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Iran: salviamo Najmeh Amini

Condannata a morte per blasfemia Una donna di 23 anni, Najmeh Amini, è stata condannata alla pena capitale per blasfemia a causa di un post sui social media. A lanciare l’allarme internazionale è stato The Guardian. Studentessa di contabilità, è...
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Reuters rivela come l’Iran sfida la superiorità militare degli Stati Uniti.

16 Ottobre 2026 ore 09:45

Un rapporto di Reuters ha rivelato come l’Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare statunitense e prendendo l’iniziativa con attacchi di precisione nel Golfo Persico.

Secondo un rapporto pubblicato giovedì dall’agenzia di stampa britannica Reuters , missili e droni iraniani hanno attaccato infrastrutture strategiche nei paesi del Golfo Persico in almeno 135 occasioni. In molti casi, questi attacchi hanno causato danni considerevoli che i governi della regione avrebbero preferito tenere nascosti.

L’ inchiesta di Reuters descrive in dettaglio come gli attacchi dell’Iran e dei suoi alleati armati abbiano preso di mira impianti petroliferi, impianti di gas naturale liquefatto, aeroporti e sistemi di trasporto di idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, gli attacchi hanno colpito almeno 84 siti strategici dall’inizio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il 28 febbraio.

Tra gli obiettivi colpiti figurava il porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali hub per l’esportazione di petrolio della regione, situato al di fuori dello Stretto di Hormuz, dove gli attacchi hanno interrotto le operazioni per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno colpito due unità di refrigerazione presso l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan. Diversi aeroporti in almeno quattro paesi sono stati anch’essi presi di mira, mentre una stazione di pompaggio saudita è stata incendiata e altre due sono state danneggiate lungo un importante oleodotto che consente il trasporto del petrolio senza attraversare lo Stretto di Hormuz.

🔴Una investigación visual de Reuters muestra cómo Irán y sus fuerzas aliadas han logrado resistir la superioridad militar de Estados Unidos e incluso tomar la iniciativa mediante ataques precisos y selectivos contra infraestructuras críticas en todo el Golfo Pérsico. pic.twitter.com/rWubUuaPQq

— HispanTV (@Nexo_Latino) October 15, 2026

Le infrastrutture prese di mira rivestono un’importanza strategica e la loro distruzione o i danni subiti hanno ostacolato i piani militari statunitensi nell’ambito della guerra di aggressione lanciata da Washington e dal regime israeliano contro l’Iran. Il rapporto sottolinea come l’efficacia di questi attacchi metta in discussione l’immagine di un “Iran indebolito” e dimostri che il Paese è riuscito, almeno in parte, a riequilibrare le forze in una guerra asimmetrica attraverso una strategia incentrata sullo sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei suoi avversari.

Gli attacchi hanno seminato il panico nei paesi del Golfo Persico e contribuito all’aumento dei prezzi del petrolio, ostacolando al contempo gli sforzi statunitensi per mantenere la pressione militare sull’Iran. Secondo un’analisi di Reuters , la combinazione di attacchi mirati contro infrastrutture critiche e restrizioni iraniane al transito attraverso lo Stretto di Hormuz ha rafforzato la capacità di Teheran di esercitare pressione sui paesi vicini e sull’economia globale.

A questo proposito, Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali di attacco aereo del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, che ha esaminato i risultati dell’inchiesta Reuters , ha dichiarato all’agenzia britannica che gli attacchi della Repubblica islamica dell’Iran hanno dimostrato “precisione, competenza nella selezione degli obiettivi e pazienza ” .

L’Iran ha neutralizzato quasi tutte le capacità statunitensi in 17 basi.

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran, durata 40 giorni. In risposta, la Repubblica islamica ha effettuato attacchi di rappresaglia contro basi militari statunitensi in paesi dell’Asia occidentale, nonché contro obiettivi militari israeliani nei territori occupati.

