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ESTATE, BOOM DI VACANZE CON CANI E GATTI: +650% DI RICERCHE SUI VIAGGI CON I FELINI

6 Agosto 2026 ore 18:16

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.

(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)

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MAMMA DELFINO PORTA IL CUCCIOLO MORTO SUL DORSO: L’IMMAGINE COMMUOVE IL WEB

6 Agosto 2026 ore 18:08

Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.

(Frame e video The Independent)

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SICILIA, TARTARUGHE MARINE: OLTRE 130 DEPOSIZIONI DI UOVA

6 Agosto 2026 ore 16:44

Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).

(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

5 Agosto 2026 ore 18:17

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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Cannaflavina A: il flavonoide della cannabis che inibisce fino al 99% la crescita di cellule tumorali

5 Agosto 2026 ore 12:47
La ricerca sulla cannabis continua a rivelare composti poco conosciuti ma potenzialmente molto interessanti dal punto di vista medico. Tra questi c’è la cannaflavina A, un flavonoide naturalmente presente nella pianta che, secondo i risultati preliminari diffusi dalla società statunitense Standard Seed Corporation (SSC), avrebbe mostrato un’importante attività antiproliferativa contro diverse linee cellulari tumorali durante …

Stato di emergenza in stato di attesa*

5 Agosto 2026 ore 09:27

Calamità di dimensione regionale e relativamente contenuta vengono spesso classificate come emergenze nazionali, con procedure più lunghe e ritardi negli indennizzi. La correzione potrebbe consistere nella compartecipazione alle spese delle regioni.

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5 Agosto 2026 ore 09:27

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Sicurezza americana, economia cinese: il doppio binario del Golfo alla prova della guerra con l’Iran

5 Agosto 2026 ore 07:00

L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.

Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.

La sicurezza resta americana

Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale. 

La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.

A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.

Su tutto il resto, Pechino avanza

Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.

Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.

C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.

Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.

Il doppio binario e i suoi limiti

Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.

Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.

Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.

Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.

Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.

La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.

L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

4 Agosto 2026 ore 07:00

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.

La rivincita del piccione

3 Agosto 2026 ore 07:54

O nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue, cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate di escrementi.

Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento, selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro: guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.

Ratti con le ali
Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen.

Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.
Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono mai stati del tutto risolutivi.

I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità. Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio.

Dalle grotte alle colombaie
Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna.

Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori. Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere, per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida.

Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori.
Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo, garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie, destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia: da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste, come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio, dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi.

Bellezze da esposizione e abili messaggeri
Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione francese.

La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta, distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa.

I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine.
Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni conobbero un momento prospero.

I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera, lo scienziato scrive:

Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi. Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza.
Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”.
Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia.
Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra.

I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe, inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili.

È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di emergenza.

L’intelligenza del piccione
Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo.

Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento, un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscere volti umani.
Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e, riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50 anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed etologica.

Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente, hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare così il lavoro dei radiologi.

I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale: sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici.

Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine di importanti riviste scientifiche.

Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità
I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior, ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa questa abilità che ritroviamo anche in altri animali.

La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto. Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole.

Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità.
Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che, come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione.

Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad esempio con programmi educativi e progetti di citizen science.

In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono:

Le qualità speciali dei piccioni inselvatichiti sono raramente riconosciute come tali, il che è il risultato del modo in cui gli esseri umani percepiscono il mondo naturale. […] Le visioni del mondo occidentali dominanti hanno insegnato che la natura esiste per l’uso umano e che gli esseri umani ne sono i custodi o i curatori, fondamentalmente separati dal mondo naturale. Questa posizione filosofica si è rivelata svantaggiosa sotto molti aspetti, uno dei quali è rilevante in questo contesto: poiché gli esseri umani considerano le proprie attività come diverse dalla ‘natura’, esse vengono ritenute manufatti, derivanti da abilità umane e non naturali.

Se pensiamo a quanto della nostra storia abbiamo condiviso con i piccioni, al lungo percorso di domesticazione che abbiamo affrontato insieme, alle loro insospettate forme di intelligenza e al fatto che una stessa specie (spesso esclusa dai grandi racconti della coevoluzione) sia stata per noi cibo, compagnia, strumento di comunicazione, di guerra e di conoscenza, oltre a mostrarci quanto possa essere sfumato il confine tra selvatico e domestico, tra naturale e artificiale, allora non vedremo più davanti a noi degli uccelli sporchi e insulsi. Si trasformeranno ai nostri occhi in animali straordinari, che potrebbero aiutarci persino a salvaguardare la biodiversità e, con essa, il nostro futuro su questo pianeta.

L'articolo La rivincita del piccione proviene da Il Tascabile.

Kazakistan. Una medio-piccola potenza rivendica la propria capacità di iniziativa in un ordine internazionale sempre più frammentato

3 Agosto 2026 ore 07:00

Un gigante dell’uranio nel cuore dell’Eurasia

Il Kazakistan è situato nel cuore dell’Asia Centrale: confina a nord e a ovest con la Russia, a est con la Cina e a sud con Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan, mentre a sud-ovest si affaccia sul Mar Caspio. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, produce da solo circa il 60% del PIL dell’intera regione. Ricco di risorse naturali, possiede enormi riserve di idrocarburi ed è il primo produttore mondiale di uranio, con circa il 40% dell’estrazione globale.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Paese ha ereditato il quarto arsenale nucleare al mondo. Ha però scelto di rinunciarvi, sia per l’impossibilità di mantenerlo nel pieno della crisi economica post-sovietica, sia per la volontà di accreditarsi come partner affidabile sulla scena internazionale. Ha così trasferito le testate alla Russia e ceduto l’uranio militare agli Stati Uniti, in un processo avviato già nel 1991 con la chiusura del poligono nucleare di Semipalatinsk.

Nel 1993 ha aderito al Trattato di non proliferazione e nel 1994 è diventato membro dell’AIEA. Nello stesso anno, con l’operazione segreta nota come Project Sapphire, ha ceduto agli Stati Uniti circa 600 chilogrammi di uranio weapons-grade. Negli anni successivi ha avviato la collaborazione con il Nuclear Suppliers Group per il controllo dei materiali sensibili. Oggi, presso l’impianto metallurgico di Ulba a Öskemen, ospita la banca dell’uranio a basso arricchimento dell’AIEA (LEU Bank). Istituita nel 2017 in cooperazione con l’Agenzia e operativa dall’ottobre 2019, custodisce scorte di uranio destinate a usi civili.

La proposta di stoccaggio, oltre a essere coerente con questa lunga tradizione di non proliferazione, mostra come il Paese cerchi di accreditarsi quale mediatore non allineato, promuovendo un’immagine di attore indipendente nell’ordine internazionale.

Una politica estera multivettoriale

Il Kazakistan rappresenta un caso di studio interessante, è l’esempio di una medio-piccola potenza che, in uno scenario globale in evoluzione, ha reinterpretato la propria collocazione internazionale. Attraverso l’hedging – la costruzione di molteplici allineamenti flessibili e di coalizioni issue-based con Paesi affini – attori come Astana si adattano a un ordine mondiale incerto e frammentato. Fin dall’indipendenza, il Kazakistan persegue, infatti, una politica estera multivettoriale: coltiva in maniera bilanciata i rapporti con partner diversi, senza vincolarsi a un unico blocco di alleanze e sfruttando a proprio vantaggio la rivalità tra grandi potenze.

Con la Russia il Kazakistan mantiene una relazione storicamente solida sul piano economico, militare e infrastrutturale: entrambi fanno parte dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La dipendenza in ambito di sicurezza è emersa con chiarezza nel gennaio 2022 quando, durante le proteste innescate dall’aumento del prezzo del GPL, Tokayev richiese l’intervento della CSTO per ristabilire l’ordine. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Astana ha però mantenuto una posizione prudente, evitando di riconoscere le repubbliche separatiste e le annessioni russe. I legami economici restano forti, sebbene in lieve calo per effetto delle sanzioni e dell’allineamento kazako alle restrizioni occidentali sui beni strategici. Cresce intanto la preoccupazione per la sovranità nazionale e per le minoranze russofone del nord, accompagnata da un rafforzamento del nazionalismo e della lingua kazaka.

L’influenza cinese, in forte espansione, è soprattutto economica. Il commercio bilaterale è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con importazioni di materie prime kazake ed esportazioni cinesi di prodotti industriali e di consumo. Grazie alla Belt and Road Initiative il Kazakistan è divenuto un nodo strategico delle rotte eurasiatiche, in particolare per il transito energetico e commerciale: il gasdotto Cina–Asia Centrale ne è l’infrastruttura simbolo. Pechino investe anche in infrastrutture e rinnovabili, ma tra la popolazione resta diffusa la preoccupazione per una possibile dipendenza economica e per l’influenza politica cinese.

Le relazioni con Washington si sviluppano soprattutto nel formato C5+1, incentrato su economia, energia e sicurezza. Gli Stati Uniti mirano a rafforzare la propria presenza in Asia Centrale per diversificare le fonti energetiche e contenere l’influenza di Russia e Cina. In tal senso, il Kazakistan è rilevante per le risorse strategiche – uranio, terre rare, metalli – e per il suo ruolo nella sicurezza energetica globale. La distanza geografica e la concorrenza di altri teatri, dal Mediterraneo Allargato al Medio Oriente, rendono però la regione meno prioritaria per Washington.

Iran: il pragmatismo alla prova

I rapporti con l’Iran sono tradizionalmente improntati al pragmatismo economico. Negli ultimi anni i due Paesi hanno intensificato la cooperazione in commercio, trasporti e logistica, favorita dalla comune appartenenza a diversi forum regionali e dall’interesse kazako ad accedere ai mercati del Golfo e dell’Oceano Indiano attraverso il territorio iraniano. Ancora nel gennaio 2026 Astana e Teheran discutevano l’espansione della cooperazione economica e infrastrutturale.

La relazione non è però priva di limiti. Dopo gli attacchi iraniani che nel corso del conflitto hanno colpito anche i Paesi del Golfo, Tokayev ha inviato messaggi personali ai leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per esprimere piena solidarietà. Nei confronti di Teheran, al contrario, Astana si è limitata a condoglianze ufficiali per via diplomatica. Nell’aprile 2026 il viceministro degli Esteri kazako Arman Issetov ha poi annunciato la sospensione di diversi progetti congiunti con l’Iran – incluse alcune forniture di grano e parte del commercio alimentare – motivandola con l’instabilità e le difficili condizioni interne iraniane.

Il Kazakistan ha, dunque, assunto una posizione di fredda neutralità verso la Repubblica Islamica, per non compromettere la propria credibilità di fronte ai partner occidentali. Il mutato contesto geopolitico ha reso difficile una perfetta equidistanza, senza però intaccare la capacità di iniziativa del Paese.

Una proposta senza seguito, un segnale politico riuscito

A oltre un mese di distanza, la proposta kazaka non ha avuto seguito. Dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, firmato con l’intento di porre fine alle ostilità tra le due potenze, i vertici di Teheran hanno ribadito ufficialmente l’intenzione di diluire l’uranio arricchito in loco. «La nostra posizione è sempre stata che l’unico modo per gestire le scorte di materiale arricchito è diluirlo all’interno dell’Iran», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla televisione nazionale.

Il Kazakistan, in ogni caso, mantiene una posizione di neutralità diplomatica e conserva il ruolo di interlocutore affidabile agli occhi degli Stati Uniti. Al tempo stesso continua a coltivare i rapporti con Teheran, come dimostra il recente incontro tra l’ambasciatore kazako in Iran, Ontalap Onalbayev, e il viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari giuridici e internazionali, Kazem Gharibabadi, capo negoziatore del dossier nucleare. Il Paese riafferma così la propria linea di politica estera multivettoriale.

Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire

31 Luglio 2026 ore 11:49

Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista.

Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre.

Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo.

Ricordare

Focene – Buena Onda – 27 agosto

La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono.
È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare.
Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni.

Riconoscersi

Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento.

Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə .

Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi.

Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo.

Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato.

25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità.

E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo.

Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival

Resistere

Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento

I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati.

Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto.

Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica.

Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie.

Ripartire

Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio.

Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme.

Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra.

Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme.

Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga.

Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante.

Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto.

Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize.

E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore.
Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista.

Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano

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La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

31 Luglio 2026 ore 07:00

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

Freyja – la Coalizione dei Volenterosi lancia l’alternativa antimissilistica Made in Europe ai Patriot

30 Luglio 2026 ore 07:00

Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.

Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano  e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico

Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam. 

Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica  “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”. 

Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale). 

Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv. 

Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia. 

In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.

Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi

28 Luglio 2026 ore 15:24

Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia.

Giovedì 30 luglio, ore 8.30 colazione solidale a Casale Garibaldi.

A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione.

In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato.

A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma.

La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104.

Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima.

In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo.

Appello promosso da:
A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs

Elenco in costante aggiornamento

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USA fuori dai Mondiali, nella partita del caso Balogun il Belgio dilaga ed esulta con la Trump Dance: “Ribalta questo”

7 Luglio 2026 ore 10:59

A niente è servito tutto il polverone, il caso più clamoroso scoppiato ai Mondiali di calcio in corso tra USA, Canada e Messico, sollevato soltanto incidentalmente dal campo quanto piuttosto dalla Casa Bianca: da Donald Trump che in spregio a ogni pudore e formalità aveva telefonato alla FIFA per chiedere conto dell’espulsione del capocannoniere statunitense Folarin Balogun. E la FIFA aveva eseguito: squalifica sospesa all’attaccante americano per un anno, abile e arruolabile per gli ottavi di finale. E Belgio esterrefatto, UEFA all’attacco, ogni appassionato sconvolto, anche in Italia tra l’altro nei giorni dello scontro frontale con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 4 a 1 è finita ieri sera a favore dei Diables Rouges. Con Folarin in campo. USA fuori.

Poche ore prima della partita, dalla Casa Bianca, Trump aveva ammesso di aver telefonato alla FIFA per il cartellino rosso rimediato da Balogun per un intervento involontario ma pericoloso e scomposto nella partita contro la Bosnia Erzegovina. “Ho visto la partita, e capisco davvero bene lo sport. Quello non era un fallo; non era nemmeno un’infrazione. Erano due ragazzi che correvano a tutta velocità e che sono capitati a sbattere l’uno contro l’altro. Non puoi prendere il tuo piede e posizionarlo correttamente sul piede di qualcun altro. Questo arbitro è un po’ sospetto: se controlli il suo passato, non voglio dirlo perché non mi piace creare controversie, ma è molto sospetto”.

Anche Gianni Infantino, il presidente della FIFA, ieri aveva respinto le polemiche e aveva spiegato che ogni decisione presa dagli organi giudiziari della FIFA sono indipendenti, che “la loro indipendenza è essenziale per la credibilità e l’integrità del calcio”, che parla abitualmente con Trump e con altri Capi di Stato, funzionari governativi e stakeholder e che “quello che faccio sempre, però, è rispettare quelle decisioni e l’autonomia degli organi che le prendono. Che ci piaccia personalmente una decisione o no è irrilevante. Il rispetto per le istituzioni indipendenti e il rispetto della legge sono ciò che protegge l’integrità delle nostre competizioni e la credibilità della FIFA in ogni momento”. Aveva confermato la telefonata ma negato che abbia influito in qualche modo sulla decisione di sospendere la squalifica dell’attaccante.

 

 

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La FIFA aveva così respinto il ricorso del Belgio, giudicato “inammissibile” in quanto la Nazionale “non è parte del procedimento e, pertanto, non ha titolo per impugnare la decisione” proprio mentre Trump spiegava e argomentava le ragioni della sua telefonata, ammettendo tra le altre cose che non conosceva il significato di un cartellino rosso nel gioco del calcio. “Non sapevo cosa significasse, non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che non può giocare nella prossima partita, almeno nella prossima partita. Quando prendono il tuo miglior giocatore e dicono che non puoi giocare è molto ingiusto. Un conto è penalizzare qualcuno per la partita, ma come fai a penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata? È molto ingiusto. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA. Ho parlato con un uomo molto rispettato, per cui il livello di rispetto è aumentato di dieci volte”.

