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Stock Trading in Congress Becomes an Attack Line in Midterm Campaigns

14 Agosto 2026 ore 22:23
Republican and Democratic challengers are both using the issue to attack members of Congress as unethical, seizing on a common practice that enrages voters.

© Angela Weiss/Agence France-Presse — Getty Images

Almost 60 percent of lawmakers in Congress own stock, according to an analysis by Common Cause, a nonprofit, nonpartisan organization focused on making government more accountable.

Fotoalbum da La Coruña

14 Agosto 2026 ore 21:52

Nelle ultime due notti avrò dormito sei ore. Stamattina all’aeroporto di Madrid, prosciugata dall’insonnia, ho messo insieme questo album. Più che l’eclissi – che a La Coruña è stata flagellata dalle nubi –, più spesso qui troverete chi l’eclissi la guardava, e che ho avuto la ventura di incrociare sul lungomare della città e nei dintorni dell’Estadio Riazor. Buona visione!

© 2026, Federica Loiacono. Tutti i diritti riservati.

 

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© 2026, Federica Loiacono. Tutti i diritti riservati.

 

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© 2026, Federica Loiacono. Tutti i diritti riservati.

 

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© 2026, Federica Loiacono. Tutti i diritti riservati.

 

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A Prominent Mexican Politician Says U.S. Revoked His Visa

Andrés Manuel López Beltrán, a former president’s son, lashed out at the Trump administration after he said it canceled his visa, another flashpoint in the tense U.S.-Mexico relationship.

© Henry Romero/Reuters

Andrés Manuel López Beltrán is the son of Mexico’s former president Andrés Manuel López Obrador, who is still a key leader of Morena, Mexico’s dominant political party.

A Prominent Mexican Politician Says U.S. Revoked His Visa

Andrés Manuel López Beltrán, a former president’s son, lashed out at the Trump administration after he said it canceled his visa, another flashpoint in the tense U.S.-Mexico relationship.

© Henry Romero/Reuters

Andrés Manuel López Beltrán is the son of Mexico’s former president Andrés Manuel López Obrador, who is still a key leader of Morena, Mexico’s dominant political party.

“Loro prosperano e noi sopravviviamo.” La Germania è furiosa con la Russia.

14 Agosto 2026 ore 20:40

Danilov: La Spagna non rinuncerà volontariamente al GNL russo

MOSCA, 12 agosto — RIA Novosti, Svetlana Medvedeva. L’Europa è di nuovo in subbuglio, questa volta a causa di Madrid. La Spagna continua a importare attivamente gas russo, nonostante i piani di Bruxelles di abbandonarlo completamente. Ciò fa infuriare la Germania, che ha sofferto molto a causa delle sanzioni. RIA Novosti riporta la situazione nell’UE.

Per dispetto a tutti

La Spagna sta acquistando più gas russo che mai, ha osservato il portale tedesco Merkur.

Nel primo trimestre, le consegne hanno superato del 43% i dati dell’anno precedente. A maggio, la Russia ha rappresentato quasi un terzo delle importazioni, il 58,5% in più rispetto al 2025. A giugno, Mosca si è confermata al secondo posto per vendite nel Paese, dopo l’Algeria.

La società spagnola Naturgy ha firmato un contratto con Yamal LNG nel 2013. L’accordo, valido fino al 2041, garantisce la fornitura di gas a un prezzo competitivo.

L’energia russa è più economica di quella americana ed è di buona qualità, ha osservato Ivan Jimenez, capo dell’amministrazione di Bilbao, in Spagna, in un’intervista al Financial Times.

Da gennaio a maggio, il 59% del gas consegnato al porto proveniva dalla Russia, una percentuale superiore a quella proveniente dagli Stati Uniti.

Fattore di crescita

Secondo Merkur, il carburante a basso costo è uno dei fattori che contribuiscono alla crescita significativamente più rapida dell’economia spagnola rispetto alla media dell’eurozona.

In Germania la situazione è opposta. La Germania ha abbandonato il carburante russo ed è passata ad alternative più costose. La differenza di prezzo è diventata dolorosamente evidente. Di conseguenza, l’economia è in fase di stagnazione. Nel frattempo, Madrid continua a ricevere gas e prospera, scrive Merkur.

Facciamo un confronto: il PIL spagnolo è cresciuto del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e del 2,8% lo scorso anno. La crescita prevista per quest’anno è del 2,4%.

“Dopo due anni di recessione, l’economia tedesca è cresciuta solo dello 0,2% nel 2025 e la produzione industriale è diminuita significativamente. I settori chimico, metallurgico e altri settori ad alta intensità energetica sono particolarmente sensibili agli alti prezzi dell’energia”, afferma Pavel Sevostyanov, professore associato presso il Dipartimento di Analisi Politica e Processi Socio-Psicologici dell’Università Russa di Economia Plekhanov-

Tutti hanno perso

Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato esplicitamente che la mancanza di forniture di gas dalla Russia ha innescato una prolungata crisi energetica in Germania.

L’energia è cara, la competitività dei prodotti tedeschi è diminuita, le aziende cercano di ridurre i costi licenziando il personale e delocalizzando la produzione in altri Paesi. Sempre più persone perdono il lavoro: questa è la nuova realtà in Germania.

Nel solo primo trimestre di quest’anno, nel Paese sono andati persi mezzo milione di posti di lavoro. E i vertici della Volkswagen hanno ammesso che l’esistenza della più grande casa automobilistica del Paese è a rischio.

L’economia tedesca, a partire dagli anni ’60 e ’70, con la realizzazione del progetto dell’oleodotto Druzhba e il successivo accordo storico sui gasdotti tra l’URSS e la Germania Ovest, si è sviluppata grazie alle risorse energetiche a basso costo, osserva Roman Danilov, professore associato del Dipartimento di Commercio Internazionale presso l’Università Finanziaria.

“Oggi vediamo che Berlino, rifiutando il gasdotto russo, ha di fatto firmato la propria condanna a morte economica e politica”, afferma.

L’industria del gas tedesca era interamente focalizzata sul gasdotto. La Germania avrebbe potuto diventare un importante hub, grazie alla sua estesa rete di gasdotti e alla favorevole posizione geografica. La realizzazione dei due progetti Nord Stream le avrebbe permesso di diventare leader non solo economico, ma anche politico in Europa. Tuttavia, oggi vediamo che queste posizioni sono andate perdute, aggiunge l’esperto.

“L’energia a basso costo proveniente dalla Russia è stata il segreto del successo del ‘Made in Germany’. Dobbiamo riaverla. Perdere questa fonte energetica ci ha fatto regredire di anni”, ha sottolineato Alice Weidel, co-presidente del partito Alternativa per la Germania (AfD).

Combatteranno

L’Unione Europea ha adottato una normativa per eliminare gradualmente il gas russo. È previsto che le importazioni di GNL vengano completamente interrotte all’inizio del 2027, e quelle tramite gasdotto entro l’autunno dello stesso anno.

Date le circostanze iniziali, Danilov è certo che la Spagna non si ritirerà volontariamente. Politicamente, potrebbe esprimere una posizione indipendente, che dividerebbe ulteriormente l’UE.

Pertanto, secondo l’esperto, Bruxelles cercherà un compromesso e potrebbe fare delle concessioni alla Spagna, come ha fatto con le compagnie di navigazione greche. Ricordiamo che l’UE aveva previsto di includere il divieto di trasporto di GNL russo verso paesi terzi nel 21° pacchetto di sanzioni, ma la Grecia lo ha bloccato, sostenendo che la misura avrebbe avuto un impatto negativo sulla sua attività. Alla fine, l’UE ha consentito alle compagnie europee di trasportare GNL russo verso paesi terzi per un anno, con rinnovo automatico.

Spagna e Germania sono due membri dell’UE con approcci diversi alla vita: mentre la prima antepone gli interessi nazionali, la seconda impone ciecamente restrizioni dannose per il proprio presente e futuro.

Fonte: https://ria.ru/20260812/gaz-2110286901.html?utm_source=smi2_ria_obmen&utm_medium=banner&utm_campaign=rian_partners

Traduzione: Sergei Leonov

Ghost of Yotei si arricchisce di nuovi contenuti nella Complete Edition

(Adnkronos) - Sony e Sucker Punch annunciano "Echoes of Sekigahara" e "Most Wanted", in arrivo a ottobre con la Complete Edition. Confermata anche una versione fisica del pacchetto, che raccoglie gioco base, contenuti aggiuntivi e la componente cooperativa Legends

Come cambiare la tua mente

14 Agosto 2026 ore 18:10
Lettura estiva finita!Se pensate che gli psichedelici siano solo robaccia da hippy, questo libro vi farà cambiare idea.L'autore Michael Pollan, giornalista del New York Times magazine e docente universitario spiega come queste sostanze stiano rivoluzionando la medicina e la psichiatria.Un saggio pazzesco che demistifica i pregiudizi sugli psichedelici raccontandone la storia, la neuroscienza e il ...continua a leggere "Come cambiare la tua mente"

France’s Top Court Strikes Down Ban on Social Media for Children

The move was a setback for President Emmanuel Macron, who championed the ban. He vowed to pass a new version before he leaves office next spring.

© Manuel Ausloos/Reuters

France’s Constitutional Council said that the ban was too wide-ranging, and did not take into account the age, maturity or family situation of children.

France’s Top Court Strikes Down Ban on Social Media for Children

The move was a setback for President Emmanuel Macron, who championed the ban. He vowed to pass a new version before he leaves office next spring.

© Manuel Ausloos/Reuters

France’s Constitutional Council said that the ban was too wide-ranging, and did not take into account the age, maturity or family situation of children.

Zambia Halts Presidential Election Vote Count Over Violence and Fraud Allegations

14 Agosto 2026 ore 20:01
The electoral commission for the southern African nation said poll workers had been attacked and ballots had been stolen.

© Gianluigi Guercia/Agence France-Presse — Getty Images

A voting station’s presiding officer holds a marked ballot during the counting process at Woodlands Primary School in Lusaka, Zambia, on Thursday.

A Ceuta migliaia di bambini dormono in strada. «Il sistema di protezione è al collasso»

14 Agosto 2026 ore 16:11

A Ceuta ci sono migliaia di bambini che dormono per strada, senza una rete di accoglienza e protezione. Alcuni di loro hanno appena sette anni.  Quanti siano, per il momento, è impossibile dirlo. Molti, infatti, non sono stati identificati e registrati e potrebbero trovarsi per strada, nascosti o in altri luoghi privi delle necessarie condizioni di sicurezza.  A lanciare l’allarme è Save the Children, a  due settimane dall’inizio della crisi umanitaria, scatenata dall’arrivo di decine di migliaia di persone provenienti dal vicino Marocco, entrate via terra e via mare in pochissimi giorni. 

Un afflusso eccezionale che ha rapidamente saturato un sistema di accoglienza per i minori già caratterizzato da una capacità limitata.  Mentre l’attenzione è massima per l’allarme diffuso di una prossima imminente ondata di arrivi, un’équipe di Save the Children si trova a Ceuta, per valutare le condizioni di vita di bambini e adolescenti, individuare i bisogni di protezione più urgenti ed eventuali situazioni di vulnerabilità.

«Siamo di fronte a una situazione umanitaria che richiede risorse urgenti, come la creazione di spazi sicuri per loro», ha riferito nei giorni scorsi Jennifer Zuppiroli, esperta di migrazioni di Save the Children Spagna. 

Jennifer Zuppiroli (Save the Children Spagna) da Ceuta

«La responsabilità di proteggere questi bambini non può ricadere esclusivamente su Ceuta», ha detto. «Lo Stato deve mobilitare immediatamente le risorse necessarie affinché nessun bambino dorma per strada e Ceuta disponga del sostegno necessario per far fronte a questa emergenza». Per capire meglio la situazione attuale e le priorità di intervento, VITA ha intervistato Raul Arnaiz, direttore di programma di Save the Children in Spagna. 

Qual è oggi la situazione a Ceuta per i minori arrivati da soli?

Molto critica: tanti di loro si trovano a vivere per strada. Il sistema di protezione di Ceuta e i centri di accoglienza hanno infatti una capacità molto limitata e non riescono ad accogliere tutti i bambini e le bambine e i ragazzi e le ragazze arrivati soli. In questo momento, quindi, molti di loro sono in strada, soprattutto in alcune aree industriali, vicino ai capannoni, oppure in spazi che gli stessi abitanti di alcuni quartieri di Ceuta hanno allestito nei giorni scorsi. Vivono in condizioni molto precarie, in assenza di beni e servizi di prima necessità.

Raul Arnaiz

Dal vostro punto di vista, quali sono le priorità per garantire a questi ragazzi la protezione immediata?

Per prima cosa, bisogna identificare tutti i bambini e ragazzi che in questo momento si trovano per strada, fuori dal sistema di protezione. La seconda priorità è creare spazi fisici in cui possano essere trasferiti, per essere quantomeno al sicuro, avere un posto dove dormire e avere accesso ai servizi di base, come cibo e igiene. Poi è necessario che il sistema pubblico metta in campo misure di accoglienza e protezioni ufficiali, perché i minori possano essere registrati e poi distribuiti nelle diverse regioni o Comunità autonome — come le chiamiamo in Spagna — e verso i rispettivi sistemi di protezione. In questo momento il sistema di Ceuta è completamente collassato e incapace di far fronte alla situazione.

Quali sono gli ostacoli che oggi rallentano il trasferimento di questi minori verso altre regioni spagnole?

