The Battle With Anthropic Is the Start of a New Kind of Conflict

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1. C’è un modo di attraversare la politica come si attraversa un terreno inesplorato: senza sentieri tracciati, calpestando nuove aiuole. Marco Pannella lo ha fatto per sessant’anni, lasciando impronte originali, scomode perché irregolari, spesso incomprese, sempre visibili. A dieci anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2016), il volume Marco Pannella. La passione della politica, curato da Piero Ignazi (Viella, 2026), offre una bussola imperfetta ma necessaria per comprenderne la parabola. Imperfetta perché non pretende di orientare in una sola direzione. Necessaria perché restituisce la complessità di una figura che sfugge alle semplificazioni. Il libro si inserisce nella preziosa collana che l’editore romano dedica ai protagonisti della “Prima Repubblica”, e già questo ne segnala l’ambizione: collocare Pannella dentro una storia comune, senza neutralizzarne l’eterodossia.
2. Non è un libro su Pannella, in senso lineare. È piuttosto un libro attorno a Pannella. E qui emerge il primo tratto distintivo: la coralità dei suoi autori. Studiosi di formazione accademica, diversi per statuto disciplinare, sensibilità, appartenenza generazionale, non sempre (o non più) riconducibili all’area radicale, compongono un coro che non cerca l’armonia, ma accetta la dissonanza. Un libro corale, dunque, ma anche plurale nei temi e negli sguardi: dalla stagione dei diritti civili (Simona Colarizi) alla leadership (Angelo Panebianco); dalle sfide sistemiche poste da Pannella (Ignazi, Carlo Radaelli) alle modalità della sua comunicazione politica (Edoardo Novelli); dalla formazione giovanile e universitaria (Gaetano Quagliariello) all’opzione nonviolenta e antimilitarista (Lucia Bonfreschi-Marco Labbate); dall’impegno nelle istituzioni europee (Bonfreschi) alla dimensione transnazionale (Lorenzo Strik Lievers), fino ai tentativi di sintesi complessiva (Maurizio Griffo) e alla testimonianza biografica e autobiografica (Massimo Teodori). Non un memoir, dunque, ma uno scavo analitico della vita politica del leader radicale. A tenere insieme queste tessere è un filo non rettilineo, ma tenace. È quello di una politica incarnata. Nel mio saggio introduttivo ho provato a dirlo così: Pannella non scrive libri, produce iniziative; non costruisce sistemi teorici, ma conflitti; non lascia trattati, ma tracce vive, disseminate tra radio, piazze, parlamenti, tribunali, carceri. La sua è una politica del σώμα e del λόγος, del corpo e della parola. Per questo, le sue battaglie sono sempre “abitate”: corpi gioiosi nelle lotte per la liberazione sessuale; corpi autodeterminati nelle campagne su divorzio e aborto; corpi scheletrici nel lungo impegno contro lo sterminio per fame; corpi reclusi, dimenticati, malati nelle battaglie per i diritti dei detenuti o per il fine vita e la libertà di ricerca scientifica. Non è una metafora, semmai la rappresentazione di una prassi capace di agire trasformando. D’altra parte, quelle radicali sono sempre state battaglie di scopo, condotte attraverso l’azione diretta, in prima persona: una politica da «marciapiede» che chiama ogni militante – a cominciare, esemplarmente, dal leader – a trasformare il proprio corpo in strumento di lotta nonviolenta.
3. Il volume ha il merito di non indulgere alla tentazione più facile: quella agiografica. Non restituisce un’immagine univoca e pacificata del leader radicale. Al contrario, ne scandaglia le contraddizioni. Le intuizioni e le innovazioni, certo: il referendum come «grimaldello» capace di scardinare il sistema politico; la disobbedienza civile come tecnica per attivare il controllo di costituzionalità; la centralità della nonviolenza come metodo non sacrificabile – machiavellicamente – al fine perseguito. Ma anche le tensioni interne: l’attrito tra una struttura di partito federale, libertaria, democratica e la sua leadership carismatica; un’organizzazione volutamente fluida, spesso incapace di consolidarsi; la conflittualità verso ogni forma di potere e il rapporto dialettico con le istituzioni e i suoi vertici; il titanismo pannelliano, misurabile nella sproporzione tra le forze su cui poteva contare e gli obiettivi che si proponeva. È soprattutto qui che il libro guadagna spessore, perché tiene insieme luci e ombre. Le vittorie sono note, ma non scontate: il divorzio e l’aborto, confermati dal voto popolare; la crescita dei diritti civili in un paese ancora segnato da culture confessionali; l’attivazione di strumenti di democrazia diretta che trasformano gli elettori in legislatori. A queste si aggiungono risultati meno immediatamente visibili, ma altrettanto incisivi: la lunga battaglia contro la pena di morte, culminata nella moratoria ONU; il contributo alla nascita della Corte penale internazionale; le campagne per il ripristino della legalità costituzionale nelle carceri e contro l’ergastolo (comune e ostativo). Accanto alle vittorie, le sconfitte. Alcune politiche, come il progetto di un Partito Radicale transnazionale e transpartitico, rimasto incompiuto. Altre strategiche: la scelta deliberata di non trasformare i successi referendari in una presenza organizzata e stabile nel sistema partitico; l’opzione per liste elettorali “personali” o tematiche, invariabilmente di breve durata. E poi le occasioni non colte, su cui più autori insistono criticamente: la mancata capitalizzazione del successo elettorale del 1979; la rinuncia, negli anni della crisi della Prima Repubblica, a guidare un’area laica e riformatrice nel passaggio cruciale di Tangentopoli. Scelte che rinviano a una cifra costante: la diffidenza verso gli apparati, la preferenza per il movimento rispetto alla forma, il favore per le aggregazioni trasversali miranti a un obiettivo comune.
4. Dentro questa traiettoria si collocano le specificità pannelliane. In primo luogo, un modo di fare politica che usa il diritto (law) per produrre diritti (rights). Il referendum e la questione di costituzionalità diventano strumenti di partecipazione, capaci di aprire spazi là dove la rappresentanza è chiusa. La disobbedienza civile non è rottura anarchica, ma leva ordinamentale: ci si oppone alla legge irragionevole per cambiarla, non per negarla. È una pedagogia della cittadinanza, prima ancora che una strategia politica. C’è poi il Pannella internazionale, spesso trascurato. Il libro lo restituisce nella sua dimensione più ambiziosa: quella di una nonviolenza “interventista”, fondata sulla difesa dei diritti umani e per l’affermazione dello Stato di diritto oltre i confini nazionali. Non un pacifismo remissivo, ma un’idea esigente di legalità globale. Da qui le campagne per Sarajevo, per la lotta contro lo sterminio per fame, per i popoli dimenticati, per una giustizia penale internazionale. Anche qui, tra intuizioni precoci e risultati parziali, ma sempre seminali.
C’è, infine, l’opzione nonviolenta che con Pannella irrompe e rompe con una tradizione politica – quella italiana – di segno opposto. Il suo è un rifiuto incondizionato della violenza, sia essa di massa o rivoluzionaria o – peggio ancora – delle istituzioni («i carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”»). Un’opzione che nega radicalmente la dialettica schmittiana amico/nemico, perché «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo».
5. Lette le sue 244 pagine, ciò che risulta è un mosaico: non un ritratto unitario già dato, ma una serie di tessere diverse, che il lettore è chiamato a ricomporre. È forse questo il merito maggiore del volume. Non chiude Pannella in una formula. Lo riapre. Nel tempo corto della politica contemporanea, dove tutto tende a consumarsi in fretta, questa operazione ha un valore aggiunto. Restituire complessità è un gesto controcorrente. Significa riconoscere che alcune figure – come Pannella, in ragione di una vita politica clamorosa – non si lasciano archiviare né normalizzare. Restano non risolte. E, proprio per questo, continuano a interpellarci.

