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- Sabato 17/10, torino: “il confederalismo democratico in kurdistan, una prospettiva per la pace in medio oriente”
Sabato 17/10, torino: “il confederalismo democratico in kurdistan, una prospettiva per la pace in medio oriente”
Israeli Settlers Attack Palestinians and Washington Post Journalist in West Bank

© Ammar Awad/Reuters
Israeli Settlers Attack Palestinians and Washington Post Journalist in West Bank

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“Noi in fuga a piedi da Oleshky, la città assediata ricordata dal Papa”


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Russia Appears to Step Up Efforts to Influence U.S. Voters

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Pope Asks Putin for a Cease-Fire for a Ukrainian City Under Siege

© Alessandra Tarantino/Associated Press
Pope Asks Putin for a Cease-Fire for a Ukrainian City Under Siege

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- Proteste studentesche, Meloni commenta solo le violenze: “Le opposizioni le condannino”. La replica: “Sì, ma lei pensi agli italiani anziché prendersela con loro”
Proteste studentesche, Meloni commenta solo le violenze: “Le opposizioni le condannino”. La replica: “Sì, ma lei pensi agli italiani anziché prendersela con loro”
“Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete, questo dovrebbe fare un governo”. È la risposta della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che da Bruxelles ha accusato i leader dell’opposizione di non aver condannato le violenze durante le proteste studentesche. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier, chiedendo a tutte le forze politiche di fare un appello affinché le manifestazioni si svolgano senza violenza. Schlein ha quindi collegato le proteste degli studenti a quelle degli agricoltori e degli autotrasportatori: “Non è colpa di chi protesta se i prezzi della benzina sono insostenibili”. E ha concluso: “Ci sono le nostre proposte concrete sul tavolo, Meloni pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.
Anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato la premier, accusandola di non occuparsi delle proteste in corso in Italia. “La presidente Meloni ci aggiorna: a margine del Consiglio europeo ha messo sul tavolo della discussione i fatti di Ceuta. Ma Ceuta dista 700 miglia nautiche dall’Italia. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio”, ha scritto sui social. Conte ha quindi chiesto al governo di dare risposte “alla disperazione di migliaia di autotrasportatori, agricoltori e lavoratori travolti da rincari, carocarburante e tasse”, richiamando anche le difficoltà dei cittadini e le proteste degli studenti. “Se non se ne è accorta le mandiamo qualche immagine dai presidi nel Paese in cui stiamo ascoltando persone allo stremo”, ha aggiunto, concludendo: “La risposta non possono essere l’indifferenza dopo 4 anni di nulla e 14 miliardi extra in armi e difesa”.
Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha replicato alla premier condannando “senza ambiguità ogni forma di violenza”. Ma la presidente del consiglio, ha aggiunto, “dovrebbe chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”. Bonelli ha quindi attaccato le scelte del governo sull’istruzione: “Mentre le scuole cadono a pezzi, gli edifici scolastici sono insicuri e i nostri docenti sono tra i meno pagati d’Europa, il suo governo ha scelto di destinare miliardi al riarmo anziché investire nell’istruzione pubblica”. E ha aggiunto: “La scuola ha bisogno di risorse, sicurezza e dignità, non di essere sacrificata sull’altare delle spese militari”.
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- Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico
Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico
Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.
È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.
La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.
L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.
Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.
Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.
In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.
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Houthi Attacks on Saudi Arabia Put In Doubt Kingdom’s Sports and Business Events

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Sciopero degli autotrasportatori, camion e trattori sfilano a Cerignola. I sindaci con chi protesta


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Deadly School Roof Collapse in Pakistan Raises Questions Over Regulation

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Japan Mistakenly Issues Warning for Strongest Ever Earthquake
NASA’s Hubble Spies Spiral’s Edge
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NASA’s Hubble Spies Spiral’s Edge

This NASA Hubble Space Telescope image features the edge-on, intermediate spiral galaxy NGC 1827, located roughly 37 million light-years away in the constellation Columba, the Dove. Hubble captured the image as part of a survey looking at 260 satellite galaxies around 22 Milky Way-like host galaxies within a radius of about 32 million light-years from Earth. Hubble has already observed 111 of these satellite galaxies. The remaining galaxies will take an additional 149 Hubble orbits, one orbit for each galaxy, to observe.
The image, taken with Hubble’s Advanced Camera for Surveys, reveals bright-blue regions along the galaxy’s disk dotted with dark dust lanes where new stars are likely forming. A bright foreground star appears just to the left of the galaxy’s bright central bulge but is located between us and the galaxy. Its four diffraction spikes are the result of light bending around the internal supports that hold Hubble’s secondary mirror.
Low-mass galaxies like the ones in this Hubble observing program provide a way to test the predictions of cosmological models on small scales, which struggle to match observations. The data Hubble gathers will help us better understand and characterize the properties of low-mass galaxies in Milky Way-like systems, allowing researchers to refine cosmological models.
Media Contact:
Claire Andreoli
NASA’s Goddard Space Flight Center, Greenbelt, MD
claire.andreoli@nasa.gov
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Since its 1990 launch, the Hubble Space Telescope has changed our fundamental understanding of the universe.

