Mondiali 2026, Francia-Senegal: sblocca il risultato il gol di Mbappé. Il video


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Breve riassunto da RIA II
MOSCA, 15 giugno — RIA Novosti. Gli utenti del social network X hanno criticato la dichiarazione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in merito a un attacco di rappresaglia russo contro obiettivi militari a Kiev e in altre città ucraine.
Lunedì, la presidente della Commissione europea ha dichiarato che le azioni della Russia dimostrano una presunta mancanza di impegno nei confronti dei colloqui di pace. Ha inoltre sottolineato che al vertice del G7 l’Europa discuterà un piano per aumentare la pressione su Mosca .
Ieri, ore 16:03
“Il popolo ucraino vuole la pace. E voi, cosiddetti leader, non siete interessati. È solo una parola che usate a caso nella speranza che le masse vi credano”, ha scritto un commentatore.
“Se l’UE volesse la pace, non si troverebbe in una costante modalità di escalation, sia con le sue azioni che con la sua retorica bellicosa. Parole vuote”, ha concordato un altro lettore.
“Siete voi la causa di questa situazione, compresi il Consiglio del Parlamento europeo e i funzionari del sistema giudiziario. Il conto alla rovescia è già iniziato”, ha criticato un terzo.
“Continuate a fornire armi e denaro per gli attacchi sul territorio russo, e poi non vi aspettate nulla in cambio. Volete trascinare il mondo intero in una guerra sporca e senza fine che avrebbe dovuto finire molto tempo fa. E, tra l’altro, sarà il vostro volto a essere ricordato come simbolo della caduta dell’Europa”, ha concluso un altro utente.
Lunedì sera, le truppe russe hanno lanciato un massiccio attacco di rappresaglia contro gli impianti dell’industria della difesa ucraina.

In risposta agli attacchi delle forze armate ucraine contro obiettivi civili, le forze armate russe colpiscono regolarmente luoghi che ospitano personale, equipaggiamento e mercenari, nonché infrastrutture ucraine utilizzate a supporto del complesso militare-industriale, tra cui impianti energetici, stabilimenti dell’industria della difesa, centri di comando e comunicazione militari. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ripetutamente sottolineato che l’esercito non colpisce edifici residenziali o istituzioni sociali.
Secondo il consigliere presidenziale Yuri Ushakov , durante una conversazione coVladimir Putin il giorno precedente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso la sua disponibilità a influenzare i suoi partner europei e Kiev riguardo alla possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto, anche durante i prossimi incontri del vertice del G7 .
Fonte: Ria Ru
Traduzione: Sergei Leonov


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“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.
Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.
Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.
L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.
Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.
L'articolo Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce” proviene da Il Fatto Quotidiano.


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L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.
L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.
L'articolo Usa, la rivelazione dell’Fbi: sventato un attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump proviene da Affaritaliani.it.

di Luciano Lago
Fra gli avvenimenti più recenti si rende importante per il suo significato l’ultimo bombardamento, in ordine di tempo, effettuato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro il quartiere di Dahiya, nella zona sud di Beirut, intensivamente popolata, fatto che ha causato la morte di civili libanesi con il trito pretesto di smantellare i “centri di comando” di Hezbollah, ma questo non è un episodio isolato.
Questo episodio rientra in una logica di aggressione sistematica che sfida apertamente i principi più elementari del diritto internazionale umanitario, della sovranità nazionale e della ricerca della pace nella regione.
Tuttavia, quest’ultimo attacco criminale messo in atto da Israele ha evidenziato un paradosso geopolitico fondamentale che scuote le fondamenta dell’analisi antimperialista tradizionale: le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che chiede l’immediata cessazione delle offensive in territorio libanese a causa dell’imminente firma di un memorandum d’intesa con l’Iran, sollevano un interrogativo scomodo ma urgente: chi controlla chi nel rapporto tra l’imperialismo statunitense e lo Stato di Israele?
