Vista elenco

Aymen Hussein, storia dell’attaccante che gli Usa non volevano far entrare: il papà ucciso da Al-Qaeda, il fratello rapito e mai ritrovato. È già un eroe nazionale

17 Giugno 2026 ore 13:00

Nel Mondiale delle lacrime o addirittura delle non esultanze, Aymen Hussein si è distinto anche in questo. E non è solo per il suo gol di testa, l’unico dell’Iraq nella partita difficilissima contro la Norvegia di un Haaland sempre più travolgente (è finita 4-1, abbastanza da pronostico). E non è per quell’esultanza così calda da abbracciare non solo i suoi compagni, ma di fatto una Nazione intera. È per quanto quel gol significhi per lui. Lui, Hussein, che le tragedie vere le ha vissute. Di quelle che segnano per sempre.

La sua carriera sembra semplice da raccontare: ha 30 anni, gioca nell’Al-Karma (arrivata quinta quest’anno nella Super League irachena), non ha giocato sempre in Iraq ed è una punta con discreto senso del gol (9 quest’anno in 18 partite). Per cui, vederlo segnare di testa con un bello stacco non è nemmeno una grossa sorpresa. Ma è tutto quello che si nasconde dietro a far rabbrividire. Quando aveva 12 anni, la prima tragedia: il papà viene ucciso da AlQaeda. Pochi anni dopo, nel 2014, il fratello maggiore viene rapito e mai più ritrovato. Era un poliziotto, quindi a libro paga del governo Abadi, in guerra contro l’Isis. “Sono scampato al terrorismo, non so se mi ricapiterà sulla strada. Ma mi ritengo un uomo fortunato”, aveva avuto modo di dire. E ora, esulta.

Dita al cielo, un grido non rabbioso, ma felice. E poco importa che la sconfitta sia stata pesante: la sua è la seconda rete in assoluto nella storia dell’Iraq ai Mondiali, che la sua nazionale è tornata a giocare dopo 40 anni. La rete decisiva per accedere ai gironi? Di Aymen, chiaro, nello spareggio contro la Bolivia. Un gol che lo ha fatto quasi diventare un eroe nazionale e che lo aiuta a far emergere la sua storia, dopo il gol – altrettanto storico – segnato alle Olimpiadi del 2024 contro l’Argentina.

Tornando al presente, anche Aymen ha vissuto tutte le contraddizioni del mondiale marchiato Trump, tra problemi di visto e stop alla frontiera: ha rischiato di non poter partecipare all’edizione, perché dopo sette ore di interrogatorio, ancora il lasciapassare per entrare sul suolo americano non gli veniva dato. Alla fine ce l’ha fatta, ha segnato, ha perso ma ha esultato. Senza lacrime, senza commozione. Ma con la sensazione che quella rete permetterà ancora di raccontare la sua storia. Che è, purtroppo, quella di molti nel suo Paese.

L'articolo Aymen Hussein, storia dell’attaccante che gli Usa non volevano far entrare: il papà ucciso da Al-Qaeda, il fratello rapito e mai ritrovato. È già un eroe nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Sei un cialtrone”, “E tu dedicati a San Marino”: parole grosse in cda Rai tra Roberto Sergio e Antonio Marano. Sullo sfondo nomine e nuovi palinsesti: a Ore14 arriva Sottile al posto di Infante

17 Giugno 2026 ore 12:49

Gli insulti e parolacce nel verbale della seduta non sono stati riportati per decenza. Sono volate però parole grosse nell’ultima riunione del cda Rai tra il direttore generale Roberto Sergio e il presidente facente funzione Antonio Marano, quest’ultimo critico verso il piano immobiliare e il documento di bilancio. Il primo, ex democristiano, poi in quota Fratelli d’Italia e infine considerato vicino alla Lega, partito di riferimento pure dell’ex direttore di Rai2. “Sei un cialtrone“, avrebbe urlato l’ex ad Sergio. “E tu dedicati a San Marino“, la replica di Marano. Un retroscena raccontato dal quotidiano “Repubblica”.

