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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante

19 Gennaio 2026 ore 18:26

di Emanuele Rizzo

Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.

Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.

Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.

Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.

Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.

Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.

Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.

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È il momento per l’Europa di sganciarsi dall’impero americano. Meloni con Trump per interesse

19 Gennaio 2026 ore 14:44

Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandia e a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.

Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.

Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.

L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.

Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.

Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.

Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.

Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.

Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.

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Super Bonus110: buco nel bilancio dello Stato o Super menzogna di governo?

19 Gennaio 2026 ore 12:03

    Di Davide Amerio per ComeDonChisciotte.org   Dal suo insediamento, il governo Meloni ha avuto come “cavallo di battaglia” le accuse al Super Bonus110 realizzato dal governo Conte II. I suoi ministri, e parlamentari, in ogni dove, hanno accusato il Bonus di aver creato un gigantesco buco di Bilancio nei conti dello Stato. Il […]

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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

19 Gennaio 2026 ore 07:02

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.

Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.

Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico. 

Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.

C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo. 

Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).

La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.

Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.

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Speravo che Meloni si mettesse al servizio dei cittadini: non è così per i disabili

19 Gennaio 2026 ore 07:02

Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:

1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà.
2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.

Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.

Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.

Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.

Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.

Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

18 Gennaio 2026 ore 19:42
Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

18 Gennaio 2026 ore 18:38

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

18 Gennaio 2026 ore 16:29

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

18 Gennaio 2026 ore 13:35

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

18 Gennaio 2026 ore 12:37

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

Ricevuto prima di ieri

E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

20 Marzo 2023 ore 10:55

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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