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Inside the U.S.-Iran Deal, and Trump Hosts U.F.C. Fights

Plus, crafting the perfect grass for the World Cup.

© Eric Lee for The New York Times

President Trump insisted on Sunday that if Iran failed to reach a final nuclear accord with the United States, he could restart military attacks on Tehran.

Is This the End of Political Islam?

15 Giugno 2026 ore 11:00
For decades, Islamic governance held allure in the Middle East. Now some scholars say the Islamist wave has passed.

© Nanna Heitmann for The New York Times

A damaged photograph of Ayatollah Ruhollah Khomeini at the headquarters of Iran’s state TV broadcaster in Tehran after an Israeli strike last year.

Hormuz Reopening Would Offer Relief for Asia, but Economic Scars Will Remain

15 Giugno 2026 ore 05:44
For months, Asia has suffered a physical supply crunch that will likely drag on its economies long after the crucial waterway reopens.

© Reuters

Ships in the Strait of Hormuz in Oman last week. More than four-fifths of the petroleum and liquefied natural gas transiting the strait is typically bound for Asian markets.

Iran-Usa, c’è l’accordo tra le parti: venerdì la firma in Svizzera tra i nodi di Hormuz, Libano e del nucleare di Teheran

15 Giugno 2026 ore 10:03

Fragile e dai punti oscuri, ma l’accordo c’è. Venerdì 19 giugno Iran e Stati Uniti firmeranno in Svizzera un accordo per mettere fine alla guerra in corso dallo scorso febbraio nel Golfo Persico e in Medio Oriente, come annunciato domenica sera dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, colui che ha personalmente mediato tra le parti per ottenere l’intesa. Un memorandum ufficialmente confermato da entrambe le parti, sia dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che d’altra parte dava per imminente un accorda da diversi giorni, sia dal regime di Teheran tramite il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Sui punti dell’intesa resta però il mistero. Sharif ha dichiarato che l’accordo che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera prevede la fine “immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano”, lì dove l’Iran è presente politicamente e militarmente grazie ad Hezbollah, il “partito di Dio” finanziato da Teheran che da mesi è obiettivo di Israele, che così sta inoltre occupando chilometri e chilometri del Libano meridionale.

Non a caso stamani il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha escluso il ritiro dell’IDF dal Libano, non considerandosi vincolato dalla clausola contenuta nell’accordo con l’Iran. Secondo fonti israeliane, Netanyahu ha chiarito che le Forze di Difesa Israeliane manterranno le loro attuali posizioni in Libano e continueranno a operare per contrastare la minaccia di Hezbollah. Tesi ribadita anche dal suo ministro Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra religiosa: “L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo un Paese indipendente e sovrano”, le parole del ministro della Sicurezza interna a commento dell’intesa tra Washington e Teheran.

D’altra parte Israele ha un ruolo chiave nel Medio Oriente e nella vicenda iraniana, da alleato di Trump ma anche come “sabotatore” di diversi tentativi di intesa. Anche quest’ultimo, faticosamente raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan, era stato messo a repentaglio da un violento attacco dell’IDF nel Libano mentre le parti erano ad un passo dal via libera all’accordo. Bombardamenti su Beirut che avevano spinto Trump all’ennesima reazione furiosa contro l’amico Bibi: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, aveva scritto il presidente Usa su Truth. Ben diversi i toni utilizzati in una intervista al giornalista di Axios Barak Ravid: “Perché Bibi ha dovuto sferrare quel cazzo di attacco? Ero davvero incazzato nero. Gliel’ho fatto sapere. Non ha un cazzo di buon senso. Gliel’ho fatto sapere”, le parole al veleno del tycoon.

Ma cosa prevede l’intesa che verrà siglata venerdì in Svizzera? Secondo Trump l’accordo raggiunto col regime dell’Ayatollah Khamenei consentirà la riapertura dello stretto di Hormuz “permanentemente esente da pedaggi”, ha spiegato il leader Usa al New York Times. Non è chiaro cosa contenga l’accordo sull’altra questione dirimente per Washington, ovvero il futuro del programma nucleare iraniano su cui il regime non si è mostrato disposto a fare concessioni. Quel che è certo è che l’intesa darà il via ad un periodo di negoziazione di 60 giorni volto a raggiungere un accordo finale tra le parti, con colloqui preparatori tra Stati Uniti ed Iran che si terranno a Doha prima del vertice di Ginevra di venerdì.

E l’Europa? Bruxelles si dice pronta a dare il proprio contributo con una propria missione marittima internazionale per “accompagnare” la riapertura dello Stretto di Hormuz e provvedere a “sminare” il corso d’acqua. Anche l’Italia, come dichiarato dalla premier Giorgia Meloni, potrebbe essere della partita: “Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”, le parole di Meloni.

Iran, il debutto ai Mondiali nel giorno dell’accordo con gli Usa. Taremi attacca la Fifa: “Il calcio porta pace? Qui c’è troppa tensione”

15 Giugno 2026 ore 10:44

Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.

Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.

Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.

Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.

Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.

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Pace Usa-Iran, Meloni: “Ora presenza navale internazionale a Hormuz, anche con l’Italia”

15 Giugno 2026 ore 09:52

Regno Unito, Francia, Germania e Italia, subito dopo l’ufficialità dell’accordo raggiunto tra Usa e Iran per porre fine alla guerra, si sono congratulate con Washington, Teheran e tutti i mediatori, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che definiscono una svolta diplomatica. “È un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale”, si legge nella nota, in cui i quattro Paesi chiedono di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo. Poi l’annuncio di “una missione indipendente e a carattere strettamente difensivo per garantire la sicurezza della navigazione commerciale e sostenere le operazioni di sminamento“.

Giorgia Meloni è tornata poi in mattinata sull’argomento, precisando altre cose. “Nella notte abbiamo già espresso, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, – spiega la premier – il nostro forte apprezzamento per il memorandum d’intesa siglato da Stati Uniti e Iran nelle scorse ore. Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso possibile questa intesa. Si tratta di un’occasione di pace che va colta: l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo”.

“I principi” del memorandum d’intesa tra Usa e Iran “sono chiari: l’Iran – prosegue Meloni – non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz“.

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Accordo Usa-Iran, la reazione dei mercati: volano le Borse europee, in calo il prezzo di petrolio e gas

15 Giugno 2026 ore 09:32

Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.

L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.

In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.

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Stati Uniti e Iran hanno trovato un accordo, ma le ragioni della guerra sono ancora lì

15 Giugno 2026 ore 07:13

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».

Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.

L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».

La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.

Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.

Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».

Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.

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I media israeliani criticano aspramente l’accordo tra Iran e Stati Uniti, definendolo una grave concessione a Teheran.

15 Giugno 2026 ore 06:33

I  media israeliani criticano l’accordo di Trump con l’Iran, sostenendo che Washington abbia concesso importanti agevolazioni a Teheran ponendo fine alle operazioni militari su più fronti.

I media israeliani hanno criticato aspramente l’accordo raggiunto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’Iran , sostenendo che Washington ha concesso significative agevolazioni a Teheran ottenendo ben poco in cambio.

Secondo i24NEWS , l’accordo riflette una situazione in cui “Trump sta dando molto agli iraniani senza ottenere nulla in cambio”, in un contesto di crescenti preoccupazioni negli ambienti politici e mediatici israeliani circa le implicazioni dell’accordo per il regime.

 Nel frattempo, il Canale 14 israeliano ha espresso un giudizio ancora più severo, descrivendo la condotta di Trump come “talmente pessima da risultare persino inspiegabile”, a testimonianza della crescente frustrazione tra i commentatori israeliani per la gestione dei negoziati da parte di Washington.

Washington ha  riconosciuto  a Teheran importanti concessioni.

Le critiche giungono mentre in Israele si intensifica il dibattito sull’entità della sua influenza sulle principali decisioni strategiche e di sicurezza che coinvolgono gli Stati Uniti.

Le recenti discussioni si sono concentrate sempre più sulla gestione della crisi da parte del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, nonché sul ruolo dominante di Washington nel determinarne l’esito. Analisti e commentatori si sono chiesti se gli interessi israeliani siano stati adeguatamente rappresentati negli accordi finali raggiunti tra Stati Uniti e Iran.

Le disposizioni sul cessate il fuoco in Libano alimentano le polemiche.

Le polemiche si sono intensificate in seguito alle prime notizie secondo cui l’accordo prevede la cessazione definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso.

Ora queste disposizioni sono alla base dell’accordo tra Iran e Stati Uniti, scatenando una forte opposizione tra i funzionari e i commentatori israeliani, i quali hanno ripetutamente respinto gli accordi che limiterebbero l’aggressione militare contro il Libano .

Prima dell’annuncio del memorandum d’intesa, i24NEWS  aveva riferito che i ministri del governo israeliano erano frustrati dai tentativi falliti di separare i fronti iraniano e libanese. 