Per comprendere le dinamiche attuali, dobbiamo smantellare il mito secondo cui Israele sarebbe una semplice pedina o una “portaerei terrestre” per Washington in Asia occidentale. La realtà del XXI secolo ci mostra che il sionismo ha sviluppato un’autonomia relativa talmente colossale da sembrare, a tratti, aver dirottato l’apparato politico e militare dello stesso impero USA.
L’economia politica dei conflitti ci insegna che i “cani della guerra” (il complesso militare-industriale globale, le aziende del settore della difesa e le élite finanziarie che traggono profitto dalla sofferenza umana) beneficiano della perpetuazione della barbarie. La guerra non è un fallimento del sistema; è connaturata al sistema imperiale e ne rappresenta il suo logico core business.
Per il governo suprematista di Tel Aviv, la pace territoriale rappresenta una minaccia esistenziale al suo progetto di espansione coloniale, mentre lo stato di guerra permanente giustifica il flusso incessante di miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi.

Forze di occupazione israeliane
Israele è diventato il principale motore di questo ciclo di morte, testando tecnologie repressive e armamenti avanzati su popolazioni civili prima di esportarli sul mercato globale. È l’industria degli armamenti a dettare le regole e, in questa equazione, la sovranità di nazioni come il Libano viene considerata un costo collaterale accettabile.
La pubblica condanna di Israele da parte di Trump (che ha definito l’attacco a Beirut “non necessario” e “insignificante” nel contesto dei suoi negoziati con Teheran) rivela una profonda spaccatura all’interno del blocco egemonico.
Mentre la Casa Bianca cerca di stabilizzare la regione attraverso un patto pragmatico che riapre rotte commerciali strategiche come lo Stretto di Hormuz per salvaguardare gli interessi del capitalismo globale, l’ala più reazionaria del sionismo opera secondo la propria agenda massimalista.
Il fatto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano informato a malapena il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) “poco prima dell’attacco” dimostra il livello di sfrontatezza e indipendenza tattica con cui opera Tel Aviv.
Israele sa che la lobby sionista interna agli USA (rappresentata da organizzazioni come l’AIPAC) e l’infiltrazione ideologica nelle strutture del Congresso degli Stati Uniti gli garantiscono un’impunità pressoché assoluta. Questa impunità consente a Israele di proseguire nel suo progetto di espansione coloniale a spese di tutti i paesi arabi confinanti come un rullo compressore.
Il governo di Tel Aviv agisce con la certezza che, al di là delle retoriche condanne sui social media, la fornitura di bombe e l’impunità diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite raramente si interrompono. La complicità dei paesi europei e dei membri della Nato è assicurata (salvo eccezioni).
“Il sionismo non si è limitato a colonizzare territori in Palestina e ad attaccare il Libano e altri paesi; ha colonizzato i centri decisionali delle potenze occidentali, ha preso il controllo politico dei principali governi europei e con questo è stato in grado di ribaltare il rapporto di subordinazione imperiale.“
Dal punto di vista del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, l’aggressione contro il Libano viola palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e costituisce un crimine di aggressione.

Libano Fuga civili
La popolazione civile libanese deve subire l’aggressione e viene tenuta in ostaggio dalle contraddizioni interne tra gli amministratori dell’impero americano e gli esecutori del progetto sionista.
Nessun accordo di pace durerà se si basa unicamente sulla logica della divisione delle sfere d’influenza o dell’apertura di rotte commerciali per le multinazionali. La vera pace (con la P maiuscola) nascerà solo quando l’espansionismo e il militarismo israeliano incontrollato sarà arginato e sarà riconosciuto il diritto inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, liberi dall’oppressione straniera e dalla costante minaccia di bombardamenti asimmetrici.
I freni che l’amministrazione statunitense sta cercando di imporre oggi alle ambizioni di Tel Aviv non derivano dalla compassione per le vittime di Beirut, bensì da calcoli geopolitici e dalla necessità di preservare la propria egemonia, ormai in declino.