Nella Rai versione meloniana il clima è ormai tesissimo anche all’interno della stessa maggioranza, malumori che faranno da sfondo ai nuovi incontri, previsti oggi e domani, per visionare i prossimi palinsesti e varare un nuovo pacchetto di nomine. Antonio Preziosi, quota Forza Italia, resterà alla guida del Tg2 per volontà di Antonio Tajani mentre Giuseppe Carboni, già ex direttore del Tg1 stimato dai 5 Stelle, lascerà la poltrona della direzione di Rai Parlamento alla sua vice Francesca De Martino. Con l’ennesimo passaggio di una direzione da un nome in quota opposizione a una dirigente apprezzata da Fratelli d’Italia, fedelissima del capo degli Approfondimenti Paolo Corsini. Resteranno ancora al loro posto l’ad Paolo Del Brocco (Rai Cinema) e Sergio Santo (Rai Com).

Sarà Salvo Sottile a condurre la prossima stagione “Ore 14” e “Ore 14 di Sera“. È l’Adnkronos a indicare il nome del successore di Milo Infante, passato a Mediaset dopo ventitré anni, a poche ora dal Cda Rai che varerà i palinsesti della prossima stagione. Un vorticoso giro di conduttori “sempre tutti interni all’area di centrodestra”, fa sapere Repubblica. Sottile, già conduttore di titoli di cronaca, saluterà “Far West“, programma in onda in prime time su Rai3 dove potrebbe arrivare Antonino Monteleone.

L’ex iena è reduce dal flop di “L’altra Italia ” e dai tiepidi ascolti di “Linea di Confine”, ha debuttato lunedì scorso con Adele Grossi alla conduzione di “Filorosso” in prima serata su Rai3 ottenendo il 3,5% di share. Risultati che hanno suscitato la reazione immediata del Movimento 5 Stelle: “Come ha detto qualche giorno fa l’amministratore delegato della Rai, con TeleMeloni ‘Rai3 non è più la rete dell’ideologia’. Giusto, è la rete dei flop distrutta da FdI. Lunedì la trasmissione ‘Filorosso’ guidata da Antonino Monteleone ha fatto sprofondare gli ascolti al 3.4%, nonostante partisse da un traino di oltre l’8%. Ma il confronto è impietoso anche con la trasmissione successiva e soprattutto con quelle sugli altri canali: Monteleone ha fatto meno ascolti della replica de ‘La torre di Babele su La7 ed è stata addirittura tallonata da ‘Prima o poi mi sposo’ su Tv8. Una debacle assoluta, e dire che c’era un parterre ‘di prestigio’ che annoverava anche l’immancabile compagno di flop a spese degli italiani Tommaso Cerno”, le parole di Dolores Bevilacqua, esponente pentastellata in commissione di Vigilanza Rai. La deputata pentastellata contesta la scelta di puntare ancora su Monteleone nonostante i precedenti risultati deludenti e attribuisce la sua conferma alla vicinanza con Fratelli d’Italia. Quindi attacca i vertici Rai, accusandoli di gestire l’azienda con logiche politiche e di danneggiare il servizio pubblico.

Sul fronte palinsesti Roberto Inciocchi, anche lui stimato da Fratelli d’Italia, potrebbe salutare “Agorà” per condurre un nuovo talk politico su Rai2 in onda forse al mercoledì sera. Per la conduzione del programma informativo del mattino su Rai3 sarebbe in corso una sfida a due tra Annalisa Bruchi e Manuela Moreno.

L'articolo “Sei un cialtrone”, “E tu dedicati a San Marino”: parole grosse in cda Rai tra Roberto Sergio e Antonio Marano. Sullo sfondo nomine e nuovi palinsesti: a Ore14 arriva Sottile al posto di Infante proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caccia, il Senato discute il ddl che dà più libertà di sparare. Il Papa risponde alla Lipu: “Tema di grande rilevanza. Promuovere la tutela del creato”

17 Giugno 2026 ore 12:47

Nel giorno dell’inizio dell’esame in Senato del disegno di legge sulla caccia, che punta a stravolgere l’attuale legislazione in materia, arriva l’intervento di Papa Leone XIV. Il Pontefice, infatti, risponde alla Lipu che gli aveva fatto presente le preoccupazioni per la riforma che lascia più liberi di sparare. Pur sottolineando l’indiscutibile terzietà della Santa Sede rispetto alle “tematiche legislative degli Stati”, Papa Leone ha definito il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale“, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”. Il Papa ha inoltre assicurato che la Santa Sede non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del creato“.

