del Costa Rica e attuale segretaria generale dell’UNCTAD, l’agenzia ONU per il commercio e lo sviluppo. Ha ottenuto nove voti favorevoli (encourage), tre dei membri permanenti, cinque contrari (discourage), due dei P5, e un voto senza opinione.

Segue Carolyn Rodrigues Birkett, ambasciatrice della Guyana all’ONU ed ex ministra degli Esteri, con otto voti favorevoli, tre dei permanenti, sei contrari, due dei P5, e un no opinion. Otto voti favorevoli anche per Rafael Grossi, diplomatico argentino e direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Per lui sei contrari, due dei membri permanenti, e un voto senza opinione.

Più distanziato Macky Sall, senegalese ed ex presidente del Senegal dal 2012 al 2024, con cinque voti favorevoli e dieci contrari, tre dei quali dai permanenti. Olara Otunnu, ugandese, ex ministro degli Esteri ed ex rappresentante speciale dell’ONU per i bambini nei conflitti armati, raccoglie quattro voti favorevoli, dieci contrari, tre dei P5, e un no opinion. María Fernanda Espinosa, ecuadoriana, ex ministra degli Esteri ed ex presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, ottiene tre voti favorevoli, nove contrari, tre dei permanenti, e tre no opinion.

 Chiude Ivonne A-Baki, diplomatica ecuadoriana, già ambasciatrice negli Stati Uniti, in Francia e in Qatar, con un solo voto favorevole e quattordici contrari, compresi quelli di tutti e cinque i membri permanenti. Il risultato politico è significativo: nessuno dei sette candidati è attualmente al riparo da un veto. Persino Grynspan, che guida la corsa, incontra l’opposizione di due potenze permanenti.

Il voto “colorato” rivela se un’opposizione proviene dai P5, ma non identifica quale Paese l’abbia espressa. La scelta del prossimo Segretario generale dipenderà dunque dalla capacità dei candidati di superare queste resistenze diplomatiche. Non è escluso che, di fronte allo stallo, possano emergere nuove candidature. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”

17 Ottobre 2026 ore 08:21
Trump sospende le sanzioni contro la Russia: “Interesse nazionale”

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo con cui sospende una serie di sanzioni imposte in precedenza alla Russia. Secondo quanto precisato da Trump, le deroghe sono state effettuate poiché rientrano nell’interesse nazionale.

Il pacchetto di sanzioni sarebbe entrato in vigore il 18 ottobre ed era stato messo a punto dal senatore Lindsey Graham. La decisione di Trump arriva dopo l’annuncio dello stesso capo della Casa Bianca secondo cui gli Usa avrebbero raggiunto un accordo con Mosca sul diesel russo, con l’obiettivo di ridurre i prezzi dell’energia sui mercati mondiali.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Tutti gli uomini (e le donne) del presidente: da Spicer ai 5 giorni di Katie Zacharia, la girandola dei portavoce di Trump

17 Ottobre 2026 ore 08:20

Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

L’ha presa con sportività, Katie Zacharia, la portavoce più breve della storia che, dopo aver lasciato la Casa Bianca, ha voluto salutare Donald Trump con parole di grande stima. “Il presidente è un uomo gentile, meraviglioso, attento, premuroso, entusiasta e laborioso. Vorrei che più americani lo apprezzassero. Nessuno riuscirà mai più a rendere grande l’America come lui ha fatto e continua a fare. È stato un onore lavorare per lui”, ha scritto sul suo profilo X.

Il messaggio è comparso poche ore dopo l’uscita di scena, a meno di una settimana dalla nomina. Zacharia era stata scelta il 9 ottobre per sostituire Karoline Leavitt, che ad agosto aveva lasciato l’incarico per dedicarsi alla famiglia. A pesare è stato soprattutto il debutto con la stampa: un briefing di quattordici minuti, con sole tre domande, tutte di giornalisti vicini all’amministrazione. In quella stessa occasione è arrivato anche l’annuncio del licenziamento dell’ambasciatrice americana ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Alle critiche sulla conferenza si sono poi sommati i dubbi sul suo percorso professionale. Zacharia ha ammesso di non aver superato l’esame da avvocato in California, nonostante si fosse presentata come legale nelle sue apparizioni a Fox News. A quel punto, secondo quanto riportato, è stato lo stesso Trump a suggerirle di fare un passo indietro.

In due mandati presidenziali, Trump ha cambiato sette portavoce. Katie Zacharia è rimasta in carica appena cinque giorni: ecco chi l’ha preceduta.

Leggi anche: Zampolli ad Affaritaliani: “Io licenziato da Trump? No, l’incarico da inviato speciale era scaduto. Ora pronto un team per sostenere le imprese italiane”

Sean Spicer, sei mesi

È stato il primo portavoce della Casa Bianca del primo mandato di Trump. Il suo nome è rimasto legato alle polemiche sul numero di persone presenti alla cerimonia di insediamento del gennaio 2017. Spicer sostenne che si fosse trattato del pubblico più numeroso di sempre, nonostante le immagini mostrassero una partecipazione inferiore a quella registrata per l’insediamento di Barack Obama. In seguito riconobbe di aver commesso alcuni “passi falsi”. Si dimise nel luglio 2017, dopo circa sei mesi.

Sarah Huckabee Sanders, due anni

Tra le collaboratrici più fidate di Trump, aveva avuto un ruolo importante nella campagna elettorale del 2016. Il suo periodo alla Casa Bianca fu segnato da rapporti difficili con i giornalisti e da lunghe pause senza briefing formali. Nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 emerse che Sanders aveva ammesso di aver formulato un’affermazione priva di fondamento sul presunto mancato sostegno di “innumerevoli” agenti dell’Fbi all’allora direttore James Comey, licenziato da Trump. Lasciò l’incarico alla fine di giugno 2019. Oggi è governatrice dell’Arkansas.

Stephanie Grisham, meno di un anno

Già portavoce di Melania Trump dal marzo 2017, Grisham lavorava con il presidente fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015. Assunse l’incarico di portavoce della Casa Bianca nel luglio 2019, distinguendosi per una scelta senza precedenti: non tenne mai un briefing formale con i giornalisti. Rimase in carica meno di un anno, prima di passare al ruolo di capo di gabinetto della first lady.

Kayleigh McEnany, da aprile 2020 a gennaio 2021

Dopo aver inizialmente criticato Trump durante le primarie repubblicane, McEnany diventò l’ultima portavoce del suo primo mandato. Il momento più delicato arrivò dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In una breve apparizione davanti alla stampa, dichiarò che la Casa Bianca condannava le violenze “nei termini più forti possibili” e le definì “inaccettabili”. Trump non partecipò al briefing.

Karoline Leavitt, da gennaio 2025 ad agosto 2026

Già componente dello staff della comunicazione durante il primo mandato di Trump, Leavitt è diventata la più giovane portavoce della Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti. Aveva appena 28 anni quando ha annunciato l’uscita dall’amministrazione, spiegando di voler dedicare più tempo alla famiglia. Resta ora una sola domanda: chi sarà il prossimo?

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Ucraina, raid russi in diverse regioni: missili su Zaporizhia e Kryvyi Rih

17 Ottobre 2026 ore 08:07
Ucraina, raid russi in diverse regioni: missili su Zaporizhia e Kryvyi Rih

KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – Le forze aeree russe hanno pesantemente attaccato diverse regioni dell’Ucraina nella notte. Secondo quanto riferisce l’agenzia Rbc Ukraina, citando l’aeronautica di Kiev, gli attacchi hanno riguardato 22 località e sono stati condotti con missili balistici, missili da crociera, missili Caliber e 332 droni d’attacco.

Questa mattina i russi hanno attaccato anche Zaporizhia e Kryvyi Rih con missili balistici e missili da crociera. I bombardamenti hanno danneggiato alcune case, colpito un’azienda e ferito diverse persone.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

L’intesa tra Trump e Putin prepara un autunno difficile per l’Ucraina e per l’Europa

17 Ottobre 2026 ore 08:02
L’intesa tra Trump e Putin prepara un autunno difficile per l’Ucraina e per l’Europa

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – La decisione del Presidente degli Stati Uniti di sospendere le sanzioni sul diesel russo, la parziale interruzione del sistema di telecomunicazioni militari Starshield utilizzato dalle Forze Armate ucraine, la mancata condivisione dell’intelligence satellitare americana dell’arrivo imminente di missili balistici russi.

Sono tre indizi che fanno una prova di un’intesa tra Trump e Putin per indebolire drasticamente la resistenza dell’Ucraina.

L’obiettivo è creare vulnerabilità e imporre a Zelensky un cessate il fuoco alle condizioni di Putin, ossia la cessione dell’intero Donbass, comprese le aree mai conquistate dalla Russia.

Il corollario del cessate il fuoco sono le dimissioni del Presidente Zelensky, che Mosca pretende dal primo giorno della sua aggressione.

La riunione dell’APEC a Shenzhen in novembre può essere l’occasione per sancire questa intesa a danno dell’Ucraina e alle spalle dell’Europa, con una solenne riunione tripartita tra i Grandi del mondo, ossia Trump, Putin e Xi Jinping.

Non necessariamente le cose andranno come Trump e Putin vorrebbero.

Tra pochi giorni, il 3 novembre, ci sono infatti le elezioni di mid-term e le prospettive elettorali per Trump sono sfavorevoli.

Quelle elezioni riguardano molto da vicino anche noi europei.

Una pesante sconfitta del Partito Repubblicano e un nuovo Congresso controllato dal Partito Democratico alla Camera e forse anche al Senato finalmente metterebbero il morso alle intemperanze di questo Presidente in politica estera e all’astio che egli nutre per noi europei.

L’ultima trovata, la sospensione delle sanzioni sul diesel esportato dalla Russia, ha aperto una breccia nel meccanismo sanzionatorio e potrebbe essere l’inizio di ulteriori misure di scongelamento di risorse finanziarie russe bloccate nelle banche americane.

La portata immediata della decisione di Trump sul diesel è politica molto più che economica.

Annunciando che permetterà alla Russia di vendere sui mercati 1,8 milioni di tonnellate di diesel entro dicembre 2026, Trump ha affermato di voler in tal modo far scendere i prezzi del diesel.

Ma questa è soltanto un’infantile mistificazione della realtà, visto che si tratta di quantità modeste, meno della metà del consumo di diesel dei soli Stati Uniti nell’arco di un giorno.
E Putin quel diesel da vendere all’estero probabilmente non ce l’ha proprio.

L’Ucraina ha infatti già distrutto quasi la metà della capacità di raffinazione della Russia e, dopo il tradimento di Trump, appare ancor più determinata a continuare a colpire le raffinerie dell’avversario.

E allora?

L’annuncio di Trump fa pensare a una scelta di campo apertamente filorussa.

A parte la propaganda elettorale per contenere l’imminente sconfitta alle urne, Trump vuole mandare un messaggio, ossia che l’America, incluse le società che fanno capo ad amici e parenti del Presidente, vuole riprendere a fare affari con Putin, quale che sia la violenza con cui questi sta conducendo la guerra e quale che sia il prezzo che l’Ucraina dovrà pagare.

I due plenipotenziari della diplomazia di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno già in passato candidamente affermato che, per fermare l’aggressione russa, occorre fare affari con Mosca.

Unilateralmente, sulla sua personale piattaforma, Trump sabato scorso ha annunciato anche che ci sarebbe stata, «effective immediately», una tregua «energetica» nei bombardamenti tra i due contendenti.

Senza molto riguardo per Trump, già nella serata di domenica i russi hanno bombardato proprio quelle infrastrutture. E, dopo essersi fermata per 24 ore, anche l’Ucraina lunedì ha ripreso a fare altrettanto contro le raffinerie dell’avversario.

Il fatto è che quella «tregua energetica» annunciata incautamente è l’opposto dell’obiettivo bellico che i due Paesi in guerra si propongono in questa fase.

L’obiettivo russo è preparare un inverno insopportabile per i civili ucraini. L’obiettivo ucraino è devastare le raffinerie russe per impedire la produzione e l’export di idrocarburi che alimentano la guerra di Putin.

A noi europei, la connivenza tra il Presidente americano e quello russo potrebbe riservare anche un’altra amara sorpresa.

Per Trump quest’autunno ci saranno infatti due opportunità, sotto i riflettori del mondo, di marcare la distanza dell’America dall’Europa e la sua intesa con la Russia.

La prima sarà il vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), che si terrà a Shenzhen il 18-19 novembre.

È già previsto da tempo che Trump e Xi Jinping si incontrino in quella occasione, per la terza volta quest’anno.

La seconda data che potrebbe riservarci brutte sorprese è quella del successivo vertice del G20, previsto a Miami il 14-15 dicembre.

Un vertice che, poco dignitosamente per i Capi di Governo invitati, si terrà letteralmente nella dépendance personale di Trump, il Trump National Doral, un pacchiano complesso con 643 stanze, quattro campi da golf, SPA di ogni genere e piscine faraoniche.

Putin è stato invitato da Trump a parteciparvi con tutti gli onori.

Questa è la prima volta che un vertice multilaterale si tiene, peraltro a pagamento per quanto riguarda l’uso delle stanze d’albergo, in una location che appartiene letteralmente, non figurativamente, al Presidente, padrone di casa.

Ma, a parte queste curiosità, chiediamoci perché questi due appuntamenti internazionali riguardino l’Europa.

La ragione è che a Shenzhen in novembre, oppure nel boudoir del Trump National Doral in dicembre, potrebbe aver luogo il primo incontro trilaterale tra lo stesso Trump, Putin e Xi Jinping.

L’oggetto dell’incontro, dalle notizie che circolano, sarebbe la «pace».

Se ci fosse, quell’incontro potrebbe non essere che l’inizio di una prassi.

Ma di quale pace si parlerebbe?

Prima di tutto, di quella in Ucraina.

Per Trump è la più facile da ottenere: basta che tolga a Zelensky tre pilastri della resistenza. Il primo è Starshield, la versione militare della rete satellitare Starlink di Elon Musk. Il secondo è l’intelligence satellitare americana per i missili lanciati dai russi. Il terzo sono le piattaforme e le munizioni di difesa antimissile che sono prodotte negli USA, ma vengono pagate dai Paesi europei che poi le passano all’Ucraina.

Due segnali arrivati oggi dal teatro ucraino sono particolarmente preoccupanti, perché sono indicativi della volontà americana di piegare in tempi brevi le capacità di resistenza dell’Ucraina.

Il primo è che le Forze Armate di Kiev stanno registrando interruzioni nel funzionamento della rete di comunicazioni Starshield, che governa le traiettorie dei droni ucraini, e non hanno ricevuto informazioni plausibili dai tecnici di Elon Musk circa le ragioni del problema. Musk ha fatto sapere che la sua Starshield è gestita dal Pentagono e, in tal modo, ha confermato che l’interruzione del servizio è stata decisa a livello politico.

Il secondo segnale è la mancata allerta da parte dell’intelligence satellitare americana circa l’imminente impatto di missili balistici russi contro obiettivi civili in Ucraina. La conseguenza è stata che, in assenza del preavviso che consente ai civili di rifugiarsi nei bunker, le sirene d’allarme non sono state attivate e questo ha causato un numero particolarmente elevato di vittime civili.