Spetta ai popoli del mondo e alla giurisprudenza internazionale multipolare smantellare questo meccanismo criminale, denunciando che il sionismo, lungi dall’essere un satellite passivo, è diventato un protagonista centrale e sfrenato dell’imperialismo contemporaneo. In questo quadro si può capire quanto sia fondamentale il ruolo che svolge la resistenza, Hezbollah in particolare, nel rendere la vita difficile agli occupanti e nel frenare i piani espansionistici del sionismo.


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C’è qualcosa di simbolico nel fatto che la conferenza stampa della diciottesima edizione di Marateale – Premio Internazionale – si sia tenuta in movimento. Non in una sala hotel, non davanti a un fondale istituzionale, ma a bordo di un Frecciarossa di Trenitalia, in viaggio da Roma Termini verso Maratea, con l’intera carrozza 2 riservata all’evento.
Dal 20 al 25 luglio, il Teatro sul Mare dell’Hotel Santavenere tornerà a essere il palcoscenico di uno degli appuntamenti cinematografici più originali del Sud Italia. Attori dall’India, dall’America, dall’Egitto, dalla Spagna e dall’Italia: Maratea si conferma punto di convergenza per il cinema internazionale in una location che difficilmente lascia indifferenti.
A tracciare il profilo del festival è stato Nicola Timpone, direttore artistico e anima della manifestazione: «Festeggiamo i nostri primi 18 anni, diventiamo maggiorenni, e vogliamo che questa settimana sia all’altezza del traguardo: grandi contenuti, grandi presenze, attori da tutto il mondo. Una festa popolare, certo, ma soprattutto una festa di grandi contenuti e cinema». Timpone ha anche anticipato un’ulteriore sorpresa editoriale: nel mese di luglio uscirà un libro che ripercorre la storia del festival.
Quello con Frecciarossa di Trenitalia è un sodalizio che dura ormai da sei edizioni, ma il suo impatto va oltre la sfera della sponsorizzazione culturale. Un festival che diventa maggiorenne e sceglie di annunciarlo in corsa: «La vicinanza di Trenitalia ci aiuta a dare concretezza ai valori che Marateale porta avanti da sempre: la sostenibilità, il rispetto per l’ambiente, l’attenzione al futuro», ha dichiarato Antonella Caramia, Presidente dell’Associazione Cinema Mediterraneo.
Una nuova presenza istituzionale si aggiunge quest’anno al parterre: l’Aeronautica Militare parteciperà per la prima volta con un cortometraggio e una serie di attività sul territorio — un segnale dell’allargamento progressivo del raggio d’azione del festival.
A rappresentare lo spirito del Marateale nelle vesti di Ambassador è Silvia D’Amico, attrice che aveva già partecipato al festival due anni prima come giurata nella sezione Youngblood. «Si torna sempre nei posti dove si è stati bene», ha detto genuinamente. «Ho apprezzato il clima di gioia che si respira a Maratea, la passione per il cinema, l’attenzione all’ambiente. Questi eventi sono fondamentali, soprattutto per avvicinare i giovani a questo mondo». Una testimonianza che dice più di qualsiasi claim promozionale: quando chi lavora nel settore sceglie di tornare, significa che qualcosa funziona davvero.
Diciotto anni di festival, una partnership ferroviaria che muove economia e turismo, un’Aeronautica Militare al debutto e un libro in uscita.
Tra le novità istituzionali di questa edizione figura anche la sottoscrizione di un protocollo con UNICEF. Un’alleanza che nasce dalla convinzione che il cinema possa essere strumento di sensibilizzazione sulle tematiche legate all’infanzia e all’adolescenza — un impegno che il festival porta avanti da anni attraverso le sue sezioni dedicate ai giovani talenti.
Marateale non si limita a celebrare sé stesso: cresce, si struttura e continua a scommettere su un territorio che ha molto da raccontare.
L’articolo Marateale compie 18 anni e sale sul Frecciarossa: il cinema internazionale parte da Roma Termini è tratto da Forbes Italia.
Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.
L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.
Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.
Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.
Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.
In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.
Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.
Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.
Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.
E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.
Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.
L'articolo Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo, con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro l’amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di condividere”.
Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti. Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche amareggiato: “saranno dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma”.
