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Ricevuto ieri — 20 Gennaio 2026

Il Consiglio di Gaza di Trump, o la rinascita del colonialismo

20 Gennaio 2026 ore 16:22

di Ranjan Solomon

Nel lessico della geopolitica moderna, le parole raramente servono a descrivere la realtà. Il più delle volte, servono a camuffarla. L’emergere di proposte come il “Consiglio per la Pace di Gaza” illustra un sottile cambiamento linguistico, che segna la transizione dalla violenza indiscriminata dell’occupazione militare all’oppressione burocratica della ricolonizzazione. Presentando l’amministrazione di Gaza come un’iniziativa di ” costruzione della pace “, i suoi istigatori stanno tentando di resuscitare il sistema dei mandati dell’inizio del XX secolo, privando di fatto una popolazione dei suoi diritti sotto le mentite spoglie di presunti ” imperativi umanitari ” .

Per comprendere la gravità di un simile processo, è necessario analizzarlo non come una misura di sicurezza temporanea, ma come la manifestazione deliberata del neocolonialismo e un attacco diretto a qualsiasi progetto di decolonizzazione.

La “missione civilizzatrice” e la logica del mandato

Il fondamento teorico di qualsiasi “Consiglio di Pace” affonda le sue radici in quella che il teorico politico Frantz Fanon ha definito la “missione civilizzatrice” coloniale. Questa logica parte dal presupposto che il soggetto colonizzato sia intrinsecamente “incapace” di autodeterminazione. In questo spirito, Gaza non è considerata un’entità politica sovrana, ma piuttosto uno “spazio problematico” che richiede una gestione esterna.

Questi mandati esemplificano il sistema istituito dalla Società delle Nazioni, in particolare i mandati di Classe A creati dopo la Prima Guerra Mondiale. Questi mandati si basavano sulla convinzione che alcune popolazioni non fossero ancora in grado di affrontare da sole le sfide del mondo moderno. Proponendo un consiglio di supervisione esterno, potenzialmente composto da potenze occidentali o dai loro rappresentanti regionali, la comunità internazionale sta tentando di ristabilire un sistema di amministrazione fiduciaria. Questa regressione fondamentale sostituisce il diritto legale all’autodeterminazione con un’esistenza “supervisionata” e condizionata, in cui la “pace” è definita come l’assenza di resistenza all’ordine dominante.

Neocolonialismo e “gestione” di Gaza

Mentre l’imperialismo del XIX secolo mirava all’estrazione diretta delle risorse, il neocolonialismo si basa sul controllo delle infrastrutture, dei confini e della legittimità politica. Un “Consiglio di Pace di Gaza” fungerebbe da apparato neocoloniale definitivo.

Internazionalizzando l’amministrazione di Gaza, la potenza occupante e i suoi alleati possono esternalizzare le ripercussioni morali e logistiche del controllo, creando così un ” baluardo di legittimità ” . Se il consiglio è composto da diverse nazioni, la responsabilità specifica del colonizzatore scompare in una nebulosa ” responsabilità internazionale “. Achille Mbembe descrive questo processo come necropolitica: l’esercizio della sovranità da parte del potere di dettare chi può vivere e chi deve morire, ora gestito da un comitato edulcorato di ” esperti ” e ” operatori di pace ” .

Il consiglio diventa quindi un meccanismo che consente:

  • depoliticizzare la lotta: riduce una lotta fondamentale per la liberazione nazionale a una serie di ” sfide tecniche ” (come la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento calorico, la logistica di confine)
  • frammentare l’identità: trattando Gaza come un’unità amministrativa separata dal resto dei territori palestinesi, si rafforza la strategia coloniale del “divide et impera” , ostacolando così la creazione di uno stato palestinese unificato.

Fondamenti razziali del quadro di “pace”

È impossibile discutere di ricolonizzazione senza affrontare il razzismo che la alimenta. Il “Consiglio di Pace” si basa, infatti, su una gerarchia di sovranità razzializzata. Questo principio deriva dalla premessa che la vita dei palestinesi può essere “governata” solo attraverso un intervento esterno coercitivo.

