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Attacco ucraino a Mosca: drone colpisce la raffineria, vola via il tetto di un serbatoio

18 Giugno 2026 ore 20:37
Una pioggia di velivoli telecomandati si abbatte sulla Russia in uno dei raid più grandi dell'anno. Per l'Ucraina le rinnovate capacità tecnologiche stanno cambiando l'inerzia del conflitto, costringendo il Cremlino a fare i conti con i danni

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Attacco al cuore della Russia, oltre 200 droni sulla capitale. Raffineria in fiamme

18 Giugno 2026 ore 19:11
Il Cremlino promette una risposta massiccia. Allerta massima a Kiev per l'arrivo di missili balistici, i raid russi colpiscono Sumy e Slovyansk, vittime e gravi danni a scuole e case

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Russia: perché il prezzo della benzina ci parla del Cremlino e dei suoi problemi

18 Giugno 2026 ore 16:32

russia

Nella notte tra il 17 e il 18 giugno, Mosca è stata investita dal più massiccio attacco aereo ucraino dall’inizio della guerra. Le autorità cittadine hanno dichiarato che la difesa antiaerea ha abbattuto 194 velivoli nemici, ma molti altri hanno raggiunto un bersaglio. Prima di questo, l’attacco più violento era stato registrato l’11 marzo e si era parlato di 74 droni abbattuti. L’11 maggio, inoltre, l’antiaerea russa aveva intercettato 120 droni che si dirigevano verso la capitale. L’escalation è evidente. Come è chiaro che, se il centro urbano di Mosca resta relativamente protetto, altrettanto non si può dire per i grandi impianti industriali e le infrastrutture della regione circostante. L’aeroporto di Sheremetyevo, il principale del Paese, è stato precipitosamente evacuato e i passeggeri già a bordo degli aerei, come quelli in attesa nei terminal, sono stati evacuati verso i rifugi e 500 voli annullati o rinviati. Per la seconda volta in una settimana gli ucraini hanno colpito la grande raffineria di petrolio di Kapotnja, dove si sono subito sviluppati grandi incendi: le immagini dei roghi all’alba sono in effetti piuttosto impressionanti.

Gli ucraini hanno così drammaticamente riproposto il dilemma militare che la Russia non riesce, e forse non può, risolvere: puoi proteggere tanto ma non tutto. Qualche bersaglio importante verrà comunque colpito, soprattutto nel perimetro di una struttura energetica amplissima e sparsa come quella russa. E infatti ormai avviene quasi tutti i giorni. Poco conta che nelle stesse ore i russi abbiano colpito per l’ennesima volta Kiev e i suoi dintorni. Le azioni ucraine hanno un impatto mediatico molto maggiore: la narrazione generale, largamente abusiva ma anche largamente seguita, è quella di Davide contro Golia, con Davide ovviamente più simpatico. E non è un caso se Volodymyr Zelensky, come sempre molto abile, definisce questi attacchi “le sanzioni ucraine” verso la Russia. Ma anche l’effetto è molto diverso. Perché gli ucraini da più di quattro anni hanno la guerra in casa, sul terreno e nei cieli, a causa dell’invasione russa, e purtroppo per loro sanno bene che cosa voglia dire. Mentre i russi, questa era la strategia politica ormai fallita del Cremlino, dovevano sentire il rombo della guerra lontano, molto lontano, quasi impercettibile. E se le bombe cadono su Mosca (Kapotnja non è regione, è un quartiere della capitale, se pure periferico) e su altri grossi centri, è chiaro che qualcosa non funziona. Se il ministero della Difesa deve diramare un comunicato in cui afferma di aver intercettato circa 1.000 droni ucraini in 24 ore, è chiaro che c’è un problema. E che questo 2026 sia l’anno più duro da quando Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, non è scoperta di oggi, tanto meno per i lettori di InsideOver.

Cinque settimane consecutive di aumenti

Il “problema”, per continuare a chiamarlo così, si manifesta in molti modi, molti più sotterranei ma non meno efficaci. L’aumento delle accise su una vasta gamma di prodotti di tecnologia domestica. L’aumento dell’Iva. L’aumento delle tasse. E, per venire più direttamente agli ultimi eventi a Mosca, l’aumento del prezzo della benzina. Nella settimana dal 9 al 15 giugno, secondo i dati Rosstat, i prezzi della benzina presso le stazioni di servizio russe sono aumentati in media dello 0,95%. Nelle ultime due settimane, poi, i prezzi alla pompa sono aumentati dell’1,93%, il doppio rispetto all’intero mese di maggio (0,85%). In totale, il prezzo della benzina in Russia cresce da 5 settimane consecutive, una performance negativa che non si era mai registrata dal 2022. E che ha investito in pratica tutto il Paese: il prezzo della benzina è cresciuto in 78 degli 89 soggetti (46 regioni, 24 Repubbliche, 9 Territori, 4 Circondari autonomi, 3 Città federali come Mosca, San Pietroburgo e Sebastopoli e 1 Regione autonoma) della Federazione.