Ora bisogna riconoscere il collegamento diretto tra i fronti”, ha affermato l’emittente.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Luciano Lago

Iran, Consiglio sicurezza nazionale ha proclamato fine guerra: "Stop a tutte le operazioni militari"

15 Giugno 2026 ore 06:30
Lo ha dichiarato il segretariato del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano in una nota, sull'accordo per porre fine alla guerra tra Iran e Stati uniti. "Sospese le operazioni militari anche in Libano"

© RaiNews

Trump ha annunciato la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran.

15 Giugno 2026 ore 06:17

Il presidente statunitense Donald Trump ha confermato l’accordo con l’Iran e ha annunciato che avrebbe consentito la revoca del blocco navale statunitense.

“Autorizzo la piena apertura, senza dazi doganali, dello Stretto di Hormuz e, al contempo, ordino l’immediata revoca del blocco navale statunitense”, ha dichiarato Trump.

Trump ha affermato che l’accordo con l’Iran è stato finalizzato e si è congratulato con tutti per il suo raggiungimento, secondo quanto riportato da RIA Novosti .

In precedenza, in un’intervista al Wall Street Journal , aveva osservato che i termini dell’accordo si addicevano al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sottolineando che, in base a tali termini, l’Iran non sarebbe stato in grado di possedere armi nucleari in nessuna circostanza.

Trump ha affermato che la questione della “polvere nucleare” sarebbe stata affrontata in seguito. Ha detto che ciò potrebbe accadere entro uno o due mesi e che non c’era fretta, secondo quanto riportato da TASS .

Come riportato dal quotidiano Vzglyad, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato che un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, che prevede la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso, dovrebbe essere firmato il 19 giugno in Svizzera.

In precedenza, Sharif  aveva confermato  il raggiungimento dell’accordo sul testo dell’intesa di pace tra Stati Uniti e Iran.

Fonte: VZGLYAD

Traduzione: Sergei Leonov

Pace in Iran, la dichiarazione congiunta di Regno Unito, Francia, Germania e Italia

15 Giugno 2026 ore 05:40

Dopo l’accordo di pace tra Usa e Iran sono arrivate le prime reazioni a livello internazionale. Sul piano europeo è arrivata anzitutto una dichiarazione congiunta dei leader di Regno Unito, Francia, Germania e Italia, che hanno accolto con favore il memorandum d’intesa congratulandosi con Washington, Teheran e tutti i mediatori, tra cui Pakistan e Qatar, per quella che definiscono una svolta diplomatica. “È un’opportunità per ristabilire la stabilità regionale e contribuire alla stabilizzazione dell’economia globale”, si legge nella nota, in cui i quattro Paesi chiedono di concludere rapidamente i negoziati di dettaglio e di attuare l’accordo in modo completo.

I leader definiscono “essenziale” la riapertura urgente dello Stretto di Hormuz, con libertà di navigazione senza restrizioni, e si dichiarano pronti a contribuire, nel rispetto delle rispettive procedure costituzionali, “anche attraverso una missione indipendente e a carattere strettamente difensivo per garantire la sicurezza della navigazione commerciale e sostenere le operazioni di sminamento“. Ribadiscono inoltre che “l’Iran non deve mai acquisire un’arma nucleare”, dicendosi pronti a revocare le sanzioni “in risposta a passi chiari e verificabili” di Teheran sul programma nucleare. La dichiarazione si chiude con il sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale del Libano e l’auspicio di “un solido cessate il fuoco”.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sempre su X, ha sottolineato la necessità di evitare “ogni retorica, provocazione o azione” che possa aggravare le tensioni prima della firma, e di restare vigili di fronte a “eventuali atti di sabotaggio”. Il ministero degli Esteri del Qatar ha espresso “pieno sostegno a tutti gli sforzi e alle iniziative volte a rafforzare la sicurezza e la stabilità regionali”. Dall’area Asia-Pacifico, la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha auspicato che siano “effettivamente garantite la libera circolazione e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz” e che si arrivi al più presto a un accordo definitivo sulla questione nucleare.

Il premier australiano Anthony Albanese e la ministra degli Esteri Penny Wong, in una nota congiunta, hanno avvertito che “il proseguimento della moderazione e un impegno costruttivo” saranno essenziali per una pace duratura, ribadendo che “l’Iran deve rispondere alle preoccupazioni di lunga data sul suo programma nucleare”. Il premier neozelandese Christopher Luxon, infine, si è rallegrato su X per la riapertura dello Stretto, che a suo dire “contribuirà a ripristinare rotte commerciali stabili, ad assicurare l’approvvigionamento di carburante e a mantenere in movimento la nostra economia”.

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Guerra in Iran, l’accordo è ufficiale. Trump: “Hormuz riapre. Navi del mondo, accendete i motori”

15 Giugno 2026 ore 05:26

Il presidente americano, Donald Trump, per il suo 80esimo compleanno si è regalato la pace con l’Iran. L’accordo con la Repubblica islamica è ufficiale, dopo una guerra che andava avanti dal 28 febbraio. La cerimonia di firma si terrà il 19 giugno in Svizzera. Gli effetti dell’intesa sono però immediati: lo Stretto di Hormuz, che teneva in ostaggio un’importante fetta dell’economia mondiale, riapre. I combattimenti cessano immediatamente sia in Iran che in Libano. Sempre che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, non decida di agire per conto proprio senza tenere in considerazione il dettame americano, principale sostenitore. Nelle ultime ore più volte Donald Trump aveva ribadito che la firma – elettronica a distanza – era imminente, anche se “ritardata di qualche ora” proprio a causa del raid israeliano su Beirut.

L’ufficialità è arrivata per mano del premier pachistano, Shehbaz Sharif, che in questa crisi si è aggiudicato il ruolo di mediatore super partes. Il suo messaggio è stato pubblicato su X alle 23.15: “A seguito di intensi colloqui, siamo lieti di annunciare che l’Accordo di Pace tra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran è stato raggiunto. Entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, inclusi quelli in Libano.

La cerimonia ufficiale di firma avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera“. Ed è chiarissimo. Trump è intervenuto sul suo social Truth alle 23.29: “L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti! Io autorizzo pertanto pienamente l’apertura gratuita del transito nello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo la rimozione immediata del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate fluire il petrolio!”.

Mezz’ora dopo è arrivata la conferma dall’Iran, seppur timida e affidata al viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi. Ha sottolineato che “il testo dell’intesa sarà reso pubblico dopo la firma ufficiale di venerdì in Svizzera” e che “nei prossimi sessanta giorni ci saranno altri negoziati per l’accordo definitivo”. Ha precisato “che l’accordo non significa fidarsi degli Stati Uniti” e “che è il risultato della vittoria sul campo dell’Iran”. Ha confermato la rimozione del blocco navale ma l’Agenzia Fars ha sottolineato che “a coordinare il traffico saranno l’Iran e l’Oman”.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: attesa per l’esordio dell’Iran, in campo anche Spagna e Capo Verde | Orari e dove vederle in tv

15 Giugno 2026 ore 05:58

L’esordio della Spagna contro Capo Verde, un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. E ancora il Belgio, l’Uruguay, ma soprattutto la prima dell’Iran, la nazionale più discussa della Coppa del Mondo ormai da diversi mesi. Queste alcune delle squadre che scenderanno in campo lunedì 15 giugno e nella notte tra il 15 e il 16 appunto.

Si parte alle ore 18 italiane: a scendere in campo sarà la Spagna di De La Fuente, un’altra delle squadre più attese dei Mondiali. Per più motivi: perché il calcio spagnolo è da anni tra i più divertenti, perché c’è Lamine Yamal di rientro da un infortunio, per un centrocampo stellare. Semplicemente perché è una delle favorite. Di fronte ci sarà Capo Verde, un arcipelago di soli 530mila abitanti che ha eliminato il Camerun nelle qualificazioni ed è alla sua prima storica partecipazione alla Coppa del Mondo. Sei dei suoi convocati sono nati a Rotterdam. Sulla carta è una sfida a senso unico.

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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca al Belgio, eterna incompiuta che ha avuto nelle ultime edizioni una “generazione d’oro”, ma senza mai riuscire a ottenere successi. L’allenatore è Rudi Garcia, vecchia conoscenza della Serie A sulle panchine di Roma e Napoli. E a proposito di Napoli, c’è De Bruyne, c’è Lukaku: le stelle non mancano. Di fronte c’è l’Egitto, che tra le africane non è la squadra qualitativamente più forte ma di sicuro è una squadra fisica, di grande carattere e personalità.