Il primo problema è che non esiste un numero definitivo e ufficiale: alcuni dati parlano di 1.500 minori  inseriti nel sistema di protezione, mentre diverse organizzazioni sociali e di quartiere stimano che circa 4mila bambini siano ancora al di fuori del sistema, in attesa di identificazione e indirizzamento verso risorse sicure. Sappiamo con certezza che molti in questo momento si trovano per strada e di loro non esiste alcun registro. Il secondo ostacolo ha a che fare con la volontà politica: ci sono Comunità autonome, o regioni, più disponibili ad accogliere e a farsi carico del trasferimento di questi bambini e ragazzi, ma ce ne sono anche altre meno aperte all’accoglienza. 

Ci sono gruppi particolarmente vulnerabili?

Sì, abbiamo incontrato, in questa circostanza, un numero consistente di bambine che vivono in strada. Questo ci preoccupa molto, perché le bambine sono esposte a rischi maggiori, come la tratta o lo sfruttamento sessuale, soprattutto quando non hanno praticamente nulla. Ci preoccupano anche i bambini molto piccoli, che pure vediamo vivere sulle strade di Ceuta. 

In cosa consiste, in questo momento, il vostro lavoro sul campo?

Abbiamo spostato a Ceuta un’équipe professionale che ha diversi compiti. Innanzitutto identifica i minori che si trovano per strada, per indirizzarli verso il sistema pubblico di protezione e accoglienza nei centri preposti.  La nostra équipe opera anche negli accampamenti temporanei, creati in due quartieri della città di Ceuta — spazi allestiti dagli stessi abitanti — per individuare vulnerabilità specifiche di questi bambini e ragazze. E poi realizziamo attività e laboratori, oltre che sostegno psicologico. Siamo anche al fianco delle associazioni locali e piccole realtà del territorio che stanno gestendo questi spazi temporanei e hanno bisogno di beni di prima necessità, come coperte o articoli per l’igiene.

Cosa chiedete alle istituzioni nazionali e internazionali per tutelare i bambini che vivono questa situazione?

Questi bambini sono arrivati a Ceuta, che è parte del territorio spagnolo, ma questo non è un problema di Ceuta: è una realtà che deve essere affrontata dallo Stato spagnolo e anche dall’Europa. Per questo, chiediamo che venga rispettata la normativa internazionale, che i bambini e le ragazze siano riconosciuti come soggetti di protezione, che vengano accolti in luoghi realmente protettivi per loro e che i casi di ricongiungimento familiare siano gestiti con tutte le garanzie legali e sempre, ovviamente, mettendo al primo posto l’interesse superiore del minore.

Esiste davvero un allarme per una possibile, imminente nuova ondata di arrivi? 

Girano voci su un possibile nuovo arrivo di persone migranti tra Ceuta e Melilla il 15 agosto o nei giorni successivi, ma nessuno ci ha comunicato nulla in tal senso, né ufficialmente né in via ufficiosa, perciò non posso confermare che si tratti di un allarme reale.  Ma l’allarme a Ceuta esiste già: la sua popolazione di 80mila abitanti è raddoppiata in una notte, con l’arrivo di altre 80mila persone. Il sistema di protezione e accoglienza è collassato, generando una situazione complicata e di grande vulnerabilità, che riguarda anche tanti minori in strada. Insomma, l’allarme esiste già adesso: non riesco a immaginare cosa potrà accadere, se ci saranno nuovi arrivi. 

Foto apertura Ana López per Save the Children, Video fornito da Save the Children. Foto interna fornita dall’intervistato

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Pesca illegale, sequestrati a Vada 2 Km di trappole per polpi

14 Agosto 2026 ore 15:10
Pesca illegale, sequestrati a Vada 2 Km di trappole per polpi

Livorno 14 agosto 2026 Nella giornata di ieri i militari della Guardia Costiera di Vada, sotto il coordinamento del Centro Controllo Area Pesca della Direzione Marittima di Livorno, hanno proceduto al sequestro di circa 2 km di trappole per polpi (octopus vulgaris) e nasse posizionate ad opera di ignoti nelle acque antistanti l’approdo turistico vadese. …

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Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco

14 Agosto 2026 ore 13:04

«Sei anni fa, durante la pandemia, decisi di andare a visitare una piccola comunità beduina a cui l’esercito stava demolendo tende e infrastrutture. Rimasi sconvolta: un bulldozer passava sopra le tende e tutto ciò che contenevano, sopra grandi cisterne d’acqua, impianti solari, sacchi di mangime per le pecore. In poche ore l’intera vita di una comunità era stata distrutta». Inizia così la testimonianza di Rabbi Ruti Baidach, rabbina laica-umanista che dirige il consiglio direttivo di Rabbis for Human Rights: un’organizzazione umanitaria israeliana formata da 170 fra rabbini, studenti rabbinici e educatori. Il suo scopo è difendere i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, delle minoranze, dei migranti e dei gruppi più vulnerabili. Opera con oltre mille volontari provenienti da Israele e da tutto il mondo, impegnati in quella che definiscono “presenza protettiva”: accompagnano i pastori palestinesi, sostengono le attività agricole, contribuiscono al ripristino dei terreni e delle fonti d’acqua e si impegnano in attività educative

VITA ha potuto ascoltare la sua testimonianza durante un incontro online con attivisti e supporter organizzato da Tzedek, una rete israeliana che cerca di contrastare la violenza dei coloni e lo sfollamento delle comunità palestinesi in Cisgiordania, dove la violenza sta aumentando in modo proporzionale in questa aggressiva campagna elettorale, guidata soprattutto dai ministri ed esponenti più estremisti della coalizione di governo: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che continuano a sottolineare l’urgenza di una “remigrazione” dai Territori palestinesi. 

Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023

Secondo i dati citati dalla moderatrice della riunione in videocall, Inbal Arnon della rete Tzedek, solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati più di mille attacchi contro le comunità palestinesi della Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quasi 4mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e 38 comunità hanno dovuto abbandonare le proprie terre dopo il 7 ottobre 2023. Rabbi Ruti Baidach ha raccontato: «Ricordo una giovane madre allontanarsi dietro quello che restava di una cisterna d’acqua devastata per asciugarsi una lacrima, lontano dallo sguardo del marito e dei suoi bambini e giovani donne con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Non sono più riuscita a lasciare sole quelle famiglie. All’inizio aiutavo a ricostruire le recinzioni per le pecore, portavo vestiti, un nuovo cane da pastore. Parlavo con le madri, bevevamo il tè, cercavamo di capire come aiutare i bambini, portavo telefoni che le donne potessero usare quando restavano sole nell’accampamento mentre gli uomini erano fuori a pascolare le greggi».

Rabbi Ruti Baidach, classe 1967, è nata e cresciuta con l’occupazione contro cui si è sempre battuta. Ma ha scoperto una rete di israeliani che accompagnavano i pastori palestinesi ogni mattina nella Valle del Giordano, quando i pascoli erano diventati un campo di battaglia. «Sono stata accolta in un gruppo che oggi si chiama Jordan Valley Activists. Nell’estate del 2023, prima del 7 ottobre, la pressione esercitata dagli avamposti dei coloni sulle comunità di pastori stava già aumentando rapidamente, incoraggiata dal governo israeliano. Entrai in un altro gruppo i cui membri dormivano in una comunità nella regione di Binyamin, in Cisgiordania». 

Pastori, famiglie e comunità sotto pressione

Dopo aver ricordato il brutale deterioramento delle condizioni nei Territori occupati, la moltiplicazione dei nuovi avamposti illegali dei coloni che considerano sacro il compito di cacciare i palestinesi dalla loro terra, ha raccontato alcuni gravi episodi a cui ha assistito recentemente: «Una volta ho accompagnato un pastore terrorizzato mentre faceva pascolare il suo gregge a cento metri da casa. Una settimana dopo sono tornata e ho trovato la sua tenda bruciata. Era fuggito con la moglie e i figli piccoli. Queste aggressioni fanno parte della pulizia etnica nella zona di Hamam al-Malih», ha detto, riferendosi alla piccola comunità palestinese del nord della Valle del Giordano, progressivamente svuotata nel 2026 dopo ripetuti attacchi dei coloni, minacce e pressioni che hanno obbligato le famiglie a lasciare la propria terra. «La notte di Purim ho dormito in un accampamento palestinese a soli 200 metri da un avamposto di coloni dove si stava svolgendo una festa e la gente si ubriacava. Accanto a me c’erano alcuni giovani palestinesi che sarebbero rimasti all’erta per tutta la notte. Dovevano proteggere le loro famiglie dalla violenza sapendo che, se avessero risposto con la violenza, avrebbero potuto passare anni in una prigione israeliana. Naturalmente con il rischio di subire torture». E poi ha rammentato con dolore quella mattina in cui è arrivata in una piccola comunità solo poche ore dopo un pogrom, così lo ha definito, che aveva incluso abusi sessuali e il furto del bestiame da parte dei coloni. Tutti gli uomini erano stati portati via durante la notte, perché bisognosi di assistenza medica. «Mi ritrovai con donne e bambini che non avevo mai incontrato, sole e terrorizzate dopo gli orrori che avevano subito nella notte. Da allora siamo rimasti molto legati, vado a trovarli ogni settimana». 

Far sentire la loro voce

Ruti Beidach racconta questi episodi in una conferenza online con attivisti, supporter dell’organizzazione (la cui filosofia si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno l’obbligo di protestare contro qualsiasi ingiustizia inflitta a qualunque essere umano e di impedirla ogni volta che sia possibile) perché sa che la presenza protettiva non basta a salvare le comunità palestinesi ma può frenare la violenza dei coloni, mobilitando l’opinione pubblica in Israele e nel resto del mondo.  «L’esercito israeliano può demolire gli accampamenti e confiscare attrezzature essenziali, comprese le cisterne d’acqua nel pieno dell’estate, ma noi possiamo stare accanto a loro e far sentire la loro voce. Sono due cose che non smetteremo mai di fare», spiega a chi, collegato, le chiede cosa si può fare dall’Europa o dagli Stati Uniti, per fermare il terrorismo dei coloni. 

«Non li lasceremo soli nella loro sofferenza e continueremo a raccontare al mondo la loro situazione per creare una mobilitazione internazionale», spiega addolorata ma convinta che questo sia il dovere di ogni ebreo, nella speranza che alle elezioni del 27 ottobre 2026 ci possa essere un cambiamento politico. «Se il cambiamento atteso ci sarà, poi dovremo continuare a chiedere riparazione e giustizia nei confronti del popolo palestinese poiché questa violenza è legata al progetto di espansione degli insediamenti ed è il risultato inevitabile di un sistema in cui una popolazione gode di ampi diritti e privilegi mentre a un’altra vengono negati i diritti fondamentali».

In apertura, una delle attività in Cisgiordania dell’organizzazione umanitaria Rabbis for Human Rights. (Fotografie di Jacob Lazarus)

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Dal Mediterraneo al Pacifico, 8 crociere da sogno per viaggiare sull’acqua nel 2026

14 Agosto 2026 ore 13:00

Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Viaggiare, mangiare e sognare sull’acqua. Su un veliero a tre alberi con poche cabine e il mare quasi tutto per sé, sullo yacht d’epoca di un regista di Hollywood, sulla chiatta che scivola lungo i canali di Borgogna con lo chef stellato ai fornelli, o sulla grande nave che punta verso nord con il teatro e la spa a bordo. Modi diversi di lasciarsi cullare dalla corrente, per una notte o per una settimana. Il 2026 è l’anno giusto per salpare, tra yacht appena varati, barche fluviali rimesse in acqua e persino colossi della crociera che puntano verso i fiordi, dove d’estate si respira. Ecco otto imbarcazioni da scoprire, dal Mediterraneo al Nilo, dai Caraibi alla Norvegia.

Mediterraneo

Il varo del Four Seasons I, il 20 marzo, è caduto nel 65esimo anniversario del marchio. Lo scafo, 207 metri costruiti da Fincantieri su progetto di Tillberg Design of Sweden e Martin Brudnizki, dichiara un’ascendenza precisa: la Christina O di Onassis. Le 95 suite escludono le cabine interne, il rapporto tra ospiti e personale si attesta su una persona a testa, una marina trasversale apre i fianchi sull’acqua.

Tra gli 11 ristoranti, il Sedna ruota chef stellati del gruppo, da Christian Le Squer del Cinq a Luca Piscazzi del Pelagos, fino a Guillaume Galliot del Caprice. La prima stagione tocca Saint-Tropez, Bodrum, Hydra e il Montenegro, prima di raggiungere i Caraibi e le Bahamas in inverno; una seconda unità è attesa per il 2028.

Borgogna

Marguerite è la nuova chiatta fluviale che Belmond vara a fine estate 2026 sui canali della Borgogna, ottenuta dalla trasformazione di una precedente imbarcazione della flotta, la Amaryllis. Quattro suite doppie per otto ospiti, una piscina plunge e una filosofia di slow luxury la collocano all’estremo opposto della crociera oceanica; gli interni citano la margherita che dà il nome alla barca, tra vetrate colorate e tappeti su misura.

L’itinerario passa da Digione con lezioni di preparazione della senape, prosegue lungo la Route des Grands Crus in e-bike e prevede pranzi privati nelle sale del Château du Clos de Vougeot. La cucina porta la firma di Dominique Crenn, chef pluristellata di origine bretone, tradotta ogni giorno da un cuoco privato. La barca si aggiunge alle sette unità di Les Bateaux Belmond distribuite tra Borgogna, Provenza, Champagne e Bordeaux.