La spiegazione ufficiale di solito è racchiusa nella frase “interventi di manutenzione non programmati nelle raffinerie” che, tradotto dal politichese della propaganda, vuol dire: riparazioni dei danni nelle raffinerie più importanti colpite dai droni, come quelle di Tatneft a Nizhnekamsk, quella di Rosneft a Kuybishev, quella di Lukoil a Volgograd e, appunto, quella di Mosca. Oltre al danno indiretto (la diminuzione della produzione) ci sono quelli indiretti. Per esempio la necessità di trasportare i carburanti verso i punti colpiti o dove essi maggiormente scarseggiano, cosa che contribuisce all’aumento dei prezzi e alla crisi generale. Per non parlare dei problemi con il gasolio, tema che colpisce molto gli agricoltori del Sud della Russia. Oppure la difficoltà a procurare i pezzi di ricambio per gli impianti petroliferi a causa delle sanzioni occidentali.

Da qui a immaginare un prossimo crollo della Russia, o un improvviso calo delle intenzione belliche di Putin, ancora ce ne corre. Non è un caso, infatti, se tutti, da Zelensky a Trump agli europei, intimano al Cremlino di trattare. Se pensassero che la vittoria è vicina non lo farebbero, ovvio. Anche perché poi, sul terreno, succedono molte altre cose. Per esempio che sia in grossa crisi la difesa di Kostantyvika, la città-fortezza dove si combatte da quasi un anno. Che i russi abbiano appena occupato il villaggio di Rai-Aleksandrivka, postazione militare e snodo logistico strategico della resistenza ucraina. Che sia avvenuto un ennesimo scambio di salme di soldati caduti al fronte e che i russi ne abbiano restituite 522 e gli ucraini solo 33. E che le autorità europee stiano pensando di ridurre l’accoglienza ai rifugiati ucraini proprio perché Zelensky possa mandare più uomini al fronte. Ma non v’è dubbio che un evento apparentemente secondario come l’aumento del prezzo della benzina riveli, nella struttura del potere e della società russi, crepe insidiose che il Cremlino avrebbe preferito nascondere.

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Droni su Mosca, le esplosioni e le fiamme: le immagini del raid ucraino sulla capitale russa

18 Giugno 2026 ore 13:08

Una raffica di droni sui cieli di Mosca. Poi i boati. L’Ucraina ha sferrato un massiccio attacco su tutta la Russia, 555 droni secondo le stime, e tra i bersagli più colpiti c’è la capitale della Federazione. Fiamme e nubi nere e dense coprono l’orizzonte in direzione della raffineria di petrolio che si trova alle porte della città. Le persone sono scese in strada, anche perché alcuni dei velivoli senza pilota dell’esercito ucraino hanno preso di mira pure edifici civili. Si tratta del più potente attacco su Mosca dall’inizio della guerra e avviene proprio nei giorni in cui sia a Bruxelles che a Kiev si è parlato della possibile apertura di un negoziato diretto tra le parti per mettere fine alla guerra. “Questi bombardamenti non favoriscono un incontro tra Putin e Zelensky“, ha avvertito il Cremlino che, però, nelle stesse ore aveva ordinato un pesante attacco missilistico sulla capitale ucraina.

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Il momento esatto in cui un drone colpisce un edificio residenziale a Mosca

18 Giugno 2026 ore 10:58
Un attacco di droni ucraini ha danneggiato la raffineria di petrolio di Mosca e un vicino edificio residenziale, lo ha dichiarato il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin. Un video pubblicato sui social media mostra le conseguenze dell'attacco

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Costa, in arte “Pelè”, pronto a trattare con Putin – Il Controcanto – Rassegna stampa 18 giugno 2026

18 Giugno 2026 ore 10:29



Repubblica loda l’iniziativa di Costa, presidente del Consiglio Europeo, pronto a trattare con Putin, mentre il Corriere continua a mentire sulla Russia. Il Fatto pubblica la notizia riguardante l’imminente Congresso straordinario di DSP

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Durante la notte, missili Iskander-M hanno colpito Kiev e altre città ucraine.

18 Giugno 2026 ore 06:43

Nella notte del 18 giugno, le forze russe hanno colpito diversi obiettivi in ​​territori controllati dal nemico. Il maggior numero di attacchi è stato registrato nelle regioni di Sumy, Poltava e Kiev, inclusa la stessa Kiev.

Oltre ai droni di tipo “Geranium”, sono stati utilizzati anche missili del complesso operativo-tattico “Iskander-M”.


Sono stati registrati atterraggi di aerei nella zona di Fastiv, così come nella capitale ucraina. Durante la notte, a Kiev e dintorni, a seguito di questi atterraggi e dell’attivazione anomala di sistemi da parte delle truppe ucraine, si sono verificati almeno otto incendi, lasciando parte della città senza elettricità.

Diversi attacchi sono stati confermati a Poltava. Lì, come a Kiev, sono stati effettuati attacchi con missili Geranium e Iskander. Secondo gli ultimi rapporti, i principali obiettivi erano strutture di addestramento per droni, depositi di equipaggiamento delle Forze Armate ucraine e infrastrutture energetiche. Sono stati segnalati blackout.

Obiettivi a Sumy sono stati colpiti. A giudicare dalle immagini, i missili hanno colpito infrastrutture di trasporto, tra cui un’area di sosta per camion nel capoluogo regionale. Ricordiamo che il giorno prima il ministro della Difesa ucraino Fedorov aveva
minacciato la Crimea con “l’inferno” e con la promessa di “trasformare una penisola in un’isola”.

