Vista elenco

Trump urged to press Xi on Chinese money laundering tied to Mexican fentanyl cartels

Chinese money laundering networks were accused of being “financial fuel” for the Mexican cartels at a congressional hearing on Tuesday, where witnesses urged US President Donald Trump to prioritise the issue at his next face-to-face meeting with Chinese counterpart Xi Jinping. “I want to be very clear, Chinese money laundering networks have become the financial fuel for cartels to poison Americans and threaten our borders, we’re seeing a Silk Road of crime across the Americas,” said Leland...

He Thought It Was His Time

9 Giugno 2026 ore 22:56

💾

Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, we see someone who thought his time was up.

Links To Sources: https://docs.google.com/document/d/1tABmKvjbRhaR5jI7t21RgtTcDl5AXssc_WN3LEZ6kkQ/preview

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Welcome to your Daily Dose of Internet where I search for the best trending videos, or videos people have forgotten about, and put them all in one video. I upload 2-3 times a week to keep video quality high. I always ask for permission to share videos that I find!

Every clip you see here is 100% organic and sourced from real people. No AI-generated videos, no AI-manipulated footage, ever. If a clip we sourced from a content library is later discovered to contain AI, we remove it from the video right away.

If you enjoyed this video, watch my other videos as well: https://tinyurl.com/pmr7x24a

Click here to subscribe today: https://bit.ly/2Qts9Uo

Click here to become a member: https://www.youtube.com/channel/UCdC0An4ZPNr_YiFiYoVbwaw/join

►►►Follow me!

Discord: https://discord.gg/ddoi

My Pet Channel:
https://www.youtube.com/@DailyDoseofPetsChannel

My Gaming Channel: https://www.youtube.com/channel/UCmdmZp1K_kjXYBKgyqg_5LA

Twitter: https://twitter.com/ddofinternet

Instagram: https://www.instagram.com/dailydoseofinternet/

Patreon: https://www.patreon.com/DailyDoseOfInternet

If YOU film a video and think it is good enough to be featured on Daily Dose Of Internet, you can submit videos to me using the link below, and you will get paid.

Only send in videos that you personally filmed.

https://thisisyourdailydose.com/

0:00 Intro
0:03 Black bear over bridge
0:19 The impossible dunk
0:24 Nacho cheese
0:38 Woman sees branch floating mid air with bird perching
0:42 Kid Hoses Dad in the Face at Car Wash
0:49 Baby Deer's Camouflage Sure Fooled This Dog
1:14 Stubborn Balloon Hits Woman During Removal Attempt
1:20 Guy's Fake Tooth Comes Off on Slingshot Ride at Amusement Park
1:21 A big stick
1:43 The fish are calling
1:51 Alien decorator
2:03 Creative handshake
2:12 Kid is a poser
2:21 He is quick
2:37 Flipping dumplings
2:44 Boy makes realistic bird noises
2:59 He's always safe
3:06 Bald meetup Seatlte
3:22 Fisherman Flies off Boat After Throwing Net
3:27 LARGEST Sand Crab
3:38 Class say Hi to maintenance
3:47 Dog sneezes when hooman fake sneeze
3:57 Banana slip
4:02 Perfectly timed twitch chat
4:23 Japanese anti-theft robot
4:35 Cheese pull fail
4:41 Controlling bugs with voice
4:48 Wizard of Oz was accurate
4:58 Topless section at baseball
5:13 Lake above ocean
5:16 Engine light tatoo
5:23 Coolest wallet
5:40 Kid doesn’t want to hold his brother
5:45 So this is how they make joggers
6:00 The poor cookies
6:04 Biker's prank backfires
6:23 Ikea dinner skit
6:33 How car stunts get made
6:57 Playing with strangers in the airport
7:12 Paper flying trick
7:21 the inside of a sinking boat
7:39 Kid describes missing mum
7:57 Banana piano
8:08 Outdoor bowling
8:25 Friendly whale shark
8:40 Cat mirror
8:47 Cat leaves present in bag
9:11 Communicating with a train
9:19 Very tall Flamingo
9:27 Perfectly measured
9:45 Cat keeps knocking off tablets
9:54 Graphics tracking
10:07 Guy puts shark back in sea
10:26 Cool instrument
10:35 Seeing how long she can hold it
10:43 Lego art inside a wall
10:50 Spot the Octopus
11:03 Bread rock
11:17 Roof came off
11:34 Marines having fun
11:38 Rage baited by bird
11:53 Bald shampoo?
11:59 They really like olives
12:11 Finding a needle in a haystack
12:38 3D tracker
12:50 Car copies accent
13:08 We could watch Twilight
13:21 Elephant herd
13:36 Motorbike impression
13:40 Dog conga
13:50 Pressure cooker with tap
13:57 Do not iron your truck
14:15 Out of liquor
14:39 Snow-covered forest with a winding river.

Trump’s China thaw faces resistance from Congress and his own administration

On a state visit to China last month, US President Donald Trump shocked his political base with a series of rhetorical concessions. In an interview, he warmly endorsed Chinese students studying in America, supported China-linked acquisition of US farmland, and dismissed concerns over state espionage as a routine, two-way reality. It was not the first time Trump’s softer stance on China clashed with his own administration’s hardline approach. Even before the summit, he repeatedly suggested...

La memoria tende all’intemporalità

9 Giugno 2026 ore 22:00

di Franco Ricciardiello

Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026

Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.

Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino con alcuni tópoi della fantascienza, genere che evidentemente conosce — quantomeno i suoi autori più letterari. Tra i quattro, questo mi sembra il più radicale benché, a dire il vero, non ci sia nulla di sperimentale nella scrittura; al contrario, la semplicità e la bellezza della frase risaltano immediatamente. Ciò che destabilizza, rispetto a una narrazione tradizionale, è la diluizione del filo della trama in una struttura che richiede di continuo l’attenzione del lettore, e in cui ogni frase sembra alludere a qualche significato nascosto tra le parole.

C’è del resto molta riflessione filosofica nella scrittura di Roić, nel caso di questo romanzo si tratta di alcune speculazioni di Giacome Leopardi (richiamato esplicitamente solo nelle ultime pagine del testo), sull’infinito naturalmente, ma anche sulla struttura del reale — e sembra di sentire qualche eco di Immanuel Kant sulla realtà-in-sé. Soprattutto, la riflessione centrale è intorno al tema della Memoria. “Nella passione, il ricordo tende all’intemporalità” scrive J.L. Borges nella sua Storia dell’Eternità (Adelphi, 2014), la memoria concatena impressioni che si evocano a vicenda: e questo è il significato profondo che ho letto nella struttura di Dura madre, imperniata su una serie di ricordi e sul diario di uno dei protagonisti.

Nel 2564, il direttore del Progetto Memoria nella città di Nuova Lisbona lavora sull’esperienza vissuta dai fratelli Nazor, sulle loro riflessioni intorno alla forma dell’universo. Il primogenito Neven Nazor, nella breve parte a lui dedicata, evoca immagini irreali, che egli definisce “idee-allucinazioni”, affidate, oltre che alla ricerca scientifica, anche a un manoscritto ritrovato dal fratello a bordo della barca sulla quale ha trascorso un rilevante periodo della propria vita.

La parte maggiore del libro è occupata dal diario di Mario Nazor, fratello minore di Neven, dai suoi ricordi, dalle peregrinazioni a bordo della barca a vela Vesna in un mondo dalla geografia diversa da quello che conosciamo. A giudicare dai toponimi, inventati, sembra che l’ambientazione sia tra il Nordest italiano, l’Austria e soprattutto la Jugoslavia, con le migliaia di isole della Dalmazia a fare da sfondo alla navigazione.

Mario Nazor riceve in eredità, con sua stessa sorpresa, la Vesna, la bianca imbarcazione dalla quale Neven non si separava mai, e decide di partire sulle sue tracce; l’amica del cuore Fanny, più giovane di lui di una decina d’anni, accetta di accompagnarlo, incuriosita dai misteriosi racconti di Mario sulle visioni del fratello maggiore.

Poco alla volta Mario tira fuori dalla memoria racconti sulla terra d’origine dalla madre Tanja, soprattutto su un clan quasi mitologico, la famiglia Bili, tutti albini da generazioni, che possiedono la facoltà di ricordare pressoché tutto: ecco di nuovo il tema della Memoria, la dura madre del titolo, la meninge esterna che avvolge il cervello e lo protegge da traumi e contaminazioni che arrivano dal sistema circolatorio, ma che in virtù della magia delle parole assorbe nel testo il significato della Natura leopardiana, una madre dura dunque, simbolo del funzionamento meccanicistico del mondo alla cui idea si ribellava il poeta.

Non è semplice la lettura di un libro di Sergej Roić, tuttavia è bello rimuovere i freni della mente e lasciarsi galleggiare nel mare di apologhi, di brevi racconti, di storie che sembrano aggiungere ogni volta un tassello alla comprensione del tutto, però non bisogna illudersi che il significato sia lì, esplicitato sulla carta prima della parola “Fine”.

Artemis III Crew Announced

9 Giugno 2026 ore 21:39
NASA announced the Artemis III crew on Tuesday, June 9, 2026. NASA astronaut Andre Douglas, mission specialist; ESA (European Space Agency) astronaut Luca Parmitano, pilot; NASA astronaut Randy Bresnik, commander; and NASA astronaut Frank Rubio, mission specialist, will demonstrate the Orion spacecraft's rendezvous and docking capabilities with test versions from one, or both, American commercial human landing systems in development by Blue Origin and SpaceX.

Dai contratti precari al no al padiglione Israele: perché lo sciopero della cultura del 12 giugno

 

“La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.

Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.

Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.

Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.

Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.

Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.

Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).

Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.

Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.

Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.

Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.

La Commissione europea svela le proposte per il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia

L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.

Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.

Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.

Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.

Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.

Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.

Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare. 

Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

Territorio e povertà

Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI

In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

(il testo viene da American Diner, su Substack)

L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

Re: [new] Improved OpenWebRX Packages Available

9 Giugno 2026 ore 19:22
The new OpenWebRX+ 1.2.116, available from the repository, adds Sondehub reporting and a few fixes. See below for all changes.
 
- Added Sondehub reporter for RS41 telemetry [Hai Tran].
- Added paho-mqtt 2.0 compatibility [Marc Fontaine].
- Added per-profile PPM correction option.
- Fixed exception when stopping AdsbParser.
- Fixed exception when stopping services.
 
Sondehub-Reporter.png
 
PS: Short cheat sheet for people who just cannot get things to work:

1) If it does not work for you, reload OpenWebRX page while holding the SHIFT key.
2) If it does not work for you, check "Settings | Feature report" page to see what you are missing.
3) If it does not work for you, wait for a day or two, maybe it starts working or you figure it out.
4) If it does not work for you, create a separate forum thread and explain your problem there. Attach the logs, obtained with "sudo journalctl -u openwebrx". Do not paste the entire log into the message, attach it as a file instead.

Re: Native OpenWebRX Client for Android

9 Giugno 2026 ore 19:21
The OpenWebRX Android Client v1.3 is now available from Google Play. It adds APRS and AIS packet display, magic key entry, and lets you jump outside the current profile by long-pressing the double arrow buttons. See below for all the changes:

* Added APRS, AIS, and radiosonde log display.
* Added band frequencies (FT8 etc) as bookmarks.
* Added magic key entry.
* Fixed monospaced display font on some devices.
* Fixed step tuning from unaligned frequency.
* Fixed server search bar in dark mode.
* Long press on double arrows jumps frequency.
* Sorted list of modulation types.
* Improved decoder log formatting.

Screenshot_20260528_192405_OpenWebRX.jpg

Pamela Genini: le Chat che cambiano tutto

💾

ESCLUSIVA DARKSIDE | Pamela Genini: le chat che cambiano tutto

Emergono nuovi elementi destinati ad alimentare il dibattito sul caso della morte di Pamela Genini. Al centro dell'attenzione ci sono alcune chat che potrebbero offrire una chiave di lettura diversa rispetto a quanto emerso finora.

Ne abbiamo parlato con Francesco Dolci, ex compagno di Pamela, oggi indagato nell'inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane modella uccisa a Milano nell'ottobre 2025.

🔎 DarkSide - Storia Segreta d'Italia è il format di informazione indipendente promosso dall'Associazione Culturale DarkSide per raccontare gli angoli bui della storia contemporanea d'Italia.

🔴 SOSTIENICI: https://darksideitalia.it/associazione-culturale-darkside/#dona-ora
📩 Iscriviti alla newsletter: https://darksideitalia.it/#contatto
📲 Seguici su Instagram: https://www.instagram.com/darksideitalia/
✅ Iscriviti al canale WhatsApp: https://whatsapp.com/channel/0029VaVj6IU0gcfFmvvHnH3x

Sarà Luca Parmitano il pilota di Artemis III

9 Giugno 2026 ore 19:12

La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa

Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.

«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».

«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».

Fonte: press release Esa

La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:

 

Cascina Corten apre a Milano : Giovedì 11 Giugno la grande inaugurazione

9 Giugno 2026 ore 18:32

Milano accoglie una nuova location destinata a diventare uno dei punti di riferimento per
pranzi,aperitivi, eventi e serate all’aperto. Giovedì 11 giugno 2026 arriva infatti la
grande inaugurazione di Cascina Corten Milano, il nuovo spazio situato nella zona di Merlata Bloom,
una delle aree più dinamiche e in forte crescita della città.

Per celebrare l’apertura è stato organizzato un esclusivo Opening Party con ingresso su accredito e drink omaggio per gli ospiti che parteciperanno all’evento inaugurale.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Dove si trova Cascina Corten Milano

La nuova Cascina Corten si trova in Via Pier Paolo Pasolini 3, a pochi passi dal Merlata Bloom Milano, il nuovo polo commerciale e di intrattenimento che negli ultimi anni ha trasformato completamente questa zona della città.

L’obiettivo della location è offrire un ambiente moderno immerso nel verde, perfetto per pranzi,aperitivi al tramonto, eventi aziendali, feste private, DJ set e appuntamenti estivi.

L’Opening Party: aperitivo e DJ set

L’evento inaugurale sarà l’occasione ideale per scoprire gli spazi della nuova struttura e vivere una serata all’insegna della musica e della convivialità.

Durante la serata gli ospiti potranno partecipare a:

  • Aperitivo serale
  • Drink omaggio all’ingresso
  • DJ Set fino a tarda sera
  • Area relax e socializzazione
  • Atmosfera open air immersa nel verde

Una formula pensata per chi cerca nuove location a Milano dove trascorrere una serata diversa dal solito, lontano dal caos del centro ma facilmente raggiungibile.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Perché Cascina Corten potrebbe diventare una delle location più interessanti dell’estate milanese

Negli ultimi anni Milano ha visto nascere numerosi spazi dedicati agli eventi outdoor, ma la zona Merlata rappresenta una delle novità più interessanti del panorama cittadino.

La presenza di ampie aree verdi, la vicinanza alle principali arterie cittadine e il continuo sviluppo del quartiere rendono Cascina Corten una location con un enorme potenziale per ospitare eventi, aperitivi, festival e appuntamenti musicali durante tutta la stagione estiva.

Chi ama scoprire nuove location a Milano troverà in Cascina Corten uno spazio completamente nuovo, ideale per vivere l’aperitivo in un contesto rilassato e contemporaneo.

=====

CASCINA CORTEN

Via Pier Paolo Pasolini 3, Milano

L'articolo Cascina Corten apre a Milano : Giovedì 11 Giugno la grande inaugurazione proviene da InfoMilano.news.

Mercedes-AMG GT 4-door Coupé: così nascono i motori elettrici firmati da 63 specialisti

10 Giugno 2026 ore 09:58
One man, one engine: è lo storico motto che accompagna i motori AMG, ciascuno con la firma dell'operaio specializzato che ne ha curato la produzione (in circa 4 ore). Parole destinate a restare un ricordo per le prossime sportive tedesche. O, meglio, per quelle elettriche, di cui la Mercedes-AMG GT 4-door Coupé è la capostipite.In compenso, i suoi clienti potranno vedere (inquadrando un codice nel cofano) i 63 specialisti che stanno dietro la costruzione dei tre motori elettrici (due al retrotreno e uno all'avantreno) che equipaggiano la loro sportiva da 1.169 cavalli complessivi.A garantirlo è Michael Schiebe (membro del board del gruppo Mercedes-Benz, con la responsabilità di produzione, qualità e gestione della catena produttiva), che incontro in occasione dell'inaugurazione ufficiale della produzione nello stabilimento di Marienfelde, nei dintorni di Berlino: è qui che nascono questi nuovi motori a flusso assiale. Solo per le AMG Inizialmente questi motori a flusso assiale saranno riservati alle sole vetture elettriche AMG (dopo la Coupé arriverà un modello più compatto, oltre ad altri ben 25 nuovi lanci da qui a tre anni, fra termiche ed elettriche): si tratta infatti di una tecnologia sofisticata e costosa, in grado di sviluppare elevate potenze in volumi più compatti rispetto alle tradizionali soluzioni a flusso radiale.Non a caso, guardando ad altri marchi, viene utilizzata anche su sportive come la Lamborghini Revuelto e Temerario o le Ferrari SF90 e 296 (nella Luce, invece, saranno utilizzati quattro motori radiali, uno per ruota). La ragione è presto detta: riescono a sviluppare elevate potenze con ingombri e pesi (25 kg nel caso del nuovo motore Mercedes) decisamente più contenuti. Questione di fisica Il principale vantaggio è proprio questo: rispetto ai tradizionali motori a flusso radiale, le - ancora rare - soluzioni a flusso assiale offrono una maggiore compattezza, soprattutto in senso longitudinale: 9 centimetri l'ingombro di ciascuno dei due motori posteriori della Mercedes-AMG GT 4-door Coupé (8 cm per quello anteriore).Nei motori classici, infatti, la parte rotante (rotore) si muove all'interno della parte statica (lo statore) che origina il campo magnetico orientato proprio in direzione radiale, ovvero dal centro verso l'esterno. Gli avvolgimenti di rame sono disposti lungo la corona dello statore, che, giocoforza, deve avere un certo sviluppo in lunghezza.Nei motori a flusso assiale, invece, lo statore è rappresentato da un disco su cui vengono montati gli avvolgimenti (18 nel caso del motore trifase Mercedes, ovvero sei per ogni fase) e generano campi magnetici paralleli all'asse di rotazione del rotore (due nel caso dei motori prodotti a Marienfelde, che raggiungono una velocità di 15.000 giri al minuto nel caso dell'unità anteriore e 13.000 per quelle posteriori). Su questi ultimi sono fissati i magneti permanenti che inseguono il campo elettromagnetico generato di volta in volta dalle varie bobine del sistema trifase: nel caso dei motori Mercedes si sviluppano per una settantina di metri. Su una GT 4-door Coupé si arriva in totale a 250 metri di rame. Serve precisione L'elevata densità energetica (si arriva a tre volte più dei motori tradizionali) richiede un'altrettanto spinta precisione costruttiva: basti pensare all'accuratezza con cui deve essere realizzato il sistema di raffreddamento (idraulico) dello statore.Così, a Marienfelde la riconversione di una parte dello stabilimento (uno dei più iconici del Gruppo, con tanto di vincolo architettonico su alcune strutture risalenti al 1902) ha visto uno studio accurato, con la messa a punto di oltre 30 brevetti e la progettazione di catene di montaggio inedite, con 35 processi nuovi a livello mondiale: come mi precisano Michael Schiebe e il direttore dello stabilimento, Markus Keicher, c'è voluto oltre un anno per mettere a punto le linee e per formare il personale specializzato a operarvi (mentre, se si guarda allo studio di questa tecnologia, bisogna andare parecchio più indietro nel tempo, almeno al 2021, quando Mercedes-Benz ha acquisito la britannica Yasa, specialista dei motori elettrici a flusso assiale, lo stesso fornitore dei sopra citati modelli Lamborghini e Ferrari).Molti ambiscono ora a lavorare in quello che di fatto è uno dei centri di eccellenza del Gruppo tedesco, perché - almeno nei prossimi anni - usciranno solo da qui questo tipo di motori e saranno riservati alle elettriche più prestazionali, quelle siglate AMG.

Toyota debutta alla 1000 miglia e porta la Crown in Italia

10 Giugno 2026 ore 09:29
Ci sono marchi automobilistici per cui le corse sono una vetrina. E altri, come Toyota, che vedono nel motorsport un vero e proprio laboratorio per le auto di serie, dalle utilitarie ai modelli più sportivi, per arrivare al futuro. Nel WRC e nel campionato giapponese Super Taikyu, per esempio, la Casa ha testato propulsori a idrogeno e motori alimentati con carburanti sintetici, ma anche sperimentato soluzioni tecniche - come il motore posteriore centrale - non presenti nella sua attuale gamma.Oggi, Toyota entra per la prima volta anche nella 1000 Miglia: cinque vetture del passato, quattro Toyota e una Lexus, prendono parte alla 1000 Miglia Gran Turismo Experience, uno degli eventi a supporto della gara di regolarità per auto storiche di scena dal 9 al 13 giugno. Si parla di storiche e di regolarità, ma il principio non cambia. Migliorare col motorsport: è anche culturaPartecipare e imparare. Anche se questa volta, più che sulla tecnologia, si lavora sulla cultura. "Da quando Akio Toyoda è diventato presidente, nel 2009, l'apprendimento derivante dagli sport motoristici è fondamentale per lo sviluppo delle auto di serie", spiega Ryotaro Shimizu, capo ingegnere del modello Crown e guida del team Toyota che prende parte alla 1000 Miglia: "Ma Toyoda vuole anche espandere la cultura automobilistica in Giappone, che non è allo stesso livello di quella europea, italiana o di un evento come la 1000 Miglia. Siamo dunque qui per approfondire la conoscenza dell'automobile e delle corse, degli sport motoristici e dell'auto stessa. Per poi trasferirla nel nostro Paese".Se i rigidi requisiti di selezione impediscono alle Toyota di partecipare alla gara vera e propria (il marchio non ha mai preso parte all'evento originale), la collaborazione con Polyphony, la società che sviluppa il celebre videogame Gran Turismo, ha offerto al costruttore nipponico una chance per entrare in questo modo. Gli alfieri del Gruppo sono una Toyopet Crown di prima generazione, lanciata a metà degli anni '50, una Sports 800 degli anni Sessanta, una 2000GT, una Supra A80 (quarta generazione) e una Lexus LFA: le prime tre arrivano direttamente dalla collezione dell'headquarter giapponese, la Supra dal museo di Colonia, in Germania, mentre la Lexus è un esemplare della filiale britannica. Cinque modelli, diversi perchéLa Crown rappresenta il nostro primo modello di massa, che nel 2025 ha compiuto 70 anni: è un'auto preziosa per Toyota e volevamo che il pubblico europeo la conoscesse precisa Shimizu spiegando il perché di questa selezione: La Crown è stata anche la prima Toyota a competere in una gara, il Round Australia Trial del 1957.  Per quanto riguarda le altre continua il manager, la Sports 800 (prima biposto della Toyota, ndr) rappresenta una sportiva molto amata in Giappone, che ha avuto successo nel motorsport. La 2000GT è un modello che, nel 1966, aveva stabilito diversi record di velocità, anche mondiali, ed è nota al grande pubblico anche grazie a 007, interpretato da Sean Connery in Si vive solo due volte (due spider furono allestite per l'attore, troppo alto per la coupé, anche se alla fine le guidò solo la bond-girl, interpretata da Akiko Wakabayashi, ndr). La Supra? Abbiamo scelto la quarta serie perché è stata l'auto con cui il presidente Toyoda ha affinato le sue abilità di pilota. Hiromu Naruse, che è stato il suo mentore e maestro, oltre che un grande collaudatore di Toyota, ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo della Supra A80. Fu coinvolto anche nello sviluppo della Lexus LFA, altra nostra sportiva iconica, nonché il modello più recente di questo quintetto schierato a Brescia. Crown: un futuro anche in Europa? "Saremmo più che felici"Sul fronte opposto c'è la Crown, modello storico per il Giappone ma ancora poco conosciuto all'estero. In passato, la sua carriera al di fuori del mercato domestico era per lo più affidata a importazioni parallele. Con l'ultima generazione, proposta in diverse varianti di carrozzeria, tra cui una crossover, questo modello punta a una maggiore diffusione internazionale e, in ottica futura, non è escluso che anche l'Europa possa diventare un approdo. Piani ufficiali, al riguardo, non ce ne sono. Ma mai dire mai: Abbiamo portato due esemplari della Crown attuale, una Crown Sedan e una Crown Sport, come auto di supporto, spiega Shimizu: vedremo i feedback del pubblico. Speriamo che questo evento possa essere un punto di partenza. Saremmo più che felici di introdurre la Crown anche in Europa.

Autovelox, stop ai ricorsi sulle multe: arriva il decreto di omologazione

12 Giugno 2026 ore 08:18
finalmente ai titoli di coda la telenovela sull'omologazione degli autovelox. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha annunciato di aver firmato il decreto che definisce le caratteristiche, i requisiti e le procedure di omologazione del prototipo, della taratura e delle verifiche di funzionalità dei dispositivi, delle apparecchiature e dei mezzi tecnici per l'accertamento delle violazioni dei limiti massimi di velocità. Il decreto e le nuove regole Il provvedimento, necessario viste le ordinanze con cui - a partire dal 2024 - la Corte di Cassazione ha stabilito che unicamente gli strumenti omologati possono essere ritenuti fonti di prova della violazione, sarà pubblicato nei prossimi giorni sulla Gazzetta Ufficiale: salvo diverse disposizioni, dovrebbe entrare in vigore il giorno successivo e metterà la parola fine alla possibilità di fare ricorso contro le multe per eccesso di velocità accertate finora con strumenti non omologati.Questo perché, dalla pubblicazione, dovranno considerarsi automaticamente omologate le 15 apparecchiature elencate nel documento e già approvate in base a un decreto del 13 giugno 2017.Gli altri dispositivi dovranno sottostare alle nuove procedure che, in alcuni casi, prevedono una sorta di corsia preferenziale riservata alle apparecchiature approvate prima del 2017 ma già dotate di documentazione idonea su taratura e test di laboratorio.In questi casi, produttore o distributore possono ottenere l'omologazione integrando la documentazione già presentata. ragionevole immaginare che le aziende siano pronte a farlo alla prima finestra utile. Il ministero, poi, dovrà esprimersi entro 60 giorni, adottando, in caso di esito positivo, il relativo decreto.Negli altri casi, infine, resta l'iter ordinario, più complesso e certamente più lungo. I dubbi giuridici Tutto risolto, dunque? Non proprio. In teoria, in base alle nuove disposizioni dovrebbe cessare il contenzioso sulle multe autovelox - fatti salvi i procedimenti già avviati - esploso negli ultimi anni dopo le ordinanze della Cassazione, secondo cui solo un dispositivo omologato - e oggi nessuno ancora lo è - può costituire prova valida della violazione, come previsto dall'articolo 142 del Codice della strada. Secondo alcuni addetti ai lavori, tuttavia, la sanatoria per i 15 dispositivi sarebbe giuridicamente illegittima: un decreto ministeriale, sostengono, può disciplinare le procedure di omologazione, ma non trasformare retroattivamente le approvazioni in omologazioni.Secondo altri, al contrario, siccome le nuove omologazioni continueranno ad avvenire con decreto dirigenziale, quelle d'ufficio saranno ancora più solide in quanto oggetto di un decreto ministeriale.Non solo: secondo alcuni operatori, la competenza sull'omologazione spetterebbe al ministero delle Imprese, in quanto autorità nazionale di riferimento in materia metrologica. Vero, ma fu l'allora ministero dello Sviluppo Economico, nel giugno 2021, a chiarire per iscritto in risposta a uno specifico quesito la propria incompetenza in materia facendo riferimento all'articolo 45 del Codice della strada, che affida proprio al Mit l'approvazione o omologazione delle apparecchiature di controllo e regolazione del traffico nonché di quelle atte all'accertamento e al rilevamento automatico delle violazioni alle norme di circolazione. Sta di fatto che il fronte anti-autovelox è già pronto a dare battaglia, a dispetto delle parole del ministro Salvini, secondo cui con l'arrivo del decreto si assicura un quadro regolatorio certo e omogeneo, idoneo a superare le criticità applicative emerse nel tempo e a garantire l'affidabilità di misura degli strumenti, la tracciabilità delle operazioni tecniche e la solidità giuridico-amministrativa degli accertamenti conseguenti al loro impiego.L'obiettivo primario, ha concluso il ministro, resta quello di garantire la sicurezza sulle strade senza però che il controllo si trasformi in pretesto per fare cassa a spese dei cittadini. Gli strumenti automaticamente omologati

Volkswagen Polo diventa più accessibile: la Young in offerta scende sotto i 19 mila euro

9 Giugno 2026 ore 17:41
La gamma della Volkswagen Polo si amplia con la versione d'attacco Young, disponibile con il 1.0 aspirato da 80 CV e il cambio manuale a cinque rapporti. Il listino di questo modello (guidabile dai neopatentati, come tutte le altre Polo) parte da 22.250 euro. In questa fase di lancio, a fronte di permuta o rottamazione, il prezzo scende a 18.900 euro. La dotazione della Polo Young La più economica delle Polo offre di serie i cerchi di lega da 15", i vetri posteriori oscurati, i fari anteriori a LED, il climatizzatore manuale, la strumentazione digitale e l'infotainment da 8" con connettività wireless per Apple CarPlay e Android Auto, la piastra di ricarica per gli smartphone, i sensori di parcheggio posteriori e gli Adas obbligatori per legge. Il listino di Volkswagen Polo Polo 1.0 80 CV Young: 22.250 euroPolo 1.0 80 CV Life: 23.900 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Life: 24.600 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Life: 26.300 euroPolo 1.0 80 CV Edition Plus: 24.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Edition Plus: 24.800 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Edition Plus: 26.500 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Style: 26.400 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Style: 28.100 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG Style: 30.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV Edition 50: 28.200 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG Edition 50: 29.900 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG Edition 50: 31.900 euroPolo 1.0 TSI 95 CV R-Line: 26.400 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG R-Line: 28.100 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG R-Line: 30.100 euroPolo 1.0 TSI 95 CV R-Line Plus: 26.700 euroPolo 1.0 TSI 95 CV DSG R-Line Plus: 28.400 euroPolo 1.0 TSI 115 CV DSG R-Line Plus: 30.400 euro

Russia: attacchi di rappresaglia all'industria bellica ucraina

Il Ministero della Difesa russo ha riferito che le sue forze armate hanno attaccato infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dalle truppe ucraine, respingendo raid aerei e infliggendo numerose perdite al nemico.

Ha inoltre affermato che le forze di difesa aerea russe hanno intercettato nove bombe guidate, due missili HIMARS di fabbricazione statunitense e 551 droni ucraini nelle ultime 24 ore.

Ha inoltre specificato che l'esercito ucraino ha perso più di 1.300 soldati su tutta la linea del frontenelle ultime 24 ore.

Il ministero ha ripetutamente sottolineato che gli attacchi delle forze russe sono una risposta agli atti terroristici del regime di Kiev contro le infrastrutture civili e la popolazione russa.

In seguito al sanguinoso e deliberato attacco con droni da parte di Kiev contro un dormitorio studentesco nella città russa di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha causato 21 morti, per lo più adolescenti, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato l'inizio di attacchi di rappresaglia "sistematici" contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino.

 

Perché la Cina punta sul gallio per costruire le reti 6G del futuro?

La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.

A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.

La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.

Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.

La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.

A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.

Perù: Sánchez è in vantaggio su Fujimori di oltre 42.000 voti

L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) continua ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno elettorale. Secondo il sito web dell'autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez è in vantaggio sulla candidata di destra Keiko Fujimori con il 95,152% delle schede scrutinate.

Secondo i dati forniti dall'ONPE, al momento il candidato di Juntos por el Perú (Insieme per il Perù) ha il 50,119% dei voti (8.881.344) contro il 49,881% della figlia del dittatore Alberto Fujimori e rappresentante di Fuerza Popular (Forza Popolare) (8.839.043 voti).

Il distacco tra i due al momento dell'aggiornamento ufficiale era di 42.301 voti. Lo scrutinio rimane molto serrato, ma conferma l'andamento previsto: l'inclusione delle schede scrutinate nelle aree rurali favorirebbe Sánchez, che gode di maggiore sostegno nell'entroterra peruviano.

#PerúDecide Roberto Sánchez, dice que respetará la voluntad popular, pero está tranquilo y confiado porque tiene la data de sus personeros en todo el país.@teleSURtv pic.twitter.com/5ZovjAShKA

— JAIME HERRERA (@JaimeHerreraCaj) June 8, 2026

Sánchez ha ribadito il suo appello ad attendere e rispettare i risultati ufficiali del ballottaggio, che determinerà il prossimo presidente per il mandato 2026-2031.

"Siamo molto fiduciosi e ottimisti, ma il fatto concreto e reale è che dobbiamo attendere i risultati, al 100% (dall'ONPE)", ha dichiarato Sánchez Palomino dopo aver partecipato a una sessione del Congresso della Repubblica.

Ha inoltre rivolto un "appello categorico a tutti gli attori politici affinché rispettino il risultato, qualunque esso sia, perché il Perù ha bisogno di stabilità".

Tutti gli affari di Israele. Il colonialismo "esterno" dei sionisti

 

di Giuseppe Giannini

L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.

Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.

Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.

Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).

Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).

Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.

Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.

Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.

I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.

ONU: "Le sanzioni USA contro Cuba uccidono neonati per mancanza di cure mediche"

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato a Ginevra, in Svizzera, che le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba stanno causando la morte di neonati per mancanza di forniture mediche di base.

L'impatto di questo assedio sui bambini è devastante. I dati ufficiali sulla salute pubblica mostrano che la mortalità infantile è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall'85 al 65%.

"L'inasprimento delle sanzioni statunitensi contro Cuba danneggia la popolazione e mette a rischio vite umane. È inaccettabile che i bambini muoiano per mancanza di forniture mediche essenziali. Queste sanzioni devono essere revocate immediatamente", ha dichiarato Türk sui suoi profili social.

La persecuzione finanziaria ha ridotto la fornitura di medicinali essenziali a un livello criticamente basso, pari al 30%, mentre l'avversione al rischio da parte delle aziende private ha paralizzato la distribuzione di 2.900 tonnellate di aiuti alimentari umanitari gestiti dalle Nazioni Unite e destinati alle popolazioni vulnerabili.

La carenza di carburante causata dall'embargo statunitense ha ridotto la produzione agricola interna del 60%, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità, mentre il timore di sanzioni da parte della Casa Bianca mantiene l'isola scollegata dai sistemi di pagamento internazionali.

"Cuba si trova ad affrontare un isolamento crescente. Le imprese se ne stanno andando. Sempre meno compagnie aeree volano verso il Paese. È praticamente tagliata fuori dai sistemi di pagamento internazionali. L'aumento delle temperature estive accresce il rischio di diffusione di malattie trasmesse da vettori e dall'acqua. La stagione degli uragani aumenta ulteriormente l'esposizione. Questo crea una tempesta perfetta per il deterioramento sociale ed economico e per la sofferenza del popolo cubano", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite.

Volker Türk ha inoltre ribadito che le aziende private devono rispettare i diritti umani a livello globale. A tal proposito, ha esortato il settore imprenditoriale ad evitare un'eccessiva adesione alle sanzioni statunitensi e l'interruzione indiscriminata dei rapporti commerciali, in conformità con le linee guida delle Nazioni Unite per le imprese.

Il diplomatico delle Nazioni Unite ha concluso che tali misure coercitive sono incompatibili con il diritto internazionale.

Europa vassalla: chi paga la guerra economica contro la Cina?


di Manu Pineda* - Publico

Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.

Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.

Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.

L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.

L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.

E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.

È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.

Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.

L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.


*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

FSB: il "Santo Graal della guerra ibrida" dell'Occidente nella CSI

 

Il capo dell'FSB, Alexander Bortnikov, ha avvertito durante una recente riunione del Consiglio dei capi delle agenzie di sicurezza e dei servizi speciali della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che "l'Occidente cerca di ostacolare i processi di integrazione e minare la stabilità nei paesi della CSI dall'interno, facendo dimenticare alle nazioni la loro storia comune e cercando di metterle l'una contro l'altra per prendere il controllo della situazione". Questo obiettivo viene perseguito in parte attraverso i nuovi "laboratori digitali" occidentali negli stati della CSI.

Nelle sue parole: "Secondo le informazioni in nostro possesso, la comunità dell'intelligence occidentale è dietro programmi volti a creare una rete di laboratori digitali in tutta la CSI, incaricati di raccogliere e analizzare, utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale, profili comportamentali standard della popolazione, identificare aree di tensione sociale e modellare le risposte del pubblico a vari fattori esterni, comprese le azioni governative... Uno degli obiettivi è quello di implementare scenari adattabili di rivoluzioni colorate".

Questo era stato previsto nel 2017: "La Russia è accusata di 'sfruttare le tecniche di marketing per colpire gli individui in base alle loro attività, interessi, opinioni e valori' al fine di 'diffondere disinformazione e propaganda', ma nulla impedisce agli Stati Uniti di fare lo stesso, né di creare il Santo Graal della guerra ibrida 'integrando informazioni derivate da fonti personali e commerciali con la raccolta di informazioni e le capacità di analisi dei dati basate sull'intelligenza artificiale e sull'apprendimento automatico'".

Lo scopo sarebbe "massimizzare al massimo l'efficacia della sua strategia di comunicazione attraverso pacchetti di guerra informativa creati da algoritmi e personalizzati per ogni gruppo demografico di riferimento". Inoltre, "così come Russia e Cina sono accusate di 'usare la propaganda e altri mezzi per cercare di screditare la democrazia', allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso contro i loro sistemi di governo 'sfruttando l'informazione, la libertà dei media democratici e le istituzioni internazionali'".

Questo potrebbe "minare la loro legittimità, promuovendo al contempo i propri valori, principi e l'ideologia di fatto dello Stato". Applicato alla CSI, come ha appena avvertito Bortnikov, questo "Santo Graal della guerra ibrida" verrà molto probabilmente utilizzato come arma per promuovere il panturchismo tra i membri della CSI dell'"Organizzazione degli Stati Turchi" (OTS), guidata dai turchi, che oltre all'Azerbaigian comprende anche Kazakistan e Kirghizistan, alleati della Russia nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). L'obiettivo immediato potrebbe essere quello di "far loro dimenticare la storia condivisa" con la Russia.

L'obiettivo secondario potrebbe quindi essere quello di indurre il Kazakistan a "disertare" dalla CSTO, incoraggiato com'è dal nuovo corridoio logistico militare della NATO verso la regione, le cui conseguenze strategiche anti-russe sono state qui messe in guardia, prima dell'obiettivo finale di riaccendere i processi di "balcanizzazione" all'interno della Russia. Questo scenario oscuro è stato elaborato qui e riguarda l'utilizzo come arma dell'autoproclamazione del Kazakistan come successore dell'Orda d'Oro per innescare insurrezioni musulmane laiche nelle regioni interessate.

È possibile che il progetto della Data Valley kazaka, in una delle sue regioni di confine con la Russia, che una volta completato sarà il più grande dell'Asia centrale, possa essere strumentalizzato dall'Occidente per promuovere questi tre obiettivi interconnessi, seguendo il modello inaugurato dal centro dati per l'intelligenza artificiale americano in Armenia. Come recentemente avvertito, il ritardo nell'attuazione della Dottrina Monroe russa verso sud "rischia di dare alla NATO il potere di ricattare la Russia, minacciandola di una guerra su vasta scala lungo tutta la sua periferia meridionale".


(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

Scontro totale all'AIEA, l'ira dell'Iran contro Usa ed Europa: "Risoluzione provocatoria"

 

La missione iraniana presso l'AIEA ha respinto con fermezza la bozza di risoluzione presentata dalla troika europea e dagli Stati Uniti, definendola "inutile, politica e provocatoria".

La denuncia è arrivata martedì direttamente dalla delegazione della Repubblica Islamica dell'Iran, attraverso un documento informale distribuito ai membri del Consiglio dei governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), in vista del possibile voto sul testo contro Teheran.

Il contenuto della risoluzione e il voto imminente

Il documento in questione è stato depositato lunedì sera presso la segreteria del Consiglio dei governatori. Sostenuto da Regno Unito, Francia e Germania, il testo chiede che l'Iran fornisca chiarimenti formali all'agenzia sul destino dei siti nucleari bombardati e sull'uranio arricchito stoccato in quegli impianti. La bozza potrebbe essere messa ai voti già mercoledì, durante la riunione trimestrale del Consiglio.

La delegazione iraniana ha esortato gli Stati membri dell'AIEA alla massima cautela, avvertendo che la risoluzione è dettata da logiche puramente politiche e non tecniche. Secondo Teheran, la proposta ignora deliberatamente l'attuale contesto di sicurezza provocato dai recenti attacchi contro le infrastrutture nucleari del Paese, offrendo una visione del tutto distorta degli eventi.

L'affondo di Teheran: "Un precedente pericoloso per i Paesi in via di sviluppo"

Nel documento si legge che alcuni attori internazionali starebbero ostacolando la normalizzazione del dossier, impedendo che il programma nucleare pacifico iraniano venga valutato secondo criteri standard, tecnici e depoliticizzati. L'Iran ha avvertito che questa tendenza fa parte di una strategia più ampia, un precedente pericoloso che in futuro potrebbe colpire anche altri Paesi in via di sviluppo desiderosi di accedere in modo indipendente alle tecnologie nucleari per scopi pacifici.

Il nodo delle ispezioni e le accuse a Washington

Inoltre, la delegazione ha sottolineato come lo stesso rapporto del Direttore Generale dell'AIEA riconosca che le attuali criticità siano una conseguenza diretta delle azioni militari subite dall'Iran. A questo proposito, Teheran ha precisato che la sospensione di alcune attività di verifica non è stata una scelta unilaterale iraniana, bensì una misura di sicurezza eccezionale adottata dalla stessa AIEA, che per motivi di sicurezza aveva ritirato tutti i propri ispettori dal Paese fino alla fine di giugno 2025.

La bozza occidentale è stata quindi criticata per aver descritto la situazione come se le condizioni fossero di assoluta normalità, omettendo i raid subiti dagli impianti. L'Iran accusa direttamente il Paese promotore della risoluzione di essere il responsabile della crisi a causa dei suoi attacchi militari, e sostiene che Washington stia ora strumentalizzando le conseguenze di quei bombardamenti per lanciare nuove accuse in seno al Consiglio.

Il rifiuto delle condizioni occidentali

Al contrario, la delegazione iraniana evidenzia che il rapporto del Direttore Generale Rafael Grossi conferma la cooperazione in corso: grazie alla buona volontà di Teheran, le ispezioni sono riprese regolarmente in tutte le strutture non colpite dai raid. L'omissione di questi dettagli dimostrerebbe la natura selettiva e politica dell'iniziativa.

Infine, l'Iran respinge la narrativa del testo occidentale che, pur parlando di "soluzione diplomatica", attribuisce interamente le tensioni alle attività di Teheran, esigendo un ritorno ai negoziati "seri e senza precondizioni". La Repubblica Islamica ribalta l'accusa, indicando che l'escalation attuale è il risultato di due ondate di aggressioni senza precedenti da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran, riaffermando di aver sempre negoziato in buona fede, ha concluso accusando gli Stati Uniti di usare il dialogo come un inganno per coprire successive azioni ostili, minando così la credibilità e l'indipendenza dell'intera AIEA.

"Bodies of Evidence": l'inchiesta di Al Jazeera sullo stupro come arma di guerra di Israele a Gaza

 

Attenzione: Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.

Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.

Le testimonianze dei sopravvissuti

I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.

"Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".

Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.

Il contesto e l'escalation dopo il 7 ottobre

Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".

L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.

La disumanizzazione e il clima di impunità

L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.

Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.

Il quadro giuridico internazionale

Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:

"Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".

Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".

Has Xi Jinping’s North Korea visit helped cement China’s vital role?

Chinese President Xi Jinping’s visit to North Korea may have helped cement China’s “indispensable” role in ensuring regional stability and highlighted its importance to his host’s economy, analysts said. The Chinese president wrapped up his visit on Tuesday afternoon after reaching what he said was a “critical consensus” with North Korean leader Kim Jong-un. Xi told a lunch at the Kumsusan State Guest House that he was ready to work with Kim to to “jointly guide China-North Korea relations...

Per Matteo Fantuzzi

9 Giugno 2026 ore 16:02
Dopo una malattia che lo tormentava da diverso tempo, è morto oggi Matteo Fantuzzi (1979-2026), poeta e amico di molti di noi. Lo ricordiamo e lo salutiamo con grande tristezza, riproponendo il contributo che l’anno scorso scrisse per la rubrica “Autenticità e poesia contemporanea” curata da Maria Borio e Laura Di Corcia. Addio, Matteo.   …

read more "Per Matteo Fantuzzi"

ZTL, Italia fuori scala in Europa: oltre metà delle limitazioni è nelle nostre città

9 Giugno 2026 ore 15:59
Mobilità privata e urbanizzazione crescente. Serve una bussola per tenere conto sia di un processo irreversibile si prevede che due terzi della popolazione mondiale vivrà in città entro il 2050 - sia delle esigenze ambientali, economiche e sociali legate al fenomeno. Prova a dare qualche indicazione la ricerca presentata a Roma Auto e Città, oltre il divieto dell'Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, con cui si scopre anche che l'Italia è il Paese europeo con il maggior numero di Zone a Traffico Limitato (ZTL) e conta più della metà delle limitazioni alla circolazione registrate in Europa. La proposta per un portale unico nazionale In Italia mancano coordinamento e criteri stabiliti a livello centrale, come invece avviene in Francia, Spagna o nella Germania federale. La proposta di Fabio Orecchini, Direttore Osservatorio Auto e Mobilità della Luiss Business School, è concreta: Servono degli standard attraverso un intervento statale e serve l'attivazione di un portale unico nazionale che raccolga tutti i provvedimenti adottati localmente e che consenta alle auto sempre più connesse e digitalizzate in arrivo sul mercato di accedere in tempo reale alla normativa in vigore in ogni città. Il primato italiano delle ZTL in Europa Secondo lo studio della Luiss, su circa 500 ZTL attive in Europa, ben 446 si trovano in Italia. Più in generale, il nostro Paese concentra 485 misure di limitazione dell'accesso tra ZTL, Low Emission Zone (LEZ) e sistemi di congestion charge oltre la metà del totale europeo (56,2%) che ammonta a 863 interventi. Le ZTL, che qualcuno vede come il diavolo senza esserlo, sono uno degli strumenti a disposizione dei Comuni per regolare la mobilità urbana, limitando l'ingresso di veicoli nei centri urbani per meglio tutelare patrimonio artistico e salute. Diverso è il caso delle LEZ, si legge ancora nella ricerca, pensate per ridurre l'inquinamento attraverso restrizioni selettive basate sulle tecnologie di trazione. In Europa si contano 338 LEZ: la Spagna è in testa con 82 zone attive, seguita da Francia (63), Germania (57) e Paesi Bassi (40). L'Italia, con 37 LEZ, si colloca al quinto posto, e di nuovo con un sistema fortemente disomogeneo. L'efficacia delle misure e l'impatto sociale La ricerca sottolinea come l'analisi di 25 studi internazionali confermi l'efficacia delle misure di regolazione degli accessi. LEZ e congestion charge producono, nella maggior parte dei casi, una riduzione delle emissioni e del traffico, un miglioramento della qualità dell'aria e un incremento del valore immobiliare nelle aree interessate. Così come, secondo studi indipendenti, pedonalizzazioni di aree urbane e Zone 30 migliorano in molti casi attrattività economica e vivibilità urbana. Merito della ricerca è non nascondere i possibili effetti sociali di tutte queste misure: Le restrizioni alla circolazione possono infatti generare nuove disuguaglianze, penalizzando in particolare le fasce di popolazione maggiormente esposte alla svalutazione dei veicoli datati e con minore capacità di sostituire quelli più inquinanti.

[2026-06-10] CENA BELLAVITA ANNULLATA @ Mezcal Squat

10 Giugno 2026 ore 12:41

CENA BELLAVITA ANNULLATA

Mezcal Squat - Parco della Certosa Irreale - Collegno (TO)
(mercoledì, 10 giugno 18:00)
AUTOPRODUZIONI MEZCALINE - ADESIVI SERIGRAFICI

CENA BELLAVITA ANNULLATA !

--------------------------------------

Il Mezcal Squat è uno spazio autogestito e le attività svolte al suo interno si basano sulla condivisione. Non vi è circolo di denaro. Porta quello che vorresti trovare. Utilizza la cucina e prepara quello che vuoi da mangiare.

SOLO COMPLICI E SOLIDALI, NESSUN CLIENTE!

--------------------------------------

COME RAGGIUNGERE IL MEZCAL SQUAT

BUS : 33 - CP1 - 76

TRENO : FERMATA COLLEGNO

METRO : FERMI

--------------------------------------

NO MACHI, NO FASCI, NO SBIRRI

Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali

9 Giugno 2026 ore 15:19

La Polizia Municipale avvia le indagini per risalire all’autore dello scempio prefigurandosi un reato di natura penale

Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.

Sul posto sono prontamente intervenuti gli Ispettori Ambientali che, prima di nastrare il materiale rinvenuto per impedirne il contatto con i passanti, hanno constatato che in buona parte si tratta di eternit e, quindi, di un rifiuto speciale-pericoloso.
.
L’abbandono è stato segnalato alla Polizia Municipale che ha avviato le indagini per risalire all’autore prefigurandosi un reato di natura penale ai sensi del D.L. n. 105 del 2023.  Il materiale verrà poi rimosso da una ditta specializzata nel trattamento di tale tipologia di rifiuti allertata da AAMPS/Retiambiente.
.
Per le segnalazioni a contrasto del degrado urbano: segnalali@comune.livorno.it
Per le segnalazioni sugli abbandoni dei rifiuti: centraleoperativapm@comune.livorno.it; ispettori@aamps.livorno.it, info@aamps.livorno.it; numero verde 800-031.266, pagine facebook/instagram “Aamps Livorno”.

L'articolo Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali proviene da Aamps Livorno.

GWM Ora 5 arriva in Italia: da 26.950 euro con tre motorizzazioni

9 Giugno 2026 ore 14:50
Great Wall ha aperto gli ordini della crossover media Ora 5, che abbiamo già avuto la possibilità di guidare nelle scorse settimane. Questo modello è il primo ad arrivare in Italia: nei prossimi mesi sarà la volta delle SUV H7 e Jolion Max, seguite dal fuoristrada Tank 300 e dal pick-up Alpha Cannon. La Ora 5 è disponibile con motori termici, full hybrid ed elettrici, in due allestimenti, con un listino che parte da 26.950 euro. La scheda tecnica La GWM Ora 5 è una crossover lunga 4.471 mm, larga 1.833, alta 1.641 e con un passo di 2.720 mm. Il bagagliaio ha una capacità di 422 litri (390 per l'ibrida), che diventano 1.120 (1.088) abbassando gli schienali della seconda fila. La versione a benzina monta un 1.5 da 160 CV e 270 Nm abbinato a un doppia frizione a sette rapporti, che accelera da 0 a 100 km/h in 9,3 secondi e raggiunge i 190 km/h. La full hybrid - con la stessa unità a benzina - ha una potenza combinata di 223 CV e 476 Nm di coppia, copre lo 0-100 in 7,7 secondi e arriva a 185 km/h. L'elettrica ha un motore da 150 kW (204 CV) e 260 Nm, 0-100 in 7,7 secondi e 170 km/h di velocità massima. La batteria Lfp ha una capacità di 58,3 kWh, per un'autonomia dichiarata di 435 km (603 in città). Dotazione e optional della Ora 5 Di serie per tutta la gamma fari a LED davanti e dietro, sensori luce e pioggia, cerchi da 18", mancorrenti al tetto, griglia anteriore attiva, quadro strumenti da 10,25" e infotainment da 14,6" con Apple CarPlay e Android Auto, sedili anteriori riscaldati, climatizzatore automatico (con pompa di calore per la BEV, che ha anche la funzione V2L), guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco. La Premium aggiunge i retrovisori ripiegabili elettricamente, il portellone elettrico, l'impianto stereo da 9 altoparlanti, la piastra di ricarica da 50 W per gli smartphone, i rivestimenti in similpelle, i sedili anteriori ventilati (lato guida con memoria), il volante riscaldato, le luci ambientali, il tetto panoramico e i vetri posteriori oscurati. Di serie, la Ora 5 è in Blu Lago pastello, ma su richiesta si può avere in Nero Abissale, Bianco Aurora, Verde Boreale, Grigio Metropoli (600 euro) o Grigio Matt (1.000 euro). Gli interni sono in colore grigio per la Origin, in alternativa in bianco avorio sulla Premium. I prezzi della GWM Ora 5 Ora 5 1.5 160 CV Origin: 26.950 euroOra 5 1.5 160 CV Premium: 28.950 euroOra 5 1.5 223 CV Origin Hi2: 28.600 euroOra 5 1.5 223 CV Premium Hi2: 30.600 euroOra 5 1.5 205 CV Origin EV: 36.000 euroOra 5 1.5 205 CV Premium EV: 38.000 euro

Jeep richiama 1,3 milioni di Wrangler e Gladiator: rischio incendio

9 Giugno 2026 ore 14:31
Jeep ha avviato un maxi richiamo che coinvolge le Wrangler e le Gladiator prodotte dal Model Year 2021 al Model Year 2025. Si tratta di 1,076 milioni di veicoli negli Stati Uniti, 106.258 in Canada, 23.704 in Messico e 124.297 nel resto del mondo, inclusa quindi anche l'Europa. Nessun incidente Il problema riguarda un connettore elettrico del servosterzo potenzialmente difettoso, che potrebbe provocare surriscaldamenti fino a generare un principio di incendio. Non risultano però incidenti o vittime direttamente collegati alla criticità.La Casa ha già informato i clienti, raccomandando di non parcheggiare i veicoli vicino a edifici o ad altre auto fino alla sostituzione del componente. L'obiettivo è completare gli interventi entro luglio, almeno negli Stati Uniti.

[Framadate] Affichage des votes si seul l’admin peut les voir

Bonjour à vous et merci pour votre travail.

[Edit] ma question ne semble plus pertinente: je me suis rendu compte qu’en choisissant d’aller sur la page du sondage (et non celle d’admin), je peux voir les résultats des votes groupés.

Par contre n’est-ce pas la page que verront aussi les votants (ce n’est pas souhaité qu’ils voient les résultats….) ?

____________

Utilisateur de longue date, j’ai créé un sondage classique avec Framadate Beta et j’ai modifié les réglages afin que seul l’administrateur puisse voir les votes.

Je m’attendais à pouvoir voir tous les votes d’un coup, comme sur un sondage dont les résultats sont accessibles aux votants. Cependant je ne vois que la liste des personnes ayant déjà voté et je suis obligé d’ouvrir chaque vote en cliquant sur “modifier” afin de voir chaque résultat ….

N’est-il pas possible dans ce cas (seul l’admin peut voir les votes) de voir un tableau avec tous les votes sans devoir les ouvrir un après l’autre, ce qui est laborieux?

Matériel: iPad Pro et iPhone avec dernières mises à jour

Merci d’avance pour vos réponses!

6 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

Is Offensive Security Keeping Up with the Latest Cyber Attacks?

9 Giugno 2026 ore 14:20

Security is not a point-in-time exercise. It’s a cycle of testing, fixing, and starting over. Organisations that treat it as anything less quickly fall behind.

In the last decade, we’ve seen how offensive security practices such as penetration testing, combined with follow-up patching and mitigation strategies, have significantly strengthened defences. For instance, Active Directory hardening, EDR solutions, and endpoint security have evolved considerably thanks to insights from attack simulations.

Repeated internal testing followed by corrective actions will help reduce misconfigurations, close or reduce privilege gaps, and ultimately shrink the overall attack surface. A positive outcome of defensive maturity is that attackers often now have to spend more effort to execute a successful attack.

Modern Attackers Have an Easy Entry

Many significant attacks in 2025 didn’t rely on basic exploit methods alone to reach their end goal. Multiple techniques, including social engineering, MFA fatigue, misconfigured cloud services, token abuse, and trusted third-party access were also used to enable lateral movement.

For instance, Salesforce suffered a breach related to SalesLoft-Drift SaaS, now considered the largest SaaS supply chain breach in history. ShinyHunters/UNC6395, started with the exploitation of a vulnerability in an integration point between Drift and Salesforce. Once inside, attackers were able to get oAuth tokens and refresh tokens for hundreds of companies globally.

And, an attack against Marks & Spencer was one of a number of attacks on major UK retail outlets. The attack happened when malefactors used social engineering tactics and compromised third-party access to trick the retailer’s service desk employees into resetting their own user ID and password for the company’s internal systems.

As attackers evolve to incorporate varying techniques to reach their end goal, the security industry must continue to do the same.

Real Attackers Don’t Respect Security Silos

Whether mass exploitation or a targeted attack, the bad guys are often patient, taking their time to understand the victim’s environment before trying to break in. Stronger defences have the ability to delay or even thwart these attempts, many of which exist because offensive security exposed where defences were weakest, pointing out how attackers might get in, where their controls could fail, and how small issues together can add up to major risks.

Because offensive security is an ecosystem rather than a single activity, network, cloud, identity, and email attack paths all intersect. If you only test one of these environments in isolation, then you are missing how real attacks happen. A mature offensive security programme reflects this reality by using tooling and expertise to test across environmental and stage-level attacks.

As a result, an organisation’s offensive security suite should consist of a full-scale array of tools and services that help companies conduct proactive assessments of their defensive posture. This is tested using several methods including penetration testing, Red Team engagements, and Adversary Simulation to identify vulnerabilities, verify controls, and enhance an entity’s security posture.

We also now have tools and techniques to simulate AI-assisted attacks, targeted cloud abuse, and advanced phishing scenarios that conventional defences cannot stop. These capabilities extend and augment penetration testing and red teaming by helping teams test situations that were onerous or time-consuming to recreate a few years ago.

Change as the Main Goal of Testing

Offensive security is often misunderstood as purely a vulnerability-finding exercise. In practice, its value lies in context.

Penetration testing and adversary simulation provide real-world evidence of how vulnerabilities can impact a company’s overall resilience by showing whether segmentation can prevent an attacker from moving around the network, whether endpoint controls will slow them down, and whether or not the alerts will get to the right person at the right time. The insights from these tests can directly influence changes to network architectures, configurations for endpoints, and identity strategies.

Testing is only valuable as offensive security though if the results are used to create actionable recommendations that result in actual change. These fixes must, in turn, be tested to ensure they are effective. This very feedback loop converts testing into a resilient process.

A Human – Machine Balance

Today’s adversaries use a combination of automation and human insight. Examples of this include using AI to create phishing content, automated scanning and reconnaissance techniques, as well as scripted methods to exploit vulnerabilities. All of these are coordinated and controlled by a person who can assess and adjust the course if one method fails.

This is why defenders must operate similarly.

Most modern attacks are successful due to human factors. A hasty decision, a missed configuration change, or a patch applied too late. Offensive security has strengthened technical controls to the point that people are now the simplest way into a business.

This means there needs to be a balance between automation and human intelligence. Automation can provide rapid scale and consistency, while human expertise provides intuitive reasoning, creative problem solving, and a level of critical thinking and judgment.

Effective offensive security programmes will always use automation to rapidly evaluate large volumes of data and identify potential vulnerabilities and areas of risk and will use human expertise to analyse and understand the results from these evaluations, examine the edge cases, and see through the eyes of a bad actor.

Closing the Loop

Offensive security doesn’t work on its own. It should be part of the defence-in-depth strategy together with security awareness and detection and response.

Threat intelligence proves priority. Knowing that a vulnerability has been identified is helpful, but realising it’s being exploited changes priority. Training employees limits repeated exposures to common attack vectors, while an automated response facilitates immediate actions when required.

Organisations that use offensive security demonstrate maturity and improve their overall security posture by integrating these solutions into their broader security operations and shifting from being reactive to continuously improving.

So, Is Offensive Security Keeping Pace?

Yes, but again, not all by itself.

Offensive security has matured substantially. Threat actors are using more sophisticated and realistic tactics, tools have improved in capability, and the insights these solutions provide are more actionable than ever.

Properly implemented, it can keep pace with attackers as they hone their craft. There is no silver bullet, so the solutions that gain your trust will be those that can be incorporated into a disciplined process of testing, learning, and adapting.

Offensive security is most effective when used from the outset, as a catalyst that leads to better decision-making, more effective controls, and quicker responses.

The post Is Offensive Security Keeping Up with the Latest Cyber Attacks? appeared first on IT Security Guru.

Nuova Audi Q7, ibrida diesel e anche a sei posti: la terza serie cambia così - VIDEO

9 Giugno 2026 ore 14:00
Venti e passa anni di carriera, ma siamo solo alla terza generazione. In questa nuova fase, l'Audi Q7 evolve sotto ogni punto di vista: ora è più alta, ha un abitacolo per la prima volta anche a 6 posti (fino a 7) e adotta la piattaforma Ppc (Premium Platform Combustion), che apre al mild hybrid rinforzato, alla doppia sovralimentazione e a nuove motorizzazioni elettrificate già introdotte su altri modelli della gamma dei quattro anelli (come l'A6). In concessionaria a settembre, la SUV full size esordisce con il diesel 3.0 da 245 o 299 CV e prezzi a partire da 87.150 euro. Seguiranno, nella prima metà del 2027, varianti plug-in hybrid e una mild hybrid benzina. Dimensioni e stile: è più alta e muscolare Lunga 5,06 metri, cioè sostanzialmente quanto la generazione uscente, la Q7 cresce in altezza di qualche centimetro, raggiungendo quota 1,78 metri. La maggiore statura, sottolineata dal montante D insieme a un frontale più verticale grazie al single frame rialzato, genera una postura più imponente. All'interno aumentano i centimetri a disposizione per testa e spalle dei passeggeri, soprattutto nelle file posteriori.I passaruota pronunciati enfatizzano la presenza su strada, richiamando visivamente la trazione integrale quattro, di serie. Oltre a essere più precisi e ricchi di funzioni, i fari digitali Matrix LED sfruttano la tecnologia micro-LED, disegnando una firma luminosa più sottile e incisiva. Interni, cresce il bagagliaio e triplica lo schema: a 5, 6 o 7 posti Non cambia il passo, ancora di tre metri, ma debutta un'inedita configurazione a 6 posti, con corridoio tra i due sedili centrali (in formato poltrona). I clienti possono scegliere tra cinque, sei o sette posti, con effetto lounge nello schema 2-2-2.Le versioni a cinque o sette posti permettono inoltre di installare in seconda fila fino a tre seggiolini affiancati, soluzione ancora poco diffusa.L'accesso alla terza fila è facilitato dalla funzione comfort entry, che fa avanzare e reclinare automaticamente la seconda fila. I sedili centrali sono regolabili singolarmente sia longitudinalmente sia nell'inclinazione e possono essere reclinati (tramite pulsanti sul montante C o infotainment) anche in presenza di seggiolini.Tra gli optional spicca il tetto panoramico elettrocromatico con trasparenza adattiva, illuminato da micro-LED integrati nella superficie vetrata. Quanto al bagagliaio, la SUV di Audi dichiara una capacità di carico elevata: da 670 a 2.075 litri nella versione a cinque posti e da 581 fino a 1.980 litri in quella a sette posti. Numeri in crescita rispetto alla generazione precedente. Nell'infotainment c'è ChatGPT, il cambio "trasloca" Materiali e finiture offrono un ampio grado di personalizzazione, con opzioni come rivestimenti in lana di alpaca e inserti in legno o carbonio. La plancia schiera di serie tre schermi: un cockpit da 12,3 pollici, un infotainment centrale da 14,5'' e lo schermo per il passeggero.L'anima del sistema multimediale è Android Automotive, supportato da comandi vocali con ChatGPT integrata.Dal punto di vista ergonomico cambia la disposizione dei comandi. Il selettore di marcia trasloca sul piantone dello sterzo, liberando spazio nella console centrale, ora dotata di ricarica wireless fino a 100 W. Motori: si parte col V6 diesel, ibrido e con doppia sovralimentazione Al lancio, la gamma include due versioni del V6 3.0 TDI con cambio tiptronic, da 245 CV e 500 Nm e da 299 CV e 630 Nm. Entrambe adottano il sistema mild hybrid a 48 Volt composto da powertrain generator (PTG) e batteria LFP da 1,7 kWh, capace di fornire fino a 24 CV e 370 Nm aggiuntivi (140 Nm in più rispetto a quanto visto su A5, Q5 e A6).Al PTG si affianca l'alternatore-starter a cinghia, responsabile dell'avviamento del motore termico e della gestione dell'energia.Il sistema mild hybrid lavora insieme alla doppia sovralimentazione: oltre al turbocompressore tradizionale, è presente un compressore elettrico capace di raggiungere 90.000 giri/min in 250 millisecondi, eliminando il turbo lag e garantendo una risposta immediata ai bassi regimi.In prospettiva arriveranno versioni plug-in hybrid su base V6 benzina, oltre a una variante mild hybrid a benzina. Sospensioni: standard o pneumatiche, anche sportive Per migliorare la dinamica sono disponibili le quattro ruote sterzanti e le sospensioni pneumatiche adattive (optional), proposte anche in configurazione sportiva (con assetto ribassato di 3 cm rispetto allo standard). Con le pneumatiche, la Q7 alza e abbassa l'assetto in base alle condizioni: in off-road fino a +45 mm (modalità lift), mentre in autostrada si abbassa fino a 30 mm.Quando si accede all'abitacolo o si caricano le valigie, il retrotreno abbassa la soglia di carico fino a 62 mm rispetto allo standard. Sicurezza: debuttano le frecce proiettate al suolo, si evolvono gli Adas Con la nuova Q7, Audi introduce un'anteprima a beneficio della sicurezza di pedoni e ciclisti: indicatori di direzione dinamici che proiettano le frecce al suolo, migliorando la visibilità in notturna. La proiezione avviene simultaneamente al lampeggio dei gruppi ottici.Sul fronte ADAS spiccano l'emergency assist evoluto, in grado di guidare automaticamente l'auto in corsia d'emergenza fino all'arresto, e l'assistenza al parcheggio che consente di insegnare fino a cinque manovre. In presenza di un vicolo cieco, il sistema di retromarcia memorizza gli ultimi 50 metri percorsi e arretra autonomamente fino a 10 km/h.

US Chagos talks confirmed amid concerns over China’s expanding naval ambitions

US President Donald Trump’s administration is holding regular high-level discussions with Britain to secure the long-term future of the strategically important Diego Garcia military base in the Indian Ocean, a US official has told the South China Morning Post. The confirmation comes amid reports that the White House is actively considering buying the Chagos Islands – host to a strategically important joint US-British military facility – amid concerns over China’s expanding naval ambitions in the...

China debate reaches fever pitch in Brussels as EU’s crunch fortnight kicks off

A frenzied fortnight of EU policymaking on China kicked off on Tuesday, amid signs that big member states may be willing to take a tougher stance on trade despite huge pressure from Beijing. Beijing’s commerce vice-minister, Ling Ji, was set to meet with new EU trade director Ditte Juul Jorgensen in Brussels and have talks with Chinese businesses in the Belgian capital before heading to forums in Berlin and Dusseldorf. At the same time, EU diplomats began preparations for next week’s blockbuster...

Una MINI TORCIA Comodissima Per Il Mio LABORATORIO: SOFIRN SE1 #flashlight #tactical #preppy

9 Giugno 2026 ore 13:00

💾

SE1 AliExpress Link: https://www.aliexpress.us/item/3256812083684389.html?gatewayAdapt=glo2usa4itemAdapt
*Discount code: SE1NEW2*
Discount: $3 off (valid worldwide)
*Valid period: June 1 - 15*

DONAZIONI per la GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

#vlogger #vlogs #faidate #diy #diycrafts #laboratorio #vintageradio #vacuumtube #radioavalvole #vintage
#repair #repairing #righttorepair #vintage #spaceage #design #restoration #computerhistory #computer #riparazione #funny #funnyvideo #funnyvideos

RECENSISCO questa mini torcia perche' mi sara' estremamente utile, in laboratorio MA NON SOLO...

*OCCHIO al mio AMAZON SHOP! https://www.amazon.it/shop/asbestomolesto*
*Le mie attrezzature le trovate nel mio negozietto AMAZON:*
Queste sono tutte cose che USO GIORNALMENTE e di cui sono molto soddisfatto :)

*TRASMETTITORE RADIO AM* : https://it.aliexpress.com/item/1005005593010774.html

*Saldatore* economico ma funzionale: https://amzn.to/43MSuxZ
*Stagno* 60/40 OTTIMO *NON-RoHS*: https://amzn.to/4cBf290
*Trecciola dissaldante: https://amzn.to/3PNsgWj*
*Flussante* Amtech NC-559-V2-TF: https://amzn.to/43DPAvo
*Pasta per saldature* elettroniche: https://amzn.to/43GAN39
*Disossidante* per saldature: https://amzn.to/4axQagu
*Tester digitale* UNI-T UT139C: https://amzn.to/43HeKZX
*Oscilloscopio portatile* : https://amzn.to/4acVQwx
*Cassettiera portacomponenti* : https://amzn.to/4cwPObX
*Masterizzatore M-DISC Blueray* : https://amzn.to/3IZ3VJj

*Antenna MINI WHIP* : https://amzn.to/4aDnnHx
*ALTRA ANTENNA MINI WHIP*: https://amzn.to/43NHReh
*Ricevitore SDR*: https://amzn.to/3TLirJR
*Ricevitore radio XHDATA D-808* : https://amzn.to/3xQzYieribZ

*Display Voltmetro 0-30Vdc* : https://amzn.to/3xepanL
*XHDATA D-808* radio onde corte AM/FM/Airband/ETC: https://amzn.to/43EutZS
*Evaporust* : https://amzn.to/3xaNRBy
*Caricabatterie solare* USB etc: https://amzn.to/43Cn39D
*Rotelle per sedia* : https://amzn.to/49kSrKZ

*Le mie attrezzature VEVOR ed i codici per acquistarle con sconti:*

5% di sconto per tutti i prodotti: *VVALL05*

*Termocamera infrarossi* VEVOR SC240N: https://s.vevor.com/bfQsoD
*Pulitrice ad ultrasuoni* VEVOR da 10 litri: https://s.vevor.com/bfQgEk
*Telecamera endoscopica* VEVOR 5 metri 3 telecamere: https://s.vevor.com/bfQbze

*BRAKLEEN pulitore freni* : https://amzn.to/3VGjgX0
*Cavo adattatore da OBD2 a OBD 3 pin* : https://amzn.to/43I4zUY
*Cavo diagnostico OBD per PANDA 141* ed altre auto storiche: https://amzn.to/3xiD9co
*Adattatore Da Attacco H4 HS1 A H5 R2 G40* : https://amzn.to/4cAByPf
*Lampade Philips RacingVision GT200 H4* per Panda 141: https://amzn.to/3xipx0O
*Imbottitura sedile panda 141 seduta* : https://amzn.to/4cAMLPT

*CINEBASTO Riscaldatore DIESEL* 8KW VEVOR BLUETOOTH lo trovate qui:

8KW vertical version: https://s.vevor.com/QTYSY1
8KW horizontal version: https://s.vevor.com/QTYSZC
Black friday promotion: https://s.vevor.com/QTYSZP
5% di sconto per tutti i prodotti: VVALL05


Se vi interessa il VEVOR, , guardate la serie completa!
PARTE 1: https://www.youtube.com/watch?v=A9xgrcAC4_8
PARTE 2: https://www.youtube.com/watch?v=mwhiqrgUQck
PARTE 3: https://www.youtube.com/watch?v=LVSfAheBhYk
PARTE 4: https://www.youtube.com/watch?v=9DlC6uSOrno
PARTE 5: https://www.youtube.com/watch?v=hdMPFVHCf7w
PARTE 6: https://www.youtube.com/watch?v=yjk9LYeo7dI

_In qualità di Affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei: aiuterete il canale a crescere!_

He Profits Off Raw Milk That’s Making People Sick. The Government Isn’t Stopping Him.

9 Giugno 2026 ore 13:00
An older man wearing a baseball cap and a black Raw Farm hoodie stands with his hands in his pockets in a foggy, grassy field. Two black cows stand in the background to his right.
Mark McAfee, CEO and founder of Raw Farm Sarahbeth Maney for ProPublica

ProPublica is a nonprofit newsroom that investigates abuses of power. Sign up to receive our biggest stories as soon as they’re published.

A white Ford pickup truck broke through a thick curtain of fog one morning in February, winding its way down a muddy farm road in California’s Central Valley. From it emerged a 64-year-old dairyman, burly and tan, who left the engine running as he lumbered toward me with open arms. 

“You must be Mark,” I said, warning him I wasn’t one for hugging. 

“I’m a hugger,” he said, pulling me in anyway. “I feel like I’ve known you for a lifetime.”

I had spent the past couple of weeks corresponding with Raw Farm founder Mark McAfee, who’d filled my inbox with messages and PowerPoints extolling the virtues of his most important, and controversial, product:

It is delicious.

It makes you feel good (the gut-brain serotonin and dopamine cycle).

It’s great for asthma and literally saves lives.

He was talking about raw milk, which, if you trust 150 years of bedrock science, offers little reason to consume. By definition, it has not been pasteurized, the simple process of heating milk to kill off harmful bacteria. Before the practice was widely adopted a century ago, thousands of babies died each year from illnesses linked to contaminated dairy. Today, most scientists and health experts agree that raw milk has no significant, proven nutritional benefits over its sanitized counterpart, cannot treat or cure disease and subjects its consumers to over 100 times the risk of foodborne illness, which can be especially dangerous for young children.

And yet, McAfee’s farm, the largest raw-milk dairy in the country, is pulling in about $30 million a year, meeting a growing demand from customers who say they want food that hasn’t been robbed of health benefits by industrial processing. Once drawing a fringe crowd, raw milk has been thrust into the mainstream in recent years by a potent mix of politics, wellness culture and a wave of suspicion that health institutions have been compromised by Big Pharma and Big Food. Its proponents have turned it into a symbol of freedom and defiance. More than 10 million Americans now drink it; national weekly sales rose by 65% from 2023 to 2024 alone.

Raw milk’s success confounded me: How had it gained such a foothold in this country, despite regular outbreaks of salmonella and E. coli, and even the discovery of bird flu in Raw Farm’s milk? More pressing still, what was the government doing to protect the public amid demands for products that scientists warn are risky, even deadly? Speaking with McAfee seemed like a good place to start; federal and state regulators had linked his business to more than a dozen recalls and outbreaks that had left hundreds of people ill.

“I’ve put a couple kids in the hospital, and they have been sick, but they recovered,” McAfee acknowledged before my visit. “But here’s the thing: I’m a pioneer. And I’m going against the grain here. I’m climbing a mountain they say you can’t climb.”

An older man wearing a baseball cap leaning on a wooden railing, looking out over a foggy, grassy field. Several cows stand in the distance. A sign on the railing reads, “So fresh. So clean.”
Sarahbeth Maney for ProPublica

McAfee isn’t any ordinary farmer. He is a raw-milk zealot who has escaped serious sanctions despite two decades of skirmishes with the Food and Drug Administration and the Department of Justice, which have repeatedly accused him of breaking federal laws and regulations. The Biden administration was on the verge of a crackdown against his farm when President Donald Trump assumed office and turned over leadership of the nation’s health agencies to one of McAfee’s most notable customers. 

The year before he was confirmed as the secretary of the Department of Health and Human Services, Robert F. Kennedy Jr. ran for president, using his campaign platform to decry the government’s “aggressive suppression” of raw milk. In his new role, he said he was “advocating” for it and celebrated the release of a federal report to Make America Healthy Again with a toast of raw-milk shooters in the White House.

For his part, McAfee isn’t just selling Kennedy’s favored milk. He is selling the notion that his dairy products are safe and healthy — for you, your kids, your grandparents — because his farm thoroughly screens its milk for bacteria. 

“They think we’re some kind of a fringe, weird trend, and we are dead serious here,” McAfee said after he greeted me at his farm, which he runs with his adult son and daughter, 20 miles southwest of Fresno. “And you’ll see that in what we’re doing today.”

He led me into a cream-colored bungalow he called his pathogen laboratory, where two workers in lab coats prepared milk samples.

The farm screens each batch for four types of bacteria: salmonella, E. coli, campylobacter and listeria, all of which thrive in the intestines of cattle and can contaminate milk through microscopic flecks of infected feces. The microbes can cause a constellation of symptoms in humans, from vomiting and diarrhea to sepsis, kidney failure and even death.

“We catch these things and divert the milk immediately,” McAfee said of the pathogens. 

I assumed that after diverting batches, the farm discarded them. 

Later that day, I learned otherwise.

“We have a red-flag system here, where if there’s anything that gets really out of whack, they can immediately tag the milk, and it doesn’t go to anything but cheese,” McAfee told me. “Because, you know, cheese is resistant to pathogens.”

Research has shown that raw cheese is not, in fact, resistant to pathogens; while aging can mitigate some risk, harmful bacteria can still survive the usual 60-day maturation process. 

Hearing about the practice took me by surprise — the farm did what with that milk? — so I asked about it again.

McAfee confirmed that milk with pathogens was used to make cheese, except for batches with salmonella, which he said were dumped or sent out for pasteurization. (I later learned the FDA knew he was doing this and had told him to stop two years ago. But no one had alerted the public.) 

“Our cheese is just wildly successful across America,” McAfee said, noting it was sold in hundreds of stores from natural food shops to chains like Sprouts Farmers Market. “H-E-B down in Texas sells 50,000 bucks a week.”

I wondered how long it might take for the cheese to be linked to another outbreak. 

Unbeknownst to me, one was already underway.

A man in a white lab coat and black gloves works in a laboratory setting. He is handling glass flasks containing an amber liquid lined up on a stainless steel countertop. In the background, lab equipment and a refrigeration unit are visible.
A laboratory technician prepares broth to test for pathogens inside a lab at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 1: The Pioneer

In the early 2000s, McAfee was producing pasteurized milk for the dairy group Organic Valley when a raw-milk enthusiast named James Stewart made an unusual request. 

Stewart had founded a private food club in Venice, Los Angeles. Its members included movie stars, “crystal worshippers” and other “fanatical people,” McAfee recalled. They were looking for a steady source of raw milk at a time when consumers were waking up to the risks of food contaminated by additives, fertilizers and pesticides.

“How fast can you drive down here with as much milk as you can?” McAfee recalled Stewart asking.

McAfee, not fully grasping why people would want to drink milk that was unpasteurized, nonetheless went to his silo, filled half-gallon containers and packed them in ice chests. Then, with his wife, he made the long drive south to the L.A. coast.

Dozens of people were waiting for them, McAfee said, launching into a scene that unfolded with a Hollywood sheen. “I couldn’t even get out of the car,” he said. “They’re beating on the windows and opening up the back. … Just mayhem, cheering, excitement, crying.” 

As their $20 bills started flying at him, so did their stories, about how raw milk had healed their health issues, including asthma. The moment transformed him, he said: He realized that he was selling more than just milk — it was “food as medicine.”