“Le parole del Pontefice, sagge e motivanti, siano di ispirazione anche per le forze responsabili della maggioranza parlamentare”, è l’auspicio la Lipu-BirdLife Italia. Da Assisi, riunita in Assemblea, la Lega Italiana Protezione Uccelli aveva inviato una lettera al Pontefice chiedendogli “una Sua parola, un Suo pensiero di pace e attenzione rivolto alla natura e a chi ha la responsabilità di proteggerla”. La Lipu ha anche spiegato i contenuti del disegno di legge che “se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità e in particolare sugli uccelli selvatici, già sofferenti per via della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e di vari altri problemi ambientali, rappresentando un fattore devastante e un motivo di forte e diffusa preoccupazione”. E Papa Leone non si è tirato indietro rispendendo alla missiva dell’associazione.

L’intervento del Pontefice arriva in contemporanea con l’inizio dell’esame del provvedimento. Nonostante tutto, le forze di governo sembrano intenzionate ad andare avanti per la loro strada. Nono sono servite neppure le bocciature arrivate da Bruxelles e anche dal Consiglio d’Europa per una legge ritenuta “pericolosa per la fauna e per noi”. La maggioranza ha bocciato oggi entrambe le pregiudiziali di costituzionalità presentate dal M5s e da Avs. “Uno dei peggiori attacchi alla tutela ambientale degli ultimi decenni”, lo ha definito la senatrice M5s Sabrina Licheri. “Dietro la retorica della modernizzazione si nasconde un’operazione ideologica e di parte che smantella l’equilibrio garantito dalla legge 157 del 1992 per consegnare la gestione della fauna selvatica agli interessi della lobby venatoria“, ha aggiunto. Ma la richiesta di interruzione immediata dell’iter è stata bocciata.

Anche la segretaria del Pd, Elly Schlein, è intervenuta per chiedere il ritiro immediato del ddl. “È una resa incondizionata alla frangia venatoria più estremista, in barba alla scienza, al diritto europeo e al dovere costituzionale di tutelare l’ecosistema e la biodiversità”, dichiara Schlein puntando il dito anche in quello che definisce “uno scandalo nello scandalo”: come già anticipato da ilfattoquotidiano.it, infatti, “il governo ha ricevuto la lettera di Bruxelles già a dicembre 2025 e l’ha volutamente tenuta nascosta, mentre il Parlamento discuteva il provvedimento”. La segretaria dem ricorda che questo ddl “trasforma il parere scientifico di Ispra da vincolante a meramente consultivo, sostituendo la scienza con un Comitato tecnico faunistico-venatorio, cioè con la politica. La stessa Commissione europea avverte che questa trasformazione rischia di compromettere il sistema di protezione stabilito dalla direttiva uccelli, aprendo la porta a deroghe adottate anche in contrasto con il parere scientifico”. Con le opposizioni sul piede di guerra e le numerose critiche, la destra tira dritto e si appresta a sferrare il colpo di grazia, l’ultimo di una lunga serie, alla tutela della fauna selvatica.

L'articolo Caccia, il Senato discute il ddl che dà più libertà di sparare. Il Papa risponde alla Lipu: “Tema di grande rilevanza. Promuovere la tutela del creato” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Pupo: “Farò l’esame di maturità a 70 anni, ma dico no alle spintarelle nonostante gli amici ministri. La notte prima? Farò l’amore”

17 Giugno 2026 ore 12:42

C’è un altro vip tra i maturandi di quest’anno. A 70 anni Pupo si mette in gioco per il diploma al liceo delle Scienze umane, indirizzo economico sociale. “Mi piacciono le sfide. – ha dichiarato a Il Corriere della Sera – E poi vorrei fare un regalo al mio babbo che non c’è più e alla mia mamma che se n’è andata un mese fa. Ci tenevano tanto. Lui era postino, aveva fatto la quinta elementare, sognava il figlio laureato, mi voleva avvocato. A 16 anni lasciai la scuola. Feci un anno di Ragioneria e fui rimandato in tre materie. Passai allo Scientifico”.