Grecia

Varata negli anni Trenta e reduce da un refit per i suoi 90 anni, la nave da diporto di 33 metri Maid Marian 2 appartiene a Roland Emmerich, il regista di Independence Day, e porta nell’Egeo un gusto da collezionista: arredi e opere provengono dalla sua raccolta personale, con pezzi da Asia, Africa e Sud America. Cinque cabine, tre con bagno privato, un equipaggio di sei persone e un ponte superiore di 100 metri quadrati rifatto per prendere il sole. Il charter parte da Atene per il giro delle Cicladi, tra Kythnos, Serifos, Sifnos e Paros, con l’itinerario disegnato insieme al capitano, due Seabob per scendere sott’acqua fino a 40 metri e stand-up paddle per esplorare le baie.

Nilo

La dahabeya Nile Canopus, membro di Relais & Châteaux, il veliero fluviale a due alberi che nell’Ottocento portava i viaggiatori europei da Luxor ad Assuan, torna in una versione contemporanea di 55 metri, con arredi realizzati su misura in Egitto. Il riferimento dichiarato è Amelia Edwards, tra le prime egittologhe, autrice di A Thousand Miles Up the Nile. Venti ospiti si distribuiscono tra quattro grand suite con balcone e sei cabine con ampie finestre; sul ponte una tenda in stile safari cita l’accampamento di Howard Carter negli anni della scoperta della tomba di Tutankhamon. Gli itinerari da quattro notti collegano Luxor ad Assuan toccando i templi di Esna, Edfu e Kom Ombo, l’isola di Bassaw e Philae, con una sosta all’isola di Herdiab dove è possibile fare il bagno nel fiume.

Fiordi norvegesi e Islanda

All’estremo opposto delle piccole unità d’autore, la grande nave risponde all’estate torrida facendo rotta verso il Nord Europa. A bordo della Norwegian Prima, Norwegian Cruise Line propone una crociera di 11 giorni da Southampton a Reykjavík, che attraversa Belgio, Paesi Bassi, Norvegia e Islanda senza cambi d’albergo né spostamenti via terra. Dopo gli scali a Zeebrugge, porta d’accesso a Bruges, e Amsterdam, l’itinerario raggiunge Bergen, il fiordo di Geiranger e Ålesund, celebre per la sua architettura Art Nouveau. Il viaggio prosegue quindi verso l’Islanda, con soste ad Akureyri e Ísafjörður, prima dell’arrivo a Reykjavík. La formula freestyle cruising rinuncia a orari fissi e dress code, mentre gli spazi panoramici dell’Ocean Boulevard, la Mandara Spa e l’ampia proposta gastronomica completano l’esperienza a bordo.

Capo Verde

Tre alberi e 16 cabine per 32 ospiti, Le Ponant è un albergo galleggiante a misura d’uomo, membro Relais & Châteaux dal 2023, sul quale gli chef del circuito salgono a cucinare in un rapporto di partenariato con la compagnia francese. L’esperienza dura otto giorni, costruita su valori di sostenibilità e su una cucina che attinge agli ingredienti locali, e promette isole segrete e porti leggendari. L’arcipelago di Capo Verde offre il versante atlantico e vulcanico del programma, tra Mindelo, São Nicolau, Boa Vista e Fogo, con approdi in porti minori e soste dettate dal vento. Il tre alberi alterna poi Mediterraneo, dalle isole greche alla costa croata, e Caraibi, secondo una rotta lasciata alla scelta dell’ospite.

Caraibi

Star Clippers vuole ampliare lo sguardo del viaggiatore e ridefinire il modo di vivere i Caraibi. Accanto agli itinerari più apprezzati, la compagnia inserisce nuove rotte che puntano su autenticità, accessibilità selettiva e luoghi che sfuggono ai circuiti più battuti. La sfida è quella di proporre un’esperienza di viaggio che tenga il passo del presente senza perdere l’anima della vela. Itinerari agili, tempi distesi, scali selezionati, in un equilibrio tra comfort, scoperta e quel ritmo fluido che permette di apprezzare davvero ogni scalo, senza sovraccarichi e senza l’effetto ‘tappa obbligata’.

Le nuove proposte includono isole minori, riserve marine e piccoli porti locali che valorizzano la dimensione più autentica della regione caraibica. A bordo, lo stile Star Clippers rimane quello di sempre: ambienti di bordo dalle dimensioni contenute, un servizio attento alle necessità di ciascun passeggero e un rapporto diretto tra l’ospite e l’equipaggio. Una formula che consolida l’identità della compagnia e rafforza la sua posizione come punto di riferimento nella navigazione a vela internazionale. Gli itinerari da sette notti cambiano volto a seconda del porto d’imbarco: dallo Star Flyer, in partenza da St. Martin verso le Isole Sottovento e le Isole del Tesoro, tra St. Barths, Anguilla e la Norman Island che avrebbe ispirato Stevenson, all’ammiraglia Royal Clipper che salpa da Barbados verso le Isole Sopravento, con St. Lucia e le sue Pitons, e verso le Grenadine.

Oceano Pacifico

Nell’arcipelago di Palau, in Micronesia, protetto per l’80%, il catamarano di 39 metri Four Seasons Explorer Palau porta un’idea di lusso lontana dalla rappresentanza. Dieci cabine più la Explorer Suite, un biologo marino imbarcato e fino a tre immersioni al giorno costruiscono un programma attorno all’acqua più che all’itinerario. Le rotte si adattano al mare e alla fauna, verso siti come Blue Corner, dove le correnti richiamano squali di barriera e tartarughe, o il Jellyfish Lake e le sue meduse prive di pungiglione. Senza un calendario fisso di scali, lo yacht resta una base mobile per l’esplorazione subacquea, in un angolo di Pacifico che il turismo di massa non ha raggiunto.

L’articolo Dal Mediterraneo al Pacifico, 8 crociere da sogno per viaggiare sull’acqua nel 2026 è tratto da Forbes Italia.

Mappa concettuale dei simboli anarchici: significato, storia e origini

14 Agosto 2026 ore 11:45

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

L’anarchismo ha sempre avuto un rapporto particolare con i simboli. Un movimento che rifiuta autorità, gerarchie e appartenenze imposte potrebbe sembrare poco incline a riconoscersi in bandiere ed emblemi. Eppure, nel corso della sua storia, ha prodotto un immaginario visivo immediatamente riconoscibile. La bandiera nera, la bandiera rosso-nera, la A cerchiata, il gatto nero, la stella nera e, in contesti più recenti, diverse bandiere bicolori sono entrati nel linguaggio politico anarchico. Non tutti questi simboli hanno però la stessa origine, la stessa importanza storica o lo stesso significato. Alcuni provengono direttamente dal movimento anarchico, altri dal movimento operaio e sindacale

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Russia Campaigned to Derail Moldova’s Pro-Western Government

In the tiny nation, Moscow paid Orthodox priests, conducted a vote-buying scheme and set up training camps on election interference — all in an effort to derail the Western-leaning government.

© Vadim Ghirda/Associated Press

Police officers in Chisinau, the Moldovan capital, watching protesters gather outside the electoral commission after the polls closed for parliamentary elections in 2025.

Da ambientalisti appello ai sindaci della Toscana, ‘chiedete stop caccia’

14 Agosto 2026 ore 11:47
Da ambientalisti appello ai sindaci della Toscana, ‘chiedete stop caccia’

Appello di Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste ai Comuni toscani affinché chiedano alla Regione di sospendere o ridurre la caccia per tutelare la fauna selvatica già provata dalle eccezionali condizioni di caldo e siccità dell’estate.

Appello di Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, tra cui Wwf Toscana, Lipu Toscana, Lav e Gabbie Vuote, ai Comuni toscani affinché chiedano alla Regione di sospendere o ridurre la caccia per tutelare la fauna selvatica già provata dalle eccezionali condizioni di caldo e siccità dell’estate 2026. L’iniziativa, trasmessa tramite Pec da Italia Nostra Toscana, chiede in particolare ai Comuni di avvalersi degli strumenti previsti dalla legge regionale n.3/1994 e di richiedere alla Giunta regionale il divieto temporaneo dell’attività venatoria sull’intero territorio comunale, in via prioritaria nelle giornate di apertura del 2 e 6 settembre 2026, oppure, in alternativa, l’adozione di misure di riduzione dell’attività venatoria. La richiesta, spiega Italia Nostra, nasce da una situazione climatica e ambientale particolarmente critica con conseguenze rilevanti sulla fauna selvatica. Ispra, fa sapere Italia Nostra, ha segnalato come caldo estremo e siccità stiano determinando condizioni di forte stress per numerose specie, con impoverimento delle risorse alimentari, prosciugamento degli ambienti umidi, aumento della mortalità e riduzione del potenziale riproduttivo. “In condizioni eccezionali occorrono misure eccezionali – dichiara Francesco Pratesi, presidente di Italia Nostra Toscana -. La fauna selvatica sta affrontando una delle estati più difficili degli ultimi decenni. A siccità, temperature estreme, scarsità d’acqua e di risorse alimentari non possiamo aggiungere, come se nulla fosse, anche la pressione dell’attività venatoria. Abbiamo quindi chiesto a tutti i sindaci della Toscana di utilizzare gli strumenti che la stessa legge regionale mette a loro disposizione”.

L’onda lunga inaugurata dall’intelligenza artificiale

14 Agosto 2026 ore 11:00

La teoria delle onde lunghe porta a interpretare le grandi trasformazioni degli ultimi anni come il segnale dell’emergere di un nuovo paradigma tecnologico. La competitività futura di Europa e Italia dipende dalla capacità di partecipare al suo sviluppo.

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Come l’effetto Musk sta spingendo gli stipendi dei ceo americani verso cifre record

14 Agosto 2026 ore 11:13

I piani retributivi per i principali dirigenti delle aziende del S&P 500 hanno raggiunto il massimo storico nel 2025, dopo che l’accordo sul compenso da mille miliardi di dollari di Elon Musk in Tesla è diventato un “punto di riferimento” per altre società, secondo uno studio riportato da Reuters.

Fatti principali

  • La retribuzione media per i ceo nel S&P 500 – escluso Musk – è balzata del 21% a 22,8 milioni di dollari nel 2025, ha riferito Reuters, citando i dati dell’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio).
  • Si tratta della cifra più alta da quando l’Afl-Cio ha iniziato a tracciare i piani retributivi negli anni ’90.
  • Il segretario-tesoriere dell’Afl-Cio, Fred Redmond, ha dichiarato a Reuters che il compenso di Musk in Tesla “cambia le dinamiche quando si discutono gli altri piani retributivi dei ceo” e che “i consigli di amministrazione lo usano come punto di riferimento”.
  • Includendo l’accordo sul compenso di Musk, che potrebbe valere oltre 1.000 miliardi di dollari qualora Tesla raggiungesse diversi obiettivi, i piani di retribuzione media per gli amministratori delegati del S&P 500 hanno superato i 340 milioni di dollari.

Valutazione di Forbes

Musk è la persona più ricca del mondo con un patrimonio stimato in 870,6 miliardi di dollari a giovedì mattina, e il suo patrimonio netto è più del doppio di quello del cofondatore di Google Larry Page (284,3 miliardi di dollari) e di Jeff Bezos di Amazon (275,7 miliardi di dollari), che si posizionano rispettivamente al secondo e al terzo posto tra i più ricchi. Il ceo di SpaceX e Tesla è diventato il primo trilionario (in dollari) al mondo in seguito al debutto in borsa del produttore aerospaziale a giugno, e la sua fortuna ha raggiunto il massimo storico di 1,45 mila miliardi di dollari prima che il crollo delle azioni SpaceX dimezzasse il patrimonio netto di Musk. Musk sembra aver riconosciuto il calo del proprio patrimonio netto in un post sui social media, scrivendo su X il mese scorso di essere un “(ex) trilionario”.

Contesto chiave

Gli azionisti di Tesla hanno approvato lo scorso anno un pacchetto retributivo per Musk che prevede diversi obiettivi di capitalizzazione di mercato e di vendite. Tra gli obiettivi vi è il superamento di una valutazione di mercato di Tesla pari a 8,5 mila miliardi di dollari entro 10 anni e la vendita di altri 12 milioni di automobili da parte della casa automobilistica. L’accordo sul compenso è stato osteggiato da alcuni gruppi di investimento, tra cui la società di gestione che supervisiona il fondo sovrano della Norvegia, la quale ha espresso “preoccupazione per l’ammontare dell’assegnazione, la diluizione e la mancanza di mitigazione del rischio legato alla figura chiave (key person risk)”. Musk ha incentivi retributivi simili delineati nel suo pacchetto SpaceX, come lo stabilimento da parte dell’azienda di una “colonia umana permanente” su Marte con almeno 1 milione di persone e lo sviluppo da parte di SpaceX di data center “non terrestri” in grado di erogare 100 terawatt di potenza di calcolo ogni anno – circa 21 volte l’elettricità generata a livello globale nel 2023.

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Is Ocasio-Cortez Ready for the Glass Cliff?

14 Agosto 2026 ore 13:18
She will run as a woman but unlike how every woman before her was forced to run.

© Illustration by The New York Times; photograph by Gordon Welters for The New York Times

Russia Campaigned to Derail Moldova’s Pro-Western Government

In Moldova, Moscow paid Orthodox priests, conducted a vote-buying scheme and set up training camps on election interference — all in an effort to derail the Western-leaning government.