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Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia
C’è una Malesia che va oltre le spiagge tropicali e le torri di Kuala Lumpur. È quella di una nuova economia che sta attirando investimenti internazionali, di una capitale sempre più cosmopolita e di isole dove il lusso non significa necessariamente isolamento, ma rapporto con la natura.
Nel 2025 il Paese ha raggiunto il record di 426,7 miliardi di ringgit di investimenti approvati, circa 92 miliardi di euro, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Quasi la metà, 207,1 miliardi di ringgit, arriva dall’estero, mentre il settore dei servizi rappresenta il 65,9% degli investimenti complessivi. Ancora più interessante è la crescita dell’economia digitale: information & communications ha raccolto 152,9 miliardi di ringgit di investimenti approvati, sostenuti da AI, cloud, big data e data centre.
È anche per questo che Kuala Lumpur, Penang e Langkawi stanno diventando basi interessanti per chi lavora da remoto. Il programma De Rantau, lanciato dalla Malaysia Digital Economy Corporation, è stato pensato proprio per attrarre nomadi digitali e professionisti internazionali: inizialmente rivolto al mondo tech, è stato successivamente esteso anche a professioni come consulenti, manager, pr, commercialisti e altri professionisti che lavorano da remoto. Nel 2024 erano già state presentate oltre 4mila richieste per il Nomad Pass, con migliaia di hub certificati in tutto il Paese.
Il risultato è una destinazione che unisce infrastrutture moderne, connessioni internazionali, costo della vita relativamente competitivo rispetto ad altri grandi hub asiatici e una qualità dell’offerta turistica sempre più sofisticata. È forse questa la vera novità. La Malesia non è più soltanto una tappa di un itinerario nel Sud-est asiatico. Sta diventando un luogo in cui fermarsi.
Kuala Lumpur offre infrastrutture e servizi di una grande capitale asiatica; Penang aggiunge patrimonio, creatività e gastronomia; Langkawi porta il viaggio nella natura. Il programma De Rantau parla chiaro: l’incremento degli investimenti digitali e la crescita degli hub per lavoratori da remoto sono segnali di una strategia precisa: attirare persone, competenze e capitali internazionali, non soltanto turisti.
E proprio questa combinazione: economia in crescita, apertura internazionale, natura e una nuova idea di lusso; che rende oggi la Malesia uno dei Paesi asiatici da osservare più attentamente. Non soltanto per una vacanza, ma per capire dove si sta spostando il baricentro del nuovo lifestyle internazionale. Ecco le esperienze da non perdere.
1. Vivere Kuala Lumpur dal suo hotel più storico
Per capire profondamente Kuala Lumpur si può iniziare l’esplorazione dal The Majestic Hotel Kuala Lumpur, oggi parte di Autograph Collection by Marriott. L’edificio originale risale al 1932 e fu progettato come uno degli indirizzi più importanti della capitale dell’epoca: architettura neoclassica, dettagli Art Déco, ricevimenti dell’élite coloniale e una posizione strategica di fronte alla storica stazione ferroviaria.
Dopo un periodo di declino e il rischio di demolizione, l’edificio è stato restaurato e riportato alla sua funzione alberghiera. Oggi il complesso unisce la parte storica alle strutture contemporanee e mantiene alcuni degli spazi più scenografici della città. Uno dei rituali da non perdere è l’afternoon tea nell’Orchid Conservatory, una sala in vetro trasformata in una sorta di giardino tropicale dove le phalaenopsis abbracciano gli ospiti, a migliaia.
Non è semplicemente un tè pomeridiano, antico retaggio inglese, ma una delle esperienze più teatrali della Kuala Lumpur coloniale reinterpretata in chiave contemporanea.
2. Dormire nella giungla al The Datai Langkawi
Il lusso cambia completamente prospettiva quando si arriva a Langkawi, isola tropicale nel mare delle Andamane dai tramonti spettacolari. Qui l’esperienza da mettere imperdibile è alloggiare al The Datai Langkawi, resort immerso nella foresta pluviale di Datai Bay, dove le ville sono costruite sopraelevate tra la vegetazione.
Le Rainforest Villas, 123 metri quadrati, sono immerse nella foresta e collegate alle aree comuni attraverso percorsi che attraversano la vegetazione. Per chi cerca ancora più privacy ci sono le Rainforest Pool Villas, con piscina privata. Non è soltanto una questione di posizione.
The Datai è diventato uno degli indirizzi più riconoscibili dell’ospitalità asiatica proprio per il modo in cui il progetto architettonico si confronta con l’ambiente naturale. Nel 2026 Tatler Best Malaysia lo ha premiato come Hotel of the Year, Best Resort e Best Hotel Spa, mentre nel 2025 Condé Nast Traveller lo ha collocato al secondo posto tra i resort del resto dell’Asia nella Readers’ Choice.
3. Cenare al Dewakan, per capire la Malesia attraverso il cibo
A Kuala Lumpur la cena al Dewakan è quasi una lezione di geografia malese. Il ristorante dello chef Darren Teoh occupa il 48esimo piano della Naza Tower e costruisce il proprio percorso gastronomico intorno a ingredienti locali, spesso poco conosciuti, raccolti, fermentati, essiccati o trasformati direttamente nella cucina. È oggi l’unico ristorante della Malesia con due stelle Michelin, oltre ad aver ricevuto la Michelin Green Star per il lavoro sulla sostenibilità.
Il suo menu non cerca di imitare la cucina europea, ma parte dalla biodiversità del Paese per trasformarla in alta cucina contemporanea. È probabilmente il modo più interessante per comprendere quanto la cucina malese stia cambiando: non una semplice reinterpretazione del patrimonio locale, ma una ricerca sulle materie prime indigene e sulla loro possibilità di entrare nell’alta gastronomia internazionale. In un modo davvero sorprendente.
4. Scoprire Penang attraverso una tavola condivisa
Se Kuala Lumpur racconta la nuova Malesia economica e internazionale, Penang racconta quella gastronomica. George Town è una delle capitali asiatiche dello street food, ma negli ultimi anni l’isola ha sviluppato una scena di alta cucina capace di dialogare con la tradizione.
Una delle nuove tappe è Communal Table by gēn, nel Seven Street Precinct di George Town (ovvero la via più famosa per lo street food). Solo 24 posti, tutti disposti su una lunga tavolata con cucina a vista, e un’idea di ristorazione che recupera il concetto originario della tavola condivisa. Il progetto fa capo allo chef Johnson Wong, fondatore di gēn, che ha studiato al Le Cordon Bleu Sydney e maturato esperienze in ristoranti internazionali di alto livello, tra cui Restaurant Kei a Parigi e Joël Robuchon a Macao.
Qui la cucina parte dai prodotti malesi e dai sapori della memoria per portarli in una dimensione più contemporanea, con tecniche moderne e una filosofia meno formale rispetto al fine dining tradizionale: un bistrot ben pensato. È un indirizzo che racconta bene la nuova Penang: ancora profondamente legata al suo patrimonio, ma sempre più internazionale.
5. Dormire all’Eastern & Oriental, dove iniziò la storia dei Sarkies
A Penang il viaggio nel tempo continua all’Eastern & Oriental Hotel, fondato nel 1885 dai fratelli Sarkies, una famiglia armena che avrebbe contribuito a costruire alcuni degli alberghi più celebri dell’Asia, dal Raffles di Singapore allo Strand di Yangon.
La storia dell’E&o nasce proprio dall’incontro fra l’Oriente e il mondo coloniale: i Sarkies avevano aperto inizialmente un hotel chiamato Eastern e, un anno dopo, il vicino Oriental. Le due strutture vennero poi riunite dando vita all’Eastern & Oriental. Oggi è considerato la grande dame degli hotel storici di Penang, affacciato direttamente sul mare nel cuore della George Town, dichiarato patrimonio Unesco.
La Heritage Wing, l’ala più antica, conserva l’atmosfera più storica, mentre la Victory Annexe porta l’hotel nel presente. È il tipo di albergo in cui la storia non è una decorazione, ma parte integrante dell’esperienza, con i cannoni (veri) sul camminamento e tanti dettagli antichi (a volte anche in vendita) che ricordano gli anni d’oro della Penang pre bellica.
6. Entrare nella foresta di Langkawi con un naturalista
Al The Datai la giungla non è soltanto ciò che si vede dalla propria villa. È il vero spazio da esplorare. Con i naturalisti del resort si possono percorrere sentieri nella foresta e raggiungere Crystal Creek, una piccola cascata e piscina naturale raggiungibile dopo un breve tragitto in auto e circa 500 metri di cammino nella foresta.
Il percorso permette di osservare flora e fauna dell’ecosistema e di immergersi nelle acque fresche del torrente. È un’esperienza particolarmente significativa perché Langkawi è una Unesco Global Geopark dal 2007, con tre aree geologiche protette: Machinchang Cambrian Geoforest Park, Kilim Karst Geoforest Park e Dayang Bunting Marble Geoforest Park.
Il valore aggiunto è la presenza dei naturalisti residenti del Datai, che trasformano una semplice escursione in un’interpretazione del territorio: dalle piante medicinali agli uccelli, dai corsi d’acqua alla storia geologica dell’isola.
7. Ritrovare l’Europa, con le Petronas davanti agli occhi
Per chi, dopo qualche giorno tra foresta, spezie e cucina malese, sentisse il bisogno di un’impronta europea, c’è Molina, al 51esimo piano di The Face Style.
Il ristorante è guidato da Guillaume Depoortere, chef belga che nel 2025 ha ottenuto una stella Michelin e il premio Opening of the Year della Guida Michelin Kuala Lumpur & Penang. La cucina unisce tecniche francesi, sensibilità nordica e ingredienti asiatici, con una particolare attenzione a pesce e verdure.
La posizione completa l’esperienza: dall’alto lo skyline di Kuala Lumpur diventa parte della cena, con le torri Petronas e la nuova città verticale che raccontano, meglio di qualsiasi dato economico, la trasformazione della capitale.
L’articolo Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia è tratto da Forbes Italia.
Iran: salviamo Najmeh Amini
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Mondiali, Filippo Ganna non tradisce: è bronzo nell’inseguimento individuale


