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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Stefania Craxi: "Dobbiamo sostenere chi si batte per la libertà seguendo l'esempio di mio padre Bettino"

19 Gennaio 2026 ore 05:36
"A 26 anni dalla scomparsa, Bettino Craxi parla ancora al nostro tempo". Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato, intervistata da Affaritaliani, ricorda la figura politica del padre Bettino, ex presidente del Consiglio ed ex leader del Partito Socialista Italiano nel 26esimo anno dalla... Segui su affaritaliani.it

Treni deragliati in Spagna, Salvini: “Siamo vicini ai colleghi ferrovieri e alle autorità. Preghiamo e accompagniamo”

19 Gennaio 2026 ore 19:05

“Noi siamo presenti in Spagna con treni nuovissimi, che hanno tre o quattro anni di vita e che organizzano l’alta velocità però in questo momento possiamo solo essere vicini alle autorità e ai colleghi ferrovieri spagnoli e seguire i soccorsi. Quindi, preghiamo e accompagniamo. Temo che il bilancio non sia definitivo”. Così Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e vicepresidente del Consiglio, interviene a Non stop news ,su Rtl 102.5 commentando il disastro ferroviario avvenuto in Spagna, nei pressi di Adamuz, in Andalusia.

Il ministro definisce l’incidente “pesantissimo” e assicura che l’Italia segue la situazione “da ieri sera”, con le istituzioni e le Ferrovie dello Stato pronte a offrire supporto. Poi, nel giro di poche battute, il discorso torna sui binari italiani. Salvini, rivolgendosi anche ai radioascoltatori “con le cuffiette nei treni”, vanta il fatto che oggi la rete ferroviaria nazionale conta circa 1.300 cantieri aperti, “un numero mai raggiunto prima, mentre ogni giorno circolano oltre 10 mila treni con più di due milioni di passeggeri”.
E aggiunge convintamente: “Stiamo facendo uno sforzo che non ha precedenti nei decenni passati per rendere la rete quanto più sicura, moderna ed efficiente“.

Dall’emergenza ferroviaria alla politica estera il passo è breve. Salvini invita polemicamente Bruxelles e Parigi a non “fare i bulli” e chiede un’Europa che torni a occuparsi di diplomazia e dialogo.
“Questo vale anche per il conflitto fra Russia e Ucraina – sottolinea – Mi auguro che sia l’ultimo anno di conflitto e che si torni a lavorare per il dialogo, perché entrare in guerra costante contro la Russia non è interesse di nessuno.”

Il sostegno italiano, spiega, esiste “grazie alla Lega e al governo” e deve restare difensivo, logistico e umanitario, lasciando sullo sfondo missili, carri armati e truppe: “C’è un tavolo di confronto aperto che nei tre anni precedenti non c’era. Aiutiamo questo tavolo come chiede di fare il Santo Padre. Cogliamo lo spiraglio di pace che, grazie a Trump, si è aperto tra Russia e Ucraina”.
E alla domanda conclusiva se questo possa essere l’ultimo decreto armi, Salvini non tentenna: “No, non è che spero. Sono convinto”.

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Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante

19 Gennaio 2026 ore 18:26

di Emanuele Rizzo

Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.

Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.

Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.

Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.

Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.

Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.

Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione. Scopri tutti i vantaggi!

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World Economic Forum a Davos, edizione 2026 all'insegna della tensione con Trump sulla Groenlandia

19 Gennaio 2026 ore 17:26
Assenti Danimarca e Iran. Domani gli interventi di Von der Leyen e Macron, mercoledì parlerà il presidente degli Stati Uniti, che vorrebbe la cerimonia di firma del Board of Peace. Previsto un bilaterale con Zelensky

© RaiNews

Referendum giustizia, Nordio risponde ad Alessandro Barbero (e al suo No alla separazione delle carriere): “Posizione eccentrica”

19 Gennaio 2026 ore 15:38

“Tutti gli storici hanno interpretazioni diverse dei fatti. Anche alcune più eccentriche. Ascolti bene: anche le più eccentriche…”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in loden scuro e passo veloce, commenta così al Fatto Quotidiano la posizione dello storico Alessandro Barbero per il “No” alla riforma sulla separazione delle carriere. Lo storico, seguitissimo anche dai più giovani per il suo podcast e le lezioni di storia, domenica aveva registrato un video per esprimere la sua contrarietà alla riforma spiegando che il rischio è quello di avere magistrati “che prendono ordini e che possono essere puniti dal governo” e che il governo “potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.

Una posizione che non è piaciuta al Guardasigilli definendola “eccentrica”, arrivando a Montecitorio per partecipare al convegno “Giustizia Giusta” organizzato dal comitato “Giustizia Sì” e “Unione italiana forense”. Il ministro prima di prendere l’ascensore per arrivare nella sala della Regina risponde anche a chi gli chiede dei pochi provvedimenti disciplinari che in questi anni sono stati comminati nei confronti dei magistrati: “L’Alta Corte disciplinare introdotta con la riforma serve a questo: potrà decidere senza subire il correntismo dell’attuale Csm”.

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Usa, Meloni frena l'Europa sui contro-dazi. Un pericolo la deriva di Macron. Così la premier tenta (di nuovo) di tenere uniti tutti

19 Gennaio 2026 ore 00:44
È metà mattina in Italia quando Giorgia Meloni si presenta davanti ai giornalisti a Seoul, ultima tappa di un trionfale viaggio in Asia. Ma più che sui risultati portati a casa tra Oman, Giappone e Corea del Sud, le domande del giorno sono tutte sulle reazioni di Donald Trump all’iniziativa di otto Paesi europei che hanno... Segui su affaritaliani.it

Donzelli prende in giro Renzi: “Parole su Meloni? Lui guidava il primo partito d’Italia, oggi fatica a guidare l’ultimo”

19 Gennaio 2026 ore 14:25

“Le parole di Renzi? Sono dettate da astio e difficoltà politiche, comprendo chi guidava il primo partito d’Italia e oggi fatica a guidare l’ultimo“. Lo ha detto Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, fuori da Montecitorio, commentando le dichiarazioni del leader di Italia viva, che sabato scorso ha (ri)lanciato un progetto intitolato “casa riformista” per, tra le altre cose, “mandare al Quirinale uno normale”. In contrapposizione all’ipotesi che al Colle possa puntare Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2027.

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Trump chiede un miliardo per entrare nel comitato per il Medio Oriente, speriamo che Meloni declini

19 Gennaio 2026 ore 13:56

Giorgia Meloni ieri aveva appena finito di vantare l’onore ricevuto con l’invito al comitato che dovrebbe gestire il futuro del Medio Oriente, il famigerato «Board of peace» in cui Donald Trump avrà potere di veto su qualsiasi decisione, quando sulla stampa internazionale ha cominciato a circolare la notizia secondo cui il presidente degli Stati Uniti, a chi vorrà far parte del suddetto comitato in forma permanente, chiederà niente di meno che un miliardo, da versare entro il primo anno, pena il mancato rinnovo dell’iscrizione.

Onestamente, come palestra per l’ego della nostra presidente del Consiglio, mi pare un po’ esosa. Visto anche quello che fin qui hanno saputo fare per la pace a Gaza Trump e Netanyahu (anche lui invitato a entrare nel club), penso d’interpretare il parere di tutti gli elettori, e specialmente di tutti i contribuenti italiani, nell’auspicare che Meloni trovi altri e meno costosi modi per passare il suo tempo libero, augurandole con tutto il cuore di averne sempre di più.

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Trump vende i posti nel «Consiglio per la pace» di Gaza per 1 miliardo di dollari

19 Gennaio 2026 ore 10:45

Secondo quanto emerge dal testo dello statuto dell’organismo, ottenuto e verificato da diversi organi di stampa internazionali come Reuters, Bloomberg, The Times of Israel e The New York Times, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prevede che i paesi contribuiscano con almeno 1 miliardo di dollari in contanti per poter mantenere la membership nel «Board of Peace» (Consiglio per la pace) di Gaza oltre il limite iniziale di tre anni.

 

All’inizio di questa settimana la Casa Bianca ha ufficialmente lanciato la Fase Due dell’iniziativa di pace per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti, istituendo il cosiddetto «Board of Peace» con il compito di supervisionare la ricostruzione dell’enclave palestinese, promuovere la stabilità, ripristinare una governance legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite da conflitti.

 

È stato diffuso lo statuto che definisce la struttura del consiglio e le condizioni di partecipazione, mentre sono stati inviati inviti a decine (oltre 60, secondo alcune fonti) di leader mondiali affinché si uniscano all’organismo. Tra i leader invitati figurano, secondo quanto riportato dai media, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro canadese Mark Carney, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, il presidente argentino Javier Milei (che ha già accettato e condiviso pubblicamente la lettera di invito) e altri.

 

«Ciascuno Stato membro rimarrà in carica per un periodo non superiore a tre anni dall’entrata in vigore della presente Carta, salvo rinnovo da parte del Presidente», si legge nel documento, come riportato tra gli altri dal Times of Israel. «Il mandato triennale non si applicherà agli Stati membri che versano più di 1.000.000.000 di dollari in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore della Carta».

 

«Questo Consiglio sarà unico nel suo genere, non c’è mai stato niente di simile!» ha dichiarato Trump in una copia dell’invito condivisa dal presidente argentino Javier Milei.

 

GRACIAS PRESIDENTE TRUMP @realDonaldTrump@POTUS

Es un honor para mí haber recibido esta noche la invitación para que la Argentina integre, como Miembro Fundador, el Board of Peace, una organización creada por el Presidente Trump para promover una paz duradera en regiones… pic.twitter.com/ORalzkzhlv

— Javier Milei (@JMilei) January 17, 2026

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La Carta non fa alcun riferimento specifico a Gaza, alimentando speculazioni secondo cui Trump stia cercando di creare un’alternativa alle Nazioni Unite con un mandato potenzialmente più ampio, estendibile ad altri focolai di conflitto nel mondo. L’organismo è descritto come «un’organizzazione internazionale che cerca di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto».

 

Trump si è autoproclamato presidente (Chairman) del Consiglio Esecutivo del nuovo organismo, che include un gruppo controverso di diplomatici, finanziatori e alleati politici. Tra i membri più in vista figurano l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il genero e consigliere senior del presidente Jared Kushner, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e altri come il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e il miliardario Marc Rowan.