Twenty-odd years later, Stewart, too, recalls the moment. “I saw the light go off in his head,” Stewart told me. “He was looking for a way to expand what he was doing and not just be a commercial, pasteurized, homogenized milk provider.” 

McAfee, a third-generation California farmer, was born into a family that had charted an unconventional course. His father, whom McAfee described as both a humanitarian and a rebel, founded multiple farm cooperatives and made national news in 1972, when he helped post bail for activist Angela Davis by putting his land up as collateral. 

McAfee didn’t initially follow in his father’s footsteps. He worked for 16 years as a paramedic before taking the helm of family farmland that his grandparents left behind. The farm grew apples, almonds and alfalfa, and, by 2001, McAfee had expanded into commercial dairy. But his days of producing milk for pasteurization were short-lived; within a few months of meeting Stewart, McAfee converted his dairy to sell only raw milk.

He entered a market on the verge of extraordinary growth. 

California had always permitted raw milk to be sold in stores, but Los Angeles County’s more stringent rules had, in effect, curbed its retail sales. In 2001, food-freedom advocates, including Stewart, successfully petitioned the county to weaken regulations, providing McAfee access to a new pool of customers. That would happen again and again, in state and local governments across America, as the internet, and then social media influencers, drew exponentially more people to the cause. 

Around the time McAfee converted his dairy to raw milk, only 27 states allowed its sale. 

In one way or another, nearly all of them ultimately would.

Many States Allow the Sale of Raw Milk

A consumer could buy raw milk:

A cartogram showing the easiest way a casual consumer can buy raw milk in each state. Raw milk can be purchased from a retail store in Alaska, Maine, New Hampshire, Washington, Idaho, Utah, Pennsylvania, Connecticut, California, West Virginia, Arizona, New Mexico, South Carolina and Arizona. Raw milk can be purchased directly from a farmer in Vermont, Montana, North Dakota, Minnesota, New York, Massachusetts, Oregon, Wyoming, South Dakota, Iowa, Nebraska, Illinois, Delaware, Kansas, Missouri, Oklahoma, Georgia and Texas. Raw milk can be purchased as pet food in Wisconsin, Ohio, New Jersey, Colorado, Indiana, Virginia, Maryland, Kentucky, Tennessee, North Carolina, Louisiana, Alabama and Florida. Raw milk can be purchased with a doctor’s prescription in Rhode Island, or as part of a herd-share program in Michigan, and cannot be purchased at all in Nevada, Hawaii or Mississippi.
Raw milk is available in Michigan only through “herd share” programs, where consumers receive milk after purchasing a partial share of an animal. Other herd-share programs are not shown in this map. Raw goat milk can be purchased in Rhode Island with a doctor’s prescription. Map and research by Alyssa Fowers, special to ProPublica

One thing stood between McAfee and all of that business: a federal regulation restricting the sale of raw milk from one state to another. The 1987 ban had the effect of keeping outbreaks contained, making it easier for local officials to address them. 

But there was a loophole: Raw milk could be sold across state lines if labeled as pet food. 

McAfee saw an opportunity, and he wasn’t subtle about it on the website for his farm, which at the time was called Organic Pastures. The farm “creatively labeled its products for sale outside of California in such a way that it is not illegal,” the site said, and it assured people they could still consume them. Justifying the strategy to an Oregon newspaper, McAfee said in 2005, “I am a revolutionist in this, and I won’t overlook any loophole that will get the milk out there.”

As his raw dairy grew, McAfee portrayed himself as an underdog waging a war against industrialized food. “The giants of the marketplace have processed our food to death to extend shelf life and expand distribution,” he said in a 2006 interview. “The raw milk revolution grows right out of this disorder.” 

Two decades later, he still talks about raw milk with the passion of a convert. He answered even simple questions with lengthy explanations, speaking in a quick, torrential style and snapping his fingers or pinching the air for emphasis. Only later did I realize that much of what sounded spontaneous was a pitch he had been refining in years of promotional interviews and farm tours.

McAfee has professed the benefits of unpasteurized milk in public libraries and chiropractor offices. Raw dairy, his farm has claimed, could cure, treat or prevent myriad diseases and ailments, from diabetes and ear infections to allergies, eczema and arthritis. The farm developed the website icanbreathe.org to promote the so-called Milk Cure for asthma. “Only raw milk works in this natural treatment,” the dairy stated. “Pasteurizing milk kills or changes the natural enzymes, antibodies, and fatty acids that are critical to the physiology of how this works in your body.”

McAfee founded a nonprofit, Raw Milk Institute, in 2011, broadcasting similar claims alongside studies he said support them. While a few European studies he cited observed a correlation between drinking raw milk and lower rates of asthma and allergies, they did not prove raw milk directly led to reduced illness, nor did they recommend its consumption due to pathogenic risk. Experts have suggested the association could likely be explained by the “farm effect,” in which children growing up around animals and agriculture have been shown to have stronger immune systems.

Exhaustive reviews of the published science on raw milk have broadly been unable to substantiate claims of its benefits, and most experts agree that it is neither healthy nor safe to consume. But McAfee said his customers know better. To him, the stories of families who believe raw milk has transformed their health are their own form of evidence, revealing truths that institutions have failed to capture. “If raw milk was a fad or a lie, then why would people repeatedly buy raw milk and then tell the world how they love it,” he said. “Our consumers read their gut and watch their kids thrive.”

He also said the government hasn’t invested enough in research to assess its benefits.

“I’m begging you to say: ‘This is not anti-science, this is extremely pro-science,’” he told me. “It’s using science that is not conveniently accepted yet.”

And for many health-conscious people, this possibility that raw milk may help them — or their loved ones — is often enough for them to try it.

A refrigerator holds multiple plastic containers filled with liquid substances. The labels on the bottles read “raw cream” and “raw kefir.” On the top shelf of the refrigerator are small boxes that read “raw butter.” The refrigerator has text at the top that reads “raw goodness.”
Raw-dairy products are sold at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 2: The First

Mary McGonigle-Martin was shopping in a Southern California grocery store in 2006 when she spotted ads suggesting McAfee’s milk could treat allergies and digestive problems. She thought of her 7-year-old son, Chris, who she suspected was dealing with dairy sensitivity, and later visited McAfee’s website to learn more. She knew the risks of forgoing pasteurization, but the site eased her concerns: It said the farm tested its milk and had never found a single pathogen. 

So she started buying it, and her son started drinking it. And about a month later, he fell gravely ill. What began as a trip to the nearest hospital for bloody diarrhea turned into a race to save his life as his kidneys started to fail. Airlifted to a children’s hospital in Loma Linda, Chris was put in a medically induced coma. He spent nine days on a ventilator and 18 days on dialysis, during which time doctors gave him blood, platelet and plasma transfusions. “He was on the verge of death,” Martin told me. “I had flashes of him being in a casket and being at his funeral.”

Chris had a dangerous strain of E. coli, known as O157:H7, which led to hemolytic uremic syndrome. This rare condition, which mostly impacts children, occurs when bacterial toxins spread throughout the body and damage red blood cells, causing clots in the organs, primarily the kidneys. With quick intervention, most people survive. But it can cause lifelong complications.

While sitting in the intensive care unit, Martin overheard another mother mention her daughter had the same condition. It turned out the young girl had also drank milk from McAfee’s farm. Hoping to intervene before others got sick, the families reported the illnesses to the dairy and the state, which quickly issued a recall and quarantine order, suspending distribution of the farm’s products.

McAfee told me that when he learned of the two sick children, he “wanted to know the truth.” So he took his wife’s Volvo and drove four hours to the hospital. Then, somehow, he found a way into the ICU. “I knew how to get back past security,” he said. “A paramedic can get anywhere, and I sucked up to the nurses.”

Martin told me she was surprised when McAfee introduced himself in the waiting area, but nonetheless she shared details of her son’s ordeal. “I listened to her as compassionately as I could,” McAfee told me. But in his recollection, he observed that Martin’s son was not as critically ill as he’d been led to believe. “He’s eating McDonald’s, watching cartoons, doing just great, and they’re telling the story to the world that he’s ready to die,” claimed McAfee. “I was really upset about that.”

McAfee’s version of events was impossible, Martin told me: When he appeared at the hospital, Chris had just been taken off the ventilator and still struggled to breathe on his own; reams of her contemporaneous notes confirm this. Even after being extubated, he couldn’t have solid food for weeks due to severe pancreatitis. “I was so hungry,” Chris told me. “I started crying because I couldn’t eat.”

When I asked Martin why she thought McAfee gave such a different account of their meeting, her response was simple: “Mark is the master of spin.” (McAfee maintained that his recollection was accurate: “This is not spinning; this is simple truth.”)

An overhead view of an older person’s hands flipping through a stack of documents and photos. Prominently displayed on the left is a printed photograph of a young child in a hospital bed with medical tubes attached.
Mary McGonigle-Martin looks through old articles and documents she has saved. Nearly 20 years ago, her son, Chris, contracted an E. coli infection after consuming unpasteurized milk. Sarahbeth Maney for ProPublica

Six people contracted E. coli during the first outbreak connected to McAfee’s farm, according to federal regulators; their median age was 8. While the outbreak’s specific strain of E. coli was not found in the products, some samples taken by investigators had high bacterial counts, indicating contamination. 

Chris suffered permanent kidney damage. Now 27, he can’t drink alcohol and will spend the rest of his life under a nephrologist’s care because of his elevated risk of chronic kidney disease. 

The illness lingered in other ways, too. “I would have random flashbacks and panic attacks from anything,” he told me. The smell of hospital soap. The sticky feeling of Band-Aids or tape on his skin. His mother found him a trauma counselor, which was “life-changing,” he said, except he still held onto a knot of resentment. Not toward his parents; he views them as victims like him. “Just so much anger towards Mark,” he recently told me. When he later saw McAfee’s milk being sold at a Sprouts, “I wanted to take a bat and smash the entire aisle.”

Martin couldn’t let go either. She hired Bill Marler, a Seattle attorney who specializes in food safety litigation. Alongside the family she met in the hospital, she sued McAfee’s farm in 2008, and the dairy settled for an undisclosed sum. “They couldn’t find the pathogen in our milk,” McAfee told me. “She claims she had it in her milk with her child, and that’s what the insurance company took to settle, and we weren’t going to litigate it.”

Emboldened, Martin, who was a high school guidance counselor, found her second calling as a food safety advocate, testifying against raw-milk-access bills across the country.

Following the settlement, McAfee wrote to Martin to apologize, but also begged her to move on. 

“Mary, please appreciate that so many children thrive and grow very strong on raw milk,” he wrote. “The very remote theoretical risk of illness from tested, retail, approved raw milk is far outweighed by the health and recovery from the illness that children that drink raw milk enjoy.”

Martin appreciated the note, but recognized that even in his seemingly heartfelt apology, McAfee could not adapt his belief system to fit her experience. “He really believed this was like a fluke. It’s not going to happen again,” she said.

Three people — an older man, a younger man and an older woman — sit together on a brown leather couch in a living room, all wearing serious expressions. The older people rest their hands on the younger man’s shoulders.
Tony Martin, left; Chris Martin; and Mary McGonigle-Martin, at their home in Murrieta, California, on March 26 Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 3: The Pathogens

Eager to keep showing me his farm’s serious approach to pathogens, McAfee ushered me into his truck to see the milking of his cows. Raw Farm keeps about 1,400 of them, which produce up to 8,000 gallons a day, each priced at $19. The smell of sweet milk hung in the air, mixed with the earthy musk of manure. 

“We’ll see what kind of music they’re playing this morning up in the milk barn,” he mused. 

“You play music for the milking?” I asked. 

“Mexican music,” he said, as he got behind the wheel. “It’s very Pavlovian. … You start seeing milk coming out of their teats.”

In the open-sided barn, workers sprayed a small herd of cows with a fire hose, removing flies and flecks of manure from their bellies, which were then inspected, coated with iodine and wiped with a towel. The steady pulsing of milking machines mingled with a thumping musical beat as McAfee marched down the rows, pointing to their light pink udders. “Super clean,” he said with pride. 

Hygiene appeared to be a clear priority everywhere we went, from the thick binders of safety plans — “not one of those documents collects dust,” he told me — to the sterile, full-body moon suits workers wear to package milk. 

McAfee said the 2006 outbreak opened his eyes to the risk of his product and was part of the reason he developed standards for unpasteurized dairies. 

But more awareness and better practices didn’t stop McAfee’s customers from continuing to get sick — in 2007, and 2011, and 2012, and 2016 — and the farm had to issue recalls more than half a dozen times after pathogens were found in its products.

And then between 2023 and 2024, regulators linked the farm to one of the largest publicly known raw-dairy outbreaks in decades, with more than 170 people falling ill from salmonella. McAfee disputed his farm’s connection to many of the outbreaks, including this one.

“I call complete crap,” McAfee said, claiming that his farm was not responsible for all the cases. “It was 25, maybe 30.” He also disagreed that the majority of patients were children, as the Centers for Disease Control and Prevention had detailed in a report published last year. “I challenge that data at the fundamental level.”

It was a typical McAfee defense. Throughout our conversation, he never lost his composure, even when discussing outbreaks. Instead, he calmly dismissed the government’s methodology, explaining that it was counting cases of “standard diarrhea,” which he said have “no claims for illness,” as they could be managed with “good hydration and plenty of good bone broths and electrolytes and stuff.” 

He also seized on instances when the government could not identify an outbreak strain in his products, but instead found it in samples of farm water and cow feces or drew ties to his farm using genetic sequencing or interviews with patients — practices epidemiologists routinely rely upon. McAfee held that none of this was smoking-gun proof that his farm directly caused outbreaks. Instead, such episodes seemed to reinforce his perception that he was climbing a mountain alone, battling institutions that were already biased against raw milk before hearing his case.

When mandated quarantines ended, he would declare victory.

After his dairy reopened following an outbreak that sickened five children in 2011, he revealed how much people were suffering without his product in a celebratory video. McAfee shook the hand of a young man who was wearing a sideways cap. “This guy came all the way from Alaska to get raw milk!” McAfee said. The young man described a kind of withdrawal: “My immune system broke down. I lost a lot of lean body mass.” When a gray-haired woman said she was driving four half-gallons to her grandbabies in Texas — “that’s how desperate I am for them to be healthy” — McAfee kissed her on the head and called her a “raw-milk freedom rider.”

At least 233 people have been sickened in eight outbreaks that federal and state regulators have connected to McAfee’s farm since 2006, and at least 40 of them have been hospitalized. 

The tally is almost certainly an undercount, experts and regulators told me. Many recover at home from foodborne illness and do not seek out testing.

McAfee’s Dairy Has Sickened Hundreds of People Over the Years, According to Regulators

Federal and state regulators have linked 233 outbreak cases to Organic Pastures or Raw Farm. The true number of cases is likely higher.

A graphic showing the number of cases in each outbreak of foodborne illness linked to McAfee’s dairy. There were eight outbreaks between 2006 and 2025; the largest was an E. coli outbreak starting in October 2023. In total, there were 233 outbreak cases.
Source: CDC, FDA, California Department of Food and Agriculture, California Department of Public Health, Food Safety News Graphic by Alyssa Fowers, special to ProPublica

The outbreaks raised an obvious question: Why hadn’t regulators shut down the farm? America’s food safety system aims to balance public health with people’s freedom to eat foods that can harm them, like raw oysters and sushi. Regulators expect some will inevitably get sick, and so they focus on ensuring consumers, at the very least, are aware of the risk.  

State regulators are responsible for overseeing raw milk sold legally within their borders. In California, they require it to be sampled and tested monthly for pathogens. Raw Farm is in good standing, according to the Department of Food and Agriculture, consistently meeting standards for sanitation and cow health. But spokespeople for that agency and the state Department of Public Health emphasized that the best way to prevent illness is to drink milk that has been pasteurized. Otherwise, they wrote in an email, “there will always be some risk of contamination.” 

Many people who turn to raw milk don’t have a full understanding of that risk, John Lucey told me. A professor of food science who directs the Center for Dairy Research at the University of Wisconsin-Madison, Lucey grew up on a farm and has studied dairy products for three decades. “Cows poop all the time,” he said. “Farms are just a reservoir of bacteria: The soil has got bacteria, the walls have got bacteria, the cows are carrying bacteria.”

One of the draws of raw milk is a deeper connection to its source; by knowing a farmer personally, people assume their food will be more safe, Lucey said. But what raw-milk consumers often don’t realize is that many dairy farmers are in a relentless battle to produce clean milk.

“Sometimes you lose because the cow kicked off the milking machine. Something just happens,” he said. “Farmers do the best they can and they are super hardworking people, but just because Daisy is a nice cow and the farmer is a nice guy doesn’t guarantee that things are sanitary and that they can prevent things 100% of the time.”

A close-up of a brown dairy cow looking directly at the camera from behind a barbed wire fence. The cow has pale yellow ear tags in both ears that read “raw,” “Helga” and “12057.” The background features a sunny blue sky with a few clouds.
Sarahbeth Maney for ProPublica

Over the past two years alone, nine states have experienced outbreaks that regulators linked to raw dairy, not including those connected to McAfee’s farm. In Washington state, about 10 people fell ill with E. coli connected to raw-cheese consumption, and in Florida, where raw milk can be sold only as pet food, about 20 people got sick. Among them was a pregnant mother whose toddler was hospitalized; she said she caught his bacterial infection and had a miscarriage at 20 weeks. (The Florida farm said its products had not tested positive for pathogens and that it informed customers its raw milk was not for human consumption; the Washington creamery voluntarily recalled its cheese.)

Just last week, Idaho’s health officials announced that nearly 60 people had become ill after consuming raw milk.

Discussing the risk of raw milk with McAfee was a challenge. 

As we rode in his truck to the next stop on the tour, I brought up the prevalence of pathogens, as well as his farm’s pattern of outbreaks. He acknowledged that some risk exists, but stressed that it was “very, very, very small” and was “fantastically” outweighed by raw milk’s therapeutic value. And then, he insisted one should disentangle the benefits from the risk, as if that’s even possible.

“Show me the criticism of raw milk if it’s safe,” he told me, one hand on the wheel, the other punctuating his points in the air. “None.”

“Well, the critics would argue that there’s risk—”

“No, if it’s safe,” he said, cutting me off. “If it’s safe, how could you criticize it?”

“But they would argue that it’s not safe,” I said.

“Show me the risk,” he repeated. “I’ve yet to see it. We found it. We immediately diverted it.”

The interior of a dairy milking parlor with cows lined up in elevated stalls on both sides. Yellow milking hoses hang from the ceiling, and two workers stand in the wet center aisle.
Employees hook up cows to milking machines at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 4: The Art of War

We’d seen nearly every stage of production — from “grass to glass,” as McAfee called it — when he parked his truck next to the hangar that houses his Cessna 210 Centurion propeller plane. Next to it, steps from his hacienda-style home, is a bungalow he uses as an office. 

He showed me his replica medieval broadsword, his podcasting setup and one of his favored books, Sun Tzu’s “The Art of War.” He said the ancient Chinese military treatise had informed his longstanding feud with the federal government. 

Two decades ago, his use of the pet food loophole to ship across state lines attracted scrutiny almost immediately. In 2005, an undercover investigator from the FDA called the farm and was told the milk was safe for human consumption. Two years later, according to court records, the farm sent an email to consumers saying, “Raw milk can be shipped via UPS to all US states,” and “Tell everyone who has asthma that they will be cured by raw milk.” 

In 2008, the DOJ pursued criminal charges and a civil suit. McAfee resolved the charges, promising that the farm wouldn’t sell raw milk across state lines again. But prosecutors wanted a court order that would force McAfee and the farm to comply, citing their “unabashed efforts to manipulate the law.” 

To illustrate McAfee’s ongoing defiance, the government pointed to statements he had made online that year and the next. In one post on a blog, he said, “If we ever get raided it will be grand theater. … There will probably be some riots.” In another, he said he would not use guns “until the tipping point” and mentioned “another Wounded Knee, Ruby Ridge or Waco.” Prosecutors argued his conduct demonstrated a “cognizable danger” that he would violate the law again.

In 2010, the judge granted a permanent injunction, requiring, among other things, that the farm stop selling raw milk beyond California and take down any statements promoting its health benefits. McAfee told me the directive was an attack on his right to free speech. “I deeply and passionately believe in the truth, and they were telling me I could not speak the truth,” he said. “I’ve had to have therapy over that, you know. I didn’t want to do something stupid.”

A violation of the order could have led to an enforcement action, but in the years that followed, officials pulled their punches. (McAfee insisted they had no punches to throw.)

The FDA and the DOJ kept finding evidence of violations, in 2016, and 2019, and 2021, according to court records. Though federal prosecutors initially pushed for strong penalties, including holding Raw Farm and McAfee in contempt, they agreed to a consent decree in 2023, which required the farm to undergo independent audits to ensure it was complying with the law.

Then, in early 2024, FDA inspectors discovered the farm had a “standard practice” of producing cheese from milk suspected or known to contain pathogens, according to court documents; lab records showed its cheese had also tested positive even after the mandated aging period. 

That February, federal regulators publicly linked Raw Farm’s cheese to a monthslong E. coli outbreak. Nearly a dozen people across five states fell ill. 

Among them was Paul Panelli, who went to his grocery store in Newport Beach, California, looking for Tillamook cheese to make tacos. Finding it was sold out, he reached for Raw Farm’s cheddar, drawn in by packaging that made it seem organic and all-natural. He told me he didn’t realize the cheese was made with unpasteurized milk.

Both Panelli and his wife, Julie, came down with food poisoning. She was diagnosed with an E. coli infection that left her needing several kidney surgeries. “She literally is afraid to eat things,” her husband told me. The family’s lawsuit against Raw Farm is ongoing; in court records, the farm denied responsibility for their illnesses.

Raw Farm pushed back against the government, maintaining that it followed federal regulations by aging its cheese and claiming to have tested all of it before sale, so no contaminated product reached the market, according to court records. Federal law allows the interstate sale of unpasteurized cheese as long as it’s aged for at least 60 days, though this doesn’t fully eliminate the risk — or account for a farm using pathogenic milk to make it. The FDA told the farm to destroy any cheese made with contaminated milk, arguing that it was violating the law, according to court documents. The farm’s lawyer said it was in compliance, and insisted there was no “bad cheese” to throw out.

To force the farm to follow the government’s orders, it needed a judge’s ruling, but a backlog in the under-resourced Eastern District of California left the case on pause well into 2025. The arrival of the Trump administration that year created a political opening for McAfee.

By the time Kennedy took the helm of the health department, McAfee had already developed close ties to his inner circle. “I go way back with him,” McAfee told me. Kennedy’s running mate, Nicole Shanahan, had made a stop at Raw Farm during his presidential campaign, creating multiple videos featuring McAfee. (She did not respond to my emailed questions.) He was even asked to become an adviser to the FDA, McAfee told me. The position never materialized, but McAfee still benefited from the change in administration. 

Without publicly stating a reason, this past January the government dropped its efforts to take action against the farm. A former federal employee with knowledge of the suit told me that cases involving raw milk were deprioritized in the new administration because of Kennedy’s stance on it. 

Natalie Baldassarre, a DOJ spokesperson, didn’t respond to my questions about the decision, but said in an email that the administration will “always be concerned about risks to public health and will continue to take enforcement action as appropriate to protect American consumers.” The health department and the FDA did not respond to my attempts to seek comment. Kennedy, through his department, also did not respond to my questions.

McAfee called the withdrawal a “big win.” Drawing on Sun Tzu’s teachings, he told me that he had learned not to engage in “their war,” but his own. 

“You win the war they don’t expect you to fight,” he said. While officials were gathering evidence, he was focused on the “education” of consumers. He once delivered his message to dozens at a time. Now online influencers spread it to audiences of millions. “They have the guns and the money,” he said of the government. “I got the truth and the moms.”

His work could soon pay off. A month after I shook McAfee’s hand and left his farm, Rep. Thomas Massie, R-Ky., and Rep. Chellie Pingree, D-Maine, reintroduced the Interstate Milk Freedom Act, which would prohibit “federal interference” with the interstate sale of raw dairy in states where raw milk is already legal. 

Massie, who served raw milk at his recent wedding, has a farm with 50 cattle, and Pingree, a former dairy farmer and the only Democratic sponsor of the bill, raises her own grass-fed beef. “The Interstate Milk Freedom Act would make it easier for families to buy the milk of their choice,” Massie said when he announced the bill, “by reversing the criminalization of specific dairy farmers.”

When asked if she was concerned the bill may increase access to a product that puts people at risk, Pingree told me that the bill was not about marketing raw milk or making any health claims. “I trust state departments of agriculture and health to monitor compliance, assess health risks, and enforce the rules in place to protect consumers,” she said in an emailed statement. Massie did not respond to my questions.

A man in a baseball cap walks past double glass doors inside a dimly lit building with corrugated metal walls. Above the doors hangs a large Raw Farm sign.
McAfee exits the hangar where his airplane is stored at Raw Farm. Sarahbeth Maney for ProPublica

Chapter 5: The Devoted

Six weeks after I left Raw Farm, it happened. 

On March 15, federal regulators publicly linked its cheese to yet another E. coli outbreak. 

Nine people were infected across three states; more than half were younger than 5. Of the three people who had to be hospitalized, according to regulators, one developed the same severe kidney condition that Martin’s son had battled two decades earlier. 

Initially, federal health agencies didn’t urge the public to avoid the cheese or throw it away, as they had under previous administrations. Instead, a CDC notice said consumers should “consider” not eating it; the FDA gave no consumption guidance at all. Three federal health employees later told me political appointees had watered down the original language. (The agencies’ advisories have since been updated. Neither the CDC nor the FDA responded to my questions.)

The fact that the agency was under Kennedy’s leadership didn’t make Raw Farm any more compliant when regulators asked it to recall its products. It refused. “If there was ever a question about whether there was a pathogen in our products,” McAfee later told me, “I’d be the first one to recall immediately, voluntarily.”

He said he texted Kennedy to “call off the dogs,” but got no response. 

When FDA inspectors showed up unannounced at the farm, it complied with an investigation. And when the agency threatened to force a recall, the company reluctantly issued its own, 18 days after the outbreak was announced. 

The farm appended several unusual statements to its April 2 advisory: 

This Voluntary Recall is being performed under protest.

This Voluntary Recall is performed as a path forward.

The farm retracted those statements five days later, but continued to dispute the cause of the outbreak and contest the agency’s findings. It had tested its products, found no pathogens and wasn’t at fault, McAfee said.

However, during its investigation, the FDA also sampled and tested the company’s cheese. While it didn’t find the recent outbreak strain, one sample tested positive for E. coli. In their inspection, agency officials also found the farm’s cheese had recently tested presumptively positive for pathogens even after 60 days, showing the limitations of its aging process. The farm destroyed these contaminated batches. 

I reached out to McAfee and asked him whether the illnesses might be connected to his practice of using problematic milk to make cheese. But now, he told a different story. 

“We would in the past divert to cheesemaking,” he told me. “We no longer do.” He didn’t pinpoint exactly when the farm made the change, throwing out dates from two years ago to last summer. “It’s been quite some time.”

I brought up the fact that he’d made similar disclosures in podcasts in the last year and to me just weeks earlier. But he doubled down. 

“I think you have caught me in something where there’s an issue between practice and what I’m saying,” he said. “If I said it, I believed that at the time to be true, but I do know that now we do not use any questionable milk.” 

In almost the same breath, McAfee noted that his farm would not have violated any laws if it had done so. “It’s not illegal,” he said. “That’s why the FDA dropped their thing.” (California regulators told me such a practice was “concerning.” The FDA refused to respond to questions about it.)

Speaking to a congressional subcommittee on April 16 about the outbreak, Kennedy noted that companies usually comply with recalls right away. “But there was foot-dragging,” he said. “This company was intransigent.” 

U.S. Rep. Rosa DeLauro, D-Conn., asked Kennedy whether in the face of these new, serious illnesses, it wasn’t time for a shift in his messaging: “You are the Secretary of Health and Human Services. Is there not some moral responsibility or compunction to say, ‘Don’t drink raw milk’?”

“Every product can contain contaminants,” Kennedy replied. “What we do is inform the public, and we let people make the choice.” 

On April 30, the FDA closed its investigation without taking any enforcement action. McAfee told me his raw-cheese products were back in stores. Sprouts and H-E-B, two major retail chains that have carried his cheese, did not respond to my emailed questions about the outbreak.

“We don’t feel bad at all,” McAfee told me about the entire episode. “Our sales are highest they’ve ever been, and feedback online with influencers is: If the FDA says something, do the opposite. It’s safer. They don’t trust them at all.” 

A smiling man wearing a black cap and a “Raw Milk Club” T-shirt holds a gallon jug of milk on his shoulder, standing in front of a blue Raw Farm backdrop.
A man, a young boy sitting on his lap and a smiling woman sit together on hay bales in front of a corrugated metal wall.
A woman in a black dress sits on hay bales under a large white tent, with a black Raw Farm tote bag resting beside her. Other people and children’s play structures are visible in the grassy background.
A woman wearing thick black glasses and a gray tank top stands outdoors in front of a green pasture with grazing cows and white-wrapped hay bales.
Proponents of raw milk and supporters of Raw Farm attend its Camping With the Cows event. First image: Matt James, 34, of Jupiter, Florida. James starred on “The Bachelor.” Second image: Jaime Espinoza, 31, left, and Lindsay Espinoza, 34, of Bakersfield, with their 2-year-old son, Isaac. Third image: Alyssa Wolfer, 42, of Bakersfield. Fourth image: Melanie Copeland, 58, of Huntington Beach. Sarahbeth Maney for ProPublica

On a sunny weekend in early May, hundreds congregated at Raw Farm for its annual Camping With the Cows event. Blue skies extended to the horizon, and a small colony of tents, camper vans and motorhomes sprawled out across the lush alfalfa fields. Influencers in cowboy hats chugged cartons of milk. Matt James, the leading man on Season 25 of “The Bachelor,” ambled around with his mother in a T-shirt that read, “Raw Milk Club.”

Many attendees were unbothered by the recent illnesses. They said they consumed raw dairy because they wanted to reduce their inflammation, and avoid additives, and prevent lactose intolerance, and clear their skin, and bring their hormones into balance. They wanted nutrients that didn’t exist in “boiled to death” milk. They wanted to drink it “the natural way.” 

Alyssa Wolfer, a 42-year-old mother of two from Bakersfield, viewed raw milk as a symbol of “true American freedom,” she said. “I very much lean on the side of freedom of people to choose what they consume and less regulation.”

“I’m seven months pregnant, and I drink raw milk because that’s how God has created it to be,” said Lindsay Espinoza, 34, reclining on a bale of hay with her husband and young son. “There’s so much fear behind raw milk, but it makes sense to us.”

Some, like 58-year-old Melanie Copeland from Huntington Beach, questioned whether the outbreak had occurred at all. “The odds of it being true are slim to none,” she said, “and people need to do their research.”

McAfee mingled among his flock. Some stopped him for pictures as he beamed down the camera and flashed a thumbs-up.

The post He Profits Off Raw Milk That’s Making People Sick. The Government Isn’t Stopping Him. appeared first on ProPublica.

Filigran uses AI agents to make CTEM practical for overstretched security teams

9 Giugno 2026 ore 12:59

Filigran has unveiled XTM One, an AI-native orchestration layer designed to automate Continuous Threat Exposure Management (CTEM) workflows, as organisations struggle to keep pace with growing volumes of threat intelligence, vulnerabilities and attack data.

The launch reflects a broader challenge facing security teams. While many organisations have invested heavily in threat intelligence, attack surface management and security validation tools, turning that information into meaningful action remains difficult. Security teams are often left moving manually between platforms to understand which threats matter, whether they are exploitable, and what remediation steps should be prioritised.

CTEM has emerged as one of the industry’s preferred frameworks for addressing that problem. Rather than relying on periodic assessments, CTEM aims to create a continuous cycle of discovery, prioritisation, validation and remediation that adapts as threats evolve. Filigran has been positioning its OpenCTI and OpenAEV platforms as key components of that approach, arguing that organisations need to move beyond simply identifying vulnerabilities and focus on understanding which exposures present genuine business risk.

XTM One sits above those platforms as an orchestration layer, coordinating AI agents across the CTEM lifecycle. The company says this allows security teams to automate tasks such as intelligence enrichment, threat reporting, attack scenario generation and remediation planning without constantly switching between tools.

“The volume of CVEs, threat actors, and attack campaigns has reached a scale no human team can process manually,” said Julien Richard, co-founder of Filigran. “XTM One is not AI as a feature. It is AI as the operating system for threat management. Security teams deserve automation that works the way they work.”

The announcement highlights how security vendors are increasingly moving beyond AI assistants and copilots towards more autonomous agent-based systems. Rather than helping analysts complete individual tasks, agentic approaches seek to coordinate entire workflows across multiple products and data sources.

According to Filigran, early users of its broader XTM Platform have achieved up to 70% faster threat detection and response cycles and reduced preparation time for offensive security testing by up to 80%.

Industry analysts suggest this kind of automation may become increasingly necessary as organisations adopt CTEM programmes at scale.

“As the scale of threats outpaces human capacity to respond to alerts, security teams are hitting a wall when they need to optimize remediation to mitigate security risk. The shift toward an agentic AI orchestration layer is needed for CTEM to help security teams scale,” says Melinda Marks, Cybersecurity Practice Director at Omdia. “By leveraging an open-source foundation to automate utilizing needed context for threat intelligence and remediation, Filigran is enabling the speed, transparency, and evidence-based risk reduction required to scale defenses at the pace of the adversary.”

A key aspect of the launch is flexibility around AI deployment. Organisations can use Filigran’s models or bring their own large language models through BYOLLM support, while on-premises deployment options are intended to address data sovereignty requirements in regulated industries and government environments.

The company also believes AI could help address one of the long-standing barriers to threat intelligence adoption: usability.

“The biggest barrier to threat intelligence adoption has always been complexity,” said Jean-Philippe Salles, VP of Product Management at Filigran. “XTM One makes advanced threat management accessible to more teams through natural language interaction. Junior analysts can become productive faster, while experienced practitioners gain automation that removes repetitive work.”

The launch comes as investors increasingly view CTEM and threat exposure management as one of cybersecurity’s next major growth categories, particularly as organisations seek more evidence-based ways to prioritise cyber risk.

“Filigran is redefining how organisations operationalise threat intelligence at scale,” says Karine Peters, Managing Director at T.Capital. “Their AI-native approach to extended threat management, combined with one of the strongest open-source communities in cybersecurity, positions them to lead a category that legacy vendors have struggled to modernise. That conviction is why we invested.”

Whether agentic AI becomes the catalyst that finally makes CTEM achievable for security teams remains to be seen. What is clear is that as threat volumes continue to rise, organisations are increasingly looking for ways to automate the journey from intelligence gathering to validated defensive action, rather than simply collecting more data.

The post Filigran uses AI agents to make CTEM practical for overstretched security teams appeared first on IT Security Guru.

Non reception de mails envoyés à un groupe framagroup

Bonjour

je viens de créer un groupe de mail dans framagroup

il n’y a pas de modérateur, ni d’heure d’envoi, tous les abonnés peuvent envoyer des mails

dans thunderbird, à partir d’un mail d’abonné, j’envoie un mail eu groupe, il est bien envoyé, mais aucune réception

Cordialement

4 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

900 km di autonomia e 14 km/h: così i rover NASA riporteranno luomo sulla Luna

9 Giugno 2026 ore 12:30
Sono Astrolab e Lunar Outpost le aziende finaliste scelte per la realizzazione dei rover lunari destinati al nuovo sbarco della NASA previsto nel 2028 con il programma Artemis. I progetti, da circa 220 milioni di dollari ciascuno, avranno un ruolo chiave nel programma spaziale, che comprende sia l'esplorazione sia il supporto alla costruzione della futura base permanente. Le richieste della NASA I veicoli, denominati LTV (Lunar Terrain Vehicle), sono stati sviluppati secondo specifiche comuni che prevedono spazio per due astronauti, un peso di circa 1.000 kg e la capacità di affrontare pendenze fino a 20 gradi. La propulsione è elettrica, mentre sono previste sia la guida remota sia quella autonoma. 900 km di autonomia L'Astrolab CLV-1 si distingue per ingombri molto contenuti nella fase di trasporto e per una velocità massima di 9 miglia orarie (14,4 km/h). Gli astronauti sono protetti da una struttura a gabbia, mentre le ruote sono posizionate agli angoli del veicolo.Il Lunar Outpost Pegasus è più leggero e utilizza batterie fornite da GM, con un'autonomia stimata di 560 miglia (quasi 900 km) e una velocità massima di circa 6 miglia orarie (quasi 10 km/h). Il design richiama i rover degli anni '70, con ruote dotate di parafanghi separati e una configurazione più tradizionale ottenuta sfruttando la piattaforma FLEX.

Il Punto

9 Giugno 2026 ore 11:00

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

CarPlay evolve con iOS 27, ma una novità importante resta fuori dallEuropa - VIDEO

9 Giugno 2026 ore 12:21
Presentato alla WWDC26, l'ultimo keynote di Tim Cook come CEO, il nuovo aggiornamento di CarPlay debutterà in autunno insieme a iOS 27 e introduce una serie di novità pensate per rendere l'esperienza in auto più fluida, intuitiva e vicina all'uso quotidiano dello smartphone. Arriva Siri AI, ma non in Europa La principale riguarda Siri AI, l'assistente virtuale evoluto che prende il posto di Siri e consente di gestire navigazione, messaggi e infotainment con un linguaggio naturale, senza la rigidità dei comandi tradizionali. Una funzione destinata a cambiare l'interazione con il sistema, ma che al momento non è disponibile in Europa, lasciando aperti i tempi di un eventuale arrivo. Audio, connessione e video Nell'uso di tutti i giorni migliorano soprattutto le funzioni legate allo streaming audio, con nuovi controlli touch sullo schermo della vettura che permettono di saltare rapidamente a un punto preciso dei contenuti. Apple interviene anche su uno dei nodi più critici, la stabilità della connessione wireless tra smartphone e auto, promettendo un collegamento più affidabile, mentre arrivano aggiornamenti anche per il navigatore GPS.Cambia anche l'interfaccia, che adotta l'effetto Liquid Glass già visto sugli altri dispositivi, a cui si affiancano le Live Activities e nuovi widget personalizzabili, pensati per offrire informazioni rapide e sempre accessibili durante la guida.Tra le novità più interessanti c'è infine lo streaming video, disponibile quando la vettura è ferma: in questo caso lo schermo di bordo si trasforma in una vera estensione dello smartphone, continuando poi con il solo audio durante la marcia e rendendo l'auto anche uno spazio di intrattenimento nei momenti di sosta.

Taiwanese lawmakers spar over 12-fold budget rise for US joint defence programme

Debate has erupted in Taiwan’s legislature over a proposed 12-fold increase in funding next year for a defence planning programme with the United States. The proposed rise in spending is for the Joint Force Design (JFD) programme, a bilateral defence planning mechanism used to assess the island’s military requirements, operational concepts and capability gaps. Findings for the JFD, formally known as the Taiwan-US Defence Department Cooperative Assessment Project, help shape force planning,...

Mille Miglia, quando le difficoltà diventano innovazione

9 Giugno 2026 ore 12:05
Non solo una gara, ma una molla per il progresso delle automobili. Le avventure e le sventure degli equipaggi lungo il percorso della Mille Miglia hanno spesso stimolato lo sviluppo di soluzioni tecniche poi adottate sulle vetture di serie, contribuendo a migliorarne sicurezza, prestazioni e confort. Per questo non è stata solo la corsa più bella del mondo, come la definì Enzo Ferrari, ma anche un vero e proprio laboratorio d'innovazione per l'industria dell'auto. Questo percorso di sviluppo è stato rievocato, tra aneddoti e immagini d'archivio, in 1000 Innovazioni, l'incontro tenutosi ieri al Teatro Grande di Brescia, alla vigilia della partenza della 1000 Miglia 2026. Tergicristalli, parabrezza e quell'intuizione vincente sulle gomme... Esperti e protagonisti del settore hanno alimentato i due talk dell'evento. Il primo, moderato dal nostro vicedirettore Marco Pascali, ha puntato i riflettori sulle soluzioni tecniche affinate negli anni anche grazie al contributo di questa manifestazione. Come il tergicristallo, nato in America nei primi anni del '900 e comparso per la prima volta alla Mille Miglia, nel 1928, su una Lancia Lambda; salvo poi fare scuola per le edizioni successive, come ha ricordato Paolo Mazzetti, presidente del Comitato di Gestione del Registro 1000 Miglia. Anche il parabrezza curvo, come quello della Lancia Aurelia del 1951, è nato sulla scorta di soluzioni intermedie adottate in precedenza da altre vetture protagoniste alla Mille Miglia.Gli esempi sono tanti, ma un caso emblematico, che coglie appieno lo spirito della corsa come palestra d'innovazione, è senz'altro quello delle gomme Pirelli intagliate per la prima volta in senso orizzontale per migliorare il grip sul bagnato. Fu un'idea della Scuderia Ferrari, maturata durante un'edizione particolarmente piovosa, quella del 1934, che permise ad Achille Varzi di battere Tazio Nuvolari (entrambi al volante di un'Alfa Romeo 8C 2300). Fascismo e autarchia: c'è chi corse col gasogeno Una volta aperto il libro dei ricordi, sono emerse anche storie ed esperienze, al centro del secondo talk dell'evento, moderato da Laura Confalonieri, vicedirettore di Ruoteclassiche. Le testimonianze dei protagonisti hanno sottolineato come, spesso, più che le vittorie furono le sconfitte a scatenare l'evoluzione delle automobili. E come, in tempi di autarchia sotto il fascismo, la Mille Miglia arrivò perfino a sperimentazioni estreme, come quella del gasogeno (esempio ante litteram di carburante alternativo).Lorenzo Ardizio, curatore del Museo Alfa Romeo e responsabile del Centro Documentazione, ha poi ricordato, tra le altre cose, come la 6C Alfa Romeo ancor prima di conquistare la prima delle 11 vittorie della Casa nella Mille Miglia sia stata anzitutto la capostipite di un laboratorio progettuale. In quei tempi, ha spiegato Pietro Camardella, ex designer di Pininfarina e Ferrari, l'auto era ancora giovane: c'era grande sperimentazione. E dopo la guerra, che aveva resettato tutto, c'era tanta voglia di esprimere idee: una spinta prima perduta e poi recuperata. Da lì è nata l'auto moderna.Insomma, la Mille Miglia ha insegnato agli italiani a fare le automobili, per citare ancora Enzo Ferrari. E oggi guarda ancora in quella direzione, cercando di trainare l'innovazione e stimolare il movimento dell'automobile. Per favorire il rilancio di un settore che è stato un architrave dell'Italia nel passato, e vuole esserlo anche in futuro.

Cento soldati israeliani in vacanza in Sardegna: scoppia la bufera. La denuncia di Stefania Ascari (M5S)

Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Stefania Ascari (@stefaniaascari3)

Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:

"Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."

An Indian Billionaire Was Targeted by Trump. Then He Poured Money Into a Startup Secretly Backed by Donald Trump Jr.

9 Giugno 2026 ore 12:00
Two men’s silhouettes face each other. They are framed by the silhouette of a refinery, smoke and the American flag.

Collage by Alex Bandoni/ProPublica. Source images: Westend6, JHVEPhoto, Jean Catuffe and Anna Moneymaker/Getty Images.

In late November in Jamnagar, India, the scions of two of the most powerful families in the world stood face-to-face. On one side was 30-year-old Anant Ambani, son of one of the richest men in Asia. On the other was Donald Trump Jr. For months, the Trump administration had been on the offensive against the sprawling Ambani energy empire, placing it at the center of an escalating tariff campaign against India. But after Trump Jr. touched down, the two men toured the Ambanis’ private zoo, and at night they performed a Gujarati folk dance, grinning as they moved together to the music.

Four months later, an obscure Texas startup called America First Refining announced that it had received a nine-figure investment from the Ambanis’ company. The deal puzzled numerous energy investors familiar with the project, which aims to build the first major new oil refinery in the U.S. in about 50 years. The company is run by a serial entrepreneur with a history of bankruptcy and lawsuits alleging fraud. After more than a decade of failed attempts to raise money, blown deadlines and rebrands, it had been floundering.

America First Refining’s unexpected breakthrough came after it forged a previously unreported relationship with Trump Jr., who secretly acquired a stake in the startup, according to records and seven people familiar with the company. The new details reveal the role the president’s son has played in a theme of Trump’s second term: overseas investors with interests before the administration putting money into the Trump family’s business interests.

Over the past year and a half, Trump Jr. has amassed a fortune from stakes in companies ranging from crypto startups to a drone business to a firearms retailer. Some firms tied to the president’s son have received contracts or other support from the federal government, part of what critics describe as a run of Trump family self-dealing. In December, Forbes estimated that Trump Jr.’s net worth had rocketed from roughly $50 million to $300 million since the election. But the Forbes figures were based on the investments that have been publicly disclosed. The America First Refining episode suggests there is much about the family business that remains secret.

The size of Trump Jr.’s stake in America First Refining and what he paid for it remain unclear. Top executives at the startup have also said that they speak regularly with Trump Jr., according to a person close to the company. And after the Ambani investment was announced, Trump Jr.’s personal lawyer took credit on social media for playing a part in the deal.

America First Refining has flexed its Trump Jr. connections during pitch meetings with foreign officials. Early last year, Trump Jr. joined the company’s leadership for a meeting in South Florida with potential investors from Saudi Arabia, according to two people familiar with the matter. Another foreign government official pitched on the project told ProPublica that the company’s team emphasized they had backing from the Trump family and suggested that an investment would help with White House access.

The Ambanis’ investment coincided with the family’s securing major U.S. policy wins that their company, Reliance Industries, had been lobbying for. “Reliance Goes From Trump Foe to Friend With Refinery Pledge,” ran the Bloomberg headline after the deal was announced. Reliance’s intent with the deal was to “smooth out” tensions between the U.S. and India, the outlet reported.

A Trump Jr. spokesperson said that Trump Jr. “has no operational involvement in AFR and is simply a passive minority investor in an American company that aligns with his worldview.” 

“The entire premise of this story relating to Don is false,” the spokesperson said, adding, “Don does not interface with the Federal Government on behalf of any company that he invests in or advises.” ProPublica did not find evidence Trump Jr. was aware of refinery executives’ suggesting that an investment would help with White House access. 

In response to detailed questions, a spokesperson for America First Refining said, “The claims in this story are false,” but declined to specify what they were referring to. The company’s CEO previously denied wrongdoing in the lawsuits against him reviewed by ProPublica, and the suits were either settled or dropped.

The Ambani family had long been cultivating its relationship with the Trumps. Reliance paid $10 million to the Trump Organization in 2024 as a “development fee” for a project in Mumbai, according to the president’s financial disclosure. (Despite the payment, Reliance has not yet announced a Trump project. Reliance told ProPublica that “the real estate project is real” and “remains under development.”) Ivanka Trump attended Anant Ambani’s wedding party in India that year, where guests were treated to a Rihanna concert. Anant’s father, Mukesh — who is worth an estimated $90 billion and lives in a 27-story home — came to Washington, D.C., for Trump’s second inauguration, posing with the president at a private reception.

At the Private Reception in Washington, Mrs. Nita and Mr. Mukesh Ambani extended their congratulations to President-Elect Mr. Donald Trump ahead of his inauguration.

With a shared optimism for deeper India-US relations, they wished him a transformative term of leadership, paving… pic.twitter.com/XXm2Sj74vX

— Reliance Industries Limited (@RIL_Updates) January 19, 2025

But by the summer of 2025, the family was under attack from the White House. Since Russia invaded Ukraine in 2022, Reliance had reportedly made billions in profits by purchasing vast quantities of Russian oil at a discount. In August, as Trump grew frustrated with his administration’s struggles to bring the war to an end, the president doubled his tariffs on India to 50%. The move was explicitly designed to force companies like Reliance to stop buying Russian oil. White House trade adviser Peter Navarro publicly assailed “India’s politically connected energy titans” for “funding Putin’s war machine,” widely read as a reference to the Ambanis.

Amid this tension, Trump Jr. visited Anant Ambani on his November trip to India. At the end of the trip, Trump Jr.’s personal lawyer commented at a business conference in Miami: “I had a nice closing this morning with Don Trump Jr., who’s flying back from India today.” (The following week, the Texas startup — then called Element Fuels — filed paperwork to create America First Refining LLC. In an email, the attorney, John Willding, told ProPublica that there was “no transaction in India or with an Indian company that I was ever involved with.”) 

Anant Ambani, who helps run Reliance’s energy business, personally worked on the Texas refinery deal for months before it was announced, a major Indian newspaper later reported.

As the Ambanis quietly finalized their deal with America First Refining, U.S.-Indian relations appeared to warm. In February, the Trump administration struck a trade deal with India, dramatically lowering tariffs, and also reportedly gave Reliance a license to buy Venezuelan oil. When the Iran war broke out and rocked global energy markets, the U.S. gave India a sanctions waiver to buy Russian crude. (The waiver was later expanded to all countries.) 

In response to ProPublica’s questions, the White House said that “there are no conflicts of interest.” Reliance did not answer ProPublica’s questions about Trump Jr.’s and Anant Ambani’s roles in the investment deal, but said in a statement that the company did not receive “any unique or preferential treatment” from the U.S. government. 

“There is no connection between Reliance’s investment in AFR and any unique measures associated with general U.S. trade, tariff, sanctions or licensing outcomes,” Reliance said. “The investment was evaluated and approved on its commercial merits, strategic fit and long-term value creation potential.”

In March, President Trump personally announced Reliance’s deal with the Texas startup on Truth Social, thanking the Ambani company for its “tremendous Investment.”  

After the announcement, Willding, the Trump Jr. lawyer, shared the news on LinkedIn: “Just so proud to have been part of this one.”

Willding rowed back his claim in an email to ProPublica. “I have never worked for or advised AFR and had zero involvement in their deal with Reliance Energy,” he said. “I simply saw the press release and was excited for them.” America First Refining’s spokesperson called Willding’s comment “moronic and false.”

In June 2025, Willding registered a new entity in Wyoming called TX Fuels, LLC, listing the company’s address as Trump Jr.’s mansion in Jupiter, Florida. In his email, Willding said his “only involvement in AFR was handling the legal paperwork” for the Trump Jr. LLC’s investment in the startup.

Trump Jr. first hired Willding in May 2021, according to interviews the lawyer has given. A corporate deal lawyer in Dallas, Willding has referred to himself as “outside business counsel to the Trump family” and has said he talks to Trump Jr. or Eric Trump almost daily. A former Bill Clinton and Barack Obama voter who fell hard for MAGA, the attorney has installed a portrait of President Trump over the mantel in his living room.

Willding’s practice has boomed during the second Trump administration, bringing the lawyer to Argentina, Saudi Arabia and South Korea. “Everybody in the world wants to do business with the United States right now,” Willding said at a conference in June 2025. “Every company wants to do business with the Trump family.”

There are other fingerprints of the Trump world on the refinery deal. 

Howard Lutnick’s firm Cantor Fitzgerald — which his sons took over when Lutnick became Trump’s commerce secretary — is working as the financial adviser to America First Refining, including on the Ambani investment deal, Cantor Fitzgerald announced. (Cantor Fitzgerald declined to comment.)

And the Trump administration played a direct role helping America First Refining find potential foreign investors, according to public comments from the company’s CEO, John Calce. “We have received support from the White House,” he told a local news outlet. The National Energy Dominance Council, led by the interior and energy secretaries, has “helped us with, candidly, introducing us and helping us meet some of these people overseas,” Calce said on an industry podcast. 

America First Refining has recently explored going public, according to three people close to the company. That could allow its current investors to start cashing out even if the refinery never gets built — a milestone many energy industry insiders still view as a long shot. Reliance made its investment in the startup at a valuation of at least $1 billion, according to America First Refining’s announcement.

Building a refinery at the Port of Brownsville on the Gulf Coast has been Calce’s mission for a decade. A former Yale offensive lineman, he started his career as a high school football coach after an unsuccessful attempt to make the NFL and now describes himself as a “lifelong entrepreneur.” 

The project has been serially delayed, out of money, rebranded and trailed by angry former business partners. At one point, Calce’s companies were being sued simultaneously by eight other firms. In 2022, during bankruptcy proceedings for an earlier iteration of the project, the trustee appointed to impartially oversee the case sued Calce too. The trustee alleged that Calce and other insiders had improperly siphoned away cash and other assets. (Calce denied wrongdoing. The case was ultimately settled.)

During the Biden administration, as the company sought financial support from the Department of Energy, it pitched itself as a climate-friendly green project that would also help “people of underrepresented social demographics” in Brownsville, according to records from that period. The company failed to get enough money from outside investors, and the planned construction was delayed. 

By the company’s own estimate, building the refinery will take years and cost $3 billion to $4 billion. Even if it’s built, profitability could be hard to achieve. Many energy investors told ProPublica there’s a reason the U.S. hasn’t seen a major new refinery in decades. “Refineries cost a lot of money and essentially make pennies on the dollar,” said Ed Hirs, an energy economist in Houston. “Wall Street is not going to finance a new refinery.”

Even after the start of the second Trump administration, the company was in jeopardy, according to interviews and documents. It laid off workers last year, and, by late 2025, with delays continuing to plague the refinery, officials at the Port of Brownsville believed the project looked to be dead, according to records reviewed by ProPublica.

That has not stopped Calce and his team from making grandiose claims to the public. Earlier this year, a website went live for another Calce company called Brownsville Energy Storage Terminals. It claims to have a far-flung network of oil storage terminals in places like the Netherlands and Singapore, more than 850 employees and a C-suite of experienced energy executives. But ProPublica could find no evidence that the executives are real people or that the storage terminals actually exist. The phone numbers on the website are also currently listed online as the contacts for a Houston baklava caterer, a Dallas-area taxi service and an OB-GYN office. The numbers are dead.

America First Refining’s political ties, though, may have boosted its standing with Texas state regulators. In February, shortly before the Ambani investment became public, the company sought an extension on its permit from the Texas Commission on Environmental Quality. 

Inside the state agency, emails obtained by ProPublica show, officials scrambled to approve the request.

“Need to get this one logged and processed asap,” wrote one official.

“You are going to have to do this one. I will explain why in person in a few,” wrote another. “You can guess if you check out the name.”

America First Refining got its approval the next day. A spokesperson for the Texas agency did not address questions about the emails. “This request was processed quickly due to the quality of information provided,” the spokesperson said.

The post An Indian Billionaire Was Targeted by Trump. Then He Poured Money Into a Startup Secretly Backed by Donald Trump Jr. appeared first on ProPublica.

Perché gli Stati Uniti considerano la Georgia una minaccia strategia?

 

di @Lauraruhk


Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.

A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.

Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.

Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.

La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.

*Post Telegram del 09 giugno 2026

Non è questa la coresistenza

Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

C'è una trappola che si ripete.

Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.

È un'immagine falsa. E conveniente.

Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.

Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.

Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.

La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.

Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.

Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.

Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.

Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.

Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.

Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.

Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.

La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.

La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.

Non è una coincidenza. È una funzione.

La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.

Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.

Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.

Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.

Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.

Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.

Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.

Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.

La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.

L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.

Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.

Non è questa la coresistenza.

Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe?

 

 

di Raffaella Milandri

 

Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.

Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.

Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.

La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?

Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.

Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?

Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.

Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.

Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.

Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.

È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.

Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.

Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.

A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.

Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.

Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.

Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.

Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.

La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.

Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.

Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.

La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.            

La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.

Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.

Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.

Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.

Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.         

Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.

È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.

Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.

E qui la questione diventa attuale.

Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.

Il Nativo morto può diventare poesia.

Il Nativo vivo diventa problema politico.

Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.

La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.

La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.

La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.

Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.

Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.

Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.

E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.

Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.

Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.

 

Bufera al Tribeca Film Festival: attore e influencer ridono sul red carpet di stupri e violenze a Gaza

 

Sabato, sul tappeto rosso del Tribeca Film Festival,  un influencer e un attore filo-israeliani hanno scherzato sul fatto che le palestinesi sarebbero state violentate dai cani israeliani.

Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.

"È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film  The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York. 

"Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.

"Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.

"No, ho anche un cane", ribatté Gold scherzando, e scoppiarono entrambi a ridere.

Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani. 

Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.

Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".

"Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.

Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.

A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.

L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica. 

Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.

In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.

"Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.

"La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."

Gaza, scatta il blocco totale degli aiuti: la drastica decisione di Israele dopo l'attacco iraniano

 

L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.

Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.

Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.

A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz

– COGAT (@cogatonline) 7 giugno 2026

Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo  del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.

La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.

In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm

— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.

— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026

Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut. 

"Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione. 

Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg

— DOAM (@doamuslims) 8 giugno 2026

La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta. 

Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.

Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle. 

Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.

«Un ladro nano col mantello da gigante»: l'Iran cita Macbeth per attaccare gli USA dopo il maxi-sequestro di criptovalute

 

Il 29 maggio, in occasione del Reagan National Economic Forum, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha rivelato che gli Stati Uniti hanno sequestrato circa 1 miliardo di dollari in criptovalute collegate all'Iran, nel quadro di una più ampia campagna di sanzioni e pressioni contro Teheran.

La replica non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha pubblicato sul suo account X un video con le dichiarazioni del Segretario americano, accusandolo di vantarsi del "furto" di beni iraniani. Per farlo, Baqai ha citato un celebre frammento del Macbeth di William Shakespeare: «Sente che i suoi titoli ora gli pesano addosso come il mantello di un gigante su un ladro nano».

Questo scontro si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. In seguito all'aggressione statunitense e israeliana contro l'Iran del 28 febbraio e al successivo cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Teheran ha posto come condizione cruciale per qualsiasi accordo proprio il rilascio dei beni congelati da Washington.

L'appropriazione unilaterale di asset statali solleva profondi interrogativi di diritto internazionale, in particolare sulla sovranità degli Stati e sulla protezione della proprietà privata da misure coercitive extraterritoriali. Secondo la posizione iraniana, la confisca miliardaria non solo viola le norme internazionali configurandosi come un'azione ostile contro il proprio popolo, ma l'ostentazione stessa del sequestro mette a nudo la reale natura delle politiche di Washington.

Qalibaf: "La diplomazia senza armi fallisce, l'azione militare senza politica non basta"

 

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che la strategia del Paese per porre fine all'attuale aggressione da parte di Stati Uniti e Israele consiste nel ricorrere simultaneamente alla guerra e alla diplomazia, al fine di difendere i diritti della nazione iraniana.

In un messaggio audio rivolto alla nazione iraniana e diffuso lunedì, Qalibaf ha indicato che l'Iran è pronto a riprendere immediatamente le operazioni militari in risposta alle violazioni del cessate il fuoco annunciato all'inizio di aprile da parte di Stati Uniti e Israele.

Le sue dichiarazioni sono giunte dopo che l'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro il regime israeliano in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco, che includono anche la cessazione delle ostilità in Libano.

L'operazione è stata condotta nonostante i continui sforzi per mediare un accordo tra Iran e Stati Uniti che potesse porre fine in modo definitivo all'aggressione israelo-americana contro il Paese, iniziata alla fine di febbraio.

Qalibaf, che ha guidato i negoziati indiretti tra l'Iran e gli Stati Uniti, ha affermato che Teheran si è impegnata seriamente nella via diplomatica per porre fine all'aggressione. Tuttavia, ha insistito sul fatto che una risposta militare alle violazioni del cessate il fuoco nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti e agli attacchi israeliani in Libano è anche una parte cruciale della strategia iraniana per raggiungere i propri obiettivi nell'attuale confronto.

«Se consideriamo la diplomazia unicamente come negoziati a porte chiuse e sorrisi diplomatici, siamo condannati al fallimento fin dall'inizio. E se ci affidiamo esclusivamente alle operazioni militari e alla guerra, non saremo in grado di difendere pienamente i nostri diritti», ha affermato Qalibaf nel suo messaggio.

Ha osservato che la recente escalation dello scontro con gli Stati Uniti e il regime israeliano è dovuta al continuo blocco statunitense del commercio marittimo iraniano e agli attacchi israeliani in Libano.

"Il blocco navale statunitense contro la nazione iraniana e la mancata osservanza dell'accordo raggiunto sul Libano costituiscono chiare violazioni del cessate il fuoco", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano.

"Era naturale per noi dare una risposta decisa in difesa dei diritti del popolo iraniano", ha aggiunto Qalibaf, lodando le forze armate del Paese per aver agito "con autorità".

Qalibaf ha osservato che la situazione in Libano è un esempio di come la diplomazia, combinata con l'azione militare, possa respingere un aggressore. "La diplomazia non ostacola le operazioni militari, né le operazioni militari ostacolano la diplomazia", ??ha affermato.

Ha spiegato che la sfera militare funge da "forza trainante nella costruzione del potere", dissuadendo il nemico persino dal considerare un atto di aggressione. La sfera diplomatica, ha aggiunto, deve trasformare quel potere in risultati tangibili, legali ed economici.

Il capo negoziatore ha chiarito che Teheran non si fida degli Stati Uniti nei negoziati diplomatici con Washington. "Il nostro obiettivo è porre fine alla guerra e stabilire una sicurezza duratura, non normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti", ha affermato.

"Non ci fidiamo dell'altra parte", ha sottolineato.

Gasolio sopra i 2 euro: perché sale mentre la benzina scende

9 Giugno 2026 ore 11:54
Mentre tornano a salire le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, la rete dei distributori italiana registra una discesa del prezzo della benzina, mentre il gasolio continua a salire in scia all'aumento dell'accisa in vigore da domenica.Secondo le rilevazioni giornaliere di Staffetta Quotidiana, questa mattina 9 giugno la benzina self service sulla rete stradale è a 1,913 euro/litro (-4 millesimi rispetto a ieri), il gasolio a 2,020 euro/litro (+16). Il GPL è a 0,790 euro/litro (-2), il metano a 1,563 euro/kg (invariato). In autostrada, la verde al fai-da-te è a 2,010 euro (-4), il diesel a 2,101 euro (+11), il GPL a 0,903 euro (-3) e il metano a 1,586 euro (-1).La testata specializzata segnala anche la decisione di Eni di ridurre di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio. Modalità di vendita e marchi Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati sulla base di quanto comunicato ieri mattina dai gestori degli impianti all'Osservatorio del MIMIT, le medie dei prezzi praticati sulla rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 1,919 euro/litro (compagnie 1,919, pompe bianche 1,920) e il diesel a 2,007 euro/litro (compagnie 2,013, pompe bianche 1,994). Al servito, la verde è a 2,058 euro (compagnie 2,094, pompe bianche 1,990), il gasolio a 2,142 euro (compagnie 2,185, pompe bianche 2,062), il GPL a 0,800 euro (compagnie 0,809, pompe bianche 0,790), il metano a 1,563 euro/kg (compagnie 1,562, pompe bianche 1,564), il GNL a 1,461 euro/kg (compagnie 1,465, pompe bianche 1,458).Lo spaccato dei principali marchi mostra Eni a 1,910 euro sulla benzina self service (2,120 al servito) e 2,019 sul gasolio (2,227); IP a 1,928 (2,097) e 1,994 (2,166); Q8 a 1,920 (2,090) e 2,023 (2,175); Tamoil a 1,912 (1,991) e 2,019 (2,094).

Guida autonoma, svolta Ue: test in 18 Paesi, Italia compresa

9 Giugno 2026 ore 11:48
L'Unione Europea fa un passo avanti sulla guida autonoma con un accordo tra 18 Stati membri, Italia inclusa, per avviare sperimentazioni transfrontaliere. L'iniziativa può creare le condizioni per progetti pilota che vedano i veicoli senza conducente come protagonisti in vari settori, dal trasporto pubblico alla logistica, fino ai servizi di mobilità nelle aree meno servite. Creare un circolo virtuoso  Secondo Pierfrancesco Maran, presidente della commissione Ambiente del Parlamento Ue, ora bisognerà creare "un vero mercato europeo dell'innovazione, superando frammentazioni normative e favorendo test su scala continentale. L'esponente dem ha aggiunto che sta presentando emendamenti all'Automotive Omnibus per sostenere lo sviluppo della guida autonoma made in Europe, e rafforzare una filiera industriale europea, capace di competere a livello globale. Generando così filiere industriali, know how e, quindi, posti di lavoro.

一道霸气的的榫卯结构,霸王枨榫#手工艺 #woodworking

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠

Tetto in tela e aria aperta: come va e quanto costa la Renault 4 Plein Sud

9 Giugno 2026 ore 11:31
Arriva l'estate e con lei la voglia di viaggiare all'aria aperta. Renault cavalca questo spirito con la 4 Plein Sud, variante della crossover elettrica francese caratterizzata da un tetto apribile in tela che richiama alcune delle interpretazioni più iconiche della R4 originale. Tradizione di famiglia Il nome Plein Sud non è casuale. La nuova arrivata raccoglie una lunga tradizione di Renault 4 aperte o semiaperte che hanno accompagnato la storia del modello praticamente sin dalla sua nascita. La più celebre resta probabilmente la spiaggina Plein Air del 1968, realizzata dalla carrozzeria Sinpar. Niente porte, e una rudimentale capote in tela. Negli anni seguirono altre interpretazioni, come la Frog e altre serie speciali. Tra queste spiccano la Jogging e la Sixties, realizzata in circa 2.200 esemplari su base GTL. Non mancarono anche interpretazioni firmate da carrozzieri come Heuliez. Cosa c'è di nuovo La principale novità è rappresentata naturalmente dalla capote elettrica in tela, lunga 92 centimetri e larga 80. L'apertura interessa una superficie particolarmente ampia e coinvolge anche i passeggeri posteriori, trasformando l'abitacolo. All'anteriore gli occupanti guadagnano circa 2 cm di spazio per la testa. Rispetto alla Renault 4 standard, la Plein Sud rinuncia alle barre portatutto sul tetto, necessarie per lasciare spazio al sistema di apertura a tre pieghe. Come va Al volante la Plein Sud conferma la bontà della piattaforma RGEV. Conserva in toto le buone qualità dinamiche emerse sulla 4 tradizionale, con lo schema multilink al retrotreno che contribuisce a renderla sorprendentemente agile tra le curve. Nonostante la piattaforma sia nata prevedendo la Plein Sud, alcune modifiche strutturali sono state necessarie per ospitare il nuovo tetto. L'incremento di peso, tuttavia, è limitato a circa 30 kg, impercettibile al volante.Lodevole la gestione dei flussi d'aria in abitacolo: il deflettore anteriore è efficace, anche a velocità sostenute. Chiaramente aumenta la rumorosità in abitacolo. Renault dichiara +4% a tetto chiuso rispetto alla variante tradizionale con tetto in lamiera. Peggiora leggermente anche l'autonomia, che arriva a 392 km con un pieno di energia secondo ciclo WLTP. Quello che non cambia è la praticità: il tetto in tela non influisce sulla capacità del vano bagagli, che rimane di 420 litri dichiarati. Prezzi La Renault 4 Plein Sud è disponibile esclusivamente nelle versioni Techno e Iconic, entrambe abbinate al motore da 150 CV e alla batteria da 52 kWh. Il prezzo di partenza è fissato a circa 36.790 euro per la Techno, mentre per la più ricca Iconic occorrono circa 38.970 euro, optional esclusi.

Is that a Chinese antenna at Scarborough Shoal? The Philippines thinks so

The Philippines has accused China of building an artificial structure at the hotly contested Scarborough Shoal in the South China Sea. Citing aerial monitoring, the National Task Force for the West Philippine Sea, an inter-agency body overseeing Manila’s maritime strategy in the South China Sea, said on Tuesday that a floating platform six metres (19.7 feet) wide and six metres long was located within the shoal. The structure appeared to be an antenna and individuals were seen on board, the task...

Pentagon blacklists China tech giants as US competition expands

The Pentagon added tech giants Alibaba and Baidu and carmaker BYD to a blacklist of Chinese companies with military ties amid widening competition between the world’s two largest economies. Drug maker WuXi AppTec, robot company Unitree and carmaker Nio were among other businesses added to the 1260H list, according to a US Department of Defence notice. Some Chinese companies no longer operating in the United States were removed in the annual update. Alibaba owns the South China Morning Post. The...

Osca, non solo SUV-coupé: arriva una sportiva V6 su base Lotus

9 Giugno 2026 ore 11:08
Una nuova sportiva italiana è in arrivo. O meglio, una nuova coupé sportiva di un marchio italiano è stata appena annunciata. Si tratta della nuova due posti firmata Osca, il brand riportato in vita dal gruppo DR Automobiles grazie a nuove collaborazioni con marchi cinesi. Il primo è Changan, che farà da base alle vetture a ruote alte (due SUV-coupé da 4,5 e 4,8 metri, la MT6 e la MT8, in arrivo nei prossimi mesi), mentre il secondo non è ancora stato annunciato ufficialmente: tutto, però, porta a pensare che possa trattarsi di Lotus. Anche perché di modelli con le proporzioni dei teaser mostrati durante la presentazione del marchio non è che ce ne siano poi tanti, anzi...  A Macchia d'Isernia le bocche sono cucite, ma parlando con Massimo Di Risio, fondatore del gruppo DR Automobiles, abbiamo raccolto alcune informazioni interessanti. La prima è che dietro l'abitacolo, montato in posizione centrale, ci sarà un V6 sovralimentato. E questo fa pensare al Toyota già disponibile sulla Lotus Emira (che è proposta anche in versione quattro cilindri turbo, con il 2.0 Mercedes-AMG). Questo sei cilindri arriva a erogare 405 CV e 420 Nm: consente alla britannica di toccare i 290 km/h e di completare lo 0-100 in 4,3 secondi. Dati che con tutta probabilità verranno replicati dalla nuova Osca, il cui setup verrà curato dall'ingegner Roberto Fedeli, papà (tra le altre) dell'Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio. Se sottopelle dovremmo ritrovare la stessa meccanica della Lotus Emira (trazione posteriore con differenziale a slittamento limitato e cambio manuale a sei marce), l'estetica sarà totalmente made in Italy. Come per gli altri modelli del marchio, lo stile sarà curato dalla Italdesign e verranno impiegate componenti di vari marchi italiani, a partire dalle parti di fibra di carbonio che caratterizzeranno diverse zone della carrozzeria. Totalmente nuovi sono anche i gruppi ottici, con luci diurne circolari, così come le grandi prese d'aria sulla fiancata che si rifanno alle forme delle Osca del passato. Questa nuova sportiva potrebbe arrivare nel 2027 per festeggiare gli 80 anni dalla fondazione del marchio da parte dei Fratelli Maserati, con dimensioni attorno ai 4 metri e 40 e prezzi al di sopra dei 120 mila euro.

Mazda MX-5 2027: l'1.5 sale a 136 CV e arriva la versione Yakudo

9 Giugno 2026 ore 11:04
Mazda ha presentato il Model Year 2027 della MX-5, la roadster a due posti che, da oltre 35 anni, incarna al meglio la filosofia del puro piacere di guida della Casa giapponese. Le novità di questo aggiornamento riguardano la gamma, che si arricchisce del nuovo allestimento Yakudo, e un incremento di potenza del 1.5 aspirato, che passa dagli attuali 132 a 136 CV. La produzione di questo modello è iniziata nel mese di maggio: l'arrivo sui mercati europei è previsto per settembre. I prezzi per l'Italia non sono ancora stati comunicati. Il nuovo allestimento Yakudo La gamma attuale comprende le versioni Prime-Line, Exclusive-Line, Homura e Kazari. Con il MY27 entra a listino la versione Yakudo, riservata alla MX-5 con capote in tela, e che si distingue per i dettagli esterni in color argento, ripreso anche dalle pinze freno Brembo, e per i rivestimenti dei sedili e della plancia in Alcantara. Sulla sportiva Homura arrivano nuovi cerchi di lega da 16" in color nero, pinze freno Brembo rosse, una barra duomi anteriore e ammortizzatori Bilstein. Su tutta la gamma arriva il monitoraggio attivo dell'attenzione del conducente e, su richiesta, la colorazione metallizzata Zinc Green (da ottobre anche sulla CX-30 MY27). Motore più potente (e pulito) La MX-5 MY27 beneficia anche di piccoli aggiornamenti al motore, volti a migliorarne prestazioni ed efficienza: il 1.5 aspirato Skyactiv-G passa da 132 a 136 CV, con la coppia massima che da 152 arriva a 155 Nm. I consumi dichiarati passano da 6,2 a 6,1 l/100 km, e le emissioni da 140 a 139 g/km di CO2. Altri piccoli accorgimenti migliorano l'acustica del motore.

A U.S. Senator Pushed to Cut Firefighting Aircraft Inspections the Same Month His Former Company Failed One

9 Giugno 2026 ore 11:00
An illustration depicting a firefighting aircraft flying against a textured yellow sky. Below the aircraft, stylized red and orange flames lick upward, with a technical inspection checklist form showing faintly inside the background of the fire.

Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Records obtained by ProPublica, USDA Forest Service photo by Andrew Avitt.

A little over a year ago, Sen. Tim Sheehy floated an audacious proposal to reshape the way the federal government fights wildfires. It called for expanding the use of private planes and helicopters to quickly attack blazes while also eliminating the U.S. Forest Service’s rigorous airworthiness inspections for those aircraft.

The idea stood to benefit Sheehy, a Montana Republican, personally. Before running for Congress, he founded and ran an aerial firefighting company called Bridger Aerospace, which is known for its scoopers, aircraft built to retrieve water from lakes or oceans and drop it onto fires. Since 2021, the Forest Service has paid Bridger more than $235 million for use of its scoopers, according to public records.

Sheehy’s ownership of Bridger is well known, but what hasn’t been reported is that the same month the proposal leaked, a Forest Service inspector had discovered a crack in a wing of an aircraft Bridger had presented as ready for service. The scooper had failed the very inspection Sheehy sought to eliminate. 

Forest Service inspectors have flagged problems with Bridger’s scoopers for years, according to sources and documents obtained by ProPublica under the Freedom of Information Act. The records were heavily redacted by the agency, including the problem that the inspector discovered last April. But a former government official with direct knowledge of the inspection told ProPublica it had revealed a crack in a wing. “It was a big crack,” the official said. Other experts said that kind of finding is rare and could have proved catastrophic.

“Very seldom do you find a crack in a major component,” said Paul Markowitz, a former national aviation maintenance manager for the Forest Service. Detecting such problems is the reason the Forest Service operates an airworthiness program, he added: “It’s to keep people alive.”

Veteran fire officials noted that Sheehy’s proposals would eliminate costly oversight of the company he founded and others like it while increasing spending on aerial firefighting. At the time the document leaked, he owned Bridger stock worth between $13 million and $15 million.

Within the Forest Service, the company was known to resist oversight, officials told ProPublica. Five current and former Forest Service officials say Bridger Aerospace has chafed at the agency’s rigorous inspections, even as records and sources indicate the company has presented aircraft in need of maintenance and repairs as ready to fight fires. The sources asked not to be named for fear of reprisal.

Bridger did not answer questions about the failed inspection but said in a statement, “Safety is the bedrock of our company, and we spare no expense.” It added, “Our investment in maintenance and training runs into the tens of millions annually and reflects the high safety standard we believe this work demands.”

Bridger’s aircraft have never been involved in a crash, according to records maintained by the National Transportation Safety Board. 

Sheehy’s office did not respond to interview requests. But he has been open about his frustration with the Forest Service’s inspections and contended that Bridger’s scoopers, because they are built to fight fire, require less oversight than other firefighting aircraft that were originally designed for other purposes. 

In response to detailed questions about Sheehy’s role in reshaping the fire service, a spokesperson for the senator said he stands by his efforts to eliminate Forest Service inspections. The process is “a relic of a bygone era and has become an unnecessary barrier to asset availability,” the spokesperson said in an email. The spokesperson also said that Sheehy has no conflict of interest because he has since moved his assets into blind trusts, adding, “The senator will continue to be adversarial toward anyone protecting a broken status quo that has allowed cities to burn to the ground.”

Former Forest Service officials say it’s common for companies to complain about inspections. What sets Bridger apart is its connection to a senator who is seeking to change how wildfire aviation is managed. A spokesperson for the Department of Agriculture, which oversees the Forest Service, did not answer questions about Sheehy’s relationship with the agency.

Last June, President Donald Trump signed an executive order directing agencies to consolidate their wildland fire programs, an idea Sheehy and others have long favored. The order left Forest Service inspections in place. But as fire officials discuss consolidation, an influential industry group that Sheehy helped shape is advocating for ending them.

The United Aerial Firefighters Association was launched in 2022, with Sheehy serving as a founding board member. The group now wants to allow contractors to develop their own inspection standards.

“Industry inspects itself all the time. Industry inspects automobiles. Industry inspects baby formula,” said Tiffany Taylor, UAFA’s senior policy director. “Why can’t we be inspecting ourselves?”

A redacted airworthiness inspection form for a wildland firefighting aircraft, referenced under the “LA-N415BT-AvCheck” header. The form displays safety compliance checks across several sections, including general mechanical components, specialized smokejumper equipment and avionics systems. There are four items highlighted in yellow that received a “fail” status.
In a U.S. Forest Service inspection document, a Bridger scooper is noted to have had its wing repaired. In a separate inspection, the same aircraft had multiple “fails,” including for an unspecified engine issue. Obtained, highlighted and redacted by ProPublica

Contractors like Bridger own the vast majority of aircraft that the federal government uses to fight wildfires. In 2022, the last year for which data is available, only 5% of the Forest Service’s flight hours for firefighting came from aircraft it owns. Regardless of their ownership, aircraft must be inspected before flying. That job falls to about 25 aviation safety inspectors, most of whom work for the Forest Service. 

The Federal Aviation Administration certifies aircraft but does not conduct regular inspections. The agency instead relies on companies to ensure their planes and helicopters are airworthy. Even when the FAA performs inspections, fire officials and contractors say, they do not account for the stresses inflicted by steering aircraft through wildfires. “The Forest Service is way more in-depth,” said Britt Coulson, president of Coulson Aviation, a prominent air tanker contractor.

Forest Service officials often say the agency’s rules governing aviation are written in blood. A pair of shocking crashes in 2002 ignited the push for more rigorous inspections. That June, an air tanker was dropping retardant in California when its wings folded upward, like a bird in flight, and detached. The plane burst into flames and fell to the ground. The harrowing moment was caught on video. Three people onboard were killed, and the NTSB later attributed the accident to undetected cracks in one of the plane’s wings. One month later, in Colorado, another tanker contracted by the Forest Service crashed after a wing separated from the fuselage. Two pilots were killed. Once again, the NTSB said the accident was caused by unidentified wing cracking.

Since 2010, when the Forest Service implemented its current airworthiness program, the accident rate for aircraft it owns or contracts has plummeted. Between 1993 and 2010, it reported 85 accidents that killed 63 people — an average of nearly four deaths per year. Between 2011 and 2023, the last year for which data is available, the agency reported just 17 accidents and seven fatalities.

Inspectors examine everything from the fuselage to the altimeter. When they find problems, they require the contractor to make changes before they issue a certifying document known as a card. In a separate procedure, inspectors issue cards to contractors’ pilots.