Alcuni avevano lanciato un appello all’allenatore degli USA, Mauricio Pochettino, affinché non schierasse Balogun che, nella notte italiana, alla fine ha giocato e non ha brillato. È stato giudicato come uno dei peggiori in campo. Due gol e un assist per Charles De Ketelaere, terzo gol di Hans Vanaen, nei minuti di recupero il quarto gol di Romelu Lukaku, attaccante del Napoli, ex Inter e Roma, che ha esultato con la “Trump Dance”. L’unico gol degli USA è stato segnato da Malik Tillman. “Ribalta questo”, ha postato l’account ufficiale del Belgio che ai quarti di finale giocherà contro la Spagna, il 10 luglio al Los Angeles Stadium, in California. Con l’uscita degli Stati Uniti tutte le nazionali dei Paesi organizzatori sono fuori dai Mondiali.

ORACOLI CALDAICI | La filosofia come risveglio dell’anima

30 Giugno 2026 ore 09:59
Gli Oracoli Caldaici sono tra i testi più enigmatici della tarda antichità. Eppure, dietro il loro linguaggio simbolico e le loro immagini cosmiche, si nasconde una domanda sorprendentemente attuale: quale forma stiamo dando alla nostra esistenza? Una Scorribanda filosofica alla scoperta di un’opera che ha affascinato neoplatonici come Giamblico e Proclo, attraversando i secoli fino […]

Laika, forse – Spettri domestici

Vi invitiamo alla presentazione di due libri di Massimo Filippi:   Laika, forse Docu-romanzo che ricostruisce il breve passaggio su questo pianeta della cagnetta Laika. Il libro si snoda in quattro movimenti: la vita di una piccola randagia tra le … Continua a leggere

Connettere Matrix e Telegram. Guida passo-passo

di: Ca Gi
17 Maggio 2019 ore 19:12

Tu scrivi “A che ora ci vediamo?” su Riot. Il messaggio arriva su Telegram, dove l’altra persona scrive “Facciamo per le cinque?” e la risposta la leggi tranquillamente stando sempre su Riot. Non male, vero? Ed é ancora più interessante sapendo che potenzialmente si può far la stessa cosa con TUTTE le piattaforme di chat esistenti: Whatsapp, Skype, Mastodon, iMessage…

Ma intanto limitiamoci a Telegram e vediamo una guida passo-passo su come far interagire Matrix e Telegram in pochi, semplici passaggi.

 


In una serie di articoli precedenti abbiamo già illustrato:

Cos’é il protocollo Matrix
Che vantaggi ha rispetto a Whatsapp
Come iniziare ad usarlo attraverso il client Riot
Come é possibile che si riesca ad usare Matrix anche se il server é in down
Cosa sono i bridge

L’ultimo post, quello sui sui bridge, é una panoramica che illustra una caratteristica interessantissima di Matrix, ovvero la sua capacità di connettere e far dialogare piattaforme di comunicazione diverse. In pratica con Matrix é possibile creare una stanza (un gruppo di discussione in chat) in cui far interagire utenti che usano Matrix con utenti che usano Whatsapp, utenti che usano Telegram, utenti che usano iMessage, IRC, XMPP, Slack, Discord, Facebook o quant’altro, tutti nella stessa chat. Per fare questo Matrix utilizza dei “programmi aggiuntivi” chiamati appunto bridge.

In sostanza: Matrix é il sistema base, i bridge sono dei componenti aggiuntivi ognuno dei quali permette a Matrix di interagire con una piattaforma di comunicazione diversa (ci sono bridge per Whatsapp, Mastodon, Telegram, ecc.).

In realtà questi bridge sono ancora in via di sviluppo e non sono del tutto pronti per un uso da parte dall’utente comune. In particolare, attualmente, uno dei più grossi scogli é che nella maggioranza dei casi i bridge vanno installati su un proprio server Matrix personale e quindi se non si possiede un server proprio non si ha modo di adoperarli.

Alcuni però si possono già utilizzare.

La maggior parte dei server Matrix di solito offre già alcuni bridge: quello per Slack, (un social molto utilizzato fuori dall’Italia, perlopiù in ambito lavorativo) Discord (social utilizzato soprattutto tra i gamers) e per alcuni dei principali server IRC (sistema di comunicazione nato nel 1988 ed ancora utilizzatissimo soprattutto tra programmatori e hacker).

Ma esiste anche t2bot.io, un server che offre alcuni strumenti aggiuntivi per Matrix tra cui, soprattutto, un bridge Telegram.

Questo bridge Telegram é una versione semplificata del bridge Mautrix, che non é l’unico bridge per Telegram ma é quello attualmente più utilizzato (ricordiamo ancora che i bridge sono ancora in via di sviluppo, per cui é normale che possano esistere più bridge che fanno le stesse cose).

Poiché t2bot.io offre una versione semplificata del bridge, alcune sue funzioni, come vedremo, sono limitate ma per la parte che ci interessa fa il suo dovere!

Le istruzioni su come usare il bridge erano già state illustrate nel precedente post sul bridging ma qui vogliamo andare un po più in dettaglio con una vera e propria guida passo-passo.

 

ISTRUZIONI PASSO-PASSO

L’idea é quella di creare un gruppo Telegram ed una stanza Matrix e metterli in comunicazione fra loro. La procedura che segue può essere effettuata anche con gruppi/stanze già esistenti (il gruppo Telegram “Passeggiate in campagna” e la stanza Matrix “Fotografia all’aria aperta” possono così diventare un’unica grande chat anche se poi, dargli lo stesso nome, sicuramente aiuterebbe a rendere il tutto più chiaro). L’operazione che stiamo facendo in inglese si chiama bridging e la connessione che si stabilisce tra le due piattaforme é chiamata portal.

 

 

SU TELEGRAM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1) Dalla schermata principale premiamo l’icona in alto a destra per creare una nuova conversazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Selezioniamo New Group (nuovo gruppo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) Invitiamo nel gruppo l’utente @matrix_t2bot Si tratta di un bot (un programma che agisce come fosse un utente Telegram) che si occuperà di tutte le operazioni di bridging. Una volta che Telegram l’ha trovato, selezioniamolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) Proseguiamo cliccando su Next (Potremo aggiungere i nostri contatti in seguito)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5) Diamo un nome al gruppo e confermiamo premendo Create

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6) A questo punto il gruppo Telegram é creato e tra i suoi membri c’é il bot @matrix_t2bot!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7)Scriviamo /id nella chat e premiamo invio. Si tratta di un comando per il bot in cui gli chiediamo qual’é il codice ID (identificativo) di questo gruppo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8) Dopo qualche secondo (a volte può volerci mezzo minuto!) il bot ci risponderà dicendo il codice ID di questo gruppo. Si tratta di un numero di nove cifre preceduto dal segno meno (“-“). Segnamoci il codice ID da qualche parte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SU RIOT

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1) Dalla schermata principale, premiamo il tasto “+” per creare una nuova conversazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Selezioniamo Create room (“Crea stanza”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) A questo punto abbiamo creato una stanza ancora priva di utenti e di un nome. Premiamo sul tasto “>” per impostarla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) Selezioniamo Settings

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5) Diamo un nome alla stanza (per semplicità usiamo lo stesso nome dato alla stanza Telegram) e confermiamo premendo Done

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6) Premiamo nuovamente il tasto “>” per tornare nei dettagli della stanza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7) E poi premiamo il tasto col logo di “invita utenti”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8) Invitiamo nella stanza l’utente @telegram:t2bot.io Si tratta del bot gemello di quello invitato nel gruppo Telegram. I due bot lavoreranno in tandem per connettere le due piattaforme: sono loro che si occuperanno di trasmettere i messaggi da una piattaforma all’altra! Una volta che Matrix l’ha trovato, invitiamolo nella stanza premendo il tasto “+”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9) Matrix ci chiede una conferma. Premiamo Invite

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10) Ora che il bot é stato aggiunto alla stanza possiamo tornare alla chat vera e propria premendo il tasto “<“

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11) Scriviamo nella chat il comando !tg bridge seguito dal codice ID del gruppo Telegram (il numero di nove cifre preceduto dal segno meno “-”  che ci eravamo segnati!) e premiamo Send. Per esempio: [    !tg bridge -123456789    ] Questo é il comando più importante: quello che dice al bot di creare il bridge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12) A questo punto il bot ci informa che in questa stanza non esiste ancora alcun portale con il gruppo Telegram indicato e ci chiede di dare un comando per attivarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13) Scriviamo nella chat il comando !tg continue e premiamo Send

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14) Dopo qualche secondo il bot ci informa che il bridging é completo e che la sincronizzazione delle chat comincerà a momenti. Ancora qualche secondo (può volerci un minuto) ed appaiono le notifiche di iscrizione: il bot ha aggiunto alla stanza Matrix gli utenti del gruppo Telegram!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15) FATTA!

 

TELEGRAM & MATRIX

 

A questo punto tutto ciò che vien scritto nel gruppo Telegram appare nella stanza Matrix e viceversa. La consegna dei messaggi può forse impiegare qualche secondo ma funziona a dovere. Possiamo quindi fare alcune osservazioni:

 

IL BOT SU TELEGRAM E’ -TUTTI GLI UTENTI MATRIX-

Telegram vuole avere solo utenti registrati con numero di telefono ma gli utenti Matrix non sono registrati su Telegram. Quel che succede é che Telegram non vede i singoli utenti Matrix ma solo il bot @matrix_t2bot.io. In pratica, se in una stanza/gruppo ci fossero quattrocento utenti Matrix e cinque utenti Telegram, guardando l’elenco utenti su Telegram ne vedremmo solo sei: i cinque utenti Telegram più il bot, che fa da portavoce per tutti gli utenti Matrix.

Su Telegram dunque non vedremo gli utenti Matrix chiamati Giulia, Filippo, Roberta. Al posto loro vedremo solo l’utente “Matrix Telegram Bridge” che in pratica posta messaggi del tipo “Giulia ha detto…”, “Filippo ha detto…”.

Difatti quando il bot pubblica un messaggio, prima del testo c’é il nome dell’utente Matrix che l’ha scritto.

Al contrario, Matrix non ha problemi sulle registrazioni e quindi crea per ogni utente Telegram un utente “gemello” su Matrix. Restando all’esempio appena fatto, guardando l’elenco utenti su Matrix ne vedremmo tutti e 407: i quattrocento utenti Matrix, i cinque utenti Telegram ed i due bot. Su Matrix, insomma, la gestione degli utenti é decisamente più “pulita”.

 

CHAT NON SICURA

la comunicazione tramite bridge, al momento, non permette la crittografia del testo inviato e ricevuto e pertanto i messaggi vengono trasmessi in chiaro.

 

STICKER ED EFFETTI SPECIALI

Telegram può inviare sticker a Matrix ma questi non sono visualizzabili dalla versione per smartphone di Riot (nella versione desktop invece si vedono). Al contrario, Riot non può proprio mandare sticker verso Telegram.

 

LOGIN

La procedura che abbiamo eseguito passo-passo ha permesso di creare un portale tra una stanza Matrix ed un gruppo Telegram. Tuttavia il bridge utilizzato, Mautrix, permetterebbe anche di sincronizzare un singolo account Matrix con un singoloaccount Telegram. Questo significa che se un utente Matrix avesse anche un vero e proprio account Telegram (ossia registrato con numero di telefono), grazie al bot tutto ciò che scrivesse su Matrix col suo account Matrix, apparirebbe su Telegram come scritto dal suo account Telegram. In sostanza gli utenti Telegram potrebbero interagire con lui senza mai sapere che in realtà sta scrivendo da Matrix.  In realtà questa funzione é solo parzialmente disponibile nella versione del bridge Mautrix presente su t2bot.io (che, come detto, é una versione semplificata). La procedura di login é possibile ed ha alcuni vantaggi (una volta fatto il login, se si crea un nuovo gruppo su Telegram, il bot ne crea in automatico il gruppo gemello su Matrix; i gruppi a cui ci si unisce su Telegram, appaiono immediatamente anche su Matrix) ma al momento non ci pare funzionare benissimo e quindi lo tratteremo in un post successivo.

 

NOTIFICHE DI LETTURA

Il bridge non trasmette notifiche di lettura tra le due piattaforme. Gli utenti Telegram vedranno le notifiche di lettura degli altri utenti Telegram e gi utenti Matrix vedranno le notifiche di lettura degli altri utenti Matrix.

NOME UTENTE E FOTO PROFILO

Su Matrix l’utente Telegram appare col suo nome utente e con la sua foto profilo. Se su Telegram questi cambiano, cambieranno anche su Matrix (anche se a volte può metterci diversi minuti a ricevere la modifica). Al contrario Telegram vede solo il bot e riporta solo l’account di chi scrive senza mai mostrare la foto profilo.

 

INVIO FOTO, VIDEO, PDF

Per l’invio di foto e video non c’é alcun problema in entrambe le direzioni. I messaggi vocali di Telegram vengono inviati a Matrix ma la versione per smartphone di Riot non é in grado di ascoltarli (la versione per Desktop invece non ha problemi): nella chat di Riot appare un file audio e cliccandoci verrà chiesto con che applicazione aprirla. Un qualsiasi lettore audio, ad esempio VLC, riprodurrà il file senza problemi. Anche per i pdf e file di testo di diversi formati (txt, rtf) non c’é nessun problema.

Un elemento di confusione é dato dal fatto che quando un utente Matrix posta un file, il bot lo su Telegram lo trasmette ma senza dire quale utente Matrix l’abbia postato!

 

CHIAMATE AUDIO E VIDEO

Impossibili perché Telegram non le gestisce.

 

GEOLOCALIZZAZIONE

Telegram può inviare la propria posizione geolocalizzata a Matrix ma questa non la riconoscerà perché Matrix non gestisce dati di geolocalizzazione e quindi mostrerà un messaggio di “invalid attachment” (allegato non valido). Per poter trasmettere dati GPS il modo corretto é possibile utilizzare una applicazione apposita, ad esempio un’app di OpenStreetMaps, e da questa inviare attraverso l’applicazione di comunicazione (sia esso Riot o Telegram) le sole e semplici coordinate GPS in formato testuale.

 

GRUPPI, CANALI ECC.

Il bridge funziona con i gruppi Telegram ma non sui canali né con le “Chat segrete”. In teoria il bot può essere aggiunto a qualsiasi gruppo ma a patto che si abbia il permesso di invitare nuovi membri e bot. In sostanza: se volessimo portare su Matrix dei gruppi Telegram pubblici di cui siamo semplici membri, dovremmo chiedere ai loro admin se vogliono aggiungere i bot e fare il bridging.

 

UN MILIONE DI BRIDGE!!!

Una stanza Matrix può essere sincronizzata con un solo gruppo Telegram. Tuttavia nulla vieta di aggiungere alla stanza altri bridge che la colleghino a piattaforme diverse (beninteso che, come ricordato all’inizio, questa cosa al momento la si può fare solo se si possiede un proprio server Matrix). Oltre al bridge per Telegram si potrebbe aggiungere alla stanza un bridge per Whatsapp, uno per IRC, uno per XMPP ecc. Il risultato é che non solo l’utente Matrix sarebbe in contatto con gli utenti di tutte le altre piattaforme, ma anche gli utenti delle altre piattaforme potranno comunicare fra loro grazie al bridge di Matrix!

Matrix dunque si trova nella situazione di poter fungere da anello di congiunzione ed asse portante fra tutte le piattaforme di comunicazione esistenti: se Luca é su Whatsapp ma Sara é su Telegram, i due ovviamente non possono comunicare tra di loro, ma se un terzo utente li collega entrambi tramite bridging, ecco che anche un utente Whatsapp può comunicare con un utente Telegram!