Quale sarebbe l’interesse di Xi Jinping a convocare un vertice tripartito a Shenzhen?

In primo luogo, il Presidente del PCC ne uscirebbe con l’aureola di leader e uomo di pace a livello planetario, capace di mettere al tavolo russi e americani per far tacere le armi.

Xi potrebbe pretendere comunque anche qualcosa di più concreto, ossia un ulteriore rinvio delle forniture militari americane a Taiwan, già approvate ormai un anno fa dal Congresso e mai consegnate per decisione di Trump.

Per quanto concerne il Presidente americano, il principale tornaconto riguarderebbe la guerra con l’Iran. Una guerra che l’America non riuscirà a sostenere a lungo e da cui non riesce a districarsi.

Il Presidente chiederà a Xi e a Putin di esercitare pressioni sull’Iran perché accetti un cessate il fuoco che per gli americani sia dignitoso quanto basta a permettere loro di «declare victory and leave».

Ma non è affatto detto che questa operazione riesca, perché l’Iran è convinto di essere in una buona posizione strategica e perché, mentre gli strumenti di coercizione di Trump sull’Ucraina sono di efficacia pressoché immediata, quelli cinesi e russi sull’Iran sono meno diretti e cogenti, anche se significativi.

In conclusione, non ci sono ancora evidenze che il vertice a tre effettivamente ci sarà. Quello che è sicuro è che se ne sta parlando da qualche settimana nelle tre capitali.
Non deve essere facilissimo per Putin e per Trump convincere Xi Jinping a organizzarlo.
Rispetto a Russia e America, la Cina è al momento obiettivamente messa molto meglio.
Le guerre in Ucraina e nel Golfo stanno portando soprattutto vantaggi alla postura di politica estera e di sicurezza di Pechino.

La Russia è diventata per necessità un vassallo di Pechino, compra tutto quello che la manifattura cinese decide di esportarvi e vende in Cina il petrolio a prezzi stracciati.

Gli Stati Uniti, invece, restano impigliati in una ragnatela di rischi militari ed economici pressoché impossibili da governare, ma che stanno costando molto sia in termini finanziari sia di arsenali militari. E questo aiuta a far sì che tra le priorità dell’America oggi non ci sia spazio per la salvaguardia di Taiwan.

La conferma delle discussioni in atto per il vertice a tre viene da Mosca, da Putin in prima persona.

Il direttore del Center for China and Globalization, organismo controllato dal Governo di Pechino, la settimana scorsa ha chiesto a Putin, in un’intervista, se fosse ipotizzabile un incontro tra lo stesso Putin, Trump e Xi a Shenzhen, con «l’obiettivo di promuovere la pace».

Putin ha risposto che «l’incontro è possibile» e che l’iniziativa di realizzarlo «dipende anche dalla Potenza padrona di casa».

La risposta del Presidente russo suona come un appello a Xi perché concretizzi l’invito. E come un mezzo per preparare il terreno per quella riunione, indicando fin d’ora la disponibilità di Putin a una mediazione per un cessate il fuoco.

Mediazione da realizzare nel contesto del riconoscimento che la Russia è una delle tre Grandi Potenze globali e a certe condizioni.

D’altronde, lo stesso Trump da oltre un anno sta lasciando la porta aperta per un incontro tripartito.

E in questa luce si comprende meglio la sua sorprendente affermazione di sabato. Secondo Trump, Zelensky «avrebbe potuto chiudere questa guerra in più occasioni, ma non ha voluto coglierle». E l’Ucraina «ha bisogno di un nuovo Presidente».

In chiaro, Zelensky e la resistenza ucraina sono di ostacolo alla politica estera e commerciale americana e a una nuova sistemazione degli assetti strategici in Europa.

A parte gli opachi legami personali sui quali il prossimo Congresso farà luce, Trump e Putin sembrano avere in comune una visione del mondo da suddividere in sfere di influenza dominate da Paesi in grado di esercitarla con lo strumento militare.

Per le Americhe, Trump non ha esitato a ufficializzare questi concetti, nel complesso definiti come «Donroe Doctrine».

Non ci si può dunque sorprendere se Trump manifesta connivenza per la simmetrica pretesa di Putin di ricostituire intorno alla Federazione Russa la zona di rispetto che, mutatis mutandis, aveva l’Unione Sovietica prima che si disintegrasse.

Trattandosi di Trump e della sua infinita capacità di portare rancore, ricordiamoci che Zelensky, il 25 luglio del 2019, nella telefonata che è stata il colpo d’inizio della procedura di impeachment da parte del Congresso, si è permesso di respingere la richiesta dello stesso Trump di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Joe Biden. E questo in cambio di una fornitura di missili Javelin.

Con l’approssimarsi della data dell’APEC, sentiremo evocare facili paralleli con l’incontro di Yalta del 4-11 febbraio del 1945, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, a guerra ormai vinta, discussero gli assetti postbellici.

Il parallelo tra Yalta e l’eventuale riunione tripartita di Shenzhen in novembre o di Miami in dicembre è storicamente improprio.

La ricerca storica ha infatti accertato da tempo che a Yalta Roosevelt e Churchill non stipularono affatto un’intesa con Stalin sulla divisione dell’Europa e ancor meno riconobbero all’Unione Sovietica il controllo postbellico dei Paesi dell’Europa centrale.

Al contrario, nella dichiarazione ufficiale, sottoscritta l’11 febbraio 1945, si prevedeva che nei Paesi occupati i vincitori si sarebbero impegnati ad «aiutare i popoli liberati a creare istituzioni democratiche di loro scelta… attraverso elezioni di governi responsabili verso la volontà popolare».

Per Stalin, il termine «istituzioni democratiche» voleva dire «istituzioni di democrazia popolare» di impronta sovietica, sottoposte al controllo di Mosca.

La simpatia di Vladimir Putin per Josif Vissarionovich Džugašvili, detto Stalin, e per l’Unione Sovietica fa presagire il genere di interpretazione che Putin darebbe al riconoscimento di una sua sfera di influenza in Europa centrale e orientale.

E i leader europei non dovrebbero lesinare chiarezza nel denunciare con forza il rifiuto di accettare i seguiti in Europa di un’intesa tra Putin e Trump. Anche perché gli elettori americani, il 3 novembre, potrebbero sbarrare la strada a Trump se decretassero nelle urne un «wipeout», una sconfitta clamorosa del Partito Repubblicano.

Xi Jinping sta appunto attendendo di vedere i risultati di queste elezioni prima di decidere se formulare davvero l’invito tripartito o lasciar perdere.

Per noi europei, la sconfitta elettorale di Trump sarebbe una boccata d’ossigeno per alzare la posta nel contrasto all’aggressione russa e riacquistare anche una più dignitosa postura verso l’America dei MAGA.

Si può fare, il Canada lo dimostra.

Per noi italiani, la pubblica disapprovazione espressa finalmente senza mezzi termini dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la decisione di Trump sul diesel russo è un fatto molto positivo e sarebbe bene dargliene atto.

* Ambasciatore A. R., ex Ambasciatore a Tokyo ed ex Direttore della Fondazione Italia Cina

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

L’Europa abbraccia Zelensky mentre Trump volta ancora le spalle all’Ucraina

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Andrii Parhomchuk, un residente ferito, fuma una sigaretta davanti alla sua casa danneggiata da un attacco missilistico russo a Kyjiv, in Ucraina, mercoledì 14 ottobre 2026 (AP/LaPresse)

L’Europa non intende lasciare sola l’Ucraina. È il messaggio arrivato da Bruxelles, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader europei nel secondo giorno del Consiglio europeo, mentre il rapporto con Donald Trump attraversa una nuova fase di tensione. Energia, difesa aerea e finanziamenti per il 2026 e il 2027 sono le priorità immediate di Kyjiv. Ma sullo sfondo c’è una questione più grande: quanto può ancora contare l’Ucraina sugli Stati Uniti e quanto l’Europa è pronta a fare per sostenerla.

«Percepisco il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese», ha detto Zelensky al termine degli incontri. Il presidente ucraino ha ringraziato il Consiglio europeo, la Commissione e i leader che sono rimasti al fianco di Kyjiv dall’inizio dell’invasione russa. Un messaggio che assume un significato particolare mentre Washington sembra allontanarsi dalle posizioni ucraine e la Russia continua a colpire le infrastrutture del Paese.

Il primo banco di prova è l’inverno. Mosca non mostra segnali di voler porre fine alla guerra e gli attacchi contro la rete energetica ucraina rendono urgente rafforzare le difese e garantire le forniture necessarie a mantenere in funzione il Paese. Il pacchetto invernale chiesto da Zelensky non riguarda soltanto l’energia, ma anche la difesa aerea e le risorse finanziarie per sostenere lo Stato. La prospettiva di una pace rapida, ha spiegato il presidente, non trova al momento riscontri nelle intenzioni russe.

Sul fronte militare, la questione più urgente è la disponibilità di missili intercettori. Zelensky ha assicurato che, sulla base dei fabbisogni minimi comunicati da Kyjiv, i Paesi europei dispongono di quantità sufficienti di Patriot Pac-2 e Pac-3 per aiutare l’Ucraina a superare l’inverno. Ma il presidente ha anche riconosciuto che non è ancora chiaro quanti missili arriveranno effettivamente. Una parte consistente delle forniture viene oggi dirottata verso il Medio Oriente: «È un segreto di Pulcinella che oggi non siamo una destinazione prioritaria per questi missili», ha detto.

Kyjiv deve quindi mettere insieme contributi provenienti da più Paesi, mentre cerca di accelerare lo sviluppo di una capacità europea autonoma. In questo quadro rientra FREYJA, il progetto di difesa antibalistica sul quale l’Ucraina sta lavorando con i partner europei. Zelensky punta a trasformarlo in un sistema più rapido ed economico da produrre, da condividere anche con gli alleati. Dopo l’incontro con Emmanuel Macron, ha inoltre annunciato nuovi pacchetti destinati a rafforzare l’aviazione da combattimento e ha ringraziato Parigi per le licenze di produzione di armamenti già concesse.

La solidarietà europea si misura però anche in una dimensione meno visibile, ma ormai essenziale per la guerra: quella delle comunicazioni satellitari. I recenti problemi di Starlink hanno rappresentato una sorpresa «pericolosa e spiacevole» per Kyjiv. Zelensky ha precisato che il servizio non è stato completamente disattivato, ma che sono stati abbassati i limiti di velocità, con conseguenze sulle capacità operative ucraine.

La connessione satellitare è utilizzata anche per coordinare i droni intercettori impegnati contro gli attacchi russi. Non soltanto per le operazioni in profondità sul territorio nemico, ha chiarito il presidente, ma per proteggere la popolazione dagli aerei e dai droni che prendono di mira le città e le infrastrutture. Kyjiv sta discutendo con alcuni Paesi, tra cui la Francia, per ottenere capacità aggiuntive. È un segnale della necessità di ridurre una dipendenza tecnologica che, nel momento in cui i rapporti politici si deteriorano, può trasformarsi in una vulnerabilità militare.

Come abbiamo raccontato su Linkiesta, il problema non riguarda soltanto le armi che Washington decide di fornire. Le capacità statunitensi di intelligence, allerta e comunicazione sono parte integrante della difesa ucraina. L’Europa può offrire sostegno politico e finanziario, ma sostituire rapidamente queste infrastrutture è molto più difficile. La crisi di Starlink rende questa contraddizione evidente.

Zelensky, tuttavia, non è tornato da Bruxelles – e da Londra, dove giovedì aveva incontrato il premier Andy Burham che ha autorizzato l’invio di altri missili a lungo raggio Storm Shadow per colpire le operazioni militari russe e frenare gli attacchi di Mosca contro le infrastrutture civili ucraine – soltanto con promesse militari. Ha rivendicato anche i progressi del percorso di adesione all’Unione europea, ringraziando il governo e il Parlamento ucraini per le riforme approvate nonostante gli attacchi russi. Kyjiv punta ad aprire gli ultimi due gruppi negoziali entro la fine dell’anno.

Il messaggio europeo è dunque duplice: l’Ucraina resta una priorità strategica e il suo futuro è legato a quello dell’Unione. António Costa ha ribadito che non è il momento di ridurre il sostegno a Kyjiv né di alleggerire le sanzioni contro Mosca. Ursula von der Leyen ha escluso concessioni finché la Russia non fermerà la guerra.

È una presa di posizione importante mentre la Casa Bianca alimenta nuove incertezze. Ma la prova decisiva sarà trasformare l’unità mostrata a Bruxelles in forniture, finanziamenti e capacità operative. Per Zelensky, l’abbraccio europeo è un segnale politico prezioso. Per l’Europa, è anche una responsabilità sempre più difficile da rinviare.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

17 Ottobre 2026 ore 04:45

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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Kim Jong-un testa siluri con IA: cresce la sfida sottomarina a Seul e Washington

17 Ottobre 2026 ore 04:15
Pyongyang annuncia il lancio del nuovo sistema Zam-2.0, capace di manovre autonome per eludere le difese e colpire ad alta velocità. Dietro la rapida escalation tecnologica, secondo gli analisti, ci sarebbe l'asse strategico con Mosca

© RaiNews

Telefonata tra il Papa e Putin, Leone XIV: "Serve una tregua per la città di Oleshky". Lo zar dà la colpa a Kiev

(Adnkronos) - Il Pontefice ha espresso "viva preoccupazione per la grave situazione umanitaria”. Putin ha fornito "spiegazioni complete sulla responsabilità di Kiev per la difficile situazione umanitaria"

Telefonata tra il Papa e Putin, Leone XIV: "Serve una tregua per la città di Oleshky". Lo zar dà la colpa a Kiev

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Trump a Meloni: "Accordo con Putin è per tutto il mondo non per noi" - Guarda il video

(Adnkronos) - Il presidente Usa ha risposto così a una domanda del collaboratore dell'Adnkronos da Washington, Iacopo Luzi, che gli chiedeva un commento sulle parole di Giorgia Meloni, secondo cui l'accordo con Putin è "troppo rischioso"

Trump a Meloni: "Accordo con Putin è per tutto il mondo non per noi" - Guarda il video

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L’Atlantic Council punta su Roma. Mezran: “Italia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia”

(Adnkronos) - Il think tank americano rafforza la sua presenza nella Capitale per rilanciare il dialogo transatlantico sul Nord Africa e sul Medio Oriente. Lunedì 19 ottobre il primo incontro al Centro Studi Americani. Il direttore della North Africa Initiative parla di Italia, Libia, Egitto, Turchia, Iran e Israele: “Stanno cambiando gli equilibri della regione”

Usa, Baiocchi Di Silvestri (Intesa Sanpaolo) “Focus su infrastrutture digitali”

16 Ottobre 2026 ore 22:44
Usa, Baiocchi Di Silvestri (Intesa Sanpaolo)

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “L’impegno di Intesa Sanpaolo è quello di supportare le iniziative nel settore delle infrastrutture digitali attraverso le nostre principali competenze: la finanza di progetto, il corporate lending e, naturalmente, una volta che i progetti entrano nella fase operativa, l’intermediazione sui mercati dei capitali, attraverso emissioni obbligazionarie e strutture di ABS”. Lo ha detto Nicola Baiocchi Di Silvestri, Country Manager Americas e Managing Director di Intesa Sanpaolo, a margine del lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata all’Ambasciata d’Italia a Washington.
xp6/mrv/mgg/azn