By 2018, Bridger had a modest fleet of surveillance aircraft, but Sheehy had bigger ambitions. According to Sheehy’s 2023 book, “Mudslingers: A True Story of Aerial Firefighting,” his brother, Matt, a Bridger co-founder, helped connect the company to the Blackstone Group, which invested a reported $150 million. Bridger used the funds to buy six scoopers from Viking Air. Sheehy wrote that the day of the first aircraft’s arrival in 2020 was “among the proudest of my life.”

In his book, he described that aircraft as a “brand new” model CL-415 but according to FAA records and aviation experts, this was inaccurate. The records show Bridger’s first scooper was built in 1985 and that it is in fact a precursor to the CL-415 model. Viking Air is now part of a larger company called De Havilland Aircraft of Canada Limited. A De Havilland spokesperson declined to comment about the aircraft’s age.

Records also show that Bridger’s first scooper had undergone extensive repairs before the company bought it. The skin of the fuselage had cracked from stress, and both wings had been repaired. One repair, done in 2012, fixed a crack in the left spar — a load-bearing beam extending outward from the fuselage. Experts say any repair to a wing spar is significant. “A spar is what’s holding the damn thing together,” said Markowitz. 

According to Sheehy’s account, in 2020, the Forest Service’s airworthiness chief at the time, John Nelson, insisted that Bridger’s scoopers meet an updated standard of maintenance and inspection. Sheehy was extremely upset. “Unfortunately, the relationship between industry and the USFS Airworthiness Branch is at an all-time low,” he wrote in his book. (Nelson did not respond to questions about Sheehy’s characterization.)

The next year, Bridger’s first scoopers received cards, allowing the government to pay for their use.

By 2023, the company had six contracted scoopers. Inspectors soon found more problems with the aircraft, according to the records. In January 2024, Bridger presented its first scooper as ready for service, only to have a Forest Service inspector find issues with the engine and electronics. The problems and reasons for the failed inspection were redacted in documents obtained by ProPublica. The scooper received its card the next month.

According to experts who examined the Bridger inspection records at ProPublica’s request, these issues are common in the aerial firefighting fleet. But they said it’s extraordinary for inspectors to find a problem like the one identified last spring.

In early April 2025, Bridger presented two scoopers for carding, saying they were ready for service. During one of these assessments, a Forest Service inspector found a crack in a wing.

The Forest Service records show that Bridger completed a repair in Montana by April 18. Within a week, both aircraft had been cleared for flight.

Bridger did not answer specific questions about the repair. In a statement, the company said, “For a 30,000-pound aircraft that skims bodies of water repeatedly at 100 mph to scoop 11,700 pounds of water in 12 seconds, regular maintenance and periodic repairs are an inherent part of the job.” The company added, “We welcome the rigorous certification process.”

But the relatively quick repair was not a reflection of the severity of the issue. Gil Elmy, a former Forest Service official who wrote the agency’s aircraft inspector guide, said such a finding “should not happen.” Markowitz said the finding evoked an uncomfortable historical echo. The 2002 crash, which was caught on camera and precipitated the Forest Service’s reckoning and its modern airworthiness program, was caused by unidentified wing cracking.

As Bridger’s scooper was being repaired, officials in the wildland fire community were responding to a proposal from the senator’s office that would have ended the airworthiness program. In March 2025, Sheehy asked Brooke Rollins, the secretary of the Department of Agriculture, to stop the inspections, and in mid-April, a draft executive order that proposed eliminating them leaked from his Senate office. Metadata showed the draft had been edited by one of Sheehy’s policy advisers at the time as well as a lobbyist for Bridger. The United Aerial Firefighting Association also shaped the draft.

“Senator Sheehy’s office circulated a living, breathing document to members of congress, outside policy experts, and industry stakeholders on ways to improve the way we fight fire in this country,” wrote Sheehy’s spokesperson.


When Sheehy resigned from Bridger in July 2024 to run for the Senate, he owned 21% of the company, making him its largest individual shareholder. Four months after taking office, in May 2025, he moved most of his stock into two revocable blind trusts, claiming they eliminated any conflict of interest he might have.

But the trusts appear to be managed by executives at Tallgrass, an energy infrastructure company that until March was run by Sheehy’s brother, Matt, who was also a significant early investor in Bridger. Neither Matt Sheehy nor representatives for Tallgrass responded to questions about the trusts. In an email, a spokesperson for the senator did not dispute the Tallgrass executives’ stewardship but pointed out that the Senate Select Committee on Ethics had vetted the trusts. The spokesperson wrote, “Senator Sheehy’s blind trusts are completely independent — he has no control over them.”

According to Cynthia Brown, senior ethics counsel at the nonprofit Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, a decision to entrust stock to such close associates undermines the purpose of a blind trust, which is to ensure that a lawmaker’s investments are independently managed. In an email, Brown said, “Selecting a family member’s company appears to do that exact thing that the rules mean to prohibit.”

Since last spring, Sheehy has said little about airworthiness inspections. But he has pushed other policies that would increase business opportunities for aviation companies, such as requiring a response within 30 minutes to all wildfires on federal land. At the same time, he has driven an agenda that could debilitate his longtime foe, the Forest Service.

In statements, on podcasts and in the New York Times opinion section, he has advocated for a single national fire service. And at almost every turn — including in proposed legislation — he has insisted that the Forest Service’s vast wildfire apparatus be moved within the Department of the Interior’s smaller operation. It would hollow out the Forest Service, which draws more than half its budget from fire operations. “It would be a fatal wound,” said Doug Crandall, the agency’s former legislative affairs director.

There are inefficiencies in a fire aviation system spread between agencies. The rush for a couple dozen inspectors to certify hundreds of planes and helicopters before wildfire season can cause delays, temporarily grounding aircraft and cutting into contractors’ revenues. And the agencies have sometimes required duplicative inspections. 

But even officials and firefighting labor advocates who support consolidation, which requires congressional approval, have questioned why Interior should absorb the Forest Service’s fire program. Some liken it to forcing a minnow to swallow a whale. The Forest Service employs about twice as many full-time wildland firefighters as the Interior Department, and it spends at least three times more on aviation contracting. It is also responsible for the vast majority of inspections. According to a recent organizational chart reviewed by ProPublica, only five aviation safety inspectors currently work for the Interior Department.

Bridger carries significant debt and in 2024 warned shareholders that it had “substantial doubt about our ability to continue as a going concern.” But last year, the company reported a profit for the first time since going public. It also purchased two more scoopers and predicted that efforts to unify fire agencies “could increase contracting opportunities for private aerial providers.” In another recent filing, Bridger said, “the legislative and policy environment has never been more aligned with our mission.”

Last year, six Forest Service aviation safety inspectors resigned or retired, according to the agency. The recent organizational chart reviewed by ProPublica shows the same number of positions remain unfilled, representing more than 20% of Forest Service aviation safety inspector jobs. It’s unclear what would happen to the rest of the inspectors if the Interior Department were to absorb the Forest Service’s fire operations. In an emailed statement, Adam Mendonca, the Forest Service’s deputy director of fire and aviation management, said the agency “has no intention to change our aircraft inspection standards,” adding that it was “working closely with the Department of the Interior to streamline aviation operations.”

In late March, the Forest Service announced a dramatic reorganization that will move its headquarters to Salt Lake City. The Department of Agriculture reiterated the administration’s desire to fold the Forest Service’s fire operations into the Interior Department.

By that point, blazes had ignited in the Midwest. With the arrival of fire season, the Forest Service’s airworthiness inspectors performed their close examinations. At hangars across the country, they looked for cracks.

The post A U.S. Senator Pushed to Cut Firefighting Aircraft Inspections the Same Month His Former Company Failed One appeared first on ProPublica.

Il Punto

9 Giugno 2026 ore 11:00

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

Facebook Plus abbonamento: quanto costa e cosa cambia

9 Giugno 2026 ore 10:58
Facebook Plus abbonamento

Facebook Plus abbonamento è ormai realtà: Meta ha ufficialmente avviato il rollout dei piani premium per le sue principali piattaforme. Facebook, Instagram e WhatsApp entrano nell'era delle sottoscrizioni a pagamento, introducendo funzioni esclusive riservate a chi decide di mettere mano al portafoglio. Ma vale davvero la pena pagare?

Quanto costa Facebook Plus e gli altri abbonamenti Meta

I prezzi sono stati fissati con una logica chiara. Facebook Plus e Instagram Plus costano 3,99 dollari al mese ciascuno. WhatsApp Plus, invece, è leggermente più economico: 2,99 dollari mensili. Per il mercato europeo, le cifre sembrano destinate a restare simili, con Facebook Plus atteso intorno ai 2,99 euro al mese in Italia.

Tutti questi piani confluiscono sotto un nuovo marchio ombrello chiamato Meta One, che raccoglie e gestisce l'intera offerta in abbonamento del gruppo. Chi vuole ancora di più può guardare ai livelli superiori: Meta One Plus a 7,99 dollari e Meta One Premium a 19,99 dollari al mese, pensati soprattutto per creator e aziende con accesso avanzato all'intelligenza artificiale.

Cosa include Facebook Plus: le funzioni esclusive

Le novità per gli abbonati di Facebook e Instagram ruotano soprattutto attorno alle Storie. Gli utenti Plus possono estendere la durata oltre le canoniche 24 ore, creare contenuti in evidenza e consultare statistiche dettagliate sul pubblico. È anche possibile pubblicare contenuti senza mostrarli nel feed dei propri follower, una funzione particolarmente utile per chi gestisce una community.

Durante i test erano emerse ulteriori funzionalità: le cosiddette spotlight Stories, nuove reazioni speciali chiamate super heart e la possibilità di guardare le Storie altrui senza comparire nell'elenco delle visualizzazioni.

WhatsApp Plus segue un percorso diverso. Le novità riguardano la personalizzazione dell'interfaccia: temi grafici, suonerie esclusive, adesivi premium e la possibilità di fissare in alto un numero maggiore di conversazioni rispetto alla versione gratuita.

Meta AI a pagamento: il futuro è freemium

La svolta non riguarda solo i social. Meta sta sperimentando un modello freemium anche per la propria intelligenza artificiale. Funzioni avanzate come la modalità Thinking, il ragionamento esteso e la generazione di immagini e video saranno soggette a limiti per gli utenti gratuiti. Chi vuole accedervi senza restrizioni dovrà sottoscrivere uno dei piani Meta One.

Una strategia che riflette una tendenza ormai consolidata nel settore tech: rendere le funzioni più potenti accessibili solo a pagamento, mantenendo però una versione base gratuita per non perdere utenti.

La versione gratuita rimane: nessuno è obbligato a pagare

È importante chiarirlo: Facebook, Instagram e WhatsApp restano gratuiti. Gli abbonamenti Plus non sostituiscono l'accesso base alle piattaforme, ma aggiungono un livello superiore di funzionalità per chi lo desidera. Meta ha anche precisato che questi piani sono separati da Meta Verified, il servizio dedicato alla verifica degli account.

La domanda che in molti si pongono è legittima: ha senso pagare per funzioni che fino a ieri erano considerate standard? La risposta dipende molto da come si usa la piattaforma. Per un utente occasionale probabilmente no. Per un creator o un professionista del digitale, qualche euro al mese potrebbe fare la differenza.

L'articolo Facebook Plus abbonamento: quanto costa e cosa cambia proviene da sicurezza.net.

Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre

9 Giugno 2026 ore 10:11

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Anno di Pubblicazione della versione illustrata: novembre 2025Prima uscita del romanzo: 1925 Pubblicato nel 1925, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Il mondo raccontato nel romanzo si colloca negli anni Venti, un periodo di grande crescita economica negli Stati Uniti, segnato dall’espansione della ricchezza, dal consumo ostentato e dalla fiducia quasi illimitata nel progresso. È l’epoca che precede il crollo di Wall Street del 1929, evento che segnerà la fine di quell’illusione di prosperità continua e metterà in crisi l’idea stessa di sogno americano così come veniva vissuta

L'articolo Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

RE: https://tutut.delire.party/@marien/116698681618287897#Framadate est pro…

9 Giugno 2026 ore 10:10

RE: https://tutut.delire.party/@marien/116698681618287897

#Framadate est propulsé par #Pollaris, un logiciel #Libre conçu bénévolement par @marien !

Aujourd'hui, Marien propose à la communauté de s'impliquer dans les évolutions de Pollaris (évolutions qui impacteront donc Framadate aussi).

C'est une superbe occasion de contribuer à l'amélioration d'un logiciel impactant plus d'un million de personnes !

Trump ha reso l'Iran una super-potenza

9 Giugno 2026 ore 10:07

💾

L'Iran adesso stabilisce cosa Israele possa colpire, e quando. L'alterco tra Trump e Netanyahu ha chiarito che ora è Teheran a stabilire quando Tel Aviv possa decidere di attaccare in Libano, e a quali condizioni. Siamo in una situazione gravissima e pericolosissima.

📄 Tutte le fonti e i dati: https://www.andrealombardi.blog/6154-trump-ha-reso-liran-una-super-potenza.html
💌 Iscriviti alla newsletter gratuita: https://www.andrealombardi.it

🟥 Abbonati al canale per sostenermi: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

❤️‍🔥 SOSTIENI IL MIO LAVORO
Se ti fa piacere aiutarmi puoi fare una donazione dell'importo che vuoi, con il sicurissimo sistema di PayPal: https://www.paypal.me/cedipeggio
Preferisci donare in Bitcoin? Ecco il mio wallet: 3EUiEdNMakRm2gqVLi16wbyzPp1vwRDQsc

Oppure puoi abbonarti al canale: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

🔥 PANTOPRAZOLO CLUB
Il Pantoprazolo Club è la community del mio Canale YuTube: un vero e proprio social network nel quale scambiarsi idee e materiale. Abbonarsi è un ulteriore modo per sostenere il mio progetto e permettergli di crescere e sostenersi.

👉 Cosa è: https://youtu.be/KJLtkEwnviI
👉 Abbonati al Pantoprazolo Club: https://www.pantoprazolo.club/abbonamenti

📚 OPPURE REGALAMI UN LIBRO
Oppure, se preferisci puoi regalarmi un libro dalla mia lista Amazon: https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/1P7HNKGPEMK90

#notizie #rassegnastampa #telegiornale

🍷 INDICE
00:00 - Sigla
03:05 - Puntata

🍕 SEGUIMI SUI SOCIAL
Tutti i link: https://www.nonhocapito.it

✉️ E-Mail: cedipeggio@andrealombardi.it

🎶 Musica di Epidemic Sound: https://www.epidemicsound.com/playlist/cc1nkv50mbdrpwqmabtincgq2l8k1ukd

Strade a rischio, lintelligenza artificiale prevede dove si concentreranno gli incidenti

9 Giugno 2026 ore 10:06
L'intelligenza artificiale per creare un modello predittivo capace di stimare dove il pericolo di incidenti stradali sia più elevato nel nostro Paese: questo è l'obiettivo di RoadSafeAI 2.0, sistema sviluppato dal Politecnico di Milano e presentato ieri durante il quinto Forum di The Urban Mobility Council UnipolSai. Per elaborare le previsioni, però, l'IA necessita di una mole enorme di informazioni fornite dall'uomo: milioni di dati telematici raccolti dai veicoli tramite la tecnologia UnipolTech, in particolare dalle scatole nere, che registrano frenate brusche, sterzate e accelerazioni, insieme ai dettagli su traffico e caratteristiche della rete stradale.Una volta ottenuti i risultati, i gestori delle infrastrutture potranno individuare con maggiore precisione le priorità di intervento, nel tentativo di contrastare un fenomeno che resta lontano dagli standard di una nazione civile: nel 2024 in Italia si sono registrate circa 3.000 vittime della strada, secondo i dati Istat più recenti, per un costo sociale stimato in oltre 20 miliardi di euro. Il test in tre città RoadSafeAI 2.0 è già stato applicato a Milano e Genova. I risultati mostrano che il sistema apprende rapidamente il contesto in cui opera, adattandosi alle diverse morfologie urbane e alla densità veicolare. A Napoli, invece, simulando l'assenza di dati diretti e utilizzando esclusivamente immagini provenienti da OpenStreetMap insieme ad algoritmi dedicati, l'intelligenza artificiale è riuscita a individuare la localizzazione delle aree con maggiore o minore intensità di decelerazioni repentine, con un margine di errore pari al 5,5%. La sfida del futuro Si tratta di una tecnologia predittiva che traccia la direzione verso un ecosistema nazionale della sicurezza stradale. L'obiettivo è un sistema in cui l'integrazione tra veicoli connessi, infrastrutture intelligenti e big data permetta alle amministrazioni pubbliche di passare da un approccio reattivo a una vera prevenzione attiva. Nell'attesa, resta evidente come già oggi gli enti locali potrebbero intervenire con maggiore efficacia anche senza strumenti avanzati, migliorando la qualità dell'asfalto e delle ciclabili e intensificando i controlli su chi viola in modo grave le regole della circolazione.

Rilevate vulnerabilità in Apache Http Server

9 Giugno 2026 ore 09:51
Aggiornamenti di sicurezza sanano diverse vulnerabilità presenti in Apache HTTP Server, di cui 2 con gravità “critica” e 3 con gravità “alta”. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire a un utente malintenzionato remoto di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati e comprometterne la disponibilità.

Xi Jinping’s visit to North Korean war monument evokes ‘eternal historical memory’

Chinese President Xi Jinping emphasised the shared sacrifices and deep historical ties between China and North Korea during a visit to a historic mountainside in Pyongyang on Tuesday. Xi and first lady Peng Liyuan paid tribute at the Sino-Korean Friendship Tower in Moran Hill, accompanied by North Korean leader Kim Jong-un and his wife Ri Sol-ju. Honour guards placed a floral basket at the monument with a ribbon inscribed with the words “The martyrs of the Chinese People’s Volunteer (CPV) Army...

Genesis GV60 Magma arriva in Italia: 650 CV e numeri da sportiva, ecco quanto costa

9 Giugno 2026 ore 11:42
Genesis ha aperto gli ordini per l'italia della GV60 Magma, la variante ad alte prestazioni della SUV elettrica del brand di lusso del gruppo Hyundai (il powertrain è quello della Ioniq 5 N). L'arrivo di questo modello nelle concessionarie è previsto per la fine dell'estate, ma gli ordini sono già aperti: una sola versione, proposta a 88.400 euro: al cliente solo la scelta del colore della carrozzeria. Stile sportivo... Lunga 4.635 mm, larga 1.940 e con un passo di 2.900 mm, la GV60 Magma ha un assetto ribassato di 20 mm rispetto al modello standard, carreggiate allargate e soluzioni volte a massimizzare prestazioni ed efficienza: il paraurti sportivo con tre grandi prese d'aria e le piccole appendici aerodinamiche alle estremità, le minigonne laterali, i flap sui passaruota e il grande spoiler posteriore. I cerchi da 21" in grigio opaco montano pneumatici Pirelli e ospitano dischi anteriori da 400 mm con pinze a 4 pistoncini. ... anche a bordo L'abitacolo mantiene il connubio tra ricercatezza, materiali pregiati e sportività, con i sedili a guscio regolabili elettricamente a dieci vie che si affiancano ai rivestimenti in pelle scamosciata di pannelli porta e console, le cuciture arancioni Magma e le finiture metalliche antiriflesso, il volante esclusivo per questo modello e il pulsante arancione per la modalità di guida più sportiva. Il bagagliaio ha una capacità dichiarata di 670 litri, che diventano 1.440 abbassando gli schienali della seconda fila. Prestazioni da sportiva Il powertrain dual motor ha una potenza combinata di 478 kW (650 CV) e una coppia di 790 Nm, che permettono alla SUV di scattare da ferma a 100 km/h in 3,4 secondi, di toccare i 200 km/h in 10,9 secondi e di raggiungere la velocità massima di 264 km/h. La batteria ha una capacità di 84 kWh: l'autonomia dichiarata è di 425 km. In corrente continua si passa dal 10 all'80% in 18 minuti. Tutto (o quasi) di serie La Genesis GV60 Magma arriva nella colorazione pastello Alta White (le tinte metallizzate costano 900 euro, quelle opache/speciali - tra cui il Magma Orange - 2.490 euro), prevede i fari anteriori a matrice di LED, gli specchietti ripiegabili elettricamente, i cerchi di lega da 21" e i vetri posteriori oscurati. Di serie la guida assistita di livello 2, le modalità Launch Control e Drift, dashcam, sensori perimetrali, sospensioni attive, sedili sportivi e pedaliera in alluminio. La garanzia è di 5 anni a chilometraggio illimitato, e comprende anche gli interventi di manutenzione.Genesis GV60 Magma: 88.400 euro

Risolte vulnerabilità in Google Chrome

9 Giugno 2026 ore 08:50
Google ha rilasciato un aggiornamento per il browser Chrome al fine di correggere 74 vulnerabilità di sicurezza, di cui 17 con gravità “critica”. Tra queste si evidenzia la CVE-2026-11645, di tipo “Out of bounds read” che potrebbe permettere l’esecuzione di codice arbitrario sulle istanze interessate.

Presente assente

9 Giugno 2026 ore 08:49

È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.

La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”

La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che

ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.

Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.

Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.

È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.

È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.

È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.

Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.

In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.

Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.

Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.

Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.

È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.

Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.

Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.

Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.

Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.

Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.

Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.

Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.

Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.

Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.

Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.

A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.

Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.

Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,

e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.

Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.

L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.

Pubblicata la strategia per l’open-source della Commissione Europea che piace alla FSFE

9 Giugno 2026 ore 08:45
Se sia o no la svolta a proposito del principio "Public Money? Public Code!" lo dirà solo il tempo, ma il pacchetto per la Sovranità Tecnologica che è stato appena pubblicato ha tutti i presupposti per esserlo. Il compito della FSFE? Far si che gli obiettivi siano legati a progetti giuridicamente vincolanti!

Questa volta andrà meglio? Reaction a Casey Muratori

9 Giugno 2026 ore 08:52

💾

Video di Casey:
- https://www.youtube.com/watch?v=tlQ7EoJDTQY

Il mio obiettivo è costruire il migliore contenitore di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione:
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
- https://forum.esadecimale.it

⚡ALERT: IRAN END GAME. Why I've Been so Quiet Lately.

9 Giugno 2026 ore 07:03

💾

Something big is brewing

Get the gear I use here
Use discount code FINALSIXTY for 60% off all remaining inventory
https://canadianpreparedness.com/

GET EMERGENCY PRESCRIPTION MEDS AND ANTIBIOTICS (affiliate link)
https://jasemedical.com/canadianprepper

GET WHOLESALE FREEZEDRIED FOOD (World reknown quality) USE DISCOUNT CODE 'CanadianPrepper'
https://tinyurl.com/nhhtddh6

Spese militari nucleari: nel 2025 +19% con record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono

9 Giugno 2026 ore 08:24

I nuovi dati ICAN e SIPRI sulle scelte degli Stati dotati di arsenali atomici confermano la più grave corsa agli armamenti nucleari dalla fine della Guerra Fredda Il mondo ha speso 118,8 miliardi di dollari in armi nucleari nel 2025, raggiungendo il livello più alto mai registrato e con un aumento del 19% rispetto all'anno precedente(pari [...]

L'articolo Spese militari nucleari: nel 2025 +19% con record a 118,8 miliardi di dollari e arsenali che crescono proviene da Movimento Nonviolento.

Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni

9 Giugno 2026 ore 08:05

La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.

L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.

Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.

La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.

La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.

In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?

L'articolo Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Un’evidenza semplice

9 Giugno 2026 ore 07:27
di Lorenzo Pisaneschi   [E’ uscito ieri per Arcipelago Itaca Un’evidenza semplice, libro di Lorenzo Pisaneschi vincitore dell’undicesima edizione del Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi – Opera prima. Presentiamo alcuni testi, seguiti dalla prefazione di Francesco Brancati].   I – E intanto, Valentina     I.   E intanto Valentina si …

read more "Un’evidenza semplice"

Il Sahel come fianco sud dell’Europa: Mali e Niger nella crisi della sicurezza regionale

9 Giugno 2026 ore 07:00

Per lungo tempo il Sahel è stato percepito in Europa come una periferia instabile: rilevante per le crisi migratorie, importante per il contrasto al terrorismo, ma comunque esterno al nucleo della sicurezza europea. Questa lettura appare oggi insufficiente. La domanda non è più se l’instabilità saheliana possa produrre effetti sul continente europeo, ma attraverso quali canali tali effetti si stiano già manifestando: sicurezza, energia, rotte, influenza strategica e capacità europea di agire nel proprio vicinato.

Mali e Niger offrono due angolature complementari dello stesso problema. Il primo mostra la difficoltà crescente degli Stati saheliani nel contenere attori armati non statali sempre più adattivi. Il secondo segnala la trasformazione delle risorse strategiche in strumenti di sovranità politica e competizione internazionale. Insieme, i due casi indicano che il Sahel non può più essere trattato come un dossier regionale separato, ma come uno dei punti di pressione del fianco sud europeo.

Dal ritiro occidentale alla sovranità militare

Il ciclo di colpi di Stato che ha attraversato Mali, Burkina Faso e Niger ha modificato il quadro politico della regione più di quanto abbiano fatto molte operazioni militari precedenti. Non si è trattato soltanto di una sostituzione di élite al potere, ma di una ridefinizione dei rapporti tra sicurezza interna, legittimità politica e posizionamento internazionale. Le giunte militari hanno costruito parte del proprio consenso presentando la rottura con la Francia e con l’Occidente come recupero di sovranità nazionale.

Questa narrazione ha intercettato un dato reale: la lunga presenza occidentale non è riuscita a produrre stabilità duratura. L’operazione Serval e poi Barkhane avevano contenuto l’avanzata jihadista in alcune fasi, ma non avevano risolto le fratture territoriali, etniche e istituzionali che alimentano il conflitto. Il ritiro francese dal Mali nel 2022, seguito dall’espansione dell’influenza russa tramite Wagner e poi Africa Corps, ha mostrato che l’uscita dell’Occidente non coincide automaticamente con la ricostruzione dell’autonomia strategica degli Stati saheliani.

La formalizzazione dell’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS nel gennaio 2025 ha rafforzato questa traiettoria. L’Alleanza degli Stati del Sahel è diventata il contenitore politico di un nuovo discorso regionale, fondato su sovranità, sicurezza e rifiuto delle pressioni esterne. Tuttavia, il problema resta aperto: una sovranità costruita quasi esclusivamente sulla centralità militare rischia di restare dipendente da emergenza permanente, sostegno esterno e repressione interna. Il risultato non è necessariamente uno Stato più forte, ma uno Stato più isolato e più esposto.

Jihadismo, risorse e competizione esterna

Gli sviluppi recenti in Mali confermano che il vuoto lasciato dal ridimensionamento occidentale non è stato occupato da un’autorità statale più efficace. Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaida, e le formazioni tuareg del nord hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella prevista da molte letture occidentali. Le offensive coordinate, la pressione su Kidal e l’estensione della minaccia verso Bamako indicano che gli attori non statali non operano più soltanto come forze di disturbo, ma come soggetti capaci di incidere sugli equilibri strategici del Paese.

Il caso maliano è rilevante perché mostra una trasformazione della guerra irregolare. I gruppi jihadisti e ribelli non sfruttano soltanto la debolezza dello Stato, ma la convertono in vantaggio operativo. Si muovono tra periferie desertiche, aree rurali, confini porosi e centri urbani, alternando pressione militare, controllo delle rotte e capacità di intimidazione. In questo quadro, la presenza russa non sembra aver invertito la tendenza. Al contrario, gli abusi attribuiti ai contractor e la difficoltà nel garantire sicurezza capillare rischiano di alimentare nuovi risentimenti locali.

Il Niger completa il quadro da un’altra prospettiva: quella delle risorse strategiche. La crisi tra Niamey e Orano attorno alla miniera di Somaïr non riguarda soltanto una controversia industriale. L’annuncio della nazionalizzazione della società mineraria, dopo anni di presenza francese nel settore dell’uranio, segnala la volontà della giunta nigerina di trasformare una risorsa energetica in leva politica. Anche in questo caso, la parola “sovranità” diventa centrale, ma il suo significato resta ambiguo: può indicare controllo nazionale delle risorse, oppure apertura a nuovi rapporti di dipendenza verso attori alternativi.

La competizione tra potenze entra così nel Sahel non solo attraverso basi, consiglieri militari o contratti di sicurezza, ma anche tramite miniere, logistica, accordi infrastrutturali e canali finanziari. Russia e Cina non sono presenti nello stesso modo, né perseguono necessariamente obiettivi identici, ma entrambe beneficiano dell’indebolimento del dispositivo occidentale e della crisi dell’influenza francese. Il Sahel diventa così uno spazio in cui la de-occidentalizzazione non produce automaticamente autonomia, ma moltiplica le offerte esterne disponibili per regimi in cerca di protezione, risorse e legittimazione.

Perché riguarda l’Europa

Per l’Europa, la crisi saheliana non è rilevante solo per ragioni umanitarie o migratorie. È rilevante perché riguarda la profondità strategica del Mediterraneo allargato. L’instabilità del Mali, del Niger e del Burkina Faso non resta confinata entro frontiere formali: tende a propagarsi verso il Golfo di Guinea, a interagire con la fragilità libica e a incidere sulle reti criminali, sui traffici e sulle rotte che collegano Africa occidentale, Nord Africa ed Europa meridionale.

L’Italia è coinvolta in questa dinamica in modo diretto, anche quando non viene citata come attore di primo piano. La sicurezza del Mediterraneo centrale dipende anche dalla stabilità delle aree interne africane. La Libia, il Niger e il Sahel non sono compartimenti separati, ma segmenti di uno stesso arco di vulnerabilità. Se lo Stato perde controllo sulle aree interne, aumentano gli spazi per gruppi armati, reti di traffico, economie illegali e attori esterni interessati a usare l’instabilità come leva negoziale.

Vi è poi una dimensione energetica e industriale. Il caso dell’uranio nigerino non va letto in termini semplicistici, come se la sicurezza energetica europea dipendesse da una sola miniera o da un solo Paese. La sua importanza è più ampia: mostra come le filiere strategiche possano diventare oggetto di pressione politica in una fase di competizione globale sulle materie prime. Per un’Europa che parla di autonomia strategica, transizione energetica e sicurezza industriale, il controllo delle risorse e delle rotte non è più un tema secondario.

Infine, il Sahel riguarda l’Europa perché misura la credibilità della sua politica estera. L’Unione Europea e i singoli Stati membri hanno spesso alternato cooperazione allo sviluppo, missioni militari, programmi di formazione e gestione emergenziale dei flussi migratori. Questa pluralità di strumenti non ha però sempre prodotto una strategia coerente. Il rischio è che l’Europa continui a reagire alle crisi saheliane come episodi separati, senza riconoscere che esse compongono ormai una linea di frattura permanente del proprio vicinato.

Oltre l’emergenza: quale strategia europea

Una nuova strategia europea per il Sahel dovrebbe partire da un presupposto realistico: non esiste un ritorno semplice all’ordine precedente. La stagione della centralità francese è chiusa o comunque profondamente ridimensionata. Allo stesso tempo, l’idea che le giunte militari possano garantire stabilità attraverso la sola forza appare smentita dagli sviluppi sul terreno. L’Europa deve quindi evitare due errori opposti: la nostalgia dell’intervento occidentale e l’abbandono di uno spazio considerato ormai perduto.

Il primo terreno è quello della sicurezza. La cooperazione militare non può essere ridotta alla formazione di unità locali se manca una lettura politica delle fratture territoriali. Rafforzare le capacità statali significa anche sostenere intelligence, controllo delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, protezione delle comunità locali e contrasto alle economie illegali. Senza questi elementi, la risposta militare rischia di produrre risultati tattici e fallimenti strategici.

Il secondo terreno è quello delle risorse. L’Europa non può limitarsi a denunciare la penetrazione russa o cinese se non è in grado di offrire partenariati più credibili, meno estrattivi e più stabili. La sicurezza delle filiere minerarie ed energetiche richiede accordi trasparenti, investimenti infrastrutturali e un rapporto meno intermittente con gli Stati africani. La competizione sulle materie prime non si vince soltanto con dichiarazioni politiche, ma con presenza economica, capacità industriale e continuità diplomatica.

Il terzo terreno è politico. Cooperare con partner saheliani non significa legittimare automaticamente colpi di Stato o abusi, ma neppure immaginare che la regione possa essere stabilizzata solo attraverso condizionalità esterne. L’Europa deve combinare pressione diplomatica, incentivi, canali regionali e dialogo pragmatico. In assenza di una proposta europea riconoscibile, altri attori continueranno a occupare lo spazio lasciato vuoto, offrendo protezione senza riforme, armi senza istituzioni e retorica sovranista senza stabilità.

Il Sahel costringe l’Europa a riconoscere un dato che la guerra in Ucraina e le crisi mediorientali hanno reso ancora più evidente: la sicurezza del continente non si esaurisce sul fianco est, né può essere delegata interamente ad altri attori. Mali e Niger mostrano che il confine strategico europeo passa anche attraverso deserti, miniere, rotte terrestri e capitali fragili. Considerare il Sahel una periferia significherebbe ignorare uno dei luoghi in cui si decide la capacità europea di proteggere il proprio vicinato, difendere i propri interessi e trasformare l’autonomia strategica da formula retorica in politica concreta.

La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

9 Giugno 2026 ore 07:00

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

Libano, Iran, Yemen: la crisi regionale entra in una nuova fase

L’attacco israeliano contro la periferia sud di Beirut ha riacceso il confronto diretto tra Iran e Israele, aprendo una nuova fase di tensione regionale che rischia di coinvolgere ulteriormente il Medio Oriente. Il bombardamento, condotto da Israele pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco e nonostante le pressioni statunitensi per evitare operazioni sulla capitale libanese, ha provocato vittime e suscitato una dura reazione da parte di Teheran. In risposta all’attacco contro il Libano, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato una serie di missili balistici contro obiettivi israeliani, colpendo in particolare la base aerea di Ramat David. L’operazione come hanno evidenziato le autorità iraniane, rappresenta una rappresaglia diretta per quella che definiscono una violazione della tregua e un’aggressione contro il popolo libanese. L’escalation non si è fermata qui. Israele ha successivamente condotto raid contro diversi obiettivi militari in Iran, colpendo installazioni nelle aree di Teheran, Tabriz e Isfahan.

Secondo fonti israeliane, gli attacchi hanno preso di mira siti di lancio missilistici e sistemi di difesa aerea. Autorità iraniane hanno inoltre denunciato danni a una sezione dell’impianto petrolchimico Karoon, nella provincia del Khuzestan. La risposta iraniana è arrivata poche ore dopo. L’IRGC ha annunciato l’avvio dell’“Operazione Nasr”, diretta contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, considerate infrastrutture strategiche per le operazioni militari dello Stato ebraico. Contestualmente, sono stati segnalati attacchi contro un complesso petrolchimico israeliano. Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha espresso irritazione per l’escalation e ha invitato entrambe le parti a interrompere immediatamente gli attacchi reciproci.

Trump ha inoltre avvertito che un’ulteriore offensiva israeliana contro l’Iran rischierebbe di provocare nuove ritorsioni e un allargamento del conflitto. Da Teheran, il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr, ha lanciato un duro monito a Israele e agli Stati Uniti, affermando che l’“intera regione diventerà un inferno” se la “coalizione sionista-americana” dovesse commettere nuovi errori. Secondo il dirigente iraniano, gli eventi degli ultimi mesi avrebbero modificato profondamente gli equilibri della sicurezza regionale e internazionale. Analisti vicini alla posizione iraniana sottolineano che l’operazione contro le basi israeliane rappresenta un messaggio strategico preciso: qualsiasi futura aggressione contro il Libano verrebbe considerata una minaccia diretta agli interessi di Teheran e riceverebbe una risposta militare immediata. Dopo l’ultima ondata di attacchi, il comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la sospensione delle operazioni militari iraniane, sostenendo che sia stata inflitta a Israele una “risposta dolorosa” in difesa del Libano. Nel frattempo, anche gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato il divieto di transito nel Mar Rosso per le navi collegate a Israele, ampliando ulteriormente la dimensione regionale della crisi. Il rischio di una nuova spirale di confronto resta elevato, nonostante i tentativi diplomatici di evitare un conflitto più ampio.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Petroliere russe nel mirino: l’UE militarizza le sanzioni

L’Unione Europea compie un nuovo passo nella strategia di pressione economica contro la Russia. Gli Stati membri hanno infatti autorizzato le navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. Ad annunciarlo è stata l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui l’obiettivo della misura è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.

L’operazione IRINI era stata lanciata nel 2020 con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Ora il mandato operativo viene ampliato: le unità navali europee potranno abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Bruxelles ritiene che la cosiddetta “shadow fleet”, composta da petroliere registrate sotto diverse bandiere e spesso utilizzate per trasporti difficili da tracciare, rappresenti uno strumento fondamentale per consentire a Mosca di continuare a esportare petrolio nonostante le restrizioni occidentali. La decisione ha però suscitato forti critiche da parte russa. Konstantin Basyuk ha dichiarato che l’iniziativa aumenta il rischio di una pericolosa escalation nel Mediterraneo e dimostra come l’Europa continui a privilegiare la logica dello scontro anziché costruire un sistema di sicurezza condivisa.

Secondo il senatore russo, la misura non colpisce soltanto l’economia di Mosca, ma rischia soprattutto di compromettere le prospettive di una futura normalizzazione dei rapporti tra Russia e Unione Europea. Nel frattempo, Mosca si prepara a fronteggiare eventuali incidenti in mare. Già nei mesi scorsi il Consiglio Marittimo russo, guidato da Nikolay Patrushev, aveva predisposto nuove misure di protezione per le navi battenti bandiera russa o in partenza dai porti del Paese. Gli armatori sono stati invitati a richiedere assistenza alla Marina militare, mentre il monitoraggio delle rotte commerciali legate alla Russia è stato ulteriormente rafforzato.

Al di là degli aspetti operativi, la scelta dell'UE conferma la volontà di proseguire sulla strada della contrapposizione frontale con Mosca. Una linea che molti analisti considerano sempre più autolesionista: mentre la Russia continua ad adattarsi alle sanzioni e a rafforzare i legami con i principali attori del Sud globale, l'Europa affronta stagnazione economica, crisi industriale e perdita di peso geopolitico. Invece di costruire le basi per una futura sicurezza comune sul continente, Bruxelles punta sull'escalation permanente, con il rischio di essere proprio l'Europa a pagare il prezzo più alto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

In Cina e Asia – Xi in Corea del Nord celebra "un nuovo inizio storico”

9 Giugno 2026 ore 06:30
In Cina e Asia – Xi in Corea del Nord celebra corea del nord kim

I titoli di oggi:

Xi Jinping in Corea del Nord: “un nuovo inizio storico”

Il Pentagono aggiunge le big tech cinesi alla lista dei sostenitori del PLA
Pechino spinge su occupazione flessibile mentre mobilita SOE e big tech per assorbire la nuova ondata di laureati
Cina, arsenale nucleare raggiunge 620 testate
Pirelli, partner cinesi fanno ricordo al TAR contro il golden power
Filippine, terremoto di magnitudo 7,8 sulla costa sud di Mindanao: oltre 30 morti
La guerra in Iran rallenta l'e-commerce cinese: esportazioni giù del 10,9% ad aprile

L'articolo In Cina e Asia – Xi in Corea del Nord celebra “un nuovo inizio storico” proviene da China Files.

San Francisco’s Metropolitan Mosaic

9 Giugno 2026 ore 06:00
A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.
May 27, 2026

A period of unsettled weather brought scattered showers and thunderstorms to California’s Bay Area on May 27, 2026. That afternoon, a break in the clouds left downtown San Francisco and nearby communities beneath mostly cloud-free skies, allowing an astronaut aboard the International Space Station to take this photograph.

The image captures two of the region’s iconic bridges. The Golden Gate Bridge connects the northern San Francisco Peninsula with Marin County to the north, while the San Francisco-Oakland Bay Bridge spans the bay toward Oakland to the east.  

Near the center of the image, Golden Gate Park stands out as a long, rectangular strip of green amid the dense urban landscape. Spanning more than 1,000 acres (400 hectares), the park encompasses meadows, gardens, wooded areas, and lakes. Additional green space toward the north around the Golden Gate Bridge is part of a national recreation area

The nadir (downward-looking) perspective also provides a clear view of the patchwork of street grids, which were laid out over San Francisco’s hilly terrain as the city grew in successive stages. In the heart of the downtown area, Market Street runs southwest to northeast and serves as a prominent divider between two distinct grid orientations: one aligned with the bay and the other aligned with the street.  

Along the northeastern and eastern waterfront, various structures extend into the bay. Toward the north, these include a historic wharf, seawalls, and piers—most built in the early 1900s, though some date back into the 1800s. The adjacent waters support heavy maritime traffic, including cargo and container ships, cruise vessels, and regional ferries.

Breaking waves are visible along the western coast, including at Ocean Beach, the 3.5-mile stretch of sandy shore adjacent to Golden Gate Park. On May 27, the National Weather Service warned of hazardous conditions at the region’s beaches due to strong northerly winds. Long-period swells from the northwest contributed to the increased risk of rip currents as well as sneaker waves in the days after this image was acquired.

Astronaut photograph ISS074-E-619284 was acquired on May 27, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 800 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.

Downloads

A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.

May 27, 2026

JPEG (12.13 MB)

References & Resources

You may also be interested in:

Stay up-to-date with the latest content from NASA as we explore the universe and discover more about our home planet.

Belts of Green in the Washington Suburbs

3 min read

Along the northeast side of the Capital Beltway in Maryland, green spaces weave through the developed landscape.

Article

Contours of the James Bay Lowlands

3 min read

After the Laurentide Ice Sheet retreated from present-day Hudson Bay, rebounding land has revealed striking nearshore topography.

Article

Great Balls of Fire

4 min read

An astronaut on the International Space Station was surprised to photograph a shower of light streaking through the darkness while…

Article

San Francisco’s Metropolitan Mosaic

9 Giugno 2026 ore 06:00
A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.
May 27, 2026

A period of unsettled weather brought scattered showers and thunderstorms to California’s Bay Area on May 27, 2026. That afternoon, a break in the clouds left downtown San Francisco and nearby communities beneath mostly cloud-free skies, allowing an astronaut aboard the International Space Station to take this photograph.

The image captures two of the region’s iconic bridges. The Golden Gate Bridge connects the northern San Francisco Peninsula with Marin County to the north, while the San Francisco-Oakland Bay Bridge spans the bay toward Oakland to the east.  

Near the center of the image, Golden Gate Park stands out as a long, rectangular strip of green amid the dense urban landscape. Spanning more than 1,000 acres (400 hectares), the park encompasses meadows, gardens, wooded areas, and lakes. Additional green space toward the north around the Golden Gate Bridge is part of a national recreation area

The nadir (downward-looking) perspective also provides a clear view of the patchwork of street grids, which were laid out over San Francisco’s hilly terrain as the city grew in successive stages. In the heart of the downtown area, Market Street runs southwest to northeast and serves as a prominent divider between two distinct grid orientations: one aligned with the bay and the other aligned with the street.  

Along the northeastern and eastern waterfront, various structures extend into the bay. Toward the north, these include a historic wharf, seawalls, and piers—most built in the early 1900s, though some date back into the 1800s. The adjacent waters support heavy maritime traffic, including cargo and container ships, cruise vessels, and regional ferries.

Breaking waves are visible along the western coast, including at Ocean Beach, the 3.5-mile stretch of sandy shore adjacent to Golden Gate Park. On May 27, the National Weather Service warned of hazardous conditions at the region’s beaches due to strong northerly winds. Long-period swells from the northwest contributed to the increased risk of rip currents as well as sneaker waves in the days after this image was acquired.

Astronaut photograph ISS074-E-619284 was acquired on May 27, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 800 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.

Downloads

A top-down photo of San Francisco shows dense gray urban infrastructure interspersed with green parks. Waves and ships are visible in the surrounding blue-green water.

May 27, 2026

JPEG (12.13 MB)

References & Resources

You may also be interested in:

Stay up-to-date with the latest content from NASA as we explore the universe and discover more about our home planet.

Belts of Green in the Washington Suburbs

3 min read

Along the northeast side of the Capital Beltway in Maryland, green spaces weave through the developed landscape.

Article

Contours of the James Bay Lowlands

3 min read

After the Laurentide Ice Sheet retreated from present-day Hudson Bay, rebounding land has revealed striking nearshore topography.

Article

Great Balls of Fire

4 min read

An astronaut on the International Space Station was surprised to photograph a shower of light streaking through the darkness while…

Article

La “mini coalizione dei volenterosi” e il pattume informativo italiano


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


Di recente Vladimir Putin ha toccato la questione dei media occidentali che, secondo le sue parole, non sono altro che «mezzi di istupidimento di massa». Ora, è ovvio che parlare della pattumiera informativa occidentale sia chiaramente al di sotto della dignità del leader di una potenza mondiale, ma in questo caso si trattava di un messaggio: miserabili, noi vediamo tutto e non ci faremo fregare. Il fatto è che lo spazio informativo occidentale si è completamente trasformato da una debole parvenza di sfera giornalistica e analitica, in un'arena per una feroce guerra d'informazione contro la Russia, scrive Kirill Strel'nikov su Ukraina.ru, dove tutte le notizie, le storie, le narrazioni e le dichiarazioni sono subordinate a un unico obiettivo: convincere la Russia che la sua situazione è pessima e che sia meglio accettare la pace a qualsiasi condizione.

Tanto per rimanere all'oggi, ne è un esempio l'intervento del signor Stefano Stefanini su La Stampa del 8 giugno, che prende le mosse dal vertice della cosiddetta “mini coalizione dei volenterosi” tenutosi il 7 giugno a Londra, presenti Keir Starmer, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e, non sembri strano, il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij. Un vertice tenutosi, guarda caso, dopo appena un paio di giorni di “decantazione” delle reazioni a quell'obbrobrio epistolare - volutamente pubblico e dunque lontano da qualsivoglia ipotesi di trattativa – vergato in “stile” banderista da Vladimir Zelenskij, ma su diretto incarico di quegli stessi “volenterosi”.

Il pattume informativo torinese, dunque, parla di un vertice londinese che avrebbe lanciato un «messaggio diretto a Putin: deve trattare, l'Europa non si sfila»; cioè: è l'Europa che sponsorizza Kiev e la foraggia di soldi e armi; è l'Europa che vuole che la guerra continui e dice a Zelenskij di scrivere a Putin in una maniera per cui il presidente russo esorti senz'altro le truppe a “continuare il lavoro”. Lo “stile” rozzo con cui il nazi-banderista confeziona il messaggio sembra davvero un “capolavoro” di astuzia, tanto che corre l'obbligo di riunirsi a Londra per discutere gli ulteriori passi. Come pure un “capolavoro” di analisi quello vergato dal signor Stefanini, quando scrive che Macron, Merz e Starmer mandano «un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario a continuare a difendersi dall’aggressione». Che era quello, come si dice, che “volevasi dimostrare”: la guerra continua. La cosiddetta Europa avrebbe bisogno di una tregua per riorganizzare le proprie forze, in vista del nuovo termine fissato dallo stesso premier britannico Starmer per lo scontro diretto con la Russia, a seguito delle passate profezie di Andriu-Merlino-Kubilius, Mar Rutte e kaja-Fredegonda-Kallas. L'Europa avrebbe ora necessità di un po' di tempo; ma, in ogni caso, continuerà ugualmente a sponsorizzare la junta di Kiev: vorrà dire che ci sarà bisogno di fustigare ancora di più le masse popolari europee con nuovi giri di vite sulle necessità vitali, sociali, sanitarie, di lavoratori, pensionati e strati deboli della popolazione. «L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca», contrabbanda il signor Stefanini nella sua disamina in cui, in perfetta sintonia con la narrazione europeista, “certifica” che la guerra, per Putin, «non sta andando particolarmente bene... Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia». Questo, a proposito di quella “pattumiera informativa” di cui parla Strel'nikov.

A Londra, dice ancora il signor Stefanini, «si parla di una guerra che da più di quattro anni... minaccia l’indipendenza di un Paese sovrano»; così sovrano e così indipendente che una buona parte degli edifici governativi a Kiev sono occupati da funzionari USA-UE, che dettano le direttive a quel «Alvaro Vitali che ce l'ha fatta» (rubiamo ancora da Maurizio Crozza) e lo istruiscono su come mandare all'aria trattative prima ancora che vi si ponga mano, imbrattando la carta proprio alla maniera dell'emissione di gas intestinali di Pierino-Vitali. Ma Vladimir Putin, assicura il signor Stefanini, «deve continuare una guerra che non può vincere»: lo garantiscono tutti maggiori media occidentali, asserendo che l'economia russa “sia allo sfascio”, che “manchino i soldati al fronte”, che Putin debba guardarsi da “malcontenti nella società” e anche da “intrighi di palazzo”. Guarda caso, tutti elementi che danno il quadro della situazione ucraina e che Vladimir Zelenskij ha riportato nella sua “lettera” a Vladimir Putin, tanto che l'interrogativo elementare è sul numero di mani che abbiano contribuito a comporla. 

Perché, come elenca ancora Kirill Strel'nikov, la “pattumiera informativa” occidentale è piena zeppa di perle nello “stile” banderista: The Telegraph scrive che «La Russia sta valutando la possibilità di abbassare l'età lavorativa a 12 anni a causa della crisi occupazionale. Putin propone di riaprire i campi estivi di lavoro per bambini»; ecco Foreign Policy: «L'Ucraina ha una nuova strategia militare, e sta funzionando»; United Media: «L'economia russa rischia un collasso a lungo termine». Kyiv Post: «La crisi di mobilitazione di Putin si aggrava, la Russia pianifica una nuova mobilitazione». Sembra lo specchio della situazione ucraina e, sul piano economico, del futuro più che prossimo delle “potenze” europee. 

A proposito della mancanza di uomini ucraini da mandare al macello, qualche giorno fa la tedesca Die junge Welt scriveva che i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare e l'americana Responsible Statecraft titola che "La crisi di mobilitazione ucraina si fa sempre più sanguinosa"; mentre la filo-ucraina The Insider scrive che "gli abusi di massa (tra omicidi, morte di coscritti, migliaia di denunce, tangenti e schemi di corruzione) stanno minando la fiducia nella mobilitazione e causando una crescente resistenza, compresi attacchi armati contro le pattuglie” dei reclutatori.

Per quanto riguarda la Russia, solo a maggio le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo su base annua e se anche lo Stretto di Hormuz dovesse essere completamente riaperto, i prezzi del petrolio non scenderebbero mai sotto i 95 dollari al barile.

In questo scenario, non si può che concordare con l'osservatore Aleksandr Nosovic, quando scrive su RIA Novosti che Vladimir Putin ha rifiutato un cessate il fuoco e i negoziati non a Zelenskij, ma ai sostenitori occidentali del regime di Kiev. Sono stati infatti loro a spingere Zelenskij a scrivere la lettera aperta al presidente russo e sono stati gli europei a parlare sempre più insistentemente, nell'ultimo mese, di negoziati diretti con Mosca: hanno «disperatamente bisogno di una tregua e di tempo per riorganizzarsi. Lo stesso regime di Zelenskij ha raggiunto un punto in cui non ha più bisogno di altro che di denaro e armi dai suoi sponsor europei».

Per quanto riguarda lo “stile” della missiva, in quattro anni Zelenskij ha sviluppato l'abitudine di comunicare in questo modo con i suoi “alleati”, che hanno puntato tutto sull'Ucraina e ora ne dipendono, costretti a tollerarlo. Gli europei possono ancora costringere il loro pupillo a presentare una petizione a Putin, dice Nosovic; ma non possono costringerlo a comportarsi in modo tale da impedire a Putin di “buttarlo giù per le scale”. Siamo di fronte non solo all'imbecille che suona il piano coi genitali; siamo arrivati alla classica storia del mostro prima creato e poi diventato incontrollabile. D'altronde, Zelenskij e la sua cerchia vivono "alla giornata", di tranche in tranche di aiuti occidentali; non hanno bisogno della fine della guerra, perché significherebbe la fine dei miliardi. Per gli europei, però, il pericolo è rappresentato dalla possibilità che, mentre i combattimenti continuano, il regime di Kiev vada definitivamente fuori controllo. Basti pensare a tutti droni ucraini finiti sulla Romania, al largo delle coste greche, sul mare d'Azov, dove hanno ucciso cinque marinai azeri; alle centinaia di droni nello spazio aereo degli Stati baltici; alle minacce di invasione dell'Ungheria. Pare quindi che più gli europei investono nell'armamento dell'Ucraina, maggiore sia la minaccia ucraina alla sicurezza europea.

La cessazione delle ostilità rappresenterebbero dunque per l'Europa un'opportunità per invertire questa tendenza, dice Nosovic; sarebbe così possibile preparare il regime di Kiev a una guerra continuativa, renderlo più gestibile e concentrare la sua aggressione esclusivamente sulla Russia. Ecco perché l'Europa parla sempre più spesso di negoziati e li chiede a Putin tramite Zelenskij. In questo modo, Putin salverebbe l'Europa da Zelenskij. E allora Putin, con la sua risposta, ha "mandato a quel paese" non Zelenskij, ma l'Europa.

Tra l'altro, a proposito dei demoni evocati dalle redazioni milanesi, romane, torinesi, perché provochino “rivolte di popolo e di palazzo” contro il Cremlino, in quel pattume maleodorante confezionato a Bruxelles-Kiev, “l'Alvaro Vitali” ukro-banderista accennava anche alla «evidente stanchezza» con cui guardano a Putin «i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti», assicurando che il «mondo non si è stancato dell’Ucraina... cresce la stanchezza nei confronti della Russia... con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.... È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. Possiamo lavorare verso quella stanchezza».

Ora, scriveva anni fa lo storico Igor Šiškin, il popolo russo ha una peculiarità del tutto irrazionale: l'esigenza di essere sicuro della giustezza delle azioni del proprio paese. In questo è la fonte della forza della Russia. Ma questa peculiarità è anche il tallone d'Achille della Russia. Se si riesce a seminare nella coscienza del popolo il dubbio che “la nostra causa è giusta”, allora la Russia perde la capacità a resistere. In Occidente, scriveva Šiškin, compresero bene questa peculiarità della Russia e del popolo russo dopo la catastrofe del 1812. E anche oggi, a Kiev come a Bruxelles. Sembrano contare proprio su quel “tallone d'Achille”. Da lontano, non disponiamo di elementi così solidi per confermare o smentire la “stanchezza” evocata dal nazigolpista-capo e non ci affidiamo certo alle vomitevoli “fonti informative” - che vengano dall'Europa o dalla “sacra” dissidenza russa - care alle redazioni guerrafondaie italiche. Osserviamo solo che, anche a livello popolare, se i russi chiedono qualcosa al Cremlino, è quella di condurre con più decisione le operazioni militari. Le considerazioni diplomatiche, operative, strategiche di Moskva sono una cosa a parte.

-----------------

https://www.lastampa.it/esteri/2026/06/08/news/un_messaggio_diretto_allo_zar_deve_trattare_l_europa_non_si_sfila-15650928/?ref=LSHA-BH-P2-S5-T1&gig_APIKey=4_2uHezT994jAHtT8Q6-3UEw

https://ukraina.ru/20260607/putin-dvumya-slovami-prosto-ubil-kiev-i-bryussel-1079918006.html

https://ria.ru/20260607/evropa-2097377599.html

La lotta per salvare l'America (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*


Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

La cosa peggiore è badare ai bambini.

Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

 

Larry Johnson y Pepe Escobar: Irán posee un dispositivo nuclear listo para detonar – Por Alfredo Jalife Rahme

9 Giugno 2026 ore 04:52

Por Alfredo Jalife Rahme

El ex analista de la CIA Larry Johnson –íntimo del ejército de EEUU– y el geopolítico brasileño Pepe Escobar –cercano al Kremlin– adujeron en varias entrevistas que Irán dispondría de un dispositivo nuclear que podría detonar para disuadir la prosecución de la guerra de Israel/EEUU.

Johnson adujo con el juez Napolitano (https://bit.ly/43c4eKZ) que el viernes 29 de mayo, el canciller paquistaní, Ishaq Dar, transmitió al polémico Marco Rubio el mensaje de que Irán estaría dispuesto a realizar una prueba nuclear en caso de que no exista acuerdo: “Irán haría una demostración con una bomba nuclear de su propia fabricación o que le fue entregada por, digamos, Pakistán o Norcorea” (minuto 13:23). Un día después, LJ pregunta en su portal Sonar21: “¿Posee Irán una bomba atómica? Una fuente de alto nivel contesta: sí” (https://bit.ly/4fj4IGx).

En su video (https://bit.ly/4uP7kAT), el cotizado Escobar explayó que el presidente iraní, Masoud Pezeshkian, explicó al canciller paquistaní la nueva postura nuclear de Irán.

En medio del tsunami (des)informativo, las mismas fuentes aviesas y traviesas de costumbre engañaron con la falsa “renuncia” del presidente iraní Pezeshkian: difundida, entre otros, por el ex teniente coronel Douglas Macgregor, quien fuera cercano a Trump 1.0 (https://bit.ly/437lAbY).

El mismo viernes de marras, mientras Trump se reunía en el “cuarto de crisis” ( situation room), durante la entrevista que me realizó Sergio Fernández de Negocios TV, señalé que se me hacía extraña la ausencia del secretario de Estado, Marco Rubio, quien justamente se encontraba negociando con su homólogo paquistaní (https://bit.ly/4ui1lDv).

Mis fuentes mediorientales, usualmente bien informadas, reportan que el presidente iraní formuló al primer ministro paquistaní, Shehbaz Sharif, tres puntos de su postura definitiva en caso de perpetuación de los ataques estadunidenses y del falso cese al fuego israelí debido a su masiva carnicería de civiles en el sur de Líbano:

1) Retiro inmediato de las negociaciones sobre el contencioso nuclear iraní con EEUU; 2) abandono del formato de un arreglo nuclear que esta(ba) esbozando la cantidad límite de enriquecimiento de uranio y su entrega a uno de los siguientes cuatro países: Rusia, China, Kazajistán o Pakistán, y 3) ¡la detonación de un dispositivo nuclear en el suelo iraní como demostración de su soberana capacidad tecnológica!

Muchas cosas han sucedido en los pasados cinco días, entre las que destaca la carnicería israelí contra los civiles en el sur del Líbano –cuando el ministro de defensa Israel Katz, en connivencia con los ministros talmúdicos Ben Gvir, de Seguridad; Bezalel Smotrich (Finanzas), y el “desquiciado” (Trump dixit) primer ministro Netanyahu, buscan emular su indeleble genocidio en Gaza–, que sacudió la emotividad del chiísmo de la república islámica, que exigió el respeto al cese el fuego por Israel, cuya abusiva negativa obligaría a represalias masivas de Irán en el norte de Israel (https://bit.ly/4eiiM1P).

En forma sincrónica a los dramáticos eventos de estos días pasados, se gestó la ya famosa llamada telefónica de un “furioso” Trump, quien despotricó contra Netanyahu para impedir su programado ataque multitudinario a la indefensa capital libanesa, lo cual fue reportado por el ex agente israelí de la unidad 8200 Barak Ravid, quien desinforma desde el desacreditado portal Axios (https://bit.ly/4vqZLjH).

No se puede soslayar la ominosa frase del viceinspector general brigadier Mohammad Jafar Asadi, quien aseveró en el contexto de la conjetura nuclear persa que “Irán no ha revelado aún todas sus ‘cartas triunfales’, en medio de las escaladas de EEUU e Israel” (https://bit.ly/3PABGry). ¿Cuáles serán tales “cartas triunfales”?

¿El Cierre del estrecho de Bab al Mandeb, susceptible de propinar un golpe de gracia a las valetudinarias geofinanzas globales de Israel/EEUU/Occidente? ¿O la defensiva detonación de una bomba nuclear iraní, propia o “prestada”, que colocaría la guerra en una nueva fase escalatoria? (https://bit.ly/4dUfUac)

AlfredoJalife.com

Facebook: AlfredoJalife

Vk: alfredojalifeoficial

Telegram: https://t.me/AJalife

YouTube: @AlfredoJalifeR

Tiktok: ZM8KnkKQn/

X: AlfredoJalife

Instagram: @alfredojalifer

Tilt towards Beijing? Xi and Kim vow to ‘open new chapter’ in ties

China and North Korea have pledged to strengthen strategic cooperation and defend each other’s sovereignty, according to a North Korean state media report covering Chinese President Xi Jinping’s two-day visit to Pyongyang. The two leaders vowed to “open a new chapter” in bilateral ties and expand exchanges and cooperation in political, economic, cultural and other fields, the official Korean Central News Agency reported on Tuesday. It quoted North Korean leader Kim Jong-un as saying that...

China’s Xi stays at exclusive Pyongyang guest house near shrines to former supreme leaders

Chinese President Xi Jinping has returned to Pyongyang’s Kumsusan State Guest House, the highly secluded counterpart to Beijing’s Diaoyutai State Guest House. Xi began a two-day state visit to North Korea on Monday. He was welcomed at the airport by North Korean leader Kim Jong-un, before attending a welcoming ceremony at Pyongyang’s Kim Il-sung Square and then heading on to the guest house. The guest house, completed in 2019, was first publicly used during Xi’s visit to North Korea that...

COME sono FATTI DENTRO e FUORI i CAMPER Camion 4x4 e 6x6 - ep.2 . Lo compreresti?

9 Giugno 2026 ore 21:00

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 2 dello speciale Overlanding. Oggi vi portiamo a fare un tour di alcuni dei mezzi più particolari basati su telaio di camion presenti in fiera. Queste sono le novità del mercato, alcune eccentriche, altre con i piedi per terra. Sono concept che certamente possono dare qualche spunto per una eventuale camperizzazione o un potenziale acquisto.

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Abramo Pauselli
Annamaria Petito
Kayma

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43

Sei giorni troppo lunghi

di: Nico
8 Giugno 2026 ore 23:55

di Edoardo Todaro

Umberto Lucarelli, Sei giorni troppo lunghi, Milieu Edizioni, 2024, 112 pp.,  € 13,00

Milano, anni ’70, anzi Italia 1979. Non voglio addentrarmi sul valore sull’importanza che hanno avuto, in questo paese, gli anni ’70. Anni di conquiste sociali, di protagonismo attivo. Anni che da qualche tempo a questa parte sono posti sotto silenzio, quando va bene, denigrati e ridotti alla definizione abusata e buona per ogni evenienza, di “anni di piombo”. Ebbene Umberto Lucarelli mette in atto, con “Sei giorni troppo lunghi”, un’operazione significativa. Lucarelli va in contro tendenza e ci porta in modo, forte e deciso,al febbraio del 1979. Siamo in pieno periodo di attacco, da parte delle forze della repressione, a tutte quelle realtà  che si pongono sul terreno del conflitto e che mettono in discussione lo stato di cose presente, quindi è doveroso ricordare gli avvenimenti che hanno portato Lucarelli a far stampare questo libro:

Pierluigi Torregiani era un gioielliere titolare di un piccolo esercizio nella periferia nord di Milano, in via Mercantini, nel quartiere della “Bovisa” La sera del 22 gennaio 1979, Torregiani subì un tentativo di rapina mentre stava cenando in una pizzeria.Torregiani reagì al tentativo di rapina,con conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone. Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima da parte di un gruppo di fuoco dei PAC .Alcuni militanti dei Proletari Armati per il Comunismo affermarono di aver subito pesanti torture, per far loro rivelare i colpevoli dell’omicidio Torregiani. Tra questi,Sisinnio Bitti, vittima di violenze della polizia, come anche altri membri del Collettivo Politico della Barona,sorto nel 1974. Gli autonomi Sisinnio Bitti, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Gioacchino Vitrani, Annamaria e Michele Fatone  presenteranno esposti all’Autorità Giudiziaria per aver subito violenze dalla polizia,almeno dieci persone avrebbero confessato, sotto tortura, di essere autori materiali dell’omicidio. Il trattamento a cui sono sottoposti i fermati, anzi i sequestrati,entra a pieno titolo, inaugura una tecnica, ripresa in futuro del piano repressivo volto a dare una lettura esclusivamente “criminale” di un percorso politico. Tecnica che in precedenza fu già usata nei confronti di Alberto Buonoconto, nel 1975 e di Enrico Triaca nel 1978. Agenti e funzionari della DIGOS fanno a gara: pestaggi, pugni, cerini accesi sotto i piedi ed i testicoli, bastonate sul torace attraverso una coperta per non lasciare segni, ingerimento forzato di acqua con un tubo di gomma, il neon sempre acceso, le false esecuzioni, la musica della radio a tutto volume per coprire le grida di chi è sottoposto a tortura ( in Italia, non in Argentina )  ecc… Due degli arrestati/torturati devono essere ricoverati in ospedale, una storia di adolescenti sequestrati, umiliati, stuprati e torturati.

Detto questo, e  ritornando a “Sei giorni troppo lunghi”, possiamo dire che, questo testo,  oggi assume un valore in più. Due i motivi: 1) in carcere e di tortura si continua a morire e non certo ad opera di qualche mela marcia, carcere luogo inutile, una istituzione totale che non serve a niente; 2) a dispetto delle anime belle che continuano ad affermare che in Italia la tortura non è esistita e non esiste, che il “terrorismo” è stato battuto dalla forza della democrazia: “Sei giorni troppo lunghi” è la smentita secca e decisa, e ci dice che in Italia, questo è avvenuto. Tra l’altro, Lucarelli ne parla di quanto avvenuto in quanto  protagonista, e ne parla soprattutto per averne subito gli effetti collaterali, e ci parla dell’Italia democratica non certo di un paese del Sud America. Lucarelli ci mette a tu per tu con l’urgenza di scrivere per fissare i fatti, quei fatti che fanno parte della storia, anzi della nostra storia, anche se sono state, e sono, storie di ordinaria repressione.

Parlare di questo libro ci obbliga a dover riferirsi ad un testo fondamentale nel momento in cui poniamo elementi di riflessione sulla tortura,la tortura che diviene parte della metodologia degli interrogatori, tortura come norma e non pratica isolata, mi riferisco a “Henry Alleg: La Tortura” con l’importante introduzione di Jean Paul Sartre. Henri Alleg, direttore del quotidiano comunista “Alger republicain” che in maniera esplicita denuncia i metodi degli occupanti francesi contro gli algerini, e verrà sottoposto a tortura. Ma ci obbliga anche di parlare al presente: Alfredo Cospito ed i prigionieri politici in Italia, con il suo famigerato 41 bis; il genocidio in atto in Palestina ….. Ps:  mi permetto di suggerire un libro per approfondire la questione fin qui trattata: “Processo all’istruttoria” (ormai pressoché introvabile).

[2026-06-10] LX TOPX BALLANO @ Parco della Colletta

8 Giugno 2026 ore 23:31

LX TOPX BALLANO

Parco della Colletta - Torino
(mercoledì, 10 giugno 16:30)
LX TOPX BALLANO

LX TOPX BALLANO

‼️IN CASO DI PIOGGIÀ VERRÀ SEGNALATO NUOVO POSTO‼️

Quest’anno il gatto non c’è e lx topx ballano, e noi balliamo!

Finalmente finisce lo schifo di questo anno scolastico, trascorso tra mancanze di materiale, disagio e degrado nell’istituto,

solo protestando contro questi fatti l’ASL e le istituzioni ci hanno (quasi) ascoltato ma ci torneranno ad abbandonare come hanno sempre fatto.

Quindi, come l’anno scorso, abbiamo organizzato una festa di fine anno con musica, birra, mercatini artistici e soprattutto POLITICA.

Sarà il 10/06 dalle 16.30 in poi alle griglie della colletta!

La festa inizierà con intro di musica rap

×

ZILLO

×

ATTILA THC

×

RWA

×

Continuando col punk

×

PUTIFERIO

×

FANGO

×

RESINA

×

Concludendo con DJ SET

Se non vieni sei una guardia!💣

NO MACHI NO FASCI NO MOLESTX

It's always good to have a backup pizzookie #graduation #lawschool #lawyer #failarmy

8 Giugno 2026 ore 22:29

💾

Behind every successful lawyer is a supportive partner who makes sure they have not one, but TWO celebratory cookies ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

Catch all our shows streaming today ➝ https://www.failarmy.com/pages/watch-live

FailArmy is the world’s number one source for epic fail videos and hilarious compilations. We’re powered by fan submissions and feedback from all around the world, with over 69 million fans across digital platforms! From our team to you all, thank you for your support 😊

To license any of the videos shown on FailArmy, please visit Jukin Media at http://bit.ly/jukinlicense

#FailArmy #Fails

Messina Denaro: il tesoro dei mafiosi — 200 milioni sequestrati nel 2026

8 Giugno 2026 ore 22:09

💾

Dove finiscono i soldi della mafia? Chi erano i padroni del traffico internazionale di eroina — e come hanno nascosto miliardi tra paradisi fiscali, prestanome e conti esteri? Nel maggio 2026, la risposta è arrivata con un sequestro da 200 milioni di euro.

Matteo Messina Denaro non era solo il capo di Cosa Nostra: era anche il custode di un patrimonio immenso, costruito in decenni di narcotraffico e riciclaggio. Ma prima di lui, negli anni '70 e '80, erano Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti a controllare i flussi di denaro sporco che attraversavano il mondo — dalle raffinerie di eroina siciliane agli investimenti immobiliari in Florida, fino alle alleanze con i Gambino di Brooklyn.

Cosa trovi in questo video:
✔️ Il sequestro da 200 milioni di euro a Messina Denaro nel 2026: società, immobili e conti esteri
✔️ Stefano Bontate, "il Principe di Villagrazia": il boss che gestiva il narcotraffico internazionale
✔️ Salvatore Inzerillo e il traffico di eroina con i Gambino di New York
✔️ Gaetano Badalamenti e il controllo della Cupola: investimenti e fuga dal potere
✔️ Come funziona il riciclaggio mafioso: prestanome, paradisi fiscali e canali finanziari esteri
✔️ La guerra di mafia degli anni '80 e la distruzione dei patrimoni dei Bontate e degli Inzerillo

▶ Iscriviti al canale: youtube.com/@italiamistero

▶ Abbonati al canale e scopri l'archivio:
👉 Unisciti ora alla community: https://www.youtube.com/@italiamistero/join 🔎🕵️‍♂️

Scopri i contenuti esclusivi di Italia Mistero: diventando abbonato al canale YouTube avrai accesso a video riservati, approfondimenti e materiale d'archivio che non pubblico altrove.

👉 Unisciti ora alla community: https://www.youtube.com/@italiamistero/join 🔎🕵️‍♂️

📱 Canale Telegram: t.me/italiamistero

🌐 Sito ufficiale: italiamistero.it

📧 Contatti e collaborazioni: info@italiamistero.it

#ItaliaMistero #MisteriItaliani #DocumentariItaliani #MessinaDenaro #CosaNostra #MafiaSiciliana #RiciclaggioDenaro #GaetanoBadalamenti #StefanoBontate #SalvatoreInzerillo

AVVERTENZA
• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 LDA.
• Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.
• Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.
• Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.

How NASA Science and Artemis Are Shaping the 2026 FIFA World Cup 

8 Giugno 2026 ore 21:36
Researchers tested soccer balls aboard the International Space Station to study how internal mass affects motion and stability in microgravity.
NASA

As the FIFA World Cup approaches, NASA is bringing space science and engineering to soccer fans worldwide. From June 11 to July 19, 2026, NASA will host an exhibit at FIFA Fan Festival™ Houston where visitors can learn how research aboard the International Space Station benefits life on Earth and experience missions in low Earth orbit, the Moon, and beyond through the Artemis program. 

On June 11, as the FIFA World Cup begins, NASA’s exhibit at Fan Festival Houston will open to the public. The event is free to attend and open for every match of the tournament in East Downtown, Houston. On June 20, Johnson Space Center Director Vanessa Wyche will introduce select Artemis II crew members following their historic mission around the Moon. The crew will participate in World Cup activities ahead of the Netherlands-Sweden match in Houston and will appear on the Fan Festival Houston main stage to share their experience with fans. 

The connection between NASA and the World Cup goes beyond the exhibit floor, reaching all the way to orbit. NASA spinoff technologies are innovations developed for space exploration that go on to shape commercial products and everyday life – even on the soccer field. 

For more than 25 years, research aboard the International Space Station has enabled breakthroughs in science, technology, and human health while advancing innovations that benefit people on Earth. That work includes studies that improve understanding of the aerodynamics and physics involved in soccer ball flight. 

In partnership with the ISS National Laboratory in 2019, researchers used the station’s microgravity environment to study how a soccer ball’s internal mass affects its motion, stability, and rotation. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play. The research contributed to studies used in the development and evaluation of soccer balls for major international tournaments, including FIFA World Cup competition. 

Understanding the relationship between an object’s center of mass and its geometric center is key to predicting how free-flying objects move, including spacecraft, satellites, and aircraft. 

Since 2022, Adidas has embedded electronics inside official match balls used in major tournaments. The sensors track speed, position, and contact in real time to support officiating and broadcast technology. But those sensors also add mass in specific locations inside the ball, and uneven mass distribution can affect how a ball moves through the air. 

The space-based research has helped improve understanding of how internal mass, including embedded sensors, can influence stability and rotation in real-world playing conditions. 

This work builds on earlier research into how spinning objects behave in microgravity. 

Engineers at NASA’s Ames Research Center in Silicon Valley, California tested Adidas’ Brazuca ball, developed for the 2014 FIFA World Cup, in wind tunnel conditions at the Fluid Mechanics Laboratory. Researchers studied aerodynamic behavior, including how low-spin kicks can produce “knuckling,” where the ball moves unpredictably due to unstable airflow across the seams. NASA engineers measured the speeds and flow conditions where this effect was most pronounced. 

Adjustments in panel shape, seam depth, and surface texture can influence flight consistency, helping determine whether a ball curves, dips, or holds its line during play. 

Now, NASA and Adidas are presenting that science through a STEMonstration that compares how differently balanced soccer balls spin and move in microgravity. The experiment shows how the same physics that governs motion in space also shape the game millions watch on Earth. 

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport. 

Watch the soccer ball STEMonstration video: 

💾

Have you ever kicked a soccer ball and wondered why it curves, spins, or sometimes wobbles? NASA astronaut Jessica Meir aboard the International Space Statio...

How NASA Science and Artemis Are Shaping the 2026 FIFA World Cup 

8 Giugno 2026 ore 21:36
Researchers tested soccer balls aboard the International Space Station to study how internal mass affects motion and stability in microgravity.
NASA

As the FIFA World Cup approaches, NASA is bringing space science and engineering to soccer fans worldwide. From June 11 to July 19, 2026, NASA will host an exhibit at FIFA Fan Festival™ Houston where visitors can learn how research aboard the International Space Station benefits life on Earth and experience missions in low Earth orbit, the Moon, and beyond through the Artemis program. 

On June 11, as the FIFA World Cup begins, NASA’s exhibit at Fan Festival Houston will open to the public. The event is free to attend and open for every match of the tournament in East Downtown, Houston. On June 20, Johnson Space Center Director Vanessa Wyche will introduce select Artemis II crew members following their historic mission around the Moon. The crew will participate in World Cup activities ahead of the Netherlands-Sweden match in Houston and will appear on the Fan Festival Houston main stage to share their experience with fans. 

The connection between NASA and the World Cup goes beyond the exhibit floor, reaching all the way to orbit. NASA spinoff technologies are innovations developed for space exploration that go on to shape commercial products and everyday life – even on the soccer field. 

For more than 25 years, research aboard the International Space Station has enabled breakthroughs in science, technology, and human health while advancing innovations that benefit people on Earth. That work includes studies that improve understanding of the aerodynamics and physics involved in soccer ball flight. 

In partnership with the ISS National Laboratory in 2019, researchers used the station’s microgravity environment to study how a soccer ball’s internal mass affects its motion, stability, and rotation. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play. The research contributed to studies used in the development and evaluation of soccer balls for major international tournaments, including FIFA World Cup competition. 

Understanding the relationship between an object’s center of mass and its geometric center is key to predicting how free-flying objects move, including spacecraft, satellites, and aircraft. 

Since 2022, Adidas has embedded electronics inside official match balls used in major tournaments. The sensors track speed, position, and contact in real time to support officiating and broadcast technology. But those sensors also add mass in specific locations inside the ball, and uneven mass distribution can affect how a ball moves through the air. 

The space-based research has helped improve understanding of how internal mass, including embedded sensors, can influence stability and rotation in real-world playing conditions. 

This work builds on earlier research into how spinning objects behave in microgravity. 

Engineers at NASA’s Ames Research Center in Silicon Valley, California tested Adidas’ Brazuca ball, developed for the 2014 FIFA World Cup, in wind tunnel conditions at the Fluid Mechanics Laboratory. Researchers studied aerodynamic behavior, including how low-spin kicks can produce “knuckling,” where the ball moves unpredictably due to unstable airflow across the seams. NASA engineers measured the speeds and flow conditions where this effect was most pronounced. 

Adjustments in panel shape, seam depth, and surface texture can influence flight consistency, helping determine whether a ball curves, dips, or holds its line during play. 

Now, NASA and Adidas are presenting that science through a STEMonstration that compares how differently balanced soccer balls spin and move in microgravity. The experiment shows how the same physics that governs motion in space also shape the game millions watch on Earth. 

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport. 

Watch the soccer ball STEMonstration video: 

💾

Have you ever kicked a soccer ball and wondered why it curves, spins, or sometimes wobbles? NASA astronaut Jessica Meir aboard the International Space Statio...

Trump Administration Killed Criminal Investigation of GOP Senator’s Coal Companies

8 Giugno 2026 ore 20:15
A man with gray hair, wearing a suit jacket, points with his left hand and speaks into a microphone. Behind him is construction machinery.
Sen. Jim Justice of West Virginia Shuran Huang/The New York Times/Redux

Trump administration officials earlier this year killed a federal criminal investigation into the coal empire owned by Sen. Jim Justice, a Republican from West Virginia and a close ally of the president’s.

The investigation examined potential criminal violations of the Clean Water Act by the multistate mining operations largely run by Justice’s son, Jay, according to current and former officials familiar with the matter.

The criminal probe was a significant escalation in the yearslong effort to police serial pollution offenses by Virginia-based Southern Coal and dozens of affiliated mining operations controlled by the family. In the past decade, Southern Coal and other Justice corporations have racked up tens of thousands of alleged violations of the Clean Water Act and have been sued repeatedly by state and federal prosecutors over their failure to properly follow environmental laws at their mining sites.

The investigation shuttered by the Trump administration was a joint effort by prosecutors and investigators with the Environmental Protection Agency, the Department of Justice’s Environmental Crimes Section and the U.S. Attorney’s Office of the Western District of Virginia to probe whether the incessant violations of antipollution laws had risen to the level of criminal behavior, people familiar with the matter said.

People familiar with the investigation told ProPublica that prosecutors believed they had a strong case. They initially had the blessing of Robert Tracci, President Donald Trump’s top official in the Western District of Virginia, to move forward.

But in recent months, as prosecutors battled the Justice companies in court over subpoenas for records, the Office of the Deputy Attorney General shut down the probe. At the time, Todd Blanche still headed the office, before assuming the role of acting attorney general in April.

“They were told ‘pencils down,’” a person familiar with the investigation said.

That prosecutors were even conducting a criminal investigation is noteworthy, people said, because the DOJ only charges a dozen or so criminal Clean Water Act cases each year. It is rare for top DOJ officials to derail a criminal investigation initiated by career officials at such an early stage, people familiar with the case said.

