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Labpolk, il laboratorio per la conoscenza si incontra a Roma

15 Ottobre 2026 ore 18:21

Il mondo della ricerca scientifica italiana vuole contare di più nelle scelte politiche. Per questo domani alle 15 il Laboratorio per le Politiche della Conoscenza (Labpolk) si è dato appuntamento […]

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SVEZIA AUTORIZZA L’ABBATTIMENTO DI 72 LUPI: INDIGNAZIONE E POLEMICHE

15 Ottobre 2026 ore 18:10

La Svezia ha annunciato che autorizzera’ l’abbattimento di 72 lupi nel 2027, su una popolazione stimata di 355 esemplari, suscitando la protesta degli ambientalisti. La decisione arriva dopo che lo scorso anno la giustizia aveva sospeso l’abbattimento di 48 animali. I lupi potranno essere uccisi in cinque contee vicine a Stoccolma tra il 2 gennaio e il 15 febbraio. “Poiche’ la popolazione di lupi scandinavi e’ ridotta e soffre di consanguineita’, la riduzione deve essere progressiva e accompagnata da misure volte a contrastarla”, hanno dichiarato i consigli amministrativi delle contee in un comunicato. La Societa’ svedese per la conservazione della natura ha definito la decisione “oltraggiosa”. “E’ scandaloso che un lupo su cinque in Svezia venga abbattuto quando la popolazione e’ gia’ gravemente minacciata”, ha dichiarato la presidente Beatrice Rindevall all’agenzia svedese Tt. “I nostri lupi soffrono gia’ di una forte consanguineita’ e questa caccia rischia di aggravare ulteriormente la situazione. E’ una scommessa insensata con una specie protetta e gravemente minacciata”.

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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

15 Ottobre 2026 ore 17:49

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

15 Ottobre 2026 ore 17:04

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

La disponibilità del Pd (anche sull’Ucraina) non è debolezza. Parla Alfieri

15 Ottobre 2026 ore 17:02

Cinque risoluzioni, un terreno comune ancora da consolidare e una faglia politica che continua a passare per Kyiv. Il confronto sulle comunicazioni di Giorgia Meloni mette alla prova la capacità delle opposizioni di trovare una sintesi sui grandi dossier internazionali, ma è soprattutto sull’Ucraina che si misura la tenuta dell’intesa. Perché se su Gaza, Iran e difesa europea le convergenze appaiono più agevoli, il sostegno militare a Kyiv resta il punto sul quale le diverse sensibilità del centrosinistra rischiano di diventare distanze politiche. La novità, però, c’è: anche il Movimento 5 Stelle ha scelto di non opporsi all’invio di armi, pur declinando la propria posizione con accenti differenti. È da qui che Alessandro Alfieri, senatore del Partito democratico, parte per rivendicare il lavoro di ricomposizione del fronte progressista. Senza nascondere le divergenze, ma con un avvertimento preciso: la disponibilità del Pd a costruire un’alleanza non deve essere scambiata per debolezza. Sullo sfondo, una partita che intreccia la sicurezza europea, il rapporto con Donald Trump e la costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni. Una sfida che, per Alfieri, deve cominciare dal programma, prima ancora che dalla scelta del leader.

Senatore Alfieri, le cinque risoluzioni presentate dalle opposizioni in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio, che denunciano diverse distanze sul versante dell’aiuto a Kyiv, restituiscono l’immagine di un fronte che ancora una posizione comune non l’ha trovata. Come se lo spiega?

Ci siamo mossi come accade normalmente quando si è all’opposizione e si affrontano questioni di questa portata. Come faceva il centrodestra nella precedente legislatura. Su Gaza, sull’Iran e sulla necessità di rafforzare la difesa europea esiste una condivisione di fondo. Naturalmente non dobbiamo pensare tutti esattamente allo stesso modo: le differenze sono legittime e possono anche consentirci di parlare a un elettorato più ampio. L’importante è che le diverse sensibilità non si traducano in posizioni nettamente contrapposte. Su questi temi abbiamo dimostrato di poter lavorare insieme.

Il nodo, però, resta l’Ucraina. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle non si è opposto all’invio di armi a Kyiv, pur formulando la propria posizione in termini differenti. È un passo avanti concreto?

È un elemento politicamente significativo. Non è necessario che ogni forza della coalizione utilizzi le stesse parole o abbia identiche sfumature. Il confronto serve proprio a trovare una sintesi che rispetti le diverse sensibilità, senza compromettere la coerenza della posizione comune. Se vogliamo costruire un’alternativa credibile, dobbiamo dimostrare di saper tenere insieme culture politiche differenti. La condizione è che ci sia una direzione condivisa e che nessuno assuma posizioni incompatibili con l’impianto comune.

La guerra, intanto, prosegue e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Che cosa si aspetta dal prossimo Consiglio europeo?

Mi aspetto un segnale forte, sia sul fronte delle sanzioni contro la Russia sia sul rinnovo del sostegno all’Ucraina. Dobbiamo far arrivare a Mosca un messaggio inequivocabile: siamo al fianco di Kyiv e non intendiamo arretrare, soprattutto mentre Putin continua a bombardare indiscriminatamente i civili. Non possiamo abbandonare gli ucraini proprio adesso. La credibilità dell’Europa si misura anche dalla capacità di mantenere gli impegni assunti e di non lasciare che la stanchezza o le divisioni interne finiscano per favorire chi ha aggredito un Paese sovrano.

Il sostegno militare, da solo, può bastare a costruire una prospettiva di pace? E, soprattutto, cosa vi aspettate come opposizione?

Serve anche un’iniziativa diplomatica più incisiva. Siamo convinti che occorra lavorare alla figura di un inviato unico e a un’iniziativa capace di aprire una nuova fase, sul modello di Helsinki. Abbiamo bisogno di costruire un’architettura di sicurezza europea adeguata al nuovo scenario internazionale. Non possiamo limitarci a gestire le emergenze: dobbiamo ragionare sulle condizioni che consentano di garantire stabilità e sicurezza nel lungo periodo. Sostenere l’Ucraina e lavorare a una soluzione diplomatica non sono obiettivi in contraddizione. L’Europa deve essere capace di perseguirli entrambi.

In questo quadro, Donald Trump sembra voler ridisegnare gli equilibri internazionali secondo una logica essenzialmente bilaterale. L’Europa rischia di restare spettatrice?

È un rischio che dobbiamo evitare investendo molto di più nella nostra autonomia strategica. Trump tende a leggere le relazioni internazionali attraverso la lente degli affari, dei rapporti bilaterali e dei rapporti di forza. È una visione che rischia di mettere in secondo piano il ruolo delle istituzioni multilaterali e la necessità di costruire equilibri condivisi. L’Unione europea deve essere in grado di difendere i propri interessi, senza dipendere esclusivamente dalle scelte di altri. Per farlo servono una politica estera più incisiva, capacità di difesa e una visione comune. La sicurezza europea non può essere delegata interamente a Washington.

Dalla politica estera alla politica interna. La direzione nazionale del Pd in programma questo weekend arriva in una fase decisiva per la costruzione dell’alternativa a Meloni. Quale risultato prevede?

Mi aspetto un passaggio importante, innanzitutto per dare un segnale di compattezza del Partito democratico. Siamo consapevoli di essere il baricentro dell’alternativa a questo governo e dobbiamo dimostrare di avere una proposta riconoscibile, fondata su priorità chiare. La direzione nazionale deve servire a definire le parole chiave del nostro progetto e a indicare un percorso comprensibile, tanto per le forze politiche con cui vogliamo costruire la coalizione quanto per i cittadini che guardano a noi.

Il nodo della leadership, però, resta sul tavolo. Prima il programma o prima il nome di chi guiderà il centrosinistra?

Per noi viene prima la cornice programmatica. Dobbiamo partire da un tavolo comune nel quale definire gli impegni fondamentali della coalizione. Sarà quel programma a vincolare chiunque verrà scelto per guidarci nella sfida elettorale, uomo o donna che sia. Il tema della leadership è importante, ma non può sostituire la discussione su ciò che vogliamo fare per il Paese. Prima bisogna chiarire dove vogliamo andare, poi individuare le modalità più efficaci per scegliere chi dovrà rappresentarci.

Il centrosinistra arriva da una sconfitta, nel 2022, segnata anche dalla divisione tra le forze che oggi provano a ricostruire un’intesa. Il Pd è disposto a fare un passo indietro per favorire l’unità, specie alla luce da un lato dell’ultima presa di posizione di Schlein e dello sgomitare di Conte?

Abbiamo messo in campo un supplemento di generosità per ricostruire la coalizione con cui ci siamo presentati divisi alle elezioni del 2022. Ma questa disponibilità non deve essere scambiata per debolezza. C’è anche l’orgoglio di una comunità politica che ha una storia, un’identità e un elettorato a cui deve rispondere. L’obiettivo è costruire un’alleanza competitiva, non annullare il Partito democratico. La generosità è utile se permette di arrivare a una sintesi; non può diventare la rinuncia a esprimere la nostra visione del Paese.

Il rischio è che il confronto tra le forze del centrosinistra si trasformi in una trattativa permanente, mentre il governo continua a occupare la scena come si è visto ieri durante l’applauditissimo intervento di Meloni. Come si evita questa impasse?

Dobbiamo fare uno scatto in avanti. Stiamo lavorando perché gli elettori ci percepiscano come una forza di governo, capace non soltanto di contestare le scelte della maggioranza, ma anche di offrire risposte concrete. Serve un percorso riconoscibile, con priorità definite e impegni verificabili. Credo ci sia una consapevolezza crescente della responsabilità che abbiamo davanti. Non possiamo permetterci di deludere chi ci chiede un’alternativa. La credibilità si costruisce dimostrando di sapere dove si vuole portare il Paese e di avere una squadra in grado di farlo.

In definitiva, qual è il messaggio che il Pd deve mandare agli elettori in questa fase?

Che siamo consapevoli della posta in gioco. La sfida non riguarda soltanto la costruzione di una coalizione o la scelta di una leadership, ma la possibilità di offrire all’Italia un’alternativa di governo solida e credibile. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme le differenze, senza nasconderle, e di trasformarle in una proposta comune. È questo il passaggio che ci viene richiesto: dimostrare che l’unità non è una formula tattica, ma la premessa per governare.

Dietro gli applausi a Meloni le convergenze geopolitiche che servono all’Italia

15 Ottobre 2026 ore 17:02

Convergenze parallele e, per certi versi, anche fisiologiche. Ieri in Senato si è assistito ad un fenomeno che, in quattro anni, non si era quasi mai visto. Ovvero gli applausi a Meloni di Calenda e mezzo Pd. Come se la geopolitica, prima che politica, avesse avuto il sopravvento su contrapposizioni, insulti, contestazioni. Come se il clima pre-elettorale fosse stato messo da parte sull’altare delle cose giuste da fare e da rivendicare a Bruxelles. Il paniere di temi in questione è noto e riguarda il futuro non solo dell’Italia, ma anche della stessa Europa.

Quando la presidente del Consiglio ha spiegato che alcune dinamiche non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente, ovvero il prezzo degli Ets che sale e che quindi fa salire anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica, ha posto un tema su cui nessuna parte sana può non essere d’accordo, perché riguarda la salvaguardia delle imprese.

Che non hanno colore politico, ma rispondono a logiche semplicissime: se regole sbagliate le strozzano, allora rischiano la chiusura, con conseguente perdita di posti di lavoro.

Quando Meloni ha chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi sul Regolamento europeo del metano ha posto un altro tema nevralgico: ovvero che se una norma, nel passaggio dalla teoria alla pratica, produce danni o mancati benefici, semplicemente va corretta.

Infine quando ha avvertito che non è più possibile per l’Europa importare cobalto, grafite, terre rare imprescindibili per transizione energetica, transizione digitale e difesa, non fa solo una diagnosi arci nota (su cui però dei “bravi” nessuno ha dato un’accelerata fino ad oggi) ma indica la cura, proponendo Porto Marghera come uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.

“Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”, ha detto la premier. In quel momento gli applausi di democratici e calendiani sono stati la spia che l’interesse nazionale è sentito dalle cosiddette forze responsabili presenti in Parlamento, dove l’epiteto responsabili non è il titolo di una squadra buono per un discorso carico di demagogia.

Ma la pragmatica conseguenza di scelte strutturali e lungimiranti che devono essere fatte per il bene futuro (e presente) della collettività. Che si fanno solo in un modo.

L’Europa forte che ha bisogno di Nazioni forti, parafrasando Meloni in chiusura, fa il paio con l’esigenza di un’Europa più solida e credibile all’interno di un metodo di amministrare il paese che difenda l’interesse italiano (come fanno anche tutti gli altri paesi membri).

Solo una parte delle opposizioni lo ha ben compreso.

Sabato 17 ottobre torna nei Coop.fi l’appuntamento con la raccolta alimentare

15 Ottobre 2026 ore 16:58

Sabato 17 ottobre 2026 si tiene la seconda raccolta alimentare dell’anno, un appuntamento promosso da Unicoop Firenze insieme alla Fondazione Il Cuore si scioglie e in collaborazione con Caritas Toscana e oltre 200 associazioni di volontariato locali.

L’iniziativa coinvolge 146 punti vendita Coop.fi nelle nove province dove opera la cooperativa, offrendo a soci e clienti la possibilità di dare un contributo concreto a supporto delle famiglie in condizioni di fragilità economica.

