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Roberto Vannacci affianca Matteo Salvini: Futuro Nazionale al 5,3% come la Lega. Il sondaggio Swg

15 Giugno 2026 ore 20:03

Non solo la cavalcata di Roberto Vannacci non si arresta,ma per Matteo Salvini, adesso, la situazione si complica pesantemente. Il movimento del generale (lanciato in politica proprio dal Carroccio, con tanto di elezione al Parlamento europeo) affianca la Lega. Futuro Nazionale, infatti, guadagna mezzo punto in una settimana e raggiunge il 5,3%. Ed è la stessa identica percentuale del partito di Salvini, che in 7 giorni invece perde lo 0,3%. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio di Swg per il Tg La7.

L’aggancio di Vannacci: i nuovi clamorosi risultati del sondaggio di SWG per il TgLa7 ???? https://t.co/72NFV5pGO0 pic.twitter.com/ldjKzqhGZu

— Tg La7 (@TgLa7) June 15, 2026

A pochi giorni dall’assemblea di Futuro nazionale, tra polemiche e accuse, Vannacci pertanto festeggia l’obiettivo raggiunto, anche se – al momento – solo nelle stime dei sondaggi. Ma nel centrodestra a perdere consensi non è solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni segna un meno 0,4% rispetto alla scorsa settimana fermandosi al 27,9%. Unico partito a non perdere nella coalizione di governo è Forza Italia, stimata 7,2% (+0,2%).

Sul fronte delle opposizioni il Partito democratico si conferma seconda forza politica italiana al 22,1% (+0,1%), seguito dal Movimento 5 stelle al 13,3% (+0,2). Stabili Alleanza VerdiSinistra al 6,5% e Italia Viva al 2,4%. Chiudono il quadro Azione al 3,5% (-0,1%), +Europa all’1,6% (+0,1%), Noi Moderati all’1,1% (-0,1%), Ora! all’1% come sette giorni fa. Altri partiti sono indicati al 2,8% (-0,2%) mentre il 27% non si esprime (-1%).

Sommando le stime, pertanto, il campo progressista (Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa) si attesterebbe 45,9%. Il centrodestra, invece, si fermerebbe al 41,5%. Discorso diverso con Vannacci in coalizione: in questo caso la destra arriverebbe al 46,8%. Futuro nazionale, pertanto, si conferma potenziale ago della bilancia delle prossime Politiche.

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Prima donna a Palazzo Chigi: basta variare il genere per cambiare volto al potere?

15 Giugno 2026 ore 18:40

di Nicolantonio Agostini

Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.

Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.

I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.

Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.

Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.

È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.

La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.

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Puntata speciale: Accordo USA-Iran – con Gianmarco Landi

15 Giugno 2026 ore 18:23



Trump chiude un accordo con l’Iran e rimprovera pubblicamente Netanyahu. Litigio tattico o divergenze autentiche? Ne parliamo in questa puntata speciale con Gianmarco Landi, da sempre fautore della tesi che sostiene come Trump non abbia in realtà nessuna simpatia per il presidente di Israele

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Pistoia: Paolo Tosi (Pd) eletto presidente del Consiglio comunale

15 Giugno 2026 ore 18:11
Pistoia: Paolo Tosi (Pd) eletto presidente del Consiglio comunale

Alla vicepresidenza del consiglio comunale di Pistoia è stata eletta Samuela Breschi del centrodestra. A favore sia il centrosinistra che il centrodestra

Paolo Tosi (Pd) è il nuovo presidente dell’assemblea del Consiglio Comunale di Pistoia. L’esponente dem è stato eletto nel corso della seduta di insediamento alla terza votazione, incassando anche i voti della minoranza di centrodestra, dopo che nei primi due scrutini non era stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi.

Stesso copione per la carica di vicepresidente, andata a Samuela Breschi, esponente del centrodestra. Anche per lei l’elezione è arrivata alla terza votazione grazie ai voti convergenti della maggioranza di centrosinistra.

“Per me è un grance onore e un grande onere – ha dichiarato Tosi subito dopo l’avvenuta elezione -, perché c’è molto da lavorare. Finalmente siamo partiti con questa consiliatura: il sindaco, Giovanni Capecchi è pienamente nelle sue funzioni, il Consiglio potrà iniziare a supportarlo, nel rispetto di ruoli, l’opposizione farà svolgerà democraticamente il proprio ruolo e la maggioranza consentirà al sindaco di governare, nel rispetto del mandato che ha avuto dai cittadini di Pistoia “.

Paura dell’ebola in Congo: prova generale per la prossima pandemia?

15 Giugno 2026 ore 17:56
Siamo ormai al 17° focolaio di Ebola in Congo. Secondo David Pilling, editore di FT Africa (Financial Times), questa epidemia "arriva in un momento di tagli ai bilanci sanitari e mette in luce una preoccupante mancanza di preparazione per la 'Malattia X'".Un avvertimento lanciato in un nuovo articolo dai toni super allarmisti.Avete capito bene? Continuano ...continua a leggere "Paura dell’ebola in Congo: prova generale per la prossima pandemia?"

L’Iran esce vittorioso con l’accordo raggiunto

15 Giugno 2026 ore 17:54
Mentre l'accordo tra gli Stati Uniti e l'Iran è stato confermato da funzionari di entrambe le parti, è stata presentata una bozza di risoluzione di 14 punti. Il memorandum include: ➡️ Un cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, incluso il Libano (dubito che i nazisti di Sion manterranno l'accordo). ➡️ L'impegno ...continua a leggere "L’Iran esce vittorioso con l’accordo raggiunto"

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un chiaro progetto di ricostituzione del partito fascista?

15 Giugno 2026 ore 17:29

di Massimo Santantonio

Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.

Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?

Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.

Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.

Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?

Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?

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La destra dopo la destra: l’operazione Vannacci e la nuova fascistizzazione

15 Giugno 2026 ore 15:18

La destra dopo la destra è ormai processo costituente e avanguardia quotidiana di un rinnovato processo di fascistizzazione. Sdoganate dapprima le parole (remigrazione, feccia, camerati, me ne frego, il femminicidio non può costituire una fattispecie aggravata di omicidio, per dirne solo alcuni di queste parole e pensieri ascoltati durante l’assemblea costituente del partito del generale Vannacci) ora si tratta di provare la connessione sentimentale con il pezzo di società pronto a coagularsi intorno a questo militare duro e puro dalle idee chiarissime: via gli immigrati a qualunque costo, anche deportandoli, ordine e pulizia sessuale nella società, allestimento di un ministero per validare l’assimilazione degli stranieri alla civiltà italiana.