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Nella notte italiana invece altre due sfide: prima a mezzanotte l’esordio dell’Uruguay – per la prima volta senza l’icona Luis Suarez – che sfida l’Arabia Saudita: la formazione saudita agli ultimi Mondiali sorprese l’Argentina all’esordio, battendola 1-0. Gli occhi sono però tutti sull’Iran, che alle 3 sfida la Nuova Zelanda. Più che per l’aspetto calcistico, c’è curiosità per tutto ciò che c’è intorno: l’Iran ha infatti prima avuto problemi con i visti (poi concessi, ma solo al gruppo giocatori e qualcuno dello staff, ma ne sono rimasti fuori circa 15), poi con l’organizzazione delle partite: la selezione iraniana si trova in Messico, ma gioca negli Stati Uniti. Deve andare e rientrare in giornata, tutto nel giro di 24 ore massimo.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 15 e 16 giugno

Spagna-Capo Verde (girone H)
Orario: 18:00
Atlanta: Mercedes-Benz Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Belgio-Egitto (girone G)
Orario: 21:00
Seattle: Lumen Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Arabia Saudita-Uruguay (girone H)
Orario: 00:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Miami: Hard Rock Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Iran-Nuova Zelanda (girone G)
Orario: 03:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Inglewood: SoFi Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 15 e 16 giugno, la sfida tra Belgio ed Egitto di lunedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match SpagnaCapo Verde, Arabia SauditaUruguay e IranNuova Zelanda invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Irán y Trump confirman el Acuerdo de Paz: «Ya está finalizado. Se anunciará el fin inmediato y definitivo de la guerra y las operaciones militares»

15 Giugno 2026 ore 05:00

El texto del memorando de entendimiento entre Irán y EE.UU. «ya está finalizado» y la firma oficial tendrá lugar el viernes en Suiza, confirmó el viceministro de Asuntos Jurídicos e Internacionales de la Cancillería de la República Islámica, Kazem Gharibabadi.

El alto cargo detalló que, según lo acordado, «a partir de esta noche se anunciará el fin inmediato y definitivo de la guerra y las operaciones militares en varios frentes, incluido el Líbano», informa Tasnim.

Asimismo, subrayó que el memorando de entendimiento no fue solo producto de la diplomacia, sino que también se debe a los logros militares de la República Islámica. «Se debe a la sangre pura de los mártires que derramamos al enfrentar a los enemigos del régimen. Se debe a la firmeza del pueblo y a su presencia diaria en las plazas y calles en apoyo del régimen y las Fuerzas Armadas, y en la lucha contra los enemigos», manifestó.

Al mismo tiempo, enfatizó que el documento «no implica confiar en el enemigo» y fue redactado «con desconfianza», por lo que Teherán supervisará el cumplimiento de los compromisos de EE.UU.

El viceministro también reveló que Irán ha incluido todas sus posiciones importantes en el borrador del acuerdo y, tras la firma oficial, se publicará el texto.

«La autoridad militar y las amenazas recibidas contribuyeron a la finalización del texto y al avance de algunos de los puntos clave para su conclusión», dijo, añadiendo que la delegación iraní no aprobó el memorando hasta que incluyeron sus últimos puntos y demandas en el texto. Sin embargo, advirtió que las fuerzas de la República Islámica «siempre estarán listas para actuar y hacer frente a las conspiraciones del enemigo».

Por su parte, el presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este domingo que el acuerdo con Irán se ha completado y que ahora el estrecho de Ormuz está abierto nuevamente.

«El acuerdo con la República Islámica de Irán ya es un hecho. ¡Felicidades a todos!», escribió el mandatario en Truth Social, a la vez que autorizó «plenamente la apertura sin restricciones del estrecho de Ormuz» y el «levantamiento inmediato del bloqueo naval de Estados Unidos».

Trump finalizó haciendo un llamado a la comunidad internacional: «Barcos del mundo, pongan en marcha sus motores. ¡Que fluya el petróleo!».

U.S. and Iran Reach Agreement to Reopen Strait and Begin Nuclear Talks

The accord halts hostilities in the war that began in February but leaves unresolved the critical issue of Iran’s nuclear program.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Gathering in Tehran earlier this month., Iran affirmed in the agreement that it would never seek to build or procure a nuclear weapon, but the regime has made that promise many times previously.

Trump Claims Strait Will Be ‘Permanently Toll-Free’ Under Agreement With Iran

15 Giugno 2026 ore 03:41
In a call to The New York Times, President Trump praised Russia’s and China’s leaders and described Israel’s prime minister as “a very difficult guy.”

© Eric Lee for The New York Times

President Trump insisted on Sunday that if Iran failed to reach a final nuclear accord with the United States, he would restart military attacks on Tehran.

Trump Claims Strait Will Be ‘Permanently Toll-Free’ Under Agreement With Iran

15 Giugno 2026 ore 03:41
In a call to The New York Times, President Trump praised Russia’s and China’s leaders and described Israel’s prime minister as “a very difficult guy.”

© Eric Lee for The New York Times

President Trump insisted on Sunday that if Iran failed to reach a final nuclear accord with the United States, he would restart military attacks on Tehran.

Oil Tumbles and Stocks Surge After Trump Announces Deal With Iran

Oil prices fell and stocks gained early Monday after Iran and the U.S. reached a deal that may allow more energy and other goods to flow through the Strait of Hormuz.

© Carolyn Kaster/Associated Press, via Ap Photo/Carolyn Kaster

«Se ha alcanzado el Acuerdo de Paz entre los EE.UU. e Irán»: se firmaría en Suiza el 19 de junio

14 Giugno 2026 ore 23:44

El primer ministro de Pakistán, Shehbaz Sharif, declaró la madrugada de este lunes que, tras intensas negociaciones, Irán e EE.UU. han alcanzado un acuerdo de paz, declarando «el cese inmediato y definitivo de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano».

«Tras intensas conversaciones, nos complace anunciar que se ha alcanzado el Acuerdo de Paz entre los Estados Unidos de América y la República Islámica de Irán. Ambas partes han declarado la terminación inmediata y permanente de las operaciones militares en todos los frentes, incluido el Líbano», expresó Sharif.

«La ceremonia oficial de firma tendrá lugar el viernes 19 de junio en Suiza. Agradecemos a los Estados Unidos de América y a la República Islámica de Irán su compromiso con la búsqueda de una solución diplomática al conflicto», agregó.

El primer ministro pakistaní añadió: «Asimismo, expresamos nuestro sincero agradecimiento a nuestros hermanos en esta labor de mediación, al gran liderazgo del Estado de Qatar, por su apoyo para alcanzar este acuerdo. Agradezco especialmente al liderazgo visionario del Reino de Arabia Saudita y de la República de Turquía sus inmensas contribuciones en este sentido. Con el acuerdo ya firmado, los mediadores facilitarán una serie de reuniones esta semana. Estas conversaciones previas a la implementación sentarán las bases para las conversaciones técnicas y la ceremonia oficial de firma».

 

Following intensive talks, we are pleased to announce that the Peace Deal between the United States of America and Islamic Republic of Iran has been REACHED. Both sides have declared the immediate and permanent termination of military operations on all fronts, including in…

— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) June 14, 2026

Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?

14 Giugno 2026 ore 23:40
L'annuncio statunitense di un'improvvisa interruzione dei combattimenti poche ore dopo un'altra serie di minacce di "fuoco e furia" da parte di Trump potrebbe essere stata una sorpresa per alcuni analisti, ma non per gli economisti del petrolio.Nonostante si vanti di "indipendenza energetica" e ripetute dichiarazioni che la guerra all'Iran vale il dolore economico, l'economia energetica ...continua a leggere "Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?"

U.S. and Iran Agree to a Truce

15 Giugno 2026 ore 06:57
The agreement could pave the way for further talks that could ultimately end the war. President Trump said that it could also reopen the Strait of Hormuz.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 22:03
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 22:03
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 22:03
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Iran, Trump annuncia la firma dell’accordo da remoto. Israele bombarda il Libano, ira del tycoon: “Bibi non ha giudizio”

14 Giugno 2026 ore 21:52

La firma dell’accordo e l’ira di Trump contro Bibi

L’accordo tra Stati Uniti e Iran “sarà firmato oggi elettronicamente e dopo una settimana di persona, da qualche parte in Europa“. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump, parlando con Trey Yingst di Fox News. ox News ha confermato la furia di Trump contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu per gli attacchi di Israele in Libano, mettendolo in guardia dal “non condurre ulteriori attacchi contro Hezbollah in modo da non impedire l’avanzamento dell’accordo” di pace. “Perché Bibi ha fatto questo dannato (turpiloquio) attacco? – ha detto, secondo quanto riporta Axios- Non potevo crederci. Un’ora prima era atteso che firmassimo l’accordo. Mi ha fatto infuriare (turpiloquio). Glielo farò sapere. Non alcun (turpiloquio) giudizio: glielo farò sapere”, ha aggiunto Trump

Trump ha detto che avrebbe chiesto “all’Iran di non rispondere con il lancio di missili verso Israele con questo accordo all’orizzonte che dovrebbe essere firmato in serata“. Il tycoon ha raccontato poi che gli attacchi fatti a metà della scorsa settimana, quando gli Usa stavano martellando molte di quelle posizioni iraniane, abbiano spinto gli iraniani a redersi nuovamente al tavolo delle trattative. “Ero nella Situation Room e gli iraniani mi chiamarono per chiedermi di fermare i bombardamenti”, ha aggiunto il tycoon nel resoconto di Fox News, secondo cui il presidente ha riferito di aver attribuito a quel preciso momento la capacità di “spostare l’equazione, in modo da convincere gli iraniani “a fare concessioni”.