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- La sala da ballo di Trump da 600 milioni: i miliardari e i big della tecnologia che finanziano il progetto
La sala da ballo di Trump da 600 milioni: i miliardari e i big della tecnologia che finanziano il progetto
Il presidente Donald Trump ha raccolto 333 milioni di dollari in donazioni private per finanziare il suo progetto di una sala da ballo; secondo un nuovo rapporto, le somme più ingenti provengono da aziende tecnologiche e da due miliardari.
Dati principali
- Secondo un elenco ottenuto dal Washington Post, Apple e Nvidia hanno versato 25 milioni di dollari ciascuna.
- Stando al rapporto, tra i donatori figurano anche Miriam Adelson – amica di Trump e miliardaria a capo di un impero di casinò – e Charlie Ergen, miliardario co-fondatore di EchoStar, che ha contribuito tramite un fondo filantropico da lui gestito (donor-advised fund).
- L’elenco comprende 67 donazioni superiori ai 10.000 dollari e 57 superiori ai 100.000 dollari, registrate fino alla fine di settembre. “Ulteriori documenti indicano che almeno 77 milioni di dollari provengono da donatori che hanno richiesto l’anonimato”, secondo quanto riportato dal Post.
- Sebbene Trump non compaia nell’elenco, il fondo istituito tramite il suo avvocato, John P. Coale — destinato a raccogliere i 24,5 milioni di dollari ottenuti da Trump nel contenzioso contro YouTube (di proprietà di Google) — avrebbe contribuito al progetto con 22 milioni di dollari.
- Una fondazione creata dal miliardario Isaac Perlmutter, ex ceo e presidente di Marvel, insieme alla moglie Laura, avrebbe donato 20,3 milioni di dollari.
- Secondo il rapporto, Lockheed Martin (appaltatore del settore difesa per il governo), Microsoft, RHI II LLC (società affiliata al gruppo di credito ipotecario Rocket Companies) e Palantir hanno versato 10 milioni di dollari ciascuna.
Altri donatori miliardari
Il fondo gestito per conto del donatore (donor-advised fund) di Jeff Yass, co-fondatore della società di trading Susquehanna, ed Elliott Management — fondo speculativo (hedge fund) guidato da Paul Singer — avrebbero donato 5 milioni di dollari ciascuno.
Una cifra significativa
166,1 milioni di dollari: è l’ammontare che, secondo quanto riferito, proviene dal settore tecnologico. Oltre ai soggetti già menzionati, tra i donatori figurano Amazon, Cisco, Meta, il Baszucki Gift Fund (fondato dal miliardario David Baszucki, ceo di Roblox, e da sua moglie Jan Ellison) e la società di software ServiceNow; ciascuno di loro avrebbe contribuito con 5 milioni di dollari.
Una nota a margine
Secondo il Washington Post, Nvidia ha richiesto che la sua donazione di 25 milioni di dollari rimanesse anonima. L’azienda ha effettuato il versamento nell’ottobre 2025, circa tre mesi dopo aver raggiunto un accordo con l’amministrazione Trump per la vendita dei propri microchip alla Cina. Interpellato in merito a queste informazioni, il portavoce di Nvidia, John Rizzo, ha dichiarato al Post: “In quanto azienda americana, il nostro sostegno agli Stati Uniti è fondamentale e prescinde da qualsiasi interesse commerciale”, aggiungendo: “Siamo stati orgogliosi di poter effettuare una donazione a un fondo apartitico che serve tutti gli americani. Una posizione che abbiamo reso pubblica fin dal momento in cui la donazione è stata effettuata”.
Contesto
Molte delle aziende e dei singoli individui presenti nell’elenco intrattengono rapporti commerciali con l’amministrazione Trump. Il settore delle criptovalute – dal quale Trump ha tratto un guadagno personale e per il quale ha allentato le normative durante il suo secondo mandato – insieme ai suoi investitori, ha versato 18 milioni di dollari. Tra questi, oltre 5 milioni provengono da Tyler e Cameron Winklevoss, cofondatori dell’exchange di criptovalute Gemini.
Isabela Herrera, figlia di Julio Herrera Velutini – banchiere venezuelano-italiano incriminato per corruzione – ha accettato di effettuare una donazione di 2,5 milioni di dollari, un mese dopo che, in seguito a un patteggiamento, le accuse contro il padre erano state derubricate a reato minore. Nel mese di gennaio, Trump ha concesso la grazia a Herrera Velutini. La Federal Communications Commission (FCC) ha archiviato un’indagine su EchoStar, società di Ergen, poco dopo che quest’ultimo aveva incontrato Trump e il presidente della FCC, Brendan Carr, l’anno scorso. In quell’occasione è stato approvato un accordo che ha consentito a EchoStar di vendere alcune delle proprie licenze ad AT&T.
Inizialmente, Trump aveva stimato un costo di 200 milioni di dollari per il progetto, prevedendo che sarebbe stato interamente finanziato da donazioni private. Tuttavia, la cifra è successivamente salita a 600 milioni di dollari, con una parte dei costi coperta da fondi dei contribuenti.
L’articolo La sala da ballo di Trump da 600 milioni: i miliardari e i big della tecnologia che finanziano il progetto è tratto da Forbes Italia.
BAE Systems Security Incident Stalls Notices From US Bankruptcy Courts
A cyber incident affecting contractor BAE Systems has knocked out the Bankruptcy Noticing Center, halting notices nationwide for a week.
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VPN senza limiti per 10 dispositivi, ecco perché NordVPN è la migliore

Con NordVPN è possibile accedere alla migliore VPN da attivare per unna connessione veloce e illimitata da 10 dispositivi in contemporanea.
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Mondiali, inseguimento individuale: Jonathan Milan d’oro, Filippo Ganna di bronzo


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The Arab Kingmaker in Israel’s Election Who Wants a Partnership With Jews

© Avishag Shaar-Yashuv for The New York Times
Japan’s Leader Says She Loses Hours to Makeup and Chores. Opinions Abound.