© Vadim Ghirda/Associated Press

Police officers in Chisinau, the Moldovan capital, watching protesters gather outside the electoral commission after the polls closed for parliamentary elections in 2025.

Russia Campaigned to Derail Moldova’s Pro-Western Government

In Moldova, Moscow paid Orthodox priests, conducted a vote-buying scheme and set up training camps on election interference — all in an effort to derail the Western-leaning government.

© Vadim Ghirda/Associated Press

Police officers in Chisinau, the Moldovan capital, watching protesters gather outside the electoral commission after the polls closed for parliamentary elections in 2025.

L’onda lunga inaugurata dall’intelligenza artificiale

14 Agosto 2026 ore 11:00

La teoria delle onde lunghe porta a interpretare le grandi trasformazioni degli ultimi anni come il segnale dell’emergere di un nuovo paradigma tecnologico. La competitività futura di Europa e Italia dipende dalla capacità di partecipare al suo sviluppo.

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Mappa concettuale della storia dell’anarchismo: origini, movimenti e rivoluzioni

14 Agosto 2026 ore 10:57

Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura

L’anarchismo non nasce in un momento preciso né dall’opera di un unico pensatore. È il risultato di un lungo processo storico nel quale critica dell’autorità, socialismo, movimento operaio, federalismo, rivoluzione sociale, autogestione e libertà individuale si incontrano e si trasformano. Dalle prime formulazioni di William Godwin e Pierre-Joseph Proudhon allo scontro tra Marx e Bakunin nella Prima Internazionale, dalla nascita del comunismo anarchico alle grandi organizzazioni sindacali, fino alla Rivoluzione spagnola e alle successive trasformazioni del pensiero libertario, la storia dell’anarchismo attraversa oltre due secoli di conflitti politici e sociali. La mappa concettuale della storia dell’anarchismo permette di seguire questo

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Investito da treno a Carrara, muore 74enne

14 Agosto 2026 ore 10:52
Investito da treno a Carrara, muore 74enne

Un uomo di 74 anni, residente a Massa (Massa Carrara) è morto la notte scorsa dopo essere stato investito da un treno a Carrara, in zona stazione.

Un uomo di 74 anni, residente a Massa (Massa Carrara) è morto la notte scorsa dopo essere stato investito da un treno a Carrara, in zona stazione. L’intervento di soccorritori e forze dell’ordine intorno alle 3.40: sul posto automedica di Carrara, vigili del fuoco, polizia ferroviaria. A seguito dell’investimento la circolazione ferroviaria, lungo la linea Pisa-La Spezia è stata inizialmente sospesa tra Sarzana e Massa centro. Alle 8, segnala Rfi sul proprio sito, risultata fortemente rallentata, con ritardi fino a 200 minuti, limitazioni e cancellazioni di treni.

Le tecnologie che cambieranno la salute entro il 2040: così si prova ad anticiparle

14 Agosto 2026 ore 10:00

Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

La tecnologia non è il problema. Il problema è guardarla troppo tardi — quando è già infrastruttura — o troppo presto, investendo su onde che non arrivano mai. Ecco la missione del Technology Foresight del Politecnico di Milano: calibrare il timing e costruire una visione tecnologica che orienta decisioni concrete, investimenti, posizionamento competitivo, allocazione delle risorse.

Non un aggiornamento sulle tecnologie del momento, ma un metodo per leggerle tutte, ora e in futuro. Questo processo avviene mettendo a sistema competenze diffuse e reti di esperti accademici e industriali, nazionali e internazionali, per elaborare analisi previsionali di sviluppo tecnologico ed esplorarne criticamente gli impatti in un orizzonte di medio e lungo termine. C’è un gruppo di lavoro che sovrintende e che ci aiuta a capire: Paola F. Antonietti, Cristiana Bolchini, Giuliana Iannaccone, Simona Chiodo e Francesco Braghin.

Le tecnologie cambiano gli stili di vita. Quanto è importante riuscire a prevedere gli sviluppi prima possibile?

Il futuro non si può prevedere, ma lo si può progettare orientando le scelte verso ciò che si ritiene preferibile: per questo è fondamentale anticipare i futuri possibili. È il principio che guida il lavoro del Technology Foresight: non esiste un unico futuro già scritto, ma una pluralità di scenari che possono verificarsi sulla base di complessi meccanismi di interazione tra tecnologia, cultura, società, ambiente, economia e politica. Nel caso degli stili di vita, quest’attività diventa particolarmente importante perché assistiamo a una trasformazione profonda.

La consapevolezza del loro impatto sulla salute, ad esempio, tende a modificare le nostre abitudini verso un’attività continua di prevenzione, monitoraggio e gestione personalizzata, grazie alla dimensione sempre più pervasiva delle tecnologie, alimentata da dati, intelligenza artificiale, sensori e modelli predittivi. L’obiettivo del Technology Foresight non è prevedere cosa accadrà, ma fornire a istituzioni, imprese e cittadini, nonché ai ricercatori stessi, strumenti per avere consapevolezza, prepararsi e orientare il cambiamento.

Quali sono i fattori da tenere in considerazione in questo processo?

Utilizziamo un approccio sistemico, che caratterizza la metodologia di foresight, basato sull’analisi delle cosiddette forze Steep: sociali, tecnologiche, economiche, ambientali (environmental, nell’acronimo inglese) e politiche. La metodologia combina ricerca documentale, analisi dei segnali emergenti, technology scanning e coinvolgimento di una vasta comunità di esperti dei settori accademico, sanitario e sociale.

Tra i fattori più rilevanti che potranno avere un impatto sugli stili di vita troviamo l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e dei problemi di salute mentale, la diffusione dell’intelligenza artificiale e dei sistemi autonomi, la crescente pervasività dei dati, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, le tensioni geopolitiche e la scarsità di materie prime, la sostenibilità dei sistemi di welfare. La caratteristica dell’approccio è considerare simultaneamente più livelli, da quello individuale a quello infrastrutturale e ambientale in senso lato, riconoscendo la loro sempre più forte interdipendenza.

C’è anche un margine di imprevedibilità: basta guardare alla geopolitica, per esempio. È tenuto in considerazione?

L’incertezza è uno degli elementi centrali della metodologia di Foresight. Il nostro approccio parte dal presupposto che eventi inattesi possano modificare profondamente le traiettorie tecnologiche. Per questo analizziamo scenari alternativi. Tra le forze considerate figurano elementi quali la competizione geopolitica, l’instabilità globale, la sicurezza e la frammentazione degli ecosistemi internazionali. L’obiettivo è individuare traiettorie di cambiamento che anticipino possibili futuri in contesti diversi e ad alta incertezza e, allo stesso tempo, identificare quali elementi possano verosimilmente essere più resilienti e persistenti, anche passando da uno scenario possibile all’altro.

Le tecnologie quantistiche rischiano di rimescolare le carte?

Le tecnologie quantistiche, così come altre tecnologie emergenti, hanno il potenziale per rappresentare un fattore di discontinuità nei prossimi decenni. Nell’ambito della salute potrebbero, ad esempio, accelerare la simulazione molecolare, la scoperta di farmaci, l’analisi genomica e l’elaborazione di grandi volumi di dati biologici. Se la tecnologia dovesse raggiungere livelli di maturità industriale prima del previsto, potrebbe diventare un moltiplicatore di capacità più che una rivoluzione isolata.

È possibile una descrizione del sistema/mercato a lungo termine?

Possiamo delineare traiettorie plausibili. Dall’ultimo lavoro svolto sul sistema salute, caratterizzato al 2040, emergono alcune tendenze convergenti: maggiore enfasi sulla prevenzione rispetto alla cura; monitoraggio continuo attraverso sensori e dispositivi indossabili/impiantabili; medicina sempre più personalizzata grazie a dati, apprendimento automatico e gemelli digitali; integrazione tra salute umana, ambiente e società secondo una prospettiva unificante e mutuamente interagente; ruolo crescente del cittadino come soggetto attivo nella gestione della propria salute ed evoluzione del ruolo del professionista della salute; sistemi sanitari distribuiti, fortemente integrati con gli ecosistemi e con la possibilità di erogare l’assistenza al di fuori delle strutture ospedaliere tradizionali.

Più che immaginare un futuro dominato da una singola tecnologia, vediamo emergere un ecosistema in cui IA, biosensori, genomica, dispositivi impiantabili e indossabili e nuove piattaforme digitali convergono per creare un sistema sanitario sempre più preventivo, personalizzato e diffuso. La vera sfida non sarà solo tecnologica, ma riguarderà la governance, la sostenibilità, l’etica, la privacy e l’accessibilità, affinché l’innovazione produca benefici diffusi e non nuove forme di disuguaglianza.

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Energia rinnovabile in porto. Il futuro dello scalo passa dalla transizione ecologica

14 Agosto 2026 ore 09:10

Ma il nodo dei vincoli paesaggistici e la gestione delle reti rischiano di frenare ogni sviluppo.

“Mentre il porto di Livorno cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista nel Mediterraneo – si legge in una nota a firma congiunta Livorno Civica e Alleanza Verdi e Sinistra – una questione strategica rimane in larga parte irrisolta: la produzione di energia rinnovabile all’interno dell’area portuale. Un tema che intreccia competitività dello scalo, criticità di sviluppo del polo industriale e necessità di abbattere le emissioni inquinanti in città.

A rimettere al centro del dibattito pubblico questa partita, dopo una serie di incontri e confronti anche con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, sono oggi Livorno civica e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno deciso di sollevare la questione e spingere a soluzioni condivise per uscire dall’impasse.

Secondo studi tecnici più volte portati all’attenzione delle istituzioni dal circolo Legambiente “Luciano De Majo”, l’area portuale e le zone retroportuali potrebbero ospitare fino a 300 megawatt di impianti eolici, ai quali si aggiungerebbero ulteriori 10-15 MWp di fotovoltaico da installare su tetti e superfici oggi inutilizzate. Numeri che non sono affatto irraggiungibili, se si guarda a quanto già realizzato nei grandi scali del Nord Europa: Rotterdam ha installato 300 MW di eolico onshore, Anversa è arrivata a 370 MW con 130 pale in esercizio, Amburgo soddisfa già i due terzi del proprio fabbisogno energetico con fonti pulite. Perché Livorno dovrebbe restare indietro?

“A rendere ancora più urgente il tema – prosegue la nota – è la vicenda del cold ironing, l’elettrificazione delle banchine che consente alle navi di spegnere i motori durante la sosta, riducendo drasticamente le emissioni inquinanti. La “prima vita” del cold ironing a Livorno risale al 12 novembre 2015, quando venne inaugurata con grande pompa la banchina elettrificata alla Calata Sgarallino, alla presenza delle autorità cittadine e regionali. Un investimento che costò 3,5 milioni di euro, cofinanziato per il 60% dal Ministero dell’Ambiente e per il 20% dalla Regione Toscana. L’impianto aveva una potenza erogabile fino a 12 MW ed era il primo in Europa di tale potenza dedicato alle navi passeggeri. Eppure, quell’infrastruttura all’avanguardia non è mai stata utilizzata commercialmente. Le ragioni furono molteplici: mancavano le navi con apparati elettrici compatibili, non era stato stipulato il contratto con Enel per la fornitura di energia, e la gestione dell’impianto non era stata formalmente trasferita dall’Autorità Portuale alla società Porto 2000. La Corte dei Conti, pur riconoscendo la situazione paradossale, ha comunque escluso il danno erariale. Uno “sperpero di denaro pubblico”, come è stato definito a dieci anni di distanza, che resta un simbolo delle occasioni mancate.

La ‘seconda vita’ del cold ironing è invece finanziata con i fondi del PNRR e del Fondo Complementare, per un totale di 77,5 milioni di euro destinati all’intera Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale. Di questi, 45,5 milioni sono specificamente destinati al porto di Livorno, 16 milioni a Piombino e 16 milioni a Portoferraio. Questo nuovo progetto, molto più ampio e ambizioso, prevede la realizzazione di una sottostazione nell’area dell’ex centrale Enel del Marzocco e di tre cabine di conversione a servizio di passeggeri (crociere) e container. I lavori, affidati al Consorzio Integra a dicembre 2023, procedono speditamente e dovrebbero essere completati entro il 2026, rendendo così operativo il sistema in tutti i porti dell’Autorità. A luglio 2025 sono già stati completati tratti rilevanti di scavo e posa dei cavidotti, e il porto di Livorno risulta a livello europeo uno dei pochi ad aver installato o appaltato più della metà dei lavori.

Un’evoluzione positiva, ma che non risolve il problema alla radice: senza una reale produzione di energia rinnovabile in loco, il cold ironing rischia di restare una costosa vetrina che non risolve il problema dell’inquinamento portuale. Come ha sottolineato Legambiente, allacciarsi alla rete nazionale costa agli armatori di più che produrre energia a bordo bruciando combustibili fossili. Se invece l’energia venisse autoprodotta in porto con impianti eolici, il costo scenderebbe a circa 3 centesimi al kWh contro gli attuali circa 14 centesimi al kWh, rendendo il cold ironing non solo ecologicamente virtuoso ma anche economicamente conveniente”.

