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+Europa, ora la faida è sulle primarie. Magi: “Pronto a correre”. Della Vedova: “Lo farà a nome suo, non del partito”

16 Agosto 2026 ore 17:52

La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.

Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.

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Al via il fondo Scale Up Europe per rendere più competitive le imprese Ue

16 Agosto 2026 ore 15:57
Al via il fondo Scale Up Europe per rendere più competitive le imprese Ue

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – La Commissione europea ha completato gli ultimi passaggi giuridici per istituire lo “Scaleup Europe Fund”. Si tratta di un fondo per il sostegno alle scale-up europee affinché possano crescere più rapidamente e competere a livello globale, con un obiettivo di raccolta pari a 5 miliardi di euro.

Per la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, “il Fondo garantirà alle nostre scale-up di trovare proprio qui, in Europa, ciò di cui hanno bisogno per trasformarsi in aziende leader a livello mondiale”.

Con l’adozione della documentazione giuridica, lo Scaleup Europe Fund è stato istituito nell’ambito del Fondo dell’European Innovation Council. La società di private equity EQT (pronuncia i-chiu-tì) ha assunto il ruolo di gestore degli investimenti ed è ora autorizzata a prendere decisioni di investimento in autonomia e a condizioni di mercato. EQT è stata selezionata attraverso una procedura aperta e competitiva.

Il Fondo è ora pienamente operativo e pronto a investire direttamente nelle principali scale-up europee.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Incendi ed esplosioni scoppiano nelle fabbriche che producono armi per l’Ucraina.

15 Agosto 2026 ore 16:52

Un riepilogo dei fatti:

3 maggio 2024

Uno degli stabilimenti appartenenti al grande gruppo metallurgico e della difesa Diehl, vicino a Berlino, è stato devastato dalle fiamme. BFMTV )

Diehl è uno dei fornitori strategici di armi dell’Ucraina:

  • Contratto da 2,2 miliardi di euro per la fornitura di 18 IRIS-T
  • memorandum d’intesa per la triplicazione delle consegne di componenti antiaerei
  • Progetto di collaborazione con l’azienda ucraina Fire Point per la produzione in Germania del missile da crociera Flamingo.
  • Sviluppo di missili adattati per i caccia F-16 ucraini 

26 giugno 2024

A seguito di un’indagine, le autorità tedesche affermano che l’incendio alla fabbrica Diehl è stato doloso e parte di una campagna di sabotaggio orchestrata dalla Russia. ( Ouest-France ) 

11 luglio 2024

Citando cinque funzionari americani e occidentali non specificati, la CNN riferisce che Washington avrebbe informato Berlino di un complotto russo per assassinare il presidente di Rheinmetall, la principale azienda produttrice di armi in Germania. ( Le Figaro )

Tuttavia, dall’invasione russa, Rheinmetall ha fornito all’Ucraina ingenti quantità di:

  • Carri armati principali Leopard 1 e Leopard 2
  • veicoli da combattimento per la fanteria
  • mezzi di trasporto truppe Marder
  • centinaia di migliaia di proiettili e pezzi di artiglieria di grosso calibro (155 mm).
  • sistemi di difesa antiaerea e relative munizioni.

Inoltre, Rheinmetall ha

  • Abbiamo istituito joint venture con enti pubblici ucraini per riparare sul posto i veicoli blindati danneggiati in combattimento.
  • ha sviluppato progetti di stabilimenti in Ucraina per la produzione di munizioni e attrezzature militari avanzate.

30 gennaio 2026

Una violenta esplosione ha distrutto una fabbrica di munizioni vicino a Murcia (nel sud-est della Spagna).20 minuti )

Tuttavia, la fabbrica appartiene a Rheinmetall Expal Munitions, una filiale spagnola del gruppo tedesco Rheinmetall (vedi sopra).

Le cause esatte dell’esplosione rimangono sconosciute, ma la produzione di munizioni è stata interrotta per un anno.

10 gennaio 2026

Un incendio ha causato danni ingenti al sito di Thales a Brest, che ospita attività legate ai sistemi sottomarini e ai sonar.

Ufficialmente, si dice che l’incendio sia stato accidentale. ( Qui ) 

Tuttavia, il gruppo francese Thales ha fornito all’Ucraina:

  • sistemi di difesa terra-aria e radar GM200 e ControlMaster per contrastare droni e missili
  • un piccolo numero di fucili d’assalto ACAR (prodotti dalla sua filiale in Australia)

Inoltre, Thales ha creato una joint venture in Ucraina con l’azienda di difesa ucraina UkrOboronProm per rafforzare la manutenzione nel paese.

10 agosto 2026

Un incendio, seguito da esplosioni, ha devastato una fabbrica di armi vicino a Tryavna, in Bulgaria.Reporter )

Tuttavia, questa fabbrica, appartenente alla società bulgara EMCO, produceva armi e munizioni, tra cui proiettili di mortaio, che forniva all’Ucraina dal 2014.

13 agosto 2026

Una violenta esplosione ha ridotto in cenere uno stabilimento della KNDS Ammo Italy, situato a 40 km da Roma (vedi video), nonostante fosse chiuso per festività.La Voix du Nord )

Questo stabilimento, filiale italiana del gruppo franco-tedesco KNDS, produce munizioni di medio/grande calibro per sistemi di difesa terrestre e navale, nonché propellenti solidi per lanciatori.

La KNDS partecipa alla costruzione del carro armato Leopard e del sistema di artiglieria “Cesare”, impiegati in Ucraina.

Si sospetta che la causa sia dolosa.

Conclusione

Mentre i principali media diffondono disinformazione su una presunta “interferenza russa” contro Philippe, Attal e Glucksmann, tacciono su ciò che assomiglia fortemente a un’operazione di sabotaggio concertata, una vera e propria operazione di sabotaggio, proveniente dalla Russia.

Questo silenzio è comprensibile: è terribile dover riconoscere che i guerrafondai dell’Unione Europea, che affermano di voler schiacciare la Russia, sono dei pagliacci incapaci persino di mettere in sicurezza le fabbriche di armi sul proprio territorio nazionale.

💥 𝗘𝗣𝗜𝗗𝗘𝗠𝗜𝗘 𝗗'𝗜𝗡𝗖𝗘𝗡𝗗𝗜𝗘𝗦 𝗘𝗧 𝗗'𝗘𝗫𝗣𝗟𝗢𝗦𝗜𝗢𝗡𝗦 𝗦𝗨𝗥 𝗗𝗘𝗦 𝗨𝗦𝗜𝗡𝗘𝗦 𝗙𝗔𝗕𝗥𝗜𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧 𝗗𝗘𝗦 𝗔𝗥𝗠𝗘𝗦 𝗣𝗢𝗨𝗥 𝗟'𝗨𝗞𝗥𝗔𝗜𝗡𝗘
Rappel des faits :
🔥🇩🇪 𝟯 𝗠𝗔𝗜 𝟮𝟬𝟮𝟰
Une des usines,près de Berlin,du grand groupe de métallurgie et de… https://t.co/4s4BZZSXf0

— François Asselineau 🇫🇷 (@f_asselineau) August 14, 2026

Fonte: https://www.cielvoile.fr/2026/08/.htm

Traduzione: Gerard Trousson

Tajani: “Madrid pensi al Marocco, da li arrivano i problemi” (Corriere della Sera)

II leit-motiv di questo ultimo anno di legislatura, per Forza Italia, è già pronto: «Lavoriamo per una rivoluzione liberale e democratica», fatta di sburocratizzazione, semplificazione e abbassamento delle tasse per far crescere «il reddito reale» dei cittadini. Ma Antonio Tajani non è solo il leader di FI, è anche ministro degli Esteri. E si comincia da qui. Con Ceuta e la crisi che ne è seguita. Nessun accanimento ma nessun passo indietro: «Aspettiamo di vedere cosa succede in questa settimana di Ferragosto».

Cosa teme accada?

«Il rischio di una nuova ondata di arrivi a Ceuta e con essa di pericoli concreti di terrorismo islamico è segnalato dalla stessa intelligence spagnola. E se è chiaro a loro, perché dovremmo sottovalutarlo noi?».

Resta la sospensione provvisoria di Schengen?

«Noi non stiamo facendo alcun tipo di “battaglia” contro la Spagna, ci limitiamo a controllare per bene gli arrivi, e abbiamo già respinto o fermato persone che non avevano diritto a entrare in Italia. La Spagna anziché preoccuparsi per noi, si preoccupi per il Marocco: è da lì che arrivano i problemi, non certo dai nostri controlli che servono a tutti per impedire che clandestini e, peggio, possibili terroristi arrivino in Europa. Sulla sospensione vedremo se gli allarmi sono fondati o no e decideremo. Ma senza farne un dramma: con la Slovenia, Schengen è sospeso da oltre due anni proprio perché è un’altra porta di ingresso in Italia ed Europa a rischio».

Intanto la Germania annuncia che rimanderà in Italia clandestini entrati attraverso le nostre frontiere.

«Stiamo discutendo, aspettiamo che si decidano in Europa le regole per l’applicazione del trattato, ma tenendo conto anche di quanti immigrati sono rimasti qui, fatti sbarcare da navi delle Ong tedesche. Non c’è un conflitto tra noi, abbiamo lo stesso obiettivo: sì ai flussi regolari, anche consistenti se necessario, di lavoratori stranieri. No a mosse come quella di Sanchez delle sanatorie di massa, che sono un incentivo a far arrivare qui anche i disperati o malintenzionati».

Ogni giorno una crisi: i coloni israeliani attaccano villaggi in Cisgiordania, l’aeronautica italiana abbatte un drone in Lettonia…

«Inaccettabile e sanzionabile l’atteggiamento aggressivo dei coloni israeliani, in sede europea decideremo le misure da prendere. Sul drone si dimostra che la nostra Aeronautica è eccellente e difende il territorio europeo con grande capacità ed efficacia. E dico di più: le vittorie che stiamo ottenendo nello sport fanno bene alla nostra immagine anche in politica estera: ho nominato “ambasciatrici dello sport nel mondo” le ragazze medaglie d’oro nel nuoto e nei tuffi, Sara Curtis e Chiara Pellacani, e nel salto triplo, Dariya Derkach».

C’è un’Italia che vince ma anche una che arranca.

«Abbiamo già fatto moltissimo, dal 2022 sono diminuite di 33 miliardi le tasse per gli italiani. Ma vogliamo fare molto di più. C’è ancora una gabbia che soffoca la nostra economia e che dobbiamo far saltare: l’eccesso di burocrazia, la lentezza e farraginosità di un sistema che frena gli investimenti interni ed esteri. Metteremo al centro delle nostre richieste per la Finanziaria una vera rivoluzione liberale. Già con i ministri Casellati e Zangrillo abbiamo fatto un grande lavoro eliminando 3o mila vecchie norme desuete e semplificando centinaia di procedure amministrative. II costo della burocrazia sulle imprese è 57,2 miliardi di euro. Vogliamo fare di più».