© Suo Takekuma/Kyodo News, via Associated Press
Dai laboratori alla Borsa: la fabbrica italiana di startup della longevità
Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Filippo Surace è arrivato all’imprenditoria attraverso un percorso che ha unito esperienze molto diverse tra loro. La pratica medica, radicata in famiglia da generazioni, gli ha permesso di conoscere da vicino i bisogni reali dei pazienti; l’esperienza accademica lo ha portato nel cuore della ricerca; il management in sanità gli ha mostrato quali risorse, competenze e strutture siano necessarie per trasformare un’intuizione scientifica in un progetto industriale.
È stato proprio all’incrocio di queste esperienze che è maturata la sua intuizione imprenditoriale. Surace ha individuato uno dei principali limiti di sistema delle scienze della vita italiane: non la qualità della ricerca, ma la distanza che separava il laboratorio dal mercato a causa dell’assenza di modelli operativi. È sempre stato in questo passaggio che molte idee promettenti si sono fermate, perché prive dei capitali, delle competenze industriali e di un coordinamento capace di trasformarle in imprese.
Il venture builder delle scienze della vita
Cube Labs è nato per colmare questo divario. Non un modello di business convenzionale, ma un venture builder che dà vita a imprese ad alto contenuto scientifico e tecnologico nei settori della salute: seleziona le linee di ricerca più promettenti, investe nelle società che ne derivano, ne assume la governance e le accompagna con risorse e competenze manageriali fino alla validazione industriale e alla commercializzazione.
È il tratto distintivo del modello costruito da Surace nel panorama italiano: riunire sotto un’unica regia passaggi che nel trasferimento tecnologico restano spesso frammentati, dalla proprietà intellettuale alla finanza, dallo sviluppo industriale all’accesso commerciale. Il progetto imprenditoriale ha consolidato nel tempo la propria struttura e aperto una nuova fase di crescita anche sul mercato dei capitali. Il 21 marzo 2023, dieci anni dopo la fondazione, Cube Labs è approdata su Euronext Growth Milan segmento professionale di Borsa Italiana – con un prezzo iniziale di 2 euro per azione. Da allora il titolo ha registrato un progressivo apprezzamento, raggiungendo il picco di 2,46 euro per azione, il 23% in più rispetto al valore di esordio.
Formazione e primi incarichi
Classe 1969, Surace si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bari e, a soli 23 anni, ha assunto la guida del Gruppo Surace, attivo nel settore della riabilitazione in Salento, Puglia. Dopo l’esperienza clinica, tra il 2003 e il 2009 ha completato la propria formazione manageriale presso Sda Bocconi School of Management e Luiss Business School, conseguendo master in management sanitario e in amministrazione farmaceutica e sanitaria.
Parallelamente, ha ricoperto ruoli accademici e ha svolto attività di sviluppo internazionale per lo Sbarro Institute, prestigiosa organizzazione di ricerca della Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti. Ha inoltre ricoperto incarichi istituzionali in Confindustria Lecce e Confindustria Puglia.
Il passaggio dalla pratica sanitaria alla ricerca traslazionale è maturata dopo: nel 2006 è stato tra i fondatori della Human Health Foundation e nel 2009 ha dato vita a Innova Onlus Translational Research, dedicata alla ricerca medica applicata in bio- e nanomedicina.
Ridurre la distanza tra ricerca e mercato
È in Cube Labs che le esperienze maturate da Surace tra sanità, accademia e impresa hanno trovato una sintesi operativa, unica nel suo genere. “L’obiettivo è ridurre la distanza tra ricerca accademica e mercato”, spiega. È ciò che definisce “democratizzazione delle life science”: ampliare la capacità delle innovazioni scientifiche di generare valore, rendendo conoscenze, tecnologie e strumenti accessibili a una platea più ampia. Significa abbattere le barriere tra laboratori, università, imprese e investitori, affinché le idee possano incontrare competenze e capitali e tradursi in prodotti, servizi e applicazioni diffusi su larga scala.
I numeri del portafoglio
La dimensione raggiunta dà la misura dell’esecuzione. L’ecosistema comprende 19 startup attive nei settori Biopharma, MedTech, intelligenza artificiale applicata alla salute, nutraceutica e cosmeceutica orientata alla longevità.
Nel complesso, le partecipate sviluppano oltre 50 progetti, con più di 60 brevetti internazionali e numerose licenze esclusive. Al 31 dicembre 2025 il valore del portafoglio a bilancio era pari a 56,1 milioni di euro. La stima di primaria società esperta in valutazioni aziendali indica in 154,02 milioni il complesso delle partecipate considerate e attribuisce alle quote detenute da Cube Labs un valore di 96,95 milioni.
A sostenere l’origine del modello è la partnership esclusiva con l’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (Inbb), che consente l’accesso a 24 università e circa 700 ricercatori; la collaborazione con il Cnr estende il bacino potenziale a 88 centri di ricerca. È da questa infrastruttura che Cube Labs attinge per individuare le iniziative più promettenti e valutarne la solidità scientifica, la proprietà intellettuale e le prospettive commerciali. Le iniziative selezionate vengono trasformate in startup e accompagnate, con capitale e competenze manageriali, fino alla validazione industriale e alla commercializzazione.
Una rete internazionale tra India, Emirati e Cina
Cube Labs resta radicata in Italia, con sedi a Milano, Roma e Lecce, ma ha costruito una rete che la mette in relazione con alcuni dei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione. In India, l’accordo quadro sottoscritto nel 2023 con la Gujar Mal Modi Science Foundation ha avviato una cooperazione scientifica, tecnologica e commerciale con il Gruppo Modi, conglomerato diversificato da oltre 3 miliardi di dollari.
Negli Emirati Arabi Uniti, una missione d’affari ha aperto interlocuzioni con realtà di primo piano e un dialogo diretto con l’Abu Dhabi Investment Office, autorità centrale dell’Emirato per l’attrazione degli investimenti e i partenariati infrastrutturali, che nel 2026 ha annunciato il lancio di 24 progetti per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro.
Il fronte più recente è quello cinese: nel luglio 2026 il rapporto con Lingang Group, gruppo pubblico che gestisce 28 parchi industriali con oltre 24 mila imprese e più di 500 mila addetti, è approdato a un memorandum d’intesa per sviluppare iniziative comuni nell’incubazione di startup, nei programmi di innovazione e nelle attività tra Cina ed Europa. Questa proiezione internazionale fa da sfondo a un modello che trova la propria espressione più concreta nel portafoglio di partecipate. È attraverso le diverse traiettorie di sviluppo che emerge l’ampiezza dei settori presidiati da Cube Labs.
Le startup: obesità, neurodegenerazione, malattie rare, igiene
Un primo esempio arriva dal fronte cardiometabolico, dove Lipovexa opera in uno dei filoni più dinamici della ricerca farmacologica globale. Il programma è dedicato alle disfunzioni metaboliche e all’obesità, condizioni associate a un bisogno clinico sempre più diffuso, e studia un meccanismo d’azione circoscritto all’asse fegato-intestino-pancreas. L’obiettivo è migliorare la tollerabilità e offrire un’alternativa anche ai pazienti non idonei o intolleranti alle terapie disponibili. Sono stati identificati due candidati sintetici, protetti da brevetti concessi in Australia, negli Stati Uniti e in Cina. Il candidato principale si trova attualmente in fase preclinica presso la University of Western Australia.
Alle nuove terapie si affiancano tecnologie dedicate alla salute cerebrale. Bio Aurum concentra la propria attività sulle patologie neurodegenerative e sviluppa Neuretina Md, un dispositivo medico progettato per analizzare le saccadi, rapidi spostamenti simultanei degli occhi generati in risposta a stimoli visivi, come possibile indicatore della funzione visuo-motoria e del rischio neurodegenerativo. Dal novembre 2025 il dispositivo è oggetto di uno studio clinico di validazione su 150 soggetti. I risultati, attesi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, serviranno a valutarne l’affidabilità e le prospettive di utilizzo nella pratica medica.
Un’altra direttrice riguarda le malattie rare, spesso trascurate dai circuiti tradizionali di investimento a causa delle dimensioni contenute dei singoli mercati. In questo ambito opera Orpha Biotech, che attraverso screening virtuale e simulazioni molecolari sviluppa una piattaforma di piccole molecole, con un primo focus sulla sclerosi sistemica. I candidati antifibrotici individuati sono in fase preclinica e vengono valutati anche per il loro possibile ruolo nei processi di rigenerazione e riparazione dei tessuti.
Innovazione sanitaria e sostenibilità convergono nel progetto di Biodiapers. La sua tecnologia proprietaria utilizza micro- e nanoparticelle di argilla per isolare ed essiccare i residui biologici negli articoli assorbenti, così da proteggere la pelle e ridurre l’impiego di materiali plastici. Brevettata in Europa e in India, è stata sviluppata inizialmente per la prima infanzia, con possibili applicazioni successive nel campo dell’igiene femminile e nei prodotti assorbenti per adulti.
Serescentia, la piattaforma della longevità
Nel luglio 2026 Cube Labs apre un nuovo capitolo con la nascita di Serescentia. Interamente controllata dal gruppo, la società estende il modello lungo una direttrice industriale e commerciale: costruire una piattaforma capace di riunire, attraverso una logica di aggregazione di aziende complementari, prodotti, tecnologie, competenze e canali distributivi nei settori della salute e del benessere, con particolare attenzione alle scienze della longevità. Serescentia agirà su due leve integrate. Da un lato, individuerà piccole e medie imprese della nutraceutica e della longevità con competenze distintive, capacità produttive e solide prospettive di crescita; dall’altro, utilizzerà la rete commerciale per portare sul mercato europeo le soluzioni proprietarie sviluppate dalle partecipate di Cube Labs, catturandone l’intero valore.
Con questa iniziativa, Cube Labs completa il proprio modello di venture building con un polo che integra ricerca, sviluppo industriale, distribuzione e intelligenza artificiale, secondo una strategia di aggregazione ispirata ai modelli del private equity. Le prime analisi hanno già portato all’individuazione di numerose potenziali target, inizialmente concentrate su realtà con ricavi sino a 3,5 milioni di euro.
Serescentia si inserisce così in una delle grandi trasformazioni demografiche contemporanee. Entro il 2050 quasi un terzo della popolazione europea avrà più di 65 anni, mentre il divario tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute resta vicino ai 9,5 anni. La sfida, dunque, non è soltanto vivere più a lungo, ma vivere meglio: è su questo terreno che la società punta a costruire una piattaforma europea della longevità, integrando innovazione scientifica, competenze imprenditoriali e rete distributiva.
Le valutazioni degli analisti
A questa evoluzione industriale si affianca l’analisi finanziaria di Websim by Intermonte, primario intermediario indipendente. La ricerca valuta il portafoglio 96,2 milioni di euro con un prezzo obiettivo fissato nel breve termine a 3,25 euro, con un potenziale apprezzamento del 39%. Ancora più significativa è la proiezione di lungo periodo: in uno scenario che non considera nuove partecipate né disinvestimenti, a partire dal 2030, gli attivi potrebbero superare 470 milioni e il patrimonio netto avvicinarsi a 450 milioni con una valorizzazione del Nav a bilancio pari a circa dieci volte.
Per Surace, tuttavia, i numeri raccontano soltanto una parte della storia. “Fare impresa nelle scienze della vita significa assumersi una responsabilità di lungo periodo: investire prima che il valore sia evidente, governare la complessità e avere la disciplina di accompagnare un progetto fino a quando sarà in grado di esprimere pienamente il proprio potenziale”, ribadisce. La sfida consiste nel coniugare valore scientifico e risultati economici, senza perdere di vista le ricadute sul sistema sanitario e sul benessere delle persone.
Il percorso
Nel percorso di Surace, l’unicità non è una formula, ma una direzione: partire dalla medicina, attraversare il mondo accademico, assumere il rischio d’impresa e arrivare a costruire una società quotata con una proiezione internazionale. Non sono molti, in Italia, i percorsi capaci di tenere insieme con la stessa continuità competenze cliniche, vocazione industriale e capacità finanziaria.
È questa la cifra più autentica del suo percorso: non aver occupato uno spazio già esistente, ma averne creato uno nuovo. Surace non ha scelto tra essere medico, manager o imprenditore: ha trasformato queste tre identità in un’unica visione, capace di colmare la distanza tra laboratorio e mercato e di accompagnare la ricerca fino all’impresa. Ed è qui che il suo percorso va oltre la vicenda personale, tracciando un modo nuovo di costruire innovazione nelle scienze della vita..
L’articolo Dai laboratori alla Borsa: la fabbrica italiana di startup della longevità è tratto da Forbes Italia.
Trump’s Attempt to Deport Ilhan Omar Is Another Leap Toward the Abyss