 

La maggior parte degli obiettivi stabiliti nel quadro di 20 punti di Trump per Gaza devono ancora essere pienamente attuati sul campo. La fase iniziale si è concentrata sulla cessazione delle ostilità, sulla facilitazione dello scambio di prigionieri, sull’accesso umanitario, sulla riapertura del valico di Rafah con l’Egitto e sul consenso per un ritiro parziale israeliano.

 

Con l’avvio della seconda fase, Trump ha rinnovato gli appelli alla «completa smilitarizzazione» di Hamas e al trasferimento del potere al neo-costituito Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un’entità tecnocratica palestinese destinata a gestire le operazioni quotidiane sotto la supervisione del Board.

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Groenlandia e dazi, Macron promette una risposta alle «intimidazioni» di Trump

19 Gennaio 2026 ore 10:42

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una risposta «unita e coordinata» dell’Europa dopo che il suo omologo statunitense Donald Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi NATO europei per la loro opposizione alla campagna di Washington volta all’acquisizione della Groenlandia.

 

I dazi, proclamati da Trump sabato, riguardano Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. Le misure entreranno in vigore il 1° febbraio con un’aliquota del 10%, per poi aumentare al 25% a partire da giugno, e resteranno attive fino a quando non si concretizzerà un «acquisto completo e totale» del territorio autonomo danese.

 

«La Francia è impegnata a favore della sovranità e dell’indipendenza delle nazioni, in Europa e altrove», ha scritto Macron su X. «Nessuna intimidazione o minaccia ci influenzerà, né in Ucraina, né in Groenlandia, né in nessun’altra parte del mondo».

 

«Le minacce tariffarie sono inaccettabili e prive di senso in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato qualora dovessero essere confermate. Faremo in modo che la sovranità europea sia rispettata», ha aggiunto il presidente francese.

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I paesi NATO colpiti dalle sanzioni si erano di recente uniti alla Danimarca inviando piccoli contingenti militari in Groenlandia, un gesto interpretato come un rafforzamento simbolico della sovranità attuale dell’isola. Sia il governo danese sia le autorità autonome groenlandesi hanno ribadito più volte che il territorio non è in vendita e che il suo futuro spetta esclusivamente alla sua popolazione.

 

Macron ha difeso con fermezza la scelta di inviare truppe sull’isola artica. «Ci assumiamo pienamente questa decisione, perché è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini più remoti della nostra Europa», ha dichiarato.

 

Il segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha preferito non commentare la controversia interna che si sta aggravando all’interno dell’Alleanza. In precedenza Trump aveva evitato di escludere un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla NATO qualora altri membri avessero continuato a ostacolare le sue ambizioni riguardo alla Groenlandia.

 

Nelle scorse settimane il presidente americano ha rilanciato con maggiore intensità il progetto di riportare la Groenlandia sotto il controllo statunitense, un obiettivo che persegue sin dal suo primo mandato. Trump sostiene che l’acquisizione sia indispensabile per la sicurezza nazionale americana e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese e russa nell’Artico, una tesi che sia Pechino sia Mosca hanno categoricamente respinto.

 

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Immagine di © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni

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Guerra, economia e potere nella politica internazionale

Già autore con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti dell’importante libro La guerra capitalista, Stefano Lucarelli presenta con Il tempo di Ares (Mondadori Università, pp. 140, €12,00) un libro di facile lettura ma anche di grandissimo respiro. Un testo che spazia da riferimenti mitologici – fin dal titolo – e filosofici a richiami di storia, scienza politica, arte, cinema e così via. Non si tratta di semplice eclettismo: Lucarelli usa tutti questi richiami per meglio spiegare il discorso economico di fondo, che è la vera traccia del libro.

Tutte le principali tematiche dell’attualità sono affrontate analiticamente: i disordini internazionali e l’attuale scontro fra sistemi economici in competizione, richiamando i tanti avvenimenti passati della guerra fredda; le guerre commerciali di oggi, con i dazi di Trump, ripartendo dalle teorie del commercio internazionale degli economisti classici e dalle critiche marxiste; i surplus commerciali degli Stati e gli investimenti esteri delle grandi multinazionali del ’900, evidenziando il processo di centralizzazione del capitale; fino alle recenti molteplici crisi, finanziarie e valutarie, cui la guerra guerreggiata sembra contrapporsi più efficacemente dei velleitari processi di friendshoring. Non poche sono poi le “stoccate” che Lucarelli riserva ai commentatori geopolitici e agli economisti mainstream, al neoliberismo e alle contraddizioni del cosiddetto Washington Consensus.

In alcuni passaggi del libro emerge chiaramente il “mestiere” di economista, con inserimento di tabelle, grafici e perfino di qualche equazione; che ricordano come il libro sia nato nell’ambito di un corso universitario. E però un corso non standardizzato, ripetitivo, come tanti di quelli oggi svolti nelle aule universitarie. Lucarelli sa presentare le idee economiche dominanti così come quelle degli economisti classici e di Marx, oggi più che mai assenti nei libri di testo. Il suo è un libro che parla di rapporti di potere, quindi economici nel senso più profondo e meno tecnico del termine, che parte dalla lotta fra Titani e dei dell’Olimpo per arrivare a spiegare la pandemia e l’Ucraina oggi, così come i conflitti inter-imperialistici sottostanti. Ossia gli interessi del capitalismo statunitense in crisi e quelli dell’espansione economica cinese.

In tre capitoli e in poco più di 100 pagine, Lucarelli racconta i tempi di Ermes, di Ares e di Pan: ossia i tempi lunghi dell’umanità, la mutazione nei conflitti e nei rapporti umani così come mediati dalle forme della competizione economica in divenire. Gli antichi miti greci sono allora una scusa per spiegare in profondità le interconnessioni della politica monetaria internazionale, del protezionismo e del liberismo, degli investimenti esteri delle grandi multinazionali, della speculazione finanziaria globale e della politica internazionale. Con una conclusione su quelle che possono essere le condizioni economiche della pace, ad esempio nella forma della International Clearing Union proposta da Keynes al tempo di Bretton Woods. Ma qui viene da chiedersi se questa pace economica sia davvero un fatto possibile nella conflittuale storia umana, oppure solo un nuovo brano di mitologia.


Stefano Lucarelli, Il tempo di Ares, Mondadori Università, 2025, pp. 140, €12,00

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Khamenei dell’Iran afferma che Stati Uniti e Israele sono collegati alla violenza mortale delle proteste: «Migliaia di morti»

19 Gennaio 2026 ore 07:51

Le strade dell’Iran sono rimaste relativamente tranquille negli ultimi giorni, dopo due settimane di proteste su vasta scala che hanno scosso il Paese a causa della grave crisi economica in corso e in seguito alle minacce di intervento da parte di Washington, che ha annunciato possibili attacchi contro siti governativi.

 

Quando le manifestazioni e i disordini si sono trasformati in vere e proprie rivolte con scontri violenti contro la polizia, causando vittime da entrambe le parti in diverse località, le autorità di Teheran hanno imposto un blackout totale di Internet e dei servizi di messaggistica, convinte che tale misura avrebbe ostacolato o rallentato qualsiasi tentativo straniero di sfruttare le proteste a fini destabilizzanti.

 

Dopo otto giorni di completa interruzione della rete, l’Iran ha iniziato sabato a allentare gradualmente le restrizioni, ripristinando innanzitutto il servizio di messaggistica breve (SMS) su tutto il territorio nazionale. I media statali hanno descritto un piano progressivo per il ritorno alla normalità di Internet e dei servizi di comunicazione.

 

Al Jazeera riporta dichiarazioni di autorità statali secondo cui cellule terroristiche e una cospirazione straniera sono state smantellate, e la situazione è ora sotto controllo: citando funzionari, l’emittente qatarina ha riferito che la decisione di allentare il blackout è stata presa dopo la stabilizzazione della sicurezza e l’arresto di figure chiave collegate a «organizzazioni terroristiche» responsabili della violenza durante le proteste contro l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, scoppiate il 28 dicembre in diverse città iraniane.

 

Le autorità hanno sostenuto che il blackout di Internet ha «indebolito notevolmente le connessioni interne delle reti di opposizione all’estero» e ha interrotto le operazioni delle «cellule terroristiche».

 

In questo contesto, anche la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è intervenuta, accusando attori legati agli Stati Uniti e a Israele di essere responsabili dell’uccisione di «diverse migliaia» di persone durante le proteste antigovernative.

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«Coloro che sono legati a Israele e agli Stati Uniti hanno causato danni ingenti e ucciso diverse migliaia di persone», ha dichiarato sabato. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno respinto ripetutamente le accuse iraniane di «complotto straniero». Alcuni di loro sono stati uccisi «in modo brutale e disumano», ha aggiunto Khamenei senza fornire ulteriori dettagli, durante un incontro pubblico trasmesso dalla televisione di Stato.

 

Si tratta della prima volta che un’alta autorità iraniana parla esplicitamente di vittime in termini di «migliaia». In precedenza, alcuni gruppi di monitoraggio con sede negli Stati Uniti e certi media americani avevano avanzato stime di 12.000 morti, una cifra ritenuta enorme e che ha suscitato scetticismo.

 

Riguardo all’ipotesi di un complotto straniero, il Financial Times sembra essere il primo organo di informazione mainstream a riportare testimonianze su gruppi ben organizzati e vestiti di nero che hanno alimentato caos e violenza contro la polizia durante le proteste…

 

«C’erano gruppi di uomini vestiti di nero, agili e veloci. Davano fuoco a un bidone della spazzatura e poi si spostavano rapidamente verso il bersaglio successivo». «Sembravano dei commando». «Erano sicuramente organizzati, ma non so chi ci fosse dietro di loro».

 

L’Iran ha affermato che centinaia di poliziotti e membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi o feriti, e ha diffuso video che mostrerebbero presunti «manifestanti» armati intenti a fomentare un’insurrezione contro le posizioni governative. Non sorprende che servizi di intelligence israeliani o occidentali possano tentare di infiltrare e deviare le proteste verso obiettivi di destabilizzazione del regime.

 

Tuttavia, dimostrare tale scenario resta estremamente difficile nel mezzo della nebbia della guerra e dell’intensa propaganda diffusa da tutte le parti coinvolte.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Khamenei ha dichiarato che l’«arrogante» Trump sarà «rovesciato».