Cosa?

«Applicare, qui e anche in Europa, la norma del one in, two out, ovvero ogni nuova norma deve prevedere la soppressione di due. Noi alla Farnesina abbiamo creato una unità per la semplificazione, FI proporrà una legge per farlo in tutti i ministeri, aggiungendo il silenzio-assenso della Pa su tutto quello che non sia particolarmente tutelato. Si deve superare il meccanismo per cui cittadini o imprese devono ogni volta ripresentare documenti che già sono stati prodotti, bisogna abbattere passaggi costosi in denaro e tempo. Abbiamo aperto anche un canale di e-mail di FI perché i cittadini ci segnalino tutte le difficoltà, le carenze, i passaggi inutili nelle normali attività di lavoro. Diamo una svolta al Paese. E, insieme, avanti con l’abbassamento delle tasse. Senza alzarle a nessuno, nemmeno alle banche, soprattutto per tutelare quelle popolari e cooperative di prossimità. In economia esistono solo i profitti, gli extra profitti sono una bandiera della sinistra ideologica».

Anche la premier parla di abbassamento delle tasse.

«È positivo. Riunirò tutte le forze del Ppe italiane, FI, Udc, Noi moderati, Svp e le organizzazioni collegate sindacali e del terzo settore, per fare insieme proposte che vadano in questa direzione, un’economia sociale di mercato europeista, liberale, democratica, contraria a ogni eccesso populista ed estremista di sinistra. Siamo l’unico vero centro in Italia, e in Europa noi popolari siamo l’unico argine a una radicalizzazione delle posizioni, a sinistra come all’estrema destra. Teniamo alta la bandiera dell’economia sociale di mercato e della rivoluzione liberale».

Che, sul caso Ranucci, come si coniuga?

«Noi siamo garantisti, ma non c’è dubbio che è andata in frantumi la credibilità di uno dei santoni del grillismo e della sinistra italiana, al di là di quello che le inchieste stabiliranno».

 

Francia, nucleare «a secco» minacciato delle meduse

15 Agosto 2026 ore 00:02

All’alba di martedì scorso i reattori della più grande centrale nucleare d’Europa, quella di Gravelines, nel nord della Francia, sono stati invasi da «diverse tonnellate» di meduse della specie rhizostoma […]

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Farage stravince il voto-farsa, torna deputato e indagato

14 Agosto 2026 ore 20:25

C’era da aspettarsi che Nigel Farage avrebbe stravinto le elezioni suppletive/farsa di Clacton-on-Sea (Essex) contro una manciata di buffoni di corte capitanati dal conte-cassonetto (Binface) alias Jon Harvey dopo un’irritante […]

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A Ceuta migliaia di bambini dormono in strada. «Il sistema di protezione è al collasso»

14 Agosto 2026 ore 16:11

A Ceuta ci sono migliaia di bambini che dormono per strada, senza una rete di accoglienza e protezione. Alcuni di loro hanno appena sette anni.  Quanti siano, per il momento, è impossibile dirlo. Molti, infatti, non sono stati identificati e registrati e potrebbero trovarsi per strada, nascosti o in altri luoghi privi delle necessarie condizioni di sicurezza.  A lanciare l’allarme è Save the Children, a  due settimane dall’inizio della crisi umanitaria, scatenata dall’arrivo di decine di migliaia di persone provenienti dal vicino Marocco, entrate via terra e via mare in pochissimi giorni. 

Un afflusso eccezionale che ha rapidamente saturato un sistema di accoglienza per i minori già caratterizzato da una capacità limitata.  Mentre l’attenzione è massima per l’allarme diffuso di una prossima imminente ondata di arrivi, un’équipe di Save the Children si trova a Ceuta, per valutare le condizioni di vita di bambini e adolescenti, individuare i bisogni di protezione più urgenti ed eventuali situazioni di vulnerabilità.

«Siamo di fronte a una situazione umanitaria che richiede risorse urgenti, come la creazione di spazi sicuri per loro», ha riferito nei giorni scorsi Jennifer Zuppiroli, esperta di migrazioni di Save the Children Spagna. 

Jennifer Zuppiroli (Save the Children Spagna) da Ceuta

«La responsabilità di proteggere questi bambini non può ricadere esclusivamente su Ceuta», ha detto. «Lo Stato deve mobilitare immediatamente le risorse necessarie affinché nessun bambino dorma per strada e Ceuta disponga del sostegno necessario per far fronte a questa emergenza». Per capire meglio la situazione attuale e le priorità di intervento, VITA ha intervistato Raul Arnaiz, direttore di programma di Save the Children in Spagna. 

Qual è oggi la situazione a Ceuta per i minori arrivati da soli?

Molto critica: tanti di loro si trovano a vivere per strada. Il sistema di protezione di Ceuta e i centri di accoglienza hanno infatti una capacità molto limitata e non riescono ad accogliere tutti i bambini e le bambine e i ragazzi e le ragazze arrivati soli. In questo momento, quindi, molti di loro sono in strada, soprattutto in alcune aree industriali, vicino ai capannoni, oppure in spazi che gli stessi abitanti di alcuni quartieri di Ceuta hanno allestito nei giorni scorsi. Vivono in condizioni molto precarie, in assenza di beni e servizi di prima necessità.

Raul Arnaiz

Dal vostro punto di vista, quali sono le priorità per garantire a questi ragazzi la protezione immediata?

Per prima cosa, bisogna identificare tutti i bambini e ragazzi che in questo momento si trovano per strada, fuori dal sistema di protezione. La seconda priorità è creare spazi fisici in cui possano essere trasferiti, per essere quantomeno al sicuro, avere un posto dove dormire e avere accesso ai servizi di base, come cibo e igiene. Poi è necessario che il sistema pubblico metta in campo misure di accoglienza e protezioni ufficiali, perché i minori possano essere registrati e poi distribuiti nelle diverse regioni o Comunità autonome — come le chiamiamo in Spagna — e verso i rispettivi sistemi di protezione. In questo momento il sistema di Ceuta è completamente collassato e incapace di far fronte alla situazione.

Quali sono gli ostacoli che oggi rallentano il trasferimento di questi minori verso altre regioni spagnole?

Il primo problema è che non esiste un numero definitivo e ufficiale: alcuni dati parlano di 1.500 minori  inseriti nel sistema di protezione, mentre diverse organizzazioni sociali e di quartiere stimano che circa 4mila bambini siano ancora al di fuori del sistema, in attesa di identificazione e indirizzamento verso risorse sicure. Sappiamo con certezza che molti in questo momento si trovano per strada e di loro non esiste alcun registro. Il secondo ostacolo ha a che fare con la volontà politica: ci sono Comunità autonome, o regioni, più disponibili ad accogliere e a farsi carico del trasferimento di questi bambini e ragazzi, ma ce ne sono anche altre meno aperte all’accoglienza. 

Ci sono gruppi particolarmente vulnerabili?

Sì, abbiamo incontrato, in questa circostanza, un numero consistente di bambine che vivono in strada. Questo ci preoccupa molto, perché le bambine sono esposte a rischi maggiori, come la tratta o lo sfruttamento sessuale, soprattutto quando non hanno praticamente nulla. Ci preoccupano anche i bambini molto piccoli, che pure vediamo vivere sulle strade di Ceuta. 

In cosa consiste, in questo momento, il vostro lavoro sul campo?

Abbiamo spostato a Ceuta un’équipe professionale che ha diversi compiti. Innanzitutto identifica i minori che si trovano per strada, per indirizzarli verso il sistema pubblico di protezione e accoglienza nei centri preposti.  La nostra équipe opera anche negli accampamenti temporanei, creati in due quartieri della città di Ceuta — spazi allestiti dagli stessi abitanti — per individuare vulnerabilità specifiche di questi bambini e ragazze. E poi realizziamo attività e laboratori, oltre che sostegno psicologico. Siamo anche al fianco delle associazioni locali e piccole realtà del territorio che stanno gestendo questi spazi temporanei e hanno bisogno di beni di prima necessità, come coperte o articoli per l’igiene.

Cosa chiedete alle istituzioni nazionali e internazionali per tutelare i bambini che vivono questa situazione?

Questi bambini sono arrivati a Ceuta, che è parte del territorio spagnolo, ma questo non è un problema di Ceuta: è una realtà che deve essere affrontata dallo Stato spagnolo e anche dall’Europa. Per questo, chiediamo che venga rispettata la normativa internazionale, che i bambini e le ragazze siano riconosciuti come soggetti di protezione, che vengano accolti in luoghi realmente protettivi per loro e che i casi di ricongiungimento familiare siano gestiti con tutte le garanzie legali e sempre, ovviamente, mettendo al primo posto l’interesse superiore del minore.

Esiste davvero un allarme per una possibile, imminente nuova ondata di arrivi? 

Girano voci su un possibile nuovo arrivo di persone migranti tra Ceuta e Melilla il 15 agosto o nei giorni successivi, ma nessuno ci ha comunicato nulla in tal senso, né ufficialmente né in via ufficiosa, perciò non posso confermare che si tratti di un allarme reale.  Ma l’allarme a Ceuta esiste già: la sua popolazione di 80mila abitanti è raddoppiata in una notte, con l’arrivo di altre 80mila persone. Il sistema di protezione e accoglienza è collassato, generando una situazione complicata e di grande vulnerabilità, che riguarda anche tanti minori in strada. Insomma, l’allarme esiste già adesso: non riesco a immaginare cosa potrà accadere, se ci saranno nuovi arrivi. 

Foto apertura Ana López per Save the Children, Video fornito da Save the Children. Foto interna fornita dall’intervistato

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Rusia reordena su máquina de guerra: De Ucrania a una confrontación prolongada con Europa – Por Marcelo Ramírez

12 Agosto 2026 ore 04:47

Por Marcelo Ramírez

Hay decisiones militares destinadas a resolver una batalla y otras que dicen mucho más: revelan cómo un Estado imagina la guerra que tendrá que librar en los próximos años. Los cambios introducidos por Vladimir Putin en la estructura superior de las Fuerzas Armadas rusas parecen pertenecer claramente a esta segunda categoría.

Moscú acaba de mover algunas de las piezas más sensibles de su aparato militar. Denis Lyamin pasa a dirigir las Fuerzas de Sistemas No Tripulados; Valery Solodchuk asume responsabilidades fundamentales sobre la logística y la retaguardia; Andrei Ivanaev queda al frente del Grupo Centro y Pyotr Bolgarev toma el mando del Grupo Este. Individualmente pueden parecer simples relevos de generales pero observados en conjunto, dibujan otra cosa: una reorganización del ejército ruso alrededor de las capacidades que están definiendo esta guerra y probablemente definirán las siguientes.

