Obesità, allarme in Italia per 4 mln di persone. E i casi in età pediatrica...



Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.
I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.
Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.
Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.
In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.
Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.
In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.
Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.
Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.
Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.
Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.
I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.
Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

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dal 18 febbraio 2024 ore 12:00 UTC +2
al 19 febbraio 2024 ore 12:00 UTC +2
24hrs Palestine

24hrs/Palestine è un programma radiofonico plurilingue che, attraversando differenti geografie e fusi orari, intende far sentire un coro eterogeneo di voci unite nella solidarietà con il popolo palestinese. Nel corso di 24 ore, ci riuniremo in spazi fisici e nell'etere con l'obiettivo di ascoltare, da persone e realtà di tutto il mondo, le necessità e le possibilità della solidarietà anticoloniale da prospettive locali. La Palestina è una terra che ci spinge e ci ispira ad agire, a pensare e a partecipare ad un internazionalismo capace di interrogarsi a ogni latitudine sulle interconnessioni e sulla solidarietà. La situazione a Gaza è misura della giustizia, ovunque nel mondo. La trasmissione inizia domenica 18 febbraio alle 12:00 (fuso orario palestinese, ore 11:00 in Italia), proponendo interventi da Santiago ad Algeri, da Nouméa a Helsinki, da Casablanca a Kampala, da Beirut a Montreal, da Bandung a Parigi, dal Cairo a Teheran, Betlemme, Ramallah, Città del Capo a Londra, Tunisia, Ucraina, Italia e India, per culminare alle 12:00 di lunedì 19 febbraio in Palestina. Connettendo una rete di stazioni radio indipendenti …
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Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.
Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?
Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.
Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.
È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.
Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.
Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?
Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.
Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…
Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

L'articolo CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA proviene da Giubbe Rosse News.
Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.


L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse.
Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.
Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole.
Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato.
Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.
Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco.
Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.
Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi.
Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico.
Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…
Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni?
Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario.
Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina.
Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica.
Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale.
Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto.
Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…).
La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.
La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.

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Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.
Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.
Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.
Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.
Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.
Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.
Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.
Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.
Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

L'articolo Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché) proviene da Giubbe Rosse News.

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.
Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.
Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.
Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.
Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.
Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

L'articolo IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’ proviene da Giubbe Rosse News.

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.
La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.
A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.
Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.
La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.
A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.
Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.
L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

L'articolo LA CATABASI IMPERIALE proviene da Giubbe Rosse News.

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

L'articolo LA GUERRA PERDUTA proviene da Giubbe Rosse News.
[…] Por Marco Pondrelli […]
[…] è stato politicamente vicino, pare, sia alla sinistra che al movimento cinque stelle. Per cui se pensavate che invece di votare Destra o Sinistra, […]
[…] Milosevic, Saddam, Gheddafi: giustizia del linciaggio e geopolitica (leggi) […]
[…] Gabriele Fonte: https://www.marx21.it Aggiunte: […]
[…] Contro l’unità dei comunisti […]
thank you very much

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it
Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

Edgardo Ghizzoni morì nell’agosto del 1929, otto anni e mezzo dopo il Veglione Rosso che costò la vita ai primi due correggesi uccisi dai fascisti, Mario Gasparini e Agostino Zaccarelli. E’ l’undicesimo della serie: più di un omicidio all’anno, in media, per una cittadina di provincia che allora contava poco meno di ventimila abitanti.
Di lui sappiamo pochissimo: operaio, pittore, affascinato dalle idee di Antonio Gramsci, ce lo immaginiamo tra coloro che cercavano di proporre un’arte proletaria del tutto alternativa a quella borghese.
Come sempre, riportiamo qui sotto la scheda biografica preparata in occasione della mostra di Casa del Popolo Spartaco: «1920/2020. In ricordo dei primi martiri antifascisti correggesi».
Edgardo Ghizzoni (1905 – 1929), nato a Budrio di Correggio, operaio di professione, fu anche pittore e realizzò un ritratto a olio di Agostino Zaccarelli, regalato a Vittorio Saltini e gelosamente conservato. Faceva parte di quella gioventù socialista orientata alla corrente gramsciana de L’Ordine Nuovo e come altri militanti fu vittima di bastonature, di cui una particolarmente violenta al capo e alla schiena, nel periodo 1921–1922. Decise allora di intraprendere la strada dell’emigrazione, come fecero anche altri suoi compagni, trasferendosi a Milano.
Di salute ormai irrimediabilmente compromessa, morì di tubercolosi, contratta in seguito alle percosse, il 13 agosto 1929.
Di EveryDay Carry se ne parla moltissimo e ognuno ha la sua personale configurazione in base alle proprie esigenze.

In seno all’associazione (durante i ritrovi e i corsi) è emerso sempre più l’aspetto dell’emergenza improvvisa, quella che capita mentre si va al supermercato dietro casa, quando si rientra da lavoro e la macchina si ferma all’improvviso, etc.
In tal senso si è evidenziata l’ipotesi di non avere o perdere il proprio bagaglio (G.H.B., E.D.B. etc.), in questo caso si rischia di essere completamente sguarniti o di avere oggetti non propriamente utili per affrontare una emergenza di media entità come ad esempio:
Certo il concetto di survival, il quale prevede situazioni simili, dovrebbe prevalere mettendo in pratica nozioni e conoscenze che mirano all’essenzialismo e all’uso di un unico strumento, ossia la propria conoscenza. Però c’è da dire che tutti dovrebbero (cosa molto utopica) quantomeno frequentare dei corsi e fare molta pratica, ma non è propriamente così, ed è qui che il prepping mette una toppa alla mancanza di addestramento.

In questo articolo espanderemo il concetto di E.D.C. ad E.D.C.E. ossia EveryDay Carry Emergency.
“Everyday Carry Emergency” si riferisce agli oggetti e agli strumenti che una persona porta con sé quotidianamente per affrontare situazioni di emergenza o impreviste.
Questi oggetti sono stati selezionati per fornire supporto e assistenza durante eventi emergenziali.
Un Everyday Carry Emergency può includere una varietà di oggetti, a seconda delle esigenze e delle circostanze individuali.
È importante personalizzare l’Everyday Carry Emergency in base:
Avere un kit di EDCE può fornire una maggiore sicurezza e preparazione in caso di eventi inaspettati.
Premessa “importante”, l’E.D.C., per come è concepito dall’A.I.P., è tutto ciò che può essere indossato senza l’ausilio di borse, zaini, tracolle, ossia l’esclusione di tutto ciò che sporge dalla sagoma umana (F2), poiché tali oggetti possono causare interferenza (F1) con l’attività che si va a compiere, o persino attirare l’attenzione di qualcuno non animato da buone intenzioni.
In uno dei primi articoli si è parlato di una dotazione “basilare” da tutti i giorni, alla quale si aggiungono i seguenti oggetti che comunque rispettano i criteri di poliedricità di utilizzo, poco ingombro e soprattutto tiene conto delle esigenze primarie di ogni individuo che sono:

Piccola premessa: questa configurazione è prettamente indicativa, e come tale può essere modificata a piacimento.
Di seguito un refresh degli oggetti del precedente articolo (F3):
A questa dotazione si potrebbe aggiungere (F4, F5):


Un allestimento del genere potrebbe prevedere l’uso di un borsello facendo decadere la premessa iniziale di avere tutto indossato, e qui subentra il fattore abbigliamento. Motivo per cui non è presente una borraccia.
Piccola parentesi, a mali estremi la borsa più idonea da utilizzare è la pouch slim da cintura poiché l’ingombro è ridotto essendo molto sottile e causa meno intralcio nei movimenti di un bagaglio più voluminoso, magari con un aspetto che non dia troppo nell’occhio.
Più volte si è citato l’uso di pantaloni cargo per via delle numerose tasche nelle quali riporre svariati materiali, in quest’ottica anche l’ausilio di gilet tipo da pescatore, una giacca con diverse tasche, consente di distribuire in maniera più equilibrata e soprattutto di occultare la presenza di oggetti che potrebbero o essere persi o attirare l’attenzione di occhi indiscreti.
L’abbigliamento va ovviamente commisurato con in base alla stagione, di conseguenza anche parte del materiale può essere omesso, soprattutto nelle stagioni calde dove il ripararsi dal freddo non è contemplato.
Nel secondo elenco di materiale, alcuni oggetti sono contrassegnati con un asterisco (*), questo perché seguendo il discorso delle stagioni, sono oggetti che non sono indispensabili nelle stagioni calde.
N.B. Non compaiono strumenti per la difesa personale; osservando la foto F3 si può notare un mazzo di chiavi abbastanza corposo, usando un po’ di fantasia e facendo riferimento ad un celebre aforisma “tutto può diventare un’arma”, è facile trarre le dovute considerazioni, ovviamente la soluzione migliore per antonomasia e “rimanere quanto più possibile alla larga dai guai”.
Altri oggetti i quali sarebbe buona norma avere, memori anche della pandemia di COVID che è appena trascorsa, sono:



Non necessariamente in previsione di una nuova pandemia ma semplicemente perché è una sana prassi igienica, gli operatori sanitari e i volontari delle associazioni di croce rossa lo fanno da anni, tant’è che anche lontani dal servizio non si separano da questi oggetti.
Possono essere tranquillamente contenuti nell’IFAK
Considerazioni Finali
Dopo questa carrellata di oggetti, i più scettici diranno che è impossibile indossare tutto questo materiale solo con l’ausilio delle tasche.
Ebbene a favore di questo articoli vi mostriamo al seguente link come è possibile indossare in maniera totalmente discreta tutti questi oggetti.
N.B. Discorso multi-tool e coltelli rimane invariato in base alla normativa vigente, ossia il porto deve contemplare il giustificato motivo così come il trasporto che deve avvenire nelle modalità previste. Nessuno vieta di avere il moulti-tool con lama, ma va da se che in caso di controllo delle FF.OO. potrebbero sorgere non pochi problemi.
Per tanto l’Associazione Italiana Prepper non si assume responsabilità per il mancato rispetto delle leggi in vigore.
L'articolo E.D.C.E. – EveryDay Carry Emergency proviene da Associazione Italiana Preppers.
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Furio Rabitti aderì prima al circolo socialista poi alla federazione giovanile del neonato Partito comunista d’Italia, come fece la quasi totalità della gioventù socialista di Correggio. Veniva spesso arrestato e anche percosso, in occasione di movimenti di alti gerarchi o di feste socialiste.
Insieme al fratello Ivanoe e al più piccolo Parsifal, che faceva il garzone, aveva aperto un salone di barbiere nel 1923. Duramente bastonato dai fascisti nel 1925, contrasse, in con- seguenza delle gravi lesioni, una nefrite, che lo portò alla morte, a Correggio, il 25 novembre 1930, a ventisei anni di età.
La composizione è di Stefano Pilia, che la esegue per chitarra sola. La voce e il testo sono di Wu Ming 2.
Storia di un isolamento estremo
Richard E. Byrd è stato un ammiraglio, aviatore ed esploratore statunitense. Era nato nel 1888 e tra le due guerre mondiali partecipò a diverse spedizioni polari. Per una di queste, nel 1934 Byrd passò più di 100 giorni da solo in Antartide, in una baracca coperta dalla neve, mentre fuori era sempre notte.
Byrd – un discendente di John Rolfe, il famoso colono britannico che aveva sposato la nativa americana Pocahontas – studiò all’accademia navale e dopo la Prima guerra mondiale, durante la quale prestò servizio per la Marina statunitense, si interessò di aviazione. Nel 1921 si offrì volontario per tentare la prima traversata aerea senza scali dell’oceano Atlantico, dagli Stati Uniti alla Francia. Il progetto però fu sospeso e Byrd finì con l’interessarsi di esplorazioni artiche. Durante un viaggio verso la Groenlandia conobbe l’aviatore Floyd Bennett, col quale nel 1926 decise di sorvolare il Polo Nord, una cosa che ancora non aveva fatto nessuno. Non si è mai capito se ci riuscirono davvero o se invece ci andarono solo vicini (si parla di possibili calcoli sbagliati e c’entrano alcuni appunti cancellati da un diario di Byrd), ma al tempo l’impresa ebbe una notevole risonanza.