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell’impegno, De Gregori piccato ha rincarato la dose: “Sensibilizzo mio malgrado attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o su l’Iran. Ho le idee confuse anche io (…) il mio pensiero non è totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?”.
Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo editoriale dal titolo J’Accuse…! Lo firmava uno scrittore considerato il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con quell’articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e, più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo quell’articolo – oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai suoi giudici – era proprio che fosse firmato da un artista e non da un giornalista, un avvocato, un uomo politico… insomma, non da uno specialista. C’erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con quell’articolo la figura dell’intellettuale impegnato. Zola andò incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio… e qualcuno sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da quella vicenda.
La figura dell’artista impegnato, consapevole, del “compagno di strada” o dell’”utile idiota” (due definizioni invalse in ambito marxista-leninista) è senz’altro stata un asse portante di quella dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa: letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e storie controcorrente. L’anarchismo, in particolare, è ben rappresentato dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e rivoluzionari più famosi e amati della sua storia – Pietro Gori – è anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che intona in coro un canto?
Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del canto, la canzone – fra le forme della comunicazione popolare di larga diffusione – pur essendo stata protagonista dell’industria del disco e dell’intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata, la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d’arte più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario… anzi, potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o meno storti una rivolta… e non è affatto detto che questi quattro accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e Victor Jara.
Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto diffuso di canzone d’autore, con musicisti-poeti che si facevano interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di essi – appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione politica era centrale – portassero avanti, ognuno con la propria indole, questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso: non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone d’amore. Edoardo Bennato ha – potremmo dire – scritto il manifesto di questo chiamarsi fuori dall’obbligo dell’impegno con brani come Sono solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e reazionari. “A canzoni non si fan rivoluzioni” potrà sgolarsi a ripetere Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più necessari.
Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria (pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell’Internazionale). Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali, all’emigrazione, alle guerre: L’abbigliamento di un fuochista, Generale, Pablo, L’impiccato… e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di chi li ha costruiti, rubando? scritta in un’epoca nella quale il disimpegno era diventato la norma.
D’altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto all’ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una tetragona indipendenza dell’artista da ogni condizionamento. Questa convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti dell’autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell’anno precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella fu senz’altro un’azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle possibilità dell’arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre, sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo, anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.
Alessio Lega
L'articolo Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull’arte “impegnata” proviene da .
Non è bastato l’imbarazzo durante la finale del Mondiale per Club, a giugno, tra Chelsea e Psg al MetLife Stadium di East Rutherford. Il prossimo 19 luglio, sempre al Metlife Stadium, potrebbe essere ancora Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo (questa volta per nazionali) al capitano della squadra vincitrice. Secondo Talksport, il presidente degli Usa avrebbe avuto l’ok per prendere parte alla cerimonia, come appunto già successo l’estate scorsa in occasione del Mondiale per Club, ma in questo caso potrebbe anche spingersi oltre e consegnare solo lui il trofeo, infrangendo il protocollo ufficiale. Alla cerimonia saranno invitati anche i presidenti di Messico e Canada, gli altri due Paesi organizzatori.
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Il protocollo FIFA prevede infatti solitamente che il trofeo presente su un piedistallo venga portato sul podio per la cerimonia di premiazione da un esponente della squadra vincitrice. Questa volta, secondo Talksport, la FIFA lascerà a Trump la decisione se rimanere con la squadra durante la cerimonia o se restare con altri dirigenti.
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Fonti interne alla Casa Bianca ritengono che Trump sceglierà ancora una volta di festeggiare con la squadra vincitrice, come già fatto con il Chelsea, mettendo in imbarazzo sia Reece James che Cole Palmer, protagonista di quella finale. In quella circostanza Palmer aveva infatti chiesto al capitano James “cosa facesse Trump sul palco con loro”. Il trequartista del Chelsea era stato decisivo con una doppietta, ma durante l’alzata della coppa era stato oscurato dal presidente Usa, che si era piazzato proprio davanti a lui. Trump non ha assistito alla partita d’esordio della nazionale statunitense contro il Paraguay per un impegno già programmato prima, ma sarà presente alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium il 19 luglio e già prima potrebbe assistere ad altre partite della Coppa del Mondo.
