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Cnn: “L’Ucraina ha quasi esaurito i missili intercettori per i Patriot”. Senza le forniture Usa sarà impossibile fermare i raid russi

17 Agosto 2026 ore 19:11

I timori di Volodymyr Zelensky sulla mancanza di missili intercettori stanno diventando realtà. Proprio per questo era volato a Washington per chiedere a Donald Trump l’autorizzazione a fare accordi con Lockheed Martin sulla co-produzione di munizionamento per i sistemi Patriot in dotazione all’esercito ucraino. Il ‘no’ del tyccon, però, ha colpito con più forza di qualsiasi raid russo. E adesso Cnn rivela che i missili in mano all’Ucraina sono quasi terminati, col rischio che il Paese presto non possa più difendersi dagli attacchi balistici di Mosca.

Secondo quanto riferito dall’emittente, che per la prima volta dall’inizio della guerra ha avuto accesso a una batteria di Patriot in territorio ucraino, il lanciatore visitato è fermo con i suoi 16 tubi vuoti. Un ingegnere ucraino che si occupa del sistema, identificato solamente con il nome di Dmytro per motivi di sicurezza, ha precisato che il sistema non viene utilizzato ormai da settimane, proprio a causa dello scarso munizionamento.

La lunga offensiva russa, che a febbraio entrerà nel suo quinto anno, ha evidentemente saturato, seppur gradualmente, le difese di Kiev, nonostante il sostegno offerto sia dei Paesi europei sia, appunto, dell’alleato americano. Ma diversi fattori hanno contribuito al graduale esaurimento dei missili per i Patriot. Come detto, c’è la durata della guerra contro un avversario dalle capacità militari nettamente superiori. C’è poi il fatto che a fornire i Patriot e il munizionamento sono gli americani che, con il cambio di inquilino alla Casa Bianca, hanno assunto una posizione meno netta riguardo al sostegno all’Ucraina. Infine, la guerra in Medio Oriente e le esigenze di sicurezza del blocco europeo hanno fatto sì che la domanda internazionale di sistemi di difesa e del relativo munizionamento sia esplosa. Zelensky questo lo sapeva bene e per questo, dopo i primi attacchi americani e israeliani contro l’Iran, aveva predetto che il conflitto in Medio Oriente avrebbe tolto attenzione e risorse alla causa ucraina. In questo senso, la recente risposta di Trump a chi gli ha chiesto dell’invio dei Patriot all’esercito di Zelensky è inequivocabile: “Gli servono i missili? Gliene abbiamo dati tanti, servono anche a noi”.

Per rendere l’idea del consumo enorme delle munizioni per i Patriot, il Foreign Policy Research Institute ha calcolato che solamente nei primi quattro giorni di guerra in Medio Oriente sono stati utilizzati in media 225 intercettori al giorno. Nel 2025, Lockheed Martin ne ha realizzati 620, 1,7 al giorno. Un ritmo, quello dei conflitti in corso, che ha eroso velocemente le scorte americane.

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Russia-Ucraina: caro Corriere, se vogliamo la pace riflettiamo (anche) sugli errori dell’Europa

17 Agosto 2026 ore 17:35

russia ucraina

Se provate a scorrere un giornale assolutamente affidabile come l’Ukrainska Pravda, forse il più deciso nel denunciare gli scandali di corruzione all’interno del governo ucraino, noterete facilmente che tutte le azioni dell’Ucraina contro la Russia sono raccontate come successi e come imprese puramente belliche, mentre tutti gli attacchi russi vengono sottostimati nei risultati e comunque descritti solo attraverso le vittime civili. Un esempio dalla prima pagina di oggi: “Lo stato maggiore ucraino mostra il colpo contro un impianto petrolifero russo: due laboratori distrutti e quattro danneggiati” contro “La Russia attacca le infrastrutture portuali nella regione di Odessa, danneggiate navi civili, ferite quattro persone”.