Il contesto: povertà strutturale e i dati della rete Caritas

La giornata di solidarietà si inserisce in un quadro socio-economico nazionale particolarmente complesso. Secondo l’ultimo Rapporto Annuale Istat, la povertà assoluta in Italia coinvolge ormai circa 5,4 milioni di individui (il 9,3% della popolazione). A confermare la gravità della situazione è il recente Report Statistico di Caritas Italiana, che registra il record storico di 282.539 persone assistite dalla sua rete in un anno (+1,7% rispetto alle rilevazioni precedenti), delineando una povertà sempre più cronica e strutturale.

I dati Caritas accendono i riflettori su due dinamiche allarmanti: oltre il 52% delle famiglie assistite convive con figli minori e il 24% è rappresentato dai cosiddetti “working poor”, ovvero persone che pur avendo un impiego non riescono a coprire i costi minimi della sussistenza causa salari troppo bassi o contratti precari.

In questo scenario, i dati recenti sulla “povertà alimentare”, come quelli diffusi da ActionAid su dati Eurostat e Istat fotografano una situazione allarmante: circa 6 milioni di italiani non riescono a garantirsi un’alimentazione adeguata Le famiglie si trovano costrette a rimodulare drasticamente la spesa quotidiana orientandosi verso prodotti essenziali, riducendo drasticamente l’acquisto di beni alimentari freschi, proteici e di qualità per far quadrare i bilanci domestici.

«I dati recenti di Istat, Censis e Caritas ci ricordano che la povertà in Italia non è un fenomeno passeggero, ma una realtà quotidiana. Sapere che tante famiglie faticano a fare la spesa, anche quando c’è un lavoro, ci spinge a fare la nostra parte. Per questo, sabato 17 ottobre si terrà la seconda raccolta alimentare dell’anno che vedrà coinvolti 146 nostri punti vendita, insieme alla Fondazione Il Cuore si scioglie e alle associazioni del territorio. Crediamo che ogni piccolo contributo, unito a quello degli altri, possa dare un aiuto concreto e immediato a chi si trova in difficoltà. Ringraziamo fin da ora i cittadini e i volontari che dedicheranno il loro tempo e daranno il loro sostegno a questa giornata», fanno sapere da Unicoop Firenze e Fondazione Il Cuore si scioglie.

Come contribuire alla raccolta

Durante l’intera giornata del 17 ottobre, ai clienti che entreranno nei 146 supermercati coinvolti verrà consegnato un sacchetto dove inserire i prodotti donati. Per questa edizione si raccomanda l’acquisto di beni non deperibili e di prima necessità, indispensabili per il sostentamento quotidiano.

Tra i prodotti da donare gli alimenti a lunga conservazione come olio d’oliva, fagioli e legumi in scatola, tonno e carne in scatola, pasta, riso e passata di pomodoro; articoli per la prima infanzia quali omogeneizzati, latte in polvere, biscotti per bambini e pannolini; infine, prodotti per l’igiene e la cura, sia personale (sapone, shampoo, dentifricio) sia per la pulizia della casa.

Tutti i generi alimentari e i prodotti raccolti verranno prelevati direttamente dalle associazioni di volontariato del territorio e distribuiti nelle mense sociali, negli empori della solidarietà e nei centri di ascolto, garantendo un aiuto immediato e a chilometro zero alle realtà locali.

L’elenco dei punti vendita e lista dei generi alimentari da donare sono disponibili su coopfi.info/alimenta-la-solidarieta

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Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

15 Ottobre 2026 ore 16:56

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

15 Ottobre 2026 ore 16:48

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

15 Ottobre 2026 ore 16:40

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

Così Pechino gioca d’anticipo sulla nuova frontiera delle neurotecnologie

15 Ottobre 2026 ore 16:33

Di recente, un ospedale di Shanghai ha impiantato un’interfaccia cervello-computer (brain-computer interface, Bci) per aiutare un paziente con una lesione del midollo spinale a recuperare il movimento della mano. L’intervento è stato eseguito nell’ambito della pratica clinica ordinaria, e non di una sperimentazione clinica, dopo che Pechino ha recentemente approvato l’impiego commerciale del dispositivo Bci invasivo: una prima assoluta per la Cina e a livello mondiale. Sviluppato dalla Neuracle medical technology di Shanghai, il dispositivo ha consentito a 32 pazienti di recuperare l’uso delle mani. È un segnale di quanto la Cina consideri strategica questa tecnologia di frontiera e rappresenta una tappa significativa nel campo delle neuroprotesi, dove l’approvazione delle Bci per l’impiego sui pazienti richiede generalmente anni.

La strategia cinese per la leadership globale

Una delle ragioni alla base dell’approvazione del dispositivo risiede nella sua progettazione relativamente meno invasiva, che comporta rischi inferiori rispetto a soluzioni concorrenti come N1 di Neuralink. Il sistema consiste in un elettrodo delle dimensioni di una moneta, posizionato sopra la membrana protettiva del cervello, che rileva i segnali generati quando il paziente immagina di compiere determinati movimenti. Questi segnali vengono quindi trasmessi in modalità wireless a un guanto robotico. N1 di Neuralink, al contrario, viene impiantato direttamente nella corteccia per registrare l’attività neurale, con un rischio maggiore di emorragie e cicatrici gliali. È proprio questo compromesso tra capacità e invasività a spiegare perché la maggior parte delle Bci sia ancora in fase sperimentale.

La Cina si sta muovendo rapidamente in questo settore nascente, con l’obiettivo di diventare un leader globale negli impianti cerebrali entro il 2030. Un forte sostegno governativo e consistenti finanziamenti stanno contribuendo ad accelerarne lo sviluppo. Altre Bci, infatti, sono attualmente in fase di approvazione. Tra queste c’è Beinao-1, un dispositivo minimamente invasivo che sarà testato negli ospedali il prossimo anno. Oltre 30 ospedali in tutta la Cina dispongono ormai di unità dedicate alle interfacce cervello-computer, mentre le applicazioni si stanno estendendo anche alla cura delle malattie neurodegenerative e dei disturbi psichiatrici. Anche la propensione dei consumatori ad adottare nuove tecnologie sta accelerando la diffusione su larga scala delle applicazioni, mentre in Europa la sperimentazione di tecnologie sul cervello umano suscita ancora preoccupazioni nell’ambito degli studi clinici.

L’Europa tra eccellenza scientifica e ritardi industriali

L’Europa vanta eccellenze mondiali nella ricerca, soprattutto nel campo delle Bci non invasive, ma è in ritardo nello sviluppo dei prodotti. Svizzera, Germania e Spagna ospitano, infatti, un numero significativo di aziende attive nel settore, tra cui MindMaze, CorTec e InBrain Neuroelectronics. L’Europa registra comunque progressi anche sul piano clinico: lo scorso anno, a Monaco di Baviera è stato realizzato il primo impianto Bci in Europa su un paziente affetto da tetraplegia, mentre CorTec ha impiantato il dispositivo in un terzo paziente nell’ambito della propria sperimentazione sulla riabilitazione motoria dopo un ictus. L’ecosistema europeo delle Bci resta tuttavia indietro rispetto a quelli cinese e statunitense. Alcune aziende europee stanno completando sperimentazioni cliniche negli Stati Uniti, dove i percorsi regolatori e i finanziamenti destinati agli impianti cerebrali sono più consolidati. La Food and drug administration statunitense, ad esempio, è più preparata per approvare le sperimentazioni sulle Bci rispetto all’Europa. Tra le aziende statunitensi, Synchron, Neuralink, Paradromics e Precision Neuroscience figurano da anni tra le principali protagoniste dello sviluppo di queste interfacce. Un’altra società americana, Axoft, ha avviato una collaborazione con un’azienda cinese e un ospedale di Shanghai per sperimentare la propria Bci su quattro pazienti, in un raro esempio di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo delle neurotecnologie.

Un mercato in crescita

Sebbene la tecnologia abbia compiuto progressi, le applicazioni pratiche restano al momento limitate. L’impianto di Bci, siano esse invasive o non invasive, è ancora circoscritto a determinate categorie di pazienti, e le sfide tecniche rimangono rilevanti. La raccolta e l’interpretazione dei segnali neurali costituiscono ancora un ambito scientifico in una fase iniziale di sviluppo. Il potenziale trasformativo, tuttavia, è enorme, con un mercato globale che, secondo le proiezioni, dovrebbe crescere dai 2,8 miliardi di euro del 2026 a oltre 9 miliardi di euro entro il 2034. I decisori politici europei devono perciò sostenere gli operatori locali e aiutarli a crescere, intervenendo al tempo stesso sulla definizione degli standard prima che Stati Uniti e Cina arrivino a dominare il mercato.

La partita sugli standard

La Cina, dal canto suo, sta cercando di definire vocabolari globali, formati dei dati e architetture di riferimento attraverso l’Organizzazione internazionale per la normazione e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Pechino ha inoltre già introdotto nel 2025 una terminologia sulle Bci destinata all’uso interno. Esponenti dell’industria, come la China pharmaceutical innovation and research development association (Phirda), stanno sollecitando la Cina a trasformare il proprio vantaggio in valore economico attraverso la definizione di standard globali. Stabilire una terminologia condivisa tra decisori politici, ricercatori, aziende e istituzioni contribuirà a determinare gli standard tecnici e le architetture di riferimento delle Bci a livello mondiale.

Il nodo della governance europea

L’Unione europea dispone di norme che disciplinano alcuni aspetti dello sviluppo delle interfacce cervello-computer, tra cui la sicurezza dei dispositivi medici e la protezione dei dati. Spagna e Francia hanno adottato politiche per lo sviluppo responsabile delle neurotecnologie. Bruxelles, tuttavia, non ha ancora affrontato il tema degli standard per la sicurezza cognitiva o per l’impiego etico di questi dispositivi, tanto in ambito medico quanto per applicazioni non mediche. Eppure, se l’Ue riuscisse a definire gli standard tecnici prima che il relativo vocabolario venga consolidato altrove, si assicurerebbe qualcosa di più di una quota di mercato: potrebbe contribuire a stabilire i criteri sui quali saranno costruiti i dispositivi di tutti gli altri.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

COLONIA, MESSICANO ATTERRA CON 90 RETTILI IN VALIGIA: NEGATO LO SCALO

15 Ottobre 2026 ore 16:30

Trentasette serpenti velenosi e 55 lucertole nascosti in una valigia, anche dentro flaconi di shampoo e crema, scatole di plastica e calzini. E’ la scoperta fatta dai doganieri dell’aeroporto di Colonia nel bagaglio di un viaggiatore messicano di 45 anni, arrivato da Citta’ del Messico via Istanbul. Circa trenta animali non sono sopravvissuti al trasporto, senza acqua ne’ cibo. L’episodio risale a tre settimane fa ed e’ stato reso noto dalla dogana in un comunicato. Insospettiti dal “comportamento nervoso” dell’uomo, gli agenti lo avevano inizialmente sottoposto a un test antidroga, risultato positivo alla cocaina. La successiva perquisizione dei bagagli non ha pero’ portato al ritrovamento di stupefacenti, bensi’ degli animali vivi. “I miei colleghi all’aeroporto sono abituati a trovare ogni genere di souvenir nelle valigie, ma 37 serpenti velenosi vivi e 55 lucertole provenienti dal Messico non li avevamo mai visti”, ha dichiarato il portavoce della dogana di Colonia, Jens Ahland. L’uomo, diretto in Germania per una vacanza, ha spiegato che gli animali erano destinati a un conoscente brasiliano. Erano stipati nel bagaglio in violazione delle norme sulla protezione degli animali. Un veterinario chiamato sul posto ha prestato le prime cure, prima del trasferimento in un allevamento di rettili vicino a Braunschweig. Secondo un esperto della struttura, il carico comprendeva vipere, serpenti a sonagli, iguane, salamandre, diversi serpenti arboricoli e lucertole. “Ci colpisce vedere cio’ che alcune persone infliggono aglianimali per pura sete di profitto”, ha commentato Ahland. Il viaggio del quarantacinquenne si e’ concluso la mattina successiva: la polizia tedesca gli ha negato l’ingresso nel Paese, classificandolo come un “pericolo pubblico”, e l’uomo e’ ripartito per Istanbul.

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A Palazzo Blu di Pisa le opere di Edward Hopper

14 Ottobre 2026 ore 09:00

Case investite dalla luce del tramonto e fari sull’Atlantico, ponti che attraversano fiumi e ferrovie che portano chissà dove, persone sole davanti a una finestra e paesaggi urbani. Il mondo di Edward Hopper, uno dei maggiori esponenti del realismo americano e fra i più importanti artisti Usa del Novecento, arriva a Palazzo Blu a Pisa con “Edward Hopper: New York e oltre”, organizzata dal Whitney Museum of American Art di New York con MondoMostre, e con il sostegno di Fondazione Pisa.

Dal 14 ottobre e fino al 7 marzo 2027 in mostra oltre 150 opere fra dipinti a olio, disegni, acqueforti, acquerelli e altri lavori che abbracciano l’intera carriera di Hopper, provenienti dalle collezioni del Whitney.

Curata da Kim Conaty e da Barbara Haskell, la mostra propone anche opere comparative di artisti suoi contemporanei e si arricchisce di materiali provenienti dal Sanborn Hopper Archive, acquisito dal museo circa dieci anni fa, che comprende documenti, corrispondenze, fotografie, diari e documenti di vita quotidiana dell’artista.

La mostra, organizzata in cinque sezioni, ne ripercorre la carriera attraverso i luoghi che hanno segnato la sua formazione e il suo immaginario: New York, dove Hopper visse per quasi sessant’anni, rappresenta il centro della sua attività; Parigi, dove soggiornò in tre diverse occasioni, segna il momento di formazione e confronto con la modernità europea; il New England diventa invece luogo di sperimentazione e riflessione sul paesaggio americano.