Iran, il Consiglio supremo: “Risposta imminente al raid israeliano su Beirut”

 Il massimo organo di sicurezza nazionale iraniano ha avvertito che una risposta è “imminente” dopo l’attacco israeliano contro Hezbollah, alleato di Teheran, nella periferia meridionale di Beirut. “La risposta dei combattenti dell’Islam è imminente”, ha dichiarato il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale in un comunicato stampa. “Il Libano è la nostra vita e la violazione delle linee rosse della Repubblica Islamica non sarà tollerata”.

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Crisi in Iran, l’allarme di Confartigianato: “Freno all’export ed effetto tenaglia sulle Pmi”

14 Giugno 2026 ore 16:11

Export in Medio Oriente, il crollo italiano peggiore della Ue. Confartigianato: “Fase complessa”

Le tensioni in Iran stanno colpendo duramente le aziende del nostro Paese. A lanciare l’allarme è Confartigianato, che mette in guardia contro i danni di “una doppia forte pressione”. L’Italia ha visto andare in fumo più di un miliardo e mezzo di vendite all’estero, registrando un dato peggiore rispetto alla media degli altri Stati dell’Unione Europea. A questo quadro si somma il rincaro delle bollette energetiche e dei materiali. “È un effetto tenaglia”, è l’avviso di Marco Granelli, presidente della confederazione di artigiani e piccole e medie imprese.

Crollano le vendite all’estero: i numeri

Tra marzo e aprile, in base alle stime di Confartigianato, l’Italia ha registrato una flessione di 1,6 miliardi di euro di esportazioni verso il Medio Oriente. Si tratta di una contrazione del 33% nel confronto con gli stessi mesi del 2025. Il risultato è “ampiamente” più negativo rispetto alla frenata della Germania, che si ferma a un -23,2%, e della Francia, in discesa del 14%. Soltanto a marzo la contrazione è stata del 52,5%, “la flessione più pesante tra le principali economie dell’Unione europea”, fa sapere la confederazione.

La frenata dei prodotti italiani nel Golfo Persico

“A pesare è soprattutto il crollo delle vendite Made in Italy verso i Paesi del Golfo dove a marzo l’export italiano è sceso del 63% rispetto a marzo 2025”, fa sapere Confartigianato. L’associazione sottolinea che “le battute d’arresto più significative riguardano il Kuwait (-89,6%), il Qatar (-66,1%), gli Emirati Arabi Uniti (-65,9%), e l’Arabia Saudita (-35,5%)”. Nel mese di aprile “le esportazioni italiane verso il Medio Oriente sono diminuite di un ulteriore 6,9% su base annua”.

Schizzano le bollette e i prezzi dei carburanti

Il secondo problema evidenziato da Confartigianato riguarda il rincaro delle forniture di energia e delle materie prime. Nei tre mesi caratterizzati dalla crisi, il prezzo del gas è cresciuto del 38,3%, quello della luce dell’11,6% e il prezzo del gasolio per le industrie è aumentato del 49,8%.

Le minacce per la ripresa del Paese

Marco Granelli, presidente di Confartigianato, evidenzia che “da un lato la perdita di sbocchi commerciali in un’area strategica per il Made in Italy, dall’altro l’aumento dei costi di produzione legato ai rincari dell’energia e delle materie prime” creano “un mix che rischia di rallentare la crescita e comprimere la competitività delle filiere manifatturiere nei prossimi mesi”.

I pericoli per le realtà più piccole

Granelli avverte che “le tensioni risultano particolarmente pesanti per le piccole imprese. Per i finanziamenti fino a 125mila euro il costo del credito è infatti superiore di 160 punti base rispetto alla media, accentuando le difficoltà di accesso alle risorse finanziarie necessarie per sostenere investimenti e sviluppo”. “Le piccole imprese italiane – conclude il numero uno di Confartigianato – stanno affrontando una fase particolarmente complessa. Da un lato sono chiamate a investire per innovare processi e prodotti, migliorare l’efficienza energetica e rafforzare la competitività; dall’altro devono fare i conti con condizioni di accesso al credito sempre più onerose”.

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Israel Strikes Beirut Outskirts as Fighting With Hezbollah Escalates

The attacks complicated an already delicate moment as President Trump and Iran appeared to be edging toward finalizing a framework peace agreement.

© Daniel Berehulak/The New York Times

The site of an Israeli strike in Beirut’s southern outskirts on Sunday. Lebanese health authorities said three people were killed and 16 injured.

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 11:00
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 11:00
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

14 Giugno 2026 ore 11:00
Russia and the United States projected their own centralized views onto Ukraine and Iran, analysts said. As a result, the smaller countries trapped larger ones in a costly confrontation.

© Tyler Hicks/The New York Times

Early this year on the outskirts of Kostiantynivka, Ukraine, which has been bombed consistently.

Quando verrà firmato l’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran? Ecco cosa sappiamo finora.

14 Giugno 2026 ore 06:50

Gli Stati Uniti e l’Iran si stanno avvicinando sempre di più alla firma di un accordo di pace, che probabilmente porrà fine a una guerra che dura ormai da oltre tre mesi. Sabato, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che le due parti firmeranno l’accordo di pace domenica (ora locale).

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha anche affermato che un accordo di pace sarebbe probabilmente finalizzato entro le prossime 24 ore, dopodiché Teheran e Washington lo firmeranno elettronicamente.

“Con la finalizzazione prevista nelle prossime 24 ore, il Pakistan si sta preparando per la firma elettronica dell’accordo di pace subito dopo, seguita da colloqui a livello tecnico la prossima settimana”, ha dichiarato Sharif, secondo quanto riportato dall’Associated Press.

Il ministro degli Esteri pakistano ha inoltre affermato, senza rivelare ulteriori dettagli, che la cerimonia di firma era prevista per domenica.

Tuttavia, l’Iran non ha ancora confermato la firma di domenica. Prima che Trump annunciasse la firma dell’accordo di pace in un post su Truth Social, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, aveva messo in guardia dal commentare i tempi della firma.

Non accadrà domani, ma potrebbe succedere nei prossimi giorni”, avrebbe detto Baghaei, secondo quanto riportato dai media statali iraniani.

Cosa ha detto Trump?

Il presidente degli Stati Uniti non solo ha annunciato la firma dell’accordo di pace con l’Iran, ma ha anche affermato che Teheran “non vuole più” un’arma nucleare.

Ha inoltre affermato che, subito dopo la firma dell’accordo, lo Stretto di Hormuz sarà “aperto a tutti”.

“L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il JCPOA, è stata una strada facile, splendida e senza intoppi verso un’arma nucleare, che l’Iran avrebbe avuto sei anni fa e avrebbe usato molto prima. Il mio accordo con l’Iran è l’esatto opposto: UN MURO SENZA ARMI NUCLEARI! Di fatto, non vogliono più un’arma nucleare, né la avranno, né tramite acquisto, né sviluppo, né tramite qualsiasi altra forma di acquisizione. L’accordo dovrebbe essere firmato domani e, subito dopo la firma, lo Stretto di Hormuz sarà APERTO A TUTTI”, ha scritto Trump su Truth Social.

Ha paragonato i rapporti del suo governo con l’Iran a quelli delle precedenti amministrazioni statunitensi.

“A differenza dei pagamenti di centinaia di miliardi di dollari che Obama ha fatto loro, inclusi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro. Al momento opportuno, quando tutto sarà tranquillo, interverremo per recuperare la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le imponenti montagne di granito, grazie ai nostri splendidi bombardieri B-2 e ai loro brillanti piloti, e la ridurremo e distruggeremo, sia in Iran che negli Stati Uniti”, ha aggiunto.

Trump ha affermato che gli Stati Uniti non vedono l’ora di collaborare con l’Iran e con l’intera regione mediorientale.

Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti ha messo in guardia. Ha affermato che se la situazione non si risolverà facilmente e senza intoppi, gli Stati Uniti dovranno ricorrere all'”alternativa estrema”, che Trump spera non venga “mai più utilizzata”.

Cosa prevede la proposta?

Secondo il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, erano ancora possibili modifiche all’accordo, ma l’intesa preliminare rifletteva una più forte affermazione della Repubblica islamica.

Poche ore dopo le dichiarazioni di Araghchi, le forze statunitensi avrebbero abbattuto diversi droni d’attacco iraniani diretti verso l’Hormuz, secondo quanto riportato da Reuters, che cita una fonte.