Che lo facciano i media ucraini è più che comprensibile. Sarebbe incredibile se non lo facessero, vista anche la necessità di sostenere il morale della popolazione che da quattro anni e mezzo resiste all’invasione russa. È molto meno comprensibile, per usare un eufemismo, che lo facciano i media nostrani, che cercano ogni giorno di “venderci” una versione dei fatti unidimensionale: il bianco tutto di qua, il nero tutto di là; le vittorie tutte ucraine, le sconfitte tutte russe. Non solo. Abbiamo fatto notare ieri, parlando dell’attentato in cui una donna al soldo dei servizi segreti ucraini ha eliminato a Sebastopoli un ex ufficiale della marina ucraina poi passato ai russi, che tutti i giornali si sono sbrigati ad aggiungere una postilla sul fatto che la versione dei fatti disponibile è quella russa e che non c’è una versione “indipendente”. Anche Wikipedia fa così, per esempio su tutti gli attentati con cui sono stati eliminati alti ufficiali russi. Ma nessun giornale ha chiesto una versione “indipendente” dei fatti successivi all’attentato di Montecarlo contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, con la bomba piazzata da una certa Anastasia Berezovska, ucraina, fuggita a Kiev subito dopo e dopo un paio di giorni assassinata a colpi di pistola, mentre le autorità arrestavano un ufficiale di polizia e uno dei servizi segreti. In quel caso, quel che dicevano gli ucraini era più che sufficiente.

E così via. Com’è ovvio (anche se tocca ripeterlo ogni volta, visto il clima), nessuno può perdonare alla Russia la decisione di invadere l’Ucraina, qualunque fosse la ragione che, nell’ottica del Cremlino, sembrava giustificarla. Ma un racconto tanto parziale dei fatti, così totale e pervasivo da non poter essere che deciso a tavolino (il primo colpo di gong lo diede Ursula von der Leyen quando, nel settembre del 2022, già parlò di industria militare russa “a pezzi” e di militari costretti a usare i microchip delle lavatrici per far volare i missili) non solo è inevitabilmente destinato a lasciare perplessi i lettori non schierati o comunque ancora vogliosi di riflettere (come può essere che una Russia che da quattro anni e mezzo va incontro a disastri di ogni tipo stia ancora in piedi e, anzi, avanzi?) ma autorizza qualunque interpretazione.

La nostra è questa: l’Europa ha davvero pensato che una clamorosa sconfitta della Russia fosse a portata di mano. E si è davvero illusa di poterla ottenere in fretta, insieme con i dividendi politici del caso. Un pensiero sostenuto peraltro dagli “esperti”. Cosicché l’input politico, condiviso da quasi tutti i governi dei Paesi membri, è stato quello di diffondere quel pensiero. Non hanno forse provato a farci credere, per fare solo un esempio, che il gasdotto Nord Stream, di proprietà anche russa, la gallina dalle uova d’oro del Cremlino, era stato fatto saltare dai russi? Il tono dei commenti di allora si può rilevare facilmente dagli articoli della stampa specializzata in affari europei (“Le cause delle perdite registrate sono ancora da accertare, ma molte delle ipotesi conducono all’idea che i danni alle tubature siano dovute a un ennesimo tentativo del regime russo di fare pressioni sui governi europei sfruttando le forti dipendenze dal gas in arrivo da lì”), mentre Von der Leyen, Charles Michel e Josep Borrell, i massimi dirige nei Ue di allora, promettevano indagini veloci e rigorose che, ovviamente, non sono mai state condotte, viste le origini europeo-ucraine-americane dell’attentato.

La tesi dell’auto-attentato russo è stata molto accarezzata anche dal Corriere della Sera, il più autorevole e diffuso quotidiano italiano (e tra poco diremo perché lo tiriamo in ballo), che due anni dopo, per la stessa firma autorevole di Federico Rampini, si è scusato per l’appoggio a una tesi assurda, scrivendo: “Anche quando c’è un torto e una ragione, un aggressore e un aggredito, una vittima e un carnefice, questo non significa che da una parte vi sia sempre e soltanto il Male, dall’altra sempre e soltanto il Bene. Anche quando esiste un imperativo etico per schierarsi da una parte, questo non significa assolverla a priori da tutto ciò che farà”. Il tema vero è che quando ci si schiera in base a “un imperativo etico”, ovvero per il Bene contro il Male, e non in base ai fatti, poi diventa difficile usare il calibro e misurare quanto Male stia facendo il Bene e viceversa. Diventa difficile restare equilibrati. che è una condizione fondamentale per rendere un corretto servizio al lettore.