“I’ve never heard of that happening before,” said former federal prosecutor Rick Mountcastle, speaking generally about DOJ protocols. Mountcastle spent 24 years as a prosecutor in the Western District of Virginia. “There shouldn’t be some sort of untouchables list of people who are immune from enforcement.”

The move is part of a pattern of behavior at the top echelons of the DOJ to push cases against Trump’s political adversaries and ease up on allies.

Environmental enforcement against large polluters has plunged under the second Trump administration. Just days after inauguration, the administration reassigned top career environmental lawyers at the DOJ, including those overseeing the Southern Coal case, to work on the president’s immigration crackdown. At the beginning of the year, Blanche personally ordered prosecutors to stand down from cases against diesel emissions cheating.


Do You Know More About This Topic?

We’re still reporting. If you know more about this case or other instances of the Trump administration shutting down criminal investigations, please contact our reporting team.

Molly Redden

Send me tips or documents about lawyers getting special access to the Trump administration, the DOJ rewarding Trump’s supporters and pursuing his enemies, the administration’s legal strategy, and the White House’s judicial appointments.


Steven Ruby, an attorney for the Justice companies, said they became aware of the criminal investigation earlier this year.

“Ultimately the finding of the inquiry by the government was that there wasn’t any evidence to pursue criminal charges,” Ruby said. “There’s never been any intentional wrongdoing by the companies.”

While objecting to the subpoenas in court, the company simultaneously convinced the DOJ to drop the case, he said.

“The Justice companies — because Sen. Justice has been governor and because he’s now a senator — are singled out and put under a microscope, and there’s news coverage of violations and consent decrees and compliance actions,” Ruby said. “But the fact of the matter is that those kinds of issues exist throughout the industry.”

Current and former government officials familiar with the companies’ environmental record called them routine bad actors. 

Spokespeople for the EPA and the Western District of Virginia referred questions to the DOJ. Justice’s senate office did not respond to questions.

“There is no case to be made here for a criminal investigation,” Emily Covington, a DOJ spokeswoman, said in an email. “Any career prosecutor who would paint a criminal case as strong is simply a deep state prosecutor continuing to push the priorities of the Biden administration.”

The deputy attorney general’s office is routinely involved with reviewing cases, she added. The office determined that this case was not consistent with the Trump administration’s priorities, she continued, and it was more appropriate to resolve it through the less punitive civil process. “The bottom line is that this was a politically motivated prosecution for a case that can and should be resolved civilly,” she wrote.

The Justice family runs a sprawling coal mining enterprise that extends across the South. Estimates of its fortune fluctuate. Forbes tallied Jim Justice’s net worth to be as much as $1.9 billion until 2021; more recently, it declared him “broke” and facing $1 billion in debt. But environmental groups have accused his companies of misrepresenting their assets to avoid paying environmental penalties. 

Ruby said company finances seesaw because coal is a “boom and bust” industry.

Justice, who was first elected governor of West Virginia as a Democrat, announced he had become a Republican at a Trump rally in 2017. Trump backed Justice’s bid for Senate in 2023, amid a contested GOP primary. Justice went on to win the seat, helping Trump clinch a GOP majority in the Senate.

Coal mines often leach dangerous chemicals like arsenic into waterways and are required to strictly monitor pollution discharge and keep it under certain limits. The family’s companies have settled many accusations of environmental violations by agreeing to pay fines and invest in better pollution prevention without admitting or denying culpability.

In recent years, however, the company has repeatedly flouted regulators and the legal process. Jay Justice has been a no-show at court hearings involving Clean Water Act violations in the past, and in 2024 a judge in Alabama issued a civil contempt order against him for his repeated failure to respond to those lawsuits. Ruby, the Justice companies’ lawyer, attributed the violations in that case to surrounding facilities the family does not own. The case is now in mediation. 

A number of recent legal proceedings have laid bare the extent to which the Justice companies may have knowingly violated environmental laws, a key threshold for bringing a criminal matter. 

Such allegations surfaced in a 2023 civil case brought by the Justice companies’ former chief of environmental compliance Robert Fowler. In the suit, Fowler claimed that Jay Justice blocked him from spending the money necessary to comply with environmental laws, including making court-ordered payments and repairing equipment. As a result, according to emails disclosed in the lawsuit there were at times complaints of near-daily violations of permit water requirements.

In a resignation letter and in subsequent court filings, Fowler said he was concerned the circumstances exposed him to “potential civil and criminal liability.” Fowler declined to comment. 

The Justice companies denied Fowler’s accusations. The Justice companies believe the government’s criminal investigation was based primarily on Fowler’s claims, which Ruby dismissed as the allegations of a “disgruntled” former employee. 

Last month, a jury in Alabama found that the Justice companies had made false representations to Fowler about his role, but it did not award him the millions of dollars in damages he demanded in his lawsuit. The judge has yet to enter his final ruling.

In the DOJ’s aborted investigation of Southern Coal, prosecutors and federal agents had begun to gather evidence, scrutinizing testimony in the Justices’ various civil trials, and had approached former employees seeking information. Government attorneys also sent subpoenas seeking further documentation, said those familiar with the probe, a move that was opposed by the company’s lawyers.

People familiar with the case said Justice Department attorneys were ready to fight the Justices’ lawyers over the subpoenas.

But before they could move forward, Blanche’s office shut it down.

The post Trump Administration Killed Criminal Investigation of GOP Senator’s Coal Companies appeared first on ProPublica.

US adds Alibaba, BYD and other Chinese tech champions to military company blacklist

The Pentagon signalled on Monday that it was adding Alibaba, BYD, Baidu and dozens of other Chinese companies to its list of entities it says are linked to China’s military, widening a blacklist that increasingly targets sectors at the heart of US-China technological competition. In a Federal Register notice scheduled for publication on Wednesday, the US Department of Defence designated a broad range of Chinese firms as “Chinese military companies” under Section 1260H of the National Defence...

Bug in event participants display

After creating an event, when I click on the participants link (xxx/participations URL), screen remains blank, although I know participants have registered as the link says 8/10 participants.

This is on mobilizon.fr instance and I have tested that both with Chrome Version 148.0.7778.168 (Build officiel) (64 bits) and librewolf 136.0.1-1

4 messages - 3 participant(e)s

Lire le sujet en entier

Le ipotesi alternative nella condanna Stasi (Parte 1)

💾

📄 DOSSIER COMPLETO + DOCUMENTI:
https://darksideitalia.it/dossier/anatomia-condanna-stasi/

Questo è il settimo capitolo del dossier sulla condanna Stasi (Parte 1).

In un processo penale non basta individuare l'ipotesi accusatoria ritenuta più probabile. Occorre anche verificare e superare eventuali scenari alternativi plausibili.

In questa puntata analizziamo due delle principali ipotesi alternative richiamate nelle sentenze:

👉 "L'altro", figura citata in una email di Chiara Poggi e mai approfondita fino in fondo
👉 il tema del posacenere con residui di cenere trovato nella cucina di casa Poggi e mai repertato
👉 il problema degli approfondimenti investigativi sulle piste alternative
👉 il rapporto tra ragionevole dubbio e scenari concorrenti

Nella prossima puntata affronteremo l'ipotesi dello sconosciuto e tireremo le somme dell'intero percorso attraverso la sentenza del 2014.

Non un verdetto, ma un'indagine.

---

🔎 DarkSide - Storia Segreta d'Italia è il format di informazione indipendente promosso dall'Associazione Culturale DarkSide per raccontare gli angoli bui della storia contemporanea d'Italia.

🔴 SOSTIENICI: https://darksideitalia.it/associazione-culturale-darkside/#dona-ora
📩 Iscriviti alla newsletter: https://darksideitalia.it/#contatto
📲 Seguici su Instagram: https://www.instagram.com/darksideitalia/
✅ Iscriviti al canale WhatsApp: https://whatsapp.com/channel/0029VaVj6IU0gcfFmvvHnH3x

Perù, ballottaggio sul filo del voto rurale: Fujimori in testa, Sánchez risale

Il ballottaggio presidenziale in Perù si deciderà praticamente all'ultimo voto. Il sito web dell'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) mostra che, con il 91,553% delle schede scrutinate, la differenza tra i due candidati è di appena 113.630 voti.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall'ONPE, i risultati parziali sono i seguenti: la candidata di destra Keiko Fujimori è leggermente in vantaggio sul candidato di sinistra Roberto Sánchez, avendo ottenuto il 50,329% dei voti contro il 49,671% del suo rivale.

Questo risultato percentuale attribuisce alla candidata di Fuerza Popular un totale di 8.689.389 voti, mentre il candidato di Juntos por el Perú segue con 8.575.759. La differenza è di 164.000 voti.

Finora, i voti scrutinati provengono principalmente da Lima (la capitale) e da altre città, tradizionalmente roccaforti di Fujimori, candidata alla presidenza per la quarta volta.

Al contrario, Sánchez sta guadagnando terreno nelle zone rurali, il cuore del Perù, i cui voti sono solitamente gli ultimi a essere scrutinati. Ciò è stato confermato durante il primo turno, quando ha superato l'altro candidato di estrema destra e, fino ad allora, il favorito secondo numerosi sondaggi, l'ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga.

Gli exit poll diffusi dopo la chiusura dei seggi mostravano un sostanziale pareggio, con un leggero vantaggio per Fujimori. Secondo l'istituto di sondaggi Ipsos, Fujimori ha ottenuto il 50,7% dei voti validi e Sánchez il 49,3%. Datum, dal canto suo, indicava Fujimori con il 50,53% e Sánchez con il 49,47%.

L'Iran annuncia stop delle operazioni contro Israele

L'Iran ha annunciato la cessazione delle operazioni delle sue forze armate contro Israele, a seguito di una "risposta energica" in difesa del popolo libanese dopo gli attacchi israeliani nel sud del Paese.

Il Comando Centrale iraniano, Khatam al-Anbiya, ha dichiarato che Israele e i suoi sostenitori "avrebbero dovuto imparare la lezione" e ha affermato che, se le aggressioni e le atrocità dovessero persistere, anche nel Libano meridionale, "verranno adottate misure molto più severe e devastanti".

Il Comando Centrale Khatam al-Anbiya è il più alto comando operativo delle forze armate iraniane e risponde allo Stato Maggiore. La sua funzione principale è quella di pianificare, coordinare e supervisionare le operazioni militari a livello nazionale, fungendo da comando di collegamento tra le varie branche, tra cui l'Esercito e le Guardie Rivoluzionarie.

CONSIGLIO DI STATO: ILLEGITTIMO DIVIETO DEI CANI IN AREE VERDI DEI PICCOLI COMUNI

8 Giugno 2026 ore 18:53

“A fronte della vigenza di ordinanze del Ministero della salute prescriventi l’obbligo per chiunque conduca il cane in ambito urbano di raccoglierne le deiezioni e avere con sé strumenti idonei alla raccolta delle stesse (rafforzate in taluni casi dai regolamenti di polizia urbana), effettivamente un’ordinanza che vieta, in assenza di ragioni specifiche, l’introduzione nelle aree verdi di animali non appare legittima”. Così il Consiglio di Stato – riporta Ansa – in una sentenza con la quale ha ribaltato una decisione del Tar delle Marche che nel luglio dello scorso anno diede torto all’associazione Earth che contestava un’ordinanza del Comune di Mercatello sul Metauro, borgo medievale marchigiano di poco più di mille abitanti, che ha disposto, tra l’altro, il divieto d’introduzione di animali nelle aree verdi urbane a tutela della sicurezza, igiene ambientale e fruibilità delle stesse aree. I giudici di Palazzo Spada, premettendo che il divieto oggetto del ricorso “è stato introdotto in una piccola realtà urbana, con poco più di mille abitanti, e caratterizzata da un centro edificato che per estensione territoriale è inferiore ad un parco delle città metropolitane” e che “allo stesso tempo tali dimensioni si riflettono sulla struttura organizzativa dell’ente e sul personale disponibile per lo svolgimento dell’attività di sorveglianza, che potrebbe essere soluzione alternativa all’imposizione del divieto”, hanno osservato che “non è tanto controvertibile l’assunto sulle dimensioni del Comune, quanto piuttosto non appartiene al notorio, neppure in via induttiva, l’affermazione sul sottodimensionamento della struttura organizzativa dell’ente, e dunque anche del personale disponibile all’attività di controllo”.

The post CONSIGLIO DI STATO: ILLEGITTIMO DIVIETO DEI CANI IN AREE VERDI DEI PICCOLI COMUNI appeared first on nelcuore.org.

Supersonic!

8 Giugno 2026 ore 17:42
NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft completed its first supersonic flight Friday, June 5, 2026, marking the first time the aircraft exceeded the speed of sound in support of NASA’s Quesst mission. The milestone represents a major step in flight testing as the aircraft expands into the supersonic portion of its flight envelope.

Vulnerabilità in StrongSwan

8 Giugno 2026 ore 18:21
Rilevata una vulnerabilità di sicurezza con gravità “alta” in strongSwan, noto software open-source per la realizzazione di connessioni VPN. Tale vulnerabilità, qualora sfruttata, potrebbe consentire ad un utente remoto malintenzionato di compromettere la disponibilità del servizio e, in taluni casi, eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.

1000 Miglia, tutto pronto: cinque tappe e 2.000 km tra storia e motori

8 Giugno 2026 ore 18:10
Prenderà il via il prossimo 9 giugno da Brescia la 44esima edizione della 1000 Miglia, che si concluderà sabato 13 giugno con il rientro in viale Venezia, nella città lombarda. Come già visto nelle edizioni precedenti, anche quest'anno la Freccia Rossa propone il percorso a otto, ispirato a quello delle prime edizioni della gara di velocità: quasi 2.000 chilometri con 144 prove cronometrate e 8 prove di regolarità, affrontate da equipaggi provenienti da 33 Paesi. Da Brescia a Roma e ritorno Il tracciato della corsa più bella del mondo si articola in cinque tappe. La partenza è prevista da Brescia verso la Val Trompia, quindi Vicenza e primo arrivo a Padova (9 giugno). La seconda giornata prevede il valico dell'Abetone passando da Ferrara, Modena e Reggio Emilia, con arrivo a Montecatini Terme (10 giugno). La terza tappa attraversa la Toscana - Lucca, Pietrasanta, Pisa, Siena e Val d'Orcia - fino al giro di boa a Roma (11 giugno). Il giorno successivo inizia la risalita con passaggi da Assisi, Gubbio e Repubblica di San Marino, quindi arrivo a Rimini (12 giugno). La 1000 Miglia si conclude con il ritorno a Brescia passando da Ferrara e Mantova (13 giugno). Ci sono anche le Alfa degli anni Venti Tra le vetture iscritte spiccano 27 Alfa Romeo anteguerra, tra cui la 8C 2600 MM Spider Zagato SF con il sigillo della Scuderia Ferrari. Presenti anche Ferrari da competizione con motore a 12 cilindri, tra cui le vincitrici 166 MM, 250 MM e 340 America, oltre alle Jaguar C-Type e alle Maserati A6 GCS. In totale sono 79 le vetture Participant, ossia auto che hanno preso parte alla corsa di velocità tra il 1927 e il 1957. Gli eventi di avvicinamento a Brescia iniziano domenica 7 giugno con le verifiche tecniche al Brixia Forum e l'inaugurazione del Villaggio 1000 Miglia in piazza Vittoria.

Confort, efficienza, durabilità: in Cina test più severi per le EREV

8 Giugno 2026 ore 18:02
La Cina cambia le regole sulle EREV (Extended Range Electric Vehicle), ovvero le vetture a propulsione elettrica dotate di un motore termico utilizzato esclusivamente come generatore. La modifica delle omologazioni rispetto agli standard introdotti otto anni fa arriva dopo che questa categoria ha superato, sul mercato interno, il milione di esemplari venduti in un solo anno, con una tendenza chiaramente in crescita anche nel prossimo futuro. Le nuove norme entreranno in vigore dall'1 novembre. Prestazioni, affidabilità e confort Per comprendere la portata dell'aggiornamento, sviluppato in collaborazione con i costruttori, è necessario analizzare gli ambiti di intervento: non solo aspetti tecnici come la compatibilità elettromagnetica (EMC), ma soprattutto parametri standardizzati che riducono i margini di interpretazione delle Case e tutelano i clienti sotto il profilo delle prestazioni, dell'affidabilità e del confort. Simulare 300.000 km di guida Il primo fronte riguarda l'NVH, cioè il controllo di rumorosità e vibrazioni. Rispetto al passato, vengono introdotti test specifici, finora assenti, destinati a misurare in modo più preciso il confort a bordo. Un altro ambito centrale è quello delle prestazioni: i powertrain elettrici con potenze inferiori a 50 kW dovranno garantire una costanza di rendimento con variazioni massime di 1,5 kW, escludendo di fatto le soluzioni meno efficienti o progettate per risultare competitive solo in fase di omologazione.Infine, sono previsti test di durabilità particolarmente severi, con cicli di affaticamento pari a 750 ore di guida e 100.000 sequenze di Start-Stop, pensati per verificare l'affidabilità di sistemi sempre più complessi. Secondo le simulazioni, queste prove equivalgono a circa 300.000 km di utilizzo reale del veicolo, con particolare attenzione allo stress del ciclo urbano.

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.8 - PEUGEOT DI COSÌ...

8 Giugno 2026 ore 18:00

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation

Opel Astra e Corsa cambiano con la nuova base STLA One: produzione a Rüsselsheim

8 Giugno 2026 ore 17:30
Stellantis ha presentato il piano strategico FaSTLAne 2030 il 21 maggio scorso, ma nei giorni successivi ha fornito diverse indicazioni sul futuro di alcuni brand europei e di specifici impianti. il caso delle precisazioni su Alfa Romeo o degli investimenti nella fabbrica francese di Mulhouse. Ora arriva un nuovo annuncio, questa volta relativo a Opel e alla sede storica di Rüsselsheim. Il gruppo ha infatti rivelato l'intenzione di assegnare allo stabilimento tedesco la nuova piattaforma STLA One per produrre la prossima generazione dell'Astra.Il progetto si aggiunge a un piano di investimenti sulle attività tedesche che vale risorse complessive per oltre un miliardo di euro fino al 2030. STLA One anche per Corsa Rüsselsheim continuerà dunque a produrre Astra, ma sulla nuova piattaforma STLA One. La berlina rientra nel piano prodotti svelato il 21 maggio dall'amministratore delegato del marchio del Blitz, Florian Huettl. Opel ha in programma il lancio di quattro novità entro la fine del decennio: oltre alla futura Astra, debutterà anche la prossima generazione della Corsa. La due volumi sarà basata sulla nuova architettura, che con ogni probabilità verrà assegnata pure allo stabilimento che oggi assembla il modello, cioè Saragozza (finora l'adozione della STLA One è stata ufficializzata soltanto per Mulhouse).Ad Astra e Corsa si aggiungerà poi un'inedita SUV destinata a completare l'offerta nel segmento C accanto a Frontera e Grandland. Il modello nascerà da una collaborazione industriale con Leapmotor: verrà progettato a Rüsselsheim, sviluppato tra Germania e Cina e assemblato dal 2028 a Saragozza.  L'investimento nella produzione della nuova generazione di Astra a Rüsselsheim sottolinea l'attenzione di Stellantis verso la Germania e l'importanza di Opel, ha dichiarato Emanuele Cappellano, direttore operativo di Stellantis per l'Europa, ricordando che il segmento C, che rappresenta circa il 30% delle vendite totali di auto in Europa, è una componente chiave della strategia del gruppo per rafforzare la presenza sul mercato.Per Huettl, il progetto ribadisce l'impegno di Opel nei confronti della Germania come polo industriale. Sulla stessa linea anche Xavier Chéreau, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Opel Automobile GmbH: Opel e Vauxhall rappresentano una risorsa significativa per Stellantis e rivestono un ruolo particolarmente importante in Europa. Il made in Germany' è un marchio di qualità riconosciuto a livello globale e costituisce un vantaggio strategico all'interno del gruppo, rafforzato da una solida base industriale e da un dialogo di alto livello con le parti sociali.

Dodge Charger torna in Europa: 6 cilindri Hurricane o elettrica fino a 670 CV

8 Giugno 2026 ore 17:28
In occasione del sessantesimo anniversario della Charger, che ha debuttato nel 1966, il gruppo Stellantis si prepara a far tornare in Europa una delle muscle car per eccellenza. La nuova Dodge Charger arriverà grazie all'importatore KW Automotive, con motorizzazioni a benzina e full electric, con carrozzeria a due o quattro porte. Nelle prossime settimane verranno comunicati maggiori dettagli in merito alle tempistiche di commercializzazione e ai prezzi. A benzina o elettrica, da 420 a 670 CV Le Dodge Charger a benzina montano il sei cilindri benzina da 3.0 litri Hurricane, nelle versioni Sixpack da 420 CV o Scat Pack da 550 CV: entrambe hanno il cambio automatico a otto rapporti, il differenziale posteriore autobloccante e la trazione integrale. La più potente monta freni Brembo e scatta da ferma a 96 km/h (60 mph) in 3,9 secondi. Per quanto riguarda la variante full electric Charger Daytona, due le varianti in arrivo: la R/T da 536 CV e la Scat Pack da 670 CV, entrambe con powertrain dual motor, batteria da 94 kWh e trazione integrale. Quanto costerà la Dodge I prezzi per il mercato europeo verranno comunicati più avanti, ma negli Stati Uniti (al netto di tasse e destination charge) la Charger a benzina apre da 49.995 dollari, pari a poco più di 43 mila euro, mentre l'elettrica attacca a 59.595 dollari, circa 51.500 euro.

Il Wall Street Journal ammette: la Corea del Nord è un successo economico

Per decenni la narrazione dominante ci ha imposto un'immagine brutale della Corea del Nord, un racconto fatto di carestie, miseria e di un 'regime' sull'orlo del collasso imminente. Le sanzioni occidentali, il ferro e il fuoco dell'embargo avrebbero dovuto ridurre in ginocchio Pyongyang, trasformandola in un monito per chiunque osi sfidare l'ordine liberale globale. Ma i fatti hanno la testa dura e si incaricano di smentire la propaganda. A doverne prendere atto, con un certo imbarazzo, è persino il quotidiano statunitense Wall Street Journal, che in un'analisi spiazzante ha dovuto ribattezzare la Corea del Nord come la storia di successo economico più sorprendente al mondo. Non si tratta di propaganda di regime, ma della fotografia scattata da chi ha visitato il paese, dalle immagini satellitari e dai dati inconfutabili che raccontano una nazione in piena e vibrante rinascita.

Basta passeggiare per le strade di Pyongyang per capire quanto il racconto occidentale sia sbiadito di fronte all'evidenza. La capitale non è il set di un film distopico, ma una metropoli in fermento dove le app per il noleggio di taxi sono arrivate sugli smartphone, i pagamenti avvengono scansionando codici QR e le auto elettriche cinesi si mescolano al traffico. La capitale vive un boom edilizio senza precedenti, con diecimila nuove abitazioni consegnate in un solo anno nella sola capitale, mentre ospedali, fabbriche e resort turistici sorgono nelle province. Le immagini satellitari non mentono e mostrano un'attività frenente: le luci notturne sono tre volte più luminose rispetto a cinque anni fa, un faro che brilla proprio sotto il naso di chi prediceva il buio totale.

Dietro questo 'miracolo economico' non c'è solo la resistenza nordcoreana, ma una lucida e spietata intelligenza geopolitica. Pyongyang ha dimostrato di saper giocare la scacchiera internazionale con una maestria che i pianificatori occidentali non avevano previsto. L'alleanza strategica con la Russia si è trasformata in un volano economico formidabile. La fornitura di risorse militari e il supporto al fronte hanno fruttato al paese entrate per oltre dieci miliardi di dollari, un fiume di denaro e tecnologie che ha rimpinguato le casse statali aggirando il dollaro e il sistema finanziario controllato da Washington. A questo si aggiunge una formidabile capacità di proiezione digitale, con le unità informatiche che generano miliardi attraverso il mondo delle criptovalute, dimostrando un'innovazione tecnologica che stride con l'etichetta di paese arretrato affibbiata dai media mainstream.

Il vero scacco matto alla strategia dell'isolamento arriva però da Pechino. La recente visita del presidente cinese Xi Jinping a Pyongyang, la prima dopo sette anni, ha sancito una sorta di rinascita economica e diplomatica. Il commercio tra i due paesi ha toccato i massimi degli ultimi otto anni, garantendo a Pyongyang il flusso vitale di beni di consumo e componenti tecnologici. La Corea del Nord non si è limitata a subire la pressione, ma ha saputo ritagliarsi un ruolo indispensabile nel nuovo scacchiere multipolare, diventando un attore imprescindibile per i suoi alleati e sfruttando a proprio vantaggio le divisioni del blocco occidentale.

Quanto viene raccontato dal Wall Street Journal è una vittoria della sovranità nazionale contro l'arroganza delle sanzioni unilaterali. Questo risveglio economico non è un semplice dato macroeconomico, ma la prova definitiva del fallimento della politica estera occidentale. Il pilastro della propaganda che dipingeva la Corea del Nord come uno Stato fallito è crollato, sbriciolato dalla capacità del paese asiatico di adattarsi, innovare e prosperare. Le sanzioni non hanno piegato la Corea del Nord, al contrario l'hanno temprata, costringendola a costruire un'economia blindata, autonoma e, contro ogni aspettativa, sorprendentemente fiorente. La favola del collasso probabilmente è finita, e la Corea del Nord vuole dimostrarlo.

L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina

 

di Mario Petri* e Maxim Ospovat

C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.

C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.

“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci

L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.

Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.

Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.

“Sono dati del FMI e della Banca Mondiale. Si vedono costretti a dirlo loro stessi.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

Putin ha aperto con la bomba più silenziosa e più devastante che potesse usare: i dati. Il PIL aggregato dei paesi BRICS ha superato quello del G7 di un rapporto di due a uno. Negli ultimi cinque anni, il 49% della crescita annua del PIL mondiale è venuta dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. Non sono cifre russe, ha precisato con studiata ironia: sono del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, le stesse istituzioni create dall’Occidente per governare l’economia globale. Le stesse che oggi certificano il proprio declino.

Questi numeri non sono propaganda. Sono il risultato di decenni di scelte sbagliate: deindustrializzazione selvaggia in nome del profitto finanziario, dipendenza da catene di fornitura che si sono rivelate fragili, una finanziarizzazione dell’economia reale che ha prodotto ricchezza per pochissimi e precarietà per moltissimi. Mentre Detroit arrugginiva, Shenzhen cresceva. Mentre la Germania chiudeva le sue centrali nucleari per compiacere un’ideologia verde finanziata da oscure fondazioni, la Russia costruiva reattori in quattro continenti.

La storia economica del XXI secolo non la scrivono più Wall Street e la City di Londra. La scrivono le rotte commerciali che bypassano il dollaro, le infrastrutture che collegano Mosca a Pechino e Pechino ad Accra, i contratti in yuan e rubli e rupie che sgretolano silenziosamente l’egemonia del sistema SWIFT. L’Occidente ha usato il sistema finanziario come arma. Il resto del mondo ha preso nota e ha iniziato a costruire alternative.

C’è un bivio nella storia di ogni civiltà in cui si sceglie tra produrre e estrarre rendita, tra costruire e finanziare chi costruisce: l’Occidente quel bivio lo ha attraversato negli anni Ottanta e Novanta, e ha scelto con grande entusiasmo e scarsa lungimiranza la seconda strada — e adesso, mentre Rosatom costruisce reattori in quattro continenti e la Cina guida nell’intelligenza artificiale, scopre che le scorciatoie hanno un costo.

“Chi avrà piena padronanza dell’intelligenza artificiale, della robotica e della telematica, e disporrà di piattaforme proprie, diventerà il centro di potere del futuro mondo multipolare.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

C’è una guerra che si combatte senza sparare un colpo, e che sarà probabilmente più decisiva di qualsiasi conflitto cinetico. È la guerra per la sovranità tecnologica. Putin l’ha messa al centro del suo discorso con una chiarezza che gli analisti occidentali farebbero bene a non sottovalutare.

La Cina guida nell’intelligenza artificiale. La Russia guida nel nucleare civile attraverso Rosatom, che costruisce reattori dall’Egitto alla Turchia, dall’Ungheria all’Uzbekistan. L’India lancia satelliti per conto di paesi che non possono permettersi le tariffe di SpaceX. Questo non è il mondo che i think tank di Washington avevano previsto quando celebravano la fine della storia.

L’esempio citato da Putin — Wildberries, la piattaforma di e-commerce russa con oltre 500 milioni di utenti nel mondo — è rivelatore. Non Amazon, non Alibaba: una piattaforma russa, cresciuta sotto sanzioni, che ha trovato i suoi mercati e li ha conquistati. La sovranità digitale non è più un concetto astratto: è una necessità strategica per chiunque voglia sopravvivere nel nuovo ordine mondiale senza diventare tributario di Silicon Valley o di Zhongguancun.

“La tecnologia è il nuovo petrolio. Ma a differenza del petrolio, non si esaurisce quando la bruci: si moltiplica.” — Maxim Ospovat, corrispondente CONFISI da San Pietroburgo

La narrativa della Russia-colonia-cinese è comodà perché risolve un problema cognitivo: se Mosca e Pechino sono in realtà in un rapporto asimmetrico di sudditanza, allora il fronte avversario è fragile, instabile, destinato a implodere — ma quella narrativa richiede di ignorare sistematicamente ciò che Rosatom fa in Cina, ciò che l’Uzbekistan ha annunciato a San Pietroburgo, e più in generale tutto ciò che non si adatta alla conclusione desiderata.

In sala c’era Han Zheng, vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese. La sua presenza era essa stessa un messaggio diplomatico: la Cina non considera lo SPIEF un evento marginale di un paese isolato. Lo considera un appuntamento del proprio ecosistema strategico.

La domanda che ha fatto tremare qualche certezza in sala è arrivata durante il dibattito, e vale la pena riportarla per intero nella sua brutalità: «Fornite petrolio alla Cina in cambio di alta tecnologia. Non rischiate di diventare una colonia cinese?» Putin ha risposto senza esitazione: «Assolutamente no. Noi costruiamo centrali atomiche in Cina.»

Tre parole che ribaltano completamente la narrazione. La Russia non è il pozzo di petrolio della Cina: è il suo fornitore di tecnologia nucleare avanzata. Rosatom è presente in Cina con progetti di costruzione di reattori che nessuna azienda occidentale — dopo Fukushima, dopo la rinuncia strategica all’atomo — è più in grado di realizzare alla stessa scala e agli stessi costi. L’Occidente ha abdicato al nucleare civile per ragioni ideologiche. Adesso paga il prezzo in termini di dipendenza energetica e irrilevanza tecnologica.

E l’Uzbekistan è l’ulteriore conferma: il presidente Mirziyoyev ha annunciato dallo stesso palco che il suo paese — ricco di uranio — svilupperà l’energia nucleare in partnership con Mosca. La cerimonia di posa della prima pietra della centrale Rosatom in Uzbekistan era avvenuta il giorno precedente. Il cerchio eurasiatico dell’atomo si chiude, e l’Occidente guarda da fuori.

I discorsi politici si leggono su due livelli simultanei: c’è ciò che viene detto, e c’è ciò che viene deliberatamente taciuto o pronunciato una volta sola, con quella parsimonia calcolata che è la firma di chi sa che ogni parola in più è una concessione — e il capitolo ucraino del discorso di Putin allo SPIEF 2026 va letto esattamente così, come un testo pieno di silenzio strutturato.

“L’Occidente usa il conflitto ucraino e iraniano per i propri tornaconti.” — Vladimir Putin, SPIEF 2026

Il conflitto ucraino è stato nominato una volta sola nel corpo principale del discorso. Una volta sola, con quella frase lapidaria sull’Occidente che usa le crisi altrui per i propri interessi. Il non detto, però, era ovunque.

Prima che Putin prendesse parola, sullo schermo gigante della sala è stato proiettato un video che ripercorreva la storia russa come storia di pace: le trattative, le alleanze, i momenti in cui Mosca aveva scelto la diplomazia. Un messaggio che Maxim, presente in sala, ha definito «di un certo tipo»: raffinato, quasi cinematografico, calibrato per un pubblico internazionale che non legge le dichiarazioni del Cremlino ma guarda le immagini.

Poi è arrivata la bomba vera. Putin ha rivelato l’esistenza di un canale negoziale segreto con Zelensky: un intermediario di fiducia aveva trasmesso la richiesta di un incontro diretto. Putin aveva rifiutato. Il motivo: Kiev voleva fermare l’avanzata militare, non costruire una pace duratura. La data è simbolica: il 21 maggio. Il 22 maggio le forze ucraine hanno colpito una scuola.

La sequenza degli eventi, così come l’ha raccontata Putin, dipinge un quadro preciso: non è Mosca che non vuole la pace. È Kiev — o chi la governa da Washington e Bruxelles — che non vuole una pace che non sia una resa russa. E poiché quella resa non arriverà, il conflitto continua. Con buona pace di chi pensava che le sanzioni avrebbero piegato la Russia entro sei mesi.

“L’Occidente è entrato nella guerra di Ucraina convinto di combattere la Russia con le armi ucraine. Ha scoperto di combattere la Russia con l’economia europea.” — Mario Pietri 

I neoconservatori di Washington hanno una caratteristica che li rende pericolosi in modo del tutto particolare: non imparano dalle sconfitte, le reinterpretano come vittorie mancate per insufficienza di mezzi, e la conclusione è sempre la stessa — bisognava fare di più, spingere più in là, osare di più — il che significa che dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina il copione è identico, e nessuno in quella stanza ha ancora trovato il coraggio di alzarsi e dire che il problema non è la quantità di fuoco, ma la direzione in cui lo si spara.

Siamo in un momento di eccezionale pericolosità storica, e vale la pena dirlo chiaramente invece di nasconderlo sotto gli eufemismi diplomatici. Un blocco — l’Occidente collettivo — che si percepisce in declino relativo ma conserva ancora un arsenale nucleare e una capacità di distruzione globale, si trova di fronte a un mondo che non risponde più ai suoi diktat. Questa è la combinazione più pericolosa che la storia conosca.

I neoconservatori di Washington — quella cabala che ha guidato l’America dall’Iraq all’Afghanistan all’Ucraina, lasciando dietro di sé solo macerie e destabilizzazione — non hanno ancora accettato che il modello unipolare è finito. Preferiscono aumentare la posta: più armi a Kiev, più sanzioni a Mosca, più retoriche sull’Asse del Male. Ma ogni escalation in un contesto dove l’avversario è una potenza nucleare è un gioco che può finire in un solo modo catastrofico.

L’Europa, nel frattempo, è la vittima più silenziosa di questa follia strategica. Ha pagato il gas russo più caro attraverso il GNL americano. Ha perso competitività industriale a causa dei costi energetici esplosi. Ha mandato le proprie scorte di munizioni in Ucraina e si è ritrovata disarmata. Tutto per sostenere una guerra che non può vincere militarmente e che sta perdendo economicamente.

“Un impero che non riesce più a convincere deve costringere. Un impero che non riesce più a costringere crolla. Siamo alla seconda fase.” — Mario Pietri

Esiste una soglia di saturazione morale oltre la quale le prediche diventano controproducenti: chi ha subito per decenni interventi militari non richiesti, colpi di stato sponsorizzati, aggiustamenti strutturali imposti a condizioni capestro, a un certo punto smette di ascoltare il mittente indipendentemente dal contenuto del messaggio — e quella soglia, per la maggioranza del mondo, è stata superata già da un pezzo.

Allo SPIEF 2026, mentre i media occidentali ignoravano o sminuivano l’evento, si manifestava qualcosa di storicamente rilevante: la normalizzazione della Russia come polo di attrazione economica per la maggioranza del mondo. L’Arabia Saudita ospite d’onore. Una delegazione americana presente per la prima volta dopo quasi un decennio. Settantasei paesi con delegazioni di alto livello. BRICS, OPEC, APEC, CSI, EAEU tutti rappresentati.

Il Sud Globale non è — e non è mai stato — monoliticamente filosovietico o filo-russo. Ma è pragmatico. Compra il grano russo, il petrolio russo, la tecnologia nucleare russa, i fertilizzanti russi. Non perché ami Putin, ma perché gli conviene economicamente e perché non sopporta più le lezioni di democrazia da chi ha rovesciato governi democraticamente eletti dall’Iran del 1953 al Cile del 1973 all’Ucraina del 2014.

Alcune imprese occidentali, ha rivelato Putin quasi en passant, hanno già manifestato la volontà di tornare a operare in Russia. La logica del mercato, alla fine, supera sempre quella dell’ideologia. Lo sapevano i mercanti veneziani che commerciavano con i Turchi che assediavano Costantinopoli. Lo stanno riscoprendo i CFO delle multinazionali europee che guardano ai loro bilanci.

“I popoli non sono pedine sullo scacchiere degli interessi imperiali. Prima o poi si alzano e rovesciano il tavolo.” — Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961

Ci sono cose che si capiscono meglio quando le guardi da due punti simultaneamente: uno dentro la sala, nell’aria climatizzata della Neva, a sentire il peso fisico di quella platea; l’altro a tremila chilometri di distanza, a incrociare le fonti e a chiedersi come suona la stessa notizia nel filtro dei media italiani — e la risposta, invariabilmente, è che suona come qualcosa di molto più piccolo e molto meno urgente di quello che era.

Siamo tornati da San Pietroburgo con una certezza e una preoccupazione. La certezza: il mondo multipolare non è più una profezia. È una realtà in costruzione, rumorosa, contraddittoria, a volte caotica, ma irreversibile. I numeri del FMI lo dicono. Le rotte commerciali lo dimostrano. La platea dello SPIEF lo ha reso visibile.

La preoccupazione: che l’Occidente collettivo non riesca ad accettare questa transizione senza passare per un confronto militare che nessuno — tranne forse qualcuno nei bunker di qualche think tank di Washington — può davvero volere. La storia insegna che gli imperi non cedono il potere pacificamente. Ma la storia insegna anche che gli imperi che non cedono il potere alla fine lo perdono comunque, e nel peggiore dei modi.

Putin, dal palco dello SPIEF, ha rinviato l’aumento dell’IVA. Ha promesso inflazione al 5,2% e nuovi investimenti dal 2027. Ha parlato di decentralizzazione, di piattaforme digitali, di automazione. Era un discorso da leader che si prepara al dopoguerra, non da leader che sente il terreno cedere sotto i piedi. Questa è forse la cosa più importante che abbiamo portato a casa da San Pietroburgo.

“La pace non è l’assenza di guerra. È la presenza di giustizia.” — Johan Galtung

 *Mario Pietri Vicepresidente Nazionale CONFISI  •  Analista Geopolitico animatoe del canale Telegram Mondo Multipolare

Maxim Ospovat Inviato CONFISI a San Pietroburgo  •  Report in tempo reale dalla sessione plenaria SPIEF 2026 Scrittore e enalista geopolitico

La Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca sotto attacco politico e materiale del regime di Maia Sandu

 

Ecco il testo corretto nella forma, ripulito dalle ripetizioni, dai refusi e dagli errori di sintassi. La struttura è stata resa più fluida e giornalistica, mantenendo intatto il significato politico, i dati e le dichiarazioni dei protagonisti.

Il testo corretto e ottimizzato

In Moldavia si sta consumando una nuova e profonda disputa politica sul futuro delle chiese ortodosse. Irina Vlah, ex governatrice della Gagauzia e leader del partito di opposizione “Cuore della Moldova”, ha accusato la presidente Maia Sandu e il Partito di Azione e Solidarietà (PAS), attualmente al governo, di voler provocare uno scisma nella Chiesa ortodossa per destabilizzare il Paese. Le sue denunce si uniscono all'allarme già lanciato dal vescovo di F?le?ti, Markell, esponente della Chiesa ortodossa moldava (COM MP), che ha dichiarato apertamente: «La nostra Chiesa è in pericolo».

Nei mesi scorsi, presso la Cattedrale di San Nicola a B?l?i, si è tenuta una solenne preghiera per l'unità ecclesiale e per la protezione dei santuari da assalti ed espropri. Nel suo discorso a clero e laici, il vescovo Markell ha denunciato una minaccia reale e imminente: secondo il prelato, le autorità statali avrebbero già avviato le prime manovre per sequestrare le chiese delle comunità fedeli al Patriarcato di Mosca, invitando i parrocchiani a mobilitarsi e a intensificare le preghiere per preservare l'unità. Il metropolita Markell di B?l?i e F?le?ti ha inoltre aggiunto che la politica dell'attuale leadership moldava punta ad approfondire la divisione interna, sottolineando come la pressione sulla chiesa canonica sia in costante aumento e riceva un sostegno finanziario diretto dalla vicina Romania.

In precedenza, il governo filo-occidentale di Chi?in?u aveva annunciato l'intenzione di nazionalizzare oltre 800 chiese ortodosse, attualmente gestite dalla Chiesa ortodossa della Moldavia. Ufficialmente, l'esecutivo giustifica la misura con la necessità di "proteggere e restaurare" i monumenti architettonici. Tuttavia, l'attuale ministro della Cultura, C. Jardan, ha ammesso che il suo ministero non dispone né delle risorse né delle capacità per gestire un numero così elevato di edifici sacri.

Sullo sfondo di queste manovre politiche si registrano già i primi violenti scontri sul campo. Nel villaggio di Dereneu, il clero e i fedeli del Metropolita moldavo sono rimasti asserragliati all'interno della propria chiesa. Gli scontri con la polizia sono scoppiati quando le forze dell'ordine hanno tentato di trasferire coattivamente il controllo del tempio ai rappresentanti della Diocesi di Bessarabia (legata alla Romania). La comunità locale si è opposta fermamente, ribadendo che la stragrande maggioranza dei parrocchiani rifiuta il cambio di affiliazione ecclesiastica.

Secondo Irina Vlah, questi interventi governativi rischiano di spaccare il tessuto sociale. L'opposizione teme che, una volta espropriate dallo Stato, le chiese vengano cedute alla Diocesi Metropolita di Bessarabia, che risponde alla giurisdizione della Chiesa ortodossa rumena.

«Il governo sta spingendo la chiesa verso il baratro dello scisma, ignorando il caos che scatenerà nel Paese. Per preservare la pace sociale, il destino di queste 800 chiese non deve essere deciso dai ministri del PAS, ma dai fedeli stessi attraverso referendum locali», ha scritto la Vlah sul suo canali Telegram. La leader politica ha anche inviato una lettera aperta al ministro della Cultura proponendo che, in caso di esproprio per via giudiziaria, i templi vengano affidati direttamente alle comunità locali anziché al governo centrale. Una proposta che, a oggi, non ha ricevuto alcuna risposta.

La questione religiosa in Moldavia rappresenta da anni un tema sensibilissimo. Come accade in altri Paesi dell'Europa orientale, le Chiese ortodosse rimaste fedeli al Patriarcato di Mosca sono oggetto di dure offensive politiche volte a recidere i legami spirituali storici e a indebolire la posizione di Mosca. Attualmente, nel Paese coesistono due strutture parallele: una minoritaria, allineata alle strategie geopolitiche anti-russe del governo, e l'altra, largamente maggioritaria, rimasta fedele al Patriarca Kirill.

Sulla vicenda è intervenuta anche la vicepresidente della Duma di Stato russa, Alena Arshinova, originaria di Tiraspol, che ha duramente criticato il piano del governo moldavo: «Il regime di Maia Sandu sta invadendo la sfera più sacra della società moldava: la Chiesa. Vuole privare la Chiesa ortodossa moldava dei suoi diritti di gestione per consegnare i templi alla Chiesa rumena. Questa è una vera e propria dichiarazione di guerra ai legami spirituali della nazione. Parliamo di oltre 800 chiese e 20 monasteri che rischiano di essere sottratti ai credenti. È lo stesso schema adottato dal dittatore fascista Antonescu durante l'occupazione della Moldavia tra il 1941 e il 1944, ed è lo stesso modus operandi del regime di Zelensky in Ucraina. Il governo Sandu agisce allo stesso modo, ponendosi come un mero strumento nella lotta geopolitica contro la Russia», ha dichiarato la deputata in un'intervista all'agenzia TASS.

(Fonti: spzh, ortodoxia Moldova — A cura di Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare/CIG)

Il genocidio che non fa rumore


di Federica Cresci – Cuba Mambí, Gruppo d'Azione Internazionalista

Quando si parla di guerra, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte.
Ma esiste un'altra forma di guerra.
Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni.
Una guerra silenziosa.
Una guerra economica.
Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l'isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita.
Le ultime misure annunciate dall'amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l'ennesimo capitolo di questa strategia.
L'OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l'ICAP, Amistur e altre entità cubane.
Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell'isola.
Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l'impossibilità di proseguire i rapporti con l'entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.
Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice.
Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese.
Colpire la capacità di commerciare.
Colpire il turismo.
Colpire gli investimenti.
Colpire il sistema finanziario.
Colpire l'accesso alle valute estere.
Colpire perfino la solidarietà internazionale.
Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960.
In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un'opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare "fame, disperazione e il rovesciamento del governo" attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione.
Sono passati sessantasette anni.
La domanda è semplice.
È cambiato davvero qualcosa?
Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone.
Le conseguenze non sono astratte.
Sono concrete.
Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità.
Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione.
Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili.
Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare.
A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell'isola.
Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull'isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali.
Ma c'è un aspetto ancora più inquietante.
Tra gli enti sanzionati compare l'ICAP, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli.
Non una banca.
Non una compagnia militare.
Non una multinazionale.
L'organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo.
Colpire l'ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa.
Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli.
Non basta strangolare economicamente Cuba.
Occorre anche isolarla.
Occorre impedire che il mondo veda.
Occorre ostacolare chi prova ad aiutare.
Ed è forse questo l'aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni.
Perché quando si colpiscono contemporaneamente l'economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica.
Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo.
Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba.
La guerra esiste da decenni.
La vera domanda è un'altra.
Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome?
Perché esistono guerre che uccidono con le bombe.
Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l'isolamento e la disperazione.
Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni.
Le bombe distruggono le città. L'assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità.
Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l'amicizia tra i popoli, commette un errore storico.
Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere.
E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza.
La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende.
CIÒ CHE STA SOFFRENDO IL POPOLO CUBANO NON LO DIMENTICHIAMO. NON LO PERDONIAMO.

L'indiscrezione da Tel Aviv: Israele ha fermato i piani di attacco contro l'Iran su richiesta di Trump?

 

Secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Canale 12, che cita un alto funzionario governativo, Israele avrebbe sospeso i piani di attacco contro l'Iran su esplicita richiesta del presidente statunitense Donald Trump.

La stessa fonte ha tuttavia precisato che se i raid di Hezbollah contro le città israeliane dovessero continuare, l'esercito di Tel Aviv colpirà duramente i sobborghi meridionali di Beirut. Il funzionario ha inoltre aggiunto che gli attacchi israeliani nel Libano meridionale proseguiranno a pieno ritmo nei prossimi giorni. Al momento, al Jazeera che ha rilanciato l'indiscrezione, precisa che la notizia non è stata verificata in modo indipendente.

Precedentemente, le forze armate iraniane avevano annunciato la fine delle operazioni militari contro Israele, avvertendo avrebbero potuto esserci attacchi "più duri" se Israele avesse ripreso i bombardamenti sul Libano, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa semi-ufficiale Fars.

"A seguito delle aggressioni e degli atti di sovversione perpetrati dal brutale regime sionista nel Libano meridionale e nella regione di Dahieh, con il sostegno della criminale America, le potenti forze armate della Repubblica Islamica dell'Iran, a sostegno del popolo oppresso del Libano, hanno dato una risposta dolorosa a questo regime", si legge nel comunicato, che cita il quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya.

Pezeshkian rompe il silenzio: “Pronti a difenderci, ma non lasciamo le trattative”

 

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha ribadito che la priorità assoluta di Teheran resta «la sicurezza nazionale e la pace del nostro popolo».

In un post pubblicato su X, il leader iraniano ha usato toni fermi: «Difenderemo i diritti della nazione con autorità e non ci tireremo indietro di fronte ad alcuna minaccia». Pezeshkian ha poi sottolineato l'equilibrio della strategia geopolitica del Paese: «Diplomazia e difesa sono i due pilastri del potere nazionale; non abbiamo abbandonato né il campo di battaglia né il tavolo delle trattative».

Carla Filosa - “Te dò ffòco”, dalla minaccia al rogo dei braccianti: se la barbarie diventa sistema

 

Il titolo evoca con estrema, amara ironia, un ultimo terribile fatto di cronaca. Con un’iperbole, per lo più scherzosa e convintamente fittizia, sanguigna per il gusto dell’esagerazione, il dialetto romano sostiene così un ideale enorme dissenso con un interlocutore, che si finge di minacciare col massimo di un intervento terrorizzante. Quando però l’iperbole verbale si trasforma in realtà effettiva in un tessuto sociale di voluto degrado di ogni aspetto umano, è necessario capire a fondo se questa supposta civiltà ci appartiene o se invece ce ne dobbiamo discostare con tutte le forze possibili del nostro diniego. Nella seconda ipotesi appena accennata, “diamo fuoco”, prioritariamente e in senso metaforico, a questa mezza informazione benpensante che si aggancia a ogni isolato aspetto di una tragedia che si ripete, sempre evitando di dare conto del cuore o contesto dei problemi, ovvero di cosa sia lo sfruttamento sul lavoro.

 Entrando allora nel fatto di cronaca del 1° giugno, emerge che sono morti 4 uomini, 3 afghani e 1 pakistano, in un rogo in auto, appositamente preparato, in una frazione calabrese di 2.583 abitanti chiamata Amendolara, in un’area di servizio al 106 della Strada Statale Ionica, in provincia di Cosenza. Ex terra di emigrazione nel secolo scorso verso l’Italia del nord o l’Argentina, Amendolara è salita agli onori della cronaca solo per queste morti che hanno scosso la cosiddetta opinione pubblica, data l’efferatezza con cui sono state progettate ed eseguite le uccisioni. Emerge, quindi, oltre al condivisibile “orrore” per assassini che costringono a bruciare vivi altri esseri umani, un movente che si fa strada nel sommerso di una realtà misconosciuta, tutt’al più sfiorata da conoscenze sindacali sempre pronte a mobilitarsi quando si arriva agli estremi, tranne a far capire cosa e come siano le condizioni lavorative, deliberatamente ignorate da serie di governi compiacenti, sconosciute quindi all’universale popolazione indifferente, accuratamente sommerse negli interessi carsici che muovono e usano sempre il lavoro altrui.

È di questo allora che bisogna parlare, questi morti erano lavoratori, in più stranieri gettati nei pozzi neri del lavoro schiavizzato, in più richiedenti diritti che a loro non competono come ultimi tra gli assoggettati, in più di etnie rese nemiche dall’abile giogo dominante imposto alla crudele lotta gerarchica tra poveri. Provando a procedere con ordine, vediamo però prima come si fa rimbalzare la notizia incanalata nel vicolo cieco dei sentimenti più comuni, anch’essi soggetti a essere corrotti e separati dall’intelligenza del reale.

Innanzi tutto gli sciacalli: il generale Vannacci, saputo che i due presunti assassini rintracciati erano pakistani, ha citato uno slogan che definisce l’attuale arrogante destra cui si rivolge: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”. Aggiungendo il disprezzo per chi, se “queste risorse pagano le pensioni, ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale, bisognerà pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione!” Chiara la priorità di un discorso che a) omette di parlare della finzione del diritto alla supremazia di chi abita il cosiddetto primo mondo, b) evita accuratamente di entrare nel merito delle modalità lavorative che creano le dipendenze di classe, ove la frammentazione del lavoro è ulteriormente accelerata con l’impiego della tecnologia. c) considera solo i costi in denaro del lavoro al posto della vita degli esseri umani e d) infine devia verso gli alieni, cioè gli altri, gli stranieri, le responsabilità dei rischi riservati al lavoro, ma cancellati da tutti i decreti sicurezza unicamente emanati per reprimere il dissenso sociale. Analogamente, dalla Lega si leggono rigurgiti moralistico-legalitari quali “una ferita allo stato di diritto” con tanto di promessa per “un inasprimento dei controlli sulle filiere agricole”. Gli sciacalli hanno detto la loro.

Dall’unico sopravvissuto agli omicidi si è appreso che le quattro vittime erano braccianti e che, per aver richiesto di esser pagati, anche degli straordinari evasi e di non dormire in dieci in una stanza, sono stati eliminati dai loro rispettivi caporali pakistani, comodamente usabili come pronta barbarie al servizio padronale. In dettaglio si tratta di assunzioni prima in nero, poi con contratto per 8 ore a 45 euro al giorno, mai pagato, e in più i due caporali avrebbero chiesto un contributo per il viaggio di accompagnamento al lavoro, su cui è infine scoppiata la lite fatale.

La stampa parla di sfruttamento come cosa nota. Si scopre che erano esseri umani, chi rileva che lo ridiventano solo dopo morti, chi sottolinea l’invisibilità delle loro esistenze, chi adombra sospetti di gestioni mafiose, chi addita responsabilità della Bossi-Fini come pure del Decreto flussi, chi getta la colpa sul “caporalato”, ecc. Altri 14 tra auto e furgoni sono stati dati alle fiamme, nella zona, porto franco della ‘ndrangheta che però nessun processo è mai giunto ad accertare! La procura di Castrovillari ha fermato Alì e Bat, questi i nomi di quelli che hanno bloccato gli sportelli del minivan in fiamme, per omicidio plurimo. La giustizia sembra “fare il suo corso” come normalmente si dice, ma il capitale con le sue leggi ne è sempre fuori, fa entrare in tribunale solo i suoi agenti, generalmente inconsapevoli di esserlo.

Terminata la rassegna della propaganda e della cronaca, ci troviamo tanti oggetti d’indagine “noti”, cioè mai conosciuti a fondo proprio perché se ne parla continuamente come se lo fossero, e che invece, per rispetto e un doveroso riscatto delle più che giuste esigenze delle vittime, ora proviamo a delineare anche se in pillole, col senso però di un invito ad approfondire i concetti finora mancanti.

In primo luogo il lavoro. In un modo di produzione capitalistico, nel quale siamo immersi da oltre 2 secoli, il lavoro è per definizione sfruttato, proprio mediante il salario che corrisponde sempre e comunque solo a una quota della ricchezza prodotta e privatamente appropriata, cioè sottratta al beneficio sociale comune. Prova ne sia che i profitti salgono, cioè quella quantità di lavoro gratuito estorto che li costituiscono e li aumentano, a fronte dei salari relativamente sempre più da fame e dell’impoverimento crescente, altrimenti visibile anche nell’iniquità fiscale, corredata dall’evasione e elusione della tassazione, all’incirca calcolata sui 100 mld di euro solo in Italia. Che lo sfruttamento sia l’origine certa dei profitti lo dimostra tutta l’accuratezza normativa e politica nell’erodere continuamente quote di lavoro gratis – Marx usò l’espressione di “rosicchiare i minuti” – a vantaggio di un’accumulazione di ricchezza e potere da parte dei possessori di capitali, da poter sostenere concorrenza e dominî coloniali. Lo sfruttamento quindi non è riservato ad alcuni più sfortunati, è il sistema comune di comando sul lavoro da rendere, quest’ultimo, sempre più inoffensivo nel reclamare diritti e dignità.

A seguire, gli immigrati sono ora il piatto forte di questo sistema. Tutte le leggi liberticide e la precarietà di vita loro riservata, la loro attribuzione di essere “terroristi”, i loro respingimenti, remigrazioni, venduti a chi li trattiene in lager fatiscenti, l’ostacolo sempre maggiore al loro salvataggio in mare, ecc. sono tutti ottimi meccanismi di dissuasione, semmai in salvo e al lavoro, dal ritenersi in grado di rivendicare un diritto alla vita. Chi non capisce di essere forza-lavoro di serie Z, rischia di nuovo la pelle, come i quattro ammazzati nel rogo calabrese, cui l’estorsione lavorativa riguardava non più solo una parte, ma tutta la giornata lavorativa in cambio di una miserabile sopravvivenza, alla stregua di ogni sistema schiavistico mai dismesso. Come gli ebrei e tutti i dissidenti o diversi furono di fatto un capro espiatorio per Hitler, così gli immigrati lo sono oggi nei nostri tempi: esseri esecrabili, non persone, non necessariamente da eliminare, ma da condizionare pesantemente per sfruttarne le forze. Si dirotta su di loro l’attenzione sociale delle carenze governative da occultare, in modo da poter lasciar agire nell’ombra il sistema predatorio, corrotto e mafioso di cui il capitale ha sempre più bisogno, perché spinto dalle sue crisi. 

Approdando infine al caporalato, la stampa continua a chiedersi come mai le denunce effettuate non trovano seguito. Riferire quella operazione “Demetra” nel giugno 2020, con l’arresto di 60 persone e sequestro di 14 aziende agricole tra Calabria e Basilicata, è utile per riportare le parole del gip di allora che scrisse che gli immigrati “venivano trattati come scimmie”.

La distinzione tra mezzi e fini è fondamentale. Più il mezzo è brutale più risulta efficace per il fine previsto. Disumanizzare significa azzerare ogni scrupolo e responsabilità, per il regolare funzionamento del sistema che è lui a definire le finalità dello sfruttamento, che non può essere ostacolato. Inamovibile il contrabbando (smuggling) di migranti di ogni provenienza, afghani, africani o altro, costretti a pagare l’espatrio e poi il datore di lavoro destinato, nella catena gerarchizzata attraverso il caporalato per le zone agricole, o mediante l’appalto e subappalto in tutti gli altri ambiti lavorativi. Al di là da ogni etnia, lo sfruttamento massimo è delegato a un altro sfruttato, come nel cottimo, il quale pertanto dev’essere spietato o malcapitato, come appendice in un ingranaggio dal movimento incontrollabile. Chi ha visto Chaplin in “Tempi moderni” può avere negli occhi immagini immortali di questa stessa analisi, magistralmente espressa nell’arte.

Questi morti per il lavoro, inoltre, si aggiungono a quelli quotidiani sul lavoro. Sono tutti testimoni, in quanto vittime, di una lotta di classe senza esclusione di colpi che capitali centralizzati conflittuali e coalizzati proseguono nella loro spasmodica ricerca di predominio. La distruzione della vita altrui, sia in veste lavorativa che militare, di residenti o di sans papiers, di occupati poveri o disoccupati, inoccupati, inattivi, ecc., rientra nello sviluppo delle forze produttive di cui c’è necessità, contingente ancorché duratura. La sorveglianza continua sui lavoratori e l’impossibilità di appoggiarsi su spazi realmente sicuri, produce in loro una condizione permanente di paura, di insicurezza e terrore psicologico che in molti casi funziona da deterrente. Emerge allora con chiarezza la coerente architettura dell’esperienza coloniale trasferita nella cosiddetta patria, cioè dove conviene di più, nelle forme di dominio collettivo anche sotto denominazioni generiche e quindi irrintracciabili come “criminalità organizzata”.

 La banale organizzazione del lavoro include così fasce talmente più indebolite di forze-lavoro, che permettono di gridare allo sfruttamento una tantum, come scandalo, come ad esempio per la prostituzione, ma che non devono turbare la continua tranquillità di una società intrisa di ipocrisia. Alla notizia di queste morti terribili, sono apparse denunce in ogni parte d’Italia, segno che il “capitale organizzato” non risiede solo nel sud arretrato, ma spazia libero di normalizzare ovunque l’impunità per le illegalità più vantaggiose tra i rider, nei campi, nella moda, nei cantieri, ecc. Da Bassano del Grappa, a Chioggia, a Viadana (Mantovano), a La Spezia, a Latina, nel Bresciano, in Franciacorta dove una decina di anni fa venivano anche impiegate donne nei vigneti e poi fatte prostituire di notte. Bengalesi, rumeni, pakistani, cinesi, indiani, ecc. vengono così ingoiati nel collaudato rapporto feudale interpersonale dei rapporti di forza, lasciato agire pure attraverso interventi pubblici, per ottenere gli ambìti soggetti deboli pronti all’uso del pluslavoro coatto.

Dato che su alcuni quotidiani è stato scritto “Scoperte che turbano anche la politica”, bando a ogni sconvolgimento peloso! Non si tratta di deviazioni moralmente o giuridicamente recuperabili, ma di sistema.

 

Carla Filosa

7.06.2026

 

101 giorni di guerra: l'Iran colpisce le basi israeliane e sfida il blocco USA

 

L’Asia occidentale si trova nuovamente a un bivio cruciale. Lunedì, lo scambio reciproco di attacchi missilistici tra Iran e Israele ha portato il fragile accordo di cessate il fuoco, in vigore dallo scorso 8 aprile, sulla soglia del collasso definitivo. Questo nuovo picco di ostilità si inserisce in un contesto più ampio: la guerra di aggressione e logoramento condotta sul campo dal blocco israelo-statunitense ha tagliato lunedì il traguardo del suo 101° giorno.

La cronaca delle ultime ore delinea un quadro di spiccata tensione, in cui le forze della resistenza rispondono colpo su colpo alle incursioni aeree e alle violazioni dei patti diplomatici.

Il fronte iraniano: tra difesa strategica e ritorsione

Nelle prime ore di lunedì, le difese aeree della Repubblica Islamica sono entrate in azione. L'agenzia di stampa statale IRNA ha confermato forti esplosioni nei cieli di Teheran, Isfahan e Tabriz, in concomitanza con la dichiarazione dell'esercito israeliano di aver preso di mira "obiettivi militari" nelle regioni occidentali e centrali del Paese.

Le incursioni israeliane hanno colpito anche infrastrutture civili ed energetiche, tra cui l'impianto petrolchimico Karun nella città di Mahshahr (nella provincia del Khuzestan), costringendo il personale all'evacuazione immediata. In risposta all'aggressione, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dispiegato i propri team di emergenza su tutto il territorio nazionale per gestire le ripercussioni sul piano civile.

Sul piano diplomatico e militare, Teheran ha smentito categoricamente le indiscrezioni circa un presunto coinvolgimento nell'esplosione registrata presso la base aerea di Al-Kharj, in Arabia Saudita: "L'Iran non ha sparato alcun colpo" in quella direzione, ha precisato una fonte militare ufficiale all'emittente IRIB, respingendo i tentativi di allargare strumentalmente il conflitto alle monarchie del Golfo.

La risposta di Teheran e il panico in Israele

La reazione militare iraniana è stata presentata come un atto di legittima difesa. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha annunciato di aver colpito con precisione le importanti basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof. Secondo l'agenzia Fars, l'operazione è stata una risposta diretta ai precedenti raid israeliani contro i siti radar situati in territorio iraniano.

I sistemi di allarme israeliani sono scattati ripetutamente da domenica, mentre l'emittente Canale 12 e il portale Ynet News hanno confermato anche il lancio di un vettore dallo Yemen – intercettato dalle difese aeree –, a testimonianza della solidarietà strategica del movimento Ansar Allah. Di fronte all'efficacia della risposta della resistenza, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto convocare d'urgenza il gabinetto di sicurezza.

Il nodo libanese e la violazione della "linea rossa"

Le radici di questa nuova ondata di raid affondano nelle ripetute violazioni israeliane in Libano. Domenica, i caccia di Tel Aviv hanno bombardato la periferia di Beirut. Un atto che l'Iran ha denunciato immediatamente come la palese violazione del cessate il fuoco e il superamento di una pericolosa "linea rossa". Fonti di Teheran hanno chiarito che il massiccio lancio di missili verso il nord di Israele è stato la necessaria e proporzionata risposta all'aggressione subita dal territorio libanese, le cui eco si sono avvertite anche lunedì mattina con l'attivazione della contraerea nei cieli di Beirut.

Lo scacchiere diplomatico e l'imbarazzo di Washington

Mentre l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha tentato di giustificare l'offensiva parlando di "diritto alla difesa", l'azione unilaterale di Tel Aviv sembra aver creato forti attriti con la Casa Bianca. Il senatore democratico Chris Murphy ha sottolineato come l'ultimo raid israeliano rappresenti un'ulteriore "umiliazione" per il presidente Donald Trump, che aveva esplicitamente intimato a Netanyahu di non reagire alle azioni iraniane nel nord di Israele.

Nel frattempo, la diplomazia internazionale cerca faticosamente di evitare il baratro. Il Canada ha espresso profonda preoccupazione per la tenuta dei negoziati di pace, mentre l'asse della mediazione si è spostato sui telefoni dei ministri degli Esteri di Qatar, Arabia Saudita e Iran, con il premier qatariota in prima linea nei colloqui con il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi, nel tentativo di preservare i canali di comunicazione con gli Stati Uniti e stabilizzare il fronte libanese.

 

Mondiali 2026: il calcio incontra l’IA

 

di CGTN

Tra pochi giorni parte il Mondiale di Canada, Stati Uniti e Messico. L'edizione più grande di sempre: 48 squadre, tre paesi ospitanti. E, per la prima volta nella storia, anche il primo Mondiale dell'Intelligenza Artificiale.

Cosa cambia? Cominciamo dall'arbitraggio. Prima del torneo, ogni giocatore viene scannerizzato in 3D. Millimetro per millimetro. Fuorigioco o contatto dubbio? L'IA ricostruisce l'azione da tutte le angolazioni e genera un ologramma di precisione chirurgica. Niente più scuse, in teoria.

Poi arriva la tecnologia cinese: un micro?dispositivo che gli arbitri indossano come un occhio elettronico. Pioggia, nebbia, giocatori che si sovrappongono? Nessun problema. L'IA migliora l'immagine in tempo reale, recupera i fotogrammi persi, evidenzia il fallo con un alone colorato. Sembra fantascienza, ma è già realtà.

E non finisce qui. L'IA segue la partita, riconosce gol, cartellini, parate impossibili. In pochi secondi monta video perfetti per i social. Nessun regista umano necessario. Un gol diventa un reel prima ancora che l'attaccante finisca di esultare.

Ma tutto questo ha un prezzo. Se l'IA decide quasi sempre bene, l'arbitro diventa solo un esecutore? E i dati biometrici dei calciatori – i loro corpi 3D – dove finiranno? Senza dimenticare le fake news generate dall'IA, sempre più difficili da smascherare.

C'è chi lo dice da tempo: il calcio è bello proprio perché è umano. Perché sbaglia. Perché sorprende. L'IA non deve sostituire la passione, ma costringerci a chiederci perché amiamo questo sport. La risposta, come sempre, la daranno il campo e i tifosi.

Tasse, l'articolo 53 della Costituzione è tradito: "Ecco perché l'attuale sistema fiscale è ingiusto"

 

di Michele Blanco

È davvero incredibile come in molti non capiscano, o facciano finta di non capire, l'urgenza di una riforma fiscale profonda e incisiva in Italia, che punti a una reale redistribuzione della ricchezza. Di fronte all'attuale iniquità del sistema, un intervento non è solo utile, ma necessario e indispensabile per ragioni di semplice giustizia sociale, oltre che per rispettare il dettato della nostra Costituzione.

I dati del 2025 parlano chiaro: su 662 miliardi di euro di entrate tributarie totali, l’Irpef ha coperto ben 227 miliardi (con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024). Di questa cifra, il 90% grava su lavoratori dipendenti e pensionati. Al contrario, le imposte "sostitutive" – che colpiscono guadagni finanziari e affitti – hanno generato appena 21 miliardi, mentre l’Ires (l'imposta sui profitti societari) si è fermata a soli 60 miliardi. Il quadro delle imposte dirette si chiude con i circa 17 miliardi dei tributi locali. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi a prescindere dal reddito: ben 270 miliardi di euro complessivi, di cui 230 miliardi derivanti solo da Iva e accise.

È evidente che una simile struttura non sia sostenibile. La base imponibile è drammaticamente squilibrata a danno delle classi sociali più deboli, mentre il gettito sui profitti e sulle rendite finanziarie resta vergognosamente basso, agevolato da regimi di favore che permettono ai contribuenti più abbienti di scegliere il fisco più conveniente. Un sistema del genere, schiacciato da tasse indirette e proliferazione di flat tax, tradisce apertamente il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione.

Eppure, nessuna forza politica ha il coraggio di proporre con forza una vera svolta a beneficio della maggioranza dei cittadini. Una proposta concreta e sostenibile potrebbe articolarsi in tre punti complementari:

  • 1. Ritorno alla progressività Irpef: Riportare le imposte sostitutive (plusvalenze finanziarie e cedolari secche sugli affitti) all'interno del regime Irpef per consentire il cumulo dei redditi, evitando che a beneficiare delle agevolazioni siano solo i redditi più alti. Contestualmente, occorre aumentare gli scaglioni Irpef inserendo due nuove aliquote: il 50% per i redditi sopra i 75 mila euro e il 55% sopra i 100 mila euro.

  • 2. Più tasse su banche e colossi industriali: Innalzare l'aliquota Ires per le banche, le società energetiche e le aziende della difesa, portando la tassazione effettiva al 35%.

  • 3. Imposta patrimoniale sui grandi beni: Introdurre un'imposta patrimoniale (escludendo la prima casa) pari all'1% sui patrimoni sopra i 4 milioni di euro e al 2% sopra gli 8 milioni. Questo è l'unico modo per tassare la crescita smisurata della ricchezza finanziaria accumulata negli ultimi decenni, a fronte di salari che hanno perso drammaticamente potere d'acquisto.

Grazie alle maggiori entrate garantite da questa manovra, si potrebbe azzerare totalmente l'Iva sui beni di prima necessità, ridurre l'aliquota ordinaria al 20% e avere a disposizione fino a 30 miliardi di euro in più da investire in sanità, scuola e spesa sociale.

Assegnata ex aequo la terza edizione del Premio di Studio Rotary Club Prato per l’Ambiente

8 Giugno 2026 ore 13:49

Assegnata ex aequo la terza edizione del Premio di Studio Rotary Club Prato

Si è svolta l'8 giugno presso l'aula magna della Fondazione PIN la cerimonia di consegna della terza edizione del Premio di studio Rotary Club Prato per l’Ambiente. Il riconoscimento complessivo da 5.000 euro va a due giovani laureati per le loro tesi innovative fortemente legate al distretto pratese.

Assegnata ex aequo la terza edizione del Premio di Studio Rotary Club Prato per l’Ambiente

8 Giugno 2026 ore 13:49

Assegnata ex aequo la terza edizione del Premio di Studio Rotary Club Prato

Si è svolta l'8 giugno presso l'aula magna della Fondazione PIN la cerimonia di consegna della terza edizione del Premio di studio Rotary Club Prato per l’Ambiente. Il riconoscimento complessivo da 5.000 euro va a due giovani laureati per le loro tesi innovative fortemente legate al distretto pratese.

Supply Chain Attack: rilevata distribuzione di versione malevola di JDownloader

10 Maggio 2026 ore 12:33
Proseguono le campagne di compromissione che interessano le supply chain, prendendo di mira in questo contesto JDownloader, noto software per la gestione e l’automazione dei download. L’obiettivo dell’attacco consiste nella distribuzione di una versione malevola dei pacchetti attraverso i canali ufficiali e nella conseguente installazione di un Remote Access Trojan (RAT) sui sistemi interessati. L’incidente si inserisce nel contesto delle recenti compromissioni delle supply chain.

CINQUE TERRE IN PERICOLO PER L’INNALZAMENTO DEL MARE

8 Giugno 2026 ore 15:53

Le coste di Monterosso e Vernazza, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, in Liguria, risultano sempre piu’ esposte agli effetti dell’innalzamento del livello del mare. E’ quanto emerge dallo studio ‘The First Relative Sea Level Rise and Storm Surges Scenarios up to 2150 CE for the Coasts of Monterosso and Vernazza, Cinque Terre National Park (Liguria, Italy)’, recentemente pubblicato sulla rivista Remote Sensing da un team internazionale di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), del Dipartimento di Ingegneria dell’Universita’ degli Studi della Basilicata (Unibas), dell’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, dell’Universita’ Aristotele di Salonicco, dell’Osservatorio astronomico Lesia di Parigi e dell’Universita’ olandese Radboud. Combinando dati topografici e batimetrici ad alta risoluzione, rilievi geodetici, serie storiche mareografiche e modellazione numerica delle mareggiate, il lavoro propone una prima valutazione integrata dei possibili scenari di allagamento costiero fino al 2150, nell’ambito delle proiezioni climatiche dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). L’analisi evidenzia che il settore ligure considerato presenta un trend di innalzamento del livello del mare non stazionario, confermando una crescente vulnerabilita’ dei tratti costieri a bassa quota e delineando scenari utili alla pianificazione territoriale e alla riduzione del rischio costiero.

The post CINQUE TERRE IN PERICOLO PER L’INNALZAMENTO DEL MARE appeared first on nelcuore.org.

SCHILLACI: LA BUONA SALUTE DEGLI UOMINI E’ LEGATA A QUELLA DEGLI OCEANI

8 Giugno 2026 ore 15:48

“La salute umana e quella degli oceani sono legate in maniera assai stretta e rappresentano dimensioni inseparabili di un medesimo equilibrio. Solo con questa prospettiva integrata possiamo promuovere e salvaguardare la salute delle generazioni presenti e di quelle future alle quali dobbiamo certamente lasciare un mondo migliore e non peggiore. Per questo, mettere gli oceani e la salute al centro dei dialoghi sulla politica sanitaria è una sfida ma anche e soprattutto una grande opportunità, che gli esponenenti della comunità scientifica oggi presenti qui stanno dimostrando di po”. Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, al Forum internazionale sugli oceani e la salute umana in corso all’Istituto superiore di sanità in occasione della giornata mondiale degli oceani. “L’Italia ha riconosciuto qualcosa che pochi governi hanno già tradotto in ambizione e visione concreta, cioè che la salute umana e la salute degli oceani sono la stessa storia, lo stesso presente e, soprattutto, lo stesso futuro – ha sottolineato Schillaci -. Sulla base di questo criterio è stato istituito, ad esempio, il Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (Snps), che salda formalmente il sistema della Salute con quello per la protezione dell’Ambiente, in un’ottica One Health e guardando alla sua evoluzione più ambiziosa, quella della Planetary Health”. Il ministro evidenzia inoltre come “in questa visione, si inserisce anche il progetto Sea-Care, che, unico nel suo genere nel panorama internazionale, grazie alla sinergia tra l’Istituto superiore di sanità, la Marina Militare e altri centri di ricerca nazionali e internazionali, ha raccolto campioni da tutti gli oceani portando evidenze importanti ad esempio sul tema della resistenza agli antibiotici e sulla presenza di sostanze nocive per l’uomo e tracciando persino il virus del Covid in acque ben lontane dalle nostre”. Schillaci ha infine ricordato che “una quota delle risorse del Pnrr e del Piano Nazionale Complementare sono destinate al programma ‘Salute, Ambiente, Clima’, che assume la qualità ambientale come determinante e fondamentale per garantire il diritto alla salute”. (

The post SCHILLACI: LA BUONA SALUTE DEGLI UOMINI E’ LEGATA A QUELLA DEGLI OCEANI appeared first on nelcuore.org.

CLIMA: COLTURE INVERNALI SEMPRE PIU’ A RISCHIO GRANDINE

8 Giugno 2026 ore 15:45

La geografia e la stagionalita’ della grandine sta mutando a causa del riscaldamento globale, aumentando il rischio per le zone temperate e per le relative colture invernali. E’ quanto emerge da uno studio guidato dall’Universita’ del Nuovo Galles del Sud (Unsw) e pubblicato su ‘Nature Climate Change’. Tim Raupach, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Istituto per il rischio climatico e la risposta alle emergenze dell’Unsdw, afferma che questo fenomeno fa parte di uno spostamento generale della frequenza delle grandinate verso i poli: “Secondo i modelli che ipotizzano un riscaldamento globale di 2 C e 3 C, osserviamo uno spostamento generale verso un maggior rischio nelle zone piu’ fredde e nei periodi piu’ freddi dell’anno – spiega – quindi, il rischio aumenta in inverno e spesso diminuisce in estate: si tratta di uno spostamento dalle regioni e dalle stagioni piu’ calde a quelle piu’ fredde. Queste regioni piu’ fredde includono non solo parti dell’Australia meridionale e della Nuova Zelanda, ma anche il Nord America settentrionale e l’Europa. Si registrano diminuzioni, sebbene con ancora molta incertezza, nelle zone subtropicali e in alcune parti delle medie latitudini. Cio’ include gran parte dell’Australia, nonche’ regioni dell’India, della Cina e gran parte dell’Africa”.

The post CLIMA: COLTURE INVERNALI SEMPRE PIU’ A RISCHIO GRANDINE appeared first on nelcuore.org.

Osca MT6, la SUV-coupé che riporta in vita il marchio dei fratelli Maserati

9 Giugno 2026 ore 10:53
L'ambizioso progetto industriale di Massimo Di Risio, Historic Italian Brands, sta poco alla volta concretizzandosi: dopo la presentazione dei primi modelli a marchio Itala tocca alla vettura che rilancia il brand O.S.C.A. (Officine Specializzate Costruzione Automobili), fondato dai fratelli Maserati e attivo dal 1947 al 1967: l'auto si chiama MT6 ed è una SUV-coupé lunga poco più di quattro metri e mezzo, presentata ufficialmente sul circuito di Imola. La MT6 arriverà nelle concessionarie a settembre, con un listino che parte da 49.000 euro. Linee firmate Italdesign Osca MT6 è lunga 4.515 mm, larga 1.870, alta 1.565 e ha un passo di 2.710 mm. Le linee, disegnate dal centro stile di Fabbrica Italia con la collaborazione di Italdesign, presentano gruppi ottici sottili e un'enorme calandra ottagonale in fibra di carbonio, che occupa quasi tutto il frontale. Tante le nervature su cofano e fiancate, a mettere in risalto i "muscoli" di questa SUV-coupé, che di fianco si caratterizza per la linea di cintura alta e che risale verso il posteriore, dove si incontra con le linee spioventi del tetto. Le maniglie anteriori sono a filo carrozzeria, mentre quelle posteriori sono integrate nelle portiere. Al posteriore spiccano i quattro scarichi e il fendinebbia al centro del diffusore (anch'esso in carbonio), mentre sul portellone è presente, in nero lucido, la grande scritta O.S.C.A. A dare carattere all'auto anche i cerchi di lega da 21" firmati da Mak e con pneumatici sportivi Pirelli P-Zero. Le sedute sono firmate Recaro Nell'abitacolo spiccano i sedili avvolgenti sviluppati insieme a Recaro, rivestiti in pelle e Alcantara: materiali che tornano anche sui pannelli porta e sulla plancia, rivolta verso il conducente. Su richiesta sarà disponibile anche una seduta racing realizzata proprio da Recaro, abbinata a cinture Sabelt. Dietro il volante a tre razze si trova il doppio display da 10,25" per strumentazione digitale e infotainment (con supporto per Apple CarPlay Ultra). A completare la dotazione provvedono due piastre di ricarica wireless per gli smartphone, le regolazioni elettriche per i sedili anteriori (riscaldati e ventilati) e il tetto panoramico in cristallo con tendina elettrica. Di serie anche la guida assistita di livello 2 e il parcheggio automatico. La piattaforma è Changan Realizzata su piattaforma fornita da Changan, partner del progetto HIB, la MT6 monta un quattro cilindri 1.5 TGDI abbinato a un cambio a doppia frizione a sette rapporti: ancora non sono state comunicate le specifiche tecniche di potenza e coppia, solo il dato della velocità massima, ossia 190 km/h. Tutti gli elementi legati alla dinamica di guida dell'auto, dalle sospensioni agli ammortizzatori, dall'impianto frenante maggiorato all'elettronica di gestione del motore, sono stati messi a punto da un team guidato da Roberto Fedeli. Quanto costa la Osca MT6 La nuova Osca MT6 è proposta in un unico allestimento, da 49.000 euro tutto incluso: al cliente solo la scelta dei colori di carrozzeria e interni. Le consegne inizieranno a partire dal mese di settembre. La MT6 debutterà alla 1000 Miglia, con due prototipi alimentati a BenZero (benzina ottenuta per il 65% da fonti rinnovabili) che "scorteranno" la storica MT4 Siluro.  Poi toccherà alla MT8 Accanto a loro anche il prossimo modello della Osca, coperto da camuffature opache, che verrà presentato ufficialmente nei prossimi mesi: si chiama MT8 ed è una crossover coupé lunga 4,87 metri, equipaggiata con un 2.0 TGDI, disponibile con trazione anteriore oppure integrale.