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Groenlandia, Bruxelles teme una «pericolosa spirale discendente»

19 Gennaio 2026 ore 07:36

Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione Europea si riuniranno domenica per una riunione di emergenza, in seguito all’annuncio del presidente Donald Trump di imporre un’ondata di dazi crescenti su otto Paesi europei della NATO che si oppongono a un «acquisto totale e completo» della Groenlandia da parte degli Stati Uniti.

 

I colloqui straordinari seguono una ferma dichiarazione di solidarietà con la Danimarca da parte dei principali leader del blocco, i quali hanno avvertito che i dazi minacciati da Trump «minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente».

 

In post identici pubblicati sui social media, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno respinto qualsiasi contestazione della sovranità danese sulla Groenlandia.

 

«L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale», hanno dichiarato. «L’UE esprime piena solidarietà alla Danimarca e al popolo della Groenlandia».

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I dazi, annunciati da Trump sabato, colpiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, Paesi che hanno recentemente inviato piccoli contingenti militari in Groenlandia. I leader europei hanno precisato che l’esercitazione guidata dalla Danimarca è stata coordinata in anticipo e «non rappresenta una minaccia per nessuno».

 

«Abbiamo costantemente sottolineato il nostro comune interesse transatlantico per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la NATO», hanno aggiunto.

 

L’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato che «se la sicurezza della Groenlandia è a rischio, possiamo affrontare la questione all’interno della NATO». Ha poi osservato ironicamente che «Cina e Russia devono divertirsi», poiché traggono vantaggio dalle divisioni interne all’alleanza. Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha invece scelto di non commentare la controversia in corso.

 

Nelle scorse settimane, Trump ha rilanciato e intensificato i suoi sforzi per annettere o acquisire la Groenlandia, un obiettivo che persegue sin dal suo primo mandato. Sostiene che tale acquisizione sia essenziale per la sicurezza nazionale statunitense, al fine di contrastare l’influenza cinese e russa nell’Artico – un’asserzione respinta sia da Pechino che da Mosca.

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Trump impone dazi sui Paesi della NATO per la Groenlandia

19 Gennaio 2026 ore 07:29

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che applicherà dazi doganali a otto Paesi europei membri della NATO che si oppongono ai suoi progetti di acquisizione della Groenlandia. Le sanzioni resteranno in vigore fino a quando non si concretizzerà un «acquisto completo e totale» del territorio autonomo danese, ha precisato.

 

Nelle scorse settimane, Trump ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti devono annettere la Groenlandia per ragioni di «sicurezza nazionale» e per contrastare una presunta minaccia proveniente da Cina e Russia. Il presidente ha manifestato una determinazione sempre maggiore a ottenere il controllo dell’isola con ogni mezzo necessario, senza escludere l’uso della forza.

 

Sabato, Trump ha dato seguito alle sue minacce annunciando l’imposizione di dazi su otto nazioni europee della NATO, inclusa la Danimarca. Una tariffa del 10% scatterà il 1° febbraio e salirà al 25% a partire da giugno, rimanendo attiva finché non verrà raggiunto un «acquisto completo e totale» della Groenlandia.

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L’annuncio è stato pubblicato dal presidente sulla sua piattaforma Truth Social, dove ha rinnovato le accuse secondo cui Pechino o Mosca starebbero per impadronirsi dell’isola. Sia Russia che Cina hanno smentito categoricamente tali affermazioni, che sono state contestate anche dalle autorità locali.

 

«Nessuno metterà le mani su questo sacro pezzo di terra, soprattutto perché è in ballo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero. Oltre a tutto il resto, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si sono presentati in Groenlandia per scopi misteriosi», ha scritto Trump. Tutti i Paesi citati saranno colpiti dai dazi, che resteranno «dovuti e pagabili» fino alla conclusione di un accordo.

 

Sebbene la maggior parte degli Stati europei della NATO abbia evitato finora uno scontro pubblico diretto con Washington sulle intenzioni di Trump, le nazioni coinvolte hanno comunque inviato un contingente militare limitato in Groenlandia come gesto di sostegno alla Danimarca.

 

Sia le autorità danesi sia quelle groenlandesi hanno respinto fermamente l’ipotesi di cedere l’isola agli Stati Uniti, ribadendo che il futuro del territorio spetta esclusivamente alla sua popolazione. Nel 2008 i residenti hanno votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

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L’Europa ha più nemici che mai, dice Mario Draghi

19 Gennaio 2026 ore 07:31

Mario Draghi ha ricevuto il Premio internazionale Carlo Magno, uno dei riconoscimenti europei più prestigiosi, e ha colto l’occasione per lanciare l’ennesimo avvertimento all’Unione europea. In un videomessaggio, l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano ha parlato di un’Europa mai così esposta a rischi e tensioni. «In questo momento l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni», ha detto Draghi, sottolineando la necessità di una risposta comune più solida.

Secondo Draghi, per preservare il futuro dell’Unione, gli europei devono essere «più uniti che mai» e superare quelle che ha definito «le nostre debolezze autoinflitte». La ricetta è netta e ricalca le conclusioni del suo Rapporto sulla competitività europea, presentato nel 2024 su mandato della Commissione guidata da Ursula von der Leyen: «Dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Un messaggio che torna in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica con la Cina, dalle tensioni con gli Stati Uniti e dalla crescita delle forze euroscettiche all’interno dell’Unione.

La Fondazione internazionale Premio Carlo Magno ha motivato l’assegnazione del riconoscimento richiamando alcuni passaggi centrali della carriera di Draghi: dal ruolo decisivo avuto durante la crisi dell’euro, con il celebre «whatever it takes» del 2012, fino all’impegno più recente per rilanciare la competitività europea. Il Rapporto Draghi viene definito «un’opera eccezionale al servizio dell’Unione europea», e la sua attuazione viene indicata come urgente in una fase definita «drammatica», in cui l’Europa rischia «di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze».

A distanza di oltre un anno dalla presentazione del Rapporto, molte delle sue raccomandazioni – dalla difesa comune al completamento del mercato unico, dagli investimenti tecnologici alla transizione energetica – restano però in larga parte inattuate. Draghi continua a indicare una strada precisa: più integrazione, più capacità decisionale, più Europa. Anche a costo di una nuova cessione di sovranità.

Il premio, assegnato dal 1950 a figure che hanno contribuito in modo significativo all’integrazione europea, colloca Draghi in una lista che include personalità come Alcide De Gasperi, Winston Churchill, Jean Monnet, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, premiato insieme al popolo ucraino. Draghi è il quinto italiano a riceverlo.

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«Bellicista», infallibile indicatore di manipolazione della realtà

19 Gennaio 2026 ore 07:03

Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità. Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.

Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea. Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.

Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo». Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte. Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente». Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.

Leggi anche l’editoriale di Christian Rocca su questo tema.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

 

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L’amore-timore della destra italiana per Trump è una mafioseria escatologica

19 Gennaio 2026 ore 07:02

I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.

Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.

Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico. 

Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.

C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo. 

Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).

La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.

Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.

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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

La politica italiana reagisce ai dazi di Trump per la Groenlandia

18 Gennaio 2026 ore 19:42
Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"

© RaiNews

Putin: Groenlandia es parte de Dinamarca – Por Diego Fusaro

18 Gennaio 2026 ore 16:13

Por Diego Fusaro

Groenlandia es parte de Dinamarca: con estas sencillas, irrefutables y sensatas palabras, Vladimir Putin, presidente de la Federación Rusa, se pronuncia sobre la controvertida cuestión de Groenlandia.

Como es bien sabido, Donald Trump, el presidente de la civilización del dólar, decidió hace tiempo apoderarse de Groenlandia y anexionarla a Estados Unidos: «Necesitamos Groenlandia», declaró Trump, admitiendo con franqueza su lema jus sive potentia. Por su parte, la Unión Europea está decididamente desorientada: como colonia sin dignidad,
arrastrada por Washington, se ve naturalmente inducida a aceptar cadavéricamente las decisiones de su amo; pero esta vez, por primera vez, la pretensión trumpiana constituiría un ataque militar imperialista estadounidense contra la propia Europa. No es casualidad que Francia y Alemania ya hayan enviado sus tropas a Groenlandia. La paradoja de la situación reside en que Trump, quien en teoría debería ser amigo de Europa, en realidad le declara la guerra, mientras que Putin, quien en teoría debería ser su principal enemigo, la defiende, al menos en teoría, señalando lo obvio: que Groenlandia forma parte de Dinamarca.

Durante meses, se nos ha dicho que Rusia quería invadir Europa, y luego resulta que la invasión proviene de Washington, país que los medios occidentales siempre han celebrado como bastión de la libertad, la democracia y los derechos  humanos. Quizás ahora todo quede más claro para el mundo: el enemigo es y sigue siendo Washington, y ciertamente no Moscú. Los eurófilos de Bruselas tienen dificultades para comprenderlo, pero en cualquier caso, ya han cambiado de tono, tras haber admitido recientemente la necesidad de dialogar con Putin, quien hasta el día anterior era considerado el enemigo irreconciliable contra el que era necesario declarar la guerra.

Fuente
Traducción: Carlos X. Blanco

Ucraina, la Lega alza la voce: "Aiuti sì, ma stop alla retorica bellicista. L'Europa impari a dialogare con tutti"

18 Gennaio 2026 ore 02:34
"La Lega ha votato sì al sostegno all’Ucraina perché abbiamo avuto ampie rassicurazioni dal governo che saranno rafforzati gli aiuti civili e umanitari, che la fornitura di mezzi e materiali sarà di carattere difensivo in una logica di difesa e deterrenza e che ci sarà coerenza con il percorso diplomatico intrapreso in grado di... Segui su affaritaliani.it

Referendum giustizia, SI' alla riforma al 63%. Forza Italia: "Dal fronte del NO solo slogan con attori e cantanti radical chic"

18 Gennaio 2026 ore 10:30
"È fondamentale continuare, come noi di Forza Italia stiamo facendo, a spiegare punto per punto la riforma. Entrando nel merito, approfondendo le ragioni dell'attuale sfiducia dei cittadini del sistema giustizia. Siamo profondamente convinti della assoluta serietà di questa riforma, che non è un fulmine a ciel sereno, ma... Segui su affaritaliani.it

La riforma della giustizia e le ragioni democratiche del sì. Il commento di Ippolito

18 Gennaio 2026 ore 10:55

Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.

La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.

Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.

Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.

Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.

La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.

La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.

La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.

La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.

Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.

Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.

Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.

Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.

In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.

Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.

Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.

Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.

La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.

È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.

Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.

Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran

18 Gennaio 2026 ore 06:20

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato con fermezza che la scelta di non procedere con il bombardamento dell’Iran è stata esclusivamente sua e non ha subito pressioni da parte di alcun Paese terzo.

 

Trump aveva lanciato ripetute minacce di intervento militare contro la Repubblica Islamica nel pieno delle violente proteste che stanno attraversando l’Iran. I disordini sono esplosi a fine dicembre, inizialmente scatenati dalle gravi difficoltà economiche e dall’inflazione galoppante, per poi evolversi in un movimento di protesta antigovernativa su scala nazionale, con un bilancio di centinaia di morti. Rivolgendosi direttamente ai manifestanti all’inizio della settimana, il presidente aveva dichiarato: «Gli aiuti stanno arrivando».

 

Mercoledì l’agenzia Reuters aveva riportato che un attacco statunitense contro l’Iran appariva «imminente». L’operazione, tuttavia, non si è mai concretizzata e, in seguito, vari media americani hanno riferito che alti rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Oman, Egitto e Israele avevano chiesto a Trump di rinunciare al piano.

 

Interpellato venerdì dai giornalisti su tali indiscrezioni, Trump ha replicato: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo».

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Secondo quanto affermato dal presidente, un fattore decisivo è stato il «grande impatto» prodotto dall’inversione di rotta da parte dell’Iran, che aveva inizialmente annunciato processi sommari e impiccagioni rapide per alcuni dei manifestanti più violenti arrestati, salvo poi annullare tutto.

 

«Ieri avevate programmato oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni», ha spiegato Trump. «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato tutto», ha aggiunto.

 

Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, aveva dichiarato che non ci sarebbero state «impiccagioni né oggi né domani». Araghchi ha inoltre sostenuto che la calma è tornata nelle città iraniane, con il governo che mantiene il pieno controllo della situazione, e ha attribuito i disordini a Israele e a interferenze esterne.

 

Alla domanda se la sua promessa di sostegno ai manifestanti iraniani resti ancora valida, Trump ha risposto: «Vedremo».

 

Nonostante la rinuncia all’attacco aereo, gli Stati Uniti hanno comunque inviato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato venerdì da Fox News sulla base di fonti militari. Secondo l’emittente, Washington dispone già nella regione di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

 

All’inizio della settimana gli Stati Uniti hanno inoltre varato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo cinque funzionari della sicurezza accusati di aver partecipato alla «violenza e alla crudele repressione» dei manifestanti, una prigione del Paese e altri 18 individui ed entità sospettati di aver aiutato Teheran a aggirare le restrizioni sul commercio di petrolio.

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Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian

18 Gennaio 2026 ore 06:05

Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica è ancora attraversata da vaste proteste popolari scoppiate nelle ultime settimane.

 

I disordini sono iniziati verso la fine del mese scorso, provocati principalmente dall’impennata dell’inflazione e dal crollo verticale del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, con un bilancio – secondo diverse fonti – di centinaia di vittime. Le autorità di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di essere i veri artefici delle rivolte.

 

In una nota diffusa venerdì dal Cremlino si legge che Pezeshkian «ha informato Vladimir Putin sui continui sforzi del governo iraniano per normalizzare la situazione nel Paese».

 

I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di una «de-escalation delle tensioni in Iran e nella regione nel suo complesso il prima possibile», sottolineando che «ogni problema emergente deve essere risolto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici».

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Putin e Pezeshkian hanno inoltre riaffermato «il loro reciproco impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Russia e Iran», con particolare attenzione ai progetti economici congiunti in corso.

 

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, intervenendo questa settimana, ha dichiarato che Mosca «condanna fermamente le interferenze straniere destabilizzanti» negli affari interni iraniani. Secondo la diplomatica, alcune potenze estere avrebbero cercato di trasformare una protesta inizialmente pacifica in «disordini crudeli e insensati», con l’obiettivo di provocare un cambio di regime a Teheran.

 

La Zakharova ha definito «assolutamente inaccettabili» le minacce statunitensi di ricorrere alla forza contro la Repubblica Islamica, avvertendo che un intervento militare contro l’Iran rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente.

 

La stessa portavoce ha inoltre attribuito le attuali difficoltà economiche iraniane principalmente alle sanzioni imposte dall’Occidente.

 

Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, esortando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni statali. All’inizio della settimana il leader americano ha dichiarato che la sua amministrazione stava «valutando alcune opzioni molto forti» per intervenire contro Teheran.

 

L’Iran rappresenta da lungo tempo un alleato strategico della Russia: i due Paesi hanno formalizzato un accordo di partenariato strategico in occasione della visita di Pezeshkian a Mosca lo scorso gennaio.

 

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Legge elettorale, il ricatto del governo alle opposizioni

18 Gennaio 2026 ore 00:03

Il centrodestra ha posto una pistola sul tavolo del confronto con le opposizioni sulla legge elettorale. Prima ancora che esso sia convocato. Preventivamente, come una minaccia, che è stata esplicitata. […]

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Gaza, Meloni: «Dall’Italia piena disponibilità». E a Palazzo Chigi arriva l’invito

18 Gennaio 2026 ore 00:02

«Abbiamo sempre dato, e stiamo dando, la nostra piena disponibilità ad avere un ruolo di primo nel progetto di pace in Medio Oriente». La premier Giorgia Meloni ha confermato, di […]

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Renzi a Milano: «Adesso serve la Margherita 4.0»

18 Gennaio 2026 ore 00:01

Dall’assemblea nazionale di Italia viva, tenutasi a Milano, Matteo Renzi rivendica il lavoro fatto in questi anni. «La cosa più difficile è stata il nostro posizionamento nel centrosinistra. Oggi ne […]

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Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato

17 Gennaio 2026 ore 23:23

Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.

I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.

Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.

Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.

A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.

Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.

Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.

Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca. State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).

Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.

Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.
Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.

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Ricevuto prima di ieri

Caregiver familiare: lo Stato non deleghi la cura, in cambio di un sussidio

17 Gennaio 2026 ore 21:44

Ventisette anni: questo è l’arco di tempo per cui Marco Espa è stato caregiver. Lo è stato giorno e notte, per sua figlia Chiara. È presidente nazionale dell’Associazione Bambini Cerebrolesi – ABC Italia) e insieme a Francesca Palmas ha scritto il libro Progetto di Vita (Erickson). Dal gennaio 2024, ha fatto parte del Tavolo interministeriale tecnico per la legge nazionale sui caregiver familiari costituito della ministra Alessandra Locatelli e della viceministra del Lavoro Maria Teresa Bellucci: a partire da quei lavori – durati un anno intero – gli uffici ministeriali hanno poi predisposto il ddl appena approvato dal Consiglio dei Ministri. 

Che ne pensa del ddl presentato dalla ministra Locatelli?

È un passo importante, perché finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato e che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto, spesso 24 ore su 24, e che rinunciano al lavoro e alla propria vita per evitare l’istituzionalizzazione dei loro cari. La scelta fatta dalla ministra Locatelli – partire dai caregiver conviventi, in un quadro di risorse limitate – è sicuramente una scelta difficile, ma è strategicamente importante e noi come ABC la sosteniamo. Tuttavia, questo criterio viene di fatto mortificato dall’introduzione di un limite Isee troppo basso, a 15mila euro: così facendo si escludono decine di migliaia di caregiver che vivono la stessa identica condizione di cura. È una contraddizione evidente: si individua correttamente la priorità, ma poi la si svuota con un criterio economico che non ha nulla a che vedere con la non autosufficienza. Il ddl ora inizierà il suo iter in Parlamento e dovremo lavoreremo insieme alle istituzioni e a tutti i vari stakeholder per migliorarlo. 

Finalmente lo Stato riconosce che il tema dei caregiver non è un fatto privato, che esiste e va affrontato. È anche cosa buona e giusta partire dai caregiver conviventi: sono quelli che sostengono il carico più alto

Marco Espa, presidente ABC

Intende dire che lo Stato dovrebbe dare un sostegno ai caregiver indipendentemente dalla soglia Isee?

La non autosufficienza non è una condizione di povertà, è una condizione di vita. Legare il riconoscimento del caregiver al reddito significa trasformare una politica di inclusione in una misura assistenziale selettiva. Questo approccio taglia fuori decine di migliaia di caregiver conviventi che continuano a sostenere da soli un carico enorme, senza alcuna tutela. Lo Stato a parole sta dicendo ai caregiver conviventi “vi riconosco, partiamo da voi” e poi però introducendo un Isee così basso, di fatto fa un’altra cosa. Ma chi ha esperienza nel settore, come noi, sa come rendere inclusiva una politica pubblica, anche con lo strumento dell’Isee graduato a seconda del reddito, senza però tagliare fuori nessuno. Non avendo mai ricevuto il testo, però, non siamo potuti intervenire a correzione. 

Marco Espa con la figlia Chiara

C’è chi sostiene che tutti i caregiver dovrebbero avere lo stesso trattamento, a prescindere dall’essere conviventi o meno. In questo modo, infatti, si tagliano fuori – per esempio – i figli di anziani non autosufficienti, che sono caregiver ma tipicamente non convivono con i propri genitori. È una strada praticabile?

Ci sono situazioni che vanno sostenute, come quelle di chi si prende cura per un grande numero di ore quotidiane pur non essendo convivente. Non solo figli e genitori ma anche reti amicali di vicinanza. L’importante è farsi carico. Certo non possiamo pensare equivalente questa situazione a chi decide per tanti motivi di istituzionalizzare una persona 200 km di distanza. Al Tavolo ho sentito ragionamenti contorti e di fantasia di chi sosteneva che il carico di chi istituzionalizzava i propri familiari era ben superiore a quello di coloro che ci convivevano. E poi, bisogna essere onesti: se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. Questa è una cifra impossibile per qualsiasi Governo e, aggiungo, nemmeno giusta. Le politiche pubbliche devono partire da chi sostiene il carico più alto. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali.

Se volessimo garantire lo stesso trattamento a tutti i caregiver, conviventi e non conviventi, servirebbero almeno 40 miliardi di euro. L’equità non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel riconoscere le differenze reali

Marco Espa, presidente ABC

Si parla spesso di dare uno “stipendio” per i caregiver. Perché siete contrari?