Mentre l’Iran ha mantenuto bloccata la cruciale via navigabile, la Marina statunitense ha mantenuto saldo il blocco sui porti iraniani.

Sabato un funzionario statunitense ha affermato che l’accordo con l’Iran era “un ottimo accordo e molto solido”.

Il funzionario ha inoltre aggiunto che Teheran aprirà lo Stretto di Hormuz, una condizione prevista dall’accordo di pace. “Potrebbe essere aperto anche senza l’ausilio di strumenti. Non appena ciò avverrà, noi revocheremo il nostro blocco”, ha aggiunto il funzionario.

“Avverrà in modo congiunto, e parte del passo successivo, la fase successiva, sarà lo sminamento dello stretto”, ha affermato il funzionario, suggerendo che le nazioni del G7 potrebbero svolgere un ruolo in questo.

Nel frattempo Israele continua a bombardare il Libano per accelerare il suo programma di annessione dei territori del sud del Libano prima che venga imposta una tregua.(N.d.R.)

Hezbollah contrasta con successo l’avanzata delle truppe sioniste e tende trappole ed imboscate che fanno molte vittime tra le forze israeliane.

Fonte: Hindustan Times

Traduzione: Luciano Lago

Joe Kent: “La guerra in Iran è di Israele, non nostra: un totale pantano”

13 Giugno 2026 ore 20:00



Joe Kent, ex direttore del Counter Intelligence Center, analizza criticamente l’escalation militare statunitense in Iran.

Kent definisce il conflitto “la guerra di Israele, non nostra”, criticando duramente la strategia dell’amministrazione Trump e l’approccio del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Secondo l’ospite, i continui bombardamenti non costringeranno Teheran a negoziare, ma ne rafforzeranno la resistenza, intrappolando gli USA in un pantano geopolitico da 1 miliardo di dollari al giorno che sottrae risorse al contrasto strategico contro la Cina.

Kent affronta inoltre il delicato tema dello spionaggio israeliano ai danni di Washington — equiparato in via ufficiale a quello di Russia e Cina — e commenta le dimissioni di Tulsi Gabbard, lodandone lo scetticismo costruttivo verso l’apparato d’intelligence. L’unica via d’uscita per Trump, conclude Kent, è dichiarare vittoria e ritirare immediatamente le truppe.

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Generale di riserva israeliano: i missili iraniani hanno causato danni considerevoli a Israele e la censura impedisce la pubblicazione

13 Giugno 2026 ore 16:03

di Al-Manar

L’ex comandante della Marina israeliana, il generale di riserva Eliezer Marom, ha parlato della portata del pericolo rappresentato dai missili iraniani, riconoscendo i considerevoli danni che hanno inflitto a Israele.

In un’intervista al quotidiano Maariv , Marom ha dichiarato: “Abbiamo visto i danni che possono causare anche salve limitate di missili iraniani. I danni qui in Israele sono enormi. Enormi. Gran parte di questi danni ci viene nascosta, o non ne siamo a conoscenza, a causa della censura militare “. Ha anche avvertito che gli iraniani stanno producendo in massa missili balistici.

Questo riconoscimento da parte di Israele delle crescenti capacità dell’Iran e delle perdite che sta infliggendo all’entità occupante giunge pochi giorni dopo la risposta iraniana all’aggressione israeliana contro i sobborghi meridionali di Beirut. L’Iran ha preso di mira diversi siti sensibili nella Palestina settentrionale occupata.

L’Iran ha inflitto pesanti perdite all’entità occupante durante le recenti escalation di violenza, in risposta all’aggressione di quest’ultima contro l’Iran e il fronte di resistenza. Tuttavia, l’occupazione sta deliberatamente nascondendo le proprie perdite nel disperato tentativo di mantenere alto il morale delle truppe e rivendicare una vittoria.

Fonte: Al Manar

Traduzione: Luciano Lago

With a Deal Seemingly Close, the U.S. Faces an Iran More Willing to Withstand Pressure

13 Giugno 2026 ore 20:29
Iran’s new, more militaristic leaders have already survived the worst that America and Israel can deliver, and seem readier to take risks.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Members of the Islamic Revolutionary Guards Corps in April at a government-organized march in Tehran.

Despite Talk of an Iran Peace Deal, Lebanon’s War Grinds On

Israeli strikes on Friday left Lebanon out of sync with a cautious optimism taking hold elsewhere in the Middle East.

© Mohammed Zaatari/Associated Press

Residents survey damage following an Israeli airstrike in the southern port city of Tyre on Friday.

A Dangerous Limbo Leaves Iran, and the World, Between Peace and War

Since announcing a nominal cease-fire two months ago, Iran, Israel and the U.S. have remained locked in low-intensity violence that has become a new normal.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

In Tehran on Monday, a billboard featuring the Iran theocracy’s first two supreme leaders loomed over passers-by.

Whipsawed Between Fear and Relief, Iranians Hope for War’s End

12 Giugno 2026 ore 00:10
In addition to concerns about their safety in the event of another all-out war, many Iranians worry about the country’s economy further collapsing if the conflict remains in limbo.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Tehran on Monday.

Trump: «Tenemos un acuerdo con Irán y pronto lo firmaremos»

11 Giugno 2026 ore 23:09

El presidente de EE.UU., Donald Trump, declaró este jueves que Washington ha conseguido un acuerdo por el que «Irán nunca tendrá armas nucleares».

«Pronto habrá una firma y los documentos están prácticamente listos, así que ya veremos», indicó a los periodistas, añadiendo «eso debería hacerse bastante rápido».

Según el republicano, el documento podría firmarse «durante este fin de semana en Europa» y, aunque él no puede asistir, Vance «estará allí».

«Acabo de hablar con ‘Bibi’ [Benjamín Netanyahu]. He hablado con los grandes líderes de naciones como Catar, Emiratos Árabes Unidos, Arabia Saudí, Baréin, Kuwait y otros. Y vamos a hablar con Turquía», detalló.

Al ser preguntado si el líder supremo iraní, el ayatolá Mojtabá Jameneí, ha aprobado el acuerdo, el inquilino de la Casa Blanca dijo: «Entiendo que la respuesta es sí». Asimismo, señaló que el levantamiento del bloqueo naval a la nación persa «forma parte del acuerdo». «Y los precios del petróleo se desplomarán», agregó.

Mientras, una fuente iraní cercana al equipo negociador de la República Islámica indicó previamente a Fars que Teherán todavía no ha aprobado ningún texto respecto al acuerdo con EE.UU. Sin embargo, parece que, dado que Washington ha aceptado la propuesta de la nación persa, existe la posibilidad de que esta sea reconsiderada por las autoridades iraníes, señaló el interlocutor.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este jueves la cancelación de los ataques y bombardeos que estaban previstos contra Irán para esta noche, al asegurar que las negociaciones con la República Islámica avanzaron hasta alcanzar un acuerdo preliminar respaldado por los principales actores involucrados en la crisis regional.

“Basado en el hecho de que las discusiones con la República Islámica de Irán han sido llevadas al más alto nivel de liderazgo iraní y aprobadas, yo, como presidente de los Estados Unidos de América, he cancelado los ataques y bombardeos programados contra Irán para esta noche”, escribió el mandatario.

Larry Johnson y Pepe Escobar: Irán posee un dispositivo nuclear listo para detonar – Por Alfredo Jalife Rahme

9 Giugno 2026 ore 04:52

Por Alfredo Jalife Rahme

El ex analista de la CIA Larry Johnson –íntimo del ejército de EEUU– y el geopolítico brasileño Pepe Escobar –cercano al Kremlin– adujeron en varias entrevistas que Irán dispondría de un dispositivo nuclear que podría detonar para disuadir la prosecución de la guerra de Israel/EEUU.

Johnson adujo con el juez Napolitano (https://bit.ly/43c4eKZ) que el viernes 29 de mayo, el canciller paquistaní, Ishaq Dar, transmitió al polémico Marco Rubio el mensaje de que Irán estaría dispuesto a realizar una prueba nuclear en caso de que no exista acuerdo: “Irán haría una demostración con una bomba nuclear de su propia fabricación o que le fue entregada por, digamos, Pakistán o Norcorea” (minuto 13:23). Un día después, LJ pregunta en su portal Sonar21: “¿Posee Irán una bomba atómica? Una fuente de alto nivel contesta: sí” (https://bit.ly/4fj4IGx).

En su video (https://bit.ly/4uP7kAT), el cotizado Escobar explayó que el presidente iraní, Masoud Pezeshkian, explicó al canciller paquistaní la nueva postura nuclear de Irán.

En medio del tsunami (des)informativo, las mismas fuentes aviesas y traviesas de costumbre engañaron con la falsa “renuncia” del presidente iraní Pezeshkian: difundida, entre otros, por el ex teniente coronel Douglas Macgregor, quien fuera cercano a Trump 1.0 (https://bit.ly/437lAbY).