Herbert Schnitzer, addio alluomo dei successi BMW nel motorsport

8 Giugno 2026 ore 15:29
scomparso all'età di 85 anni Herbert Schnitzer, ultimo dei fratelli che hanno dato vita al team Schnitzer, protagonista dei grandi successi di BMW nel motorsport. Dalla prima concessionaria del marchio tedesco aperta nel 1964 a Freilassing, la famiglia Schnitzer ha costruito un vero impero: nel 1966 il fratello Joseph conquistò il campionato turismo tedesco con una 2000 Ti preparata dalla squadra, avviando una lunga serie di affermazioni. BMW, un legame storico Il grande pubblico ricorda soprattutto i trionfi della M3 nell'Europeo Turismo negli anni '80, ma il riconoscimento più prestigioso è stato il ruolo di rappresentante ufficiale di BMW alla 24 Ore di Le Mans tra il 1989 e il 2010, con cinque vittorie complessive. Cinque anche i successi ottenuti alla 24 Ore di Spa. Nel corso dei decenni il team Schnitzer ha conquistato titoli in DTM, STW, ALMS, WTCC e GT World Cup, consolidando una presenza vincente in diverse categorie. Nel 2020 si è conclusa la collaborazione con BMW, mentre è proseguita l'attività del Team Schnitzer Classic gestito dalla famiglia Trautwein. Il successo della AC SchnitzerHerbert Schnitzer ha avuto inoltre il merito di fondare nel 1987, insieme a Willi Kohl, AC Schnitzer, azienda specializzata nella preparazione di modelli BMW con sede ad Aachen. Nel tempo il marchio si è distinto per stile, prestazioni e soluzioni tecniche derivate dalle competizioni, arrivando a lavorare anche su vetture Mini e, dal 2019, sulla Toyota Supra sviluppata sulla base della BMW Z4.

Psilocibina naturale o sintetica? I ricercatori scelgono il fungo intero

8 Giugno 2026 ore 15:26
Da anni la psichiatria psichedelica ha scommesso su una molecola e ora un gruppo di scienziati di Barcellona si interroga per capire se quella scommessa sia stata saggia oppure no. Lo studio Time to embrace the whole, pubblicato su Natural Product Research è firmato da ricercatori dell’ANIMA Group dell’Institut de Recerca Sant Joan de Déu, …

TP-Link: sanate vulnerabilità in Tapo C520WS v2

8 Giugno 2026 ore 15:09
Aggiornamenti di sicurezza sanano 6 vulnerabilità, di cui due con gravità “alta”, nel prodotto TP-Link Tapo C520WS v2. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire ad un utente malintenzionato di compromettere la disponibilità del servizio o di eludere i meccanismi di sicurezza sui sistemi interessati.

Zelensky scrive a Putin per un faccia a faccia

8 Giugno 2026 ore 13:08

Il presidente dell'Ucraina ha pubblicato una lettera aperta indirizzata al leader della Federazione Russa per porre fine al conflitto armato che insanguina i due paesi. I toni sono tuttaltro che generosi, ma i contenuti hanno catturato l'attenzione del Cremlino. Il nodo dei territori occupati dai russi. Prevale la stanchezza da guerra. 

Peugeot e-208 GTi, ecco com'è fatta l'elettrica da 281 CV: debutto ufficiale a Le Mans

8 Giugno 2026 ore 14:54
Peugeot celebra i 100 anni dalla prima partecipazione alla 24 Ore di Le Mans, e lo fa presentando la nuova generazione di uno dei suoi modelli sportivi più amati, la Peugeot e-208 GTi: la piccola ad alte prestazioni verrà presentata ufficialmente il prossimo 12 giugno nel corso di una conferenza stampa tenuta da Alain Favey, ceo della Casa del Leone, proprio a Le Mans. All'insegna della sportività Nell'attesa, a partire da domani Peugeot presenterà tre diverse e-208 GTi in blu, bianco e rosso, a richiamare il tricolore transalpino. Il modello di serie, spiega la Casa in una nota, sarà "molto simile alla concept presentata lo scorso anno", accolta "con entusiasmo" da clienti e appassionati del brand GTi. In attesa della presentazione ufficiale, la prima immagine pubblicata da Peugeot mostra l'auto nella sua versione definitiva, che si distingue dalle altre 208 per i tanti richiami rossi sulla carrozzeria: il contorno del logo del Leone (anche al centro delle ruote), le lamelle orizzontali ai lati della calandra, il profilo sotto i proiettori e la profilatura delle protezioni in plastica sui passaruota. Assetto ribassato e carreggiate allargate Per quanto riguarda powertrain e meccanica, la Peugeot e-208 GTi riprende la configurazione già vista sulla Ypsilon HF (e sulla nuova Corsa GSE): motore elettrico da 281 CV e 345 Nm di coppia, differenziale autobloccante all'anteriore, telaio ribassato di 30 mm e carreggiate allargate di 56 mm davanti e di 27 dietro, dove c'è anche una barra antirollio. Con questi numeri, la compatta sportiva dovrebbe scattare da ferma a 100 km/h in 5,7 secondi, fino a raggiunge la velocità massima (limitata elettronicamente) di 180 km/h. La batteria ha una capacità di 54 kWh e un sistema di raffreddamento specifico per gestire la potenza extra di questo modello, e assicurare un'autonomia di 350 km nel ciclo Wltp.

Dacia Sandero ibrida col motore della Clio: cosa sappiamo su prezzi e consumi

8 Giugno 2026 ore 14:39
La Dacia Sandero resta una delle auto di maggior successo in Italia: dopo alcuni mesi in ombra, l'avvio delle consegne del restyling ha riportato la compatta sul podio delle più vendute. Anche a maggio si è piazzata seconda, alle spalle dell'inossidabile Pandina. La novità principale per il 2026 è l'arrivo della motorizzazione full hybrid di derivazione Renault, destinata a renderla ancora più interessante per le famiglie in cerca di un'auto concreta, ben realizzata e ancora più efficiente nei consumi. Fuori non cambia La Dacia Sandero full hybrid arriverà entro la fine dell'anno senza modifiche estetiche: manterrà tutte le novità introdotte dal recente restyling, a partire dalla nuova firma luminosa a "T" rovesciata e dalla calandra ridisegnata con inserti a effetto pixel color argento su fondo nero. Aggiornati anche i gruppi ottici posteriori, mentre la Stepway adotta una fascia nero opaco che attraversa il portellone. Sempre per la variante con impostazione crossover, le protezioni in plastica sono realizzate in Sparkle, già presente su Duster e Bigster. Dentro è più moderna Anche l'abitacolo conferma l'impostazione delle altre versioni. Il quadro strumenti digitale da 7" presenta una grafica aggiornata sugli allestimenti top (Journey ed Extreme), mentre il sistema di infotainment da 10" è disponibile a partire dalla versione Expression. Rivisti ergonomia del volante e selettore del cambio automatico. Nel complesso migliorano materiali e finiture, così come le possibilità di arricchire la dotazione con accessori come la ricarica wireless per smartphone e il navigatore connesso. Il motore è quello della Clio Il sistema full hybrid E-Tech da 155 CV segna il debutto dell'elettrificazione sulla Sandero. Il powertrain, sviluppato da Renault, è già disponibile su Jogger, Duster e Bigster (in configurazione fino a 158 CV per le SUV). Il motore termico è un quattro cilindri aspirato da 1.789 cc prodotto da Horse, da 109 CV, funzionante secondo il ciclo Atkinson con iniezione diretta a 350 bar per aumentare l'efficienza e ridurre consumi ed emissioni. La componente elettrica prevede uno schema serie-parallelo con un'unità da 36 kW (49 CV) e 205 Nm, affiancata da un secondo motore elettrico da 15 kW (20 CV) e da una batteria agli ioni di litio da 1,4 kWh. La potenza complessiva raggiunge 114 kW (155 CV), con trasmissione automatica elettroattuata a 4 marce. In città potrebbe sfiorare i 29 km/l Non sono ancora disponibili i dati ufficiali sui consumi della Sandero full hybrid, ma è possibile fare riferimento ai rilievi del Centro prove sulla nuova Renault Clio, il modello tecnicamente più vicino. La sesta generazione ha registrato una media di 21,2 km/l, con picchi di 28,9 km/l in città (22,4 km/l in statale e 15,5 km/l in autostrada). Valori molto interessanti, soprattutto nell'attuale contesto di rincaro dei carburanti. Per la Sandero è plausibile ipotizzare percorrenze leggermente migliori, considerando un peso potenzialmente inferiore. Quanto costerà la Sandero full hybrid? Il tema prezzo sarà centrale: la Sandero parte oggi da 14.800 euro per la Streetway da 65 CV e da 16.500 euro per la Stepway a GPL da 120 CV. Sulla Jogger il passaggio al full hybrid comporta un aumento di 4.450 euro: mantenendo lo stesso differenziale, la Sandero full hybrid potrebbe partire da poco oltre i 19.000 euro. Una soglia che la renderebbe tra le full hybrid più accessibili del segmento urbano, al di sotto o in linea con modelli come Toyota Aygo X (da 20.850 euro) e Fiat 500 e Grande Panda (da 19.900 euro).

Jacky Ickx: Le Mans non è una gara, ma una storia sulla vita

8 Giugno 2026 ore 14:23
Ha corso e vinto ovunque. Sull'asfalto, nel fango, nella notte. E dove una strada non esisteva ancora, spesso è stato lui a immaginarla, disegnarla e dominarla. Jacky Ickx non appartiene soltanto alla storia dell'automobilismo: fa parte di quella rarissima categoria di uomini capaci di attraversare un'epoca intera restando sempre contemporanei. Sei vittorie alla 24 Ore di Le Mans, successi in Formula 1, nel Mondiale Endurance e persino alla Dakar. Ma soprattutto una visione quasi filosofica della corsa, del rischio e della libertà. La 24 Ore di Le Mans: molto più di una semplice garaUna chiacchierata, come con un vecchio amico, per parlare della gara per eccellenza: la 24 Ore di Le Mans e ciò che rappresenta oggi. La risposta diventa qualcosa di più profondo di una semplice intervista. Non è una storia su Jacky Ickx, dice con un sorriso accennato. una storia sulla vita. Tutto, nelle sue parole, parte da qui. Dalla convinzione che la 24 Ore non sia soltanto una competizione automobilistica, ma uno dei luoghi simbolici del Novecento industriale e umano. Per Ickx, Le Mans è sopravvissuta perché ha saputo unire tecnologia, uomini, tragedie, pubblico e libertà. La macchina ha cambiato il mondo, racconta. Ha dato all'uomo la libertà di andare dove voleva. E la corsa è stata un'opportunità straordinaria per svilupparne la tecnica. Il fascino intramontabile della Sarthe Arriva poi il punto centrale, quello che spiega perché la Sarthe continui a esercitare un fascino unico rispetto a qualsiasi altra corsa. Perché è una leggenda? Perché ci sono le storie. I piloti. Le macchine. Gli organizzatori. Ma soprattutto il pubblico. Quando hai trecentomila persone che vengono lì, capisci che quella gara appartiene davvero alla gente. Nelle sue parole non c'è nostalgia. O almeno non nel senso romantico. Quando gli si chiede se il motorsport moderno abbia perso parte della magia di un tempo, Ickx rifiuta quasi il confronto. Il mondo di ieri non assomiglia a quello di oggi. Non mi interessa dire se prima era meglio. finito. Ogni epoca è diversa. Rischio, responsabilità e sicurezza Anche sulla sicurezza evita ogni retorica. Lui, che contribuì simbolicamente a cambiare per sempre la celebre partenza di Le Mans attraversando lentamente la pista e allacciandosi le cinture prima di partire, preferisce parlare di responsabilità più che di eroismo. Fare qualcosa di rischioso è una libertà. Ma certe cose erano semplicemente stupide. Ricorda l'incidente mortale di John Woolfe nel 1969 come uno spartiacque definitivo. Non una battaglia ideologica, ma il momento in cui il motorsport comprese davvero che la sicurezza non era un dettaglio secondario. Eppure, nonostante tutto, la paura non sembra avere spazio nella sua testa. Se pensi al rischio anche solo per un secondo, sei già battuto. Lo dice con una calma quasi disarmante. Non come una posa da uomo duro, ma come una spiegazione tecnica, mentale, esistenziale. Per lui guidare significava entrare in uno stato assoluto di concentrazione. Pensare alla paura equivaleva ad accettare la sconfitta. Il leggendario ritorno della Ferrari con la 499P Il discorso torna inevitabilmente a Ferrari. Al ritorno della 499P e alla vittoria arrivata cinquant'anni dopo l'ultima. Nessuno si aspettava una cosa del genere. Ed è proprio questo che crea la leggenda. Sorride mentre lo dice, consapevole che Le Mans vive anche di imprese quasi impossibili, di storie che sembrano troppo belle per essere reali. Le Mans: storia, coraggio e passioneE forse è proprio questo il punto. Ascoltando Jacky Ickx si capisce che la 24 Ore non è soltanto una corsa lunga un giorno intero. un posto dove da oltre cento anni continuano a incontrarsi industria, coraggio, memoria e passione popolare. Ed è probabilmente per questo che ancora oggi bastano due parole Le Mans per cambiare lo sguardo di chi l'ha vissuta davvero. Sembrano troppo belle per essere vere. E forse è proprio questo il punto. Ascoltando Jacky Ickx si capisce che la 24 Ore non è soltanto una corsa lunga un giorno intero. un posto dove da oltre cento anni continuano a incontrarsi industria, coraggio, memoria e passione popolare. Ed è probabilmente per questo che ancora oggi bastano due parole Le Mans per cambiare lo sguardo di chi l'ha vissuta davvero.

TikTok Car? ByteDance smentisce

8 Giugno 2026 ore 14:12
ByteDance, la società madre di TikTok, smentisce i piani per il lancio di un'auto in collaborazione col gruppo Seres. La holding di Pechino ha chiarito che non sta pianificando il debutto di vetture o marchi automobilistici, specificando di non detenere alcuna quota in Saidou Technology, la controllata di Seres nata dalla ristrutturazione del brand Landian: si limiterà a fornire tecnologie per lo smart cockpit e sull'intelligenza artificiale per l'industria automotive, tenendo il brand del social network separato da queste operazioni industriali.

Press release - Briefing on the entry into application of the EU Migration Pact with lead MEPs

On Wednesday at 9:15, several MEPs will hold a briefing for journalists as the implementation phase of the EU Pact on Migration and Asylum begins on 12 June 2026.
Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs

Source : © European Union, 2026 - EP

SFIDO IL CAMPIONE DEL MONDO AL MONZA PIZZA BIKEPARK

8 Giugno 2026 ore 14:00

💾

Oggi abbiamo in park @DawajDawid , il campione del Mondo di Slopestyle del 2024... e mi ha battuto in pantaloni corti 😅🤣. Dopo aver assaggiato Pizza e gelato Italiani, Dawid ci ha parlato poi del suo progetto più grande con Red Bull, dove ha speso 300.000€ per saltare su un treno in corsa!

👕ABBIGLIAMENTO FORN X TOTO👕: https://www.forn-lab.com/negozio-online/Toto-c117430564

🛒LA MIA ATTREZZATURA🛒
https://www.amazon.it/shop/torquatotesta

📩 RICHIESTE COMMERCIALI: totocollab@gmail.com

SEGUIMI SU INSTAGRAM:
https://www.instagram.com/torquatotesta/

SEGUIMI SU FACEBOOK:
https://www.facebook.com/torquatotestapage

Taiwan hits back at Beijing’s ‘cognitive warfare’ after coastguard patrols

Taiwan has accused Beijing of escalating tensions after mainland Chinese coastguard and survey vessels carried out law-enforcement operations in waters off the island’s east coast. Over the weekend, mainland China’s transport ministry announced a “special maritime traffic law enforcement operation” and dispatched a flotilla of coastguard vessels into the waters east of Taiwan. That included the coastguard’s largest patrol vessel. Chinese state media said the operation was a “necessary action” to...

Riparazione UPS APC CS 500: Riusciro' Nel Mio Intento O SARA' CATASTROFE? 1/3 #ups #apc #prepping

8 Giugno 2026 ore 13:00

💾

DONAZIONI per la GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

#vlogger #vlogs #faidate #diy #diycrafts #laboratorio #vintageradio #vacuumtube #radioavalvole #vintage
#repair #repairing #righttorepair #vintage #spaceage #design #restoration #computerhistory #computer #riparazione #funny #funnyvideo #funnyvideos

Questo UPS della APC, modello CS 500, ha CESSATO di funzionare tempo addietro, ed ora e' il momento di metterci le mani, perche' quello che avevo prima e' un maledetto generatore di disturbi radio.

C'E' L'HA FARHO'? parte 1/3 !!!

*OCCHIO al mio AMAZON SHOP! https://www.amazon.it/shop/asbestomolesto*
*Le mie attrezzature le trovate nel mio negozietto AMAZON:*
Queste sono tutte cose che USO GIORNALMENTE e di cui sono molto soddisfatto :)

*TRASMETTITORE RADIO AM* : https://it.aliexpress.com/item/1005005593010774.html

*Saldatore* economico ma funzionale: https://amzn.to/43MSuxZ
*Stagno* 60/40 OTTIMO *NON-RoHS*: https://amzn.to/4cBf290
*Trecciola dissaldante: https://amzn.to/3PNsgWj*
*Flussante* Amtech NC-559-V2-TF: https://amzn.to/43DPAvo
*Pasta per saldature* elettroniche: https://amzn.to/43GAN39
*Disossidante* per saldature: https://amzn.to/4axQagu
*Tester digitale* UNI-T UT139C: https://amzn.to/43HeKZX
*Oscilloscopio portatile* : https://amzn.to/4acVQwx
*Cassettiera portacomponenti* : https://amzn.to/4cwPObX
*Masterizzatore M-DISC Blueray* : https://amzn.to/3IZ3VJj

*Antenna MINI WHIP* : https://amzn.to/4aDnnHx
*ALTRA ANTENNA MINI WHIP*: https://amzn.to/43NHReh
*Ricevitore SDR*: https://amzn.to/3TLirJR
*Ricevitore radio XHDATA D-808* : https://amzn.to/3xQzYieribZ

*Display Voltmetro 0-30Vdc* : https://amzn.to/3xepanL
*XHDATA D-808* radio onde corte AM/FM/Airband/ETC: https://amzn.to/43EutZS
*Evaporust* : https://amzn.to/3xaNRBy
*Caricabatterie solare* USB etc: https://amzn.to/43Cn39D
*Rotelle per sedia* : https://amzn.to/49kSrKZ

*Le mie attrezzature VEVOR ed i codici per acquistarle con sconti:*

5% di sconto per tutti i prodotti: *VVALL05*

*Termocamera infrarossi* VEVOR SC240N: https://s.vevor.com/bfQsoD
*Pulitrice ad ultrasuoni* VEVOR da 10 litri: https://s.vevor.com/bfQgEk
*Telecamera endoscopica* VEVOR 5 metri 3 telecamere: https://s.vevor.com/bfQbze

*BRAKLEEN pulitore freni* : https://amzn.to/3VGjgX0
*Cavo adattatore da OBD2 a OBD 3 pin* : https://amzn.to/43I4zUY
*Cavo diagnostico OBD per PANDA 141* ed altre auto storiche: https://amzn.to/3xiD9co
*Adattatore Da Attacco H4 HS1 A H5 R2 G40* : https://amzn.to/4cAByPf
*Lampade Philips RacingVision GT200 H4* per Panda 141: https://amzn.to/3xipx0O
*Imbottitura sedile panda 141 seduta* : https://amzn.to/4cAMLPT

*CINEBASTO Riscaldatore DIESEL* 8KW VEVOR BLUETOOTH lo trovate qui:

8KW vertical version: https://s.vevor.com/QTYSY1
8KW horizontal version: https://s.vevor.com/QTYSZC
Black friday promotion: https://s.vevor.com/QTYSZP
5% di sconto per tutti i prodotti: VVALL05


Se vi interessa il VEVOR, , guardate la serie completa!
PARTE 1: https://www.youtube.com/watch?v=A9xgrcAC4_8
PARTE 2: https://www.youtube.com/watch?v=mwhiqrgUQck
PARTE 3: https://www.youtube.com/watch?v=LVSfAheBhYk
PARTE 4: https://www.youtube.com/watch?v=9DlC6uSOrno
PARTE 5: https://www.youtube.com/watch?v=hdMPFVHCf7w
PARTE 6: https://www.youtube.com/watch?v=yjk9LYeo7dI

_In qualità di Affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei: aiuterete il canale a crescere!_

Tensione e paura a San Pietro: gli abusivi dettano legge davanti alla Polizia!

8 Giugno 2026 ore 13:00

💾

Siamo tornati a Piazza San Pietro, una delle mete più frequentate di Roma ma anche, teoricamente, una delle più sicure e controllate h24 dalle forze dell'ordine. Nonostante il massiccio presidio, la piaga dei venditori abusivi di braccialetti è sempre presente. Ormai sembrano dettare legge: molti sono senza documenti regolari, altri addirittura gravati da decreti di espulsione dall'Italia.

Non appena vedono una telecamera, si avvicinano in gruppo con arroganza per insultare e imporre di spegnere l'obiettivo, nel tentativo di nascondere le loro attività illegali.

Memori delle passate esperienze, questa volta abbiamo mantenuto le distanze per evitare di essere accerchiati. Inaspettatamente, in nostro supporto sono intervenuti alcuni senzatetto della zona che, vivendo lì, hanno cercato di mediare per evitare che la situazione degenerasse, almeno fino all'arrivo della Polizia.

Gli agenti hanno poi preso in custodia il soggetto più ostico e in evidente stato di agitazione, portandolo in commissariato in quanto privo di documenti (l'uomo ha opposto resistenza anche nel salire sulla pattuglia). Questo intervento ha fatto temporaneamente disperdere decine di abusivi dalla piazza... ma per quanto tempo? Purtroppo, poco dopo la nostra partenza, la situazione è tornata esattamente come prima.

Lascia un COMMENTO 💬 e dicci cosa ne pensi. Iscriviti al canale per non perdere i prossimi reportage!

Rilevate vulnerabilità nei componenti X.Org

8 Giugno 2026 ore 12:40
Rilevate 9 nuove vulnerabilità, di cui 7 con gravità “alta”, nei componenti X.Org X server e Xwayland, appartenenti all’infrastruttura grafica dei sistemi Unix-like. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire la compromissione della disponibilità del servizio o l’elevazione dei privilegi sui sistemi interessati.

BYD Great Han: le prime foto della nuova ammiraglia elettrica e plug-in hybrid

8 Giugno 2026 ore 12:31
BYD ha pubblicato le prime immagini della Great Han, futura ammiraglia della gamma Dynasty. La berlina, ancora parzialmente protetta da pellicole e priva di denominazione definitiva, condivide la piattaforma con la Great Tang ma si distingue per uno stile molto slanciato, quasi da coupé a quattro porte, con particolare attenzione all'efficienza aerodinamica. Oltre 1.000 km con l'elettrica La BYD Great Han sarà in vendita in Cina entro fine anno, con prezzi ancora da definire. I clienti potranno scegliere tra varianti plug-in hybrid ed elettriche, entrambe equipaggiate con batterie Blade di seconda generazione, progettate per supportare le ricariche più rapide disponibili sul mercato. BYD non ha ancora diffuso i dati tecnici completi, ma ha confermato che l'autonomia della versione elettrica varierà da 880 a 1.008 km nel ciclo cinese, a seconda della configurazione con trazione posteriore o integrale.

Framacalc collaboratif?

Bonjour à tous !

Avec des amies on voulait faire un framacalc mais apparemment, elles n’arrivent pas à modifier le tableau en question… Je voulais savoir s’il y avait des choses à cocher ou à modifier dans le tableur pour mettre l’édition en mode “public” ?

Merci infiniment !

3 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

Auto, il 2035 si complica: scontri politici e rinvii frenano la revisione

8 Giugno 2026 ore 12:19
La revisione dei regolamenti sulle emissioni degli autoveicoli è uno dei dossier più caldi per l'industria europea. Purtroppo, come abbiamo raccontato di recente anche grazie all'aiuto del presidente dell'Anfia, Roberto Vavassori, i tempi sono tutto tranne che brevi.Lo scorso dicembre, la Commissione Ue ha presentato il tanto atteso pacchetto Automotive, con la relativa cancellazione mascherata dell'obiettivo di riduzione delle emissioni del 100% nel 2035, facendo così scattare un iter che ha fatto pochi passi avanti. Le proposte di Bruxelles, infatti, devono essere prima esaminate dalla Commissione Ambiente del Parlamento europeo. Sarà questo organismo a definire una posizione da sottoporre al voto degli eurodeputati riuniti in seduta plenaria. Poi toccherà al Consiglio Ue esprimersi e non è esclusa neanche la possibilità che scatti il Trilogo per trovare una quadra tra le istanze dei tre organi di riferimento del blocco comunitario.Al momento il voto parlamentare è previsto per novembre, ma Vavassori non ha escluso la possibilità di tempi ancora più lunghi. Insomma, l'incertezza la fa da padrona, ancor più alla luce degli sviluppi degli ultimi giorni: infatti, è emersa una chiara spaccatura tra i principali schieramenti politici che sostengono l'attuale Commissione e il suo presidente Ursula von der Leyen. Il nodo elettorale L'unica certezza è rappresentata dai tanti appuntamenti elettorali del 2027: ad aprile sono in programma le elezioni presidenziali francesi, ad agosto le elezioni generali spagnole e nel mezzo (forse a fine maggio) le elezioni politiche italiane. Non sono quindi un caso le dichiarazioni ad Automobilwoche di Jens Gieseke, eurodeputato del partito tedesco della CDU, nonché portavoce del Ppe per la Commissione Trasporti e membro della Commissione Ambiente: Tutto deve essere finalizzato entro la fine del primo trimestre del 2027".Da novembre in poi, sarà quindi una corsa contro il tempo per evitare lo stallo prodotto dagli effetti delle tornate elettorali in tre importanti Paesi europei, che da tempo hanno assunto una chiara posizione sulle politiche di Bruxelles per l'auto. di pochi giorni fa una lettera inviata, tra gli altri, da Francia e Spagna per chiedere alla Commissione di mantenere le politiche a favore della mobilità elettrica e, soprattutto, l'obiettivo zero emissioni al 2035. Si tratta di una posizione nettamente contrastante con quella di Germania e Italia, favorevoli a una profonda revisione per tener conto delle conseguenze sociali ed economiche dei regolamenti comunitari. Bozze e contro-bozze La spaccatura tra i Paesi si riflette negli schieramenti parlamentari della maggioranza Ursula. Basta leggere le bozze di relazione presentate alla Commissione Ambiente. La prima, a firma di Massimiliano Salini del Ppe, prevede una serie di modifiche al pacchetto Automotive, tra cui una riduzione "reale del 90%" delle emissioni, eliminando il meccanismo dei crediti proposto da Bruxelles. La Commissione propone sì di arrivare al 90%, ossia circa 11,5 grammi di CO2, ma lega il restante 10% a due condizioni: utilizzo di acciaio verde (7%) e ricorso ai carburanti alternativi (3%).Il meccanismo è estremamente macchinoso, ma c'è un aspetto ancor più controverso: il trattamento delle flotte aziendali. A tal proposito, Tiemo Wölken e Franois Wölken del Gruppo Socialdemocratico hanno depositato una seconda bozza di relazione con misure ancor più restrittive di quelle della Commissione. Bruxelles, per spingere l'elettrificazione delle auto delle grandi imprese (con 250 o più dipendenti o un fatturato di 50 milioni di euro), ha definito target obbligatori per ogni Paese. Per esempio, si stabilisce per la Germania un obiettivo minimo del 54% di veicoli a zero emissioni al 2030 e del 95% al 2035. La bozza alza il primo target al 65% e il secondo al 99%. Per l'Italia, invece, si passa dal 45% al 54% e dall'80% all'84%. Nel complesso, l'Ue dovrebbe arrivare per la fine del decennio a un mix di elettriche nelle flotte aziendali del 54%, contro il 45% indicato dalla Commissione. Inoltre, la bozza di Wölken e Wölken chiede agli Stati di non concedere agevolazioni fiscali alle auto aziendali alimentate a combustibili fossili a partire dal 2028 e di privilegiare solo le auto a batteria prodotte in Europa. L'insoddisfazione tedesca La relazione dei socialdemocratici ha già scatenato una veemente reazione non solo all'interno del Ppe. L'associazione tedesca dell'industria automobilistica, Vda, ha già bocciato la bozza, respingendo qualsiasi ipotesi di ulteriore innalzamento del livello di ambizione già discusso in passato. L'influente organizzazione presieduta da Hildegard Müller ha quindi bollato come controproducenti nuove misure che rischiano di complicare una transizione già di per sé economicamente complessa e di aumentare gli oneri burocratici per imprese e fleet manager. A tal proposito Müller ricorda la posizione di Berlino, che ha già espresso la sua opposizione alle misure del pacchetto Automotive per le flotte e ribadisce l'invito a Bruxelles a migliorare le condizioni per la mobilità elettrica, tra cui la modernizzazione delle reti e prezzi più bassi dell'energia.Ovviamente, la Germania ha un peso cruciale. Il Ppe potrebbe anche affidarsi ai partiti più radicali per ottenere il via libera alle sue proposte, ma il cancelliere Friedrich Merz, secondo alcune ricostruzioni, spinge per un accordo tra il partito popolare e gli altri partiti della maggioranza (oltre ai socialdemocratici, anche i liberali di Renew). In tal caso, però, si rischia di arrivare a un compromesso insoddisfacente per l'industria dell'auto europea e incapace di sgombrare il campo dall'attuale clima di incertezza normativa.

What ProPublica Found in the Genetic Code of America’s Measles Outbreaks

8 Giugno 2026 ore 12:00
A collage overlays a black-and-white photo of a wooden sign reading “Measles testing” in a scene with a Texas flag in the background. Illustrations of genetic sequences and branching diagrams surround the sign, with red banners highlighting various DNA configurations that are labeled with locations and dates from Texas and Utah.
Photo illustration by Lisa Larson-Walker/ProPublica. Source image: Julio Cortez/AP Photo.

American children lined up for the world’s first measles shots in the early 1960s, but it took nearly 40 years of shoring up immunization programs before the infamous contagion had been so thoroughly controlled that a panel of experts declared in 2000 that the United States had eliminated measles within its borders.

For a quarter century, the U.S. only saw outbreaks when infected travelers brought the virus in from abroad. The resulting waves of measles didn’t last more than a year.

Those days are gone.

Measles began tearing through the dusty plains of West Texas in January last year, and since then, all but a handful of states have seen cases. Two unvaccinated Texas girls and an adult across the border in New Mexico died before the West Texas outbreak seemed to burn out last July.

By then, measles was popping up in Utah, and state health officials couldn’t tell where the earliest patients had caught the virus. Infections in that state took off that fall and winter and continued into May of this year.

The Texas and Utah cases now sit at the center of an unusually technical — and politically fraught — question: whether the United States will lose its measles-free distinction.

Countries aren’t penalized for losing the status, but it’s an indication of cracks in a nation’s once rock-solid immunization programs, a loss of faith in vaccines among its people — or both.

To have any chance of keeping the designation, the U.S. will need to make a strong case that measles didn’t spread endemically — from person to person in a continuous chain within the country for more than a year. If the Texas virus, for example, made its way across the Southwest to Utah and continued infecting people there, that would be a problem. But if cases in Utah were instead sparked by a patient who caught measles abroad, that would be a new chain, restarting the clock.

For clues, the Centers for Disease Control and Prevention is analyzing the full genetic code of measles viruses that infected patients. Last November, the CDC’s leader at the time said preliminary genomic analysis suggested the Utah cases were not directly linked to those in Texas. A spokesperson for the Department of Health and Human Services told ProPublica that the work was done by the state laboratories and the CDC is conducting a more comprehensive investigation.

ProPublica embarked on its own analysis, reviewing over 1,800 whole genome sequences, including those released as recently as last month, to compare the genetic fingerprints of measles viruses circulating in the U.S. and Canada. This showed that the measles virus still spreading in Utah as of this May is very closely related to the one that sickened Texans over a year ago.

ProPublica’s analysis isn’t a smoking gun that proves endemic spread. It’s impossible to tell from this information whether the virus spread from state to state or if it at some point left the country and was brought back by a sick traveler.

But given how similar the viruses are in the sequences ProPublica identified, it’s going to be difficult for the U.S. to prove measles isn’t endemic — “unless CDC has something up their sleeves,” said Dr. Alberto Severini, a retired molecular virologist and measles expert who spent two decades at Canada’s Public Health Agency.

This is a small portion of the genetic code from a sample of measles virus collected in Utah in May 2026. Each letter represents one of the four molecules that encode the unique instructions for how the virus is built and operates.

ProPublica compared it to the sequence from a virus collected during the first days of the Texas outbreak in January 2025.

The two sequences are nearly identical. But when you look closely, mutations — tiny changes in the virus’s genetic code — begin to appear. These mutations form a distinct fingerprint.

Out of the nearly 16,000 genetic letters in each sequence, only 12 differ between the original Texas virus and the Utah virus sampled more than a year later. The mutations did not appear all at once.

As the virus spread in Texas, tiny copying errors appeared in its genetic code. One of these cropped up weeks into the outbreak: a G molecule turned into an A.

Over the following months, this branch of the outbreak continued spreading — and continued mutating. By May 2025, a virus collected from a Texas patient bore five distinct mutations.

Then those same five mutations appeared in Utah. A virus carrying this distinctive genetic pattern was found there in June 2025.

Soon, measles cases surged in Utah. Many viruses collected there carried the same five mutations, along with additional new ones. Related viruses continued infecting Utah residents as recently as this May.

The unique fingerprint of mutations hasn’t been limited to these states. The five mutations observed in Texas and Utah were also present in sequences the CDC published of viruses that infected patients last May and June in Iowa, North Dakota, Minnesota and Alaska.

But it’s not clear that the genetic fingerprint is only in the U.S.: No whole genome sequencing has been made public from cases in either Mexico or the Canadian province of Ontario, where measles has also raged.

That matters because whether the virus was spreading continuously in the United States for more than a year — rather than circulating abroad and being brought back into the country by travelers — is a key question facing a panel of experts convened by the Pan American Health Organization.

A regional office of the World Health Organization, PAHO will decide whether the U.S. keeps its measles-free designation. Canada lost its status last year. PAHO invited the U.S. to make its case in April, but American officials asked for more time to investigate how the virus had been spreading. The review was moved to November.

Daniel Salas, a PAHO official, said the kind of thorough analysis that CDC is doing “takes time.”

“What the U.S. is trying to do with this whole genome sequencing is trying to find some patterns that could eventually say, for example, this mutation of the virus occurred in a different country, in a different place to the current outbreak that they’re trying to analyze, so that eventually, that might be taken into consideration to somehow replace the epidemiological information that is missing,” he said. “There’s no country that has done this before.”

One of the biggest questions is how the virus got into Utah. Health officials determined that the first confirmed patient there, identified last June, couldn’t have been exposed to measles in another country or even another state. Utah State Epidemiologist Dr. Leisha Nolen said she and her team reviewed the places the patient had been and the people they had been around, but still couldn’t figure out where they caught the virus.

Clues suggested measles had been quietly spreading in the region. A CDC disease detective investigating subsequent cases that spanned the Utah-Arizona border said there had been reports of community members with rashes last June, but the patients declined measles testing and families were often reluctant to answer questions.

Throughout the outbreak, no interviews suggested any patient was exposed in another country, Nolen said, but she and her team cannot rule out the possibility.

ProPublica asked the CDC whether its epidemiologists had linked any of Utah’s measles cases to an international outbreak, but the agency wouldn’t say, nor would it directly comment on genetic similarities ProPublica found between viruses in Texas and Utah. In a written statement, a spokesperson said, “Sequencing alone cannot determine whether transmission has been continuous or sustained.”

While genomic analysis can provide clues, the spokesperson wrote, “These findings must be interpreted alongside epidemiological data, including travel history, exposure information, and known outbreak connections.”

The CDC is still working on “a comprehensive analysis of potential linkages among cases and outbreaks” and has gathered additional epidemiological data, the spokesperson said, but did not elaborate on what that shows.

With the midterm elections approaching, the spread of measles has become a political liability for President Donald Trump, who picked the founder of an antivaccine organization to be his health secretary. Since Trump’s inauguration last year, there have been more than 4,300 U.S. cases, a high not seen in three decades.

Eliminating the endemic spread of measles is the public health equivalent of slaying a dragon. The disease is among the most contagious humans have ever encountered. Patients are infectious even before the telltale rash appears, and the contagion can linger in a room for two hours after they leave.

Policymakers built the U.S. immunization system on lessons learned from measles outbreaks. To get the sky high-vaccination rates needed to stop the disease from spreading, states made shots mandatory for school and daycare attendance, and the federal government provided them free to low-income kids. When measles still managed to roar back, state lawmakers in California and New York cracked down on exemptions to their school mandates. The U.S. helped other countries fight measles, too, not only to prevent deaths but also because people in power recognized that infectious diseases kept in check abroad are less likely to return to American shores.

During prior U.S. outbreaks, health and political leaders, with unwavering language, urged Americans to vaccinate their children and assured them the shots were safe.

Trump and HHS Secretary Robert F. Kennedy Jr. haven’t followed that playbook. Both have fueled doubts about the safety of the MMR shot, which guards against measles, mumps and rubella.

Researchers around the world have found the vaccine does not cause autism. Nevertheless, at a press conference on autism last fall, Trump said he had heard for years that there was a problem with the combination vaccine and urged parents to insist on separate shots for their kids — even though standalone shots don’t exist in the U.S.

Kennedy has said the vaccine offers protection from measles, but he also has repeatedly made the shot sound scarier than the disease.

“There are adverse events from the vaccine,” he told Sean Hannity on Fox News last year. “It does cause deaths every year.”

On a podcast, Kennedy said that when he got the virus as a kid, he got to watch television for a week. “I got chicken soup and vitamin A, which nobody can patent,” he said.

Measles kills 1 to 3 out of every 1,000 people infected and can cause deafness, intellectual disability and brain swelling. In a “know the facts” post, the Infectious Diseases Society of America said there have been no deaths shown to be related to the shot in healthy people. “There have been rare cases of deaths from vaccine side effects among children who are immune compromised, which is why it is recommended that they don’t get the vaccine,” the medical society explained. “That’s why it is so important that everyone who can get vaccinated does so, to protect those who can’t.”

HHS spokesperson Andrew Nixon said in an email that Kennedy “believes Americans deserve clear information about both the benefits and risks of medical products so they can make informed healthcare decisions in consultation with their healthcare providers.”

Nixon said “heavy-handed mandates” contributed to the significant loss of trust in health institutions during the COVID-19 pandemic. “The Secretary maintains that public health agencies rebuild trust through honesty, transparency, and respect for individual choice — not coercion,” Nixon wrote.

Kennedy has tried to distance himself and the administration from the measles resurgence. He said the U.S. has done a better job of limiting the spread than any other country and pointed to the far higher number of cases in Canada and Mexico, whose populations are much smaller.

White House spokesperson Kush Desai told ProPublica, “Fake News reporters should be spending more time examining why the Trump administration’s efforts to contain America’s measles outbreak has been so much more successful than those of Canada and Mexico instead of regurgitating the same, tired narratives.”

Kennedy has also reminded lawmakers that the Texas outbreak began before he became health secretary.

“We have a global pandemic,” he told senators in April. “It has nothing to do with me.”

Kennedy has been among the most prominent voices in the antivaccine movement for more than a decade.

Dr. Adam Ratner, a pediatric infectious disease physician who wrote a book about measles, said Kennedy has done “everything in his power to undermine confidence in vaccines in the U.S.”

During a measles outbreak in New York City that began in 2018, Ratner treated at least five unvaccinated kids who were hospitalized, including a couple who needed intensive care, so he knows that not every child escapes the disease with nothing more than memories of screen time and soup.

While most parents still support immunizations, Ratner worries that the country no longer has the stomach for the kinds of policies that once stopped endemic spread. Rather than making school vaccine requirements stricter, some states are working to do away with them altogether in the name of medical freedom.

“You need a highly vaccinated population to control the spread,” he said. “In the absence of that, I think that we will have ongoing spread, and we’ll have tragedies like the ones that we saw in West Texas with the two kids who died.”

The U.S. may very well find the international travelers it needs to prove that the country is still measles free. But if all remains the same, experts said, it will only be delaying the inevitable.

“It doesn’t change the fact that there’s been transmission of measles in the United States for over a year,” Severini said. “If people don’t vaccinate, measles is going to be endemic.”

The post What ProPublica Found in the Genetic Code of America’s Measles Outbreaks appeared first on ProPublica.

Smartphone, alcol, droghe: i ragazzi faccia a faccia con i pericoli alla guida

8 Giugno 2026 ore 16:15
I giovani al centro del confronto sulla sicurezza stradale. Al Villaggio Arma di Roma, in occasione del 212 Annuale di Fondazione dei Carabinieri, istituzioni, esperti e studenti si sono incontrati per riflettere su rischi e comportamenti alla guida. Tra distrazioni, uso dello smartphone e consumo di alcol, il messaggio è netto: la sicurezza nasce prima di tutto da scelte consapevoli. Rischi simulati per capire quelli veri L'incontro è stato moderato dal nostro direttore Alessandro Lago e in sala erano presenti anche quattro classi di scuole medie: guidatrici e guidatori di domani, ma già oggi utenti della strada come pedoni o passeggeri. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione gli interventi e, al termine, partecipato a prove con visori che simulano la guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. "Non siamo mai stati così distratti è l'avvertimento che il direttore di Quattroruote ha dato agli studenti, invitandoli a testare le difficoltà - e le insidie - cui andiamo incontro quando tentiamo di svolgere più azioni contemporaneamente. L'esperimento ha evidenziato quanto l'attenzione alla guida possa essere compromessa da fattori esterni, su tutti l'uso dello smartphone: non a caso, la nostra rivista ha lanciato la campagna Stop Cellular, dedicata al corretto utilizzo del telefono durante la guida. Aiuto dalla tecnologia, ma il fattore umano resta al centro Il tenente colonnello Giuseppe Nardò, comandante del Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Roma, ha portato il punto di vista operativo dei militari impegnati nei controlli su strada. Se da una parte i sistemi presenti sulle auto più moderne aiutano a compensare alcune distrazioni, dall'altra resta centrale il fattore umano, decisivo per prevenire incidenti. Accanto ai dispositivi elettronici, Nardò ha richiamato l'attenzione sui rischi legati all'abuso di alcol e all'uso di sostanze stupefacenti alla guida. Ragazzi che educano ragazzi A rafforzare il messaggio Alessandro Invernici, fondatore e vicepresidente di Ragazzi on the road APS, associazione che promuove il progetto On the road, dedicato all'educazione alla sicurezza stradale e alla legalità. L'iniziativa coinvolge i giovani in attività di pattuglia e soccorso, favorendo senso civico e consapevolezza.Nata 19 anni fa, l'associazione ha coinvolto oltre 1.600 giovani ed è attiva in più di 160 Comuni con percorsi di volontariato, PCTO e programmi rieducativi. Ai partecipanti con più di 16 anni viene offerta la possibilità di affiancare, in turni reali e dopo una formazione specifica, Polizia Locale, Forze dell'Ordine e operatori del soccorso, entrando in contatto diretto con la gestione delle emergenze e la tutela del bene comune. Il Villaggio Arma: la carta d'identità dei CarabinieriIl Villaggio Arma, iniziativa lanciata lo scorso anno dal Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, ha offerto al pubblico uno spaccato completo delle attività della Benemerita, anche attraverso incontri tematici in cui gli ufficiali hanno illustrato nel dettaglio i rispettivi ambiti operativi. Un progetto che ha contribuito ad avvicinare l'Istituzione ai cittadini e che è rimasto aperto fino a domenica 7 giugno, per chiudersi con l'esibizione equestre e il tradizionale Carosello storico dell'Arma dei Carabinieri.

L'IA sta già rivoluzionando il post-vendita

9 Giugno 2026 ore 09:40
L'intelligenza artificiale "sta già rivoluzionando" il post-vendita in campo automobilistico e in particolare il mercato dei ricambi e dei servizi.  questa la principale evidenza di un nuovo studio di McKinsey & Company sull'impatto dell'Ia e, soprattutto, sulle possibilità delle aziende di usare in modo efficare i nuovi tool informatici per ottenere un vantaggio competitivo. Con l'IA opportunità di crescita Lo studio parte dal presupposto che per tutte le aziende industriali applicare l'intelligenza artificiale all'aftermarket e ai servizi può rappresentare una fonte di differenziazione, oltre a generare risparmi in termini di costi e tempi, migliorare l'esperienza del cliente e quindi garantire opportunità di crescita e redditività. In particolare le realtà capaci di applicare l'IA in modo efficace saranno "in grado di interagire con un numero maggiore di clienti in modi più significativi, ampliare la portata delle competenze disponibili, anticipare le esigenze e offrire risultati con un livello di velocità e coerenza che in passato era difficile raggiungere", spiega Simone Vesco, Responsabile per il Mediterraneo per il settore Advanced Industries della società di consulenza e tra gli autori della ricerca. Al contrario, chi la applicherà in modo inefficace "faticherà a soddisfare le aspettative dei clienti e troverà più difficile reperire personale, erogare servizi e monetizzarli".Non deve quindi stupire il fatto che, secondo lo studio, l'adozione dell'intelligenza artificiale stia acquisendo slancio nei settori industriali, passando da una fase sperimentale a una diffusione su larga scala. Del resto, chi oggi integra l'IA generativa e l'IA agentica nelle decisioni operative quotidiane può migliorare crescita, esperienza del cliente, produttività e costo del servizio. Un potenziale evidente  A tal proposito, lo studio individua cinque fasi in cui l'intelligenza artificiale può migliorare l'offerta. La prima, dall'innovazione al mercato, è quella dello sviluppo e del lancio dei prodotti: digital twin e machine learning riducono i tempi di progettazione di ricambi e componenti e aiutano a sviluppare nuove offerte aftermarket. La seconda, dal mercato all'ordine, comprende lo sviluppo commerciale e l'acquisizione degli ordini e beneficia di motori intelligenti di pricing in grado di raccomandare sconti sulla base dell'effettiva elasticità della domanda e dei segnali provenienti dalla concorrenza. La terza, dall'ordine alla consegna, include approvvigionamento, produzione e consegna del prodotto e migliora l'efficienza grazie a soluzioni avanzate di ottimizzazione dei processi: l'IA, per esempio, può essere integrata nelle attività di diagnostica remota per valutare le modalità di guasto, predisporre i componenti necessari e programmare l'intervento del tecnico più adatto quando l'apparecchiatura viene portata in riparazione. La quarta, dalla consegna all'incasso, riguarda la gestione dei pagamenti da parte dei clienti: l'intelligenza artificiale può essere utilizzata per automatizzare la fatturazione, creare ordini di servizio, correggere gli errori direttamente all'origine e ottimizzare la gestione degli incassi. Infine, la quinta interessa i cosiddetti fattori abilitanti: copilot basati sull'IA possono supportare tecnici sul campo, personale commerciale dell'aftermarket e responsabili della pianificazione."Le evidenze provenienti dalle implementazioni nei servizi sul campo suggeriscono che, rispetto alle aziende che utilizzano approcci più tradizionali, i principali utilizzatori dell'IA stanno già ottenendo risultati significativamente migliori nelle metriche più rilevanti, come i tempi di risoluzione dei problemi, i tassi di risoluzione al primo intervento e la produttività dei tecnici", sottolineano gli autori dello studio, non senza lanciare un avvertimento: "Il potenziale dell'IA è evidente, ma il percorso da seguire non è uguale per tutti. Prima di avviare il proprio percorso di trasformazione, i leader aziendali possono soffermarsi su alcuni interrogativi: dove otteniamo valore dall'applicazione dell'AI, cosa serve per scalare, come favorire l'adozione e misurare l'impatto?"

GARR alla TNC26: la conferenza internazionale della rete della ricerca

8 Giugno 2026 ore 11:20

GARR alla TNC26: la conferenza internazionale della rete della ricerca

Dal 8 al 12 giugno 2026, Helsinki ospita TNC26, la principale conferenza internazionale dedicata al networking per la ricerca e l'istruzione, organizzata da GÉANT in collaborazione con CSC, il centro nazionale finlandese per le infrastrutture IT scientifiche che gestisce Funet, la rete della ricerca finlandese.

A School Bus Killed a 5-Year-Old. The Crash Is Among Dozens Missing From the Bus Company’s Federal Safety Record.

8 Giugno 2026 ore 11:00
A collage including a photograph of a child playing while surrounded by a red shape representing a stop sign, a school bus and a city bus.
Illustration by Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Jesse Costa/WBUR, Alyssa Sieb via Nappy, PatrickRich via Flickr.

On the day 5-year-old Lens Joseph was killed by a Boston Public Schools bus last year, the driver had already struck a postal truck, ignored a stop sign and missed several stops, prosecutors said. When he got to Lens’ house, he dropped him off on the wrong side of the street and then ran over the kindergartner as he crossed in front of the bus.

Transdev, a multinational company that has been the city’s sole bus contractor since 2013, hired and trained the driver of the bus that killed Lens. Yet a federal safety database shows no sign that the company was involved in the April 2025 crash. WBUR and ProPublica found at least 60 fatal Transdev crashes in the last decade, but the federal database shows only 18 under the company’s name. That means 42 fatal crashes are not identified as Transdev’s.

This missing information is important because the Federal Motor Carrier Safety Administration, which oversees commercial motor vehicles, relies on it to pinpoint unsafe companies.

But the process the agency uses to collect information is faulty: It identifies only a fraction of a company’s fatal crashes.

As a result, the full safety record of Transdev, one of the largest private operators of public transit in the U.S., remains a secret to regulators, the public and the local government agencies that might award it a contract.

“That is a serious, serious gap in safety,” said Peter Kurdock, general counsel with Advocates for Highway and Auto Safety, a nonprofit that promotes transportation safety and has pushed for improvements in crash data for years. “And it’s a serious, serious shortcoming when it comes to the regulation of these carriers by FMCSA.”

Help Further Our Reporting on Bus Crashes

If you are a current or former FMCSA employee, or someone in the industry with information about the agency or the safety of school buses, transit buses or motor coaches, our team wants to hear from you. Willoughby Mariano can be reached by phone at 617-358-0802, Signal at willoughbymariano.55 and email at wmariano@bu.edu.

The deadly crashes associated with Transdev span at least 16 states and involve pedestrians, at least two bicyclists and other vehicles. Lens’ death and at least two others have resulted in criminal charges against the bus drivers. Transdev did not provide comment on any specific crash.

The crash data feeds into FMCSA’s online Safety Measurement System, which makes safety records public for bus companies nationwide. Instead of listing Transdev, that data often lists collisions under the government agency that hired Transdev or the name of a company it acquired. Also, when crashes are listed under other names, companies that oversee the buses involved are not required to claim the collisions. The agency’s instructions for how to determine the motor carrier involved in a crash are interpreted differently by police who respond to the scene, the news organizations found.

Based in France, Transdev has vast U.S. operations. It says it holds contracts in busing, light rail and other forms of public transit in 46 states, plus Washington, D.C., and Puerto Rico. The multibillion-dollar company employs more than 30,000 people nationally. Transdev’s only school bus contract is with Boston Public Schools.

A close-up photograph of a man wiping a tear from his eyes.
A man holds a button that has a photograph of a young child on it and the words, “Lens Arthur Joseph. Sunrise 8.8.19. Sunset 4.28.25.”
Esaie Joseph wipes away tears as he talks about the April 2025 death of his son, Lens Joseph, 5, who was run over by a Boston school bus operated by Transdev. “The first thing I hope is justice for him,” Joseph said. Jesse Costa/WBUR

Transdev U.S. CEO Laura Hendricks declined an interview. In a written statement, Transdev said it complies with “federally mandated reporting standards.”

“Transparency and continuous improvement are central to our safety approach, and we work closely with oversight agencies and our clients to ensure our practices meet or exceed expectations,” the statement said.

The statement did not respond to questions about why Transdev did not ensure crashes the company was involved in were logged as part of its safety record. It did stress that reporting crashes is the responsibility of law enforcement.

At the publications’ request, Transdev reviewed lists of the crashes that reporters tied to the company. Transdev confirmed that most of them matched with collisions in their records but did not have records for all of them.

The FMCSA did not respond to requests to interview Derek Barrs, the head of the agency, or emails with a list of questions.

Other than the federal database, there are few ways to connect crashes to particular bus companies. A different database, run by the Federal Transit Administration, records transit crashes but doesn’t connect them to contractors. Separately, FMCSA requires all bus companies to keep an internal register of how many serious crashes take place during their operations. However, those records are not open to the public, and companies are not obligated to submit the information to regulators unless they ask for it. Transdev declined the publications’ request for its register.

So while Transdev may know about its own collisions, federal agencies and the public often don’t.

Darin Jones, a former FMCSA Midwest field administrator, spent more than 35 years in federal transportation safety and often oversaw investigations. He said investigators are supposed to consider a company’s serious crashes as part of their assessment. If many are logged inconsistently, they cannot determine whether Transdev or any other company is operating safely.

“ The knowledge of this motor carrier’s operation, any motor carrier’s operation, is critical,” said Jones. “If you don’t have the full picture of an operation, how do you truly know what’s going on?”

At least in Boston, Transdev appears to have had no serious school bus crashes over 10 years. But that’s not true. WBUR and ProPublica uncovered at least 71 serious crashes involving the company that weren’t under its name.

Kurdock says the FMCSA needs to fix its safety data, especially in Boston.

“The  agency needs to be much more proactive in ensuring that the data they do have is accurate, even more so when you’re talking about a carrier that is operating a transportation service for schoolchildren,” Kurdock said. “If there is one bipartisan issue left here in Washington, D.C., it’s that schoolchildren should have a safe ride.”

Transdev Crashes Across the Country Were Recorded Under Different Names

Since 2016, about two-thirds of Transdev’s 60 fatal crashes have appeared in federal safety data under the names of a company it acquired or agencies that contracted with them. Click a state to see more details about the Transdev crashes we found there and how they were recorded in the federal database.

A table showing Transdev fatal bus crashes by state, sorted in descending order. Arizona and California lead with 12 fatal crashes each, followed by Nevada (8), Colorado and New York (5 each), Massachusetts (3), Louisiana, Maryland, North Carolina, Texas, and Virginia (2 each), and Georgia, Illinois, Michigan, Mississippi, and South Carolina (1 each).
Note: includes crashes from 2016 through 2025.

Nurse, Cyclist Among Those Killed

When a crash happens, local law enforcement fill out accident reports that document the location, identities of the drivers and companies involved. This information becomes part of the federal safety database and helps regulators connect a crash to a particular company.

But the news organizations found multiple examples where that system masked the company running the bus lines. For most of these crashes, the database is also unclear on whether the drivers violated traffic laws.

In Lens’ case, the motor carrier is listed as “CITY OF BOSTON MVMB,” an abbreviation for the city’s Motor Vehicle Management Bureau, which acquires and manages municipal vehicles. There is no mention of the school district or Transdev being involved.

Another crash killed registered nurse Renée Shea in southern Massachusetts in 2017. It appears under the name of the Greater Attleboro Taunton Regional Transit Authority, not Transdev, the agency’s contractor at the time. A bus made a left-hand turn into the path of the Jeep SUV she was driving, according to a police report. The bus company’s driver, Margaret Correia, may have been distracted because she began to take off her jacket before she made her turn, the report found. She could not be reached for comment. 

Correia pleaded guilty to misdemeanor negligent operation of a motor vehicle, court records show. A GATRA spokeswoman said Shea’s family received $1 million from the area transit agency’s insurer.

Charlie Shea said his ex-wife was a generous mother who had taken custody of her granddaughter.

A man and a woman stand close together and look at the camera. There is a crowd of people in the background.
A 2006 photo of Charlie Shea and then-wife Renée Shea, who was killed by a transit bus. He wants her death included as part of Transdev’s safety record. “It’d make them more accountable,” he said. Courtesy of Charlie Shea

As a former MBTA bus driver, Charlie Shea said he continues to be shocked by the bus driver’s actions.

Driving and taking your jacket off “ain’t a bright idea for anybody,” he said.

He said his ex-wife’s death, like all crashes, needs to be part of Transdev’s safety record.

“It’d make them more accountable,” Shea said. “They would have to use their safety records to get contracts from the state or the counties or from schools.”

Outside Massachusetts, there are dozens of other fatal Transdev crashes in the database with no mention of the company.

In a November 2023 Las Vegas crash, federal records list the Regional Transportation Commission of Southern Nevada as the motor carrier of a transit bus that killed bicyclist David Ortiz in a crosswalk. Court records state driver Johnelle Johnson, a Transdev employee, pleaded guilty to a misdemeanor vehicular manslaughter charge. A lawsuit by Ortiz’s family against Transdev and the driver was settled for an undisclosed sum.

Transdev has operated the Las Vegas-area bus system since 2023, when it acquired First Transit, which originally held the contract, the commission’s records show.

Although First Transit is now part of Transdev, at least five fatal crashes across the United States are still recorded under First Transit’s name after the acquisition.

Beyond the fatal crashes, WBUR and ProPublica also took a close look at all of Transdev’s serious, but nonfatal, crashes with Boston Public Schools. Those include crashes where any person was transported to a hospital or a vehicle was towed.

In a December 2024 crash, a bus lurched onto a sidewalk outside Curley K-8 School in the Jamaica Plain neighborhood. The bus struck an 8-year-old boy with autism and his school aide before smashing into two fences, a police report states. The crash sent both victims to the hospital with long-term injuries, their civil lawsuits against Transdev allege.

A bus camera showed that Transdev driver Vitony Laguerre’s eyes were closed and his head was back before he pressed the accelerator, police stated. He pleaded not guilty to a misdemeanor charge of negligent operation of a motor vehicle.

The interior of a school bus. At the front, a man sits in the driver’s seat with his eyes closed and his hands clasped in his lap.
A camera view from the exterior of a school bus shows a boy and a man in front of the bus as it moves onto a city sidewalk.
In December 2024, an 8-year-old boy and his school aide were struck by a school bus outside Curley K-8 School in the Jamaica Plain neighborhood. Dashcam video shows the driver, Vitony Laguerre, had his eyes closed seconds before he drove up the sidewalk and through fences. Courtesy of Sweeney Merrigan law firm

The federal record lists the city of Boston, not Transdev, as the carrier.

Attorneys for Laguerre and both crash victims did not comment for this story. Laguerre and Transdev denied they were negligent in the crash, according to records in an ongoing civil case.

Boston Public Schools Superintendent Mary Skipper declined an interview request. A spokesperson did not answer a list of questions, but in a written statement said that the district follows established safety protocols and has worked with Transdev over several years to improve accountability and performance.

“We will continue to work with our transportation partner to monitor performance, address issues as they arise, and ensure every student gets to and from school safely,” the statement said.

Listen to WBUR’s Story

Local Law Enforcement Takes Over

The current system of collecting and publishing bus crash data began as part of a federal push for safer roads. In the early days of this work, in the 1970s and 1980s, rules put the burden on bus and truck companies to self-report serious crashes to the U.S. Department of Transportation. Each operator had to report its fatal bus crashes in person or by telephone “as soon as possible”; crashes that resulted in injuries or serious vehicle damage had to be reported in writing, and in triplicate.

But both companies and federal safety investigators complained the process was burdensome and inadequate. For one thing, investigators could not tell whether companies failed to report their accidents, said Jones, the former FMCSA regional administrator.

Regulators and traffic safety researchers thought they could do better. At the time, many states were already collecting crash information electronically from local police departments.

“Why burden the industry with reporting?” Jones said. “We had a more accurate record from the states.”

So in 1993, the federal Department of Transportation decided to end self-reporting by carriers. Today, local law enforcement agencies send their bus and truck crash information to state agencies, which submit it to FMCSA.

After investigating, a local officer must fill out a form that asks for the name of the bus company, or “carrier,” that is involved in the crash and the company’s U.S. Department of Transportation identifier. FMCSA training material recommends the officer determine which company should be included in the form by figuring out which entity “controls” or “directs” the bus.

For transit and school buses, this decision can be surprisingly complicated. Transdev employees may be behind the wheel, and the company may manage the daily operations of the buses, but the transit agencies or a school district may choose the routes. So who is in charge? In these cases, Transdev’s role often disappears in the data.

Transportation experts and former FMCSA officials said bus companies can voluntarily inform the agency that crashes under other names belong to them.

But Alex Scott, a University of Tennessee, Knoxville transportation expert, said companies rarely update the federal record, according to research he published in 2021. “There’s not really an incentive for them to account for all of their crashes,” Scott said. “If a company could just magically make them go away, of course they would.”

Boston City Councilor Erin Murphy, a former teacher for the district where Lens attended school, has become a vocal critic of how Transdev operates its buses. She was shocked when she learned from a reporter that the company is not required to take steps to ensure all its crashes are part of its federal safety record.

“Horrifying,” she said. “Why would they be able to not report accidents — one that was a fatal accident? There’s nothing worse than a fatal accident.”

“There’s not really an incentive for them to account for all of their crashes. … If a company could just magically make them go away, of course they would.”

Alex Scott, a transportation expert at University of Tennessee, Knoxville

After several passenger bus crashes with multiple fatalities, Congress passed legislation in 2012 that gave FMCSA powers to conduct more comprehensive inspections into the safety operations of bus companies.

When Transdev underwent one of these reviews in 2016, investigators uncovered what they described as “numerous crashes” that were not listed as part of the contractor’s safety record, according to the inspection report. There were enough crashes that the FMCSA planned to give Transdev a “conditional” safety rating, which would mean the company had insufficient safety procedures.

Because local police departments may not “be aware or equipped” to report crashes to the FMCSA, the carrier should report them, the report stated.

“This self reporting is required for accurate evaluation by FMCSA and the accurate safety record of the carrier,” it added.

The company successfully appealed the decision to lower its safety rating by arguing its drivers could not have prevented many of the crashes investigators uncovered.

FMCSA investigators urged Transdev to report to the agency when its role in a crash is not reflected in safety data, yet the company’s name continues to be absent from many of them. Transdev did not comment on this recommendation.

A Father Seeks “Justice”

Lens’ death last year became a local flashpoint, shedding new light on Transdev’s safety procedures and raising questions about its ability to keep the city’s children safe.

The driver of the school bus that killed Lens should not have been behind the wheel that day, and the bus never should have been on the road, according to information from city officials and prosecutors.

Driver Jean Charles became ineligible to operate a school bus in December 2024 after a required driving credential expired, according to a statement from Boston Mayor Michelle Wu’s office last year. But the company did not take him off the road then. In the weeks before Lens died, Charles had two minor collisions and underwent remedial training, it said, and soon returned to work.

On the day of Lens’ death, Charles began his shift without conducting a required pretrip inspection, prosecutors alleged. One of the bus’s four rear tires was flat, and a safety crossing bar was broken. Transdev is also in charge of maintenance, but it’s unclear how long the bus had these problems.

Had Charles followed procedures, the bus would have been sent for repairs, prosecutors said. And yet Charles set off on his route to UP Academy Dorchester, where Lens climbed aboard.

At 2:42 p.m., Charles dropped off Lens and his 11-year-old-cousin on the wrong side of their street. To get home, they would have to cross in front of the bus.

A side view of a man walking through a government building.
Transdev school bus driver Jean Charles arrives at his arraignment hearing on felony involuntary vehicular homicide in March. Charles drove the bus that ran over and killed kindergartner Lens Joseph. Robin Lubbock/WBUR

Neighbor Carolyn Tomlinson was inside her home cleaning windows when the cries of a child brought her outside. She followed the sound to the corner of Glenwood Avenue and Washington Street, where she saw the cousin screaming. Lens was on the ground.

“I’m looking at Lens, just lying there,” Tomlinson said. “And as a mom it broke my heart.”

Tomlinson said she dialed 911 and held the cousin in her arms to comfort her.

“I was praying with her, saying, ‘It’s going to be OK. God’s got us,’” Tomlinson said.

Lens’ father, Esaie Joseph, had parked his truck in North Carolina after a day on the road as a long-haul trucker when his brother told him about the crash in a phone call. Hours later, he got word that his boy was dead.

Lens was Joseph’s only son, and he was self-assured beyond his years, his father said in an interview with WBUR. His nickname was “smart guy.”

Every time Lens asked Joseph for a new toy, he’d begin with, “Dad, you know I’m a smart guy?” the father recalled.

Joseph has kept his son’s soccer ball and toy cars, and he smiled as he sorted through them on a recent evening: a police car, because Lens wanted to be an officer. A Spider-Man-themed car because he loved the superhero.

A man leaning over and pulling two trucks out of a basket of toys.
Esaie Joseph, Lens’ father, looks through his son’s favorite toys, which he kept after the boy’s death. He said he is suing Transdev because he wants the company to improve safety. Jesse Costa/WBUR

After he lost Lens, Joseph stopped driving trucks and moved with his relatives to a new neighborhood, away from the scene of the crash. He now is a driver for a city of Boston van service for seniors.

He and his family are suing Transdev and Charles, who resigned from Transdev soon after the crash. Joseph said he wants some good to come from Lens’ death, and for Transdev to operate safely.

“The first thing I hope is justice for him,” he said. “They have to care for safety so something like this will not happen again.”

Charles pleaded not guilty to felony involuntary manslaughter and other charges in March. His attorney did not respond to requests for comment.

Transdev did not comment about the crash and said the company had discussed its safety measures publicly during a Boston City Council meeting last August. The company and Charles denied in civil court filings that they were negligent or reckless.

Transdev is in the third year of its five-year, $651 million contract with Boston Public Schools and transports about 19,000 of the district’s students every school day. It is currently looking to expand in Boston, where it is one of three finalists for a multibillion-dollar commuter rail contract.

To this day, the federal record does not show that Transdev was the operator of the bus that killed Lens. Neighbor Tomlinson wants it to be part of Transdev’s safety record so regulators can hold them accountable, and agencies and school systems can understand the companies they are hiring.

“It should be visible to the ones that need it, so we can see it and keep our babies safe,” Tomlinson said.

A yellow school bus on a city street next to a sidewalk memorial made up of stuffed animals and flowers.
A Boston Public Schools bus drives past a memorial where Lens Joseph was run over in April 2025 by his own school bus. Erin Clark/The Boston Globe via Getty Images

The post A School Bus Killed a 5-Year-Old. The Crash Is Among Dozens Missing From the Bus Company’s Federal Safety Record. appeared first on ProPublica.

Iran e Yemen attaccano Israele: l'aeroporto Ben Gurion chiude i battenti sotto i missili

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi israeliani.

Il comando del fronte interno del regime israeliano ha segnalato l'attivazione delle sirene d'allarme nell'area di Tel Aviv e nei territori meridionali occupati, in seguito al lancio di missili dal territorio iraniano verso i territori occupati.

A seguito dell'attacco aereo lanciato dal regime sionista contro il territorio iraniano nelle prime ore di oggi (lunedì), il Canale 12 israeliano ha riportato esplosioni nell'area di Gerusalemme e nella parte settentrionale del Mar Morto, a causa dell'inizio di una seconda ondata di attacchi missilistici iraniani contro i territori occupati.

Nel frattempo, il comando del fronte interno israeliano ha anche annunciato l'attivazione delle sirene di allarme per attacchi missilistici nelle aree di Beersheba e del Negev, nel sud dei territori occupati, in seguito al lancio di missili da parte dell'Iran.

Il canale 12 israeliano ha aggiunto che le sirene d'allarme sono risuonate a Dimona, Beersheba e nelle zone orientali e meridionali del Negev dopo il rilevamento di lanci di missili provenienti dall'Iran.

Secondo quanto riportato dai media, diversi missili hanno colpito Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme, e Beersheba, nella regione del Negev.

Anche i media israeliani hanno riferito che un missile iraniano ha colpito l'area di Itamar, mentre alcune testate giornalistiche hanno indicato che il proiettile ha colpito un obiettivo sensibile.

A seguito di ripetute violazioni del cessate il fuoco e di azioni aggressive da parte di Israele contro il Libano e il territorio iraniano, le forze armate iraniane hanno attaccato diversi obiettivi militari nei territori palestinesi occupati del nord nella notte di domenica.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato che la  base aerea israeliana di Ramat David è stata colpita  da missili balistici iraniani.

A sua volta, l'occupazione israeliana ha condotto attacchi  contro obiettivi all'interno del territorio iraniano utilizzando missili balistici lanciati dall'aria.

 

Un attacco missilistico yemenita paralizza l'aeroporto Ben Gurion di Israele

I missili balistici yemeniti hanno costretto Israele a sospendere completamente tutti i voli all'aeroporto internazionale Ben Gurion e ad attivare le sirene antiaeree a Tel Aviv e nelle zone centrali e meridionali della Palestina occupata.

Da parte sua, l'esercito israeliano ha segnalato il rilevamento del lancio di un missile dallo Yemen verso le zone centrali dei territori occupati.

I media israeliani hanno riferito che i cannoni antiaerei hanno intercettato il proiettile, ma l'attacco ha causato panico diffuso e le sirene hanno suonato a Tel Aviv e dintorni.

Il comando del fronte interno israeliano ha diramato avvisi urgenti ai residenti delle zone centrali e meridionali, invitandoli a cercare riparo.

Le autorità aeronautiche israeliane sono state costrette a sospendere tutti gli atterraggi e i decolli all'aeroporto Ben Gurion a seguito del lancio di missili da parte dello Yemen e del conseguente allarme sicurezza, causando gravi disagi al traffico aereo e isolando di fatto il regime occupante dallo spazio aereo.

Il movimento di resistenza yemenita Ansar Allah ha ripetutamente dimostrato le sue capacità avanzate e ha promesso che qualsiasi intensificazione dell'aggressione israeliana contro il Libano sarebbe stata contrastata con una risposta "ampia e di vasta portata".

Il portavoce delle forze armate yemenite, il tenente generale Yahya Sari, ha dichiarato in occasione di operazioni simili che questi attacchi fanno parte di operazioni a sostegno dei popoli oppressi di Palestina, Libano e Iran contro l'aggressione israelo-americana.

Domenica sera, le forze armate iraniane hanno lanciato una raffica di missili contro i territori occupati da Israele in risposta ai continui attacchi israeliani contro il Libano, che violano il cessate il fuoco.

Incubo Mondiale per Aymen Hussein: 7 ore di interrogatorio all'arrivo negli USA

 

Sabato scorso, il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto e interrogato per ben sette ore al suo arrivo all'aeroporto di Chicago, negli Stati Uniti, dove si trova con la nazionale in vista dei Mondiali FIFA 2026.

Secondo i media iracheni, l'incidente è avvenuto durante i controlli di frontiera. Mentre il resto della squadra ha ottenuto il via libera immediato, l'attaccante e leader della nazionale è stato bloccato per approfonditi controlli di sicurezza. Nonostante la collaborazione dello staff della delegazione irachena, i compagni hanno dovuto lasciare lo scalo senza di lui.

Dopo una vera e propria odissea burocratica durata sette ore, Hussein è stato finalmente rilasciato e ha potuto raggiungere il ritiro della squadra. L'Iraq scenderà in campo il 9 giugno contro il Venezuela per l'ultima amichevole pre-Mondiale, prima del debutto ufficiale nella competizione.

Lancio di missili contro Israele. Il vero messaggio di Teheran al mondo

 

di @Lauraruhk

 

Israele ha effettuato un raid aereo su Teheran dopo che l'Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele in risposta al suo intenso bombardamento aereo su Beirut di domenica. Teheran ha descritto l'attacco come un "avvertimento", affermando che sarebbero seguiti ulteriori "attacchi schiaccianti" se Israele avesse continuato a colpire il Libano. L'Iran ha dimostrato disciplina strategica, assorbendo le provocazioni israeliane mentre portava avanti complesse negoziazioni con gli Stati Uniti.

Tuttavia, gli attacchi israeliani contro il Libano hanno reso necessaria una risposta per proteggere un alleato vitale. Teheran ha esplicitamente richiesto che i colloqui di pace tra Washington e Teheran affrontassero direttamente la sicurezza del Libano e un nuovo ordine stabile per l'intero Medio Oriente, rifiutando una tregua temporanea raggiunta a spese di Hezbollah e dei palestinesi.

La leadership iraniana sa che una tregua di breve durata che sacrifichi i suoi partner in Libano o Palestina sarebbe solo una pausa temporanea, che lascerebbe l'Iran strategicamente esposto. Dietro questo calcolo strategico si trova una sincera coerenza etico-politica: l'Iran mantiene la parola data e non abbandonerà un alleato per un accordo che gioverebbe solo alla sua situazione interna. Questo impegno rafforza le fondamenta stesse dell'Asse della Resistenza, dimostrando che le alleanze di Teheran sono costruite sulla solidarietà, non sulla convenienza. 

Siria, Storie di vinti e di ultimi

 

Caro Enrico e fratelli di SOS Siria

Vi scrivo sentendomi male nel farlo. Ma ho trovato la forza pensando ai nove anni di collaborazione e condivisione di opere di bene fatte per il mio popolo, con purtroppo la situazione che continua a peggiorare giorno dopo giorno, ma Enrico conosce forse meglio di me la situazione giù. Per me ormai sono passati dieci anni da quando lasciai la Siria, credendo che sarei rientrato e tornato nella mia cara Patria e nella mia amata terra, dopo un periodo di uno due anni, con una situazione un po’ più pacificata. Portai via la mia famiglia perché le mie finestre ad Aleppo davano direttamente sulla linea degli scontri tra il nostro esercito e le forze terroriste (…le stesse che oggi sono al  potere…,) ma, anno dopo anno sono ormai  passati 10 anni di permanenza con mia famiglia in Italia.  Quindici anni di guerra, con un numero infinito di morti, uccisioni, case distrutte, fame,  terre bruciate dal conflitto, dolore continuo, un martirio senza fine per il mio popolo. In questa situazione a parte una sorella scappata con i figli in Libano ed ora non abbiamo più notizie di loro, altri parenti scomparsi nel vortice delle fughe, esodi, io ho perso solo il lavoro, la mia casa distrutta e la serenità di una vita difficile ma normale. I genitori da oltre un anno vivono chiusi in casa con il terrore che in ogni momento i criminali jihadisti irrompano in casa e li uccidano, come succede non solo per noi cristiani, ma per tutte le minoranze e per i nostri fratelli musulmani e alawiti, essi escono solo una due volte la settimana per comprare un pò di farina, olio, pane e aspettano…

Poi qui ho perso la mia moglie per una brutta malattia, queste cose come ricordi, mi hanno fatto diventare triste, ma non potevo arrendermi, ci sono i due figli a cui pensare, da proteggere, da far crescere, da non fargli dimenticare la loro mamma, i loro nonni,  e non voglio che dimentichino la Siria, il loro paese, le loro radici, perché forse un giorno, chissà…

Ogni anno in questo periodo capita il compleanno di mio figlio Majid, che quest’anno compirà 12 anni, il dolore e lo strazio che vivo, al pensiero che questo bambino dovrà festeggiare il compleanno senza sua mamma, dopo che già cresce senza una mamma tutto l’anno, io cosa posso fare, ogni anno cerco di sostituire l’assenza di sua mamma con presenza di suoi compagni di classe festeggiando insieme in un locale della parrocchia, per regalargli almeno qualche momento di gioia. Tutte queste parole  principalmente per dirvi, e mi vergogno un po’ a dirle e vi chiedo scusa per questo: ultimamente mi trovo in difficoltà economicamente, come Enrico sa viviamo in un piccolo appartamento di due stanze che ci ha dato la parrocchia per soli 200 euro, ma con il mio stipendio di 700 euro, tra cibo, scuola, bollette e qualche soldino che mando giù ai genitori per aiutarli, mi trovo senza una totale possibilità economica di fargli una festa, e questo mi fa soffrire più di tante altre mancanze materiali a cui cerco di fare fronte ogni giorno. In nome della nostra fratellanza e della vostra incrollabile solidarietà al mio popolo di questi quindici anni, vi chiedo se avete modo di aiutarmi con un piccolo contributo anche di dieci venti euro, in modo che possa comprare anche solo una torta e una bibita al supermercato e cosi festeggiamo solo noi tre a casa. Mentre scrivo ho gli occhi che lacrimano dalla vergogna, vi racconto le mie difficoltà perche sento Enrico come un fratello oltre che un coraggioso e instancabile lottatore per la pace e la solidarietà, e così sento tutti voi di SOS Siria, come fratelli miei e del mio martirizzato popolo, perché siete sempre stati d’aiuto a noi. Scusatemi e grazie comunque per quello che potete fare.

Dio nella sua grande magnanimità e bontà dovrà un giorno ripagarvi del bene che fate e avete fatto per il mio e tutti gli altri popoli aggrediti e vinti dai potenti padroni del mondo.     J. M.

Storie dei vinti, storie degli ultimi….J. è stato ed è ancora, uno dei nostri referenti per i progetti in Siria, un cristiano, un patriota siriano, un uomo piegato dalla vita e dalla realtà del suo paese…ma ancora dignitosamente in piedi e noi, scevri da chiacchiere, teorie, disquisizioni teoriche fini a se stesse, continuiamo ad essere al fianco di questi uomini e donne, in Siria, in Palestina, in Kosovo, in Serbia, a Cuba, in Donbass….

SOS Siria ha ovviamente risposto presente immediatamente, tramite una colletta di autofinanziamento, abbiamo inviato 300 euro, chiedendo solo come ringraziamento, un semplice brindisi alla nostra salute il giorno della festa.

Con i bambini siriani  -  Progetti di Solidarietà nella Siria martoriata

                        La nostra solidarietà concreta continua.