Questa visione è coerente con l’Orientalismo di Edward Said, in cui “l’Oriente” è ritratto come uno spazio perennemente caotico e irrazionale, che richiede l’intervento di un ” Occidente razionale ” per ripristinare e mantenere l’ordine. Rifiutare ai palestinesi di portare avanti la propria ricostruzione o gestire i propri confini è una dichiarazione di sospetto razziale. Suggerisce che alla popolazione indigena non possano essere forniti gli strumenti della modernità – aeroporti, porti o forze di polizia permanenti – perché la sua ” natura ” è intrinsecamente minacciosa. Questa razzializzazione giustifica la natura ” permanentemente temporanea ” dell’occupazione, dove i criteri per ” prepararsi all’indipendenza ” sono in continua evoluzione.

Accampamenti Profughi Gaza

La lotta per la decolonizzazione

Di fronte a questa deriva neo-imperialista, il concetto di decolonialità offre un’alternativa radicale. La decolonialità non si limita alla “decolonizzazione” (il ritiro delle truppe). Questo concetto mira a smantellare la “colonialità del potere ” , ovvero le strutture di pensiero e di governo sottostanti che perpetuano le gerarchie imperiali.

Un approccio decoloniale alla questione di Gaza rifiuterebbe qualsiasi consiglio, comitato o mandato che non provenga dalla volontà organica del popolo palestinese. Sostiene che:

  • La sovranità è inalienabile. Non può essere “acquisita” dimostrando la propria buona condotta a un consiglio composto da ex padroni coloniali.
  • Il risarcimento ha la precedenza sulla gestione: invece di un “Consiglio di pace” incaricato di gestire la povertà, un quadro decoloniale esige riparazioni per decenni di distruzione sistematica dell’economia e delle infrastrutture di Gaza.
  • Liberazione epistemica: il mondo deve smettere di considerare Gaza dal punto di vista delle “minacce alla sicurezza” e cominciare a considerarla dal punto di vista dei “diritti umani e della liberazione nazionale”.

Il pericolo della ricolonizzazione “umanitaria”

L’aspetto più insidioso del “Consiglio per la Pace di Gaza” risiede nel suo aspetto umanitario. Concentrandosi sulla distribuzione di aiuti e sulla ricostruzione di ospedali, cerca di ottenere il “consenso” della popolazione fornendole beni di prima necessità.

Tuttavia, come sottolinea il politologo Giorgio Agamben, quando gli esseri umani sono ridotti a ” nuda vita ”  cioè a una mera esistenza biologica priva di diritti politici – sono particolarmente vulnerabili. Un consiglio che nutre una popolazione negandole il diritto di voto, di muoversi liberamente o di esprimere le proprie opinioni sul proprio futuro non è un’organizzazione umanitaria, ma un’amministrazione repressiva. Trasforma la Striscia di Gaza in una recinzione controllata, una “città imprenditoriale” ad alta tecnologia dove la società non è altro che un consorzio di potenze globali.

Rifiutare il ripristino imperiale

Questa proposta per un “Consiglio di Pace di Gaza” sarà una prova decisiva per il XXI secolo. Permetteremo un ritorno all’era del “mandato”, in cui le nazioni potenti si spartiscono i diritti delle nazioni “più deboli” in lussuose sale riunioni? O difenderemo i principi duramente conquistati nel dopoguerra, che affermano il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli?

Accettare la ricolonizzazione di Gaza significa accettare un mondo in cui i potenti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono il loro destino, mentre un “Consiglio di Pace” redige i verbali delle sue deliberazioni. La lotta per Gaza incarna il primo fronte della lotta globale per la decolonizzazione. Esige che smettiamo di “gestire” gli oppressi e che ci confrontiamo con i sistemi di oppressione. Qualsiasi soluzione diversa dalla piena sovranità non può essere definita pace, ma, nella migliore delle ipotesi, è il consenso dei colonizzati.