Trump licenzia dopo soli 5 giorni la portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia

16 Ottobre 2026 ore 22:31
Trump licenzia dopo soli 5 giorni la portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia

NEW YORK (ITALPRESS) – Katie Zacharia è stata licenziata, dopo soli cinque giorni, dal suo incarico di portavoce della Casa Bianca. A riportarlo è il New York Times. Trump l’aveva pubblicamente esortata a riconsiderare la sua posizione. «Katie è stata trattata molto male dai media. Le ho detto: ‘Katie, sai, non sei obbligata a continuare se non vuoi'”, aveva riferito il tycoon. Sulla sua nomina erano emerse polemiche relative alle sue qualifiche professionali.
-foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

Usa, Cimmino (Confindustria) “Innovazione e asse transatlantico per le imprese”

16 Ottobre 2026 ore 20:59
Usa, Cimmino (Confindustria)

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Confindustria ha un ruolo strategico nell’accompagnare le imprese nel mondo, ed è chiaro che gli Stati Uniti sono il nostro primo mercato fuori dai confini dell’Unione Europea. La nostra presenza è testimonianza dell’impegno per colmare sempre di più il gap che avvertiamo in questo momento in Europa e in Italia sulle tematiche dell’innovazione, attraverso una collaborazione sempre più stretta all’interno dell’asse transatlantico”. Lo ha detto Barbara Cimmino, Vicepresidente per l’Export e l’Attrazione degli Investimenti di Confindustria, a margine del lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata all’Ambasciata d’Italia a Washington
xp6/mrv/mgg/azn

Usa-Italia, Rocca “Nuove opportunità di investimento per i nostri territori”

16 Ottobre 2026 ore 20:26
Usa-Italia, Rocca

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “È un’amicizia storica quella che c’è tra Italia e Stati Uniti. Le nuove tecnologie e l’innovazione sono al centro dell’attenzione di chiunque abbia a cuore la crescita dei propri territori. È un’occasione per incontrare investitori, per comprendere meglio qual è l’ambiente migliore per attrarre nuovi investimenti sulle nostre regioni”. Lo ha detto Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, a margine del lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata all’Ambasciata d’Italia a Washington.
xp6/mrv/mgg/azn

Usa-Italia, Peronaci “Alleanza tecnologica nel segno della fiducia”

16 Ottobre 2026 ore 19:46
Usa-Italia, Peronaci

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS)- “L’Italia ha lanciato insieme agli Stati Uniti un acceleratore tecnologico attorno all’idea della fiducia tra partner. La catena di fornitura tecnologica sarà la base del futuro dello sviluppo dei nostri paesi e l’Italia può contribuirvi notevolmente perché ha capacità di industria avanzata”. Lo ha detto l’ambasciatore d’Italia negli Usa Marco Peronaci, a margine del lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata all’Ambasciata d’Italia a Washington.
xp6/mrv/mgg/azn

Usa-Italia, Pignotti (Sace) “Puntiamo su innovazione e nuovi mercati”

16 Ottobre 2026 ore 19:26
Usa-Italia, Pignotti (Sace)

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Siamo molto contenti di partecipare a questo evento che mira proprio a sviluppare la collaborazione transatlantica con focus sull’innovazione tecnologica”. Lo ha dichiarato Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, a margine di un evento dedicato alla cooperazione tra Italia e Stati Uniti a Washington.
“Sace – prosegue – ha molti strumenti innovativi per contribuire a finanziare tutti questi grandi investimenti necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie”, ha spiegato, evidenziando le potenzialità di una collaborazione tra istituzioni finanziarie pubbliche e private italiane e americane. Un altro asse strategico riguarda la diversificazione dei mercati di destinazione delle esportazioni italiane, con particolare attenzione all’Africa e ai Paesi coinvolti nel Piano Mattei. “Finora abbiamo garantito negli ultimi due anni dalla partenza del Piano Mattei ben cinque miliardi di nuovi progetti che consentono la partecipazione alle aziende italiane”, ha affermato Pignotti.
xp6/mrv/mgg/azn

Usa-Italia, Mulè “Alleanza strategica per le grandi sfide dell’IA”

16 Ottobre 2026 ore 19:00
Usa-Italia, Mulè

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Molto spesso si parla dell’alleanza tra Italia e Stati Uniti d’America in termini politici e di grande geopolitica. L’accordo che viene stretto oggi sul fronte tecnologico dimostra come questa alleanza possa tradursi in una collaborazione concreta, capace di mettere in connessione diretta il mondo della ricerca con quello dell’industria, di fronte alle grandi sfide delle nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale”. Lo ha detto Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati, in occasione del lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata all’Ambasciata d’Italia a Washington.
xp6/mgg/mrv/gtr

Qui New York! – Due mostre raccontano l’Italia negli Stati Uniti

16 Ottobre 2026 ore 18:55
Qui New York! - Due mostre raccontano l’Italia negli Stati Uniti

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Nella nuova puntata di Qui New York!, Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, racconta due mostre che mettono al centro arte, storia e identità italiana. Protagonista la “Maddalena in estasi” di Caravaggio, una delle ultime opere del maestro, esposta all’Istituto fino al 6 novembre. Spazio anche alla mostra dedicata agli 80 anni della Repubblica italiana, dal referendum istituzionale del 1946 all’Assemblea Costituente, in un ideale dialogo con i 250 anni degli Stati Uniti e con il legame storico tra i due Paesi.
abr/azn

Usa-Italia, Fontana “Rafforzare i rapporti con accordi concreti”

16 Ottobre 2026 ore 18:50
Usa-Italia, Fontana

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Ci troviamo a Washington per l’inizio di questa missione che avevamo organizzato inizialmente nello scorso mese di maggio” con l’obiettivo di “continuare a stringere i rapporti fra Stati Uniti e Italia, Lombardia nel nostro caso, ma vogliamo farlo direttamente in modo che ci sia l’opportunità di mettere a confronto le nostre università, i nostri centri di ricerca, le nostre aziende per far sì che ci possa essere un accordo diretto tra di loro che sicuramente può andare oltre gli accordi di carattere politico. Gli accordi fondati sulla concretezza dei fatti sono sempre più solidi, più strutturati di ogni altro accordo”. Lo ha detto all’Italpress il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, in occasione della “U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator”, l’iniziativa presentata oggi all’Ambasciata d’Italia a Washington per trasformare il dialogo transatlantico sulle tecnologie affidabili in progetti concreti.
(ITALPRESS).
xp6/mrc/mrv/gtr

Tecnologia Italia-Usa, a Washington il lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator / Video

16 Ottobre 2026 ore 18:44
Tecnologia Italia-Usa, a Washington il lancio dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator / Video

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Rafforzare la cooperazione tecnologica tra Italia e Stati Uniti, favorire nuove partnership industriali e sostenere gli investimenti nei settori strategici dell’innovazione. Sono questi gli obiettivi dello U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator, l’iniziativa presentata oggi all’Ambasciata d’Italia a Washington per trasformare il dialogo transatlantico sulle tecnologie affidabili in progetti concreti. All’incontro hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni e del mondo economico italiano, tra cui Marco Peronaci, ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati, Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, Michele Pignotti, amministratore delegato di SACE, Baiocchi per Intesa Sanpaolo e Cimmino per Confindustria. L’iniziativa è promossa dall’Ambasciata d’Italia a Washington, dal Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue e dalla Transatlantic Harmonic Foundation.

“Gli Stati Uniti e l’Italia vantano un partenariato di lunga data nel settore tecnologico. La collaborazione è già molto avanzata per esempio nel settore dello Spazio: l’Italia è tra i partner principali di Artemis e contribuirà al programma di esplorazione lunare partecipando allo sviluppo di moduli abitativi. Pensate che la NASA ha valutato di 5 miliardi di dollari il contributo italiano al programma di esplorazione lunare. La collaborazione è avanzata anche nella fisica fondamentale e nelle tecnologie quantistiche. A Fermilab, per esempio, i ricercatori italiani e americani lavorano insieme sulla fisica dei neutrini in un progetto chiamatoDeep Underground Neutrino Experiment (DUNE). Stiamo inoltre facendo progressi significativi sulle tecnologie quantistiche attraverso il Superconducting Quantum Materials and Systems Center. Il progetto lanciato oggi rappresenta un’altra importante tappa della cooperazione tecnologica tra Italia e Stati Uniti. L’Acceleratore offre alle nostre aziende, istituzioni di ricerca, investitori e amministrazioni un modo concreto per entrare in contatto ed esplorare nuove possibilità nel campo dell’Intelligenza artificiale, dell’energia e delle scienze della vita. Creando maggiori opportunità per le nostre imprese, il programma porterà benefici a entrambe le sponde dell’Atlantico “, ha dichiarato Marco Peronaci, Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti.

Il progetto punta a mettere in connessione imprese, ricercatori, investitori e istituzioni italiane e statunitensi, favorendo lo sviluppo di collaborazioni industriali, la condivisione di competenze e la mobilitazione di capitali per accelerare la crescita delle tecnologie emergenti. Al centro dei lavori tre ambiti strategici: intelligenza artificiale e tecnologie avanzate, comprese le applicazioni quantistiche e la cybersicurezza; energia, indispensabile per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche; e scienze della vita, settore nel quale l’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la ricerca e l’innovazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle condizioni necessarie per accompagnare le tecnologie dalla fase di ricerca alla commercializzazione e alla produzione su scala industriale. Il confronto tra i due Paesi mira anche a individuare gli ostacoli agli investimenti e le possibili forme di collaborazione tra capitale pubblico e privato, con l’obiettivo di rafforzare le filiere strategiche e ridurre le dipendenze tecnologiche.

“La Lombardia – ha sottolineato il presidente Attilio Fontana – è pronta a svolgere un ruolo da protagonista nel rafforzamento della cooperazione tecnologica tra Italia e Stati Uniti. Le imprese, le università e i centri di ricerca del territorio rappresentano un ‘eccellenza, grazie ad elevate competenze tecniche e manageriali. Un primato che può trovare ulteriore slancio grazie a partnership internazionali di questo tipo”. “L’intelligenza artificiale, l’energia pulita e le scienze della vita – ha aggiunto – sono settori chiave in cui è fondamentale mettere in rete conoscenze, investimenti e talenti. Grazie a queste sinergie virtuose si può accelerare il trasferimento tecnologico e creare valore per il sistema produttivo. Iniziative come lo U.S.-Italy Trusted Tech Accelerator vanno proprio in questa direzione: favoriscono il dialogo tra ricerca e industria e contribuiscono a rafforzare la competitività delle nostre imprese, generando nuove opportunità di sviluppo per i territori”, ha continuato.

 

“Rafforzare la cooperazione transatlantica sulle tecnologie strategiche significa trasformare la collaborazione tra Italia e Stati Uniti in investimenti, progetti industriali e nuove opportunità di mercato. Le nostre economie hanno competenze complementari: alla leadership americana nella ricerca e nell’intelligenza artificiale si affiancano l’eccellenza manifatturiera italiana e le nostre filiere specializzate. La sfida è trasformare l’innovazione in applicazioni industriali su larga scala, attraverso partnership concrete capaci di rafforzare la competitività delle imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha dichiarato Barbara Cimmino nel suo intervento allo U.S.-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies.

 

Il programma si inserisce nel percorso di cooperazione avviato nei mesi scorsi tra Italia e Stati Uniti per promuovere tecnologie sicure e affidabili e rafforzare gli ecosistemi dell’innovazione. Dopo l’avvio a Washington, il lavoro proseguirà con un roadshow in diverse città americane, per coinvolgere investitori e imprese e sviluppare nuove opportunità di collaborazione industriale e tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico.

 

– foto xp6/Italpress –

(ITALPRESS).

70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

16 Ottobre 2026 ore 17:20

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

Per Helberg l’Italia è un partner strategico nella Pax Silica americana. Ecco perché

16 Ottobre 2026 ore 17:17

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un partner strategico nel progetto di riorganizzazione delle catene globali del valore tecnologico attorno a un sistema di Paesi affidabili. E guardano al nuovo US-Italy Trusted Tech Accelerator come a uno strumento per trasformare questa visione in collaborazioni industriali concrete.

È il messaggio emerso dal fireside chat tra Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici, e l’ambasciatore italiano Marco Peronaci, durante la terza edizione dello US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, tenutasi a Washington il 15 e 16 ottobre.

Helberg ha collegato l’iniziativa Pax Silica dell’amministrazione Trump, di cui è considerato l’“architetto”, a una trasformazione strutturale dell’economia globale, sostenendo che l’intelligenza artificiale è destinata a modificare non soltanto la produttività e i ritmi di crescita, ma anche la distribuzione internazionale della ricchezza e del potere.

Per Washington, la leadership tecnologica è sempre più inseparabile dalla sicurezza economica. La costruzione di filiere resilienti tra Paesi politicamente allineati diventa così uno degli strumenti centrali della competizione strategica.

Helberg ha descritto Pax Silica come una piattaforma che riunisce nazioni dotate di capacità tecnologiche e industriali complementari, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le infrastrutture su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Un perimetro che supera quello dei semiconduttori e dei sistemi di calcolo avanzato, comprendendo un ecosistema manifatturiero più ampio, nel quale settori diversi dipendono spesso dagli stessi impianti produttivi e dalle medesime risorse critiche.

La strategia intende affrontare alcune vulnerabilità strutturali delle catene di approvvigionamento: l’eccessiva concentrazione geografica, la presenza di nodi produttivi difficilmente sostituibili e le dipendenze che possono esporre le economie occidentali a forme di coercizione geopolitica.

Il Sottosegretario ha inserito questo ragionamento in una prospettiva storica. A suo giudizio, gli incrementi di produttività generati dall’intelligenza artificiale potrebbero accelerare significativamente la crescita economica, modificando nell’arco di una generazione gli equilibri internazionali. I Paesi capaci di beneficiare maggiormente di questa trasformazione acquisirebbero vantaggi destinati a estendersi ben oltre il settore tecnologico.

Nel suo intervento, Helberg ha richiamato anche la tradizione occidentale della scoperta scientifica, collegandola esplicitamente al Rinascimento italiano. Un riferimento con cui ha riconosciuto il contributo storico dell’Italia allo sviluppo del pensiero scientifico e della centralità della ragione, individuandovi una delle radici culturali della risposta occidentale alle trasformazioni in corso.

La conseguenza geopolitica è che gli Stati Uniti non possono costruire da soli il proprio futuro tecnologico. Hanno bisogno di partner con competenze industriali, capacità scientifiche e interessi strategici condivisi.

Pax Silica, in questa prospettiva, combina la protezione delle filiere con la possibilità di sviluppare nuove opportunità industriali. “Non vuole essere soltanto un meccanismo difensivo, ma anche uno strumento per cogliere le opportunità”, ha spiegato Helberg.