Negli ultimi vent’anni lo spostamento a destra degli equilibri politici segue i grandi fenomeni migratori e si connette ai grandi eventi della politica internazionale. Per prima si sposta a destra la Francia, qualche anno dopo la Germania, in mezzo i Paesi baltici e quelli scandinavi. Ora tocca all’Italia verificare il successo della destra un po’ barbarica, nuda e cruda.

Fu Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo, a sdoganare il Movimento sociale di Gianfranco Fini che il Cavaliere propose come candidato a sindaco di Roma. La destra costuituzionale da allora entra a pieno titolo nell’alleanza seppur con una funzione più ancillare, di appendice. Forza Italia deve tenere a bada la Lega di Bossi che è un movimento già corposo, raccoglie milioni di voti al nord e compete direttamente con B. La fiamma finiana è solo la terza gamba dell’alleanza. Il declino berlusconiano, più di vent’anni ininterrotti di leadership, producono nel centrodestra la prima ricollocazione strategica. Non è più il centro liberale, l’anima laica e quell’odore tardo democristiano a indicare la strada, organizzare la sfida con il centrosinistra. Fini ha perso la guerra con il Cavaliere, il suo partito – Alleanza nazionale – è allo sbando. Giorgia Meloni si mette in proprio mentre la stella leghista splende grazie alla disinvoltura con la quale Matteo Salvini cambia le fattezze del suo movimento, avvicinandolo a un profilo più nettamente xenofogo e nazionale.

La fine del grillismo e il fallimento del governo tecnocratico di Draghi riportano il centrodestra al governo ma con un nuovo assetto interno. È la destra che guida e comanda, è Giorgia Meloni la premier, leader indiscussa della coalizione.

Salvini per far fronte al successo meloniano sterza ancora di più a destra e ingaggia il generale Vannacci per tenere salva dalle onde la propria barca. I fatti di queste settimane spiegano la manovra disperata e perdente di Salvini ma provano la forza, la vitalità e la proiezione verso una destra ancora più a destra di Vannacci.

Futuro nazionale è l’operazione Vannacci, cioè una selezione politica che prova a sintonizzarsi sempre più a destra, nell’infinito mare di una nuova fascistizzazione.

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Patentino antifascista, Pagliarulo (Anpi) replica a Nordio e Meloni: “Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione”

15 Giugno 2026 ore 15:16

“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.

Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.

Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.

Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.

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Vannacci sceglie “Futura” di Dalla come “inno” del partito. I parenti dell’artista: “Lontano dal pensiero di Lucio, uso spiacevole”

15 Giugno 2026 ore 14:51

L’ha fatta risuonare all’Auditorium Conciliazione prima del discorso sul programma. “Il grande Lucio Dalla” ha detto, anticipando una canzone che “guarda al futuro, proprio come noi”. Futura, appunto. E l’ha fatta risuonare alla fine del suo intervento di oltre un’ora. Dovrebbe essere il brano delle “avanguardie futuriste”, cioè dei comitati costituenti che nelle intenzioni di chi tiene i fili del partito dovrebbero occuparsi anche di “attività culturali e sportive”. La verità è che, da ciò che sembra, Roberto Vannacci ha scelto il brano di Dalla come colonna sonora di Futuro nazionale.

“Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio”. A dirlo a Repubblica Bologna è la cugina dell’artista, Dea Melotti, vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla.

Nel merito è intervenuto anche Daniele Caracchi, anch’egli di Fondazione Lucio Dalla e di PRessing Line, la storica casa discografica del cantautore bolognese: “Siamo rimasti spiazzati e meravigliati” ha detto. “Per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia; credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza”.

In Italia, in passato, Vasco Rossi disse esplicitamente di non usare la sua C’è chi dice no nella campagna sul referendum costituzionale del 2016. Una diffida arrivò a Matteo Salvini dagli eredi di Rino Gaetano. Alla Lega arrivarono le proteste anche de La rappresentante di lista per il brano Ciao ciao.

In foto Lucio Dalla e Francesco De Gregori al concerto del Primo maggio del 2011

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Presidente Meloni, l’Italia è fieramente antifascista: lo accetti o si dimetta

15 Giugno 2026 ore 13:02

di Roberto Celante

La fiera “Più libri più liberi” chiederà agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo per partecipare all’edizione 2026. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Così ha commentato Giorgia Meloni sui social, concludendo: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.

In realtà, è il fascismo ad essere incompatibile la democrazia, proprio perché non ammetteva alcun dissenso: aveva dichiarato decaduti i deputati appartenenti agli altri partiti, che aveva sciolto, così come i sindacati; aveva chiuso alcune testate giornalistiche ed imposto la censura preventiva a quelle superstiti; aveva istituito un Tribunale Speciale per condannare gli antifascisti al confino e al carcere; aveva assassinato gli avversari più irriducibili, in Italia e all’estero. Aveva dichiarato guerra al mondo intero, mandando a morire centinaia di migliaia di giovani e aveva portato il conflitto sul suolo nazionale, distruggendo un intero Paese. Questo fu il fascismo, ed è per questo che la XII^ Disposizione transitoria e finale della Costituzione ne vieta la riorganizzazione.

Sarebbe già questa una spiegazione sufficiente. La Premier, tuttavia, ha citato la libertà di pensiero, riconosciuta dall’art. 21 Cost., pur dovendo sapere che esso non tutela qualunque manifestazione del pensiero, a prescindere dal contenuto.

La legge, infatti, punisce le fattispecie di vilipendio (artt. 278 e 290 c.p.), così spiegate nientemeno che dalla Cassazione: “Quando la manifestazione di pensiero sia diretta a negare ogni rispetto o fiducia all’istituzione, inducendo i destinatari al disprezzo o alla disobbedienza, non può parlarsi di mera critica bensì di condotta vilipendiosa” (Cass. Pen. Sez. I, sentenza n. 7386/1978).

L’art. 302 c.p. punisce l’istigazione a commettere alcuno dei delitti contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo o con la reclusione. Contrariamente rispetto alle istigazioni per crimini comuni, all’art. 302 c.p. la tutela penale è anticipata al livello del pericolo astratto che si verifichi quanto atteso dalla condotta istigatrice, per la gravità delle possibili conseguenze.