E oggi la storia sembra un’altra: “Mi sono messo sotto. Ho fatto per due volte due anni in uno. Non vanto una cultura raffinata, però sono appassionato di filosofia, letteratura, arte. Ho un’infarinatura di tutto. Ho frequentato un istituto privato di Arezzo, lezioni singole una o due volte alla settimana. E come tutti i privatisti ho dovuto sostenere un esame preliminare. Il risultato finale? Mi contento di 80”.

Nessuna ansia: “Sono tranquillissimo. Non l’ho mai avuta nemmeno per un concerto al Madison Square Garden. Sono un giocatore d’azzardo, sono nato freddo. La notte prima degli esami che farò? Quello che più mi rilassa: l’amore”.

E nessuna raccomandazione: “No. E sì che ho tanti amici ministri, volendo (ride, ndr) Non mi piace. Tanti colleghi hanno ricevuto la laurea honoris causa, potrei trovarmi anche io un’università disponibile, però così non vale”.

L'articolo Pupo: “Farò l’esame di maturità a 70 anni, ma dico no alle spintarelle nonostante gli amici ministri. La notte prima? Farò l’amore” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il governo rinvia l’addio della carta d’identità cartacea: sarà valida fino alla sua naturale scadenza

17 Giugno 2026 ore 12:42

L’era delle carte d’identità elettroniche (Cie) dovrà ancora attendere. Il Consiglio dei ministri che si è riunito il 16 giugno ha infatti deciso di prolungare la validità di quelle cartacee oltre lo stop che era stato previsto al prossimo 3 agosto. I vecchi documenti manterranno la propria validità fino alla naturale scadenza: a quel punto sarà veramente il turno in solitaria delle Cie, la cui emissione tuttavia in alcuni comuni procede a rilento. Per questo motivo, se il Comune non riuscisse a fornire una carta d’identità elettronica, ad esempio ai titolari di carte scadute, le amministrazioni potranno rilasciare un documento di identità provvisorio.

Con la scelta del CdM decade quanto stabilito in precedenza dalla circolare del Ministero dell’Interno del 3 febbraio che aveva indicato il 3 agosto come termine definitivo oltre il quale le carta d’identità cartacee avrebbero perso ogni validità, anche se ancora formalmente non scadute. Il dietrofront arriva ora per evitare ulteriori disagi ai cittadini ma anche agli uffici anagrafici che nel periodo estivo sarebbero stati alle prese con un elevato numero di richieste per il rilascio della Cie. Stando a quanto riportato da Qui Finanza, la scelta è stata presa anche per alleggerire il carico dei Comuni, proprio mentre sono alle prese anche con le procedure di avvio del nuovo corso amministrativo con le elezioni appena concluse.

Il passaggio alla Cie è imposto dalle normative europee. Le carte d’identità cartacee infatti, a differenza di quelle elettroniche, non possiedono una zona di lettura ottica composta da tre righe con caratteri monospaziati, ovvero una parte del documento che permette di ottenere rapidamente informazioni sull’identità del proprietario. La normativa Ue impone standard di sicurezza adeguati, anche ad esempio per il rilascio di permessi di soggiorno, e la lettura ottica dei dati, caratteristiche che le nostre vecchie carte non possono garantire.

Rimangono invariate le modalità e i tempi di rinnovo. La carta potrà essere rinnovata a partire dal 180esimo giorno precedente alla scadenza, ovvero sei mesi prima. Nel caso di smarrimento, danneggiamento o furto si può richiedere immediatamente un nuovo documento. Tutto ciò si può effettuare accedendo al portale governativo Agenda Online o prenotando un appuntamento presso l’ufficio anagrafe del proprio comune di competenza. Da giugno 2026 è inoltre possibile, per i cittadini italiani iscritti all’Aire, richiedere la Cie anche presso ogni comune italiano.