L’iniziativa prevede forme di cooperazione sia tra governi sia tra istituzioni pubbliche e imprese private, riflettendo la struttura delle economie occidentali, nelle quali gran parte delle catene di approvvigionamento strategiche è gestita da soggetti industriali autonomi.

Secondo Helberg, uno dei problemi principali riguarda le asimmetrie informative. I governi non dispongono necessariamente di una conoscenza completa delle dipendenze delle proprie industrie, mentre le aziende hanno bisogno di maggiore visibilità sugli orientamenti normativi, sulle priorità politiche e sui rischi geopolitici. Pax Silica può contribuire a ricostruire la mappa dei nodi critici delle filiere, identificare le vulnerabilità e creare le condizioni per nuove partnership.

Particolarmente esplicito è stato il passaggio dedicato alla Cina. Il sottosegretario ha messo in guardia dalle conseguenze internazionali della sovraccapacità produttiva cinese e delle esportazioni sostenute da sussidi pubblici, evocando il rischio di un secondo China shock, o China squeeze, capace di mettere sotto pressione le industrie manifatturiere di numerosi Paesi, soprattutto nell’elettronica avanzata, nelle telecomunicazioni e nei veicoli elettrici.

A suo giudizio, i dazi hanno finora offerto una relativa protezione al mercato americano, mentre altre economie rimangono esposte alla pressione competitiva cinese. “Non vogliamo diventare un’isola circondata da mercati dominati dalla Cina”, ha affermato Helberg.

La dichiarazione chiarisce un aspetto significativo della strategia di Washington: la sicurezza economica americana dipende anche dalla tenuta dei mercati e delle industrie alleate. La protezione del mercato interno statunitense avrebbe un valore strategico limitato se i principali partner commerciali diventassero progressivamente più dipendenti dalla produzione cinese.

Nel corso della conversazione, Peronaci ha sollevato proprio il problema di come costruire alternative competitive ai fornitori attuali, considerando che la diversificazione delle filiere può comportare costi più elevati nel breve periodo. L’ambasciatore ha inoltre richiamato la possibilità di estendere la cooperazione all’Asia, all’Africa e al Mediterraneo, proponendo un parallelo con le difficoltà incontrate dalla Nato nel coordinare le capacità produttive delle industrie della difesa nei sistemi economici occidentali, caratterizzati da una struttura decentralizzata.

Il confronto ha permesso di collocare il ruolo italiano all’interno della strategia americana. Roma ha aderito alla dichiarazione Pax Silica a luglio, mentre a settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici. Il nuovo Accelerator rappresenta un ulteriore passaggio, volto a collegare l’allineamento diplomatico agli investimenti, alla ricerca e alla cooperazione industriale.

Alla domanda diretta di Peronaci sulla possibilità di contare sul suo sostegno all’iniziativa, Helberg ha risposto senza esitazioni: “Potete assolutamente contare sul mio sostegno”. “Consideriamo l’Italia un partner molto, molto importante”, ha aggiunto, esprimendo apprezzamento per l’approccio del governo Meloni all’innovazione tecnologica.

Helberg ha inoltre sottolineato il valore della struttura operativa dell’Accelerator, in particolare la capacità di coinvolgere direttamente il settore privato e favorire la nascita di nuove collaborazioni. Ha espresso l’auspicio che l’iniziativa possa diventare un modello per mettere in relazione governi e imprese e sviluppare ulteriori partnership nell’ambito di Pax Silica.

Il dialogo ha affrontato anche il tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale avanzata. Rispondendo alle domande di Peronaci sulla possibile coscienza artificiale, sulla dignità umana e sui principi che dovrebbero guidare lo sviluppo tecnologico, Helberg si è dichiarato contrario all’idea di considerare senzienti i sistemi di AI.

Sul piano normativo, ha sostenuto la preferenza dell’amministrazione per un approccio basato sui singoli settori di applicazione, anziché su una disciplina generale dell’intelligenza artificiale. Veicoli autonomi, applicazioni mediche e aviazione presentano rischi differenti, che possono essere affrontati attraverso normative specifiche e principi di responsabilità civile già esistenti. L’amministrazione, ha spiegato, sta esaminando la legislazione vigente per individuare eventuali lacune.

La prossima prova per Pax Silica sarà verificare se la crescente rete di impegni diplomatici riuscirà a produrre risultati misurabili in termini di investimenti, capacità manifatturiera e resilienza delle filiere.

Per l’Italia, l’Accelerator offre la possibilità di tradurre le proprie competenze scientifiche e industriali in collaborazioni con aziende e investitori americani. Per Washington, l’iniziativa bilaterale potrebbe dimostrare come la cooperazione sulle tecnologie affidabili possa svilupparsi oltre il livello delle dichiarazioni governative.

L’obiettivo strategico che emerge dal confronto tra Peronaci e Helberg è più ampio: costruire un ecosistema tecnologico internazionale capace di sostenere la competitività economica occidentale mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce gli equilibri globali di potere.

Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

16 Ottobre 2026 ore 17:02

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

Mulè a New York, il Nasdaq rende omaggio all’Italia

16 Ottobre 2026 ore 16:06
Mulè a New York, il Nasdaq rende omaggio all’Italia

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè a Times Square con Jordan Saxe, presidente del Capital Market, davanti al totem del Nasdaq dedicato a Montecitorio e alle imprese italiane. Durante l’incontro, Mulè ha sottolineato la capacità del sistema produttivo nazionale di affrontare le sfide dell’innovazione e dei mercati internazionali, definendo Wall Street “la fiera delle opportunità”. Il vicepresidente ha poi invitato Saxe alla Camera per proseguire il confronto nei prossimi mesi.

– foto Nasdaq Market –

(ITALPRESS).

L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

16 Ottobre 2026 ore 16:10

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.

Cisgiordania, ancora violenze dei coloni sulla raccolta delle olive, ferita una giornalista del WP

16 Ottobre 2026 ore 14:13
Heidi Levine stava documentando il raccolto per il Washington Post. Quest'anno la stagione ha registrato un aumento degli attacchi. L'allarme dell'Onu: c'è il rischio di una ripresa della guerra. Per Netanyahu sono un "gruppo di teppisti"

© RaiNews

Giappone, allerta per terremoto record di magnitudo 9,9 ma era un errore

16 Ottobre 2026 ore 12:44
Avvisi di emergenza sui cellulari e treni ad alta velocità fermati prima di scoprire che il sisma si era invece verificato nella regione russa della Kamchatka, con magnitudo 6,9. L'Agenzia meteorologica giapponese si scusa e avvia un'indagine

© RaiNews

Etiopia-Eritrea, l’escalation minaccia il Mar Rosso. Cosa c’è in gioco per l’Italia

16 Ottobre 2026 ore 12:36

Le forze alleate del governo etiope hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigray, dopo il ritiro dei combattenti del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Le truppe federali sono inoltre avanzate verso il confine eritreo, raggiungendo Zalambessa il 13 ottobre.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di aver inviato truppe sul territorio etiopico e di sostenere i gruppi insorti, accuse respinte da Asmara. L’Eritrea, a sua volta, sostiene che l’Etiopia si stia preparando a una guerra, mentre crescono le preoccupazioni che il confronto possa arrivare a coinvolgere Assab, porto eritreo di grande rilevanza strategica sul Mar Rosso.

L’escalation ha provocato anche un intervento diplomatico di Washington. Il 14 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed, sollecitando moderazione, dialogo e rispetto della sovranità territoriale. Human Rights Watch ha nel frattempo denunciato vittime civili causate dai bombardamenti nel Tigray meridionale.

Un eventuale confronto militare tra Etiopia ed Eritrea aprirebbe un ulteriore fronte di instabilità lungo un corridoio marittimo già sottoposto a forti pressioni geopolitiche e geoeconomiche, con il rischio di aggravare le vulnerabilità del commercio internazionale e della sicurezza regionale.

L’accordo di Pretoria del 2022 ha posto fine a due anni di guerra devastante nel Tigray, lasciando tuttavia irrisolte importanti controversie politiche e territoriali. La sua incompleta attuazione, insieme al progressivo deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, ha indebolito gli equilibri regionali.

Priva di uno sbocco al mare dall’indipendenza eritrea del 1993, l’Etiopia considera sempre più l’accesso al Mar Rosso una necessità per il proprio sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Le ambizioni marittime di Abiy sono diventate così una delle principali preoccupazioni di Asmara, per la quale Assab rappresenta al tempo stesso una risorsa sovrana e una vulnerabilità strategica.

Sebbene un’offensiva etiope verso il porto rimanga uno scenario non confermato, la convergenza tra controversie territoriali e ambizioni strategiche contrapposte crea le condizioni per una pericolosa escalation.

La crisi nel Corno d’Africa si inserisce in un quadro di sicurezza del Mar Rosso sempre più frammentato, nel quale conflitti regionali e vulnerabilità delle rotte marittime tendono a intrecciarsi.

Sulla sponda opposta dello stretto di Bab el-Mandeb, gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dimostrato la capacità di interrompere il traffico commerciale internazionale, collegando l’insicurezza marittima al più ampio confronto che coinvolge Israele, Gaza e Teheran. Più a est, le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz continuano a esporre le esportazioni energetiche del Golfo e il commercio internazionale ai rischi di un’escalation regionale.

Si tratta di crisi con origini e dinamiche differenti, ma i loro effetti cumulativi minacciano un sistema marittimo interconnesso che collega il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea introdurrebbe una categoria di rischio diversa: uno scontro interstatale lungo la costa africana, capace di destabilizzare ulteriormente una regione nella quale le potenze del Golfo hanno sviluppato importanti interessi strategici attraverso investimenti portuali, infrastrutturali e partenariati di sicurezza.

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno ampliato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre Gibuti rimane uno snodo cruciale per le installazioni militari internazionali e il traffico commerciale. Un confronto per Assab potrebbe dunque influenzare le valutazioni dei Paesi vicini e delle potenze esterne attive nel Mar Rosso, complicando ulteriormente un equilibrio regionale già fragile.

Il Corno d’Africa occupa storicamente un posto significativo nella politica estera italiana, in virtù dei profondi legami politici, economici e storici con Etiopia, Eritrea e Somalia.

Questo impegno ha conosciuto un nuovo impulso sotto il governo di Giorgia Meloni, che ha collocato l’Etiopia al centro della propria strategia africana e del Piano Mattei. Tra il 2023 e il 2025, Meloni ha incontrato Abiy Ahmed sette volte, a testimonianza dell’importanza attribuita da Roma al rapporto con Addis Abeba. Parallelamente, l’Italia ha perseguito un rafforzamento della cooperazione con l’Eritrea, mantenendo così interessi diplomatici su entrambi i fronti della possibile crisi.

La posta in gioco va tuttavia ben oltre le relazioni bilaterali. In quanto grande economia manifatturiera e commerciale europea, l’Italia dipende fortemente dai collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo, il Canale di Suez e il Mar Rosso per i propri scambi con i mercati asiatici.

Le interruzioni del traffico causate dagli attacchi Houthi hanno dimostrato quanto rapidamente un corridoio marittimo strategico possa diventare di fatto impraticabile per la navigazione commerciale, rafforzando l’urgenza di sviluppare rotte alternative di connettività.

In questo contesto, la realizzazione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) ha acquisito un’importanza crescente per Roma. Lanciata nel 2023, prima della crisi della navigazione nel Mar Rosso, l’iniziativa offre l’opportunità di introdurre maggiore ridondanza e resilienza nelle reti commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Asia.

L’obiettivo non è sostituire le rotte marittime esistenti, ma ridurre l’eccessiva dipendenza da passaggi obbligati particolarmente vulnerabili. La crisi del Mar Rosso ha reso questa diversificazione una questione di sicurezza strategica, oltre che di efficienza economica.

L’evoluzione immediata della crisi dipenderà dalla scelta di Addis Abeba di mantenere le operazioni militari circoscritte al Tigray oppure di estenderle fino a un confronto diretto con l’Eritrea.

Il pericolo più ampio è che l’erosione degli accordi di Pretoria trasformi una pace interna già fragile in un’ulteriore fonte di instabilità regionale, aggravando le condizioni di sicurezza intorno al Mar Rosso.

Le missioni navali possono contribuire a proteggere il traffico commerciale dalle minacce immediate, ma non possono risolvere le controversie politiche e territoriali che destabilizzano le coste della regione.

La sfida per la sicurezza del Mar Rosso non riguarda più soltanto la necessità di mantenere aperte le rotte commerciali. Dipende sempre più dalla capacità di impedire che i conflitti lungo le sue sponde amplifichino le vulnerabilità di un sistema marittimo già sottoposto a forti pressioni.

Vita e pensiero di Meredith Whittaker, la donna più scomoda dell’IA

16 Ottobre 2026 ore 11:39

Meredith Whittaker è una delle persone più influenti nel mondo dell’intelligenza artificiale, consacrata recentemente dal Time. Dal Vaticano al famoso summit di Davos, questa giovane donna parla del futuro del settore digitale perché lo conosce da dentro. Da sempre critica dei sistemi di sorveglianza e controllo tecnologico, non è così catastrofista sull’intelligenza artificiale e la minaccia contro l’umanità.

“Il rischio c’è ed è reale – afferma Whittaker – ma non è la storia di fantasmi di cui ci parlano giovani esaltati”. Secondo lei, il pericolo risiede nell’uso negligente della tecnologia. “Siamo stati quasi per entrare in guerra con la Cina”, ha detto all’emittente Bbc in riferimento ad un caso nel quale una chatbot usata dall’intelligence americana inventò un’informazione su una nave cinese che trasportava materiale nucleare. Gli Usa erano pronti ad una risposta militare ma nulla era vero.

Laureata in Letteratura e Retorica all’Università della California, Berkeley. Prima aveva lavorato solo dando una mano nei jazz club di Los Angeles dove suo padre suonava il trombone. “Non avevo ambizioni di carriera; è stato tutto molto casuale”, racconta al Financial Times. Nel 2006 Whittaker è entrata a lavorare a Google senza avere ancora formazione nell’area informatica. Whittaker ha fondato Google Open Research, che ha collaborato con diverse realtà sulla questione della sicurezza e le conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi vedo ragazzi le cui vite sono pianificate fin nei minimi dettagli, minuto per minuto. Deve essere davvero difficile, quando si è giovani e si sta cercando di capire chi si è e quale sia il proprio posto nel mondo”, prosegue.

Nel 2014, un ingegnere in visita da Harvard parlò a Whittaker di un’idea: utilizzare un software di IA per prevedere i genocidi. Lei ricorda che in quel momento ha iniziato ad avere dubbi di natura etica su questa tecnologia: “Mi chiedevo: come si può avere la certezza che sia davvero accurato? E come ci si assume la responsabilità del fatto che una previsione, di per sé, possa far pendere l’ago della bilancia? Che ruolo può avere uno strumento del genere?”.

Tre anni dopo ha saputo del Progetto Maven, un contratto segreto di Google con il Dipartimento di Difesa americano per lo sviluppo di intelligenza artificiale per la localizzazione di obiettivi grazie ai droni. Nel 2018, ha perso il lavoro – ma è stata subito assunta dall’azienda americana Palantir – dopo avere organizzato uno sciopero con 20.000 lavoratori per protestare sulla gestione di molte questioni sensibili, tra cui l’ingerenza della tecnologia in ambiti della quotidianità.