Drones, logística, producción militar, digitalización y continuidad operacional. Esos son los conceptos que permiten leer los nombramientos. Y todo ocurre en un momento particularmente significativo.

Desde la propia esfera diplomática y estratégica rusa comienza a formularse públicamente una posibilidad que durante mucho tiempo permaneció en segundo plano: que el conflicto no termine pronto y que Rusia deba prepararse para una confrontación prolongada, sostenida por una Europa que ha decidido mantener viva la capacidad militar ucraniana.

Por eso ambos acontecimientos, la reorganización de los mandos y la discusión sobre una guerra larga, deben ser analizados conjuntamente. Podrían estar señalando el final de una etapa puesto que la guerra relativamente acotada territorialmente a Ucrania comienza a adquirir los contornos de una confrontación europea mucho más amplia, prolongada y sistémica.

Cuando comenzó la operación militar rusa en febrero de 2022, el conflicto todavía conservaba muchos de los rasgos clásicos de la guerra mecanizada con grandes agrupaciones terrestres, columnas blindadas, artillería, aviación, maniobras rápidas, conquista territorial y la expectativa de que la presión militar pudiera desembocar en algún tipo de negociación política. Cuatro años después, aquella guerra prácticamente ha desaparecido.

El espacio de combate se ha vuelto transparente en consecuencia. Miles de sensores, drones de reconocimiento, cámaras térmicas, satélites y sistemas de inteligencia electrónica observan permanentemente el frente. Una batería de artillería, un vehículo, una concentración de tropas o incluso un pequeño puesto de mando pueden ser detectados y atacados en cuestión de minutos. El dron, que inicialmente parecía una herramienta complementaria, se ha transformado en uno de los protagonistas centrales de la guerra.

Estos artilugios reconocen objetivos, dirigen fuego de artillería, colocan minas, transportan suministros, atacan blindados, persiguen soldados individuales, interceptan otros drones y golpean las cadenas logísticas. Los vehículos no tripulados ya no pertenecen exclusivamente al aire porque aparecen también sistemas terrestres y navales, mientras la frontera entre robótica, inteligencia, comunicaciones y combate se vuelve cada vez más difusa. Es en ese contexto donde debe interpretarse la designación de Denis Lyamin.

Lyamin viene directamente de una guerra donde los drones fueron integrados progresivamente a la maniobra terrestre y donde las unidades bajo su conducción desarrollaron modelos que combinaban reconocimiento, ataque, defensa antidrones y logística. Ahora su tarea consiste en transformar aquella experiencia dispersa, nacida muchas veces de la improvisación del frente, en una estructura permanente de las Fuerzas Armadas.

Eso significa elaborar doctrina, formar operadores, organizar unidades, crear cadenas de mando, integrar inteligencia, garantizar abastecimiento y coordinar la producción militar. La diferencia es profunda porque durante los primeros años del conflicto, muchos de estos desarrollos surgieron desde abajo, como respuesta inmediata a las necesidades de las tropas. Rusia intenta ahora institucionalizarlos.

Lo experimental se convierte en doctrina, la improvisación se convierte en organización y la herramienta se convierte en arma estratégica. Moscú ya no está pensando únicamente en cómo terminar la campaña ucraniana, está construyendo capacidades para las guerras que podrían venir después.

LA RETAGUARDIA SE CONVIERTE EN EL FRENTE

El segundo movimiento decisivo es el de Valery Solodchuk. Su nueva responsabilidad toca uno de los puntos más delicados de cualquier ejército que es la logística. Las guerras suelen recordarse por sus batallas, sus generales y sus ofensivas. pero las guerras largas se ganan también en lugares mucho menos espectaculares como depósitos, estaciones ferroviarias, talleres mecánicos, fábricas, hospitales, almacenes y centros de distribución.

Un ejército moderno consume cantidades extraordinarias de recursos. Munición, combustible, repuestos, baterías, equipos electrónicos, drones, vehículos, comunicaciones, alimentos, medicamentos. Todo debe producirse, almacenarse, transportarse y reemplazarse sin interrupción. Una fuerza puede tener excelentes soldados y armas extraordinarias pero si su cadena logística se rompe, tarde o temprano deja de combatir y una guerra de desgaste multiplica ese problema.

Dentro del propio ámbito militar ruso existe desde hace tiempo una crítica a los mecanismos tradicionales de abastecimiento. Parte de ellos todavía responde a estructuras burocráticas heredadas de otras épocas y resulta demasiado lenta para una guerra donde las necesidades tecnológicas cambian prácticamente de mes a mes. Un comandante puede necesitar centenares de drones de un determinado modelo y encontrarse atrapado en procedimientos administrativos que tardan semanas en responder. Ucrania, es decir, la OTAN, en cambio, desarrolló mecanismos más descentralizados para absorber con rapidez innovaciones procedentes incluso del sector civil. La reorganización de la retaguardia apunta a cerrar esa brecha y quizás sea uno de los cambios más importantes de todos.

Porque si Rusia verdaderamente comienza a pensar en una guerra que puede extenderse durante años, ya no basta con tener grandes arsenales. Hay que construir un sistema capaz de producir, reparar y sustituir permanentemente lo que el campo de batalla destruye. La guerra industrial ha regresado, aunque vestida con drones, fibra óptica, guerra electrónica y algoritmos.

YA NO EXISTE UNA RETAGUARDIA SEGURA

A esto se agrega otra transformación que es la separación clásica entre frente y retaguardia está desapareciendo. Ucrania ha incrementado progresivamente los ataques contra instalaciones situadas dentro del territorio ruso como son las refinerías, depósitos, bases aéreas, fábricas, infraestructura energética e instalaciones militares. Rusia, al mismo tiempo, profundiza sus ataques contra centros logísticos, infraestructura industrial y objetivos militares ucranianos.

En este contexto apareció además una versión que circula en canales rusos y que conviene mencionar precisamente como lo que es: un rumor todavía no confirmado. Según esa versión, atribuida a fuentes de la administración presidencial ucraniana, Volodímir Zelensky habría ordenado mantener e incluso incrementar los ataques contra territorio ruso aun sabiendo que esto podría provocar una respuesta mucho más intensa contra la infraestructura industrial y logística de Ucrania.

Kiev ha desarrollado una estrategia explícita de ataques de largo alcance para trasladar una parte creciente de la guerra hacia el interior de Rusia, mientras Moscú aumenta también la profundidad de sus golpes.

La consecuencia es estratégica: la guerra ya no se decide exclusivamente en Pokrovsk, Járkov, Zaporiyia o el Donbass. Se libra también sobre ferrocarriles, puertos, fábricas, refinerías, centrales energéticas y depósitos.

El objetivo comienza a ser la capacidad misma del adversario para reproducir su esfuerzo militar y cuando una guerra alcanza esa dimensión, deja de ser solamente una disputa territorial para convertirse en una prueba de resistencia de sistemas completos.

Es aquí donde las declaraciones del diplomático ruso Rodion Miroshnik adquieren una importancia particular. La pregunta que plantea ya no es simplemente cuánto tiempo puede resistir Ucrania sino cuánto tiempo puede Europa sostener a Ucrania. La diferencia parece semántica, pero modifica por completo el problema estratégico en realidad.

Ucrania no combate exclusivamente con los recursos que puede generar dentro de sus fronteras. Detrás de ella existe una infraestructura económica y militar mucho mayor como financiamiento europeo, producción de municiones, inteligencia occidental, redes satelitales, entrenamiento, créditos, transferencia de armamento y apoyo tecnológico. En otras palabras, Rusia ya no enfrenta solamente a las Fuerzas Armadas ucranianas, enfrenta un sistema resumido así Ucrania + financiamiento europeo + industria militar europea + inteligencia occidental.

Mientras ese sistema pueda reconstruir fuerzas, proporcionar municiones, reemplazar equipos y sostener financieramente al Estado ucraniano, incluso una victoria territorial importante de Rusia no garantiza el final del conflicto. Rusia puede conquistar ciudades, destruir brigadas, avanzar kilómetros, pero si detrás de las fuerzas derrotadas existe una estructura capaz de crear otras nuevas, la guerra se regenera.

El problema ya no consiste únicamente en derrotar al ejército que está enfrente, en su lugar de debe quebrar la capacidad del sistema que existe detrás de ese ejército para seguir reproduciéndolo.

El politólogo ruso Yuriy Baranchik lleva este razonamiento hasta sus últimas consecuencias.

Si Europa mantiene indefinidamente el financiamiento, la producción militar y el respaldo político a Ucrania, Rusia podría enfrentarse a una guerra de desgaste extremadamente prolongada. Esto no significa necesariamente veinte años de trincheras idénticas a las actuales, pero sí algo probablemente más complejo: una confrontación estratégica que puede reproducirse durante décadas bajo formas diferentes. Rearme, sanciones, carrera industrial, ataques de largo alcance, presión económica, conflictos indirectos, militarización europea, incremento permanente de los presupuestos de defensa y expansión y fortalecimiento de la OTAN. Es decir, una confrontación estructural.

Baranchik introduce entonces una cuestión todavía más delicada: Si ese enfrentamiento permanece exclusivamente dentro del terreno convencional, su duración potencial puede ser enorme y detrás de ese razonamiento aparece inevitablemente el factor nuclear.

Una confrontación convencional prolongada entre Rusia y un sistema europeo respaldado por Estados Unidos puede transformarse en una competencia industrial, tecnológica, financiera y demográfica gigantesca. El arsenal nuclear ruso existe precisamente como garantía última frente a una situación en la que una derrota convencional pueda amenazar la supervivencia del Estado.

Por eso la dimensión nuclear permanece siempre detrás de cualquier cálculo estratégico ruso sobre una confrontación de gran escala con la OTAN. No necesariamente como primer instrumento pero sí como límite.

El cálculo ruso tampoco ocurre en el vacío porque Europa está cambiando. Alemania aumenta radicalmente sus recursos destinados a defensa. Polonia construye uno de los mayores ejércitos terrestres del continente. Francia debate nuevamente el alcance europeo de su disuasión nuclear. Los países bálticos fortifican fronteras. Se amplía la producción de municiones, se reabren líneas industriales y se firman contratos militares de largo plazo. La propia OTAN trabaja abiertamente con escenarios de eventual confrontación futura con Rusia.

Desde Moscú, por lo tanto, Ucrania puede empezar a ser vista menos como una guerra aislada y cada vez más como el primer episodio de una confrontación europea de larga duración. Es dentro de ese horizonte donde los nuevos nombramientos adquieren verdadero sentido.