L'articolo Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con il conflitto infuriato nel corso degli ultimi mesi nel Golfo Persico che sembra essere in procinto di avviarsi a una conclusione, arriva adesso il momento sia per gli attori coinvolti che per gli osservatori esterni di trarre delle lezioni dalle dinamiche belliche a cui abbiamo assistito nel confronto militare tra Stati Uniti e Iran per cercare di adeguare e migliorare i propri apparati di Difesa. Un processo molto delicato, poiché è in queste circostanze che si compie il rischio di commettere errori di cui poi si pagheranno conseguenze significative, come già avvenuto più volte in passato. Uno di questi errori è quello di pensare che diversi attori militari si comportino allo stesso modo.
Errore commesso, come ricorda Decker Eveleth, anche da militari esperti come il Feldmaresciallo tedesco Gerd von Rundstedt, che nel 1944 decise di strategia di difesa della Wermacht in Francia sfruttando quelle tecniche impiegate con successo sul fronte orientale contro l’Armata Rossa. Scelta che si rivelerà essere un errore madornale per via delle profonde differenze dottrinali e di hardware delle forze alleate rispetto a quelle sovietiche. E oggi, quasi ottant’anni dopo, i decisori militari di Washington devono stare attenti a non commettere lo stesso errore, pensando che le logiche che hanno caratterizzato il confronto con l’Iran possano eventualmente applicarsi anche in quello con altri attori. Locuzione che implica, ovviamente, la Repubblica Popolare Cinese.
Il caso dei missili è esemplare. I successi tattici conseguiti dagli Stati Uniti nel contrastare la minaccia missilistica di Teheran ha alimentato una lettura ottimistica sulla base della quale diversi analisti hanno riconsiderato la minaccia missilistica in altri teatri. Se le difese aeree e antimissile americane sono riuscite a smussare le raffiche iraniane nel Golfo, perché non dovrebbero fare altrettanto con quelle cinesi su Taiwan e nel più ampio scacchiere del Pacifico?
La risposta giace in quelle differenze di hardware e di dottrina menzionate poco sopra. Rispetto al primo fattore, l’arsenale iraniano sconta un limite strutturale, cioè quello della scarsa precisione. I missili di Teheran non hanno l’accuratezza per colpire bersagli puntuali come un singolo velivolo, un hangar, o una postazione di comando, e si prestano semmai a centrare obiettivi estesi come serbatoi e depositi di carburante. Sapendo quindi di non poter, sia per qualità che per quantità, impiegare i propri missili secondo una pura logica counterforce, Teheran ha puntato sull’imposizione di costi, logorando le scorte di intercettori e alzando il prezzo politico della campagna per esaurire la disponibilità di Washington a proseguirla.
La Cina ragiona all’opposto. In caso di scontro militare per Tawian Pechino non si accontenterebbe infatti di imporre costi sufficienti a scoraggiare i partner di Taipei, ma punterebbe a una vittoria netta sulle forze alleate e alla conquista dell’isola, obiettivo per cui si prepara da decenni, aumentando la quantità di vettori e migliorandone la qualità.
Ecco perché, suggerisce Eveleth, conviene ribaltare la prospettiva, e anziché cercare conferme nei successi, sia debba piuttosto guardare ai problemi che la guerra con l’Iran ha messo a nudo. Il più insidioso riguarda i radar. Usando droni monouso a basso costo seguiti da missili, Teheran avrebbe danneggiato o distrutto sistemi di rilevamento statunitensi siti in Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. Una falla decisiva, perché senza radar l’intera architettura di difesa statunitense perde efficacia in modo drastico, venendo meno la capacità di individuare i vettori in arrivo, e con essa ogni certezza su quando e come usare gli intercettori.