Ora Whittaker è presidente della Fondazione Signal, che gestisce l’omonima app di messaggi cifrati. Signal ha circa 70 milioni di utenti – molto meno rispetto a WhatsApp – ma si vanta di offrire protezione dei dati agli utenti. L’informazione che “viaggia” nei messaggi resta nei propri server, per cui è improbabile che possa arrivare a terzi.

La Fondazione Signal “è finanziata principalmente tramite donazioni e l’applicazione è stata scaricata centinaia di milioni di volte in tutto il mondo”, scrive il Financial Times. Per il giornale, Whittaker è “una figura rara nel panorama tecnologico: denuncia gli eccessi del potere aziendale, si scaglia contro quello che definisce un ‘modello di business basato sulla sorveglianza di massa’ e si batte per la tutela della privacy”. “È probabilmente la voce più critica e scomoda della Silicon Valley. Negli ultimi anni è diventata l’antitesi delle Big Tech”, scrive il Financial Times.

Whittaker vive molti mesi all’anno in viaggio. Per mantenere il proprio equilibrio, segue routine ovunque si trovi: prepararsi un caffè aromatizzato con il cardamomo e con una miscela di cicoria e funghi, lezione di yoga (che pratica da 20 anni) e cucinare la cena quando torna a casa, per ritrovare il contatto con la realtà. Legge continuamente libri di storia politica della tecnologia.

Ghalibaf “L’Iran deve restare pronto alla guerra, pur continuando a negoziare”

16 Ottobre 2026 ore 10:54
Ghalibaf “L’Iran deve restare pronto alla guerra, pur continuando a negoziare”

ROMA (ITALPRESS) – L‘Iran “deve restare pronto alla guerra, pur continuando a negoziare”. Lo ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, citato da al Arabiya, accusando il presidente americano Donald Trump di aver disatteso le proprie promesse. In un’intervista alla rete americana Newsmax, Trump ha escluso l’uso di armi nucleari contro l’Iran e ha ribadito di non prevedere l’invio di truppe di terra sul territorio iraniano.

Il presidente ha aggiunto che Teheran ha chiesto la sospensione degli attacchi americani e che i negoziati sono ancora in corso. Alla domanda sulle notizie relative a un possibile ricorso alla MOAB (“Mother of All Bombs”, la più potente bomba non nucleare dell’arsenale americano), eventualmente dopo le elezioni di midterm, Trump ha risposto: “Non è un’arma nucleare. È una bomba enormemente potente, simile a una piccola nucleare, ma non è nucleare. Non useremo armi nucleari, non ce n’è bisogno”.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Ucraina, von der Leyen “No a revoca sanzioni finché Russia non pone fine a guerra”. Il Cremlino “Zelensky non vuole la pace”

16 Ottobre 2026 ore 10:36
Ucraina, von der Leyen “No a revoca sanzioni finché Russia non pone fine a guerra”. Il Cremlino “Zelensky non vuole la pace”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “L’obiettivo, entro la fine dell’anno, è aprire gli ultimi due cluster, così da entrare nel vivo delle riforme indispensabili per l’adesione. Naturalmente, discuteremo della preparazione all’inverno, ovvero di come sostenere l’Ucraina durante la stagione fredda ormai alle porte. La Russia sta tentando in ogni modo di distruggere le infrastrutture energetiche e idriche, ma noi siamo al vostro fianco. Vi sosterremo, come abbiamo fatto negli inverni passati. Ce la faremo”. Così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un punto stampa con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e al presidente del Consiglio europeo, António Costa. “Abbiamo sostenuto la proposta del presidente Zelensky per una tregua energetica, ma la Russia non l’ha rispettata, nemmeno per un minuto. Al contrario, la Russia ha intensificato le ostilità; di conseguenza, dobbiamo aumentare la pressione su di essa”, ha aggiunto.

“Stiamo lavorando al ventiduesimo pacchetto di sanzioni e un punto è assolutamente chiaro: non revocheremo alcuna sanzione finché la Russia non porrà fine alla guerra. Infine, esamineremo le vostre necessità in ambito finanziario, di bilancio e militare, non solo per il 2026, ma anche per l’anno successivo, il 2027”, ha concluso von der Leyen.

ZELENSKY “POSSIAMO TROVARE CON L’UE UN FORMATO PER PARLARE COI RUSSI”

“Credo che l’Europa stia compiendo alcuni passi per seguire una propria strada, che rappresenti i suoi interessi. Possiamo trovare un formato per parlare con i russi, penso che tutto questo accadrà”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa a Bruxelles, al termine del suo intervento al Consiglio europeo. “Questo non significa che escluderemo qualcuno da questi processi”, ha precisato Zelensky, aggiungendo di vedere “anche negli Stati Uniti cose che si stanno muovendo in parallelo”. “Vorremmo avere una serie di percorsi che possano offrire questa opportunità di avvicinarci a soluzioni pacifiche”, ha concluso il presidente ucraino, facendo riferimento alla possibilità di sviluppare iniziative parallele per favorire una soluzione negoziata del conflitto.

“Noi non usiamo Starlink per attaccare la Russia o per rispondere agli attacchi russi, noi usiamo Starlink per fermare gli Shahed che attaccano la nostra popolazione”. “Rallentando Starlink, si rende più pericolosa la linea del fronte. Abbiamo allertato gli americani sulla situazione, speriamo che la velocità del sistema Starlink venga ripristinata ai livelli precedenti”, ha detto.

“Nell’accordo avviato tra Stati Uniti e Russia, l’intesa sul diesel sia un accordo di cui non eravamo a conoscenza. Anche la revoca delle sanzioni è stata una sorpresa”. “La nostra proposta era molto semplice: una tregua energetica”, ha spiegato Zelensky, ricordando che l’iniziativa aveva ricevuto il sostegno pubblico del presidente americano. “Se la tregua energetica non è sul tavolo, allora bisogna dimostrare passi concreti di de-escalation. E tutto dipende dalla Russia”. “Non hanno voluto accettarla e lo vediamo. Attaccheranno la nostra rete energetica, senza una tregua sul fronte energetico”, ha aggiunto il leader ucraino, che ha concluso: “Quello che sta accadendo mi sembra strano”.

“Sento il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese. L’Europa è molto unita, è consapevole di tutti i rischi e ciò non mette a rischio le relazioni con gli Stati Uniti”.

CREMLINO “ZELENSKY NON VUOLE UNA SOLUZIONE PACIFICA, D’ACCORDO CON TRUMP”

Il Cremlino condivide il giudizio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui il leader ucraino Volodymyr Zelensky non sarebbe intenzionato a raggiungere una soluzione pacifica del conflitto. Lo ha dichiarato il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov, parlando con i giornalisti, citato dall’agenzia Interfax. “È chiaro che Zelensky non vuole assumersi le proprie responsabilità e procedere verso una soluzione pacifica”, ha affermato Peskov, aggiungendo: “Su questo punto siamo pienamente d’accordo con il presidente Trump”. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità della Russia a discutere un accordo di pace senza la partecipazione dell’attuale leadership ucraina, il portavoce del Cremlino ha sottolineato che “anche se lo volessimo, sarebbe impossibile discutere qualsiasi cosa senza l’attuale leadership ucraina”.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS)

Il presidente Usa Donald Trump rimuove Paolo Zampolli dall'incarico al Dipartimento di Stato

16 Ottobre 2026 ore 08:49
Secondo quanto rivelato dal quotidiano Politico ci sarebbero state tensioni con il vice segretario di Stato. "Servire Trump è stato un onore. Ora è il momento di un nuovo capitolo", ha affermato l'ex inviato "tornare agli affari, costruire relazioni"

© RaiNews

Siria, arrestato uno dei principali responsabili dei massacri della rivoluzione

16 Ottobre 2026 ore 08:33
Siria, arrestato uno dei principali responsabili dei massacri della rivoluzione

ROMA (ITALPRESS) – Le autorità siriane hanno annunciato l’arresto di Ali Kayali, noto anche come Mirac Oral (o Me’raj Oral), uno dei principali responsabili dei massacri compiuti durante gli anni della rivoluzione siriana. Secondo l’agenzia ufficiale Sana, i servizi di intelligence generale lo hanno catturato mentre tentava di fuggire attraverso il confine. Kayali aveva formato una milizia armata che operava a fianco delle forze del regime deposto e aveva partecipato alla repressione della popolazione, perpetrando diverse stragi, tra cui quelle di Al-Bayda e Ras al-Naba a Baniyas nel 2013.

Il consigliere presidenziale per gli affari mediatici, Ahmed Muwaffaq Zaidan, ha espresso soddisfazione per l’arresto e ha ribadito che la caccia ai responsabili di crimini contro i siriani proseguirà senza eccezioni. Secondo la Rete siriana per i diritti umani, il massacro di Al-Bayda ha provocato la morte di 264 civili (tra cui 36 bambini e 28 donne), mentre quello di Ras al-Naba ha causato 195 vittime civili (56 bambini e 43 donne). Testimonianze parlano di corpi abbandonati per strada, nei negozi e nelle cantine, di esecuzioni sommarie con armi da fuoco e da taglio e dell’incendio di abitazioni e cadaveri.

Le milizie legate a Kayali avrebbero compiuto altre stragi anche nelle campagne di Latakia, Aleppo e Idlib, con centinaia di morti e feriti. Oral, nato nel 1956 a Hatay (Turchia), è inoltre indicato come principale imputato del doppio attentato terroristico di Reyhanli (Hatay) del 2013, che costò la vita a 52 persone. Dopo la fuga dalla Turchia nel 1982 aveva goduto di privilegi speciali in Siria, anche grazie a legami familiari con la famiglia del presidente del regime deposto.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Intercettato e distrutto drone lanciato verso l’Arabia Saudita, in Yemen proteste contro assedio e bombardamenti Houthi

16 Ottobre 2026 ore 08:01
Intercettato e distrutto drone lanciato verso l’Arabia Saudita, in Yemen proteste contro assedio e bombardamenti Houthi

ROMA (ITALPRESS) – Il portavoce della Coalizione a sostegno della legittimità in Yemen, il generale di divisione Turki al-Maliki, ha annunciato l’intercettazione e la distruzione di un drone lanciato questa mattina verso la regione orientale del Regno dell’Arabia Saudita. La notizia arriva a poche ore dalla condanna espressa ieri dai membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu contro gli attacchi delle milizie Houthi che prendono di mira l’Arabia Saudita, compresi quelli contro l’aviazione civile e le infrastrutture energetiche, che hanno causato morti e feriti tra la popolazione civile. Il Consiglio ha ribadito la solidarietà verso Riad di fronte agli attacchi contro civili e beni civili sul suo territorio, riaffermando il diritto intrinseco dell’Arabia Saudita all’autodifesa ai sensi del diritto internazionale.

YEMEN, PROTESTA A TAIZ CONTRO L’ASSEDIO E I BOMBARDAMENTI HOUTHI

Gli abitanti della provincia di Taiz hanno organizzato nella notte una manifestazione di protesta nella rotonda Al-Awadi, nel centro della città, per denunciare il perdurare dei bombardamenti e dell’assedio imposto dagli Ansar Allah (Houthi) su Taiz. Lo riporta la Tv al Jazeera. Il blocco ha causato la chiusura delle strade e ha impedito l’arrivo degli aiuti alla popolazione. I partecipanti hanno chiesto l’intervento della comunità internazionale per far cessare le violazioni. Durante la protesta sono stati esposti striscioni contro le violazioni houthi ai danni dei civili e contro l’assedio che continua a colpire la città. I manifestanti hanno chiesto la fine dei bombardamenti, la rimozione delle restrizioni alla libera circolazione della popolazione, l’accesso ai beni di prima necessità e la classificazione del gruppo Houthi come “organizzazione terroristica”.

YEMEN, FORZE GOVERNATIVE PUBBLICANO VIDEO DI ATTACCHI A SITI E MEZZI HOUTHI

Il portavoce delle forze governative yemenite ha pubblicato venerdì sul proprio account X delle immagini che, a suo dire, documentano operazioni di attacco contro siti e mezzi militari del gruppo Ansar Allah (Houthi), nell’ambito dell’operazione “Fajr al-Yemen” (Alba dello Yemen). I video mostrano colpi diretti contro postazioni e veicoli.

Secondo il portavoce, le azioni hanno colpito comandanti sul campo, rinforzi e assetti militari houthi, con l’obiettivo di smantellare le loro capacità e rimuovere le fonti di minaccia, in conformità con il piano operativo. Le forze del governo yemenita sono impegnate in violenti scontri nel tentativo di riconquistare posizioni sul Mar Rosso. Il terreno del litorale occidentale svolge un ruolo decisivo nelle operazioni in corso: montagne, alture e passaggi, da ostacoli all’avanzata, si trasformano in punti di forza per chi ne mantiene il controllo.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Usa, sparatoria in una scuola in Oregon: uccisi tre bambini, morto anche l’attentatore

16 Ottobre 2026 ore 07:42
Usa, sparatoria in una scuola in Oregon: uccisi tre bambini, morto anche l’attentatore

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Tragedia a Bend, una cittadina dell’Oregon negli Stati Uniti. Un ragazzo di 16 anni ha sparato in una scuola elementare e il bilancio, ancora provvisorio, parla di quattro vittime, tra cui tre bambini di 5, 8 e 11 anni. Ucciso anche l’attentatore, colpito a morte da una persona presente a scuola e armata. In quel monento i bambini della Silver Rail Elementary School, erano in parte alla mensa per il pranzo. Quando la polizia è arrivata l’aggressore era stato ucciso.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale

16 Ottobre 2026 ore 04:45

Kherson Ucraina

Mentre nella via accanto al suo negozio l’acqua arriva ancora alle caviglie, Oleksij Gesin spala una massa grigio-marrone di terra zuppa e imballaggi fradici fuori dalla porta della sua attività. La pioggia battente lava via parte della massa, la restante la calpestano lui e altri davanti all’ingresso.

All’interno, di questo fango umido che puzza di muffa ce n’è ancora di più. Frigoriferi e scaffali rovesciati formano isole spigolose nell’acqua scura del bassofondo. Nel mezzo, bicchieri, pacchetti di riso sporchi, sacchetti di plastica rossi. «Riaprirò il prima possibile» dice Oleksij Gesin. Ha sessant’anni e possiede questo negozio dal 1997. «La gente ha bisogno di procurarsi i viveri».

Questa domenica a Cherson sono passati cinque giorni da quando la diga del lago di Kachovka in Ucraina, un invaso creato nel 1956, ai tempi dell’Unione Sovietica, ha ceduto. Il lago era lungo duecentotrenta chilometri, novecento chilometri di costa, 18,2 miliardi di metri cubi d’acqua che hanno gonfiato a tal punto il Dnipro e i suoi affluenti che nel tardo pomeriggio del 6 giugno, nel negozio di alimentari di Oleksij, l’acqua arrivava già alla maniglia; il livello massimo misurato il giorno seguente nell’area è stato di 5,29 metri, questa domenica sono ancora 3,60.