Perché sarebbe un errore strutturale. Dare uno stipendio ai caregiver significherebbe consentire allo Stato di lavarsene le mani, scaricando interamente sulle famiglie la responsabilità della cura. Nel contesto italiano questa scelta avrebbe un effetto devastante sulle donne, non possiamo nascondercelo: vorrebbe dire costringerle “agli arresti domiciliari”, senza aver commesso alcun reato. L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. Noi non vogliamo sussidi che rinchiudano le persone in casa, vogliamo diritti che permettano di vivere, lavorare e partecipare alla società.

Di che cosa hanno bisogno, allora, i caregiver?

La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione. Migliaia di caregiver hanno abbandonato il lavoro per anni, spesso per una vita intera e quindi rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela previdenziale. Questo è inaccettabile. I contributi figurativi non sono assistenza: sono una misura strutturale che riconosce il valore pubblico del lavoro di cura. Sia chiaro, capiamo e non siamo contrari a contributi come quelli previsti in bozza di legge, in attesa che partano i progetti di vita, ma devono essere provvisori: l’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Ovviamente accanto al riconoscimento dei contributi figurativi.

L’idea dello stipendio per il caregiver non è emancipazione, è al contrario una regressione culturale e sociale, che rischia di cristallizzare la segregazione domestica e l’isolamento. La vera battaglia è il diritto ai contributi figurativi, cioè alla pensione

Marco Espa, presidente ABC

Che cosa c’entra con i caregiver il progetto di vita?

Ricordiamolo: questa è una legge che deve sostenere i caregiver, non delegare loro ulteriori compiti di cura in cambio di soldi. Prendersi cura di chi si prende cura, significa intervenire concretamente attraverso misure di sostegno adeguate alle persone con disabilità, per esempio attraverso i progetti di vita personalizzati, co-progettati, deistituzionalizzanti. Questo non solo permette realmente di alleggerire il naturale carico di assistenza richiesto a un familiare, ma al tempo stesso permettere alle persone di scegliere dove e come e con chi vivere. L’esperienza ci ha dimostrato che se le persone con disabilità sono realmente sostenuti, con progetti personalizzati e co-progettati, i caregivers sono addirittura in grado di riprendere le attività lavorative e in generale di migliorare la loro qualità di vita. Dunque, il reale riconoscimento della figura del caregiver non si deve limitare ad una misura risarcitoria, ma che ne valorizzi il ruolo. E va letta in combinato disposto con i progetti di vita dei loro cari con disabilità. Su questo punto, però, c’è una cosa che lo Stato e i suoi funzionari devono capire: non si fanno le riforme a costo zero o quasi. 

Sta parlando della riforma della disabilità?

Penso a chi ritiene che tutto sommato il progetto di vita sia la sommatoria di ciò che esiste già nei territori. Non è così. A mio giudizio le prestazioni “atipiche” – cioè quelle che ad oggi non rientrano nelle unità di offerta del territorio di riferimento – saranno probabilmente il 90% di ogni singolo progetto e non, come dicono invece molti osservatori, una quota residuale che riguarderà solo alcune situazioni particolari. La risposta a necessità “atipiche” nel progetto di vita non è un’evenienza eccezionale, ma dovrà essere la prassi ordinaria; è l’essenza stessa del nuovo modello. La legge prevede un fondo da 25 milioni l’anno per garantire queste “prestazioni atipiche”, ma aver previsto risorse così limitate equivale a trattare la personalizzazione come un elemento marginale, un’eccezione da concedere con il contagocce, anziché come il pilastro della legge. È un paradosso difficilmente sanabile: si crea uno strumento per l’innovazione, ma lo si dota di risorse che, di fatto, ne circoscrivono l’applicazione a un ruolo quasi simbolico, tradendo l’ispirazione originaria della norma. È per questa ragione che ci vogliono miliardi di euro per non far fallire la riforma della disabilità. 

L’obiettivo deve essere anche per noi caregiver il progetto di vita. Per questo servono miliardi: per i caregiver e per i progetti di vita

Marco Espa, presidente ABC

Ancora una volta, la questione delle risorse resta centrale. 

Sì, la questione delle risorse è determinante. IIl punto è che se le istituzioni non affrontano oggi il tema della non autosufficienza, tutto ricadrà sui conti dello Stato tra pochi anni, in altri modi, ma certamente con un impatto molto più pesante. Se ci fosse una classe politica lungimirante, si potrebbe costruire un sistema misto di finanziamento di tutto questo: una parte attraverso un fondo tipo l’Home Care, una parte con un contributo che viene dai redditi altissimi, una parte sugli extra-profitti delle banche, una parte con la fiscalità generale e una parte attraverso il Parlamento. Va detto chiaramente: qui a giocare un ruolo centrale è il Parlamento, non il Governo. Il Governo, di qualunque colore sia, difficilmente farà questo passo: serve invece una responsabilità parlamentare. Se si individuino due o tre temi che maggioranza e opposizione ritengono unitari, che diventano bipartisan nell’agenda parlamentare, argomenti di tutti… si può fare. Ma bisogna dirlo con chiarezza: servono miliardi, non milioni. I miliardi per i caregiver e i miliardi per il progetto di vita. Tecnicamente si può fare, ma come sempre serve la volontà politica.

VITA ha dedicato un magazine ai caregiver familiari, titolato La solitudine dei caregiver: se hai un abbonamento puoi scaricare subito qui la versione digitale oppure abbonati qui.

Qual è il modello di inclusione che ABC propone?

Io sostengo che l’inclusione sociale non sia un sussidio, ma un’infrastruttura pubblica. Serve un approccio centrato sulla persona, che coinvolga chi ha esperienza vissuta della disabilità e della cura. La co-progettazione e la partecipazione non sono slogan: sono strumenti indispensabili per evitare errori, intercettare i bisogni reali e costruire fiducia. Troppo spesso le politiche pubbliche vengono progettate senza ascoltare le persone che dovrebbero beneficiarne, ma così si finiscono per ignorare proprio le voci dei più vulnerabili.

Questo richiede anche un rafforzamento dei servizi sociali?

Certamente. Non basta scrivere buone leggi, se non si investe nel personale dei servizi sociali. Una strategia ambiziosa ma che poi non sia accompagnata dal rafforzamento dell’infrastruttura umana e operativa dei servizi di assistenza, inclusione e supporto… è destinata a fallire. Servono investimenti mirati nei servizi sociali, nella professionalizzazione, in condizioni di lavoro di qualità e nell’integrazione con sanità, istruzione e politiche del lavoro. In assenza di tutto questo, qualsiasi riforma rischia di restare pura retorica.

In sintesi, cosa serve oggi ai caregiver italiani?

Servono riconoscimento, contributi figurativi, diritto alla pensione e politiche strutturali sulla non autosufficienza. Non stipendi che permettano allo Stato di lavarsene le mani, non sussidi che rinchiudano le persone in casa. Ma un investimento pubblico serio, bipartisan, fondato su diritti, servizi e infrastrutture sociali. Perché l’inclusione non è un costo: oltre ad essere una responsabilità collettiva e una scelta di civiltà, è un investimento, riduce i costi assistenziali, come dimostrato dalle migliori esperienze pubbliche di deistituzionalizzazione in Italia, fa crescere l’occupazione e aumenta il gettito della fiscalità generale.

Nelle foto, alcune delle famiglie aderenti ad ABC, che nel 2024 ha avuto in gestione un bene confiscato alla mafia a San Teodoro (Olbia). Qui ha aperto la “Casa dell’indipendenza – Villa della legalità”. VITA lo ha raccontato qui.

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Líder supremo de Irán: «La nación iraní ha acabado con la sedición alentada por el presidente de EEUU»

17 Gennaio 2026 ore 16:05

El líder supremo de Irán, el ayatolá Alí Jameneí, responsabilizó al presidente de Estados Unidos, Donald Trump, de las muertes y daños causados en su país, y reprochó sus insultos vertidos contra la República Islámica.

«El presidente de EEUU se refirió a este grupo que destruyó propiedades, incendió y mató personas en Irán como «el pueblo de Irán»; es decir, lanzó una gran calumnia contra el pueblo de Irán. Consideramos al presidente de EEUU culpable por esta acusación. Consideramos culpable al presidente de Estados Unidos por las bajas, los daños y las calumnias que infligió a la nación iraní. El presidente de EEUU les envió un mensaje a los sediciosos: «Les apoyamos, les apoyamos militarmente», es decir, el propio presidente de EEUU se involucró en la sedición. Estos son crímenes. En el pasado, ocurrían sediciones en Irán en las que generalmente intervenían medios de comunicación y políticos de segundo nivel de EEUU o países europeos. La particularidad de esta sedición fue que el propio presidente de EEUU intervino en ella y alentó a los agitadores», expresó Jameneí en un discurso ante miles de personas.

El líder supremo aseguró que «La nación iraní ha acabado con la sedición; ahora también debe acabar con los sediciosos» y añadió que «La reciente sedición fue una sedición estadounidense. Los estadounidenses la planificaron y actuaron. El objetivo del reciente complot estadounidense es engullir Irán». «Desde el inicio de la Revolución Islámica hasta hoy, el dominio de EEUU sobre Irán ha desaparecido. Ellos están pensando en volver a colocar a Irán bajo su dominio militar, político y económico», explicó.

Jameneí hace estas declaraciones tras las recientes protestas antigubernamentales, que estallaron a finales de diciembre, impulsadas por EEUU e Israel, sobre la base de problemas económicos, en buena parte producto de las sanciones norteamericanas, problemas a los que también se refirió: «La situación económica no es buena, La vida de la gente es realmente difícil. Yo lo sé. Los funcionarios del país y del gobierno deben trabajar el doble y con mayor seriedad para conseguir bienes básicos, insumos para el ganado, alimentos necesarios y las necesidades generales de la gente».

Por su parte, el ministro de Exteriores de Irán, Seyed Abbas Araghchi, aseguró que la situación en el país lleva varios días estabilizada, después de que se llevara a cabo una operación contra terroristas que instigaban los disturbios.

Gruppo AVS Toscana: solidarietà piena ai Vigili del Fuoco sanzionati

17 Gennaio 2026 ore 10:42

Gruppo AVS Toscana: Solidarietà piena ai Vigili del Fuoco sanzionati. Il Viminale attenta la libertà di espressione e il diritto di sciopero

Comunicato stampa

“I consiglieri AVS Lorenzo Falchi, Diletta Fallani e Massimiliano Ghimenti esprimono la loro più ferma solidarietà ai dieci Vigili del Fuoco, di cui sei toscani, colpiti da pesanti contestazioni disciplinari dal Ministero dell’Interno per aver partecipato, in uniforme, a una legittima manifestazione di protesta e per essersi inginocchiati in un minuto di silenzio per le vittime innocenti di Gaza lo scorso 22 settembre a Pisa durante lo sciopero indetto da USB, così come emerge grazie all’agenzia DIRE.