Fonte: Juan Cole 

Traduzione: Gerard Trousson

L’Onu senza Onu che Trump sogna per Gaza (e non solo)

20 Gennaio 2026 ore 04:45

Tra gli invitati a far parte del Board of Peace per Gaza voluto da Donald Trump c’è anche Vladimir Putin. A confermarlo è stato ieri Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, spiegando che il leader russo ha ricevuto la proposta dal presidente statunitense «tramite canali diplomatici». «Al momento stiamo esaminando tutti i dettagli di questa proposta, inclusa la speranza di contatti con la controparte statunitense per chiarire tutte le sfumature», ha aggiunto. Un invito è stato recapitato anche a Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, come dichiarato dal ministero degli Esteri di Islamabad. E a Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha detto che l’Italia è pronta a «fare la sua parte» se arriverà una convocazione nei prossimi giorni in Svizzera a margine dei lavori del World Economic Forum di Davos, dove dovrebbe essere annunciata la lista ufficiale dei membri. Altri inviti sono stati inviati, tra gli altri, an India, Australia, Giordania, Grecia, Cipro, Canada, Turchia, Egitto, Paraguay, Argentina, Albania, Tailandia e Unione europea. Chi ha già accettato l’invito: il Vietnam; l’Ungheria del sovranista Viktor Orbán; la Bielorussia di Alexander Lukashenko, alleato-vassallo di Putin (ieri il leader di Minsk si è detto «soddisfatto del fatto che finalmente l’Europa abbia capito dove sta la sua felicità», ovvero «con noi, con la Russia»). Non ci sarà, e l’ha già fatto sapere, il presidente francese Emmanuel Macron.

Sulla composizione, però, sono già arrivate pesanti critiche da Israele. In particolare, dall’ala destra del governo di Benjamin Netanyahu, fondamentale per la tenuta dell’esecutivo. Dall’ormai solito Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che ha criticato gli inviti alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan e al Qatar. «Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza», ha detto alla cerimonia di fondazione dell’insediamento Yaziv a Gush Etzion. «È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni», ha aggiunto. «Ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione». E ancora: «È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli». Prima di lui anche lo stesso primo ministro Netanyahu non aveva risparmiato critiche.

L’organismo internazionale voluto da Trump dovrebbe supervisionare le prossime fasi del processo su Gaza dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre. Tra queste: la creazione di un nuovo comitato palestinese locale, il dispiegamento di una forza di sicurezza internazionale, il disarmo di Hamas e la ricostruzione del territorio devastato dalla guerra. 

L’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite, evidenzia il quotidiano israeliano Haaretz. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di «un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace», aggiungendo che una pace duratura richiede «il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito». Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per «ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», al posto di altre organizzazioni. Non a caso, secondo il Financial Times, Trump vorrebbe estendere ad altre aree calde del mondo il Board of Peace, in particolare Venezuela e Ucraina.

Al centro di tutto ci sarebbe lo stesso Trump. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che «Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of Peace», senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. La sostituzione del presidente «può avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o per incapacità», che deve essere decisa da «un voto unanime del Consiglio esecutivo», sottolineando che il ruolo è isolato dai cambiamenti politici. Il presidente è inoltre tenuto a «designare in ogni momento un successore», rafforzando il fatto che la continuità della leadership deriva dalla designazione del presidente statunitense oggi in carica. Nel documento ottenuto da Haaretz, si precisa inoltre che Trump eserciterà un’ampia autorità sulla composizione, sul funzionamento e sulla continua esistenza dell’organismo: solo lui inviterà gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la propria adesione, nominerà e rimuoverà i membri del consiglio esecutivo, nominerà il suo amministratore delegato e porrà il veto su qualsiasi decisione esecutiva. Ossia: Trump avrà «l’autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie», di selezionare e rimuovere i membri del consiglio direttivo e di porre il veto sulle sue decisioni «in qualsiasi momento successivo».

Lo statuto, inoltre, lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che «il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto», consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.

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Ricevuto prima di ieri

El Patriarca de Jerusalén y las iglesias afirman que el «sionismo cristiano» amenaza al cristianismo

19 Gennaio 2026 ore 04:31

Por Elis Gjevori

Altos dirigentes cristianos de Jerusalén han emitido una advertencia contra la interferencia externa que amenaza la unidad y el futuro del cristianismo en Tierra Santa, señalando al “ sionismo cristiano ” y a los actores políticos vinculados a Israel.

En una declaración publicada el sábado, los Patriarcas y Jefes de las Iglesias en Jerusalén dijeron que las recientes actividades de individuos locales que promueven “ideologías dañinas, como el sionismo cristiano”, “engañan al público, siembran confusión y dañan la unidad de nuestro rebaño”.