榫卯八角盒,传承一凿一刻的匠心精神#woodworking

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠

CIFSwitch: un bug del Kernel Linux vecchio 19 anni che regala i permessi di root

8 Giugno 2026 ore 10:30
Se dopo le intense scorse settimane vi erano mancate le CVE sul Kernel Linux, eccovene un’altra: si chiama CIFSwitch, è nascosta nel codice dal 2007, e sotto le giuste condizioni permette a un utente senza privilegi di ottenere accesso root completo al sistema. Questa volta però non parliamo di qualche trucco sulla page cache, ma...

Sustaining the Commons in an Age of Digital Sovereignty

8 Giugno 2026 ore 10:19
Digital sovereignty raises legitimate questions about dependency, resilience and control. It can strengthen the Internet when it builds capacity and meaningful choice. It becomes risky when it is pursued as control over the common layer that keeps the global Internet interoperable.

[2026-06-11] SOTTO SOPRA: Sierra Maestra Edition @ Campus Luigi Einaudi

8 Giugno 2026 ore 10:10

SOTTO SOPRA: Sierra Maestra Edition

Campus Luigi Einaudi - Lungo D'ora Siena, 100, Torino
(giovedì, 11 giugno 21:30)
SOTTO SOPRA: Sierra Maestra Edition

L’ESTATE È ARRIVATA E TORNA IL SOTTOSOPRA FEST‼️

⛺️SIERRA MAESTRA EDITION⛺️

🗓️ Giovedì 11 Giugno

📍Campus Luigi Einaudi

🕔dalle 21:30 fino a tardi

Si avvicina l’estate ed è tempo per un altro SottoSopra Fest: siamo pronti a tornare a farvi ballare in università tutta la notte un’altra volta🪩

ECCO GLI ARTISTI: LIVE RAP E DJ SET!

Ingresso UP TO YOU

Bar a prezzi popolari

E ci rivediamo tutti al campeggio giovanile Sierra Maestra dal 15 al 22 luglio‼️⛺️

Il diesel torna sopra i 2 euro: il taglio dello sconto pesa subito sui prezzi

8 Giugno 2026 ore 09:55
Il prezzo medio del diesel torna sopra i 2 euro al litro dopo una settimana sotto la soglia psicologica. A pesare è la decisione del governo di dimezzare lo sconto sulle accise - da 10 a 5 centesimi al litro, pari a 12,2 che diventano 6,1 includendo l'Iva - una scelta che di fatto ha annullato i benefici legati al calo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati.Risultano invece in calo benzina e Gpl: il decreto che ha prorogato di quasi un mese il taglio delle aliquote non ha inciso sulle imposte fisse applicate ai due carburanti. Marchi e modalità di vendita Secondo le rilevazioni giornaliere di Staffetta Quotidiana, questa mattina 8 giugno la verde self service sulla rete stradale si attesta a 1,917 euro al litro (-9 millesimi rispetto a venerdì), il gasolio a 2,004 euro (+20), il Gpl a 0,792 euro (-2) e il metano a 1,563 euro/kg (+1). In autostrada la benzina al fai-da-te sale a 2,014 euro (-9), il diesel a 2,090 euro (+22), il Gpl resta stabile a 0,906 euro e il metano a 1,587 euro (+3).Per quanto riguarda i marchi, emergono alcuni aggiustamenti dei prezzi consigliati: sabato 6 giugno Eni ha ridotto di un centesimo al litro benzina e gasolio, salvo poi applicare il nuovo livello di accisa sul diesel con un rialzo di 6,1 centesimi. IP e Q8 hanno aumentato il gasolio di sei centesimi al litro, mentre Tamoil ha ritoccato al rialzo il diesel nella stessa misura, riducendo però di un centesimo la verde.Le medie dei prezzi praticati, elaborate sui dati dell'Osservatorio Mimit, indicano sulla rete stradale e autostradale una benzina self service a 1,921 euro al litro (compagnie 1,922, pompe bianche 1,921) e un diesel a 1,992 euro (compagnie 1,996, pompe bianche 1,984). Al servito la verde raggiunge 2,061 euro al litro (compagnie 2,098, pompe bianche 1,991) e il gasolio 2,126 euro (compagnie 2,166, pompe bianche 2,051).Completano il quadro Gpl, a 0,800 euro al litro (compagnie 0,809, pompe bianche 0,790), metano, a 1,563 euro/kg (compagnie 1,562, pompe bianche 1,564), e Gnl, a 1,461 euro/kg.Lo spaccato per marchio evidenzia Eni a 1,917 euro al litro sulla benzina self service (2,129 al servito) e 1,999 sul gasolio (2,200); IP a 1,929 (2,098) e 1,990 (2,161); Q8 a 1,921 (2,092) e 2,015 (2,160); Tamoil a 1,912 (1,993) e 1,974 (2,060).

IA Apple wwdc: Apple riscrive il futuro con una siri tutta nuova

8 Giugno 2026 ore 09:52
IA Apple wwdc

La WWDC 2026 si preannuncia come un evento cruciale per l'intelligenza artificiale di Apple. Dopo le difficoltà del 2024, l'attenzione è tutta su Cupertino e sulla sua capacità di ridefinire l'interazione tra uomo e macchina. Non si tratta di un semplice aggiornamento, ma di un momento decisivo che potrebbe rappresentare l'eredità di Tim Cook al suo ultimo keynote.

Un'eredità pesante: perché l'ia è il futuro di apple

Questa WWDC ha un sapore diverso. Non è solo una presentazione di nuovi sistemi operativi, ma un vero passaggio di consegne. Per Tim Cook, l'intelligenza artificiale rappresenta ciò che l'iPhone fu per Steve Jobs: un'eredità fondamentale per il prossimo decennio.

Il futuro dell'azienda dipende da questa svolta. Prodotti innovativi come occhiali smart, auricolari intelligenti e nuovi dispositivi per la casa richiedono un'IA potente, contestuale e affidabile. L'intelligenza artificiale non è più un'opzione, ma la base su cui costruire ogni nuova esperienza utente.

Il passo falso del 2024: cosa non ha funzionato?

Ricordiamo le promesse di "Apple Intelligence" alla WWDC 2024. L'idea di una Siri capace di comprendere il contesto e agire tra le app come agente personale era ambiziosa, forse troppo per i tempi. Il risultato fu un disastro comunicativo: le funzioni mostrate non erano pronte e le promesse non furono mantenute. Apple fu costretta a ritirare alcuni spot e ad affrontare le critiche degli utenti. La verità è che, due anni fa, nessuno era pronto per agenti IA così evoluti su smartphone. L'azienda aveva promesso troppo, troppo presto, in un settore ancora acerbo.

La rivincita tecnologica: perché oggi è il momento giusto

Cosa è cambiato in questi due anni? La risposta si trova in una combinazione di hardware vincente e tecnologie software che, nel 2024, non erano ancora mature.

L'hardware giusto al momento giusto: il vantaggio di apple silicon

Apple si è trovata con l'hardware perfetto per l'IA locale quasi per caso. La memoria unificata di Apple Silicon, creata per ottimizzare le prestazioni grafiche, si è rivelata la soluzione ideale per eseguire modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo. Questo ha eliminato i colli di bottiglia tipici dei PC, rendendo i Mac una piattaforma di riferimento per sviluppatori e ricercatori.

I "mattoni" mancanti: le tecnologie che hanno cambiato tutto

Nel 2024 mancavano gli strumenti software per realizzare quella visione. Oggi, Apple ha a disposizione tutto ciò che serve: Architettura MoE (Mixture of Experts): I modelli attuali attivano solo gli "esperti" necessari per un compito specifico, rendendoli molto più efficienti. Quantizzazione Spinta: Tecniche avanzate comprimono modelli enormi per adattarli a uno smartphone, senza perdite significative di qualità. MLX Framework: Un framework open source di Apple che ha dato alla community gli strumenti per ottimizzare qualsiasi modello AI per l'hardware Apple Silicon. In sintesi, oggi la tecnologia è finalmente pronta per realizzare ciò che nel 2024 era solo un'idea.

Ia apple wwdc 2026: cosa ci aspetta davvero?

Lo slogan dell'evento, "All Systems Glow", suggerisce un'IA integrata visivamente in tutto il sistema con un'estetica riconoscibile. Ma le novità andranno ben oltre l'aspetto grafico.

Siri diventa grande: un agente intelligente, non solo un assistente

La più grande rivoluzione riguarderà Siri. Non sarà più un semplice assistente vocale, ma un agente proattivo con un'app dedicata e una cronologia sincronizzata via iCloud. Sarà in grado di comprendere il contesto e utilizzare funzioni come: Personal Context: Potrà accedere a email, messaggi e file per rispondere a domande come "Mostrami i documenti inviati da Marco la scorsa settimana". On-screen Awareness: L'assistente vedrà ciò che è presente sullo schermo. Se un amico invia un indirizzo, si potrà chiedere a Siri di salvarlo nei contatti senza dover fare copia-incolla. Cross-app Actions: Eseguirà compiti complessi che coinvolgono più app, come "Prendi l'allegato di questa email e salvalo nella cartella Progetti".

Oltre siri: ia diffusa in tutto l'ecosistema

L'intelligenza artificiale sarà integrata in molte altre aree del sistema operativo per migliorare la vita digitale quotidiana:

  • Fotocamera Potenziata: Arriveranno strumenti di fotoritocco generativo, come una "gomma magica" evoluta e la capacità di ricostruire parti di un'immagine.
  • Strumenti di Scrittura: Correzione intelligente della sintassi e suggerimenti di stile saranno integrati direttamente nel sistema.
  • Creazione Semplificata: Nasceranno i Genmoji e la possibilità di creare sfondi unici. Sarà possibile generare Comandi Rapidi complessi usando il linguaggio naturale.

Un nuovo inizio per apple?

Questa WWDC non è un semplice aggiornamento, ma un punto di svolta. Apple sembra aver imparato dai propri errori, attendendo la maturità della tecnologia.

Ora ha l'opportunità di offrire un'esperienza IA davvero integrata, utile e rispettosa della privacy. Se le promesse saranno mantenute, potremmo assistere non a un inseguimento della concorrenza, ma alla definizione di un nuovo standard per l'interazione con i nostri dispositivi. Potrebbe essere l'alba di una nuova era per Apple.

L'articolo IA Apple wwdc: Apple riscrive il futuro con una siri tutta nuova proviene da sicurezza.net.

GRAVI PROBLEMATICHE SULLE RETRIBUZIONI DELEGAZIONE DI OPERAI SOLVAY LIVORNO DAVANTI AL LA SEDE DI CONFINDUSTRIA. L'AZIENDA PROVA A NEGARE L'ASSEMBLEA DEI LAVORATORI. L'ASSOCIAZIONE DI CATEGORIA CHIUDE LA SEDE

8 Giugno 2026 ore 09:42

Da mesi gli operai della Solvay degli stabilimenti di Livorno e Rosignano sono alle prese con gravi problematiche per quanto riguarda la retribuzione e gli stipendi. L';azienda, dopo aver deciso di cambiare gestionale per l'elaborazione dei cedolini, ha iniziato ad  pagare le retribuzioni con vistosi ammanchi di denaro. In alcune occasioni agli operai sono state corrisposte cifre più alte per poi essere sottratte nuovamente, il mese successivo, senza alcuna spiegazione tecnica e senza giustificativi precisi. Dopo il primo mese la situazione poteva e doveva essere risolta mentre invece i disagi si stanno protraendo ormai da troppo tempo.  


Per questo motivo nella giornata odierna era stata indetta un'assemblea sindacale dalla RSU Solvay. Assemblea che è stata poi negata dalla dirigenza aziendale. I Lavoratori si sono presentati comunque davanti alla sede di confindustria, una delegazione fuori dall'orario di lavoro, in segno di protesta.  Anche l'associazione di categoria ha deciso di sbarrare il portone.
Questo è l'tteggiamento che i padroni hanno deciso di tenere di fronte ad una legittima mobilitazione e di fronte a problematiche che hanno come unico responsabile l'azienda e non certo i lavoratori.


Serve chiarezza rispetto al pagamento degli stipendi. Una multinazionale, come la solvay, non è in grado di risolovere una situazione come questa?
Grazie alle proteste, in entrambi gli stabilimenti, la RSU è stata convocata per il 9 giugno. USB farà la sua parte affinchè si arrivi ad una soluzione che veda salvaguardati gli interessi dei lavoratori.


RSU Solvay
USB Livorno

百年老风箱修复,一抽一拉竟能吹倒红砖!【阿木爷爷 Grandpa Amu】

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
修复百年老风箱,一推一拉皆有风的巧思,重温灶台旧味【阿木爷爷 Grandpa Amu】
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#修复风箱#woodworking

L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina

8 Giugno 2026 ore 08:47
di Alfredo Gatto   Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa   Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto …

read more "L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina"

La promessa tradita della chimica

8 Giugno 2026 ore 08:08

Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo.

La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali”

Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese.

La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche.

Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre.

Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame.

C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”.

C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.

La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema.

Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale.

La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi.

Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.

Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica.

Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica.

Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne.

Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso che verso gli altri.

C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.

Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire.

Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna.

Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.

L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato.

Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico.

Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL.

La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza. 

A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.

E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.

Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento.

C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione.

Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione.

La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato.

L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.

Khrys’presso du lundi 8 juin 2026

Comme chaque lundi, un coup d’œil dans le rétroviseur pour découvrir les informations que vous avez peut-être ratées la semaine dernière.


Tous les liens listés ci-dessous sont a priori accessibles librement. Si ce n’est pas le cas, pensez à activer votre bloqueur de javascript favori ou à passer en “mode lecture” (Firefox) ;-)

Brave New World

Spécial IA

Spécial femmes dans le monde

RIP

Spécial France

Spécial femmes en France

Spécial médias et pouvoir

Spécial emmerdeurs irresponsables gérant comme des pieds (et à la néolibérale)

Spécial recul des droits et libertés, violences policières, montée de l’extrême-droite…

Spécial résistances

Spécial outils de résistance

Soutenir

Spécial MAGAM et cie

Les autres lectures de la semaine

Les BDs/graphiques/photos de la semaine

Les vidéos/podcasts de la semaine

Les trucs chouettes de la semaine

Retrouvez les revues de web précédentes dans la catégorie Libre Veille du Framablog.

Les articles, commentaires et autres images qui composent ces « Khrys’presso » n’engagent que moi (Khrys).

Perché la civiltà ci rende infelici? | Freud e il disagio di essere umani

8 Giugno 2026 ore 06:40
La civiltà ci protegge oppure ci reprime?Le regole che rendono possibile la convivenza umana sono anche la causa del nostro disagio?E perché, nonostante il progresso, la guerra, la violenza e l’aggressività continuano a riemergere nella storia? In questa Scorribanda filosofica affrontiamo la visione freudiana della civiltà attraverso alcuni concetti fondamentali: il complesso di Edipo, il […]

Attacco israeliano a Beirut, l’Asse della Resistenza avverte Tel Aviv

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut riaccende le tensioni regionali e mette in discussione la fragile tregua raggiunta nei giorni scorsi tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. Diversi missili lanciati dall’aviazione israeliana hanno colpito un edificio residenziale nell’area di Tahwitat al-Ghadir, nel cuore della Dahieh, quartiere densamente popolato e tradizionale roccaforte della resistenza libanese. Secondo un bilancio preliminare, il raid ha provocato la morte di due civili e il ferimento di almeno undici persone. L’operazione è stata rivendicata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza Israel Katz, mentre i media israeliani hanno riferito che l’amministrazione Trump era stata informata preventivamente dell’attacco.

Il bombardamento arriva pochi giorni dopo l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco raggiunto in linea di principio tra il governo libanese e Israele nel corso di colloqui trilaterali tenutisi a Washington con la mediazione statunitense. L’intesa, tuttavia, continua a suscitare forti contestazioni all’interno del Libano, dove numerose forze politiche e ampi settori dell’opinione pubblica respingono qualsiasi forma di negoziato diretto con Tel Aviv. Anche Hezbollah ha preso le distanze dall’accordo. Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha ribadito che la resistenza non ha assunto alcun impegno a cessare le proprie operazioni contro Israele. Giovedì scorso il gruppo ha annunciato la distruzione di due carri armati Merkava israeliani nel sud del Libano, presentando l’azione come una risposta alle continue violazioni della tregua da parte israeliana. Durissima la reazione dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il bombardamento di Beirut una grave aggressione e ha ricordato che Teheran aveva già avvertito tutte le parti coinvolte che non avrebbe tollerato un attacco contro la capitale libanese o la sua periferia meridionale.

Secondo Araghchi, l’Iran era pronto a colpire direttamente Israele qualora le minacce contro Beirut si fossero concretizzate. Toni ancora più espliciti sono arrivati dal portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Rezaei, che ha promesso una risposta “forte e dolorosa” all’attacco israeliano, accusando il governo di Tel Aviv di agire come un “cane rabbioso” che deve essere fermato. Anche Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che le forze missilistiche della Repubblica Islamica sono pronte a mettere in campo una deterrenza più ampia nel caso di ulteriori attacchi contro Beirut.

L’episodio conferma come il cessate il fuoco promosso da Washington appaia estremamente fragile. Mentre Israele continua le operazioni militari e la resistenza libanese rivendica il diritto di rispondere alle incursioni, cresce il rischio che il Libano torni a essere uno dei principali fronti di confronto tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Operazione speciale della Cina a est di Taiwan

Pechino ha avviato una speciale operazione di controllo del traffico marittimo nelle acque a est dell’isola di Taiwan, una mossa che le autorità cinesi ritengono necessaria per tutelare la sicurezza della navigazione, rafforzare le capacità di pattugliamento in mare aperto e difendere la sovranità nazionale. Secondo l’agenzia Xinhua, all’operazione partecipano diverse strutture dell’amministrazione marittima cinese, tra cui le autorità di sicurezza marittima delle province del Fujian e del Guangdong, oltre a organismi specializzati nel supporto alla navigazione e nelle operazioni di soccorso nel Mar Cinese Orientale.

Pechino collega direttamente l’iniziativa alla recente decisione di Giappone e Filippine di avviare negoziati sulla delimitazione delle aree marittime a est di Taiwan. Per il governo cinese, tali colloqui rappresentano una violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare, poiché riguardano acque che la Cina considera parte della propria zona economica esclusiva e della propria piattaforma continentale. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che qualsiasi negoziato riguardante le acque a est di Taiwan non può prescindere dalla partecipazione di Pechino. Secondo la diplomazia cinese, l’avvio unilaterale delle trattative da parte di Tokyo e Manila costituisce una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni tra Stati.

La questione si intreccia inevitabilmente con il dossier taiwanese. Mao Ning ha ricordato che “entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina” e che la difesa della sovranità territoriale e dei diritti marittimi rappresenta una responsabilità comune per tutti i cinesi. Parallelamente, il Ministero della Difesa dei secessionisti di Taiwan ha segnalato una nuova intensa attività militare cinese nell’area. Secondo Taipei, nelle ultime ore sono stati rilevati 22 velivoli, otto unità navali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e due navi ufficiali cinesi. Alcuni mezzi avrebbero attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ed effettuato incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea dell’isola. Pechino ha inoltre attaccato duramente le autorità del Partito Democratico Progressista di Taiwan, accusandole di sacrificare gli interessi nazionali per fini politici e di favorire interferenze esterne.

Le dichiarazioni confermano l’inasprimento della disputa sullo status dell’isola e mostrano come la competizione geopolitica nelle acque del Pacifico occidentale continui ad assumere una dimensione sempre più strategica, coinvolgendo non solo Taiwan, ma anche Giappone, Filippine e gli equilibri regionali dell’Asia-Pacifico.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Missili sull'asse Israele-Iran. Trump chiama Netanyahu: non rispondere agli attacchi

 

Mentre i sistemi di difesa israeliani intercettano l'ennesima pioggia di missili iraniani, la tensione tra Tel Aviv e Teheran raggiunge livelli critici. L'esercito iraniano ha lanciato un duro ultimatum: Israele deve cessare immediatamente le operazioni in Libano o prepararsi a subire "colpi ancora più duri". Secondo Teheran, i raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e l'intensificazione dell'offensiva nel sud del Paese hanno ormai oltrepassato "tutte le linee rosse".

 

Sul fronte diplomatico, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha fatto sapere di aver accettato una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ma a una condizione tassativa: deve trattarsi di una tregua totale "su tutti i fronti".

 

Una possibilità che si scontra con le posizioni più radicali interne al governo israeliano; il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha infatti liquidato ogni scenario di distensione dichiarando perentorio: "Teheran deve bruciare".

L'appello di Trump: "Tornate al tavolo dei negoziati"

In questo clima infuocato si inserisce l'intervento di Donald Trump. Parlando ai microfoni di Fox News, ha esortato l'Iran a fermare le ostilità e a riprendere i colloqui, avvertendo che nuovi raid contro Israele rischierebbero di far saltare definitivamente qualsiasi trattativa.

"Quello che suggerirei all'Iran è questo: avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate al tavolo delle trattative e trovate un accordo", ha dichiarato Trump, precisando inoltre di non aver gradito i bombardamenti israeliani della mattinata su Beirut.

Trump annuncia ai media che chiamerà Netanyahu, dicendogli di non rispondere

Diverse testate giornalistiche, tra cui Axios e il Canale 12 israeliano, riportano che Donald Trump avrebbe detto loro di aver chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli di non rispondere agli attacchi iraniani.

Il giornalista di Axios Barak Ravid ha dichiarato a X che Trump gli avrebbe anche detto di essere "molto vicino" a raggiungere un accordo con l'Iran per porre fine definitivamente alla guerra, aggiungendo di non volere che il processo diplomatico "esplodesse" a causa dell'attacco iraniano a Israele.

"Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni", ha detto Trump, secondo quanto riportato da Axios.

La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa

8 Giugno 2026 ore 00:26

A Valencia c’è un’azienda agricola dove si può adottare un albero, dargli un nome e ricevere a casa i suoi frutti. Si chiama CrowdFarming ed è nata dall’esperienza di due fratelli spagnoli, Gonzalo e Gabriel Úrculo, che nel 2010 hanno ripreso in mano la fattoria di famiglia, Masia El Carmen, a Bétera, poco a nord di Valencia. Il terreno era stato lasciato fermo dopo la morte del nonno e così hanno deciso di riportarlo in vita passando all’agricoltura biologica rigenerativa.

Il meccanismo è semplice, l’utente entra sul sito, sceglie una fattoria, adotta un albero o un’altra coltivazione, segue la crescita attraverso foto e aggiornamenti e poi riceve il raccolto direttamente a casa. Nel caso degli aranci di Naranjas del Carmen, si può adottare un albero da 40 o 80 chili di arance a stagione, con consegne programmate tra novembre e aprile. L’azienda assegna l’albero, lo cura, appende una targhetta con il nome scelto dall’utente e permette anche di visitarlo di persona. La differenza rispetto alla normale vendita online sta nella produzione su richiesta. Il produttore sa in anticipo quante persone hanno prenotato il raccolto, organizza meglio il lavoro, riduce gli sprechi e vende senza passare dalla grande distribuzione. Il consumatore, dall’altra parte, conosce chi coltiva ciò che mangerà, vede da dove arriva il cibo e riceve prodotti raccolti in stagione. CrowdFarming presenta questo sistema come un modo per prevenire lo spreco alla fonte, sostenere la stabilità economica dei produttori e garantire prodotti stagionali a prezzo definito. Dopo aver testato il modello sulla loro fattoria, i fratelli Úrculo hanno lanciato CrowdFarming nel 2017. Oggi la piattaforma permette di acquistare frutta, verdura, olio d’oliva, frutta secca e altri prodotti direttamente da agricoltori partner in Europa. L’azienda ha più di 300.000 adozioni attive di alberi e lavora con oltre 300 produttori partner. Nel 2024 ha registrato ricavi per 65 milioni di euro. Dopo l’acquisizione della piattaforma francese La Ruche qui dit Oui!, il gruppo collega quasi 10.000 produttori con due milioni di utenti in circa trenta Paesi europei.

Adottare un albero non significa sempre ricevere esclusivamente i frutti di quel singolo albero; gli alberi non producono tutti allo stesso modo e l’azienda spiega che, per ragioni agricole, il raccolto può essere integrato con frutti di altri alberi dello stesso campo. Sul sito di CrowdFarming oggi si trovano avocado, mango, olivi, mirtilli, viti, campi di grano, miele, formaggi e altri prodotti agricoli. La piattaforma dichiara oltre 554.000 alberi adottati, più di 4,7 milioni di cassette spedite direttamente dagli agricoltori e 3.515 produttori in otto Paesi.

In un sistema alimentare dominato da intermediari, magazzini, celle frigorifere, imballaggi e prezzi compressi, questa formula prova a rimettere al centro il legame tra chi coltiva e chi mangia. Una famiglia in città può adottare un arancio a Valencia, un olivo in Spagna o un albero di mango, seguire il raccolto e ricevere a casa ciò che la terra produce davvero in quella stagione.

Un gesto piccolo, quasi simbolico, che racconta una trasformazione molto più grande.

L'articolo La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri

7 Giugno 2026 ore 22:00

di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

  • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
  • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
    Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
  • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
    Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
  • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
  • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

***

1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

Sport e dintorni – serie completa

La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso

7 Giugno 2026 ore 20:30

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

I comizi della destra globale basano la loro narrazione su un assunto che pretende di essere la risposta semplice a ogni nostro problema. Una risposta che è dentro di noi epperò è sbagliata. La sintesi del ragionamento è quasi banale: una volta si viveva meglio. L’equazione proposta all’elettore è disarmante nella sua semplicità. Si prende il peggioramento delle condizioni materiali di vita e lo si addebita, in blocco, alle conquiste sociali degli ultimi decenni. Se oggi i giovani non comprano casa o gli stipendi sono fermi, la colpa sarebbe di ambientalisti, femministe e diritti civili. Questo racconto funziona perché intercetta

L'articolo La trappola della nostalgia e l’illusione della delega: perché il cambiamento politico parte dal basso sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

Fulvio Grimaldi - DA GERMANIA ANNO ZERO – A GERMANIA ANNO 2.0? C’ero, ci risiamo, ci sono

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Preambolo dinastico

Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

 Grimoaldo

Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

Premessa bombarola napoletana

E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

Chi allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia, Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattr’otto? Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in Francia.

Che fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.

Escalation germanica

Quattro anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia, Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I fucili sarebbero serviti ad altro.

Il posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di Adriano che passava per la foresta sopra di noi.

Un bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie (della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi, raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm” (“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre, quando i sovietici già vedevano Berlino.

E ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio, apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella difesa di Berlino. Era il 30 aprile.

Uno sparo sbagliato e fine di tutto

Quel mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media, steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.

Ho sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano meglio, ma per qualche anno mica tanto.

Almeno fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare. L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere Cesare.

 Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi, incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre quattro volte.

E Merz, cosa ne sa?

Questo è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule. Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.

Friederich Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.

 Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”. Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.

Kriegstüchtig

 

Joseph Goebbels, Friedrich Merz

Vocabolari e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola – oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto “volenteroso”.

E, dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni, capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.

Cosa che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo. Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.

Vero è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?

Ah, la rivincita!

Arrendevoli, rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand, Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano risultati tüchtig per null’altro.

C’è un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi, istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

E’ il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è ipotizzabile la fine della guerra.

Sorprende, anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.

False Flag e libertà d’opinione

Per tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini, come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande schiamazzo bellicista.  Nel primo caso, provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.

Del resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione” e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto, pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano, Israele…

Lo dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia. Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere creduto.

Ne portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.

Ma anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi. E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof), nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.

Ucraina con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz

Statua al nazista Stepan Bandera

Tutto questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi), pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono come l’orsetto del tirassegno.

Vuoi che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni, fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese, campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni “russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che si pretendono essere propri dell’UE.

Una volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e reparti con svastica,

Uno Zelensky e un suo milite Azov

Corsi e ricorsi: 2.0

Torniamo e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al tempo della merenda.

 “Tutta tua”

83 anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa 2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”. Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle Elite al potere.

Ci risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta, il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si ritrova in un documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di economia nazionale che dobbiamo adottare”.

Non vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.

Ma che, davvero?

Non lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005 contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra di portata mondiale”.

Quel trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare (detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del 1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della pace.

Ci risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11, con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di quella Costituzione e di quell’articolo.

Ciò che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.

Meloni a Confindustria: pioggia di promesse agli industriali, ma la parola "salari" resta un tabù

 

di Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro Studi Politico Sindacale

Il 26 Maggio scorso Meloni è intervenuta all’Assemblea annuale di Confindustria. Lo ha fatto con trentasei minuti di discorso, tutti incentrati sulla contestazione dell’Unione Europea – definita come «Un gigante burocratico» – e sulla esaltazione del ruolo «che l’industria italiana ricopre, non solamente dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale» e «reputazionale». Il merito – ha detto la Presidente – va a «chi è così ambizioso, così tenace, da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, da voler fissare l’asticella sempre più in alto, fondamentalmente perché sa che l'orgoglio non si rivendica, l'orgoglio si dimostra, ogni giorno».

Purtroppo «fissare l’asticella sempre più in alto», per le imprese a cui Meloni si stava rivolgendo, vuol dire aumentare la produttività e i ritmi di lavoro, e in tanti casi anche ridurre il costo del lavoro (ossia i salari), lo sa bene chi fa sindacato oppure, semplicemente, si ritrova sfruttato in un ufficio pieno di computer, in un museo o magari in un magazzino della logistica. Non è allora un caso se, nel corso di questa lunga sviolinata agli imprenditori, Meloni non abbia mai pronunciato la parola “salari”, limitandosi soltanto a ricordare, in chiusura, di aver promulgato la pessima norma sul cosiddetto “salario giusto” – sulla quale a suo tempo, in quanto Centro Studi, avevamo prodotto un’analisi critica[1] evidenziandone contraddizioni e limiti

L’intervento della Presidente del Consiglio, tuttavia, s’è rivelato ampiamente chiarificatore circa le prossime iniziative politiche del Governo. I temi principali sono stati quelli dell’indipendenza energetica e della revisione delle politiche climatiche, da un lato, e dall’altro quelli della burocrazia e della responsabilità penale per le aziende.

  1. I temi energetico e ambientale

Sull’energia il Documento di Finanza Pubblica aveva già messo in allarme Meloni, riferendo di «rischi di natura strutturale dell’economia italiana, legati alla dipendenza dalle fonti fossili»,[2] e di «una strutturale dipendenza dall’estero per l’energia (pari al 74%, contro il 57% della media UE), con un ruolo significativo dei Paesi del Golfo persico [grassetti in originale]».[3] L’attacco della Premier alle tasse sulle emissioni di carbonio (Emissions Trading System) – che noi critichiamo da sinistra, in quanto consentono alle imprese di vendere “quote” di emissioni non emesse ad altre aziende che, invece, ne hanno già effettuate troppe –, allora, anziché essere il frutto di una visione politico-economica illuminata è, semplicemente, strumentalmente dettato da interessi capitalistici nazionali. «Io penso – ha detto Meloni all’Assemblea – che sia abbastanza chiaro che l'attuale sistema ETS è un po' distante dai bisogni attuali dell'industria europea. A maggior ragione, in questa fase di emergenza energetica, dove il buonsenso spingerebbe chiunque a sospendere temporaneamente la misura, almeno per i settori più colpiti dalla chiusura di Hormuz, in attesa di una sua organica e significativa revisione». In quest’ottica va letta la richiesta italiana alla Commissione Europea di estendere «la flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Al riguardo la UE ha scelto di evitare il muro contro muro, consentendo all’Italia – e ad altri paesi eventualmente interessati – «un margine di flessibilità per gli investimenti legati all’energia pari allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28»[4]. Invero, questa parziale deroga si colloca in un quadro ben preciso che esclude nuovi sussidi alle famiglie o alle imprese, indirizzando tutti gli investimenti verso quella autonomia energetica che, necessariamente, passa per le rinnovabili e per le produzioni green. Dunque, la Unione Europea ribadisce una delle sue opzioni di fondo, il cosiddetto capitalismo verde (poco amato dall’Esecutivo italiano non in quanto ossimoro, ma perché ritenuto foriero di eccessivi vincoli per le imprese). Di più, la disponibilità europea sottende pure che, in cambio, l’Italia ripensi le sue ultime decisioni in merito al SAFE (Security Action for Europe), il principale strumento volto a sostenere finanziariamente la difesa comune europea. Nei giorni scorsi, il governo nostrano ha infatti comunicato la volontà di rinunciare a gran parte dei 14,9 miliardi di prestiti a tassi agevolati garantiti dal suddetto fondo, cui pure aveva scelto di aderire lo scorso anno. Ovviamente, Von der Leyen e i suoi sperano che, concedendole qualcosa, l’Italia s’impegni ancor più decisamente sulla strada del riarmo.

Ma torniamo al discorso di Meloni, in cui non è mancato l’elogio del cosiddetto “Decreto Energia” dell’anno scorso: «Grazie al decreto Energia abbiamo garantito un taglio concreto sulle bollette di luce e gas per tutte le aziende, oltre che ovviamente per le famiglie vulnerabili. Con benefici stimati per le PMI che arrivano a 9 mila euro l'anno per l'elettricità e a 10 mila euro per il gas». Peccato che i benefici per le famiglie si siano ridotti a un contributo governativo di 200€ una tantum e complessivo per nucleo familiare…

Proseguendo, la Presidente ha speso parole «per il ritorno dell'energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari, sicuri e puliti, che consentano di avere maggiore sicurezza, ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali», minacciando l’arrivo di una legge delega «Entro l'estate».

Per chiudere non è mancato un attacco ai pacchetti Omnibus dell’Unione Europea – tramite i quali molte imprese sono già oggi esonerate dagli obblighi di rendicontazione ESG (Environmental Social Governance), che imporrebbero un tracciamento delle emissioni in CO2, dei consumi, dell’impatto ambientale e della gestione dei rifiuti industriali –, definiti «non sufficienti» e inquadrati all’interno della questione della semplificazione burocratica e amministrativa per le attività imprenditoriali, anziché in quella climatica. Stessa cosa al riguardo di alcuni dossier europei – «penso al regolamento sugli imballaggi, penso ad alcuni obiettivi climatici» –, che per Meloni non sono «accettabili».

 

  1. Il tema della burocrazia d’impresa e della responsabilità penale

            Secondo Meloni «la responsabilità di impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione di impresa», pertanto ha accolto la richiesta di Confindustria di un confronto finalizzato alla revisione del D. Lgs. 231/2001. Un Decreto che da oltre vent’anni garantisce che in caso di reati societari, tributari, ambientali, connessi al riciclaggio di denaro e via dicendo, compiuti nell’interesse dell’impresa, la responsabilità giuridica non sia solo individuale (personale) ma anche dell’impresa stessa. Si tratta di una garanzia che andrebbe estesa anche ad alcune tipologie di reato compiute contro il lavoro dipendente (come l’applicazione di un Contratto illegale o improprio) ma che, al contrario, Meloni sembra voler abolire o comunque ridurre considerevolmente.

            Di più: la Presidente è arrivata addirittura a proporre agli industriali «un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Io penso che questo sia fondamentale farlo insieme, perché quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema devi interrogare l'utente. E voi siete gli utenti della burocrazia italiana» (!). Aspettiamoci, dunque, un’ulteriore deregolamentazione normativa per le attività d’impresa, già anticipate da alcune norme precedenti – come quella sulla deresponsabilizzazione legale dei dirigenti per progetti legati al PNRR (il famoso “scudo penale”) o quella che limita l’ammontare economico delle condanne, riducendo, per questa via, i poteri di controllo della Magistratura contabile sugli appalti. Per non dire di quelle che riguardano i crediti d’imposta e di tante altre ancora…

Le ambizioni di certa politica e di settori imprenditoriali sono ben note: ci si vuole dirigere verso un sistema di controlli decisamente allentato, lasciando alle imprese piena di libertà di manovra anche su materie come le clausole sociali – giudicate come un’intrusione della legislazione giuslavoristica nei processi decisionali e organizzativi di impresa. Detto in altri termini, da una parte si vogliono evitare controlli e controllori, dall’altra spingere al ribasso i costi della manodopera.

            Infine, Meloni ha parlato degli incentivi concessi alle aziende, in particolar modo a quelle attive nel Mezzogiorno (accennando anche all’estensione della Zona Economica Speciale a tutto il territorio nazionale), e ha promesso un ulteriore rafforzamento dell’iper-ammortamento, ossia di quel meccanismo che concede alle imprese di aumentare il peso fiscale degli investimenti al fine di accedere ad agevolazioni statali e arrivare, così, a uno sconto su IRES e IRPEF. L’ultima Legge di Bilancio[5] aveva già stabilito, relativamente agli investimenti in tecnologie o beni energetici, un incremento del peso fiscale del 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per la quota da 2,5 a 10 milioni e del 50% per la quota da 10 a 20 milioni. La proposta in essere sarebbe quella di includere nell’ammortamento gli investimenti su software e cloud – che in realtà sono parzialmente già inclusi, ma solo per alcune tecnologie specifiche.

 

III. Elementi della strategia del Governo

Nel corso del proprio discorso Meloni ha evidenziato alcuni elementi di strategia politica, che andiamo brevemente a esporre.

Secondo lei «le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore». Gli snodi fondamentali sono quelle porzioni di mercato in cui gli investimenti sono altamente remunerativi e che, allo stesso tempo, garantiscano un elevato controllo su tutta la filiera produttiva. Un esempio ne sono le produzioni di semiconduttori (chip). Per garantire alle imprese europee una “posizione” all’interno di questi snodi sono fondamentali, per varie ragioni, un rafforzamento del settore militare (ad esempio per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime critiche e per la creazione di una domanda forte e stabile, proveniente dagli eserciti dei Paesi membri dell’UE) e una politica commerciale aggressiva. Per questi motivi Meloni ha detto: «Le spese di difesa sono il prezzo della libertà, e io voglio che l'Italia sia una Nazione libera». È la differenza tra chi sostiene questo mondo e chi – come noi –, invece, vuole cambiarlo.

Nello stesso fronte si inseriscono le boutades sul Mercato unico dei capitali e del risparmio e sul Mercato unico europeo in generale. Secondo Meloni la realizzazione e il potenziamento di questi strumenti «consentirebbe di mettere l’Europa al riparo da scelte protezionistiche di altre nazioni», ma il prezzo da pagare sarebbe la totale deregolamentazione normativa imprenditoriale e bancaria – direzione nella quale, sia detto per inciso, il legislatore europeo si sta già muovendo.

Infine, l’ultima indicazione strategica riguarda i fondi pensione, che in tutta Europa sono in via di potenziamento al fine di mobilitare una massa di capitali (teoricamente proprietà dei lavoratori) per le imprese, «in particolare per quello che riguarda innovazione, startup e infrastrutture». Rivendicando le ultime trovate inserite nella Legge di Bilancio per il 2026, come la riduzione del tempo per l’attivazione del meccanismo del silenzio-assenso – tramite cui il lavoratore viene inconsapevolmente iscritto a un fondo pensione – da sei mesi a soli sessanta giorni, Meloni ha sostanzialmente promesso un ulteriore rafforzamento dell’adesione ai fondi e, quindi, maggiori liquidità per le imprese.

[1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Salario “giusto”, contratti nazionali a rischio, 6 Maggio 2026, https://diogenenotizie.com/salario-giusto-contratti-nazionali-a-rischio/.

[2] Documento di Finanza Pubblica 2026, Doc. CCXL, n. 2, 27 Aprile 2026, p. 32.

[3] Ivi, p. 20.

[4] M. Esposito e S. Rosset, Mini-clausola da 6,5 miliardi per Roma, i paletti Ue sulla difesa, 2 Giugno 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/06/02/fonti-flessibilita-ue-su-energia-vale-03-pil-entro-deroga-15-per-la-difesa_e3f7bb97-1e7c-401b-bdf4-1cd423a00413.html.

[5] L. 30 dicembre 2025, n. 199, cc. 427 e 429. Cfr. Allegati IV e V per l’elenco delle tecnologie industriali ammesse all’ammortamento.

 

Secondo turno in Perù: Keiko Fujimori contro Roberto Sánchez

Oltre 27 milioni di cittadini peruviani si stanno recando alle urne in tutto il Paese per partecipare al secondo turno delle elezioni presidenziali.

Le elezioni determineranno il capo dello Stato per il mandato 2026-2031, rendendo il nuovo presidente il nono nella storia della nazione andina in un decennio: una cifra allarmante che sottolinea la profonda crisi di governance e l'instabilità istituzionale che affliggono il Paese.

Il voto chiama gli elettori a decidere il successore del presidente ad interim José María Balcázar, in un panorama politico caratterizzato da una significativa frammentazione derivante dal primo turno elettorale, al quale hanno partecipato 35 candidati presidenziali e nessuno dei finalisti è riuscito a superare il 20% dei voti totali.

Le opzioni in competizione rappresentano due progetti politici e ideologici completamente opposti: da un lato, la proposta della destra conservatrice, guidata da Keiko Fujimori del partito Fuerza Popular; dall'altro, l'alternativa del leader di sinistra Roberto Sánchez della coalizione Juntos por el Perú, che gode di un forte sostegno tra la classe operaia e nelle regioni interne del Paese.

#EnVivo | TeleSUR transmite cómo se encuentra el Perú en esta nueva jornada electoral, nuestro corresponsal Ramiro Angulo está en el lugar y trae más detalles. https://t.co/ce290VlNE7

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 7, 2026

Il disinteresse e la sfiducia della popolazione nei confronti della classe politica tradizionale si sono riflessi nell'alto tasso di astensionismo registrato nella prima fase, dove quasi sei milioni di elettori iscritti hanno scelto di non votare, oltre ad altri tre milioni di cittadini che hanno optato per schede nulle o bianche.

In questo contesto di apatia civica, il voto degli indecisi e il rifiuto delle vecchie strutture istituzionali si stanno configurando come fattori determinanti per definire il percorso politico della nazione andina nei prossimi cinque anni.

I seggi elettorali hanno aperto alle 7:00 e chiuderanno alle 17:00 ora locale. L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha messo a disposizione una piattaforma digitale per consentire agli elettori di verificare il proprio seggio, il numero del tavolo e l'ordine di voto, garantendo un flusso ordinato durante la giornata elettorale.

Díaz-Canel smaschera la strategia della menzogna: "Così preparano le guerre" (VIDEO)

Mentre l'assedio economico e mediatico su Cuba si fa sempre più asfissiante, il presidente Miguel Díaz-Canel va dritto al cuore del metodo con cui Washington costruisce i suoi pretesti bellici. E lo fa con un passaggio che meriterebbe di essere inciso nella memoria collettiva.

"Inventarono il 'Cartel de los Soles' per colpire il Venezuela", denuncia il leader cubano. "Rapirono Maduro e due giorni dopo, il cartello era già svanito nel nulla. Dissero che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa ma non sono mai apparse. Attaccarono l'Iran con la scusa del nucleare, nessuna azione nucleare è mai avvenuta. Tutte le loro bugie, prima o poi, vengono a galla".

Cuba's Diaz-Canel: "They invented the Cartel de los Soles to go after Venezuela. They kidnapped Maduro -- two days later the cartel vanished. They said Iraq had WMDs -- never appeared. They attacked Iran over nukes -- no nuclear action ever happened. All their lies unravel." pic.twitter.com/E1StvR3FIv

— COMBATE |???????? (@upholdreality) June 6, 2026

Una sequenza impressionante di falsi allarmi, menzogne di Stato e verità insabbiate, che si ripete identica da decenni. Oggi, avverte Díaz-Canel, il copione è lo stesso: dipingere Cuba come una "minaccia inusuale e straordinaria" per la superpotenza statunitense, per giustificare l'invasione. Ma il presidente avverte: "Invadere Cuba costerebbe centinaia di migliaia di vite cubane, ma anche enormi perdite per l'invasore".

Non è solo una questione di resistenza. È la denuncia chiara di un meccanismo: inventare una minaccia, colpire, e quando le prove non si trovano, cambiare semplicemente capitolo. Il mondo, conclude Díaz-Canel, non può più permettersi di dimenticare le lezioni della storia.

Quel pizzino per prolungare la guerra (su mandato di Bruxelles)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.

Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.

La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.

Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».

E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.

Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».

In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per  ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo

Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».

Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».

Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.

E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.

La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».

Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.

Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.

La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.

Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».

 

https://politnavigator.news/zhivov-otkrytoe-pismo-zelenskogo-prezidentu-rf-ehto-tipichnaya-cipso-dlya-opravdaniya-teraktov.html

https://politnavigator.news/rabotajjte-bratya-putin-dal-publichnyjj-otvet-na-otkrytoe-pismo-zelenskogo.html

https://ukraina.ru/20260605/provokatsiya-voyny-zelenskiy-boitsya-i-po-khamski-na-grani-fola-pugaet-putina-i-rossiyu-----1079878129.html

 

 

Il fardello dell'uomo cubano (di Alberto Bradanini)

 

Intanto in un mondo parallelo (più equo e giusto)....

 

di Alberto Bradanini[i])

15 luglio 2026

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un'invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad - i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo, e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente - selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.


3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: "il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell'inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: "Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere ".


4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni '50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate "People's Cafés" penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) - che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi".

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue. "erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!"

 

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

F1, GP Monaco: Antonelli domina e allunga ancora nel Mondiale

7 Giugno 2026 ore 18:01
Ci sono vittorie che pesano più di altre. Per il circuito, per il modo, per il messaggio che lasciano agli avversari. La vittoria di Andrea Kimi Antonelli a Monaco appartiene a questa categoria, una prova di forza senza precedenti. L'italiano domina e mette in bacheca la quinta vittoria consecutiva della stagione, diventando il più giovane vincitore nel Principato.Il dominio prima del caosAntonelli ha imposto il proprio ritmo, ha scavato il vuoto, ha gestito le neutralizzazioni e ha resistito anche quando la gara sembrava voler rimettere tutto in discussione. La prima parte del Gran Premio è stata un monologo di Kimi, che ha girato con una superiorità quasi imbarazzante, arrivando a doppiare anche il compagno di squadra, George Russell. Il confronto interno con Russell, invece, è stato impietoso, perché ha chiuso fuori dalla zona punti, appesantito da una penalità per eccesso di velocità in pit lane e poi da un Drive Through per non aver scontato correttamente i cinque secondi iniziali. Una domenica da dimenticare, un'altra. Safety Car, bandiera rossa e restarLa gara si è complicata nel finale, quando Lance Stroll è rimasto fermo all'Anthony Noghes, costringendo la direzione gara a mandare in pista la Safety Car. Alla ripartenza, Antonelli non ha sbagliato nulla, ma pochi istanti dopo è arrivato l'incidente di Charles Leclerc, finito a muro nello stesso punto.Bandiera rossa, lunga interruzione e verifiche sull'asfalto, deteriorato in una zona molto vicina alla traiettoria ideale. A quel punto, la gara si è trasformata in un nuovo esame di maturità: ripartenza da fermo e tutto da rifare. Antonelli, però, ha risposto come fanno quelli che sentono già il peso del campionato senza farsene schiacciare: partenza pulita, difesa precisa, controllo assoluto fino alla bandiera a scacchi. Ferrari, sorriso amaroPer la Ferrari resta un secondo posto importante, ma anche il retrogusto amaro dell'occasione persa. Hamilton ha confermato il buon momento già intravisto in Canada, ma non ha mai avuto realmente il passo per attaccare Antonelli. Ha fatto il massimo possibile, portando a casa un risultato solido in una domenica in cui la Mercedes numero uno era semplicemente fuori portata.Diverso il discorso per Leclerc. Il monegasco ha chiuso contro le barriere al giro 66, completando un fine settimana complicato davanti al proprio pubblico. A tradirlo potrebbe essere stato ancora un problema ai freni, già presente nei weekend precedenti, e non l'asfalto sgretolato e i murble di cui si è parlato a caldo.Hadjar sul podio, Verstappen sparisce subitoIl terzo gradino del podio è andato a Isack Hadjar, autore di una gara di carattere. Dopo un weekend iniziato male, con l'errore alle Piscine, il francese ha saputo restare in partita, gestire problemi alla power unit e portare alla Red Bull un risultato pesante in assenza di Max Verstappen. Il campione olandese, infatti, è uscito di scena praticamente subito: guasto alla power unit dopo lo spegnimento dei semafori e ritiro immediato. Monaco ha perso così uno dei suoi protagonisti ancora prima della prima curva. Punti per Racing Bulls e CadillacAlle spalle del podio, Oscar Piastri ha chiuso quarto con l'unica McLaren superstite, dopo il ritiro di Lando Norris al giro 45 per un problema riconducibile alla batteria.Ottima domenica anche per Racing Bulls, quinta e sesta con Liam Lawson davanti ad Arvid Lindblad. Il team faentino ha sfruttato bene il caos della seconda parte di gara, trasformando neutralizzazioni e ripartenze in punti preziosi.Più beffardo il finale di Pierre Gasly: terzo al traguardo, ma retrocesso al settimo posto per dieci secondi di penalità. In zona punti anche Esteban Ocon con la Haas e Sergio Perez con la Cadillac, che conquista così un risultato storico alla sesta gara della propria avventura in Formula 1.La classifica completa del GP di Monaco >>

Revox B225: Lettore CD, Precisione Svizzera, Zero Difetti - Riparazione per audiofili incazzati

7 Giugno 2026 ore 18:00

💾

🥼SUPPORTO AL CANALE:
🪛Patreon: https://www.patreon.com/c/MVVblog
🪛Donazioni Paypal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=LSV2ELFE5P9UW
🪛Abbonati a questo canale per accedere agli svantaggi:
https://www.youtube.com/channel/UCKzaFqpSVNmFxiOLTqZmv9Q/join
🪛Wishlist https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/3ICN20O96DPWT?ref_=wl_share
----------------------------------------------------------------------------------
🪛Tutti i miei affiliati e sconti: https://mvvblog.it/sponsor
----------------------------------------------------------------------------------
🥼INFO, SOCIAL E CONTATTI:
🪛 https://www.mvvblog.it
🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼
🪛SOLO per Sponsor e affiliati: mvvblogbusiness@gmail.com
-----------------------------------------------------------------------------------
Timeline:
00:00 - Introduzione e analisi delle condizioni del Revox B225
01:29 - Primo test di accensione e problemi al display
03:17 - Verifica del laser e del sistema di messa a fuoco
03:46 - Analisi termica: componenti che surriscaldano (IC2)
05:45 - Smontaggio della meccanica Philips CDM0 e test bobine
06:46 - Sostituzione del transistor BD136 in corto
07:12 - Test di funzionamento: la lente torna a muoversi
08:27 - Regolazione dell'altezza del motore (Service Manual)
08:58 - Recupero di un secondo Revox "rottame" per pezzi di ricambio
11:58 - Pulizia e restauro estetico (scambio frontalini e tasti)
13:10 - Scambio della scheda audio e primo ascolto riuscito
13:51 - Taratura fine: misura potenza laser e segnale RF
14:23 - Regolazione della messa a fuoco con oscilloscopio
16:57 - Restauro lampadine originali con vernice specifica
18:22 - Risoluzione errori di lettura e boost tensione laser
20:12 - Analisi finale del secondo apparecchio e conclusioni
-----------------------------------------------------------------------------------
#revox #lettorecd #riparazione #informatica #musica #mvvblog #audio #audiophile #audiofilo

Installation sur serveur UnRaid

Bonjour à toustes !

Dans une logique de dégafamisation de ma vie numérique, je me suis lancé avec très très peu de connaissances dans la mise en place d’un serveur à la maison à partir de matériaux de récupération.

J’ai donc installé UnRaid sur un vieux MacMini que j’ai réparé. Jusqu’ici, j’ai pu virer Google Drive en mettant en place un serveur Seafile mais maintenant j’aurai besoin de remplacer Google Forms que j’utilise beaucoup pour ma gestion administrative familiale et mon suivi de santé.

En farfouillant, je vois qu’on peut installer Yakforms sur un serveur personnel mais comme je suis très débutant et que je découvre UnRaid, j’aimerai savoir si des personnes ici savent si on peut installer Yakforms sans avoir de version docker, ou comment en créer une pour pouvoir l’installer sur mon serveur ?

Je vous remercie pour votre aide !

1 message - 1 participant(e)

Lire le sujet en entier

🎓 MATURITÀ 2026 | Guida ragionata alla Storia del Novecento

7 Giugno 2026 ore 15:46
Dalla società di massa alla globalizzazione: un percorso guidato attraverso le lezioni di Scorribande Filosofiche 📚 Care studentesse, cari studenti, ogni anno qualcuno mi scrive chiedendomi da dove cominciare per affrontare il programma di Storia dell’ultimo anno e prepararsi all’Esame di Stato senza perdersi nel mare di materiali disponibili online. Per questo ho raccolto e […]

[2026-06-12] CENA BELLAVITA @ Barocchio Squat

10 Giugno 2026 ore 09:31

CENA BELLAVITA

Barocchio Squat - Strada del Barocchio 27 - Grugliasco (TO)
(venerdì, 12 giugno 19:00)
CENA BELLAVITA

Barocchio squat presenta una semplice proposta per ribadire l'importanza della responsabilità individuale e collettiva sul tema dell'alimentazione, in specifico quella a base vegetale, come mezzo per portare avanti la liberazione animale in un contesto atroce che vede la mercificazione degli esseri animali per vari scopi beceri, come il divertimento, l'intrattenimento, secondo la logica di sfruttamento generale di questi ultimi.

Ribadiamo l'importanza dei luoghi che portano avanti la pratica dell'autogestione e della bella vita, inoltre ben al di fuori delle logiche del metodo capitalista.

Porta ciò che vuoi trovare

Cucina aperta dalle 19

Il posto è in strada del Barocchio 27

Il poscritto è fuoco ad ogni gabbia.

[2026-06-12] DISCONI REALI @ Giardini Reali - Torino

29 Maggio 2026 ore 18:37

DISCONI REALI

Giardini Reali - Torino - Giardini Reali
(venerdì, 12 giugno 22:00)
DISCONI REALI

Venerdì 12 Giugno arriva Disconi Reali ai Giardini Reali di Torino.

Una serata all'aperto con musica che non scherza: ai piatti ci sono Luca K, Gyca e Magi, tre nomi che sanno il fatto loro e non vengono a fare i comodi vostri. Techno, Tekno, Remember: perle del passato e del futuro.

Si parte dalle 22 e si va avanti finché regge.

Non fate incazzare i DJ e i baristi, ci vediamo il 12 giugno per smandarla di brutto.

NO FASCI

NO SBIRRI

NO MOLESTI

NO PRESIMALE

[2026-06-12] Apertura Ciclofficina Popolare Malabrocca @ Ciclofficina Malabrocca

5 Giugno 2026 ore 22:25

Apertura Ciclofficina Popolare Malabrocca

Ciclofficina Malabrocca - Largo Vitale 113 - Torino
(venerdì, 12 giugno 18:00)
Apertura Ciclofficina Popolare Malabrocca

Se pensi che in Aurora manchi una ciclofficina orizzontale, inclusiva ed attraversabile da tutt*, passa a trovarci per autoriparazioni e guai di facile ris(v)oluzione:

Le ciclofficine popolari si basano sull’efficacia della lentezza, sul rispetto delle diversità, sullo scambio di conoscenze all’interno di spazi orizzontali.

Organizziamoci collettivamente

🔧 officina

🍪 chillout

🚲 rilascia e rimessa

Porta le tue necessità, capacità, socievolezza e la tua idea di ciclofficina.

Passa a fare due chiacchiere, ti aspettiamo a Manituana, in largo vitale 113, tutti i venerdì dalle 17.30.

Manituana è uno spazio antifascista, antirazzista e antisessista.

No machismo,

no homolesbotransfobia, 

no abilismo.

TV AUTOVOX: TIMELAPSE di recupero componenti ASMR, Ma Mi Si Sfascia IL SALDATORE!!! #ASMR #relaxing

7 Giugno 2026 ore 13:00

💾

Fate una donazione al CANALE ed alla GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

#vlogger #vlogs #faidate #diy #diycrafts #laboratorio #vintageradio #vacuumtube #radioavalvole #vintage #repair #repairing #righttorepair #vintage #spaceage #design #restoration #computerhistory #computer #riparazione #funny #funnyvideo #funnyvideos

Questo AUTOVOX e' privo di speranza.
Il cinescopio e' ESAURITO, e' alimentato a 9 VOLT ed e' prossimo alla morte.
Il mobile e' in pessime condizioni, mancano manopole e parti interne.
Ho bisogno di spazio nel lab, quindi e' inutile conservarlo.
Ho provato a regalarlo in giro ma in zona non c'e' nessuno, spedirlo costa uno sfacelo e per le condizioni in cui versa, non ne vale la pena.

Dopo aver fatto un po' di esperimenti di alta tensione, decido di smontarlo per recuperare componentistica. Nel fare cosi', MI SI SFASCIA IL SALDATORE!!!

*OCCHIO al mio AMAZON SHOP! https://www.amazon.it/shop/asbestomolesto*
*Le mie attrezzature le trovate nel mio negozietto AMAZON:*
Queste sono tutte cose che USO GIORNALMENTE e di cui sono molto soddisfatto :)

*TRASMETTITORE RADIO AM* : https://it.aliexpress.com/item/1005005593010774.html

*Saldatore SPETTACOLARE Kaiweets KETS02* : https://amzn.to/4kS3voK
*Saldatore* economico ma funzionale: https://amzn.to/43MSuxZ
*Stagno* 60/40 OTTIMO *NON-RoHS*: https://amzn.to/4cBf290
*Trecciola dissaldante: https://amzn.to/3PNsgWj*
*Flussante* Amtech NC-559-V2-TF: https://amzn.to/43DPAvo
*Pasta per saldature* elettroniche: https://amzn.to/43GAN39
*Disossidante* per saldature: https://amzn.to/4axQagu
parte 3
*Tester digitale* UNI-T UT139C: https://amzn.to/43HeKZX
*Oscilloscopio portatile* : https://amzn.to/4acVQwx
*Cassettiera portacomponenti* : https://amzn.to/4cwPObX
*Masterizzatore M-DISC Blueray* : https://amzn.to/3IZ3VJj

*Antenna MINI WHIP* : https://amzn.to/4aDnnHx
*ALTRA ANTENNA MINI WHIP*: https://amzn.to/43NHReh
*Ricevitore SDR*: https://amzn.to/3TLirJR
*Ricevitore radio XHDATA D-808* : https://amzn.to/3xQzYbZ

*Display Voltmetro 0-30Vdc* : https://amzn.to/3xepanL
*XHDATA D-808* radio onde corte AM/FM/Airband/ETC: https://amzn.to/43EutZS
*Evaporust* : https://amzn.to/3xaNRBy
*Caricabatterie solare* USB etc: https://amzn.to/43Cn39D
*Rotelle per sedia* : https://amzn.to/49kSrKZ

*Le mie attrezzature VEVOR ed i codici per acquistarle con sconti:*
CODICE DI *SCONTO 5%* su tutti i prodotti VEVOR: VVGDS5

*Termocamera infrarossi* VEVOR SC240N: https://s.vevor.com/bfQsoD
*Pulitrice ad ultrasuoni* VEVOR da 10 litri: https://s.vevor.com/bfQgEk
*Telecamera endoscopica* VEVOR 5 metri 3 telecamere: https://s.vevor.com/bfQbze

*BRAKLEEN pulitore freni* : https://amzn.to/3VGjgX0
*Cavo adattatore da OBD2 a OBD 3 pin* : https://amzn.to/43I4zUY
*Cavo diagnostico OBD per PANDA 141* ed altre auto storiche: https://amzn.to/3xiD9co
*Adattatore Da Attacco H4 HS1 A H5 R2 G40* : https://amzn.to/4cAByPf
*Lampade Philips RacingVision GT200 H4* per Panda 141: https://amzn.to/3xipx0O
*Imbottitura sedile panda 141 seduta* : https://amzn.to/4cAMLPT

*CINEBASTO Riscaldatore DIESEL* 8KW VEVOR BLUETOOTH lo trovate qui:
DALL' ITALIA site https://s.vevor.com/bfQYmP BLUETOOTH!!!
EUROPA site https://s.vevor.com/bfRpdd BLUETOOTH!!!
GERMANY site https://s.vevor.com/bfRpdk BLUETOOTH!!!
CODICE DI SCONTO VVS10 RISPARMIA 10€ !!!

Se vi interessa il VEVOR, , guardate la serie completa!
PARTE 1: https://www.youtube.com/watch?v=A9xgrcAC4_8
PARTE 2: https://www.youtube.com/watch?v=mwhiqrgUQck
PARTE 3: https://www.youtube.com/watch?v=LVSfAheBhYk
PARTE 4: https://www.youtube.com/watch?v=9DlC6uSOrno
PARTE 5: https://www.youtube.com/watch?v=hdMPFVHCf7w
PARTE 6: https://www.youtube.com/watch?v=yjk9LYeo7dI

_In qualità di Affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei: aiuterete il canale a crescere!_

Framaforms: traduction du button "soumettre"

Bonjour,

nous essayons d’utiliser framaforms pour une classe en Allemagne.

Mais le button “soumettre” reste en Francais.

J’ai regardé sur https://weblate.framasoft.org, et la langue allemande est traduite à 100%.

Est-ce que le label “soumettre” est en dur en Francais?

Je suis pret à contribuer si c’est utile.

Yann

1 message - 1 participant(e)

Lire le sujet en entier

La donna che andò oltre le virtù | Margherita Porete

7 Giugno 2026 ore 11:59
Una donna del Medioevo sostenne che la vera libertà nasce quando smettiamo di appartenere a noi stessi.Per questa idea venne processata e arsa sul rogo a Parigi nel 1310.Ma la domanda che pose sette secoli fa continua ancora oggi a inquietarci. Margherita Porete fu una delle figure più enigmatiche e affascinanti del Medioevo cristiano. Beghina, […]

Scontro sulla memoria storica in UE: chiesta la revoca dell'Ordine del Merito a Zelensky

 

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

La destra dell’Europarlamento protesta contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per la riabilitazione dei collaborazionisti dei nazisti. In una lettera del 5 giugno alla leader dell’eurocamera Roberta Metzola, 34 parlamentari chiedono la revoca dell’onorificenza dell’Ordine del Merito europeo conferitagli meno di un mese fa.

 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Nel testo si contesta il conferimento ad un’unità d’elite delle Forze Armate Ucraine del titolo di “Eroi dell’UPA”, in onore all’esercito insurrezionalista di Stepan Bandera, stata assegnata con decreto presidenziale del 26 maggio n. 440/2026. Pochi giorni prima Zelensky aveva ricevuto con gli onori di Stato la salma di un altro collaborazionista di Hitler, criminale di guerra: Andrii Melnyk, fondatore dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini).

Le spoglie sono state riesumate dal Lussemburgo e riportate in Ucraina su richiesta del governo di Kiev. Il presidente ucraino le ha ricevute dandone sepoltura con una cerimonia in pompa, a cui hanno preso parte Oleksandr Alfiorov (direttore dell'Istituto ucraino della memoria nazionale) e Iryna Vereshchuk (vice capo dell'Ufficio del Presidente dell'Ucraina), oltre a una delegazione dell’Azov. Lo stesso Alfiorov è un membro dell’Azov.

Zelensky ha lanciato la prima zolla di terra, in ginocchio davanti al feretro.

“Il colonnello Andriy Melnyk è tornato in un’Ucraina diversa: non quella che era stato costretto a lasciare, ma quella che aveva sognato”, ha dichiarato.

 

Una dura condanna senza precedenti

Il documento si scaglia in modo inequivocabile e senza mezzi termini contro “le recenti decisioni” del presidente ucraino “che pubblicamente onorano e glorificano la criminale Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) — una formazione responsabile di crimini di massa e genocidio della popolazione civile commessi nel 1943-1945 nei territori della Volinia e della Galizia Orientale della Seconda Repubblica di Polonia”.

Specifica che durante la seconda guerra mondiale le formazioni nazionaliste ucraine furono responsabile di “pulizie etniche genocidarie” che hanno causato la morte di almeno 120.000 polacchi, ruteni, ebrei, “ucraini giusti”, nonché della cacciata di centinaia di migliaia di polacchi dalle loro terre, cui non fecero più ritorno.

Inoltre condanna nero su bianco la glorificazione dei collaborazionisti ucraini: “Negli ultimi anni, le autorità statali ucraine hanno ripetutamente presentato OUN e UPA come organizzazioni degne di emulazione che hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina. Nello spazio pubblico ucraino sta diventando sempre più evidente il culto di figure legate a OUN e UPA, come Stepan Bandera, Roman Shukhevych e Andriy Melnyk, così come degli ideologi dello sciovinismo ucraino come Dmytro Dontsov”

“I loro nomi vengono dati a strade e piazze, vengono eretti monumenti e aperti musei. Molte unità dell'esercito ucraino moderno usano la simbologia dell'OUN e dell'UPA. I giovani ucraini vengono insegnati a onorare criminali presentati come eroi, il che ha conseguenze catastrofiche per la costruzione di relazioni di buon vicinato nell'Europa Centrale e Orientale e per superare i demoni del ventesimo secolo”.

“I valori europei, basati sul dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco tra i popoli, non possono essere compatibili con la glorificazione dello sciovinismo, dell'odio, del genocidio e delle pulizie etniche. L'identità del proprio Stato e della propria società non può essere costruita su un crimine così mostruoso. Il Presidente Zelensky, come persona responsabile della glorificazione di questa tradizione criminale, non merita questo ordine e dovrebbe esserne privato”. Queste argomentazioni sono condannate “narrativa del Cremlino” dalle autorità di Kiev e dai sostenitori dell’Ucraina. Nei Paesi UE sono definite “tematiche controverse”.

 

Tensioni al massimo con la Polonia

La prima firmataria del documento è l’europarlamentare Anna Brylka del gruppo Patriots for Europe (PfE), eletta in Polonia con il partito di destra Konfederacja. Al momento l’appello non è ancora stato presentato, è in corso la raccolta firme. La lettera è il culmine di un’ondata trasversale di indignazione esplosa in Polonia dopo l’omaggio a Melnyk e la glorificazione dell’UPA. Il presidente Karol Nawrocky ha proposto di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca.

Il primo ministro Donald Tusk non solo lo sostiene, ma minaccia Kiev di conseguenze economiche: “le nostre relazioni saranno determinate non dalla simpatia, ma da uno spietato business". Tra le righe si legge il veto all’ingresso dell’Ucraina nella UE, attualmente in discussione.

Il vice presidente della Camera Krzysztof Bosak, ha chiesto di passare a “gesti più completi”: bloccare l'adesione dell'Ucraina all'UE, smettere di pagare per Starlink e concedere finanziamenti.

La reazione più emblematica è quella dell’ex presidente, capo di Solidarno?? e vincitore del premio nobel per la pace Lech Walesa:  

"Il Presidente ucraino, premiando i banditi dell'UPA, mi ha offeso e tutti i nostri connazionali uccisi. Per questo motivo, ho pubblicamente tolto la bandiera ucraina dal petto. Continuerò ad aiutare il popolo ucraino nella lotta contro i sovietici. Rifiuto il sostegno al Presidente Zelensky", ha scritto su Facebook.

Va specificato che l’indignazione non è mossa da alcun sentimento antifascista. Piuttosto è rivelatrice di come l’Ucraina sia diventata una rogna per le autorità polacche.

 

Il paradosso del giardino europeo

Nell’Europa in lotta per la libertà contro l’autocrazia russa, è la destra sovranista a promuovere un’azione antinazista. Per anni politici e giornalisti hanno lavorato intensamente nascondere la nazistificazione dell’Ucraina, accusando di filoputinismo chiunque sollevasse il problema. La sinistra liberal ha mostrato i neonazisti dell’Azov o il Corpo Volontario Russo come resistenza ucraina o partigiani russi, ammettendo i loro vessilli ai cortei del 25 aprile. La società civile ha negato o minimizzato o giustificato la glorificazione di nazisti, filonazisti e criminali di guerra. Per anni i “debunker indipendenti” (con moglie ucraina) si sono arrampicati sugli specchi per mostrare le svastiche, sempre più presenti nell’iconografia ucraina post-maidanista, come “bellissimi simboli solari slavi di fertilità”.

Dopo tutti questi sforzi, sono i polacchi a mostrare che il re è nudo. I polacchi, gli stessi che hanno fatto della russofobia e dell’anticomunismo la propria religione di stato. La sinistra liberale, europeista e filo-NATO, invece, continua a negare che in Ucraina il nazismo sia sdoganato e celebrato. E lo fa in nome della democrazia e della lotta al “putinismo”.

 

La lotta per la memoria storica

Da anni Varsavia mal tollera la riabilitazione dei seguaci di Stepan Bandera, Andriy Melnyk e Roman Shukhevych. Non per un improvviso sentimento antifascista, ma per sciovinismo interno.

Il culto delle vittime della pulizia etnica portata avanti dai collaborazionisti ucraini è uno dei pilastri del nazionalismo polacco e dunque dell’identità della Polonia democratica, assieme alla russofobia e all’anticomunismo.

Questo elemento essenziale di coesione interna della Polonia è in conflitto esistenziale con il processo di costruzione della nuova identità nazionale ucraina, basato sulla riabilitazione, sdoganamento e glorificazione degli oppositori dell’URSS. Non più collaborazionisti nazisti ma eroi della lotta di indipendenza nazionale.

La creazione di una comune memoria storica è terreno di conflitto irriducibile tra Varsavia e Kiev, nonché il principale ostacolo sovrastrutturale per una solida e duratura alleanza antirussa tra i due Paesi.

 

Le ragioni concrete della discordia

La rivalità tra Ucraina e Polonia non si colloca in cielo, ha i piedi ben radicati nel terreno. In Europa i due paesi sono avversari naturali e la loro competizione può soltanto essere amplificata da un ingresso di Kiev nell’UE.

La preoccupazione di Varsavia ha almeno tre dimensioni:

  • produttiva-commerciale: protezione del settore agricolo. L’ingresso dell’Ucraina nell’UE renderebbe i prodotti polacchi meno competitivi a scapito degli agricoltori e produttori, che costituiscono un’estesa e importante base elettorale che nessuna parte politica intende inimicarsi;
  • economica: La Polonia è uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi di coesione e agricoli. L’ingresso di un paese grande e povero come l’Ucraina ridurrebbe la quota pro-capite di fondi disponibili.
  • politica: un paese grande come l’Ucraina minerebbe il ruolo della Polonia di “leader dell’Est” e dunque le capacità di influenza nella regione.

 

Le prime due problematiche sono condivise dagli altri Paesi Visegrad.

Infine, se vogliamo, c’è un’altra grande questione che contrappone Varsavia e Kiev: la competizione militare. La Polonia ambisce a diventare il più grande esercito europeo. L’Ucraina è già una potenza militare collaudata sul campo di battaglia, con una fiorente industria militare sostenuta dall’Occidente e all’avanguardia tecnologica.

Il rapporto tra Kiev e Varsavia non è un’alleanza ma un fidanzamento di convenienza tra due nemici naturali che si uniscono in nome della comune inimicizia contro la Russia. È una faglia tettonica strutturale in perpetuo moto conflittuale, destinata ciclicamente ad esplodere. Come in questo caso.

 

Esopianeti

7 Giugno 2026 ore 10:57
di Alessandro Baldacci   [E’ uscito da poco nella collana “Adamàs” di La Vita Felice Esopianeti, il nuovo libro di poesia di Alessandro Baldacci, seconda parte di una trilogia dedicata ai “ragazzi selvaggi” Kaspar Hauser e Victor. Proponiamo un testo].   Itard   «Io non vengo alla festa,                …

read more "Esopianeti"

榫卯结构的足球,工艺真牛 #diy #手工艺

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠

Liberi di sparare ai ladri, con l'Istituto Liberale

7 Giugno 2026 ore 10:16

💾

Perché bisognerebbe essere liberi di vivere in un appartamento da un metro quadrato, senza che sia lo Stato a stabilire qual è la dimensione minima di casa nostra? Perché i liberali, più che liberali, in Italia sono dei disadattati?

💌 Iscriviti alla newsletter gratuita: https://www.andrealombardi.it
👨‍💻 Il mio blog: https://www.andrealombardi.blog

🛒 ACQUISTA
Polemiche Liberali di Pietro Lombardi: https://amzn.to/4dXzceO

🟥 Abbonati al canale per sostenermi: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

❤️‍🔥 SOSTIENI IL MIO LAVORO
Se ti fa piacere aiutarmi puoi fare una donazione dell'importo che vuoi, con il sicurissimo sistema di PayPal: https://www.paypal.me/cedipeggio
Oppure con un bonifico sul cc intestato ad Andrea Lombardi e IBAN: LT313250022724749783 (BIC REVOLT21)
Preferisci donare in Bitcoin? Ecco il mio wallet: 3EUiEdNMakRm2gqVLi16wbyzPp1vwRDQsc

Oppure puoi abbonarti al canale: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

🔥 PANTOPRAZOLO CLUB
Il Pantoprazolo Club è la community del mio Canale YuTube: un vero e proprio social network nel quale scambiarsi idee e materiale. Abbonarsi è un ulteriore modo per sostenere il mio progetto e permettergli di crescere e sostenersi.

👉 Cosa è: https://youtu.be/KJLtkEwnviI
👉 Abbonati al Pantoprazolo Club: https://www.pantoprazolo.club/abbonamenti

📚 OPPURE REGALAMI UN LIBRO
Oppure, se preferisci puoi regalarmi un libro dalla mia lista Amazon: https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/1P7HNKGPEMK90

#istitutoliberale

🍷 INDICE
00:00 - Relatori
01:23:24 - Domande

🍕 SEGUIMI SUI SOCIAL
Tutti i link: https://www.nonhocapito.it

✉️ E-Mail: cedipeggio@andrealombardi.it

La batalla cultural después de la batalla política: quién moldea una sociedad y con qué objetivos – Por Ivone Alves García

7 Giugno 2026 ore 06:04

Por Ivone Alves García

Las sociedades se engañan con una facilidad asombrosa: como niños, muchos creen que los grandes cambios nacen de revoluciones sangrientas, de golpes de Estado o de crisis económicas que lo derrumban todo. La verdad es más simple y más lenta: los cambios que realmente moldean un pueblo ocurren en silencio, durante décadas, en las aulas, en las redacciones, en las universidades, en las pantallas y en los despachos donde se decide qué es conveniente decir y qué debe ser silenciado.

El poder real no se mide en bancas parlamentarias, sino en la capacidad de moldear el sentido común.

Argentina vivió uno de esos procesos en las últimas décadas. No fue solo un giro político. Fue una reingeniería cultural profunda que alteró la forma en que millones de personas entienden la familia, la educación, el sexo, la autoridad, la nación y hasta el significado de las palabras. Sus impulsores lo vendieron como progreso inevitable y moralmente superior. Sus críticos lo señalaron como lo que era: un proyecto deliberado de desmantelamiento de los valores y estructuras que habían sostenido la convivencia.

Ninguna transformación de esta magnitud surge por generación espontánea. Requiere dinero, instituciones, militantes pagados, ONGs, organismos internacionales, fundaciones extranjeras, universidades capturadas y medios alineados. Aquí entra en escena un actor clave: las grandes fundaciones y ONGs internacionales. Organizaciones como Open Society Foundations, Ford Foundation, Rockefeller y agencias de la ONU (UNFPA, entre otras) inyectaron cientos de millones de dólares durante décadas en Iberoamérica y en Argentina específicamente para promover agendas de género, derechos sexuales y reproductivos, diversidad queer y deconstrucción familiar.

No fue filantropía desinteresada. Nunca lo es cuando se trata de poder a gran escala. Estos actores operan con objetivos estratégicos claros: imponer marcos ideológicos uniformes a nivel global que debiliten las soberanías nacionales, erosionen las identidades culturales fuertes y faciliten el control supranacional. Históricamente, muchas de estas mismas fundaciones promovieron políticas de control poblacional en el Tercer Mundo para “estabilizar” recursos y mercados. Hoy disfrazan el mismo impulso bajo el lenguaje de “justicia de género” y “emancipación individual”. Una población que no se reproduce, que prioriza el individualismo hedonista y la autopercepción por encima de la continuidad biológica y cultural, es más manejable, más dependiente de flujos globales de capital, bienes y migración, y menos capaz de resistir agendas externas.

El impacto demográfico es devastador y predecible. Los países que más se adhirieron a esta agenda —incluida Argentina— registraron caídas brutales en sus tasas de fertilidad. En Argentina la tasa bajó a niveles catastróficos, rondando el 1.1-1.2 hijos por mujer en los últimos años, muy por debajo del nivel de reemplazo (2.1). Las familias estables se volvieron más escasas, la maternidad se postergó dramáticamente, la natalidad adolescente colapsó gracias a campañas masivas de anticoncepción y aborto legal, y una generación entera creció priorizando “realizarse” individualmente sobre la transmisión de la vida. Esto no es casualidad ni mero “progreso moderno”. Es el resultado lógico de una cultura que patologiza la masculinidad, celebra la esterilidad como liberación, y trata la familia tradicional como una reliquia opresiva.

El resultado es una bomba de tiempo demográfica: envejecimiento acelerado, fuerza laboral futura diezmada, sistemas de seguridad social insostenibles y una nación que, a mediano plazo, pierde densidad humana y capacidad de defensa territorial y cultural. Países que se vacían demográficamente terminan importando población, muchas veces incompatible con la cultura original, profundizando aún más la fragmentación.

Argentina no salió de este experimento más unida, más libre ni más próspera. Salió fragmentada, de rodillas y dependiente. Los resultados están a la vista: la natalidad se hundió, la destrucción de la familia estable se volvió la norma y la confianza social fue arrasada. El sistema educativo fue vaciado de conocimiento para ser convertido en una maquinaria de adoctrinamiento ideológico, mientras se ejecutaba el desmantelamiento sistemático de toda autoridad: la de los padres, la de los docentes y la de las instituciones.

El verdadero objetivo de este proceso fue la demolición deliberada de la cohesión social. Destruyeron la idea de una ciudadanía común para imponer un tribalismo fanático, donde la identidad de cada grupo se financia a través de la victimización y el odio al otro: hombres contra mujeres, blancos contra negros, nativos contra “colonialismo”, tradición contra “diversidad”, biología contra autopercepción. Liquidaron el “nosotros” para entronizar una guerra civil cultural: un permanente «nosotros contra ellos».

Una sociedad así es estructuralmente débil. Pierde la capacidad de generar consenso mínimo, de transmitir cultura de forma estable, de resistir presiones externas. Un pueblo atomizado, donde cada individuo busca validación en su identidad particular, es mucho más fácil de gobernar desde arriba. Depende del Estado, de los medios y de las corporaciones culturales para saber quién es y qué debe pensar.

En la educación esto se vio con una claridad tremenda. La escuela dejó de ser el lugar donde se transmitían conocimientos duros, disciplina intelectual y una narrativa cultural compartida. Se convirtió en un centro de intervención emocional y política. Se bajó la exigencia, se cuestionó la autoridad del docente, se patologizó la masculinidad, se sexualizó prematuramente a los niños bajo el disfraz de “educación afectiva” y se trató la herencia cultural como algo sospechoso. El resultado es previsible: chicos que saben menos, que toleran menos la frustración y que están más expuestos a la propaganda del momento.