“Punirli per un gesto di compassione e di testimonianza civile, compiuto nel quadro di uno sciopero sindacale legalmente proclamato, è un atto grave e molto pericoloso” commentano I consiglieri. “I Vigili del Fuoco, come i metalmeccanici in tuta o i sanitari in camice, hanno il sacrosanto diritto di rivendicare le proprie ragioni e le proprie idee mostrando pubblicamente la propria appartenenza professionale.”

“Vediamo in queste contestazioni un preoccupante tentativo di intimidazione verso i milioni di persone che sono scesi in piazza per mesi per denunciare il genocidio israeliano a Gaza e per chiedere pace e libertà per il popolo palestinese” continua il capogruppo Falchi “È un attacco che riguarda non solo i pompieri, ma la libertà di espressione e il diritto di sciopero di tutti i lavoratori e le lavoratrici.”

“Chiediamo con urgenza al Ministro dell’Interno di ritirare immediatamente tutte le contestazioni disciplinari e di cessare questa pericolosa deriva autoritaria.” Conclude Falchi “Saremo al fianco dei Vigili del Fuoco colpiti da queste assurde contestazioni in tutte le iniziative di mobilitazione e sostegno che saranno promosse”

Stretta su coltelli, zone rosse, reati dei minori e maranza: cosa comprende il nuovo pacchetto sicurezza

16 Gennaio 2026 ore 00:22
Il Viminale mette sul tavolo un pacchetto sicurezza senza precedenti: fondi extra per le stazioni, fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto o armi, espulsioni più rapide, zone rosse e stretta sui coltelli. L’obiettivo del governo è chiaro: ripristinare l’ordine nelle...

Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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‘Kill Switch’: Irán apaga Starlink de Musk por primera vez, según Forbes

14 Gennaio 2026 ore 06:51

Las autoridades iraníes han brindado un duro golpe al proceso de desestabilización impulsado por Israel y EEUU, al lograr el bloqueo del acceso a Internet por satélite Starlink, una herramienta fundamental, informó este lunes Forbes.

«No habíamos visto esto antes. El apagón digital de Irán ha desplegado inhibidores militares, supuestamente suministrados por Rusia, para bloquear el acceso a internet de Starlink. Esto supone un cambio radical para la conectividad de emergencia que suelen usar manifestantes y activistas antirrégimen cuando se interrumpe el acceso a internet». sostiene el informe.

Según el reporte, se ha bloqueado más del 80 % del tráfico y el nivel de conexión a la Red se sitúa ahora en torno al 1 % del habitual.

Este avance técnico, que degradó el tráfico satelital desde un 30 % inicial hasta niveles del 80–90 % en zonas clave, marca un hito en la capacidad de Teherán para defender su control sobre el flujo de información frente a herramientas de desestabilización externas.

«Channel 4 News describe las actividades de Rusia como una «carrera tecnológica con Starlink», que, según afirma, «es conocida por desplegar camiones que emiten ruido de radio para interrumpir las señales satelitales». Hasta el momento no se ha confirmado qué tecnologías se están implementando», señala Forbes.

Tras el apagón total de internet móvil y fijo decretado el 8 de enero, miles de terminales Starlink, introducidas de contrabando y estimadas en decenas de miles, funcionaron como puente para coordinar manifestaciones y difundir imágenes. El gobierno recurrió al jamming de señales GPS (ya activo desde la guerra de 12 días con Israel en junio de 2025) y a la disrupción directa de enlaces de órbita baja mediante equipos de alta potencia proporcionados por China, según expertos como Amir Rashidi, del Miaan Group. Esta tecnología de grado militar supera al jamming básico y provoca pérdidas masivas de paquetes, haciendo inviable la transmisión continua.

Las señales GPS son básicas para un funcionamiento óptimo de la red de internet satelital de la compañía de Musk, cuyos receptores Starlink utilizan GPS para localizar y conectarse a los satélites.

En el tablero multipolar, el episodio refleja la disputa por la soberanía tecnológica. Irán percibe a Starlink, controlado por una empresa estadounidense, como un vector de injerencia externa, similar a su uso en Ucrania o a intentos previos en Irán en 2022. La respuesta refuerza a los bloques emergentes que buscan alternativas a infraestructuras dominadas por Occidente, desde satélites propios hasta cables submarinos chinos. Las empresas occidentales, como el caso Samsung y el espionaje israelí muestran que el mundo corporativo no es “neutral” sino que responde a intereses geopolíticos de sus países de origen.

Durante la Guerra de los 12 Días con Israel, se registraron fallas deliberadas en la red de internet nacional, que coincidió con la activación de haces de Starlink, según lo confirmó el propio Musk al publicar en la red social X: “Los haces están encendidos”, apenas un día después del inicio de la ofensiva israelí.

La coordinación entre empresas privadas y operaciones militares genera preocupación en Irán, que denuncia un nuevo patrón de guerra híbrida y sabotaje tecnológico.

Trump: «No necesito el derecho internacional. Mi propia mente es lo único que puede detenerme»

8 Gennaio 2026 ore 23:29

Donald Trump afirmó en una entrevista con The New York Times, que su poder como comandante en jefe está limitado únicamente por su «propia moralidad», relegando a un segundo plano las normas del derecho internacional y otros mecanismos de control que suelen servir de contrapeso a la hora de ordenar ataques contra otros países.

Al ser preguntado específicamente sobre si existían restricciones a su autoridad para desplegar la fuerza militar a nivel global, el presidente de Estados Unidos respondió de manera contundente: «Sí, hay una cosa. Mi propia moralidad. Mi propia mente es lo único que puede detenerme».

«No necesito el derecho internacional», agregó.

Dejando abierta la puerta a una interpretación unilateral de las obligaciones internacionales del país, Trump también reconoció la existencia de ciertas limitaciones que enfrenta dentro de EE.UU.

Tucker Carlson: «Es evidente que nos estamos moviendo hacia una Guerra Mundial»

8 Gennaio 2026 ore 18:50

Estados Unidos se está preparando para una guerra mundial, afirma el periodista estadounidense Tucker Carlson, en base a la decisión del Gobierno del presidente Donald Trump de elevar el presupuesto de defensa para el año fiscal 2027 hasta la cifra récord de 1,5 billones de dólares. Carlson argumenta que no existe una justificación alternativa para un incremento tan descomunal.

«En términos generales, obviamente, ese es el tipo de presupuesto de un país para su Ejército cuando prevé una guerra mundial o regional. No hay otra razón para hacerlo», declaró el presentador.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció un aumento del 50 % en el presupuesto militar para 2027, hasta alcanzar un récord de 1,5 billones de dólares. Afirmó que los fondos provendrán de los aranceles cobrados a otros países. En su publicación en Truth Social, Trump sostuvo que este nivel permitirá construir el «Ejército soñado» y garantizar la seguridad nacional.

Para Carlson, la naturaleza de esta partida presupuestaria es inequívocamente ofensiva. «No es un presupuesto para mantener la paz. Es un presupuesto de guerra, un gran presupuesto de guerra», sentenció. Un cambio que también estaría detrás de la reciente modificación del nombre del Departamento de Defensa por Departamento de Guerra.

«Por lo tanto, creo que es lógico esperar, y todos los indicios apuntan a ello, a que pronto vamos a tener una gran guerra. Una gran guerra pronto», afirmó.

«Es evidente que nos estamos moviendo en esa dirección, hacia una guerra mundial», concluyó.

La finanziaria dell’austerità e dell’inganno

3 Gennaio 2026 ore 01:42

Ultraliberista, reazionaria e riarmista: che cosa contiene e come si è giunti all’approvazione della legge di bilancio. Gli scontri interni al governo, la notte degli ordini del giorno e l’assenza di una opposizione sociale all’altezza della situazione [Franco Turigliatto] ★

Sul filo di lana del 30 dicembre, dopo un iter assai travagliato, non certo per l’opposizione sociale e parlamentare, entrambe assai deboli ed inadeguate, ma per la concorrenzialità dei partiti di governo, la Camera ha approvato la terza finanziaria del governo Meloni evitando così l’esercizio provvisorio del bilancio (per un primo giudizio leggi qui).

Ultraliberista, reazionaria e riarmista

E’una finanziaria dura ed ingannevole che esprime molto bene lo spirito capitalista dei tempi, profondamento avverso alle classi lavoratrici e ai settori più deboli della società; mostra anche l’anima oscura e reazionaria delle forze dell’estrema destra che compongono l’esecutivo. Siamo di fronte a un’ulteriore iniezione di veleno in un corpo sociale già profondamente corroso e diviso dalle politiche economiche del capitale e disorientato dalle ideologie autoritarie, fascisteggianti e patriarcali di Meloni, La Russa, Salvini, Piantedosi e Roccella, per non parlare dell’uomo dell’industria militare Crosetto, a cui si aggiunge la vacua ipocrisia di Tajani, il servitore degli eredi di Berlusconi.

Con la  legge  di bilancio il governo e la classe dominante borghese si ponevano due obiettivi, uno dichiarato, l’altro mascherato: il primo, rientrare già dal 2026 nelle clausole del nuovo patto di austerità europeo, cioè ridurre il deficit pubblico scaricandone i costi sulle classi popolari e preservando invece vecchie  e nuove regalie alle imprese e ai padroni; il secondo è che, operando il rientro nei parametri europei  (il 3% di deficit sul PIL) potranno già nei prossimi mesi aprire appieno la valvola del gas per finanziare a debito lo spaventoso aumento della spesa militare deciso dalle borghesie europee. I loro dirigenti, tra cui Draghi, sperano che la partecipazione alla corsa al riarmo permetta anche il rilancio industriale del capitalismo europeo oggi in difficoltà di fronte alla concorrenza americana, cinese e degli altri grandi paesi capitalisti anche perché la guerra rende bene per alcune imprese

Le molte decine di miliardi che saranno sottratti a sanità, scuola, trasporti, servizi sociali per conferirli ai fabbricanti di carri armati e missili non compaiono dunque se non in parte nelle norme della finanziaria risultando poco visibili (complici i media) alla stragrande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma sono in ben presenti nelle tabelle del bilancio dei prossimi anni.