Secondo il Ministero degli Interni ucraino, quasi ottanta insediamenti sarebbero finiti sott’acqua, quattordici dei quali nel territorio occupato dalla Russia sulla sponda sinistra del Dnipro. Anche nella città di Mykolaïv, quasi cento chilometri a nordovest di Cherson, c’è acqua nelle strade, e vicino a Odesa i tetti divelti delle case galleggiano nel Mar Nero.

Il Ministero della Salute mette in guardia dal rischio di malattie come il colera, a causa dell’acqua inquinata. Finora, riferisce il Ministero degli Interni di Kyïv, quasi duemilasettecento persone sono state evacuate dalla regione di Cherson, e circa mille dalla regione di Mykolaïv.

Ma anche se a essere colpite sono state pure altre aree, l’inondazione è un colpo particolarmente duro per la popolazione di Cherson. La città è stata conquistata e occupata dai soldati della Federazione Russa pochi giorni dopo l’invasione del febbraio del 2022. In molti qui si chiedono ancora cosa abbia sbagliato il governo ucraino per permettere che ciò accadesse con tale rapidità. Appena nel novembre dello scorso anno le truppe ucraine hanno riconquistato la città. E adesso, circa sei mesi dopo, gli abitanti assistono alla distruzione della diga di Kachovka. Lo sbarramento era controllato dai soldati di Mosca, perciò per le persone con cui parliamo a Cherson è chiaro che la responsabilità di ciò che è successo è dell’esercito di Putin.

Oleksij Gesin riceve una visita, un vecchio amico passa dal suo negozio, si ferma davanti alle vetrine scheggiate. Volodymyr ha sessantatré anni e non vuole rivelare il suo cognome. Fa vedere una piastrina che porta al collo, ha combattuto in Afghanistan per l’Unione Sovietica. Non vuole che qualcuno in Russia lo riconosca, i servizi segreti, dice. La paura che molte persone hanno della Russia è grande, da quando l’esercito di Putin ha occupato la città. Volodymyr vive proprio dall’altra parte della strada, dietro la farmacia, ed è uno dei pochi a essere fuori, in giro, questa domenica. Cherson sembra vuota, puoi camminare per diversi minuti senza incontrare anima viva. Volodymyr muove a malapena le labbra quando parla, dice che questa zona viene bombardata regolarmente dall’artiglieria.

I colpi arrivano dall’altra sponda del fiume, occupata dalla Russia. Quel giorno si sentiranno in continuazione i colpi sordi di proiettili di grosso calibro che vengono sparati e vanno a segno. «Ho trovato del latte, è ancora buono» urla Oleksij verso l’esterno del negozio. Il suo amico annuisce. Se qui è così pericoloso, ora con l’acqua per giunta, perché Volodymyr non se ne va? «Dove dovrei andare?» chiede. «I miei figli sono in Germania e in Svizzera, questa è casa mia».

Il settanta per cento dei suoi clienti è scappato, racconta al telefono Oleksij Gesin, più tardi quella sera, poco dopo aver chiuso il negozio. A non essersene andati, a fare ancora la spesa da lui, sono gli anziani, le persone con mobilità ridotta e quelle che non hanno un lavoro.

Volodymyr intanto può tornare a casa senza stivali di gomma. Ma perfino in quelle zone di Cherson dove le case sono raggiungibili solo in barca, perché il Dnipro ha allagato uno o più piani, alcune persone non vogliono andarsene.

Io non sento più le sirene, di Daniel Schulz, traduzione di Federico Scarpin_Bottega Errante Edizioni

Tratto da “Io non sento più le sirene” (Bottega Errante edizioni), di Daniel Schulz, 20 euro, 320 pagine.

L'articolo Gli ucraini di Kherson, e la resistenza dopo un disastro ambientale proviene da Linkiesta.it.

Ucraina, Casa Bianca all'Adnkronos: "Trump ha negoziato un ottimo accordo sul diesel, giù i prezzi per il mercato globale"

(Adnkronos) - Per la portavoce Taylor Rogers "abbassare i costi resta una priorità assoluta per il presidente". Invita, inoltre, "entrambe le parti del conflitto a cessare gli attacchi contro le raffinerie"

Festival della Diplomazia, 130 eventi per capire il mondo che cambia

(Adnkronos) - Dal 22 al 30 ottobre la XVII edizione della manifestazione, con appuntamenti in 38 sedi. In programma incontri su Cina, sicurezza europea, nuove tecnologie, energia e cooperazione internazionale, con diplomatici, rappresentanti delle istituzioni ed esperti

ONU, rapporto sull’inclusione sociale: Italia quartultima tra i Paesi europei ad alto reddito, Malta prima

15 Ottobre 2026 ore 21:18
ONU, rapporto sull’inclusione sociale: Italia quartultima tra i Paesi europei ad alto reddito, Malta prima

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Malta è prima, seguita da Irlanda e Danimarca. L’Italia, invece, è quartultima tra i 31 Paesi europei ad alto reddito esaminati. È uno dei risultati più sorprendenti del World Social Report 2026, presentato oggi alle Nazioni Unite dal Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali (UN DESA). Il rapporto introduce un nuovo indice, il Socially Inclusive Transformation (SIT), che misura quanto le trasformazioni economiche, digitali ed energetiche si traducano effettivamente in inclusione sociale.

Nella classifica europea dei Paesi ad alto reddito, Malta guida con 159,77 punti, seguita dall’Irlanda (156,98) e dalla Danimarca (155,58). L’Italia si ferma a 133,19 punti, dietro Croazia (134,93), Bulgaria (135,78) e Russia (136,39) e davanti solo a Grecia, Lettonia e Romania. Il risultato italiano deriva da 58,36 punti nell’indicatore delle trasformazioni e 74,83 in quello dell’inclusione.

Il dato più interessante riguarda però le grandi potenze. Stati Uniti e Cina figurano, insieme a Malta, Irlanda e Singapore, tra i cinque Paesi con i risultati migliori nelle trasformazioni economiche, digitali ed energetiche. Nessuno di questi cinque, tuttavia, compare tra i primi cinque per inclusione sociale, graduatoria guidata da Belgio, Finlandia, Islanda, Paesi Bassi e Svezia. Il messaggio dell’ONU è chiaro: innovazione e crescita non garantiscono automaticamente che i benefici raggiungano tutti i cittadini.

Sono le politiche pubbliche a determinare chi resta indietro. I numeri globali confermano l’allarme. Nel 2025 il 58% dei lavoratori era occupato nell’economia informale, il 27% delle giovani donne tra 15 e 24 anni non studiava né lavorava e 2,2 miliardi di persone non disponevano di accesso a Internet.

Inoltre, 887 milioni degli 1,1 miliardi di persone in povertà multidimensionale risultano esposti ad almeno un grave rischio climatico. Rinviare di dieci anni gli investimenti nella protezione sociale potrebbe comportare, secondo le simulazioni del rapporto, una perdita del 12% della produzione economica rispetto ai Paesi che intervengono tempestivamente.

Durante la conferenza stampa di giovedì al Palazzo di Vetro, alla quale sono intervenute Bjørg Sandkjær, sottosegretaria generale dell’ONU per il coordinamento delle politiche, e Rashmi Banga, responsabile del settore di ricerca sullo sviluppo dell’UN DESA, Italpress ha chiesto quale sia il loro ruolo concreto dopo aver individuato queste disuguaglianze: limitarsi a lanciare l’allarme col rapporto oppure aiutare direttamente i governi a correggerle? Dalla risposta è emerso che il compito principale del rapporto è identificare i problemi e indicare le priorità sulle quali i governi dovrebbero intervenire.

La conclusione dell’ONU è che investire nell’inclusione sociale non rappresenta soltanto una scelta di giustizia, ma anche una strategia economica per sostenere crescita e produttività.

-Foto Italpress-
(ITALPRESS).

Trump “La fucilazione del killer di Fort Hood non sarà trasmessa in diretta, anche se sarebbe stata un deterrente”

15 Ottobre 2026 ore 16:57
Trump “La fucilazione del killer di Fort Hood non sarà trasmessa in diretta, anche se sarebbe stata un deterrente”

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Ritengo che trasmettere l’esecuzione in diretta streaming avrebbe potuto rappresentare un forte deterrente, mostrando al mondo intero come l’America affronta i terroristi e la feccia come Hasan; tuttavia, molte persone perbene e animate da buone intenzioni preferirebbero non assistere alla sua morte, né tramite streaming né attraverso altri mezzi visivi”. Così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un post su Truth a proposito della fucilazione prevista per Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito statunitense, autore della strage a Fort Hood nel 2009.

“Nidal Malik Hasan, un ex maggiore dell’esercito statunitense trasformatosi in traditore, è un individuo spregevole e malvagio che ha ucciso 13 persone – tra cui una soldatessa incinta, deceduta insieme al figlio che portava in grembo – e ne ha ferite gravemente altre 32, tutte innocenti”, ha ricordato Trump.

“Il Federal Bureau of Investigation (Fbi) dell’amministrazione di Barack Hussein Obama intercettò comunicazioni elettroniche tra Hasan e il religioso radicale yemenita-americano Anwar al-Awlaki. Dopo averle esaminate, la task force antiterrorismo dell’Fbi concluse che le e-mail di Hasan non costituivano una minaccia”, ha proseguito.

“Tale valutazione, operata sotto l’amministrazione Obama, è stata in seguito considerata un grave fallimento dell’intelligence. Detto ciò, ritengo che trasmettere l’esecuzione in diretta streaming avrebbe potuto rappresentare un forte deterrente, mostrando al mondo intero come l’America affronta i terroristi e la feccia come Hasan; tuttavia, molte persone perbene e animate da buone intenzioni preferirebbero non assistere alla sua morte, né tramite streaming né attraverso altri mezzi visivi. L’esecuzione avrà luogo come previsto, mediante fucilazione, ma non sarà trasmessa in streaming. Ciononostante, i familiari più stretti delle vittime potranno, se lo desiderano, assistere all’esecuzione di persona. Hanno il diritto di vedere trionfare la giustizia”, ha concluso Trump.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

15 Ottobre 2026 ore 16:56

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica, l’Italia si racconta a New York

15 Ottobre 2026 ore 14:25
Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica, l’Italia si racconta a New York

NEW YORK (ITALPRESS) – Un Caravaggio mai esposto prima negli Stati Uniti e gli ottant’anni della Repubblica italiana celebrati nel Paese che festeggia il 250° anniversario della propria indipendenza. L‘Istituto Italiano di Cultura di New York ha inaugurato due mostre dedicate a momenti fondamentali dell’identità italiana: “Maria Maddalena in estasi” e “1946: The Birth of the Republic”. A presentarle il direttore dell’Istituto, Claudio Pagliara, insieme al console generale Giuseppe Pastorelli e al vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè.
xo9/mgg/azn (riprese video e interviste di Stefano Vaccara)

Turchia, Vigili del Fuoco al lavoro a Istanbul dopo piogge torrenziali

15 Ottobre 2026 ore 12:28
Turchia, Vigili del Fuoco al lavoro a Istanbul dopo piogge torrenziali

ISTANBUL (TURCHIA) (ITALPRESS) – Le squadre di ricerca e soccorso subacqueo dei Vigili del Fuoco turchi proseguono senza sosta le operazioni dopo le piogge torrenziali che si sono abbattute nell’area di Istanbul e che hanno provocato anche delle vittime. Per oggi le autorità hanno disposto la chiusura delle scuole e hanno diramato un’allerta per ulteriori rovesci.
lcr/gtr
(Fonte: account X ufficiale dei Vigili del Fuoco di Istanbul)

Esercito Iran “Stretto di Hormuz chiuso, conseguenze per chi lo attraversa senza permesso”

15 Ottobre 2026 ore 11:44
Esercito Iran “Stretto di Hormuz chiuso, conseguenze per chi lo attraversa senza permesso”

TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Il capo di Stato Maggiore dell’Esercito iraniano, ammiraglio Habibollah Sayyari, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è chiuso e che chiunque lo attraversi senza coordinamento “vedrà nelle notizie cosa gli succede”. Lo riporta la Tv al Jazeera.

Nel corso di un intervento, Sayyari ha affermato che le forze armate affronteranno le minacce del nemico affidandosi alle nuove attrezzature e alle capacità dei giovani. Ha inoltre sottolineato che la Marina dell’Esercito è schierata in forza sul lato orientale dello Stretto di Hormuz, dove esercita “pieno controllo e sorveglianza” sulla zona.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Ancora accuse di genocidio a Israele, senza prove

15 Ottobre 2026 ore 11:00

Navi Pillay

Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Navi Pillay ha indicato il bombardamento della clinica per la fertilità Al-Basma di Gaza come un fatto decisivo per definire genocidio la controffensiva di Israele nei confronti di Hamas. Secondo la giurista sudafricana, appena insignita del premio Nobel, il colpo avrebbe centrato deliberatamente la parte dove si trovavano gli embrioni. I soldati israeliani poi non sarebbero entrati a controllare la presenza di combattenti o armi di Hamas. Aggiunge Pillay che l’episodio le aveva ricordato il Ruanda, dove gli assassini hutu squarciavano il ventre delle donne tutsi incinte per impedire nuove nascite. Da qui la conclusione che si tratti di qualcosa di molto vicino all’annientamento di un gruppo, in questo caso i palestinesi.

I fatti accertati sono più circoscritti. Nel dicembre 2023 un colpo di artiglieria o di carro, attribuito a Israele, colpì la clinica Al-Basma a Gaza City, distruggendo i serbatoi di azoto liquido che contenevano circa 4.000 embrioni e circa 1.000 campioni di sperma e ovuli. Lo ha documentato Reuters nell’aprile 2024, sulla base delle dichiarazioni del direttore della clinica, Bahaeldeen Ghalayini, e di successive visite sul posto. Fu una perdita reale e grave per le coppie coinvolte. Ma lo stesso Ghalayini ha dichiarato di non sapere se il laboratorio fosse stato colpito in modo deliberato. L’embriologo della struttura ha usato formulazioni analoghe.

L’Idf ha affermato di non essere a conoscenza dello specifico attacco, di non colpire deliberatamente infrastrutture civili (incluse le cliniche) e di operare secondo il diritto internazionale per ridurre i danni ai civili. Ha chiesto l’orario preciso dell’episodio per poterlo verificare meglio. Israele non ha confermato di aver colpito la clinica e ha respinto le conclusioni della Commissione Onu presieduta da Pillay come politicamente predeterminate.

La Commissione, dal canto suo, aveva sostenuto che l’attacco fosse intenzionale, che non vi fossero prove di uso militare della struttura e che fosse volto a impedire le nascite, quindi un atto genocida. Le sue conclusioni si basano principalmente sulla testimonianza del direttore, che però non era in grado di risalire alle intenzioni degli attaccanti, sulle foto del danno interno e sulla convinzione che i comandi israeliani conoscessero la funzione delle strutture sanitarie.