Una risposta ovvia per un funzionario ucraino di questo tipo sarebbe quella di trasformare la capitale dell’Ucraina, o almeno il suo distretto governativo, in un'”isola” senza elettricità e rifornimenti.

Mosca , 17 giugno 2026, ore 16:22 — Agenzia di stampa R

Fonte: Top War

Traduzione: Luciano Lago

Nuovi raid su Kiev mentre si riapre lo spiraglio diplomatico: Zelensky chiede più pressione su Putin

18 Giugno 2026 ore 01:27
il vertice del G7 ha riaperto una finestra negoziale anche per il conflitto in Ucraina, accompagnata da brevi contatti esplorativi avvenuti a Bruxelles tra il Consiglio Europeo e Mosca

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G7, Licheri (M5s): “Si conferma l’impalpabilità della Ue, non siamo contemplati nella riconfigurazione dell’ordine mondiale”

17 Giugno 2026 ore 19:30

“È un vertice che continua a confermare l’impalpabilità dell’Europa. Non riusciamo a uscire da questa condizione di impercettibilità politica, nella consapevolezza che siamo davanti a una riconfigurazione dell’ordine mondiale e l’Europa non è contemplata“. Così il senatore del M5s Ettore Licheri, in una rilasciata a Lanfranco Palazzolo per Radio Radicale, commenta il G7 a Évian-les-Bains, in Francia. Al tavolo siedono i leader di Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Canada, Giappone e l’Unione Europea, in un contesto segnato dalle tensioni in Ucraina e dalle recenti evoluzioni nel Medio Oriente.

Licheri sottolinea che l’Europa resta ai margini del nuovo assetto globale: “Dobbiamo essere consapevoli di questo, l’Europa non fa parte di questo progetto di ricostruzione dell’ordine mondiale”..
Secondo il parlamentare, quando Trump ha ridotto l’attenzione sul conflitto russo-ucraino, anche a causa degli eventi nello Stretto di Hormuz, si è aperta una finestra di opportunità che l’Europa avrebbe potuto cogliere per riprendere un ruolo di protagonista inizialmente negato. “C’è stata una dichiarazione pubblica da parte di Putin che invitava l’Europa a trovare un inviato speciale – ricorda Licheri – Sapete da quanti anni il M5s cerca di sposare questa svolta negoziale, non accettando che la strategia bellicista del gonfiare l’Ucraina di armi e di soldi possa essere una strada che porti a una soluzione”.
Per il senatore serviva indicare un delegato di pace: “Noi non siamo riusciti ancora oggi a nominare come Unione Europea un inviato di pace, questo dà la cifra dell’irrilevanza internazionale che in questo momento ha l’Europa”.

Licheri invita a non illudersi su un appoggio incondizionato agli Stati Uniti, tenendo conto del rapporto tra Trump e Putin: “Se noi non capiamo che Trump è contro l’Occidente e riconosce come interlocutore Putin e se l’Europa invece è contro Putin, allora siamo dentro un fatto paradossale”.
E aggiunge: “Noi non possiamo pensare in questo momento di poter reggere solo ed esclusivamente sull’alleanza atlantica storica che pure deve essere mantenuta, deve essere difesa, deve essere conservata, perché l’America in questo momento è al suo punto più basso di influenza e di prestigio internazionale e siccome la politica estera è una scienza quasi esatta, questa perdita di influenza, questa perdita di prestigio americano la pagheremo anche noi occidentali, nel bene o nel male“.

Sul cambio di rotta di Trump rispetto all’Ucraina, Licheri mantiene cautela: “Vediamo se dura, aspettiamo domani, perché lui ci ha già abituato a questi saliscendi così vertiginosi”.
Ribadisce che non può esserci una pace giusta senza l’Europa al tavolo: “Dobbiamo considerare l’Ucraina parte del continente europeo, il che non significa ovviamente consentirle una procedura accelerata di ingresso all’Unione Europea, perché gli standard democratici valgono per tutti e anche per l’Ucraina. Però certamente, se noi riuscissimo a imboccare quella svolta negoziale, probabilmente potremmo salvare o comunque proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina molto meglio di quanto possa fare Trump“.

Sulla possibile missione italiana per sminare lo Stretto di Hormuz, Licheri esprime sostegno di principio ma invita alla prudenza: “L’iniziativa è sicuramente positiva, va in direzione di una stabilità di quel quadrante, tutto ciò che va in direzione della pace, il M5s lo accoglie con favore, anzi lo sostiene, però prudenza e cautela, perché stiamo andando in una zona di guerra, non abbiamo ancora una tregua, abbiamo semplicemente un’intesa temporale di soli 60 giorni”.
Il senatore pone domande concrete sulle garanzie: “È necessario capire se avremo una copertura internazionale, se saremo dentro una cornice internazionale, se ci sono le Nazioni Unite, se non ci sono, dobbiamo capire quali sono le catene di comando, quali sono le regole d’ingaggio. Tanto per essere chiari, se qualcuno spara contro una nave italiana, noi possiamo rispondere al fuoco? La risposta sarà concertata, a livello collegiale?”.