El mismo viernes de marras, mientras Trump se reunía en el “cuarto de crisis” ( situation room), durante la entrevista que me realizó Sergio Fernández de Negocios TV, señalé que se me hacía extraña la ausencia del secretario de Estado, Marco Rubio, quien justamente se encontraba negociando con su homólogo paquistaní (https://bit.ly/4ui1lDv).

Mis fuentes mediorientales, usualmente bien informadas, reportan que el presidente iraní formuló al primer ministro paquistaní, Shehbaz Sharif, tres puntos de su postura definitiva en caso de perpetuación de los ataques estadunidenses y del falso cese al fuego israelí debido a su masiva carnicería de civiles en el sur de Líbano:

1) Retiro inmediato de las negociaciones sobre el contencioso nuclear iraní con EEUU; 2) abandono del formato de un arreglo nuclear que esta(ba) esbozando la cantidad límite de enriquecimiento de uranio y su entrega a uno de los siguientes cuatro países: Rusia, China, Kazajistán o Pakistán, y 3) ¡la detonación de un dispositivo nuclear en el suelo iraní como demostración de su soberana capacidad tecnológica!

Muchas cosas han sucedido en los pasados cinco días, entre las que destaca la carnicería israelí contra los civiles en el sur del Líbano –cuando el ministro de defensa Israel Katz, en connivencia con los ministros talmúdicos Ben Gvir, de Seguridad; Bezalel Smotrich (Finanzas), y el “desquiciado” (Trump dixit) primer ministro Netanyahu, buscan emular su indeleble genocidio en Gaza–, que sacudió la emotividad del chiísmo de la república islámica, que exigió el respeto al cese el fuego por Israel, cuya abusiva negativa obligaría a represalias masivas de Irán en el norte de Israel (https://bit.ly/4eiiM1P).

En forma sincrónica a los dramáticos eventos de estos días pasados, se gestó la ya famosa llamada telefónica de un “furioso” Trump, quien despotricó contra Netanyahu para impedir su programado ataque multitudinario a la indefensa capital libanesa, lo cual fue reportado por el ex agente israelí de la unidad 8200 Barak Ravid, quien desinforma desde el desacreditado portal Axios (https://bit.ly/4vqZLjH).

No se puede soslayar la ominosa frase del viceinspector general brigadier Mohammad Jafar Asadi, quien aseveró en el contexto de la conjetura nuclear persa que “Irán no ha revelado aún todas sus ‘cartas triunfales’, en medio de las escaladas de EEUU e Israel” (https://bit.ly/3PABGry). ¿Cuáles serán tales “cartas triunfales”?

¿El Cierre del estrecho de Bab al Mandeb, susceptible de propinar un golpe de gracia a las valetudinarias geofinanzas globales de Israel/EEUU/Occidente? ¿O la defensiva detonación de una bomba nuclear iraní, propia o “prestada”, que colocaría la guerra en una nueva fase escalatoria? (https://bit.ly/4dUfUac)

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Por qué Irán gana su guerra asimétrica frente a dos potencias nucleares superiores EEUU/Israel – Por Alfredo Jalife Rahme

1 Giugno 2026 ore 04:51

Por Alfredo Jalife Rahme

El libro del 2005 Cómo los débiles ganan las guerras: teoría del conflicto asimétrico (https://bit.ly/43BOReX), del académico de la Universidad de Chicago y anterior analista de inteligencia militar Ivan Arreguin-Toft, parece constituir el manual de cabecera del agredido gobierno iraní por la superpotencia nuclear EEUU y la mediana potencia nuclear Israel –que goza de la deliberada complicidad del filosionista argentino Rafael Grossi, desacreditado director de la Agencia Internacional de Energía Atómica, quien hace la vista gorda ante los arsenales clandestinos de Netanyahu, quien evade la inspección de la ONU y su firma del Tratado de No Proliferación que EEUU exige en forma asimétrica e inicua a Irán.

En el siglo V a.C., los omnipotentes enviados atenienses –en el célebre Diálogo de los Melios narrado por Tucídides en la Guerra del Peloponeso (https://bit.ly/4akW7j4)– exigieron la capitulación de la isla Melos con la formulación del hiperrealismo político: “Los fuertes hacen lo que pueden y los débiles sufren lo que deben”.

Netanyahu y Trump, ¡2 mil 455 años después! conminaron la misma capitulación perentoria a los iraníes.

En su notable libro Arreguin-Toft arguye en forma persuasiva que las “guerras asimétricas” dependen de la interacción entre las estrategias respectivas del fuerte y el débil, más que del poder material crudo y rudo.

A juicio de Arreguin-Toft, cuando el fuerte y el débil usan estrategias similares suele vencer el primero, mientras que cuando utilizan estrategias opuestas aumentan las probabilidades de una victoria del débil, ya que el endeble vence cuando trastoca la superioridad del fuerte en su propia desventaja política, lo cual implementó al pie de la letra la República Islámica de Irán: “La probabilidad de victoria o derrota en conflictos asimétricos depende de la interacción de las estrategias que usan los actores débiles y fuertes”, ya que “cuando los actores emplean enfoques estratégicos opuestos, los débiles tienen muchas más probabilidades de vencer”.

Arreguin-Toft analiza 197 conflictos asimétricos y alega que los fuertes ganan hasta 75% de los casos en general (cuando los débiles combaten frontalmente contra los fuertes), mientras que, desde la Segunda Guerra Mundial, los débiles logran triunfos mayores a 50% cuando optan por tácticas opuestas (https://bit.ly/4uJZ9FY).Se centra en varios ejemplos desde 1800 que llevan agua a su molino y que van desde la guerra de Vietnam hasta Afganistán, pero que, a mi juicio, hoy no son extrapolables.

El débil gana guerras no porque sea más poderoso, sino porque logra que el poder del fuerte sea políticamente disfuncional, estratégicamente costoso y vulnerable a la atrición.

Dicho de otra forma, la metástasis del impacto geoeconómico/geofinanciero del cierre del estrecho de Ormuz atrapó a EEUU y, por extensión, en su fase declinante a Occidente –según el notable libro La derrota de Occidente (https://bit.ly/4fS6rmd) del galo Emmanuel Todd de hace 2 años–, como bien señaló el presidente Xi frente a su visitante Trump, quien sólo atinó a asentar sin dejar de inculpar de la decadencia de EEUU al binomio Obama/Biden.

Después del derrocamiento espurio del primer ministro soberanista iraní Mohammad Mossadegh (https://bit.ly/4u6J3oy), hace 75 años, pasando por la nacionalista revolución islámica hace 47 años, propongo el teorema más holístico de cuatro puntos diacrónicos: 1.- La singular resiliencia, que no masoquismo malentendido, del martirologio del chiísmo que se condensa en el “síndrome Karbala (https://bit.ly/4a0ZPye); 2.- Sus indetectables misiles hipersónicos que no detentan EEUU ni Israel; 3.- La genial jugada estratégica del cierre del estrecho de Ormuz: yugular geoeconómica/geofinanciera de Trump; y 4.- Su prodigiosa educación científica pública con los primeros sitiales del ranking STEM (Ciencia, Tecnología, Ingeniería y Matemáticas). Amén.

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Polymarket e i pericoli dei mercati predittivi

6 Maggio 2026 ore 11:00

“Hai ancora 90 minuti per aggiornare la notizia falsa. Se lo fai, risolverai in un attimo il problema più grave che ti sei creato in vita tua. E tra una settimana non ti ricorderai più di me”. Questo il messaggio che, secondo quanto riportato dal Washington Post, il corrispondente di guerra del The Times of Israel Emanuel Fabian ha ricevuto su WhatsApp cinque giorni dopo aver pubblicato un articolo in cui raccontava che un missile iraniano aveva colpito, senza ferire nessuno, un’area boschiva poco fuori la città di Beit Shemesh, alle porte di Gerusalemme. Una notizia piuttosto marginale che, però, ha reso il giornalista l’obiettivo di minacce e ritorsioni da parte di ignoti.

Come raccontato da lui stesso, nelle ore successive alla pubblicazione Fabian ha cominciato a ricevere via email messaggi in ebraico che gli intimavano di modificare l’articolo, suggerendo che l’incidente fosse stato provocato da un missile intercettato “i cui rottami e frammenti erano caduti nel luogo dell’impatto”. Con il passare dei giorni, i messaggi si sono intensificati e le lamentele hanno raggiunto anche X, dove alcuni utenti hanno commentato la notizia condivisa dal giornalista, chiedendo se davvero si fosse trattato di un missile o meno. Ed è stato solo allora che, a quanto pare, Fabian ha compreso le ragioni del clamore sollevato dalla notizia pubblicata giorni prima: gli account X che avevano avanzato la richiesta di precisazioni erano collegati a Polymarket, la più grande piattaforma di prediction market al mondo, dove gli utenti avevano puntato più di 14 milioni di dollari sulla possibilità che un attacco missilistico iraniano colpisse Israele il 10 marzo.