Poi le cose sono andate come sono andate, la Russia non è crollata e a quel punto stringere i bulloni di una certa narrazione è diventato ancor più necessario: come spiegare agli europei che l’impennata delle bollette, le spese per il riarmo, i soldi investiti nella resistenza ucraina (200 miliardi da parte della sola Europa), le tensioni internazionali, il persistente timore di un allargamento del conflitto erano la conseguenza di un calcolo sbagliato? Di una visione politica così improvvida da collocarsi ai limiti del dilettantismo?

Le trattative del 2022

È molto più facile attribuire qualunque responsabilità di questi ultimi quattro anni e mezzo (della colpa originaria, l’invasione, abbiamo detto poco sopra) alla Russia, come se noi europei fossimo sempre stati assenti, non avessimo mai preso decisioni capaci di influenzare il corso degli eventi. E ci dispiace che su questa strada proceda anche il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, che anche oggi scrive: “… I quattro anni e mezzo di battaglia, lo stallo sul campo, la capacità ucraina di difendersi dovrebbero spingere Putin a trattare, a trovare una soluzione. Finora non l’ha fatto e non sembra abbia alcuna intenzione di farlo… Putin non vuole il tavolo di pace e senza di lui non si aprirà mai: questa è la verità”.   

In questa risposta a un lettore, Fontana a nostro avviso perpetua la distorsione di prospettiva che ci ha portati in questa situazione. Intanto: dopo quattro anni e mezzo di guerra in cui l’Ucraina ha sacrificato una generazione (tra caduti e rifugiati all’estero), l’Occidente intero si è impegnato con armi, quattrini e ogni sorta di contributo di tecnologia e intelligence per la resistenza ucraina e la NATO si è allargata e rafforzata, l‘obiettivo primario, che dichiaratamente era piegare sul campo di battaglia la Russia, è stato clamorosamente mancato. Tutti annunciano il prossimo crollo militare ed economico di Mosca, riservandosi però di spostarlo mano mano in un futuro sempre più indefinito. Ed è stato mancato, come scrive lo stesso Fontana, anche l’obiettivo per così dire secondario, cioè quello di esercitare una pressione tale da costringere Putin a trattare. La Russia non tratta, ma continua a premere e a rosicchiare terreno nel Donbass, oltre a far valere la superiorità nel settore missilistico. Di fronte a questa realtà che cosa vogliamo fare? Ripetere all’infinito che la Russia ha torto, Putin è un imperialista, forse domani la Russia crollerà, se non si trova una soluzione la colpa è tutta del Cremlino? È vero ma è anche tremendamente inutile. A meno che il vero senso di questo loop non riguardi la Russia ma le opinioni pubbliche della nostra Europa, che vanno tenute “in caldo” mentre l’economia vacilla e le spese per il riarmo aumentano.

E poi: è chiaro che ora è Putin a non voler trattare. Ma nel 2022 era il contrario: era la Russia, dopo aver fallito la spallata iniziale tesa a far fuggire all’estero il governo ucraino e lo stesso Volodymyr Zelensky, che chiedeva il negoziato. Con Putin disposto a non indifferenti concessioni: Ucraina fuori dalla Nato e neutrale ma dentro la Ue, status della Crimea da discutere, garanzie di sicurezza di Usa ed Europa per Kiev nel caso la Russia avesse ripreso le ostilità. Le testimonianze in questo senso sono così numerose e autorevoli da non essere più discutibili: nessuno può far finta di non esserne al corrente. Quel negoziato poteva finire male in ogni caso. Ma furono proprio gli europei a non assecondarlo: perché convinti che la disfatta russa fosse inevitabile e perché molti Paesi, dietro la retorica bellicista che comunque prevede che a morire al fronte siano solo gli ucraini, non volevano firmare un accordo che li avrebbe obbligati a intervenire in un futuro eventuale scontro tra Russia e Ucraina.