“Il principale ostacolo alla realizzazione di questi impianti ci hanno confermato da Palazzo Rosciano – continua la nota – è però di natura normativa, oltre alla necessità di ricerca fondi, che dovrebbero venire dal privato: i vincoli paesaggistici imposti dalla Soprintendenza e recepiti dal Comune di Livorno nel Piano Operativo Comunale, che hanno esteso la tutela della fascia costiera anche alle aree operative del porto. Una scelta che l’Autorità di Sistema Portuale ha immediatamente impugnato davanti al TAR di Firenze. «È un paradosso tutto italiano – commentano i referenti di Legambiente Livorno – mentre aree come la Val di Cornia vengono coperte di pannelli solari, si “protegge” il paesaggio del porto industriale. Una contraddizione che rischia di bloccare la transizione ecologica del nostro territorio». A complicare il quadro nel confronto con Autorità Portuale la preoccupazione espressa dal presidente Gariglio sul futuro dello snodo ferroviario dell’interporto, che a causa dei ritardi accumulati potrebbe essere riallocato ad altri asset, vanificando anni di progettazione e investimenti ma anche  il percorso governativo che prevede l’affidamento a un unico soggetto privato della gestione di tutte le reti elettriche nei porti nazionali, una scelta che solleva più di un interrogativo sulla tenuta di un sistema pubblico di approvvigionamento energetico”.

“Di fronte a questo scenario – prosegue la nota – Alleanza Verdi e Sinistra e Livorno Civica hanno elaborato un documento congiunto per rimettere in moto il processo. Le richieste al governo, alla Regione Toscana e alle autorità locali sono chiare: costituzione di un tavolo permanente tra Comune, Autorità di Sistema Portuale, Regione per accelerare gli iter autorizzativi degli impianti eolici e fotovoltaici in area portuale. Il tavolo potrebbe aiutare e sostenere il superamento dei vincoli paesaggistici attraverso un’intesa istituzionale che riconosca la specificità delle aree portuali e la necessità di uno sviluppo sostenibile nelle aree naturali, distinguendo tra paesaggio naturale e paesaggio industriale. Altrettanto importante è l’attrazione di investimenti privati con project financing dedicati alla produzione di energia rinnovabile, sul modello di quanto già sperimentato in altri settori, oggi a che ci risulta, assente dalla pianificazione dello sviluppo del porto. Non ultimo, l’importanza del collegamento tra transizione energetica delle aree portuali e industriali del retroporto, perché la produzione di energia pulita in porto e nelle aree limitrofe può rappresentare una risposta concreta alla necessità di sviluppo del polo logistico e industriale di Livorno, offrendo energia a costi competitivi per la produzione anche di idrogeno verde e per il rilancio industriale del territorio.

Il porto di Livorno si trova di fronte a un bivio: restare indietro rispetto agli altri scali europei, vittima di burocrazie miopi e vincoli anacronistici, o diventare un laboratorio di innovazione e sostenibilità.

La scelta è politica. Noi abbiamo scelto di stare dalla parte della transizione ecologica, del lavoro e della salute dei cittadini”.

“La partita è aperta – conclude la nota – ma il tempo, con le crisi energetiche globali e la competizione tra porti del Mediterraneo, non gioca certo a favore di chi aspetta”.

 

L’Inferno Verde: il campo di concentramento di Clevelândia (1924-1926)

14 Agosto 2026 ore 10:00

Il filosofo camerunense Achille Mbembe ha definito la necropolitica come quelle politiche e azioni create dallo Stato per determinare quali individui debbano vivere e quali individui debbano morire. La necropolitica stabilisce zone di morte, dove individui sovversivi, corpi non docili e idee pericolose vengono confinati e lì lasciati morire. I campi di concentramento e i campi profughi, ad esempio, sono esempi di necropolitica.

La Colonia Penale di Clevelândia (Oiapoque – Brasile) funzionò tra il 1924 e il 1926, sotto il governo autoritario di Arthur Bernardes (1922-1926). In questo periodo furono inviati sul posto i nemici di Arthur Bernardes, oltre a detenuti comuni arrestati per furti, vagabondaggio ecc. Furono inviati anche operai anarchici.

Tra il 1924 e il 1926 furono mandate a Clevelândia circa 1.300 persone. Circa 700 di esse morirono. A titolo di confronto, durante la dittatura civile-militare (1964-1985), circa 450 persone scomparvero o furono uccise, secondo la Commissione Nazionale della Verità.

La repressione seguiva una “scala” che avrebbe portato a Clevelândia: gli oppositori di Bernardes venivano perseguitati e arrestati in commissariati precari. Poi venivano messi nelle stive delle navi che seguivano rotte esclusive create per il trasporto dei prigionieri verso l’Oiapoque. Le stive delle navi erano vere e proprie prigioni sul mare e riproducevano gli ambienti sporchi dei commissariati. Era solo l’inizio di una situazione futura ancora peggiore: Clevelândia, l’Inferno Verde.

I libertari inviati a Clevelândia furono: Domingos Passos, Domingos Braz (italiano), Pedro Augusto Motta, Nino Martins, Nicolau Paradas (spagnolo galiziano), Thomaz Derliz Borche (afro-uruguaiano), José Batista da Silva, Antônio Salgado, Fernandes Varella, Biofilo Panclastra (colombiano), José Nascimento Alves, Antônio da Costa, Manoel Ferreira Gomes (portoghese), Pedro Carneiro, tra gli altri.

Pedro Motta, Nicolau Paradas, Nino Martins, José Maria Fernandes Varella e José Alves do Nascimento morirono a Clevelândia, o nel tentativo di fuggire dal luogo. L’anarchico Fernandes Varella arrivò a inviare lettere al giornale anarchico A Plebe, raccontando le pessime condizioni del luogo e la propria agonia. Varella sarebbe morto pochi giorni dopo questa dichiarazione.

A Clevelândia ammalarsi era quasi una certezza di morte. Alcune testimonianze affermavano che medici e infermieri iniettassero, in modo arbitrario, chinino nei corpi dei detenuti. Oltre alla denutrizione, i detenuti soffrivano e morivano di tubercolosi, malaria e dissenteria. L’anarchico afro-indigeno Domingos Passos inviò anch’egli lettere alla stampa operaia raccontando torture, pestaggi e negligenze. Domingos Passos riuscì a fuggire e ad arrivare vivo a Belém do Pará.

Uno dei sopravvissuti, l’anarchico italiano Domingos Braz, descrisse i tipi di prigionieri rinchiusi a Clevelândia: Disgraziati mendicanti per l’infamia di essere vecchietti, invalidi, respinti e derisi dalla società, perché qui non esistono ricoveri che li accolgano; innumerevoli figli del popolo confusi tra i vagabondi (…) per l’inconcepibile delitto di non avere risorse per comprare la propria libertà agli agenti che li hanno arrestati; e diversi sindacalisti e anarchici. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.

Nella stessa lettera, Braz descrive l’ambiente mortifero di Clevelândia: L’Oiapoque è un luogo privo di risorse mediche. Gli stessi precetti sanitari e igienici sono sconosciuti. Gli infelici deportati dormono in gruppi di cento e più individui. Baracche sporche e disgustose coperte di tavole o di paglia sopra e ai lati – questo è l’alloggio. La febbre palustre, la dissenteria, la gastroenterite trovano in loro un vasto e ampio campo di propagazione, facendo impunemente vittime quotidiane. A tutto ciò si aggiungono l’alimentazione carente, inadeguata e irregolare e, nella maggior parte dei casi, priva di qualsiasi condimento. A PLEBE. n. 245. Data: 12/02/1927.

I condannati di Clevelândia non furono giustiziati immediatamente. Furono lasciati soffrire sotto gli occhi dell’amministrazione del luogo. Morirono poco a poco a causa di malattie, maltrattamenti, fame, lavori estenuanti e tristezza.

Carlos Ferreira de Araujo Junior

 

RIFERIMENTI

KARLLOS, Jr. Brasil Negro Insurgente. Ed. Monstro dos Mares. 2025

MBEMBE, Achille. Necropolítica: biopoder, soberania, estado de exceção, política da morte. Traduzione di Renata Santini. São Paulo: N-1 edições, 2018.

PLEBE, A. n. 245. Data: 12/02/1927.

RODRIGUES, Edgar. Companheiros. História do Movimento Anarquista no Brasil.

SAMIS, Alexandre. Clevelândia: anarquismo, sindicalismo e repressão política no Brasil.

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Darsena Europa, sinergia tra AdSP e commissario per accellerare le opere

14 Agosto 2026 ore 09:45

Una task force interna per coordinare sinergicamente le attività tecniche e amministrative con la struttura commissariale della Darsena Europa. È questo uno dei primi atti organizzativi firmati dal neo segretario generale dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Pierpaolo Danieli. La mossa sigilla la collaborazione con il commissario straordinario dell’opera, Giancarlo Dionisi, e avvia una nuova stagione di cooperazione istituzionale per accelerare una delle infrastrutture più strategiche per la portualità toscana e nazionale.

La decisione, fortemente voluta dal presidente dell’Ente portuale Davide Gariglio, si pone come obiettivo quello di assicurare un raccordo unitario tra le esigenze funzionali dell’AdSP e quelle della Struttura commissariale in un quadro di leale collaborazione. Il nuovo Gruppo di supporto alla Piattaforma Europa, composto da diversi dirigenti di Palazzo Rosciano, svolgerà attività consultive di approfondimento ed analisi per la realizzazione dell’opera.

Il provvedimento avvia la più ampia riorganizzazione dell’Ente voluta dai vertici di Palazzo Rosciano. L’obiettivo fondamentale è garantire che l’AdSP continui ad operare al massimo delle sue funzioni di legge, tutelando sia i grandi progetti strategici sia le attività quotidiane.

“La Piattaforma Europa rappresenta il futuro economico del nostro scalo e della logistica nazionale” ha dichiarato  Danieli. “Seguendo la chiara linea strategica tracciata dal presidente Gariglio, che ha voluto fortemente questa task force, lavoreremo per attivare ogni sinergia possibile con la struttura commissariale, al fine di dare risposte rapide al cluster portuale e procedere spediti verso la realizzazione dell’opera”.

Inwit, le infrastrutture digitali abilitatrici della digitalizzazione: dalla prevenzione degli incendi alla banca sotto casa

14 Agosto 2026 ore 09:00

C’è un momento, nella pineta della Tenuta Presidenziale di Castelporziano, in cui una telecamera vede prima di un guardaparco. Non è fantascienza: è una telecamera intelligente dotata di intelligenza artificiale, montata a decine di metri d’altezza su una torre di telecomunicazione, collegata a un gateway, capace di riconoscere un pennacchio di fumo nel momento esatto in cui si forma, ben prima che diventi un incendio conclamato. È uno dei tanti modi in cui Inwit prima tower company italiana e tra le principali digital infrastructure company, sta riscrivendo il senso stesso della parola “torre di telecomunicazione”.

Per anni percepite come infrastrutture necessarie esclusivamente per abilitare la connettività outdoor, oggi, rappresentano una piattaforma digitale in grado di abilitare servizi integrati e innovativi. “Quando pensiamo alle torri per le telecomunicazioni, pensiamo soprattutto alla connettività: telefonate, internet, streaming, social network, 5G. In realtà queste infrastrutture possono fare molto di più, grazie alla loro diffusione sul territorio”, spiega Diego Galli, Direttore Generale di Inwit, che ricorda un dato non banale: oltre 26mila torri in Italia, presenti in almeno l’84% dei comuni italiani.

Torri intelligenti a supporto dell’ambiente

È da questa intuizione che nasce il progetto realizzato da Inwit insieme a Legambiente nella Riserva naturale statale Tenuta di Castelporziano, una delle aree naturali più preziose del Lazio. Su 3 torri di telecomunicazione a ridosso della Riserva sono state installate telecamere smart dotate di intelligenza artificiale collegate a gateway, in grado di individuare tempestivamente i principi di incendio e inviare un allarme immediato alle centrali operative. La posizione privilegiata sulle torri di telecomunicazione permette di monitorare aree molto vaste e di lanciare il segnale prima che una situazione potenzialmente pericolosa si trasformi in un’emergenza. Accanto alle telecamere, sono state installate anche centraline IoT per il monitoraggio della qualità dell’aria: veri laboratori in miniatura che misurano inquinanti, polveri sottili e parametri meteorologici, costruendo una base di dati a supporto dell’ecosistema.

Il modello è “immediatamente replicabile” su tutte le torri di Inwit, diffuse capillarmente sul territorio italiano. Oggi il progetto coinvolge già tredici aree naturali italiane, dal Bosco di Vanzago in provincia di Milano fino alle riserve abruzzesi del Parco Nazionale della Maiella e del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. I numeri, sommati, restituiscono la scala dell’operazione: 19 torri coinvolte, altrettanti gateway, 9 telecamere intelligenti e 27 centraline per la qualità dell’aria, distribuite su tutto il territorio nazionale. In un periodo in cui i cambiamenti climatici rendono sempre più frequenti eventi estremi e incendi, utilizzare le tecnologie digitali per prevenire i rischi e proteggere il territorio significa fornire uno strumento a tutela della biodiversità.

Dietro questa capacità di “vedere e sentire” il territorio c’è un’infrastruttura tecnologica meno visibile, ma altrettanto strategica: circa 20mila gateway installati sulle torri Inwit, connessi a una piattaforma IoT centralizzata in cloud e monitorati 24 ore su 24 dal Network Operations Center dell’azienda. Sono questi dispositivi, veri e propri “cuori digitali” alla periferia della rete, a raccogliere i dati da sensori distribuiti capillarmente — spesso attraverso reti LoRaWAN, capaci di trasmettere informazioni a basso consumo energetico fino a due chilometri in ambito urbano — e a renderli disponibili per applicazioni che vanno dallo smart metering di acqua e gas allo smart parking, fino all’agricoltura di precisione.