L'articolo Il governo rinvia l’addio della carta d’identità cartacea: sarà valida fino alla sua naturale scadenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Wout Van Aert ha un’infezione al gomito: costretto a saltare il Tour de France

17 Giugno 2026 ore 12:37

Una caduta in allenamento, una ferita che continua a fare male, il ritiro dal Tour Auvergne-Rhône-Alpes e ora la notizia più dura: Wout Van Aert non parteciperà al prossimo Tour de France. Tutto per colpa di un’infezione al gomito. È una batosta per il Team Visma-Lease a Bike, che perde il vincitore della ParigiRoubaix, una pedina fondamentale per supportare Jonas Vingegaard nel suo sogno di completare la doppietta Giro-Tour, sfidando il dominatore delle ultime due edizioni, Tadej Pogacar.

Il 31enne ciclista belga venerdì si era ritirato prima della partenza della sesta tappa del Tour Auvergne-Rhône-Alpes, l’ex Giro del Delfinato, dopo aver vinto la quinta frazione. Già lì era emerso come Van Aert avesse sviluppato un’infezione al gomito durante la corsa, per una ferita che si era provocato cadendo in allenamento. In questi giorni, il gomito è stato nuovamente medicato e il belga ha passato perfino una notte in ospedale, sotto osservazione. Non è bastato per permettergli di essere al via del Tour de France 2026, che scatta da Barcellona il prossimo 4 luglio.

“È ovviamente una grande delusione. Il Tour de France è uno dei miei obiettivi principali ogni anno. Purtroppo, una caduta durante l’allenamento ha mandato all’aria i miei piani, e l’infortunio al gomito si è aggravato e non è ancora guarito a sufficienza”, ha commentato Van Aert, che ha preso la decisione insieme allo staff medico e ai preparatori atletici del Team Visma. “Insieme alla squadra, abbiamo concluso che partire per il Tour in forma smagliante non è fattibile. Ora mi concentrerò completamente sul mio recupero, in modo da poter tornare al mio miglior livello più avanti nella stagione”, ha spiegato il belga.

Per Vingegaard è davvero una pessima notizia. Van Aert ha spesso avuto un ruolo cruciale nelle tattiche della Visma, sia durante i Tour vinti dal danese sia nel Giro conquistato nel 2025 da Simon Yates. Nel frattempo, invece, il rivale Pogacar si ritrova come gregario un Isaac Del Toro uscito in forma smagliante proprio dal Tour Auvergne-Rhône-Alpes, dove ha vinto le ultime due tappe conquistato anche la classifica generale.

L'articolo Wout Van Aert ha un’infezione al gomito: costretto a saltare il Tour de France proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sara Ceccantini morta in un incidente stradale a Mykonos: era sull’isola per il suo addio al nubilato

17 Giugno 2026 ore 12:24

Dovevano essere giornate di festa a Mykonos, l’isola greca scelta da Sara Ceccantini e dalle amiche per festeggiare il suo addio al nubilato. La vacanza si è invece trasformata in tragedia dopo un incidente stradale in cui la futura sposa 37enne ha perso la vita. Le circostanze dello schianto, avvenuto nella sera tra domenica e lunedì, sono ancora in fase di accertamento, ma delle prime informazioni giunte dalla polizia greca, l’impatto è avvenuto con un auto che ha invaso la carreggiata opposta. Una delle amiche che viaggiava con la vittima è rimasta gravemente ferita ed è attualmente ricoverata ad Atene.

Sull’incidente le autorità greche hanno aperto un fascicolo per l’ipotesi di reato di omicidio stradale e non è ancora stato stabilito quando la salma potrà essere rimpatriata.

La 37enne, residente a San Giovanni Valdarno, in provincia di Arezzo, si sarebbe dovuta sposare il prossimo sabato con il compagno, titolare di un negozio di caccia e pesca nella cittadina valdarnese. I due hanno una figlia di 3 anni. La donna invece lavorava da molti anni in una stabilimento Prada a Terranuova Bracciolini, nell’Aretino: l’azienda ha disposto per oggi l’uscita anticipata dei dipendenti dello stabilimento.

L'articolo Sara Ceccantini morta in un incidente stradale a Mykonos: era sull’isola per il suo addio al nubilato proviene da Il Fatto Quotidiano.