È da questi fatti che dobbiamo partire se vogliamo sperare di trovare una soluzione a questa guerra assurda e drammatica. Che non a caso, almeno per quanto riguarda l’Europa e il suo ruolo nel mondo, si accompagna ad altre due crisi, quella di Gaza e del Libano e quella del Golfo Persico e dell’Iran, in cui siamo rimasti inchiodati tra ambiguità e impotenza. Ma nella Bibbia, libro dell’Apocalisse 3:16, Dio dice: “Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. A condannarci, prima ancora della Russia, è la pigrizia culturale politica e spirituale.

Riferimenti

Per l’Ukrainska Pravda: https://www.pravda.com.ua/eng/

Per l’attentato di Sebastopoli: https://it.insideover.com/spionaggio/la-bomba-di-sebastopoli-la-bella-assassina-lufficiale-passato-ai-russi-e-la-tecnica-dei-servizi-ucraini.html

Per Wikipedia sul caso Berezovska: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Monaco_bombing#Suspect

Per il discorso di Ursula von der Leyen: https://youtube.com/shorts/R-g6jY8DI3c?si=XISnffFPZlADxfxE

Per i commenti sul Nord Stream: https://www.eunews.it/2022/09/28/ue-denuncia-sabotaggio-nord-stream/

Per i due articoli di Federico Rampini: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/22_settembre_28/nord-stream-chi-conviene-sabotaggio-gasdotto-03172994-3f45-11ed-b6e3-34338f1c69a0.shtml. E poi: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/24_agosto_16/nord-stream-verita-ucraina-966d1a5b-a3d7-4bad-a1a1-3dc96104exlk.shtml

Per l’articolo di Luciano Fontana: https://www.corriere.it/lettere-al-direttore/26_agosto_17/se-non-parte-un-tavolo-di-pace-il-vero-responsabile-e-putin-rd-ba0ab67b-596a-42f4-b49d-453e9c1b0xlk.shtml?vclk=BoardOpinioni+e+Commenti_ZB1_PH18_N2&refresh_ce

Per le testimonianze sulle condizioni delle trattative: https://www.avvenire.it/mondo/putin-era-pronto-a-concessioni-perche-falli-il-negoziato-nel-2022_75814. E anche: https://it.insideover.com/guerra/negoziati-russia-ucraina-del-2022-confermato-il-sabotaggio-nato.html#google_vignette

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I dem Usa fanno autocritica – Dietro il Sipario – Talk show

17 Agosto 2026 ore 17:34



La deputata di New York Alexandria Ocasio Cortez dice che il woke è stato una follia e che il Pd statunitense adesso è consapevole di doversi occupare dei problemi dei lavoratori. Nel frattempo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov punta il dito contro l’Ucraina nel Sahel: che ruolo ha oggi l’Africa nello scacchiere globale? Ne parliamo con Francesco Forciniti e Gianluca Savoini

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Russia, maxi attacco di droni ucraini: esplosioni e una colonna di fumo nella regione di Mosca – VIDEO

17 Agosto 2026 ore 12:40

Centinaia di droni contro la Russia, incendio nel maxi deposito Wildberries: le immagini dalla regione di Mosca

Una delle più grandi ondate di droni ucraini contro la Russia dall’inizio della guerra ha interessato anche la regione di Mosca. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 822 droni in diverse zone del Paese, mentre nella regione della capitale un attacco ha colpito anche un grande magazzino di Wildberries a Koledino, circa 45 chilometri a sud di Mosca. Le immagini mostrano esplosioni e una densa colonna di fumo nero alzarsi dalla struttura colpita. Nella sola regione di Mosca un uomo di 83 anni è morto nell’attacco, secondo le autorità locali. Video Astra/Corriere TV.

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Pioggia di droni ucraini sulla Russia: oltre 1.500 in 24 ore. “Record da inizio guerra”. Telegraph: “Mosca ha costruito decine di basi per il lancio a lungo raggio”

17 Agosto 2026 ore 09:56

Il ministero della Difesa russo sostiene di aver abbattuto circa 1.500 droni ucraini sull’intero territorio nazionale solo nella notte tra sabato e domenica. Il sindaco di Mosca, Serghei Sobyanin, ha riferito che circa 600 erano diretti verso la capitale, mentre il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha definito quella di oggi “una delle più massicce” offensive degli ultimi anni. Il bilancio più grave in Russia è stato registrato nella regione meridionale di Rostov, dove cinque persone sono rimaste uccise. Un’altra vittima è stata segnalata nella regione della capitale, dove un drone ha colpito l’abitazione di un uomo di 83 anni, e una settima nella regione di Belgorod, in un attacco contro un autobus.