Rusia necesita drones, robots terrestres, logística modernizada, producción militar, digitalización, capacidad de reemplazo y comandantes que conozcan la guerra real y no solamente los manuales. Los generales elegidos provienen precisamente de los sectores donde el combate ha sido más intenso. Han observado personalmente qué funciona, qué fracasa y qué debe cambiar, no fueron llamados para administrar un ejército en tiempos de paz. sino llamados para reorganizar un ejército que lleva años combatiendo y que comienza a preguntarse cuánto tiempo más tendrá que hacerlo.

Hasta ahora gran parte del análisis sobre esta guerra giró alrededor del desgaste ucraniano, pero la lógica empieza a desplazarse. Si la capacidad militar de Kiev depende estructuralmente de Europa, el problema ruso ya no consiste únicamente en determinar cuándo puede agotarse Ucrania.

Depende de población, industria, energía, finanzas, tecnología, producción militar, estabilidad política, cohesión social y capacidad de las sociedades para aceptar costos durante largos períodos.

Las guerras prolongadas se combaten en las trincheras, pero también en los presupuestos, tanto en las fábricas, como en los mercados financieros y en la paciencia política de las sociedades.

Durante buena parte del conflicto, la narrativa rusa mantuvo la expectativa de combinar operaciones militares con algún desenlace negociado. Ahora empieza a aparecer otra formulación: hay que estar preparados independientemente de cuánto dure, una frase aparentemente simple pero detrás de ella existe una transformación completa de la planificación estatal.

Rusia puede disponer de recursos naturales, territorio, energía, industria militar y voluntad política. Pero ¿puede sostener durante muchos años una confrontación contra una coalición cuya capacidad económica agregada es muy superior? Para responder hay que salir del mapa de Ucrania y mirar hacia Beijing, porque ninguna guerra de desgaste moderna depende exclusivamente de aquello que ocurre en el frente. Detrás de cada ejército existe una retaguardia económica, tecnológica y diplomática.

La profundidad estratégica rusa no termina en los Urales, se extiende hacia Eurasia y en el centro de esa profundidad aparece China. Beijing compra energía rusa, suministra maquinaria, electrónica y componentes industriales, mantiene abiertos canales comerciales y facilita una creciente utilización de monedas nacionales en el intercambio bilateral. También proporciona algo quizás todavía más importante: impide que el aislamiento occidental de Rusia se transforme verdaderamente en aislamiento mundial.

Ese fue uno de los grandes objetivos de las sanciones iniciadas después de 2022, Rusia debía quedar aislada y sus exportaciones debían derrumbarse junto con su acceso a tecnología debía desaparecer y un sistema financiero que debía quedar estrangulado. Sin embargo, ocurrió algo diferente.

Rusia perdió buena parte de su antigua integración económica con Europa, pero desplazó una porción importante de sus vínculos hacia Asia. El petróleo encontró nuevos compradores, el gas comenzó a buscar otras rutas, las importaciones industriales fueron redireccionadas y los mecanismos de pago cambiaron de la mano de nuevas monedas que reemplazan al dólar. China se convirtió en el socio externo más importante de esa transformación.

Eso no significa que Beijing financie directamente la guerra rusa ni que apruebe cada una de las decisiones militares de Moscú porque la política china es más cuidadosa. China tiene formalmente una posición favorable a la negociación y procura evitar convertirse jurídicamente en parte beligerante. No obstante, al mismo tiempo mantiene una relación económica y estratégica con Rusia suficientemente profunda como para impedir que Occidente consiga asfixiarla. Es un equilibrio extraordinariamente importante, China puede contribuir a la capacidad de resistencia rusa sin asumir directamente los costos de convertirse en participante militar de la guerra.

Esto modifica también la manera en que debemos comparar fuerzas. Si la confrontación se transforma efectivamente en una guerra de desgaste entre Rusia y Europa, comparar simplemente el PIB ruso con el europeo conduce a una conclusión incompleta. Hay que observar los sistemas que existen detrás.

De un lado se encuentran Estados Unidos, la Unión Europea, Gran Bretaña, la OTAN y Ucrania. Del otro existe una estructura mucho menos institucionalizada, más flexible y desigual, pero cada vez más relevante: Rusia, China, Corea del Norte, Irán y una constelación de países que, sin convertirse necesariamente en aliados militares de Moscú, continúan comerciando con Rusia y no participan plenamente del sistema occidental de sanciones.

Cada uno cumple una función diferente. Corea del Norte ha proporcionado una cooperación militar mucho más directa mientras Irán tuvo un papel fundamental en la transferencia inicial de una tecnología de drones que Rusia posteriormente absorbió y desarrolló. No podemos dejar de lado a India, que desempeñó durante años un papel esencial como comprador de hidrocarburos rusos, pero China pertenece a otra categoría.

Beijing ofrece escala industrial, tecnología, mercado, capital, capacidad logística, instrumentos financieros y peso diplomático global, además de ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Por eso China no es simplemente otro socio de Rusia y es la principal profundidad estratégica externa de Moscú.

Putin necesitaba tiempo para conocer hasta dónde Rusia podía soportar una ruptura prolongada con Occidente. Precisaba reconstruir mercados, reorientar exportaciones, asegurar cadenas de suministro, sustituir componentes, expandir la industria militar y desarrollar mecanismos financieros que redujeran la vulnerabilidad frente al sistema occidental y, fundamentalmente, consolidar una relación suficientemente profunda con China.

No hay evidencia pública para afirmar que Xi Jinping haya dado a Putin una autorización para escalar la guerra. Plantearlo de esa manera sería reducir una relación entre dos grandes potencias a una caricatura pero lo que sí puede observarse es un proceso.

A medida que avanzó el conflicto, la interdependencia estratégica entre Moscú y Beijing aumentó, y la relación de 2026 ofrece a Rusia un margen de maniobra mucho mayor que el existente en febrero de 2022, seguramente un consenso estratégico tácito. China no necesita compartir todos los objetivos militares rusos y le era suficiente con comprender que una derrota estratégica de Rusia modificaría profundamente la correlación de fuerzas en Eurasia.

Una Rusia quebrada, derrotada o subordinada significaría que Estados Unidos podría concentrar una proporción mucho mayor de su atención y sus recursos sobre China. La presión occidental dejaría de distribuirse entre dos grandes adversarios estratégicos permitiendo que Asia Central cambiaría de equilibrio y el proyecto de construcción de un sistema internacional multipolar sufriría un golpe severo.

China, por lo tanto, tiene intereses propios en impedir una derrota estratégica rusa. No es solidaridad sino equilibrio de poder.

Para Rusia, romper completamente con Occidente en 2022, asumir desde el primer momento una economía de guerra total y escalar unilateralmente sin haber construido una retaguardia internacional capaz de absorber semejante ruptura habría significado asumir un riesgo gigantesco y para ello necesitaba tiempo, por eso la gradualidad rusa también puede ser interpretada desde esta perspectiva, Putin no estaba administrando solamente una guerra porque en realidad estaba administrando la transición histórica de Rusia desde una economía profundamente vinculada con Europa hacia otra cada vez más integrada con Eurasia. Para realizar esa transición había una condición indispensable: que China estuviera allí.

Hoy el escenario es diferente. Rusia posee recursos energéticos y minerales, una industria militar movilizada, años de experiencia acumulada en combate, canales comerciales alternativos y una sociedad que ha atravesado un largo proceso de adaptación a la confrontación. Tiene además cooperación militar directa con Corea del Norte.

Pero, fundamentalmente, tiene una relación estratégica con la mayor potencia industrial del planeta. Nada de esto garantiza una victoria rusa pero cambia radicalmente el cálculo de una guerra de desgaste. Mientras Europa calcula cuánto tiempo puede resistir Rusia, Moscú hace exactamente el cálculo inverso, piensa cuánto tiempo puede resistir Europa y cuánto tiempo puede financiar a Ucrania.

Europa necesita expandir su industria militar, sus sociedades aceptar mayores presupuestos de defensa y mantener la cohesión política occidental. Cuando Moscú hace esa cuenta, detrás de Rusia aparece China, por eso esta guerra ya no puede comprenderse mirando solamente las líneas de colores sobre el mapa del Donbass. y el verdadero tablero se extiende desde Washington y Bruselas hasta Moscú y Beijing.

Los nuevos generales nos muestran cómo piensa combatir Rusia, la transformación industrial y logística muestra con qué medios pretende hacerlo y las declaraciones sobre una confrontación prolongada revelan cuánto tiempo comienza a considerar necesario resistir.

China ayuda a explicar por qué Moscú cree que puede permitirse pensar en ese tiempo largo. Quizás eso sea lo verdaderamente importante detrás de estos movimientos, Rusia no está simplemente reemplazando generales ni corrigiendo errores de una campaña, está adaptando su estructura militar, económica y estratégica a una conclusión mucho más inquietante: que la guerra iniciada en Ucrania puede haber dejado de ser una guerra con un final cercano y reconocible.

Y que el enfrentamiento que comenzó en las llanuras ucranianas puede estar convirtiéndose, lentamente, en una larga disputa por el equilibrio de poder en Europa y Eurasia. En ese escenario, la cuestión decisiva ya no será quién consiga avanzar algunos kilómetros más sobre el mapa. Será quién disponga de los recursos, los aliados, la industria, la estabilidad y, sobre todo, la voluntad necesaria para permanecer en pie cuando el otro comience a agotarse.

Marcelo Ramírez
Analista geopolítico | AsiaTV – Humo y Espejos
Analista geopolítico, escritor y conferencista argentino especializado en análisis geopolítico y militar, conflictos contemporáneos y dinámica del mundo multipolar. Fundador y director de AsiaTV y creador de la plataforma de análisis estratégico Humo y Espejos. Autor del libro La OTAN contra Rusia. Propaganda y guerra híbrida (Editorial Letras Inquietas, 2022). Cofundador de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI), iniciativa orientada a fortalecer el diálogo estratégico entre el mundo ruso y la comunidad iberófona.

L’accordo storico Regno Unito – Spagna: la caduta dell’ultima barriera dell’Europa Occidentale

7 Agosto 2026 ore 07:00

Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.

Oltre tre secoli di conflitto

L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.

…e adesso?

Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.

In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea

di: iene
6 Agosto 2026 ore 20:08

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС

Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.

Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.

Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.

Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?

La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]

La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.

Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.

Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.

Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.

Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato

«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.

Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.

Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»

Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.

«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.

L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”

La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.

Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.

Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»

Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria

Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.

Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.

«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»

Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.

Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»

Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.

Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.

Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.

Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”

 

Note

1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.

2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.

3Città settentrionale bosniaca.

4Moneta della Bosnia-Erzegovina.