Nel 1927 Byrd riuscì a sorvolare l’Atlantico (seppur con qualche settimana di ritardo rispetto a Charles Lindbergh) e nel 1929 sorvolò il Polo Sud (primo al mondo e in questo caso senza grandi dubbi sull’impresa). Insomma, alla fine degli anni Venti Byrd era un personaggio notevole: erano state fatte parate in suo onore, era stato alla Casa Bianca e l’allora presidente Calvin Coolidge gli aveva conferito la Medaglia d’onore, la più alta onorificenza militare statunitense. Ormai quarantenne, avrebbe potuto mettersi comodo e godersi fama e successo.
E invece no, nel 1933 organizzò una nuova spedizione antartica. Partendo da Little America, una piccola base sulla costa del continente antartico, e accompagnato da decine di altri compagni d’avventura, compresi molti cani da slitta e persino una mucca, Byrd voleva esplorare e studiare via terra il continente. Fu durante quella spedizione che Byrd si chiese se non fosse il caso di passare l’intera notte antartica, che va da aprile a ottobre, in isolamento tra i ghiacci, con lo scopo di raccogliere dati scientifici in posti in cui, d’inverno e per così tanto tempo, nessuno era mai stato prima.
Come ha raccontato il New York Times, all’inizio Byrd pensò che a quell’isolamento avrebbero potuto partecipare tre persone, ma decise poi che «la spedizione non poteva permetterselo». Considerò quindi se fosse il caso di fare la missione con un solo compagno, scartando però anche questa ipotesi in quanto «due uomini, chiusi per sei mesi al buio e al freddo, probabilmente avrebbero finito con l’ammazzarsi». Dato che era il capo della spedizione, non se la sentì di cercare eventuali volontari: decise che a isolarsi sarebbe stato proprio lui, nonostante un infortunio alla spalla dal quale ancora non si era del tutto rimesso.
Sappiamo quello che successe in seguito grazie ad Alone, un libro pubblicato anni dopo da Byrd, e nel 1948 pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo Solo. Nel libro Byrd raccontò che decise di sfruttare l’occasione per sperimentare la vera solitudine, leggere tutti i libri che non aveva potuto leggere e ascoltare in santa pace un po’ di musica classica dal giradischi che decise di portarsi appresso. Era anche curioso di provare a vivere esattamente come avrebbe voluto, senza dover rispondere di niente a nessuno. «Non ne sono certo ora che è passato tutto questo tempo», scrisse, «ma forse desideravo sperimentare un’esistenza più rigorosa di quella che avevo conosciuto fino a quel momento».
Negli ultimi giorni del marzo 1934 Byrd raggiunse in aereo il luogo del suo isolamento, dove altri avevano già portato scorte e strumenti che gli sarebbero serviti per sopravvivere. Era una stanza ricavata sotto la neve, così da essere riparata dai forti e gelidi venti, con una specie di botola sul soffitto per poter uscire e con annessi una serie di corridoi nella neve in cui lasciare le provviste: tanta verdura essiccata e un po’ di carne di foca, tra le altre cose. Il tutto a centinaia di chilometri dai pochi essere umani che sarebbero rimasti a Little America (e a loro volta a migliaia di chilometri dal resto del mondo), sapendo che una volta scesa la notte non ci sarebbe stata possibilità di spostarsi. Fino a ottobre nessun aereo avrebbe potuto volare fino a dove si trovava Byrd, che tra l’altro aveva imposto agli altri membri della missione di non tentare eventuali missioni di soccorso.
Byrd vide il sole tramontare un’ultima volta il 12 aprile e, secondo quanto scrisse nel libro, i primi giorni passarono in relativa tranquillità. Dopo circa un mese le cose si fecero più complicate sotto diversi punti di vista, anche perché Byrd si rese conto che la sua stufetta a olio lo stava lentamente intossicando con il monossido di carbonio. «Ogni giorno», ha scritto il New York Times «si trovò a dover scegliere tra la possibilità di scaldarsi, e forse morire intossicato, oppure respirare in sicurezza, rischiando però il congelamento».
Nel libro Byrd raccontò come passava il tempo, e scrisse che ogni tanto provava anche a uscire all’aperto: solo che era un territorio buio e inospitale, in cui c’era il rischio di perdersi o cadere in qualche crepaccio. Una volta gli capitò di tornare da una “passeggiata” e scoprire che la botola da cui avrebbe dovuto passare per rientrare nel suo rifugio era ghiacciata. Riuscì a rientrare solo trovando – nel buio e nel freddo polare – un badile con cui far leva sulla botola. Tra l’altro, Byrd scrisse anche di esser così debole da non riuscire in certi casi ad aprire la botola nemmeno dall’interno. Secondo alcune sue stime, arrivò a perdere quasi 30 chili.
«Non mi ero preparato», scrisse Byrd, «alla scoperta di quanto un uomo possa allo stesso tempo avvicinarsi alla morte senza morire o voler morire». In un difficile giorno di inizio giugno si annotò questo pensiero: «La parte oscura della mente umana sembra essere un’antenna capace di sintonizzarsi sui pensieri negativi che arrivano da ogni dove».
Tra le tante e grandi difficoltà che attraversò, nel libro c’è anche spazio per quelli che il New York Times ha definito momenti più «lirici», per esempio quelli in cui Byrd descrive le aurore che riusciva a vedere nel cielo sopra la sua botola.