Vilipendio ed istigazione sono, quindi, forme di manifestazione del pensiero che si pongono al di fuori della tutela costituzionale, per l’intrinseca astratta pericolosità che le connota. Per la stessa ratio, identico trattamento è riservato alla condotta di apologia di fascismo, reato introdotto dalla c.d. “Legge Scelba” (L. 645/1952), che all’art. 4 punisce l’apologia del fascismo, ovvero la condotta di chi fa propaganda per la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e di “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Eppure, l’art. 21 Cost. è lungo, ma non c’è un solo comma che stigmatizzi espressamente il vilipendio verso gli organi costituzionali, l’istigazione a commettere reati contro l’assetto democratico della Repubblica e l’apologia del fascismo. Il limite si ricava dal sistema democratico e libertario edificato dalla Costituzione, che sarebbe a rischio, se fosse riconosciuta la libertà di manifestare un pensiero non solo incompatibile con la democrazia e le libertà garantite dalla Costituzione, ma anche suscettibile di diffondersi e scatenare condotte pericolose, volte a destabilizzare, svilire o rovesciare l’assetto democratico della Repubblica.

L’ideologia fascista, quindi, non può avere cittadinanza in un ordinamento democratico, né ha tutela costituzionale, perché essa rappresenta un pericolo per la sopravvivenza della democrazia e di tutti i diritti costituzionali. Ecco perché la Repubblica italiana è fieramente antifascista: se ciò disturba la Premier, che ha giurato sulla Costituzione, non le resta che rassegnare rapidamente le proprie dimissioni.

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Le infinite torsioni maggioritarie dei partiti, e l’autolesionismo di Forza Italia

15 Giugno 2026 ore 12:19

Scrive Christian Rocca su Linkiesta che «la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti».

Ma la collusione di tutti i partiti maggiori nell’imprimere sempre nuove torsioni maggioritarie e para-presidenzialiste al sistema, tra gli applausi del solito giro di commentatori, studiosi e cabarettisti di complemento, è esattamente ciò che ha reso questo sistema indistruttibile per trent’anni. Questa volta poi, considerati gli equilibri parlamentari, l’unico partito che potrebbe davvero rompere l’incantesimo è Forza Italia, che avrebbe solo da guadagnarci, ma per qualche strana ragione preferisce restare ostaggio di una coalizione in cui sarà sempre più marginale, e in prospettiva non avrà un ruolo molto diverso da quello di Matteo Renzi nel centrosinistra attuale. Chi li capisce è bravo.

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L’ultima di Nordio: “Patentino antifascista? Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini”. Poi il tentativo di spiegazione

15 Giugno 2026 ore 12:20

Patentino antifascista? Sulla polemica che ha infiammato la scena politica del fine settimana, arriva il commento del ministro Carlo Nordio. “Forse gli organizzatori non sanno” ha detto il Guardasigilli riferendosi a chi rende possibile la Fiera “Più libri più liberi”, “che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“.

Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, voluto dall’allora ministro Alfredo Rocco. Testo ancora in vigore ma che è stato ampiamente modificato, sia dalla Corte Costituzionale sia dal Legislatore, nelle parti più illiberali e autoritarie. Per esempio abrogando la pena di morte, il delitto d’onore, l’adulterio da parte della donna. Oppure dichiarando incostituzionale la norma che puniva penalmente lo sciopero (diventato un diritto nella nostra Carta). Ieri Giorgia Meloni aveva parlato di “censura” in relazione alla richiesta rivolta alle case editrici, da parte degli organizzatori della kermesse in programma a dicembre, di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

Negli anni scorsi era richiesta alle case editrici una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori, Innocenzo Cipolletta, ha confermato: “Agli editori chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

A pochi minuti dalla sua prima uscita, il ministro Nordio ha cercato di correggere il tiro così: “È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Angelo Bonelli di Avs ha commentato che “le dichiarazioni di Nordio sono vergognose“. E ricorda al Guardasigilli che “è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica Italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci“.

Per il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali “nella corsa di FdI a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Oggi Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché, udite udite, il codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini. Questa affermazione è sconcertante e ridicola per almeno tre ragioni. La prima: che c’entra il Codice Rocco con la vicenda Più libri più liberi? Niente. La seconda ragione è che le parole di Nordio comportano un osceno elogio revisionistico di Mussolini”. E infine: “La terza è che il ministro della Giustizia sostiene il falso: pur non essendo mai stato formalmente sostituito da un altro testo globale, il Codice Rocco del 1930 è stato progressivamente svuotato dei suoi elementi autoritari, illiberali e antidemocratici. È rimasto come guscio. È sparita la sua sostanza ideologica. Il ministro ancora una volta sembra aver perso una gigantesca occasione per tacere”.

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Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

Meloni difende la libertà d’espressione del fascismo

15 Giugno 2026 ore 07:00

Personalmente, penso che la fiera “Più libri più liberi” abbia fatto male ieri ad aprire le porte a un editore che pubblicava libri inneggianti al nazismo e ai nazisti (come scrissi qui a suo tempo) e faccia male oggi a infilare una ridicola dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione nel modulo di partecipazione. Ma il punto non è quello che penso io, bensì quello che pensa, e ha sentito l’urgenza di dichiarare, Giorgia Meloni. Ieri infatti la nostra presidente del Consiglio si è affrettata a twittare tutta la sua indignazione contro il «patentino antifascista» e la «censura», ricorrendo al più classico pezzo del repertorio trumpiano: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». Da dove si capisce chiaramente tutto quello che c’è da capire sulle sue convinzioni in materia di fascismo e antifascismo.