5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

7 Gigafactory per l’AI: l’Europa si libera dai colossi del tech o crea una nuova dipendenza?

6 Agosto 2026 ore 07:00

Nella corsa globale alla sovranità tecnologica, l’Unione Europea prova a ritagliarsi uno spazio autonomo. Il 30 luglio 2026 la Commissione ha indetto una gara d’appalto per istituire fino a sette Gigafactory di IA su tutto il territorio europeo da rendere operative entro metà del 2028. L’iniziativa mira a contenere lo strapotere dei colossi esteri — in primis statunitensi e cinesi — nei settori del cloud e dei microchip. Tuttavia, l’operazione rivela un paradosso strutturale: pur puntando all’indipendenza, l’Europa resta per il momento obbligata ad affidarsi alle forniture estere di semiconduttori avanzati, indispensabili per alimentare la stessa infrastruttura di calcolo.

Analoghi progetti di enormi data center sono già ben avanzati negli Stati Uniti e in Cina: basti pensare all’ambizioso progetto Stargate promosso dall’alleanza tra Microsoft e OpenAI ad inizio 2025 o alla mega-infrastruttura statale cinese Eastern Data, Western Computingche, già dal 2022, collega giganti tecnologici come Huawei, Alibaba e Baidu. 

Per evitare di rimanere ai margini di questa corsa, nel febbraio 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato all’AI Action Summit di Parigi un piano per la creazione di Gigafactory di IA nel Continente. L’iniziativa ha raccolto fin da subito un forte interesse da parte dell’industria, spingendo ben 76 consorzi a manifestare una candidatura preliminare. Il progetto ha compiuto un passo decisivo a luglio 2026 con l’apertura ufficiale del bando destinato alla realizzazione di 7 strutture.

Come funziona il nuovo progetto europeo

Le Gigafactory di intelligenza artificiale rappresentano infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, concepite per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) su volumi di dati nell’ordine dei trilioni. Per farlo, queste strutture integrano semiconduttori specializzati di nuova generazione, stack software dedicati, soluzioni cloud e connettività ad alta velocità, il tutto all’interno di data center progettati per garantire la massima efficienza energetica.

La procedura di appalto si articolerà in due fasi nei prossimi sei anni e mezzo, un approccio graduale dettato dal ridimensionamento degli impegni finanziari della Commissione europea. L’investimento complessivo per queste strutture si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, di cui due terzi dovranno provenire dal settore privato e il restante terzo da fondi pubblici, suddivisi equamente tra 5 miliardi stanziati da Bruxelles e 5 miliardi dai singoli Paesi membri sostenitori. Al momento, tuttavia, e questo è il primo punto critico del progetto, il bilancio dell’UE consente di impegnare soltanto 1 miliardo di euro, lasciando legata la copertura della restante quota ai negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP). 

L’iniziativa ha già raccolto l’adesione di dieci Paesi europei pronti a ospitare una Gigafactory: Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. Il bando prevede sia candidature singole sia consorzi transnazionali, con Parigi che ha già espresso la volontà di correre da sola.

Tuttavia, la reale emancipazione tecnologica deve fare i conti con un altro ostacolo strutturale: l’UE non dispone ancora di componenti di calcolo proprietari. Per rifornire i nuovi centri, la Commissione si trova così costretta ad affidarsi nuovamente ai colossi statunitensi dei semiconduttori, firmando intese preliminari con Nvidia, AMD e Qualcomm. 

Per mitigare questo vincolo, Bruxelles ha inserito tra i criteri di valutazione delle gare d’appalto specifiche contromisure volte a evitare l’asservimento commerciale e la dipendenza esclusiva da singoli fornitori.

Stati Uniti e Cina nell’IA: il punto sulla corsa globale

Tra Stati Uniti e Cina la competizione sull’IA non si gioca più soltanto sulla potenza dei singoli modelli, ma sulla realizzazione di architetture tecnologiche distinte e tra loro inaccessibili. Il report The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World targato BCG Institute analizza questa progressiva polarizzazione, mettendo a confronto l’egemonia delle due potenze lungo i sei fattori chiave dell’IA: capitali di rischio, competenze professionali, brevetti, accesso ai dati, fabbisogno energetico e infrastrutture di calcolo.

La strategia degli Stati Uniti si incentra sulla scalabilità di questi sistemi, spostando le enormi risorse finanziarie dallo sviluppo dei modelli alla costruzione dell’infrastruttura necessaria per sostenerli. Dal 2023 le startup americane dell’IA hanno raccolto 380 miliardi di dollari in venture capital (a fronte dei soli 39 miliardi cinesi), sorrette da oltre 300 miliardi annui in Ricerca e Sviluppo e da investimenti in data center che, dai 400 miliardi del 2025 (contro i 63 della Cina), puntano a superare gli 800 miliardi nel 2026. Questa spinta porta gli USA a una capacità infrastrutturale di oltre 50 GW, contro i 31 GW della Cina e i 12 dell’UE. Questo primato trova oggi pieno sostegno anche nella linea politica della seconda amministrazione Trump, impegnata nel favorire l’espansione del settore sia attraverso l‘AI Action Plan sia tramite il supporto a grandi mega-progetti privati come appunto Stargate.

L’ecosistema cinese invece, animato da attori quali DeepSeek, Alibaba, ByteDance, Moonshot, Z.AI, MiniMax e Xiaomi, predilige l’approccio open-weight, consentendo lo sviluppo di soluzioni avanzate, ma a costi drasticamente contenuti. Ne è un esempio il modello Kimi K2.6 di Moonshot che, nel maggio 2026, offriva prestazioni di vertice a 1,71 dollari per milione di token, un costo circa sette volte inferiore rispetto agli 11,25 dollari del concorrente statunitense GPT-5.5. 

Da un lato quindi l’impero a stelle e strisce mantiene complessivamente la leadership grazie alla disponibilità di capitali, alla presenza dei principali laboratori e alla potenza della propria infrastruttura. Dall’altro, Pechino ha ridotto il divario nella capacità di calcolo e trasformato il proprio patrimonio scientifico e brevettuale in una strategia da “fast follower”, concentrata sulla produzione di modelli competitivi, economici e rapidamente adottabili. Il risultato è la nascita di due stack tecnologici paralleli, ciascuno composto da chip, infrastrutture cloud, modelli e applicazioni. A separarli non sono soltanto le caratteristiche tecniche, ma anche le regole sui dati, le restrizioni alle esportazioni, le politiche di sicurezza nazionale e le strategie industriali.

Perché l’UE dovrebbe puntare all’indipendenza tecnologica

Sebbene la cooperazione digitale tra Unione Europea e Stati Uniti sia strutturata da quadri istituzionali di alto livello (come il TTC e il Dialogo Cyber) volti a coordinare standard, dati e tecnologie emergenti, il rapporto è segnato da profonde tensioni. La causa principale di queste frizioni è la dominanza strutturale delle grandi aziende tecnologiche americane, profondamente radicate nell’economia europea. I tentativi dell’UE di regolamentare il settore — in particolare attraverso il Digital Services Act e il Digital Markets Act — incontrano la forte opposizione di Washington, sfociata in minacce di ritorsioni commerciali, divieti di visto per i decisori europei e nello stallo dei canali di dialogo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.

Per quanto concerne le relazioni con la Cina, l’emancipazione da Pechino, secondo la linea del de-risking, si rende indispensabile per tutelare l’autonomia economica del Continente. Rimanere ancorati ad una posizione di subordinazione espone l’UE a gravi rischi sistemici, tra cui la potenziale strumentalizzazione politica delle esportazioni da parte della Cina tramite restrizioni commerciali, l’immediata paralisi delle GVC europee in caso di crisi geopolitiche o logistiche in Asia e un progressivo declino della competitività e dell’innovazione manifatturiera interna.

All’interno delle relazioni dell’Unione Europea nel Nord-Est asiatico,  un altro attore gioca un ruolo estremamente rilevante: Taiwan,che occupa una posizione cruciale e altamente strategica per la sovranità tecnologica europea, ponendosi come un nodo essenziale nei settori dei semiconduttori, della produzione avanzata e del commercio digitale. Questa centralità si scontra tuttavia con una vulnerabilità geografica strutturale, determinata dall’estrema concentrazione della produzione di chip presso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la quale detiene oltre il 90% di questo specifico segmento di mercato. Lo Stretto di Taiwan, identificato dall’intelligence geospaziale come uno dei nodi marittimi più critici a livello globale, è interessato dal transito di oltre il 50% del traffico containerizzato mondiale; un eventuale blocco navale o l’instabilità militare nell’area provocherebbero pertanto l’immediata paralisi delle catene globali del valore nel comparto tecnologico.

Queste dinamiche rappresentano un rischio critico per l’Unione Europea. L’intelligenza artificiale non è un semplice settore a sé stante, ma una tecnologia general-purpose in grado di incrementare in modo trasversale produttività e crescita economica, rivoluzionando l’intero tessuto produttivo. Poiché i data center costituiscono l’infrastruttura abilitante fondamentale dell’IA, i Paesi che ne detengono un’elevata capacità operativa dominano già oggi la corsa ai vantaggi economici di questa trasformazione. Ne consegue l’urgenza per l’Unione Europea di affrancarsi dalla dipendenza strutturale nei confronti di attori esterni. Sviluppare una sovranità autonoma sulle infrastrutture digitali e sul patrimonio dati è la premessa indispensabile per evitare un ruolo di mera subordinazione tecnologica ed economica.

CBD stupefacente? Deciderà la Corte di giustizia europea

3 Agosto 2026 ore 14:57
Il CBD non è stupefacente per l’Europa e nemmeno per l’OMS, che ha più volte raccomandato di non inserirlo in nessuna tabella a livello internazionale. Lo è però per il governo italiano, che con un decreto l’ha trasformato in un farmaco stupefacente. La risposta arriverà direttamente dalla Corte di giustizia europea, visto che, con l’ordinanza …

La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

31 Luglio 2026 ore 07:00

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

di: iene
19 Luglio 2026 ore 21:04

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

di: iene
1 Luglio 2026 ore 18:55

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte

di: iene
28 Giugno 2026 ore 20:44

Introduzione

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista. La crisi e successiva restaurazione del potere istituzionale ed economico, ha consentito a una serie di soggetti politici ed economici di riciclarsi, più o meno, come democratici e portare avanti impunemente tematiche che possiamo considerare “esclusivistiche” quali la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo, mescolato a credenze cristiane, il revisionismo storico, l’auto-vittimizzazione1, la negazione dell’Olocausto, il tradizionalismo, l’anticapitalismo, l’anti-liberalismo e l’anti-europeismo.