Un’ulteriore ondata si sarebbe abbattuta sulla Russia la scorsa notte, quando i sistemi di difesa aerea “hanno intercettato e distrutto 205″ droni ucraini sui territori delle regioni di Astrakhan, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Volgogrado, Kaluga, Kursk, Rostov, Repubblica di Crimea e sulle acque dei mari d’Azov e Nero, ha comunicato il ministero della Difesa.

Domenica a Podolsk, a sud di Mosca, è stato colpito nuovamente un magazzino di Wildberries, il maggiore gruppo russo dell’e-commerce, già preso di mira nelle ultime settimane dall’Ucraina con l’accusa di contribuire alla logistica militare di Mosca. Secondo Kiev sono stati messi fuori uso sette centri logistici su dieci di quella che viene considerata l’Amazon russa. Un incendio è stato segnalato anche in un deposito farmaceutico a Domodedovo. Kiev ha inoltre rivendicato di aver colpito nella regione di Rostov un impianto per la produzione di carburante per missili.

Contemporaneamente la Russia ha attaccato diverse regioni ucraine. Due persone sono morte e 14 sono rimaste ferite in un bombardamento contro l’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih (città natale di Volodymyr Zelensky), dove la produzione è stata parzialmente sospesa. Altre due persone sono state uccise nella regione di Zaporizhzhia e una nella regione di Sumy. A Kiev missili e droni hanno provocato incendi e ferito diverse persone, mentre le fiamme hanno devastato anche il popolare mercato dei libri di Pochaina, conosciuto per le bancarelle di volumi rari e antichi.

Secondo un’inchiesta del Telegraph, Mosca ha costruito e ampliato almeno 10 basi militari progettate per il lancio massiccio di droni di ultima generazione lungo i confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Alcuni di questi hub sono stati creati convertendo basi militari e aeroporti civili preesistenti, mentre altri sono stati costruiti da zero in aree rurali. Analizzando immagini satellitari, documenti riservati e dati della società di analisi DroneSec, giornalisti e analisti militari hanno individuato 59 rampe di lancio meccaniche, catapulte su rotaia che sostituiscono le piste di atterraggio e consentono il lancio rapido di droni pesanti simili ad aerei proprio in prossimità della linea del fronte. Almeno 20 di queste sarebbero progettate per il lancio delle più recenti versioni ad alta velocità di droni a lungo raggio, dotate di propulsione a reazione.

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La Russia colpisce gli stabilimenti di Kiev che producono componenti per missili e droni, mentre l’Ucraina prende di mira i centri logistici alla periferia di Mosca.

17 Agosto 2026 ore 08:44

Nella notte del 16 agosto, le forze russe hanno condotto attacchi combinati contro installazioni militari in otto regioni dell’Ucraina. Secondo l’aeronautica militare ucraina, l’attacco ha coinvolto missili antinave Oniks, missili balistici Iskander-M/S-400/KN-23, missili guidati aviolanciati Kh-59/69, nonché 106 droni d’attacco.

Gli attacchi si sono concentrati su impianti dell’industria della difesa a Kiev, una raffineria di petrolio a Kremenchuk, nella regione di Poltava, e un impianto metallurgico a Kryvyi Rih, nella regione di Dnipropetrovsk.

A Kiev, due imprese industriali sono state colpite: la FIRE POINT LLC, che produce componenti, testate e propulsori a combustibile solido per i missili da crociera terrestri Flamingo, e l’azienda KIEV-111 (UKRDEFENSE COMPANY LLC), che produce componenti per droni d’attacco, droni intercettori Khrushch e droni intercettori Harpia.