Foto: Heirs of Jpsephine N. Hopper /SIAE

Illustratore per necessità

Nato nel 1882 a Nyack, nello Stato di New York, una cittadina a venticinque miglia a nord di New York City, lungo il fiume Hudson, figlio di una coppia di piccoli commercianti di tessuti, dopo il diploma si iscrive alla New York School of Illustration con l’obiettivo di apprendere una professione pratica che gli garantisse un reddito sicuro e poi alla New York School of Art, dove incontrò Robert Henri, uno degli insegnanti più importanti per la sua formazione. Fu Henri a incoraggiarlo a guardare la realtà contemporanea, a cercare soggetti nella vita quotidiana piuttosto che nelle convenzioni della pittura accademica.

Al momento, però, c’erano le bollette da pagare, e fino al 1923 Hopper lavorò come illustratore freelance. Non amava quel lavoro e in seguito dichiarò di esservi stato «costretto nel tentativo di guadagnare qualcosa». Quegli anni non furono però inutili. L’illustrazione gli insegnò infatti a costruire una scena con pochi elementi e a individuare il dettaglio capace di suggerire una storia. È una lezione che Hopper avrebbe portato con sé nella pittura: basta una figura, una finestra, un gesto interrotto per mettere in moto l’immaginazione di chi guarda. E poi furono anche i guadagni ottenuti come illustratore ad aiutarlo a finanziare il primo viaggio in Europa.

Foto:@ Heirs of Josephine N.Hopper /SIAE

“Superare Parigi”

Nel 1906 Hopper arriva a Parigi e vi rimane per undici mesi. Vi torna altre due volte, nel 1909 (in mostra Le Pont Royal / Il Ponte Reale) e nel 1910; poi non avrebbe più attraversato l’Atlantico. La capitale francese, però, non lo lasciò mai davvero. Hopper avrebbe raccontato di aver impiegato «dieci anni per superare Parigi» e ancora nel 1962 dichiarava di considerarsi, in qualche modo, un impressionista. Un modo per «superare Parigi» è stato forse dipingere, dopo il ritorno in America, Soir bleu / Sera blu.

Un’opera in qualche modo anomala per un artista come Hopper: il pittore destinato a essere associato a interni rarefatti e figure isolate mette qui insieme un gruppo di personaggi diversi: con quel clown triste e pensieroso, alter ego di Hopper, che si rappresenta così da un lato per simboleggiare il ruolo dell’artista nella società e dall’altro per ragioni personali – delusioni d’amore, pare -.

Quando fu esposta, nel 1915, nella prima vera mostra dedicata all’artista, l’opera non piacque né ai critici perché troppo “europea” e “vecchio stile”, né al pubblico, tanto che Hopper decise di riprendersela e non mostrarla mai più: sarà ritrovata nel suo studio solo dopo la sua morte, nel 1967.

Come al cinema

New York è stata per Hopper una fonte d’ispirazione per tutta la vita. Mentre altri artisti dipingevano grattacieli e attrazioni cittadine, Hopper si concentrava sulle case in pietra a pochi piani, sulle vetrine dei negozi e sui ponti che osservava passeggiando sui marciapiedi o viaggiando sui treni sopraelevati. Ridusse queste strutture a superfici piatte e forme geometriche, trasformando il rumore e il caos di Manhattan in luoghi di solitudine e introspezione.

Queensborough Bridge / Ponte di Queensborough mostra il suo modo di affrontare anche le grandi infrastrutture della modernità non come simboli trionfali del progresso, ma come un intreccio di linee e superfici. Mentre con New York interior / Interno newyorkese, lo sguardo si sposta dentro una stanza. La scena ha qualcosa di quasi cinematografico: lo spettatore sembra essere capitato lì per caso, come se stesse osservando un frammento di vita attraverso una finestra.

A proposito di cinema. Sono molti i registi che hanno guardato al mondo di Hopper, dal David Lynch di Velluto blu a Wim Wenders, ad Alfred Hitchcock, che al momento di scegliere la casa di Psycho guarda proprio a un dipinto di Hopper, e poi al “taglio”, alla costruzione della scena e alla scelta dell’inquadratura tipica dell’artista, per La finestra sul cortile.

Le case di Cape Cod

La mostra ci porta poi in New England. Prima a Gloucester (in mostra Gloucester Harbor / Porto di Gloucester), dove nell’estate del 1923 Hopper ritrova Josephine Nivison, per tutti Jo, che aveva conosciuto anni prima alla scuola di Robert Henri. Anche Jo era un’artista, ed è stata una figura importante nella vita di Hopper.

Fu lei a incoraggiarlo a lavorare con maggiore convinzione all’acquerello. L’anno seguente la sua prima personale in una galleria andò completamente esaurita, permettendogli di abbandonare l’attività di illustratore. Dopo alcune estati passate nel Maine, meta estiva preferita dagli artisti, Hopper e Jo scoprono Cape Cod, dove si trasferiranno.

Da allora Hopper continuò a dipingere case (in mostra Cape Cod sunset / Tramonto a Cape Cod), dune, strade e fari della penisola.

Molto più di una moglie

La mostra racconta del rapporto fra i due artisti. Jo continuò a dipingere e divenne anche la modella di quasi tutte le figure femminili del marito. Ma fu molto di più. Registrava con attenzione la produzione artistica di Edward, annotava le vendite, le esposizioni e i proprietari delle opere, e accanto agli schizzi preparatori aggiungeva spesso proprie descrizioni delle scene, immaginando le storie che potevano nascondersi dietro le figure dipinte. In pratica, mentre Hopper costruiva il proprio mondo sulla tela, Jo contribuiva a costruirne la memoria.

In A woman in the sun / Una donna al sole la modella è ancora lei, ormai settantottenne. Hopper, però, non dipinge un ritratto realistico della moglie, ma la trasforma – così come il resto della scena, ridotta a pochi elementi essenziali – seguendo la propria visione. L’ambientazione, dal taglio voyeuristico e quasi, di nuovo, cinematografico, suggerisce una narrazione e invita l’osservatore a immaginare gli eventi che hanno preceduto la scena rappresentata e ciò che accadrà in seguito. Ancora una volta, il quadro finisce e la storia, invece, continua da qualche parte fuori dalla cornice. In silenzio, probabilmente.

Per i soci, ingresso in convenzione e visite guidate. Previste anche iniziative per gli under 30.

Per informazioni:
palazzoblu.it
hopperpisa.it

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SCIOPERO CLIMATICO, CORTEO A ROMA PER UN FUTURO VERDE

15 Ottobre 2026 ore 16:24

“Siamo in emergenza climatica e siamo arrabbiati e preoccupati per le persone intorno a noi. Vogliamo città che tornino ad essere spazio pubblico, non di speculazione”. Fridays for Future torna in piazza con uno sciopero per il CLIMA che domani in Italia, da nord a sud, coinvolge circa venti centri. A Roma il corteo partirà alle 17 da Piramide per arrivare davanti al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. “Quest’estate in Europa abbiamo visto 35.000 morti in eccesso per le ondate di calore e solo nei prossimi mesi si stimano circa 450mila morti per il Super El Niño: siamo in emergenza climatica. I governi in tutto il mondo, dopo anni di campagne contro attivisti e a favore di chi causa la crisi climatica, ora non hanno parole per giustificarsi di fronte agli eventi meteorologici estremi che devastano i nostri territori”, sottolinea il movimento di protesta per la Giustizia climatica. “Prima non c’è acqua e si muore di caldo, poi ce n’è troppa e si muore travolti dalle alluvioni. Siamo arrabbiati e preoccupati per le persone intorno a noi, quelle a cui vogliamo bene, le più fragili. Le nostre città – evidenzia il movimento – sono diventate invivibili per tre mesi all’anno e, nonostante il solito negazionismo antiscientifico e deresponsabilizzante, tutti abbiamo chiaro che non possiamo stare a guardare mentre continuano le colate di cemento. Vogliamo città che tornino ad essere spazio pubblico, non di speculazione, e luoghi di giustizia sociale e climatica, pianificate con e per chi le abita”. “La presenza capillare di spazi verdi e spazi naturali urbani è probabilmente una delle differenze più rilevanti fra la città presente e la città futura. Ridare spazio al suolo naturale, alla creazione di corridoi ecologici e alle aree umide significa offrire alla collettività benessere e servizi dal valore ecologico ed economico enormemente superiore a quelli provocati dal suolo sigillato. Eppure – continuano i Fridays for Future – il governo ha affossato il Piano di Ripristino della Natura. Nessun paese occidentale è preparato ad affrontare le conseguenze della catastrofe che sta avanzando, e mentre l’Europa brucia e i paesi del Sud Globale vengono sommersi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato un decreto per velocizzare l’estrazione di nuovo gas e petrolio sul territorio italiano, mentre frena lo sviluppo delle alternative democratiche come le Cers. Ci sono delle gravissime responsabilità, chi sta distruggendo il nostro pianeta deve pagare. Chi sta continuando a bruciare il futuro di tutti e tutte deve essere fermato. Non chiederemo il permesso, ma continueremo ad organizzarci costruendo e realizzando manifestazioni e pratiche alternative, giorno dopo giorno. Il 16 ottobre ci mobiliteremo per manifestare in tutta Italia. Questo CLIMA non è vita” (

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LUPI, TRGA DI BOLZANO SOSPENDE ABBATTIMENTO DEL TERZO LUPO NEL 2026

15 Ottobre 2026 ore 16:19

Con un’ordinanza pubblicata il 15 ottobre, il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Bolzano ha accolto la richiesta cautelare presentata da alcune associazioni sospendendo l’efficacia del decreto con cui la Provincia autonoma aveva autorizzato  l’uccisione del terzo lupo per il 2026, nei territori dei Comuni di Ultimo e Castelbello-Ciardes. Nel motivare la decisione, il Tribunale ha evidenziato che il decreto provinciale dell’11 settembre presenta possibili criticità, in particolare perché potrebbero non essere state svolte tutte le verifiche necessarie e perché le ragioni alla base dell’ordine di uccisione non sarebbero state spiegate in modo adeguato. Il provvedimento arriva nell’ambito del ricorso promosso dall’associazione contro il piano provinciale di uccisione di un massimo di tre lupi e i successivi decreti attuativi. La sospensione riguarda il decreto relativo al terzo lupo e non costituisce una decisione definitiva sulla legittimità dell’intero piano provinciale, che sarà esaminata nella successiva fase di merito. Per quest’ultima, il Trga ha fissato l’udienza pubblica al 27 gennaio 2027

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Stefano Orsi: “Senza i satelliti americani gli ucraini non potrebbero combattere”

15 Ottobre 2026 ore 15:00



Stefano Orsi prende spunto dalla vicenda dei satelliti di “Starlink” per sottolineare come la guerra coinvolga da tempo l’intero Occidente. “L’Ucraina fa solo il lavoro sporco…”

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Ancora accuse di genocidio a Israele, senza prove

15 Ottobre 2026 ore 11:00

Navi Pillay

Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Navi Pillay ha indicato il bombardamento della clinica per la fertilità Al-Basma di Gaza come un fatto decisivo per definire genocidio la controffensiva di Israele nei confronti di Hamas. Secondo la giurista sudafricana, appena insignita del premio Nobel, il colpo avrebbe centrato deliberatamente la parte dove si trovavano gli embrioni. I soldati israeliani poi non sarebbero entrati a controllare la presenza di combattenti o armi di Hamas. Aggiunge Pillay che l’episodio le aveva ricordato il Ruanda, dove gli assassini hutu squarciavano il ventre delle donne tutsi incinte per impedire nuove nascite. Da qui la conclusione che si tratti di qualcosa di molto vicino all’annientamento di un gruppo, in questo caso i palestinesi.

I fatti accertati sono più circoscritti. Nel dicembre 2023 un colpo di artiglieria o di carro, attribuito a Israele, colpì la clinica Al-Basma a Gaza City, distruggendo i serbatoi di azoto liquido che contenevano circa 4.000 embrioni e circa 1.000 campioni di sperma e ovuli. Lo ha documentato Reuters nell’aprile 2024, sulla base delle dichiarazioni del direttore della clinica, Bahaeldeen Ghalayini, e di successive visite sul posto. Fu una perdita reale e grave per le coppie coinvolte. Ma lo stesso Ghalayini ha dichiarato di non sapere se il laboratorio fosse stato colpito in modo deliberato. L’embriologo della struttura ha usato formulazioni analoghe.

L’Idf ha affermato di non essere a conoscenza dello specifico attacco, di non colpire deliberatamente infrastrutture civili (incluse le cliniche) e di operare secondo il diritto internazionale per ridurre i danni ai civili. Ha chiesto l’orario preciso dell’episodio per poterlo verificare meglio. Israele non ha confermato di aver colpito la clinica e ha respinto le conclusioni della Commissione Onu presieduta da Pillay come politicamente predeterminate.

La Commissione, dal canto suo, aveva sostenuto che l’attacco fosse intenzionale, che non vi fossero prove di uso militare della struttura e che fosse volto a impedire le nascite, quindi un atto genocida. Le sue conclusioni si basano principalmente sulla testimonianza del direttore, che però non era in grado di risalire alle intenzioni degli attaccanti, sulle foto del danno interno e sulla convinzione che i comandi israeliani conoscessero la funzione delle strutture sanitarie.