© Brian Snyder/Reuters
- Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani
Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani
Produttore cinematografico, manager globale e attivista per i diritti umani. Nicola Paparusso, fondatore della Paparusso Communication, è l’uomo che ha saputo anticipare le dinamiche della creator economy globale, guidando per anni come manager la crescita di fenomeni planetari come Khaby Lame.
Attivo socialmente con la piattaforma internazionale da lui guidata All Future Generations (Afg), è attualmente impegnato nella produzione internazionale del docufilm One Heart, che unisce grandi stelle del cinema mondiale, sostenibilità e diplomazia culturale.
Paparusso Communication si è imposta come un punto di riferimento globale nel digital management e nelle produzioni audiovisive internazionali. Come si tengono uniti settori apparentemente così distanti?
Il segreto è vedere le connessioni dove altri vedono barriere. Quando gestiamo grandi talenti o produciamo un’opera cinematografica, non ci limitiamo alla massimizzazione del profitto, ma cerchiamo un valore immateriale che possa trasformarsi in un asset concreto. Muoversi tra la gestione di grandi star, la produzione cinematografica internazionale e i tavoli della cooperazione globale richiede una struttura aziendale agile e una reputazione fondata sulla trasparenza. I partner finanziari ed etici internazionali riconoscono questo approccio e investono sui nostri progetti perché sanno che la sostenibilità dei valori si traduce in una solida sostenibilità economica.
A breve presenterete a Parigi One Heart. Questo progetto ha un’anima profondamente familiare, ma è anche segnato da un recente, doloroso lutto. Ce ne può parlare?
È un progetto nato dal cuore e dalla visione di mio figlio Axel. È stato lui a scriverne il soggetto, dimostrando una sensibilità straordinaria nel connettere la salvaguardia del pianeta alle tradizioni dei nativi americani. Abbiamo messo insieme un cast d’eccezione, dal premio Oscar Wes Studi a Mo Brings Plenty, volto della serie Yellowstone, fino a Marshall e Crystle Lightning. Colgo questa occasione per ricordare la nostra regista, una donna straordinaria. Nonostante stesse combattendo una dura battaglia contro il cancro e affrontasse cure estremamente invasive, continuava a venire sul set con un’energia instancabile. Purtroppo, ci ha lasciati a causa di un tragico incidente a cavallo. Non ce ne facciamo ancora una ragione, il dolore è immenso. Questo documentario è interamente dedicato a lei, alla sua memoria e alla sua straordinaria lezione di vita.
Nella creator economy, che oggi muove miliardi a livello globale, lei ha un osservatorio privilegiato: si pensi al suo ruolo di manager di Khaby Lame. Come si può conciliare la monetizzazione con il suo imperativo di guidare i grandi talenti verso l’attivismo sociale?
La creator economy è oggi una solida realtà finanziaria globale, ma rischia il collasso di credibilità se si limita alla sterile sponsorizzazione di prodotti. L’esperienza di aver guidato e gestito per anni un talento straordinario come Khaby Lame mi ha confermato che, quando si raggiungono tali livelli di visibilità planetaria, i grandi numeri devono necessariamente comportare grandi responsabilità. Una reach multimilionaria deve trasformarsi in un veicolo per lanciare messaggi universali, positivi e accessibili a tutti. La mia filosofia di management è chiara: aiutiamo i creatori di contenuti a capitalizzare la loro influenza globale orientandoli verso cause umanitarie, l’inclusione e il contrasto al razzismo. Un posizionamento etico a lungo termine vince sempre sulla monetizzazione speculativa a breve termine.
Lei ha all’attivo collaborazioni negli Stati Uniti al fianco di star hollywoodiane. Lavorare a questi livelli cambia la prospettiva di un produttore?
Confrontarsi con l’industria americana, osservare sul set artisti del calibro di Will Smith, Martin Lawrence, Kevin Hart e Ryan Gosling, per citarne alcuni, ti regala una preziosa comprensione della scala industriale dell’intrattenimento. Eppure, se devo guardare indietro e scegliere le collaborazioni che hanno davvero forgiato la mia identità, che mi hanno arricchito dentro e da cui ho imparato di più, devo tornare alle mie radici, in Italia. Penso, innanzitutto, al mio socio Gian Carlo Nicotra, lo storico regista scomparso nel 2013, un genio assoluto con cui ho condiviso la scrittura e la produzione di Sua Eccellenza Italia – Il Galà del Made in Italy per Rai Uno. E penso a Pippo Baudo, che di quel grande show fu lo straordinario conduttore. Lavorare al loro fianco è stata la mia vera università.
La sua organizzazione, All Future Generations, ha all’attivo collaborazioni come quelle con Unesco, Unar e Parlamento europeo. In che modo queste sinergie istituzionali trasformano l’attivismo in un motore di crescita sociale ed economica?
Abbiamo strutturato Afg come una piattaforma di cooperazione internazionale ad altissimo livello. Queste partnership testimoniano che la lotta per l’uguaglianza, contro il razzismo e per la valorizzazione delle diversità non è solo uno slogan, ma una necessità strutturale delle società moderne. Portare questi temi ai tavoli delle massime istituzioni e integrarli nelle filiere creative della moda e dell’arte permette di creare opportunità reali per i mercati emergenti. L’inclusione crea valore economico reale, apre nuovi mercati e forma una nuova generazione di cittadini e professionisti globali.
Ci risulta che Paparusso Communication stia lavorando a un nuovo progetto, questa volta tutto al femminile. Che cosa può anticiparci?
È tra i progetti in fieri: una docuserie dedicata alle donne e al loro successo, dove ogni puntata sarà dedicata a un personaggio contemporaneo. Ad aprire la serie sarà Jasmine Haffadi, fondatrice di StoreFit, imprenditrice di successo nel mondo fitness italiano.
L’articolo Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani è tratto da Forbes Italia.
“Devoid of Any Factual Basis”: Again and Again, Judges Have Dismissed Trump’s Voter Data Lawsuits