A Kryvyi Rih, l’area occupata dall’impianto metallurgico e dalla più grande impresa mineraria e metallurgica dell’Ucraina, ArcelorMittal, è stata colpita da un incendio. I principali impianti di produzione, sia quello energetico che quello dell’altoforno, sono stati danneggiati. Incendi sono stati segnalati anche presso lo stabilimento di cemento di Kryvyi Rih e nei magazzini circostanti.

Vasti incendi sono stati registrati presso la raffineria di petrolio di Kremenchuk, nella regione di Poltava. Secondo il Ministero della Difesa russo, il deposito di serbatoi rimasto intatto dell’impianto veniva utilizzato per il trasbordo di carburanti e lubrificanti provenienti dall’estero.

https://southfront.press/russia-strikes-kyivs-missile-and-drone-component-plants-ukraine-targets-logistics-hubs-outside-moscow

Particolare attenzione è stata dedicata alle infrastrutture portuali nella regione di Odessa. Nel porto di Odessa, una nave mercantile che trasportava equipaggiamento militare per le Forze Armate ucraine è stata colpita, così come alcuni magazzini contenenti materiale militare. Nel corso della giornata, droni d’attacco hanno colpito tre navi mercantili e due petroliere utilizzate per il trasporto di materiale militare, carburanti e lubrificanti per le Forze Armate ucraine, oltre a serbatoi di stoccaggio del carburante.

Nell’insediamento di Bilhorod-Dnistrovskyi (40 km a sud-ovest di Odessa), sono stati colpiti un’officina di produzione e un magazzino per testate e componenti per droni, imbarcazioni utilizzate per attacchi contro navi e infrastrutture energetiche nel Mar Nero, nonché contro città russe sulla costa del Mar Nero. Nell’insediamento di Vylkove (138 km a sud-ovest di Odessa), è stato colpito un ormeggio per pattugliatori della Marina ucraina, imbarcazioni impiegate nella scorta di navi con carico militare e carburante nei porti. Inoltre, nel Mar Nero a est di Odessa, è stata colpita una nave mercantile che trasportava armi occidentali in Ucraina.

Secondo fonti di monitoraggio ucraine, tutti i missili hanno raggiunto i loro obiettivi. Dei 106 droni d’attacco, alcuni sono stati neutralizzati tramite guerra elettronica.

L’Ucraina attacca la Russia

Le forze ucraine hanno condotto un massiccio attacco con droni sul territorio di 17 regioni russe. Durante la notte, le forze di difesa aerea russe hanno abbattuto 822 droni ucraini.

Nella regione di Mosca, diverse importanti strutture logistiche sono state attaccate. A Podolsk, un magazzino di Wildberries, esteso su una superficie di circa 250.000 metri quadrati, è andato a fuoco: si tratta del più grande centro logistico e principale polo di distribuzione dell’azienda, che gestisce milioni di ordini al giorno. Complessivamente, secondo quanto riportato dai media, le forze ucraine hanno messo fuori uso 7 dei 10 principali centri logistici di Wildberries.

A Domodedovo, il complesso multimodale Severnoye Domodedovo e un magazzino farmaceutico noto come “Green Warehouses” sono stati colpiti da un incendio. Le fiamme hanno continuato a intensificarsi, avvolgendo una parte significativa delle strutture del magazzino e generando una colonna di fumo nero visibile a decine di chilometri di distanza. A Kashira, un nuovo edificio della stazione di polizia è stato danneggiato; a Voskresensk, un impianto industriale è stato colpito.

Inoltre, le forze ucraine hanno effettuato un attacco missilistico contro un impianto industriale a Samara. Secondo fonti OSINT, l’obiettivo potrebbe essere stato il Centro spaziale missilistico Progress, lo stabilimento in cui vengono assemblati i razzi Soyuz-2.1b. Si tratta degli stessi razzi che hanno lanciato i primi lotti di satelliti russi Rassvet. Analisti ucraini avevano precedentemente pubblicato una mappa delle strutture del programma spaziale russo, tra cui la sede principale, il centro di controllo missione e lo stabilimento di produzione di pannelli solari a Mosca, l’assemblaggio e il collaudo di satelliti a Krasnogorsk, un impianto terminale in costruzione a Dubna e altre strutture.