Critici (tra cui analisi di UN Watch) hanno evidenziato l’assenza di data precisa, frammenti di munizione, analisi di traiettoria e il fatto che foto della zona mostrino danni significativi anche a edifici adiacenti. La clinica stessa risulta ancora in piedi, con danni concentrati all’interno.

Sul fronte di Hamas non risultano prove pubbliche che la clinica Al-Basma fosse usata come base, deposito o posizione di tiro. Non sono stati documentati tunnel sotto di essa. Esiste invece un contesto operativo chiaro: a dicembre 2023 il nord di Gaza City era zona di combattimenti intensi tra l’Idf e le forze di Hamas, con avanzate dei mezzi militari israeliani, eliminazione di miliziani e scoperta di tunnel e depositi nelle aree limitrofe. È documentato che Hamas abbia costruito e utilizzato tunnel sotto o nelle immediate vicinanze di diversi ospedali (Al-Shifa è il caso più verificato, con conferme del New York Times e dell’intelligence americana; analoghe evidenze riguardano l’Ospedale Europeo e altre strutture). Documenti interni di Hamas del marzo 2020 mostrano una politica deliberata di utilizzo delle strutture sanitarie a fini militari e di sicurezza.

Il paragone con il Ruanda si regge su una semplice analogia e non dimostra che gli israeliani si siano comportati come gli hutu. Lì si trattava di una campagna sistematica di sterminio, capillare ed esplicitamente genocida. Qui si tratta di un singolo colpo in una guerra urbana ad alta intensità, iniziata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Pillay potrebbe obiettare che la clinica sia solo un esempio e che il genocidio si giudichi sull’intento complessivo della campagna, non su un singolo episodio. Vero, ma allora è quel quadro complessivo a dover essere dimostrato, e l’episodio indicato come decisivo non basta a reggerlo.

La distruzione degli embrioni è un fatto. Che sia stata deliberatamente mirata agli embrioni con intento di annientare il gruppo palestinese resta un’interpretazione della Commissione di Pillay, non basata su elementi documentali definitivi. Questo non sottrae Israele a ogni responsabilità per danni collaterali in zone di combattimento, né cancella la tragedia individuale. Indica però che trasformare un episodio di questo tipo in prova di genocidio richiede elementi più solidi di quelli finora presentati da Pillay.

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Zelensky va a piangere da Re Carlo – Il Controcanto – Rassegna Stampa del 15 Ottobre 2026

15 Ottobre 2026 ore 10:46



Il Corriere ricorda che è iniziato il processo in Germania contro gli attentatori ucraini che hanno fatto saltare il North Stream. Repubblica rilancia le pulsioni russofobiche di Giorgia Meloni mentre Il Fatto ricorda come gli inglesi siano ancora oggi i maggiori sponsor di Zelensky

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LEIDAA, FINO A SABATO 17 INVIA UN SMS SOLIDALE AL 45587 PER AIUTARE RANDAGI COME MEG

15 Ottobre 2026 ore 10:33

Mancano ancora tre giorni, fino a sabato compreso, per compiere un piccolo gesto di grande importanza: inviare un sms solidale al numero 45587, o chiamare da rete fissa, e aiutare gli animali che non hanno neppure la voce per chiedere il tuo aiuto.

Con la campagna “Aiuta chi non ha voce: gli animali”, la Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente si propone di finanziare il soccorso, la cura, il ricovero e l’adozione di animali che non hanno più o non hanno mai avuto una casa. Sulla strada ci sono 700 mila cani vaganti e 2,4 milioni di gatti liberi, creature abbandonate a se stesse che soffrono e perdono la vita o in minima parte finiscono nei box dei canili e dei gattili, dove rischiano di rimanere per anni.

Randagi come Meg, che viveva nel territorio di Carini, in provincia di Palermo. Un brutto giorno un’auto l’ha investita: una ragazza del luogo, venuta a conoscenza del fatto, ha subito avvisato Barbara, responsabile locale della nostra Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. Allora tutto è cambiato: prima il salvataggio, poi le cure, lo stallo, fino alla bellissima conclusione. Due ragazzi hanno visto Meg, se ne sono innamorati e l’hanno portata a casa. Oggi la cagnolina fa lunghe passeggiate, riceve tante coccole ed è seguita da un’educatrice cinofila.

Trasformare storie tristi in favole vere è la missione dei nostri volontari. Per contribuire basta un sms.

La storia di Meg è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/18Uvm783bTmOuzZhY1IBjCZ9E5Pf02XNC e visibile al link https://www.youtube.com/watch?v=ViEXjw8ZylQ

Il video dell’SMS solidale è scaricabile al link https://drive.google.com/file/d/18DRzhLZDVNJ2TEAoDgSxwyqj_7mgd0Z4/view e visibile al link https://youtu.be/5zsgReMS5_0

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Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali

15 Ottobre 2026 ore 10:21

Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.

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Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali

15 Ottobre 2026 ore 10:21

Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.

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Birdwatching, una sbirciata con l’intelligenza artificiale

15 Ottobre 2026 ore 10:03

Tornare alla terra dove i fenicotteri fanno rosa il tramonto. Se Alexander von Humboldt attraversava le Ande annotando a mano ogni specie incontrata, convinto che la conoscenza del mondo vivente […]

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Oltre la legge del padre

15 Ottobre 2026 ore 08:54

O gni scrittore ha la sua scena primaria. Quella di Ingeborg Bachmann fu l’ingresso delle truppe naziste a Klagenfurt nel marzo 1938, immortalata prima nel racconto Giovinezza in una città austriaca, in cui lamentava un Paese che “sta per vendersi, per vendere anche il cielo che viene tirato da tutte le parti fino a che non si squarcia mostrando una voragine nera”, e ripercorsa poi nelle conversazioni di In cerca di frasi vere (1989), dove in “quell’immane brutalità, quel vociare, quel cantare e marciare” rilevò “il sorgere della [sua] prima angoscia mortale”. Un contributo decisivo e sui generis a questa mitizzazione si ha nella biografia atipica che lo scrittore tedesco Uwe Johnson, amico stretto di Bachmann, tratteggia in Un viaggio a Klagenfurt (1974), resoconto frammentario e discontinuo sulla memoria collettiva di una città ancora collusa con i fantasmi del nazismo, un testo dove la lettura del trauma collettivo passa per l’esperienza e la memoria private, scritto nel tentativo di elaborare il lutto per l’amica prematuramente scomparsa. Va precisato che la presenza di Bachmann nel capoluogo carinziano in quel giorno fatale fu successivamente smentita dalla critica, ma la scelta di collocare l’esperienza fondativa della paura, del tradimento e della rimozione in un’immagine mnemonica dove la memoria privata e quella collettiva coincidono divenne centrale non solo per la biografia, ma anche e soprattutto per l’esegesi delle Todesarten, il ciclo incompiuto in cui la violenza storica dei totalitarismi si riflette nei traumi invisibili e nell’annientamento psicologico delle protagoniste all’interno della sfera privata.

Il primo testo del ciclo, il romanzo Malina (1971), rappresentò sin dalla pubblicazione un punto di rottura e una sfida per l’interpretazione: parte delle prime recensioni derubricarono il suo contenuto a “storia di una nevrosi” o “autobiografia isterica”, ma con il tempo acquisì lo status di culto per la sua capacità di farsi osservatorio letterario di una serie di dinamiche sociali passate sotto silenzio nell’Austria degli anni Settanta, esperite nelle loro conseguenze estreme da un io narrante contraddittorio e sfuggente, colto nella sua frammentazione. Così, il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan, che si consuma sotto lo sguardo indagatore dell’enigmatico coinquilino ungherese Malina, scompare presto dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società stessa.

Il parossismo del male individuale e collettivo giunge nel nucleo perturbante del romanzo, il capitolo Il terzo uomo, conosciuto anche come Traumkapitel, sequenza di sogni e visioni al cui centro si staglia la figura di un padre onnipotente e autoritario che annienta fisicamente e simbolicamente la figlia-narratrice. Le implicazioni sociali più ampie di questa rappresentazione sono state messe in luce da studiose come Helgard Mahrdt, che attingendo alla Scuola di Francoforte ha esteso ai testi in prosa di Bachmann il principio che, sulla scia di Habermas, vede la violenza e l’oppressione come momenti strutturali della sfera pubblica e di quella privata, evidenziando similitudini e continuità nella rappresentazione delle invisibili linee di demarcazione che escludono le donne dalla prima. La scelta stessa dei luoghi rappresentati ricalca i confini invisibili che scandiscono la sfera pubblica e le conseguenze psichiche dell’esclusione: uno su tutti, l’esempio dei Männerstammtisch ritratti nel racconto Tra pazzi e assassini, le tavolate di aggregazione maschile che fungevano da pinnacoli dell’omosocialità viennese durante il secondo dopoguerra.

In Malina il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan scompare dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società stessa.
Uno dei passaggi di Malina più frequentemente citati è infatti “La società è il più grande teatro del delitto”. L’obiettivo di Bachmann, attraverso l’introduzione di un narratore ibrido caratterizzato da un’identificazione parziale e a tratti sovrapposta con l’amico e coinquilino Malina, è quello di trasmettere in tutta la sua gravità “il peso di una cultura che esige una tale scissione interiore sia dai suoi autori che dai suoi cittadini, una cultura in cui la riconciliazione tra emozione e intelletto non è più possibile”. In tal modo, e in tutti i testi delle Todesarten, l’emergere nella sfera privata dell’esperienza della guerra, del nazismo e dello sterminio di massa rimossi dalla narrazione pubblica “mette radicalmente in discussione il postulato centrale della sfera pubblica borghese, la capacità di organizzare la società secondo regole e leggi razionali e vincolanti”. E benché in una cospicua fetta di critica la causa della malattia femminile venga spesso rinvenuta nella dominanza maschile, la letteratura secondaria su Bachmann ha il pregio di mantenersi vigile sul potenziale patogeno che la società ha sull’individuo e sulle conseguenze psichiche della sua esclusione dalla sfera pubblica. Manca tuttavia di porre il rimosso al centro della discussione sociopolitica, e di osservare come gli elementi che hanno interessato la critica possono facilmente essere riuniti in una lettura più ampia. I testi delle Todesarten rivelano come i disturbi delle protagoniste femminili, ascritti spesso a semplice isteria, siano un prodotto sociale in duplice senso, poiché Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.

Analogamente al pensiero di alcuni filosofi come Lacan e Althusser, nelle Todesarten il soggetto è il prodotto di un discorso, una struttura simbolica che nondimeno definisce e codifica un determinato legame sociale, al punto che in Bachmann, rileva Michèle Pommé, dietro i numerosi parallelismi con gli scritti di Freud emerge un concetto distinto di malattia, che identifica la sofferenza isterica come una sofferenza causata da strutture di potere predeterminate. Bachmann attribuisce infatti la malattia non alle donne ma alle strutture sociali, scegliendo invece di rappresentare l’intreccio di storia individuale e umana fondato sui sintomi psicosomatici delle sue protagoniste: in tal modo, il corpo isterico funge da simbolo collettivo del ricordo, da sintomo di una società malata e corrotta, che quando correttamente esaminato riflette sull’esclusione sociale guardando non alla patologia in sé, bensì a una possibile teoria del significato e pratica di decifrazione.

L’esclusione dell’io narrante dal discorso sociale non concerne però il solo sapere medico. La riflessione sugli effetti di corruzione del discorso interessa anche le relazioni affettive, investite dello stesso carattere patologico della diagnosi medica, di quella malattia, scrive Sandra Frieden, caratterizzata dalla disponibilità della donna ad adattarsi ai desideri dell’uomo, che si aspetta un simile accomodamento – in altre parole, dallo sforzo destinato a fallire di adeguarsi ai codici di condotta socialmente accettati e alle prescrizioni maschili, ma che nel tentativo stesso di restaurare la promessa di totalità afferma un principio di verità sul reale del mondo che l’ha escluso.

Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.
L’io narrante di Bachmann, quindi, altro non è che il tentativo di istituire un soggetto che getti le proprie fondamenta fuori dal discorso dominante, fino a ricusare il discorso stesso: l’identificazione della narratrice senza nome di Malina come sintomo e scarto della società riconosce nell’infimo punto di esclusione la falsità della posizione universale (e neutrale) che la costituisce, proprio come il sintomo, in psicoanalisi, sovverte l’Universale di cui esso stesso è l’esempio. In Il soggetto scabroso (1999), Slavoj Žižek rileva come ogni critica politica autentica muova da questo nucleo impossibile, dalla rivendicazione e dall’identificazione con “il punto di eccezione intrinseco, l’‘infimo’ dell’ordine positivo concreto”, e sovverta l’egemonia dal suo punto di esclusione: “In una società strutturata gerarchicamente, la misura della vera universalità va rintracciata nel modo in cui le parti entrano in rapporto con quelle che si trovano ‘sul fondo’, escluse da tutte le altre”.

Non a caso, una cospicua parte delle Todesarten tratta la molteplicità delle politiche di esclusione messe in atto dalla società austriaca. Se è vero che i personaggi sono vittime di un principio di oppressione di cui il padre è il rappresentante, bisognerebbe elaborare allo stesso modo un’interpretazione attenta al contesto e al significato della rivendicazione della vittima in letteratura e nell’arena politica. Fra i tentativi in tal senso spicca lo studio Nicht Ich (1990) di Christina von Braun, che vede nel sintomo isterico l’espressione individuale di una sofferenza collettiva e il tentativo di combattere la causa di tale sofferenza, e che riscontra nel Traumkapitel e nelle lamentazioni di un io narrante che non riesce a esprimersi con una logica diversa da quella del sintomo su avvenimenti, concetti e persone per cui nell’ordine sociale, nel registro simbolico fondato dal linguaggio, sono da leggersi come il punto di incontro tra il destino del singolo e la “grande Storia”, ovvero come ripercussioni degli sviluppi storici sulla psiche individuale.

Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti parlano o vengono interpellati. Bachmann rompe allora le convenzioni della prassi autoriale, affranca l’Ich dal ruolo di vittima o complice in cui era stata costretta dall’ordine paterno e le consente di superare quella follia causata dalla speranza nel “buon padre” che per contrasto, nella perdita del padre, causa la perdita della realtà per la figlia.

Se, come dichiarato dall’autrice nel 1973, il fascismo “non comincia con le prime bombe che vengono lanciate” ma inizia nei rapporti tra le persone, al punto di essere “l’elemento primo fra uomo e donna”, la scelta di palesare la violenza insita nel dominio di genere è complementare alla sperimentazione formale atta a superare questo dualismo nella voce narrante. L’identità ibrida della voce autoriale, scissa tra l’emotività dell’io e l’identificazione intellettuale con Malina, ricostruisce l’ordine paterno e rende visibili al lettore le sue disfunzioni e le sue crepe. La questione dell’autorialità si risolve con il frapporre un velo tra la donna e l’autrice, nell’anteporre la trasparenza del meccanismo sociale alla rivendicazione soggettiva: pertanto, le descrizioni dei turbamenti isterici della narratrice e la denuncia degli orrori del nazismo e del discorso paterno smascherano la violenza del discorso del padre, del padrone e della patria proprio perché rappresentati come sogno, e diventa così possibile leggere il Traumkapitel come una presa di commiato dal supporto ideologico che fino ad allora dava consistenza alla realtà.

La realizzazione che l’uomo del sogno non è suo padre ma il suo assassino innesca la perdita di realtà in grado di attraversare il fantasma sociale intessuto intorno alla nazione e alla figura paterna. Qui ci viene incontro la psicoanalisi, secondo cui il fantasma ideologico ha la funzione di supportare il senso di realtà del soggetto, ma se viene meno l’immagine fantasmatica, nota Žižek, il soggetto subisce una disgregazione, una perdita di realtà, e inizia a percepire l’esistente come un irreale universo da incubo senza alcuna stabile fondazione ontologica. La sequenza onirica di Bachmann, che mette in scena la storia di una distruzione soggettiva nella sua rilevanza collettiva, fa sì che il soggetto porti a compimento il superamento del padre liberandosi dalla dipendenza del ruolo di figlia, ma in quella rappresentazione grottesca e orrorifica dello sterminio di massa, del cimitero delle figlie e dell’omicidio stesso, a essere raffigurato “non è ‘puro fantasma’, ma ciò che rimane della realtà dopo che essa è stata privata del suo supporto fantasmatico”.

Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti parlano o vengono interpellati.
E giacché il fantasma, in Lacan, per essere operativo deve rimanere implicito, il Traumkapitel rende l’invisibile continuità tra pubblico e privato, tra un presente di sopraffazione di genere e un passato recente ancora non elaborato, il nucleo a cui il fantasma ideologico deve sopperire. Se anche nel precursore Tra pazzi e assassini la situazione narrativa è complicata dal fatto che “oggigiorno, le persone non possono più essere facilmente classificate come ‘l’una’ o ‘l’altra’ come era possibile durante il regime nazista”, il problema centrale della dialettica tra carnefici e vittime di Bachmann non diventa più il tratto unario che demarca la differenza tra le categorie.

La lettura della scena primaria delle truppe a Klagenfurt suggerita dallo storico austriaco Gerhard Botz propone un’interpretazione dell’avvenimento su due piani, che ricalcano i livelli testuali della narrazione in Malina e il processo di interpellanza e riconoscimento che cattura un soggetto in un’ideologia, ovvero “la rivolta pseudorivoluzionaria dei nazionalsocialisti austriaci (dall’interno) e l’invasione militare delle truppe tedesche (dall’esterno)”. E sebbene sia Johnson che una frangia della critica abbiano attirato delle obiezioni per una versione dei fatti viziata da uno “sguardo tedesco”, per definizione estraneo e deviante dalla realtà dei fatti austriaca, ad animare l’interesse di Botz è non soltanto l’irruzione dello straniero “dall’esterno”, ma anche il suo rispecchiamento “dall’interno”, dall’irruzione dell’“altra parte” nella loro stessa Carinzia, in Austria, a fornire un esempio di quella duplicità e di quel misconoscimento feticistico che hanno caratterizzato la disposizione d’animo austriaca nei confronti della propria narrazione nazionale nel secondo dopoguerra.

Teorizzato per la prima volta da Octave Mannoni nella distinzione tra foi (fede) e croyance (credenza), il concetto di misconoscimento feticistico traccia un discrimine nella compartecipazione o nel distacco rispetto alla sostanza di quanto creduto, oltre che all’investimento libidico risultante dalla propria scelta. È un godimento scaturito dall’interazione tra conoscenza e fissazione su un’illusione alimentata dal desiderio, di chi dispone di una maggiore conoscenza grazie a cui è possibile prendere le distanze dall’illusione in questione, pur manifestando nei suoi confronti una certa devozione. Ebbene, Botz rileva la medesima duplicità nell’Austria del secondo dopoguerra: traslando il punto d’impossibilità nella scissione tra le tesi ugualmente autoassolutorie dell’Opfernation (nazione-vittima), che vedeva l’Austria dell’Anschluss come prima vittima del nazismo, e l’enfasi sulla resistenza al regime totalitario, egli nota come la nazione avesse “iniziato a risolvere uno dei suoi due problemi fondamentali alla base della sua fondazione – la ricostruzione dell’identità statale-nazionale e la democratizzazione sociale – a costo di non affrontare realmente l’altro”.

La principale differenza con la letteratura del primo dopoguerra, con i campioni dell’Austria felix del Mito asburgico (1963) di Magris, è l’accettazione della mancanza strutturale dell’Altro (sul concetto di “Altro barrato” si veda M. Recalcati, Jacques Lacan La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, 2016, pp. 372-74), che gli scrittori e i cittadini dell’Impero assumevano nondimeno con la giusta leggerezza, consapevoli che non esisteva alcuna narrazione con cui identificarsi, mentre i contemporanei di Bachmann credono nella nazione attraverso l’Altro, per procura, e delegando l’impegno che l’elaborazione del proprio portato collettivo comporta, in un perfetto esempio di interpassività. Il concetto, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”, un atteggiamento che divide il soggetto tra una falsa pretesa di attività e la verità della posizione passiva incarnata nell’oggetto del disconoscimento.

Il concetto di interpassività, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”.
Anche il mito può prendere la forma dell’illusione dell’altro, poiché grazie al mito i membri di una cultura possono prendere le distanze dal contenuto culturale della loro credenza. Esisterebbe, teorizza Pfaller, anche una sorta di “interpassività” del mito, di un’illusione collettiva che serve da collante sociale in un’ideologia condivisa come quella fascista. Seguendo questo ragionamento, si può affermare che la tesi dell’Opfernation facilitò un agile ripristino delle precedenti strutture di potere sotto il segno dell’assoluzione collettiva, distogliendo tuttavia la nazione “dal venire a patti con il passato, includendo autori e vittime in una comunità di vittime austriaca ingannevole”. Se allora, come afferma la psicoanalisi (S. Žižek, “Lacan’s Four Discourses: A Political Reading”, in Desire of the Analysts, 2008) quando un gruppo genera un pazzo trasferisce su di lui – o, nel caso di Bachmann, su di lei – l’obbligo di sopportare passivamente la sofferenza che spetta a tutti loro, i turbamenti dell’io narrante di Malina appaiono non più soltanto come prodotto esplicito del potere impersonale e crudele di un individuo (o due, se al padre si accosta la figura di Ivan), come sembrerebbe a una prima lettura, ma come la conseguenza implicita di un disconoscimento sociale di cui lei sola deve portare i segni.

Le strategie adottate da Bachmann nelle Todesarten e, in misura minore ma più diretta, in Tra pazzi e assassini, servono ad aprire gli occhi sulla coscienza “scissa” di molti austriaci: nelle parole di Botz

il rapporto degli austriaci nel loro complesso con il proprio passato nazista è ancora frammentato in un duplice senso. Da un lato, la denazificazione giudiziaria e amministrativa, almeno per alcuni anni, aveva determinato una netta rottura di continuità; per questo motivo, a partire dagli anni ’70 non si registravano praticamente più dichiarazioni aperte a favore del nazionalsocialismo né fenomeni neonazisti degni di nota. Allo stesso tempo, però, nella grande massa della popolazione continuavano a persistere, con poche modifiche o del tutto intatti, elementi della visione del mondo nazista e di quella mentalità «paranazista», senza la quale il nazionalsocialismo non avrebbe avuto un impatto così ampio ed efficiente in tempi di crisi, soprattutto nella tradizione popolare dei tavoli da birreria e delle associazioni di reduci.
Così, l’elemento fantasmatico culturalmente specifico in Malina, la compresenza onirica di nazismo, violenza familiare e memoria traumatica, inscena questo fantasma sociale in un incubo le cui alternative sono morire per mano del padre, credendo al mito nazionale e riconoscendosi nel ruolo di figlia-vittima, o riscuotersi da esso, ma privi delle coordinate di realtà, in balia della più totale incertezza ontologica. Riconoscersi, in quanto soggetto, come il destinatario della chiamata ideologica permette all’individuo, uomo o donna che sia (un esempio su tutti è Antoinette Altenwyl, citata di frequente come esempio del “buon ordine austriaco”) di strutturarsi all’interno di un fantasma condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella colpa.

Dai Männerstammtisch di Tra pazzi e assassini alla cristallizzazione dell’autorità nella figura impersonale del Padre-Assassino in Malina, la ripartizione di Bachmann tra la facciata rispettabile della società e il suo rovescio osceno dimostra che, come avrebbe spiegato Žižek qualche anno più tardi, a tenere insieme una comunità non è tanto “l’identificazione con la Legge che regola i ritmi quotidiani ‘normali’ della comunità, quanto piuttosto l’identificazione con una forma specifica di trasgressione della Legge. La comunità nazista si basava sulla stessa solidarietà nel senso di colpa derivante dalla partecipazione a una trasgressione comune: essa emarginava coloro che non erano pronti ad assumersi il lato oscuro dell’idilliaca Volksgemeinschaft, i pogrom notturni, le percosse agli oppositori politici – in breve, tutto ciò che ‘tutti sapevano, ma di cui non volevano parlare ad alta voce’”.

La figura del padre-prevaricatore in Malina può leggersi come una riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci nel dopoguerra”.
La solidarietà del gruppo dominante, della nazione, è rafforzata dal misconoscimento comune dei soggetti, dal momento che le regole non scritte che fanno da supporto al potere lo sostengono soltanto finché restano nell’ombra, finché mantengono una distanza rispetto alla trama simbolica visibile che ne costituisce il fondamento. Se l’esperienza del nazismo e dell’Olocausto è resa esplicita, come accade nella rappresentazione di Bachmann e, in seconda battuta, nella ricostruzione di Johnson, nella sua mappa della rimozione nella toponomastica e nella memoria collettiva di Klagenfurt, viene messa a nudo la Unfähigkeit zu trauern, l’incapacità di elaborare un lavoro del lutto e, per estensione, scrive Luigi Reitani nella sua postfazione a Un viaggio a Klagenfurt, “di investire energie nella politica dopo il tramonto del sogno criminale nel terzo Reich”.

La figura del padre-prevaricatore in Malina, allora, può leggersi come una riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci nel dopoguerra”, osserva la germanista Monika Albrecht. Il bisogno di assoggettarsi al padre e il tentativo (fallito) di conformarsi, sono gli impulsi opposti che attraversano l’io narrante nell’istante esatto dell’interpellanza: riconoscersi o meno come destinatario della chiamata ideologica permette al soggetto di strutturarsi all’interno di un sistema ideologico condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella colpa. La messa in scena del Traumkapitel non segna soltanto la rottura con la legge paterna; costituisce in primo luogo una cesura con l’organizzazione della realtà che permette alla legge e al suo supplemento osceno di prosperare.

Bachmann, però, si è spinta oltre l’accusa all’ideologia dominante e alle sue falle. Se di Malina si interpretano infatti la connivenza e l’accettazione della violenza patriarcale o delle autorità, di cui è complice anche l’amante Ivan, come un riconoscersi nel già citato buon ordine austriaco, è necessario chiedersi quale sia il significato della posizione dell’io narrante, su cui ricade la violenza dell’istituzione. La chiave è nel fallimento, nell’impossibilità di conformarsi a quanto richiesto dal fantasma ideologico, poiché esiste sempre un’esorbitanza, un eccesso del singolo rispetto alla costituzione, un eccesso che incarna la “discontinuità nel reale”. Il soggetto di Bachmann, e in un senso più ampio Bachmann stessa, incarna nella poetica ciò che sfugge all’inclusione nel sistema simbolico, sia esso quello della nazione o del linguaggio comune.