Per capire meglio come questi movimenti esistano e prosperino, è necessario fare una premessa su due processi politici interconnessi esistenti nel cosiddetto “Mondo Occidentale”:

«in primo luogo, il momento storico di convergenza tra una crisi del capitalismo globale, l’accelerazione dei flussi migratori verso il Nord Globale e l’intensificarsi della sfiducia verso la governance sovranazionale. In secondo luogo, la crescente territorializzazione del discorso populista stesso, in quanto l’insoddisfazione per la mobilitazione di persone, capitali e cultura operata dalla globalizzazione – e per le élite che hanno tratto beneficio da tale mobilitazione – si esprime attraverso gli appelli all’isolamento spaziale, alla chiusura e al ritiro.»2

Retoriche di questo tipo coincidono con la tesi sostenuta da Daniel Guerin in Fascismo e gran capitale dove spiegava i meccanismi di manipolazione verso le masse impoverite.

Partendo da un anticapitalismo demagogico, gli antenati dell’estrema destra seducevano le classi medie con le loro aspirazioni retrograde, lusingando «le masse operaie – soprattutto quelle categorie di lavoratori che mancano di coscienza di classe […] L’abilità del fascismo consiste nel proclamarsi anticapitalistico senza attaccare seriamente il capitalismo, per cui si ingegna in primo luogo a trasformare in nazionalismo l’anticapitalismo delle masse. Impresa agevole, perché si è visto che, sempre, l’ostilità delle classi medie nei confronti del grande capitalismo si accompagna a un tenace attaccamento al concetto di nazione.»3

Il caso politico rumeno, sebbene si differenzi dal caso spagnolo, portoghese e greco per il regime comunista avuto, ha molte similitudini con ciò che abbiamo appena citato. Sebbene le prime fasi post-regime comunista facessero sperare in un regime democratico multipartitico, la realtà dei fatti fu molto diversa. A seguito della morte violenta dei coniugi Caecescu (25 Dicembre 1989), in Romania venne instaurato un governo provvisorio retto da Ion Iliescu. Questi aveva fondato il Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) e lo aveva reso un partito a tutti gli effetti. La candidatura del FSN alle elezioni generali del 20 Maggio 1990 generò una serie di malumori e opposizioni politiche in quanto un partito del genere controllava tutto fino a quel momento: l’esercito, le forze dell’ordine, l’economia, i mass media, la giustizia, il parlamento. Il timore quindi era che la Romania, nelle fasi iniziali di transizione verso la democrazia, potesse sprofondare in una zona grigia dove da un lato vi era un partito grande e dominante e dall’altro un’opposizione di facciata. Le proteste non si fecero attendere. Iliescu e i suoi, però, furono abbastanza furbi e astuti nel manipolare i lavoratori, in particolare i minatori, contro le opposizioni.

Circa cinquemila minatori arrivarono a Bucarest da Valea Jiului a fine Gennaio 1990 e aggredirono, con oggetti contundenti e catene, gli oppositori del FSN.

Vi furono numerosi incidenti e i minatori e militanti del partito di Iliescu organizzarono incursioni e perquisizioni nelle sedi dell’opposizione, sequestrando le persone lì dentro.

La fine di questo evento, noto come Minierada4, consentì ai dirigenti del FSN di creare il Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale (CPUN) – organo atto a garantire la rappresentanza dei partiti di recente costituzione nelle strutture di potere.

È in questa fase di crisi e scontri tra il cosiddetto “nuovo” e “vecchio” corso politico che nel biennio 1990-1991 nascono due movimenti politici: l’Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) e il Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito della Grande Romania).

Se l’UVR nacque in contrapposizione violenta contro gli ungheresi rumeni (e più nello specifico contro il Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania)) ed ebbe una breve vita politica partitica tramite il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni) – quest’ultimo fusosi col Partidul Conservator (trad.: Partito Conservatore) nel 2006 -, il PRM invece volle riprendere delle modalità tipiche delle dittature civico-militari.5

Il nome di quest’ultimo partito era stato scelto deliberatamente per le sue connotazioni storiche. Da un lato si riferiva allo Stato-nazione di tutti i rumeni costituito dopo la Prima guerra mondiale (comprendente la Transilvania, la Bucovina, la Bessarabia, nonché parti del Banato, Crișana e Maramureș); dall’altro alludeva alla perdita, a seguito della Seconda guerra mondiale, dei territori rumeni che oggi fanno parte dei paesi confinanti (Moldavia e Ucraina).

Il PRM raggiunse il suo picco di notorietà quando il proprio leader, Corneliu Vadim Tudor, attraverso la retorica xenofoba e omofoba riuscì a classificarsi secondo alle elezioni presidenziali del 2000, dietro a Ion Iliescu – quest’ultimo divenuto presidente grazie alla candidatura del leader del partito di estrema destra .

Durante questo lasso di tempo, la Romania diventò un territorio dove una serie di aziende iniziarono a sfruttare le persone lavoratrici e le risorse naturali. La disuguaglianza strutturale, la povertà e la corruzione sistemica portarono alla polarizzazione politica e all’emigrazione di massa – che, insieme al basso tasso di natalità, innescarono un grave calo demografico.6

Per attirare ulteriori investitori, il governo rumeno, nella prima metà degli anni 2000, utilizzò ogni mezzo per poter entrare nella NATO e nell’Unione Europea.

L’ “Ordonanţa de urgenţă nr. 31/2002” (trad. : Ordinanza d’urgenza nr. 31/2002), dove vennero vietate le formazioni e i simboli delle organizzazioni fasciste, razziste e xenofobe, oltre la promozione di personaggi colpevoli di crimini contro la pace e l’umanità, fu una mossa fintamente “umanitaria” e “antifascista e antirazzista” dove non si mise in discussione la retorica dei vari partiti movimenti di estrema destra. Anzi, questa mossa “europeista” e “occidentalista” del governo rumeno diede slancio ai gruppi e partiti di estrema destra che si rifacevano, più o meno, al cristianesimo ortodosso e/o all’ex Guardia di Ferro di Codreanu – come il Totul Pentru Ţară (trad.: Ogni Cosa per il Paese) e il Partidul Noua Generație – Creștin Democrat (trad.: Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico). Essi riuscirono ad ottenere nuovi consensi e potenziamenti della retorica non solo contro le persone migranti e non eterosessuali ma anche contro l’Unione Europea – colpevole, a detta loro, di introdurre valori contrari alle morali cristiano-legionarie rumene

Fu con la crisi economica mondiale del 2008 che l’estrema destra rumena fece il salto di qualità. La nascita (o, per essere più corretti, rinascita7) della Frăția Ortodoxă “Sfântul Mare Mucenic Gheorghe purtătorul de Biruință” (trad.: Fratellanza Ortodossa “San Giorgio megalomartire portatore di vittoria”) servì a promuovere corsi speciali inerenti alle tematiche cristiano-ortodosse, dibattiti, convegni e simposi, processioni, pellegrinaggi ed escursioni nei luoghi santi e nei monasteri. Dal punto di vista della Frăția Ortodoxă, chi impediva questa spiritualità cristiana e metteva un freno all’economia capitalistica rumena erano le persone migranti e la comunità LGBTQIA+, nonché tutti quelli a favore di una procreazione “cosciente e responsabile.”8

Non è un caso che la Frăția Ortodoxă abbia sostenuto attivamente, a partire dal 2019, un nuovo partito di estrema destra: l’Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) (trad.: Alleanza per l’Unione dei Romeni).

Nel corso di questi ultimi anni l’AUR ha raccolto e riunito i conservatori religiosi, i nazionalisti intransigenti e, durante le fasi della sindemia da Covid-19, i negazionisti e gli antivaccinisti. Tutti soggetti politici che si presentavano come difensori della libertà contro la dittatura dell’élite.

Le principali figure di questo partito sono state George Simion, attuale presidente dell’AUR, nazionalista e ambientalista, e Claudiu Târziu, copresidente dell’AUR fino al 2025, omofobo e grande estimatore della Guardia di Ferro. Il successo fulmineo dell’AUR può essere interpretato come una risposta alla crescente disillusione nei confronti del neoliberismo e del secolarismo. Il partito ha utilizzato il crescente risentimento e la sofferenza sociale di una popolazione che deve affrontare uno sfruttamento economico incontrollabile.

In tal senso l’AUR ha alimentato i risentimenti storici legati alla posizione geopolitica marginale della Romania, promettendo di riportare il paese a uno stato di pienezza demografica, economica ed ecologica, salvaguardare la sovranità nazionale e rivendicare un orgoglio contro i presunti avversari – ovvero le élite capitaliste dell’Unione Europea.

L’AUR ha così articolato una soluzione culturalmente comprensibile ed emotivamente galvanizzante all’esperienza socio-economica traumatica di un Paese che “esporta” i suoi abitanti in altre parti d’Europa – dove questi soggetti sono integrati, loro malgrado, nelle catene globali del lavoro e della produzione.

«Le masse» scriveva Guerin, «sono disposte a credere che il nemico sia il capitalismo straniero, e non già il proprio. Così il fascismo riesce facilmente a sottrarre i suoi finanziatori alla collera popolare stornando l’anticapitalismo delle masse verso la «plutocrazia internazionale.»»9

L’estrema destra rumena è oggi legittimata e aiutata dai politici parlamentari, dai media (nuovi e tradizionali che siano) e personalità intellettuali e artistiche, nonché dai vari strati fondamentalisti della Chiesa ortodossa.

Per avere un minimo di panoramica su come si sia arrivati all’AUR e come le retoriche neofasciste e dell’estrema destra non siano troppo diverse da un paese all’altro – si pensi al caso italiano con la Lega e l’attuale Futuro Nazionale di Vannacci -, presentiamo alcuni capitoli tratti dal libro di Gabriel Andreescu, Extremismul de dreapta in Romania (trad.: Estremismo di destra in Romania), edito dal Centrul de Resurse Pentru Diversitate Etnocultural, Cluj, 2003. Nonostante sia un lavoro vecchio di 23 anni e non di stampo anarchico ma democratico, Andreescu fa una panoramica della società rumena a cavallo tra la transizione dal regime comunista e l’entrata nell’Unione Europea e nella NATO, soffermandosi su come certi gruppi, movimenti e partiti politici di estrema destra della Romania abbiano avuto un ruolo importante nel Paese.

L’espansione della retorica di estrema destra in Europa e più in generale nel cosiddetto Mondo Occidentale, nasconde un regime capitalista in crisi effettiva o potenziale dove i soggetti economici-culturali applicano e invocano ristrutturazioni aziendali (iper-sfruttamento e licenziamenti) ed esclusioni di quella parte della popolazione non rientrante nei canoni imposti dalle morali eterosessuali-religiose.