Auto, gli hedge fund scommettono contro Stellantis, Volkswagen e altri due costruttori Ue per l’invasione cinese

17 Giugno 2026 ore 12:17

Le scommesse al ribasso sul debito e sulle azioni di quattro case automobilistiche europee sono in crescita alla luce della minaccia cinese. Gli hedge fund, spiega il Financial Times, stanno mettendo sotto pressione Stellantis, Volkswagen, Bmw e Mercedes-Benz rafforzando le posizioni corte sul debito a lunga scadenza e perpetuo. In particolare, scrive il quotidiano finanziario inglese, le obbligazioni dei primi due gruppi sono tra le più vendute allo scoperto in Europa.

Le pressioni sono figlie della sempre maggiore presenza nel mercato dei concorrenti cinesi, a una domanda in Europa che continua a restare sotto i livelli delle vendite pre-Covid e ai dazi statunitensi: tre fattori che, evidentemente, vengono considerati minacce di lungo periodo per l’industria automobilistica europea. Oltre il 18% del bond Stellantis da 800 milioni di euro in scadenza nel 2035 – secondo il Ft – risultava in prestito al 12 giugno, indicatore usato come indice delle vendite allo scoperto. A gennaio era intorno al 14 per cento. La pressione riguarda anche le azioni: gli investitori scommettono contro il 5,8 per cento del flottante di Stellantis, rispetto all’1 per cento di fine dicembre.

Secondo i dati dell’associazione europea dei costruttori (Acea) i costruttori cinesi hanno raggiunto una quota di mercato dell’8,5 per cento in Europa nei primi quattro mesi del 2026. La crescita è esponenziale, tanto che proprio Stellantis e Volkswagen, insieme a Renault, hanno chiesto l’introduzione di obiettivi “Made in Ue” per premiare i produttori che mantengono almeno il 70% della produzione all’interno dei 27 Paesi Ue. Alcuni analisti hanno sostenuto al Financial Times che crescono i timori di un calo strutturale della redditività delle case europee a causa dei vantaggi dei concorrenti cinesi su batterie e software.

L'articolo Auto, gli hedge fund scommettono contro Stellantis, Volkswagen e altri due costruttori Ue per l’invasione cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.

Iran-Usa, ecco i 14 punti dell’accordo: per Teheran via tutte le sanzioni, ok all’export del petrolio e fondi per 300 miliardi

17 Giugno 2026 ore 12:12

L’emittente televisiva saudita Al Arabiya ha ottenuto la bozza del “memorandum d’intesa” raggiunto da Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra. Il testo, sul quale ancora non sono giunte conferme da Washington e Teheran, contiene 14 punti e prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’impegno a non produrre armi nucleari e la revoca delle sanzioni statunitensi con un piano di sostegno economico da 300 miliardi di dollari.

1. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.

2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.

3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.

4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e ad evitare qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale dovrà essere proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.

5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.

6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.

7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.

8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari di comune accordo, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale; l’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo.

9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano che, in attesa di un accordo definitivo, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né rafforzeranno le proprie forze nella regione.

10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.

11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per raggiungere un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran saranno sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.

12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’Accordo finale.

13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e dopo aver ricevuto garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.

14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L'articolo Iran-Usa, ecco i 14 punti dell’accordo: per Teheran via tutte le sanzioni, ok all’export del petrolio e fondi per 300 miliardi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cisgiordania, coloni israeliani incendiano due moschee a nord di Ramallah: sui muri scritte razziste

17 Giugno 2026 ore 12:11

Un escalation di violenza senza fine quella dei coloni israeliani nei territori occupati palestinesi. Ieri un gruppo di loro ha dato fuoco all’ingresso di due moschee nei villaggi di Jaljulia e Mazràa al-Nubani, a nord di Ramallah, imbrattando poi i muri con slogan razzisti e incitanti all’odio come “vendetta”. Lo riferiscono i media palestinesi che pubblicano le immagini. Secondo fonti dell’agenzia di stampa palestinese Wafa, i residenti hanno affrontato i coloni mentre questi tentavano di incendiare la moschea, mentre le forze israeliane hanno successivamente fatto irruzione nella città sparando gas lacrimogeni e granate stordenti. A Beita, i coloni hanno anche aggredito i residenti, ferendo quattro persone.

