Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante
di Emanuele Rizzo
Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.
Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.
Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.
Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.
Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.
Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.
Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.
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