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di Giuseppe Gagliano –
Il G7 di Evian-les-Bains si apre sulle rive del Lemano in un momento in cui l’occidente resta ancora potente, ma non più dominante come in passato. I sette grandi continuano a rappresentare un blocco ricco, armato e tecnologicamente avanzato, ma non sono più il direttorio incontestato dell’economia mondiale né la cabina di regia di un ordine internazionale accettato senza riserve dal resto del pianeta.
Il vertice nasce dentro questa trasformazione. Ucraina, Iran, Stretto di Hormuz, Cina, debito dei Paesi poveri, clima, materie prime critiche e sicurezza energetica confermano che il baricentro globale si è spostato. Il G7 non è scomparso, ma ha cambiato funzione. Non decide più da solo il destino del mondo, prova piuttosto a mantenere compatto l’occidente davanti a un sistema internazionale più frammentato, competitivo e meno disposto all’obbedienza automatica.
A dominare la scena è ancora una volta Donald Trump, perché gli Stati Uniti restano il perno indispensabile della strategia occidentale. Per i leader europei il presidente americano è insieme una risorsa e un problema. Solo Washington dispone del peso militare, finanziario e diplomatico necessario per sostenere i fronti aperti, ma Trump interpreta l’alleanza transatlantica con logiche più bilaterali, commerciali e assertive rispetto al multilateralismo tradizionale.
Il vertice mostra così la debolezza europea. L’ue parla di autonomia strategica, sovranità industriale e difesa comune, ma davanti alle grandi crisi continua a dipendere dagli Stati Uniti. Parigi ospita, Bruxelles finanzia, Berlino pesa economicamente e Roma cerca spazio, ma la direzione reale resta legata a Washington. L’Europa è il continente che più subisce gli effetti della guerra in Ucraina, delle crisi energetiche e delle tensioni commerciali, ma fatica a trasformare il proprio peso economico in potere geopolitico.
La guerra in Ucraina resta il primo banco di prova della coesione occidentale. Kiev continua a resistere, ma il conflitto è entrato nella fase dell’usura, dove contano munizioni, uomini, industria, logistica e capacità di sostituire le perdite. La Russia appare provata, ma non prossima al collasso. L’Ucraina, invece, dipende in modo decisivo da finanziamenti, sistemi antiaerei, munizioni, intelligence e sostegno diplomatico occidentale.
Il G7 può promettere nuovi fondi, prestiti, forniture e garanzie, ma resta irrisolta la domanda politica principale: quale deve essere l’esito del conflitto? Vittoria militare completa, congelamento del fronte, accordo con Mosca o nuova architettura di sicurezza europea. Nessuna risposta viene formulata con chiarezza, perché ogni opzione comporta costi politici elevati. Il risultato è una guerra che l’Europa finanzia e subisce, ma non dirige.
Anche la possibile intesa tra Stati Uniti e Iran pesa sul vertice. Lo Stretto di Hormuz resta una delle arterie decisive dell’economia mondiale e ogni tensione nel Golfo si riflette sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime, sui mercati finanziari e sull’inflazione. Teheran non è soltanto un problema regionale, ma una potenza collocata in uno snodo essenziale tra Golfo Persico, Caucaso, Asia centrale e Oceano Indiano.
La questione iraniana riguarda nucleare, petrolio, gas, dollaro, rotte marittime, sanzioni, Israele, monarchie del Golfo, Cina e Russia. Per l’Europa una stabilizzazione del Golfo sarebbe vitale, ma anche su questo dossier il continente resta in posizione debole. Dopo anni di allineamento alla pressione e alle sanzioni, attende che una trattativa guidata da Washington produca stabilità.
Il Golfo, intanto, non è più un protettorato politico. Arabia Saudita, Emirati e Qatar mantengono rapporti profondi con gli Stati Uniti, ma dialogano anche con Cina, Russia e Asia. Non vogliono rinunciare alla protezione americana, ma cercano alternative, margini di autonomia e nuove opzioni finanziarie, energetiche e diplomatiche. Gli alleati non occidentali non sono più comparse, ma soggetti capaci di trattare e cambiare tavolo quando conviene.
Dietro ogni discussione del G7 si intravede la Cina. Pechino è il centro invisibile del vertice: pesa sulla guerra in Ucraina attraverso il rapporto con Mosca, sull’Iran attraverso l’energia asiatica, sulle materie prime critiche attraverso il controllo delle filiere, sulla transizione verde attraverso la produzione di pannelli solari, batterie, componenti e tecnologie industriali. L’occidente ha beneficiato per decenni della produzione cinese a basso costo, ma oggi scopre di aver trasferito anche capacità produttiva e potere negoziale.
La transizione energetica rende evidente questa contraddizione. L’Europa ha costruito regole climatiche ambiziose, la Cina ha costruito fabbriche. Gli Stati Uniti reagiscono con sussidi e protezionismo, mentre l’ue cerca una via intermedia, rischiando però di restare il continente delle norme mentre altri diventano i continenti della produzione.
Il vertice certifica anche il ritorno dello Stato nell’economia. Dopo trent’anni di liberalizzazione e fiducia nelle catene globali del valore, l’occidente riscopre politica industriale, sicurezza economica, protezione delle filiere, controllo degli investimenti, materie prime strategiche e sovranità tecnologica. La pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica e la competizione con la Cina hanno mostrato che l’efficienza senza ridondanza diventa vulnerabilità.
Restano invece ai margini sviluppo, debito e clima, temi decisivi per il Sud globale. La riduzione degli aiuti internazionali e la crescita delle spese per difesa e sicurezza indicano una nuova gerarchia delle priorità. Ma povertà, crisi del debito, instabilità climatica e mancanza di infrastrutture producono migrazioni, conflitti, radicalizzazione e nuovi spazi per l’influenza di Cina, Russia, Turchia, India e monarchie del Golfo.
La presenza di Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India e Kenya conferma che il G7 non può più bastare a sé stesso. Questi Paesi rappresentano energia, demografia, industria, agricoltura, rotte commerciali, materie prime e sicurezza regionale. Non sono ospiti decorativi, ma interlocutori necessari. Non rifiutano l’occidente, ma non accettano più lezioni senza contropartite.
Evian racconta dunque un occidente ancora forte, ma meno capace di orientare da solo l’economia e la politica mondiale. Il G7 resta utile per mantenere aperto un canale di coordinamento tra alleati, ma non basta più a governare il sistema internazionale. La vera sfida non è salvare la forma del vertice, ma capire se l’occidente sia disposto ad accettare che la propria leadership non può più fondarsi sull’obbedienza automatica degli altri. Dovrà negoziare di più, concedere di più, produrre di più e predicare di meno. In caso contrario, il G7 rischia di diventare il rito elegante di un mondo che continua a riunirsi mentre la storia si sposta altrove.
di Shorsh Surme –
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato lunedì che Washington ha raggiunto un accordo con l’Iran per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Ha precisato che il testo integrale dell’intesa sarà reso pubblico dopo la firma ufficiale prevista per venerdì e ha confermato che lo Stretto di Hormuz sarà completamente riaperto una volta entrato in vigore l’accordo.
Arrivando a Evian, in Francia, per il vertice del G7, Trump ha dichiarato: «L’accordo con l’Iran è stato raggiunto», aggiungendo che i dettagli saranno diffusi secondo le procedure ufficiali. Ha inoltre affermato che la strategica via navigabile tornerà pienamente operativa entro la fine della settimana.
Nel medesimo contesto, il presidente statunitense ha annunciato che il vicepresidente J.D. Vance si recherà in Svizzera per partecipare alla cerimonia di firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran. Ha spiegato che la firma digitale è già avvenuta e che le procedure formali saranno completate a Ginevra, senza però confermare la propria presenza alla cerimonia. Da parte sua, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito il memorandum d’intesa «un passo molto importante per la pace», sottolineando che contribuirà alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Le dichiarazioni sono state rilasciate durante una conferenza stampa congiunta con Trump a margine del G7.
Secondo fonti diplomatiche, l’accordo prevede l’apertura dello Stretto di Hormuz per 60 giorni senza il pagamento di tasse, nell’ambito di misure volte a garantire la continuità della navigazione internazionale, insieme agli accordi politici e di sicurezza che saranno definiti nella fase di transizione.
Un funzionario statunitense ha inoltre chiarito che il ritiro di Israele dal Libano non rientra tra le condizioni dell’intesa, ribadendo che Israele mantiene il diritto di difendersi da eventuali attacchi di Hezbollah.
A Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’intesa con gli Stati Uniti potrebbe costituire un documento «onorevole» per l’Iran, a condizione che tutte le sue disposizioni vengano pienamente attuate. Ha spiegato di aver condotto ampie consultazioni e che la grande maggioranza dei membri del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha sostenuto il memorandum.
Pezeshkian ha definito l’accordo un passo significativo verso la fine della guerra e l’avvio dei negoziati, pur precisando che l’intesa definitiva non è ancora stata completata. Ha inoltre espresso gratitudine ai funzionari coinvolti, in particolare al presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e al ministro degli Esteri Abbas Araqchi.
Nel frattempo, Araqchi ha annunciato che il primo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti inizierà dopo la firma ufficiale del memorandum. Ha anticipato che venerdì potrebbe tenersi in Svizzera un incontro preliminare tra i capi delle delegazioni, mentre i negoziati veri e propri inizieranno successivamente.
I media iraniani hanno citato il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, secondo cui il testo del memorandum è stato finalizzato e la firma è prevista per venerdì a Ginevra.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato che l’intesa tra Washington e Teheran prevede la cessazione delle operazioni militari su vari fronti, compreso quello libanese, nell’ambito di un accordo più ampio volto a porre fine all’escalation regionale. Secondo alcune fonti, l’accordo include un cessate il fuoco e la riapertura delle rotte marittime, mentre questioni controverse come il programma nucleare iraniano e il regime delle sanzioni saranno affrontate in negoziati successivi durante un periodo iniziale di attuazione di 60 giorni.
Gli scontri tra le parti erano iniziati il 28 febbraio, estendendosi rapidamente a diverse aree della regione, fino al cessate il fuoco temporaneo dell’8 aprile, che ha aperto la strada all’attuale intesa.
Al momento non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali definitive da parte degli attori regionali coinvolti riguardo ai dettagli dell’accordo e ai suoi meccanismi di attuazione.
di Giuseppe Gagliano –
La visita di Min Aung Hlaing a Pechino segna un passaggio politico rilevante nella crisi del Myanmar. La Cina ha scelto di offrire al leader militare birmano una legittimazione di alto livello, trasformando la fragilità del Paese in una leva strategica per consolidare la propria influenza nel Sud Est asiatico.
L’incontro con Xi Jinping consente a Min Aung Hlaing di mostrare di non essere isolato dopo il colpo di Stato del 2021, la guerra civile e la trasformazione formale della giunta in potere presidenziale. Per Pechino, tuttavia, il Myanmar non è un alleato ideologico, ma un corridoio verso l’Oceano Indiano, una frontiera sensibile e una riserva di risorse minerarie fondamentali.
I diciotto accordi firmati durante la visita riguardano trasporti transfrontalieri, libero scambio, sanità, assistenza in caso di calamità naturali e cooperazione nell’informazione. Dietro il linguaggio diplomatico, però, emerge l’interesse cinese a proteggere infrastrutture, rotte commerciali e accesso alle materie prime.
Lo Stato di Kachin, attraversato dai combattimenti, ospita importanti giacimenti di terre rare pesanti, mentre lo Stato Shan collega il Myanmar alla Cina attraverso aree di frontiera decisive per gli scambi. La presenza nella delegazione birmana dei primi ministri di queste regioni indica che il confronto ha riguardato anche miniere, energia, confini, strade e controllo del territorio.
Anche la possibile riapertura del progetto della diga di Myitsone, investimento cinese da 3,6 miliardi di dollari sospeso nel 2011, conferma il peso geoeconomico del Myanmar per Pechino. Per la Cina il Paese è una piattaforma strategica; per Naypyidaw è allo stesso tempo protezione, finanziamento e rischio di subordinazione.
La posta più importante resta il corridoio economico tra la provincia cinese dello Yunnan e il Golfo del Bengala. Oleodotti, gasdotti, strade, ferrovie e porti in acque profonde servono a ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime più esposte e a garantire un accesso terrestre all’Oceano Indiano.
Proprio per questo il Myanmar vale più del suo peso economico. È uno Stato povero, instabile e lacerato dalla guerra, ma la sua posizione geografica lo rende essenziale nella strategia cinese. La Nuova Via della Seta passa anche da qui, attraverso un Paese debole che ha bisogno di sostegno diplomatico, investimenti e protezione politica.
Dal punto di vista militare, Pechino non vuole il crollo del Myanmar. Un collasso totale provocherebbe profughi, traffici illegali, gruppi armati fuori controllo e rischi diretti per i progetti cinesi. La Cina cerca stabilità, non necessariamente riconciliazione nazionale, e per questo continua a considerare l’esercito birmano l’interlocutore più utile.
Le forze armate controllano ancora gli apparati centrali, ma hanno perso terreno in molte aree periferiche. Pechino mantiene quindi una linea flessibile: sostiene il potere centrale quando serve, ma conserva contatti anche con realtà locali e gruppi di frontiera capaci di garantire sicurezza agli interessi cinesi.
Min Aung Hlaing ottiene così un riconoscimento importante, ma non una soluzione alla guerra interna. Xi può rafforzarlo sul piano diplomatico, non restituirgli il pieno controllo del territorio. La Cina può proteggerlo dall’isolamento internazionale, ma non cancellare la frattura birmana.
L’isolamento occidentale del Myanmar ha favorito l’avanzata cinese. Sanzioni e condanne hanno colpito la giunta, ma non l’hanno rovesciata, mentre Pechino è rimasta sul terreno, trattando, investendo, mediando e facendo pressione quando necessario.
La Cina non ha bisogno di proclamare una conquista: le basta diventare indispensabile. Oggi, per il potere birmano, Pechino lo è. Gli arresti di Min Zin, studioso birmano americano fermato in Cina con l’accusa di spionaggio, e di Adam Castillo, ex ufficiale dei Marines ed ex presidente della Camera di Commercio Americana in Myanmar, confermano il clima opaco in cui diplomazia, intelligence, affari e controllo dell’informazione si sovrappongono.
Per Min Aung Hlaing la visita a Pechino è una vittoria d’immagine. Può mostrarsi ricevuto dal presidente cinese, firmare accordi e presentarsi come guida riconosciuta da una grande potenza. La vittoria strategica, però, appartiene soprattutto alla Cina.
Pechino non ha scelto un partner forte, ma un partner debole e necessario. Non ha risolto la crisi del Myanmar, l’ha trasformata in una leva. La giunta ottiene ossigeno politico; la Cina ottiene spazio, risorse, accessi e influenza.
Il popolo birmano resta invece stretto tra guerra interna, crisi economica e ambizioni straniere. L’abbraccio di Xi a Min Aung Hlaing non chiude la crisi, ma la inserisce in una nuova gerarchia regionale, con la Cina in posizione dominante e il Myanmar sempre più necessario agli altri e sempre meno padrone di sé stesso.