Contrariamente a quello che scrivono in tanti, Meloni non sta affatto «inseguendo» il generale Roberto Vannacci, che ieri ha tenuto a battesimo il suo partito, Futuro nazionale, dicendo una gran quantità di cose orrende su cui ovviamente spera di essere duramente criticato, per potere gridare anche lui alla censura della sinistra e alla dittatura del pensiero unico. Semmai è Vannacci a inseguire Meloni, che in verità non si è mai mossa da dove è sempre stata. E cioè al fianco di Donald Trump e del suo movimento Maga (Make America Great Again), di cui ha condiviso sin dall’inizio principi, idee e obiettivi. Come dimostra anche questa ridicola polemica sulla libertà di espressione. Ma naturalmente qualcuno potrebbe obiettarmi, rovesciando lo stesso ragionamento appena fatto su Vannacci, che semmai qui sono Trump e la destra americana a essere venuti sulle storiche posizioni dell’estrema destra italiana, che al nazionalismo e all’autarchia, al culto del capo e agli spettacoli gladiatori in suo onore, obiettivamente, c’era arrivata già cento anni prima. In effetti, è proprio così. E semmai anche Meloni, come Trump, dovesse ottenere un secondo mandato, temo ne avremmo ulteriore conferma.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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La nuova costituzione nordcoreana e i rapporti con il Sud

15 Giugno 2026 ore 07:00

La Corea del Nord, a maggio di quest’anno, ha modificato la propria Costituzione, ristrutturandone numerosi articoli e preamboli. L’intento, secondo quanto riportato dai siti d’informazione della Corea del Sud, sarebbe quello di definire, a livello legislativo e simbolico, i numerosi cambiamenti avvenuti nel contesto nazionale e internazionale, concernenti, in tal senso, l’abbandono della riunificazione tra le due Coree e la centralizzazione del potere da parte di Kim Jong-un negli organi dello Stato e sulle forze nucleari. Inoltre, le recenti variazioni apportate al testo fondamentale indicano la volontà del regime di dipingersi come un’entità statuale normale, eliminando le profonde influenze ideologiche e agiografiche presenti in molti passaggi; a ciò si aggiunge una precisa (ma non esaustiva) enunciazione dei confini nazionali.

I cambiamenti apportati

Andando più in profondità, sono stati circa quindici gli elementi soggetti a cambiamento, modifica o cancellazione. Dal punto di vista simbolico, rilevante è stato il depennamento dei contributi e del ruolo che ebbero Kim Il-sung e Kim Jong-il nella costruzione dello Stato e dei suoi principi politico-ideologici nella prima parte del preambolo. Un’azione concepita, verosimilmente, per consolidare la figura di Kim Jong-un, ora dotato di un culto della personalità e di una produzione concettuale propri, e abolire al contempo le forti profusioni agiografiche presenti nel testo costituzionale. Un’attività simile è stata condotta anche nella seconda parte dell’introduzione, ove sono scomparsi i riferimenti alla “metà settentrionale” della penisola coreana, alla “completa vittoria del socialismo” e ai “tre principi di riunificazione della patria”.

Guardando invece al tema della nomenclatura e del territorio, all’articolo 1 è stata inserita una nuova clausola che specifica il nome dello Stato, ovvero Repubblica Popolare Democratica di Corea, mentre il precedente contenuto è stato integrato nel preambolo del nuovo testo costituzionale. A ciò segue l’articolo 2, riguardante la nuova clausola sui confini nazionali, così ora stabiliti: “a nord con la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa e a sud con la Repubblica di Corea, nonché il mare territoriale e lo spazio aereo stabiliti sulla base di esso”. La mancanza di chiarimenti sullo spazio aereo e marittimo ha dato adito ad alcune ipotesi, tra cui l’intenzione, da parte di Pyongyang, d’impiegare la Northern Limit Line (NLL), confine marittimo de facto tra le due Coree imposto dall’armistizio di Panmunjom e mai riconosciuto dal regime nordcoreano, come possibile futura zona di confronto e ostilità verso Seul.

Per ciò che concerne invece gli organi dello Stato, l’articolo 89 prevede ora il controllo esclusivo delle forze nucleari da parte della Presidente della Commissione per gli Affari di Stato e la possibilità di delegarne l’uso a un organo di comando statale. La stessa Presidenza avrebbe poi nuovi poteri, tra cui la sospensione, la nomina o la rimozione di figure o quadri apicali dello Stato (compresi il Primo Ministro e il Presidente del Parlamento), nonché l’esercizio del diritto di veto e la destituzione dei deputati. Infine, la nuova Costituzione include la priorità della modernizzazione e della scientifizzazione dell’industria della difesa nazionale e la cancellazione di espressioni facenti riferimento alla “gratuità” delle cure mediche, alla libertà “dallo sfruttamento e dall’oppressione”, nonché all’abolizione della tassazione e al non riconoscimento della disoccupazione.

Il nuovo corso degli eventi

La costituzione appena redatta determina, in virtù delle sue modifiche, un netto cambiamento nel modo in cui Pyongyang vede sé stessa e il mondo che la circonda.

Per quanto riguarda la leadership, Kim Jong-un ha nei fatti cementificato la propria figura all’interno del regime e del partito, transitando il paese verso una condizione nella quale, più che il riferimento alle precedenti generazioni, si vuole identificare nell’attuale leader l’odierno stato di sviluppo e ammodernamento del paese, tanto dal punto di vista economico quanto da quello militare e diplomatico. La cancellazione dei riferimenti al padre e al nonno nel testo costituzionale, pertanto, risponde non solo all’esigenza della Corea del Nord di identificare il nuovo corso che il paese ha intrapreso sotto la guida dell’attuale Kim, ma anche a quella della sua normalizzazione. Non più, quindi, una costituzione “socialista e kimilsungista-kimjongilista”, bensì una costituzione essenzialmente nazionale, riflettente il mutamento della percezione che il regime ha e vuole dare di sé: un paese forte e dialogante con le principali potenze, siano esse Stati Uniti, Cina o Russia.

In riferimento, invece, alla questione territoriale, i temi d’interesse sono principalmente due: la riunificazione e i rapporti con la Corea del Sud. Alla luce dell’articolo 2 e di parte del preambolo, senza tuttavia dimenticare le numerose dichiarazioni precedenti, la Corea del Nord ha completamente epurato dal proprio impianto costituzionale ogni riferimento a politiche di “riunificazione della patria”, in virtù di un necessario allineamento con il quadro di riferimento e la prassi attuali, con Pyongyang in netta opposizione a Seul rispetto a nuove proposte di interlocuzione. Ciò nonostante l’ampia disponibilità al dialogo dell’amministrazione Lee rispetto al precedente governo Yoon. L’abbandono della riunificazione risponderebbe tanto a una logica di realpolitik, considerando le difficoltà economiche, politiche e sociali legate all’integrazione di due sistemi estremamente differenti tra loro, con non poche incognite, quanto allo stato attuale della Corea del Nord, caratterizzato dall’applicazione di riforme economiche che, nonostante alcune problematiche, stanno avendo successo, dall’alleanza con la Russia e dalla conseguente crescita economica derivante dall’interscambio con Mosca, senza dimenticare i numerosi fondi illeciti ottenuti attraverso attività cybercriminali. In tale contesto, il riferimento alla “grande unità nazionale”, rappresentativo di uno stato delle cose ormai mutato all’interno e attorno alla penisola coreana, è forse apparso anacronistico.