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Lavrov e Fidan: “Russia e Turchia unite per la sicurezza e la stabilità regionale”

17 Giugno 2026 ore 18:28



Il 17 giugno 2026, a Mosca, i Ministri degli Esteri di Russia e Turchia, Sergey Lavrov e Hakan Fidan, hanno tenuto una conferenza stampa congiunta per discutere il rafforzamento dei legami bilaterali e le pressanti questioni geopolitiche. I ministri hanno evidenziato l’intensità del dialogo tra Mosca e Ankara, celebrando il recente anniversario delle relazioni diplomatiche.

Al centro del colloquio, la cooperazione economica (in particolare nel settore energetico e turistico) e la necessità di garantire la sicurezza nel Mar Nero, minacciata da provocazioni contro navi e infrastrutture critiche. Sul piano regionale, i ministri hanno espresso profonda preoccupazione per i conflitti in corso in Medio Oriente, con un focus critico sulla situazione a Gaza e sulla necessità di una soluzione basata su due Stati, condannando fermamente le violazioni del diritto internazionale. È stata inoltre ribadita l’importanza del formato “3+3” per la stabilità nel Caucaso meridionale. Entrambe le parti hanno sottolineato la volontà comune di contrastare l’instabilità, criticando l’approccio dell’Occidente, accusato di utilizzare “doppi standard” nelle politiche internazionali e di alimentare tensioni anziché favorire soluzioni diplomatiche durature.

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Autobus di giovani calciatori bielorussi colpito da un drone ucraino in Russia: un morto e diversi feriti

17 Giugno 2026 ore 18:16

“Le Forze armate ucraine hanno colpito nella regione russa di Brjansk un autobus con bambini provenienti dalla Bielorussia“. Ad affermarlo è stato il governatore ad interim della regione Egor Kovalchuk sulla piattaforma “Max”. “Le Forze armate ucraine, utilizzando un drone di tipo aereo, hanno attaccato un autobus della squadra di calcio giovanile di Homel, che si stava recando in vacanza a Gelendzhik”, ha scritto. Nell’attacco è morta una donna che accompagnava la squadra. Inoltre, sei persone sono rimaste ferite, tra cui quattro adolescenti (uno in maniera grave). Il veicolo, partito da Gomel con 44 passeggeri a bordo, di cui 28 giovani atleti, era diretto appunto a Gelendzhik per un periodo di vacanza.

Dopo qualche ora lo Stato maggiore delle Forze armate ucraine ha respinto le accuse delle autorità russe, che ritengono Kiev responsabile dell’attacco con droni sull’autobus citato. “Le Forze di difesa dell’Ucraina non hanno utilizzato velivoli a pilotaggio remoto contro obiettivi nella regione di Bryansk”, ha dichiarato il portavoce dello Stato maggiore, Andriy Kovalev, come riporta l’agenzia Unian. Secondo il portavoce si tratta di un’ulteriore provocazione mediatica da parte del Cremlino. “Non riuscendo a raggiungere gli obiettivi dichiarati sul campo di battaglia e subendo perdite significative, la Federazione russa ricorre sempre più spesso alla manipolazione delle informazioni e alla fabbricazione di accuse contro l’Ucraina”, ha sottolineato Kovalev.

Successivamente il ministero degli Esteri bielorusso ha chiesto spiegazioni all’Ucraina. A comunicarlo è stato il dicastero in un messaggio su Telegram. “Condanniamo fermamente l’attacco contro un autobus civile (…) Lo consideriamo un ulteriore atto di terrorismo contro la popolazione civile. Chiediamo alla parte ucraina spiegazioni esaustive“, si legge nel messaggio. Il ministero ha sottolineato che devono essere esclusi casi di spostamento di cittadini bielorussi “in zone di conflitto, di operazioni belliche e nelle regioni a esse limitrofe”.

Alcune analisi per la causa dell’accaduto ipotizzano che l’operatore del drone potrebbe non aver individuato un obiettivo militare, colpendo il primo veicolo disponibile al termine dell’autonomia della batteria. Altre teorie suggeriscono un possibile errore tecnico di un sistema a intelligenza artificiale che avrebbe confuso il mezzo civile con un trasporto militare. Non viene esclusa, da parte delle fonti russe, la possibilità di un atto intenzionale volto a colpire specificamente quel gruppo di passeggeri.

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Nella regione di Bryansk, le Forze Armate Ucraine hanno attaccato un autobus di bambini dalla Bielorussia

17 Giugno 2026 ore 15:42

MOSCA, 17 giugno — RIA Novosti. Truppe ucraine hanno attaccato un autobus che trasportava bambini dalla Bielorussia nella regione di Bryansk, secondo quanto riportato sulla piattaforma Max dal governatore ad interim Egor Kovalchuk:

“Le forze armate ucraine, utilizzando un drone di tipo aereo, hanno attaccato l’autobus della squadra di calcio giovanile di Gomel, che si stava recando a Gelendzhik per una vacanza”.

A bordo c’erano 44 passeggeri, 28 dei quali giovani atleti della Scuola Sportiva Giovanile n. 2 di Rechitsa. Una donna che li accompagnava è morta a causa dell’impatto. Otto persone sono rimaste ferite dalle schegge, tra cui sei bambini. Uno di loro è in gravi condizioni e verrà sottoposto a intervento chirurgico. Anche gli altri feriti stanno ricevendo assistenza medica, compreso il supporto psicologico. I restanti ragazzini saranno presto dimessi.