Una rivoluzione smart per la connettività degli edifici

Se le torri raccontano la dimensione outdoor, una seconda partita si gioca indoor, all’interno degli edifici. Attraverso i sistemi DAS, Distributed Antenna System, l’azienda porta la connettività mobile multi-operatore dentro spazi che il segnale esterno fatica a raggiungere: hotel di lusso, ospedali, musei, campus universitari, centri logistici.

Questi sistemi garantiscono alte performance, elevati standard di sicurezza informatica e un’esperienza in continuità tra connettività outdoor e indoor, consentendo la diffusione dei nuovi servizi digitali smart, incluso l’loT.

Il Bilancio Integrato 2025 di Inwit fotografa una rete composta da più di 850 DAS in tutta Italia, in grado di abilitare oltre 150 ospedali — per un totale di più di 50mila posti letto coperti — più di 50 hotel di fascia alta, più di 50 strutture della grande distribuzione e oltre dieci tra musei e campus universitari.

L’esempio più recente riguarda l’headquarter di Acea. La multiutility romana è oggi interamente connessa grazie a un sistema DAS multi-operatore che copre circa 40mila metri quadrati distribuiti su undici piani, attraverso quattro remote unit collegate a circa 180 micro-antenne a basso impatto visivo. “La collaborazione con ACEA conferma il ruolo centrale di Inwit come abilitatore della trasformazione digitale per le grandi realtà industriali del Paese”, osserva Lucio Golinelli, Chief Smart Infrastructure Officer di Inwit, spiegando che l’infrastruttura pone le basi per futuri servizi di smart building, IoT e sicurezza.  Il progetto, che si estende anche alla sede di ARETI e all’Innovation Center del gruppo, prevede in totale l’attivazione di tre nuovi sistemi DAS.

Non è un caso isolato. Inwit ha abilitato la connettività indoor in oltre 2.500 filiali bancarie in tutta Italia, sparse in più di 700 comuni italiani: uno spazio, quello degli sportelli bancari, dove firma elettronica, pagamenti contactless e autenticazione degli operatori tramite smartphone dipendono da una copertura solida, spesso ostacolata da muri spessi e vincoli architettonici tipici degli edifici storici che ospitano molte filiali italiane.

Tutta l’innovazione di un futuro sempre connesso

Il fil rouge di tutto questo è un’infrastruttura digitale efficiente e altamente tecnologica: la trasformazione guidata da Inwit dimostra come il concetto di connettività abbia ormai superato i suoi confini tradizionali. Non si tratta più soltanto di garantire la trasmissione di dati, ma di strutturare un vero e proprio sistema digitale per il Paese. Integrando intelligenza artificiale, sensoristica IoT e reti ad altissima capillarità — sia all’aperto sia negli ambienti chiusi — le infrastrutture si evolvono in piattaforme intelligenti. È la convergenza definitiva tra spazio fisico e dimensione digitale che sta dietro la connettività di tutti i giorni.

L’articolo Inwit, le infrastrutture digitali abilitatrici della digitalizzazione: dalla prevenzione degli incendi alla banca sotto casa è tratto da Forbes Italia.

Comuni, ultimi incendi hanno distrutto 60 ettari di bosco nel Mugello

14 Agosto 2026 ore 08:48
Comuni, ultimi incendi hanno distrutto 60 ettari di bosco nel Mugello

E’ di 60 ettari di bosco andati a fuoco il bilancio degli ultimi incendi che hanno colpito il Mugello secondo l’Unione dei Comuni che indicano come acceleratore naturale per le fiamme” i terreni privati abbandonati, le aree incolte e boschi sempre più maturi.

E’ di 60 ettari di bosco andati a fuoco il bilancio degli ultimi incendi che hanno colpito il Mugello secondo l’Unione dei Comuni che indicano come “acceleratore naturale per le fiamme” i terreni privati abbandonati, le aree incolte e boschi sempre più maturi “dove si accumulano tonnellate di biomassa e scarti di tagli mai rimossi. Un mix esplosivo che aspetta solo una scintilla”. E, denuncia sempre l’Unione dei Comuni, “quella scintilla ha quasi sempre un’origine umana. Che si tratti di dolo, menefreghismo, incompetenza o della superficialità, la distruzione degli ecosistemi è totale. Il fuoco non uccide solo gli alberi: cancella la biodiversità, sterilizza il suolo e spazza via microfauna, insetti e larve, alterando equilibri biologici che richiederanno decenni per ricostituirsi”. La prevenzione si fa coi comportamenti quotidiani. I Comuni invitano a fare attenzione durante i pic-nic (scegliere un pranzo freddo anziché accendere un barbecue può salvare un bosco), a fumare (un mozzicone gettato non spento al cento per cento è un’arma termica), alla sosta dei veicoli, manovra che richiede cautela perché “parcheggiare l’auto sopra l’erba o le foglie secche espone al rischio che il calore della marmitta catalitica generi un principio di incendio”. tale da distruggere anche la vettura peraltro. I Comuni evidenziano che “la responsabilità si estende anche alle mura domestiche e alla gestione delle proprietà. Chi vive a ridosso delle aree verdi deve curare i propri terreni, mantenendo una fascia di erba corta intorno ai fabbricati per spezzare l’avanzata delle fiamme, e assicurarsi di avere fonti d’acqua vicine se si utilizzano attrezzi da lavoro che producono scintille”. L’ultima emergenza incendi ha richiesto l’impegno di circa 100 persone – tra specialisti dell’Antincendio Boschivo (Aib), operai forestali e volontari della Protezione Civile – coordinati dal Direttore delle Operazioni dell’Unione Montana dei Comuni del Mugello, con il supporto aereo massiccio di elicotteri e Canadair.

Il ghiaccio lunare si scova con i lunamoti

14 Agosto 2026 ore 07:58

Dopo un dibattito durato secoli sulla possibile presenza di acqua sulla Luna, nel 2020 i dati raccolti dalla missione Sofia della Nasa ne avevano confermato la presenza sotto forma di ghiaccio. Non si sa ancora, però, quanto ghiaccio ci sia, né dove sia localizzato. Un nuovo studio condotto dai geologi dell’Università del Maryland (Umd), del Lawrence Berkeley National Laboratory e dell’Università delle Hawaii presenta un metodo che potrebbe essere utilizzato per individuare e mappare il ghiaccio sotto la superficie lunare: attraverso le onde sismiche dei “lunamoti” (moonquakes, in inglese), il tipo di vibrazioni misurate durante i terremoti.

Una catena montuosa lunare ripresa nel 2023 dal Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa. In basso a sinistra è visibile il cratere Malapert, un potenziale sito di atterraggio per Artemis 4. Crediti: Nasa/Gsfc/Arizona State University

«È fondamentale individuare eventuali materiali presenti sulla Luna che un astronauta possa utilizzare mentre si trova lassù», spiega Nicholas Schmerr dell’Umd, coautore dello studio, pubblicato due settimane fa su Science Advances. «Poiché saranno limitati dalle poche risorse portate dalla Terra, qualsiasi cosa trovino sulla Luna li aiuterà sostanzialmente a vivere di ciò che offre il territorio, specialmente nel caso di missioni a lungo termine o avamposti». Il ghiaccio, in particolare, potrebbe rivelarsi essenziale per le missioni umane sulla Luna: se sciolto e purificato può diventare acqua potabile, mentre scisso produce ossigeno per respirare e idrogeno per il carburante dei razzi. Questo significa che individuare una fonte di ghiaccio lunare potrebbe ridurre drasticamente il carico che le future missioni dovranno trasportare dalla Terra: si rivelerebbe cruciale per il programma Artemis della Nasa, che punta alla regione polare sud della Luna per gli atterraggi con equipaggio nel 2028, dove ci sono crateri polari che potrebbero nascondere del ghiaccio d’acqua.

In blu sono indicate delle aree del polo sud lunare in cui potrebbero esserci depositi di ghiaccio d’acqua. La mappa si basa sui dati raccolti dal Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa. Crediti: Nasa

Il team ha sfruttato il fatto che, se attraversati da un’onda sismica, il suolo ghiacciato e quello secco si comportano in modo molto diverso tra loro: il ghiaccio irrigidisce il materiale in cui è mescolato, facendo sì che le vibrazioni viaggino da due a tre volte più velocemente rispetto a quanto farebbero attraverso il terreno asciutto. Le zone ricche di ghiaccio possono anche far rimbalzare l’energia sismica invece di lasciarla passare. Un sismometro posizionato sulla Luna, sottolinea Schmerr, potrebbe rilevare questi effetti. «Possiamo utilizzare le onde sismiche non solo per verificare la presenza di ghiaccio, ma anche per stimarne approssimativamente la quantità».

Per verificare la validità dell’idea, Harrison Lisabeth del Lawrence Berkeley National Laboratory, autore principale dello studio, ha congelato una roccia vulcanica proveniente dall’Arizona che, se frantumata, riproduce fedelmente la polvere lunare, e ha utilizzato i raggi X per studiare come il ghiaccio si insedi negli interstizi tra i granelli di terreno. Il coautore Matthew Siegler dell’Università delle Hawaii ha invece realizzato mappe dettagliate delle temperature della regione polare sud della Luna, identificando quali crateri sono rimasti sufficientemente freddi da preservare il ghiaccio per miliardi di anni. Schmerr, infine, ha simulato al computer piccoli terremoti lunari che si propagano attraverso il ghiaccio sotterraneo, interagendoci. In tutti e tre gli approcci il ghiaccio ha lasciato tracce evidenti e misurabili nei dati sismici.

Mappa della distribuzione dell’acqua sulla Luna realizzata nel 2023 con i dati di Sofia. La mappa, che fornisce indicazioni su come l’acqua possa spostarsi lungo la superficie lunare, si estende fino al polo sud lunare, l’area che sarà oggetto di studio delle missioni Artemis della Nasa e del rover Viper, dedicato alla ricerca dell’acqua. Crediti: Nasa

Verificare la posizione e la quantità di ghiaccio non sarebbe importante solo per gli astronauti. «La Luna è stata testimone di alcune delle fasi più cruciali del Sistema solare primordiale, compreso il modo in cui l’acqua è stata trasportata», ricorda infatti Schmerr. «Lo studio del ghiaccio lì depositato potrebbe rivelare come l’acqua si sia diffusa e, in ultima analisi, come si siano formati gli oceani terrestri».

La missione cinese Chang’e-7, che atterrerà sulla Luna alla fine di quest’anno, trasporterà un sismometro, mentre nel 2028 gli astronauti della missione Artemis potrebbero installare la Lunar Environmental Monitoring Station, una stazione di monitoraggio dell’ambiente lunare. Non ci sarà quindi da attendere a lungo per verificare le previsioni dello studio.

Per saperne di più:

 

Quanto è trendy il forno di comunità: il pane che rigenera legami

14 Agosto 2026 ore 07:30

C’è un tempo dell’attesa che non appartiene alla frenesia quotidiana, ma al ritmo lento del lievito che cresce e del calore che trasforma la farina. Attorno al forno a legna di Rigenera, l’azienda agricola della cooperativa sociale Nazareth alla periferia di Cremona, questo tempo si è trasformato in uno spazio politico e umano di rara densità. La cooperativa sociale che gestisce il luogo nasce storicamente con una vocazione chiara e strutturata verso l’accoglienza dei migranti, il lavoro socio-educativo con gli adolescenti e la ricerca di risposte innovative ai bisogni dell’abitare. Negli ultimi anni, tuttavia, il perimetro delle attività si è allargato verso l’agricoltura sociale e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, in particolare detenuti ed ex detenuti, trovando nell’acquisto e nel restauro di una vecchia casa padronale il proprio baricentro fisico e simbolico.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

La ristrutturazione della cascina ha seguito una doppia direttrice progettuale: al piano superiore sono stati ricavati alloggi protetti dedicati alle persone accolte nei diversi percorsi della cooperativa, mentre il piano terra è stato interamente pensato come presidio comunitario. Una cucina capiente, ampie sale per incontri e un giardino attrezzato con zona barbecue costituiscono la cornice logistica. È in questo contesto che si è deciso di installare un forno a legna, avviando un’iniziativa apparentemente semplice ma rivoluzionaria nelle sue implicazioni: il forno di comunità. L’intenzione di fondo era evitare che l’azienda agricola rimanesse un luogo confinato ai soli addetti ai lavori o agli utenti dei servizi, aprendola invece alle visite, alla frequentazione libera e allo scambio quotidiano con l’intera cittadinanza.

La democrazia della farina

Ogni sabato mattina un gruppo di volontari accende il fuoco e prepara le braci. Chiunque lo desideri può presentarsi con il proprio impasto, portando pane, pizze o biscotti da cuocere negli spazi condivisi. Tuttavia, il valore profondo dell’esperienza risiede in tutto ciò che accade a margine della cottura. I tempi morti necessari alla lievitazione e il monitoraggio del calore diventano l’occasione per sostare, conoscersi e superare quella distanza diffidente che spesso separa la cittadinanza dalle realtà del Terzo settore dedicate all’emarginazione. «Poter ospitare tutti insieme, sia persone migranti che residenti, per fare qualcosa insieme diventa uno spazio molto normalizzante per tutti», racconta Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth. «È uno spazio di grande parità: attorno al pretesto del pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai».