Teheran aveva messo in guardia tutti i paesi della regione contro qualsiasi complicità negli attacchi statunitensi e israeliani, sottolineando che la sicurezza regionale può essere garantita solo attraverso la cooperazione e il coordinamento tra i paesi dell’area, e non con la presenza di potenze straniere.

Fonte: Hispan Tv

Traduzione: Luciano Lago

Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.

16 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica  e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.

Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.

Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia

RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.

Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.

A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.

L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.

A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.

Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury

Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.  

Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.

Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.

I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.

Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.

Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.

Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.

La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.

Libri simili a Mille splendidi soli: 8 romanzi da leggere

15 Ottobre 2026 ore 15:40

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai letto Mille splendidi soli di Khaled Hosseini e cerchi altri romanzi capaci di raccontare guerra, famiglia, condizione femminile, perdita e resistenza con la stessa intensità emotiva? Non è semplice trovare libri davvero simili a Mille splendidi soli. Il romanzo di Hosseini unisce infatti più dimensioni: la storia recente dell’Afghanistan, la vita quotidiana delle donne, i legami familiari, la violenza domestica, la guerra e soprattutto la capacità di costruire solidarietà anche nelle condizioni più difficili. Per questo abbiamo scelto otto libri simili a Mille splendidi soli che condividono almeno alcuni di questi elementi: donne costrette a confrontarsi con società oppressive,

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Why Does Saudi Arabia Struggle to Stop Houthi Attacks?

15 Ottobre 2026 ore 16:06
The Saudi military has expensive equipment, but the missiles and drones used by the Yemeni militia are difficult to detect and stop.

© Fayez Nureldine/Agence France-Presse — Getty Images

A military parade marked Saudi National Day in Riyadh last month.

Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

14 Ottobre 2026 ore 08:43

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

From Allies to Enemies: Ethiopia and Eritrea Edge Toward War

14 Ottobre 2026 ore 06:01
The two nations fought alongside each other during a brutal conflict in Tigray that left hundreds of thousands of people dead just a few years ago. Now they are on the brink of fighting each other.

© Agence France-Presse — Getty Images

Members of the Ethiopian Federal Police on patrol aboard a pickup truck as they continued operations after federal forces pushed back the rebel Tigray People’s Liberation Front in Mekelle, Ethiopia, last week.

MI5 Chief Warns of Escalating Hybrid Threats From Iran and Russia on British Soil

13 Ottobre 2026 ore 16:26
The head of Britain’s domestic security agency accused Tehran and Moscow of escalating their hybrid campaigns in the U.K., and called Iran-led attacks on Jewish communities “sickening.”

© Pool photo by Jonathan Brady

The head of MI5, Ken McCallum, during his annual threat briefing in London in 2025.

Il gasolio di Putin e le priorità di Washington: le sanzioni come variabile dei prezzi

12 Ottobre 2026 ore 08:48

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.

La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.

Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze

Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.

Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.

Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.

Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla

Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.

La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.

Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.

Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.

L’Europa davanti a una garanzia negoziabile

Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.

La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.

In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.

Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.

L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.

Le religioni della geopolitica | Per capire il nuovo disordine mondiale

22 Agosto 2026 ore 07:27
Perché Russia, Stati Uniti, Israele, Iran, Cina ed Europa sembrano interpretare la storia in modi così diversi? Esiste una radice religiosa o culturale dietro le loro scelte geopolitiche? Seguendo il metodo di Max Weber proveremo a leggere il mondo multipolare attraverso le grandi immagini del tempo che abitano le civiltà. 🎬 Premiere25/08/2026 – ore 14.00👉https://youtu.be/4nKGpMMNZbk […]

Venezuela Oil: The Phantom Barrel That Feeds Financial Empire

di: admin
11 Gennaio 2026 ore 12:42

At dawn on January 3, 2026, as Caracas awakened to the roar of explosions tearing through the darkness above the Fuerte Tiuna military complex, President Nicolás Maduro and his wife…

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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

di: admin
2 Gennaio 2026 ore 19:10

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

20 Marzo 2023 ore 10:55

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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