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Una decisione che non ha precedenti per porre rimedio ad un “vulnus” ben noto ma su cui da anni si attendono risposte istituzionali mai arrivate. Il tribunale di Firenze ha disposto sequestro preventivo di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, con trasferimento dei detenuti ospitati nelle stesse, a causa delle condizioni igienico-sanitarie delle celle e di alcuni spazi comuni. Il provvedimento riguarda tre sezioni del reparto giudiziario, tre del reparto penale maschile, più la sezione ‘Accoglienza’.
Si tratta della risposta ad una inchiesta della stessa Procura nata da numerose segnalazioni e ricorsi presentati dai detenuti ai magistrati di sorveglianza in cui si denunciava la situazione di degrado del carcere situato alla periferia ovest ovest del capoluogo toscano, da anni sotto osservazione per un sovraffollamento arrivato a superare picchi del 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili) e che ha portato in anni recenti a numerosi sconti di pena concessi ai detenuti come risarcimento per condizioni di detenzione “inumane e degradanti”, contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In particolare una nota della procuratrice di Firenze Rosa Volpe evidenzia che alla base dell’inedito provvedimento di sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano (le sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile e delle sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale nonché della sezione Accoglienza) vi siano gravi violazioni delle norme in materia di pulizia dei locali di lavoro”, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Il decreto di sequestro, aggiunge la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip di Firenze “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’Istituto e delle varie sezioni”. Col provvedimento è stato inoltre disposto il trasferimento di tutti i detenuti che si trovavano nelle sette sezioni in altre strutture di reclusione: si tratta di circa duecento detenuti.
Questione su cui è arrivata anche la reazione del ministero della Giustizia, con via Arenula che ha sostanzialmente messo le mani avanti sottolineando le iniziative allo studio del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per risolvere la vergognosa situazione di Sollicciano. Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota del ministero. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato di via Arenula, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto”.
Quale idea di difesa vogliamo costruire per l’Europa? Perché il rischio che vediamo oggi nel dibattito pubblico europeo è molto chiaro: ridurre tutto alla corsa al riarmo. Come se la sicurezza coincidesse semplicemente con l’aumento delle spese militari. Ma la sicurezza europea è una questione molto più complessa. Vuol dire certamente capacità di difesa comune, coordinamento europeo, autonomia strategica. Ma vuol dire anche diplomazia, cooperazione internazionale, prevenzione dei conflitti, lotta alle disuguaglianze, sicurezza energetica, sicurezza sociale, cybersicurezza. E vuol dire soprattutto una politica estera comune vera, che oggi continua a essere il grande punto debole dell’Unione europea. Perché senza una politica estera comune rischiamo di avere ventisette posizioni diverse su ogni crisi internazionale. E questo rende l’Europa più debole proprio nel momento in cui il mondo è attraversato da guerre, tensioni geopolitiche, nuove forme di autoritarismo e instabilità globale.
Io penso che l’Europa debba evitare due errori. Il primo è l’illusione che si possa vivere senza assumersi responsabilità sulla propria sicurezza. Il secondo è pensare che la sicurezza si costruisca soltanto attraverso la forza militare. L’Europa nasce invece da un’altra idea: pace, diritto internazionale, cooperazione, multilateralismo, coesione sociale. Ed è questa identità che dobbiamo difendere anche mentre costruiamo una capacità europea di sicurezza e difesa più credibile. Perché se perdiamo il modello sociale europeo, se cresce la paura, se aumentano le disuguaglianze, se arretra la democrazia, diventiamo comunque più fragili. Dobbiamo provare a tenere insieme realismo e visione politica. Difesa comune e diplomazia. Sicurezza e diritti. Responsabilità e pace. Ed è esattamente la discussione di cui oggi l’Europa ha bisogno.
C’è poi un altro elemento che non possiamo ignorare. La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente e la competizione tra grandi potenze ci ricordano che viviamo in un mondo profondamente cambiato rispetto a quello immaginato dopo la caduta del Muro di Berlino. Per troppo tempo l’Europa ha pensato che la pace fosse una condizione acquisita e irreversibile. Oggi sappiamo che non è così. La pace non è un dato naturale. È una costruzione politica che richiede responsabilità, investimenti e capacità di azione. Per questo parlare di difesa europea significa innanzitutto superare la frammentazione attuale. Oggi gli Stati membri spendono molto, ma spesso spendono male, duplicando sistemi, strutture e programmi nazionali. Una vera difesa comune europea non dovrebbe significare ventisette eserciti che procedono in ordine sparso, ma una maggiore integrazione, una pianificazione condivisa e una razionalizzazione delle risorse. L’obiettivo non deve essere spendere di più e basta, ma spendere meglio e insieme. Allo stesso tempo, l’Europa deve continuare a essere una potenza civile. Deve investire nella mediazione, nella cooperazione allo sviluppo, nel sostegno alle istituzioni democratiche, nella tutela dei diritti umani e nella costruzione della pace. Non dobbiamo scegliere tra la forza della diplomazia e la capacità di difesa. Dobbiamo costruire entrambe. Perché la credibilità internazionale dell’Europa dipenderà dalla sua capacità di parlare con una sola voce e di essere un soggetto politico autonomo nello scenario globale. Questo significa anche rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite, difendere il diritto internazionale, sostenere il multilateralismo e contrastare la logica dei blocchi contrapposti che rischia di riportarci indietro di decenni.
L’Europa non può limitarsi a reagire agli eventi. Deve contribuire a governarli. Ecco perché il tema della difesa non riguarda soltanto i militari o gli specialisti della sicurezza. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Una società libera, democratica, inclusiva, capace di proteggere i propri cittadini senza rinunciare ai propri valori fondamentali. La vera sfida europea è questa: essere abbastanza forte da difendere la pace senza smettere di essere una comunità fondata sulla pace. Perché la sicurezza non è soltanto protezione dai nemici esterni. È anche fiducia nelle istituzioni, giustizia sociale, accesso ai diritti, qualità della democrazia. Se sapremo tenere insieme questi elementi, l’Europa potrà diventare un attore globale più autorevole e più indipendente. Non una potenza costruita contro qualcuno, ma una forza politica capace di lavorare per la pace, la sicurezza collettiva e la cooperazione tra i popoli. Perché l’Europa sarà davvero più sicura non quando avrà semplicemente più armi, ma quando sarà più unita, più democratica, più giusta e più capace di affermare nel mondo i valori su cui è stata costruita. È questa, credo, l’ambizione che dovrebbe guidare il nostro dibattito sul futuro della difesa europea.

© Nathan Howard for The New York Times
Sara Ceccantini era arrivata a Mykonos, isola greca che attrae turisti da tutto il mondo, per una vacanza con le amiche: per l’addio al nubilato prima di sposare il suo fidanzato. Aveva 37 anni ed era residente ad Agazzi, frazione del Comune di Arezzo, impiegata alla sede di Prada di Valvigne, nel comune di Terranuova. Aveva una figlia di tre anni. È morta in un tragico incidente stradale.
A quanto pare un frontale, secondo le poche informazioni al momento arrivate dalla Grecia. Forse un’altra vettura avrebbe invaso l’altra corsia. Per ulteriori particolari e approfondimenti saranno necessarie altri accertamenti, almeno alcune ore. Sull’incidente le autorità greche hanno aperto un fascicolo per l’ipotesi di reato di omicidio stradale. La 37enne si trovava con alcune amiche sull’isola. Chiuso lo stabilimento Prada di Valvigne, per decisione del patron del gruppo, Patrizio Bertelli. Il matrimonio era in programma sabato prossimo.
Si chiamava Antonio La Forgia il 23enne ucciso nella notte a Molfetta, in provincia di Bari, a colpi di pistola. È morto nonostante i soccorsi, subito dopo essere arrivato in condizioni gravissime all’ospedale Don Tonino Bello. Sull’episodio indagano i Carabinieri, coordinati dalla Procura di Trani, che stanno ricostruendo le ultime ore di vita del giovane. Le indagini si stanno concentrando su un giovane che sarebbe fuggito in scooter. Al momento non si esclude alcuna pista.
La Forgia era già noto alle forze dell’ordine. Sarebbe stato colpito nei pressi di una rotatoria non lontano dalla zona industriale. Secondo le prime ricostruzioni, almeno cinque i colpi di pistola che avrebbero raggiunto la vittima, uno dei quali avrebbe raggiunto La Forgia alla testa. Non è chiaro se si trovava alla guida della sua auto quando è stato raggiunto dai colpi d’arma da fuoco.
Sul luogo del delitto è intervenuta anche la Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale di Bari. La salma è stata trasferita all’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari. Sul corpo sarà disposta l’autopsia. Al vaglio di chi indaga anche le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza nella zona della litoranea di ponente, nei pressi del cimitero.
EpItalia –
Gli eurodeputati hanno approvato in via definitiva due atti legislativi che attuano gli impegni tariffari dell’UE nel quadro della dichiarazione congiunta UE-USA dell’agosto 2025. Il regolamento principale, approvato con 440 voti favorevoli, 151 contrari e 50 astensioni, elimina i dazi su tutte le merci industriali degli Stati Uniti e prevede l’accesso preferenziale al mercato per un’ampia gamma di prodotti ittici e agricoli statunitensi.
Il secondo regolamento, approvato con 444 voti favorevoli, 152 contrari e 54 astensioni, riguarda la proroga dell’esenzione dai dazi delle importazioni di astice e comprende ora anche l’astice trasformato.
Entrambe le proposte, precedentemente approvate dai negoziatori del Parlamento e del Consiglio, introducono diversi elementi che rafforzano la proposta iniziale della Commissione.
Il regolamento principale sulle importazioni industriali e agroalimentari cesserà di applicarsi il 31 dicembre 2029. Entro il 30 giugno 2029, la Commissione presenterà valuterà l’impatto del regolamento su industria, agricoltura e piccole e medie imprese nell’UE, nonché le variazioni nelle relazioni commerciali con i paesi terzi. Se opportuno, la valutazione sarà accompagnata da una proposta legislativa volta a prorogare l’applicazione del regolamento.
Nell’agosto 2025, gli Stati Uniti hanno aggiunto 407 categorie di prodotti all’elenco dei prodotti derivati dell’acciaio e dell’alluminio soggetti a dazi. Il Parlamento ritiene che questi nuovi dazi aumentino l’instabilità commerciale. Pertanto, su insistenza dei deputati, il regolamento principale prevede la possibilità per la Commissione di sospendere le concessioni accordate agli Stati Uniti sui prodotti in acciaio e alluminio se al 31 dicembre 2026 questi continueranno ad applicare un’aliquota tariffaria superiore al 15% sui prodotti derivati dall’acciaio e dall’alluminio importati dall’UE. Entro il 1° dicembre 2026, la Commissione presenterà al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione sul trattamento tariffario dei prodotti derivati dell’acciaio e dell’alluminio.
La Commissione potrà inoltre sospendere le preferenze tariffarie se gli Stati Uniti non risponderanno alle preoccupazioni dell’UE in merito al trattamento tariffario delle esportazioni dell’Unione, che fino al 24 febbraio 2026 hanno beneficiato del massimale tariffario onnicomprensivo del 15%.
Parlamento e Consiglio hanno infine concordato l’istituzione di un meccanismo di salvaguardia nel caso in cui le preferenze tariffarie concesse agli Stati Uniti comportino un aumento delle importazioni che potrebbe compromettere l’industria dell’UE, compreso il settore agricolo. La Commissione potrà avviare indagini di propria iniziativa o sulla base di informazioni fornite da uno o più Stati membri o dal Parlamento europeo. La Commissione presenterà al Parlamento e al Consiglio una relazione trimestrale sulle variazioni dei volumi e dei valori commerciali delle esportazioni statunitensi dei beni contemplati dalla normativa.
Bernd Lange (S&D, DE), presidente della commissione per il commercio internazionale e relatore permanente per gli Stati Uniti, ha dichiarato: “Nonostante le pressioni, il Parlamento ha mantenuto la propria posizione per tutto il corso dei negoziati. La nostra determinazione ha dato i suoi frutti, consentendo di raggiungere un accordo più solido per le imprese e i cittadini europei e di introdurre garanzie molto più robuste rispetto a quanto inizialmente previsto.
“Trasponendo nella legislazione gli impegni assunti dall’UE nella dichiarazione congiunta, questo regolamento entra a far parte della cassetta degli attrezzi difensiva dell’UE: non solo rafforza e stabilizza le relazioni commerciali tra UE e Stati Uniti, ma conferisce anche all’UE la capacità di reagire qualora gli Stati Uniti non rispettino la propria parte dell’accordo. Grazie alla ferma posizione del Parlamento, il testo finale contiene ora una rete di sicurezza molto più solida, che comprende una clausola di sospensione, una clausola di scadenza, una clausola di salvaguardia, meccanismi di revisione rafforzati e un controllo democratico più forte.
“Disporre degli strumenti giusti è solo metà del lavoro. Serve anche volontà politica. Continueremo a monitorare attentamente l’attuazione di questo accordo. Se la parte statunitense violerà la lettera o lo spirito dell’accordo di Turnberry, il Parlamento insisterà affinché la Commissione utilizzi pienamente e tempestivamente ogni strumento previsto da questo regolamento e dal più ampio arsenale dell’UE. Un partenariato transatlantico stabile e prospero può avere successo solo se entrambe le parti restano impegnate a sostenerlo.”
Dopo l’approvazione del Parlamento, spetterà al Consiglio approvare formalmente i testi concordati. La nuova normativa entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE.
Il 27 luglio 2025, a Turnberry, in Scozia, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno raggiunto un accordo su questioni tariffarie e commerciali, che è stato presentato in una dichiarazione comune. Il 28 agosto 2025, la Commissione ha pubblicato due proposte legislative intese ad attuare gli aspetti tariffari dell’accordo di Turnberry.