Lo scenario che si prospetta in una stanza Matrix con diversi bridge attivi é una cosa di questo tipo:

Appare forse adesso più chiaro il modo in cui il protocollo Matrix si prefigge di avere un ruolo assolutamente centrale nel panorama della comunicazione digitale: una sorta di passepartout, un adattatore universale, un centro di smistamento… Insomma: una rete universale che si pone al centro di tutte le altre reti, mettendole in comunicazione fra loro!

Per maggiori informazioni sul bridge Telegram é possibile contattare direttamente l’admin di t2bot.io nella stanza Matrix #help:t2bot.io

 

 

Grazie ad Anna, Anxma, Leodurruti e Maupao per l’aiuto nel testare bridge, stanze ecc.

 

 

 

 

Matrix e Whatsapp: un confronto

di: Ca Gi
23 Aprile 2019 ore 09:45

Una domanda necessaria: perchè, tra tutte le piattaforme di comunicazioni disponibili, qualcuno dovrebbe sceglierne una piuttosto banale, fornita da un’azienda di data mining (ossia raccolta, elaborazione e vendita di informazioni personali) potente e pericolosa come Facebook?

I software di chat esistono da prima che Whatsapp esistesse ed hanno offerto praticamente gli stessi servizi se non addirittura di più, ma quest’ultimo si é imposto grazie a due soli motivi: una fortissima campagna promozionale (già nei primi cinque anni e soprattutto dopo che é stato acquistato da Facebook nel 2014) ed il fatto che fosse utilizzabile immediatamente senza dover creare alcun account, cosa che ne ha permesso l’adozione da parte di chiunque senza dover pensare a cose come nome utente, password, ecc.

Non solo esistono decine di strumenti di chat che offrono infinitamente più sicurezza di Whatsapp e che non diffondono le tue informazioni in modo da poter alterare più efficacemente l’opinione pubblica, ma negli ultimi tempi é stata pure sviluppata Matrix, una piattaforma che presenta caratteristiche notevoli sotto diversi punti di vista e si presta perfettamente a diventare il software di riferimento tra quelli alternativi a Whatsapp.

Ma Matrix non si limita a possedere delle caratteristiche diverse da Whatsapp: é strutturalmente tutta un’altra cosa! La natura stessa della piattaforma Matrix, come si vedrà in questo post, é talmente diversa da Whatsapp, Telegram, Signal, Wire o qualsiasi altra piattaforma commerciale centralizzata da far sì che nessuna di queste potrà mai fornire tutto ciò che Matrix permette (e promette) di fare (e anche NON fare). In questo post vengono descritte per sommi capi proprio queste caratteristiche di Matrix con cui Whatsapp non potrà mai, per sua natura, competere.

 

Software F.L.O.S.S.

 

1. SOFTWARE APERTO E VERIFICABILE

Il software utilizzato dai server Matrix é F.L.O.S.S. ossia aperto, libero e verificabile da chiunque. Qualsiasi persona capace di programmare può verificare ciò che il software Matrix fa, esattamente come un meccanico che può aprire un cofano, vedere il motore, trovarne i difetti, metterci le mani e migliorarlo. Whatsapp al contrario usa software proprietario e ciò che avviene sui suoi server é un segreto industriale.

 

 

 

2. NON VENDE LE MIE INFORMAZIONI PERSONALI

Il software Matrix non monitora tutto quel genere di informazioni che invece vengono registrare da Whatsapp o da piattaforme sociali correlate come Instagram o Facebook: non calcola chi secondo lui potrebbe diventar mio amico/a. Non registra i millisecondi su cui mi soffermo su un’immagine, gli errori di battitura, i like, il tasso di engagement o il tipo di relazione che intercorre tra me ed un altro utente, quale sia il mio lavoro, i luoghi che visito o i miei spostamenti. Sappiamo che non monitora nulla di tutto ciò proprio perché é software F.L.O.S.S. Come vedremo, Matrix manco mi chiede come mi chiamo e non mi obbliga nemmanco a comunicargli tutti i numeri nella mia Rubrica. Inoltre, come vedremo, puoi far sì che non sia in grado di leggere quel che tu scrivi. Il software Matrix, insomma, raccoglie giusto le informazioni tecniche necessarie a funzionare. [*A FINE ARTICOLO C’É UNA NOTA IMPORTANTE SU QUESTO PUNTO!]. Whatsapp é parte di Facebook, il cui modello di business ruota intorno a profilazione degli utenti e commercializzazione dei loro dati a fini di propaganda commerciale e/o politica. La quantità di informazioni che vengono trasmesse ai server di Facebook per essere analizzate é eccezionalmente superiore a ciò che gli utenti medi solitamente concepiscono.

 

 

 

3. POSSO CAMBIARE SERVER

Se creo un account Matrix sul server “A” e poi scoprissi che é inaffidabile, applica delle policy con cui non mi trovo d’accordo o sospettassi che vende informazioni a terzi, posso tranquillamente passare al server “B” senza perdere alcuno dei miei contatti. E’un pò come mollare hotmail o gmail per passare a Protonmail. Whatsapp invece é una bolla chiusa e se esci da Whatsapp perdi tutti i tuoi contatti Whatsapp.

 

 

4. POSSO ADDIRITTURA FARMI IL MIO SERVER MATRIX PERSONALE

Chi ha un server proprio può installarci Matrix ed avere così il proprio server chat personale, un pò come si può avere una mail aziendale, in modo da avere il controllo totale sui propri dati. Non ti fidi di nessun server pubblico che non sia gestito da te? Basta un server da qualche centinaio d’euro per essere totalmente indipendente! Whatsapp é invece utilizzabile solo attraverso i server di Facebook.

 

 

5. POSSO CAMBIARE APP

Attualmente per usare la propria chat Matrix da smartphone si usa quasi esclusivamente l’app Riot.im. Alcuni provider Matrix tuttavia hanno realizzato la propria versione dell’app Riot personalizzandone alcune caratteristiche. Alcuni esempi sono l’app Librem (per i possessori di un device Purism), SMIchat o Tchap (la piattaforma Matrix realizzata dal governo francese per il dialogo interno tra personale amministrativo). Su computer fisso invece oltre ad utilizzare Riot da browser o l’app Riot, si possono già utilizzare Wheechat, o Quaternion, Nheko o Fractal. Applicazioni diverse con caratteristiche, funzioni, vantaggi e svantaggi diversi applicati allo stesso servizio. Un pò come scegliere se usare Thunderbird o Outlook per la propria casella email. Al momento Riot é l’applicazione standard migliore per l’utente comune, essendo le altre più “specialistiche”. Tuttavia nulla impedisce che possano essere realizzate nuove versioni alternative di Riot o app del tutto diverse per utilizzare Matrix. Al contrario per usare Whatsapp sono obbligato ad utilizzare il software ufficiale di Whatsapp che, ovviamente, é sempre software chiuso. Qualche applicazione “alternativa” per Whatsapp esiste, ma data la natura chiusa del software di Whatsapp e la limitatezza delle sue funzioni, queste app alternative non potranno mai offrire granché di diverso rispetto a quella ufficiale.

 

 

6. POSSO AVERE PIÙ ACCOUNT CONTEMPORANEAMENTE

Su Matrix nulla t’impedisce di avere account multipli. Puoi dunque differenziarli, ad esempio usare un account pubblico, uno per pochi intimi ed un’altro solo per lavoro, magari pure registrandoli su server diversi. Al momento attuale la versione per smartphone di Riot.im non supporta ancora gli account multipli, ma si tratta di una funzionalità che si prevede di rendere disponibile a breve. Su browser invece puoi già usare diversi account Matrix contemporaneamente. Whatsapp invece ti obbliga ad avere un unico account legato al tuo telefono ed alla tua persona.

 

 

 

7. POSSO USARLO ANCHE SENZA TELEFONO

Matrix non é legato a doppio filo al tuo telefono, per cui puoi accederci anche se il telefono l’avessi perso o distrutto. In effetti si può benissimo usare Matrix senza nemmeno averlo mai avuto un telefono. No telefono = no Whatsapp.

 

 

 

8. NON SONO OBBLIGATO A DARE IN GIRO IL MIO NUMERO DI TELEFONO PRIVATO

Il fatto che Matrix non sia legato alla tua identità, al tuo device o al tuo telefono fa sì che tu possa avere un account Matrix pubblico senza dover necessariamente comunicare il numero di telefono dello smartphone da cui lo utilizzi. Puoi dunque usare un account Matrix aziendale anche sul telefono privato, oppure fare l’esatto contrario. Puoi continuare ad accedere al tuo account anche se avessi perso o distrutto tutti i tuoi device. É dunque possibile fare conversazioni audio o videochiamate con qualcuno tramite Riot/Matrix senza essere obbligati a fornirgli il proprio numero personale. Whatsapp invece non permette di avere un account scollegato dal proprio numero di telefono.

 

 

 

9. DIALOGO TRA PIATTAFORME

Matrix é pensato per poter interagire con altre piattaforme e seppur si tratti di un qualcosa ancora in via di sviluppo, già é possibile con qualche sforzo chattare tra Matrix, IRC, Slack, Gitter, Discord, Telegram ed altre piattaforme ancora. La cosa non funziona ancora del tutto ma il progetto é quello di permettere ad ogni utente di dialogare con Matrix restando sulla piattaforma che preferisce. Con un pò di sforzo é già possibile un’unica stanza chat in cui possono interagire utenti che stanno su diverse piattaforme: Scrive Marta da Telegram, gli rispondono Sara da Slack e Luigi da Matrix; poi intervengono Anna da IRC e Michele da Rocketchat mentre Nicoletta  posta una domanda da Discord e Bruno le risponde da XMPP e Riccardo fa altrettanto da Mastodon. Una volta reso più immediato e funzionale il dialogo tra Matrix e Mastodon si potrà inoltre avere un’unica, grande meta-rete federata in cui decine di piattaforme social potranno dialogare tra loro e con Matrix. Seguono invece una filosofia del tutto opposta sia Whatsapp che tutti i software di comunicazione commerciali, che tendono a far di tutto perché tu non utilizzi software diverso dal proprio.

 

 

10. POSSO USARE MATRIX… SENZA AVERE MATRIX

É una conseguenza del punto precedente: il fatto che Matrix dialoghi con altre piattaforme fa sì che, ad esempio, io possa accedere ad una chat Matrix ed interagire con i suoi membri utilizzando le App per IRC, XMPP, Telegram, Discord ecc. Volendo é possibile anche far interagire Matrix con l’email e gli sms. Di conseguenza tutto il “parco macchine” delle piattaforme che dialogano con Matrix (i diversi client/app, ecc) possono essere utilizzati per interagire con utenti Matrix. Non é cosa da poco! Hai una email? Puoi comunicare con Matrix. Hai un account XMPP? Puoi comunicare con Matrix. Sul telefono hai un’app per IRC? Puoi comunicare con Matrix! É pure possibile creare stanze Matrix pubbliche leggibili online da chi non utilizza nemmeno una sola delle piattaforme che interagiscono con Matrix. Come detto sopra, invece, Whatsapp non fa che obbligare gli utenti a legarsi ai propri servizi e solo a quelli.

 

 

 

La stanza resta viva fintanto che almeno un server attivo ne ospiti una copia su di sé.

11. FUNZIONA SEMPRE

Essendo Matrix una rete decentralizzata di server indipendenti e non un’unica piattaforma centralizzata, se il server a cui mi appoggio avesse dei problemi io potrei accedere alla chat semplicemente scegliendo un server diverso. Perché ciò sia possibile é necessaria una minima accortezza da parte di almeno un utente della chat ma é piuttosto banale e realizzabile da chiunque. Il fatto é che il contenuto é slegato dal singolo server e può dunque essere replicato all’infinito, rimanendo eterno. Quando c’é un #WhatsAppDown invece non puoi far altro che aspettare che venga ripristinato. Se Whatsapp avesse un problema al server e perdesse i tuoi dati, non avresti modo di recuperarli.

 

 

12. POSSO CRIPTARE I MIEI MESSAGGI PER DAVVERO

Con Matrix posso criptare i miei messaggi in modo tale che siano leggibili solo da me e dalla persona con cui mi scrivo, usando un sistema di cifratura End-to-End molto potente ed efficace che scavalca lo stesso server ospitante. I software commerciali invece di solito non permettono una vera cifratura e quando lo fanno… considerano sé stessi come destinatari, perché devono leggere quel che scrivi, a chi ecc.

 

13. NESSUNA PUBBLICITA’

Per come é stata realizzata, Matrix é una piattaforma del tutto inadatta all’uso pubblicitario. Questo a causa della sua struttura decentrata, della mancata raccolta di informazioni sugli utenti, del software aperto e delle capacità di cifratura. Se invece Facebook decidesse di introdurre pubblicità in Whatsapp, i suoi utenti non potrebbero far altro che subirla.

 

 

14. IMPOSTAZIONI DETTAGLIATE

Accedendo a Matrix da un client desktop si ha modo di impostare tutta una serie di settaggi e preferenze molto minuziose. É ad esempio possibile far si che un certo membro della stanza possa solo leggere senza intervenire o nominare diversi “amministratori” ma con livelli di potere e compiti assai differenziati fra loro. Si possono aggiungere Widget alle stanze, bot ed altre funzioni. Matrix dunque può essere personalizzato in modo molto specifico. Whatsapp invece, puntando ad un utilizzo ipersemplificato, ingabbia l’utente in una serie assai limitata di opzioni.

 

 

 

15. NON SONO OBBLIGATO A FORNIRE LA MIA IDENTITÀ

Quando crei un account Matrix non c’é alcun obbligo a collegarlo al proprio nome, alla propria email o al proprio numero di telefono. Gli account Whatsapp invece sono legati a dei numeri di telefono. Siccome quando ti iscrivi a Whatsapp gli consegni tutta la tua rubrica, Facebook sa con che nome, cognome e soprannome hanno registrato in rubrica il tuo numero i tuoi conoscenti ed essendo tutto integrato nei database di Facebook la tua identità gli é nota anche se tu non gliel’hai mai fornita direttamente. In sostanza: se sei su Whatsapp regali a Facebook informazioni non solo su di te, ma anche sui contatti che hai salvato.

 

 

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16. ESTENSIONI, MODIFICHE, MIGLIORAMENTI

Essendo software F.L.O.S.S. qualsiasi programmatore può facilmente sviluppare estensioni, strumenti aggiuntivi, bot, modifiche e miglioramenti alle app esistenti. Questo fa si che attorno a Matrix si sviluppi un intero ecosistema con numerosi elementi aggiuntivi capaci di personalizzare ulteriormente la chat alle tue esigenze. Già esistono dei widget capaci di inserire in una stanza matrix funzionalità di Wikipedia, pad di scrittura collaborativa, grafici, immagini stock, feed RSS e non é difficile immaginare per il futuro personalizzazioni di skin, applicazioni per backup selettivi, bot di ogni genere, traduttori automatici. Anche attorno a Whatsapp in effetti si é sviluppato un ecosistema di applicazioni di supporto, ma data la natura chiusa del software usato e la non-volontà di Facebook di cedere troppo facilmente le informazioni che ha raccolto sui suoi utenti, le app aggiuntive sono ben poca cosa: perlopiù addon di gif e sticker.

 

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NOTA FINALE: POCHISSIMI CAPISCONO DAVVERO LE IMPLICAZIONI DEL NON CEDERE I PROPRI DATI PERSONALI

Quando si parla di privacy e vendita di dati, di solito il pensiero comune va a due soli scenari: la commercializzazione pubblicitaria e l’indagine poliziesca mirata su di sé. Nel primo caso viene ritenuta tuttalpiù un fastidio mentre la seconda, dato i sempre più onnipresenti dispositivi di monitoraggio e controllo, viene ritenuta come scontatamente inevitabile.