Ed è questa la vulnerabilità che pesa in chiave cinese. Se un pugno di droni è bastato all’Iran, la Repubblica Popolare potrebbe accecare ampie porzioni delle griglie di difesa alleate già nelle prime ore grazie ai propri sistemi avanzati (come i sistemi ipersonici Df-17, Df-27, Yj-17 e Yj-19), per poi sfruttare i varchi con un dispositivo multidominio fatto di centinaia di caccia, navi di superficie, portaerei e sottomarini. Per questo, anziché adagiarsi sugli allori delle prestazioni positive americane in Medio Oriente, è necessario isolarne i fallimenti, e cercare di far funzionare cosa è invece andato storto.
I treni, una volta (non sempre e sicuramente quasi mai nell’era-Salvini), arrivavano in orario. Oggi, altra certezza, le partite del mondiale della santa trinità Usa–Canada–Messico non rispettano la legge dell’orologio. Il calcio d’inizio è ad minchiam, come avrebbe detto il professor Scoglio. Secondo il sito della Bbc, nessuna gara ha rispettato l’ora stabilita tra le prime otto andate in scena: il ritardo medio è di tre minuti. Il match inaugurale Messico–Sudafrica è cominciato con 6’ di attesa, a ruota Qatar-Svizzera con 4’ e 53 secondi. Gli unici che hanno registrato un “posticipo” inferiore a un minuto sono stati Australia–Turchia (40 secondi) e Corea del Sud–Repubblica Ceca (51 secondi): magari i treni di Salvini avessero questa puntualità.
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La causa principale di questa attesa è legata ai laboriosi cerimoniali. Una delle novità del protocollo riguarda l’esecuzione degli inni nazionali, con l’intera squadra schierata a petto in fuori. Il rompete le righe comporta il ripiegamento di quindici giocatori in panchina, trenta se consideriamo le due formazioni: grande confusione sotto il cielo, talvolta anche sotto il tetto che ricopre gli stadi. Questo ritardo si aggiunge alle due pause di metà tempo per consentire ai giocatori di “rinfrescarsi”. Sono bastate le prime due giornate per capire che, dietro al “cooling break” (ribatezzati come “hydration break”), si nasconde in realtà un bieco interesse commerciale.
I due pit stop sono stati venduti agli inserzionisti pubblicitari a peso d’oro. Con una furbata nella furbata: se milioni di telespettatori approfittano spesso dell’intervallo tra i due tempi per fare mille cose – chi mangia, chi si fa la doccia, chi porta il cane a fare pipì, chi smanetta sul telefonino – perché c’è uno scadenzario più o meno consolidato, la pausa per rinfrescarsi inchioda chi sta seduto sul divano di fronte alla tv. Nessuno rischia di abbandonare la postazione, nel timore di una repentina ripresa del gioco che potrebbe regalare un gol o comunque un’emozione. Anche i recuperi viaggiano su distanze sempre più dilatate: le partite durano ormai oltre cento minuti.
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Il calcio dei quattro tempi è uno dei regali del mondo Maga, ispirato dal trumpismo e benedetto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che, per non negarsi nulla, ha voluto fare anche lo spiritoso sul conto dell’Italia. Poche ore prima, era uscito sulla Gazzetta dello Sport il suo editoriale di apertura del mondiale: invece di ringraziare la “rosea”, che gli ha concesso ossigeno dopo giorni di critiche internazionali, ha pensato bene di ironizzare sugli azzurri, fuori dal mondiale per la terza volta di fila. Vatti a fidare dei potenti e degli amici (finti).
Ma Infantino è questo: un pifferaio magico (un po’ Maga e un po’ Magò, per intenderci). Ha invitato negli Stati Uniti due leggende come Roberto Baggio e Gianni Rivera. Passi il primo, ma il secondo, che in gioventù si mise contro i cosiddetti poteri forti del calcio e in età matura fu acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, perché si è concesso a Infantino? Il ricordo di Italia-Germania 4-3 allo stadio Azteca di Città del Messico non meritava di finire in pasto al presidente della Fifa. Non lo meritava soprattutto il gol di Rivera, quello che decise la sfida. Infantino, quel 17 giugno 1970, aveva appena 3 mesi e 25 giorni: che può saperne lui della partita del secolo?
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