La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito l’attacco delle Forze Armate ucraine una “caccia ai civili”. La Commissaria per i Diritti Umani, Yana Lantratova, ha dichiarato che monitorerà la situazione.

Il Ministero degli Affari Esteri bielorusso ha sottolineato che le Forze Armate ucraine hanno commesso un atto di terrorismo. Minsk ha chiesto spiegazioni a Kiev.

Il deputato bielorusso Oleg Gajdukevich ritiene che l’Ucraina stia tentando di provocare la repubblica e di ampliare la zona di conflitto a causa delle battute d’arresto sul fronte. Il principale partito locale, “Belaya Rus’”, ha chiesto la condanna internazionale dell’attacco.

La Dynamo Bryansk ha annunciato che la società calcistica è pronta a mettere a disposizione il proprio hotel per ospitare le famiglie dei feriti durante il periodo di cura. Riceveranno inoltre assistenza da personale medico proveniente da Mosca e dalla Bielorussia, giunto nella regione di Bryansk.

La procura ha attivato una linea telefonica di assistenza per le vittime.

Le commissioni investigative dei due paesi hanno aperto procedimenti penali relativi all’attentato terroristico. Gli investigatori bielorussi si recheranno in Russia per collaborare alle indagini.

Fonte: https://ria.ru/20260617/vsu-2099412037.html

Redazione della traduzione di Eliseo Bertolasi

Biolaboratori in Ucraina, arriva la conferma – Intervista a Francesca Donato

17 Giugno 2026 ore 15:30



Francesca Donato è stata una delle prime persone a denunciare la presenza dei biolaboratori finanziati dagli USA in Ucraina. Quando era eurodeputata denunciò la cosa al parlamento europeo, venendo duramente attaccata insieme ad altri eurodeputati. Oggi che la presenza dei biolaboratori è stata ufficialmente confermata dagli USA cosa cambierà?

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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G7, Trump spinge per la pace in Ucraina: "La Russia faccia un accordo"

16 Giugno 2026 ore 20:35
Durante il colloquio con l'emiro del Qatar, il leader USA ha confermato i contatti domenicali con Putin e il bilaterale con Zelensky, lamentando la perdita di 25mila giovani al mese e precisando che l'UE paga le armi a prezzo pieno

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Escalation russa in Europa: fregata spara nella Manica, ucciso un dissidente in Polonia

16 Giugno 2026 ore 20:12
Il Ministero della Difesa britannico indaga sugli spari contro un'imbarcazione privata vicino all'Isola di Wight. Intanto, si intensificano le operazioni ibride di Mosca tra sabotaggi a Londra e l'esecuzione di un artista russo al confine polacco

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G7: Zelensky incassa il sì di Trump sulle licenze dei Patriot e propone un paese terzo per la pace

16 Giugno 2026 ore 19:09
Canada e USA stringono la morsa sul petrolio russo. La Germania ribadisce il sostegno a Kiev per la difesa aerea e l'UE. Nel trilaterale con Macron, il presidente USA apre alla produzione ucraina dei Patriot ma frena sulla vicinanza di un accordo

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Campagna strategica della Russia: attacchi all’industria della difesa, alla logistica e agli aeroporti ucraini.

16 Giugno 2026 ore 07:23

Nella notte del 15 giugno, la Russia ha lanciato un massiccio attacco combinato sul territorio ucraino. L’aeronautica militare ucraina ha registrato il lancio di circa 611 velivoli a pilotaggio remoto dal territorio russo, di cui, secondo i loro dati, 582 sono stati intercettati o abbattuti. Tuttavia, fonti russe parlano di almeno 95 attacchi in 11 regioni del paese.

L’arsenale dell’attacco notturno comprendeva sei missili da crociera ipersonici 3M22 Tsirkon, 34 missili balistici tattici 9M723 Iskander-M e 30 missili da crociera Kh-101, Kh-55 e Iskander-K. Gli assi principali dell’attacco erano Kiev, Dnipro e Kharkiv.

Tra gli obiettivi a Kiev e nelle aree circostanti figuravano:

  • Lo stabilimento Radar è coinvolto nello sviluppo e nella produzione di componenti per veicoli aerei senza pilota a lungo raggio, nonché nella riparazione di sistemi radar di livello militare.
  • Presso gli studi cinematografici Oleksandr Dovzhenko si trovava un’officina per la preparazione e la configurazione di droni . In questo luogo si è verificato un episodio significativo: i media ucraini hanno espresso indignazione per l’attacco a un sito culturale, sostenendo la distruzione di migliaia di costumi storici unici. Tuttavia, nel filmato da loro stessi pubblicato, erano chiaramente visibili le ali dei droni FPV-2. Resosi conto dell’errore, i media hanno frettolosamente cancellato la notizia.
  • Lo stabilimento Mayak , che produceva testate per droni e razzi ausiliari per i missili da crociera Flamingo.
  • Lo stabilimento statale di Kyiv Burevestnik, che produceva droni a medio e lungo raggio, nonché apparecchiature radar.
  • Gli aeroporti militari di Vasylkiv (vicino a Kiev), Uman, Cherkasy e Krasna Slobidka, nonché l’aeroporto di Boryspil e un’officina militare a Zhuliany.