In realtà sfugge che gli utilizzi dei propri dati personali sono molto più variegati di questi due scenari estremi. Estremi perché il primo rappresenta il grado minimo mentre il secondo il grado massimo di utilizzo dati personali, tralasciando la profilazione politica a fini propagandistici.

Facebook, Google, Youtube ed Instagram ad esempio insistono nel mostrarti con più frequenza certi profili, certe notizie, certi video e lo fanno in modo nient’affatto casuale. Se la profilazione social su di te ha mostrato paura o debolezza emotiva verso certi tipi di notizie, questo dato può essere usato da chi vuole propagandare determinate politiche affinché tu, e solo tu tra tutta la tua cerchia di amici, legga un certo tipo di articoli.

Se utilizzi le piattaforme sociali commerciali sappi che quel che ti passa davanti agli occhi é stato personalizzato su di te, per colpirti maggiormente e “venderti” meglio una certa idea da parte di chi ha comprato i servizi di profilazione. E ciò é possibile perché sei proprio tu a fornire informazioni utili a profilarti e targhetizzarti meglio.

Sei un pò razzista? Facebook può essere usato (e viene usato!) per consolidare il tuo razzismo. Sei più moderato? Facebook é in grado di selezionare un mix di fonti ambigue per alimentare dubbi sugli stranieri e virare i tuoi riferimenti sempre più a destra attraverso una selezione mirata di post adatti a colpire le tue paure più accentuate.

Sei sensibile alle violenze sugli animali? Ti verranno messi sotto gli occhi diversi articoli con stranieri che fanno male ad animali. Hai paura delle malattie? Vedrai post sui migranti che portano la peste medievale.

Sei sgrammaticato e non metti alcun like a fonti culturali? Vuol dire che hai una bassa istruzione e nella tue Timeline verranno fatti scorrere contenuti falsi ma dal linguaggio semplice.

Hai una preparazione scolastica media-buona ma non sei quel che si chiama un “divoratore di libri”? Ti piacciono il calcio ed i film di supereroi? Non vedrai molti post ignoranti ma invece tanta roba giustificazionista e qualunquista del tipo “eh, ma in fondo Salvini non ha tutti i torti”.

I noti avvenimenti di Facebook nello scandalo Cambrydge Analytica; l’influenza di Facebook nella Brexit e nell’elezione di Trump hanno reso evidente che le campagne politiche mirate e targhetizzate al singolo utente sono una realtà molto più pervasiva e difficile da monitorare di quanto il grosso della popolazione sospetti. Il ruolo di Facebook nella Brexit, per esempio, é stato tutt’altro che secondario e questo é stato possibile perché chi ha voluto diffondere sul social network delle informazioni false l’ha potuto fare in modo estremamente mirato.

“Se uno vuole monitorarti può farlo anche su Matrix”. A parte il fatto che non é affatto così immediato come spiare un profilo Facebook (basta che la persona su cui indagare abbia un account segreto diverso da quello conosciuto e delle stanze matrix criptate per rendere quasi impossibile ogni ricerca); quel che va ribadito é che nell’utilizzare una piattaforma libera non si cerca solo e soltanto uno strumento di comunicazione sicura, ma anche uno strumento che permetta all’utente di non alimentare quei meccanismi che influenzano con più efficienza l’utente stesso.

Basta fare un breve esperimento ed osservare come grazie all’utilizzo di reti sociali libere, metamotori di ricerca indipendenti, ed un paio d’accortezze nel browser come l’utilizzo di alcuni Ad-Blocker e plugin, fa sì che la propria esperienza online ed i contenuti-fuffa propagandistici possano ridursi drasticamente.

Nel momento in cui Facebook e Google non sanno più chi sei e cosa pensare di te, non sono più in grado di personalizzare il loro contenuto e la qualità dell’informazione a cui sei esposto aumenta molto velocemente.

Detto in altro modo:

 

Più sono le informazioni personali che fornisci ai big del data mining, più sono le chiavi che gli consegni affinché possano modificare la tua percezione del mondo.

 

 

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VUOI SAPERNE DI PIÙ?

Se l’articolo ha attirato la tua curiosità, é possibile saperne maggiormente leggendo anche altri articoli di questo blog:

Cos’é Matrix. (Il post espone in dettaglio cos’é la piattaforma Matrix e la sua enorme differenza da tutte le altre piattaforme di comunicazione esistenti)

Matrix – Chattare anche se il server é esploso. (Le chat Matrix non sono necessariamente legate ad un solo server e quindi se anche uno smettesse di funzionare… basta usarne un’altro senza perdere contatti e messaggi)

Matrix bridge: connettersi a tutti i social da una sola App. (Sono in via di sviluppo dei bridge Matrix che permettono di avere un’unica chat in cui può dialogare contemporaneamente gente da Matrix, Telegram, IRC ed  altre piattaforme ancora)

Primi passi con Riot/Matrix. (Una semplice guida passo-passo su come creare un account Matrix da Riot ed iniziare ad usarlo)

 

 

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VUOI GIÀ CREARTI UN ACCOUNT MATRIX?

Per creare un account Matrix é necessario scegliere un server Matrix pubblico (o crearsene uno proprio, ma in quel caso si presume tu ne capisca già di informatica/programmazione/sistemistica).

Scegliere il server Matrix é come scegliere se farsi l’email su Gmail, Hotmail o Protonmail: son tutti più o meno simili ma hanno a loro volta delle caratteristiche un pò diverse.

Il server più utilizzato é matrix.org, che é quello dei creatori originali della piattaforma Matrix. Tuttavia é preferibile che gli utenti non si appoggino tutti solo e soltanto su quell’unico, grosso server perché se questo avvenisse, verrebbe meno proprio il senso della decentralizzazione della rete.

Alcuni server che possono essere utilizzati sono i seguenti:

 

LUSSEMBURGO (Admin e molti utenti sono italiani)
https://riot.opencloud.lu

FINLANDIA
https://chat.feneas.org/
GERMANIA
https://riot.privacytools.io
https://chat.tchncs.de/
https://riot.allmende.io

FRANCIA
https://riot.tedomum.net/
https://riot.tcit.fr
OLANDA
https://webchat.weho.st
https://chat.disroot.org
AUSTRALIA
https://perthchat.org/

 

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Matrix – Chattare anche se il server é esploso

di: Ca Gi
12 Aprile 2019 ore 19:32

 

La struttura decentrata del protocollo Matrix permette di creare delle chat virtualmente eterne, capaci di essere utilizzabili anche se il server é sotto attacco hacker, va offline o viene fatto esplodere in mille pezzi con una bomba termonucleare!

RETE DECENTRALIZZATA

Innanzitutto va ricordato che Matrix é una piattaforma decentralizzata (o, se si preferisce, “federata”). Ciò significa che non esiste UN server Matrix ufficiale come sulle piattaforme centralizzate tipo Twitter o Whatsapp ma ci sono diversi server che interagiscono fra loro (un po come l’email: non ci si “iscrive all’email”, ma si crea un account su ProtonMail o Gmail o Hotmail o al server di posta della propria azienda/scuola ben sapendo che da ognuno di questi si può ricevere ed inviare messaggi agli altri).

I server Matrix sono diversi ed interagiscono tutti fra di loro, andando a formare un’unica grande rete

Sono già diversi i server Matrix attivi. Alcuni hanno una certa dimensione e sono gestiti da un ente, un’associazione o un’azienda commerciale mentre altri sono molto piccoli, essendo praticamente dei server casalinghi pensati per essere usati tra un ristretto numero di persone. Alcuni sono aperti al pubblico, ossia é possibile registrarcisi (così come ci si registra a Gmail per l’email), mentre altri sono privati (come il server di posta della tua azienda). Il più noto server Matrix attualmente é matrix.org, ossia quello dei creatori originari di Matrix. Una lista incompleta di server Matrix pubblici é disponibile qui.

 

SU MATRIX, TUTTO E’ UNA “STANZA”

Matrix organizza tutto in stanze: quelli che su Whatsapp sono chiamati gruppi e su IRC son chiamati canali, su Matrix vengono chiamate stanze, con la particolarità che su Matrix… tutto é una stanza!

Quando Tizio chatta direttamente con Caio ed in quella discussione non c’é e non può entrare nessun altro, semplicemente Tizio e Caio stanno in una stanza con due soli utenti! Questa, quindi, può essere amministrata e gestita allo stesso modo di una stanza con migliaia di utenti diversi, assegnando regole, ruoli, permessi speciali ecc.

 

LE STANZE MATRIX SONO UBIQUE

Se si crea una stanza in cui interagiscono solo utenti registrati sullo stesso server, quella stanza materialmente si troverà solamente su quel server. Questa é la situazione che si verifica su OGNI piattaforma centralizzata: un gruppo Whatsapp si trova materialmente sui server Whatsapp così come i suoi utenti. I gruppi Facebook pure.

Osserviamo il disegno qui sotto e facciamo un paragone: é come se matrix.blu fosse Whatsapp e matrix.giallo fosse Telegram. Tra i due non v’é alcun contatto e se uno dei due avesse un problema, l’altro, essendo una piattaforma del tutto diversa, avrebbe gruppi diversi, utenti diversi ecc.

Due utenti, entrambi registrati su matrix.blu, interagiscono fra loro in una stanza

 

Ma con Matrix le cose funzionano diversamente ed i diversi server, parlando la stessa lingua (il protocollo Matrix), sono fatti proprio per interagire fra loro! Alla stanza che abbiamo creato può dunque partecipare anche un utente che é registrato su un server diverso. Quando ciò avviene, la stanza viene di fatto clonata su quest’altro server. Ciò significa che di quella stanza ci saranno due copie identiche costantemente sincronizzate fra loro.

Due utenti di matrix.giallo vengono invitati nella stanza dagli utenti di matrix.blu. Materialmente, il server matrix.giallo clona su di sé la stanza e la sincronizza con quella su matrix.blu.

 

[Per una spiegazione più dettagliata di come avviene la trasmissione dei dati tra server diversi, c’é la chiara animazione (in inglese) in questa pagina di matrix.org. Basta premere su NEXT perché la spiegazione avanzi mostrando passo-passo cosa avviene quando si spedisce un messaggio, una risposta, ecc…]

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Nel momento in cui il proprio server fosse irraggiungibile, i suoi utenti non avrebbero alcun modo né di accedere alla stanza né di recuperare i messaggi scritti in precedenza, così come non potrebbero interagire fra loro. Tuttavia la stanza continuerebbe ad essere raggiungibile e funzionante sull’altro server (come dire: se Whatsapp non funziona, il tuo gruppo é comunque accessibile da Telegram).

Il server matrix.blu ha un problema e la stanza é inaccessibile ai suoi utenti. Resta però accessibile agli utenti di matrix.giallo.

 

Basterà dunque accedere (temporaneamente o definitivamente che sia) al server ancora funzionante per recuperare stanze, messaggi, media e contatti inaccessibili dal server su cui si era inizialmente.

Iscrivendosi al server matrix.giallo, gli (ex)utenti di matrix.blu ritrovano la stanza, i messaggi ed i contatti ormai irraggiungibili dal (defunto? hackerato?) matrix.blu.

 

STANZE UBIQUE = VIRTUALMENTE INDISTRUTTIBILI

Se Mastodon, Whatsapp, Facebook o Twitter sono irraggiungibili non c’é nulla da fare: bisognerà aspettare che tornino utilizzabili e nel frattempo spostarsi su piattaforme diverse… a lamentarsi che la piattaforma é irraggiungibile! Al contrario, su Matrix, il contenuto può essere ubiquo e sopravvivare anche alla caduta del server su cui é stato realizzato. Metti caso che in una stanza vi siano 60 utenti di matrix.blu ed 1 di matrix.giallo. Ebbene, quell’unico utente, solo per il fatto di essere registrato su un server diverso, svolge un ruolo importantissimo, permettendo ai contenuti dei 60 utenti di matrix.blu, di avere una copia di sicurezza anche su matrix.giallo. Appare chiaro che più é differenziato il numero di server da cui si accede ad una stanza, più questa ha probabilità di sopravvivere ad eventuali inefficienze di uno dei suoi server. Si tratta dunque di una struttura estremamente resiliente.

La stanza resta viva fintanto che almeno un server attivo ne ospiti una copia su di sé.

 

Su Matrix esistono stanze molto grandi, cui partecipano diverse centinaia o migliaia di utenti e queste solitamente hanno diverse decine di indirizzi locali diversi (cosa siano gli indirizzi locali lo vediamo tra un attimo). Anche se si accedesse su un server Matrix che non ha alcuna copia locale di una stanza (nell’immagine qui sopra: uno dei due server in cui non c’é la stanza) conoscendone gli indirizzi é comunque sempre possibile entrarci. Dunque non é indispensabile registrarsi proprio su uno dei server in cui c’é una copia della stanza, ma ci si potrà accedere da un qualsiasi server Matrix!

Le stanze Matrix, dunque, possono essere quasi condiserate una sorta di portale di comunicazione fra più mondi/server, trovandosi contemporaneamente su ognuno di questi.

 

Parte degli indirizzi locali di MatrixHQ, una delle più grosse stanze della rete Matrix

Questo concetto, inoltre, é espandibile in qualche modo anche ai bridge di Matrix. Un server Matrix, difatti, può sincronizzare le proprie stanze non solo con altri server Matrix, ma addirittura con altre piattaforme (Telegram, IRC, Whatsapp, Slack e molte altre ancora). Qui la cosa in realtà é un pò più complicata e cambia molto sia da piattaforma a piattaforma che da bridge a bridge. Risulta tutto più chiaro leggendo l’articolo appena linkato, ma in soldoni la faccenda può esser spiegata così: i server Matrix, tra di loro, fanno una copia esatta della stanza, ma quando si collega Matrix ad una piattaforma diversa, vuoi per le caratteristiche della piattaforma, vuoi per il modo in cui questo collegamento viene gestito, le versioni delle stanze che stanno su queste piattaforme non sono sempre una copia esatta di quella che si vede su Matrix. Per esempio: collegando una stanza Matrix ad una piattaforma social che permette messaggi di al massimo 500 caratteri, tutti i messaggi più lunghi verrebbero trattati in modo particolare, ad esempio con dei link al server Matrix da cui si erano generati (server che, potrebbe non esserci più).

 

MIRRORING

Una pratica di sicurezza può ad esempio essere quella di creare per sé un secondo account su un server Matrix diverso da quello solitamente utilizzato esplicitamente con lo scopo di generare una copia “di backup” delle proprie stanze più importanti. Questo secondo account potrebbe essere fatto entrare in quelle stanze cui si vuol esser certi di poter accedere sempre e comunque, magari concedendo a tale nuovo utente i permessi di amministratore, in modo tale da avere più possibilità di accedere e gestire la stanza, avendo cura di farvi accedere anche gli altri membri con degli account di riserva.

La pratica di clonare la stanza su più server si chiama mirroring (ovvero “specchiare”). La procedura per effettuarlo é abbastanza semplice, ma può cambiare a seconda del modo in cui si accede a Matrix, del software e device usato.

 

TUTORIAL

Il seguente tutorial é pensato per chi accede a Matrix utilizzando Riot da browser e presupponendo il seguente scenario: ho già un account sul server A su cui v’é una stanza privata (accessibile solo ai membri) che vorrei mirrorare per sicurezza. Prima di cominciare può essere utile ripassare la breve guida sui primi passi con Matrix / Riot.

 

1. ASSEGNARE UN INDIRIZZO ALLA STANZA

Alla stanza va innanzitutto assegnato un indirizzo locale che dovrà seguire questo formato: #nomestanza:nomeserver e va fatto nelle impostazioni della stanza stessa.

 

2. CREARE UN ACCOUNT SU ALTRO SERVER

Bisogna dunque scegliere un server Matrix diverso da quello che si usa abitualmente (ad esempio uno tra quelli in questa lista) e creare un nuovo account. Sul browser é possibile aprire due schede distinte loggandosi contemporaneamente ai due diversi server (che é un pò come avere due diversi profili Facebook aperti contemporaneamente).