In relazione al tema nucleare, fattore certamente di rilievo nel dialogo intercoreano, la recente riforma costituzionale, più che alla clausola di “controllo esclusivo” da parte della Commissione per gli Affari di Stato, riguarda la possibilità di delegare l’utilizzo delle armi nucleari ad altri organi di comando statali. L’articolo 89 faceva precedentemente riferimento a un’eventuale possibilità di delega dell’utilizzo delle forze nucleari all’omonimo comando, nell’eventualità che la presidenza della Commissione per gli Affari di Stato fosse colpita per prima dagli eventi bellici in quanto supremo  organo esecutivo dello Stato. La modifica andrebbe così non solo a potenziare le capacità di difesa in caso di conflitto, soprattutto in presenza di attacchi immediati miranti alla decapitazione della leadership, ma anche a rafforzare la resilienza delle stesse forze nucleari. Anche in caso di loro abbattimento, come descritto, il compito relativo all’utilizzo delle armi di distruzione di massa passerebbe infatti ad altri enti facenti parte dell’esercito.

Quali risposte da Seul?

Per rispondere a tali nuove sfide, anche Seul pare aver modificato, seppur solo in parte, il suo approccio verso il Nord. L’attuale governo ha predisposto, per tramite del Ministero dell’Unificazione, un insieme di politiche miranti all’implementazione di principi, strategie e iniziative volte alla “coesistenza pacifica” tra Corea del Sud e Corea del Nord, declinando la riunificazione in favore di un rapporto di coabitazione statuale. Tale framework vedrebbe la ripresa e l’istituzionalizzazione dei rapporti intercoreani, la creazione di una base economica condivisa tra Pyongyang e Seul e la denuclearizzazione della penisola. Obbiettivi, questi, che devono però seguire alcuni principi cardine, tra cui: il rispetto per il sistema nordcoreano, evitare l’unificazione tramite assorbimento del Nord da parte del Sud, la non attuazione di atti ostili verso la Corea del Nord.

Intenti che, a loro volta, andrebbero espletati verso iniziative chiave come il risolvimento delle questioni umanitarie causate dalla partizione, una maggiore informazione e partecipazione pubblica sul tema e una più ampia operazione in tema di collaborazione, scambio e mutui benefici derivati da questi ultimi. In concreto, ciò ha significato per la Corea del Sud ridurre le proprie attività di propaganda verso il Nord tramite lo spegnimento degli altoparlanti lungo il 38° parallelo e il tentativo di vietare ai cittadini sudcoreani d’inviare palloni aerostatici oltreconfine contenenti manifesti contro il regime kimista (proposta respinta dalla corte costituzionale); l’utilizzo di un linguaggio più moderato nei confronti del Nord; la volontà di continuare a spingere per il ripristino di progetti di cooperazione, quali il Tumen River Project, il Gaesong Industrial Complex o l’istituzione di cosiddette Peace Economic Special Zone nelle aree interne alla zona demilitarizzata.

Proposte che, però, continuano a trovare il no di Pyongyang. Kim Yo-jong, sorella di Kim Jong-un e Direttrice del dipartimento degli affari generali di partito, sebbene abbia più volte elogiato l’atteggiamento “franco e di larghe vedute” della presidenza Lee, ha confermato come il regime nordcoreano sia intento nella prosecuzione della dottrina dei “due Stati ostili”, osservando inoltre come alla diminuzione delle tensioni non corrisponda un cambio di passo verso la riconciliazione.

Una situazione che, per la Corea del Sud, si fa sempre più complessa. I cambiamenti apportati alla costituzione, oltre a confermare il cambio di paradigma nei rapporti intercoreani, vanno a inscrivere nella legge fondamentale nordcoreana una situazione descritta come di “coesistenza ostile”, diametralmente opposta alla posizione sudcoreana, andando a codificare uno stato di compresenza conflittuale a lungo termine tra due Stati sovrani, se non anche permanente. Allo stesso tempo, l’assenza di formulazione esplicitamente ostili (nella costituzione Seul non è mai effettivamente citata come “Stato ostile”) non escluderebbe l’apertura di un dialogo tra le controparti, sebbene Pyongyang abbia più volte fatto uso della carta diplomatica per ottenere profitto da momentanee fasi di distensione. In tale contesto, inoltre, il supporto economico garantito da Mosca e la più recente visita di Xi Jinping nella capitale nordcoreana, con l’obiettivo di aumentare l’interscambio e il sostegno economico, scientifico e di difesa tra i due paesi, hanno permesso alla Corea del Nord di registrare una crescita economica considerevole per gli standard del paese, trasformando al contempo Kim Jong-un in un attore geopoliticamente rilevante nella regione dell’Asia nordorientale. Scenario che per la Casa Blu significa vedere ridotto il proprio spazio di manovra nel dialogo con il Nord, con il rischio di far decidere ad altre potenze il futuro assetto di una penisola sempre più divisa.

Il passo indietro che può far vincere il centrosinistra

15 Giugno 2026 ore 04:45

Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno con Spazio pubblico, Elisabetta Gualmini in Azione, Marianna Madia con Italia Viva, Lia Quartapelle e Simona Malpezzi rimaste nel Partito democratico – si siedono allo stesso tavolo sotto un titolo che è quasi un programma: “C’è ancora domani”. Mario Lavia, che su Linkiesta quell’incontro ha contribuito a sollecitare, ne coglie la vitalità ma anche il rischio: sul merito dicono quasi le stesse cose, eppure restano divise da una frattura tattica che lui chiama «non ricomponibile», tra chi vuole stare nel campo largo e chi equidistante dai due poli. E avverte: è l’ultimo tram.