Critici (tra cui analisi di UN Watch) hanno evidenziato l’assenza di data precisa, frammenti di munizione, analisi di traiettoria e il fatto che foto della zona mostrino danni significativi anche a edifici adiacenti. La clinica stessa risulta ancora in piedi, con danni concentrati all’interno.

Sul fronte di Hamas non risultano prove pubbliche che la clinica Al-Basma fosse usata come base, deposito o posizione di tiro. Non sono stati documentati tunnel sotto di essa. Esiste invece un contesto operativo chiaro: a dicembre 2023 il nord di Gaza City era zona di combattimenti intensi tra l’Idf e le forze di Hamas, con avanzate dei mezzi militari israeliani, eliminazione di miliziani e scoperta di tunnel e depositi nelle aree limitrofe. È documentato che Hamas abbia costruito e utilizzato tunnel sotto o nelle immediate vicinanze di diversi ospedali (Al-Shifa è il caso più verificato, con conferme del New York Times e dell’intelligence americana; analoghe evidenze riguardano l’Ospedale Europeo e altre strutture). Documenti interni di Hamas del marzo 2020 mostrano una politica deliberata di utilizzo delle strutture sanitarie a fini militari e di sicurezza.

Il paragone con il Ruanda si regge su una semplice analogia e non dimostra che gli israeliani si siano comportati come gli hutu. Lì si trattava di una campagna sistematica di sterminio, capillare ed esplicitamente genocida. Qui si tratta di un singolo colpo in una guerra urbana ad alta intensità, iniziata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Pillay potrebbe obiettare che la clinica sia solo un esempio e che il genocidio si giudichi sull’intento complessivo della campagna, non su un singolo episodio. Vero, ma allora è quel quadro complessivo a dover essere dimostrato, e l’episodio indicato come decisivo non basta a reggerlo.

La distruzione degli embrioni è un fatto. Che sia stata deliberatamente mirata agli embrioni con intento di annientare il gruppo palestinese resta un’interpretazione della Commissione di Pillay, non basata su elementi documentali definitivi. Questo non sottrae Israele a ogni responsabilità per danni collaterali in zone di combattimento, né cancella la tragedia individuale. Indica però che trasformare un episodio di questo tipo in prova di genocidio richiede elementi più solidi di quelli finora presentati da Pillay.

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Caravaggio a New York, Mulè “Celebriamo il genio italiano e valori Repubblica”

15 Ottobre 2026 ore 10:03
Caravaggio a New York, Mulè

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “L’Assemblea Costituente costituisce il germe da cui poi nascerà la Costituzione italiana, ed è un momento fondamentale in cui parti che, fino al giorno prima, litigavano in maniera anche furiosa, riescono a trovare una sintesi e a produrre la Costituzione italiana”. Lo ha detto il vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè, in occasione dell’inaugurazione, all’Istituto Italiano di Cultura di New York. di due mostre dedicate a momenti fondamentali dell’identità italiana: Maria Maddalena in estasi e 1946: The Birth of the Republic.
“‘La Maddalena in estasi’ – dice Mulè – rappresenta un quadro che solo di recente, nel 2014, è stato attribuito a Caravaggio, un’opera straordinaria: per la prima volta arriva negli Stati Uniti d’America ed è la gemma che impreziosisce gli 80 anni dell’Assemblea Costituente. In questo, l’Istituto di Cultura dimostra ancora una volta di saper coniugare tradizione, cultura, istituzioni, e lo fa con un dipinto straordinario che prima di adesso l’America non aveva mai visto”.

xo9/mgg/gtr
(Riprese e intervista di Stefano Vaccara)

Caravaggio a New York, Pagliara “Biglietto da visita grandezza dell’Italia”

15 Ottobre 2026 ore 09:12
Caravaggio a New York, Pagliara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Vedete la bellezza e anche la spiritualità di questo capolavoro di Caravaggio, la Maddalena in estasi. L’abbiamo dirottata a New York per 3 settimane, perché pensiamo che un’opera così importante, di un maestro della nostra arte migliore, sia un biglietto da visita per mostrare al pubblico americano la grandezza dell’Italia che tutto il mondo ci ammira”. Lo ha detto il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, Claudio Pagliara, a margine dell’inaugurazione della mostra di Maria Maddalena in estasi, opera di Caravaggio mai esposta prima negli Stati Uniti.

xo9/mgg/mca1

(Video e intervista di Stefano Vaccara)

Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica italiana in mostra a New York / Video

15 Ottobre 2026 ore 08:57
Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica italiana in mostra a New York / Video

di Stefano Vaccara

NEW YORK (ITALPRESS) – Un Caravaggio mai esposto prima negli Stati Uniti e gli ottant’anni della Repubblica italiana celebrati nel Paese che festeggia il 250° anniversario della propria indipendenza. L‘Istituto Italiano di Cultura di New York ha inaugurato mercoledì sera, davanti a un pubblico numerosissimo che ha riempito completamente la sala, due mostre dedicate a momenti fondamentali dell’identità italiana: Maria Maddalena in estasi e 1946: The Birth of the Republic. A presentarle il direttore dell’Istituto, Claudio Pagliara, insieme al console generale Giuseppe Pastorelli e al vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè. Presenti anche l’ambasciatore italiano alle Nazioni Unite Giorgio Marrapodi e il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. “Due momenti di trasformazione e rinnovamento”, li ha definiti Pagliara, sottolineando come arte e storia possano raccontare l’Italia contemporanea.

Pastorelli ha svelato il retroscena dell’arrivo del Caravaggio a Manhattan. Il dipinto si trovava a Berlino ed era destinato a Guadalajara, in Messico, per un’esposizione collegata alla grande fiera internazionale del libro, dove l’Italia sarà protagonista. Durante il trasferimento, grazie a un’intuizione di Pietro Folena e dell’organizzazione Metamorfosi, si è presentata l’opportunità di una tappa americana.

“Sono occasioni che non si possono perdere”, ha spiegato il console, evidenziando l’importanza della collaborazione tra Consolato, Istituto di Cultura, istituzioni e imprese italiane per realizzare iniziative altrimenti impossibili.

Il momento centrale della serata è stato l’intervento di Mulè, che ha collegato le due esposizioni attraverso il valore della cultura come strumento di diplomazia.

“La cultura è la più alta espressione della nostra identità e una delle maggiori risorse nelle relazioni internazionali”, ha affermato, ricordando che gli Istituti Italiani di Cultura non promuovono soltanto arte, letteratura e musica, ma favoriscono il dialogo tra popoli.

Soffermandosi sulla Maddalena in estasi, attribuita a Caravaggio dalla storica dell’arte Mina Gregori nel 2014, Mulè ha invitato a riscoprire il valore della contemplazione. In un’epoca dominata dalla produzione frenetica di immagini, fermarsi davanti a un solo dipinto significa vivere un’esperienza emotiva e intellettuale profonda.

Il vicepresidente della Camera ha descritto la Maddalena con la testa reclinata, gli occhi chiusi e le lacrime sul volto: un’immagine nella quale “il dolore incontra l’abbandono spirituale”. Non una semplice scena religiosa, ma la rappresentazione di un’esperienza interiore universale.

Passando alla mostra sulla nascita della Repubblica, Mulè ha proposto un parallelo tra la storia costituzionale italiana e quella americana, richiamando Thomas Jefferson e i principi di libertà, democrazia e ricerca della felicità della Dichiarazione d’indipendenza del 1776.
Ha quindi ricordato il lavoro dell’Assemblea Costituente italiana, dove generazioni e culture politiche differenti riuscirono a costruire insieme le fondamenta democratiche del Paese. Particolare attenzione è stata dedicata alle donne e a Teresa Mattei, tra le protagoniste di quella stagione.

Il passaggio più significativo ha riguardato Giorgio La Pira, futuro sindaco di Firenze, e un episodio del dicembre 1947, durante le ultime discussioni sulla Costituzione. Il deputato cattolico propose di inserire nel testo un preambolo che richiamasse esplicitamente Dio.
Per Mulè, quell’episodio rappresenta lo spirito della Costituente: la capacità di ascoltare posizioni diverse, confrontarsi e trovare un consenso politico rispettoso delle minoranze e del dialogo tra maggioranza e opposizione.

“We the People”, recita il preambolo della Costituzione americana. “La sovranità appartiene al popolo”, stabilisce quella italiana. Due formule che, ha osservato Mulè, esprimono un fondamento comune: la libertà e la democrazia appartengono ai cittadini.

Pastorelli ha inoltre annunciato una prossima iniziativa alle Nazioni Unite, con Fedriga e la rappresentanza italiana, dedicata al ruolo di Trieste come centro internazionale della ricerca scientifica. Al centro, l’esperienza del Centro internazionale di fisica teorica, nato anche grazie all’impegno del premio Nobel Abdus Salam, esempio di cooperazione scientifica aperta ai ricercatori del Sud globale.

In chiusura Pagliara ha ricordato che le celebrazioni americane proseguiranno con un omaggio a un italiano legato a Jefferson e ai principi di uguaglianza.

La serata è proseguita con il taglio del nastro e la visita alle due esposizioni.

– foto xo9/Italpress –

(ITALPRESS).

Nuovo attacco russo in Ucraina, tre morti e sei feriti a Kropyvnytskyi. Zelensky “Riprenderemo a colpire le raffinerie di Mosca”

15 Ottobre 2026 ore 07:46
Nuovo attacco russo in Ucraina, tre morti e sei feriti a Kropyvnytskyi. Zelensky “Riprenderemo a colpire le raffinerie di Mosca”

ROMA (ITALPRESS) – Un nuovo attacco aereo da parte dellla Russia contro la città di Kropyvnytskyi, nell’Ucraina centrale. Il bilancio è di almeno tre morti e sei feriti. L’attacco ha colpito soprattutto infrastrutture logistiche e di trasporto, oltre a stabilimenti industriali. L’entità dei danni è ancora da definire. Intanto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un’intervista al Financial Times, ha dichiarato che “L’Ucraina riprenderà gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe”.

– foto di repertorio IPA Agency –

(ITALPRESS).

Tajani “La scelta Usa sul diesel non aiuta a portare Putin al tavolo della pace”

14 Ottobre 2026 ore 15:20
Tajani “La scelta Usa sul diesel non aiuta a portare Putin al tavolo della pace”

ROMA (ITALPRESS) – La scelta degli Stati Uniti di revocare le sanzioni sul diesel russo “non agevola” gli sforzi in corso per portare Putin al tavolo della pace. E’ quanto osservato dal vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, rispondendo alle domande dei giornalisti in un punto stampa congiunto con il presidente della Repubblica Dominicana Luis Abinader.

“Credo che l’unità dell’Occidente sia fondamentale. L’Europa ieri ha deciso di infliggere nuove sanzioni a oltre 1.500 appartenenti alla rete della difesa russa. Non credo che la scelta americana agevoli in questa situazione, che punta a portare Putin al tavolo della pace”, ha dichiarato Tajani.

Il titolare della Farnesina ha poi detto di condividere le parole del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, che ha definito “molto rischiosa” la scelta dell’amministrazione Trump. “Quindi condivido le parole del presidente del Consiglio, è una decisione che abbiamo preso in comune. Mi aveva consultato ieri su questa posizione e naturalmente ha trovato il mio pieno sostegno”, ha concluso Tajani.

(ITALPRESS).
-Foto screenshot da video ufficio stampa Farnesina-

Trump vuole espellere Ilhan Omar, la deputata dem molto critica verso di lui

15 Ottobre 2026 ore 07:33

Ilhan Omar

L’amministrazione Trump vuole costruire un caso per revocare la cittadinanza americana a Ilhan Omar e arrivare, in prospettiva, alla sua espulsione dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui l’indagine federale sulla deputata democratica del Minnesota si concentra sulle modalità con cui ottenne la cittadinanza nel 2000, dopo essere arrivata negli Stati Uniti dalla Somalia.

Lunedì gli agenti federali hanno perquisito la sua abitazione a Washington, a tre settimane dalle elezioni di metà mandato, nelle quali Omar cerca la rielezione. Hanno sequestrato, secondo fonti citate dal quotidiano, il telefono cellulare, alcuni computer, quaderni e il passaporto della deputata. Gli investigatori hanno inoltre emesso più di una dozzina di mandati di comparizione, anche nei confronti di alcuni suoi familiari, per raccogliere testimonianze davanti a un gran giurì in Minnesota.

Al centro dell’inchiesta c’è un dubbio sull’età dichiarata da Omar o dal padre, Nur Omar Mohamed, nelle pratiche per l’immigrazione. La questione è rilevante perché, se la futura deputata avesse avuto 17 anni anziché 18 quando il padre presentò la domanda di cittadinanza, avrebbe potuto ottenerla automaticamente come figlia minorenne, senza dover seguire una procedura autonoma.

Omar, nata a Mogadiscio nel 1982 e arrivata negli Stati Uniti nel 1995 da un campo profughi in Kenya, ha sempre respinto le accuse di frode migratoria. Il presidente Donald Trump «vorrebbe eliminare una delle voci progressiste più efficaci del Congresso. Non c’è alcun fondamento», ha dichiarato il suo ufficio mercoledì.

La vicenda si inserisce nella più ampia offensiva dell’amministrazione contro i cittadini naturalizzati. Secondo il Wall Street Journal, il governo ha avviato oltre 200 cause per revocare la cittadinanza, in una campagna che prende di mira persone condannate per reati e altri soggetti accusati di aver mentito durante la procedura di naturalizzazione. Prima del secondo mandato di Trump, questi procedimenti erano rari: il governo federale ne avviava generalmente una dozzina o meno all’anno.

La revoca, tuttavia, non può essere disposta unilateralmente dall’esecutivo. Il dipartimento di Giustizia deve rivolgersi a un tribunale federale e dimostrare che il cittadino abbia fornito informazioni false e rilevanti per ottenere la naturalizzazione. Secondo Leon Fresco, ex alto funzionario del dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Obama citato dal Wall Street Journal, il caso sarebbe più semplice da sostenere se emergessero prove che Omar abbia mentito personalmente sulla propria età. In ogni caso, ha avvertito, il governo non si muove su un terreno giuridico consolidato.

La deputata è da anni uno dei bersagli preferiti dei repubblicani. Trump ha ripetutamente chiesto la sua espulsione e rilanciato accuse, mai dimostrate, secondo cui avrebbe sposato il fratello per favorirne l’ingresso negli Stati Uniti. L’inchiesta federale comprende anche verifiche sulle sue dichiarazioni patrimoniali, nonostante un organismo indipendente del Congresso l’avesse già scagionata da contestazioni relative a una precedente comunicazione del suo patrimonio.

La perquisizione apre dunque un nuovo fronte nello scontro politico tra la Casa Bianca e una delle figure più riconoscibili della sinistra democratica americana. Ma tra l’indagine e la revoca della cittadinanza resta un passaggio decisivo: la prova giudiziaria di una frode.