“Questa scommessa sarà vincente se l’Iran lancerà un attacco con droni, missili o aerei sul territorio israeliano nella data indicata, secondo l’ora di Israele. In caso contrario, la scommessa sarà perdente”, si legge chiaramente su Polymarket. Tuttavia, “i missili o i droni che vengono intercettati non saranno considerati sufficienti per una risoluzione ‘Sì’, indipendentemente dal fatto che atterrino sul territorio israeliano o causino danni”. Una clausola che spiega bene perché il giornalista del The Times of Israel abbia ricevuto tante richieste di modificare l’articolo pubblicato: se Fabian avesse precisato che l’incidente era stato provocato da un missile intercettato, infatti, chiunque avesse puntato sul “no” avrebbe riscosso una vincita considerevole.

Ma il giornalista non ha ceduto alle minacce e ha messo a rischio la propria sicurezza pur di riportare la verità. “Il tentativo di questi giocatori d’azzardo di farmi pressione affinché modificassi i miei articoli per fargli vincere la scommessa non ha avuto successo e non lo avrà”, ha dichiarato. “Tuttavia, temo che altri giornalisti potrebbero non comportarsi in modo altrettanto etico, se venisse loro promessa una parte delle vincite”. Nonostante il “lieto fine”, la storia di Emanuel Fabian ha contribuito ad accendere i riflettori su Polymarket, il mercato predittivo che si sta dimostrando particolarmente abile nell’anticipare gli eventi geopolitici più emblematici della nostra epoca. Ma come può una piattaforma digitale prevedere quali saranno le decisioni dei governi più potenti al mondo? Chi sono gli investitori che sostengono il progetto e traggono profitto dalle sue scommesse milionarie?

Polymarket, il mercato predittivo più grande al mondo

La storia di Polymarket comincia come buona parte delle vicende delle aziende tech più note al mondo: solo che al posto di un garage, ci troviamo in un appartamento nel cuore di New York. Qui, nel pieno della pandemia di Covid-19, il giovanissimo Shayne Coplan, appassionato di tecnologia e criptovalute, in soli tre mesi crea una piattaforma che risponda ad alcuni dei quesiti che lo attanagliano durante il lockdown: “Quando finirà tutto questo? Quando sarà pronto il vaccino? Quando finiranno le misure di restrizione?”.

E così nel 2020, ispirandosi ai mercati predittivi Augur e Gnosis, Coplan ha lanciato Polymarket, con l’obiettivo di fornire agli utenti una “fonte di informazione affidabile” contro la “disinformazione dilagante”. In quel momento, non sapeva che la sua piattaforma sarebbe diventata il mercato predittivo per eccellenza, e che gli avrebbe regalato il titolo di più giovane miliardario self-made al mondo. La strada per arrivare a questo risultato, come si può immaginare, è stata parecchio accidentata.

Nel gennaio del 2022 la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha imposto a Polymarket il pagamento di una multa da 1,4 milioni di dollari e il blocco degli utenti statunitensi, per aver operato senza aver richiesto l’approvazione delle autorità di regolamentazione, come previsto dalla legge. Una sanzione che non ha fermato l’ascesa della piattaforma che, appena un paio di anni dopo, ha raggiunto i 3,6 miliardi di dollari di scommesse sulla corsa presidenziale tra Trump e Biden. Un successo breve, ma intenso. Appena otto giorni dopo l’elezione di Donald Trump, l’FBI ha infatti fatto irruzione nell’appartamento newyorkese di Sheyn Coplan e ne ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici, nell’ambito di un’indagine volta a verificare – ancora una volta – se Polymarket consentisse agli utenti americani di piazzare scommesse senza licenza.

Dopo meno di un anno, la CFTC e il Dipartimento di Giustizia statunitensi hanno archiviato le indagini sul giovanissimo imprenditore, lasciandolo libero di godersi la sua ascesa. A luglio 2025, la piattaforma ha annunciato pubblicamente l’acquisizione da 112 milioni di dollari di QCX e QCXE, la holding di una borsa di derivati e una stanza di compensazione (l’infrastruttura che garantisce e regola le transazioni concluse sul mercato) autorizzate dalla Commodity Futures Trading Commission. “Ora, con l’acquisizione di QCEX, stiamo gettando le basi per riportare Polymarket a casa, rientrando negli Stati Uniti come piattaforma pienamente regolamentata e conforme che consentirà agli americani di scambiare le proprie opinioni”, ha commentato Coplan in quell’occasione, rassicurando (finalmente) gli utenti sulla legalità del suo mercato predittivo.

Una mossa strategica apprezzata dalla CFTC, che a settembre 2025 ha approvato ufficialmente l’attività di Polymarket nel mercato statunitense, proprio pochi giorni dopo l’ingresso di Donald Trump Jr. nel comitato consultivo della compagnia, in cui ha investito circa 10 milioni di dollari.

Nonostante questo percorso burrascoso, il progetto del giovane imprenditore di New York non ha mai modificato la sua natura. Sin dal lancio, Polymarket è una piattaforma in cui gli utenti possono scommettere su qualunque evento futuro – dall’elezione del presidente degli Stati Uniti alla data del matrimonio di Taylor Swift, dal ritorno di Gesù al prossimo conflitto geopolitico – semplicemente rispondendo sì o no ad alcune domande, accanto alle quali sono segnalate le probabilità di vincita, che variano mano a mano che gli utenti scommettono. “Si vince se si indovina. Si perde se si sbaglia”, ha chiosato Coplan in un’intervista a CBS News, spiegando il funzionamento semplice e intuitivo di Polymarket, che ha permesso agli utenti di guadagnare milioni di dollari nel corso degli anni.

Ma non sono soltanto i soldi a interessare l’imprenditore, quanto la possibilità di offrire alle persone uno strumento di informazione che sia il più chiaro possibile. Secondo Coplan, i mercati predittivi sono “lo strumento più accurato di cui disponiamo attualmente come esseri umani, almeno finché qualcuno non inventerà una sorta di sfera di cristallo superpotente”. L’idea è che – viste le ingenti somme di denaro in gioco – le persone siano incentivate a esprimere previsioni ponderate e informate, più di quanto farebbero in un tradizionale sondaggio. Una lettura che sembra trovare riscontro concreto nel successo del progetto.

Il caso Maduro: la previsione dell’attacco al Venezuela

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, colpendo obiettivi militari e civili a Caracas e dintorni, e catturato il presidente Nicolás Maduro, accusato di narcotraffico e commercio illegale di armi. Appena cinque ore prima che le esplosioni scuotessero la capitale, su Polymarket un trader sconosciuto ha raddoppiato le puntate sull’invasione del Venezuela da parte degli Stati Uniti e sulla destituzione del presidente Maduro entro il 31 gennaio 2026, arrivando a guadagnare oltre 400mila dollari, con un ritorno sull’investimento pari a 12 volte la somma puntata.

Una vincita che ha attirato subito l’attenzione, alimentando i sospetti che il trader potesse aver ottenuto segretamente informazioni sull’operazione militare statunitense. Stando alla ricostruzione del Washington Post, l’account del trader è stato creato a dicembre 2025, e ha cominciato a scommettere su un probabile attacco degli Stati Uniti al Venezuela già nel corso del mese, quando ancora non c’erano notizie sul tema.

A destare sospetti, però, è il fatto che l’utente abbia puntato oltre 20mila dollari sull’ipotesi di un imminente attacco degli Stati Uniti al Venezuela lo stesso 2 gennaio, tra le 20.38 e le 21.58. Alle 22.46 dello stesso giorno, meno di un’ora dopo, Donald Trump ha autorizzato le operazioni militari statunitensi. Intorno all’una del 3 gennaio, i bombardamenti hanno cominciato a colpire Caracas, distruggendo indistintamente edifici governativi e quartieri residenziali. Alle 8.41 del mattino, il trader ha iniziato a incassare parte della sua vincita, pari a 410mila dollari. “È probabile che si tratti di un informatore interno. È una somma considerevole da investire, senza che ci siano molte notizie sul tema”, ha commentato Tre Upshaw, fondatore di Polysights, una startup che fornisce strumenti di analisi per i trader di Polymarket, inclusa una funzione per segnalare potenziali attività di insider trading.

A confermare questa ipotesi è un’indagine del Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe tenuto segreta l’operazione venezuelana, limitando la condivisione di informazioni a una ristretta cerchia di consiglieri di alto livello, per preservarne l’effetto sorpresa. Le notizie su un probabile attacco, quindi, potrebbero essere arrivate solo e soltanto dalle persone più vicine al presidente degli Stati Uniti. Non a caso, a seguito della notizia della scommessa di Polymarket relativa al caso Maduro, il deputato democratico Ritchie Torres ha presentato un disegno di legge per vietare ai funzionari governativi di piazzare scommesse sulla piattaforma di prediction market, sfruttando a proprio vantaggio informazioni che non sono di dominio pubblico. Una proposta ancora in attesa di approvazione, che alimenta i sospetti sul coinvolgimento dei membri dell’amministrazione Trump nel giro dei mercati predittivi.