Il Sunday Times, citando fonti delle Forze Armate ucraine, ha riferito che Kiev avrebbe utilizzato per la prima volta droni di fabbricazione britannica per attacchi in profondità nel territorio russo. In particolare, il drone Nyan, prodotto dall’azienda britannica Callen-Lenz, sarebbe stato impiegato in attacchi contro raffinerie petrolifere a Volgograd e Yaroslavl. Il maresciallo dell’aeronautica in pensione Greg Bagwell ha affermato che ciò potrebbe rendere le fabbriche britanniche “obiettivi legittimi” per Mosca. (…….).

Fonte: South Front Press (Video)

Traduzione: Luciano Lago

Mosca, colonna di fumo si alza sui magazzini Wildberries: “Droni ucraini mettono fuori uso 7 centri logistici su 10”

16 Agosto 2026 ore 15:12

Un’enorme nube di fumo si alza su Mosca. Nelle immagini si vedono gli elicotteri dei vigili del fuoco che si dirigono verso un magazzino appartenente a Wildberries, il colosso russo della grande distribuzione online. Nella notte la regione di Mosca è stata colpita da quello che il governatore Andrey Vorobyov ha definito “uno dei più massicci attacchi di droni ucraini degli ultimi tempi”.

Il Ministero della Difesa ucraino ha riferito che gli attacchi hanno complessivamente messo fuori uso sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries, spesso definita “l’Amazon russa”. Secondo il ministero infatti questa notte, 16 agosto, anche il centro logistico di Wildberries nel parco industriale di Koledino ha cessato le attività dopo l’attacco. Si tratta del più grande magazzino dell’azienda per superficie, con circa 250.000 metri quadrati. Sempre stanotte, anche il magazzino di Domodedovo ha sospeso le attività, nel sito infatti è divampato un vasto incendio.

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Fyodor Lukyanov: «Per i prossimi mesi non possiamo aspettarci che escalation»

16 Agosto 2026 ore 15:00



In questa intervista interviene Theodor Luciano (Fyodor Lukyanov), direttore della rivista Russia in Global Affairs e presidente del Consiglio russo per le Politiche Estere e di Difesa. Analizzando lo stato del conflitto in Ucraina ad un anno dal summit di Anchorage, Lukyanov evidenzia il fallimento della diplomazia e l’inasprimento delle posizioni, alimentato dai raid a lungo raggio e dalla linea rigorista dei Paesi europei. L’analisi si allarga al ruolo dell’Europa — la cui coesione interna appare oggi strettamente legata al confronto antagonista con Mosca —, al conflitto in Iran e al radicale riassetto geopolitico mondiale. Secondo l’analista, la frammentazione internazionale e il declino irreversibile delle vecchie istituzioni multilaterali, compresa l’ONU, stanno guidando il mondo verso una fase d’incertezza globale priva di regole condivise.

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La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

16 Agosto 2026 ore 11:59

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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Anchorage, un anno dopo – prima parte – con Giacomo Gabellini

15 Agosto 2026 ore 11:00



Anchorage, un anno dopo: facciamo il punto con Giacomo Gabellini nel giorno dell’anniversario dello storico vertice in Alaska del 15 agosto 2025 tra i due presidenti di Russia e Stati Uniti, Vladimir Putin e Donald Trump

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Scott Ritter: “Questo patto di difesa non ha alcun senso”

13 Agosto 2026 ore 21:00



In questa intervista, l’analista geopolitico ed ex ufficiale d’intelligence statunitense Scott Ritter analizza le recenti crisi internazionali tra il Medio Oriente e l’Europa dell’Est.

Ritter evidenzia come l’Iran stia agendo con pragmatismo basato sulla realtà, mentre Donald Trump dipinge scenari illusori guidati da dinamiche elettorali interne. Secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno mostrato gravi limiti strategici e d’approvvigionamento, incapacitati nel sostenere uno scontro prolungato.

Nel corso del dialogo, Ritter smonta il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendolo privo di sostanza, di una dottrina militare unificata e nei fatti inapplicabile. Infine, affronta il conflitto in Ucraina, sostenendo che le mosse dell’Intelligence occidentale e le campagne propagandistiche di Kiev non stiano alterando il quadro bellico, dove la Russia mantiene il controllo strategico mentre il sostegno europeo rischia il collasso in vista dell’inverno.