L'articolo Cisgiordania, coloni israeliani incendiano due moschee a nord di Ramallah: sui muri scritte razziste proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autonomia differenziata, un falso allarme? Purtroppo no. A Napoli riprende la lotta

17 Giugno 2026 ore 12:09

I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sono nati esattamente 7 anni fa, quando ci si accorse che l’autonomia differenziata riguardava non solo la scuola, ma altre 22 materie, molte delle quali altrettanto importanti. Sono stati 7 anni di “Al Lupo al Lupo”, da quando – precisamente il 7 luglio del 2019, in una affollatissima assemblea al Liceo Tasso di Roma – sono stati fondati i Comitati? E, poi, 2 anni dopo, il 30 ottobre del 2021, il Tavolo NOAD?

No. Sono stati anni trascorsi a formarsi, formare ed informare; a inseguire – governo dopo governo – i disegni di legge in attuazione del c. 3 dell’art. 116 riformato nel 2001, con il Titolo V, quelli che cercavano di attuare l’autonomia differenziata, sempre collegati alla legge di Bilancio; sono stati anni di presìdi sotto Camera e Senato; sono stati gli anni della manifestazione di Napoli, con 6mila persone in piazza, preceduta dall’assemblea nazionale a Milano, per ricordare che l’autonomia differenziata non è solo un problema del Sud; gli anni dei flash mob, delle assemblee gremite e di quelle disertate; anni a parlare di una materia ostica, che persino i quotidiani più sensibili hanno spesso ignorati; anni in cui i Comitati sono riusciti a esprimere il proprio punto di vista, per convincere chi ne aveva la forza che fosse necessario un referendum contro la legge Calderoli, che aveva ormai bruciato le tappe dell’approvazione al Senato e poi alla Camera; gli anni in cui, pancia a terra, nell’estate più calda di sempre, in due mesi, banchetto dopo banchetto, hanno contribuito alla raccolta di quel milione e 300mila che hanno raccontato un’Italia che dice NO all’Autonomia Differenziata, al Sud come al Nord; sono stati gli anni della (S)veglia laica per la Repubblica e di tante altre iniziative che hanno tenuta desta l’attenzione su un tema difficile, sfuggente, denso di tecnicismi; chiamiamolo con il nome più riconoscibile: la secessione dei ricchi. Ritorno a quella domanda: no, non si è trattato di un al Lupo al Lupo; ma di un’allerta che era nelle cose e che – attraverso questa storia faticosa, lunga, entusiasmante – si è contribuito a smontare.

Essere un comitato di scopo vuol dire lavorare per una finalità che non conosce mezze misure o compromessi e sta scritta nel nome: Per il ritiro di ogni autonomia differenziata. Neppure oggi si tratta di un falso allarme, purtroppo. La sentenza 192/24 della Corte Costituzionale non ha messo in soffitta l’autonomia differenziata, come molti pensano, benché ne abbia segnalato numerosi profili di incostituzionalità.

Il pericolo è qui e ora, e ha due facce: presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci si augura che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti.

Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (dovrebbero essere stanziati milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Ci si augura che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. E per far sì che la Repubblica, quella il cui ottantesimo anniversario abbiamo festeggiato qualche giorno fa, non sia esclusivamente una evocazione liturgica, ma lo spazio, concreto ed etimologico, della partecipazione attiva, dell’affermazione del valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga.

La scelta di fare un’assemblea a Napoli non è stata casuale. Nel voto del 22 e 23 marzo, che ha messo in sicurezza l’attuale assetto della magistratura, allontanando da essa le ingerenze del governo, gli italiani e le italiane, le giovani e i giovani di questo Paese, con la spinta – che ha fatto la differenza – delle grandi città di quel Mezzogiorno, quel Mezzogiorno che la Riforma del Titolo V ha rimosso in un colpo solo, espungendola – di conseguenza – dalla tutela e dall’impegno dei governi, in quel voto dicevo bisogna leggere la stessa indignazione che si riscontrava nel 2024 presso i banchetti al Sud (io, oltre che a Roma, ho raccolto in Calabria), che raramente lesinavano la firma per il referendum: basta! Basta con l’affossamento, lo spopolamento, le politiche predatorie, l’assenza di speranza di emancipazione dalle attuali condizioni.