Il caso Iran: la previsione delle operazioni statunitensi

L’attacco al Venezuela e la destituzione di Maduro non sono i soli eventi geopolitici a essere stati anticipati da Polymarket, instillando nei ricercatori e negli esperti di sicurezza il dubbio che qualcuno vicino al presidente Donald Trump possa aver utilizzato informazioni riservate per piazzare scommesse sulla piattaforma. Anche la guerra in Iran, infatti, è stata un tema centrale per le previsioni di Polymarket. Secondo quanto riferito dalla società di analisi Bubblemaps SA, sei account di trader anonimi hanno guadagnato 1,2 milioni di dollari scommettendo su un attacco statunitense all’Iran entro la fine di febbraio, e mettendo così in evidenza uno schema ricorrente tra gli investitori della piattaforma.

Proprio come accaduto nel caso di Maduro, anche questa volta gli account in questione sono stati creati nei giorni precedenti la scommessa, e hanno piazzato le loro puntate poche ore prima che i bombardamenti colpissero Teheran, guadagnando cifre da capogiro all’indomani dell’attacco statunitense. La questione, proprio come accaduto con il Venezuela, ha suscitato subito scalpore e indignazione, anche nella classe politica americana. “È assurdo che ciò sia legale”, ha commentato in un post su Bluesky il senatore Chris Murphy. “Le persone vicine a Trump stanno traendo profitto dalla guerra e dalla morte”.

E non finisce qui. Nelle ultime settimane di marzo, gli account di ben otto trader – tutti creati attorno al 21 marzo – hanno scommesso un totale di 70mila dollari su una possibile tregua tra Stati Uniti e Iran, che sarebbe valsa loro la vincita di ben 820mila dollari. A suscitare sospetti sulle puntate, come ha riferito l’ex ricercatore di CoinTelegraph Ben Yorke, è stato il fatto che i suddetti account sembrassero “decisamente appartenere a qualcuno in possesso di informazioni confidenziali”.

Inoltre, da un’analisi più approfondita è risultato che alcuni di questi account potessero appartenere a un unico investitore anonimo, che avrebbe preferito utilizzare portafogli digitali diversi per le sue scommesse sulla piattaforma. “In genere, quando si è in presenza di una frammentazione dei portafogli e di tentativi deliberati di occultare l’identità, si possono ipotizzare due scenari diversi”, ha commentato Yorke. “O è un investitore importante che cerca di proteggere la propria posizione dall’impatto del mercato, oppure è insider trading”. A rendere più che plausibile quest’ultima ipotesi c’è stato l’aumento evidente della probabilità di una tregua tra USA e Iran prima del 31 marzo, la cui valutazione su Polymarket è passata dal 6% del 21 marzo al 24% del 23 marzo.

Eppure, nonostante i segnali evidenti, la piattaforma di Coplan ha sempre cercato di mantenere il focus sull’obiettivo informativo. “La promessa dei mercati predittivi è quella di sfruttare la conoscenza collettiva per creare previsioni accurate e imparziali sugli eventi più importanti per la società”, si legge nella nota che accompagna tutte le scommesse relative all’Iran presenti su Polymarket . “Questa capacità è particolarmente preziosa in tempi strazianti come quelli odierni. Dopo aver discusso con le persone direttamente colpite dagli attacchi, che avevano decine di domande, ci siamo resi conto che i mercati predittivi potevano dare loro le risposte di cui avevano bisogno, in un modo in cui i telegiornali e X non potevano fare”. Un’affermazione decisamente conveniente, che permette alla piattaforma di continuare a trarre profitto dalle guerre e dalla morte di migliaia di persone. E ai trader più informati di scommetterci.

Le accuse di insider trading e lo zampino di Trump

La destituzione di Maduro, l’attacco all’Iran e le anticipazioni di tanti degli eventi che hanno segnato gli ultimi mesi hanno messo in allerta esponenti della politica ed esperti di sicurezza, convincendoli che i mercati predittivi possano essere terreno fertile per l’insider trading. A ulteriore conferma di questa ipotesi arriva uno studio elaborato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Harvard, che hanno stimato vittorie pari a 143 milioni di dollari per i trader che hanno scommesso cifre notevoli su Polymarket perché in possesso di informazioni riservate su un’ampia varietà di eventi, dal fidanzamento di Taylor Swift al vincitore del Premio Nobel per la Pace.

Non stupisce, quindi, che di recente il deputato democratico Ritchie Torres abbia inviato una comunicazione alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) per chiedere di indagare sulle scommesse fatte dagli investitori a pochi minuti dall’inizio degli eventi. “Questo schema solleva serie preoccupazioni sul fatto che alcuni operatori di mercato possano aver avuto accesso a informazioni rilevanti e non di dominio pubblico, relative a un evento geopolitico in grado di influenzare il mercato”, ha scritto Torres nella lettera condivisa con l’Associated Press, chiedendo pubblicamente: “Qual è la probabilità statistica che qualcuno che non sia un insider trader piazzi una scommessa vincente 12 minuti prima di un annuncio presidenziale in grado di influenzare i mercati?”.

A preoccupare, però, non è soltanto il fenomeno dell’insider trading. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, Polymarket si riempie di informazioni predittive sulle operazioni dei governi più potenti al mondo, rappresentando un’enorme minaccia alla loro sicurezza. “Polymarket è diventato un mercato illecito per vendere e speculare su segreti di sicurezza nazionale senza precedenti nella storia e, di conseguenza, una potenziale fonte di informazioni per i servizi di intelligence stranieri che tengono d’occhio quelle stesse scommesse sospette”, ha commentato il senatore democratico Richard Blumenthal, seguito dal deputato repubblicano Blake Moore, che ha dichiarato di non voler neppure “immaginare un mondo in cui gli avversari dell’America utilizzino i mercati predittivi per anticipare la nostra prossima mossa”.

La preoccupazione per la sicurezza del paese, quindi, sembra accomunare democratici e repubblicani, anche se non si può certo dire lo stesso dell’insider trading. Su quest’ultimo fronte, infatti, sono soprattutto i democratici a essersi esposti, avanzando proposte di legge che vietino ai funzionari governativi di scommettere su eventi di cui conoscono dettagli altamente riservati. Normative che, molto probabilmente, non saranno approvate, considerando il forte legame tra l’amministrazione Trump e i mercativi predittivi. Come anticipato, Donald Trump Jr. è investitore e consulente di Polymarket, oltre che uno dei consulenti del suo diretto competitor di settore, Kalshi. E lo stesso presidente degli Stati Uniti sembra avere un interesse per i mercati predittivi, come dimostrato dal progetto annunciato dall’agenzia mediatica di famiglia, di cui Donald Trump Jr. è amministratore: il mercato predittivo Truth Predictive.

“Donald Trump e la sua famiglia sono completamente coinvolti e guadagnano da Kalshi e Polymarket”, ha commentato il senatore democratico Chris Murphy, confermando il forte legame tra il governo statunitense e le piattaforme. Eppure, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, mentre le operazioni in Iran erano ancora in corso la Casa Bianca ha inviato un’email a tutti i funzionari governativi, invitandoli a non utilizzare le informazioni in loro possesso per piazzare scommesse nei mercati predittivi.

Una mossa che, a detta di alcuni, potrebbe essere servita a nascondere la predilezione del presidente per Polymarket e Kalshi, indissolubilmente legate al suo figlio maggiore, che in più di un’occasione ha preso le distanze dalle accuse di corruzione mosse contro di lui. Anche Andrew Surabian, portavoce di Donald Trump Jr., ha ribadito che il suo unico coinvolgimento nei mercati di previsione consiste nel fornire consulenza a Kalshi e Polymarket sulle strategie di marketing, e nel sostenere finanziariamente Polymarket, aggiungendo che non entra mai in contatto con il governo federale per conto delle società in cui ha investito o di cui è consulente. Ma nessuna di queste affermazioni, a quanto pare, è riuscita a placare le perplessità sulle puntate di investitori anonimi sugli eventi geopolitici che, fino a ora, hanno contraddistinto l’amministrazione Trump.

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ATTACCO ALL’IRAN: CONTRO OGNI GUERRA

7 Marzo 2026 ore 19:35
CONTRO LA GUERRARITIRO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTEROCHIUSURA DELLE BASI USA IN ITALIA L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Perisco al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, […]

Venezuela Oil: The Phantom Barrel That Feeds Financial Empire

di: admin
11 Gennaio 2026 ore 12:42

At dawn on January 3, 2026, as Caracas awakened to the roar of explosions tearing through the darkness above the Fuerte Tiuna military complex, President Nicolás Maduro and his wife…

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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

di: admin
2 Gennaio 2026 ore 19:10

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

20 Marzo 2023 ore 10:55

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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