Resta il fatto che questo mascheramento ha reso ancor più difficile costruire una consapevolezza di massa sul significato delle politiche del governo e di costruire un ponte tra le grandi manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese e la necessità di un eguale movimento di massa contro le politiche di riarmo e di guerra delle classi dominanti.

Il senso regressivo della manovra.

Per imporre l’austerity e la difesa dei privilegi delle classi abbienti a scapito degli ultimi e dei penultimi, ma più in generale delle classi lavoratrici impoverendo il paese e facendo crescere solo la spesa militare, le destre al governo hanno spinto ancora più avanti il degrado delle stesse regole della democrazia parlamentare.

Decide tutto il governo e al massimo funziona (poco per altro) una sola Camera, l’altra è chiamata solo ad alzare la mano in mezza giornata per approvare le leggi e i decreti dell’esecutivo; nessuna vera e reale discussione aperta e pubblica del Parlamento: in tre anni per legiferare sono stati varati 113 decreti governativi e 104 volte si è fatto ricorso allo strumento della fiducia. Le finalità autoritarie delle destre sono presenti in ogni loro azione, insofferenti alla vecchia divisione liberale dei poteri quindi alla magistratura quando non opera seconda le sue direttive; una concezione di predominio assoluto dell’esecutivo confermata in questi stessi giorni dalla approvazione parlamentare della “riforma “della Corte dei Conti con cui si vuole svuotare il controllo di questo organo costituzionale sui conti dello stato, cioè sull’operato del governo.

Tutto questo avviene poi in un quadro in cui è in corso una stretta repressiva verso le mobilitazioni sociali e sui media una campagna per svilire e colpevolizzare le grandi mobilitazioni contro il genocidio dei palestinesi ed infine anche una campagna ideologica bellicista e riarmista, volta a convincere famiglie e giovani (con incursioni sempre più violente nella scuola) della necessità di prepararsi alla guerra ed essere disponibili al sacrificio della vita per la “patria”. Naturalmente questo parossismo militare è interpretato al meglio dagli eredi del MSI, ma è ben presente anche nei media della cosiddetta borghesia democratica. La multicrisi ambientale e del sistema capitalista e le guerre in corso, combinate con le sconfitte della classe lavoratrice, stanno producendo quella che possiamo chiamare una vera e propria crisi di civiltà.

Le scelte fondamentali della legge di bilancio

Due mesi fa avevamo scritto:

Il compito del governo delle destre non è facile perché deve continuare a gestire le scelte economiche in funzione del grande capitale, ma anche contemporaneamente del suo blocco sociale piccolo e medio borghese di riferimento e di voto elettorale, senza incorrere contemporaneamente nel rigetto di strati ampi della popolazione e della classe lavoratrice”.

I fatti hanno confermato questa affermazione mettendo in luce ripetuti scontri manifestatisi fino alla notte del voto finale tra i partiti della maggioranza per cercare di tirare ognuno a proprio vantaggio una coperta troppo corta nel contesto economico dato. Nel tentativo di gestire queste diverse esigenze e dopo 2 maxiemendamenti del governo la finanziaria è salita da 18 a 22 miliardi senza, per altro, progettare alcun reale rilancio dell’economia del paese, e con un impatto quasi insistente sullo sviluppo, tenuto conto che le vecchie dinamiche positive indotte al PNRR cesseranno entro la metà del 2026.Vedasi anche   

Tutto bene però per il grande capitale: il flusso di risorse pubbliche indirizzato alle imprese continua come e più di prima attraverso diversi istituti, gli iperammortamenti (transizione 5), diversi bonus e rinnovo della Zes  (zone economiche speciali) ottenendo il comprensibile plauso del Presidente della Confindustria e del Sole 24 ore. In 3 anni i capitalisti saranno foraggiati con altri 15 miliardi di euro.

E’ vero che una parte delle coperture della finanziaria arrivano da banche ed assicurazioni che si vedono aumentare del 2% l’Irap, ma questa misura, per altro limitata ai prossimi 3 anni, non mette certo a rischio i loro profitti che nel 2025 sono calcolati in 30 miliardi. Per di più proprio in questi giorni la Borsa italiana supera i mille miliardi di capitalizzazione con una crescita annua superiore al 30%. Tirano la volata, guarda caso, l’industria militare (Leonardo, Fincantieri, ecc.) e beninteso le Banche. Bene l’Iveco, di cui Exor ha annunciata la vendita, in difficoltà l’auto e la farmaceutica.

Inoltre Banche ed Assicurazioni non avranno particolari difficoltà a scaricare sulle utenze, cioè sui cittadini, questi maggiori costi. Per di più alcune norme della finanziaria permettono ai dirigenti di questi istituti di affrontare l’aumento dell’IRAP, avendo contemporaneamente un interesse personale. La finanziaria abolisce infatti l’addizionale IRPEF del 10% sui bonus e sulle stocks options di questi dirigenti (un regalo potenzialmente di 84 milioni), purché i loro istituti facciano un poco di beneficenza pubblica….

Per le assicurazioni arriva anche una delle più vergognose misure: per i nuovi assunti infatti il trasferimento del TFR al fondo pensioni sarà automatico; avranno solo due mesi di tempo per impedire questa manomissione di risorse (salario differito) che sono di loro proprietà. Si valuta che siano 100.000 le lavoratrici/tori coinvolti nel primo anno, con una crescita poi annuale di 25 mila, unità, una vera manna per le assicurazioni. Gli aderenti attivi iscritti alla previdenza complementare sono oggi circa 7 milioni con una scarsa presenza di giovani il cui numero si vuole aumentare con il meccanismo del silenzio assenso.

Gli scontri interni al governo e la notte degli ordini del giorno

Più difficile è stato invece garantire come negli anni passati gli interessi specifici dei diversi settori piccolo e medio borghesi dei 3 partiti della maggioranza, dovendo contenere il debito pubblico alla fatidica soglia del 3%;  lo scontro interno (compresa la frattura tra il ministro dell’economia e il suo partito la Lega) è stato pesante con una continua riscrittura del testo che si è protratta fino all’ultimo giorno con la Lega che puntava alla ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali e FdI a una nuova sanatoria edilizia nonché FI che doveva difendere gli interessi della galassia Mediaset.

Particolarmente difficile il passaggio per un personaggio inverecondo come Salvini, che dopo aver promesso il superamento della controriforma Fornero sulle pensioni ingannando in tutti questi anni i lavoratori, ha infine dovuto rinunciare a qualsiasi alleggerimento della legge, accettando appieno il meccanismo che aumenta inesorabilmente di anno in anno i requisiti per andare in pensione; anzi la finanziaria ha abolito le stesse norme sulla “opzione donna” e di “quota 103”.

Il governo ha dovuto rinunciare per ora alle norme che allungavano ulteriormente le finestre di uscita e che penalizzavano il riscatto della laurea, ma già pensa di recuperale in un decreto futuro. Più che mai il sistema pensionistico viene considerato un bancomat per fare cassa.

Così al termine del voto si è assistito alla surreale notte parlamentare degli ordini del giorno di riferimento identitario e programmatico. Di solito è questo lo spazio lasciato alle forze di opposizione per presentare i loro contenuti. Solo che in questa occasione si sono moltiplicati anche le mozioni dei partiti di maggioranza in cui si chiede al governo di dare attuazione in futuro a contenuti non compresi per ora nella finanziaria. In questo modo FdI, Lega e FI hanno cercato di salvarsi l’anima con settori del loro elettorato delusi dalle promesse non mantenute. Come si usa dire in sede parlamentare: un ordine del giorno non lo si nega a nessuno perché è solo una vacua promessa che mai sarà realizzata.[1]

Altre misure della finanziaria

Rimandando ad un articolo specifico la valutazione del significato degli interventi della finanziaria sulle buste paga, richiamiamo l’attenzione su altri aspetti importanti della legge di bilancio.

Sono presenti al suo interno pesanti tagli alla spesa pubblica di diversi ministeri che comporteranno pesanti riduzioni della spesa sociale.

Molto più incerta la copertura di 3 miliardi e mezzo che si dovrebbe ottenere attraverso il recupero dell’evasione fiscale.

Vengono introdotte nuove accise e imposte per quanto riguarda il settore automobilistico.

Si introduce una gabella di 2 euro (tassa EMU) per quanto riguarda l’invio dei pacchi postali per un valore inferiore ai 150 euro.

Arriva la quinta rottamazione delle cartelle fiscali con una riduzione degli interessi da pagare per i morosi e gli evasori fiscali.

Le assicurazioni vengono premiate con un aumento delle tariffe; le scuole paritarie saranno esenti dal pagamento dell’IMU e coloro che si iscriveranno avranno un bonus fino a 1500 euro.

Per quanto riguarda la sanità le risorse stanziate sono assolutamente insufficienti a recuperare anche solo i costi dell’inflazione per non parlare della necessità di un complessivo investimento per rimettere in piedi adeguatamente la sanità pubblica. La versione finale della finanziaria opera ulteriori regali alla sanità gestita dai privati, alle farmacie e alle industrie farmaceutiche ed anche allo stesso Vaticano.

Lasciamo per ultimo la misura forse più vergognosa che esprime tutto il disprezzo, anzi l’odio di classe verso i più poveri e svantaggiati da parte degli esponenti del governo; si taglia infatti il finanziamento del fondo di inclusione, riducendo del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione.

Un richiamo a una prospettiva difficile ma indispensabile

Va da sé che di fronte a queste scelte della classe borghese sarebbe servita un ben più grande mobilitazione, combinata a un programma alternativo, capace di soddisfare i bisogni sociali, in termini di salari, stipendi, pensioni, sanità e scuola pubblica, trasporti, welfare ed abitazioni, ridefinizione di un sistema fiscale complessivo che facesse pagare i ceti abbienti, le imprese e i padroni, che tagliasse drasticamente le spese militari invece di incrementarle. Tutto questo significherebbe però anche una rottura con le regole liberiste del patto di stabilità europeo, una drastica rimessa in discussione delle regole del capitale che preserva le rendite e i profitti. Sono questi i compiti che abbiamo di fronte nella ricostruzione di un movimento sociale, di massa e di classe, capace anche di fronteggiare la crescita minacciosa delle forze dell’estrema destra e fasciste e di difendere gli spazi democratici. Non sarà facile, ma è la strada che una sinistra di classe autentica e i movimenti sociali devono perseguire.