C’è un prezzo, in questa divisione, che si paga ancora prima delle urne. Quando l’elettore vede più forze che dicono le stesse cose ma si presentano separate, non ne deduce ricchezza di offerta: ne deduce che non fanno sul serio. Capisce che a tenerle divise non sono le idee (quelle coincidono) ma qualcosa che con le idee non c’entra, e allora smette di ascoltare il merito: vota utile, ripiega sul male minore, o non vota affatto. La frammentazione non disperde soltanto i voti per via aritmetica; brucia la credibilità prima ancora del conteggio.

Ha ragione su tutto, tranne forse su quella parola. Perché la divisione, oggi, non è di principio: è di orgoglio. E l’aritmetica la punisce senza appello. Con lo Stabilicum in arrivo e il premio di coalizione, chi corre da solo viene schiacciato, e i due poli viaggiano appaiati poco sotto il quarantacinque per cento, separati da meno di un punto. Il centrosinistra senza l’area riformista perde: la differenza tra vincere e perdere, per quel campo, è esattamente la quota riformista. Lo ha detto Matteo Renzi a Trento («senza di noi perdono, è una questione di aritmetica») e ha ragione. Ma una quarta gamba da sola non basta: servono tutte e quattro le strade, e serve che diventino una gamba sola. Lo abbiamo già imparato a nostre spese: nel 2024, alle europee, Stati Uniti d’Europa e Azione corsero separate, entrambe sotto la soglia del quattro, entrambe fuori dal Parlamento europeo. Insieme sarebbero entrate. Lo aveva spiegato bene Benedetto Della Vedova: che senso ha dividersi, se poi gli eletti finiscono comunque nello stesso gruppo? Nessuno. Lo si sapeva, e ci si divise lo stesso.

Ecco perché il 25 giugno può essere più di un convegno: può essere il giorno di un gesto. Resta, certo, il nodo delle ruggini personali, che nessun ragionamento aritmetico scioglie da solo. Ma c’è una misura a cui riportarle, e la richiamo da tempo. Nelson Mandela, dopo ventisette anni di carcere, si sedette al tavolo con de Klerk, l’uomo che incarnava il regime che lo aveva privato della libertà, e ne fece il suo vicepresidente, perché il bene del Sudafrica veniva prima del suo legittimo rancore. «Per fare la pace con un nemico bisogna lavorare con quel nemico, e quel nemico diventerà il tuo socio», diceva. Se quella riconciliazione fu possibile lì, tra chi aveva sofferto l’apartheid e chi lo aveva amministrato, è difficile accettare che dei riformisti che condividono lo stesso programma non sappiano sedersi allo stesso tavolo per antipatie reciproche.

Il gesto, dunque, è questo, ed è dirompente: non l’ennesima foto di gruppo, non un altro documento d’intenti, e nemmeno l’ennesimo contenitore perché ne nascono già troppi, l’ultimo tre giorni fa con il partito dei sindaci di Onorato, altra sigla nello stesso spazio già affollato. Il gesto è l’impegno pubblico e congiunto dei leader riformisti a fare, tutti nello stesso istante, lo stesso passo indietro. Nessuno il leader per diritto di sondaggio; tutti pronti ad affidarsi a una figura di garanzia: un federatore che non sia in competizione con nessuno, che non ambisca a Palazzo Chigi, il cui unico compito sia tenere insieme il patto e arbitrare le tensioni. Non un leader da incoronare, ma un garante da riconoscere: è la differenza che fece la fortuna dell’Ulivo, e la sua assenza la rovina di tutto ciò che venne dopo.

Qualcosa, di recente, si è mosso: più di un leader ha lasciato intendere di essere pronto a contare meno, a stare in panchina, pur di non consegnare il Paese a un’altra stagione di destra. È il punto di partenza giusto. Ma un passo indietro annunciato da uno solo è un gesto magnanimo che non vincola nessuno; diventa politica soltanto quando è reciproco, simultaneo, verificabile. C’è chi obietterà che un nuovo Romano Prodi non si trova per decreto, e ha ragione: ma il punto non è clonare un uomo, è recuperarne la funzione, quella di chi sta sopra le parti proprio perché non gioca la loro stessa partita. Servirà individuare chi sappia incarnare questa postura, e non è detto sia il più votato o il più noto: è chi gli altri sono disposti a riconoscere senza sentirsi sconfitti. Quel riconoscimento – io rinuncio a essere il capo, tu rinunci, ci affidiamo a chi può tenerci insieme – costa a ciascuno una porzione di orgoglio e rende a tutti la possibilità di vincere.

Vale per tutti, a cominciare dai liberali del centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin, gli Europeisti riuniti al Parenti il 15, che di questa cultura sono tra le voci più competenti e che proprio per questo sarebbero indispensabili. La loro coerenza europeista è fuori discussione; ma una coerenza che, frazionata, non elegge nessuno, e unita potrebbe spostare il Paese, chiede di essere messa in comune. Il modello, del resto, esiste già e funziona: è Renew Europe, il gruppo che a Strasburgo riunisce liberali di provenienze diverse facendoli votare uniti, senza che nessuno sciolga il proprio simbolo. Chiamiamolo il Patto di Strasburgo: non un nuovo partito, ma un patto di disciplina comune tra forze che restano distinte, vincolate solo sui contenuti non negoziabili, l’ancoraggio europeo e atlantico, un welfare che accompagni le transizioni invece di risarcirle con i bonus, una politica industriale ed energetica seria. E non è teoria lontana: proprio in queste settimane Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le protagoniste sia dell’incontro del 15 sia di quello del 25 a Milano, è entrata nel gruppo Renew, a riprova che la strada è già praticabile e qualcuno ha cominciato a percorrerla.

E la posta non è una sigla, ma il Paese. Nella prossima legislatura si eleggerà il successore di Sergio Mattarella: la più alta carica dello Stato non può diventare il bottino di una maggioranza sbilanciata sul proprio fianco più estremo. E c’è una corsa contro il tempo che il 2024 non conosceva: la rivoluzione tecnologica ridisegna interi mestieri a una velocità che non concede secondi tempi, e chi non costruirà per tempo gli strumenti di protezione e riqualificazione lascerà sole centinaia di migliaia di persone. Una divisione riformista, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i nodi sono un blocco unico, non si protegge il lavoro senza politica industriale, non c’è industria senza energia e competenze, niente di tutto questo si fa fuori dall’Europa, e lo stesso vale per chi dovrebbe portarli in Parlamento. Tutto si tiene, o niente regge.