Mientras tanto, la tan proclamada “diversidad” se reveló como un engaño. Nunca hubo tanta uniformidad ideológica en universidades, medios, cine, música y organismos públicos. La diversidad se tolera siempre y cuando coincida con la línea correcta. Disentir sigue siendo costoso.

Lo más revelador es que esta ocupación cultural sobrevive a las derrotas electorales. Las batallas políticas son coyunturales y se dirimen cada cuatro u ocho años; las batallas culturales son estructurales: se ganan a lo largo de décadas mediante la colonización institucional, el adoctrinamiento de cuadros y el secuestro del lenguaje. Por eso las mismas consignas destructivas reaparecen una y otra vez, aunque la sociedad las haya escupido en las urnas. Tienen infraestructura. Tienen recursos extranjeros. Tienen un fanatismo ciego.

El resultado de este sabotaje es una población anestesiada. Mientras provocan el colapso de la economía real, desintegran la excelencia educativa y hunden la demografía, dilapidan la energía pública en guerras simbólicas sobre pronombres, baños y «violencias» inventadas. Es una estrategia clásica de dominación: agotar a la comunidad en debates estériles para que sea incapaz de defender lo esencial.

Esa es la verdadera disputa de nuestro tiempo. No entre izquierda y derecha tradicionales, sino entre quienes creen que la comunidad humana es una herencia imperfecta que debe mejorarse sin destruirla, y quienes ven en esa herencia solo cadenas que hay que romper para liberar al individuo (y, de paso, controlarlo mejor).

Los resultados del segundo camino los tenemos delante. Ya es hora de mirarlos sin miedo.

Ivone Alves García
Productora general | AsiaTV

Productora general y gestora cultural especializada en cooperación internacional y comunicación geopolítica. Cofundadora y productora general de AsiaTV, plataforma dedicada al análisis geopolítico y la cooperación internacional. Ha coordinado encuentros académicos, culturales y diplomáticos con embajadas, universidades y organizaciones internacionales. Cofundadora de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI).

Rookie Taiwan lawmaker blacklisted by Beijing makes long-shot bid to become Taipei mayor

A first-term lawmaker who was blacklisted by Beijing over his alleged support for Taiwanese independence will challenge Taipei’s popular incumbent mayor in the local elections later this year. The ruling Democratic Progressive Party’s decision to nominate Puma Shen Pao-yang, an outspoken critic of Beijing whose political identity has been built around his calls to strengthen the island’s security, came as a surprise to many. The former academic joined politics only two years ago, entering the...

Propiedad y función social – Por Juan Manuel de Prada

7 Giugno 2026 ore 03:58

Por Juan Manuel de Prada

Cuando se habla de la «función social de la propiedad» pensamos en un cierto reparto de los bienes que evite su concentración abusiva en unas pocas manos. Pero la función social de la propiedad implica, en general, que el derecho de propiedad se supedite al bien común, que es el fin último de toda política digna de tal nombre. En este sentido, debería enarbolarse este principio cuando los legítimos dueños de edificios o establecimientos emblemáticos disponen de ellos, para emplearlos en usos para los que no fueron inicialmente concebidos, o los venden a personas que envilecen y degradan su prosapia. Pondré dos ejemplos notorios.

El primero de ellos afecta al celebérrimo edificio de la Telefónica, en la Gran Vía de Madrid. Erigido entre 1926 y 1929, fue el primer rascacielos de España; y el más alto hasta casi treinta años después. Durante nuestra malhadada Guerra Civil, el edificio de la Telefónica fue objetivo predilecto de la artillería franquista (los madrileños, con gracejo castizo, lo llamaban el «gua», en alusión al hoyo del juego de las canicas), pues, si era destruido, incomunicaba la capital con el resto de la zona republicana. Además de centro neurálgico de comunicaciones, el edificio era un observatorio militar inmejorable que permitía vigilar los movimientos de las tropas sitiadoras. Y, en fin, en este edificio se instalaron en 1936 las oficinas de los corresponsales extranjeros, entre quienes se contaban escritores tan conspicuos como Ernest Hemingway o Antoine de Saint-Exupéry. Aunque recibió más de cien impactos de proyectiles, el edificio de la Telefónica nunca llegó a desplomarse, porque su sólida estructura de acero y hormigón armado lo impidió; y porque el arquitecto que lo diseñó, Ignacio de Cárdenas, lo visitaba después de cada bombardeo para señalar dónde debían hacerse de inmediato trabajos de apuntalamiento. Los sótanos del rascacielos fueron, además, el refugio antiaéreo más seguro de todo Madrid; y sus telefonistas jamás dejaron de operar las líneas mientras duró el asedio de la capital, sin que se computara ni una sola baja. Antes de todos estos hechos, en 1929, se hizo desde este edificio la primera llamada transoceánica (una conversación entre Alfonso XIII y el presidente de Estados Unidos); y, tras la guerra, fue reconstruido respetando los planos originarios de Cárdenas. No creo, honestamente, que un edificio de tanta relevancia histórica, ligado siempre a las telecomunicaciones, pueda ser vendido alegremente (¡por una empresa, además, que está participada por el propio Estado!) a un comprador que desea convertirlo en un sórdido centro comercial. En un país donde rigiese la noción de función social de la propiedad, no se habría permitido que Telefónica cambiase su sede central; pero mucho menos se permitiría que un edificio tan ligado a la historia de Madrid se pueda vender alegremente para fines tan alejados de aquellos para los que fue diseñado.

Con el mítico café Gijón, el segundo ejemplo al que deseo referirme, no se ha producido un cambio de uso o destino; pero ha cambiado de dueños, que han resuelto cambiar el tipo de público al que se dirigen. No soy tan ingenuo como para ignorar que el café Gijón ya no era aquel templo de las letras retratado por Francisco Umbral; tampoco se me escapa que, en las últimas décadas, se había convertido en estación predilecta de los guiris en busca de tipismos fenecidos. Sin embargo, el café seguía siendo cónclave de amenas tertulias; y la carta, aunque algo demasiado ‘encumbrada’, incluía los platos que una casa de comidas madrileña de cierto pedigrí debe incluir invariablemente, desde el jamón serrano a los callos. Pero los nuevos dueños han resuelto que el establecimiento debe aprovecharse de su renombre para captar guiris desnortados y sangrarlos concienzudamente, con una carta abominable donde se congregan, a precios astronómicos, las más diversas y desmoralizantes bazofias culinarias, desde los ‘rollitos de primavera’ (¡veinticinco euros de nada!) o los ‘nachos con guacamole’ (¡veintitrés!) al ‘curry vegano de tofu y verduras’ o el ‘poke woki hawaiano de salmón’ (¡treinta y cuatro euros cada uno!), más cuatro birrias de sushi y cuatro pizzas ignominiosas (quien lo probó lo sabe), de precios siempre delirantes. ¿Hay derecho a que un café histórico madrileño, refugio de nuestros más ilustres hombres de letras, ofrezca en su carta tales comistrajos? ¿Debemos aceptar que un lugar tan emblemático de Madrid se convierta en un antro para desvalijar guiris despistados? La función social de la propiedad debería imponerse sobre el capricho de dueños desaprensivos y vigilar las compraventas de edificios y establecimientos emblemáticos. Se expropia poco para lo que se provoca.

León ante el abrazo del oso – Por Juan Manuel de Prada

7 Giugno 2026 ore 03:39

Por Juan Manuel de Prada

Las incontinencias verbales del Papa Francisco, durante los vuelos de ida y vuelta de sus viajes apostólicos, siempre deparaban suculentas carroñas al gremio foliculario. En uno de aquellos vuelos con más peligro que los de la saga ‘Aterriza como puedas’, inquirido por un periodista español sobre la posibilidad de realizar un viaje apostólico a España, Francisco respondió: «Primero tienen que ponerse de acuerdo entre ustedes». Y unas pocas semanas más tarde, aprovechando otro vuelo, soltó aquella enigmática y lacónica perla que encrespó a nuestro patriotismo más testicular: «Iré cuando haya paz». Enseguida nuestros constitucionalistas chorlitos afearon que ‘el peronista Bergoglio’ visitase sin empacho países sometidos al comunismo o infractores de los ‘derechos humanos’ y se negase a visitar la muy democrática España. Y no faltaron quienes acusaron al Papa argentino de sumarse al ‘relato’ del independentismo catalán, o al guerracivilismo de la izquierda, o incluso a la Leyenda Negra contra la nación que había evangelizado América. A nosotros, en cambio, aquella decisión de Francisco –aunque expresada con su habitual tono indelicado– nos pareció muy acertada, pues por aquellos días la política española era un cenagal de bajas pasiones; y un Papa no tiene por qué verse salpicado por el cieno de las querellas intestinas.

Lo que pensábamos entonces lo seguimos pensando con mayor motivo hoy, pues desde entonces el cenagal español no ha hecho sino volverse mucho más inmundo y pestífero. Resulta, en verdad, desconcertante que León XIV haya elegido el momento presente para visitar España, una de las coyunturas más sórdidas y tremebundas del aciago Régimen del 78, cuando todas sus purulencias y putrefacciones se desbordan, mostrando al mundo entero la descomposición de una cleptocracia en metástasis. ¿De veras no se podía haber organizado esta visita siquiera tras la celebración de unas elecciones? ¿Por qué se elige este momento nefasto, justo cuando la tormenta judicial que cerca a un Gobierno convertido en «junta de ladrones» (según la expresión agustiniana) estalla por doquier, alumbrando nuevos episodios cochambrosos cada día? Ver noticias sobre la visita papal envueltas entre las noticias sórdidas que protagoniza la chusma gobernante produce el mismo efecto que ver un lirio en un vertedero, un ruiseñor en un festín de buitres o una virgen en un burdel. ¿Quién se halla detrás de una decisión tan desafortunada?

Ni siquiera parece improbable que, mientras se desarrolla la visita papal, se produzcan nuevas actuaciones judiciales o policiales que comprometan todavía más al doctor Sánchez y sus mariachis (quienes, entretanto, hediondos e infestados de larvas, estarán arrimándose a León XIV, para que su aura les proteja). Ciertamente, si el heroico Hércules logró limpiar los establos de Augias sin ser sepultado entre sus inmundicias, León XIV podrá salir del brete sin que las podredumbres de la chusma gobernante salpiquen su alba sotana ni su predicamento entre los fieles. Pero se le está exponiendo a un riesgo por completo innecesario; pues la chusma gobernante no se va a conformar con ‘salir en la foto’ al lado de León XIV, sino que pretende darle el abrazo del oso, tratando de sacar tajada y rédito político de su visita, tratando de aprovechar en su beneficio cualquier pronunciamiento papal que pueda ser retorcido y tergiversado, para llevar el agua a su molino de vilezas y depravación moral. Un sujeto desaprensivo como el doctor Sánchez, que se ha negado reiteradamente a asistir a misas funerales en sufragio por las almas de las víctimas de siniestros y calamidades que han dejado consternado al pueblo español (¡que se ha negado, incluso, a sabiendas de que los familiares de dichas víctimas imploraban la celebración de un funeral católico!) y a cambio ha organizado vomitivos y horteras aquelarres masónicos ya ha confirmado su presencia en la misa que se celebrará en la Sagrada Familia; y además ha anunciado que viajará a las islas Canarias, con la evidente intención de utilizar los discursos papales para justificar sus tropelías.

A nosotros, desde luego, nos gustaría que León hiciese con el doctor Sánchez lo mismo que Ambrosio, padre de la Iglesia, hizo con el emperador Teodosio, impidiéndole entrar en la catedral de Milán y exigiéndole que se despojase de los atavíos imperiales y vistiese de arpillera durante ocho meses, en señal de penitencia, antes de pisar suelo sagrado. O siquiera lo que Juan Pablo II hizo con Daniel Ortega y su Gobierno sandinista, reprendiéndolos públicamente en Managua. Pero no nos chupamos el dedo; y sabemos que los modos de Ambrosio y Juan Pablo II hoy se considerarían poco diplomáticos. Pero entre lo que hicieron Ambrosio y Juan Pablo II y lo que acaba de hacer la oficina de prensa de la Santa Sede, procurando a los periodistas acreditados una hagiografía del doctor Sánchez, media un abismo insondable; y no creemos que la cortesía diplomática exija lametazos ni ensalivamientos de bálano. En este texto vitando de la oficina de prensa vaticana se presenta grotescamente al doctor Sánchez como un hombre que ha orientado su labor al «fortalecimiento del Estado de bienestar», cuando lo cierto es que durante sus mandatos no ha hecho sino descender la capacidad adquisitiva de los salarios y de degradarse lo servicios sociales. También se alaba pánfilamente que haya «regularizado medio millón de inmigrantes», sin entender que lo ha hecho para satisfacer a la plutocracia depredadora que exige maximización de beneficios y salarios birriosos. Y, más nefandamente, se aplaude que el doctor Sánchez haya «relanzado los derechos sociales en España», asumiendo el lenguaje a la vez eufemístico y sarcástico que emplean los discípulos de Mengele y los apóstoles de la antropología más disolvente y anticristiana. Pues los ‘derechos sociales’ que ha ‘lanzado’ el doctor Sánchez son la eutanasia y el transgenerismo; y el que ha ‘relanzado’ es el aborto, queriéndolo convertir en ‘derecho constitucional’ expresamente reconocido (como si no bastase el socarrón reconocimiento tácito que el bodrio constitucional le otorga).

Son todos signos horrendos. Pero sin duda León XIV, que es el vicario de quien supo escapar de un sepulcro, sabrá cómo escapar a este abrazo del oso donde, lamentablemente, actúan como entusiastas mamporreros quienes más obligación tienen de protegerlo.

⚡WORLDWIDE FAMINE is Being Engineered MASS STARVATION and WW3

7 Giugno 2026 ore 02:34

💾

Is a global famine being engineered? Todays guest is 100% convinced and has traveled the world

You be the judge, hes very well known and credentialed although I'm only partly convinced, check out Michael Yons channel here
https://www.youtube.com/@MichaelYonBigHoney

Get the gear I use here
Use discount code FINALSIXTY for 60% off all remaining inventory
https://canadianpreparedness.com/

GET EMERGENCY PRESCRIPTION MEDS AND ANTIBIOTICS (affiliate link)
https://jasemedical.com/canadianprepper

GET WHOLESALE FREEZEDRIED FOOD (World reknown quality) USE DISCOUNT CODE 'CanadianPrepper'
https://tinyurl.com/nhhtddh6

Dua Lipa e Callum Turner: un matrimonio dal sapore coloniale

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

Parliamo anche noi del matrimonio di Dua Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.

I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.

Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.

Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.

Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.

Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità.  E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?

Certamente una visibilità  che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.

Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.

E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?

Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.

E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.

Libertas Livorno 1947: Fabio Valentini resta in amaranto

7 Giugno 2026 ore 00:01

La Libertas Livorno 1947 e l’atleta Fabio Valentini comunicano con grande soddisfazione di aver raggiunto l’accordo per l’annullamento della clausola di uscita dal contratto in essere tra il Club ed il giocatore. Fabio, quindi, proseguirà la propria avventura in amaranto fino a tutto il 30 giugno 2028 come stipulato al suo arrivo a Livorno.

Nell’ultima stagione Valentini ha fatto registrare la media punti più alta (8.6) dopo i due americani.

Il PCI Livorno interviene sulla situazione della Pierburg

6 Giugno 2026 ore 23:45

Comunicato stampa a firma Segreteria Federazione PCI di Livorno

“La situazione estremamente drammatica che oggi affrontano i lavoratori della Pierburg purtroppo non è una novità nello scenario dell’automotive livornese e nazionale. Stiamo parlando di un comparto industriale presente e radicato nel territorio che rendeva Livorno una città operaia, con un tessuto sociale e politico ben diverso da quello odierno. Oggi, l’economia di guerra miete vittime quotidianamente.
Non si può non evidenziare come le parti sociali, un pezzo della politica istituzionale e non, siano giunte tardivamente a comprendere il processo di ristrutturazione capitalistico che anche nella nostra città, dagli anni novanta in poi, si stava manifestando. La grave deindustrializzazione che ha colpito e continua a colpire la nostra area lo dimostra chiaramente. Detto questo, è evidente che, sconfessando i propositi fatti nei tavoli istituzionali in cui si dichiarava di garantire un percorso volto a tutelare i livelli occupazionali e industriali, Rheinmetall ha mirato solo e soltanto alla tutela economica aziendale e dei propri azionisti. La vendita dei siti di Livorno e Lanciano contraddistingue definitivamente le modalità con cui i grandi gruppi finanziari si rapportano ai diritti dei lavoratori e al rispetto degli impegni presi. Si rende necessario, quindi, esigere quelle garanzie occupazionali e industriali concordate che, in questo momento, sembrano essere trascurate. Rheinmetall non ha una crisi d’azienda, bensì è uno dei maggiori gruppi industriali nel settore della difesa in Europa, con prospettive di grande crescita; in virtù della drammatica corsa al riarmo, per loro risulta utilissimo smantellare il settore civile.
Come PCI Toscana siamo al fianco ed esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza ai lavoratori e alle lavoratrici degli stabilimenti di Livorno e Lanciano che hanno scioperato e organizzato un presidio davanti ai cancelli delle fabbriche. La mobilitazione contro questo stato di cose — per difendere il lavoro, la dignità, per non pagare il prezzo di un’operazione decisa sopra le loro teste e per rivendicare il diritto di non essere numeri nell’apparato produttivo finanziario — non può gravare solo sulle spalle degli operai della Pierburg. È determinante l’unità nella lotta per i due stabilimenti, elemento a nostro avviso indispensabile per la sensibilizzazione di tutta la vicenda e della vertenza in atto. Non c’è futuro per nessuno se l’unica politica industriale diventa la produzione di armamenti”

Basta DISCUTERE ... Nicea Turchia.

25 Maggio 2026 ore 12:53

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1154: Spettacolare ed indimenticabile visita a Nicea, culla di una storia religiosa importante che ancora oggi fa discutere.

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Claiborne Merritt
Franco e Astrid
Abramo Pauselli
Annamaria Petito

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43

Guerra in Ucraina: immagini satellitari USA riducono del 90% i tempi per colpire i russi

 

di Francesco Fustaneo per l'AntiDiplomatico

 

Che quello combattuto in Ucraina sia un conflitto tra la Nato e la Russia, con Kiev che agisce per procura, è una tesi che come testata sosteniamo da tempo.

Gli ucraini mettono il terreno di scontro e la carne da cannone, mentre i paesi della Nato – e l'Europa in particolare – garantiscono loro sostegno economico, forniscono armi e tecnologia, finanziano fabbriche di droni (spesso con accordi di cooperazione con aziende ucraine) e supportano le attività di intelligence.

Quanto riportato dal Wall Street Journal è solo l’ultimo  tassello che conferma quanto affermato sopra.

Secondo la testata statunitense, l'Ucraina ha notevolmente accelerato la velocità e la precisione delle sue operazioni con i droni integrando immagini satellitari commerciali e strumenti software avanzati nel processo decisionale in prima linea, come affermato da fornitori di tecnologia e fonti coinvolte nel programma.

Negli ultimi sei mesi, le missioni di piccole unità che hanno testato il sistema avrebbero ridotto fino al 90% il tempo necessario per individuare e colpire obiettivi militari russi. Un risultato che rappresenta un salto di qualità nella guerra moderna, dove la rapidità decisionale è spesso decisiva.

"La riduzione del ciclo sensore-to-shooter è la tendenza determinante di questa guerra a livello tattico", ha commentato Franz-Stefan Gady, analista militare e fondatore di Gady Consulting.

La tecnologia si basa su immagini ad alta risoluzione provenienti da satelliti gestiti da Vantor, società con sede in Colorado, combinate con un software di analisi geospaziale che consente ai soldati di identificare e valutare i bersagli in dettaglio. Le immagini satellitari vengono consegnate direttamente ai dispositivi dei soldati ucraini – tablet, telefoni e computer portatili – talvolta entro quindici minuti dall'acquisizione. Questo bypassa l'elaborazione centralizzata dei dati a Kiev, che in precedenza poteva richiedere ore o addirittura giorni.

Secondo analisti militari e rappresentanti delle aziende coinvolte, si tratta del primo caso noto di immagini satellitari commerciali non classificate fornite direttamente a singoli soldati per supportare decisioni di combattimento in tempo reale. I satelliti impiegati vengono utilizzati anche per applicazioni civili come la cartografia e il monitoraggio ambientale. Il sistema è frutto di una partnership internazionale che coinvolge la statunitense Vantor per le immagini satellitari, l'olandese Bravo1Alpha per l'intelligence geospaziale, la statunitense Persistent Systems per le tecnologie di comunicazione e l'ucraina Burevii per la difesa.

La costellazione di Vantor è composta da dieci satelliti che coprono quotidianamente sette milioni di chilometri quadrati, fotografando ogni punto della Terra dalle dodici alle quindici volte al giorno. La precisione delle coordinate è di circa cinque metri, sufficiente per guidare un drone d'attacco con testata da cinquanta chilogrammi.

Il software consente inoltre ai soldati di confrontare immagini satellitari attuali e storiche per rilevare cambiamenti nelle infrastrutture o nei movimenti delle truppe, di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per scansionare vaste aree e identificare obiettivi in movimento, e di sfruttare funzionalità di modellazione tridimensionale per simulare le traiettorie di volo dei droni, rendendo gli attacchi più efficaci.

Resta da capire se queste tecnologie, strettamente legate all'uso dei droni, potranno compensare la cronica carenza di uomini dell'esercito ucraino ed evitare il collasso di Kiev, o se si limiteranno a infliggere danni alla Russia senza cambiare le sorti di una guerra ormai basata sull'usura reciproca. Senza scossoni decisivi, sul lungo periodo il logoramento finirebbe infatti  per premiare Mosca, almeno sul terreno strettamente militare.

Albania svenduta al sionismo? Ecco cosa diceva Edi Rama alla Knesset a gennaio (VIDEO)


Se vi state chiedendo perché il premier albanese Edi Rama stia svendendo la sua patria al genero sionista di Trump, producendo una vera e propria rivolta nel suo paese, vi consigliamo di ascoltare con molta attenzione questo passaggio che ha pronunciato alla Knesset nel gennaio del 2026 poche settimane prima della barbara aggressione della Coalizione Epstein contro l'Iran.

 

Se vi state chiedendo perché Edi Rama stia svendendo la sua patria a Kushner, ecco il suo discorso alla Knesset del gennaio 2026. pic.twitter.com/oS61844pZd

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) June 6, 2026

 

"Ecco perché l'Albania è stata tra i primi Paesi in Europa ad adottare una nuova e avanzata legislazione contro l'antisemitismo; perché abbiamo integrato lo studio dell'Olocausto nei nostri programmi scolastici; e perché oggi stiamo costruendo, proprio nel cuore dell'Europa, due speciali spazi culturali. Questi luoghi sono ispirati dalla forza e dal luminoso esempio dei nostri nonni, musulmani e cristiani, che rischiarono la propria vita per salvare quella degli ebrei.

Ma non si tratta solo degli ebrei. Si tratta dell'umanità. E non dell'umanità intesa come parola generica o concetto astratto, ma della nostra umanità.

È per questo che, ormai da molti anni, l'Albania offre protezione a migliaia di cittadini iraniani, la cui opposizione ai macellai di Teheran mette le loro vite in grave pericolo. Non è stato un gesto privo di rischi per noi, e non lo è nemmeno oggi.

Tuttavia, restare umani quando la propria umanità è messa a dura prova non è mai privo di pericoli."

Amadio Perini (FdI): “Usiamo la tassa di soggiorno per finanziare gli straordinari alla polizia locale e per l’acquisto di foto-trappole contro gli incivili dei rifiuti”

6 Giugno 2026 ore 01:28

Comunicato stampa a firma MARCELLA AMADIO Consigliere Comunale FdI e ALESSANDRO PERINI Consigliere Comunale FdI 

“Il sindaco Salvetti intende applicare  la norma del Decreto Sicurezza che consente di destinare i fondi della tassa di soggiorno proprio alla sicurezza della città? Il problema sicurezza e del decoro urbano sono fortemente sentiti dai livornesi, per questo, insieme al collega Alessandro Perini, ho presentato un’ interpellanza  per chiedere un cambio di passo immediato e concreto, sfruttando le grandi opportunità messe a disposizione dal decreto sicurezza.Si tratta di una norma di buonsenso e mi auguro che l’amministrazione comunale sarà disponibile ad accogliere le nostre istanze.

Oggi infatti i Comuni hanno uno strumento formidabile in più: la legge, infatti, consente di destinare una quota del gettito dell’imposta di soggiorno direttamente al finanziamento della sicurezza urbana. Questo significa poter potenziare il corpo di Polizia Locale, finanziare i turni di lavoro straordinario e assumere personale a tempo determinato, superando i vecchi vincoli di spesa che bloccavano le varie amministrazioni . Inoltre chiediamo a Salvetti di fare totale chiarezza sullo stato della videosorveglianza comunale. Troppo spesso sentiamo parlare di telecamere che poi, all’atto pratico, risultano obsolete o non funzionanti. Vogliamo un report chiaro sullo stato degli impianti e un piano di manutenzione serio. 

Infine chiediamo di sapere se il Comune di Livorno intenda finalmente avvalersi di queste risorse per presidiare il territorio. Chiediamo che queste risorse siano destinate anche all’acquisto di ulteriori fototrappole per cogliere sul fatto gli incivili che continuano ad abbandonare i rifiuti ovunque , infischiandosene delle regole, devastando il decoro dei nostri quartieri .Se il turismo porta risorse, tali risorse devono contribuire a garantire sicurezza e decoro per la città”

Andy Diaz vince il Golden Gala di Roma con 17.59, miglior prestazione europea della stagione

6 Giugno 2026 ore 01:13

Esordio stagionale con il botto per il nostro Andy Diaz che al Golden Gala di Roma, tappa della Diamond League si conferma il numero uno al mondo lui che ha gareggiato per la 15^ volta nel circuito mondiale andando a vincere per ben nove volte e a podio per quattordici volte. Lui che aveva già vinto due edizioni (2023 e 2024) ed ora la terza di cui quella a Firenze nel 2023 dove fece il  primato italiano dopo pochi giorni dall’ottenimento della cittadinanza italiana. Ora è , insieme ad Alessandro Lambruschini, l’unico italiano ad avere conquistato tre vittorie al Golden Gala, unico triplista a conquistare per tre volte questo evento.

Il primo salto è un nullo ma al secondo salto dimostra la sua volontà di dimostrare che è lui il migliore al mondo andando a cogliere un 17,58 staccando molto lontano (ben 35 centimetri) per poi migliorarsi a 17,59 dimostrando di avere nelle gambe i 18 metri. Per lui all’esordio dopo il secondo oro mondiale, una prestazione sontuosa con il solo giamaicano Scott che gli si avvicina con 17,33.

Per Andy la miglior prestazione europea stagionale e ora pronto per i prossimi appuntamenti anche societari, lui che ha visto arrivare nella capitale oltre cento tifosi amaranto a sostenerlo.

Villa Fabbricotti: inaugurata la mostra su Atto Melani, uno “007” alla corte del Re Sole

6 Giugno 2026 ore 01:01

Inaugurata a Villa Fabbricotti, sede della Biblioteca Labronica di Livorno, la preziosa e curiosa mostra di manoscritti (lettere e volumi) che riscopre la straordinaria figura di Atto Melani, pistoiese di nascita: una sorta di “007” alla corte del Re Sole, così come figura di spicco all’interno di tre Conclavi, oltre che un cantante castrato tra i più longevi e famosi del Seicento.

La mostra, titolo “Atto Melani (1626–1714). La voce segreta del potere”, è organizzata dal Comune di Livorno e apre le celebrazioni per il quattrocentenario del personaggio, che toccheranno Pistoia, Firenze e il 17 giugno il Senato.

L’ideazione, la ricerca storica e cura scientifica sono di Monaldi & Sorti – Rita Monaldi, Francesco Sorti, Theodora Maria Sorti – studiosi e autori di un ciclo di romanzi che vedono Melani come protagonista. La consulenza storica archivistica, l’elaborazione grafica e l’allestimento sono stati curati da Cooperativa Itinera Progetti e Ricerche.

In esposizione carteggi con papi, cardinali, ministri, ambasciatori e protagonisti della politica europea del Seicento che restituiscono appieno il ruolo di Melani come mediatore fra mondi diversi e capace di entrare nei meccanismi del potere in Italia e in Francia.

Un corpus vastissimo di documenti (oltre 3303 lettere più diversi volumi) che si credevano scomparsi, ma che sono stati invece recentemente scoperti all’interno dell’autografoteca Bastogi della Biblioteca Labronica, grazie al lavoro di informatizzazione del fondo da parte del personale bibliotecario e alle nuove ricerche effettuate dagli scrittori Monaldi & Sorti in occasione del 400° anniversario della nascita di Melani. Ricerche confluite nel volume bifronte Unicum Opus (Rizzoli), recentemente pubblicato, che conclude una saga venticinquennale in sette romanzi iniziata con Imprimatur.

Tra le assolute “perle” in mostra, le lettere cifrate che i cardinali si scambiavano con Melani in occasione del conclave del 1676: tra questi documenti è stata scoperta anche anche la “cifra”, ovvero la chiave del codice segreto usata dai corrispondenti per cifrare i messaggi, e che permette oggi a noi di decodificarli.

Durante l’inaugurazione l’attore Alessandro Budroni ha letto brani dal libro di Monaldi & Sorti, nonchè una lettera di condoglianze per la morte di Atto Melani, scritta su dettatura dal cappellano di Maria Mancini, nipote di Mazzarino, primo amore di Luigi XIV e amica intima dello stesso Melani. La lettera fu inviata inviata al nipote Luigi Melani, per rappresentare “la stima, la considerazione e la riconoscenza che ella (Maria Mancini) conserva per il suo merito, la sua virtù, la sua intelligenza e la sua premura così’ vivamente impresse nel suo cuore”.

L’assessora alla Cultura del Comune di Livorno Angela Rafanelli ha sottolineato che per il Comune di Livorno si tratta di una importante occasione per valorizzare e far conoscere alla cittadinanza uno dei suoi patrimoni più importanti che è l’autografoteca Bastogi conservata alla Biblioteca Labronica.
Si tratta di una vasta collezione di circa 60.000 autografi raccolta dal Conte Pietro Bastogi e dai suoi figli Gioacchino e Giovannangelo nel corso di tutto l’800 e donata dagli eredi al Comune di Livorno nel 1923. Dal 1927 fa parte delle collezioni della Biblioteca Labronica.
Abbraccia un arco storico che va dalla fine del XV secolo agli inizi del XX secolo e contiene le testimonianze manoscritte di tutti i principali letterati, scienziati, politici, storici e regnanti del panorama europeo. Qualche nome presente nell’autografoteca: Galileo Galilei, Ugo Foscolo, Giuseppe Mazzini.

INFO 

ATTO MELANI (1626–1714). LA VOCE SEGRETA DEL POTERE 

Un diplomatico europeo e il suo archivio ritrovato alla Biblioteca Labronica 

5 giugno – 30 agosto 2026

Biblioteca Labronica F. D. Guerrazzi

Livorno, Villa Fabbricotti

V.le della Libertà, 30

Ingresso libero e gratuito durante gli orari osservati dalla struttura

Lun-ven 8.30-19.30 – sab 8.30-13.30

Cgil: “Urp Casalp, personale insufficiente, serve rinforzare l’ufficio con l’ingresso di almeno due persone a tempo pieno”

6 Giugno 2026 ore 00:53

Comunicato stampa a firma Luca Conti (Fp-Cgil Livorno) e Valerio Melotti (Sunia-Cgil Livorno)

“L’organico dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico di Casalp andrebbe rinforzato con l’ingresso di almeno due persone a tempo pieno per essere in grado di fornire risposte veloci alle richieste dei cittadini.

A fronte di una funzione così strategica e di un territorio ampio da coprire, l’organico appare sotto pressione. I numeri parlano chiaro: l’Urp di Casalp – tra la sede centrale di Livorno e gli uffici distaccati di Cecina, Piombino e Portoferraio – conta infatti attualmente solo tre dipendenti a tempo pieno, due part-time e uno in congedo legge 104.

Non si tratta di mettere in discussione la professionalità degli operatori, ma di interrogarsi sulla sostenibilità del modello attuale. Quando l’Urp è il primo punto di accesso per problemi spesso urgenti, il rischio è che carichi eccessivi possano incidere sulla tempestività e sull’efficacia delle risposte.

La situazione sta diventando sempre più critica. La fila agli sportelli negli ultimi mesi è stata di alcune ore. In tre ore il personale ha dovuto ricevere 50-60 persone, con utenti delusi dopo tre ore di attesa per non aver risolto il loro problema. Gli utenti lamentano inoltre difficoltà per mettersi in contatto con Casalp, essendo il centralino dell’Urp presidiato da un solo operatore.

Con il numero attuale di dipendenti dell’Urp non è possibile garantire un servizio di qualità che richiede presenza, ascolto e capacità di risposta in tempi rapidi, in un contesto spesso segnato da situazioni di grave fragilità socio-economica ed in alcuni casi sanitaria. L’Urp infatti non è soltanto uno sportello informativo: è il luogo in cui emergono criticità, si raccolgono segnalazioni e si orientano i cittadini, tra procedure spesso complesse. È qui che si costruisce il rapporto di fiducia tra ente e utenza, soprattutto per chi vive condizioni abitative difficili.

Negli ultimi mesi gli utenti si stanno sempre più rivolgendo all’Urp per avere chiarimenti su bollette di acqua e gas fuori controllo per mancanza di strumenti adeguati al rilevamento dei consumi dei singoli nuclei familiari (un fatto che costringe molte famiglie a pagare ingiustamente oltre 400 euro al mese), costi addebitati agli inquilini per manutenzioni straordinarie in violazione all’articolo 2 del regolamento Casalp, lavori di manutenzione a carico degli inquilini a costi spropositati e senza alcun controllo da parte della società sulla qualità del lavoro svolto, per non parlare dei 500 appartamenti sfitti e non assegnati per problemi di agibilità e per mancanza di requisiti igienico sanitari.

Non si può più temporeggiare. Chiediamo risposte immediate per evitare altrimenti un collasso annunciato”

Ristrutturazione sede Conservatorio Mascagni, firmata la convenzione

5 Giugno 2026 ore 15:34

È stata firmata la convenzione istituzionale ex art. 15 della Legge 241/1990 tra il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche Toscana-Marche-Umbria e il Conservatorio Statale di Musica “Pietro Mascagni” di Livorno, finalizzata alla gestione dei lavori di ristrutturazione del terzo piano dell’istituto, alla sostituzione degli infissi e delle persiane e al risanamento delle facciate dell’immobile di via Galilei, in cui ha sede il Conservatorio stesso. 

L’importo complessivo dell’intervento ammonta a 2.377.585,48 euro. Le risorse necessarie sono state ottenute dal Conservatorio grazie alla partecipazione e alla vittoria di uno specifico bando promosso dal Ministero dell’Università e della Ricerca per l’edilizia universitaria, un risultato che testimonia la capacità dell’istituzione di intercettare finanziamenti nazionali destinati al miglioramento delle infrastrutture dedicate alla formazione superiore. 

L’accordo disciplina la collaborazione tra le due amministrazioni pubbliche: da un lato il Conservatorio garantirà la copertura finanziaria dell’intervento, dall’altro il Provveditorato assumerà il ruolo di stazione appaltante qualificata, occupandosi dell’intero iter tecnico-amministrativo, dalla progettazione alla gara, fino all’esecuzione dei lavori e al collaudo finale. 

«Questa convenzione rappresenta un passaggio molto importante per il futuro del Conservatorio Mascagni – sottolinea il Presidente del Conservatorio, Emanuele Rossi – perché ci consentirà di restituire alla nostra comunità spazi nuovi e funzionali. 

Pensiamo innanzitutto agli studenti, che potranno contare su nuove aule studio e ambienti più adeguati alla crescita delle attività didattiche e artistiche, ma anche a una migliore organizzazione degli uffici amministrativi. 

Un’attenzione particolare sarà dedicata inoltre ai volontari per il Mascagni, donne e uomini che hanno deciso meritoriamente di mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze per contribuire alla crescita dell’unica Università cittadina. Il Conservatorio punta molto sul rafforzamento del rapporto con la propria comunità di riferimento e questi nuovi spazi saranno fondamentali anche in questa prospettiva». 

Da sottolineare anche che l’intervento rappresenta un beneficio concreto per l’intera comunità livornese e, in particolare, per la Provincia di Livorno, proprietaria dell’immobile che ospita il Conservatorio. 

Grazie alle risorse ottenute dall’Istituto sarà infatti possibile procedere a una significativa riqualificazione di uno stabile pubblico di grande valore storico e funzionale, contribuendo alla sua conservazione e valorizzazione per le generazioni future. 

Questa importante progettualità si affianca inoltre a quella relativa al recupero dello storico Teatro Lazzeri, per il quale è già stata sottoscritta la convenzione che individua il Comune di Livorno come stazione appaltante. 

Il Conservatorio è attualmente impegnato nella definizione del Documento di Indirizzo della Progettazione (DIP), che delineerà le funzioni e le prospettive del futuro spazio. Una volta completata questa fase preliminare, il Comune potrà procedere con la progettazione vera e propria dell’intervento. 

Lavori di riqualificazione della sede del Conservatorio Mascagni

Importo complessivo: 2.377.585,48 euro (ottenuti dal Conservatorio grazie alla partecipazione al bando promosso dal MUR) 

Interventi previsti: terzo piano, infissi, persiane e facciate del Palazzo della Gherardesca 

Stazione appaltante: Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche Toscana-Marche-Umbria 

Circolo Velico di Antignano, una giornata di avvicinamento alla vela per i pazienti con diabete di tipo 1

5 Giugno 2026 ore 15:06

Domenica 7 giugno, con inizio alle ore 9.00, presso il Circolo Velico di Antignano, si svolgerà la manifestazione “Due Mondi Stessa Navigazione : Diabete Tipo 1 e Vela”,  una giornata di avvicinamento alla vela per i pazienti con diabete di tipo 1, adatta a tutti, ragazzi e adulti, per fare amicizia con il  fantastico e affascinante mondo della vela e imparare quelle nozioni teoriche e pratiche, fondamentali per diventare competenti e provetti membri d’equipaggio. e sentirsi più sicuri in navigazione.

La gestione del diabete tipo 1 e l’attività sportiva della barca a vela possono sembrare due mondi diversi, ma in realtà condividono molte similitudini.

Entrambe richiedono pianificazione attenta, gestione precisa., flessibilità e capacità di lavorare in team con fiducia.

Grazie alle giuste strategie è possibile navigare con serenità nella vita quotidiana come in mare aperto.

I partecipanti, accompagnati da operatori esperti, sperimenteranno, nello splendido mare di Livorno,  l’attività velica, per rafforzare la fiducia in loro stessi e il senso di autoefficacia, attraverso un’esperienza personale unita al prezioso lavoro di squadra supportato a bordo con il team di Diabetologia.

L’evento è organizzato dall’l’Associazione ADAL-OdV – Assoc. Diabetici Area Livornese in collaborazione con la UOC Diabetologia dell’Ospedale di Livorno, del Circolo Velico Antignano Asd e il Gruppo MOVI.

Contributi a sostegno dei canoni di locazione 2026: domande fino al 19 giugno

5 Giugno 2026 ore 14:46

Il Comune di Livorno ricorda che fino a venerdì 19 giugno 2026, alle ore 23.59, è possibile presentare domanda per partecipare al bando pubblico finalizzato all’assegnazione dei contributi a sostegno dei canoni di locazione relativi all’anno 2026. Il bando, approvato in attuazione della Deliberazione della Giunta Regionale Toscana n. 154 del 16 febbraio 2026 e della Determinazione Dirigenziale n. 3892 del 14 maggio 2026, è stato pubblicato lo scorso 19 maggio e consentirà ai cittadini in possesso dei requisiti previsti di accedere a una gra-duatoria per l’erogazione, nel corso del 2027, di un contributo economico a parziale rimborso dei canoni di locazione pagati nel 2026. Le domande dovranno essere presentate esclusivamente online attraverso la piattaforma dedicata disponibile sulla rete civica del Comune di Livorno al link Contributo affitto – Città di Livorno Per partecipare sarà necessario essere in possesso di attestazione ISEE in corso di validità e acce-dere mediante SPID, Carta d’Identità Elettronica oppure Tessera Sanitaria/CNS attiva. Tra i requisiti principali previsti dal bando:

• valore ISEE non superiore a 16.500 euro;

• per la Fascia A, valore ISE non superiore a 16.114,80 euro ed incidenza del canone al netto degli oneri accessori sul valore ISE non inferiore al 14%;

• per la Fascia B, valore ISE compreso tra 16.114,80 euro e 32.724,49 euro ed incidenza del canone al netto degli oneri accessori sul valore ISE non inferiore al 24%.

Saranno esclusi dal contributo coloro che avranno percepito, anche solo parzialmente nel corso del 2026, l’Assegno di Inclusione (ADI). Il contributo inoltre non è cumulabile con altri benefici pubblici erogati per il sostegno alloggiativo riferiti allo stesso periodo. La graduatoria sarà formata sulla base dell’incidenza del canone di locazione sul valore ISE e dei criteri di punteggio previsti dal bando (presenza di minori, di over 65 e/o di persone con disabilità). Il Comune erogherà il contributo ai beneficiari previa documentazione dell’avvenuto pagamento del canone di locazione. A partire dal 2 gennaio 2027, i richiedenti collocati nelle prime 250 posizioni della graduatoria definitiva dovranno presentare le attestazioni o ricevute comprovanti il paga-mento dei canoni di locazione relativi all’anno 2026. Il termine ultimo di presentazione dei documenti è il 31 gennaio 2027.

Tra le novità introdotte per il bando 2026, l’IBAN per l’eventuale accredito del contributo dovrà essere indicato al momento della presentazione della domanda e non sarà più possibile comunicarlo successivamente. Chi non indicherà un IBAN dovrà dichiarare di voler ricevere l’eventuale contributo per cassa, direttamente di persona oppure tramite delega a terzi.

Tutte le informazioni relative ai requisiti, alle modalità di presentazione della domanda, alla documentazione necessaria e alle procedure di formazione della graduatoria saranno consultabili nel testo integrale del bando pubblicato sul sito istituzionale del Comune. Per informazioni: Ufficio Programmazione e servizi per il fabbisogno abitativo Tel. 0586 820070 – 0586 820101 e-mail: contributoaffitto@comune.livorno.it

Autolinee Toscane: nuove linee estive

5 Giugno 2026 ore 14:34

Presentate in Comune le corse estive di Autolinee Toscane in collaborazione con il Comune di Livorno. La novità di quest’anno è la linea 23 che viaggerà in notturna e la conferma del bus 20 dopo il successo dello scorso anno. Erano presenti l’assessora alla Mobilità Giovanna Cepparello, Francesco Repetti funzionario del Comune responsabile della Mobilità Sostenibile, Simone Talamucci capo sede operativa AT di Livorno, Riccardo Nannipieri, area brand & community di AT per il dipartimento Nord. 


 La novità


La novità di questa stagione estiva è la nuova linea Notturna 23 che collegherà Scopaia/Leccia/Salviano con il centro città e il mare. Dall’11 giugno al 14 settembre la nuova linea 23 si aggiunge alle linee 21 e 22. Le corse saranno 3 tutti i giorni alle ore 21; 22 e 23. Venerdì e sabato si aggiungerà una quarta corsa alle 24. Il servizio terminerà quindi poco prima dell’ una di notte.

La linea 23 è stata voluta dal Consiglio Comunale e dalla Commissione Giovani. 

Questo il tragitto: Scopaia, via Francia, via di Collinaia, via della Leccia, via di Salviano, viale Risorgimento, via Don Bosco, via Gramsci, viale Marconi, via del Fagiano, via Calzabigi, piazza Attias, via Magenta, via Cairoli, via Cogorano, via della Cinta Esterna, corso Mazzini, Scoglio della Regina, viale Italia Accademia Navale, viale Italia Barriera Margherita, viale Nazario Sauro, via dei Pensieri, via di Collinaia, via Spagna e Scopaia. 

Linea 20 dal quartiere La Rosa a Chioma-Quercianella
“Al Mare in 20” è un servizio estivo gratuito voluto dal Comune di Livorno attivo il sabato, la domenica e a Ferragosto dalle ore 8 alle ore 20 (ultima partenza alle 19,25) che si ripete per il secondo anno. La linea permetterà di raggiungere gratuitamente, grazie al contributo dell’Amministrazione Comunale, i punti balneabili della costa livornese tra Antignano e Chioma.
Questa linea è stata voluta e finanziata dall’Amministrazione Comunale a seguito di un progetto presentato dai ragazzi della Commissione Ambiente e Mobilità Studenti e Studentesse del Comune di Livorno, ed è stata realizzata grazie alla collaborazione e alla disponibilità di AT.

La linea partirà dal quartiere La Rosa, transitando in andata e ritorno, dai quartieri di Ardenza e Antignano, raggiungendo Chioma in circa 20 minuti. Sarà quindi possibile, comodamente e gratuitamente, e senza l’assillo di trovare parcheggio, le discese a mare più belle di questo tratto di costa (tra le quali il Parco Marino del Boccale, Calafuria, Sassoscritto, Calignaia, Cala del Leone, Baia del Rogiolo, la Spiaggetta, Baia dei Paolieri, i Calloni, Lido del Chioma).

Linee 16 e 18.

Inoltre, con la partenza del servizio estivo, come avviene già da alcuni anni, le linee 16 e 18 arriveranno al mare; questi i percorsi:
LINEA 16: Leccia – Collinaia – Adenza Terra – Ardenza Mare
LINEA 18: Ardenza Terra – Giambruni – Curiel – Collinet – Ardenza Terra – Ardenza Mare.

Convenzioni per gli abbonati At che prevedono vari sconti :

 

Al fine di incentivare la mobilità sui bus At-Autolinee Toscane ha studiato molte promozioni per i propri abbonati. Ricordiamo ad esempio, nell’area vicina a Livorno, gli sconti speciali riservati agli abbonati AT per Il Cavallino Matto, l’Acqua Village, il Cinema Teatro 4 Mori, l’Acquario di Livorno, il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa a Calci, Villa Reale a Marlia, e tanti altri ancora.

Le promozioni per gli abbonati At sono in continuo aggiornamento e ampliamento e i vantaggi sono comunicati e diffusi anche attraverso canali digitali quali newsletter e comunicazioni dirette agli abbonati, ma at consiglia anche di controllare sempre anche la pagina PROMOZIONI dove vengono via via aggiornate le varie promozioni.

Info:https://www.at-bus.it/it

Gare Remiere: Dario Senzacqua “I contributi attualmente destinati al settore risultano spesso insufficienti persino a coprire le spese ordinarie di gestione”

5 Giugno 2026 ore 14:15

Comunicato di chiarimento sulla posizione del Gruppo Sportivo Femminile della Sezione Nautica Labrone

“Alla luce degli ultimi avvenimenti e delle diverse dichiarazioni che si sono susseguite in questi giorni, ritengo doveroso intervenire per chiarire la posizione della Sezione Nautica Labrone e ribadire alcuni principi che considero imprescindibili.

In qualità di Presidente, mi assumo pienamente la responsabilità di ogni parola espressa e confermo con convinzione che le vogatrici debbano avere le stesse opportunità, gli stessi diritti e le stesse possibilità di crescita sportiva riconosciute ai vogatori. Questo principio non è negoziabile e rappresenta uno dei valori fondanti del nostro operato.

Dal 2019 ad oggi, la Sezione Nautica Labrone ha investito risorse economiche, energie, competenze e passione per rilanciare e consolidare la presenza femminile nel mondo remiero. Un percorso costruito con sacrificio e determinazione, che ha consentito a molte atlete di avvicinarsi a questa disciplina e di praticarla con continuità e dignità.

Proprio per questo, di fronte alle attuali difficoltà legate alla disponibilità delle imbarcazioni, agli spazi e alle strutture necessarie per lo svolgimento dell’attività sportiva, ritengo sia necessario aprire una riflessione seria e costruttiva sul futuro del movimento remiero. Le parole di apprezzamento sono importanti, ma da sole non bastano. Occorrono attenzione, programmazione e sostegno concreto verso chi quotidianamente lavora per mantenere vivo questo patrimonio sportivo e sociale.

Non possiamo ignorare il fatto che i contributi attualmente destinati al settore risultino spesso insufficienti persino a coprire le spese ordinarie di gestione. È quindi necessario che alle dichiarazioni di principio seguano atti concreti, capaci di garantire continuità, sviluppo e pari opportunità per tutti gli atleti e le atlete.

Il nostro auspicio è che il mondo remiero torni ad essere oggetto di confronto positivo, di collaborazione e di progettualità condivisa. Le critiche, quando costruttive, rappresentano un valore; tuttavia, è altrettanto importante riconoscere il lavoro svolto e i risultati raggiunti grazie all’impegno di tante persone.

Desidero infine ringraziare tutta la dirigenza, i collaboratori, i tecnici, i volontari e le atlete che ogni giorno contribuiscono con dedizione alla crescita della Sezione Nautica Labrone. Il loro lavoro rappresenta la vera forza della nostra realtà e la base sulla quale costruire il futuro del mondo della “voga” e del movimento remiero femminile.

Continueremo a lavorare con serietà, responsabilità e spirito di servizio, nell’interesse delle atlete, dello sport e dell’intera comunità remiera”

Tragedia a Rosignano: muore sul lavoro un 33enne

4 Giugno 2026 ore 15:59

Oggi, giovedì 4 giugno, a perdere la vita a soli 33 anni è un uomo, un lavoratore di origini straniere, precipitato nel vuoto all’interno dello stabilimento della ditta Omp in via degli Artigiani a Rosignano.
Ma c’è un dettaglio in questa vicenda che pesa più degli altri e che trasforma il dolore in rabbia: l’operaio indossava i dispositivi di sicurezza previsti.
Troppo spesso, di fronte agli incidenti sul lavoro, si cerca l’errore umano, la distrazione, la fatalità o la noncuranza delle regole da parte della vittima. Questa volta no. Il lavoratore, dipendente di una ditta esterna, era salito su quel solaio a 6-7 metri d’altezza e dalle prime informazioni sembrava protetto da tutto ciò che doveva tenerlo al sicuro.
Il cedimento improvviso del solaio ha squarciato il velo di una sicurezza apparente, trasformando un normale turno di manutenzione in una trappola mortale. La caduta, terminata tragicamente contro un macchinario in funzione, non ha lasciato scampo.

I tentativi disperati dei sanitari e dei Vigili del Fuoco di strapparlo alla morte si sono infranti contro la realtà di un decesso constatato sul posto. Ora scatteranno le indagini, si cercheranno le responsabilità legali e tecniche di quel solaio venuto giù.

Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari

di: loc
6 Giugno 2026 ore 20:13

di Emiliano Brancaccio (da il manifesto)

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.

La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

Nei prossimi cinque anni, temperature pari o vicine ai livelli record

di: loc
6 Giugno 2026 ore 20:08

*articolo apparso su climate&capitalism il 28 maggio 2026

La media del calore superficiale fino al 2030 probabilmente supererà l’obiettivo di 1,5 °C.

L’Aggiornamento Climatico Globale Annuale e Decennale viene pubblicato ogni anno dall’World Meteorological Organization (WMO). Fornisce una sintesi delle previsioni climatiche globali annuali e decennali elaborate dalla WMO e da altri centri di ricerca contributori.

L’ultimo rapporto, pubblicato questa settimana, afferma che le temperature medie globali continueranno probabilmente a mantenersi a livelli record o vicini ai record nel quinquennio 2026-2030. Si prevede che la temperatura media globale annua vicino alla superficie per ciascun anno tra il 2026 e il 2030 sarà compresa tra 1,3 °C e 1,9 °C al di sopra della media del periodo preindustriale 1850-1900.

Altre previsioni includono:

  • È molto probabile (91% di probabilità) che la temperatura media globale vicino alla superficie superi di 1,5 °C i livelli medi del periodo 1850-1900 per almeno un anno tra il 2026 e il 2030. È inoltre probabile (75% di probabilità) che la media del quinquennio 2026-2030 superi anch’essa la soglia di 1,5 °C rispetto alla media del 1850-1900.
  • È probabile (86% di probabilità) che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 stabilisca un nuovo record annuale di temperatura (l’attuale record è detenuto dal 2024). È invece estremamente improbabile (meno dell’1% di probabilità) che uno qualsiasi dei prossimi cinque anni superi i 2 °C di riscaldamento globale.
  • La temperatura media prevista per cinque anni nella regione Niño 3.4, rispetto all’insieme dei tropici, indica una tendenza verso condizioni di El Niño, in particolare nel 2027 e nel 2028.
  • Le temperature nell’Artico durante i prossimi cinque inverni estesi (novembre-marzo) sono previste in media 2,8 °C superiori rispetto al periodo 1991-2020, un’anomalia oltre tre volte e mezzo maggiore rispetto all’anomalia della temperatura media globale nello stesso periodo.
  • Le previsioni decennali delle temperature superficiali per il periodo 2026-2035 sono simili a quelle dei modelli climatici a lungo termine. Tuttavia, mostrano anomalie più calde rispetto alle proiezioni in alcune aree, tra cui l’Amazzonia, il Nord Africa, la Scandinavia settentrionale e il Mare della Groenlandia.
  • Le previsioni relative al ghiaccio marino artico per il mese di marzo nel periodo 2026-2035 indicano ulteriori riduzioni della concentrazione di ghiaccio nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Ochotsk.
  • I modelli di precipitazione previsti per il periodo maggio-settembre 2026-2030 suggeriscono una maggiore probabilità di precipitazioni superiori alla norma nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e in Siberia, mentre condizioni più secche della media sono attese nell’Amazzonia.
  • Sono state elaborate previsioni regionali per tutte le regioni della WMO. Ad esempio, gli ultimi inverni nella regione dell’Europa sud-orientale (SEECOF) sono stati insolitamente secchi. Le previsioni indicano che il periodo 2026-2030 avrà probabilmente precipitazioni superiori alla norma anche in quest’area.

 

F1, GP Monaco: Antonelli si prende la pole di Monte Carlo davanti a Verstappen

6 Giugno 2026 ore 17:56
Il giro giusto, nel posto più difficile. Andrea Kimi Antonelli lo ha fatto, conquistando la pole position del Gran Premio di Monaco e diventando il più giovane di sempre ad aver raggiunto questo risultato nel Principato. L'italiano ha preceduto di soli 43 millesimi di secondo la Red Bull di Max Verstappen. Una pole pesante, costruita più con la precisione che con la prepotenza. Pur senza dominare nei tre settori, ha fatto la cosa che a Monte Carlo conta più di tutto: non ha sprecato nulla. Ha cucito insieme tre parziali puliti, senza grandi sbavature, strappando la pole al quattro volte campione del mondo della Red Bull. Verstappen c'è, ma stavolta non bastaL'olandese ha sfiorato una pole che avrebbe avuto un peso enorme, anche simbolico. Rende comunque l'idea del valore di Max come se ci fosse ancora bisogno di dimostrarlo che su una pista così complicata come questa conferma che il pilota può ancora fare una differenza brutale. Questa volta, però, non è bastato ad aggiungere un'altra partenza al palo. E così la prima fila sarà Mercedes-Red Bull, con due piloti separati da un nulla ma, almeno sulla carta, divisi da una prospettiva molto diversa per la gara: davanti a tutti Antonelli potrà gestire ritmo e posizione; Verstappen dovrà inventarsi qualcosa, perché a Monaco superare resta un esercizio vicino all'impossibile. L'amaro in bocca in Ferrari vero, la Ferrari si prende la seconda fila, con Lewis Hamilton terzo e Charles Leclerc quarto. Un risultato che non fa sorridere, soprattutto dopo un venerdì che aveva acceso aspettative ben più alte attorno alla SF-26.Hamilton ha chiuso a poco più di due decimi dalla pole, confermandosi concreto in una sessione in cui serviva soprattutto restare lontani dai guai. Leclerc, invece, ha vissuto una Q3 più complicata. Il monegasco aveva tutto per essere protagonista davanti al suo pubblico, ma nel momento decisivo non è riuscito a completare l'assalto: prima un giro non pulitissimo, poi il contatto con le barriere nel tentativo finale.Per la Ferrari resta una posizione di partenza importante. Ma partire terzi e quarti nel Principato significa anche sapere che la domenica, senza strategia o neutralizzazioni favorevoli, può diventare rapidamente una gara passata nel limbo. Hadjar sorprende, Russell deludeAlle spalle dei primi quattro si piazza Isack Hadjar, quinto con l'altra Red Bull. Una prestazione di livello, soprattutto considerando le incognite della vigilia su una vettura attesa a una verifica severa tra cordoli, sconnessioni e curve lente. Il francese ha invece interpretato bene la pista, chiudendo davanti a George Russell.Ed è proprio l'inglese della Mercedes uno dei grandi delusi di giornata. Il sesto posto pesa, soprattutto nel confronto interno con Antonelli. Su una pista dove la fiducia conta più dei numeri di simulazione, il George non è mai sembrato in grado di agganciarsi davvero alla lotta per la pole. La differenza con il compagno, oggi, è stata evidente.Più indietro le McLaren: Lando Norris e Oscar Piastri chiudono settimo e ottavo, in una qualifica condizionata anche dall'errore di Norris nell'ultimo tentativo. Completano la top ten Pierre Gasly con l'Alpine e Liam Lawson con la Racing Bulls. Q2 tirata: Albon e Sainz fuori per un soffioLa Q2 ha confermato quanto Monaco sappia comprimere i valori. Alex Albon è rimasto fuori dalla top ten per soli 25 millesimi, mentre Carlos Sainz ha mancato il passaggio in Q3 per 53. Due distacchi minimi, ma sufficienti a cambiare completamente la prospettiva della domenica. Per la Williams è una beffa, perché la pista del Principato, con il peso meno penalizzante rispetto ad altri tracciati, sembrava offrire una piccola finestra per puntare alla zona punti.Fuori in Q2 anche Nico Hulkenberg, Gabriel Bortoleto, Franco Colapinto e Arvid Lindblad. Bortoleto, in particolare, ha pagato le conseguenze del contatto alla Nouvelle Chicane, con danni alla sospensione anteriore sinistra che hanno compromesso la prosecuzione della qualifica.  Haas e Aston Martin, sabato da dimenticareLa prima manche ha tagliato fuori entrambe le Haas, nonostante segnali migliori emersi nelle libere. Esteban Ocon ha chiuso diciassettesimo, Oliver Bearman diciannovesimo, anche condizionato da una bandiera gialla nel proprio giro buono. Un passo indietro pesante per una squadra che sperava di agganciare almeno la lotta per la Q2.Eliminate anche le Cadillac, più vicine del solito al passaggio del turno ma ancora fuori dal gruppo centrale. Sergio Perez ha mancato la Q2 per 62 millesimi: poco in termini cronometrici, moltissimo in termini pratici.In fondo le due Aston Martin di Fernando Alonso e Lance Stroll. Il weekend era annunciato difficile e la qualifica lo ha confermato, tra problemi di guidabilità e una vettura poco amica delle frenate sporche e dei cambi di ritmo tipici di Monte Carlo.I risultati completi delle qualifiche di Monte Carlo >>

[2026-06-12] Contro il 41-bis! A fianco di Alfredo! (cambio luogo di ritrovo!) @ Torino

9 Giugno 2026 ore 19:30

Contro il 41-bis! A fianco di Alfredo! (cambio luogo di ritrovo!)

Torino -
(venerdì, 12 giugno 09:00)
Contro il 41-bis! A fianco di Alfredo! (cambio luogo di ritrovo!)

ATTENZIONE: IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA HA TRASLOCATO DA POCHI GIORNI ALL'INTERNO DELL'EX-CARCERE DELLE NUOVE, QUINDI AGGIORNIAMO IL LUOGO DEL RITROVO PER VENERDì!

Per il prossimo 12 Giugno è stata fissata l'udienza per il ricorso della difesa contro il rinnovo del 41bis all'anarchico Alfredo Cospito. L'udienza, fissata con inedita velocità, sarà al Tribunale di Sorveglianza di Roma e si svolgerà a porte chiuse.

Sarà l'ultima possibilità giuridica affinché Alfredo non debba affrontare per i prossimi due anni il regime di tortura legalizzata in cui è sequestrato dal 2022.

In contemporanea all'udienza e al presidio che è stato indetto a Roma, chiamiamo ad una presenza solidale in strada anche a Torino.

Ritrovo dalle 9.00 alle 10.00 davanti al Tribunale di Sorveglianza in via C.so Vittorio Emanuele II, angolo via Paolo Borsellino - Torino

ore 12.00: Piazza della Repubblica (sotto l'orologio), volantinaggio

A fianco di Alfredo e di chi lotta! Contro il 41-bis! Contro tutte le galere!

Cassa AntiRep delle Alpi occidentali

[2026-06-12] I SENZA STATO 12° edizione @ LABORATORIO ANARCHICO PERLANERA

26 Maggio 2026 ore 14:25

I SENZA STATO 12° edizione

LABORATORIO ANARCHICO PERLANERA - VIA TIZIANO VECELLIO 2 ALESSANDRIA
(venerdì, 12 giugno 16:00)
I SENZA STATO 12° edizione

12-13-14 Giugno 12° edizione del Meeting multimediale d’arte e creatività “I SENZA STATO”.
Quest’anno ricorre il 90 anniversario della rivoluzione spagnola, conseguentemente abbiamo deciso di dedicare il meeting a Lucìa Sànchez Saornil.
Lucìa Sànchez Saornil
Nata a Madrid il 13 dicembre del 1895,
morta a Valencia, il 5 giugno del 1970.
Anarchica, combattente contro il fascismo.
Poeta, giornalista e pittrice,
una delle fondatrici dell’organizzazione
anarchica di sole donne Mujeres Libres
forte di più di 20000 aderenti.
Come tutti gli anni sarà un caleidoscopio di suoni, immagini e parole, dove si articoleranno, una mostra di arti grafiche scuture, e fotografia, al primo piano, mentre il cortile e la cantina saranno il palcoscenico di concerti performance, spettacoli teatrali e recitazioni di poesie.
La domenica poi, il gran finale! Il festival del canto anarchico, con le esibizioni per tutta la giornata di tutte le declinazioni del canto anarchico come cori, cantautori, musica folk, rock e tanti altri generi.

NELLA MIA ORA DI LIBERTÀ
Festival del canto Anarchico popolare e d’autore
Musica Anarchica: folk, Rock, e d’autore
ore 15.00
Duo Bailenga – Elisa Guaraggi e Pietro Ariotti
Paolo Pasi
Rocco Rosignoli
Alessio Lega
Banda Putiferio
Egin
Cantografi
L’UkuLequio
Sergio dei Kina
la CantaDoira e Daniele Fiorenza
Attimi Fuggenti
Coro Animaccorde Tucchi DE Cor
Corocchio
Coro Stazione Rossa
AnarcoLettica e CARENZA 503

con un omaggio a Pietro Gori
con Rocco Rosignoli e
Ombretta Zaglio ( Teatro del Rimbalzo)

[2026-06-12] Radio Blackout Fest 2026 @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito

8 Giugno 2026 ore 23:26

Radio Blackout Fest 2026

Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino
(venerdì, 12 giugno 17:00)
Blackout Fest 2026

In molti cercano di rubare le briciole di energia che cadono dal nostro tavolo per appropriarsene, svuotando gli spazi che abitiamo, o rendendo costoso ed invivibile qualsiasi tempo. Per fortuna non abbiamo bisogno di approvazione per dirvi che vi aspettiamo quest'anno a Manituana dal 12 al 14 di giugno.

Let’s face it: the scene out there is a joke. Everything is a product, everything is fake, and you can’t even hang out without being sold something.That’s why we’re still here, 34 years later, doing things our own way. We are the glitch in their system—unfiltered, loud, and totally free. While the big labels and "competitors" try to copy our vibe to look cool, we’re actually living it. We don’t need an algorithm to tell us what’s good. We have each other. If you’re tired of the mainstream mall, come to Manituana from June 12th to 14th. Support the real underground. See you there.


1️⃣ VENERDÌ 12 GIUGNO

⏰ ORARI

h.17:00 apertura cancelli e dibattito

h. 20 inizio live

ŦΔŁҜ

Le Indomabili. Storie di liberazione e indipendenza dei corpi non conformi!

Da Super‑ANTI, il primo programma antiabilista di Radio Blackout.


ŁIᐯE dalle 20 in ordine

West Riviera | https://linktr.ee/westriviera

GENTILESKY | https://gentilesky.bandcamp.com/album/ways-of-seeing

Siksa | https://www.youtube.com/watch?v=lGvUFEEMuFg

Nailbreaker | https://nailbreaker.bandcamp.com/album/robert-knight-wine-cellar

Ossia | https://ossia.bandcamp.com


ĐĴ Ş€Ŧ

Makossiri | https://soundcloud.com/makossiri/polyrhythmic-tension-mix

Dj Pisolino | https://soundcloud.com/wild_enry


2️⃣ SABATO 13 GIUGNO

⏰ ORARI

h.17:00 apertura cancelli e dibattito

h. 20 inizio live

ŦΔŁҜ

Imperialismo digitale

Con Dario Guarascio, Professore Associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza Università di Roma. Modera Dario Di Conzo, esperto di Cina e di politiche economiche, collaboratore di Radio Blackout e Radio Onda d’Urto.


ŁIᐯE
dalle 20 in ordine

Swear | https://swearpunx.bandcamp.com/album/after-the-sun

STEPMOTHER | https://stepmother1.bandcamp.com/track/vacant-state

Oddateee + Abstral Compost | https://www.youtube.com/watch?v=UnY_qcILv_A

Dalila Kayros + Danilo Casti | https://www.youtube.com/watch?v=PngVj1YCs5U

Oonagh Haines | https://www.instagram.com/p/DV80eaYghbo/?img_index=1


ĐĴ Ş€Ŧ

Amara Venier | alias non techno di: https://landi666.bandcamp.com/

Simona Zamboli | https://linktr.ee/SimonaZambolimusic


3️⃣ DOMENICA 14 GIUGNO

⏰ ORARI

h.16:00 apertura cancelli, dibattito, zona bimbi

h. 19 inizio live

ŦΔŁҜ

Un mondo in guerra. Torino tra Lunapark e città delle armi.

Interventi di Francesco Migliaccio ed esponenti dell'Assemblea Antimilitarista.

ŁIᐯE dalle 19 in ordine

felinto | https://felinto.bandcamp.com/

Kalozin | https://kalozin.bandcamp.com/album/pindorama-x700-2

OAXACA | https://oaxacaband.bandcamp.com/album/materia-tersa

manduria | https://linktr.ee/manduria_

alien state | https://alienstate.bandcamp.com/album/piz-ts-nav-zagts

Bolivia: stato di emergenza imminente, proteste e accuse tra Paz e Morales

Il presidente consrvatore e neoliberista boliviano, Rodrigo Paz, sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza per ampliare l'impiego delle Forze Armate al fine di contrastare i blocchi stradali attuati da agricoltori e sindacati.

Questa misura si aggiunge alla persecuzione politica che sta conducendo contro i leader sociali che animano la rivolta boliviana contro il neoliberismo selvaggio.

Paz ha supervisionato le operazioni insieme al Ministro della Difesa Ernesto Justiniano e ha ribadito il suo appello alla pace, affermando che "ciò di cui la Bolivia ha bisogno è il dialogo, non lo scontro". Tuttavia, il presidente sta valutando la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, una misura già approvata dal Senato e in attesa di ratifica da parte della Camera dei Deputati. Questa circostanza conferirebbe una presunzione di legalità alle azioni militari e trasferirebbe la responsabilità politica al governo.

Paz ha inoltre rivolto un appello ai leader che hanno partecipato alle manifestazioni dall'inizio di maggio, esortandoli a non credere alle parole dell'ex presidente Evo Morales. L'attuale presidente boliviano sta tentando di costruire una falsa narrativa contro Morales, accusandolo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico, un'azione volta a screditare e incriminare i suoi oppositori.

???? Bolivia: Gobierno anuncia medidas ante protestas sectoriales

???? El presidente Rodrigo Paz de Bolivia anunció medidas de presión para frenar las protestas sectoriales que cumplen más de cuatro semanas. Los movimientos sociales mantienen su exigencia de renuncia del mandatario,… pic.twitter.com/imGejWPOLX

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 5, 2026

Il conflitto si sta intensificando, con quasi cento posti di blocco in tutto il Paese, che interessano anche Cochabamba, Oruro e Potosí. Il presidente Evo Morales ha nuovamente accusato il governo di finanziare le proteste con denaro proveniente dal narcotraffico per eludere i problemi legali, tra cui un mandato di arresto per traffico di esseri umani. "Sta usando il popolo come trampolino di lancio per difendersi dai suoi problemi legali", ha dichiarato il presidente. L'ex presidente indigeno ha inoltre denunciato di essere a conoscenza di un piano per arrestarlo e successivamente consegnalarlo agli USA.

A livello internazionale, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a Paz, con il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato sul suo account X che "la Bolivia non deve permettere che venga ripristinato il vecchio status quo del dominio narco-terroristico nella regione". Allo stesso modo, l'alleanza regionale - asservita agli USA - Scudo delle Americhe ha denunciato i "continui tentativi di rovesciare" il governo boliviano, allineandosi alla posizione di Washington sulla crisi interna.

Questa posizione non è passata inosservata e Morales l'ha criticata per essersi schierata dalla parte del governo mentre la popolazione ne subisce le conseguenze. "Ora ricorrono di nuovo al discorso del 'narco-terrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e screditare le legittime rivendicazioni di coloro che difendono la democrazia, la sovranità e le nostre risorse naturali", ha affermato Evo Morales in un post sul suo account X, denunciando la possibile interferenza straniera.

Venerdì, forze di polizia e militari sono riuscite a sbloccare una via di rifornimento strategica per La Paz ed El Alto, città colpite da oltre un mese di proteste che chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L'operazione, supportata da mezzi pesanti e attrezzature antisommossa, ha permesso la ripresa delle consegne di cibo dalle zone agricole di Lipari e Río Abajo.

Guerra commerciale alla Cina: l'Europa sa cosa rischia?

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l'Unione Europea porta avanti la propria politica estera ed economica. Non si tratta di una politica estera lungimirante, né di una strategia industriale coerente. Assomiglia piuttosto a una risposta automatica a impulsi che arrivano dall'esterno, principalmente da Washington, e che Bruxelles recepisce e trasforma in decisioni capaci di danneggiare prima di tutto i cittadini europei.

Oggi il bersaglio è la Cina. Ma la storia, per chi ha memoria, risuona in modo inquietante. Abbiamo già visto come è andata con la Russia, e sappiamo come è andata a finire.

Quando l'Europa decise di sanzionare masochisticamente Mosca, lo fece con una foga che lasciava poco spazio al ragionamento economico. Le conseguenze furono devastanti per interi settori produttivi europei, dall'agricoltura all'energia, dall'industria manifatturiera al commercio di prossimità. Le bollette dei cittadini alle stelle, le imprese strozzate dai costi energetici, una recessione strisciante che ha colpito soprattutto i Paesi più industrializzati del continente. La Russia, nel frattempo, ha trovato nuovi mercati, ha riorientato i propri flussi commerciali verso est e verso sud, e ha retto all'urto molto meglio di quanto i tecnocrati di Bruxelles avessero previsto. L'Europa ha pagato il conto da sola.

Ora si prepara a ripetere l'esperimento con un interlocutore enormemente più grande e più radicato nell'economia globale.

I numeri parlano da soli, e sono numeri che dovrebbero fare riflettere chiunque abbia a cuore il benessere dei lavoratori e delle famiglie europee. Nel 2025, il deficit commerciale dell'Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 359 miliardi di euro, più del doppio rispetto al periodo pre-pandemia. Pechino ha venduto quasi 560 miliardi di euro di merci al mercato europeo, mentre le esportazioni europee verso la Cina sono scivolate sotto i 200 miliardi. Un divario enorme, certo. Ma la risposta non può essere quella di alzare barriere che colpiscano le tasche di chi compra quei prodotti, cioè i consumatori europei.

Eppure è esattamente quello che si sta considerando a Bruxelles. Bloomberg ha rivelato che la Commissione Europea si prepara a mettere in guardia cittadini e imprese da una possibile guerra commerciale con la Cina, ammettendo in privato che Pechino quasi certamente risponderà con ritorsioni. La Commissione stessa ha dichiarato pubblicamente che la relazione con la Cina non è più sostenibile. Una frase che suona come un atto d'accusa ma che nasconde una domanda fondamentale: sostenibile per chi? Per le élite che gestiscono il processo decisionale europeo, o per i milioni di persone che dipendono da catene di approvvigionamento, da prezzi accessibili, da forniture industriali che passano in larga parte attraverso la Cina?

Pechino non ha mancato di rispondere con chiarezza. Mao Ning, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha smontato il linguaggio diplomatico europeo con una sintesi efficace: che si chiami riduzione del rischio, diminuzione della dipendenza o riequilibrio commerciale, si tratta comunque di protezionismo. E il protezionismo, ha avvertito, non colpisce i governi, colpisce le imprese e i consumatori, aumentando i costi e riducendo la competitività nel lungo periodo.

È un avvertimento che merita di essere preso sul serio, non liquidato come propaganda. Perché viene confermato anche dalla stessa OCSE, che pur criticando il sistema di sussidi cinese, riconosce implicitamente che il successo di Pechino in settori come l'energia solare, i veicoli elettrici, le telecomunicazioni e la cantieristica navale è reale e radicato. Non è un'illusione contabile.

Ricercatori cinesi, in un'analisi pubblicata dall'agenzia Xinhua, hanno messo il dito su una piaga che in Europa nessuno vuole toccare: il problema non è il surplus produttivo della Cina, ma la mancanza di innovazione europea e la chiusura dei propri mercati. Una lettura scomoda per Bruxelles, ma difficile da ignorare, specialmente guardando come l'industria continentale abbia progressivamente perso terreno in quasi tutti i settori ad alta intensità tecnologica. Una naturale conseguenza dell'implemetazione di ricette economiche basate sull'ideologia del neoliberismo selvaggio.

C'è poi un elemento strategico che rende questa partita ancora più pericolosa per l'Europa. La Cina non è la Russia. Non è un Paese isolabile (obiettivo fallito anche con la Russia) con qualche pacchetto di sanzioni. Ha già dimostrato di saper reggere alla pressione USA, molto più strutturata e determinata di quella europea. Ha mercati alternativi, ha accumulato riserve tecnologiche e produttive, sta costruendo infrastrutture commerciali nei Paesi vicini all'Unione Europea, come il Marocco, che hanno accordi di libero scambio con Bruxelles e che potrebbero diventare porte d'ingresso per aggirare qualsiasi futuro dazio. In altre parole, la Cina ha già pensato alle contromosse. L'Europa, a giudicare dalle divisioni interne alla stessa Commissione, no.

Quello che manca in questo dibattito è la voce dei popoli europei. Non degli industriali che chiedono protezione dalla concorrenza, non dei funzionari che ragionano in termini di quote di mercato e rapporti strategici, ma dei lavoratori, degli artigiani, delle piccole imprese, delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con il costo della vita. Queste persone non hanno chiesto una guerra commerciale con la Russia, eppure l'hanno pagata cara. Non stanno chiedendo una guerra commerciale con la Cina, eppure si preparano a subirne le conseguenze.

Un'Europa che decide contro i propri cittadini non è un'anomalia della storia recente. È diventata un metodo di governo ben preciso. Si ripete con la stessa logica: si recepiscono le pressioni esterne, si adotta il linguaggio dei valori per giustificare scelte che di valoriale hanno poco, e poi si lascia che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo. Prima con il gas russo che non arrivava più e le bollette che triplicavano. Domani, forse, con i prezzi dei pannelli solari, delle auto elettriche, dei componenti industriali che si impennano perché qualcuno a Bruxelles ha deciso che la competizione cinese è sleale.


Oltre 250 dollari al barile: lo scenario che potrebbe far impennare i prezzi del petrolio

I prezzi del petrolio potrebbero superare i 250 dollari al barile se le sanzioni contro il greggio russo venissero estese, ha avvertito Igor Sechin, CEO della compagnia petrolifera russa Rosneft, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Sechin ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz, causato dall'aggressione israelo-statunitense contro l'Iran, ha bloccato circa 16 milioni di barili di petrolio al giorno.

Ha aggiunto che, se venissero imposte ulteriori restrizioni alle esportazioni russe di 7 milioni di barili al giorno, il prezzo del petrolio greggio potrebbe superare i 170 dollari al barile, secondo una stima di Nobuo Tanaka, ex direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia. Agli attuali 150-160 dollari, se ne dovrebbero aggiungere altri 100, ha indicato.

Se lo Stretto di Hormuz venisse riaperto, il prezzo medio di un barile di petrolio raggiungerebbe i 95-96 dollari entro la fine dell'anno, mentre entro un anno scenderebbe a 80-85 dollari, secondo Sechin.

 

[2026-06-11] ROSTA IL TAV TI ENTRA IN CANTINA! @ Rosta

5 Giugno 2026 ore 10:04

ROSTA IL TAV TI ENTRA IN CANTINA!

Rosta - -
(giovedì, 11 giugno 21:00)
ROSTA IL TAV TI ENTRA IN CANTINA!

ROSTA IL TAV TI ENTRA IN CANTINA!

Dietro il progetto TAV Avigliana–Rivoli–Rivalta–Orbassano ci sono impatti enormi su viabilità, salute, ambiente e risorse pubbliche. Per questo continuiamo a costruire momenti di informazione e confronto aperti a tuttə.

Giovedì 11 giugno – ore 21.00

Salone dell’Oratorio, Piazza San Michele 1, Rosta

Interverrà l’Ing. Poggio della Commissione tecnica per approfondire criticità e conseguenze dell’opera.

8 anni e mezzo di cantieri.

Rischio amianto nella collina morenica.

Almeno 3 miliardi di euro sottratti ai bisogni reali delle comunità.

Informarsi è il primo passo per opporsi a un progetto inutile e dannoso.