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L’Asia scopre che il boom dell’intelligenza artificiale non basta a proteggerla

15 Ottobre 2026 ore 07:23

Un drone parte per una consegna a Shenzhen, in Cina (AP/LaPresse)

L’Asia continuerà a crescere, ma dovrà fare i conti con rischi sempre più difficili da contenere. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’economia della regione aumenterà del 4,8 per cento nel 2026 e del 4,4 per cento nel 2027, dopo il 5 per cento registrato nel 2025. Le nuove stime, pubblicate giovedì durante gli incontri annuali del Fondo e della Banca mondiale a Bangkok, sono migliori di quelle formulate in aprile, ma indicano comunque un rallentamento. A preoccupare sono soprattutto gli effetti della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e la possibilità che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si ridimensioni bruscamente.

Secondo il rapporto del Fmi, i rischi per le prospettive economiche restano orientati al ribasso. Un prolungamento del conflitto mediorientale potrebbe mantenere elevati i prezzi delle materie prime e ridurre le riserve di petrolio, alimentando le pressioni inflazionistiche. Per i Paesi asiatici, molti dei quali dipendono dalle importazioni energetiche, il rincaro del petrolio si traduce in costi maggiori per imprese e famiglie e in una minore capacità di sostenere i consumi.

La frenata sarà più evidente nelle economie emergenti della regione, che restano il principale motore della crescita asiatica. Il Fmi stima per loro un’espansione del 5,1 per cento nel 2026, contro il 5,6 per cento del 2025. Le economie asiatiche avanzate, invece, dovrebbero accelerare dal 2,5 al 3,2 per cento, soprattutto grazie alla spinta del settore dell’intelligenza artificiale.

È proprio questa dipendenza a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Una correzione della domanda di tecnologie legate all’AI potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti in Asia, dove si concentra una parte rilevante della filiera produttiva: dai semiconduttori ai componenti elettronici, fino alle infrastrutture necessarie per alimentare e sviluppare i nuovi sistemi. Un rallentamento degli investimenti rischierebbe quindi di propagarsi dalle aziende tecnologiche al resto dell’economia.

I segnali di nervosismo sono già visibili sui mercati. E a pesare sono state anche le indicazioni di un’inflazione statunitense più sostenuta del previsto, che hanno alimentato le aspettative di tassi d’interesse più elevati.

Il secondo fronte di rischio riguarda il debito. Il rialzo dei rendimenti sui mercati internazionali può trasmettersi alle obbligazioni asiatiche, aumentando i costi di finanziamento per governi e imprese. Le tensioni sui titoli di Stato di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Paesi dell’Eurozona potrebbero così ripercuotersi sull’intera regione.

Il problema è che molti Paesi asiatici devono già fare i conti con livelli di debito pubblico e fabbisogni di finanziamento elevati. Un irrigidimento improvviso delle condizioni finanziarie aumenterebbe la spesa per gli interessi, riducendo le risorse disponibili per gli investimenti e le politiche economiche. Anche l’incertezza sull’orientamento futuro della Federal Reserve contribuisce alla volatilità dei mercati valutari e dei flussi di capitale. Il Fmi segnala che, dopo lo shock energetico, diverse economie emergenti hanno già subito pressioni al ribasso sulle proprie valute.

Per Krishna Srinivasan, direttore del dipartimento Asia-Pacifico del Fondo, la priorità delle banche centrali deve restare la stabilità dei prezzi. Gli istituti monetari dovrebbero essere pronti a inasprire la politica monetaria nei Paesi in cui le aspettative d’inflazione sono meno stabili o le pressioni sui prezzi risultano persistenti, preservando al tempo stesso la propria indipendenza.

Anche i governi hanno margini di manovra limitati. Con il debito ancora superiore ai livelli precedenti alla pandemia, il Fondo invita a evitare sussidi generalizzati ai carburanti e controlli sui prezzi, misure che rischiano di diventare costose e poco efficaci. Gli interventi fiscali, sostiene l’Fmi, dovrebbero essere temporanei e mirati alle fasce più esposte.

La resilienza dimostrata finora dall’Asia, dunque, non è una garanzia per il futuro. La regione deve affrontare contemporaneamente uno shock energetico, condizioni finanziarie più restrittive e l’incertezza legata a uno dei principali motori della crescita recente. La sfida sarà evitare che queste pressioni si rafforzino a vicenda, trasformando un rallentamento gestibile in una frenata più profonda.

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Zelensky ha detto di sentirsi tradito da Trump

15 Ottobre 2026 ore 07:09

Volodymyr Zelenskyy

Volodymyr Zelensky si sente tradito da Donald Trump. In un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, il presidente ucraino ha criticato il riavvicinamento della Casa Bianca a Mosca, accusando il leader americano di scegliere una parte diversa da quella di Kyjiv. «È doloroso quando il presidente Trump sceglie una parte, non la nostra», ha detto. E alla domanda se si senta tradito, ha risposto: «Davvero, sì».

A preoccupare Kyjiv sono l’accordo annunciato da Trump per la fornitura di diesel russo e il possibile indebolimento del sostegno americano, a partire dalla condivisione delle informazioni di intelligence. «Stiamo perdendo un partner forte», ha avvertito Zelensky, precisando che non è l’Ucraina a essere responsabile di questa situazione. «Non possiamo permetterci di essere deboli». Il presidente ha poi criticato i consiglieri del tycoon, convinto che lo stiano spingendo nella direzione sbagliata: «Questa non è la parte giusta della storia».

A rendere più difficile la situazione ci sono anche le restrizioni introdotte da SpaceX alle comunicazioni satellitari utilizzate dalle forze ucraine. Zelensky ha definito un «grosso errore» le limitazioni a Starlink e ha chiesto a Elon Musk di ripristinare il servizio, avvertendo che in caso contrario «moriranno delle persone». Le restrizioni alla rete satellitare rischiano infatti di compromettere alcune operazioni militari ucraine, soprattutto il contrasto ai droni russi più veloci.

Intanto, Mosca ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Secondo Kyjiv, negli ultimi tre giorni le forze ucraine non hanno attaccato impianti energetici russi, dopo aver accolto la proposta americana di una tregua. Gli attacchi russi hanno invece colpito centrali elettriche e infrastrutture civili, lasciando centinaia di migliaia di persone senza elettricità. Nonostante le tensioni con Washington, Zelensky ha ribadito di essere pronto a un cessate il fuoco e di voler continuare a contare sulla partnership con gli Stati Uniti.

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L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

15 Ottobre 2026 ore 07:00

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.

Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.

Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.

Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.

«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.

Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.

Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo. 

A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.

Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.

Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.

Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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L’Ucraina colpisce Yandex e i bot russi spariscono? Cosa dicono davvero i dati sulla propaganda online

(Adnkronos) - Tre attacchi ai data center del colosso tecnologico russo, un crollo del 94% del traffico automatico e la sensazione che sui social siano diminuiti i messaggi filorussi. Da Calenda al prof. Quattrociocchi, il dibattito arriva al cuore della guerra dell’informazione. E la storia è più complessa

Ucraina, Zelensky “Trump sta scegliendo la parte sbagliata, è doloroso”

14 Ottobre 2026 ore 20:52
Ucraina, Zelensky “Trump sta scegliendo la parte sbagliata, è doloroso”

KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – “E’ doloroso il fatto che il presidente Trump scelga una parte che non sia la nostra”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intervistato sul suo canale Youtube dal conduttore britannico Piers Morgan. Alla domanda se si sentisse tradito da Trump, il leader ucraino ha risposto: “In realtà, sì…ma la questione è un po’ più complessa delle mie semplici emozioni o dei miei sentimenti”. Il riferimento è all’accordo raggiunto dagli Usa sul diesel con Vladimir Putin e la cosiddetta tregua energetica. “Credo che i consiglieri di Trump si sbaglino. Non so chi lo stia spingendo verso la parte sbagliata della storia. È un peccato che stiamo perdendo un partner forte. Se penso di perdere l’America? Sì, ma non per colpa nostra. Non possiamo permetterci di essere deboli”.

Zelensky ha anche definito un “grave errore” la decisione di limitare il servizio Starlink in Ucraina, gestito da SpaceX di Elon Musk. Kiev ha fatto sapere oggi che l’accesso ai terminali Starlink è stato fortemente ridotto, ostacolando così le operazioni di combattimento.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Corazza “Importante avere una Ue sempre più forte e sempre meno ricattabile”

14 Ottobre 2026 ore 19:52
Corazza

ROMA (ITALPRESS) – “In un mondo sempre più polarizzato tra autocrazia e democrazie liberali, con le autocrazie che minacciano la solidità delle nostre democrazie, è importante avere una Unione Europea sempre più forte, sempre meno ricattabile, quindi autonoma e indipendente”: lo ha detto Carlo Corazza, capo dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, in occasione della presentazione della XVII edizione del Festival della Diplomazia, in programma dal 22 al 30 ottobre a Roma.

xc3/fsc/azn

Festival della Diplomazia, Massolo “Riflessione corale su ‘cosa viene dopo’”

14 Ottobre 2026 ore 19:37
Festival della Diplomazia, Massolo

ROMA (ITALPRESS) – “Questo Festival, nel tempo, è diventato una straordinaria piattaforma di ambasciate, di aziende, di università, di istituzioni, di giovani. Il titolo di questa edizione è ‘cosa viene dopo’, è quello che ci chiediamo tutti: viviamo in un’epoca turbolenta, mancano i riferimenti, è normale chiedersi e riflettere e cosa c’è di meglio che riflettere in un contesto che vede tra i partecipanti diplomatici, politici, giovani, mondo dell’accademia, delle aziende. La riflessione deve essere corale”. Lo ha detto l’ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente del Comitato Scientifico del Festival della Diplomazia, in occasione della presentazione della XVII edizione del Festival, in programma dal 22 al 30 ottobre.

xc3/fsc/azn

Festival della Diplomazia, Bartolomucci “Sarà l’edizione più ricca di sempre”

14 Ottobre 2026 ore 19:23
Festival della Diplomazia, Bartolomucci

ROMA (ITALPRESS) – “Sarà l’edizione più bella e ricca di sempre, circa 120 eventi in 38 location della città di Roma, 8 università che partecipano ai nostri lavori, abbiamo tantissime residenze e ambasciate che aprono al pubblico e soprattutto avremo dei dibattiti che hanno una forte connotazione su quello che è il futuro”. Lo ha detto Giorgio Bartolomucci, Segretario Generale del Festival della Diplomazia, in occasione della presentazione della XVII edizione del Festival, in programma dal 22 al 30 ottobre.
xc3/fsc/azn

Cina, nell’Anhui l’attraversamento pedonale è con segnali luminosi e vocali

14 Ottobre 2026 ore 17:49
Cina, nell'Anhui l'attraversamento pedonale è con segnali luminosi e vocali

Questo attraversamento pedonale si illumina di rosso e verde, sincronizzandosi con i semafori nelle ore notturne a Huaibei, nella provincia orientale cinese dell’Anhui. Il sistema intelligente guida anche i pedoni con avvisi vocali. (XINHUA/ITALPRESS)
mec/lcr
(Fonte video: Xinhua)

Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

7 Luglio 2026 ore 12:00

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

Attentato di Monaco, trovata morta a Kiev la donna sospettata dell’attacco all’oligarca Ermolaev: uccisa a colpi d’arma da fuoco

7 Luglio 2026 ore 10:30

È stata trovata morta vicino Kiev, dove sarebbe stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il corpo di Anastasia Berezovska, trentanovenne di nazionalità ucraina ma residente in Germania, considerata la principale sospettata dell’attentato dinamitardo di lunedì 29 giugno nel Principato di Monaco che ha gravemente ferito l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, la compagna e il figlio 13enne, è stato trovato privo di vita nei pressi della capitale dell’Ucraina. A riferirlo è il quotidiano ucraino Ukrainska Pravda citando le forze dell’ordine locali: il cadavere di Anastasia Berezovska è stato scoperto nella tarda serata del 6 luglio e, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua morte, sarebbero già state arrestate due persone. Si tratta di un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine.

Nei confronti di Berezovska la Procura di Monaco aveva emesso un mandato d’arresto, notificato poi all’Interpol. La 39enne ucraina era stata inizialmente scambiata per un uomo a causa dei vestiti indossati: prima dell’attacco dinamitardo, come emerso dalle indagini condotte nel Principato, Berezovska avrebbe compiuto diversi sopralluoghi nei giorni e nelle ore precedenti l’attentato davanti alla casa dell’oligarca ucraino. Dopo aver piazzato la bomba era poi fuggita in Francia e da lì in Italia utilizzando un’auto recuperata a Beausoleil, in Francia, al confine con Monaco, dove era arrivata a piedi dopo l’attentato. Dal nostro Paese si sarebbe diretta verso la vicina Svizzera, per poi scomparire fino alla tarda serata di lunedì, quando il suo corpo è stato rinvenuto nei dintorni di Kiev.

La pista privilegiata dalla Procura di Monaco è quella di un’azione dimostrativa dei servizi segreti ucraini, per dare un segnale a tutti gli oligarchi come Ermolaev, quelli noti come “Battaglione Monaco” per la scelta di rifugiarsi nel Principato per sfuggire alle rappresaglie di Kiev. Ermolaev, dal 2019 in possesso di un passaporto cipriota, dal dicembre 2023 è sottoposto a sanzioni con un decreto del Consiglio di sicurezza nazionale ucriaino: il provvedimento, della durata di 10 anni, impone tra le altre cose il congelamento totale degli asset finanziari. L’accusa nei confronti dell’imprenditore riguarda le sue condotte illecite in Crimea: è nella regione ucraina sotto occupazione russa e dal 2014 annessa illegalmente da Mosca dopo un referendum farsa che le aziende di Ermolaev continuava a vendere propri prodotti, in particolare alcolici, nonostante il divieto imposto dal governo ucraino. Ermolaev ha sempre respinto ogni addebito, negando qualsiasi legame con la Crimea e col Cremlino.

“Carburante fino a maggio. Dopo non so, nessuno lo sa”, l’avviso di O’Leary ad di Ryanair. Il Paese che rischia di più

23 Aprile 2026 ore 10:09
"Per maggio le compagnie petrolifere rassicurano, ma su giugno non abbiamo certezze”. Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair fa il punto sulla crisi del cherosene provocato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Se la guerra in Medio Oriente dovesse perdurare...

Camion supera lo spartitraffico e si schianta contro una betoniera: il video

22 Aprile 2026 ore 14:20
Un grave incidente tra due camion ha sconvolto un’autostrada della California, dove uno dei mezzi pesanti ha sfondato la barriera centrale e ha invaso la corsia opposta, finendo contro un camion utilizzato per il trasporto di cemento. Il violento scontro frontale ha provocato una esplosione...

Macron apre la seconda fase della battaglia sull'aborto: "Entri nella carta dei diritti Ue"

Cerimonia a Parigi per il sigillo sulla norma che inserisce l'aborto nella Costituzione francese. Intanto allo State of the Union, Biden ne fa una bandiera, promettendo il contro-ribaltamento della Roe v. Wade

L'Africa di fronte a un grande test democratico

Il continente africano si prepara a numerose consultazioni elettorali, regolari o anticipate, tra cui nove elezioni presidenziali. Il futuro della democrazia dipenderà da due condizioni

Oltre 230 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali

Nella Giornata internazionale della Donna voglio ricordare che questa pratica causa gravi complicanze e persino la morte. I rischi più diretti sono emorragie, shock settico, infezioni, ritenzione urinaria e forte dolore

Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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