© Haiyun Jiang/The New York Times

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Dire * –
Ad Évian-les-Bains, il G7 si muove al ritmo di Trump. Gli altri leader hanno aspettato quasi un’ora in sala prima che arrivassero Macron, Trump e Zelensky. Una attesa che, a giudicare dalle facce, non sembrava fosse prevista nel programma. Quando Trump è entrato, Friedrich Merz gli è quasi corso incontro – racconta il Guardian – per consegnargli la maglia della nazionale tedesca col numero 47 (quello del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti) e assicurarsi la foto del giorno. Il nonno di Trump, di nome Friedrich, nacque a Kallstadt nel 1869: in teoria, ha scherzato qualcuno, potrebbe persino avere i requisiti per giocare con la Mannschaft.
L’aneddoto dice molto sul tono del vertice. Il summit di quest’anno si riduce essenzialmente alla gestione di un solo uomo e delle sue posizioni sulle questioni del giorno: Ucraina, Medio Oriente, equilibri commerciali. Gli altri, Canada, UE, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, manovrano intorno a lui cercando di non perdere terreno.
Al tavolo si è seduto anche Volodymyr Zelensky, con un obiettivo preciso: tenere vivo il sostegno americano, nel timore che Trump possa essere tentato di riaprire un canale diretto con Mosca, scavalcando i partner europei.
Giorgia Meloni, scrive il Corriere della Sera, ha commentato così l’incontro con Trump: “E’ andata benissimo, abbiamo parlato come se nulla fosse, abbiamo riso e scherzato.Non avevo dubbi, tutto bene”. Un disgelo, lo hanno definito i presenti. Anche se, in questo G7, il termometro lo tiene in mano uno solo.
Trump ha detto che “la Russia dovrebbe raggiungere un accordo”, confermando di aver avuto un “ottimo incontro” con Zelensky e che lo incontrerà di nuovo più tardi.
“La Russia dovrebbe trovare un accordo. La Russia ha perso un numero enorme di persone, e lo stesso vale per l’Ucraina. Il mese scorso hanno perso 35mila soldati in totale, e questo su base mensile. In media perdevano 25mila persone, per lo più soldati, giovani e belle, ed è pazzesco quello che sta succedendo lì. Abbiamo avuto un incontro, e vedremo… Ho parlato con il presidente Putin domenica”.
Zelensky ha ringraziando i leader per il tempo dedicato alla questione Ucraina e “per le idee concrete su come costringere la Russia alla pace”: “Le priorità sono chiare: più missili per la difesa aerea, insieme alle licenze per produrli, un pacchetto di supporto invernale e l’intensificarsi della pressione sulla Russia. È importante sottolineare che gli Stati Uniti sono pronti a fornire supporto in tutte queste linee d’azione”.
È fondamentale che tutto ciò che è stato discusso venga attuato. La Russia deve capire che la sua guerra non verrà mai normalizzata. Ringrazio tutti coloro che stanno dando il loro contributo”.
Interrogato sui suoi colloqui Trump, ha detto di avergli raccontato “tutto”. E che i leader hanno concordato all’unanimità sul fatto che “la Russia deve raggiungere un accordo il più rapidamente possibile”.
Zelensky ha poi pungolato Trump, dicendo di aver bisogno che il presidente degli Stati Uniti eserciti maggiore pressione sulla Russia: “Trump può farlo, o forse solo lui”. Afferma inoltre che Trump si è mostrato “molto favorevole al loro aiuto con i missili”.
Trump ha deciso di non tornare a casa, per cena. Ha accettato l’invito di Emmanuel Macron alla Reggia di Versailles, per celebrare il 250mo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti: “Sono un appassionato di posti incantevoli, e stavo per partire nel pomeriggio, quando il Presidente francese, che peraltro è una persona squisita, mi ha invitato a cena a Versailles… e Versailles non è una foglia d’oro, Versailles è autentica. Ho detto che mi sarebbe piaciuto farlo, insomma, significa solo che torno a casa più tardi la sera, ovvero la mattina presto, e comunque non ho molto sonno“.
* Fonte: agenzia Dire.








Oggi, per la rubrica Cose Preziose, vi segnaliamo l’ultimo libro di Fabio Massimo Parenti, dal titolo “La Cina non si Usa” edito da Dedalo, per la collana curata da Luciano Canfora.
La Cina non si Usa è un gioco di parole che, tuttavia, riflette una realtà. La Cina ha detto (può dire) basta all’umiliazione e al bullismo subìto da gran parte del cosiddetto occidente. Non è mai esistito il miracolo cinese. Volontà, lavoro, sacrifici di un popolo intero hanno consentito alla Cina di tornare al centro del mondo, conquistare indipendenza materiale e richiedere coesistenza tra pari e non più catene e subordinazione.
Il libretto rosso di Parenti, tanto denso quanto breve e scorrevole, induce a mettere in discussione il nostro modo di guardare la Cina, gli Usa e, più in generale, il mondo. Invitando il lettore a uscire dagli schemi abituali con cui l’Occidente interpreta l’ascesa cinese, Parenti ricorda che non possiamo più continuare a giudicare Pechino come se dovesse necessariamente diventare una copia di Washington. La Cina non vuole diventare come gli Usa e non ha alcuna propensione e interesse al dominio. Parenti lo spiega in termini storici, non ideologici. Attraverso un confronto che attraversa storia, filosofia, economia e relazioni internazionali, il libro mette a confronto due diverse visioni dell’uomo, della società e del potere. Da una parte l’idea occidentale fondata sulla competizione e sulla ricerca del dominio; dall’altra una tradizione politica che pone al centro armonia, stabilità e continuità. Il paradigma del dominio statunitense è figlio del famigerato homo homini lupus e del si vis pacem, para abellum. Quello dell’armonia cinese si rifà ad altri concetti: alla benevolenza umana (rén), alla forza che risiede nell’equilibrio (dào), al rispetto reciproco. “Non è soltanto una differenza di sistemi politici o modelli economici, quanto piuttosto una diversa idea di essere umano”, scrive Parenti. Non si tratta di idealizzare la Cina né di demonizzare l’Occidente. Al contrario, il merito del libro è quello di sfuggire alle tifoserie e di offrire strumenti per comprendere una realtà troppo spesso raccontata attraverso pregiudizi, slogan e categorie inadeguate. Troppo schiacciata sul presente e poco storicizzata. Ci sono delle diversità abissali tra Cina e Occidente, a partire da una evidente divergenza storico-culturale, fino ad arrivare a differenti concezioni dell’ordine politico, della libertà e del rapporto tra individuo e comunità. Parenti delinea quindi le due grandi traiettorie storiche che rispondono a logiche opposte. “Il presente come storia” è un’espressione ricorrente che viene utilizzata per sostenere che il futuro, in occidente, ci sia precluso. Almeno fino a quando non ritroveremo lucidità sul presente e sapremo per esempio riconoscere che le tendenze attuali verso un confitto sempre più esteso abbiano radici lontane. Superare l’analfabetismo sul presente, riacquistando lucidità e profondità storica, ci aprirebbe delle nuove finestre per poter immaginare il futuro. In un mondo in cui saremmo popoli sullo stesso piano degli altri.
In un’epoca segnata dalla fine dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda, dall’emergere di nuovi poli di potere e dalla crescente difficoltà dell’Europa nel trovare una propria collocazione strategica, La Cina non si Usa propone una riflessione originale e controcorrente: il futuro come risultato dell’incontro, della competizione e della possibile convivenza tra civiltà differenti, e non più come la semplice estensione del modello occidentale.
Un libro utile per capire meglio la Cina, noi stessi e il mondo che sta prendendo forma davanti ai nostri occhi.
Buona lettura!
Per acquistarlo:
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L'articolo “La Cina non si Usa” di Fabio Massimo Parenti proviene da Il Blog di Beppe Grillo.


Nella giornata di lunedì 15 giugno il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, e il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, hanno inaugurato l’ambasciata del piccolo Stato del Corno d’Africa secessionista dalla Somalia, riconosciuto dal governo di Benjamin Netanyahu nel dicembre 2025. La mossa, che corona una serie d’incontri condotti da Abdullahi con le autorità israeliane, a partire dal presidente Isaac Herzog, mostra l’ampiezza delle ambizioni israeliane per la regione del Corno d’Africa e del Mar Rosso ove Tel Aviv ha una solida proiezione politica, diplomatica e, in prospettiva, militare.
Il Somaliland è andato direttamente alla porta principale, aprendo l’ambasciata a Gerusalemme riconosciuta solo da pochi Stati, tra cui gli Usa, capitale di Israele. Ora a questi si aggiunge una repubblica che si è staccata di fatto dalla Somalia nel 1991 e ha goduto da allora di una solida stabilità interna, contrapposta al caos del Paese-madre, senza però mai ricevere alcun riconoscimento internazionale come Stato sovrano. Per il Paese che controlla il territorio dell’ex Somalia britannica la sponda israeliana è stata decisiva, e questo si inserisce in una partita a più livelli per la proiezione regionale. Mentre su altri teatri, dal Libano all’Iran, la strategia israeliana cozza con i vincoli imposti dal negoziato guidato dagli Usa e dal sovraccarico di impegni militari, nel Corno d’Africa c’è una strategia tutta da costruire per amplificare la potenza dello Stato Ebraico. E il Somaliland non entra causalmente nell’equazione. Tutt’altro.
Inserirsi nella regione vorrebbe dire avere una sponda sul Golfo di Aden, a pochi passi dallo Yemen ove rimangono forti gli Houthi, nemici di Israele, che hanno in passato usato la leva militare per interdire i traffici marittimi nello stretto di Bab el-Mandeb, porta tra Oceano Indiano e Mar Rosso, da cui è dipendente il 10% del commercio globale. Tel Aviv e Hargeisa possono fare sponda per consegnare a Israele una posizione più rilevante in loco.
La Fondazione Mediterranea di Studi Strategici (Fmes), centro studi francese, ha parlato di un “pivot to Africa” del governo di Benjamin Netanyahu, sottolineando come un inserimento in Somaliland consentirebbe alle forze armate israeliane di “raccogliere informazioni in tempo reale, condurre sorveglianza con droni e rispondere rapidamente agli attacchi missilistici o con droni degli Houthi”. Inoltre, si potrebbe marcare a uomo la Turchia, stanziata in Somalia, e contribuire a un rafforzamento del partenariato con gli Emirati Arabi Uniti, che non riconoscono il Somaliland ma ne controllano il porto principale, Berbera. Aprendo ulteriormente la prospettiva, si potrebbe parlare di un quadrilatero esteso all’Etiopia, che teme le turbolenze della Somalia e mira a fare di Berbera il suo punto d’accesso al mare per non dipendere dalle intemperanze dell’Eritrea.
Per il Somaliland “il riconoscimento diplomatico da parte di Israele fornisce il livello politico che completa gli investimenti di capitale degli Emirati Arabi Uniti e la ricerca da parte dell’Etiopia di un accesso marittimo”, aggiunge la Fmes. Le prospettive sistemiche parlano, dunque, di grandi manovre tra diplomazia e politica dove Somaliland e Israele si sono reciprocamente utili. E Tel Aviv ottiene nuovi spazi di proiezione per competere in un grande gioco tra Medio Oriente, Mar Rosso e Africa sempre più articolato e spericolato.
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L'articolo A Gerusalemme apre l’ambasciata del Somaliland: Israele punta sul Corno d’Africa e sul Mar Rosso proviene da InsideOver.
“L’intesa preliminare raggiunta tra Usa e Iran, che dovrebbe culminare con la firma dell’accordo di pace prevista a Ginevra il prossimo 19 giugno, rappresenta una notizia di grande rilevanza sul piano umanitario, sociale ed economico. La fine di un conflitto inutile e dannoso costituisce un segnale positivo per la stabilità internazionale e per tutti i comparti produttivi, a partire dall’agricoltura, che negli ultimi mesi ha subito pesanti ripercussioni a causa dell’aumento dei costi energetici, logistici e delle materie prime, inclusi i fertilizzanti chimici”. Lo dichiara Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro- Confederazione Agricoltori Europei. “Ci auguriamo – prosegue – che l’accordo sia completo, credibile e soprattutto duraturo. La comunità internazionale ha bisogno di certezze e stabilità, non di soluzioni temporanee o di brevi parentesi diplomatiche. In questo senso, auspichiamo che Trump mantenga una linea coerente, contribuendo al consolidamento di un percorso di pace che deve essere sostenuto e rafforzato nel tempo. Guardiamo inoltre con favore alla prospettiva della piena riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per i traffici energetici mondiali. Una normalizzazione della situazione potrebbe favorire una progressiva riduzione dei costi del gasolio e della logistica, contribuendo ad attenuare le spinte inflazionistiche che hanno gravato su imprese agricole e famiglie. Ue e Italia – conclude il presidente di Confeuro – sostengano con convinzione questo percorso di pace, affiancandolo a una strategia volta a ridurre la dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti chimici dai Paesi terzi. Occorre investire maggiormente in agroecologia, agricoltura rigenerativa, concimi organici e pratiche sostenibili. Al tempo stesso, è fondamentale mantenere gli strumenti di sostegno attivati negli ultimi mesi su fertilizzanti ed energia e prevedere, nella futura Pac, misure di liquidità immediata per le piccole e medie aziende agricole nei momenti di crisi geopolitica. Per tutelare e rilanciare il settore primario non servono miracoli, ma politiche stabili, lungimiranti e capaci di garantire continuità e sviluppo”.