Il 5 giugno si ruppe il generatore elettrico che gli serviva, tra le altre cose, per far funzionare una radio, ma gliene restava comunque una di emergenza, che poteva avviare a pedali e dalla quale poteva mandare messaggi in codice Morse ai colleghi che nel frattempo erano a Little America. Nonostante Byrd avesse detto loro di non farlo, a giugno alcuni di loro provarono a raggiungerlo, probabilmente insospettiti dalla scarsa lucidità di alcune sue comunicazioni. Provarono due volte, ma fallirono.
Facendo un terzo tentativo, tre uomini della missione riuscirono infine ad arrivare da Byrd l’11 agosto. «Lui li accolse offrendo loro un piatto di zuppa», ha scritto il New York Times, «poi collassò al suolo». I quattro restarono nel rifugio alcune settimane, in attesa che arrivasse il sole e qualcun altro potesse raggiungerli.
Nel 1938 Byrd pubblicò Alone, che ebbe grande successo, non solo negli Stati Uniti.
Nel 1939 decise di prendere parte a una nuova missione antartica, ma nel marzo 1940 fu richiamato negli Stati Uniti per via della Seconda guerra mondiale. Dopo la guerra riuscì comunque a guidare una nuova spedizione, compresa la prima delle numerose operazioni “Deep Freeze“. Nel 1954 fu ospite di una trasmissione televisiva americana. «Ora su un aereo di linea puoi volare sopra il Polo Nord e sorseggiare intanto un cocktail», disse l’intervistatore, prima di chiedergli se ci fossero ancora, nel mondo, luoghi inesplorati. Byrd rispose che il Polo Nord «stava diventando sempre più affollato» e disse che l’Antartide già era e sempre più sarebbe diventato il più importante posto al mondo per la ricerca scientifica.
Byrd morì nel sonno, forse per problemi cardiaci, a 68 anni, l’11 marzo 1957.
Fonte “Il Post”
L'articolo Ordinaria Sopravvivenza – Richard Evelyn Byrd proviene da Associazione Italiana Preppers.
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It is worthwhile to learn about the different types of crypto trading fees before setting on your quest to find the best platform offering free crypto trading. In searching for the best crypto platform for you – think about your level of experience. That is to say, if you are trading digital currencies for the first time, it’s crucial to pick a provider that offers a burden-free user – experience. The above example illustrates the issue of choosing a platform that doesn’t have enough liquidity. Crucially, you won’t be able to buy or sell your chosen crypto at a favorable price – as there isn’t enough capital on the platform to cover your trade. All of the best crypto exchanges discussed today are home to large levels of liquidity – especially eToro and Binance.
Supported payment methods at Libertex include debit/credit cards and e-wallets. On top of digital currencies, the broker also supports stocks, indices, commodities, forex, ETFs, and more. Then, it’s just a case of choosing a cryptocurrency to buy, entering your stake, and confirming the order. For example, debit/credit card deposits cost 3.99% and trading commission is set at 1.49% for all orders over $200.
Huobi Wallet is a non-custodial wallet where users have complete control over their assets and offer a fast trading process. The two versions Huobi Pro and Huobi OTC, are devised explicitly for advanced and beginner traders, respectively. A Hong Kong-based exchange, KuCoin is relatively new in the market but is considered as a highly safe platform.
Erika Rasure is globally-recognized as a leading consumer economics subject matter expert, researcher, and educator. She is a financial therapist and transformational coach, with a special interest in helping women success rate learn how to invest. Exchanges have different requirements, often depending on the type of cryptocurrency you want to buy. As you can see from the image below, we are buying $25 worth of Bitcoin commission-free.
Kraken is a professional platform for investors to buy Ethereum, Bitcoin, and other digital currencies. Touted as one of the most reliable crypto exchanges, Kraken has deep liquidity across its 222 coins and 96 derivative markets. A simple user interface enables beginners to purchase crypto using fiat currencies, including USD, GBP, EUR, and AUD. Additionally, there are plenty of deposit methods for users in different countries to open an account for as little as $10. Some crypto trading platforms will offer heaps of markets, while others focus on a select few. For example, in the case of Coinmama, the platform only supports 8 digital currencies.
It also has a more bare-boned trading interface called Gemini Active Trader with lower rates than Coinbase Pro. Another bonus is that the assets don’t need to be transferred from one platform to the other the way traders have to do on Coinbase. Traders can switch from Gemini to Gemini Active Trader within the Settings dropdown menu, and all of their assets will follow. Coinbase does offer more competitive rates on its Coinbase Pro platform, but it’s tricky to navigate for beginners.
If there’s not a lot of volume and you put an order in, that’s called slippage. You could end up buying at a higher price or selling at a lower price than you’d want. The availability of coins alone isn’t sufficient if there are no trades happening. You’ll ideally want to verify that there’s sufficient trading volume in your target coins to ensure liquidity, so you can easily trade your coins and dollars. As crypto has grown more popular and valuable, it’s become a big large target for hackers. Leading exchanges like Binance and KuCoin have been hacked, resulting in tens of millions of dollars in losses.
Then, it’s just a case of entering your card details and deciding how much you wish to invest. If you need to contact support, the Kraken customer support line is available to use 24/7 every day of the year. This means that you will never be left alone with any issues that you may have.
That’s because transaction fees are often lower on DeFi exchanges, and fraudsters are aiming to attract as many investors to the tokens they’re trading as possible. Note that you may have to pay the network fee even when using a no-fee crypto exchange or any free crypto trading platform. Traders today are spoiled for choice when it comes to crypto trading platforms.
Celsius Network is a fast-growing app that isn’t actually a trading exchange itself. It’s a platform where crypto investors can transfer over their digital currencies to earn as much as 14% in annual interest. There are now more than a million users with over $28 billion in assets on the platform.
Or, you can withdraw your coins out to a private Bitcoin wallet of your choosing. You can get this commission reduced even further by holding Binance Coin – which is the cryptocurrency native to the Binance platform. As such, Binance is also a good option if you have your eyes on a number of small altcoins that you wish to invest in, like Shiba Inu, IOTA, Dash Coin, CAKE, KAVA, Digibyte, OMI, and Monero. It’s also an excellent starting point if you’re looking for an NFT platform. This starts at just 0.10% – meaning that a $1,000 order could cost you $1 in fees.
Additionally, traders have access to a comprehensive FAQ section and 24/7 support for any questions or problems. If you decide to keep your coins at Binance, the platform keeps the vast majority of client funds in cold storage. This is a reserve insurance pot to cover clients in the unfortunate event the platform was hacked. Furthermore, Kraken offers a range of educational materials that make it easy for users to navigate the platform and make informed trading decisions. What makes Kraken stand out from the rest is that the exchange offers a large variety of cryptos and you can get started for just $10. This makes it a great choice for those who are looking to split their funds between different tokens or start trading with small amounts of capital.
Not only is Luno great for simplicity, but the app allows you to trade cryptocurrency in a low-cost manner. Although fees will ultimately depend on your country of residence, bank transfer deposits are typically fee-free. You will also benefit from a market taker commission of just 0.10% per slide – and even less if you find yourself trading larger volumes.
This means you’ll need to enter a unique code every time you log in to your account – which you’ll acquire from your mobile device. Coinbase gives you the option of setting up a 48-hour time-lock on withdrawals, should you want to add an extra layer of security. Coinbase is also one of the best Dogecoin trading platforms in the crypto sphere.
In this guide, we review the Best Cryptocurrency Trading Platform for 2021 and walk you through the required steps to get started with an account today. In conclusion, we found that eToro is by far the best crypto trading platform in the retail investment market. The provider – which is regulated by three bodies, allows you to trade cryptocurrencies commission-free. The minimum stake is just $25 and the provider allows you to instantly deposit funds with a debit/credit card or e-wallet.
For example, the likes of eToro, Capital.com, and Libertex are authorized and regulated by several reputable financial bodies. User verification can take from a few minutes up to several days depending on the exchange and the level of verification required. Exchanges often offer tiered verification levels, with lower tiers requiring less information. Lower – verification tiers, however, usually come with lower deposit and withdrawal limits. We chose Cash App as our top pick among Bitcoin-only exchanges as it allows you to seamlessly and securely buy, sell, and store Bitcoin from your smartphone. Moreover, Kraken has limited funding options, with wire transfers being the primary payment method for Kraken users.
While U.S. users can access and use the trading platform, KuCoin is not licensed in the U.S. The best crypto platforms that we reviewed offer an abundance of educational resources. This is really useful for those of you that have little to no experience in the crypto trading scene. If you like the sound of automated crypto trading, we would argue that you are best off using the Copy Trading feature offered by eToro. In doing so, you’ll get to choose a successful crypto trader that uses eToro – based on past performance and average monthly return. Then, you can copy the trade like-for-like in a fully transparent and regulated environment.
In this way, users may be able to take advantage of potential price appreciation, while the exchange simultaneously benefits from usage. Since you cannot completely get rid of fees anyway, the next best option is to find yourself a crypto exchange with the lowest fees. Zero-commission stock and trading platforms made some good strides in this aspect, but the platform has of late found itself at the receiving end of multiple unwarranted developments. As the names suggest, deposit and withdrawal fees are fees that crypto exchanges charge when users deposit and withdraw funds, respectively.
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Haasbot’s use of technical indicators enhances its appeal to traders. These features provide valuable insights into market trends and help users make informed decisions while minimizing losses and maximizing profits. TradeSanta offers popular strategies like Grid and DCA (dollar cost averaging) to cater to different market conditions and user preferences.
Crypto exchanges reviewed by NerdWallet generally have no account minimums, which means you’re free to create an account and look around without spending a dime. A number of cash and peer-to-peer payment apps now allow users to buy and sell Bitcoin. On balance, these apps are more limited in what they offer than the exchanges and brokers above. Whether you’re a casual trader, a python guru or a complete beginner, Trality provides a comprehensive array of user-friendly tools to help you trade faster, smarter, and more profitably. Below is an overview of some of the most important benefits to be gained from using automated trading.
Computers give traders the power to automate their moves and take all the emotion out of the deal. By using automated trading software, you can set parameters for potential trades, allocate capital and open or close positions all while you sleep or watch TV. Gainium’s pre-built granimator trading bots are designed to generate profits in any market condition. In addition, beginner-friendly features like copy and paper trading make it more accessible for beginners. It offers multiple trading bots to put your spot trading and futures on autopilot.
And if you want to customize your own trading algorithm, you can do that too with the Strategy Editor, which, like the crypto builder, uses a drag-and-drop interface for ease of use. If you’re unsure about a trading strategy, CryptoHero allows you to perform backtesting using historical market data. This helps you see how your strategy would have performed under different market conditions, giving you more confidence in your decisions. Through their Affiliate Program, users can earn a commission every month as long as their customers stay active. CryptoHopper works closely with exchanges and authorities to ensure account security, and they offer top-notch security measures to protect user data. Also, relying on one AI program to do everything in the crypto market has a risk – programs have limits to what they can predict.
Even short periods of down time can result in missed profits when you rely on a cryptocurrency trading bot. Experience fast automated trading, and portfolio management for Bitcoin, Ethereum, Cardano and 100+ other cryptocurrencies. Serious crypto traders can take advantage of Learn2Trade when they want to make the most of their portfolio and get a little bit more than signals. The advanced crypto trading bot from Learn2Trade will automate your investments and use information on live market conditions to help you.
And, the programs which use algorithms to trade are crypto trading bots. The safety of automated crypto trading depends on the system design and whether trades are regularly monitored. However, they cannot simply be set and forgotten, expecting them to tackle market volatility and spare traders from losses perfectly. They may, however, be a reliable tool that can ease cryptocurrency trading journeys by optimizing processes and allowing 24/7 hassle-free trading.
Whether you are an experienced trader or a beginner, Gainium caters to your needs. You can create and test your trading strategies or utilize the existing trading bots on the platform. Gainium also offers advanced features for technical traders, such – as webhooks and APIs for external integration. Crypto trading bots have been designed to overcome any physical or computational limitations that we as humans have. Bots monitor prices continually, never tire, have no emotions, and move quickly.
Outside of the free plan, the Starter Plan, Advanced Plan and Pro Plan will cost you $22, $37, and $75 per month, respectively. Each plan comes with its own benefits and limitations, so the one that you go for will depend on your individual goals. What we really like about the design interface at Cryptohopper is that the platform also allows beginners to build their own bot. Pionex features low trading commissions and a fully fleshed-out mobile app.
Gekko is a 100% free open-source programmable cryptocurrency trading bot that you can download from GitHub and run on your own machine. The software can be installed on all machines including Raspberry PI and on all major operating systems such as Windows, macOS, and Linux. GunBot is a well-fit trading terminal and cryptocurrency trading bot for those who want to automate their Bitcoin trading, with lifelong desktop software and license. Automated cryptotrading with AI would benefit greatly if blockchains were able to connect and share data with the programs that are managing the trading process. This would create smoother automated trading execution on platforms, including handheld devices. The crypto markets trade 24/7, so at any point in time, millions of traders are actively monitoring or trading positions.
These connections can be further enhanced with the use of application programming interfaces (APIS) and other tools and developments. Traders would then be offered the additional advantage of having straight-through-processing of execution. The alternative is the slower and operationally more risky process of executing trades manually. Endor is a leading firm in this department and has been conducting tests and research to improve these tools.
Ideally, you will want the bot to be supported by as many exchanges as possible. This will ultimately increase your chances of profiting from a potential disparity in pricing between one or more exchange platforms. As we have already discussed the ins and outs of arbitrage trading in the context of an automated Bitcoin bot, we won’t expand on this any further. However, it is important to note that most third-party cryptocurrency bots allow you to program the software to detect potential opportunities.
Stoic charges an upfront annual fee of 5% of assets on your account, and if you start with the minimum account balance of $1,000, you’ll need to pay $50. The customers of this platform seem to be satisfied with its offering, and it is quite unique in its pricing model as the features aren’t split into multiple tiers, just one. It has support for over 25 cryptocurrency brokerages, including Binance, OKEX, KuCoin, Kraken, FTX, Coinbase Pro, and others. The main drawbacks real users have experienced are with the support team and withdrawal issues. A crypto exchange is, very basically, a place where you can purchase a cryptocurrency using either cash or another kind of digital asset. The scoring formulas take into account multiple data points for each financial product and service.
This platform is one of those unique secrets within the crypto world, and if implemented the right way it can provide priceless value for experienced traders for many years to come. The most important thing is to first define what type of automation you are looking for because trading bots and automation comes in many different forms. Trading financial products carries a high risk to your capital, particularly – when engaging in leveraged transactions such as CFDs. It is important to note that between 74-89% of retail investors lose money when trading CFDs. These products may not be suitable for everyone, and it is crucial that you fully comprehend the risks involved. Prior to making any decisions, carefully assess your financial situation and determine whether you can afford the potential risk of losing your money.
For serious traders using Cryptohopper, we suggest the Hero package, however, beginners can do just well with Explorer, and note that there is a Free 7-day trial as well. However, this article doesn’t promise that you will generate millions the same way as the big institutions. This is obviously because trading is risky, and many of these large companies actually spent a lot of money and resources on different trading algorithms and systems. The crypto and digital asset trading features are particularly useful for crypto funds and crypto brokers. As part of the balances UI, Algotrader provides a full integration with the Fireblocks API to show balances of different wallet & account types supported by Fireblocks.
It allows for rapid, precise decision-making and can operate 24/7, capitalizing on opportunities humans might miss. It relies heavily on the quality of the bot, the trading strategy it uses, and the volatility and unpredictability of the markets. Therefore, while bot trading can enhance efficiency and profitability, it should be used alongside a well-considered trading strategy and risk management plan. In addition to the crypto builder, Kryll has a unique offering called the Marketplace. This feature can be incredibly helpful for those who are new to crypto trading or those who are simply looking for new strategies to implement. A selling point of Haasbot is its ability to operate 24/7, providing traders with constant market monitoring and trading opportunities.
Although many models and programs claim to be accurate, it takes top-quality software — at a high price — to get the best results. AI has been around for decades, but there is still lots of progress being made. As a result, those developers and programmers who believe they’ve found a ‘secret sauce’ offer their AI products in return for a fee.
You will want a bot with a straightforward, user-friendly interface if you’re a beginner. Active support can be invaluable, especially if you’re new to crypto trading bots. While it comes with a monthly subscription fee, the value delivered, especially for active traders, is well worth the investment. Even if you’re averse to centralized exchanges, keep an eye on Coinrule; it’s a vanguard platform pushing the envelope in automated crypto trading. Another reason to use a crypto trading bot is to diversify your crypto holdings in a strategic way.
NerdWallet does not and cannot guarantee the accuracy or applicability of any information in regard to your individual circumstances. Examples are hypothetical, and we encourage you to seek personalized advice from qualified professionals regarding specific investment issues. Our estimates are based on past market performance, and past performance is not a guarantee of future performance.
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Cryptowatch is a data aggregator which pulls API data from at least 25 crypto exchanges spanning over 4,000 markets. Kraken is another San Francisco-based crypto exchange launched in 2013 by Jesse Powell. It now also supports most of the leading conventional currencies such as the US Dollar and the British Pound. In this guide, we will consider what makes a good cryptocurrency exchange. You will also learn how to choose a trading platform and which exchanges in the market are ideal for your particular situation. Since different platforms offer different features, products, and services, it’s worth considering what matters to you and which exchange can provide it.
This is handy in the event you think a particular digital currency is overvalued and thus – you wish to profit from this. But it’s now valued at around $1.6 billion as the crypto ecosystem has fallen back down artificial intelligence to earth and interest and trading volumes in the industry have waned. Crypto.com was also forced to deny that it was in financial difficulty after FTX, a former large crypto player, went bust in November 2022.
Bitmart’s platform enables spot and futures trading on dozens of cryptocurrencies and trading pairs, or combinations that can be traded with each other, according to a Cryptopedia article. A recent Investopedia article called BitMart the top exchange for altcoin. Bitflyer, based in Tokyo, claims the top spot in Bitcoin trading volume in Japan for six years running. The site offers trading on a variety of currencies, including Bitcoin and Ethereum.
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Firstly, it is home to a huge number of crypto trading markets, which includes hundreds of pairs. This includes major pairs like BTC/USDT and BTC/ETH, but many micro-cap markets, too. Coinbase is also a popular crypto trading platform to invest in Bitcoin as it has a great reputation. Launched way back in 2012, the platform offers some of the best security controls in the industry.
Our partners cannot pay us to guarantee favorable reviews of their products or services. NerdWallet, Inc. is an independent publisher and comparison service, not an investment advisor. Its articles, interactive tools and other content are provided to you for free, as self-help tools and for informational purposes only. NerdWallet does not and cannot guarantee the accuracy or applicability of any information in regard to your individual circumstances.
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A simple user interface enables beginners to purchase crypto using fiat currencies, including USD, GBP, EUR, and AUD. Additionally, there are plenty of deposit methods for users in different countries to open an account for as little as $10. In conclusion, we found that eToro is by far the best crypto trading platform in the retail investment market. The provider – which is regulated by three bodies, allows you to trade cryptocurrencies commission-free. The minimum stake is just $25 and the provider allows you to instantly deposit funds with a debit/credit card or e-wallet. While this illustrates that the provider offers a good service, this might not be the case regarding customer support.
Founded in 2015 by the Winklevoss twins, Gemini is another reputable exchange that prioritises regulatory compliance. It is available in all 50 states of the U.S. and is known for its strong commitment to meeting U.S. regulatory standards. Gemini focuses on Bitcoin, Bitcoin Cash, Ethereum, Litecoin, and Zcash, making it suitable for those interested in these popular cryptocurrencies.
The trading platforms are divided into centralized and decentralized exchanges. Centralized exchanges (CEX) involve the third party which controls the account to carry out a trade. In contrast, decentralized exchanges (DEX) do not require any central authority, and they enable peer-to-peer trade, bringing buyers and sellers together.
Crypto.com is a platform that not only allows users to trade cryptocurrencies but also provides unique perks and rewards for its Visa Card users. This exchange offers a good selection of cryptocurrencies to trade and aims to create a seamless experience for both beginners and experts. With its user-friendly interface and various features, Crypto.com has gained popularity among traders. Trading and holding Bitcoin and cryptocurrencies are taxable assets under the US Federal laws.
If you don’t already have access to some digital coins, you will need to choose a provider that supports fiat currency deposits. It is important to note that even the top cryptocurrency trading platforms charge handsomely for funding your account with a debit or credit card. EToro, founded in 2007, is a social trading and investment platform with 25 million users in 140 countries and stands eighth among the best cryptocurrency exchanges and apps in the US in 2023. It offers diverse financial asset trading, including cryptocurrencies, stocks, and commodities, featuring a unique copy trading system. EToro’s crypto exchange boasts a user-friendly interface and comprehensive educational resources. Known for innovative tools and social trading, it ranked among the top cryptocurrency exchanges in May 2023.
There are no deposit fees, but there is a withdrawal fee that depends on the crypto asset. However, Bitget is also quite a popular destination for spot trading — more so now that the exchange – has launched a zero trading fee campaign. Based on our initial observation, the campaign does indeed look impactful, as it enables traders to save substantial amounts in fees.
The platform offers an easy-to-use interface and emphasises security measures to protect users’ funds. Check the website to find out what communication methods are available to support users that need troubleshooting advice or assistance on the exchange. Some crypto exchanges will provide comprehensive FAQ’s and How-To-Guides which are useful for beginners.
After logging into your account, search by company name or ‘ticker’ to select the share you want to buy. Fidelity is a good all-rounder and its non-tiered platform fee may appeal to investors with higher-value portfolios. Fidelity offers a good level of customer support, with telephone help available six days a week and our call was answered almost immediately.
Different platforms offer varying selections of cryptocurrencies available for trading. If you have specific altcoins in mind that you want to trade, ensure that the platform supports those particular cryptocurrencies. Research the supported cryptos on each platform to ensure they align with your investment goals. For expert traders in the cryptocurrency world, having access to advanced features and a wide range of coins is essential. Two platforms that stand out for their offerings to expert traders are KuCoin and Coinbase.
DEX users have different needs from CEX users because the typical DEX user is a more advanced crypto user, pays more attention to privacy issues, and is more aware of their needs. So far, we have considered centralized exchanges and which are the best according to various criteria. This section will look into the leading decentralized platform for trading crypto.
When it comes to regulation and safety, eToro does everything by the book. Not only is the platform regulated by the FCA (UK), ASIC (Australia), and CySEC (Cyprus), but it is also registered – with FINRA. Her work has appeared in numerous publications including TheStreet, Mansion Global, CNN, CNN Money, DNAInfo, Yahoo! Finance, MSN Money and the New York Daily News.
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İstilik kombi ilə təmin olunur. Binanın altı 4 metrlik qarajdır. Binanın qapalı həyəti var, yay vaxtı təhlükəsizlik üçün maşınlar içəri buraxılmır. Binanın həyətində uşaqlrı … TƏCİLİ DƏYƏRİNDƏN ÇOX UCUZ QİYMƏTƏ SATILIR!!!
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Quando ascoltiamo la storia di una persona uccisa dai fascisti, ci aspettiamo sempre un epilogo violento. Invece, anche le bastonate e le torture possono essere letali a distanza di tempo, come una fibra d’amianto.
Pico Mariani morì a Parigi, nel 1926, e il suo nome non starebbe in Veglione rosso, se attorno a lui non ci fosse stata una vasta comunità di esuli correggesi, gente che se lo ricordava malato ancor prima di emigrare. Anzi: che se lo ricordava emigrante proprio perché malato, rotto nel fisico dagli attacchi squadristi, e costretto a scegliere tra la fuga all’estero e la certezza di una nuova, fatale aggressione.
Purtroppo, quelle che aveva già subito si rivelarono sufficienti, lontano da casa, dopo mesi di sofferenze.
Nell’audioracconto che gli abbiamo dedicato, la musica è composta da Antonio Macaretti, che la suona con la sua fisarmonica insieme a Stefano Pilia (chitarra) e Mattia Cipolli (violoncello). I testi e la voce sono di Wu Ming 2.