Le quattro strade ci sono, il modello pure, e ha persino un nome. Manca un gesto solo: che ciascuno faccia, nello stesso istante, un passo indietro, e riconosca chi può tenere insieme gli altri. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, c’è ancora domani per compierlo, ma il tram, questa volta, non ne lascia passare un altro.

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Il fascismo è incompatibile con l’ordine democratico, e l’antifascismo è il cuore della Costituzione

15 Giugno 2026 ore 04:45

Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.

È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.

L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.

L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.

Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.

Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.

Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.

Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.

Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.

I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.

Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.

L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.

Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.

Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.

Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.

Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.

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Qualcosa si muove contro il Dio bipopulista che ha fallito

15 Giugno 2026 ore 04:45

Soltanto due anni fa sembrava impossibile immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano. Non è che oggi sia a portata di mano, ma le cose della politica si stanno muovendo in modo naturale nella direzione di uno sfaldamento dei poli di destra e sinistra, come è giusto che sia vista la loro comprovata inadeguatezza e incapacità di governare o di offrire un’alternanza seria e coerente.  

Proprio a causa di questo incipiente movimento di sbriciolamento dei poli a trazione populista ed estremista, la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti. 

Eppure a destra si è affacciato un ex Generale di stanza a Mosca con tutto l’armamentario programmatico autarchico dei tempi andati e con la Russia di Putin come modello civile, mentre aumentano i malumori dell’area sedicente liberale del centrodestra che fa capo alla famiglia Berlusconi e Moratti. 

Dall’altra parte potrebbe nascere il partito di Alessandro Di Battista che, quanto ad amicizia con la Russia e a distanza dall’Ucraina e dall’Europa, è in effetti indistinguibile dall’area Vannacci, così come le posizioni di Matteo Salvini sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte, del quale infatti il leghista è stato il vice nella famigerata stagione gialloverde a Palazzo Chigi. 

Poi, a sinistra, ci sono le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd di Schlein e il malessere a questo punto a tratti complice dei riformisti, i quali assistono sbalorditi e inerti alla negazione dei principi fondanti del partito nato nel 2007 da Walter Veltroni, ma che poi per pavidità preferiscono girarsi dall’altra parte anziché combattere una battaglia ideale a viso aperto. 

Contemporaneamente sono nate iniziative indipendenti dai due poli e quindi coerentemente europeiste, pro Ucraina, e contro il bipopulismo che più o meno si affiancano al posizionamento indipendente ormai consolidato di Azione di Carlo Calenda, ai primi vagiti del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin e ai tentativi di trovare una sintesi tra tutte le anime dell’area liberal socialista tentati dal Circolo Matteotti che raccoglie dirigenti del Pd, di Italia Viva, di Azione, radicali e socialisti. 

L’uscita dal Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e la più coraggiosa ed esposta tra gli esponenti riformisti del Partito Democratico, ha rianimato tutta quell’area politica che non si rassegna a ingabbiarsi in uno dei due poli, ma che finora, e con l’eccezione del Terzo Polo del 2022 e del precedente governo Draghi, non è mai riuscita a trovare un’offerta politica convincente. 

Lo Spazio Pubblico di Picierno, già con quel suo esplicito richiamo alla Place Publique con cui Raphael Glucksmann vorrebbe rappresentare l’alternativa liberale e socialista alla destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle presidenziali francesi, potrebbe essere la miccia politica necessaria a far scattare la tanto agognata aggregazione liberaldemocratica andata in fumo alle elezioni europee scorse, e magari cominciare a mettere insieme intanto Picierno, Calenda, i radicali di Europa radicale, e poi a poco a poco gli altri.

In questo schema, Matteo Renzi purtroppo non c’è, perché dopo il fallimento dell’opzione centrista alle Europee ha deciso legittimamente, e per certi versi anche saggiamente, di schierarsi col centrosinistra e contro il governo di destra, ma dopo due anni il suo apporto alla coalizione si è limitato a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista imposto da Conte e Schlein, a cominciare dall’Ucraina fino al riarmo europeo, senza invece svolgere quel ruolo di contrappasso liberale alla deriva populista del centrosinistra che avrebbe giustificato il suo rientro da (finto) gregario del Pd di Schlein. Renzi ha scelto la strada del fedele alleato di Schlein, poi vedremo quanto leale, peraltro senza farsi pienamente accettare né dai grillini, che non perdono mai l’occasione di ribadire di non volerlo dentro la coalizione, né dal Pd che, con Schlein, Bettini e altri, manovra altre potenziali formazioni centriste cattoliche, civiche, radicali e socialiste allo scopo di ridimensionare il peso di Italia Viva dentro la coalizione. 

Renzi è politicamente il più furbo di tutti, e difficilmente si fa fregare, quindi non è detto che al momento del voto del prossimo anno si ritroverà nello stesso posto in cui si trova adesso. Questa non è una previsione, soltanto una constatazione delle operazioni in corso per limitare, con la benedizione di Schlein, il ruolo di Renzi, e delle iniziative politiche fuori dai poli che attraggono pericolosamente gli elettori e anche la classe dirigente di Italia Viva. 

Questa sera, a Milano, si incontrano gli europeisti, un’iniziativa politica nata da tre ex radicali, calendiani e renziani come Daniele Nahum, Piercamillo Falasca e Sergio Scalpelli, che ospiterà al benemerito Teatro Franco Parenti Pina Picierno, Carlo Calenda, Luigi Marattin, i radicali e Mario Monti, oltre a varie personalità del mondo della cultura e della scienza politica liberal-democratica. 

Tra dieci giorni, invece, sempre al Parenti, il Circolo Matteotti e Linkiesta metteranno sullo stesso palco le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd, Pina Picierno (per fondare Spazio Pubblico), Marianna Madia (per andare da indipendente in Italia Viva), ed Elisabetta Gualmini (per entrare in Azione), assieme alla deputata Lia Quartapelle e alla senatrice Simona Malpezzi che restano ancora nel Pd nonostante il malessere nel vedere il partito pluralista e a vocazione maggioritaria che hanno contribuito a fondare trasformarsi in un’assemblea di istituto che aspira a rinverdire i fasti di Sel di Nichi Vendola. 

Cinque donne e quattro strade possibili contro il populismo e l’estremismo, sullo stesso palco, proprio mentre in Francia la Place Publique di Raphael Glucksmann comincia la sua corsa per far sapere ai socialisti e i liberali che un’alternativa al populismo autoritario è percorribile. 