La sua produzione letteraria resiste all’interpellanza, aspira a “trovare frasi vere”, aggira la scelta forzata tra l’alienazione fondamentale, la definizione della propria esistenza attraverso i termini dell’Altro, e con la messa in scena del Traumkapitel squarcia le condizioni di realtà e separa il soggetto dal suo fantasma, scuote le fondamenta per consentire una ristrutturazione a monte del nostro universo simbolico in cui inscrivere un nuovo agire. Al di là dell’indiscusso merito poetico, nelle Todesarten Bachmann dimostra la propria lungimiranza nell’avventarsi contro la costituzione discorsiva del mito, di illustrare il coinvolgimento (inter)passivo degli individui del dopoguerra, privati della propria identità dalla narrazione collettiva, e presenta l’urgenza, nella morte simbolica dell’io, scomparso in una crepa nel muro e nella realtà, di passare per una destituzione soggettiva, l’esperienza radicale di chi si assume la responsabilità del proprio fantasma fondamentale, in un inesausto lavorio di cesellatura su quella scena primaria che dà forma al sogno, o meglio, alla possibilità di sottrarsi all’incubo.

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NEW YORK, LE CARROZZELLE DI CENTRAL PARK VERSO L’ADDIO

14 Ottobre 2026 ore 18:41

Dopo tante polemiche e almeno 150 anni di storia New York si prepara a dire addio alle carrozzelle di Central Park. Il sindaco Zorhan Mamdani e la presidente del Consiglio Comunale Julie Menin hanno trovato l’accordo per la definitiva messa al bando e il 22 ottobre, salvo colpi di scena, arriverà il voto sul divieto che dovrebbe entrare in vigore a partire dal 2028. L’obiettivo di mandare in pensione le carrozzelle é da anni una causa cara ai sostenitori dei diritti degli animali, ma la pressione per lo stop é finalmente arrivata a massa critica l’estate scorsa, quando un giovane turista indiano, Romanach Mahajan, in visita a New York con i genitori e il fratellino, é morto dopo esser stato scaraventato a terra da un cavallo imbizzarrito. L’incidente, finito tragicamente, era stato l’ultimo di una serie: dal maggio 2025 erano stati segnalati almeno otto episodi “legati ai cavalli” all’interno o nelle vicinanze di Central Park. In luglio, dopo la morte di Mahajan, Mamdani aveva dichiarato di condividere “lo spirito” del bando pur criticando “l’insufficienza delle tutele previste per i lavoratori”. Il testo, nella formulazione ai voti la prossima settimana, consentirà dunque al Comune di “valutare” risarcimenti ai vetturini e offrire corsi di riqualificazione professionale e servizi di orientamento al lavoro. In un messaggio sui social, Mamdani ha assicurato che la sua amministrazione “farà in modo di tutelare i conducenti e i proprietari delle carrozze e di garantire la sicurezza dei cavalli”. Dietro la contesa c’é un giro d’affari consistente: scambiati o tramandati come quelli dei taxi, i 68 ‘medaglioni’ che autorizzano il servizio – un numero rimasto sostanzialmente bloccato dagli anni Quaranta-Cinquanta – possono valere oltre 300 mila dollari l’uno, con alcuni proprietari raccontano di aver pagato fino a mezzo milione. E’ dall’Ottocento che le corse in carrozza affascinano i turisti a Manhattan e allo stesso tempo attirano polemiche. Protagoniste della scena iniziale di ‘A piedi nudi nel parco’ con Robert Redford e Jane Fonda e di molte serie tv, le carrozzelle sono da anni oggetto di un violento scontro fra le varie amministrazioni e l’industria di settore. Nel 2016 l’allora sindaco Bill de Blasio era arrivato a un filo dal vietarle ma alle fine era stato costretto a un compromesso che prevedeva la riduzione del numero dei cavalli da 180 a circa 100. De Blasio non era invece riuscito nello forzo di spostare le stalle vicino a Central Park, in modo da evitare agli animali di doversi muovere fra il traffico della città per raggiungere l’area di Hell’s Kitchen, sul fiume Hudson, dove sono da anni collocate. L’iniziativa non era andata in porto perché a proteggere il pittoresco retaggio dell’età vittoriana erano stati i sindacalisti dei Teamsters, il potente sindacato dei trasporti a cui fanno capo i proprietari delle carrozzelle. Ne aveva fatto le spese Ryder, un ronzino di 26 anni che quattro anni fa divenne simbolo del disumano trattamento della sua specie: morì in una fattoria dello Stato di New York dopo esser crollato in strada per la stanchezza di un turno di quasi otto ore e per il caldo torrido.

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Trump vuole espellere Ilhan Omar, la deputata dem molto critica verso di lui

15 Ottobre 2026 ore 07:33

Ilhan Omar

L’amministrazione Trump vuole costruire un caso per revocare la cittadinanza americana a Ilhan Omar e arrivare, in prospettiva, alla sua espulsione dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui l’indagine federale sulla deputata democratica del Minnesota si concentra sulle modalità con cui ottenne la cittadinanza nel 2000, dopo essere arrivata negli Stati Uniti dalla Somalia.

Lunedì gli agenti federali hanno perquisito la sua abitazione a Washington, a tre settimane dalle elezioni di metà mandato, nelle quali Omar cerca la rielezione. Hanno sequestrato, secondo fonti citate dal quotidiano, il telefono cellulare, alcuni computer, quaderni e il passaporto della deputata. Gli investigatori hanno inoltre emesso più di una dozzina di mandati di comparizione, anche nei confronti di alcuni suoi familiari, per raccogliere testimonianze davanti a un gran giurì in Minnesota.

Al centro dell’inchiesta c’è un dubbio sull’età dichiarata da Omar o dal padre, Nur Omar Mohamed, nelle pratiche per l’immigrazione. La questione è rilevante perché, se la futura deputata avesse avuto 17 anni anziché 18 quando il padre presentò la domanda di cittadinanza, avrebbe potuto ottenerla automaticamente come figlia minorenne, senza dover seguire una procedura autonoma.

Omar, nata a Mogadiscio nel 1982 e arrivata negli Stati Uniti nel 1995 da un campo profughi in Kenya, ha sempre respinto le accuse di frode migratoria. Il presidente Donald Trump «vorrebbe eliminare una delle voci progressiste più efficaci del Congresso. Non c’è alcun fondamento», ha dichiarato il suo ufficio mercoledì.

La vicenda si inserisce nella più ampia offensiva dell’amministrazione contro i cittadini naturalizzati. Secondo il Wall Street Journal, il governo ha avviato oltre 200 cause per revocare la cittadinanza, in una campagna che prende di mira persone condannate per reati e altri soggetti accusati di aver mentito durante la procedura di naturalizzazione. Prima del secondo mandato di Trump, questi procedimenti erano rari: il governo federale ne avviava generalmente una dozzina o meno all’anno.

La revoca, tuttavia, non può essere disposta unilateralmente dall’esecutivo. Il dipartimento di Giustizia deve rivolgersi a un tribunale federale e dimostrare che il cittadino abbia fornito informazioni false e rilevanti per ottenere la naturalizzazione. Secondo Leon Fresco, ex alto funzionario del dipartimento di Giustizia durante l’amministrazione Obama citato dal Wall Street Journal, il caso sarebbe più semplice da sostenere se emergessero prove che Omar abbia mentito personalmente sulla propria età. In ogni caso, ha avvertito, il governo non si muove su un terreno giuridico consolidato.

La deputata è da anni uno dei bersagli preferiti dei repubblicani. Trump ha ripetutamente chiesto la sua espulsione e rilanciato accuse, mai dimostrate, secondo cui avrebbe sposato il fratello per favorirne l’ingresso negli Stati Uniti. L’inchiesta federale comprende anche verifiche sulle sue dichiarazioni patrimoniali, nonostante un organismo indipendente del Congresso l’avesse già scagionata da contestazioni relative a una precedente comunicazione del suo patrimonio.

La perquisizione apre dunque un nuovo fronte nello scontro politico tra la Casa Bianca e una delle figure più riconoscibili della sinistra democratica americana. Ma tra l’indagine e la revoca della cittadinanza resta un passaggio decisivo: la prova giudiziaria di una frode.

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L’Asia scopre che il boom dell’intelligenza artificiale non basta a proteggerla

15 Ottobre 2026 ore 07:23

Un drone parte per una consegna a Shenzhen, in Cina (AP/LaPresse)

L’Asia continuerà a crescere, ma dovrà fare i conti con rischi sempre più difficili da contenere. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l’economia della regione aumenterà del 4,8 per cento nel 2026 e del 4,4 per cento nel 2027, dopo il 5 per cento registrato nel 2025. Le nuove stime, pubblicate giovedì durante gli incontri annuali del Fondo e della Banca mondiale a Bangkok, sono migliori di quelle formulate in aprile, ma indicano comunque un rallentamento. A preoccupare sono soprattutto gli effetti della crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e la possibilità che l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale si ridimensioni bruscamente.

Secondo il rapporto del Fmi, i rischi per le prospettive economiche restano orientati al ribasso. Un prolungamento del conflitto mediorientale potrebbe mantenere elevati i prezzi delle materie prime e ridurre le riserve di petrolio, alimentando le pressioni inflazionistiche. Per i Paesi asiatici, molti dei quali dipendono dalle importazioni energetiche, il rincaro del petrolio si traduce in costi maggiori per imprese e famiglie e in una minore capacità di sostenere i consumi.

La frenata sarà più evidente nelle economie emergenti della regione, che restano il principale motore della crescita asiatica. Il Fmi stima per loro un’espansione del 5,1 per cento nel 2026, contro il 5,6 per cento del 2025. Le economie asiatiche avanzate, invece, dovrebbero accelerare dal 2,5 al 3,2 per cento, soprattutto grazie alla spinta del settore dell’intelligenza artificiale.

È proprio questa dipendenza a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Una correzione della domanda di tecnologie legate all’AI potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti in Asia, dove si concentra una parte rilevante della filiera produttiva: dai semiconduttori ai componenti elettronici, fino alle infrastrutture necessarie per alimentare e sviluppare i nuovi sistemi. Un rallentamento degli investimenti rischierebbe quindi di propagarsi dalle aziende tecnologiche al resto dell’economia.

I segnali di nervosismo sono già visibili sui mercati. E a pesare sono state anche le indicazioni di un’inflazione statunitense più sostenuta del previsto, che hanno alimentato le aspettative di tassi d’interesse più elevati.

Il secondo fronte di rischio riguarda il debito. Il rialzo dei rendimenti sui mercati internazionali può trasmettersi alle obbligazioni asiatiche, aumentando i costi di finanziamento per governi e imprese. Le tensioni sui titoli di Stato di grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Paesi dell’Eurozona potrebbero così ripercuotersi sull’intera regione.

Il problema è che molti Paesi asiatici devono già fare i conti con livelli di debito pubblico e fabbisogni di finanziamento elevati. Un irrigidimento improvviso delle condizioni finanziarie aumenterebbe la spesa per gli interessi, riducendo le risorse disponibili per gli investimenti e le politiche economiche. Anche l’incertezza sull’orientamento futuro della Federal Reserve contribuisce alla volatilità dei mercati valutari e dei flussi di capitale. Il Fmi segnala che, dopo lo shock energetico, diverse economie emergenti hanno già subito pressioni al ribasso sulle proprie valute.

Per Krishna Srinivasan, direttore del dipartimento Asia-Pacifico del Fondo, la priorità delle banche centrali deve restare la stabilità dei prezzi. Gli istituti monetari dovrebbero essere pronti a inasprire la politica monetaria nei Paesi in cui le aspettative d’inflazione sono meno stabili o le pressioni sui prezzi risultano persistenti, preservando al tempo stesso la propria indipendenza.

Anche i governi hanno margini di manovra limitati. Con il debito ancora superiore ai livelli precedenti alla pandemia, il Fondo invita a evitare sussidi generalizzati ai carburanti e controlli sui prezzi, misure che rischiano di diventare costose e poco efficaci. Gli interventi fiscali, sostiene l’Fmi, dovrebbero essere temporanei e mirati alle fasce più esposte.

La resilienza dimostrata finora dall’Asia, dunque, non è una garanzia per il futuro. La regione deve affrontare contemporaneamente uno shock energetico, condizioni finanziarie più restrittive e l’incertezza legata a uno dei principali motori della crescita recente. La sfida sarà evitare che queste pressioni si rafforzino a vicenda, trasformando un rallentamento gestibile in una frenata più profonda.

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Zelensky ha detto di sentirsi tradito da Trump

15 Ottobre 2026 ore 07:09

Volodymyr Zelenskyy

Volodymyr Zelensky si sente tradito da Donald Trump. In un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, il presidente ucraino ha criticato il riavvicinamento della Casa Bianca a Mosca, accusando il leader americano di scegliere una parte diversa da quella di Kyjiv. «È doloroso quando il presidente Trump sceglie una parte, non la nostra», ha detto. E alla domanda se si senta tradito, ha risposto: «Davvero, sì».

A preoccupare Kyjiv sono l’accordo annunciato da Trump per la fornitura di diesel russo e il possibile indebolimento del sostegno americano, a partire dalla condivisione delle informazioni di intelligence. «Stiamo perdendo un partner forte», ha avvertito Zelensky, precisando che non è l’Ucraina a essere responsabile di questa situazione. «Non possiamo permetterci di essere deboli». Il presidente ha poi criticato i consiglieri del tycoon, convinto che lo stiano spingendo nella direzione sbagliata: «Questa non è la parte giusta della storia».

A rendere più difficile la situazione ci sono anche le restrizioni introdotte da SpaceX alle comunicazioni satellitari utilizzate dalle forze ucraine. Zelensky ha definito un «grosso errore» le limitazioni a Starlink e ha chiesto a Elon Musk di ripristinare il servizio, avvertendo che in caso contrario «moriranno delle persone». Le restrizioni alla rete satellitare rischiano infatti di compromettere alcune operazioni militari ucraine, soprattutto il contrasto ai droni russi più veloci.