Since September 2025, the Department of Justice’s Civil Rights Division has sued 30 states and the District of Columbia to demand their unredacted voter rolls.

The rolls contain confidential information on millions of Americans and have historically been managed by states. Now these lists are a major focus of President Donald Trump’s push to take federal control over elections and prosecute alleged noncitizen voters.
To date, there have been final rulings in 26 of the DOJ lawsuits.
Four cases are yet to be decided, and one state settled.

Of the judges randomly assigned to the 26 cases, eight were Trump appointees, four were appointed by another Republican — George W. Bush — and 14 were appointed by Democrats.

Tactic No. 1
The first seven lawsuits used the same opening, citing Trump’s March 2025 executive order on election integrity to claim the Justice Department needed states’ voter rolls to check that they were following federal election laws.
The judges ruled that there was no legal or factual basis for the government’s demand. They noted that the laws require states to keep accurate, up-to-date computerized voter lists that include confidential information. But the statutes give the federal government limited power to enforce those mandates.
Several judges accused the administration of using the election laws as a pretext to suppress voting.
In an extraordinary rebuke (echoed by other courts around the country), the judge hearing the Oregon case wrote that the federal government’s actions undermined the judiciary’s longstanding trust in the Justice Department. He called them “chilling.”
All seven lawsuits using the first tactic were dismissed.