Domenica 8 Ottobre 2023, ore 16-21
Acheritivo di autofinanziamento unit hacklab per server autogestito "Mafalda".
Ore 16:00 Email / Thunderbird
Ore 17:00 Torrent
Ore 18:00 Parla Radio Z-AM
Ore 19:00 Chill out live Dj-set by unit electric assembly
Banchetto libretti autoprodotti, PirateBox
e il //ritorno del MAME …
Today marks the 32nd anniversary of Linus Torvalds introducing the inaugural Linux 0.01 kernel version, and celebrating this milestone, Torvalds has launched the Linux 6.6-rc2. Among the noteworthy updates are the inclusion of a feature catering to the ASUS ROG Flow X16 tablet's mode handling and the renaming of the new GenPD subsystem to pmdomain.
The Linux 6.6 edition is progressing well, brimming with exciting new features that promise to enhance user experience. Early benchmarks are indicating promising results, especially on high-core-count servers, pointing to a potentially robust and efficient update in the Linux series.
Here is what Linus Torvalds had to say in today's announcement:
Another week, another -rc. I think the most notable thing about 6.6-rc2 is simply that it's exactly 32 years to the day since the 0.01 release. And that's a round number if you are a computer person. Because other than the random date, I don't see anything that really stands out here. We've got random fixes all over, and none of it looks particularly strange. The genpd -> pmdomain rename shows up in the diffstat, but there's no actual code changes involved (make sure to use "git diff -M" to see them as zero-line renames). And other than that, things look very normal. Sure, the architecture fixes happen to be mostly parisc this week, which isn't exactly the usual pattern, but it's also not exactly a huge amount of changes. Most of the (small) changes here are in drivers, with some tracing fixes and just random things. The shortlog below is short enough to scroll through and get a taste of what's been going on.
Microsoft's Windows Subsystem for Linux (WSL) continues to evolve with the release of WSL 2 version 0.0.2. This update introduces a set of opt-in preview features designed to enhance performance and compatibility.
Key additions include "Automatic memory reclaim" which dynamically optimizes WSL's memory footprint, and "Sparse VHD" to shrink the size of the virtual hard disk file. These improvements aim to streamline resource usage.
Additionally, a new "mirrored networking mode" brings expanded networking capabilities like IPv6 and multicast support. Microsoft claims this will improve VPN and LAN connectivity from both the Windows host and Linux guest.
Complementing this is a new "DNS Tunneling" feature that changes how DNS queries are resolved to avoid compatibility issues with certain network setups. According to Microsoft, this should reduce problems connecting to the internet or local network resources within WSL.
Advanced firewall configuration options are also now available through Hyper-V integration. The new "autoProxy" feature ensures WSL seamlessly utilizes the Windows system proxy configuration.
Microsoft states these features are currently rolling out to Windows Insiders running Windows 11 22H2 Build 22621.2359 or later. They remain opt-in previews to allow testing before final integration into WSL.
By expanding WSL 2 with compelling new capabilities in areas like resource efficiency, networking, and security, Microsoft aims to make Linux on Windows more performant and compatible. This evolutionary approach based on user feedback highlights Microsoft's commitment to WSL as a key part of the Windows ecosystem.
The threat actor Earth Lusca, linked to Chinese state-sponsored hacking groups, has been observed utilizing a new Linux backdoor dubbed SprySOCKS to target government organizations globally.
As initially reported in January 2022 by Trend Micro, Earth Lusca has been active since at least 2021 conducting cyber espionage campaigns against public and private sector targets in Asia, Australia, Europe, and North America. Their tactics include spear-phishing and watering hole attacks to gain initial access. Some of Earth Lusca's activities overlap with another Chinese threat cluster known as RedHotel.
In new research, Trend Micro reveals Earth Lusca remains highly active, even expanding operations in the first half of 2023. Primary victims are government departments focused on foreign affairs, technology, and telecommunications. Attacks concentrate in Southeast Asia, Central Asia, and the Balkans regions.
After breaching internet-facing systems by exploiting flaws in Fortinet, GitLab, Microsoft Exchange, Telerik UI, and Zimbra software, Earth Lusca uses web shells and Cobalt Strike to move laterally. Their goal is exfiltrating documents and credentials, while also installing additional backdoors like ShadowPad and Winnti for long-term spying.
The Command and Control server delivering Cobalt Strike was also found hosting SprySOCKS - an advanced backdoor not previously publicly reported. With roots in the Windows malware Trochilus, SprySOCKS contains reconnaissance, remote shell, proxy, and file operation capabilities. It communicates over TCP mimicking patterns used by a Windows trojan called RedLeaves, itself built on Trochilus.
At least two SprySOCKS versions have been identified, indicating ongoing development. This novel Linux backdoor deployed by Earth Lusca highlights the increasing sophistication of Chinese state-sponsored threats. Robust patching, access controls, monitoring for unusual activities, and other proactive defenses remain essential to counter this advanced malware.
The Trend Micro researchers emphasize that organizations must minimize attack surfaces, regularly update systems, and ensure robust security hygiene to interrupt the tactics, techniques, and procedures of relentless threat groups like Earth Lusca.
The Linux kernel is undergoing major changes that will shape its future development and adoption, according to Jonathan Corbet, Linux kernel developer and executive editor of Linux Weekly News. Speaking at the Open Source Summit Europe, Corbet provided an update on the latest Linux kernel developments and a glimpse of what's to come.
A major change on the horizon is a reduction in long-term support (LTS) for kernel versions from six years to just two years. Corbet explained that maintaining old kernel branches indefinitely is unsustainable and most users have migrated to newer versions, so there's little point in continuing six years of support. While some may grumble about shortened support lifecycles, the reality is that constantly backporting fixes to ancient kernels strains maintainers.
This maintainer burnout poses a serious threat, as Corbet highlighted. Maintaining Linux is largely a volunteer effort, with only about 200 of the 2,000+ developers paid for their contributions. The endless demands on maintainers' time from fuzz testing, fixing minor bugs, and reviewing contributions takes a toll. Prominent maintainers have warned they need help to avoid collapse. Companies relying on Linux must realize giving back financially is in their interest to sustain this vital ecosystem.
The Linux kernel is also wading into waters new with the introduction of Rust code. While Rust solves many problems, it also introduces new complexities around language integration, evolving standards, and maintainer expertise. Corbet believes Rust will pass the point of no return when core features depend on it, which may occur soon with additions like Apple M1 GPU drivers. Despite skepticism in some corners, Rust's benefits likely outweigh any transition costs.
On the distro front, Red Hat's decision to restrict RHEL cloning sparked community backlash. While business considerations were at play, Corbet noted technical factors too. Using older kernels with backported fixes, as RHEL does, risks creating divergent, vendor-specific branches. The Android model of tracking mainline kernel dev more closely has shown security benefits. Ultimately, Linux works best when aligned with the broader community.
In closing, Corbet recalled the saying "Linux is free like a puppy is free." Using open source seems easy at first, but sustaining it long-term requires significant care and feeding. As Linux is incorporated into more critical systems, that maintenance becomes ever more crucial. The kernel changes ahead are aimed at keeping Linux healthy and vibrant for the next generation of users, businesses, and developers.