Intanto, Mosca ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Secondo Kyjiv, negli ultimi tre giorni le forze ucraine non hanno attaccato impianti energetici russi, dopo aver accolto la proposta americana di una tregua. Gli attacchi russi hanno invece colpito centrali elettriche e infrastrutture civili, lasciando centinaia di migliaia di persone senza elettricità. Nonostante le tensioni con Washington, Zelensky ha ribadito di essere pronto a un cessate il fuoco e di voler continuare a contare sulla partnership con gli Stati Uniti.

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L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

15 Ottobre 2026 ore 07:00

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.

Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.

Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.

Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.

«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.

Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.

Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo. 

A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.

Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.

Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.

Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

15 Ottobre 2026 ore 04:45

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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Moltivolti, il ristorante che ha cambiato la geografia di Palermo

15 Ottobre 2026 ore 04:45

Credits Moltivolti, Palermo

C’è una geografia invisibile che attraversa le città. A Palermo, nell’anima contraddittoria di Ballarò, quartiere stigmatizzato fino a un po’ di tempo fa e ora cool e frequentatissimo, questa geografia ha preso vita nell’aprile del 2014: attorno a un tavolo, sei soci, un mucchio di idee e zero capitali. Operatori sociali, tra cui un ragazzo senegalese e una ragazza dello Zambia, che a un certo punto hanno smesso di lavorare per gli altri e hanno deciso di mettersi in proprio fondando Moltivolti; l’identità plurale, direi meticcia, del progetto parte proprio da qui: dalle molteplici facce, storie e culture che lo abitano «Come le vene principali di un corpo che raggiungono il cuore da diverse punti».

«Non siamo un locale che dà lavoro agli immigrati…». Qui, la retorica dell’inclusione caritatevole viene annullata dalla realtà di un’impresa, «una vera impresa economica ben organizzata», solida, dove chi cucina, chi serve ai tavoli o chi sta dietro al bancone, arriva da diversi Paesi (Gambia, Costa d’Avorio, Tunisia, Egitto, Congo, ma anche Uzbekistan e Cile) e ha portato con sé competenze tecniche acquisite da scuole alberghiere, percorsi di formazione specifici e anni di esperienza in ambito ristorativo.

L’impresa sociale nata senza soldi (ma con un’idea precisa)
«All’inizio non c’erano i fondi». C’era però un progetto, accuratamente studiato, lavorato nero su bianco e presentato a Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. Il modello economico ha tenuto insieme risorse a fondo perduto e tassi agevolati, stabilendo le radici in uno spazio che fin dall’inizio ha messo al primo posto del suo statuto il più importante dogma laico: il rispetto dei diritti umani e la dignità del lavoro.

La scommessa iniziale sembrava un azzardo: aprire un ristorante di cucina africana, greca, turca e siciliana a Ballarò, come dicevamo quartiere storicamente stigmatizzato, vissuto dai palermitani come una periferia urbana e un nido underground scansato dalla borghesia. E invece, l’analisi di mercato e la spinta alla sperimentazione hanno vinto: contro ogni pronostico, l’accoglienza dei palermitani è stata rapida, calorosa, e ha trasformato il locale «in un presidio di cittadinanza attiva».

@Moltivolti
@Moltivolti

Poi c’è la domanda che a Palermo non si può fare, naturalmente, a meno di farfugliare sottovoce o sottintendere. E la mafia? Il giorno in cui ha aperto Moltivolti, tutti si aspettavano l’arrivo di qualcuno: qualche saluto accentuato, sorrisi ambigui, bigliettini; «Non è arrivato nessuno». La forza della comunità prende vita sul serio e oltrepassa lo slogan politico e la retorica dell’eroe, il paladino che tutti amano, che combatte contro il male: «Abbiamo appiccicato un adesivo sulla porta del locale. “Niente pizzo”, c’era scritto». In effetti, quello che vale la pena sottolineare, più che la risposta – e cioè il fatto che la mafia non abbia bussato alla loro porta – è la domanda che tutti loro negli anni si sono fatti: perché non da noi? Forse, questa forza della comunità – questo senso di appartenenza che oltrepassa i confini del quartiere, della regione e perfino della nazione, rappresenta un potere che è preferibile non sfidare, anche per la criminalità organizzata. Molte persone, Moltivolti, appunto, significa anche più occhi puntati.

Il piatto, il mercato e la contaminazione dei sapori
Varcare la soglia di Moltivolti significa immergersi in un’esperienza gastronomica che dialoga con lo storico mercato di Ballarò, a pochi passi da lì (tra le varie proposte, nel menu: couscous incocciati a mano e cotti al vapore, con carote, zucchine e cavoli; moussakà vegetariana con patate, formaggio primo sale e piselli; mafè senegalese con spinaci stufati al burro d’arachidi, cipolla e tamarindo). Qui, i profumi del cumino, dello zenzero, del berberè e delle varie spezie subsahariane si mischiano ai prodotti della tradizione siciliana facendo sì che nel piatto non esista soltanto una proposta etnica, ma soprattutto un ponte geografico e culturale («Una proposta che è anche una presa di posizione»).

@Moltivolti

Più di un ristorante: coworking, aule e riscatto
Non solo un luogo di cibo, ma un ecosistema ibrido: negli spazi dedicati al coworking si incontrano gruppi universitari, giornalisti, ricercatori e freelance di ogni genere. Nell’ampia sala, fra i tavoli da condivisione si tengono quotidianamente corsi di italiano e di orientamento al lavoro.

È qui che si compie la missione sociale originaria dei soci: intercettare i giovani arrivati da poco, intuirne attitudini, valutare competenze, e accompagnarli passo a passo ai tirocini, apprendistati e contratti stabili, dentro le cucine del locale o in altre realtà urbane. A oggi, circa seicento persone, «e forse di più», sono state formate e collocate nel mondo del lavoro e hanno trovato un’autonomia stabile. E d’estate, quando le scuole chiudono e i ragazzini del quartiere si ritrovano disoccupati, lo spazio si anima di laboratori.

In cucina e in sala la contaminazione è continua: cuochi italiani e cuochi internazionali lavorano fianco a fianco; imparano e insegnano allo stesso tempo ribaltando di continuo le gerarchie e fondendo tecniche e tradizioni differenti.

Il racconto a tavola e il tour “Attraverso i miei occhi”
L’esperienza gastronomica non si esaurisce nell’atto del mangiare. Ogni pranzo e ogni cena si trasforma in un momento di narrazione: al cliente, se interessato, viene raccontata la storia del quartiere, del progetto, dei ragazzi e dell’impresa sociale, offrendo le chiavi per capire l’origine dei piatti, «i motivi per cui ne è stato scelto uno e non un altro», e il senso di questa contaminazione.

@Moltivolti
@Moltivolti

Emblematico è il progetto guidato da Malik, originario del Gambia, cameriere e punto di riferimento del locale: con il percorso guidato “Attraverso i miei occhi”, progetto di turismo responsabile che coinvolge giovani dal background migratorio, Malik accompagna i visitatori in un trekking urbano tra i vicoli di Ballarò, mostrando i luoghi per lui più significativi dal giorno del suo arrivo. Un turismo trasversale che attrae tanto il crocierista curioso quanto il localdiffidente.

L’impatto sul tessuto cittadino è sotto gli occhi di tutti. La cosiddetta Palermo bene, i borghesi che prima evitavano la zona, ora vivono Ballarò con meno pregiudizi. Inoltre, i legami con il territorio si spingono ben oltre i confini del quartiere: molti dei collaboratori lavorano come mediatori all’Istituto penale minorile Malaspina, dove i cuochi di Moltivolti tengono corsi di cucina per i ragazzi detenuti.

A pensarci, frequentare Moltivolti significa partecipare a un incoraggiante assaggio di futuro, uno slancio determinato di vera umanità, dentro una città che sembra essere in grado per certi versi di esorcizzare la paura dello sconfinamento.

Moltivolti
Via Giuseppe Mario Puglia, 21
Palermo

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Alessandro Cornali e la strada che porta all’Argine a Vencò

15 Ottobre 2026 ore 04:45

Antonia Klugmann e Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino

A volte ritornano. Sicuramente la ristorazione non è il campo principale colpito dalla fuga di cervelli (e di braccia), anche se da sempre per chi vuole fare il cuoco con ambizione una puntata in Francia è doverosa. Un’altra meta ambita, ma meno semplice da praticare, sono gli Stati Uniti, dove però devi trovare una struttura che sponsorizzi il visto lavorativo. Ma a New York non sono pochi i giovani italiani che lavorano nell’alta ristorazione: due sous chef di Eleven Madison Park sono ragazzi italiani, Stefano Casale e Mattia Rancati. È italiano anche Alberto Marcolongo che è stato a lungo executive chef del ristorante di Ducasse, prima di scegliere una strada autonoma.

Alessandro Cornali, ventinove anni, è quello che è ritornato, ha lasciato la cucina di Blue Hill at Stone Barns, due stelle Michelin più stella verde nella Hudson Valley, un posto magico in un reservoir della famiglia Rockefeller dove prima di cucinare coltivano e allevano, per un chilometro veramente zero. «Sapevo bene cosa era Blue Hill, ma la realtà è stata superiore alle aspettative», racconta Alessandro. «Avevo il desiderio di uscire dalla città, in fondo sono un ragazzo di campagna, vengo dalla Val Brembana, e quindi la vicinanza con la terra per me è importante. Blue Hill è costantemente alla ricerca di figure professionali da inserire nella brigata, quando hanno visto il mio curriculum si sono occupati di tutti i permessi per farmi arrivare e mi hanno subito inserito nel gruppo dei sous chef dove sono rimasto fino alla fine. Nei ristoranti di questo livello c’è un executive chef, Dan Barber, quattro chef e una schiera di sous chef, ma io ho lavorato a stretto contatto con Dan Barber. Comunque dopo un anno e mezzo, imparato bene l’inglese, mi è venuto il desiderio di tornare: l’Argine a Vencò mi è sembrato un posto che potesse rispecchiare le mie ambizioni, così ho scritto ad Antonia Klugmann».

Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino
Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino

«Sicuramente, prima ancora di conoscerlo di persona, mi ha colpito il suo curriculum, assolutamente di sostanza», racconta Antonia Klugmann. «In ogni realtà di qualità in cui aveva lavorato era rimasto per un periodo significativo e le esperienze che aveva maturato erano state al fianco di persone che stimo moltissimo. Questo mi ha fatto pensare che avesse costruito un percorso professionale solido e coerente».

Alessandro Cornali viene da una famiglia di ristoratori, il Ristorante Collina di Almenno in provincia di Bergamo è stato aperto dalla nonna Lidia, lei poi ha passato la mano al papà Mario che gli ha dato un’impronta fine dining. Alessandro ha frequentato l’istituto alberghiero di Nembro, non lontano da casa, ma un giorno, a diciassette anni, nel ristorante del papà ha trovato il libro “Ingredienti” di Massimiliano Alajmo e questo lo ha folgorato, facendogli capire quale era la sua strada. Così una volta finito l’alberghiero è stato prima al Mudec da Enrico Bartolini, che aveva ancora solo due stelle Michelin, e poi per due anni è riuscito a lavorare per Massimiliano Alajmo, a Le Calandre: «Considero Massimiliano una delle persone più importanti nella mia formazione. Il suo modo di stare in cucina, di toccare il cibo è unico, ispirante. Dopo tanti anni sono ancora molto legato a lui». Dopo l’esperienza di Alajmo e prima di Blue Hill ci sono stati tre anni da Alléno a Parigi. Insomma è facile capire perché il curriculum abbia colpito Antonia Klugmann.

«Guardando il percorso che mi ha portato prima a Parigi e poi a New York è facile pensare che io sia attratto dalle località importanti, con la bella vita» continua Alessandro, «ma la realtà è diversa, sono andato scegliendo il ristorante per quello che offriva, la stessa spinta che mi ha portato all’Argine a Vencò. Certo, all’estero ci sono riconoscimenti economici importanti, ma anche un costo della vita differente. Comunque l’aspetto economico non è mai stato prioritario nelle mie scelte, è vero però che negli Stati Uniti la ristorazione è industria: in Italia c’è meno imprenditorialità, sull’onda della leggendaria ristorazione “di famiglia”, anche se poi a ben guardare le attività economicamente più vincenti, Cerea e Alajmo, sono imprese che sono nate e cresciute come famigliari. Anche qui all’Argine ci sono due sorelle, Antonia e Vittoria, ma non vengono da un’esperienza famigliare. La realtà di questo posto mi interessava moltissimo, la cucina di Antonia è originale, il luogo rispecchia le mie passioni, è una zona con grandi vini».

L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto

L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto
L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto

«Alessandro ha portato a Vencò una grande serietà e, soprattutto, una profonda comprensione dei meccanismi e delle dinamiche proprie di un’azienda famigliare», ha detto a Linkiesta Gastronomika Antonia Klugmann. «Nonostante negli ultimi dieci anni le sue esperienze lavorative si fossero svolte principalmente in strutture di grandi dimensioni, ha saputo adattare la sua professionalità a una realtà come la nostra. Trovo che questa capacità sia sintomo di grande intelligenza professionale. A questo ha aggiunto una grande umiltà e una notevole capacità di ascolto, qualità che considero fondamentali per lavorare all’interno di una squadra e per contribuire realmente all’evoluzione di una cucina».

«Sono consapevole dell’esperienza che ho maturato, ma sono anche consapevole di ciò di cui lo chef ha bisogno da parte mia», sottolinea Alessandro, «su questo ci siamo trovati subito con Antonia e, piano piano, ho iniziato a dare il contributo che era nelle mie corde in funzione di questa cucina. Sentivo l’esigenza di essere il braccio destro di una personalità molto forte, in più qui c’è una splendida relazione umana».