di Vincenzo Tartaglia
Il presidente della Corea del Sud, Lee Jae Myung, ha effettuato in questi giorni un’importante visita di Stato in Italia, dove ha incontrato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l’obiettivo di rafforzare e valorizzare le storiche relazioni bilaterali tra i due Paesi, avviate nel 1884.
Il 12 giugno, a Roma, si è svolto il Forum economico di alto livello tra Italia e Corea del Sud. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il presidente della Repubblica di Corea Lee Jae Myung hanno aperto i lavori dell’evento, al quale è intervenuto anche il ministro coreano del Commercio, dell’Industria e delle Risorse.
L’iniziativa ha riunito presidenti, amministratori delegati e vertici dei principali gruppi industriali e imprenditoriali dei due Paesi, con l’obiettivo di consolidare una partnership economica fondata su innovazione, sostenibilità e sicurezza delle catene globali del valore. Tra le aziende italiane presenti figuravano Eni-Enilive, Webuild, Fincantieri, Thales Alenia Space Italia, Sparkle e Ferrari, mentre la delegazione sudcoreana comprendeva rappresentanti di Samsung, Hyosung, Naver, Hyundai e il presidente della Federazione delle industrie sudcoreane, Ryu Jin.
Il Forum, come riferito dall’ufficio stampa del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, si è concentrato sull’intensificazione degli scambi commerciali e degli investimenti nei settori strategici dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, dello spazio, delle infrastrutture, dell’energia, della mobilità sostenibile, della meccanica avanzata, dell’elettronica, dell’aerospazio, dell’agroalimentare, della cosmetica e della moda.
Il confronto si inserisce nel quadro del nuovo Piano d’Azione Strategico Italia-Corea 2026-2030, adottato in occasione della visita del presidente della Repubblica di Corea a Roma, che individua nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella transizione energetica i principali pilastri della cooperazione bilaterale.
La Corea del Sud rappresenta oggi il terzo mercato di destinazione dell’export italiano nell’area Asia-Pacifico. Tra il 2019 e il 2025 l’interscambio commerciale tra la Repubblica italiana e la Repubblica di Corea è cresciuto del 26,54%, mentre le esportazioni italiane sono aumentate del 21,34%.
Secondo quanto riportato dal Korea Times, durante la visita del presidente Lee Jae Myung agli Uffizi è stato inoltre firmato il primo storico protocollo d’intesa tra il Museo Nazionale della Corea e la Galleria degli Uffizi di Firenze.
L’accordo prevede una più stretta cooperazione tra le due istituzioni nei settori dello scambio di collezioni, dell’organizzazione di mostre, della gestione e del restauro delle opere, oltre che delle attività editoriali.
Il presidente sudcoreano ha concluso oggi, 16 giugno, la sua visita in Italia per raggiungere Evian-les-Bains, in Francia, dove parteciperà al vertice del G7. Nelle dichiarazioni rilasciate al termine della missione, Lee Jae Myung ha espresso soddisfazione per il livello raggiunto dalle relazioni bilaterali, definendo Italia e Corea del Sud partner ideali per la cooperazione economica e industriale. Il capo dello Stato ha inoltre sottolineato che i due Paesi possono contribuire alla costruzione di un nuovo ordine industriale attraverso una collaborazione più stretta e che l’elevazione dei rapporti a partenariato strategico speciale rappresenta un importante salto di qualità, destinato a rafforzare la presenza diplomatica ed economica sudcoreana in Europa.
di Giuseppe De Santis –
In Svezia diminuisce ulteriormente il consenso verso l’adozione dell’euro. A oltre vent’anni dal referendum del 2003, quando la maggioranza degli elettori respinse l’ingresso del Paese nella moneta unica europea, i sondaggi mostrano una crescente distanza dell’opinione pubblica da questa prospettiva.
All’epoca quasi tutti i principali mezzi di informazione sostenevano l’adesione all’euro, ma il voto popolare si concluse con una netta vittoria del fronte contrario. Ventitré anni dopo, anziché aumentare, il sostegno alla moneta unica sembra diminuire.
Secondo un recente sondaggio condotto da Statistics Sweden, soltanto il 28,7% degli svedesi voterebbe oggi a favore dell’adozione dell’euro, mentre il 52,1% si dichiara contrario. Si tratta di un calo rispetto al 2025, quando i favorevoli erano il 32% e i contrari il 49,5%.
Il dato assume particolare rilevanza alla luce delle dichiarazioni del primo ministro Ulf Kristersson, che aveva affermato di voler istituire, in caso di riconferma dopo le elezioni di settembre, una commissione incaricata di valutare vantaggi e svantaggi di un eventuale ingresso nell’eurozona.
Alla luce dell’orientamento espresso dall’opinione pubblica, l’ipotesi di un’adesione della Svezia alla moneta unica appare tuttavia sempre più lontana. La maggioranza degli svedesi continua infatti a preferire il mantenimento della corona svedese, considerata uno strumento efficace per la gestione della politica economica nazionale.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

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Non solo l’Iran. Nel G7 francese di Évian, sulle rive del Lago di Ginevra, l’altro dossier al centro dell’attenzione è l’Ucraina e la guerra che da quattro anni sconvolge il Paese dopo l’aggressione da parte della Russia di Vladimir Putin. La riunione dei “sette grandi” della Terra ha coinvolto infatti anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitato a partecipare al vertice francese. Proprio Zelensky ha avuto questa mattina un importante incontro trilaterale assieme al padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, e il suo omologo statunitense Donald Trump, un faccia a faccia atteso da quasi quattro mesi.
Quest’ultimo, fresco di accordo con l’Iran per mettere fine al conflitto nel Golfo Persico, il tempo saprà dire se reggerà o meno di fronte ad un alleato come Israele che ha chiaramente fatto capire di non aver intenzione di fermare la sua offensiva militare in Libano, parte dell’intesa siglata tra Washington e Teheran, vuole ora ottenere una nuova intesa anche sull’altro fronte.
“La Russia dovrebbe raggiungere un accordo, ha perso un numero incredibile di persone e idem l’Ucraina. L’ultimo mese hanno perso tra i due 35mila soldati, è una follia che succede laggiù”, ha detto Trump rivelando inoltre di aver parlato domenica con Vladimir Putin, per poi sottolineare che per un accordo di cessate il fuoco farà “tutto ciò che è in mio potere”. Una delle opzioni, secondo quanto fatto trapelare da fonti francesi, è che la Casa Bianca ripristini le sanzioni sul petrolio russo dopo aver sbloccato la situazione nello Stretto di Hormuz, dove il blocco iraniano aveva spinto l’amministrazione Trump a eliminare in fretta e furia le sanzioni contro il petrolio di Mosca a seguito dello scoppiare della crisi sui mercati energetici.
E sempre da Évian Zelensky ha rimarcato come “i leader del G7 concordano sul fatto che la Russia non stia vincendo”. Parlando al Next Summit alla domanda su come è andato il suo incontro con Donald Trump, Zelensky ha sorriso e ha risposto di avergli “raccontato tutto”. Per il presidente ucraino i leader del G7 hanno dato vita ad un vertice “molto positivo” con un’ampia discussione su come spingere la Russia a negoziare. Zelensky ha detto anche che i leader del G7 concordano all’unanimità sul fatto che “la Russia non sta vincendo ed ha anzi molte vittime, e deve raggiungere un accordo il più rapidamente possibile”. Zelensky ha aggiunto che un numero crescente di russi comprende che il loro Paese non sta vincendo e che la guerra dovrebbe finire: “Meglio tardi che mai”.
It is always important to coordinate positions.
____Завжди важливо координувати позиції.
🇺🇦🇺🇸 pic.twitter.com/pkaU9WTx8e
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) June 16, 2026
Da Mosca la reazione ufficiale è arrivata per bocca di Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Il fedelissimo di Vladimir Putin ha spiegato che il leader russo non ha ricevuto un invito al vertice del G7 a Évian e che “non canali ufficiali tra Mosca e Kiev”, rispondendo a una domanda a una domanda sull’eventualità che Putin avesse ricevuto un invito tramite canali ufficiali e sulle indiscrezioni riguardanti la disponibilità di Zelensky per incontrare Putin a margine del vertice francese.
Sulla questione del “patentino antifascista” – come lo ha definito Giorgia Meloni – necessario per partecipare alla fiera Più libri, più liberi, che si terrà a dicembre, ieri è intervenuto del tutto a sproposito il ministro Carlo Nordio. Gli succede spesso. Talvolta in modo rovinoso, talvolta, per fortuna, in modo innocuo. Stavolta la sua scivolata è abbastanza innocua. Il ministro ha sostenuto che gli organizzatori della fiera, i quali chiedono a tutti i partecipanti di sottoscrivere un’autocertificazione di antifascismo, probabilmente non sanno che il più importante libro sulla giustizia italiana lo ha scritto Mussolini. Poi il ministro s’è accorto che le reazioni alla sua uscita molto fantasiosa non erano proprio entusiaste, e che di nuovo veniva messi in discussione il suo equilibrio e la sua saggezza. E allora ha spiegato che lui si riferiva al Codice penale, varato nel 1930 e che porta la firma di Mussolini.
Ora è veramente molto molto difficile capire cosa c’entri il fatto che nel 1930, quando fu varato il codice penale, Mussolini era presidente del Consiglio, con la questione della fiera dei libri e della richiesta di dichiarazione antifascista. Nordio ha cercato di spiegare che lui voleva dire semplicemente che chi chiede questa dichiarazione (gli organizzatori della mostra) si sono recentemente pronunciati contro le separazione delle carriere, e quindi contro la riforma del codice penale firmato da Mussolini. Ora chi ha detto a Nordio che gli organizzatori della mostra fossero contro la separazione delle carriere nessuno lo sa. E soprattutto, l’idea che se uno è contro la separazione delle carriere dei magistrati vuol dire che è fascista è una idea francamente parecchio balzana. Le reazioni alla “frittata” di Nordio si sono aggiunte a quelle che c’erano state il giorno prima contro Giorgia Meloni, la quale aveva duramente contestato la richiesta di dichiarazione antifascista, sostenendo (forse anche con qualche ragione) che richiedere a un editore una dichiarazione di fede politica non è il massimo della cultura liberale. Contro Nordio si sono pronunciati ieri il senatore del Pd Dario Parrini, il leader di Avs Bonelli e il capo dell’Anpi Pagliarulo. E anche diversi altri esponenti politici di sinistra e dei 5 stelle, i quali hanno spiegato che una dichiarazione antifascista altro non è che un atto di lealtà verso la Costituzione. Diciamo la verità. Tra tutte le polemiche politiche che si potevano inventare nel giugno del 2026 questa forse è la più scombiccherata.



© Jean-Christophe Verhaegen/Agence France-Presse — Getty Images

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© Pool photo by Thibault Camus

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Separatiști del Fronte Polisario (FP) o loro simpatizzanti hanno preso parte ad atti violenti durante la manifestazione anti-G7 a Ginevra.
Secondo fonti presenti sul posto e documentate da fotografie, esponenti o sostenitori del FP — riconoscibili per aver indossato tessuti con i colori della pseudo-RASD — sono stati individuati in prossimità immediata di una barricata data alle fiamme.
I disordini sono stati provocati da un gruppo di manifestanti cagoulati che si sono infiltrati nella mobilitazione anti-G7, inizialmente autorizzata dalle autorità genevesi.
Le immagini mostrano chiaramente la presenza di questi elementi vicino alla barricata in fiamme nella serata del 14 giugno 2026.







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Speaking to MEPs on Tuesday, Montenegro’s President Jakov Milatović highlighted his country’s readiness to assume the responsibilities of an EU member state.


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La sconfitta contro l’Iran segnala che gli Stati Uniti non assicurano più la libera navigazione dei colli di bottiglia. L’impatto per l’Italia è strategico e di segno negativo, vista la nostra dipendenza dai choke points mediterranei. Nel Medioceano manca un egemone, ma la Turchia è in ascesa. La variabile Israele.