Ernesto Monselici era di idee socialiste, alle quali credeva senza fare mistero di condividere la linea del PSI. Solo nel 1924 aderì al Partito Comunista d’Italia. Mutilato di guerra, trascorreva parte del suo tempo a discutere con i compagni alla cooperativa di consumo di Budrio, frazione di Correggio. Quando nel giugno del 1922 le squadracce devastarono e incendiarono l’edificio, Ernesto fu violentemente bastonato. Caduto a terra, venne soccorso dai compagni e portato in casa di conoscenti. Nell’aprile 1924, mentre transitava per la pubblica via nel suo paese, venne fermato da sei giovani fascisti e nuovamente percosso con colpi di bastone al capo e alle spalle, assieme al compagno Alderigio Veroni.
In seguito alle percosse ricevute venne ricoverato all’ospedale di Modena con la diagnosi «forte uricemia». Lì si spense nel luglio dello stesso anno.
Finora sei brani, degli otto che abbiamo pubblicato, sono stati prodotti a partire dalle registrazioni dei singoli strumenti e della voce, miscelate insieme. Uno (“Antonio Pellicciari”) è il live del concerto di presentazione a Correggio. Questo invece è un live da camera, registrato in presa diretta, a tracce separate, in una sede (inufficiale) della Wu Ming Foundation. Al violoncello: Mattia Cipolli, che ha scritto anche la musica. Testo e voce sono di Wu Ming 2.



I fratelli Angelo e Pico Mariani, antifascisti come Carlo e Nello Rosselli, a differenza di loro non vennero uccisi insieme, nello stesso momento e luogo. Entrambi perseguitati fin da ragazzi, nei medesimi anni, furono però colpiti a morte in tempi diversi.
Angelo, il maggiore, fu il primo. In questo racconto musicale, il settimo di Veglione rosso, a esporre la sua vicenda è un narratore collettivo, interpretato dalla voce di Wu Ming 2 – mentre tutti i musicisti coinvolti in questo progetto suonano un brano composto per l’occasione da Mattia Cipolli.
Di umili origini, Angelo Mariani (1901 – 1924) cresce nella frazione di Budrio. Trasferitosi a Correggio con la famiglia in cerca di lavoro, si avvicina alla figura di Agostino Zaccarelli che per lui diventa un mentore, tanto che Angelo fu fra i quarantanove (su cinquanta giovani socialisti
totali) che seguirono Zaccarelli nella scissione del 1921 e fondarono la Federazione Giovanile Comunista Italiana di Correggio.
Angelo legge molto e compone poesie dialettali che raccontano il suo ambiente nativo di operai e braccianti. Nel 1922 viene preso di mira e per più volte bastonato dai fascisti. A causa delle percosse inizia ad avere problemi polmonari, contraendo la tubercolosi.
Alla fine del 1923, viene nuovamente picchiato e portato alla sede del Fascio dove gli viene imposto di bere un bicchiere di olio motore. A causa della salute già cagionevole per via della malattia e dello scompenso fisico causato dall’avvelenamento da olio, Angelo viene ricoverato all’ospedale di Correggio dove trova la morte pochi giorni dopo.
Brano tratto dalla suite Radio Ufo 78, di Wu Ming 1 e Bhutan Clan, eseguita dal vivo a S. Giovanni in Marignano (RN) la sera del 9 luglio 2023.
Radio Ufo 78 è uno spettacolo nato dall'ibridazione tra il nostro Ufo 78 e i romanzi Tutta quella brava gente e La parola amore uccide dei colleghi Jadel Andreetto – anch'egli sul palco in quanto vocalist e bassista del BC – e Guglielmo Pispisa.
Prodotto dal laboratorio Melologos, c/o Nassau, via de' Griffoni 5/2.
Antonio de Martini imprenditore ed esperto di geopolitica ci ha lasciati Domenica 23 Luglio 2023.
Lo annunciano con tristezza il figlio Francesco e la compagna Alessandra.

Incontriamo la donna che per sottrarsi alla legge del patriarcato un giorno lasciò la campagna per seguire a Londra la zia ex monaca di clausura...
Viaggio di ritorno con la giovane fanciulla che si dedicò all'azienda vinicola di famiglia senza rinunciare a trovarsi le sue isole personali al ritmo di techno.

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM
Diritti sociali e digitali
Twitter e la rivoluzione francese
Immaginazione teoretica
API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente
durata: 50 minuti
Oggi incontriamo la giovane fanciulla che passò l'infanzia tra le vigne e presto imparò a lavorare con i maschi nell'attività di famiglia.

Valerio Minnella incontrò Achille Croce e altri militanti nonviolenti valsusini alla marcia Milano-Vicenza del 1970. Parlandoci, fu molto colpito dalla loro determinazione e dal fatto che fossero vegetariani. Poco dopo, infatti, lo diventò anche lui.
Negli anni successivi, quelli della lotta per l’obiezione di coscienza, Valerio ebbe molti rapporti con Torino, dove l'11 marzo 1972 bruciò la cartolina-precetto e si fece arrestare. Alberto Perino – allora esponente del Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta, nel nuovo secolo uno dei nomi più noti del movimento No Tav – esibì il celebre cartello «HO FATTO IL MILITARE E ME NE VERGOGNO» proprio a un corteo in solidarietà ad alcuni obiettori incarcerati, tra i quali Valerio. Quel cartello gli valse una denuncia e un processo per vilipendio alle forze armate.
Quando è venuta l’idea di presentare il libro in valle, ovviamente Condove è il primo posto che ci è venuto in mente. A Condove c'erano Achille Croce, don Giuseppe Viglongo, il GVAN e il giornale «Dialogo in valle». Fu uno degli epicentri della stessa lotta che anche Valerio portò avanti, e fu importante per la sua formazione.
La sera del 30 giugno, nella sala della biblioteca comunale Margherita Hack, abbiamo chiuso un cerchio, rendendo omaggio a tutti i suddetti. C'eravamo tutt'e tre: Valerio, WM1 e Filo. Dopo i saluti del sindaco Jacopo Suppo, abbiamo dialogato fittamente con Maurizio Piccione. Sono poi intervenuti Andrea Galli, presidente del Valsusa FilmFest, e lo stesso Alberto Perino. Buon ascolto.
Lo spettacolo Radio Ufo 78 è prodotto dal laboratorio Melologos ed eseguito da Wu Ming 1 & Bhutan Clan. Per sapere di che si tratta, ecco qui la scheda artistica.
La prova generale l’abbiamo fatta in pubblico il 5 maggio scorso, allo spazio Stria di Padova.
Radio Ufo 78 è un’unica suite senza interruzioni tra un brano e l’altro, perciò abbiamo chiesto di applaudire solo alla fine. Non eravamo a organico completo: per cause di forza maggiore mancava Jadel Andreetto, quindi avevamo un solo basso e una sola voce. Ad ogni modo, tutto è andato bene.
Ecco un momento del flusso di quella sera, registrato con un fonografo da Thomas Alva Edison, buonanima (si fa per dire). Qualità da bootleg, ma a chi non ha ancora sentito niente dà una prima idea.
Un audioracconto per ognuno dei dodici correggesi uccisi dai fascisti prima della Seconda guerra mondiale, le cui storie sono raccontate in Veglione rosso; uno per ognuno dei dodici mesi del 2023. Testi di Wu Ming 2, musiche di Stefano Pilia e dell'Ensemble Concordanze.
Di fede prampoliniana, Antonio Bellelli fu l’anima del movimento socialista operaio correggese.
Fu consigliere comunale in quattro occasioni: nel 1899, 1902, 1905 e 1920. Presidente della prima cooperativa di consumo di Fosdondo, membro del Consiglio generale della Camera del lavoro di Reggio Emilia, fu anche delegato ai congressi nazionali del PSI, nel 1904, 1911 e 1913. Nel '21 aderì alla sottoscrizione in favore del popolo russo per sostenere economicamente il primo Paese fondato sui Soviet.
Nella sede del Fascio di Fosdondo, fu costretto dai fascisti a bere un bicchiere di olio, probabilmente di ricino ma non è escluso che si trattasse di olio motore, in quanto questo di solito era il trattamento riservato agli antifascisti più pericolosi. In seguito a tale episodio la sua salute fu irrimediabilmente compromessa. Ricoverato all’ospedale di Correggio per peritonite, vi morì all’età di cinquantacinque anni, il 16 luglio 1923. Poche ore prima di morire, Bellelli disse al parroco don Pivetti, che andò a fargli visita: «Come uomo la visita la accetto, come parroco no»
Ascoltiamo oggi la storia dell'uomo che nella vita nulla si risparmiò, arrivando a un passo dalla fine, e ritrovandosi ad affrontare la prova più dura per un genitore.
Incontriamo la raffinata e colta donna campana che provò a sottrarsi a un'ingombrante e ingestibile vita familiare scegliendo di partire per il Nord.
Oggi ascoltiamo una storia di sopraffazione coniugale sfociata in tragedia. A raccontarla è la sorella della protagonista.

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM
Mare crudele
IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson
Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic
Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …
Se l’approvvigionamento di acqua dovesse diventare un problema, la raccolta di acqua piovana può essere una soluzione per sopperire al prosciugamento dei pozzi.
E se anche la pioggia dovesse diventare rara, la nebbia può diventare un’importante fonte alternativa.
In questo articolo vedremo come autocostruire una sistema in grado di ricavare l’acqua dalla nebbia con materiale di facile reperibilità ed economico.
La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia antica che risale a migliaia di anni fa. Nell’antichità si usavano tessuti, canali, strutture in pietra, piante. Oggi si impiegano reti plastiche in grado di catturate grandi quantità di acqua.
Serve la nebbia, e generalmente, le zone nebbiose si trovano in zone costiere o in prossimità di montagne.
Anche in condizioni di tempo normale però, durante la notte l’abbassamento della temperatura e l’umidità dell’acqua consentono comunque una certa condensazione dell’acqua. E’ la rugiada che troviamo al mattino sull’erba, in autunno e inverno ma anche durante le giornate di primavera ed estate.
Il consiglio è di provare. Costruite un sistema nel vostro terreno, anche di soli 1-2 metri quadrati, e registrate i dati durante l’arco dell’anno, parallelamente ai valori di temperatura e umidità.
Dopo un anno di funzionamento, avrete i dati necessari per caratterizzare l’efficienza e l’efficacia del vostro sistema.
Il sistema per un piccolo impianto di prova è semplice. Ecco i passaggi necessari per iniziare.