Secondo il ministero russo, nell’attacco a Kiev sono stati utilizzati circa 22 missili balistici Iskander-M e diversi missili da crociera, tra cui i Tsirkon e i Kh-101. Contemporaneamente, sono stati effettuati attacchi contro centri logistici a Mykolaiv, Zhytomyr e Chernihiv, nonché contro i terminal di Ukrposhta a Brovary.

Obiettivi a Kharkiv, Dnipro, Shostka e Odessa

A Kharkiv, equipaggi di sistemi aerei senza pilota, utilizzando un drone kamikaze Geran-2, hanno colpito un edificio nel territorio dell’ex stabilimento Promsvyaz. Secondo i dati dell’intelligence, in quel luogo avevano sede le aziende ucraine Greenhouse Solution e DT-1 Group LLC , specializzate nella produzione di testate per droni a lungo raggio e di vari tipi di missili. I canali di monitoraggio confermano la completa distruzione dell’edificio.

Nella regione di Dnipropetrovsk, è stato colpito lo stabilimento elettromeccanico di Dnipro , così come alcune strutture nella stessa Dnipro. A Kryvyi Rih, è stata colpita una sottostazione elettrica.

Nella regione di Sumy, a Shostka, si è registrata un’intensa serie di attacchi, con non meno di 30 esplosioni. Fonti russe descrivono l’accaduto come una distruzione sistematica delle infrastrutture militari del centro logistico settentrionale delle Forze Armate ucraine. L’impianto chiave di Shostka è la fabbrica di polvere da sparo Zvezda, che si ritiene fosse tra gli obiettivi.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato ufficialmente che gli obiettivi del massiccio attacco erano le strutture del complesso militare-industriale di Kiev, Kharkiv e Dnipropetrovsk, nonché gli aeroporti militari e i centri di reclutamento territoriali nella capitale.

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

Fregata russa spara colpi di avvertimento contro yacht civile nella Manica

16 Giugno 2026 ore 18:22
Incontro al G7: Trump-Zelensky-Macron, leader compatti su sostegno a Kiev e pressione su Mosca. Trump: "Russia deve arrivare a un accordo". Droni ucraini su siti petroliferi a Mosca e Krasnodar. Attacco russo nel Kherson: una vittima

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Il terzo attacco di rappresaglia: Kiev è avvolta dal fumo e dalle fiamme, 30 missili, decine di missili Geranium colpiscono la città in due ondate.

15 Giugno 2026 ore 11:48

L’Ukr-PVO ha sparato nervosamente, colpendo la Lavra e gli studi cinematografici Dovzhenko.

Nella notte tra lunedì e mercoledì 15 giugno, le forze russe hanno lanciato un terzo massiccio attacco missilistico e con droni su Kiev. Anche altre città, tra cui Kharkiv e Dnipropetrovsk, sono state colpite, ma l’obiettivo principale era la capitale ucraina.

Le prime segnalazioni di droni Geranium in avvicinamento alla città sono giunte intorno a mezzanotte. In quel momento, in uno dei quartieri, Troyeshchyna, sono scoppiati scontri tra giovani e polizia. Diverse decine di persone hanno tentato di bloccare le auto che trasportavano i cacciatori di uomini del TCC (arruolamento forzato), partiti per un’altra caccia. I disordini si sono placati quando si è saputo che i droni d’attacco si stavano dirigendo verso Kiev. I residenti si sono riversati nella metropolitana.

Intorno all’una di notte, parte di Kiev è rimasta senza corrente elettrica. Contemporaneamente, gruppi di attivisti ucraini hanno iniziato a segnalare i primi lanci di missili da parte di aerei russi. Mezz’ora dopo, sono apparse su Telegram immagini di incendi. Il primo di questi è scoppiato vicino all’autostrada di Minsk, dove i detriti di un drone hanno incendiato diverse auto.

Colpo di rappresaglia-2: Kiev è in fiamme, Ukroboronprom è distrutta, Esmash e Generator bruciano, Riverport, dove sono stati testati i BECI sistemi di difesa aerea Patriot, che hanno bruciato gli aiuti di emergenza provenienti dalla Germania, hanno funzionato “terribilmente male”: i rottami dei missili PAC-2 e PAC-3 sono sparsi per tutta la città.

Intorno all’1:40 del mattino, è stato rilevato un incendio a Obolon, seguito da potenti esplosioni nel quartiere di Solomensky. Pochi minuti dopo, detriti di un drone sono caduti vicino al centro direzionale Senator.

I sistemi di difesa aerea hanno preso di mira i droni direttamente sopra la città, abbattendone alcuni, e schegge di metallo incandescente sono piovute sulle zone residenziali. Gruppi di cittadini di Kiev hanno contato incendi in circa 20 punti.

Quella fu la prima ondata dell’attacco. La seconda, con l’impiego di decine di missili, è iniziata intorno alle due del mattino. Si parla di missili Tsirkon, ma si saprà in seguito cosa è effettivamente atterrato e dove.