Forse è ancora tutto confuso e insufficiente, e probabilmente anche velleitario, ma da qualche parte bisogna pure cominciare, e se si pensa che il destino bipopulista delle due coalizioni politiche e del Paese sia segnato è certamente doveroso sostenere chiunque stia provando a cambiare le cose.

Nel 1949, lo scrittore Ignazio Silone, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista italiano di allora, scrisse un piccolo capolavoro politico e letterario, mai veramente apprezzato in Italia, intitolato “Uscita di sicurezza” per raccontare il tormentato ma deciso percorso personale che lo aveva portato a riconoscere la fallacia del sogno comunista. 

Il testo fu pubblicato in Gran Bretagna nel volume “Il Dio che ha fallito” che raccoglieva saggi e testimonianze di altri intellettuali svegliatisi dall’incubo del socialismo reale  come André Gide, Arthur Koestler, Louis Fischer, Stephen Spender, e Richard Wright. 

L’uscita di sicurezza intellettuale e politica oggi è la porta da oltrepassare per provare a costruire un’alternativa seria e credibile contro quell’altro Dio, quello bipopulista, che con ogni evidenza ha fallito miseramente.

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Irán y Trump confirman el Acuerdo de Paz: «Ya está finalizado. Se anunciará el fin inmediato y definitivo de la guerra y las operaciones militares»

15 Giugno 2026 ore 05:00

El texto del memorando de entendimiento entre Irán y EE.UU. «ya está finalizado» y la firma oficial tendrá lugar el viernes en Suiza, confirmó el viceministro de Asuntos Jurídicos e Internacionales de la Cancillería de la República Islámica, Kazem Gharibabadi.

El alto cargo detalló que, según lo acordado, «a partir de esta noche se anunciará el fin inmediato y definitivo de la guerra y las operaciones militares en varios frentes, incluido el Líbano», informa Tasnim.

Asimismo, subrayó que el memorando de entendimiento no fue solo producto de la diplomacia, sino que también se debe a los logros militares de la República Islámica. «Se debe a la sangre pura de los mártires que derramamos al enfrentar a los enemigos del régimen. Se debe a la firmeza del pueblo y a su presencia diaria en las plazas y calles en apoyo del régimen y las Fuerzas Armadas, y en la lucha contra los enemigos», manifestó.

Al mismo tiempo, enfatizó que el documento «no implica confiar en el enemigo» y fue redactado «con desconfianza», por lo que Teherán supervisará el cumplimiento de los compromisos de EE.UU.

El viceministro también reveló que Irán ha incluido todas sus posiciones importantes en el borrador del acuerdo y, tras la firma oficial, se publicará el texto.

«La autoridad militar y las amenazas recibidas contribuyeron a la finalización del texto y al avance de algunos de los puntos clave para su conclusión», dijo, añadiendo que la delegación iraní no aprobó el memorando hasta que incluyeron sus últimos puntos y demandas en el texto. Sin embargo, advirtió que las fuerzas de la República Islámica «siempre estarán listas para actuar y hacer frente a las conspiraciones del enemigo».

Por su parte, el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este domingo que el acuerdo con Irán se ha completado y que ahora el estrecho de Ormuz está abierto nuevamente.

«El acuerdo con la República Islámica de Irán ya es un hecho. ¡Felicidades a todos!», escribió el mandatario en Truth Social, a la vez que autorizó «plenamente la apertura sin restricciones del estrecho de Ormuz» y el «levantamiento inmediato del bloqueo naval de Estados Unidos».

Trump finalizó haciendo un llamado a la comunidad internacional: «Barcos del mundo, pongan en marcha sus motores. ¡Que fluya el petróleo!».

«Se ha alcanzado el Acuerdo de Paz entre los EE.UU. e Irán»: se firmaría en Suiza el 19 de junio

14 Giugno 2026 ore 23:44

El primer ministro de Pakistán, Shehbaz Sharif, declaró la madrugada de este lunes que, tras intensas negociaciones, Irán e EE.UU. han alcanzado un acuerdo de paz, declarando «el cese inmediato y definitivo de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano».

«Tras intensas conversaciones, nos complace anunciar que se ha alcanzado el Acuerdo de Paz entre los Estados Unidos de América y la República Islámica de Irán. Ambas partes han declarado la terminación inmediata y permanente de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano», expresó Sharif.

«La ceremonia oficial de firma tendrá lugar el viernes 19 de junio en Suiza. Agradecemos a los Estados Unidos de América y a la República Islámica de Irán su compromiso con la búsqueda de una solución diplomática al conflicto», agregó.

El primer ministro pakistaní añadió: «Asimismo, expresamos nuestro sincero agradecimiento a nuestros hermanos en esta labor de mediación, al gran liderazgo del Estado de Qatar, por su apoyo para alcanzar este acuerdo. Agradezco especialmente al liderazgo visionario del Reino de Arabia Saudita y de la República de Turquía sus inmensas contribuciones en este sentido. Con el acuerdo ya firmado, los mediadores facilitarán una serie de reuniones esta semana. Estas conversaciones previas a la implementación sentarán las bases para las conversaciones técnicas y la ceremonia oficial de firma».

 

Following intensive talks, we are pleased to announce that the Peace Deal between the United States of America and Islamic Republic of Iran has been REACHED. Both sides have declared the immediate and permanent termination of military operations on all fronts, including in…

— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) June 14, 2026

The Dome

14 Giugno 2026 ore 23:41
Non sapevo quale libro portarmi al mare e la mia scelta è caduta su un "libercolo" di oltre mille pagine, scritto da quel geniale psicopatico di Stephen King.Lo so, starete già pensando: "Ma come si fa a leggere un libro di oltre mille pagine sotto l'ombrellone?". Me lo sono domandato anch'io.Eppure, visto che l'ho preso, ...continua a leggere "The Dome"

Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?

14 Giugno 2026 ore 23:40
L'annuncio statunitense di un'improvvisa interruzione dei combattimenti poche ore dopo un'altra serie di minacce di "fuoco e furia" da parte di Trump potrebbe essere stata una sorpresa per alcuni analisti, ma non per gli economisti del petrolio.Nonostante si vanti di "indipendenza energetica" e ripetute dichiarazioni che la guerra all'Iran vale il dolore economico, l'economia energetica ...continua a leggere "Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?"
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