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Capitolo III

– Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM
– Il Partidul România Mare
– Il tentato colpo di Stato del 1999

Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM

La più consistente, efficace e minacciosa forma di estremismo in Romania è l’ultra-nazionalismo. L’organizzazione che ha dato inizio a questa forma di estremismo è la Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) fondata a Târgu Mureș il 1 febbraio 1990.10 L’iniziativa è partita, però, dalle nuove autorità di Bucarest 11, i cui leader erano alla ricerca di una nuova legittimità – in quanto la loro precedente carriera nel Partito Comunista Rumeno rappresentava un ostacolo e non un punto a loro favore dopo la rivoluzione del Dicembre 1989. L’ideologia fondante dell’UVR fu l’anti-magiarismo; i suoi fondatori organizzarono provocazioni anti-ungheresi a partire dalla fine del Gennaio 1990 – alcune in segreto12, altre utilizzando come mezzo di comunicazione il quotidiano locale Cuvântul liber (trad.: Parola libera), tribuna della futura organizzazione, o le televisioni locali. Il clima anti-ungherese, alimentato anche dai media della capitale, raggiunse il culmine a metà Marzo 1990. Il 19 Marzo, una manifestazione dell’UVR si trasformò in un attacco alla sede locale della Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania), dove una personalità della comunità ungherese venne brutalmente picchiata.13 Gli episodi violenti si intensificarono così tanto che, il 21 Marzo 1990, la città di Târgu Mureș divenne teatro di sanguinosi scontri tra rumeni14 e ungheresi. Cinque persone erano state uccise e diverse centinaia erano rimaste ferite.15 A causa di questa situazione di instabilità, alla fine del Marzo 1990 venne istituito il Serviciul Român de Informații (SRI) (trad.: Servizio Rumeno di Informazione), basato sulla Securitate16 e in violazione delle procedure legali del momento.17

L’associazione anti-ungherese UVR, organizzatrice di questi disordini, aveva goduto di un sostegno sempre più consistente, sia a livello locale che nazionale, diventando da lì a poco un attore politico di rilievo.18 Prima delle elezioni del 20 Maggio 1990, l’UVR aveva fondato il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni).

Il PUNR era diventato, per alcuni anni, il principale partito ultra-nazionalista della Romania. Alle elezioni comunali del 1992, il suo leader, Gheorghe Funar, era stato eletto sindaco della più grande città della Transilvania, Cluj-Napoca.19 Alle elezioni parlamentari dello stesso anno, il PUNR ottenne il 7,72% dei seggi alla Camera dei Deputati e l’8,12% al Senato, diventando il principale partner del Frontul Democrat al Salvării Naționale (FDSN) (trad.: Fronte Democratico di Salvezza Nazionale) nella coalizione nazionalista che governò la Romania tra il 1992 e il 1996. Nel governo definito dall’opposizione dell’epoca “il quadrilatero rosso,” il PUNR ottenne due ministeri e occupò numerose cariche di livello inferiore.

Un’idea del linguaggio e dell’atteggiamento del PUNR è data dalla seguente citazione che sintetizza l’ultra-nazionalismo anti-ungherese di questa formazione politica: «Come è noto, questo spirito nomade, questo carattere barbaro, di cui gode il popolo ungherese e la minoranza [presente] in Romania, non è mai scomparso in 1000 anni. Probabilmente saremo noi, i rumeni, a doverli curare da questa vergogna e a farli diventare un popolo europeo pacifico, civilizzato, che non brami più territori stranieri. Che Dio li preservi dal tendere ancora la zampa verso i territori rumeni.»20

Alle elezioni del 1996, il PUNR ottenne solo il 4,36% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 4,22% al Senato, subendo una considerevole perdita di popolarità. L’ingresso dell’UDMR nella coalizione di governo diede un colpo decisivo al PUNR. Il leader di questo partito di estrema destra, Gheorghe Funar, lasciò il partito per diventare segretario generale del Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito Grande Romania). Nel 2000, il PUNR non entrò più in Parlamento. I suoi sostenitori passarono al PRM che, oltre a sviluppare un linguaggio giustizialista, attaccava la corruzione, la povertà, gli ungheresi, gli zingari e gli ebrei. Oggi (2003, ndt) il PUNR è come l’UVR: una formazione marginale, senza grandi speranze di rivitalizzarsi.

Il Partidul România Mare (trad.: Partito Grande Romania)

La maggior parte delle organizzazioni estremiste si era sviluppata grazie agli organi di stampa messi a loro disposizione, integrandosi così nella società rumena. L’UVR aveva trovato spazio in quasi tutti i quotidiani della Transilvania che, da ex filiali locali del giornale del Partidul Comunist Român (PCR) (trad.: Partito Comunista Rumeno) Scânteia (trad.: Scintilla), si erano trasformate in pubblicazioni indipendenti. Al contrario, alcuni organi di stampa avevano gettato le basi per i partiti di estrema destra. È il caso della rivista România Mare (trad.: Grande Romania), apparsa nel 1990 e precedente al Partito România Mare (trad.: Partito Grande Romania).21

Il linguaggio di România Mare ebbe un rapido successo. Il suo tipico discorso di incitamento all’odio era contro gli ungheresi, gli zingari, gli ebrei e qualsiasi categoria politica o culturale democratica.22 All’inizio, lo sciovinismo anti-ungherese prevalse in quanto garantiva il massimo capitale politico: «Temo fortemente che, di questo passo, se continueremo a essere provocati all’infinito faremo un’altra cavalcata di salute fino a quella meravigliosa città [dove si balla] la ciarda e le donne sono disponibili. E lì resteremo per un po’, fino all’anno 2000, in modo da garantire la pace in quella zona. Non vogliamo che si arrivi a questo punto. A nessuno piacciono le campagne militari. Ma tra gli ungheresi a Bucarest o i rumeni a Budapest, potete immaginare quale variante sceglieremo e quale sia la musica che ci piace…»23

Il Partito România Mare era indissolubilmente legato al suo leader, Corneliu Vadim Tudor.

Il suo linguaggio superava qualsiasi limite di un normale politico: «Ma parlando dei discendenti di quei barbari, non crediamo di offendere la nazione ungherese; al contrario, diffondiamo testi autentici e storici che attestano come in origine [gli ungheresi] fossero dei primitivi, cosa che i rumeni non sono mai stati.»24

Alle elezioni del 1992, il PRM ottenne il 3,89% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 3,85% al Senato – il numero minimo per entrare in Parlamento. Nel 1996, il Partito era salito al 4,46% alla Camera e al 4,54% al Senato, diventando così il primo raggruppamento politico estremista del Paese. Posizionato all’opposizione, il PRM si era dimostrato molto attivo, partecipando, all’inizio del 1999, a un tentativo di colpo di Stato. In quel momento furono avviate azioni per mettere il PRM fuori legge; ma queste vennero archiviate. La debolezza delle autorità aveva gravemente compromesso, nel tempo, la vita politica del Paese.

Durante la campagna presidenziale del Novembre 2000, Corneliu Vadim Tudor aveva adattato il suo discorso alle nuove realtà. Per quanto riguardava la sua coerenza sciovinista, si era concentrato maggiormente sugli zingari (anche se, secondo me, sarebbe meglio dire romaní) in quanto all’epoca gli ungheresi rappresentavano un bersaglio meno interessante. Ha parlato in diretta televisiva della «tipologia della mafia zingara (…). Attaccano in gruppo, controllano i mercati e non violentano i propri figli e genitori perchè sono impegnati a violentare i nostri…»25

In precedenza, nel 1998, Tudor aveva pubblicato un manifesto dove affermava: «gli zingari che non vogliono andare a lavorare (…) saranno mandati nei campi di lavoro.»26 All’ampia protesta delle ONG e dei gruppi romaní, Tudor rispose: «non siamo interessati a ciò che vogliono gli zingari. Tutti [gli zingari] dovrebbero essere mandati in prigione. Non c’è altra soluzione.»27

Attribuendo al suo discorso un forte tono giustizialista, Corneliu Vadim Tudor aveva ottenuto un successo che superò ogni aspettativa precedente.28 Aveva ottenuto il 30% dei voti totali al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2000. Il suo partito aveva ottenuto il 21,01% dei seggi al Senato e il 19,48% dei seggi alla Camera dei Deputati. È importante notare come il presidente Ion Iliescu,vincitore delle elezioni, non avesse fatto alcun tentativo di denunciare le manifestazioni razziste del suo avversario. Anzi, nell’Aprile 2001 aveva affermato che la Romania «avesse sviluppato un sistema immunitario contro l’odio interetnico, l’intolleranza, la xenofobia, l’estremismo, l’antisemitismo e il razzismo.»29 Inoltre, il presidente aveva utilizzato il termine «colorat»30 verso un romaní, lamentandosi successivamente che l’interesse internazionale per questi ultimi derivasse da una «campagna» occidentale anti-romena.31

Il tentato colpo di Stato del 1999

Come formazione estremista, il PRM aveva dimostrato la sua massima pericolosità durante le fasi del fallito colpo di Stato del 1999.

Gli eventi, che col tempo si sarebbero trasformati in un tentativo di golpe, avvennero nella terza settimana di Gennaio del 1999 e iniziarono con una protesta dei minatori della Valle del Jiu.32 Corneliu Vadim Tudor si rivolse a loro dicendo: «Miei cari compagni, il Paese è con voi. (…) Vi porterò negli uffici lussuosi di Bucarest, mentre le canaglie che hanno rovinato il Paese le manderò in miniera.»33

Su invito e sotto la guida del leader sindacale – e al tempo stesso vicepresidente del PRM –, Miron Cosma, i minatori annunciarono una marcia su Bucarest per imporre le loro richieste salariali. Nel Giugno 1990, un’azione di questo tipo – sempre sotto la guida di Miron Cosma –, terrorizzò Bucarest per alcuni giorni, e nel Settembre 1991 determinò la caduta del governo. Durante la marcia, una folla di circa 12mila minatori, guidata secondo tecniche militari ben collaudate, distrusse due blocchi della polizia e della gendarmeria e il primo ministro fu costretto a negoziare sotto la minaccia di un’invasione di Bucarest.

Dopo una prima interruzione della marcia su Bucarest, Cosma riprese il cammino. Venne però arrestato e i circa 2mila minatori rimasti sotto la sua guida furono respinti dalle forze dell’ordine. Per rendere possibile questa repressione, il presidente della Romania dichiarò lo stato di emergenza.34

Secondo un Rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite35, gli eventi [accaduti in Romania] rientravano nella categoria della ribellione, della sovversione, della turbativa della quiete e della minaccia alla Costituzione, all’autorità, all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, nonché un pericolo per la vita economica del Paese.36 Il pericolo che questi rappresentavano era al tempo stesso «eccezionale ed imminente.»37

I minatori, guidati sul campo da Miron Cosma, erano in contatto con la dirigenza del PRM. I capi del Partito di estrema destra avevano costantemente incitato e preparato, attraverso delle dichiarazioni – sia dagli scranni del Parlamento che tramite i mass media –, l’eventuale sostituzione forzata delle autorità elette nelle libere elezioni dell’autunno del 1996. Il PRM aveva chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate, entrando in sintonia con lo sciopero dei minatori. A seguito di questi eventi, diverse personalità pubbliche avevano chiesto la messa al bando del PRM, basandosi su cinque accuse: mancato rispetto dei principi della democrazia costituzionale, incitamento alla violenza pubblica, mancato rispetto dell’ordine dello Stato di diritto, istigazione all’odio nazionale, razziale e religioso, militanza contro il pluralismo politico.38 Anche il ministro della Giustizia intervenne; ma nonostante le prove evidenti e le violazioni del PRM riguardanti i principi costituzionali e le disposizioni di legge sui partiti, il caso fu archiviato.