È uno spazio di grande parità: attorno al pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai

Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth

La cooperativa, spesso etichettata nell’opinione pubblica locale come la cooperativa dei migranti per via delle sue origini storiche, ha trovato nel forno uno strumento straordinario di normalizzazione e pari dignità. Attorno alla pala si incrociano le ricette delle mamme e delle donne pakistane con le tradizioni panificatrici delle diverse regioni d’Italia portate dai residenti di lunga data. La curiosità per le tecniche di impasto altrui sostituisce il pregiudizio e il pane si conferma un linguaggio universale, presente in ogni cultura e capace di restituire ad ognuno una parola e una competenza da condividere su un piano di assoluta parità. «Il pane è davvero qualcosa che unisce», aggiunge Biaggi. «È un diffuso in tutte le culture, quindi tutti hanno qualcosa da dire, da fare o da cucinare su questo tema».

La 24 ore di pane

L’impatto del forno ha rapidamente travalicato l’appuntamento del fine settimana, diventando un pretesto educativo permanente per le scuole di ogni ordine e grado del circondario, dagli asili nidi fino alle scuole secondarie di primo grado. Bambini e studenti vengono accolti in cascina per sporcarsi le mani di farina, imparare i segreti della panificazione e comprendere il valore dell’agricoltura sociale. Parallelamente, lo spazio è diventato un punto di approdo per le altre realtà del consorzio cooperativo, ospitando gli utenti dei centri diurni, gli anziani delle rsa e le persone seguite dalle comunità terapeutiche in momenti di festa e laboratori integrati.

In occasione del primo anniversario del forno di comunità, la cooperativa ha promosso la “24 ore di pane”. Si è trattato di un’intensa due giorni che ha intrecciato un convegno tematico, momenti di spiritualità, spettacoli dal vivo, workshop pratici sulla pasta madre e spazi di conviviale condivisione del cibo dalla colazione alla cena.

L’esperienza di Cremona mostra come l’agricoltura sociale possa superare l’approccio puramente assistenziale per farsi generatrice di welfare culturale e di comunità. Trasformando un alimento primario in un’occasione di incontro informale, Rigenera continua a dimostrare che impastare insieme non è soltanto un atto gastronomico, ma la forma più concreta ed efficace per impastare nuove relazioni sociali.

In apertura, il forno di Rigenera La fotografia è stata fornita dall’intervistata

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Colleferro, esplode fabbrica di munizioni nella «valle delle armi»

14 Agosto 2026 ore 00:03

Prima l’incendio, poi il boato: ieri pomeriggio, intorno alle 14.30, è esplosa la fabbrica della Knds Ammo Italy di Colleffero, 60 chilometri a sud di Roma. L’azienda, rilevata nel 2014 […]

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Trump Gives Green Light to U.S. Companies to Aim Hacks at Cybercriminals

13 Agosto 2026 ore 22:34
The practice would align the United States more closely with countries like China and Russia, where spy agencies have long relied on private-sector hackers to help with national security missions.

© Vincent Thian/Associated Press

An expert on China’s hacking ecosystem said that historically Beijing had copied various cybersecurity policies from the United States, but that the new Trump policy was a reversal of that arrangement.

Scott Ritter: “Questo patto di difesa non ha alcun senso”

13 Agosto 2026 ore 21:00



In questa intervista, l’analista geopolitico ed ex ufficiale d’intelligence statunitense Scott Ritter analizza le recenti crisi internazionali tra il Medio Oriente e l’Europa dell’Est.

Ritter evidenzia come l’Iran stia agendo con pragmatismo basato sulla realtà, mentre Donald Trump dipinge scenari illusori guidati da dinamiche elettorali interne. Secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno mostrato gravi limiti strategici e d’approvvigionamento, incapacitati nel sostenere uno scontro prolungato.

Nel corso del dialogo, Ritter smonta il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendolo privo di sostanza, di una dottrina militare unificata e nei fatti inapplicabile. Infine, affronta il conflitto in Ucraina, sostenendo che le mosse dell’Intelligence occidentale e le campagne propagandistiche di Kiev non stiano alterando il quadro bellico, dove la Russia mantiene il controllo strategico mentre il sostegno europeo rischia il collasso in vista dell’inverno.

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L’ascolto non va in vacanza: Telefono Azzurro risponde anche a Ferragosto. Quasi 300 chiamate al giorno

13 Agosto 2026 ore 13:12

Ferragosto è per molti sinonimo di vacanze, partenze, giornate in famiglia e momenti di pausa. Ma per un bambino o un adolescente che si sente solo, in difficoltà o in pericolo, il bisogno di essere ascoltato non si ferma. Per questo Telefono Azzurro continua a essere presente anche durante l’estate e nei giorni festivi, garantendo ascolto, orientamento e protezione ogni giorno dell’anno. Le linee 19696, 114 Emergenza Infanzia e 116000 Bambini Scomparsi sono operative 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno.

«Essere presenti significa esserci quando un bambino o un adolescente ha bisogno di parlare, quando si trova in una situazione di difficoltà o di pericolo, ma anche quando una famiglia cerca un confronto e non sa a chi rivolgersi», afferma Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro. «Anche nei giorni di festa il nostro compito non cambia: ascoltare, accogliere e, quando necessario, attivare una rete di protezione. Perché il bisogno di aiuto non conosce stagioni, orari o giorni festivi».

L’estate non significa necessariamente una pausa dalle situazioni di disagio. Tra il 1° maggio e il 23 luglio 2026, i servizi monitorati da Telefono Azzurro hanno ricevuto 24.859 conversazioni, con una media di 295,9 al giorno. Nelle ultime quattro settimane considerate il volume medio settimanale è cresciuto del 23,9% rispetto alle prime quattro.

Dietro questi numeri ci sono bambini, adolescenti e famiglie che hanno cercato qualcuno dall’altra parte dell’ascolto. Il servizio 19696, in particolare, ha raccolto 19.064 conversazioni nel periodo considerato. Un bisogno che si manifesta anche attraverso i canali digitali: chat e WhatsApp hanno concentrato l’80% delle conversazioni, confermando quanto sia importante poter scegliere modalità di contatto accessibili e vicine alla quotidianità dei più giovani.

Oggi dare continuità all’ascolto significa anche proteggere bambini e adolescenti negli spazi digitali, dove sempre più spesso si intrecciano relazioni, esperienze e situazioni di rischio. Telefono Azzurro ha recentemente ottenuto da Agcom la designazione di “Trusted Flagger”, rafforzando il proprio ruolo nella tutela dei minori online. Grazie a questo riconoscimento, Telefono Azzurro può segnalare contenuti pericolosi direttamente alle piattaforme digitali, in Italia e all’estero, contribuendo a rendere più rapida ed efficace la loro rimozione.

Tra gli strumenti concreti a disposizione di Telefono Azzurro c’è anche Take It Down, un servizio gratuito creato dal NCMEC (National Center for Missing & Exploited Children), l’organizzazione statunitense che si occupa di prevenire lo sfruttamento e l’abuso di minori. Grazie allo status di Trusted Flagger, può essere utilizzato dalla Fondazione per aiutare ragazzi e famiglie a far rimuovere immagini o video intimi diffusi online senza il loro consenso.

Ernesto Caffo, psichiatra e fondatore e presidente di Fondazione sos Il telefono azzurro

«Dietro ogni richiesta di aiuto c’è una storia che merita di essere ascoltata e una persona che non deve sentirsi sola – conclude Caffo –. Il nostro impegno è fare in modo che ogni bambino e ogni adolescente sappia che, anche a Ferragosto, anche quando sembra che tutti siano in vacanza, c’è qualcuno pronto a rispondere. La protezione dei più giovani non può avere pause».

Ecco le linee di Telefono Azzurro sempre attive:

19696 – linea di ascolto e consulenza per bambini e adolescenti, attiva 24 ore su 24;
114 Emergenza Infanzia – servizio di emergenza per situazioni di pericolo o grave difficoltà che coinvolgono bambini e adolescenti, attivo 24 ore su 24;
116000 Bambini Scomparsi – numero europeo dedicato ai casi di bambini e adolescenti scomparsi, attivo 24 ore su 24.

Foto apertura Unsplash

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Colombia: «Bambini in pericolo tra scuole crollate, famiglie divise e gruppi armati»

13 Agosto 2026 ore 12:49


I danni del terremoto aggravano una situazione umanitaria già complessa, in un territorio in cui forte è anche la presenza di gruppi armati: Chocó e Buenaventura sono le aree – già vulnerabili – più colpite dal sisma in Colombia, in cui si contano ancora vittime, feriti, sfollati e dispersi, con i numeri che aumentano di ora in ora. 

È qui che si sta concentrando l’intervento di Unicef, rivolto in particolare a bambini e adolescenti, che vivono sulla propria pelle non solo danni e perdite, ma anche l’interruzione di servizi essenziali come la scuola, la separazione dalle famiglie e l’aumento dei rischi per la salute e la sicurezza.

Ne parliamo con Paola Franchi, Head of Child Protection dell’Unicef Colombia Country Office, che da lì ci racconta la situazione che ha davanti agli occhi. 

Innanzitutto i numeri: qual è al momento il bilancio dei danni? 

Lo Stato colombiano sta ancora valutando l’impatto complessivo del terremoto. Secondo le ultime informazioni disponibili, almeno 181 persone hanno perso la vita, 184 risultano ancora disperse e oltre 2.700 sono rimaste ferite. Nelle aree più remote, come il Chocó sulla costa del Pacifico, le difficoltà di accesso limitano la possibilità di valutare l’entità dei danni. Sappiamo che nelle aree più densamente popolate, tra cui Cali e Pereira, due grandi città qui in Colombia, l’impatto è stato particolarmente grave. Migliaia di famiglie sono state sfollate e stanno trovando riparo presso parenti, in spazi comunitari o nei centri di accoglienza allestiti in questo momento dalle autorità locali. 

Come state garantendo la sicurezza del personale di Unicef? 

Al momento non abbiamo segnalazioni di personale Unicef direttamente colpito dal terremoto. Sul territorio ci sono gli operatori umanitari che portano avanti le operazioni di ricerca e soccorso – al momento le più urgenti – e di assistenza alle comunità colpite. Nel Chocó, dove abbiamo un ufficio, tutto il personale è al sicuro, anche se l’ufficio ha riportato dei danni. Unicef e i suoi partner stanno adottando tutti i protocolli di protezione già previsti, perché il personale possa continuare a operare nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, continuando a garantire assistenza essenziale alle popolazioni, alle famiglie e ai bambini colpiti.

Paola Franchi, Unicef Colombia

Dal vostro punto di vista, quali sono le ricadute più gravi che il terremoto può avere su bambini e ragazzi?

Chiaramente, dopo un disastro di questa portata, i bambini affrontano sfide grandissime. Al momento non sono ancora disponibili i dati disaggregati sul numero di bambini coinvolti, ma l’esperienza dimostra che sono tra i gruppi più vulnerabili in situazioni di emergenza e questo, come Unicef, lo abbiamo visto anche in Venezuela. Oltre ai bisogni immediati più fisici, molti bambini stanno vivendo un forte stress emotivo: sicuramente avranno bisogno di sostegno psicosociale per affrontare le conseguenze del disastro. Lo stesso vale per i loro genitori.

I servizi essenziali sono garantiti in questo momento?

Chiaramente non sono ancora accessibili nelle zone più colpite. Ci sono danni alle infrastrutture che hanno reso difficile, per esempio, l‘accesso ad acqua potabile, elettricità, istruzione, servizi di protezione, servizi di assistenza sanitaria basica e telecomunicazione. La difficoltà di connessione a Internet e la dispersione geografica di queste comunità stanno anche ostacolando la valutazione dei bisogni e la distribuzione degli aiuti.

Proprio Unicef ha fatto sapere che circa 800 scuole sarebbero state colpite. Conferma questo dato?

Ora le autorità stimano che siano 1.058 le scuole colpite dal terremoto: ci preoccupa molto l’interruzione delle attività didattiche, anche perché le scuole sono luoghi protetti e sicuri per i bambini. L’entità dei danni è ancora in fase di valutazione, però il fatto che le scuole siano state danneggiate non compromette quindi solo il diritto dei bambini all’istruzione, ma accresce anche i pericoli, soprattutto in zone già colpite da un lungo conflitto armato, in cui gli stessi bambini erano esposti al rischio di reclutamento, violenza fisica e psicologica. Quindi, per noi, ripristinare l’accesso alle scuole è fondamentale per garantire la protezione dei bambini.

Quali sono le zone più vulnerabili in questo momento?

La zona pacifica del Chocó e Buenaventura, perché hanno una limitata capacità istituzionale, sono poco accessibili e soffrono per la presenza di gruppi armati: per questo, Unicef è presente in queste zone da molto tempo, per far fronte alla crisi umanitaria che in questi territori era già grave. Ora però il terremoto rende queste popolazioni, per lo più afrocolombiane e indigene, ancora più vulnerabili. Per questo, abbiamo deciso di concentrare il nostro intervento qui, piuttosto che nelle grandi città: perché queste ultime, pur essendo state colpite dal sisma, hanno un migliore accesso ad assistenza e servizi. 

Quali aiuti sta fornendo concretamente Unicef alla popolazione?