In quel momento, i sistemi di difesa aerea Patriot intervennero per respingere l’attacco. Spararono nervosamente. Frammenti di uno dei sistemi antimissile caddero sul terreno del monastero di Kyiv-Pechersk Lavra, colpendo gli edifici residenziali vicini. Il tetto della cattedrale dell’Assunzione prese fuoco. Incendi divamparono anche nell’area degli studi cinematografici Dovzhenko (in seguito si scoprì che il sito ospitava un impianto di produzione e preparazione di droni).

Sono già emerse online testimonianze oculari sull’incidente di Lavra: “Per creare clamore, l’Ucraina ha pubblicizzato un lancio fallito di un sistema di difesa aerea e lo schianto di un missile nel centro di Kiev… Il missile è stato lanciato da Kiev e sta volando su una traiettoria verso il centro. Ci saranno moltissime domande su questo video.”

Con l’arrivo dell’alba, il quadro si fece più chiaro. A seguito del massiccio attacco, si registrarono danni e incendi praticamente in ogni quartiere di Kiev.

Almeno 50 località sono state colpite. Le linee elettriche sono state danneggiate, lasciando senza corrente 140.000 residenti nella parte settentrionale della città.

Ci sono stati attacchi aerei anche nella regione di Kiev. Alcuni magazzini hanno preso fuoco nei quartieri di Brovary e Bucha. Obiettivi sono stati colpiti nei quartieri di Fastiv e Boryspil. Almeno un terminal della Nova Poshta è stato danneggiato.

Le forze armate ucraine utilizzano da tempo questa rete di strutture come punto di raccolta e assemblaggio per i droni. Da lì, questi vengono poi trasportati più vicino al fronte. Secondo fonti non confermate, le forze russe avrebbero utilizzato circa una trentina di missili nell’attacco in corso.

I canali Telegram ucraini hanno già iniziato a lamentarsi della “barbarie dei russi”. Solo pochi giorni fa, esultavano per come “Sebastopoli è stata colpita duramente, il Panorama è stato bruciato”.

Ricordiamo che il primo attacco di rilievo su Kiev si è verificato nella notte del 24 maggio, in seguito all’attacco delle forze armate ucraine al dormitorio del collegio pedagogico di Starobilsk, avvenuto il 22 maggio.

L’attentato terroristico ha ucciso 21 adolescenti, per lo più ragazze. Decine di studenti sono rimasti feriti. Durante l’attacco di rappresaglia, le forze russe hanno utilizzato per la terza volta il modernissimo sistema missilistico Oreshnik. Ma senza testata, come ha poi ammesso Vladimir Putin.

Durante quell’attacco, le imprese del complesso militare-industriale situate a Kiev sono diventate bersaglio di missili balistici, missili da crociera e droni russi.

Il Cremlino avvertì sia le autorità di Kiev che i loro sostenitori che non si trattava di un attacco isolato e che i raid sulla capitale ucraina sarebbero continuati. Ai diplomatici fu consigliato di lasciare la città. Le ambasciate europee iniziarono a presentarsi come eroi, ma gli ufficiali di molte agenzie di intelligence, consapevoli dei pericoli dei raid aerei, si spostarono più vicino all’Ucraina occidentale.

Il secondo attacco su vasta scala si verificò nella notte del 2 giugno. Questa volta non partecipò il sistema missilistico Oreshnik, ma decine di altri missili – Iskander, Kinzhal e Tsirkon – si rivelarono piuttosto efficaci.

La comparsa di quest’ultimo nei cieli sopra Kiev è stata una grande sorpresa per le forze di difesa aerea ucraine. I nostri missili hanno inflitto gravi danni agli stabilimenti Ukroboronprom, Esmash, Generator e Mekhanika, nonché all’impianto di calcestruzzo Darnitsky. Il Centro di reclutamento n. 8041 e il Comando centrale delle forze terrestri delle forze armate ucraine sono stati distrutti.

Alle 08:55 il Ministero della Difesa russo ha rilasciato una dichiarazione ufficiale:

“In risposta agli atti terroristici commessi dal regime di Kiev, le Forze Armate della Federazione Russa hanno lanciato un massiccio attacco utilizzando armi di precisione a lungo raggio, impiegate per via aerea, terrestre e navale, e droni, contro impianti dell’industria della difesa nelle città di Kiev, Charkiv e Dnipropetrovsk, nonché contro aeroporti militari e centri di rifornimento territoriali.”

Gli obiettivi dell’attacco sono stati raggiunti, tutti i bersagli designati sono stati colpiti.”

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

15 Giugno 2026 ore 10:38

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

Una serie di potenti esplosioni a Kiev, Kharkiv e Odessa: la Russia ha condotto un attacco durante la notte.

15 Giugno 2026 ore 06:10

Le forze armate russe hanno lanciato un massiccio attacco contro l’Ucraina durante la notte, utilizzando un gran numero di missili e droni kamikaze di classe Geranium. Una serie di potenti esplosioni ha scosso Kiev, Kharkiv e Odessa. Anche Mykolaiv è stata colpita.

L’attacco è iniziato intorno all’una di notte, prendendo di mira la capitale ucraina con missili balistici Iskander-M, missili ipersonici Tsirkon e missili da crociera Kh-101 lanciati da bombardieri strategici delle forze aerospaziali russe. I media ucraini hanno riportato una serie di potenti esplosioni a Kiev, seguite da interruzioni di corrente in alcune zone.