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Daniele Di Vuono è autore e curatore di Storie di Confine, progetto editoriale indipendente dedicato a storia, geopolitica, società e trasformazioni del presente.
Nei suoi articoli unisce lettura geopolitica, memoria storica e attenzione ai processi di lungo periodo, con un taglio analitico e narrativo. Si occupa in particolare di geopolitica globale, ordine mondiale, Europa, Mediterraneo, Medio Oriente, Asia-Pacifico, energia, geoeconomia, conflitti, sicurezza internazionale e guerra dell’informazione.
Con Notizie Geopolitiche propone analisi dedicate agli scenari internazionali, alle crisi regionali, alla competizione tra potenze e ai nuovi equilibri globali, cercando di collegare l’attualità ai processi politici, storici e strategici che la attraversano.
email: storiediconfine.didivuono@storiediconfine.com
Martedì, il Parlamento ha approvato in via definitiva nuove misure volte a rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori e a contribuire alla stabilizzazione dei loro redditi.



© Serhii Okunev/Agence France-Presse — Getty Images

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A volte una lettera pubblicata su Internazionale Kids ne fa nascere molte altre. Leggi

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Abelardo de la Espriella, sostenuto dal presidente statunitense Donald Trump, ha buone possibilità di essere eletto nel ballottaggio del 21 giugno Leggi





Sei anni fa Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini, per InsideOver, hanno attraversato le terre martoriate della Repubblica Democratica del Congo per raccontare l’epidemia di Ebola, realizzando uno splendido reportage. Oggi vogliamo tornare. Perché il virus è riapparso, più silenzioso e letale di prima.
Le autorità sanitarie congolesi hanno annunciato che l’ultima epidemia ha raggiunto 598 casi confermati. I morti sono già 115, ma il dato più preoccupante è un altro: per settimane il virus ha circolato inosservato, senza che nessuno lo sapesse. Una trasmissione silenziosa che ha permesso all’Ebola di radicarsi in tre province – Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu – già devastate da conflitti armati, povertà estrema e instabilità cronica.
Sono le stesse terre che abbiamo percorso nel 2018. Ma oggi la situazione è ancora più complessa: il focolaio è causato dal virus Bundibugyo, per il quale non esiste vaccino specifico. Solo due epidemie sono state documentate in passato, con tassi di mortalità tra il 32% e il 55%. Gli operatori sanitari lavorano sotto scorta, quando possono lavorare. Le milizie armate controllano vaste aree. Il contact tracing diventa un’impresa quasi impossibile.
Perché tornare? Perché senza informazione indipendente, queste crisi rimangono invisibili. Perché i media tradizionali non possono permettersi di rischiare. Perché noi sì. Vogliamo raccontare chi lotta ogni giorno senza mezzi, chi sopravvive senza assistenza, chi cura senza vaccini. Vogliamo documentare una delle regioni più povere del mondo mentre combatte un nemico che nessuno vede, ma che uccide.
Tu puoi fare la differenza. Con il tuo sostegno possiamo finanziare viaggio, sicurezza, attrezzature e la permanenza sul campo dei nostri inviati. Ogni donazione ci permette di avvicinarci a chi ha bisogno di essere ascoltato.
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Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.
La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.
Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei loro alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.
Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.
La riapertura di Hormuz e le operazioni di sminamento assumono dunque un significato enorme. Non sono semplicemente misure tecniche. Sono il segnale che la guerra ha raggiunto un punto oltre il quale nessuno dei due protagonisti principali voleva davvero andare. Perché una guerra lunga nel Golfo avrebbe significato prezzi dell’energia fuori controllo, aumento dei costi assicurativi, pressione sulle economie occidentali, irritazione degli importatori asiatici e rischio permanente di incidenti militari.
La pace annunciata, quindi, non nasce necessariamente da fiducia reciproca. Nasce dal calcolo. Gli Stati Uniti sanno che non possono permettersi una destabilizzazione permanente di Hormuz. L’Iran sa che può usare la geografia come arma politica. Il memorandum è il punto d’incontro tra queste due consapevolezze: Washington conserva l’obiettivo di impedire una crisi globale dell’energia; Teheran dimostra che nessuna architettura regionale può essere costruita ignorando il suo ruolo.
La struttura dei quattordici punti attribuiti all’intesa mostra un dato essenziale: l’Iran non intende entrare nei negoziati finali come parte sconfitta. Al contrario, pretende benefici anticipati. Prima ancora di discutere l’accordo definitivo, chiede la sospensione delle sanzioni petrolifere, la revoca del blocco navale, lo sblocco di una parte dei fondi congelati e il riconoscimento della propria sovranità.
È un’impostazione molto precisa. Teheran vuole impedire che la trattativa si trasformi in una replica degli schemi precedenti, nei quali l’Iran accettava limiti immediati in cambio di promesse future. Questa volta la logica sembra rovesciata: prima il sollievo economico e politico, poi il negoziato. Prima il denaro, poi il nucleare. Prima la riapertura dello spazio energetico, poi la discussione sulle materie arricchite e sull’arricchimento.
Lo sblocco di 24 miliardi di dollari, con metà della somma da rendere disponibile prima dell’avvio dei colloqui finali, è il simbolo di questa impostazione. Per l’Iran non si tratta solo di liquidità. È una prova di affidabilità dell’interlocutore americano. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, Teheran non si accontenta più di dichiarazioni politiche. Chiede garanzie materiali, verificabili, immediate.
Ancora più rilevante è la richiesta di piani di ricostruzione per almeno 300 miliardi di dollari a carico degli Stati Uniti e dei loro alleati. Qui il memorandum supera il terreno della cessazione delle ostilità e si sposta su quello della compensazione strategica.
L’Iran sembra voler trasformare la fine della guerra in un riconoscimento politico: non solo basta con le operazioni militari, non solo basta con il blocco navale, non solo basta con le sanzioni sul petrolio, ma anche contributo alla ricostruzione del Paese. Una simile impostazione, se accettata, avrebbe un valore enorme. Significherebbe che l’Iran non viene trattato come potenza piegata, ma come attore capace di imporre un prezzo alla normalizzazione.
Da qui nasce anche la difficoltà americana. Per Washington un piano di ricostruzione potrebbe essere presentato come investimento nella stabilità regionale. Per Teheran sarebbe invece il riconoscimento della propria vittoria. Per Israele e per alcuni partner regionali degli Stati Uniti, potrebbe apparire come un premio concesso a un avversario che mantiene intatta la propria rete di influenza.
Il passaggio politicamente più sensibile riguarda l’agenda dei negoziati finali. Secondo la formulazione attribuita all’intesa, il futuro accordo dovrà riguardare soltanto il destino dei materiali arricchiti, l’arricchimento, la revoca delle sanzioni e il piano di ricostruzione economica. Resterebbero invece fuori il programma missilistico iraniano e il sostegno ai cosiddetti gruppi di resistenza.
Per Teheran sarebbe una conquista fondamentale. Da anni l’obiettivo americano, israeliano e in parte europeo è stato quello di allargare il negoziato oltre il nucleare, includendo missili balistici, droni, milizie alleate, Hezbollah, gruppi iracheni, influenza in Siria, legami con lo Yemen e capacità di pressione su Israele. L’Iran ha sempre rifiutato questa impostazione perché avrebbe significato discutere non di un singolo programma, ma della propria dottrina di sicurezza nazionale.
Se l’esclusione venisse confermata, l’Iran manterrebbe la propria profondità strategica. Potrebbe accettare limitazioni sul nucleare senza smantellare il sistema di deterrenza regionale costruito negli ultimi decenni. È questo il vero nodo. Il nucleare è il dossier più visibile. Ma la forza iraniana non si misura solo nelle centrifughe. Si misura nella capacità di attivare o disattivare fronti multipli, dal Libano al Mar Rosso, dall’Iraq alla Siria.
La menzione del Libano è tutt’altro che casuale. Il fronte libanese rappresenta uno dei punti più delicati dell’intero equilibrio mediorientale. Se il memorandum produrrà una reale riduzione della tensione tra Israele e Hezbollah, allora l’intesa potrà essere considerata qualcosa di più di un cessate il fuoco tattico. Se invece il fronte nord di Israele dovesse riaccendersi, la credibilità dell’intero meccanismo verrebbe subito messa in discussione.
Il Libano è importante perché non è soltanto un teatro locale. È il luogo in cui si incontrano la sicurezza israeliana, l’influenza iraniana, la fragilità dello Stato libanese, il ruolo di Hezbollah, l’attenzione francese, la presenza diplomatica americana e il timore di una guerra regionale. In questo senso, la pace nel Golfo dovrà essere verificata sulle coste del Mediterraneo orientale.
Lo stesso vale, in forme diverse, per Iraq, Siria, Yemen e Mar Rosso. Una tregua vera dovrebbe ridurre la pressione dell’intero asse regionale legato a Teheran. Ma una tregua parziale potrebbe semplicemente spostare la tensione da un fronte all’altro. È il rischio classico del Medio Oriente: non la fine del conflitto, ma la sua migrazione geografica.
Dal punto di vista militare, l’accordo risponde a una necessità immediata: impedire che il confronto tra Stati Uniti e Iran oltrepassi la soglia del controllo politico. In una regione dove operano flotte, basi americane, sistemi missilistici, milizie, droni, gruppi armati e intelligence concorrenti, il rischio di errore di calcolo è permanente.
Il blocco navale, le mine, la minaccia su Hormuz, la pressione sui porti, gli attacchi indiretti e la presenza di forze statunitensi nella regione creano un ambiente nel quale un incidente può diventare rapidamente crisi, e una crisi può diventare guerra. Il memorandum prova a congelare questo meccanismo. Ma congelare non significa risolvere.
Gli Stati Uniti dovranno evitare di apparire come la potenza che arretra. L’Iran dovrà evitare di apparire come il Paese che accetta condizioni esterne. Israele dovrà decidere se considerare l’intesa una pausa utile o una minaccia strategica. Le monarchie del Golfo dovranno capire se la riduzione della tensione le rende più sicure o se consegna a Teheran un ruolo regionale più ampio.
La vera difficoltà sarà mantenere la deterrenza dentro la de-escalation. Troppa pressione può far saltare l’accordo. Troppa concessione può convincere l’Iran che la strategia della minaccia funziona. Troppa libertà d’azione israeliana può far crollare il tavolo. Troppa rigidità americana può riportare tutti al punto di partenza.
Sul piano economico, l’effetto più immediato riguarda il petrolio iraniano. La sospensione delle sanzioni sulla vendita di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati permetterebbe a Teheran di rientrare con maggiore forza nei mercati internazionali. Questo avrebbe conseguenze dirette sul prezzo dell’energia, sulle scelte degli importatori asiatici, sugli equilibri tra produttori e sulle strategie delle grandi compagnie.
L’Iran dispone di risorse enormi, ma per anni ha operato sotto vincoli finanziari, commerciali, assicurativi e bancari. La normalizzazione, anche parziale, delle esportazioni consentirebbe al governo iraniano di ottenere valuta pregiata, stabilizzare il bilancio, finanziare infrastrutture, sostenere la moneta nazionale e attenuare il malcontento interno.
Per l’Europa, la questione è più complessa. Da un lato, più petrolio sul mercato può significare prezzi più bassi e maggiore sicurezza energetica. Dall’altro, il ritorno economico dell’Iran apre un problema politico: fino a che punto le imprese europee potranno rientrare nel mercato iraniano senza temere nuove sanzioni americane future? È lo spettro del 2015. Molte aziende europee avevano guardato all’Iran come a un grande mercato potenziale, per poi ritirarsi quando Washington cambiò linea.
La dimensione geoeconomica è decisiva. Un Iran parzialmente reintegrato nei mercati non sarebbe soltanto un produttore di petrolio. Sarebbe un grande spazio di competizione tra potenze. La Cina, che negli anni dell’isolamento ha rafforzato la propria presenza economica e strategica in Iran, cercherebbe di mantenere una posizione privilegiata. Pechino ha bisogno di energia, rotte terrestri, influenza eurasiatica e partner capaci di ridurre la pressione americana.
La Russia guarderebbe al processo con maggiore ambivalenza. Mosca condivide con Teheran una parte dell’antagonismo verso l’Occidente, ma un Iran meno isolato potrebbe diventare più autonomo e meno dipendente dall’asse con la Russia. Inoltre, un ritorno pieno del petrolio iraniano sui mercati potrebbe complicare alcuni equilibri energetici.
L’Europa, invece, avrebbe interesse a riaprire canali economici, soprattutto nei settori infrastrutturali, energetici, industriali e tecnologici. Ma l’Europa è debole quando non ha garanzie politiche. Senza una protezione stabile contro le sanzioni secondarie americane, le imprese europee difficilmente rischierebbero investimenti di lungo periodo.
Le monarchie del Golfo si troverebbero davanti a un dilemma. La pace riduce il rischio di guerra e protegge le economie regionali. Ma un Iran più ricco, meno sanzionato e diplomaticamente riconosciuto potrebbe diventare un concorrente ancora più forte. Per Arabia Saudita ed Emirati, la stabilizzazione del Golfo è una necessità economica; il rafforzamento dell’Iran è invece una preoccupazione strategica.
L’idea che l’accordo finale venga approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU risponde a un’esigenza precisa: blindare il futuro compromesso. L’Iran non vuole ripetere l’esperienza dell’accordo nucleare del 2015, smontato da una decisione politica americana. Per questo cerca una cornice internazionale che renda più difficile una nuova uscita unilaterale.
Tuttavia, una risoluzione non basta a creare fiducia. La fiducia tra Stati Uniti e Iran è quasi inesistente. Washington sospetta che Teheran voglia mantenere una capacità nucleare di soglia. Teheran sospetta che Washington voglia usare ogni accordo come strumento temporaneo per poi riprendere la pressione. Israele sospetta che ogni concessione economica all’Iran finisca per rafforzare anche Hezbollah e gli altri alleati regionali. Le monarchie arabe sospettano che la distensione americano-iraniana possa avvenire sopra le loro teste.
Per questo la garanzia internazionale è necessaria ma non sufficiente. La vera garanzia sarà l’equilibrio degli interessi. Se tutti avranno qualcosa da perdere nel far saltare l’accordo, allora la tregua potrà reggere. Se anche uno solo degli attori principali penserà di poter guadagnare dal sabotaggio, il memorandum diventerà fragile.
Il punto più importante è forse questo: la pace nel Golfo non nasce da un’improvvisa conversione alla fiducia reciproca. Nasce dalla paura della guerra. Gli Stati Uniti temono una crisi energetica globale e una nuova guerra mediorientale. L’Iran teme un logoramento economico e militare troppo lungo, ma vuole capitalizzare la propria capacità di resistenza. Israele teme un Iran rafforzato, ma deve misurarsi con i limiti della forza. Le monarchie del Golfo temono sia la guerra sia l’egemonia iraniana. L’Europa teme i prezzi dell’energia, le migrazioni, l’instabilità e la propria irrilevanza.
Questa è la vera natura del memorandum: non un abbraccio, ma un armistizio tra paure convergenti. E proprio per questo può funzionare, almeno nel breve periodo. Le paci più solide nascono spesso da una visione comune del futuro. Quelle più fragili nascono dalla consapevolezza condivisa del disastro da evitare.
La finestra negoziale di sessanta giorni sarà decisiva. In quel periodo si capirà se il memorandum è l’inizio di una nuova architettura regionale o soltanto una pausa tattica. I nodi sono tre.
Il primo è economico: sanzioni, petrolio, fondi congelati, accesso alle risorse finanziarie, ricostruzione. Se Teheran non vedrà benefici concreti, potrà accusare Washington di non rispettare gli impegni. Se Washington concederà troppo rapidamente, rischierà accuse interne e regionali di cedimento.
Il secondo è militare: Hormuz, blocco navale, presenza americana, Libano, gruppi alleati dell’Iran. Una sola escalation su uno di questi fronti potrebbe compromettere il percorso.
Il terzo è nucleare: materiali arricchiti, livelli di arricchimento, verifiche, ispezioni, garanzie. È il dossier più tecnico, ma anche quello più politico. Perché il problema non è soltanto impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare. È stabilire quanta capacità nucleare l’Iran potrà mantenere senza essere percepito come minaccia imminente.
Se l’accordo reggerà, il Medio Oriente entrerà in una fase nuova. Non necessariamente più pacifica, ma diversa. L’Iran uscirebbe dall’isolamento più forte di prima. Gli Stati Uniti proverebbero a ridurre il peso della guerra diretta senza abbandonare la regione. La Cina cercherebbe di sfruttare l’apertura economica. La Russia osserverebbe con prudenza. L’Europa proverebbe a rientrare, ma con mezzi limitati. Israele dovrebbe decidere se adattarsi a una nuova realtà o cercare di impedirla.
Se invece l’accordo fallirà, il rischio sarà ancora più alto. Perché le aspettative deluse producono spesso crisi più gravi delle crisi originarie. Un Iran convinto di essere stato ingannato potrebbe riattivare la pressione regionale. Gli Stati Uniti potrebbero tornare alla logica delle sanzioni e della forza. Israele potrebbe agire da solo. Il Golfo potrebbe ripiombare nell’incertezza energetica.
La pace annunciata, dunque, non è la fine della partita. È l’apertura di una fase in cui diplomazia, energia, guerra indiretta e finanza si intrecciano più che mai. Nel Golfo, ogni tregua è anche una prova di forza. Ogni accordo è anche un messaggio agli alleati e ai nemici. Ogni firma è anche una scommessa sulla tenuta del sistema.
Il memorandum tra Stati Uniti e Iran può diventare il primo mattone di una stabilizzazione regionale. Oppure può restare una parentesi, destinata a chiudersi davanti alla prossima crisi. Tutto dipenderà da una domanda semplice e terribile: le parti vogliono davvero costruire un nuovo equilibrio, o stanno soltanto prendendo fiato prima del prossimo scontro?
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Sono due i veri punti su cui i riflettori sono stati puntati: lo Stretto di Hormuz da un lato e il fronte libanese dall’altro. Il primo è quello che interessa maggiormente gli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump, consapevole dei rischi di portare ancora avanti una guerra contro Teheran, preme per la riapertura dello Stretto al fine di alleviare il peso del prezzo del petrolio in vista delle elezioni di medio termine. L’Iran invece, dal canto suo, vuole portare a casa il massimo dalle trattative sul nucleare e farà leva proprio su Hormuz.
⚡️BREAKING: The Strait of Hormuz will be open to free passage for 60 days, after which Iran will begin charging a “Service Fee” — Fars News
— Iran Observer (@IranObserver0) June 15, 2026
Source told Fars:
"In the final moments of the negotiations, the text of the agreement was changed, and the United States recognized the… pic.twitter.com/vD83Pvq7Fa
Il termometro della situazione passerà tuttavia dal Libano. L’accordo parla chiaro: la riuscita dell’intesa tra Washington e Teheran è subordinata anche al mantenimento del cessate il fuoco in territorio libanese. Vuol dire quindi che Israele deve accettare di non sparare più colpi nel sud del Libano e a Beirut contro Hezbollah, con gli Usa garanti di tale tregua. Tel Aviv non sembra però molto d’accordo. Il premier Netanyahu sta subendo molte pressioni in tal senso dal governo e dall’opposizione, ma per il momento non può far altro che evitare nuove tensioni con l’unico alleato regionale rimasto. Probabilmente, la situazione tornerà a farsi più calda nei giorni in cui, come da accordo, Israele dovrebbe ritirarsi dalle postazioni occupate nel sud del Libano.
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Il vertice che un tempo riuniva i paesi più ricchi del mondo oggi è meno rilevante, e deve anche fare i conti con la presenza ingestibile degli Stati Uniti di Donald Trump Leggi