Los líderes de la iglesia advirtieron que estos esfuerzos han encontrado apoyo entre “ciertos actores políticos en Israel y más allá”, acusándolos de impulsar una agenda que podría socavar la presencia cristiana no sólo en Tierra Santa sino en todo el Medio Oriente.

La intervención se produce en medio de una creciente preocupación entre los cristianos palestinos de que las políticas de Israel –incluida la confiscación de tierras, la expansión de los asentamientos ilegales y la presión sobre las propiedades de la iglesia– están acelerando la erosión de una de las comunidades cristianas más antiguas del mundo.

Una poderosa corriente del cristianismo evangélico en Estados Unidos continúa moldeando el apoyo político y financiero a Israel, lo que genera creciente preocupación entre los líderes de la iglesia en Jerusalén.

Muchos sionistas cristianos también adoptan el “evangelio de la prosperidad”, que enseña que bendecir a Israel trae recompensa personal y financiera.

Los críticos dicen que estas creencias se traducen en donaciones y respaldo político a las empresas de asentamiento de Israel, consolidando la ocupación mientras marginan a los cristianos palestinos y socavan las iglesias históricas de Tierra Santa.

Los patriarcas dijeron que también estaban “profundamente preocupados” por el hecho de que individuos que promueven estas agendas han sido “bienvenidos a los niveles oficiales tanto local como internacional”, calificando tal participación como una intrusión en la vida interna de las iglesias.

“Estas acciones constituyen una interferencia en la vida interna de las iglesias”, afirma la declaración, acusando a actores externos de ignorar la autoridad y responsabilidad del liderazgo cristiano histórico de Jerusalén.

No está claro a qué acontecimientos recientes se refiere la declaración; sin embargo, un informe reciente del Consejo de Patriarcas y Jefes de Iglesias de Jerusalén concluyó que “las amenazas al patrimonio cristiano –particularmente en Jerusalén, Cisjordania ocupada y Gaza, junto con cuestiones de impuestos injustificados– son la fuente de preocupaciones constantes que amenazan la existencia de la comunidad y las iglesias”.

El informe también hace un llamado a “una urgente necesidad de proteger a las comunidades cristianas y nuestros lugares de culto que se extienden por toda Cisjordania, donde los ataques de los colonos apuntan cada vez más a nuestras iglesias, personas y propiedades”.

El miércoles, un alto organismo de la iglesia palestina condenó las restricciones israelíes que impiden a los maestros de la Cisjordania ocupada llegar a las escuelas en la Jerusalén Oriental ocupada, advirtiendo que la educación cristiana está bajo ataque directo.

El Comité Presidencial Superior para Asuntos Eclesiásticos en Palestina dijo que las autoridades israelíes han limitado severamente los permisos de trabajo para los maestros de Cisjordania, interrumpiendo las clases y negando a cientos de estudiantes su derecho a la educación.

El comité rechazó las medidas arbitrarias y sistemáticas impuestas por la ocupación israelí, afirmando que han afectado a las escuelas palestinas en Jerusalén, especialmente a las instituciones cristianas. Añadió que las restricciones han retrasado el inicio del segundo semestre y paralizado el proceso educativo.

Según el comité, el régimen de permisos y los puestos de control militares de Israel se han convertido en las principales herramientas utilizadas para impedir que los docentes accedan a las aulas, restringir la circulación y debilitar las instituciones educativas. Afirmó que estas prácticas constituyen un castigo colectivo y reflejan una política de discriminación racial prohibida por el derecho internacional.

Funcionarios de la iglesia afirmaron que las autoridades israelíes han suspendido por completo los permisos de decenas de profesores, al tiempo que han reducido drásticamente los días de trabajo de otros. Indicaron que al menos 171 profesores y personal se han visto afectados.

El comité advirtió que los ataques a las escuelas cristianas forman parte de una política israelí más amplia destinada a socavar la educación palestina y erosionar la presencia cristiana palestina en Jerusalén.

Dijo que las medidas están diseñadas para agotar a profesores y estudiantes por igual, debilitar la vida comunitaria y afianzar el control israelí sobre la ciudad a expensas de su población cristiana indígena.