Da Assemblea BassaValle

[2026-06-11] PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SABOTAGGLIO PROIEZIONE DEL FILM L'ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL @ El Paso Occupato

28 Maggio 2026 ore 08:15

PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SABOTAGGLIO PROIEZIONE DEL FILM L'ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(giovedì, 11 giugno 21:00)
PER LA RASSEGNA GIOVEDÌ SABOTAGGLIO PROIEZIONE DEL FILM L'ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL

L’ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL di Jean-Pierre Jeunet, Francia, 105 minuti

l film si apre con un prologo che narra l'antefatto: la morte del padre di Bazil a causa di una mina e l'assurdo episodio della sparatoria di cui lo stesso Bazil è spettatore, per puro caso. Si ritrova così con una pallottola conficcata nel cranio a vita. Perso il lavoro e l'appartamento, viene “adottato” da una stravagante famiglia: ne fanno parte Placard, un venditore ambulante miracolosamente scampato alla ghigliottina, nonché abile scassinatore; Tambouille, la “mamma” di casa, le cui due figlie sono misteriosamente scomparse; Calculette, una ragazzina capace di calcoli impossibili in pochi secondi; Petit Pierre, l'artista del gruppo, dotato di una forza straordinaria a dispetto dell'esile figura; la Môme Caoutchouc, una contorsionista; Remington, un uomo di colore che ama parlare per “giochi di parole” e Fracasse, l'autore del record di uomo-cannone del 1977. Rifiutati dalla società, hanno fatto del recupero dei rifiuti chi un mestiere, chi un'arte. Saranno proprio loro ad aiutare Bazil a compiere la sua rocambolesca vendetta nei confronti dei commercianti d'armi colpevoli d'aver prodotto la pallottola che ha in testa e la mina che ha ucciso suo padre. Si può girare una commedia spensierata muovendo al contempo una feroce critica alla società industriale e alla classe politica? È possibile giocando con i soldatini riuscire a smuovere le coscienze degli uomini? A guardare Jeunet, non sembra impossibile: il francese rovescia la scatola dei giochi sull'asfalto delle periferie parigine e combina i pezzi uscendo dalla realtà per raggiungere una dimensione cartoonesca, caratterizzata da personaggi che sembrano usciti da un libro per ragazzi e da una serie di invenzioni fantastiche (come le sculture automatizzate prese in prestito dall'artista Gilbert Peyre).

Tsunami hub. Il Centro Allerta Tsunami al World Ocean Day di Genova

6 Giugno 2026 ore 15:45

Dal 6 all’8 giugno, a Genova, la Giornata Mondiale degli Oceani diventa anche un’occasione per conoscere meglio gli tsunami. Il Centro Allerta Tsunami dell’INGV, infatti, partecipa all’edizione 2026 con lo stand espositivo Tsunami HUB. Qui troverete un simulatore video e una porta. Vi chiederete: cosa hanno in comune con gli tsunami?

Non vi anticipiamo la risposta: vi invitiamo a scoprirla di persona, passando a trovarci al Villaggio del Mare, in largo Pertini.

Qui, tra esperimenti, giochi, prove di forza e tsunami da generare con le proprie mani, sarà possibile capire come nascono questi fenomeni, perché sono così diversi dalle onde prodotte dal vento e quanta energia conservano quando raggiungono la costa. Sarà anche l’occasione per scoprire che gli tsunami non si generano solo negli Oceani e lontano da noi, ma possono verificarsi anche nel Mar Mediterraneo.

Le attività dello stand sono rivolte al pubblico dagli 8 anni in su, durano circa 20 minuti e prevedono la partecipazione attiva dei visitatori, con gruppi fino a 10 persone.

L’iniziativa si inserisce nel programma della Giornata Mondiale degli Oceani: Conoscere, Comprendere, Convivere, promossa dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in occasione del World Oceans Day, la ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare il pubblico sull’importanza degli oceani, sull’impatto delle attività umane e dei cambiamenti climatici e sulla necessità di proteggere una risorsa essenziale per la vita sul pianeta.

L’evento è patrocinato dal Comune di Genova, dal Ministero dell’Università e della Ricerca, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dalla Regione Liguria, ha ottenuto anche quest’anno l’endorsement UNESCO ed è stata riconosciuta tra le Ocean Decade Activities del 2026.

 

"Questa sarà la fine dell'umanità": il monito di Lavrov sull'intelligenza artificiale

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso la sua opinione sulla diffusione dell'intelligenza artificiale (IA).

"Sarà la fine dell'umanità. Capisco che lo sviluppo della scienza e della tecnologia non possa essere fermato, ma ciò nonostante, la Terra appartiene agli esseri umani", ha dichiarato giovedì in un'intervista con lo scrittore russo Alexander Tsypkin.

Questa è stata la sua risposta a una domanda sulla teoria secondo cui sarebbe meglio affidare il controllo del pianeta all'intelligenza artificiale, poiché priva di emozioni e in grado di agire razionalmente.

Secondo Lavrov, nello sviluppo di tecnologie che coinvolgono un'ampia gamma di aspetti, inclusi quelli economici e militari, è necessario mantenere il controllo sul loro utilizzo.

Inoltre, il Ministro degli Esteri ha rivelato come le forze ucraine utilizzino l'IA nelle operazioni militari. Ha spiegato che l'Occidente fornisce al regime di Kiev tecnologie che consentono di risolvere compiti e prendere decisioni senza inviare informazioni a un centro di elaborazione dati centrale, poiché esistono mini-centri dati per ogni combattente. Pertanto, ciò ha un impatto "crescente" sulle questioni di guerra e di pace.

"Qualcuno deciderà di avere ora un mezzo per l'impunità assoluta. E nessuno mi toccherà. Ora sconfiggeremo tutti", ha esemplificato, descrivendo una possibile mentalità riguardo all'uso di tale tecnologia.

Benzina confermata, meno sconto sul diesel: cosa cambia al distributore

6 Giugno 2026 ore 14:18
stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell'Economia e delle Finanze che proroga il taglio delle accise sui carburanti. Lo sconto scatta a decorrere dal 7 giugno 2026 ed è valido fino al 3 luglio 2026.Il provvedimento fissa a 622,90 euro per mille litri l'accisa su benzina e gasolio (242,77 euro per mille grammi per il GPL e zero per il gas naturale). In concreto, viene confermato lo sconto sulla benzina di 5 centesimi al litro (6,1 centesimi con IVA), mentre quello sul diesel scende da 10 a 5 centesimi al litro, ossia da 12,2 a 6,1 centesimi. Le coperture finanziarie L'intervento, probabilmente l'ultimo di questa natura da parte del governo, è stato attuato attraverso il meccanismo delle accise mobili. Anche per questo si è scelto il decreto ministeriale, evitando il passaggio in Consiglio dei ministri come accaduto in precedenza.La proroga dello sconto viene finanziata con l'extra-gettito IVA generato dai rincari del mese precedente. Parliamo di circa 150 milioni di euro, come indicato nel testo: a copertura delle minori entrate vengono utilizzati 149,4 milioni derivanti dal maggior gettito registrato tra l'1 e il 31 maggio 2026. L'andamento dei prezzi Come anticipato dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, la misura è stata definita considerando sia le risorse disponibili sia le condizioni di mercato. L'obiettivo è mantenere i prezzi dei carburanti, in particolare del diesel, sotto la soglia dei 2 euro al litro.Anche il 6 giugno prosegue la discesa dei prezzi alla pompa. Secondo l'Osservatorio del ministero delle Imprese, la benzina self service lungo la rete stradale si attesta a 1,921 euro al litro (1,926 il giorno precedente), mentre il diesel scende a 1,980 euro (da 1,984). Sulla rete autostradale, il fai-da-te registra una media di 2,020 euro per la benzina e 2,072 euro per il gasolio.

Albania in fiamme contro Kushner e Trump: "Non saremo una nuova Palestina"

 

Il 4 giugno decine di migliaia di albanesi sono scesi in piazza per protestare contro l'imminente distruzione dell'isola di Sazan e della sua delicata costa circostante, destinata a far posto a un progetto di resort di lusso da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e Ivanka Trump, rispettivamente genero e figlia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Secondo quanto riferito, i lavori di costruzione del progetto mediterraneo di 1.400 ettari, che comprende l'unica isola albanese, sono già iniziati, mentre i manifestanti denunciano l'accaparramento di terre come l'emblema dell'ingerenza straniera e della corruzione governativa. 

Quella che era iniziata come una disputa locale sulla conservazione ambientale si è trasformata in una grave crisi geopolitica, poiché i manifestanti nella capitale Tirana, sventolando bandiere palestinesi e scandendo "L'Albania non è in vendita", hanno esplicitamente collegato la società di investimenti di Kushner, Affinity Partners, alle ambizioni espansionistiche regionali.

???? La situazione sta sfuggendo completamente di mano.

L'Albania è in preda per il secondo giorno consecutivo a violente proteste di massa contro l'accordo di Kushner per l'esproprio di terreni del valore di 4 miliardi di dollari. ????????

Il popolo albanese si rifiuta di diventare una nuova Palestina. ????" pic.twitter.com/lSoD7Qskf2

— Affari mediorientali (@OpsHQs) 4 giugno 2026

L'azienda, che riceve un sostegno significativo da fondi sovrani sauditi, qatarioti ed emiratini, è stata oggetto di intense indagini per i suoi legami con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est occupata. 

Albania contro Israele: i fischi hanno sovrastato l'inno nazionale israeliano durante la partita di calcio.

Pugni, spintoni, scarpe e immondizia piovevano dagli spalti sulla squadra israeliana.

Il boicottaggio parziale ha tenuto lo stadio mezzo vuoto. pic.twitter.com/OUatyG5xEC

— Clash Report (@clashreport) 5 giugno 2026

I critici sostengono che il progetto sia un'estensione dell'approccio opportunistico di Kushner, già evidente nella sua leadership del progetto di ricostruzione di Gaza "Board of Peace", che privilegia gli investimenti stranieri e il patrimonio privato della famiglia Trump rispetto agli aiuti umanitari.

Proteste in Albania per il progetto di Kushner sull'isola, legato a Israele

Proteste e scontri violenti sono scoppiati nel fine settimana quando macchinari pesanti hanno iniziato a scavare sull'isola albanese disabitata di Sazan, dove Jared Kushner e Ivanka Trump progettano di costruire un resort ecologico di lusso.… pic.twitter.com/V04e8CxRX3

— The Cradle (@TheCradleMedia) 5 giugno 2026

Il governo albanese, guidato dal Primo Ministro Edi Rama, ha conferito al progetto lo "status di investitore strategico" alla fine del 2024, una designazione che consente agli sviluppatori di aggirare gli ostacoli normativi standard. 

Questa mossa ha innescato un'indagine da parte della SPAK, l'organismo anticorruzione albanese, sulle modifiche legislative che hanno indebolito la tutela dei terreni nazionali per agevolare tali accordi. 

Mentre Rama difende l'investimento come un percorso necessario per modernizzare il Paese, gli oppositori considerano l'accordo – a quanto pare concepito durante un viaggio nel Mediterraneo a bordo di una nave di proprietà dei Rothschild – un tradimento della sovranità nazionale.

Jared Kushner ammette che è stato il suo amico Nat Rothschild ad aiutarlo a trovare la sua nuova isola privata isolata nel mezzo del Mediterraneo mentre era in vacanza sulla sua barca.

Kushner afferma di aver avuto un incontro privato con il Primo Ministro albanese sulla barca di Rothschild… pic.twitter.com/qKxA519bZO

— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) 3 giugno 2026

Le tensioni sono ulteriormente alimentate dalla spinta del governo verso legami più stretti con Israele, che i critici collegano al ruolo di Kushner come inviato statunitense e membro del Board of Peace.

Per molti albanesi, l'installazione di guardie di sicurezza private e filo spinato lungo la costa dello Zvernec rappresenta un "crollo totale dello stato di diritto", dove gli interessi di personaggi stranieri di alto profilo prevalgono sui diritti locali. 

I manifestanti sostengono che la lotta non riguarda più solo la salvaguardia dell'ambiente, ma la resistenza a un governo che, a loro avviso, sta svendendo il patrimonio nazionale al miglior offerente straniero.

L’isolamento di Israele: per due terzi del mondo l’opinione sul Paese è "sfavorevole"

 

Un nuovo sondaggio del Pew Research Center, pubblicato il 4 giugno, mostra che la maggior parte delle persone in decine di paesi del mondo ha un'opinione "sfavorevole" di Israele e non ha "fiducia" nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il sondaggio è stato condotto tra l'8 febbraio e il 13 maggio di quest'anno, coinvolgendo 36 paesi. 

La maggior parte delle interviste è stata condotta dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alla fine di febbraio.

Nei 36 paesi considerati, il 36% ha un'opinione "sfavorevole di Israele", mentre il 25% ne ha un'opinione favorevole. Il 36% rappresenta circa i due terzi.

"Le opinioni sono particolarmente negative nei luoghi a maggioranza musulmana oggetto dell'indagine, tra cui Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan, Turchia e le aree [occupate] della Cisgiordania e Gerusalemme Est", ha sottolineato il think tank con sede a Washington, aggiungendo di non essere stato in grado di condurre sondaggi a Gaza, dove Israele continua a bombardare e uccidere decine di palestinesi al giorno in base a un accordo di 'cessate il fuoco' sponsorizzato dagli Stati Uniti. 

Il rapporto sostiene, inoltre,  che in tutti i paesi europei inclusi nel sondaggio si riscontravano opinioni relativamente negative su Israele. 

Circa la metà degli adulti in Italia, Spagna e Paesi Bassi ha espresso un'opinione "molto negativa" su Israele.

In Nord America e in Europa, i giovani sono più contrari a Israele rispetto alle persone più anziane. In Ungheria, il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha un'opinione negativa di Israele, mentre il 42% di coloro che hanno 50 anni o più considera Israele "sfavorevole".

Negli Stati Uniti, l'83% dei liberali e il 37% dei conservatori hanno un'opinione negativa di Israele. In Australia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, almeno il 90% dei cittadini di sinistra vede Israele sotto una luce negativa.

"In ciascuna di queste nazioni, tale percentuale è almeno 23 punti percentuali superiore rispetto a quella registrata tra le nazioni di destra", ha osservato il rapporto Pew. 

Il sondaggio evidenzia anche come la percezione di Israele sia cambiata nell'ultimo anno. Le opinioni sfavorevoli sono aumentate in 13 dei 24 Paesi intervistati. In Argentina, il 46% delle persone aveva un'opinione negativa di Israele, rispetto al 55% attuale. 

In Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito, le opinioni molto negative su Israele sono aumentate a doppia cifra.

In Grecia, solo il 30% esprime un'opinione positiva su Israele, una percentuale pressoché identica a quella dell'anno scorso.

Nella maggior parte delle nazioni intervistate, la maggioranza ha dichiarato di non avere "molta o nessuna fiducia" nella capacità di Netanyahu di "fare la cosa giusta in merito agli affari mondiali".

Ciò include oltre il 50% degli adulti in Australia, Bangladesh, Canada, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Italia, Malesia, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna, Svezia, Turchia, Regno Unito e nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che hanno dichiarato di non avere "assolutamente alcuna fiducia".

Numerosi sondaggi mostrano un peggioramento dell'opinione pubblica su Israele in tutto il mondo negli ultimi anni, in particolare negli Stati Uniti. Un sondaggio del Pew Research Center di aprile ha rilevato che quasi il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione negativa su Israele.

A marzo, Drop Site News e Zeteo hanno condotto un sondaggio che ha rivelato come la maggioranza dei cittadini statunitensi creda che il presidente Donald Trump abbia lanciato la guerra all'Iran per "insabbiare" il caso Jeffrey Epstein.

Un recente sondaggio, pubblicato dalla Cattedra UNESCO per la ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo presso l'Università di Varsavia, ha rivelato che il 45% dei cittadini polacchi considera le azioni di Israele contro i palestinesi paragonabili a quelle della Germania nazista. 

Israele sta attualmente conducendo una devastante campagna di pulizia etnica nel sud del Libano, lanciando quotidianamente brutali raid aerei. Occupa inoltre numerosi villaggi libanesi e ha distrutto decine di migliaia di case di civili, uccidendo oltre 3.500 persone.

A Gaza, due milioni di palestinesi sfollati interni sono ammassati nel 40% del territorio prebellico della Striscia, un territorio che ha subito cambiamenti demografici senza precedenti a causa di due anni di bombardamenti e pulizia etnica. Quasi 1.000 persone sono state uccise da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre.

L'esercito israeliano ha inoltre compiuto importanti annessioni territoriali in Siria e ha condotto diverse ondate di brutali bombardamenti contro lo Yemen.

Il Financial Times (FT) ha scritto a maggio che l'esercito israeliano ha "conquistato" 1.000 chilometri quadrati di territorio in Asia occidentale a partire dal 7 ottobre 2023.

Raid Usa e la risposta dell'Iran: pioggia di missili iraniani su Kuwait e Bahrein

 

L'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrein in risposta ai bombardamenti americani di Sirik e Qeshm, nel sud del Paese persiano.

"A seguito dell'aggressione dell'esercito statunitense, responsabile di terrorismo e sterminio di bambini, contro le isole di Sirik e Qeshm, le basi nemiche nella regione sono state colpite da missili della Forza aerospaziale", ha riferito l'Ufficio relazioni pubbliche del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC).

Secondo le Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), all'1:30 del mattino, quattro petroliere non autorizzate, istigate e dirette dall'esercito statunitense, hanno tentato di lasciare illegalmente lo Stretto di Hormuz senza coordinamento e ignorando gli avvertimenti emessi dalla Marina delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. "A seguito degli avvertimenti, una delle petroliere è stata intercettata e fermata, mentre le restanti si sono ritirate", ha aggiunto l'IRGC.

"Alle 02:00, a seguito di questo incidente, droni statunitensi hanno attaccato con due proiettili una torre di telecomunicazioni a Qeshm e un'altra a Sirik", ha affermato.

Secondo le Guardie Rivoluzionarie, in risposta all'aggressione statunitense, la base aerea americana di Al-Salem in Kuwait, così come le restanti strutture della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein, furono immediatamente colpite da missili balistici.

"Si avverte il nemico aggressivo e assassino di bambini che, qualora tali azioni si ripetessero, la risposta non si limiterà a misure restrittive. Sarà ritenuto responsabile delle conseguenze di una possibile chiusura totale dello Stretto di Hormuz al transito del suo petrolio e del suo gas", ha avvertito.

Secondo i media locali, in Kuwait sono scattate le sirene d'allarme. Alcune fonti hanno riferito di aver udito delle esplosioni nel Paese, mentre l'esercito kuwaitiano ha annunciato un attacco missilistico sul proprio territorio. Anche in Bahrein sono risuonate le sirene d'allarme.

Alcune fonti segnalano la sospensione dei voli negli aeroporti del Kuwait e del Bahrain.

Da parte sua, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato l'attacco missilistico lanciato dall'Iran contro le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, riferendo che Teheran ha lanciato sette missili contro obiettivi situati in entrambi i paesi.

Israele bombarda un'ambulanza e una scuola in Libano: è strage di civili

 

Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi nel Libano meridionale, colpendo aree civili, distruggendo un'ambulanza, danneggiando una scuola e provocando la morte di sei civili libanesi.

Secondo quanto riportato dalla rete locale Al-Mayadeen, aerei da guerra e artiglieria israeliani hanno preso di mira nella giornata di sabato numerose località, tra cui Kfra, Aadchit, Kunine, Bablie, Toul, Arabsalim, Shahabie, Mahmudie, Marwanie, Majdal Zoun, Aba, Mayfadun, Arnaba, la periferia di Maghdoucheh, Kfar Tebnit, Qatrani e la strada che collega Maarake a Teir Debba. Sotto i bombardamenti sono finite anche le città di Nabatieh e Sohmor, nella Valle della Bekaa occidentale, oltre alla foresta e alle alture di Rayhan e alla valle di Barqaz.

Uno degli episodi più drammatici si è verificato nella città di Zebdine, dove un raid israeliano ha centrato in pieno un'ambulanza che stava trasportando generi alimentari a una famiglia del posto: l'impatto ha causato cinque vittime civili. Nel distretto di Hasbaya, invece, i colpi d'artiglieria hanno centrato una scuola nella città di Barqaz, provocando un incendio e gravi danni strutturali all'edificio. All'inizio della stessa giornata, un altro attacco mirato contro una motocicletta a Deir al-Zahrani, nel distretto di Nabatieh, aveva già causato un morto.

Questi attacchi si consumano in un momento di estrema fragilità politica. Nonostante il recente annuncio del rinnovo del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, le forze israeliane continuano le operazioni aeree e di terra su diverse aree del Paese.

Dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che i governi di Israele e Libano hanno ribadito di non nutrire intenzioni ostili reciproche, impegnandosi a proseguire i negoziati diretti a Washington per ristabilire la fiducia e lavorare a un accordo globale. Tuttavia, questa intesa diplomatica si scontra con una realtà di continue violenze sul campo – inclusi i raid israeliani che nei giorni scorsi hanno provocato altre nove vittime nel sud del Libano – e con le operazioni transfrontaliere. Ad aggravare lo scenario c'è il fronte interno: la Resistenza libanese (Hezbollah) non ha preso parte ai colloqui di Washington e ha già respinto l'accordo, definendolo una capitolazione e ribadendo che non accetterà alcuna intesa che mini la sovranità del Libano a vantaggio di Israele.

Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

 

Sono trascorsi quasi tre anni da uno dei più recenti rapporti sull’apprendistato, un’analisi che fotografa la profonda crisi in cui versa questa tipologia contrattuale.

Nel 2021 (anno di riferimento del monitoraggio), gli apprendisti erano circa 544.366: un dato in lieve ripresa, ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente al Covid. La crescita della platea si è concentrata prevalentemente nel Mezzogiorno, mentre si è registrata una flessione in quella che un tempo era la regione industriale per eccellenza, la Lombardia. Al contempo, si assiste a un progressivo innalzamento dell'età media dei lavoratori coinvolti.

Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico. Il contratto di apprendistato, pur essendo conveniente per le imprese, viene utilizzato pochissimo. Spesso, infatti, i datori di lavoro non cercano giovani da formare, ma solo manodopera da sfruttare, evitando poi la stabilizzazione a tempo indeterminato. Senza voler generalizzare, è ormai acclarato che i processi formativi richiedono tempo e risorse, hanno un costo elevato e sono soggetti a regole ferree. Di conseguenza, molte aziende preferiscono affidarsi a lavoratori interinali, partite IVA e contratti a tempo determinato, azzerando così ogni obbligo in materia di formazione.

Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei propri mali al Reddito di Cittadinanza, alla presunta scarsa propensione dei giovani al sacrificio o ad altre motivazioni intrise di insopportabili luoghi comuni, primo tra tutti l'inefficienza del sistema scolastico pubblico.

La crisi dell'apprendistato riguarda sia la tipologia professionalizzante, sia quella per la qualifica, il diploma professionale e l'alta formazione e ricerca (che cubano tra l'87% e il 98% del totale dei contratti in essere). Manca, in sostanza, il ricorso a questo strumento in settori chiave come il commercio e la ristorazione. Tralasciando l'apprendistato di alta formazione e ricerca, che conta poche decine di casi, viene da chiedersi per quale ragione nella ristorazione si registri una simile crisi di vocazione. Forse basterebbe farsi un giro tra i locali per comprenderlo: si troverebbe una massiccia presenza di lavoro nero, contratti irregolari e retribuzioni da fame.

In teoria, l'apprendistato dovrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende con esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine. Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere proprio la prospettiva di trasformare l'apprendista in un lavoratore contrattualizzato a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati siedono il sistema formativo, le modalità di gestione dei fondi stanziati e l'assenza di un piano nazionale; ma pesa soprattutto la scarsa propensione datoriale verso la stabilità, che ha reso il tempo determinato e le varie forme di precariato i veri modelli contrattuali di riferimento.

In questo scenario tutt'altro che entusiasmante si inserisce la riforma degli istituti tecnici, pensata per orientare la formazione scolastica verso le sole esigenze del sistema produttivo. In questo modo si sottrae spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di affrontare i mutamenti del mercato del lavoro senza subirli.

La contrazione delle ore di insegnamento — sia per le materie scientifiche che per quelle letterarie — e la riduzione della durata del ciclo di studi da 5 a 4 anni rappresentano un autentico colpo inferto alla scuola tecnica, piegata a logiche che fino a ieri erano riservate esclusivamente ai percorsi professionali.

Questo stravolgimento risponde alle richieste padronali e interviene pesantemente su indirizzi, articolazioni e quadri orari, pregiudicando gli stessi risultati dell'apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è che il sistema produttivo è cambiato e la scuola è rimasta troppo distante. Quello che emerge, invece, è il tentativo spasmodico di ridurre ai minimi termini il ruolo e la funzione degli istituti scolastici e dei processi di istruzione. È il trionfo delle "competenze" sulle "conoscenze": un intervento che serve a garantire alle imprese una forza lavoro per la cui formazione non hanno mosso un dito, ottenendo come effetto collaterale lo smantellamento di un sistema educativo giudicato troppo lungo e, in fondo, inutile.

Inutili e intollerabili sono invece le retoriche padronali e le scuse accampate per sfuggire a una realtà scomoda, in cui le scuole devono essere "normalizzate" e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui si andrebbe fuori tema. Limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più e la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le imprese stesse, se solo queste volessero davvero investire in formazione anziché stravolgere il sistema educativo pubblico, riducendo l'istruzione tecnica a un mero addestramento professionale.

La colpa, insomma, viene sempre attribuita al settore pubblico, mentre il privato non si assume mai le proprie responsabilità.

Dal "Piano Cóndor giudiziario" al ricatto del litio: le voci di Evo Morales e Wilma Colque nella Bolivia in lotta

 

di Geraldina Colotti

 

Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi plurinazionali. Da oltre un mese, il paese è attraversato da proteste, mobilitazioni e più di novanta blocchi stradali in almeno sette dipartimenti.

La risposta del governo di Rodrigo Paz non si è fatta attendere ed è giunta secondo il copione che caratterizza i piani di restaurazione coloniale dettati da Washington: l’approvazione al Senato della "Ley de Regulación de Estado de Excepción" e la pubblica discesa in campo del Pentagono e del Dipartimento di Guerra statunitense.

In questo scenario di resistenza e accerchiamento, le voci del leader indigeno ed ex presidente Evo Morales Ayma e della dirigente Wilma Colque, rappresentante della Coordinadora delle 6 Federazioni del Trópico di Cochabamba, assumono il valore di una testimonianza teorica e pratica imprescindibile.

Le loro analisi sono state raccolte nell’ambito di due significativi spazi di dibattito internazionale dedicati alla solidarietà con il popolo boliviano e alla denuncia dell’attacco imperialista alla Patria Grande: uno promosso dalle organizzazioni popolari argentine, l'altro organizzato dalla Central Bolivariana Socialista de Trabajadores y Trabajadoras del Venezuela (CBST).

Lungi dall'essere semplici cronache di una crisi regionale, i loro interventi svelano i fili invisibili che collegano il neoliberismo interno alle strategie globali di saccheggio delle risorse strategiche. Il palcoscenico in cui risuonano queste denunce non è casuale. La Central Bolivariana Socialista de Trabajadores del Venezuela, fedele alla tradizione dell'internazionalismo proletario e cosciente del fatto che l'aggressione imperialista non rispetta i confini geopolitici, ha trasformato i suoi incontri settimanali in una trincea ideologica: quanto mai necessaria in questo momento di massima aggressione e crescente ricatto dell'imperialismo alla rivoluzione bolivariana, seguita al sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Discutere della Bolivia a Caracas, o nei forum della solidarietà continentale, significa riconoscere che il destino dei popoli della regione è strettamente connesso.

La criminalizzazione delle forze popolari boliviane, l'uso combinato del Lawfare (la guerra giudiziaria) e della violenza aperta non sono fenomeni isolati, ma rispondono al medesimo copione applicato contro ogni tentativo di autodeterminazione nel continente. In questo spazio di coordinamento, le avanguardie sindacali e contadine hanno denunciato come l'attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump stia stringendo d'assedio l'asse antimperialista, individuando nella caduta della Bolivia plurinazionale il tassello necessario per la ricolonizzazione economica dell'intera regione.

La natura globale dello scontro è stata esplicitata senza filtri dalle dichiarazioni del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Attraverso il suo account sulla piattaforma X, l'alto funzionario della Casa Bianca ha gettato la maschera della diplomazia formale, qualificando i dirigenti delle organizzazioni sociali boliviane che guidano le proteste come "narcoterroristi".

L'uso di questa categoria linguistica e giuridica non è nuova per la storia dell'America Latina; è lo stesso paradigma securitario utilizzato durante gli anni più bui del Piano Cóndor per giustificare lo sterminio politico e l'annientamento dei movimenti popolari. Hegseth, parlando a nome del Dipartimento di Guerra e della neonata Coalición Anticartel de las Américas (A3C), ha ribadito il sostegno incondizionato di Washington al governo di destra di Rodrigo Paz Pereira, ammonendo che gli Stati Uniti "sono attenti a ciò che accade in Bolivia" per garantire che non vi sia un ritorno al vecchio statu quo del “dominio criminale”.

La risposta di Evo Morales Ayma a questo esplicito atto di ingerenza è stata immediata e radicale. Attraverso i medesimi canali, il leader del Movimento al Socialismo (MAS-IPCP) ha denunciato come gli Stati Uniti pretendano ancora una volta di esercitare una tutela coloniale sugli affari interni della nazione. Nel suo intervento al forum internazionale, Morales ha decostruito la narrazione imperiale: "Mentre il popolo lotta per difendere la propria economia, le proprie risorse naturali e il diritto a decidere il proprio destino - ha detto -, gli Stati Uniti tornano a immischiarsi per sostenere un governo sempre più screditato. Ora – ha aggiunto - ricorrono nuovamente al discorso del 'narcoterrorismo' per stigmatizzare la protesta sociale e le richieste legittime di chi difende la democrazia, la sovranità e i nostri beni comuni. La Bolivia non ha bisogno di tutele né di minacce”, ha affermato.

L'ex presidente ha poi tracciato una mappa lucida del colpo di Stato permanente che sta soffocando il paese. Non si tratta solo di una crisi di governo, ma di un'operazione complessa che Morales definisce un vero e proprio "Piano Cóndor giudiziario". Il primo passo di questa strategia è stato lo svuotamento strutturale delle istituzioni democratiche e la proscrizione delle forze autenticamente rivoluzionarie. Morales ha spiegato dettagliatamente come magistrati e giudici abbiano operato al di fuori del mandato costituzionale per sottrarre la sigla del MAS-IPCP alla sua base sociale, impedendo la partecipazione politica dei leader più amati.

Questa "truffa elettorale preliminare" ha permesso l'ascesa al potere delle forze neoliberiste guidate da Rodrigo Paz, un'amministrazione che oggi governa senza consenso reale. I dati macroeconomici e sociali presentati da Morales sono indicativi: l'inflazione galoppante, il ritorno della dipendenza dai diktat del Fondo Monetario Internazionale e una svalutazione di fatto della moneta nazionale hanno distrutto il potere d'acquisto dei lavoratori.

Tuttavia, di fronte alla violenza istituzionale, il popolo boliviano ha risposto con la resistenza e con numeri che smentiscono la legittimità sbandierata dal palazzo. Morales ha evidenziato lo storico risultato del Voto Nulo nelle ultime elezioni, che ha raggiunto vette dell'ottanta per cento nei collegi uninominali e ha visto la sconfitta del progetto governativo in centosessantanove municipi.

Un dato che si sposa con i sondaggi urbani d'attualità, i quali registrano una sanzione popolare e una svalutazione dell'operato del presidente Paz che sfiora l'ottantasette per cento. Il neoliberismo boliviano, dunque, si regge esclusivamente sulle baionette e sull'appoggio esterno del Comando Sur. Il pilastro normativo di questa restaurazione autoritaria è la "Ley de Regulación de Estado de Excepción", approvata dal Senato al termine di una sessione drammatica a cui hanno partecipato tre ministri di Stato, e ora inviata alla Camera dei Deputati per la sanzione definitiva.

L'analisi di questo testo di legge svela un disegno eversivo contro la stessa Costituzione Plurinazionale del 2009. Come denunciato con forza dal senatore Wilder Veliz e ripreso nei forum internazionali, la norma concede una vera e propria "carta bianca" alle forze di sicurezza per reprimere e uccidere i manifestanti. La legge stabilisce che le forze armate potranno intervenire nelle operazioni di sicurezza interna ogniqualvolta la capacità operativa della polizia sia giudicata insufficiente, estendendo il controllo militare sulle "infrastrutture critiche", sui sistemi idrici, sulle telecomunicazioni e sulle rotte stradali strategiche.

L'elemento più inquietante e brutale del testo è l'introduzione della presunzione di legalità e di buona fede per le azioni compiute da militari e poliziotti durante lo stato di eccezione. In termini materiali, ciò significa che l'uso della forza letale contro i blocchi stradali e le assemblee popolari sarà considerato legittimo a priori dallo Stato, garantendo l'impunità giuridica e persino l'assistenza tecnica e legale governativa a coloro che eseguiranno i massacri.

Si tratta, come sottolineato da Veliz, di una disposizione che viola frontalmente i trattati internazionali sui diritti umani e che prepara scientificamente il terreno per un genocidio politico contro le comunità in lotta.

 

Wilma Colque e la materialità della terra: la crisi agraria

Se l'analisi di Evo Morales definisce la cornice macro-politica, la testimonianza di Wilma Colque, esponente di spicco delle organizzazioni indigene e contadine del Trópico de Cochabamba, restituisce la materialità del dramma vissuto quotidianamente dalle basi. La sua non è un'astrazione teorica, ma il racconto della terra nuda, del lavoro nei campi e della fame che torna ad affacciarsi nelle case.

Colque ha denunciato l'impatto devastante della scarsità e del contrabbando di combustibile, una crisi provocata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del governo Paz. L'agricoltura boliviana, in particolare nelle regioni produttrici come il Trópico, ha vissuto negli ultimi vent'anni un profondo processo di meccanizzazione; la terra non si lavora più solo con l'infaticabile azzardo manuale dell'asadón, ma attraverso l'uso di trattori e macchinari che oggi sono paralizzati dalla mancanza di gasolio.

Questa interruzione della catena produttiva si traduce nella distruzione delle esportazioni di prodotti alimentari, come le coltivazioni di platano, e in una drammatica carenza alimentare nei centri urbani. Le conseguenze sociali di questo disastro economico colpiscono direttamente le generazioni future: la dirigente ha stimato che tra i trentamila e i quarantamila bambini della scuola primaria hanno abbandonato gli studi nell'ultimo periodo a causa della povertà e dell'impossibilità delle famiglie di garantire la sussistenza minima, un fenomeno speculare al tasso di abbandono che sta svuotando le università pubbliche del paese.

Un capitolo centrale del pensiero espresso da Wilma Colque riguarda la difesa dell'identità indigena di fronte al tentativo di assimilazione e annientamento simbolico operato dalle nuove élites neoliberiste. La dirigente ha denunciato con sdegno l'ipocrisia dei candidati della destra che, durante le campagne elettorali, non esitano a indossare il poncho tradizionale, a scattarsi foto con le mujeres de pollera e a balbettare frasi nelle lingue native per accaparrarsi il consenso rurale.

Una volta giunti al potere, tuttavia, quegli stessi indumenti e quei corpi diventano l'obiettivo dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma e delle pallottole di piombo della polizia. In questo contesto, la riappropriazione dei simboli diventa un atto rivoluzionario. La Wiphala, ha ricordato Colque, non è una bandiera elettorale o il logo di un partito politico: è l'emblema millenario della resistenza comunitaria andina, un codice cosmogonico che unisce i popoli d'oltreconfine, estendendosi fino alle comunità in lotta nel Perú.

Il tentativo del governo Paz di proibire o ridimensionare il valore dei simboli plurinazionali risponde alla volontà coloniale di cancellare la soggettività politica dei popoli originari, derubricandoli nuovamente a manodopera subalterna e invisibile. La convergenza analitica tra Morales e Colque tocca il suo culmine quando si svela il vero motore immobile della crisi boliviana: il controllo delle riserve minerali strategiche, in primis il litio e le terre rare, metalli fondamentali per la transizione tecnologica e industriale dell'Occidente.

La Bolivia possiede le riserve di litio più grandi del pianeta, situate nel cuore di quel territorio geografico noto come il "Triangolo del Litio". Mentre nei paesi vicini, come il Cile e l'Argentina di Javier Milei, questa risorsa è stata interamente svenduta e consegnata alle multinazionali statunitensi ed europee senza che rimanesse alcun beneficio reale per le popolazioni locali, la Bolivia della rivoluzione plurinazionale aveva avviato un modello di industrializzazione sovrana con lo Stato come attore principale.

Il governo di Rodrigo Paz opera come il mandatario interno incaricato di smantellare questo modello sovrano per allinearsi alle richieste estrattive di Washington e delle grandi corporazioni della Silicon Valley. Per raggiungere questo obiettivo economico, la militarizzazione del territorio è diventata una necessità stringente. Wilma Colque ha lanciato una denuncia circostanziata che solleva il velo sulle nuove forme di ciberguerra e spionaggio tecnologico applicate sul terreno.

"Un sistema di spionaggio operato direttamente da agenzie statunitensi – ha detto - è penetrato nei confini tri-partitici tra i dipartimenti di Cochabamba e La Paz. Hanno installato apparecchiature ad alta tecnologia in grado di intercettare le antenne delle telecomunicazioni, monitorando ogni chiamata, ogni messaggio e ogni spostamento dei dirigenti sindacali. Sappiamo esattamente dove sono dislocate queste basi e sappiamo che l'obiettivo finale è la cattura del fratello Evo Morales, da esibire come un trofeo politico per l'imperialismo”.

A questa rete di sorveglianza digitale si affianca la vecchia strategia della corruzione e della guerra sporca interna. Risorse finanziarie enormi, provenienti da prestiti internazionali che non si traducono mai in opere pubbliche per il popolo, vengono veicolate attraverso maletini contenenti fino a centomila dollari per comprare la fedeltà di dirigenti compiacenti, dividere i sindacati storici e frantumare la compattezza della Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

Di fronte a un apparato repressivo che si dota di strumenti giuridici speciali per legalizzare il massacro e di tecnologie straniere per il controllo sociale, la risposta che giunge dalle comunità in lotta non è di sottomissione, ma di dignità storica. La conclusione del discorso di Wilma Colque risuona come un manifesto di etica politica per tutto il continente.Le donne indigene, le madri che hanno visto generazioni di figli lottare contro le dittature militari degli anni settanta e ottanta, si ergono oggi come le custodi del futuro della Patria Grande.

L'annuncio è chiaro: se il governo Paz deciderà di decretare lo Stato di Assedio approfittando del fine settimana, i movimenti sociali scenderanno in piazza con i loro figli per attuare la disobbedienza civile di massa, ritirando i giovani dalle caserme e applicando tattiche di autodifesa territoriale, come gli spegnimenti controllati dell'energia elettrica e l'interruzione delle reti internet per ciecare l'apparato di spionaggio statale.

La lotta della Bolivia, esaminata attraverso le voci di Evo Morales e di Wilma Colque nei forum internazionali, dimostra che la contesa non riguarda una presunta stabilità istituzionale o la gestione burocratica di una crisi. La posta in gioco è la scelta tra l'essere una colonia estrattiva subordinata ai bisogni geopolitici del Pentagono o il rimanere uno Stato Plurinazionale sovrano, dove la terra, il litio e il destino degli uomini e delle donne appartengono a chi li lavora e li difende. "Siamo milioni", ricorda la dirigente indigena, e “siamo disposti a morire, ma non a chinare la testa”.

Drone navale ucraino esplode in Romania

 

di Francesco Fustaneo

 

Il regime di Zelensky continua imperterrito a impiegare droni navali in acque internazionali o di Paesi terzi. Dopo quanto accaduto nel Mediterraneo con l'attacco alla nave gasiera Arctic Metagaz e il drone navale scoperto da alcuni pescatori in una grotta in Grecia, questo è solo l'ultimo degli episodi finito sulle cronache.

 

Un drone navale senza equipaggio della Marina ucraina è esploso venerdì al largo delle coste della Romania, nei pressi del porto di Costanza. Mosca ha subito precisato che si trattava di un drone ucraino, circostanza peraltro confermata da Kiev, che afferma di averne perso il controllo a causa di un'interferenza elettronica delle forze russe, precisando che non si sono registrati feriti.

L’incidente, come del resto già avvenuto in episodi analoghi  a causa di droni volanti, aveva  sollevato preoccupazioni per un possibile allargamento del conflitto sul fianco della Nato. La Romania è infatti membro dell'Alleanza Atlantica, e qualsiasi esplosione nelle sue acque territoriali avrebbe potuto innescare tensioni ben più gravi.

A fare chiarezza è stata la stessa Marina ucraina con un post su Facebook: "Durante le operazioni nella zona del Mar Nero, un drone senza equipaggio della Marina ucraina, sotto l'effetto della guerra elettronica nemica, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste rumene". Il messaggio sottolinea inoltre che Kiev ha prontamente fornito "alla Marina rumena le informazioni necessarie per prevenire vittime civili".

L'esplosione del drone è avvenuta a poche ore di distanza da un'altra operazione annunciata da Kiev. L'Ucraina ha infatti dichiarato di aver fermato cinque navi nel Mar d'Azov e nelle acque costiere dei territori occupati dalla Russia, accusate di trasportare merci illegali. Secondo il comandante delle forze ucraine che impiegano droni, le imbarcazioni erano coinvolte nel "furto" di grano ucraino, nonché nel trasferimento di materiale militare e carburante.

Non è chiaro se l'esplosione del drone al largo della Romania sia collegata alla morte di cinque cittadini azeri, che secondo il ministero degli Esteri dell'Azerbaigian sarebbero stati uccisi in attacchi di droni contro navi in mare.

Gli episodi navali si inseriscono in un momento delicato sul piano diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin si prepara a parlare a un importante evento economico a San Pietroburgo, mentre il giorno prima Volodymyr Zelensky aveva parlato di un possibile colloquio con il Cremlino per porre fine alla guerra.

Nel frattempo Kiev  di fatto continua a fare dell’Europa e il Mediterraneo il suo teatro di guerra, senza  che nessuno (o quasi) governo dell’U.E. batta ciglio.

Buyer persona: cosa sono e come crearle per una strategia di marketing efficace

6 Giugno 2026 ore 12:54
Buyer persona e strategia di marketing digitale
Le buyer persona aiutano aziende, professionisti e brand a comunicare con maggiore precisione, costruendo contenuti, offerte e campagne intorno a bisogni reali e non a ipotesi generiche.

L'articolo Buyer persona: cosa sono e come crearle per una strategia di marketing efficace proviene da FullPress.

Questo TV AUTOVOX va in DISCARICA: lo SMONTO e faccio ESPERIMENTI DI ALTA TENSIONE! #crt #television

6 Giugno 2026 ore 13:00

💾

Fate una donazione al CANALE ed alla GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

#vlogger #vlogs #faidate #diy #diycrafts #laboratorio #vintageradio #vacuumtube #radioavalvole #vintage #repair #repairing #righttorepair #vintage #spaceage #design #restoration #computerhistory #computer #riparazione #funny #funnyvideo #funnyvideos

Questo AUTOVOX e' privo di speranza.
Il cinescopio e' ESAURITO, e' alimentato a 9 VOLT ed e' prossimo alla morte.
Il mobile e' in pessime condizioni, mancano manopole e parti interne.

Ho bisogno di spazio nel lab, quindi e' inutile conservarlo.

Ho provato a regalarlo in giro ma in zona non c'e' nessuno, spedirlo costa uno sfacelo e per le condizioni in cui versa, non ne vale la pena.

FINISCE ALL'ISOLA ECOLOGICA, dopo aver smontato parti e fatto esperimenti.

*OCCHIO al mio AMAZON SHOP! https://www.amazon.it/shop/asbestomolesto*
*Le mie attrezzature le trovate nel mio negozietto AMAZON:*
Queste sono tutte cose che USO GIORNALMENTE e di cui sono molto soddisfatto :)

*TRASMETTITORE RADIO AM* : https://it.aliexpress.com/item/1005005593010774.html

*Saldatore SPETTACOLARE Kaiweets KETS02* : https://amzn.to/4kS3voK
*Saldatore* economico ma funzionale: https://amzn.to/43MSuxZ
*Stagno* 60/40 OTTIMO *NON-RoHS*: https://amzn.to/4cBf290
*Trecciola dissaldante: https://amzn.to/3PNsgWj*
*Flussante* Amtech NC-559-V2-TF: https://amzn.to/43DPAvo
*Pasta per saldature* elettroniche: https://amzn.to/43GAN39
*Disossidante* per saldature: https://amzn.to/4axQagu
parte 3
*Tester digitale* UNI-T UT139C: https://amzn.to/43HeKZX
*Oscilloscopio portatile* : https://amzn.to/4acVQwx
*Cassettiera portacomponenti* : https://amzn.to/4cwPObX
*Masterizzatore M-DISC Blueray* : https://amzn.to/3IZ3VJj

*Antenna MINI WHIP* : https://amzn.to/4aDnnHx
*ALTRA ANTENNA MINI WHIP*: https://amzn.to/43NHReh
*Ricevitore SDR*: https://amzn.to/3TLirJR
*Ricevitore radio XHDATA D-808* : https://amzn.to/3xQzYbZ

*Display Voltmetro 0-30Vdc* : https://amzn.to/3xepanL
*XHDATA D-808* radio onde corte AM/FM/Airband/ETC: https://amzn.to/43EutZS
*Evaporust* : https://amzn.to/3xaNRBy
*Caricabatterie solare* USB etc: https://amzn.to/43Cn39D
*Rotelle per sedia* : https://amzn.to/49kSrKZ

*Le mie attrezzature VEVOR ed i codici per acquistarle con sconti:*
CODICE DI *SCONTO 5%* su tutti i prodotti VEVOR: VVGDS5

*Termocamera infrarossi* VEVOR SC240N: https://s.vevor.com/bfQsoD
*Pulitrice ad ultrasuoni* VEVOR da 10 litri: https://s.vevor.com/bfQgEk
*Telecamera endoscopica* VEVOR 5 metri 3 telecamere: https://s.vevor.com/bfQbze

*BRAKLEEN pulitore freni* : https://amzn.to/3VGjgX0
*Cavo adattatore da OBD2 a OBD 3 pin* : https://amzn.to/43I4zUY
*Cavo diagnostico OBD per PANDA 141* ed altre auto storiche: https://amzn.to/3xiD9co
*Adattatore Da Attacco H4 HS1 A H5 R2 G40* : https://amzn.to/4cAByPf
*Lampade Philips RacingVision GT200 H4* per Panda 141: https://amzn.to/3xipx0O
*Imbottitura sedile panda 141 seduta* : https://amzn.to/4cAMLPT

*CINEBASTO Riscaldatore DIESEL* 8KW VEVOR BLUETOOTH lo trovate qui:
DALL' ITALIA site https://s.vevor.com/bfQYmP BLUETOOTH!!!
EUROPA site https://s.vevor.com/bfRpdd BLUETOOTH!!!
GERMANY site https://s.vevor.com/bfRpdk BLUETOOTH!!!
CODICE DI SCONTO VVS10 RISPARMIA 10€ !!!

Se vi interessa il VEVOR, , guardate la serie completa!
PARTE 1: https://www.youtube.com/watch?v=A9xgrcAC4_8
PARTE 2: https://www.youtube.com/watch?v=mwhiqrgUQck
PARTE 3: https://www.youtube.com/watch?v=LVSfAheBhYk
PARTE 4: https://www.youtube.com/watch?v=9DlC6uSOrno
PARTE 5: https://www.youtube.com/watch?v=hdMPFVHCf7w
PARTE 6: https://www.youtube.com/watch?v=yjk9LYeo7dI

_In qualità di Affiliato Amazon io ricevo un guadagno dagli acquisti idonei: aiuterete il canale a crescere!_

[2026-06-20] Super cinema segreto - E' l'ora di finirla @ Csa Next-Emerson

6 Giugno 2026 ore 12:07

Super cinema segreto - E' l'ora di finirla

Csa Next-Emerson - Via di Bellagio 15
(sabato, 20 giugno 19:00)
Super cinema segreto - E' l'ora di finirla

Sabato 20 Giugno serata targata SCS - Super Cinema Segreto

h 19.00 Ricco apericena popoloare in compagnia di Lo_Vig DJ set

h 21.00 Proiezioni a sorpresa

A seguire Super DJ Tranquillo (non ancora confermato ... ma forse viene)

Social Cinema: il cinema gratuito riaccende i quartieri di Milano

6 Giugno 2026 ore 11:33

Milano 5 Giugno 2026 – Milano riscopre il piacere del cinema condiviso sotto le stelle.
Da giugno a settembre ritorna “Social Cinema”, la rassegna itinerante ideata da Cinevan che porterà proiezioni gratuite, documentari, incontri e momenti di socialità nei quartieri della città, trasformando cortili, parchi e piazze in luoghi di incontro e partecipazione.

Un vecchio van Volkswagen attrezzato come cinema mobile attraverserà sei quartieri milanesi per raccontare, le storie di chi ogni giorno costruisce comunità: associazioni, volontari, abitanti, educatori e realtà sociali che animano il tessuto urbano spesso lontano dai riflettori.

Il progetto prenderà il via il 9 giugno dal quartiere Muggiano, nella periferia ovest della città, insieme all’associazione Cous Cous Clan. Poi il viaggio proseguirà tra il Borgo Intergenerazionale di Greco con ABCittà, il Parco Ravizza con i volontari del NAGA, i giardini condivisi di via Gattamelata con ParteciPrato, il giardino della Fondazione IBVA, fino alle case popolari MM di via Scaldasole e viale Lombardia insieme ad Arci Fiocchi.

In totale saranno organizzate 18 proiezioni gratuite in 6 quartieri cittadini, accompagnate da 6 narrazioni video partecipate e da una selezione di film scelta insieme agli abitanti: ogni tappa ospiterà tre serate gratuite di cinema all’aperto, con una programmazione pensata per coinvolgere pubblici diversi – bambini, famiglie, giovani e anziani – accompagnata da aperitivi comunitari, tavolate condivise e occasioni di incontro tra abitanti.

 “Social Cinema” non sarà soltanto una rassegna cinematografica. Al centro dell’iniziativa ci sono anche sei brevi documentari originali dedicati ai territori coinvolti, narrati dalla giornalista Sara Zambotti e realizzati insieme alle associazioni partner. I video affronteranno temi cruciali per la Milano contemporanea: il diritto alla casa, le politiche migratorie, la cittadinanza attiva, la rigenerazione urbana e il valore degli spazi pubblici come luoghi di relazione.

L’obiettivo è semplice e ambizioso allo stesso tempo: usare il cinema come strumento culturale capace di creare connessioni sociali e riportare le persone negli spazi condivisi della città.

“Una comunità è un organismo che ha bisogno di essere nutrito per prosperare”, spiega Luca Cusani promotore del progetto. Ed è proprio questo il cuore di Social Cinema: costruire momenti di aggregazione autentica attraverso la cultura accessibile e gratuita. 

Il progetto è realizzato da Cinevan con il contributo del Bando 57 di Fondazione di Comunità Milano, in partenariato con ABCittà, Fondazione IBVA e Parteciprato, e con la collaborazione di Arci Fiocchi, Cous Cous Clan, NAGA e MM Spa.     


Programma completo su https://www.cinevan.it/social-cinema/ 


Per informazioni: 

www.cinevan.it

info@cinevan.it


+39 328 104 3876

L'articolo Social Cinema: il cinema gratuito riaccende i quartieri di Milano proviene da InfoMilano.news.

Berlusconi ha preso il potere mettendo le bombe?

6 Giugno 2026 ore 10:55

💾

La follia di una "strategia della tensione 2.0" era alla base delle accuse mosse verso Silvio Berlusconi: avrebbe pagato Cosa Nostra per mettere le bombe del '93, in modo da favorire un clima politico che permettesse l'ascesa di Forza Italia alle urne. Una follia degna di un delirio. O di un progetto ben preciso.

📄 Tutte le fonti e i dati: https://www.andrealombardi.blog/6117-berlusconi-ha-preso-il-potere-mettendo-le-bombe.html
💌 Iscriviti alla newsletter gratuita: https://www.andrealombardi.it

🟥 Abbonati al canale per sostenermi: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

❤️‍🔥 SOSTIENI IL MIO LAVORO
Se ti fa piacere aiutarmi puoi fare una donazione dell'importo che vuoi, con il sicurissimo sistema di PayPal: https://www.paypal.me/cedipeggio
Preferisci donare in Bitcoin? Ecco il mio wallet: 3EUiEdNMakRm2gqVLi16wbyzPp1vwRDQsc

Oppure puoi abbonarti al canale: https://www.youtube.com/channel/UCCtExdgqJq9uke3_bIs7ESQ/join

🔥 PANTOPRAZOLO CLUB
Il Pantoprazolo Club è la community del mio Canale YuTube: un vero e proprio social network nel quale scambiarsi idee e materiale. Abbonarsi è un ulteriore modo per sostenere il mio progetto e permettergli di crescere e sostenersi.

👉 Cosa è: https://youtu.be/KJLtkEwnviI
👉 Abbonati al Pantoprazolo Club: https://www.pantoprazolo.club/abbonamenti

📚 OPPURE REGALAMI UN LIBRO
Oppure, se preferisci puoi regalarmi un libro dalla mia lista Amazon: https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/1P7HNKGPEMK90

#notizie #rassegnastampa #telegiornale

🍷 INDICE
00:00 - Sigla
03:05 - Puntata

🍕 SEGUIMI SUI SOCIAL
Tutti i link: https://www.nonhocapito.it

✉️ E-Mail: cedipeggio@andrealombardi.it

🎶 Musica di Epidemic Sound: https://www.epidemicsound.com/playlist/cc1nkv50mbdrpwqmabtincgq2l8k1ukd

Berlusconi archiviato

6 Giugno 2026 ore 10:49

💾

Berlusconi archiviato. Volevano accusarlo di aver messo le bombe del '93 per creare un clima favorevole a Forza Italia. Una strategia della tensione 2.0, quando anche la prima è una evidente fantasia. Non è che il vero progetto eversivo è quello che voleva impedire in ogni modo un progetto politico diverso dal comunismo?

Wammu : pas possible d'utiliser en wifi?

Salut

J’utilise KDE Connect (sous Windows), mais je ne le trouve pas intuitif. J’ai installé Wammu pour le re-tester. il y a quelques années je l’avais testé mais mon tel n’était pas compatible. Depuis j’ai changé. Mais dans les réglages il n’est pas possible de passer par le wifi. Aurais-je raté quelque chose ou c’est vraiment pas possible ??

En plus je n’ai pas vu qu’il faille installé une appli sur le tel, comme avec KDE Connect. Comment Wammu peut se connecter au tel ??

4 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

Il centro dell’anima: dove abiti veramente? | Edith Stein

6 Giugno 2026 ore 10:15
Edith Stein sostiene che dentro ogni essere umano esista un luogo più profondo dei pensieri, delle emozioni e delle preoccupazioni quotidiane: il centro dell’anima.Ma che cosa accade quando smettiamo di vivere in superficie e impariamo a scendere in quel punto nascosto da cui nascono le nostre decisioni più vere?Forse la domanda decisiva non è che […]

Je ne suis pas heureuse. La vendetta di Mélisande

6 Giugno 2026 ore 09:22
  di Orientina Di Giovanni     Questa non è una recensione. Non parlerò dell’allestimento di Pelléas et Mélisande – unica opera completata da Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck – che ha segnato il debutto scaligero di Romeo Castellucci, lo scorso 22 aprile. Non potrei mai giudicare assolutamente nulla di questo lavoro. Non …

read more "Je ne suis pas heureuse. La vendetta di Mélisande"

Scontro tra Zanella e Garofano

💾

Nel corso di Storie Italiane si accende il confronto sulle nuove indagini relative ad Andrea Sempio.

Al centro del dibattito ci sono l'impronta 33, il luogo in cui l'assassino si sarebbe lavato dopo il delitto e la ricostruzione del percorso seguito all'interno della villetta di Garlasco.

Gianluca Zanella ribadisce che, allo stato attuale delle indagini, non esistono prove che dimostrino che l'assassino si sia lavato nel bagno. Da qui il confronto si sposta sulla cucina e sugli accertamenti effettivamente eseguiti all'epoca.

A quel punto Zanella pone una domanda molto precisa al generale Luciano Garofano:

"Il sifone è stato analizzato?"

Una domanda che rimane senza risposta...

China bans 11 online activities under tighter rules to curb rumours, cyberbullies

China’s top internet watchdog has banned 11 specific online activities under strict new rules for multiplatform content creators taking effect later this year. Rolling out the new regulations last week, the Cyberspace Administration of China (CAC) said they aimed to prevent the spread of rumours and posts that could incite public anger, antagonism or social discrimination. The prohibited content includes posts fabricating topics to confuse the public, spreading fake or speculative information,...

⚡The CRASH Has Begun! IRAN WAR Reckoning and Nuclear Escalation

6 Giugno 2026 ore 03:10

💾

Get ready for some pain

Check out Brandon's substack here
https://weichert.substack.com/

Get the gear I use here
Use discount code FINALSIXTY for 60% off all remaining inventory
https://canadianpreparedness.com/

GET EMERGENCY PRESCRIPTION MEDS AND ANTIBIOTICS (affiliate link)
https://jasemedical.com/canadianprepper

GET WHOLESALE FREEZEDRIED FOOD (World reknown quality) USE DISCOUNT CODE 'CanadianPrepper'
https://tinyurl.com/nhhtddh6

gnutrition @ Savannah: GNUtrition 0.33

6 Giugno 2026 ore 00:37

GNUtrition 0.33 is now released. This marks the first release of GNUtrition since 2012, approximately 14 years ago!

GNUtrition is free nutrition analysis software. The USDA Food and Nutrient Database for Dietary Studies (FNDDS) is used as the source of food nutrient information.

This release is a complete rewrite of GNUtrition in C rather than Python 2 with a new GTK 3 interface replacing the old GTK 2 one. The Nutrient Database of Standard Reference, which stopped getting updated in 2018, was replaced with the USDA Food and Nutrition Database for Dietary Studies. With help from some test volunteers, the build and installation process was better streamlined to resolve critical issues and difficulties so that GNUtrition can be a better program overall.

Considering the time between releases, GNUtrition currently is not available on OS package repositories (as far as I am aware). If you package software for your operating system's package manager, it would be very helpful if you could start packaging GNUtrition so that it may be even more easily used by people on said systems. If you don't, you may still request to those who do to start including GNUtrition.

Thank you to everyone who tested/used GNUtrition 0.33's release candidates and provided meaningful feedback on its functionality, design, and so on. I would also like to especially thank Jason Self for providing us with the C rewrite in the first place.

More information about GNUtrition may be found on its home page at http://gnu.org/so ... tware/gnutrition/. This release can be obtained from the ftp.gnu.org server at one of the following:

ftp://ftp.gnu.o ... gnu/gnutrition/
http://ftp.gnu.or ... g/gnu/gnutrition/
https://ftp.gnu.o ... g/gnu/gnutrition/

The FTP mirror list is available at https://gnu.or ... order/ftp.html, and https://ftpmirror ... u.org/gnutrition/ will automatically redirect you to a nearby mirror.

Please report any problems you experience to the GNUtrition bug reports mailing list: bug-gnutrition@gnu.org (https://lists.gnu ... fo/bug-gnutrition).

Happy hacking and calorie counting!!

Brave Origin: il browser minimalista a pagamento di Brave (ma gratuito per Linux)

5 Giugno 2026 ore 23:03

Brave Software ha annunciato il rilascio di Brave Origin, una nuova versione a pagamento di Brave browser pensata per gli utenti che non hanno bisogno di tutte le funzionalità che supportano Brave come azienda, ma desiderano comunque la privacy che Brave offre.

L'articolo Brave Origin: il browser minimalista a pagamento di Brave (ma gratuito per Linux) proviene da Marco's Box.

BFGoodrich All-Terrain T/A KO3: va dappertutto

5 Giugno 2026 ore 18:53
L'unione dei due mondi. Il nuovo BFGoodrich All-Terrain T/A KO3 completa il rinnovamento della gamma del brand del gruppo Michelin posizionandosi fra il più stradale Trail-Terrain T/A e l'ultra specialistico Mud Terrain T/A KM3. Promette, infatti, eccellenti doti in off-road senza comunque trascurare il confort su strada.Dopo averlo provato (a bordo di un Ineos Grenadier) fra rampe, guadi, twist e sterrati del circuito fuoristrada di Vairano, posso dire che la promessa è stata mantenuta: impressionante la disinvoltura con cui il sodalizio fra gomma e veicolo superi senza difficoltà anche le prove più impegnative, permettendo di fermarsi e ripartire anche sulle salite di terra più ripide e di non perdere mai grip su fango né su fondi rocciosi (per giunta bagnati).Al tempo stesso, in un giro su strada di una cinquantina di chilometri ne ho apprezzato la buona silenziosità nel rotolamento. Dote tutt'altro che scontata in una gomma così tassellata Com'è fatto Il nuovo BFGoodrich All-Terrain T/A KO3 (la sigla T/A sta per traction advanced, seguita da Key off-road 3) raccoglie il testimone del precedente KO2, migliorando del 15% la resistenza all'abrasione sui fondi sterrati e rocciosi e del 20% quella a tagli e strappi. Inoltre, la marcatura 3PMSF (che si aggiunge alla sigla M+S) certifica le prestazioni sulla neve. Per migliorare la resistenza all'usura i tecnici francesi hanno lavorato sia sulle mescole sia sul disegno del battistrada, in modo da distribuire in modo più uniforme le sollecitazioni. Inoltre, le sottili lamelle con struttura 3D resistono meglio alla deformazione, coniugando una maggiore robustezza alle spiccate doti di trazione. Per questo scopo, gli spigoli vivi della gomma, utili per fare presa su fango e neve, si ritrovano, oltre che nel disegno dei tasselli, anche sui fianchi. Robustezza aumentata Per migliorare la resistenza ai tagli è stata messa a punto una mescola specifica per i fianchi, mentre nel battistrada è inserita una tela di nylon e aramide, che si aggiunge a quelle di solo nylon o acciaio.Fra le scritte (impossibile non notare, grande e in bianco, il nome All-Terrain T/A KO3), se ne ritrova una che merita una spiegazione: Baja Champion. Richiama i trionfi di BFGoodrich nell'omonima gara sudamericana, fra le più severe al mondo parlando di off-road.Proprio dall'esperienza in questo tipo di competizioni il marchio francese ha attinto diverse tecnologie presenti nel nuovo BFGoodrich All-Terrain T/A KO3, che si può già acquistare in una delle 55 misure, da LT195/80R15 a 35x12.5R22LT: la sigla LT sta per light truck e deve essere ovviamente riportata anche nella carta di circolazione del veicolo (in alternativa, si può ritrovare una C). 

Stellantis punta sull'energia verde: fotovoltaico, batterie e geotermia in 27 stabilimenti europei

5 Giugno 2026 ore 18:12
Il gruppo Stellantis copre il 68% del fabbisogno elettrico dei propri stabilimenti in Europa con energia decarbonizzata, ossia prodotta con zero emissioni di CO2, senza bruciare combustibili fossili. In 27 siti produttivi sono installati impianti fotovoltaici che assicurano una capacità di oltre 500 MW: l'obiettivo, entro la fine di quest'anno, è di arrivare a raggiungere il 31% del fabbisogno energetico direttamente nei siti produttivi, con punte dell'80% in quelli più avanzati (Tychy in Polonia e Saragozza in Spagna). In questo modo, spiega il costruttore, gli impianti permetteranno di evitare l'emissione di oltre 100.000 tonnellate di CO2 all'anno. Ci sono anche le batterie In parallelo, Stellantis sta anche mettendo a punto sistemi di accumulo a batterie (BESS) in 20 stabilimenti europei, per una capacità totale di circa 200 MWh: sette di questi saranno operativi entro il 2026, con il completamento del programma previsto prima del 2030. Il mix energetico del costruttore comprende anche geotermia, biomassa ed eolico: il sito di Caen ha inaugurato lo scorso anno il primo impianto geotermico industriale di Stellantis in Francia, mentre Rennes, Sochaux, Trnava e Kragujevac adottano reti di riscaldamento a biomassa.

Le Mans, la Davos dellautomobile

5 Giugno 2026 ore 16:34
Ci sono due Le Mans. La prima è quella che milioni di appassionati vedono in televisione: le Hypercar che sfrecciano oltre i 330 km/h lungo le Hunaudières, i pit stop notturni, l'alba che arriva lentamente sulla Sarthe e una gara che da oltre un secolo misura velocità, resistenza e affidabilità. Poi ce n'è una seconda, molto meno visibile. quella che si muove dietro le porte dei motorhome, nelle hospitality dei costruttori e nei meeting tra fornitori e manager. qui che la 24 Ore di Le Mans è diventata la Davos dell'automobile. Un luogo dove non si confrontano soltanto piloti e squadre, ma anche strategie industriali, tecnologie e visioni del futuro. Per una settimana all'anno il centro dell'industria mondiale dell'auto si sposta nella Sarthe. Nel paddock si incrociano responsabili motorsport, designer, amministratori delegati, fornitori e partner tecnologici provenienti da tutto il mondo. Perché oggi Le Mans è uno dei rarissimi luoghi dove chi progetta, costruisce e vende automobili si ritrova faccia a faccia. Lo dimostrano i numeri del FIA World Endurance Championship. Nel 2026 sono 14 i costruttori impegnati tra Hypercar e LMGT3, con una presenza senza precedenti nella classe regina. Ferrari, Toyota, Porsche, Cadillac, BMW, Alpine, Peugeot e Aston Martin rappresentano da sole una parte significativa dell'industria automobilistica mondiale. E la crescita non sembra destinata a fermarsi. Genesis ha già annunciato il proprio ingresso tra le Hypercar, mentre McLaren è pronta a tornare nella classe regina dal 2027. Un segnale che conferma come l'endurance sia tornata a essere una delle piattaforme più attrattive dell'intero panorama automobilistico. Non è soltanto una questione di numeri. Ferrari arriva nella Sarthe da campione del mondo Costruttori, Toyota continua a rappresentare uno dei riferimenti tecnici della categoria, Porsche insegue il ritorno al vertice, mentre Cadillac, BMW, Alpine, Peugeot e Aston Martin utilizzano il palcoscenico di Le Mans per rafforzare la propria presenza globale. Attorno a loro ruota un ecosistema composto da centinaia di aziende che vedono nell'endurance una piattaforma di sviluppo e visibilità senza eguali. Qui si incontrano aziende che sviluppano software, produttori di componentistica, specialisti dell'elettronica, fornitori di pneumatici, gruppi energetici e marchi automobilistici che in alcuni casi competono in pista e collaborano su altri fronti industriali. L'endurance moderna è sempre meno una semplice disciplina sportiva e sempre più un ambiente dove si sperimentano tecnologie destinate ad arrivare sulle vetture di serie. Il miglior esempio di questa trasformazione arriva forse proprio dai fornitori. Bosch è oggi protagonista del sistema ibrido standard utilizzato dalle LMDh e contemporaneamente lavora su una delle possibili tecnologie del futuro: l'idrogeno. Il progetto Ligier JS2 RH2 (qui la nostra prova esclusiva in pista) sviluppato insieme a Maserati e Ligier Automotive racconta bene come Le Mans continui a essere un laboratorio nel quale sperimentare soluzioni che un domani potrebbero arrivare sulle vetture stradali. Lo stesso vale per il settore dei pneumatici. Michelin e Goodyear continuano a utilizzare l'endurance come banco prova per sviluppare coperture sempre più efficienti, resistenti e sostenibili, trasferendo poi molte di queste conoscenze alle vetture stradali. Anche la sostenibilità è ormai parte integrante della discussione. L'Automobile Club de l'Ouest ha avviato il programma Race to 2030, che punta a ridurre del 30% le emissioni di CO entro la fine del decennio, affiancando alle sfide sportive una crescente attenzione agli aspetti ambientali.  Per questo oggi Le Mans non è soltanto il luogo dove si corre una delle gare più difficili al mondo. il luogo dove l'automobile prova a immaginare sé stessa. Tra i box si discute di elettrificazione, idrogeno, carburanti rinnovabili, software, intelligenza artificiale e nuovi modelli di business. Argomenti che spesso sembrano lontani dalla battaglia sportiva ma che, in realtà, ne rappresentano l'evoluzione naturale. Per 24 ore il mondo guarderà chi salirà sul gradino più alto del podio. Ma la vera partita che si gioca nella Sarthe è un'altra. Qui si incontrano concorrenti, fornitori, designer, ingegneri e manager chiamati a decidere come sarà l'automobile del prossimo decennio. per questo che Le Mans continua ad attirare nuovi costruttori, nuovi investimenti e nuove tecnologie. Perché nella Sarthe non si corre soltanto per vincere una gara. Si viene per capire dove sta andando l'automobile.

NASA’s X-59 Aircraft Flies Supersonic for First Time

5 Giugno 2026 ore 22:44

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

NASA’s X 59 eXternal Vision System digital display shows green flight data overlaid on the forward scenery as the aircraft flies supersonic. Numerical indicators, horizon references, and a Mach number readout are visible on the screen.
NASA’s X-59 eXternal Vision System shows Mach 1.077 on Friday, June 5, 2026, marking the aircraft’s first time reaching supersonic speed in support of NASA’s Quesst mission. The moment represents a milestone for the aircraft as it transitions to include test flights faster than the speed of sound.

NASA

NASA’s experimental X-59 aircraft marked a major milestone Friday, June 5, when it flew faster than the speed of sound for the first time, setting the stage for demonstrating its quiet supersonic capabilities later this year. 

NASA test pilot Jim “Clue” Less took off and landed at Edwards Air Force Base in California, reaching a top speed of approximately Mach 1.1 (713 mph) and altitude of 43,400 feet. The X-59’s flight began at 11:08 a.m. PDT and lasted 81 minutes, with the team focusing on flying qualities at both subsonic and then supersonic speeds.  

In the coming days, we expect to take the next step and push to Mach 1.4

jared isaacman

jared isaacman

NASA Administrator

”X-59 is getting ready for its quiet supersonic debut. Since the aircraft’s first flight on Oct. 28, 2025, the team has made tremendous progress, flying 16 times in the last 90 days and getting into a steady test rhythm. In the coming days, we expect to take the next step and push to Mach 1.4,” said NASA Administrator Jared Isaacman “I’m grateful to the NASA team and Lockheed Martin Skunk Works for their help getting us to this point, and I hope this is the first of many collaborations as we rebuild NASA’s X-plane portfolio.” 

The X-59 is designed to fly at supersonic speeds while creating only a quiet thump instead of a loud sonic boom. For this flight, a NASA F‑15 chase plane flew nearby to monitor the X‑59. The loud sonic booms from the F-15 obscured any sound made by the X-59.  

“The X-59’s first supersonic flight is a testament to America’s enduring leadership in science, engineering, and aerospace innovation,” said Michael Kratsios, Assistant to the President for Science and Technology and Director of the Office of Science and Technology Policy. “This achievement comes as the Trump Administration continues work to unleash supersonic flight and enable American ingenuity.” 

This first supersonic flight is a significant milestone, but an event even more critical to the mission is upcoming. In just days, the aircraft is expected to make its first “mission conditions” flight, reaching a cruising speed of Mach 1.4 (925 mph) and altitude of approximately 55,000 feet. The X-59 also will be accompanied by a chase plane for this flight.  

NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft flies above the clouds during its first supersonic flight. The aircraft is shown in side profile during level flight with desert and mountain terrain visible below.
NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft completed its first supersonic flight Friday, June 5, 2026, marking the first time the aircraft exceeded the speed of sound in support of NASA’s Quesst mission. The milestone represents a major step in flight testing as the aircraft expands into the supersonic portion of its flight envelope.
NASA / Lori Losey

This speed and altitude are the base conditions for the X-59 when it will eventually fly over several U.S. communities enabling NASA to gather data about how people may perceive its quiet thump. NASA will share this data with U.S. and international regulators to help establish new data-driven noise standards to enable a future viable market for supersonic commercial flight over land. 

For the last several months, the X-59 has been participating in an ongoing series of flights where the plane has been flying at a wide range of speeds and altitudes – a process known as envelope expansion. These tests are the first phase of the X-59’s flight testing. They are focused on performance and involve chase plane monitoring. When the aircraft completes this phase it will enter another, focused on its sound profile in order to verify its quiet thump capability.  

The X-59 is the centerpiece of NASA’s Quesst mission, which aims to demonstrate quiet supersonic flight and help enable commercial supersonic flight over land worldwide. These advancements will help travelers reach their preferred destinations faster, spending less time in the air. 

Through Quesst’s development of the X-59, NASA also will deliver design tools and technology for quiet supersonic airliners that will achieve the high speeds desired by commercial operators without disturbing people on the ground. NASA will validate design tools through ground and flight testing, providing U.S. aircraft manufacturers the ability to explore new quiet supersonic concepts, and provide them with confidence that their resulting designs will meet quiet flight requirements.  

quesst-logo-horizontal-051826sm

Read more about NASA’s Quesst mission and the X-59.

Keep Exploring

Discover More Topics From NASA

💾

NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft completed its first supersonic flight Friday, June 5, 2026, marking the first time the aircraft exceeded the s...

How Digital Software Is Powering Innovation in Modern Product Design

How Digital Software Is Powering Innovation in Modern Product Design

By enabling digitized production design, this digital software is freeing up businesses and individuals across numerous industries to work smarter, not harder.

To design a new product or tool is often a lengthy, labor-intensive process. Even the most successful and streamlined physical design process is intensive and iterative by nature; it is the process of taking something that begins as little more than an idea and turning it into reality. Inherently, that is going to take a great deal of translation, as well as trial and error. When working with real-world, physical elements, this also makes for a costly endeavor, as each new trial effort may prove essential to the long-term success of the design, but still has adverse financial effects. Dassault Systèmes offers CAD software to help businesses stay on top of advancements in their industries.

Before digital design software became widely adopted, engineers and designers often relied heavily on hand-drawn technical sketches and manual drafting methods during product development. Revising a design could require redrawing entire sections of a project, making the process both time-consuming and resource-intensive. Modern digital design systems have significantly changed these workflows by allowing teams to make rapid adjustments, automate calculations, and store detailed design information within a single platform. This shift has contributed to the broader adoption of digital tools across industries seeking more streamlined development processes.

Fortunately, though, in this new world of ever-advancing technological tools, the design process doesn’t have to be fraught with issues and obstacles anymore, thanks to systems such as CAD software. This new software is now enabling businesses to design smarter, faster, and more accurately by digitizing product development processes and improving collaboration across engineering and manufacturing teams.

Digital Design as the Foundation of Innovation

Digital software allows engineers to create precise digital models that can then serve as the foundation for product development. Compare this to the physical alternative, which has long been a well-thought-out sketch of the product in question. Even the most comprehensive of sketches is only going to be dealing with two dimensions, and is likely to leave room for confusion or error based on the interpretation of the subjective rendering.

Founder of Kentucky Drug Rehab Center Indicted on Fraud and Money Laundering Charges

5 Giugno 2026 ore 21:00
A photograph of numerous company logos. The center one reads, “ARC Addiction Recovery Care.”
Logos of organizations under the Addiction Recovery Care umbrella are on display at ARC’s career services office in Louisa, Kentucky. Ryan C. Hermens/Lexington Herald-Leader

Timmy G. Robinson Jr., founder and owner of what was once Kentucky’s largest drug addiction treatment company, was criminally indicted Thursday by a federal grand jury on charges of wire fraud and money laundering.

The indictment, filed in the Eastern District of Kentucky, charges Robinson with fraudulently selling millions of dollars of the same IRS tax credit to two companies. Robinson “devised a scheme” to “unlawfully enrich himself” by selling those tax credits to two parties, the indictment says. Robinson is also charged with two counts of money laundering  for spending the proceeds of the fraudulent sale. 

Robinson has resigned as CEO of ARC, company spokesperson Vanessa Keeton said Thursday. Robinson, 50, founded the company in 2012 after becoming sober and telling people he felt called by God to help people in the state with addiction. 

ARC, which at one point operated more than 40 drug treatment centers around the state, has been under FBI investigation for Medicaid fraud since July 2024. That investigation is ongoing, the FBI confirmed on Friday. The Lexington Herald-Leader, in partnership with ProPublica, reported in April firsthand accounts from former ARC employees and clients who said they were told by ARC to falsely bill Medicaid, or witnessed others billing for services that were not actually provided. The company said at the time that it “has never knowingly or fraudulently billed Medicaid for services, and there is no evidence that the organization encouraged employees to falsify group notes for billing purposes.”

Robinson’s attorney, Kent Wicker, said he and his client were surprised to learn an indictment had been placed over a “dispute with some investors that is now pending in a civil courtroom.”

That dispute escalated earlier this year, when ARC was sued by two companies to which Robinson had sold IRS credits, including the Bahamas-based Angelica Capital Trust. But both companies allege that when ARC received the IRS credits, it illegally kept more than $8 million the companies were owed. They allege ARC was refusing to repay the money in part so it could pay a preliminary $28 million settlement with the Department of Justice over alleged Medicaid fraud. Robinson has said he would make payments to creditors upon the sale of the company, which he described in January as imminent. 

“To be clear, Mr. Robinson did not defraud anyone, did not gain anything from the transaction at issue, and he has done nothing but deliver high quality care for over a decade to thousands of Kentuckians,” Wicker said in an emailed statement to the Herald-Leader and ProPublica. “We look forward to defending this case in court.”

Starting in 2023, ARC applied for two COVID-19-related tax credits, totalling nearly $7 million.

In July 2025, Robinson sold the rights to the first tax credit to a loan company, the indictment says. Under the agreement, the purchaser would pay ARC $2.7 million in exchange for a future repayment of the tax credit once the IRS funds arrived. Robinson signed that agreement, and later that month the buyer wired ARC the agreed amount. 

Soon after, the indictment says, Robinson “devised a scheme” to sell that same credit amount to a second company and in doing so “falsely represented” that the $2.7 million in initial tax credit was available to purchase. “Robinson concealed the prior transactions” to the new buyer, according to the indictment.

In November, Robinson signed an agreement with the second buyer, who sent a wire transfer that included $2.7 million for the twice-sold tax credit. 

In December, when the IRS paid ARC the COVID-19 tax refunds, “at Robinson’s direction, ARC spent the ERC [Employee Retention Credit] funds on other operational costs and debt obligations,” the indictment reads.

Keeton declined to comment further on the case, citing pending litigation. However, she said ARC continues to operate normally.

“All facilities, programs, and services remain open and fully operational,” Keeton said in an emailed statement. “Our leadership team, employees, and clinical staff remain committed to delivering high-quality care and support to the individuals and families we serve.”

Robinson faces 20 years in prison and a $250,000 fine, or twice the gain or loss, for the wire fraud count. Each money laundering count carries up to 10 years in prison and a $250,000 fine.

Tell Us About Your Experience With Kentucky’s Addiction Recovery Care

We’re taking a closer look at how ARC treated the people who came to the organization seeking help with their sobriety. If you’re a current or former client or employee, we want to hear from you.

The post Founder of Kentucky Drug Rehab Center Indicted on Fraud and Money Laundering Charges appeared first on ProPublica.

[2026-06-11] Proiezione The Tower @ Giardino Leonardi

8 Giugno 2026 ore 15:15

Proiezione The Tower

Giardino Leonardi - Via Millio, 40
(giovedì, 11 giugno 20:30)
Proiezione The Tower

🍿 Giovedì 11 giugno ci vediamo per un pomeriggio insieme e per la proiezione all'aperto del film d'animazione palestinese "The tower".

🇵🇸 Benefit prossime iniziative per la Palestina libera.

✨h 18.30 aperitivo + merenda per bimbu

✨h 21.00 proiezione del film all'aperto

📍Giardino Oreste Leonardi, tra via Millio e via Malta.

❌