 

Continua nella Seconda Parte

Note

1In un ambito psicologico, l’auto-vittimizzazione è una strategia utilizzata da una persona che assume il ruolo di vittima e agisce nel seguente modo: cerca attenzioni, non accetta le proprie responsabilità, accusa gli altri delle sue disgrazie e si lagna continuamente. Nell’ambito politico, l’auto-vittimizzazione è un elemento fondante di tutti quei gruppi e partiti politici che, attraverso le loro retoriche, inneggiano tramite rimpianti determinati periodi storici e figure eroiche e rivoluzionarie.

2Christopher Lizotte, Where Are the People? Refocusing Political Geography on Populism, Political Geography, 71, Maggio 2019, pp. 139-141

3Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, trad. it. a cura di Giorgio Galli (aggiornata), Erre Emme Edizioni, Roma, 1994, p. 144

4Per avere un quadro sintetico e completo su cosa fosse questa protesta, rimandiamo all’articolo di Mihaela Iliescu, Mineriada din iunie 1990 – o scurtă incursiune istorică (trad.: Mineriade del Giugno 1990 – una breve incursione storica), Astra Salvensis, 13 (1), 77–82. Link

5Si veda più avanti il Capitolo III, paragrafi Il Partidul România Mare e Il tentato colpo di Stato del 1999

6Vedere Ban Cornel, Ruling ideas. How global neoliberalism goes local, Oxford University Press, New York, 2016; Dan Popa, România – locul 17 în lume la emigrare. Aproape 6 milioane de români au ales să lucreze și să se stabilească în străinătate. La 6 români care emigrează aducem un imigrant (analiză) (trad.: Romania – 17° posto nel mondo per emigrazione. Quasi 6 milioni di rumeni hanno scelto di lavorare e stabilirsi all’estero. Per ogni 6 rumeni che emigrano, ne arriva uno dall’estero (analisi)), hotnews.ro, 27 Febbraio 2024. Link

7Fondata come Frăția Ortodoxă Română (FOR) (trad.: Fratellanza Ortodossa Rumena) dal filologo rumeno Sextil Pușcariu nel Febbraio 1933 e patrocinata dal vescovo Nicolae Ivan della diocesi di Vad, Feleac e Cluj, l’organizzazione si prefiggeva come obiettivi la propaganda cristiana volta a implementare uno stile di vita e un comportamento pubblico appropriato nelle relazioni interpersonali e gli aiuti sociali e religiosi a tutti i livelli e in tutte le classi e rami della vita sociale. Nella Romania degli anni ‘30, attraversata da conflitti tra il potere governativo e la Guardia di Ferro, la FOR, e più nello specifico Pușcariu, non nascondeva l’ammirazione per quest’ultimi e un’insofferenza sempre più marcata contro lo Stato democratico e il bolscevismo. Fonti utilizzate: Frăția Ortodoxă Română, Foaia Diecezana, a. XLVIII, n. 6, 5 Febbraio 1933; Frăția Ortodoxă Română, Sfarmă-Piatră, A. II, n. 49, 29 Ottobre 1936, p. 2; Horia Sima, Era Libertatii. Statul National Legionar Vol. 1, Editura Mişcării Legionare, Madrid, 1982.

8A tal merito si vedano i post sulla pagina facebook di Fratia Ortodoxa sull’aborto e la pillola anticoncezionale (link 1 ; link 2), sui migranti (link 1 ; link 2) e sulla comunità LGBTQIA+ (link 1 ; link 2)

9Daniel Guerin, Ibid.

10La prima presentazione pubblica della Uniunea Vatra Românească ebbe luogo il 25 Gennaio 1990 a Reghin.

11La sera del 25 Gennaio 1990, il presidente Ion Iliescu parlò delle «tendenze separatiste ungheresi,» espressione che in seguito divenne un leitmotiv dell’ultra-nazionalismo. Del resto, Ion Iliescu figurava nell’elenco dei membri fondatori della Uniunea Vatra Românească. Vedi Elõd Kincses, Martie negru la Târgu Mureș, Ed. Juventus, Târgu Mureș, 2001; Gabriel Andreeescu, Ruleta. Români și maghiari, 1990–2000, Ego, 2001.

12Il 25 Gennaio 1990, dall’ufficio postale di Târgu Mureș venne diffuso un telegramma-appello dal contenuto falso e provocatorio: «Fratelli rumeni, colleghi delle Poste e delle Telecomunicazioni. (…) Nelle nostre unità e in altre a Târgu Mureș si procede, in modo sistematico e abusivo, alla sostituzione dei quadri dirigenti a tutti i livelli con ungheresi. Dalle scuole sono stati cacciati, brutalizzati e sputati addosso i rumeni e i docenti rumeni.» (Elõd Kincses, Op.cit., p.44).

13La vittima era Sütõ András, uno dei più importanti scrittori ungheresi, membro della dirigenza locale dell’UDMR (Tom Gallagher, Democrație și naționalism în România, 1989-1998, Bucarest, Edit. All Educational, 1999). Nota del blog. Stando alla biografia tracciata dalla treccani, András, «lavorò al giornale ungherese Új Élet (trad.: Nuova vita”) e dal 1971 si trasferì in Transilvania, dove prese parte attiva alla vita politica locale contrassegnata talvolta da aspri conflitti (rivoluzione del 1989, scontri etnici del 1990).» András si trovava dentro la sede dell’UDMR quando i manifestanti nazionalisti rumeni la assaltarono. A seguito della violenza subita, András perse l’occhio sinistro e riportò ferite alla testa, alle costole e alla mano sinistra.

14Alcuni erano stati portati in autobus dai villaggi alla città, armati di bastoni e preparati per questo scontro.

15Tra i morti e i feriti c’erano sia rumeni che ungheresi.

16L’ex polizia politica di Ceaușescu.

17Per la costituzione legale sarebbe stato necessario il voto del Consiliul Provizoriu de Uniune Națională (CPUN) (trad.: Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale). Il CPUN non era stato informato al riguardo.

18Un membro dell’UVR venne inserito nella delegazione rumena dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) (Tom Gallagher, Op. cit., p. 132).

19È da notare che nella competizione per il secondo turno delle elezioni, Gheorghe Funar ricevette l’aiuto del Frontul Salvării Naționale (FSN) (trad.: Fronte di Salvezza Nazionale) (Ibidem, p. 154).

20Gheorghe Funar in Informația Zilei, Satu Mare, 27 Ottobre 1994. La citazione che abbiamo riportato risale alla fase centrale dell’attività del partito; i temi e l’aggressività del linguaggio, in ogni caso, sono rimasti costanti nel tempo.

21Un altro caso è quello della rivista estremista Mișcarea (trad.: Movimento), che ha preceduto il partito Mișcarea pentru România (trad.: Movimento per la Romania).

22Si veda il parere espresso dal Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania (2001), che identifica per la prima volta il PRM come partito di estrema destra: «Nel mese di Maggio [2001] l’ambasciatore di Israele ha espresso preoccupazione per un libro pubblicato da un membro del partito di estrema destra Partidul România Mare (PRM) che contiene due barzellette sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.»

23Corneliu Vadim Tudor, Atenție la Ungaria (4) (trad.: Attenzione all’Ungheria), in România Mare, I, 1990, n. 17, (28 Settembre).

24Corneliu Vadim Tudor, senatore, presidente del PRM, discorso pronunciato il 7 Febbraio 1995, in occasione dell’incontro di lavoro tra PDSR, PUNR, PRM e PSM, in România Mare, n. 241, anno VI, 17 Febbraio 1995.

25Doresc să fiu Preoedinte (trad.: Voglio diventare presidente), PRO TV, Bucarest, 14 Novembre 2000 (programma televisivo).

26La dichiarazione era stata pubblicata integralmente su România Mare del 21 Agosto 1998, Ziua del 17 Agosto 1998 e Libertatea del 18 Agosto 1998.

27George Toader, Romii nul iartă pe C.V. Tudor, dar nici el nu se lasă intimidat (trad.: I Rom non perdonano C.V. Tudor, ma nemmeno lui si lascia intimidire), in Cronica Română, 22 Agosto 1998.

28Anche in relazione ai sondaggi di opinione.

29Ion Iliescu all’apertura di un forum sulle relazioni interregionali nei Balcani, Bucarest, 20 Aprile 2001. Cfr. România Liberă, 23 Aprile 2001.

30Scurt pe doi (trad.: A corto di due), TVR, Bucarest, 9 Aprile 2001 (programma televisivo).

31RFE/RL Newsline, 20 Aprile 2001.

32Gabriel Andreescu, Tema stării de urgență din perspectiva tentativei de lovitură destat (trad.: La questione dello stato di emergenza dal punto di vista del tentativo di colpo di Stato), in Sfera politicii, n. 67, 1999.

33Corneliu Vadim Tudor, Manifest pentru minerii din Valea Jiului (trad.: Manifesto per i minatori della Valle del Jiu), in România Mare, n. 444 del 15 Gennaio 1999.

34In conformità con le attribuzioni costituzionali, art. 93, comma 1. Si era reso necessario adottare un’ordinanza d’urgenza – nella notte tra il 21 e il 22 Gennaio 1999 –, in quanto allo scoppio delle ostilità in Romania, non esisteva una norma che regolasse lo stato di emergenza o di assedio.

35Queste legittimavano l’istituzione di misure adottate dalle autorità di Bucarest (tra cui l’istituzione dello stato di emergenza). Cfr. UN Commission on Human Rights, Study of the Rights of Everyone to be Free from Arbitrary Arrest,Detention and Exile, E/CN. 4/826, 1962, p. 257

36N. Questiaux, Study of the Implications for Human Rights of Recent Developments concerning Situations Known as State of Siege or Emergency, E/CN, 4/ Sub, 2/1982/15.

37Nel senso del caso greco: Report on the EHCR, YBECHR 12, 1969. Nota del blog. L’autore si riferisce nello specifico alla Dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e alle accuse della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di violazione dei diritti umani e torture contro le persone detenute. Link

38Dan Pavel, docente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bucarest, aveva avviato un procedimento per dichiarare fuorilegge il PRM.

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte ©, .

IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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