C’era un tempo in cui i gusti dicevano qualcosa di noi. La musica che ascoltavamo, i libri che tenevamo sul comodino, i film che citavamo a memoria o i vestiti che sceglievamo prima di uscire; erano tracce personali, piccole dichiarazioni d’identità, spesso imperfette e spesso contraddittorie ma proprio per questo vive. Oggi quella libertà sembra molto più fragile. A raccontarlo in un interessante articolo sul The Guardian è Rachel Aroesti, esperta in cultura pop, partendo da una domanda: quello che ci piace è davvero nostro, oppure ci è stato suggerito così tante volte da sembrarci una scelta personale?
L’algoritmo oggi non ci impone più soltanto cosa guardare, ci suggerisce come vestirci, cosa ascoltare, quale serie guardare, tutto arriva già confezionato in forma di tendenza. Un giorno c’è il minimalismo pulito, il giorno dopo il ritorno del vintage, poi il quiet luxury, la nostalgia anni Novanta, il fascino di personaggi trasformati in icone di stile molto tempo dopo la loro vita reale. Ogni microtendenza dura poco, abbastanza da essere consumata, fotografata e sostituita. In Filterworld, il libro di Kyle Chayka pubblicato nel 2024, dove l’autore descrive un mondo filtrato dagli algoritmi, in cui la cultura più accessibile, più innocua e meno disturbante tende a essere premiata perché trattiene l’utente dentro il flusso, l’algoritmo preferisce ciò che non interrompe lo scorrimento, premia ciò che assomiglia a qualcosa che abbiamo già visto, spinge verso una cultura ambientale, levigata, facile da assorbire e sempre disponibile. Il risultato è dunque una strana omologazione mascherata da personalizzazione. E così le piattaforme ci danno l’impressione di parlare solo a noi, mentre mostrano a milioni di persone varianti dello stesso desiderio. Più un contenuto viene mostrato e più sembra naturale, e più sembra naturale e più diventa desiderabile.
Ione Gamble, fondatrice della rivista indipendente Polyester e curatrice del volume The Polyester Book of (Bad) Taste, sostiene che oggi ci viene continuamente detto cosa deve piacerci e cosa non deve piacerci, lasciandoci sempre meno spazio per allenare davvero il nostro gusto. Nel suo libro, la scrittrice Nicola Dinan descrive il proprio consumo culturale come quello di un’auto senza conducente, ci muoviamo, consumiamo, scegliamo, eppure spesso non siamo più noi a guidare.
Il tema del gusto, naturalmente, non nasce con TikTok o Instagram, ha una storia lunga. Rachel Aroesti richiama Susan Sontag e il suo celebre saggio Notes on Camp, pubblicato nel 1964, in cui la scrittrice americana analizzava il camp come sensibilità estetica fondata sull’eccesso, sull’artificio, sull’ironia e sul piacere per ciò che sfugge al gusto ufficiale. Per Sontag, il gusto era una forma profonda di risposta al mondo, un modo di riconoscere bellezza, stile e significato anche dove la cultura dominante vedeva soltanto cattivo gusto. Aroesti cita anche Distinction, il saggio del sociologo francese Pierre Bourdieu pubblicato nel 1979, in cui il gusto viene studiato come segno sociale, legato alla classe, all’educazione, all’ambiente familiare e al bisogno di distinguersi dagli altri. In altre parole, ciò che scegliamo di amare non nasce mai nel vuoto. La novità di oggi sta nella velocità e nella scala del meccanismo. Quello che prima passava attraverso famiglia, scuola, quartiere, riviste, negozi, radio, amicizie e incontri casuali, oggi passa sempre più spesso attraverso un feed.
Il gusto personale diventa così una risposta automatica a ciò che appare più spesso sullo schermo. Non si forma lentamente attraverso esperienze, errori e scoperte, viene sollecitato, testato e misurato ( e rivenduto ). Aroesti cita poi Bad Taste, il libro di Nathalie Olah, che analizza la politica del gusto negli anni Dieci. Olah mostra come un certo “buon gusto” millennial, fatto di colori spenti, candele costose, piante d’appartamento, caffè curati e case fotografabili, sia diventato una forma di capitale culturale in un’epoca di precarietà economica. Chi aveva poco capitale reale poteva almeno mettere in scena un’identità ordinata ed elegante, il gusto diventava una prestazione sociale.
Oggi, con l’intelligenza artificiale, il passaggio sembra ancora più delicato. Silicon Valley parla sempre più spesso di gusto come competenza fondamentale. Il gusto viene presentato come una qualità umana da difendere nell’epoca delle macchine. Eppure le stesse piattaforme che dicono di valorizzarlo sono quelle che lo stanno standardizzando, trasformandolo in dato e merce.
L’autrice racconta anche i tentativi di resistenza, c’è chi torna ai supporti fisici, ai dischi, ai libri e alle riviste indipendenti. C’è chi cerca newsletter, comunità più piccole, piattaforme senza algoritmo o luoghi dove la raccomandazione nasce ancora da una persona riconoscibile e non da una macchina artificiale. Kyle Chayka prevede proprio una frammentazione di Internet in spazi più piccoli e indipendenti, come risposta alla stanchezza prodotta dai feed algoritmici. Per Chayka l’algoritmo non cancella il gusto con la censura ma lo indebolisce con l’abbondanza, ci offre talmente tante possibilità da trasformare la scoperta in consumo continuo. La scelta insomma sembra infinita, eppure il percorso è sempre più guidato: l’identità diventa una playlist aggiornata da qualcun altro.
Quanto resta quindi di noi nelle cose che diciamo di amare? Quanto del nostro desiderio nasce da un incontro reale con il mondo e quanto da una ripetizione programmata? Forse il nuovo lusso sarà proprio questo, avere gusti propri. Non perfetti e non sempre alla moda. Gusti costruiti fuori dal flusso, lontano dalla pressione di assomigliare a qualcosa che funziona online, in un mondo che ci suggerisce tutto, perfino scegliere male può diventare un atto di libertà.
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L’uomo più ricco del mondo ha legato i suoi affari agli interessi di Washington. E questo lo fa sentire così forte da non temere neanche le scelte più azzardate Leggi