[1] Come scrive il Manifesto: “Una nottata paradossale ed emblematica, trascorsa in aula a snocciolare ordini del giorno che non influenzeranno in alcun modo la struttura della legge di bilancio ma che sono l’unica forma di espressione concessa alle minoranze, che si sono ritrovate anche questa volta (e per il sesto anno di seguito) una manovra blindata dalla commissione bilancio del senato, impacchettata senza colpo ferire dall’aula di Palazzo Madama e poi atterrata a Montecitorio.

Movimento Cypherpunk

29 Dicembre 2025 ore 12:01
Quando si sente parlare di Bitcoin ovviamente si tira sempre in ballo il nome di Satoshi Nakamoto, il misterioso personaggio che a gennaio del 2009 avrebbe dato inizio a uno dei più importanti esperimenti libertari degli ultimi secoli. Un progetto che sta squarciando il paradigma economico-finanziario moderno. Ma fermarsi a livello superficiale vedendo l’incredibile algoritmo ...continua a leggere "Movimento Cypherpunk"

Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025

26 Dicembre 2025 ore 11:33
Ecco l'elenco secondo i dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento del Tesoro, dei gruppi finanziari e/o intermediari che foraggiano l'esportazione di armi, quindi che partecipano direttamente e indirettamente alle guerre.Dietro il commercio internazionale di armamenti infatti si nasconde il ruolo spesso sottovalutato delle banche. Stiamo parlando, secondo l’ultima relazione del Ministero dell’Economia e ...continua a leggere "Come le banche e la finanza nutrono le guerre. Elenco banche armate 2024/2025"

Nuovo Ordine Palantir

14 Dicembre 2025 ore 23:17
Palantir Technologies Inc. è una delle aziende più potenti e controverse del mondo.Lavora nel settore tecnologico e le sue azioni sono aumentate esponenzialmente nell’ultimo anno, portandone la valutazione complessiva a oltre 380 miliardi di dollari.E’ stata fondata nel 2003 ma solo recentemente ha fatto parlare di sé, soprattutto per i suoi legami con il governo ...continua a leggere "Nuovo Ordine Palantir"

Inchiesta sulla vendita di San Siro, Sala attacca: "Il partito dei 'no' vuole condizionarmi"

24 Marzo 2025 ore 12:06
Inchiesta sulla vendita di San Siro, Sala attacca: "Il partito dei 'no' vuole condizionarmi" Reagisce e attacca, il sindaco di Milano Beppe Sala, dopo l'inchiesta della procura sulla vendita dello stadio di San Siro. Accusa, dice che "un partito virtuale dei signori del 'no' vuole condizionare l'amministrazione del sindaco" e che però il sindaco "in nove anni ha dimostrato che non si fa...

Conte: "Il campo largo non esiste più" Il Pd tira dritto: veto su Renzi irricevibile

2 Ottobre 2024 ore 07:09
Giuseppe Conte, a tre settimane dalle elezioni in Liguria, mette ufficialmente fine al "campo largo". Le parole del leader del M5s sono nette: "Non sono disponibile - dice Conte ospite di Bruno Vespa su Rai1 - ad affiancare il simbolo di Italia viva in Emilia-Romagna e in Umbria". L'ex premier dopo una serie di prese di posizione contro Renzi del tipo "o lui o noi", allarga il veto già posto in Liguria, alle altre due regioni al voto in autunno. E mette la parola fine all’alleanza ampia del centrosinistra avvertendo il Pd: "Renzi è un problema politico serio di cui non c’è consapevolezza da parte del gruppo dirigente del Pd, è una bomba a orologeria. Da stasera certifichiamo che il campo largo non esiste più". Nel Pd l’accelerazione del leader pentastellato non smuove Elly Schlein dalla sua strategia di non cedere alle provocazioni: alla Camera respinge i cronisti con un "non parlo" e si allontana. Segui su affaritaliani.it

8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

Paninaro. Denudado.

23 Febbraio 2015 ore 15:59

PN

Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80.  Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:

– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish] 
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here: http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
breaders

Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.

Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.

Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!

QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.

RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.

Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.

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#ItalianLockdown – effetti e cause della “giusta motivazione” in sostituzione delle prassi mediche

14 Aprile 2020 ore 09:27

Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.

Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.

INDICE

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!
Come osi?
C’era una volta un virus
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
Italian Lockdown
Chinese Lockdown
Stendere il virus con multa e manganello
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Schizofrenia mediatica
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Italiani incontrollabili?
Gli untori solitari
Gli untori di massa
I Teleassembramenti
Oltre i teleassembramenti
Profezie autoavveranti
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
The day after

 

Non trovi il cerotto? Allora amputiamo!

Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.

A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:

– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.

– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.

– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.

– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.

– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.

– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.

– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.

 

Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)

 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).

L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.

Come osi?

Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.

Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.

 

Un “criticone”

 

Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.

Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.

 

 

C’era una volta un virus

C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).

 

Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica

 

Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.

 

Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.

Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::

Apocalittici e messianici

Cent’anni di isolamento: come l'”emergenza nomadi” prosegue nell’emergenza coronavirus

Coronavirus: cosa sta succedendo?

Coronavirus: l’aereo

Criminalizzare chi fa jogging e passeggiate: le ordinanze dell’Emilia Romagna analizzate sotto la lente del giurista

Dalle denunce penali alle supermulte: le nuove sanzioni per chi cammina “senza motivo” analizzate da un giurista

Diario virale 1 – I giorni del coronavirus a Bulågna

Diario virale 2 – Bulågna brancola nel buio delle ordinanze

Diario virale 3 – Contro chi sminuisce l’emergenza

“E’colpa di quelli come te se c’è il contagio”. Abusi in divisa e strategia del capro espiatorio nei giorni del coronavirus

“Fate parlare gli esperti” Chi si deve occupare di una pandemia?

I benedetti dell’epidemia

I veri numeri del contagio a Brescia e in Lombardia

L’Africa rischia di perdere anni di progressi nella lotta contro la povertà

La lotta di classe dietro la pandemia

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (prima puntata)

La viralità del decoro – controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (seconda puntata)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’occhio del ciclone

Per un socialismo del disastro

Proteggere i detenuti è fondamentale per arginare il virus

Quando e come finirà l’isolamento?

Serve un’amnistia per sfollare le carceri

Sul terrore a mezzo stampa – “il virus è nell’aria”, un titolo che farà molti danni

Solo la politica può evitare l’apocalissi

Sul terrore a mezzo stampa – le foto delle vie piene di untori

Un nuovo mondo per la collaborazione scientifica

Una società grande quanto un supermercato

Usare #stateacasa per diffamare e licenziare i lavoratori: cosa possiamo imparare, anche in Italia, sul caso Amazon/Smalls

L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.

Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimiranti giusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.

Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi

Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.

Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.

La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.

Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.

Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!

Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.

I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.

Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.

Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.

Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.

Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.

Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decenni vengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.

Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.

 

Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.

In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!

 

 

Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.

Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.

#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto

La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:

  • Riduzione dei contatti fisici (distanziamento fisico / limitazione degli spostamenti / isolamento / uso di dispositivi di protezione)
  • Sanificazione (disinfezione ambienti / potenziamento delle prassi igieniche)
  • Monitoraggio (tamponi / verifica della catena di trasmissione)

Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.

Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.

La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.

E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.

Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.

Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.

Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.

L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.

Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.

L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.

Italian Lockdown

Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.

Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.

 

 

Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020

 

Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.

 

In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27

 

Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.

 

Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio

 

L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.

 

Non controlli sanitari ma solo di polizia

 

Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.

 

 

Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.

Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.

Chinese Lockdown

A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.

Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.

 

Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan

 

Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.

 

All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.

 

Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.

 

Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane

 

Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.

Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.

Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.

E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.

Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.

Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.

Stendere il virus con multa e manganello

In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.

La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercito e nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.

Al contrario, se si osserva il rapporto tra PIL e spesa sanitaria si osserva subito che sono diversi i paesi che, in proporzione, investono più dell’Italia nel servizio sanitario, ad esempio, tra questi: Moldavia, Lesotho, Ruanda, Serbia, Kiribati, Palau, Uganda, Costa Rica, Haiti.

Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.

Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.

Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.

 

Non importa solo quanto spendi, ma anche il come

Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.

Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.

Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.

 

 

Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso

Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.

 

9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)

Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.

 

Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì  LINK

 

In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità

 

Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK

 

Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.

Schizofrenia mediatica

Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.

10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK

Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).

 

21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK

Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.

Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?

Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.

Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie

Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.

Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni

Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.

[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]

Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.

Porre l’accento sulla legalità non fa che spostare sia il piano discorsivo che quello attuativo dal problema reale ad una sua ridicola rappresentazione burocratico-legalitaria che criminalizza comportamenti che non sono di alcun rischio mentre ne giustifica altri, pericolosissimi.

E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.

Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).

 

Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presume preventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.

La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quando le indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.

Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.

Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.

Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?

Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italia in via preventiva e con motivazioni non sempre solide.

 

 

Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?

Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.

Italiani incontrollabili?

Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.

“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”

“Certo che no! Se lo facessero tutti…”

“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”

-silenzio-

Il punto è che questo quesito non va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.

 

Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?

 

Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.

Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.

Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.

L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.

[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]

 

Vittimista puccioso

 

Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.

 

Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese

 

Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.

 

“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”

 

Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.

Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.

In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.

Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò

 

Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.

Gli untori solitari

Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.

L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK

 

Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.

 

Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK

 

Gli untori di massa

La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.

 

La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza

C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.

 

L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali

Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.

Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.

 

La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento

 

Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?

Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.

Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore

 

Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche  e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.

Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.

 

Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro

 

Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO.  In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.

 

Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto

 

Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate

Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.

I Teleassembramenti

Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.

Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.

Teleobiettivo

Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.

Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.

Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto

 

Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori

 

Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare

 

L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.

 

In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali

 

L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.

Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:

 

FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare

 

FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali

 

FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi

 

 

 

FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento

 

Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)

 

Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.

Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)

 

Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime

 

In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.

 

Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone

 

Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna

 

La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro

 

Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.

 

Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo

 

Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.

 

Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo

 

Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.

 

Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette

 

Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.

 

Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi

 

 

Oltre i teleassembramenti

La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.

 

 

Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!

 

…ancora poliziotti

 

Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…

 

 

L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.

Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro

I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.

Profezie autoavveranti

La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!

E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).

In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.

Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette

 

Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)

Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine

Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.

Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!

La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.

Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.

La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.

L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)

E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.

La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.

Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.

Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.

Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK

Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.

Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.

Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.

The day after

Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.

Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.

Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.

È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.

Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.

Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che

“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.

Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”

[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”

Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui

“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.

Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè

“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”

Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.

 

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