La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia semplice che può essere realizzata anche con materiali economici e facilmente reperibili. Può essere una soluzione efficace anche per produrre acqua potabile e per sopperire alla carenza delle risorse idriche classiche.
L'articolo Siccità: acqua dalla nebbia sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.
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Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM
Parliamo d'altro!
Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)
Gossipz dai socialz
Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick
Apple Computers denuncia …
HackЯocchio s. m. [der. di hackЯocchiare] (pl. -chi)
situazione o soluzione raffazzonata, raccogliticcia, approssimativa
Sabato 10 Giugno dalle ore 14. Mezcal Squat, Parco della Certosa, Collegno (TO).
Costruire comunità resistenti complici nelle lotte, saldare relazioni di fiducia tra le moltitudini sommerse nell'estrattivismo cognitivo, riuscire ad immaginare e a costruire tecnologie conviviali che sostituiscano le megamacchine digitali. Non promettiamo la rivoluzione ma il crepuscolo degli dei, per farlo inietteremo lo shellcode nel paese reale, andando nelle case ma sopratutto nei cuori di chi ancora ci crede, a decifrare le blockchain corrotte di un sistema che nulla ha più di umano se non la scalabilità del vostro frigorifero nel cloud, insomma, in una parola, quantum machine learning :)
se non ci hai capito molto, neanche noi, ma trovi tutte le informazioni e il progamma su https://hackrocchio.org/info.
Cosa sono le radioline DMR? Digital Mobile Radio, costi, compromessi, vantaggi, svantaggi e casi d’uso: dalla montagna alla piazza. A seguire laboratorio SDR, capiamo insieme cosa c’e’ nella banda, usciamo il kraken per vedere le onde.
Cosa hanno in comune l’ISIS, il processo Ruby Ter, una azienda che fa i tornelli per le palestre, una sgangherata cantina e una inconsueta congrega? Breve viaggio attraverso Tor, il (quasi) neonato Osservatorio Nessuno e quello che deve ancora succedere.
Spesso le applicazioni vengono realizzate tramite accrocchi di componenti appiccicati tra loro con lo sputo. A volte, la complessità di queste costruzioni porta con sé la formazione di interstizi digitali tramite i quali un input apparentemente innocuo può raggiungere insperabili profondità. Vedremo come un “apriti sesamo” pronunciato ad alta voce ha permesso di bypassare completamente un’appicazione di gestione delle bollette su Google Voice.
Negli ultimi anni ci siamo spesso interrogati su come recuperare spazi di manovra in un contesto digitale su cui non abbiamo alcun potere. Anche per questo autogestiamo i servizi di cisti.org. Hackrocchio sembra ottimo per ritagliarci un momento di restituzione su ragionamenti e aggiornamenti fatti sui vari attrezzi che riteniamo sensati da suggerire e su cui ci piacerebbe ricevere suggestioni. una carrellata su gancio.org, zecche, plaid
A volte non solo ci tocca dover lavorare, ma ci costringono pure ad installare un’app per farlo! Applicazioni moleste che ci controllano, valutano, sanzionano e appioppano mansioni in nome della Produttività. Ma cosa fanno di preciso sul nostro telefono? Cercheremo di scoprirlo analizzando alcune app fornite ai rider da delle note aziende, monitorandone il comportamento con i potenti strumenti recuperati dagli anfratti dell’internet.
La bici è un mezzo che sfida l’urbanistica e la società dei consumi, con il quale riappropiarsi e attraversare diversamente gli spazi cittadini. Ma se oltre a tutto questo ci slegasse anche dal ruolo di clienti? Il suo semplice funzionamento, infatti, permette di fare la maggior parte delle manutenzioni con pochi attrezzi, in questo spazio proporremo una soluzione agli inconvenienti che possono capitare mentre si pedala e alle riparazioni da fare, imparando insieme a conoscere i nostri mezzi. Condividi ciò che sai, apprendi ciò che ti manca
panoramica componenti, tecnologie, materiali e dimensionamenti. Esempi pratici e dimostrazioni live: dal fotone all’elettrone.
dal primo pomeriggio per avviare il forno e poi la sera pizza bellavita* (cena di condivisione).
Pizza bellavita, porta il tuo condimento preferito.
Concerto RWA, Riderz With Attitude
Ten minutes talk
(sì, ci si puo' fermare a dormire)
Questo melologoè stato eseguito al Teatro Monte Baldo di Brentonico (TN) il 24 marzo 2023. Wu Ming 1 ha letto i capitoli 2 e 3 del Primo movimento di Ufo 78 – la visione collettiva di Incontri ravvicinati del terzo tipo seguita da una camminata notturna per le vie di Torino – mentre Luca Casarotti lavorava ditastiere, elettronica e ingegneria sonora.
Trattasi di composizione spontanea, senza partiture di sorta ma con chiare premesse teoriche, messe giù nellapresentazione scritta da Luca Casarotti.
Ufo 78– Concerto non-identificato è una produzione Mελóλογος. Grazie a tutte le compagne e i compagni del circolo ARCI di Brentonico per l’organizzazione della serata. Grazie in particolare ad Assia per i riflessi prontissimi di fronte a un problema manifestatosi all’improvviso e la disponibilità messa in campo per risolverlo!
Un audioracconto per ognuno dei dodici correggesi uccisi dai fascisti prima della Seconda guerra mondiale, le cui storie sono raccontate in Veglione rosso; uno per ognuno dei dodici mesi del 2023. Testi di Wu Ming 2, musiche di Stefano Pilia e dell'Ensemble Concordanze.
Umberto Bizzoccoli (Correggio, 19.09.1903 - 22.02.1922) fin da giovane si aggrega al circolo socialista di Correggio di cuiè attivo dirigente e organizzatore con Agostino Zaccarelli. Sarà poi il primo segretario comunista dopo la scissione del 1921.
Per sfuggire all’attenzione fascista, nel maggio 1921 si arruola in Marina nella città ligure di La Spezia. Mentre si trova in libera uscita viene violentemente bastonato su mandato dei fascisti di Correggio.
La violenta bastonatura gli provoca gravi danni ai polmoni, a causa dei quali poco tempo dopo contrae la tubercolosi. Il 29 gennaio scrive ai suoi genitori le sue "naturali ed ultime volontà": «Io professo onestamente una dottrina di amore e fratellanzache esclude le corporazioni religiose di ogni genere. Io obbedisco alla verità che credo di aver veduta».
Muore a Correggio, il 22 febbraio 1922 a soli diciotto anni.
I funerali si trasformano in una grande manifestazione antifascista, con il feretro scortato dai giovani comunisti capeggiatidal segretario della FGCI reggiana Camillo Montanari.
Melologo/radiodramma tratto dal racconto di Wu Ming 1 Volodja (2011) e realizzato per il primo Festival di letteratura working class, svoltosi dal 31 marzo al 2 aprile 2023 al presidio degli operai ex-GKN in lotta, Campi Bisenzio (FI).
Wu Ming 1– Voce e vociferazioni
Stefano D'Arcangelo – caverna dell'antimateria
«Volodja è tratto dall’omonimo racconto che scrissi nel 2011 per il progetto «I muri di Mirafiori», nell’ambito del laboratorio urbano Situa.to [...]
Mi viene l’idea di resuscitare il fantasma di Vladimir Majakovskij. Nel racconto il poeta georgiano appare tra gli operai della Fiat nella primavera del 1969, immemore di tutto quanto gli accadde dopo il 1923, quando tornò in Russia dopo le vacanze trascorse con l’amico Viktor Šklovskij sull’isola di Norderney, nel Mare del Nord.
Rinvenuto in forma spettrale, Volodja – diminutivo di Vladimir, così lo chiamavano gli amici – comprende di essere in Italia e si domanda che fare, e decide di fare, ποιεῖν, fare poesia, partecipando a suo modo alle lotte che stanno montando a Mirafiori [...]
Stefano utilizza registrazioni originali della vocedi Majakovskij e musica d’avanguardia sovietica degli anni Venti, come la Sinfonia di sirene di Arsenij Avramov e Fonderia di Aleksandr Mosolov [...]»
Una produzione Melologos, laboratorio di fonologia narrativa c/o Nassau, via de' Griffoni 5/2a, Bologna

FOGS OF WAR
Sabato 25 giugno 2022 alle ore 18.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano
Aggiornamento: per motivi termici indipendenti dalla nostra volontà l'incontro inizialmente previsto per le ore 16 è stato posticipato di due ore. L'inizio sarà alle ore 18.00.
La guerra tra Russia e Ucraina, oltre …
5 maggio 2022 ore 21 - FOA Boccaccio, Monza
Parteciperemo giovedì 5 maggio a LABYRINTHUS 2.0 / Forme di resistenza nello spazio digitale. Dal Web 3.0 al Metaverso, dalle blockchain agli NFT.
La nostra prima reazione è stata: preferiremmo di no, perché siamo contro. "Sì ok, ma per favore potreste …
PDF A4 | PDF pieghevole da stampa
Se il fascismo, in una delle sue molte manifestazioni, è irregimentamento, propaganda, controllo e repressione, allora internet come lo sperimentiamo adesso è perfettamente funzionale al fascismo moderno.
Partiamo dal nostro manifesto1 …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM
Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo
durata: 59 minuti
L'approfondimento satirico della …
Sabato 11 dicembre 2021 alle ore 17:00
a seguire dalle 19:00 acheritivo e live music by unit electric assembly
unit hacklab @zam via sant'abbondio 4, milano
Mercoledì 24 marzo dalle ore 20.45 alle 23 circa
Manuale Minimo di Sopravvivenza a Pure Data n. 1
Seminario Laboratoriale su Pure Data
durata: due ore circa
a cura di k_, Unit hacklab

Introduzione e storia, Setup dell'installazione, collegamenti e definizioni: oggetti, box, counter, bang e sequencer. Arriveremo all'oscillatore …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …
Ciao, abbiamo ricominciato a fare assemblea il mercoledì.
Bacilli
..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed
esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di
Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare,
riflettere, ri-fare …

Campagna di autofinanziamento per abbiamoundominio.org di unit hacklab.
C'è/Abbiamo bisogno, come ogni anno, di pagare il server e anche il dominio.
Stiamo anche ragionando di allargarci e prendere un server più capace, perchè quello che stiamo usando, pagato attraverso iniziative di autofinanziamento, è arrivato a tappo.
Tutto questo …
In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni …
IL LABORATORIO E' SOSPESO E RINVIATO A DATA DA DESTINARSI

Domenica 15 marzo 2020 alle ore 15.30 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano
Traccia chi ti traccia Come comprendere gli algoritmi di personalizzazione nei siti di video streaming.
con tracking.exposed
Nelle piattaforme di video sharing, da …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21
Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Mercoledì 22 gennaio 2020 alle ore 19.00 @Cox18 - via Conchetta 18 - Milano
Conversazioni con C.I.R.C.E. intorno a:
Internet Mon Amour
cronache prima del crollo di ieri
di Agnese Trocchi.
Fino a quando continueremo a considerare le macchine alla stregua delle bestie non …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22
Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …
Domenica 15 dicembre 2019 ore 16.30
Privacy Matter On My Phone (percorso in cinque passi su come entrare in possesso del tuo smartphone dopo averlo comperato).
Ambulatorio Medico Popolare via dei transiti 28, Milano
dal libretto PMOMP: "Sfortunatamente, non c’è molto che si possa fare per migliorare la …
Venerdì 13 dicembre 2019 dalle 18.30 alle 22.30
unit con ghiaccio
acheritivo di autofinanziamento unit hacklab: rooting libero del telefono, elettronica usata a offerta libera. Hai bisogno di un lettore dvd? Di uno scanner? Noi di fare spazio e pagare il server.
spritz'n'lazz
live music by unit electric …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21
Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21
Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21
Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …
Salve a tutt*, chiunque voi siate.
Noi non ci conosciamo, almeno non tutti e non bene. Questa è una verità emersa chiaramente in questo periodo, talvolta anche in modo un po' scomposto, e così Unit ha pensato che fosse utile prendersi un momento per guardarsi in faccia tutti quanti e …
Giovedì 18 luglio 2019 ore 21
Incontro a VillaVegan con Unit hacklab su controllo e tecnica
Presentazione criptolibretto a cura di Unit hacklab e incontro non-frontale sull'illusione del controllo.