TEHERAN (IRAN) (ITALPRESS) – Teheran invierà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, alla cerimonia di firma dell’accordo temporaneo con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra. Lo ha riferito oggi l’agenzia di stampa Tasnim citando il vice ministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi. “Ghalibaf parteciperà alla firma come capo negoziatore iraniano”, ha dichiarato Takht-Ravanchi. Sul fronte americano, a rappresentare Washington sarà il vicepresidente JD Vance, come confermato ieri dal presidente Donald Trump. La firma ufficiale si terrà in Svizzera, a Lucerna.
Araghchi ha aggiunto che venerdì prenderà il via una nuova tornata di negoziati tra Iran e Stati Uniti per arrivare a un accordo definitivo. “L’annuncio della fine della guerra è uno dei punti più importanti della prima fase”, ha sottolineato, precisando che il dossier nucleare sarà affrontato solo nella fase finale delle trattative. Trump ha confermato che Teheran ha accettato di non possedere mai armi nucleari. Le due parti si preparano ora a lanciare negoziati tecnici per definire meccanismi di attuazione e verifica dell’intesa.
Gli Stati Uniti e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) sosterranno attivamente l’Iran nella distruzione delle sue scorte di uranio arricchito” A confermarlo è il vicepresidente statunitense, JD Vance, ai microfoni di NBC News.
Sarebbe questo uno dei pilastri centrali del nuovo Memorandum d’intesa siglato tra Washington e Teheran. L’amministrazione americana si dice fiduciosa sul fatto che il governo israeliano finirà per aderire all’intesa attualmente in fase di negoziazione.
Secondo Vance, “l’accordo non solo renderà Israele più sicuro, ma aprirà la strada a una nuova era di pace e prosperità per l’intero Medio Oriente”.
Intanto in attesa della firma di venerdì a Ginevra secondo Vance “I contenuti completi del patto tra Washington e Teheran potrebbero essere svelati in anticipo. Il presidente Donald Trump sta infatti valutando l’ipotesi di rendere pubblico il testo prima di venerdì”.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che il via ufficiale all’intesa tra Stati Uniti e Iran è previsto per venerdì prossimo in Svizzera. “Da venerdì dovrebbe partire un nuovo round di negoziati tra Iran e Stati Uniti per arrivare a un accordo finale”, ha dichiarato Araqchi durante un incontro con diplomatici stranieri trasmesso dalla televisione di Stato. Secondo il capo della diplomazia iraniana, “la dichiarazione di fine della guerra rappresenta la questione più importante della prima fase”. Araqchi ha aggiunto che il dossier nucleare sarà affrontato solo nell’ultima fase delle trattative. Il ministro ha sottolineato che “qualsiasi attacco israeliano contro il Libano o occupazione di territori libanesi” verrà considerato una violazione dell’intesa con Washington. Ha quindi precisato che, dal punto di vista di Teheran, le parti dell’accordo sono Stati Uniti e Israele da una parte, e Iran e Hezbollah dall’altra. “Questa potrebbe essere la questione più rilevante della memoria d’intesa: l’annuncio di una fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”, ha affermato Araqchi.
L’Iran ha annunciato oggi che gli Stati Uniti hanno revocato il blocco navale imposto da due mesi sui suoi porti, alla vigilia della firma di un accordo tra i due Paesi per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Lo ha riportato la Tv al Arabiya. Il vice ministro degli Esteri iraniano Majid Takht Ravanchi ha dichiarato, citato dal sito del governo, che “il sollevamento del blocco era una nostra richiesta prioritaria fin dall’inizio. È iniziato ora e il blocco è stato rimosso prima della firma ufficiale” dell’accordo, previsto per venerdì in Svizzera. Secondo media ufficiali iraniani, diverse navi iraniane – tra cui almeno tre petroliere e due cargo – hanno attraversato lunedì sera la zona di interdizione navale imposta dagli Stati Uniti nel Golfo di Oman, senza incidenti. L’annuncio arriva dopo settimane di negoziati che hanno portato a un accordo quadro tra Washington e Teheran per chiudere il conflitto. Uno dei nodi principali era la riapertura dello Stretto di Hormuz: l’Iran ha accettato di consentirne la piena riapertura dopo la firma, mentre il presidente americano Donald Trump ha ordinato la rimozione immediata del blocco navale sui porti iraniani.
In un contesto separato, il servizio di tracciamento Tanker Trackers ha riferito su X che una superpetroliera carica di circa due milioni di barili di greggio iraniano ha superato la linea del blocco navale americano, mentre altre navi si stavano avvicinando alla zona o avevano lasciato i porti iraniani.
Tre navi cisterna cariche di petrolio e due mercantili con merci iraniane hanno violato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti sull’Iran senza subire alcun tipo di interferenza. Lo riferisce la tv di Stato iraniana Press Tv, secondo cui è di fatto iniziato il superamento del blocco marittimo americano. L’agenzia di stampa ufficiale Fars conferma che diverse navi iraniane hanno attraversato “pochi minuti fa” la linea del blocco navale statunitense senza incontrare problemi. Tra i casi segnalati, una petroliera partita dalle acque internazionali diretta verso i porti iraniani ha oltrepassato la zona del blocco. Un’altra nave cisterna, partita dal Mare di Oman con carico di petrolio iraniano, ha varcato la linea di interdizione dirigendosi verso la propria destinazione di esportazione. È stata inoltre avvistata una nave carica di mangimi diretta in Iran dopo aver superato la zona controllata dalla marina americana. Al momento non ci sono reazioni ufficiali da parte di Washington.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

Le notizie di oggi: Summit G7, Von der Leyen punta il dito contro la sovraccapacità cinese Cina, consumi in contrazione per la prima volta dal 2022 Lowy Institute: la capacità di attacco cinese sull’Australia crescerà nel prossimo decennio Takaichi rafforza l’asse G7 su energia e minerali critici mentre guarda alla Groenlandia per ridurre la dipendenza dalla Cina Min Aung Hlaing ...
L'articolo In Cina e Asia – Summit G7, Von der Leyen punta il dito contro la sovraccapacità cinese proviene da China Files.




© Photo illustration by Tam Stockton for The New York Times; source photograph by Vahid Salemi/Associated Press

© Amit Elkayam for The New York Times
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti avviano l’Operazione Epic Fury, colpendo obiettivi militari iraniani insieme a Israele. Nelle settimane successive, settantatré velivoli C-17 trasportano batterie Patriot dal Giappone verso il Golfo Persico. Quella riallocazione di asset solleva una domanda sulla tenuta della National Defense Strategy 2026, che vede l’Indo Pacifico come una delle priorità strategiche della politica estera Usa.
Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la politica e principale architetto della NDS, aveva impostato l’intera strategia su un principio chiaro: gli Stati Uniti non possono fare tutto ovunque e devono scegliere. La scelta è l’Indo-Pacifico. La Cina è la minaccia prioritaria. La guerra in Iran ha messo alla prova quel principio prima ancora che la strategia potesse consolidarsi.
Una strategia costruita sulla scelta
Il 3 marzo 2026, Colby compare davanti al Senate Armed Services Committee per difendere la NDS. Il documento si regge su quattro pilastri principali. Il primo è la sicurezza del territorio nazionale; il secondo, e più rilevante, è la deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico; il terzo è il burden sharing con gli alleati negli altri teatri; il quarto è il potenziamento della base industriale della difesa.
La logica del documento riprende quella di Strategy of Denial, il libro che Colby pubblica nel 2021 e che la USNI Proceedings definisce il riferimento più completo per comprendere l’approccio americano alla competizione con Pechino. L’obiettivo non è dominare la regione, ma impedire che la Cina la domini, attraverso la deterrenza per negazione lungo la “prima catena delle isole”, dall’arcipelago giapponese a Taiwan fino alle Filippine.
La logica non è minacciare ritorsioni dopo un’aggressione, ma rendere credibile agli occhi di Pechino che qualsiasi tentativo militare su Taiwan fallirebbe sul campo, prima ancora che Washington possa intervenire direttamente.
Vale la pena notare che la NDS 2026 non menziona esplicitamente Taiwan nel testo, definendo la deterrenza della Cina prevalentemente in termini economici e strategici. Una scelta che lascia una certa vaghezza sulle soglie di intervento americano, percepita con preoccupazione dagli alleati regionali.
Come osserva Foreign Policy, la NDS 2026 rappresenta il punto in cui un decennio di argomenti sull’uso della potenza americana si traduce in dottrina applicabile. La struttura è solida. Le difficoltà emergono nell’applicazione.
La contraddizione emerge in Congresso
Il problema emerge quasi in tempo reale. Mentre Colby testimonia al Senato il 3 marzo, le operazioni militari in Iran sono già in corso da giorni. I senatori lo mettono alle strette. Colby risponde che le operazioni “non sono una guerra infinita” e che non contraddicono le priorità strategiche. I dati operativi raccontano però altro.
The Diplomat documenta come gli asset di difesa aerea vengano spostati dalla Corea del Sud verso il Medio Oriente, con Seoul che si dice preoccupata ma impossibilitata a opporsi. Il ridispiegamento progressivo verso il CENTCOM solleva interrogativi concreti sulla tenuta della deterrenza nell’area e ha ricadute dirette sulla questione taiwanese.
La scena più significativa si svolge alla House Armed Services Committee. La congresswoman Strickland mette Colby di fronte alla contraddizione in modo metodico: gli fa confermare una per una le premesse della NDS, la Cina come pacing threat, l’Indo-Pacifico come teatro prioritario, la necessità di presenza navale avanzata e munizioni di precisione, poi gli chiede di spiegare come le operazioni contro l’Iran si concilino con quei principi. Il verbale è pubblico: le risposte di Colby non sciolgono il nodo.
Pechino incassa
Mentre Washington è impegnata nel Golfo, Pechino si posiziona. In un’analisi di maggio, il Brookings Institution individua tre vantaggi concreti per la Cina: lo spazio strategico ottenuto mentre gli Stati Uniti spostano risorse dall’Asia al Medio Oriente, la possibilità di presentarsi come attore stabile di fronte a un’America percepita come destabilizzante, e il tempo necessario a rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico senza pressioni immediate da Washington.
Il summit di Pechino del 14-15 maggio conferma questa lettura. Il vertice era previsto per aprile, ma viene rinviato di un mese proprio per via della guerra in Iran. Il CSIS aveva già avvertito che Giappone, Corea del Sud e Taiwan avrebbero monitorato con preoccupazione la possibilità che Trump, cercando il supporto cinese sull’Iran, facesse concessioni su dossier vitali per la propria sicurezza.
Il timore si rivela fondato almeno in parte. Il ministro degli Esteri Wang Yi dichiara a margine del vertice che Pechino ha percepito che Washington comprende la posizione cinese su Taiwan. Xi propone un framework di “stabilità strategica” come cornice per i prossimi tre anni. Trump smentisce di aver fatto concessioni, ma la dichiarazione cinese rimane negli atti diplomatici. La teoria alla base della NDS 2026 è solida. Il problema è che la politica americana tende a tornare in Medio Oriente ogni volta che la regione esplode: è successo in Iraq, in Afghanistan, ed è successo di nuovo con l’Iran. Resta da capire se Washington riuscirà a mantenere le proprie priorità quando arriverà la prossima crisi.

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