 

3. INVITARE IL NUOVO ACCOUNT NELLA STANZA

A questo punto si torna all’account principale, si entra nella stanza in questione e si invita il nuovo account. Volendo, una volta inviato l’invito, si può già selezionare il nome dalla lista degli invitati e da lì impostarlo come amministratore della stanza.

 

 

4. ACCETTARE L’INVITO

Tornare quindi al nuovo account e da qui accettare l’invito alla stanza:

 

5. AGGIUNGERE UN SECONDO INDIRIZZO ALLA STANZA

A questo punto bisogna ripetere il primo punto, aggiungendo un nuovo indirizzo alla stanza, sempre con lo stesso formato #nomestanza:nomeserver

In questo modo la stanza si troverà ad avere due indirizzi (volendo anche più di due: non c’é un limite agli indirizzi assegnabili):

#nomestanza:nomeserver1

#nomestanza:nomeserver2

In realtà ogni server assegna già in automatico l’indirizzo alla stanza, ma si tratta di una stringa tipo !isobjBnFgqYHjqJMF1b:nomeserver. Quello é il vero indirizzo della stanza ma ovviamente é abbastanza ingestibile perché… vattelo a ricordare! Gli indirizzi inseriti nel punto 1 e 5 sono in realtà degli alias, ossia degli indirizzi “virtuali” che poi il server penserà a collegare a quello vero che gli ha assegnato. Creare gli alias servirà più avanti per gestire con più facilità la stanza e permettere ad altri di chiedere d’entrarci.

Fatto! Adesso la stanza é presente e sincronizzata su entrambi i server!

A questo punto, anche cascasse il server usato di solito, é comunque possibile chattare nella stanza accedendo con il nuovo account. Se anche gli altri utenti creassero un account di riserva, l’eventuale lavoro di gruppo svolto in una stanza potrebbe continuare anche nel caso di guasti, hackeraggi… o bombardamenti nucleari! 😉

 

[NB: la natura delle stanze, svincolata dai server ma anche dagli account utente, può avere anche un altro tipo di utilizzo: un utente che perdesse le credenziali del proprio account, potrebbe essere re-invitato in una stanza/conversazione con un account differente, senza perdere tutti i propri vecchi messaggi]

PS: Se però, si preferisse avere una stanza su un solo server ed impedire che vi accedano utenti registrati su server differenti, evitando così che la propria stanza venga clonata altrove, é sempre possibile creare stanze “non federate”. In questo modo le stanze non federate su matrix.blu saranno accessibili solo agli utenti di matrix.blu, e le stanze non federate di matrix.giallo saranno accessibili solo dagli utenti di matrix.giallo.

Come cercare e seguire utenti “sconosciuti” su Mastodon

di: Ca Gi
1 Aprile 2019 ore 21:24

Per quanto riguarda le funzioni base, Mastodon si comporta in modo molto simile a Twitter: commentare un post, boostarlo, seguirne l’autore, silenziarlo ecc.

La ricerca e scoperta di altri utenti in apparenza é abbastanza simile: se vuoi seguire un utente basta cliccare su “+” o “follow” e per cercare altri utenti basta digitare nel campo di ricerca.

C’é però un limite: le Timeline di Mastodon mostreranno sempre e solo account che la tua Istanza già conosce.

Come funziona dunque la ricerca ed aggiunta di utenti su Istanze diverse?

RETI SOCIALI PERSONALIZZATE

Qui é necessario ripassare un concetto già esposto nei post in cui é illustrato cos’é Mastodon e cos’é il Fediverso: ogni Istanza conosce solamente i propri utenti e gli utenti di altre Istanze con cui é venuta in contatto.

Le diverse Istanze, per poter interagire fra loro, devono essere a conoscenza l’una dell’altra

 

Per questo motivo, Mastodon (ma lo stesso vale per tutto il Fediverso) non é un’unica rete sociale indifferenziata ma, al contrario, ogni singola Istanza costruisce la propria rete sociale e questo in base a quali sono le altre Istanze con cui viene in contatto, quelle che blocca ecc.

La cosa poi diventa ancora più complessa perché lo stesso schema si ripete a livello di singoli utenti: se siamo sull’Istanza A ed entriamo in contatto con un utente dell’Istanza B di nome Laura, che però non ci presenta mai gli altri membri della sua Istanza (ossia: non boosta i loro post, non linka i loro messaggi, non li cita nei suoi Toot), dell’Istanza B conosceremo solo Laura.

Da questo punto di vista, Mastodon premia le Istanze i cui utenti interagiscono maggiormente: una piccola Istanza con utenti che interagiscono molto fra loro, aumenta le possibilità di tessere un maggior numero di contatti con altre Istanze, attraverso il meccanismo dell’amico che presenta un amico.

 

AGGANCIARE ALTRE RETI

Questa cosa però ha un limite: non permette di entrare in contatto con utenti che non siano già conosciuti da chi già conosco. Nella prima immagine precedente, ad esempio, le Istanze sulla rete a sinistra (quella coi collegamenti rossi), non han modo di entrare in contatto con le Istanze della rete a destra (quella coi collegamenti azzurri), né quelle della rete in basso (quella coi collegamenti verdi).

É questo il punto su cui si innestano diversi discorsi inerenti alle filter bubble, ai pericoli delle reti chiuse ecc. Non é del tutto sbagliato: chi sta su una certa rete e non cerca confronti, voci dissonanti e idee diverse dalle proprie, resterà confinato nella propria cerchia e al tempo stesso non farà uscire le proprie idee. Chi invece si muove in senso opposto, stabilirà contatti con Istanze le cui comunità sono molto diverse dalla propria. Detto altrimenti: Mastodon non ti obbliga a convivere con chi non vuoi, ma se vuoi differenziare la tua cerchia di contatti puoi farlo, a costo di un minimo sforzo.

Ciò si traduce in un meccanismo che é in effetti un pò macchinoso e che sarebbe decisamente necessario rendere più pratico. Tuttavia il Fediverso é strutturato in modo tale che, probabilmente, una minima dose di macchinosità in questo passaggio sarà sempre presente (ci arriviamo…)

Un aspetto interessante da notare é che la connessione con utenti ed Istanze prima sconosciuti é un qualcosa che può fare ogni singolo utente ma che influirà sull’intera Istanza: se decidi di seguire un utente dell’ Istanza B, i suoi toot compariranno nella TL federata della tua Istanza; in questo modo anche i membri della tua Istanza potranno entrare in contatto con i membri dell’Istanza B che l’account che hai aggiunto boosterà ecc. Più contatti “sconosciuti” porterai nella tua Istanza, più questa crescerà.

Sta dunque alla maturità degli utenti scegliere come e quanto differenziare i propri contatti. Se sei su un’Istanza che non tollera determinati argomenti riguardo ai quali vorresti avere qualche confronto, forse l’Istanza su cui ti trovi non é quella più adatta a te e potrebbe essere il caso di aprire un secondo account su un’Istanza differente.

(Non é raro aprire un primo account Mastodon su un’Istanza per poi capire che preferisci stare su un’Istanza diversa. Per questo motivo esistono funzioni di import/export per trasferirti su Istanze diverse).

MA COME LI TROVO?

Si, ma, insomma… COME e DOVE li dovrei trovare questi utenti e Istanze sconosciuti sia a me che ai contatti che ho già?

Per capire la procedura “tecnica” (ci arriviamo, ci arriviamo…) é necessario capire prima il concetto che v’é alla base e che mostra ancora una volta come il Fediverso sia strutturato in modo molto più simile alle reti sociali umane di quanto non lo siano i social centralizzati: nella tua vita reale, quella di tutti i giorni, con te in carne ed ossa, come trovi persone nuove che nessuno dei tuoi amici e conoscenti conosce già?

Fondamentalmente uscendo dai tuoi giri andando in luoghi nuovi. Questi “luoghi” possono essere anche eventi, manifestazioni o orari (provare a fare la camminata del mattino in ore serali, ad esempio). Più questi “luoghi” sono diversi e lontani dai propri, maggiore sarà probabilmente il tasso di differenziazione cui si andrà incontro (la tua vita ruota intorno a manga, filosofia greca e corsi da sommelier? Se vuoi conoscere davvero persone, realtà ed idee diverse dalle tue, anziché girare per fumetterie ed enoteche prova ad uscire dai soliti giri e, ad esempio, collaborare per qualche tempo con i responsabili di un centro di accoglienza per senzatetto e migranti…).

Ecco, nel Fediverso la cosa funziona esattamente allo stesso modo: per conoscere contatti “sconosciuti” bisogna uscire dalla propria rete e provarne una diversa per poi rientrare, portando dentro alla propria Istanza i contatti che interessano.

Questo uscire si traduce materialmente in due modi:

  • usare altri account su Istanze o piattaforme federate diverse
  • cercare al di fuori del Fediverso stesso

 

IN & OUT

Questo uscire e rientrare dalla propria rete é proprio ciò che maggiormente differenzia una rete federata come il Fediverso dalle reti centralizzate cui si é solitamente abituati. Ne é al tempo stesso la grande forza e debolezza: forza perché permette che si sviluppino reti locali differenziate, ognuna con una propria comunità e cultura specifica, anziché appiattire tutti gli utenti ad un’unica macro-comunità (vedi Twitter) e debolezza perché l’idea di dover continuamente uscire e rientrare dalla propria rete risulta ostica ad una gran parte delle persone.

Come già visto, ogni nuovo account che segui, diventa automaticamente contattabile da tutti i membri della tua Istanza. All’interno di una Istanza bastano pochi utenti “esploratori” perché questa abbia una serie di contatti ben differenziati, più o meno come quando nella vita reale conosci una persona, vi scambiate i contatti e la aggiungi ad un gruppo Matrix (o Whatsapp) in cui ci sono altri tuoi amici.

Puoi venire a conoscenza di nuovi contatti e Istanze praticamente ovunque! Su un blog che segui, su siti vari, forum, articoli vari, reti sociali non federate o altri canali ancora. Puoi cercarle appositamente (ad esempio su Instances.social, Joinmastodon o Distsn).

A più fonti attingerai, più possibilità ci sono di trovare contatti distanti dalla tua rete.

Fare account multipli, esplorare altre Istanze/comunità dal loro interno, interagire con persone diverse senza il bagaglio derivante dalle relazioni già maturate, é un qualcosa di ampiamente promosso nel Fediverso. Le principali App per accedere al Fediverso da dispositivi mobili supportano difatti account multipli. Non é un obbligo avere più account così come non c’é alcun obbligo a mantenere lo stesso nome utente o chissà che altro: ognuno può gestire i propri account come preferisce. Vuoi usare un solo account e non doverti sbattere a cercare alcunché al di fuori delle cerchie condivise dalla tua Istanza? Va bene. Vuoi avere diversi account scollegati fra loro? Ok. Preferisci avere un account principale ed altri solo d’esplorazione? Va bene anche quello.

Una bella immagine riguardante gli account multipli é collegata alla figura già vista dei luoghi differenti: così come hai una cerchia di conoscenze di lavoro, un’altra per via del tuo hobby, un’altra ancora fatta di amici stretti e un’altra ancora fatta di persone che hai conosciuto in una vacanza, ogni account può esser visto come il tuo “io” di ogni diversa cerchia. Puoi tenerle separate (multi-account), metterle assieme (account unico), portare solo alcuni membri di una cerchia in contatto con quelli di un’altra…

 

OK, MA POI, TECNICAMENTE…

Tecnicamente, quando si incontra un utente mentre si é al di fuori della propria rete, vuoi perché loggati in un’Istanza o piattaforma diversa, oppure perché ci si trova proprio fuori dal Fediverso, i modi per followare questo contatto possono essere diversi. Va però detto (e qui un punto dolente) che tutti questi metodi risultano decisamente più praticabili da Desktop che non da dispositivi portatili.

 

COPIA/INCOLLA DELL’URL

Il primo metodo, il più comune, consiste nel copiare l’URL della pagina del profilo dell’utente in questione o l’URL di un suo post ed incollarlo nel box di ricerca di Mastodon. Dopo aver dato invio, il box di ricerca restituirà l’icona del profilo ed il pulsante “+” per followarlo (NB: se l’Istanza “non é federata come si deve” il pulsante potrebbe non apparire, mostrare una clessidra o altro)

URL copiata su Friendica…

 

…e incollata su Mastodon

Il meccanismo del copia/incolla dell’URL funziona con tutte le piattaforme federate e, come dicevamo, funziona sia con l’URL dell’utente che con l’URL di un suo post/contenuto.

L’URL di un video su Peertube…

 

…su Mastodon restituisce il post del video ed il profilo dell’utente che l’ha postato.

 

TASTO “SEGUI”

Un altro metodo per followare un utente Mastodon trovato al di fuori del Fediverso é quello di premere sul pulsante “segui” sul suo profilo. Questo metodo però funziona solo per seguire su Mastodon altri utenti Mastodon. Basta premere il pulsante “segui” e loggarsi.

 

 

DAL NOME UTENTE ALL’URL

L’ultimo, invece, é il caso più antipatico che può capitare:

Se, all’esterno del Fediverso, si viene a conoscenza dell’account federato di un utente (@NomeUtente@NomeIstanza), il modo più immediato per followarlo é copia/incollarlo nel box di ricerca della propria Istanza Mastodon, ma se l’Istanza non conosce già questo utente, non restituirà alcun risultato. Bisognerà allora ottenere l’URL del profilo utente partendo dall’account.

Innanzitutto, conoscendo il nome dell’Istanza risaliamo all’URL dell’Istanza stessa scrivendone il nome nella barra di ricerca del browser. Cerchiamo ad esempio un utente su mastodon.gamedev.place

 

 

L’URL dell’utente solitamente é composto così:

https://mastodon.gamedev.place/@NomeUtente

In realtà, alcune Istanze adottano formule diverse, come:

https://mastodon.gamedev.place/users/@NomeUtente

Il metodo più rapido per capire come sono composte le URL su una data Istanza é cliccare sul profilo dell’admin (che é quasi sempre presente sulla home dell’Istanza) e sostituire nell’url il nome dell’admin con quello desiderato.

 

DA ISTANZA A ISTANZA

Una situazione in cui ci si può trovare é quella di essere loggati nell’ Istanza B e venire in contatto con uno o più utenti che si vorrebbe seguire dall’Istanza A.

É possibile aprire le pagine profilo di ogni singolo utente (click su Vedi profilo completo), sloggarsi, entrare nell’Istanza A e da qui followarli nei modi che abbiamo appena visto.

 

IN CONCLUSIONE

Seguire utenti esterni alla propria rete é dunque un’operazione basata principalmente su copia/incolla, il che, se su Desktop é tutto sommato ancora gestibile, sui dispositivi mobili é qualcosa di improponibile ad un grande pubblico.

Si sente decisamente la mancanza di un qualche plugin/widget/pulsante tipo “segui da…” in cui specificare l’Istanza e/o piattaforma da cui si vuole seguire tale utente.

Se da un lato non va dimenticato che il Fediverso é un network estremamente variegato ed in via di costruzione, in cui sono diversi gli elementi da tenere in considerazione ed armonizzare perché il dialogo fra piattaforme diverse funzioni, dall’altro l’attuale macchinosità che s’incontra nel connettere utenti di reti diverse, é decisamente una grossa pecca: agli utenti di social centralizzati viene già chiesto lo sforzo culturale di capire cosa sia e come funziona una rete federata (sforzo che già é di per sé una debolezza) ma finché proprio la pratica di connessione che é alla base della federazione rimarrà così ostica é comprensibile che la maggior parte degli utenti, questo doppio sforzo, non lo vorrà nemmeno tentare.

 

Abbinare Twitter e Mastodon

di: Ca Gi
30 Marzo 2019 ore 09:45

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Sbrigativamente si può dire che Mastodon é un’alternativa a Twitter, ma utilizzare l’uno non significa affatto dover abbandonare l’altro: anzi!