Tactic No. 2
The next 19 lawsuits used a different strategy.
They made no mention of Trump’s executive order and didn’t depend on federal voting laws. Instead, they cited a provision of the Civil Rights Act of 1960 called Title III, which requires the preservation of state and local election records.
The government lawyers claimed that Title III gave the attorney general “sweeping power” to obtain these records to curb noncitizen voting. In reality, the law allowed the federal government to access such records to protect the right to vote, for example, by enabling investigations into practices that disenfranchised Black voters in the South.
Judges rejected the government’s arguments, ruling that Title III applies only to voter registration documents, not records that states generate themselves, like voter rolls. They noted the government had also failed to give an explanation of why it needed the records, as the statute requires.
Several judges marveled at the audacity of the administration’s attempt to use an anti-discrimination law to keep people from voting and condemned the administration’s logic.
Judges also noted that there was a conflict between the DOJ’s claim to be enforcing election laws, which require voter lists to be continuously updated, and Title III, which bans any alteration of voter records.
The administration’s interpretation of Title III, wrote Bissoon, the Pennsylvania judge, “does violence” to the law’s meaning.
To date, judges have dismissed 19 DOJ complaints that relied on the Civil Rights Act claim.

In written opinions, every one of the 26 judges has rejected the Justice Department’s arguments and thrown out its lawsuits. Four cases are still ongoing.
The Trump administration has appealed most of its losses to federal appeals courts and has said it will consider taking its fight to the Supreme Court.
A Justice Department spokesperson issued a statement in response to ProPublica’s questions: “Our attorneys are skilled, principled advocates who argue every case honestly and in good faith. Disagreement with the government’s position is not evidence of bad faith. We look forward to making our case on appeal.”
The only appeal decided so far backed the district judge who threw out the Michigan case.
On Oct. 9, a U.S. district judge ruled that the Justice Department’s national effort to acquire and share state voter rolls was an illegal abuse of its authority. A Justice Department spokesperson said the department is “reviewing the ruling.”
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Roma ricorda la razzia del ghetto: insulti e urla contro l'Anpi


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Supercinema. I film in uscita nel weekend in Italia: 16 ottobre 2026


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Reuters rivela come l’Iran sfida la superiorità militare degli Stati Uniti.
Un rapporto di Reuters ha rivelato come l’Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare statunitense e prendendo l’iniziativa con attacchi di precisione nel Golfo Persico.
Secondo un rapporto pubblicato giovedì dall’agenzia di stampa britannica Reuters , missili e droni iraniani hanno attaccato infrastrutture strategiche nei paesi del Golfo Persico in almeno 135 occasioni. In molti casi, questi attacchi hanno causato danni considerevoli che i governi della regione avrebbero preferito tenere nascosti.
L’ inchiesta di Reuters descrive in dettaglio come gli attacchi dell’Iran e dei suoi alleati armati abbiano preso di mira impianti petroliferi, impianti di gas naturale liquefatto, aeroporti e sistemi di trasporto di idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, gli attacchi hanno colpito almeno 84 siti strategici dall’inizio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il 28 febbraio.
Tra gli obiettivi colpiti figurava il porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali hub per l’esportazione di petrolio della regione, situato al di fuori dello Stretto di Hormuz, dove gli attacchi hanno interrotto le operazioni per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno colpito due unità di refrigerazione presso l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan. Diversi aeroporti in almeno quattro paesi sono stati anch’essi presi di mira, mentre una stazione di pompaggio saudita è stata incendiata e altre due sono state danneggiate lungo un importante oleodotto che consente il trasporto del petrolio senza attraversare lo Stretto di Hormuz.
— HispanTV (@Nexo_Latino) October 15, 2026
Una investigación visual de Reuters muestra cómo Irán y sus fuerzas aliadas han logrado resistir la superioridad militar de Estados Unidos e incluso tomar la iniciativa mediante ataques precisos y selectivos contra infraestructuras críticas en todo el Golfo Pérsico. pic.twitter.com/rWubUuaPQq
Le infrastrutture prese di mira rivestono un’importanza strategica e la loro distruzione o i danni subiti hanno ostacolato i piani militari statunitensi nell’ambito della guerra di aggressione lanciata da Washington e dal regime israeliano contro l’Iran. Il rapporto sottolinea come l’efficacia di questi attacchi metta in discussione l’immagine di un “Iran indebolito” e dimostri che il Paese è riuscito, almeno in parte, a riequilibrare le forze in una guerra asimmetrica attraverso una strategia incentrata sullo sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei suoi avversari.
Gli attacchi hanno seminato il panico nei paesi del Golfo Persico e contribuito all’aumento dei prezzi del petrolio, ostacolando al contempo gli sforzi statunitensi per mantenere la pressione militare sull’Iran. Secondo un’analisi di Reuters , la combinazione di attacchi mirati contro infrastrutture critiche e restrizioni iraniane al transito attraverso lo Stretto di Hormuz ha rafforzato la capacità di Teheran di esercitare pressione sui paesi vicini e sull’economia globale.
A questo proposito, Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali di attacco aereo del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, che ha esaminato i risultati dell’inchiesta Reuters , ha dichiarato all’agenzia britannica che gli attacchi della Repubblica islamica dell’Iran hanno dimostrato “precisione, competenza nella selezione degli obiettivi e pazienza ” .
L’Iran ha neutralizzato quasi tutte le capacità statunitensi in 17 basi.
Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran, durata 40 giorni. In risposta, la Repubblica islamica ha effettuato attacchi di rappresaglia contro basi militari statunitensi in paesi dell’Asia occidentale, nonché contro obiettivi militari israeliani nei territori occupati.
Teheran aveva messo in guardia tutti i paesi della regione contro qualsiasi complicità negli attacchi statunitensi e israeliani, sottolineando che la sicurezza regionale può essere garantita solo attraverso la cooperazione e il coordinamento tra i paesi dell’area, e non con la presenza di potenze straniere.
Fonte: Hispan Tv
Traduzione: Luciano Lago
Italia-Spagna, altri sette giorni di controlli: si tratta per superare lo stop a Schengen


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Proofpoint Inks $6.3 Billion All-Cash Deal to Acquire Varonis
The Thoma Bravo-owned Proofpoint will acquire Varonis in an all-cash transaction and Varonis will become a private company.
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El Niño Threatens Global Sugar Supply

- Napoli, grosso incendio in un capannone industriale. Alta colonna di fumo: chiudere porte e finestre
Napoli, grosso incendio in un capannone industriale. Alta colonna di fumo: chiudere porte e finestre
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La nuova Tesla Roadster arriva dallo spazio