SALVINI, TAJANI, VALDITARA A LIVORNO

7 Ottobre 2025 ore 12:02
SALVINI, TAJANI, VALDITARA A LIVORNO: BASTA COMPLICITÀ CON LO STATO GENOCIDA DI ISRAELE CONTRO IL GOVERNO CHE VIETA IL DISSENSO CONTRO IL RIARMO CONTRO LA GUERRA 7 OTTOBRE DALLE ORE 13 DI FRONTE HOTEL PALAZZO Oggi martedì 7 ottobre i ministri Tajani, Salvini, Valditara, Calderoli, Giorgetti e Locatelli sono a Livorno. Alle 15 nelle all’Hotel […]

La guerra di Gaza riaccende le dispute tra ebraismo e islam

19 Gennaio 2024 ore 10:35
Se c’è un postulato della geopolitica è evitare le generalizzazioni, che mai aiutano a comprendere le azioni degli Stati e delle collettività. Eppure, dopo decenni di critica a tutte le forme di ideologia, i grandi precetti universali astratti riescono ancora a mobilitare le masse. Il quadro con cui Ḥamās (Hamas) ha giustificato le efferate azioni del […]

Le elezioni presidenziali a Taiwan, l’insurrezione in Myanmar e altre notizie interessanti

15 Gennaio 2024 ore 12:59
Da domani 16 gennaio la rubrica Il mondo oggi si prenderà una pausa. Tornerà fruibile a inizio febbraio in occasione del lancio della nuova veste grafica del sito web di Limes. TAIWAN L’esponente del Partito progressista democratico Lai Ching-te ha vinto con ampio margine le elezioni presidenziali a Taiwan, sebbene la sua formazione politica abbia perso la maggioranza dei […]

Il Sudafrica accusa Israele di genocidio al Tribunale internazionale dell’Aia e altre notizie interessanti

11 Gennaio 2024 ore 13:45
ISRAELE DAVANTI AL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL’AIA  Al Palazzo della Pace dell’Aia, di fronte alla Corte internazionale di giustizia (Cig), Israele si appresta a rispondere in due udienze alle accuse di “genocidio” verso la popolazione della Striscia di Gaza. L’istanza mossa il 29 dicembre 2023 dal Sudafrica ha generato una forte indignazione nello Stato ebraico, custode della memoria della Shoah […]

Blinken incontra Abu Mazen in Cisgiordania, l’Ecuador sprofonda nel caos e altre notizie interessanti

10 Gennaio 2024 ore 13:11
BLINKEN IN CISGIORDANIA  Dopo aver incontrato ieri il primo ministro di Israele Binyamin Netanyahu, il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è recato a Ramallah (Cisgiordania) per intrattenere colloqui con il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Maḥmūd ʿAbbās, meglio noto come Abu Mazen. L’alto funzionario americano è stato accolto nel capoluogo della West Bank da diversi contestatori inneggianti slogan pacifisti, […]

Bologna, 17 gennaio: Le intelligenze dell’intelligence

9 Gennaio 2024 ore 16:44
Mercoledì 17 gennaio, a Bologna si terrà la presentazione del numero 11/23 “Le intelligenze dell’intelligence“. Intervengono: Federico Petroni, consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes. Giorgio Cuscito, consigliere redazionale di Limes.  Modera: Fabrizio Talotta, presidente di Geopolis. L’incontro è realizzato in collaborazione con Sala Borsa e Associazione Geopolis. L’appuntamento è alle h18 in Sala Borsa, Piazza del Nettuno 3, Bologna. Ingresso […]

Il tour di Blinken in Medio Oriente, il ricovero segreto di Austin e altre notizie interessanti

8 Gennaio 2024 ore 12:52
BLINKEN IN MEDIO ORIENTE  Il segretario di Stato Usa Antony Blinken è volato negli Emirati Arabi Uniti per cercare una soluzione alla guerra tra Israele e Ḥamās (Hamas) che sta infiammando la regione. Prima di recarsi nello Stato Ebraico, durante il suo tour di cinque giorni in Medio Oriente il capo della diplomazia americana incontrerà anche gli omologhi di Arabia […]

Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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