In modo molto semplice é possibile far convivere i due strumenti ottenendo vantaggi da entrambi!

Abbiamo già visto cos’é Mastodon e che dialoga con diverse piattaforme molto diverse fra loro (solo per citarne alcune: Peertube, Pixelfed, Friendica, Hubzilla, Nextcloud, che sono a loro volta paragonabili a YouTube, Instagram, Facebook, Dropbox e iCloud), le quali, assieme, formano una sorta di mega-rete chiamata Fediverso.

Attualmente Mastodon é la piattaforma di maggior successo del Fediverso; nel momento in cui questo articolo viene scritto ha circa 2.175.000 utenti e cresce al ritmo di 18.000 a settimana.

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Numeri ottimi, ma molto distanti da quelli dei social commerciali. Twitter ad esempio ha circa 335 milioni di utenti attivi (a luglio 2018).

Non é un mistero che chi utilizza una certa piattaforma può decidere di passare ad un altra se solo questa presenta caratteristiche migliori o assenti in quella che già conosce.

 

UN DIVERSO PARADIGMA

Qui incontriamo una difficoltà: Mastodon presenta sì delle caratteristiche che su Twitter sono inedite (il livello di privacy dei messaggi, il Content Warning) ma presenta soprattutto un cambio di paradigma nel rapporto coi social che spesso spiazza chi vi si approccia.

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Capire che Mastodon non é UN social, ma un conglomerato di comunità diversissime che decidono volontariamente se interagire tra di loro e come, é un concetto talmente distante dall’immagine di social a cui si é abituati da non esser facilmente capito.

Altro concetto che risulta di non immediata comprensione sono ad esempio le potenzialità di poter creare il proprio server Mastodon con le proprie regole (vorresti un social su cui é vietato parlare di politica e religione? Nessun problema: si può creare un’Istanza Mastodon che abbia questo divieto tra le sue policy e raccogliere utenti che hanno lo stesso approccio)

Si ha difficoltà a capire che un’Istanza é sia un server che una comunità.

Di altrettanta difficile comprensione é che possono crearsi delle reti di Istanze Mastodon completamente scollegate fra loro (Ci sono Istanze piene di nazisti che dialogano solamente fra di loro e che non hanno alcun contatto con Istanze antifasciste).

Non si tratta di cose difficili da capire di per sé, ma risultano difficili a chi conosce solo i più noti social network commerciali centralizzati e non é mai stato esposto all’idea di reti dal funzionamento del tutto diverso. E’un po come il caso della persona che fa sempre lo stesso tragitto e dopo anni gli vien rivelato che a breve distanza esiste un percorso alternativo di cui non aveva mai nemmeno sospettato l’esistenza.

A volte si descrive Mastodon come uno strumento atto a creare comunità chiuse nelle loro filter bubble, senza capire che un’Istanza può avere diversi livelli di apertura e chiusura alle altre: una Istanza/comunità sana, interessata a comunicare apertamente con chiunque che ha tra i suoi princìpi anche dei “no” come ad esempio razzismo e sessismo é cosa diversa da chi vive in una filter bubble.

Al tempo stesso, vi sono alcuni meccanismi di Mastodon che in parte necessitano oggettivamente di qualche miglioramento ed in parte ha senso che risultino un po’ macchinosi, proprio in base alle sue peculiarità (ad esempio la ricerca di utenti su Istanze diverse o l’assenza di trend topic).

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UN’INTERAZIONE PIÚ UMANA

Queste differenze di approccio ai rapporti via social sono certamente interessanti: le caratteristiche di Mastodon tendono a premiare le interazioni umane (l’argomento più discusso su un’Istanza é quello di cui messaggiano tutti e non quello che appare su una classifica di trend topic gonfiata da bot e troll; l’ordine dei messaggi é quello cronologico reale e non viene alterato da algoritmi; si interagisce dialogando; la gamification é ridotta in modo drammatico) pur introducendo alcuni strumenti tipici della comunicazione elettronica (stelline, retweet/boost ecc.).

Si può invece notare che chi proviene da piattaforme commerciali tende spesso a sentire come una mancanza proprio le caratteristiche che rendono la comunicazione meno umana (rincorsa all’hashtag, trend topic, contatori, retweet con commento ecc.)

É sempre illuminante osservare come spesso sulla propria Istanza Mastodon nessuno abbia alcun interesse verso un argomento frivolo che, su Twitter, occupa magari tutti i tweet della giornata.

Qui la cosa può farsi straniante: chi si approccia a Mastodon continuando a ragionare in termini di gamification (ottenere tanti like! centinaia di retweet! inventare una battuta di successo!) probabilmente non ne trarrà molto gradimento perché come abbiam visto su Mastodon tutto é studiato per minimizzare questo tipo di interazione “meccanica”.

Tutto dipende dalla qualità della comunità/Istanza: più gli utenti collaborano a “creare comunità” sulla propria Istanza e meglio questa funziona. Se l’Istanza/comunità é solo un punto d’incontro casuale tra utenti privi di un progetto/idea/interesse comune, allora Mastodon sarà solo un “Twitter un pò diverso”, ma se al contrario v’é un approccio propositivo e di comunità, ecco che le caratteristiche strutturali di Mastodon riveleranno immediatamente tutte le loro potenzialità.

Per esempio, un’Istanza comunitaria può decidere assieme le policy, chi bannare o semplicemente silenziare, come finanziare il server, le attività in comune, quali strumenti aggiungere/personalizzare, come gestire la moderazione…

 

“MA SONO TUTTI DALL’ALTRA PARTE”

Una difficoltà che tocca diversi strumenti informatici alternativi a quelli più diffusi e commerciali é quello dell’omnipresenza di questi ultimi. Se sei su Twitter, insomma, ci pensi due volte a passare ad una piattaforma in cui non troverai i tuoi contatti/follower/amici. Al di là del fatto che ci sono ottimi motivi per mollare a piè pari le piattaforme delle Big Tech Companies, é comprensibile che non tutti siano disposti a fare di punto in bianco un “grande salto”, vuoi per timore, vuoi per oggettiva riduzione dei contatti.

Esistono tuttavia diversi strumenti per far convivere Mastodon e Twitter ottenendo il meglio da entrambi e permettendo una transazione soft!

 

CROSSPOST CON MASTO.DONTE

Masto.donte é un crossposter, ossia uno strumento che permette di sincronizzare il proprio account Twitter col proprio account Mastodon.

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Il funzionamento é semplice: ci si logga con entrambi gli account e lo si imposta come si preferisce! Le opzioni a disposizione sono diverse, ad esempio lo si può impostare perché i post su Mastodon vengano replicati su Twitter ma non da Twitter verso Mastodon, o il contrario, oppure ancora lo si può impostare perché funzioni in entrambi i sensi. Qui ognuno é libero di sperimentare la formula che preferisce.

Ci sono alcuni limiti (le risposte ad altri utenti non possono essere crosspostate ed i boost su Mastodon non vengono twittati) ma i propri post originali possono viaggiare sempre in entrambe le direzioni.

Ci sono anche alcuny bypass: é possibile far sì che messaggi contenenti una certa parola (o un certo hashtag) non vengano mai crosspostati.

(Per i più smanettoni: questo é il repository dell’App, se volete contribuire a migliorarla o modificarla)

 

CROSSPOST CON IFTTT

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IFTTT contiene diversi Applet in grado di crosspostare messaggi da una piattaforma all’altra. Gli Applet sono diversi e conviene provarli direttamente.

 

ACTIVITYPUB.ACTOR

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ActivityPub.Actor é uno strumento ancora in lavorazione (questo il profilo del suo sviluppatore) che si propone di sincronizzare gli account di diverse piattaforme commerciali centralizzate con ActivityPub, il protocollo di comunicazione condiviso dalle piattaforme del Fediverso e dunque anche da Mastodon.

La piattaforma su cui maggiormente viene sperimentato é proprio Twitter, ma tra quelle che gli sviluppatori dicono di voler considerare in futuro vediamo anche Facebook, Instagram, Reddit ecc.

In sostanza ActivityPub.Actor porterebbe i contenuti di questi social nel Fediverso e viceversa, fungendo grossomodo come uno dei bridge già osservati riguardo a Matrix.

Pur essendo uno strumento non ancora funzionante ha già fatto discutere un po’ all’interno del Fediverso, riguardo l’opportunità di accogliere potenzialmente una valanga di contenuti non originali con i quali probabilmente non sarebbe possibile interagire.

 

I VANTAGGI DEL CROSSPOSTING

Uno dei primi vantaggi del crossposting ce l’ha ben presente chi, per un motivo o per l’altro, é stato silenziato/sospeso/bannato da Twitter.

BYPASSARE I BAN DI TWITTER Crosspostando con Mastodon, nel caso di una sospensione si può continuare a comunicare su Mastodon e la propria pagina pubblica di Mastodon con tutti i propri messaggi, rimarrà comunque visibile. Volendo, puoi collegare temporaneamente il tuo account Mastodon ad un account temporaneo di Twitter.

500 CARATTERI Scrivendo su Mastodon puoi avere fino a 500 caratteri (alcune Istanze anche di più). Crosspostando, Twitter mosterà i primi 280 caratteri e per leggere il resto aggiunge il link web al post Mastodon.

THREAD MULTIPLI Un post crosspostato può generare una discussione su Twitter con un certo tono ed una discussione enormemente diversa su Mastodon. A volte il risultato può essere stupefacente!

BACKUP Avere i tuoi post archiviati su un diverso server può essere un modo di backuparli! 😉

Il crossposting può essere visto male nel Fediverso se viene usato in modo unidirezionale e senza interazione. Per intenderci: se stai sempre su Twitter, crossposti su Mastodon ma poi su Mastodon non vieni mai, non interagisci, non rispondi, beh, la cosa é vista molto male perché anche se sei una persona in carne e ossa, così facendo nel Fediverso ti comporteresti come un BOT e certe Istanze potrebbero silenziarti o bannarti.

Tieni conto che per etichetta, nel Fediverso, i BOT si dichiarano per quel che sono. Un account che funge da BOT per un sito postando in automatico i suoi contenuti può svolgere un servizio comodo ma é giusto che gli utenti sappiano che si tratta di un “utente meccanico” cosicché possano agire di conseguenza.

Account di utenti reali che però agiscono solo come BOT sono invece un qualcosa di assai irritante, anche perché spesso collegati ad operazioni di trolling. Se vuoi solo che i tuoi contenuti girino nel Fediverso senza interagire non c’é problema, a patto che ciò sia detto esplicitamente. Nelle preferenze del tuo account Mastodon c’é una casella da spuntare in cui indichi che il tuo account é un BOT e, per maggior chiarezza, non sarebbe male lo segnalassi anche nel nome utente e/o nella bio. Volendo, esiste anche un’Istanza apposita: https://botsin.space/ creata proprio per ospitare solamente account BOT. Così come ogni cosa nel Fediverso, ogni Istanza sceglie come rapportarsi con Botsin Space: chi la blocca, chi la silenzia e chi interagisce senza problemi.

 

CERCHI CHE SI ALLARGANO

Le prime comunità su una piattaforma digitale sono solitamente le comunità degli sviluppatori. Hacker, programmatori e appassionati di tecnologia che si divertono a smanettare su strumenti nuovi, migliorarli, ecc.

In una seconda fase la piattaforma si popola delle prime comunità per cui la piattaforma é stata pensata. Mastodon però da un lato non é pensato per una qualche comunità specifica (per fare un esempio: il social Gab ha delle policy che permettono alle comunità neonaziste di utilizzarla liberamente e dunque si é popolata proprio di neonazisti, alt/right ecc) e dall’altro il suo sviluppatore ha imposto una chiara policy antifascista sul suo server, mastodon.social. Di conseguenza le prime comunità ad aver popolato Mastodon e creato le proprie Istanze hanno avuto una forte componente antifascista.

Una grossa fetta di utenti ed Istanze poi é andata a formarsi grazie agli esuli di Twitter: chi non poteva o voleva interagire rispettandone le policy (utenti giapponesi, appassionati di anime e manga che, per differenze culturali, non potevano interagire su Twitter) comunità che su sui social generalisti perdono più tempo a difendersi da molestie e trollaggio e che han creato le proprie Istanze Mastodon dove han trovato casa (comunità LGBTQ, Furry, ecc).

Col tempo poi sono arrivati anche i nazi ed i fondamentalisti cristiani, che si son fatti le proprie Istanze indipendenti, così come sono arrivati appassionati di erotismo e pornografia transfughi da Tumblr. Ci sono pure Istanze sex-work friendly.

La struttura stessa di Mastodon fa sì che ogni utente e comunità possa scegliere se e come interagire con le altre. Mastodon dunque non é UN social di antifascisti, furry, nazi, sex-worker, anarchici e tecnoilluminati ma un calderone pieno di comunità diversissime che interagiscono o s’ignorano in modi assai variegati, creando reti complesse adatte alle singole comunità.

In questo momento stanno nascendo diverse Istanze dedicate a mestieri specifici come Istanze per avvocati ed educatori. Al tempo stesso stanno nascendo Istanze specifiche per una certa regione.

 

MASTODON IN ITALIA

In Italia le Istanze stanno nascendo nell’ambito di collettivi autonomi, circoli anarchici e centri sociali legati alle città d’origine:

Bologna: https://mastodon.bida.im
Jesi: https://snapj.saja.freemyip.com
Milano: https://nebbia.lab61.org
Torino: https://mastodon.cisti.org

Non mancano alcune Istanze  personali (cioé create solo per ospitare il loro proprietario o poco più) ed un’Istanza generalista attualmente popolata solo da bot commerciali.

Molti utenti italiani tuttavia sono registrati su mastodon.social o in altre Istanze, perlopiù tedesche o francesi, come ad esempio l’assai cosmopolita mastodon.partecipa.

 

PRIMI PASSI E CONVIVENZA CON TWITTER

Cresce dunque l’interesse per lo strumento ed al tempo stesso si affronta la titubanza di chi s’approccia a Mastodon avendo alle spalle solo l’esperienza dei social commerciali ed ha dunque bisogno di un’introduzione ed un avvicinamento lento. Far convivere le due piattaforme con l’uso di un crossposter é probabilmente una formula che in questo senso può aiutare.

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Oli essenziali e preparazione: guida pratica per il prepper

20 Gennaio 2026 ore 14:54

Introduzione

Nel mondo della preparazione (prepping), tutto ruota attorno a tre concetti chiave: autonomia, versatilità e conservazione nel tempo. In quest’ottica, gli oli essenziali rappresentano uno strumento estremamente interessante infatti: sono concentrati, multifunzionali, relativamente stabili (se ben conservati) e possono coprire numerose esigenze come la cura della persona, l’igiene, supporto al benessere fino alla protezione degli ambienti e delle scorte.

Questo articolo nasce per spiegare in modo chiaro e pratico cosa sono gli oli essenziali, perché la qualità è fondamentale, come utilizzarli in sicurezza e soprattutto quali non dovrebbero mai mancare nel kit di un prepper.
Ah certo, da puntualizzare… Questa è la mia visione, ovviamente a seconda delle varie esigenze e necessità potrebbero esserci oli più idonei rispetto ad altri

Cosa sono gli oli essenziali

Gli oli essenziali sono estratti aromatici altamente concentrati ottenuti da parti di piante officinali (fiori, foglie, cortecce, radici, semi o resine). Non sono oli nel senso classico del termine, ma miscele complesse di molecole volatili prodotte dalla pianta come sistema di difesa, comunicazione e adattamento all’ambiente; proprio per questo la loro densità è più vicina all’acqua che all’olio.

Ogni olio essenziale racchiude il fitocomplesso della pianta: decine (a volte centinaia) di principi attivi che agiscono in sinergia. È proprio questa complessità che rende gli oli essenziali così versatili e difficili da sostituire con prodotti di sintesi.