Elon Musk ha presentato la nuova Tesla Roadster: c'è anche la versione con propulsori a gas ispirati a quelli dei razzi di SpaceX.
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Casta Diva lancia RebelOtt: l’IA entra nella produzione video
“Con l’IA non vogliamo risparmiare, ma superare i limiti che, prima del suo arrivo, erano imposti dai budget di produzione troppo alti”. Queste le parole di Andrea De Micheli, amministrare delegato Casta Diva Group, nell’annunciare la nascita di RebelOtt che si occuperà di portare IA dentro le produzioni video, qui a Milano e nel mondo. Produttore di lungo corso la cui sua società, quotata su Euronext Growth Milan, genera un valore di produzione audiovisiva pari a 138,2 milioni di euro e impiega 300 persone dislocate in varie sedi del mondo.
“Lavoriamo spesso con gli Emirati che stanno investendo miliardi di dollari nello sviluppo del’IA”. Le skill del gruppo finora si sono espresse su produzioni di fiction, come il Biopic su Franco Battiato, organizzazione di grandi eventi sportivi, aziendali e spot pubblicitari.
Dai cheeseburger volanti alla regia generativa: l’esperienza di Greg Ferro
Per dare il via a questo progetto IA Casta Diva ha cercato una figura come Greg Ferro, executive creative producer, che ha trascorso decenni nel sud este asiatico con ufficio a Bangkok, dove si è specializzato in regie che comprendono uso di prompt IA. “Prima di questo lavoro sono stato regista table-top per la pubblicità: come spiego a mio figlio, sono quello che faceva volare i cheeseburger nei video tradizionali. I limiti produttivi che affrontavamo erano tanti, oggi con IA possiamo fare partire una bibita da Marte e farla atterrare a tavola”.
Sicurezza e AI Act europeo: la tutela dei brand tra avatar e diritto d’immagine
“I miei collaboratori sono entusiasti di questa nuova avventura ma tutte le sere intorno alle ore 18.00 mi odiano”. Prego? “Si perché devono compilare dei moduli severissimi su tutto quello che hanno generato durante il giorno, soprattutto personaggi IA e avatar, per evitare che per l’AI Act europeo qualcuno non rivendichi la propria fisionomia creando problemi legali per il committente”. E visto che i committenti hanno nomi come Gruppo Eni, Ing Banca, Esselunga, il livello di sicurezza deve essere un vero must. “In Usa e in Cina non si fanno nessun problema rispetto all’impiego di modelli visivi IA”.
Digitalizzare le star sul set: come i modelli IA trasformano la produzione
In che modo aiutano le produzioni i modelli di IA? “Faccio l’esempio di famosi sportivi, calciatori, piloti, tennisti. Quando devono recitare in un video è difficilissimo averli sul set per ore ed ore e provare le scene. Così noi digitalizziamo la loro figura e li liberiamo per poi lavorare con IA sul prodotto finito” spiega Ferro. I modelli che impiegate da Sora a Muse a Gemini cancellano posti di lavoro in un settore come quello della produzione? Tutti ricordano lo sciopero di Hollywood.
L’impatto sull’occupazione: nuove professioni e la rinascita dei film nel cassetto
“Ogni innovazione all’inizio viene vissuta come nemica. Ricordo il lancio delle videocamere portatili da parte dei giapponesi che fece correre un brivido in tutto il settore: fine del cinema, si disse, e invece il cinema non è mai stato così ricco di capolavori come nel 2025” ricorda De Micheli. Gli attori stanno cercando di usare l’IA a loro favore. Ben Affleck nel suo ultimo film Animals ha usato IA per la postproduzione che gli ha permesso di velocizzare l’editing e comprimere i costi”.
“Oggi una produzione di fiction ha dei titoli di coda dieci volte più lunghi di quelli di venti anni fa, significa che su un set si muovono nuove figure professionali che si sono formate con la diffusione del digitale prima, e dell’IA oggi”. Ci sono, secondo De Micheli, migliaia di sceneggiature valide rimaste nei cassetti dei produttori perché troppo costosa la loro realizzazione, con IA questi possono rinascere e portare nel mondo dell’audioviso una nuova primavera.
L’articolo Casta Diva lancia RebelOtt: l’IA entra nella produzione video è tratto da Forbes Italia.
Cristina Marino sul set con Luca Argentero: "All'inizio ero molto preoccupata"
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- Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.
Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.
Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.
Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.
Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia
RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.
Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.
A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.
L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.
A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.
Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury
Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.
Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.
Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.
I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.
Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.
Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.
Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.
La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.
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© Doug Mills/The New York Times
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Milei reprimió con gases y carros hidrantes la masiva marcha universitaria

Cientos de miles de personas desafiaron la intensa lluvia de este miércoles para reclamar que el presidente Javier Milei cumpla con la Ley de Financiamiento Universitario y pague lo adeudado a las casas de altos estudios. La respuesta del Gobierno no fue el diálogo ni el acatamiento a la norma, sino una fuerte represión con gases lacrimógenos y carros hidrantes que generó corridas, asfixia y un clima de violencia innecesario.
La protesta, que también sumó a jubilados y a personas con discapacidad —sectores duramente golpeados por el ajuste—, buscó visibilizar el incumplimiento sistemático del Ejecutivo. Antes incluso de que comenzara el acto central, las fuerzas de seguridad ya habían desplegado una dura represión. Mientras periodistas afines al oficialismo viralizaban imágenes de personas rompiendo un banco de cemento con una masa, los manifestantes denunciaban que se trataba de infiltrados destinados a ensuciar una movilización pacífica y multitudinaria. Al final de la jornada, las corridas volvieron a repetirse.
Entre la multitud, las historias personales expusieron el costo real de las políticas de ajuste. Natalia, de 49 años y con 37 en la industria del calzado, llegó con una bandera argentina que rezaba “La industria agoniza”. Su fábrica, Calzados Gambitas, está parada desde hace 15 días y asegura que el 90% del sector atraviesa la misma crisis, agravada por las importaciones y un contrabando que convierte a las fronteras en “un colador”. “Decidimos venir a apoyar la universidad porque los chicos son el futuro. Y nuestros trabajadores son los padres y madres de estos pibes”, explicó en un testimonio recogido por el medio local LaPolíticaOnline.
Cristina, que trabaja con personas con discapacidad, viajó desde Don Torcuato junto a su hijo Bauti de 11 años. “Los chicos están para atrás”, resumió sobre el recorte de prestaciones. El niño sostenía un cartel que decía “El país no se usa ni se vende”, mientras ella mostraba otro con un dibujo de Mafalda: “De tanto ahorrar en Educación nos hemos vuelto millonarios en la ignorancia”.
Nicolás, estudiante de Comunicación Social en la UNQUI y locutor, fue más directo: “¿Y si usan la guita del operativo para pagarle a los docentes y jubilados?”. Un grupo de jóvenes cantaba mientras se alejaba de la Plaza: “Qué feo debe ser / pegarle a un jubilado / para poder comer”.
Los carteles también reflejaron la bronca acumulada: “Gatito mimoso del poder económico” (con una imagen de Trump acariciando a un Milei felino), “Eso de que los pobres no llegan a la universidad no es un diagnóstico, es un plan del gobierno” y “Que haya universidad para el pueblo y que no haya paz para el gobierno”.
La Justicia ya le ordenó al Ejecutivo pagar “de inmediato” a las universidades, pero el Gobierno anunció que apelará el fallo. Mientras tanto, prefiere gastar recursos en operativos represivos antes que cumplir con una ley que garantiza el financiamiento educativo.
How U.S. Support to Ukraine Has Evolved Under Trump

© Tierney L. Cross/The New York Times
Una investigación visual de Reuters muestra cómo Irán y sus fuerzas aliadas han logrado resistir la superioridad militar de Estados Unidos e incluso tomar la iniciativa mediante ataques precisos y selectivos contra infraestructuras críticas en todo el Golfo Pérsico.