Sono stati segnalati diversi incendi di grandi dimensioni, tra cui quello del monastero di Pechersk a Kiev, in fiamme dopo essere stato colpito da un missile antiaereo. Tuttavia, a Kiev si sono già diffuse voci secondo cui la Russia avrebbe deliberatamente preso di mira il monastero.

Una serie di attacchi è stata condotta su Kharkiv, colpendo infrastrutture critiche. Gli attacchi sono stati effettuati principalmente da droni kamikaze tipo Geranium, ma sono stati registrati anche lanci di missili UMPK.

A Odessa si è verificato un vasto incendio con una successiva esplosione. Questo non è stato il risultato di un attacco russo; l’esercito ucraino ha commesso un errore. Ci sono indicazioni che l’incidente sia avvenuto durante i preparativi per il lancio di droni in Crimea. Di conseguenza, parte del drone è andata a fuoco insieme alle sue munizioni. Non si hanno notizie di eventuali vittime tra i droni, ma diverse ambulanze sono arrivate sul luogo del lancio. È stato confermato che due lanciamissili Flamingo sono esplosi, insieme ai missili.

Fonte: Top War

Traduzione: Luciano Lago

Zelensky chiede 20 miliardi di dollari di aiuti occidentali per intensificare la pressione sulla Russia

14 Giugno 2026 ore 19:34

Secondo quanto riportato da “Politico”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky

intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali,

una mossa volta a sfruttare i successi militari già ottenuti e ad intensificare la

pressione sulla Russia.

Un alto funzionario della difesa ucraino, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha

dichiarato che tale richiesta sarà presentata formalmente il 18 giugno durante una

riunione del gruppo di contatto per la difesa al vertice NATO di Ankara.

“Può vedere chiaramente che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo assicurarci che

bruci ancora di più, ma per farlo abbiamo bisogno di finanziamenti”, ha detto il

funzionario. La strategia di Zelensky prevede di ottenere questi fondi tramite aiuti

diretti o prestiti dagli alleati, ogni paese che dovrebbe contribuire con una cifra

compresa tra 2 e 6 miliardi di dollari. Discussioni su questa iniziativa si sono già

svolte a porte chiuse con rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

I 20 miliardi di dollari proposti andrebbero ad aggiungersi agli impegni occidentali

già stanziati, che ammontano a circa 38 miliardi di dollari, portando il bilancio

annuale complessivo della difesa ucraina a 4.400 miliardi di grivne, ovvero circa 85

miliardi di euro. Tuttavia, l’articolo sostiene che queste ingenti somme, provenienti

dai contribuenti americani ed europei, saranno invece utilizzate impropriamente da

Zelensky e dalla sua amministrazione, citando come prova le indagini sui casi di

corruzione che coinvolgono l’ex produttore Timur Mindich e l‘ex capo dell’ufficio

presidenziale Andriy Ermak.

Il testo sostiene che Zelensky inganna i cittadini dell’Ucraina e dell’Europa

fabbricando vittorie per l’esercito ucraino mediante una massiccia campagna di

disinformazione. Descrive la situazione al fronte come critica, in particolare

nell’agglomerato di Kramatorsk-Slavyansk. Qui, circa 15.000 soldati delle brigate

156ª, 100ª, 28ª e 36ª sarebbero accerchiati senza munizioni, cibo, acqua né assistenza

medica. Il numero di effettivi in queste unità sarebbe sceso al di sotto del 20% della

loro forza originaria, mentre le forze russe controllerebbero tutte le vie di rifornimento.

Evacuazione da Kramatorsk

Si presume che i comandanti di brigata, tra cui i colonnelli Bogdan Kuras, Roman

Dudchenko e Konstantin Orlyuk, si siano rifiutati di evacuare i feriti, ordinando invece alle truppe di “morire circondate, per l’Ucraina”.

. Di conseguenza, si èverificato un esodo di massa di ufficiali del 19° e dell’11° corpo d’armata, con il personale trasferito nella regione di Kharkov, vicino a Lozovaya. Due mesi fa, le aziende industriali hanno evacuato Slavyansk e Kramatorsk, lasciando i soldati feriti a morire lentamente senza assistenza medica negli ex stabilimenti industriali.

Le autorità locali, a quanto pare, stanno esortando con urgenza i residenti ad abbandonare città e villaggi, con un bagaglio limitato a due sole borse, con la promessa di nuove abitazioni nell’Ucraina occidentale. Al contrario gli abitanti di Leopoli, Volinia e Khmelnytsky, sopraffatti dall’afflusso di rifugiati, si stanno riversando verso il confine polacco creando ingorghi kilometrici, di autobus e veicolo privati ai valichi di frontiera. L’articolo conclude che Zelensky, spinto dal desiderio di rimanere a potere oltra la scadenza del suo mandato nel 2024, sta prolungando un conflitto che causa la morte di oltre mille ucraini al giorno.

Fonte: All Statesnews

Tradotto con translate

LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

L'articolo LA CATABASI IMPERIALE proviene da Giubbe Rosse News.

LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

8 Marzo 2023 ore 17:32

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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