È importante comprendere che queste sostanze sono esattamente gli “utensili” biochimici che la pianta utilizza per comunicare e difendersi: servono a respingere microrganismi patogeni, insetti e predatori, oppure a trasmettere segnali ad altre piante e all’ambiente circostante permettendogli, addirittura, di avvertire i loro simili di eventuali pericoli.
Un esempio? Avete presente l’odore dell’erba appena tagliata? Quell’aroma così familiare non è un profumo: è il risultato di molecole rilasciate in seguito a una ferita! In natura quel segnale indicherebbe la presenza di un erbivoro attivando risposte difensive nelle piante vicine e in alcune specie addirittura di sintetizzare velocemente sostanze tossiche con “l’intento” di dissuadere il predatore.

Queste molecole hanno quindi funzioni ben precise nel mondo vegetale, ma una caratteristica fondamentale degli oli essenziali è che in alcuni casi svolgono effetti diversi, o addirittura complementari, nell’organismo umano. È proprio questa interazione tra biochimica vegetale e fisiologia umana che rende gli oli essenziali così interessanti dal punto di vista funzionale.

Distillazione in corrente di vapore

I metodi di estrazione più comuni sono:

  • Distillazione in corrente di vapore (la più diffusa e sicura)
  • Spremitura a freddo (tipica degli agrumi)

Perché la qualità è fondamentale (soprattutto per un prepper)

Nel contesto della preparazione, la qualità non è un dettaglio: è una variabile critica.
Buy once, cry once! Compra una volta, piangi una volta ovvero piangi quando paghi il conto. Cosa significa? Niente togliere ai filtri a carbone attivo del discount ma sicuramente un sistema a gravità in acciaio inox (tipo Berkey) o un filtro a fibra cava certificato (come un Sawyer o un Katadyn) sono nettamente superiori di qualità, resistenza e filtrazione.

TipoFiltro economicoFiltro di qualità
Costo iniziale15-20€50-60€
Capacità filtrante1000-2000 litriOltre 370.000 litri (certificati)
Costo per litro0,01€/litro0,00016€/litro
DurataSpesso usa e gettaLavabile o riutilizzabile

Lo stesso concetto ha validità per gli oli essenziali!

Un olio essenziale di bassa qualità può essere:

  • Diluito con solventi o oli vegetali
  • Ricostruito sinteticamente…
  • Ossidato o mal conservato
  • Privo di reale efficacia terapeutica

Un olio essenziale di alta qualità, invece, garantisce:

  • Maggiore efficacia a dosaggi minimi!
  • Maggiore stabilità nel tempo!
  • Minore rischio di reazioni avverse
  • Affidabilità in situazioni di emergenza!

Per un prepper, pochi oli ma puri e certificati valgono molto più di una collezione mediocre.

A cosa servono gli oli essenziali

Gli oli essenziali non sono “rimedi miracolosi”, ma strumenti naturali multifunzione, in pratica un coltellino svizzero biologico. In un’ottica di autosufficienza possono essere utilizzati per:

1. Igiene e protezione

  • Azione antibatterica, antivirale e antifungina
  • Disinfezione di piccole ferite
  • Igiene di mani e superfici

2. Supporto al benessere fisico

  • Supporto respiratorio
  • Sollievo muscolare e articolare
  • Supporto digestivo
  • Gestione di stress e sonno

3. Protezione delle scorte

  • Repellente per insetti e parassiti
  • Protezione naturale di alimenti secchi
  • Controllo di muffe e cattivi odori

4. Ambiente e morale

  • Purificazione dell’aria
  • Miglioramento del benessere psicologico
  • Supporto emotivo in situazioni prolungate di stress

Come utilizzare gli oli essenziali (uso consapevole)

Gli oli essenziali sono talmente potenti che se gestiti male potrebbero addirittura creare irritazioni per questo bastano poche gocce e soprattutto saperli usare, ma tranquilli perché tra poco vedremo quelli che sono più innocui e quelli più critici a cui fare maggiore attenzione. Un prepper deve conoscerli e rispettarli.

Modalità principali di utilizzo

Uso ambientale

  • Diffusione a freddo
  • Qualche goccia su panno o tessuto

Uso topico (sempre diluito se possibile)

  • In olio vegetale (mandorle, jojoba, oliva)
  • In unguenti o oleoliti
  • In casi più estremi se sai come fare potresti addirittura utilizzare:
  • Resine (che di per sé hanno già un’azione antisettica)
  • Argilla
  • Linfa o succhi vegetali (Aloe, Malva, Piantaggine, Altea…)

Uso pratico

  • Spray igienizzanti
  • Repellenti naturali
  • Pulizia degli strumenti
  • Sciogli resina
  • “Inalatore di emergenza”
  • Antisettici e “disinfettanti”
  • Acceleratore per accensione del fuoco
  • Ecc…

Nota importante: l’uso interno da integratore  richiede formazione specifica. In un contesto prepper è spesso evitabile ma se necessaria vedremo poi come assumerli.
Ovviamente questo non è un consiglio a farne uso perché come spiegavo pocanzi possibili effetti collaterali non sono così rari se utilizzati male.

Come utilizzare gli oli essenziali in sicurezza

Gli oli essenziali non sono delicati: sono concentrati estremi.
Per dare un’idea concreta, una singola goccia può contenere l’equivalente dei principi attivi di decine o centinaia di grammi di pianta fresca.
Per questo motivo, un utilizzo sicuro richiede conoscenza, dosi corrette e buon senso.


Conservazione: un punto chiave per il prepper

La corretta conservazione determina la reale durata di un olio essenziale.

Regole fondamentali:

  • Tenere al buio
  • Al fresco (meglio sotto i 20°C)
  • In vetro scuro ben chiuso
  • Lontano da fonti di calore

Durata media:

  • Agrumi: 1–2 anni
  • Lavanda, Tea Tree, Eucalipto: 3–5 anni
  • Resine e legni (incenso, mirra): anche oltre 5 anni

Un prepper dovrebbe ruotare gli oli come fa con il cibo: controllo periodico e uso consapevole.

Ma cosa lo dico a fare a voi… Già sapete!

Il kit di oli essenziali del prepper

Di seguito una selezione essenziale ma completa, pensata per coprire il maggior numero di esigenze con il minimo ingombro.

1. Tea Tree (Melaleuca alternifolia)

  • Antibatterico e antifungino
  • Igiene, ferite, micosi
  • Protezione delle scorte
    Questo è il RE degli oli (parere personale)

2. Lavanda vera (Lavandula angustifolia)

  • Calmante, cicatrizzante
  • Ustioni lievi, stress, sonno
  • Ottima anche per bambini (ben diluita)
    Questo olio essenziale è tra i più innocui e versatili da utilizzare

3. Eucalipto radiata

  • Supporto respiratorio
  • Purificazione ambienti
  • Ottimo in caso di raffreddamenti

4. Limone (spremuto a freddo)

  • Igienizzante
  • Conservazione e pulizia
  • Migliora il morale

5. Menta piperita

  • Tonico e stimolante
  • Mal di testa, nausea
  • Aumenta vigilanza e concentrazione

6. Origano compatto (uso esperto)

  • Potente antimicrobico
  • Da usare solo molto diluito
  • “Assicurazione” in situazioni critiche
    Olio potentissimo va utilizzato con cautela

7. Incenso (Boswellia carterii)

  • Supporto emotivo
  • Stabilità mentale
  • Lunga conservazione
  • Azione antinfiammatoria

Perché gli oli essenziali hanno senso nella prepping

In uno scenario di emergenza o isolamento prolungato, gli oli essenziali offrono:

  • Alta resa in poco spazio
  • Lunga conservazione
  • Versatilità estrema
  • Riduzione della dipendenza da prodotti industriali

Non sostituiscono la medicina d’emergenza, ma rappresentano un livello intermedio intelligente tra rimedi improvvisati e farmaci.

Conclusione

Prepararsi significa anche conoscere strumenti antichi con mentalità moderna. Gli oli essenziali, se scelti bene e usati con rispetto, possono diventare alleati preziosi per il prepper consapevole.

Nel prossimo articolo si affronterà in maniera più dettagliata il dosaggio consigliato (previo consulto medico) e come combinarli in soluzione.

Meglio pochi flaconi, ma buoni. Meglio conoscenza, che accumulo cieco.

Davide – Erborista
Erboristeria “Il Cerchio nel Grano”

L'articolo Oli essenziali e preparazione: guida pratica per il prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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IL KIT PER LA SOPRAVVIVENZA URBANA

5 Gennaio 2025 ore 15:01

BUG-OUT-BAG: IL KIT DI EMERGENZA DA 72 ORE

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Noto in Italia come zaino di salvataggio, il BOB (Bug-out-bag) o 72h kit è uno zaino, un sacco o un qualsiasi altro contenitore portatile (es. scatola alluminio) che al suo interno tiene stipato un equipaggiamento di emergenza che consente un’autonomia di circa 3 giorni (ovvero 72 ore), dal momento in cui si scatena il disastro.

Il ‘kit di sopravvivenza classico‘, è spesso concepito per affrontare lunghi periodi di sopravvivenza in territori ostili e selvaggi, invece la Bug-out-bag nasce con lo scopo di affrontare situazioni di emergenza di breve durata, in conseguenza a disastri urbani o calamità naturali.

Il kit di sopravvivenza urbano ci servirà per garantire i punti base della sopravvivenza (fuoco, cibo, acqua, segnalazione, riparo) fino all’arrivo dei soccorsi.

Lo zaino di salvataggio viene consigliato, principalmente a chi risiede in zone ad alto rischio calamità naturali (es. vicino ad un vulcano, un grosso fiume, in alta montagna). Comunque può acquistarlo chiunque, in quest’ultimo periodo (forse per i vari accadimenti e per i vari programmi televisivi dedicati al survivalismo) è nata una vera e propria caccia (e anche moda) al kit di sopravvivenza urbano, tantochè è sorto un grande business e sempre più negozianti propongono il loro kit, basta fare una ricerca su google.

Lo zaino deve essere leggero, semplice, efficace, compatto, e deve contenere il numero di oggetti necessari in base al numero delle persone che lo utilizzeranno (es. una famiglia).
Lo zaino deve essere controllato periodicamente e deve sempre trovarsi a portata di mano, infatti non possiamo prevedere il momento nel quale ne avremo bisogno.

In quali situazioni usare la Bug-out-bag:

  • catastrofi naturali quali uragani, tornado, cicloni, terremoti, eruzioni vulcaniche, maremoti, alluvioni, frane, valanghe, bufere di neve, forti temporali, inondazione, colate di fango…,
  • incendi,
  • black out,
  • isolamento temporaneo della cittadina,
  • intrappolamento in un edificio,
  • sommosse,
  • manifestazioni violente,
  • attacchi terroristici,
  • assenza o scarsità di risorse primarie come l’acqua, il cibo, l’elettricità, il carburante, il metano per pochi giorni,
  • o altre catastrofi o disastri di breve durata.

IL CONTENUTO DEL KIT DA 72 ORE

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Cosa deve contenere la bug-out bag?

  • Acqua (per bere e cucinare) e cibo per 3 giorni, per ogni persona (almeno 2 a persona + un pasto giornaliero).
  • Cibo (in scatola, istantaneo, barrette energetiche, a lunga conservazione o MREMeal, Ready-to-Eat).
  • Delle bottiglie d’acqua e borraccia.
  • Equipaggiamento per potabilizzare l’acqua (Pillole o compresse per la depurazione dell’acqua al cloro o allo iodio al 3%, chiamate anche tavolette o pastiglie potabilizzanti). In alternativa fornello portatile a gas o a multi combustibile per bollire l’acqua con pentolino.
  • Fiammiferi, acciarino o accendino.
  • Fischietto per segnalare la vostra posizione ai soccorritori o ai cani (molto utile perchè non vi consumare energie urlando).
  • Un manuale di sopravvivenza completo ma sintetico, compatto e poco ingombrante.
  • Posate, pentolino e tazza di alluminio.
  • Apriscatole.
  • Abbigliamento pesante (in climi freddi), con pile, guanti, sciarpa e copricapo.
  • Indumenti di ricambio (intimo, maglietta, calze).
  • Poncho impermeabile, o k-way.
  • Coperta isotermica (immancabile! Da piegata occupa pochissimo spazio, è leggera, isola bene sia dai raggi del sole sia dal freddo e non disperde il calore corporeo).
  • Sacco a pelo e coperta.
  • Radio a manovella o a batteria (con eventuale scorta di pile).
  • Cellulare GSM con caricabatteria a dinamo o solare.
  • Torcia elettrica.
  • Busta di plastica con dei contanti (qualche moneta e banconote di piccolo taglio, almeno 500€), carta d’identità, codice fiscale, patente, libretti sanitari o le loro copie, matita, taccuino, e chiavi casa.
  • Coltello pieghevole, coltellino svizzero.
  • Scotch americano (quello grigio plastificato)
  • Paracord 550.
  • Telone in plastica utile per la raccolta di acqua e il riparo dalla pioggia.
  • Fionda, filo da pesca in nylon, kit cucito (alcuni bottoni, fili, ago e spilla di sicurezza).
  • Kit di pronto soccorso (kit medico sterile, fasciature, laccio emostatico, bendaggi, cerotti, disinfettanti, termometro, palloncino per rianimare, aspirina, tachipirina, oki… vedi primo soccorso).
  • Carta igienica, fazzoletti.
  • Volendo cacciavite con ricambi.
  • Volendo guanti da lavoro.
  • Scarpe comode da indossare subito.
  • Tenda da trekking per la notte.
  • Alcuni includono anche un’arma da fuoco.

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In foto (alcuni oggetti di un kit)

ATTENZIONE: Lo zaino deve essere compatto e leggero con una capienza di 20 litri fino a un massimo di 30 lt. Uno zaino da trekking è ben consigliato.

 

Se, invece, vi interessano tecniche di sopravvivenza per sopravvivere su lunghi periodi andate qui: COME SOPRAVVIVERE IN CITTA’  DOPO UN DISASTRO.

 

Link Esterni:
  1. La Bug-Out Bag di un utente di avventurosamente.
  2. Bug-out-bag senza spendere un patrimonio su Prepper.it
  3. Bug-Out Bag completa

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L'Africa di fronte a un grande test democratico

Il continente africano si prepara a numerose consultazioni elettorali, regolari o anticipate, tra cui nove elezioni presidenziali. Il futuro della democrazia dipenderà da due condizioni

TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE

26 Febbraio 2024 ore 19:48

Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.

I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.

Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.

Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.

In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.

Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.

In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.

Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.

Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.

Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.

Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.

I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.

Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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Siccità: acqua dalla nebbia

30 Giugno 2023 ore 15:46

Se l’approvvigionamento di acqua dovesse diventare un problema, la raccolta di acqua piovana può essere una soluzione per sopperire al prosciugamento dei pozzi.

E se anche la pioggia dovesse diventare rara, la nebbia può diventare un’importante fonte alternativa.

In questo articolo vedremo come autocostruire una sistema in grado di ricavare l’acqua dalla nebbia con materiale di facile reperibilità ed economico.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia antica che risale a migliaia di anni fa. Nell’antichità si usavano tessuti, canali, strutture in pietra, piante. Oggi si impiegano reti plastiche in grado di catturate grandi quantità di acqua.

Serve la nebbia, e generalmente, le zone nebbiose si trovano in zone costiere o in prossimità di montagne.

Anche in condizioni di tempo normale però, durante la notte l’abbassamento della temperatura e l’umidità dell’acqua consentono comunque una certa condensazione dell’acqua. E’ la rugiada che troviamo al mattino sull’erba, in autunno e inverno ma anche durante le giornate di primavera ed estate.

Il consiglio è di provare. Costruite un sistema nel vostro terreno, anche di soli 1-2 metri quadrati, e registrate i dati durante l’arco dell’anno, parallelamente ai valori di temperatura e umidità.