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Oceano poco pacifico – Dietro il Sipario – Talk show

13 Agosto 2026 ore 18:19



Dal mar Caspio all’oceano Pacifico: acque sempre più agitate sullo scacchiere globale che vede l’Occidente rivaleggiare con Russia, Iran e Cina. Ne parliamo con Max Civili e il generale Cesare Dorliguzzo

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I mezzi e i fini di una politica di pace

Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

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La guerra del domani: come i droni hanno modificato la natura del conflitto russo-ucraino

6 Agosto 2026 ore 07:00

L’evoluzione operativa del conflitto ucraino 

Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento. 

Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto. 

Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza. 

Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati. 

È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati. 

L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.

Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni

Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse. 

È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra. 

L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.  

Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare. 

Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.  

La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico. 

Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni

Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il  mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.

Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale. 

La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali. 

L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo. 

La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.

La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

31 Luglio 2026 ore 07:00

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026)

28 Luglio 2026 ore 11:06
Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026) Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine…

La guerra ucraina cambia la sicurezza delle infrastrutture critiche

10 Luglio 2026 ore 14:23

La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]

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Attentato di Monaco, trovata morta a Kiev la donna sospettata dell’attacco all’oligarca Ermolaev: uccisa a colpi d’arma da fuoco

7 Luglio 2026 ore 10:30

È stata trovata morta vicino Kiev, dove sarebbe stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il corpo di Anastasia Berezovska, trentanovenne di nazionalità ucraina ma residente in Germania, considerata la principale sospettata dell’attentato dinamitardo di lunedì 29 giugno nel Principato di Monaco che ha gravemente ferito l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, la compagna e il figlio 13enne, è stato trovato privo di vita nei pressi della capitale dell’Ucraina. A riferirlo è il quotidiano ucraino Ukrainska Pravda citando le forze dell’ordine locali: il cadavere di Anastasia Berezovska è stato scoperto nella tarda serata del 6 luglio e, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua morte, sarebbero già state arrestate due persone. Si tratta di un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine.

Nei confronti di Berezovska la Procura di Monaco aveva emesso un mandato d’arresto, notificato poi all’Interpol. La 39enne ucraina era stata inizialmente scambiata per un uomo a causa dei vestiti indossati: prima dell’attacco dinamitardo, come emerso dalle indagini condotte nel Principato, Berezovska avrebbe compiuto diversi sopralluoghi nei giorni e nelle ore precedenti l’attentato davanti alla casa dell’oligarca ucraino. Dopo aver piazzato la bomba era poi fuggita in Francia e da lì in Italia utilizzando un’auto recuperata a Beausoleil, in Francia, al confine con Monaco, dove era arrivata a piedi dopo l’attentato. Dal nostro Paese si sarebbe diretta verso la vicina Svizzera, per poi scomparire fino alla tarda serata di lunedì, quando il suo corpo è stato rinvenuto nei dintorni di Kiev.

La pista privilegiata dalla Procura di Monaco è quella di un’azione dimostrativa dei servizi segreti ucraini, per dare un segnale a tutti gli oligarchi come Ermolaev, quelli noti come “Battaglione Monaco” per la scelta di rifugiarsi nel Principato per sfuggire alle rappresaglie di Kiev. Ermolaev, dal 2019 in possesso di un passaporto cipriota, dal dicembre 2023 è sottoposto a sanzioni con un decreto del Consiglio di sicurezza nazionale ucriaino: il provvedimento, della durata di 10 anni, impone tra le altre cose il congelamento totale degli asset finanziari. L’accusa nei confronti dell’imprenditore riguarda le sue condotte illecite in Crimea: è nella regione ucraina sotto occupazione russa e dal 2014 annessa illegalmente da Mosca dopo un referendum farsa che le aziende di Ermolaev continuava a vendere propri prodotti, in particolare alcolici, nonostante il divieto imposto dal governo ucraino. Ermolaev ha sempre respinto ogni addebito, negando qualsiasi legame con la Crimea e col Cremlino.

LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

8 Marzo 2023 ore 17:32

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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