Foto di Antonio Sorrentino
Foto di Antonio Sorrentino
Alessandro Cornali, foto di Stefano Vegliani
Alessandro Cornali, foto di Stefano Vegliani

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Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna

15 Ottobre 2026 ore 04:45

Pixabay

Durante la mia formazione come cuoco ho avuto la grande fortuna di trascorrere un’estate nella cucina di un ristorante chiamato Chez Nico a Londra. Nico Ladenis e sua moglie Diana gestivano la loro piccola attività a Battersea e all’epoca potevano vantare due stelle Michelin. In seguito avrebbero ottenuto anche la terza, un traguardo ambito, dopo essersi trasferiti nel quartiere di Mayfair, decisamente più alla moda. Durante quell’estate dovevo sostituire un membro dello staff di cucina in procinto di partire per fare un’esperienza in un ristorante in Francia. Nico era molto noto, dentro e fuori il settore della ristorazione, e aveva la reputazione di essere un tipo difficile, incapace di scendere a patti con chiunque, clienti compresi: era famoso per aver invitato un signore ad andarsene solo perché aveva osato chiedere del sale. Nico non teneva il sale sui tavoli per paura che i clienti potessero sconvolgere l’equilibrio di sapori dei piatti che aveva preparato con tanta cura. Alcuni tabloid lo avevano preso in giro pubblicando una vignetta in cui Nico inseguiva i clienti per strada brandendo minacciosamente una saliera. In realtà non ha mai inseguito nessuno, ma sapevo che stavo entrando in una cucina dove la posta in gioco era molto alta e la tensione poteva esserlo altrettanto.

La prima settimana si rivelò a dir poco tesa. In quella piccola cucina eravamo in tre oltre a Nico, e seguivamo le sue istruzioni alla lettera. O si faceva come diceva lui o niente, il che mi sembrava un approccio onesto e corretto. Per me era tutto nuovo e dovevo imparare tutti i dettagli e i sapori dei piatti di cui ero responsabile prima che il ragazzo che avrei sostituito partisse per la Francia.

In quella prima settimana viaggiavo ogni giorno da Gatwick al centro di Londra. Questo significava alzarsi alle sei del mattino e arrivare a casa all’una di notte per poi alzarsi di nuovo alle sei e così via. Lavoravamo a turni spezzati, con qualche ora libera nel pomeriggio. Esausto, approfittavo di quelle brevi pause per raggomitolarmi su una panchina di Battersea Park come un senzatetto, e cadevo in un sonno profondo, distrutto dallo stress e dalla mancanza di riposo. Con il passare dei giorni, parlavo a monosillabi e non riuscivo a dare il meglio di me. Il sabato sera, mentre salutavo lo chef in partenza per la Francia, mi resi conto che Nico era preoccupato. Il suo staff era troppo ridotto per permettersi di avere un anello debole, le sue stelle Michelin erano preziose e io sembravo sul punto di crollare. Fortuna volle che durante quel primo weekend trovassi una stanza a pochi passi dal ristorante e il martedì tornai al lavoro fresco, ritemprato ed entusiasta. Iniziai a riposare come si deve tutti i pomeriggi, visto che la casa distava pochi minuti dal mio posto di lavoro. Da quel momento rifiorii e tutto andò a gonfie vele.

In cucina ogni cosa aveva il suo posto. Ogni frusta, ogni ciotola, ogni pentola. Da Nico imparai molto sul cibo ma anche sull’organizzazione. In cucina regnava sempre il silenzio. A lui piaceva così. Imparai anche che spesso essere silenziosi come Nico non significava essere un mostro o un maleducato: significava soltanto evitare di dire qualcosa di inutile. Mi sembrava che Nico sentisse tutto il peso di quelle due stelle sulle spalle. Un giorno ci stavamo dando da fare, preparandoci per il servizio, e Nico era in piedi al suo solito posto accanto al passavivande, da cui lui stesso consegnava ogni singolo piatto ai camerieri. Nulla sfuggiva alla sua attenzione. D’un tratto il cucchiaio di legno che stavo usando per mescolare qualcosa mi si spezzò in mano. La cosa quasi mi divertì e pensai che evidentemente stavo davvero dando il massimo in quello che stavo facendo. Tuttavia percepii calare il gelo nella stanza. Era un silenzio diverso da quello in cui lavoravamo di solito.

Alzai immediatamente lo sguardo dalla ciotola, perché era chiaro che era appena successo qualcosa di cui non mi ero accorto. Gli altri due chef e Nico avevano smesso di fare quello che stavano facendo. Nico guardava me e loro guardavano lui, tutti e tre con la bocca leggermente aperta. Nico si tolse gli occhiali, si massaggiò l’attaccatura del naso ed esclamò con tono solenne che avevo appena rotto il suo cucchiaio di legno “fortunato”. Beh, se avessi saputo che quel semplice utensile era considerato un talismano dotato di poteri magici, non l’avrei mai neanche preso in mano. Ovviamente non dissi niente di tutto ciò a Nico, ma in compenso lui mi raccontò quanta strada aveva fatto con quel cucchiaio. Sentiva che aveva contribuito al suo successo. Lo implorai di perdonarmi. Non ricordo come risolvemmo la questione. Probabilmente i clienti stavano cominciando ad arrivare e tornammo a concentrarci sul problema più urgente, ossia sfamare gli ospiti.

Nei mesi successivi non accadde nulla di terribile. Anzi, io e Nico andammo d’amore e d’accordo. Lui era entusiasta del mio lavoro e le sue stelle luccicanti erano ancora intatte. Come sostituto del suo aiuto-cuoco me l’ero cavata egregiamente. Per il mio ultimo giorno di lavoro organizzammo un pranzo d’addio. Erano tutti di buon umore poiché quel giorno coincideva con l’inizio della chiusura annuale per le vacanze di agosto. Alla fine del pranzo, con grande ilarità generale, Nico mi regalò un enorme cucchiaio di legno su cui aveva fatto incidere una frase: “Il cucchiaio fortunato di Rory”. Scoppiammo tutti a ridere, anche se, nel mio caso, con un pizzico di agitazione. Per la prima volta in quella lunga, calda e gratificante estate, vidi Nico con un sorriso ampio e soddisfatto sul viso. Poteva concedersi un mese di pausa dalla pressione della sua personalissima versione del cucchiaio di legno: le stelle Michelin. Quell’uomo incompreso, dolce, educato, gentile, dal fascino sommesso, mi insegnò molto sul cibo e sulla gestione di una cucina e su come a volte il silenzio, se corroborato dal successo, possa essere un gran bel rumore.

Estratto da “La gioia del cibo. Una celebrazione del Buono in cucina” di Rory O’Connell, Guido Tommaso Editore, 353 pagine, euro 30,00

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La risoluzione anti-riarmo del campo largo è il selfie dell’egemonia politica contiana

15 Ottobre 2026 ore 04:45

Prima di capire cosa succederà dopo, bisogna capire cos’è successo prima della risoluzione presentata martedì in Parlamento da tutte le forze organiche e aggregate del campo largo (Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra, Italia viva e PiùEuropa), con la quale si sono impegnate a «scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello Stato» e a costruire «una vera difesa comune europea e a perseguire una strategia che punti alla sovranità e indipendenza energetica e che metta gli Stati membri al riparo dagli effetti destabilizzanti indotti dalle guerre» (ma come pensano? Ma come scrivono?).

A questa umiliante Canossa di qualunque decente riformismo ed europeismo non si è arrivati per caso, ma per necessità. Non parlo solo della necessità tattica delle forze minori, che, avendo l’esigenza di salire sull’arca demo-populista per scampare al diluvio delle prossime elezioni, devono dimostrarsi meritevoli di tanta generosità.

Dico innanzitutto la necessità, per così dire, storica, legata ai rapporti di forza reali e anche ideali che hanno portato uno schieramento – che, sulla carta, avrebbe dovuto innalzare le bandiere della libertà e della sovranità europea – a voltare le spalle alle tragedie del continente e ad accettare il destino della sua disarmata e pacifistica petainizzazione, un po’ russa e un po’ americana, come un Roberto Vannacci o un Matteo Salvini qualunque.

La verità è che i partiti del campo largo e moltissimi dei loro elettori non credono che la prima vera guerra europea, quella contro l’Ucraina, sia una sfida esiziale, ma semmai un effetto collaterale del bellicismo occidentale pre-trumpiano, che ha modificato i confini naturali dello spazio vitale russo, allargato a dismisura quelli della Nato e attratto nell’orbita europea paesi che sarebbero dovuti rimanere, anche per il loro bene, in quella di Mosca.

La verità – una verità terribile e umiliante, che proprio per questo non deve essere edulcorata o travisata – è che, per il campo largo e per chi comanda in esso, il Maidan fu un colpo di Stato ordito da Victoria Nuland; che, come dice Lucio Caracciolo, sono i Paesi baltici che vogliono invadere la Russia; che sono i Paesi esteuropei a provocare le reazioni di Mosca e che l’imperialismo russo è un fenomeno essenzialmente reattivo, non originario né connaturato ai sogni di grandezza eurasiatica degli aspiranti vendicatori del tracollo sovietico.

La verità è che la sinistra italiana è ormai preda di un’emiplegia morale, che la priva non solo del senso del bene, ma persino di quello del tragico per qualunque vicenda che riguardi l’emisfero politico euro-atlantico. Da questo punto di vista, è davvero esemplare la relativizzazione del 7 ottobre e dell’invasione dell’Ucraina a fronte della monumentalizzazione eroica di qualunque resistenza, anche criminale, che si opponga all’ordine del vecchio occidente globale. Infatti, per questa sinistra, Donald Trump è solo l’ennesimo cattivo del mondo yankee, non il primo presidente anti-americano dell’America.

Insomma, la verità è che quella risoluzione anti-riarmo presentata in Parlamento è il selfie dell’egemonia politica contiana. Ci si potrebbe chiedere perché un’alleanza occasionale e opportunistica, come quella stretta nel 2019 tra PD, sinistra e M5S ai tempi del Papeete e dei deliri megalomanici di Salvini, si sia tramutata in brevissimo tempo in una corrispondenza di amorosi sensi così intima e profonda da conferire a Giuseppe Conte il ruolo di mahatma della sinistra italiana.

Com’è possibile che un figurante chiamato nel 2018 a fare da prestanome ai suoi vice a Palazzo Chigi, nel connubio tutt’altro che innaturale tra sovranisti e populisti, sia diventato un anno dopo «un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste»?

E com’è possibile che, dopo avere fatto cadere il Governo di Mario Draghi nientepopodimeno che su un inceneritore (in realtà sull’Ucraina) e avere condannato la sinistra a una sconfitta annunciata alle politiche del 2022, sia poi stato prontamente riabilitato dal PD e riabbracciato come un compagno che sbaglia da tutta la sinistra che più sinistra non si può, per diventare, come parrebbe dai sondaggi, il candidato più trasversalmente apprezzato dagli elettori del campo largo, con consensi tra quelli del PD che Elly Schlein si sogna tra quelli del M5S?

Pur dando a Conte quel che è di Conte – un consumato talento trasformistico, da rabdomante del senso comune – e riconoscendo che il suo dieci per cento o poco più gli assicura una comoda rendita nel sistema bipolare e un evidente potere di ricatto verso le altre forze di opposizione, per capire il fenomeno Giuseppi bisogna soprattutto guardare a quanti l’hanno reso tale, trasformando una meteora del caos populista in una stella fissa dell’universo (con rispetto parlando) progressista. Non un Ghino di Tacco con cui fare i conti, ma un santo al quale votarsi.

Cosa ci trovano in Conte, nella sua persona e nella sua politica, i partiti e gli elettori di quella sinistra che per il M5S era semplicemente il Palazzo da distruggere? Ci trovano molto di quello che erano, che sono stati costretti obtorto collo a non essere più e che sono quindi prontissimi a ridiventare, pure al seguito di questo parafangaro della pace e della giustizia e re borbone delle povere genti, calato dal cielo dei vaffanculo per restaurare lo spirito della vera sinistra.

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Il premier inglese Burnham chiude ai Verdi, «mai un accordo con loro»

15 Ottobre 2026 ore 00:07

«Posso condannare inequivocabilmente la mozione approvata? È sbagliata. È antisemita, e questo lato dell’Aula non vuole averci nulla a che fare». Così Andy Burnham ieri, incalzato ai Comuni dalla deputata […]

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Seveso 50 anni fa e le altre «nubi» tossiche d’Italia

15 Ottobre 2026 ore 00:07

Industrie pericolose e inquinanti: a che punto sono la prevenzione e le bonifiche». Il sottotitolo del convegno che dedichiamo ai cinquant’anni da Seveso è particolarmente impegnativo e di bruciante attualità. […]

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La tragedia e chi l’ha trasformata in un monito per il futuro

15 Ottobre 2026 ore 00:06

Allo scoppio del reattore dell’Icmesa non seguì nessun morto. Certo, ci fu una morìa di animali e tantissime persone, soprattutto bambini, presentarono sul volto i segni della cloracne. In Italia […]

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La normativa Seveso: restrittiva ed efficace

15 Ottobre 2026 ore 00:06

Nel 1999, come Ministro dell’Ambiente, proposi il decreto legislativo di recepimento nella legislazione nazionale della direttiva europea Seveso II, pubblicato poi come Decreto Legislativo 17 agosto 1999, n. 334, che […]

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