Per rispondere ai bisogni più urgenti, stiamo fornendo kit per l’igiene (anche mestruale e della famiglia) e serbatoi per lo stoccaggio dell’acqua. Stiamo inoltre collaborando con l‘Istituto colombiano per il benessere familiare, per capire insieme quali siano le necessità. Crediamo che sia prioritario ricongiungere i bambini alle famiglie da cui alcuni sono stati separati con il sisma e garantire a loro un adeguato sostegno psicologico.  Se saranno allestite strutture per l’accoglienza delle persone sfollate, sarà importante creare al loro interno spazi in cui i bambini possano avere accesso al gioco, al sostegno psicosociale ed eventualmente anche all’istruzione.

Come proseguirà l’intervento di Unicef nelle prossime fasi dell’emergenza?

In stretto coordinamento con le autorità nazionali e locali e con i partner umanitari, continuiamo a valutare l’evoluzione dei bisogni e siamo pronti ad aumentare gli interventi nel territorio, per garantire ai bambini e alle famiglie l’accesso a un’assistenza che garantisca loro protezione, sostegno e accesso ai servizi essenziali.

Qui il link per sostenere il lavoro di Unicef

Tutte le foto sono di Augusto Pinedo per Unicef

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Nadia Terranova: «Torre Faro, dove i mari s’incontrano e la letteratura dialoga con loro»

13 Agosto 2026 ore 07:00

Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.

Ritornare lì dove la scrittura chiama, trattiene, riconduce. Nadia Terranova è nata in Sicilia, sullo Stretto di Messina, «in quell’estrema punta nord-orientale in cui s’incontrano il Mar Ionio e il Mar Tirreno». Poi la vita, gli incontri, le parole l’hanno portata a Roma. Oggi si appresta a tornare in quello che definisce il suo «posto letterario del cuore».

«La mia scrittura ha sempre scelto lo Stretto»

«Quando ho iniziato a scrivere i miei libri non avevo immaginato che il paesaggio, il mio paesaggio, avrebbe avuto un ruolo così importante», dice. «All’inizio lo scenario sembrava quasi uno sfondo, qualcosa di neutro. Poi, lentamente, mi sono accorta che la costa siciliana, con lo Stretto di Messina e tutte le vicende mitiche legate al mare, entravano nella storia, diventavano parte della narrazione, fino a intrecciarsi profondamente con i personaggi. Quel paesaggio non era più soltanto un’ambientazione: aveva una voce propria, custodiva memorie, leggende e un senso del tempo. A un certo punto ho avuto la sensazione che non fossi stata io a scegliere quel luogo, ma che fosse stata la scrittura stessa a sceglierlo. Come se fosse inseparabile dai miei libri e dal mio modo di osservare il mondo».

Sullo Stretto, l’autrice de Gli anni al contrarioQuello che so di te e Trema la notte ha vissuto fino ai 25 anni. «L’ho amato come si amano le cose che si danno per scontate. Il mio posto, le mie persone, la mia terra e i miei mari. Era lo spazio in cui mi era capitato di vivere, lo amavo e criticavo, lo lodavo ma non lo sceglievo».

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Ora si rende conto di non aver mai tagliato le radici da quel lembo di terra. «Sono tornata spesso in Sicilia per i miei libri: festival, incontri con i lettori, presentazioni. Ma non mi sono mai sentita come chi rientra ogni tanto, in modo provvisorio e intermittente. Il legame con lo Stretto è rimasto vivo perché è lì che si è formata la mia identità adulta, personale e professionale. In fondo, tutto quello che sono diventata è nato da quel paesaggio». Dopo quasi 20 anni a Roma, tornerà a viverci: «È stata una scelta condivisa con la mia famiglia: nostra figlia è ancora piccola, mio marito (che è palermitano, nda) ha scelto insieme a me lo Stretto, e anche il lavoro ci ha accompagnati in questa direzione».

Libertà e felicità

Una città come Messina si può definire “paese-persona”? «È una città a misura d’uomo, il mare è a dieci minuti a piedi dal centro storico, una normalità che altrove è molto più difficile da trovare. Palermo resta vicina, ci si può andare quando serve, ma il nostro baricentro lo abbiamo scelto qui, sullo Stretto. Sento che sto scegliendo per la prima volta il luogo che da sempre mi ha scelta».

Quello a cui Terranova pensa è un posto molto più piccino di una città intera: «È Torre Faro, il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. È il punto in cui la costa ionica si ricongiunge con quella tirrenica e dove i due mari si incontrano nello Stretto. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto».

Torre Faro è il borgo all’estremità nord-orientale di Messina. Qui la Sicilia sembra assottigliarsi fino quasi a toccare la Calabria. Davanti c’è Capo Peloro, l’ultimo lembo di terra dell’isola: un panorama che cambia continuamente con le correnti, con la luce e con il vento. È questo il mio posto

Nadia Terranova, scrittrice

A rendere ancora più speciale questo angolo di Sicilia è la sua forza letteraria. «Qui è ambientato il mondo raccontato da Stefano D’Arrigo in Horcynus Orca, uno dei grandi romanzi del Novecento. Non ho mai conosciuto l’autore, ma quel libro mi ha accompagnato a lungo. L’ho letto all’università e ha cambiato il mio modo di guardare il mare. Oggi, su quella spiaggia, esiste un parco letterario dedicato a D’Arrigo: ogni volta che ci torno ho la sensazione che letteratura e paesaggio continuino a dialogare».

Che cosa si aspetta la scrittrice da questo ritorno è racchiuso in due parole: libertà e felicità. «Vorrei costruire una vita più lenta, più creativa, meno inghiottita dai ritmi delle grandi città».

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In apertura, Nadia Terranova a Torre Faro (fotografia di Sandro Messina)

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Dalla leucemia alla sfida dello Stretto: a nuoto, nel segno della ricerca

12 Agosto 2026 ore 21:03

Buongiorno signor Bertolucci, sono il suo medico di famiglia. Le sue analisi riportano valori anomali, compatibili con un problema epatologico. Le consiglio di andare da uno specialista». Immaginate di ricevere una telefonata del genere nel bel mezzo di una riunione di lavoro: «Io, il medico di famiglia, neanche sapevo di averlo. A 36 anni non pensi che ti possa servire». Federico Bertolucci, ingegnere energetico lucchese, racconta così la diagnosi ricevuta dopo una serie di esami di routine: leucemia mieloide cronica. Oggi la malattia è in remissione e ha deciso di attraversare lo Stretto di Messina a nuoto.

La partenza in trenta alle prime luci dell’alba di giovedì 13 agosto da Torre Faro, a Messina, per raggiungere a larghe bracciate Cannitello, una frazione di Villa San Giovanni, a Reggio Calabria. Poco più di tre chilometri da percorrere in un’ora e mezza circa, correnti permettendo. Questo l’oggi, le cui motivazioni hanno radici profonde, ma non tanto lontane nel tempo.

Tutto ha inizio nel marzo 2024, in un periodo della vita di Federico in cui la spensieratezza non lasciava altro spazio, oltre al lavoro, alla pallanuoto che praticava agonisticamente, ai viaggi e agli amici. Oltre al matrimonio che si sarebbe, e che si è, celebrato il successivo settembre. «Quando mi ha chiamato il medico, neanche avevo il suo numero salvato», ricorda, «quindi la notizia è arrivata come un temporale in piena estate. Gli ho detto subito: «Ma no, forse ha sbagliato, io sto bene». Mi rispose: «Non ti preoccupare, ma fai questo approfondimento». Ho così cominciato questo viaggio, all’inizio al buio, in cui ho avuto la fortuna di essere seguito e sostenuto dai medici del reparto di Ematologia dell’Ospedale di Pisa, e dall’Ail di Pisa che mi ha aiutato a metabolizzare la malattia e a essere di aiuto, con la mia storia, per altri pazienti. Mi hanno rassicurato che potevo tenere a bada la malattia grazie a un farmaco frutto di quella ricerca che ringrazio sempre perché sta andando avanti».

Federico Bertolucci.

Come può cambiare la vita una malattia come questa?

Sicuramente ti spoglia di quella invincibilità che ci contraddistingue da giovani, quella che ti fa spaccare il mondo. Riconsideri tutto, stando attento alle cose che stai facendo. Se prima il tuo obiettivo era far carriera, costruirti una vita, pensare a cose, diciamo, futili, ti trovi a dovere fare i conti con analisi, terapie, attesa di risultati. Tanto mi ha aiutato l’Ail anche in un percorso psicoterapeutico per intraprendere questa nuova vita, che alla fine è diventata parte di me, nel senso che andiamo a braccetto insieme, conviviamo e stiamo bene.

Come e quanto è stato importante fidarsi?

Per me non è stato facile affidarmi totalmente perché sono una persona che tende ad avere il controllo su tutto. Ho però capito che dovevo fidarmi e affidarmi. Come quando sei su un aereo, ti metti a sedere e ti fidi della competenza del pilota, della competenza degli ingegneri che hanno costruito quell’aeromobile, e vai.

Federico Bertolucci.

Quanto è importante la famiglia per affrontare tutto questo?

Se una persona si ammala, si ammala anche la famiglia. Nonostante vivano le paure tanto quanto le vivi tu, i familiari devono tenere duro. Non possono farti vedere che cedono anche loro. Fondamentale è il sostegno degli affetti. Loro sono quelli che ti conoscono, sanno chi sei, quali sono le tue debolezze, le tue fragilità, i tuoi punti di forza. Non possono essere considerati semplici spettatori.

E condividere con chi sta vivendo la stessa esperienza?

All’inizio ho avuto l’occasione, grazie ad Ail, di incontrare pazienti con la mia stessa patologia. Un’esperienza importante.

Andando all’oggi, che cosa rappresenta questa sfida?

Da sportivo, ho deciso di rendere merito al percorso che ho fatto partecipando a un’impresa sportiva. La voglio dedicare prima di tutto a me stesso, a Federico Bertolucci. Mentre parliamo al telefono, sono qui davanti allo Stretto. Vedo questo mare blu, oscuro e bellissimo. Quella parte più oscura rappresenta quello che ho vissuto e che mi ha accompagnato in questi anni, quindi lo voglio attraversare e superare. Voglio unire le due sponde: il mio ieri, pre-marzo 2024, con quello che sono oggi. Accettare e unire queste due vite, comprendendo che ci sono percorsi di vita che si devono affrontare inevitabilmente, un po’ come hanno fatto Scilla e Cariddi. E poi, voglio celebrare il fatto che mi è tornata la voglia di continuare a fare sport agonistico. Devo ringraziare anche una persona che ho conosciuto proprio quando stavo cercando di ottenere il certificato agonistico. Felice Bombaci è un uomo originario di Messina, che ha combattuto per oltre 25 anni con la mia stessa malattia ed è un punto di riferimento nazionale per il supporto e l’ascolto dei malati onco-ematologici. Mi ha motivato, riaccendendo in me quella luce che si era spenta. Ha contribuito a farmi decidere di dedicare questa impresa a chi, purtroppo, questo mare non riesce a superarlo perché non tutte le patologie sono uguali e non tutti i percorsi sono felici come il mio. Anche a loro penserò quando le bracciate si faranno più pesanti.

Le fotografie sono di Giulia Buscemi

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Riccardo Luna e il feed della paura: «Così gli algoritmi riscrivono la realtà»

12 Agosto 2026 ore 17:00

Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.

Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.

Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?

In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.

Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.

Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.

Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?

La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.

Quale?

La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo

Riccardo Luna

Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?

Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.

Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?

L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.

Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?

Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.

C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?

Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.

Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?

Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.

Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)

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Nepal, Consolato al lavoro per il rimpatrio delle salme degli alpinisti italiani

A seguito del ritrovamento dei corpi degli alpinisti italiani Marco Di Marcello e Markus Kirchler, la Farnesina continua a prestare assistenza ai familiari. Un funzionario del Consolato Generale d’Italia a Calcutta, competente per il Nepal, è tuttora presente a Kathmandu per assistere le famiglie e seguire con le Autorità nepalesi le procedure per il rimpatrio delle salme o delle ceneri, secondo la volontà dei familiari.

Sin dalla scomparsa dei connazionali nel novembre 2025, il Consolato Generale, in stretto raccordo con la Farnesina e con il supporto del Consolato Generale Onorario a Kathmandu, ha seguito le attività di ricerca e mantenuto costanti contatti con le Autorità nepalesi e le agenzie di soccorso. La Sede consolare si è attivata, in particolare, per facilitare le operazioni sul terreno e accelerare il rilascio dei necessari permessi di volo per le ricerche, intervenendo anche sugli aspetti organizzativi e amministrativi connessi alle operazioni di soccorso. L’Unità per la Tutela degli Italiani all’Estero della Farnesina ha mantenuto un costante raccordo con le famiglie, fornendo assistenza e assicurando la tempestiva condivisione con la Sede consolare e le Autorità competenti di ogni informazione utile alle ricerche.

Dopo la sospensione delle operazioni, determinata dalle condizioni climatiche e del manto nevoso, l’azione della rete diplomatico-consolare è proseguita per favorire la ripresa delle ricerche non appena le condizioni lo avessero consentito. Il Console Generale reggente si è recato più volte in Nepal, anche nei mesi di gennaio, aprile e maggio 2026, affrontando direttamente la questione con le Autorità locali e sollecitando ogni possibile sforzo per il rintraccio e il recupero dei connazionali. Alla ripresa delle operazioni nell’agosto 2026, il Consolato Generale ha assicurato nuovamente una presenza sul posto, con l’invio a Kathmandu di un proprio funzionario per seguirne direttamente gli sviluppi.

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