Update: la proiezione non è successa
Settima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Lunedì 20 maggio 2019
Stare into the lights my pretties, Jordan Brown, 2017
ENG sub ITA

Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.
Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00 …
Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano
LOST, le Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica e Unit hacklab presentano:
Fedeli alla linea (di comando)
registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni
Introduzione al terminale e alla riga di …
Durante Connessioni Caotiche 2019 proiezione del documentario su Aaron Swartz.
Sabato 4 maggio 2019
The Internet’s own boy, Brian Knappenberg, 2014
ENG sub ITA
Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.
Ore 21:00
Il Ragazzo di internet è Aaron Swartz, attivista
dei diritti in rete accusato di frode informatica …Sesta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Lunedì 6 maggio 2019
I'm a Cyborg, but that's OK, Park Chan-wook, 2006
KOR sub ITA
Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.
Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.
Young-goon è una cyborg e ha …Quinta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Lunedì 29 aprile 2019
Il giovane Karl Marx, Raoul Peck, 2017
FRA sub ITA
Cinemacello Macao, viale Molise 68, Milano.
Inizio proiezioni ore 20:30, inizio film ore 21:00.
I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni …
Venerdi 3 e Sabato 4 Maggio 2019 torna Connessioni Caotiche a Macao
Hacking, attivismo, seminari laboratoriali e presentazioni frattali. Making e Breaking in festival nella due giorni in contemporanea ai festeggiamenti per il compleanno del Nuovo Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao a Milano.
Connessioni Caotiche …
Quarta visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Life of Brian, Monty Python, 1979
ENG sub ITA
... gli unici che odiamo più dei romani
sono il Fronte del Popolo Giudeo.
E il Fronte Popolare dei Giudei.
Ah, sì.
Separatisti.
E il Fronte Popolare della Giudea.
Già …
Sabato 11 maggio alle ore 15 presso CSOA COX 18 in Via Conchetta 18, Milano
registrazione audio a cura di cox18stream e Archivio Primo Moroni
Pagina wiki di elaborazione con flyer hi-res.
È un WarmUp del percorso verso Hackmeeting 0x16: 30 maggio - 2 giugno, Firenze.
LOST, le Lunghe Ombre della …
update: aderiamo all'appello di solidarietà online per Ola Bini
Watashitachi no yunitto!!
Hanno arrestato un giornalista che denunciava crimini di guerra.
Chiediamo che non venga perseguitato ulteriormente. Julian Assange non deve essere estradato negli USA, dove sarebbe incriminato con il CFAA (Computer Fraud and Abuse Act), legge draconiana che …
Terza visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Risk, Laura Poitras, 2016
Documentario su Julian Assange, fondatore di Wikileaks.
Motivazioni e contraddizioni su Assange e le sue cerchie, con un occhio in particolare sui rischi che sono stati presi. Il documentario copre il periodo dal 2010 …
Seconda visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Operazione Vega, RAI, 1962
Sceneggiato di fantascienza RAI tratto dal radiodramma di Friedrich Dürrenmatt.
Vega è il nome della nave spaziale che porta i rappresentanti di un certo blocco di Stati terrestri sul pianeta Venere dove sono confinati …
Il sito e' stato convertito a pelican, un software per generare siti statici in html.
Prima visione libera del ciclo di proiezioni a cura di Unit hacklab.
Nirvana, Salvatores, 1997
Film cyberpunk girato a Milano (e nei sotterranei di Macao). Fortemente influenzato dai romanzi di Gibson e sua volta ritenuto tra le fonti di ispirazione della trilogia di Matrix. Affronta il tema dell'esistenza autonoma o …
Contesto: Milano 2018. Atmosfera di intolleranza civile.
Unit hacklab e' un laboratorio autogestito di sperimentazione tecnica e politica, le nostre attivita' comprendono dai corsi gratuiti di elettronica e informatica alla divulgazione delle pratiche di gestione della privacy sotto forma di incontri e convegni.
il Comune di Milano, zelante, anticipa l'editto …
Un audioracconto per ognuno dei dodici correggesi uccisi dai fascisti prima della Seconda guerra mondiale, le cui storie sono raccontate in Veglione rosso; uno per ognuno dei dodici mesi del 2023. Testi di Wu Ming 2, musiche di Stefano Pilia e dell'Ensemble Concordanze.
Nella sua frazione, Fazzano, Antonio Pellicciari era considerato un’autorità per il modo in cui riusciva a porre i problemi delle rivendicazioni dei contadini e degli operai.
Fu attivo nel movimento cooperativo, quando la voce di Camillo Prampolini spargeva nella provincia di Reggio Emilia il seme educativo di teorie socialiste.
Dal 2 al 4 agosto 1922, assiemeai compagni Bagni, Messori e Pellacani, aderì agli Arditi del popolo e partecipò alla difesa della città di Parma dall’invasione degli squadristi guidati da Italo Balbo.
Duramente perseguitato dai fascisti, bastonato, seviziato più volte tanto da procurargli degli scompensi fisici, morìacausa di una polmonite acuta nel febbraio 1923.
Want to interact with ChatGPT from your Linux desktop without using a web browser?
Bavarder, a new app, allows you to do just that.
Developed with Python and GTK4/libadwaita, Bavarder offers a simple concept: pose a question to ChatGPT, receive a response, and promptly copy the answer (or your inquiry) to the clipboard for pasting elsewhere.
With an incredibly user-friendly interface, you won't require AI expertise (or a novice blogger) to comprehend it. Type your question in the top box, click the blue send button, and wait for a generated response to appear at the bottom. You can edit or modify your message and repeat the process as needed.
During our evaluation, Bavarder employed BAI Chat, a GPT-3.5/ChatGPT API-based chatbot that's free and doesn't require signups or API keys. Future app versions will incorporate support for alternative backends, such as ChatGPT 4 and Hugging Chat, and allow users to input an API key to utilize ChatGPT3.
At present, there's no option to regenerate a response (though you can resend the same question for a potentially different answer). Due to the lack of a "conversation" view, tracking a dialogue or following up on answers can be challenging — but Bavarder excels for rapid-fire questions.
As with any AI, standard disclaimers apply. Responses might seem plausible but could contain inaccurate or false information. Additionally, it's relatively easy to lead these models into irrational loops, like convincing them that 2 + 2 equals 106 — so stay alert!
Overall, Bavarder is an attractive app with a well-defined purpose. If you enjoy ChatGPT and similar technologies, it's worth exploring.
Today, The Document Foundation unveiled the release and widespread availability of LibreOffice 7.5.3, which serves as the third maintenance update to the current LibreOffice 7.5 open-source and complimentary office suite series.
Approximately five weeks after the launch of LibreOffice 7.5.2, LibreOffice 7.5.3 arrives with a new set of bug fixes for those who have successfully updated their GNU/Linux system to the LibreOffice 7.5 series.
LibreOffice 7.5.3 addresses a total of 119 bugs identified by users or uncovered by LibreOffice developers. For a more comprehensive understanding of these bug fixes, consult the RC1 and RC2 changelogs.
You can download LibreOffice 7.5.3 directly from the LibreOffice website or from SourceForge as binary installers for DEB or RPM-based GNU/Linux distributions. A source tarball is also accessible for individuals who prefer to compile the software from sources or for system integrators.
All users operating the LibreOffice 7.5 office suite series should promptly update their installations to the new point release, which will soon appear in the stable software repositories of your GNU/Linux distributions.
In early February 2023, LibreOffice 7.5 debuted as a substantial upgrade to the widely-used open-source office suite, introducing numerous features and improvements. These enhancements encompass major upgrades to dark mode support, new application and MIME-type icons, a refined Single Toolbar UI, enhanced PDF Export, and more.
Seven maintenance updates will support LibreOffice 7.5 until November 30th, 2023. The next point release, LibreOffice 7.5.4, is scheduled for early June and will include additional bug fixes.
The Document Foundation once again emphasizes that the LibreOffice office suite's "Community" edition is maintained by volunteers and members of the Open Source community. For enterprise implementations, they suggest using the LibreOffice Enterprise family of applications from ecosystem partners.
Il film estensibile per imballaggio, comunemente noto come pellicola in PVC, è un materiale molto versatile e per questo viene utilizzato in molti settori, come il commercio e la logistica. Tuttavia, potrebbe anche essere un materiale molto utile in situazioni di sopravvivenza e di emergenza. Su youtube si possono visionare molti i filmati interessanti al riguardo.
In primo luogo, il film estensibile può essere utilizzato per proteggere e conservare gli alimenti. In caso di emergenza o di situazioni di sopravvivenza, potrebbe essere difficile trovare cibo fresco o conservarlo a lungo termine. Con il film estensibile, è possibile sigillare e conservare gli alimenti in modo più efficace, riducendo il rischio di contaminazione e di deterioramento. Inoltre, il film estensibile può anche essere utilizzato per creare confezioni per il trasporto di cibo, come pacchetti di razioni di emergenza.
In secondo luogo, il film estensibile può essere utilizzato per proteggere le attrezzature e i materiali da esterni, come l’acqua o la polvere. In situazioni di emergenza o di sopravvivenza, può essere difficile proteggere le attrezzature da danni o intemperie. Con il film estensibile, è possibile sigillare e proteggere gli oggetti in modo più efficace, riducendo il rischio di danni o di perdita.
Il film estensibile può essere utilizzato per creare ripari temporanei. In situazioni di emergenza o di sopravvivenza, potrebbe essere necessario creare un riparo improvvisato per proteggersi dalle intemperie o dalle condizioni avverse. Con il film estensibile, è possibile creare un riparo temporaneo in modo rapido ed efficace, riducendo il rischio di esposizione alle condizioni esterne.
Infine, il film estensibile per imballaggio può anche essere utilizzato per costruire un’imbarcazione improvvisata in situazioni di emergenza o di sopravvivenza. Con il film estensibile, è possibile creare una struttura solida e resistente che può essere utilizzata come una barca galleggiante. Il film estensibile può essere utilizzato per creare una struttura resistente all’acqua. Questa soluzione può essere particolarmente utile in caso di necessità di attraversare un corso d’acqua o di raggiungere un’isola o una terraferma altrimenti inaccessibile.
Concludendo, il film estensibile per imballaggio può essere un materiale molto utile in situazioni di emergenza e di sopravvivenza. E’ importante ricordare che il film estensibile è un materiale limitato e che potrebbe non essere disponibile in situazioni di emergenza. Pertanto, è importante preparare qualche scorta per affrontare situazioni di emergenza e di sopravvivenza.
L'articolo Tecniche di sopravvivenza: il film estensibile per imballaggio sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.
Ci sono due specie di orsi che possono essere trovati in alcune zone dell’Italia: l’orso bruno (Ursus arctos) e l’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus).
L’orso bruno vive in diverse parti d’Italia, tra cui le Alpi, gli Appennini e le aree montuose della Calabria. Si stima che ci siano circa 50-60 orsi bruni in Italia, la maggior parte dei quali vivono nelle Alpi. Gli orsi bruni sono grandi, robusti e hanno un manto marrone scuro e folto. Si nutrono di frutta, bacche, radici, insetti, piccoli mammiferi e occasionalmente di carcasse di animali più grandi.
L’orso marsicano, invece, è una specie endemica dell’Italia e può essere trovato solo nella regione dell’Appennino centrale, in particolare nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Si stima che ci siano circa 50 orsi marsicani in vita, il che lo rende uno degli animali più rari e minacciati in Italia. Gli orsi marsicani sono più piccoli degli orsi bruni e hanno un manto marrone chiaro e lungo. Si nutrono principalmente di erba, frutta, bacche e insetti.
Entrambe le specie di orsi in Italia sono protette dalla legge italiana e dall’Unione Europea e sono oggetto di programmi di conservazione per preservare le loro popolazioni e il loro habitat.
L’incontro con un orso può essere una situazione spaventosa e pericolosa. Tuttavia, se si seguono alcune linee guida di base, è possibile aumentare le possibilità di sopravvivenza. In questo articolo, esploreremo come sopravvivere all’incontro con un orso.
In primo luogo, è importante comprendere il comportamento degli orsi. Gli orsi possono attaccare se si sentono minacciati, se si avvicinano ai loro cuccioli o se cercano di prendere il loro cibo. Tuttavia, gli orsi di solito evitano gli esseri umani e attaccano solo quando si sentono minacciati o provocati.
Se si incontra un orso, è importante evitare di spaventarlo o provocarlo. Mantenere la calma, parlare in tono calmo e lento, e fare rumore per segnalare la propria presenza. Se l’orso sembra non curarsi della propria presenza, lentamente allontanarsi senza voltarsi.
Se l’orso sembra minacciare o attaccare, è importante avere un piano d’azione. In generale, ci sono due strategie principali: l’approccio passivo e l’approccio attivo.
L’approccio passivo consiste nel fare il minimo rumore possibile e cercare di allontanarsi lentamente dall’orso senza guardarlo negli occhi. Se l’orso attacca, è importante cercare di proteggere il volto e la testa, adottando una posizione fetale e cercando di rimanere immobili. Lasciare che l’orso si allontani prima di rialzarsi e allontanarsi.
L’approccio attivo consiste nell’essere più aggressivi e rumorosi, cercando di far allontanare l’orso. Urlare, agitare le braccia e lanciare oggetti, come pietre o bastoni, possono aiutare a spaventare l’orso e farlo allontanare.
In entrambi i casi, è importante ricordare che gli orsi sono animali selvatici e imprevedibili. Non provare mai ad avvicinarsi a un orso, non cercare di prendergli il cibo e non fargli mai del male. Rispettare la loro presenza e mantenere una distanza di sicurezza è il modo migliore per evitare un incontro pericoloso.
Negli stati uniti gli escursionisti usano portare con se uno spray al peperoncino apposito per gli orsi. Può essere acquistato online ma in Italia è illegale.
Lo spray al peperoncino per gli orsi è un deterrente non letale utilizzato per allontanare gli orsi da un’area senza ferirli. Questo spray contiene una miscela di peperoncino e acqua, che quando spruzzata in faccia all’orso, provoca irritazione agli occhi, al naso e alla gola, rendendolo temporaneamente incapace di attaccare o continuare il suo comportamento indesiderato.
L’utilizzo di uno spray al peperoncino potrebbe essere un’alternativa efficace all’uso di armi letali o al catturare e trasferire l’orso in un’altra area. Tuttavia, l’utilizzo dello spray al peperoncino richiede una formazione adeguata sull’uso corretto dello spray e sulla comprensione del comportamento degli orsi.
In generale, la maggior parte degli esperti consiglia di utilizzare lo spray al peperoncino solo come ultima risorsa, quando altri metodi di dissuasione non hanno funzionato o se l’orso sta attaccando. Inoltre, è importante comprendere che lo spray al peperoncino non funziona su tutti gli orsi, poiché alcuni possono essere meno sensibili alla sostanza irritante.
Per utilizzare lo spray al peperoncino in modo efficace, è importante essere consapevoli della direzione del vento e spruzzare lo spray a una distanza di almeno 6-8 metri dall’orso. Inoltre, è importante mantenere la calma e utilizzare lo spray solo se si è in pericolo immediato.
In conclusione, l’incontro con un orso può essere una situazione spaventosa e pericolosa. Tuttavia, seguendo alcune linee guida di base, è possibile aumentare le possibilità di sopravvivenza. Mantenere la calma, evitare di spaventare o provocare l’orso e avere un piano d’azione possono aiutare a evitare un incontro pericoloso e a sopravvivere in caso di attacco.
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Conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi può essere una sfida, poiché questi carburanti possono deteriorarsi nel tempo e diventare meno efficaci. Di seguito alcuni consigli per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi:
Riassumendo, per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi, è importante conservarli in contenitori ermetici, aggiungere un additivo stabilizzatore, conservarli in un luogo fresco e asciutto, riempire il serbatoio del veicolo e effettuare la manutenzione regolare del veicolo e del motore. Seguendo questi consigli, sarà possibile conservare il carburante in modo efficace e sicuro per lunghi periodi.
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La dengue è principalmente endemica in regioni tropicali e subtropicali, come l’America Latina, l’Africa, l’Asia e il Pacifico.
Purtroppo, la dengue è in crescita in tutto il mondo, con circa 400 milioni di persone che contraggono la malattia ogni anno.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la dengue è una delle malattie a trasmissione vettoriale che cresce più rapidamente al mondo, con un aumento di oltre 30 volte dei casi segnalati negli ultimi 50 anni. Ciò è dovuto a una serie di fattori, tra cui il cambiamento climatico, la globalizzazione e l’urbanizzazione, che hanno aumentato la densità della popolazione e creato condizioni favorevoli alla riproduzione delle zanzare.
Inoltre, la dengue è una malattia complessa che può essere difficile da diagnosticare e trattare. Non esiste un vaccino specifico per la dengue e i trattamenti disponibili sono principalmente sintomatici, mirati a gestire i sintomi della malattia.
La malattia si sta diffondendo anche in alcune parti dell’Europa, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici e dell’aumento dei viaggi internazionali.
In particolare, sono stati segnalati casi di dengue in Spagna, Francia, Italia, Grecia e altri paesi europei. Tuttavia, questi casi sono generalmente limitati e non rappresentano un rischio significativo per la salute pubblica.
In Italia, sono stati segnalati pochi casi di dengue, ma la maggior parte di essi erano casi importati da paesi endemici. Ciò significa che le persone si sono infettate con il virus della dengue all’estero e hanno poi presentato sintomi in Italia. In generale, il rischio di contrarre la dengue in Italia è considerato basso.
La dengue è una malattia infettiva virale trasmessa dalle zanzare Aedes e può causare febbre, mal di testa, eruzione cutanea, dolori muscolari e articolari, e in alcuni casi, può portare a complicazioni potenzialmente letali come la sindrome da shock da dengue.
La dengue è spesso chiamata “febbre spaccaossa” a causa del dolore muscolare intenso che può causare, noto anche come “dolori muscolari da dengue”. Questa condizione è caratterizzata da un forte dolore muscolare, che può essere così intenso da far sentire come se le ossa del corpo stessero per spezzarsi. La febbre spaccaossa è uno dei sintomi più comuni della dengue e può durare da diversi giorni a diverse settimane. Non tutti i pazienti con dengue sviluppano la febbre spaccaossa, ma quando si verifica, può essere molto debilitante e influire sulla qualità della vita.
Il dolore muscolare da dengue è causato dalla reazione del sistema immunitario del corpo al virus della dengue, che può causare infiammazione e dolore muscolare. Questo dolore può essere così intenso da rendere difficile il movimento e può essere accompagnato da altri sintomi come mal di testa, nausea e vomito.
Per alleviare i sintomi della febbre spaccaossa, si consiglia di riposare, bere molti liquidi, assumere antidolorifici come il paracetamolo e applicare impacchi caldi o freddi sulla zona dolorante. In alcuni casi, i pazienti con dengue possono richiedere cure ospedaliere per gestire i sintomi e prevenire complicazioni più gravi.
Per prevenire la dengue, è importante prendere misure preventive per evitare le zanzare e ridurre le probabilità di essere punti. Ecco alcuni consigli per sopravvivere alla dengue:
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STANNO IMPOSTANDO IL MERCATO DEL FUTURO: QUELLO DEI TRAPIANTI A PAGAMENTO CHE È’ LA ( FINORA) MIGLIORE APPROSSIMAZIONE TROVATA ALL’IMMORTALITÀ’. PAGANDO S’INTENDE.
LA CRISI INTERNAZIONALE DIVENTA DI CIVILTÀ E AFFIORA NELLE MANIERE PIÙ IMPENSATE . ECCO DUE ESEMPI. di Antonio de Martini