Dopo un anno di funzionamento, avrete i dati necessari per caratterizzare l’efficienza e l’efficacia del vostro sistema.

Il sistema per un piccolo impianto di prova è semplice. Ecco i passaggi necessari per iniziare.

  1. Costruire la struttura di supporto: la rete di raccolta dell’acqua dalla nebbia viene installata su una struttura solida di supporto. La struttura può essere realizzata con legno, acciaio, alluminio o plastica. L’importante è tenere il tessuto ben disteso.
  2. Installare le reti: Un materiale economico impiegato con successo in diverse zone aride sono i tessuti ombreggianti in polietilene verdi come quello in foto. Le reti non devono essere troppo esposte al vento che può contribuire a disperdere l’acqua depositata.
  3. Installare i tubi di drenaggio: l’acqua intrappolata dalle reti, per gravità cade su un sistema di raccolta, come ad esempio un tubo semicircolare, collegato ad una cisterna di raccolta. I tubi di drenaggio sono generalmente realizzati in PVC o polietilene.
  4. Installare la cisterna di raccolta: la cisterna di raccolta è il contenitore che raccoglie l’acqua proveniente dai tubi di drenaggio. La cisterna può essere realizzata in cemento, acciaio o materiali plastici.
  5. Installare il sistema di distribuzione: l’acqua raccolta viene poi distribuita attraverso un sistema di tubi e pompe. Il sistema di distribuzione può essere utilizzato per fornire acqua potabile (se si rispettano alcune regole igieniche) o per irrigare i campi agricoli.

La raccolta dell’acqua dalla nebbia è una tecnologia semplice che può essere realizzata anche con materiali economici e facilmente reperibili. Può essere una soluzione efficace anche per produrre acqua potabile e per sopperire alla carenza delle risorse idriche classiche.

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Conservazione di benzina e diesel: come farlo correttamente per lunghi periodi

21 Aprile 2023 ore 15:25

Conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi può essere una sfida, poiché questi carburanti possono deteriorarsi nel tempo e diventare meno efficaci. Di seguito alcuni consigli per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi:

  1. Conservare in contenitori ermetici: la benzina e il diesel devono essere conservati in contenitori ermetici per evitare la fuoriuscita di vapori e la contaminazione da parte di acqua, polvere o altre sostanze.
  2. Aggiungere un additivo stabilizzatore: è possibile aggiungere un additivo stabilizzatore alla benzina o al diesel per proteggere il carburante da deterioramento e ossidazione. L’additivo aiuta a mantenere la qualità del carburante e a prevenire la formazione di depositi.
  3. Conservare in un luogo fresco e asciutto: la benzina e il diesel devono essere conservati in un luogo fresco e asciutto, lontano dalla luce solare diretta e dalla fonte di calore. Un luogo ideale potrebbe essere un garage o un capannone.
  4. Riempire il serbatoio del veicolo: se si prevede di conservare il veicolo per un lungo periodo di tempo, è consigliabile riempire il serbatoio del veicolo con benzina o diesel per evitare la formazione di condensa.
  5. Effettuare la manutenzione regolare: è importante effettuare la manutenzione regolare del veicolo e del motore per evitare problemi di avviamento e di funzionamento. Ciò può includere l’uso di additivi detergente e la sostituzione periodica del filtro del carburante.

Riassumendo, per conservare la benzina e il diesel per lunghi periodi, è importante conservarli in contenitori ermetici, aggiungere un additivo stabilizzatore, conservarli in un luogo fresco e asciutto, riempire il serbatoio del veicolo e effettuare la manutenzione regolare del veicolo e del motore. Seguendo questi consigli, sarà possibile conservare il carburante in modo efficace e sicuro per lunghi periodi.

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LE MIGLIORI PIANTE DA COLTIVARE PER LA SOPRAVVIVENZA

15 Ottobre 2018 ore 08:40

Se si presta attenzione alle previsioni sul futuro della terra, c’è di che preoccuparsi. I cambiamenti climatici preoccupano particolarmente, con l’aumento della temperatura e conseguenti siccità che rappresentano i pericoli peggiori per l’umanità.

E’ di questi giorni l’ultimo rapporto del panel delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale che si è riunito in Corea del Sud. Il documento riporta che con questo livello di emissioni, nel 2040 supereremo il grado e mezzo di innalzamento della temperatura e alla fine del secolo arriveremo a tre gradi. I problemi maggiori dovranno affrontarli i nostri figli. Le conseguenze di questi cambiamenti provocheranno ondate di inondazioni e siccità. Più colpite saranno le regioni costiere e in Italia lo sviluppo costiero è di 7500 km.

C’è da sperare in un’improbabile presa di coscienza mondiale e/o nello sviluppo di tecnologie pulite che possano arrestare, o quantomeno rallentare, quest’andamento preoccupante.

Intanto è meglio prepararsi ad affrontare le ipotesi peggiori e, in uno scenario di sopravvivenza a lungo termine, è necessario pianificare attentamente le esigenze alimentari. Anche il cibo accumulato alla fine è destinato a finire e la dispensa a rimanere vuota. Per questo motivo, è necessario determinare per tempo i propri bisogni e prepararsi a produrre il cibo autonomamente.

Trattandosi di coltivare cibo per sopravvivere, bisogna considerare che alcuni cibi sono migliori di altri quando si tratta di facilità di crescita, contenuto nutrizionale e facilità di conservazione. E’ necessario avere una buona conoscenza degli alimenti da coltivare e decidere quali tipi di semi fare scorta, in particolare se si dispone di spazio limitato.

Ancora oggi in varie parti del mondo, alcune popolazioni sopravvivono grazie a due o tre colture. In Nord America, molte tribù sopravvissero per gran parte dell’anno con mais, zucca e fagioli. Il Sudamerica faceva affidamento su patate, mais e fagioli. Per migliaia di anni in Cina una famiglia riusciva a sopravvivere disponendo solo di un ettaro di terra.

Ma basta pensare all’Italia all’inizio del secolo scorso quando per molti era difficile mettere in tavola più di una zuppa e pane o polenta. Nelle regioni del nord, questo tipo di alimentazione, basato in gran parte sul mais, ha come conseguenza il diffondersi della pellagra, una malattia causata dalla mancanza di vitamine del gruppo B o dell’aminoacido triptofano. La carne era riservata a poche occasioni o alle classi più agiate.

Cibo Resistente

E’ auspicabile disporre della maggior varietà possibile di vegetali. Pomodori, peperoni, melanzane, zucchine, sono cibi utili e ricchi di vitamine e minerali che si possono coltivare d’estate. Bisogna però considerare che non sono resistenti e, a meno che non vengano cotti e trasformati, non si possono produrre o preservare per l’inverno.

Ipotizzando una situazione sfavorevole, è conveniente pensare alla produzione di cibi che, una volta raccolti, possono essere immagazzinati così come sono o essiccati e conservati per l’uso durante i mesi invernali. La regola per scegliere questi alimenti è: si producono d’inverno o si conservano facilmente.

Di seguito è riportato un elenco di specie raccomandate da coltivare per il sostentamento di tutto l’anno.

Fagioli

I fagioli sono uno dei cibi migliori per tanti motivi. In primo luogo sono molto ricchi di proteine, vitamine e minerali e sono anche molto ricchi di calorie, fornendo quindi molta energia necessaria per la sopravvivenza. Inoltre, i fagioli sono anche molto versatili. Possono essere mangiati freschi dalla pianta o raccolti e conservati. I fagioli hanno una durata di conservazione incredibilmente lunga quando essiccati.

Possono essere preparati in un’ampia varietà di modi, come nelle zuppe, cucinati e mangiati con il pane, o semplicemente da soli. Infine, elemento da non sottovalutare, i fagioli sono azotofissatori, cioè restituiscono l’azoto al terreno prelevandolo dall’atmosfera, prevenendo l’impoverimento del terreno. Questo li rende particolarmente utili da utilizzare nei programmi di rotazione delle colture.

ATTENZIONE: i legumi, al contrario di carne e latticini, sono poveri di alcuni amminoacidi. Per colmare tale deficit basta assumerli con i cereali, meglio se integrali. Il piatto tipico della dieta mediterranea, pasta e fagioli, non si usava dunque solo per necessità, aveva anche una ragione salutistica.

Quanto detto vale anche per altri legumi come ceci, lenticchie, piselli e fave.

Mais

Il mais andrebbe considerato come cereale perché è molto facile da coltivare ed ha una resa per ettaro circa doppia rispetto al grano. Può essere macinato e trasformato in pane, cresce e polenta. Il mais può essere combinato con fagioli per colmare le carenze proteiche presenti nei legumi.

Zucca invernale (a ciclo tardivo)

La zucca invernale è molto resistente e facile da conservare durante i mesi più freddi. Ci sono molte varietà, Trombetta, Gialla, Delicata, Acorn, Spaghetti. Si può conservare per un massimo di 6 mesi in un luogo fresco e buio ed è ottima associata a mais e fagioli.

Patate

La carenza di patate provocata dalla peronospora nel 1845, fu una delle cause principali responsabili della Grande Carestia Irlandese e provocò la morte di più di un milione di persone. Questo tanto per capire l’importanza di quest’alimento in Europa, anche se la pianta è originaria del Sud America e non era nota in nessun altro posto al mondo fino al ritorno in patria di Colombo. Dato che le patate sono facili da coltivare e si adattano bene a vari climi e tipi di terreno, il loro uso è diffuso in tutto il mondo. Possono sostenere un uomo per un lungo periodo di tempo, anche quando non hai altro cibo disponibile.

Carote

Le carote sono radici molto importanti che si conservano bene nei mesi invernali e forniscono nutrienti importanti nella dieta. Richiedono un terreno sabbioso e ben drenante. Se coltivate in una zona in cui si verificano inverni rigidi, si possono coprire con uno spesso strato di pacciame per proteggerle e lasciarle semplicemente nel terreno. Se vanno raccolte, si conservano in frigorifero o in cantina.

Cavolo

Il cavolo è un alimento base in tutto il mondo e per una buona ragione. È facile da coltivare, facile da conservare e ad alto contenuto nutrizionale, anche a cottura ultimata. Può essere utilizzato per la zuppa, con le patate, o fermentato per fare i crauti. Una volta fermentato, il cavolo durerà ancora più a lungo e fornirà una ricchezza di benefici nutrizionali per il corpo e il tratto digestivo. Se si dispone di una cantina non troppo umida, si può utilizzare una cassettina di legno, assicurandosi di distanziare i cavoli l’uno dall’altro e vanno coperti con un canovaccio. Appassiranno le foglie più esterne, che comunque sono quelle che solitamente vengono eliminate, e in questo modo possono conservarsi anche per diversi mesi.

Cavolo riccio

Meno conosciuto in Italia e da non confondere col cavolo nero tipico della Toscana, fa parte della stessa famiglia di piante del cavolo e, sebbene non sia normalmente considerato un alimento di sopravvivenza, è molto ricco di vitamine, minerali e altre sostanze e quindi utile per prevenire carenze nutrizionali che possono indebolire e rendere più inclini alle malattie. Può essere coltivato facilmente ed è resistente al freddo, il che significa che è possibile coltivarlo bene nel tardo autunno o all’inizio dell’inverno. Il cavolo riccio può essere aggiunto a tutti gli alimenti, tra cui zuppe e stufati e piatti di patate. Non è facile da conservare per lunghi periodi e quindi va usato fresco.

Patate dolci

Da poco comparse nei supermercati e mercati italiani, le patate dolci possono rappresentare un’aggiunta importante alla dieta base. Sono simili alle patate, ma hanno un indice glicemico molto più basso rispetto alle patate bianche e apportano molti più nutrienti, circa il doppio. Anche la parte aerea è commestibile e una pianta può fornire sia tuberi che verdure. Anche le patate dolci sono facili da coltivare. Anche se sono di origine tropicale e subtropicale, possono essere coltivate nei climi freddi.
Le patate dolci possono essere conservate a temperatura ambiente per un lungo periodo. Si conservano per un paio di mesi, ma, se vengono mantenute a una temperatura compresa tra 29 e 32 gradi per i primi cinque giorni dopo il raccolto (processo chiamato curing), fanno crescere una seconda pelle. A questo punto si cala bruscamente la temperatura e possono conservarsi per parecchi mesi in cantina.

Aglio

L’aglio non può mancare in un orto di sopravvivenza. È delizioso e aggiunge sapore a qualsiasi piatto. Oltre ad essere un alimento altamente nutriente, può essere usato come pianta medicinale perché è un potente antibiotico e antivirale. Aiuta anche a rafforzare il sistema immunitario, è un potente antiossidante e riduce l’ipertensione e il colesterolo. L’aglio è facile da coltivare e, una volta raccolto, può essere conservato e utilizzato durante i mesi invernali mentre si attende la crescita di un nuovo raccolto.

Erbe aromatiche

Le erbe aromatiche sono versatili e facili da conservare. Rosmarino, timo, basilico, alloro, prezzemolo e origano, possono essere coltivati durante i mesi estivi, raccolti ed essiccati per essere utilizzati durante i mesi invernali. Basta tagliare le piante, lavarle, appenderle a testa in giù all’ombra fino a quando non si asciugano, e poi conservarle in barattoli di vetro in un luogo fresco e asciutto. Molte di queste erbe sono perenni, cioè ricresceranno ogni anno, garantendo una produzione continua. Le erbe aromatiche forniscono sapore al cibo, ma anche nutrienti importanti e possiedono importanti proprietà fitoterapiche.

Come conservare correttamente patate, aglio e cipolle

 

Breve precisazione sulla conservazione di patate, aglio e cipolle che richiede attenzione perché, se la temperatura è troppo alta, questi ortaggi possono germogliare. Nel caso delle patate, ciò comporta la produzione di solanina che è tossica e non deve essere ingerita.

La temperatura ottimale di conservazione di questi ortaggi è di 10-15 gradi e quindi i’ideale sarebbe disporre di una cantina, ma ci si può arrangiare anche in casa.

L’importante è mantenerli al riparo dalla luce e dall’umidità. Si utilizzano cassette di legno o cesti di vimini e panni di cotone asciutti. Anche i fogli di carta utilizzati per conservare il pane vanno bene. Le patate non vanno lavate prima di essere riposte in dispensa.

Se raccolti dall’orto, aglio cipolle e patate saranno probabilmente umidi. Vanno dunque lasciati un paio di giorni ad asciugare all’ombra e poi riposti.

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COVID-19 materiali

di: lost
27 Gennaio 2022 ore 00:00

COVID19 materiali
(un po' di materiali)

Usiamo questa pagina per linkare un po' di materiali sul Coronavirus e dintorni.
L'intenzone è di tenerla in costante aggiornamento, è un fenomeno in rapida mutazione e non è facile star dietro ai fatti, alle loro narrazioni e alle valutazioni che su queste ultime vengono date.

Nostro parere è che l'emergenza antropogenica associata al virus semi influenzale COVID-19 produrrà, sul lungo periodo, dei segni che non sarà facile decostruire.

Alcuni capitoli potrebbero essere i seguenti:

  • Cosa è la verità scientifica? (l'importanza dei numeri, il valore delle statistiche, l'efficacia degli strumenti di analisi ed indagine...)

  • Corpi e contesti, la salute in relazione al territorio e all'ambiente circostante. L'emergenza è classista?

  • Strutture sanitarie, strumenti organizzativi, strutture sanitarie, dotazioni, carenze. L'intersezione non nulla della salute con il mercato.

  • Il potere della comunicazione, il superpotere della comunicazione emergenziale

  • Effetti collaterali, sulle norme che riguardano il lavoro, le libertà individuali, i diritti sindacali

  • Effetti collaterali sulla salute (ai tempi dell'AIDS si diceva che la paura abbassa le difese immunitarie)

  • Effetti collaterali sull'uso di tecnologie per lavoro / studio a distanza

  • Effetti sui gruppi sociali, è forse la prima volta che anziché contenere i malati si vol prevenire il diffondere di …

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