TRA LE ELEZIONI PRESIDENZIALI TURCHE DEL 14 MAGGIO E QUELLE DI TAIWAN DEL PROSSIMO GENNAIO SI GIOCA CON TORTUOSE ALLEANZE NELLE URNE IL DESTINO DELLA PACE.
Il primo e l’ultimo scoglio da superare senza finire in un allargamento del conflitto, riguardano entrambi il proibire l’accesso ai mari aperti per Russia ( il Mediterraneo) e Cina ( il Pacifico).
L’Asia, potenza terrestre bicefala, ha bisogno di impadronirsi di porti e rotte marittime non soffocate dalle potenze marinare – USA e alleati- mentre queste spendono risorse , intessono reti, ricorrono alla pirateria, per evitare che la Cina , la fabbrica del pianeta, e la Russia, miniera del mondo, riescano a bypassarli sui liberi mercati e ne rendano inutili gli sforzi ultradecennali per mantenere l’ intermediazione progettuale, commerciale , finanziaria, valutaria e di difesa che li ha arricchiti per tutto lo scorso secolo, caratterizzato dalla disponibilità di lavoro asindacalizzato e materie prime a basso costo che l’Asia fornisce grazie a istituzioni robustamente condotte su sudditi rassegnati.
Il sistema si é retto sulla bipartizione del lavoro: occidente che possiede, finanzia e commercializza in nome del principio della libertà di commercio e oriente che produce e accetta crescite economiche al rallentatore.
Da qualche anno, lo abbiamo raccontato negli articoli pubblicati sul blog questa settimana ( su Cina e Giappone) i paesi asiatici, in questo secolo, hanno imparato la lezione dalla violenza subita per abbracciare il libero commercio , sono diventati da imitatori, innovatori, hanno abbandonato ogni ideologia e sono diventati formidabili concorrenti commerciali dei paesi occidentali che credevano intoccabili le loro posizioni privilegiate.
Si é verificato in grande, insomma, quel che é avvenuto da noi in Italia, nella grande distribuzione: la Cirio o la Barilla hanno aperto nuovi mercati di prodotti e i supermercati, gestendone la clientela, conoscendo i produttori e la logistica, la politica dei prezzi, hanno creato prodotti identici a costo inferiore, senza affrontare le spese di ricerca, personale comunicazione e riducendo i costi di intermediazione grazie alla conoscenza del paese e la distribuzione dei clienti.

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.
Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del « libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.
Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio « ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.
Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.
Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di « Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.
Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.
Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni « civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .
Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.
Il secondo « contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.
Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.
315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.
Di certo, non pensava alle alabarde.