1 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

2 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

3 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

4 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

5 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

6 / 6

Assemblea Napoli anti autonomia differenziata

L’assemblea di Napoli ha aperto una nuova stagione di lotta e di mobilitazione, in cui siamo tutti coinvolti. L’autonomia differenziata svuoterà di senso il conflitto – il sale della democrazia – di qualunque vertenza su qualsiasi materia, parcellizzando istanze, rivendicazioni, rappresentanza. Da questa assemblea, non a caso intitolata La nostra lotta, le nostre lotte, è emersa una domanda chiara, indifferibile, rivolta soprattutto ai rappresentanti delle lotte che sono intervenuti nel pomeriggio; ci si è chiesti se ne valga la pena. Se valga la pena di tenersi stretti, di camminare insieme, di aprire insieme gli occhi, prima che sia troppo tardi; di darsi manforte, di aiutarsi, in una forma di mutualismo rinnovato, che vede l’altro, perché l’altro è come te, vuole le tue stesse cose. Insieme all’autonomia differenziata i partecipanti sono stati uniti dal il ripudio per le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, per il suprematismo nordista, per le misure securitarie, per il bellicismo di qualsiasi matrice.

Uguaglianza, solidarietà, autonomia cooperativa: è possibile stringere un vincolo su questi 3 principi? Si pensa che ai territori e non ai tecnocrati spetti definire i propri bisogni? È possibile immaginare insieme un Paese in cui Sud – e di Sud ce n’è uno per ogni Nord – non significhi arretramento, rinuncia alle cure sanitarie o mobilità sanitaria, infrastrutture da anni Cinquanta, fuga dei e delle giovani? L’assemblea ha scommesso su questo.

Su una fase di mobilitazione intensa, che avrà infine una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, si è proposto di inserire l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Lasciare lì quella pronuncia equivarrebbe ad una spada di Damocle perenne, con non si vuole più sentire pendere sulle nostre teste. E, insieme a questo passaggio, si è auspicato – a cominciare da un convegno che si organizzerà in autunno, grazie all’ausilio dei gruppi parlamentari di opposizione, una riflessione – per i Comitati iniziata già da due anni, grazie al sostegno di costituzionalisti, come Laura Ronchetti, Francesco Pallante, Alessandra Algostino, Gaetano Azzariti, Massimo Villone, – volta a ridisegnare i rapporti tra i vari livelli istituzionali e di governo. È necessario battersi per una società in cui non sia velleitario che la determinazione dei livelli UNIFORMI di prestazione emergano da un dibattito pubblico sui territori e non dalle segrete stanze delle tecno burocrazie. I Lep sono scritti nel c. 2 dell’art. 3.

W la Repubblica una e indivisibile!

L'articolo Autonomia differenziata, un falso allarme? Purtroppo no. A Napoli riprende la lotta proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Sono crollato per le accuse di omofobia perché totalmente distanti da me. ‘Amici’ mi è servito per mostrarmi senza filtri. Ho avuto un contratto discografico, ora c’è da lavorare”: così Riccardo Stimolo

17 Giugno 2026 ore 11:57

Riccardo Stimolo è uno dei protagonisti più discussi e al tempo stesso amati dell’ultima edizione di “Amici di Maria De Filippi”. Il cantautore italiano, originario di Malnate (Varese), prima della sua eliminazione è crollato in un pianto perché non aveva avuto nessuna proposta discografica. Ma ancora prima Stimolo è stato al centro del dibattito per alcune frasi omofobe contenute in vecchissimi video dai quali il cantautore ha sempre preso le distanze, in ogni occasione. Qualche settimana dopo però ecco che arriva il primo Ep che contiene i singoli “Prima di Adesso”, “Mi Fido Di Te”, “Un Minuto in Più” e “Gira”, oltre al brano inedito che dà il titolo al progetto “Dentro Diluvia”.

“Dentro diluvia” è il tuo brano manifesto: “Ho dato il cuore anche un po’ ingenuamente, in cambio di false promesse il lavoro per rendere fiero mio padre per dimostrargli che posso volare”. Com’è nato?
Sono una persona che ha sempre dato il cuore un po’ a tutti, agli amici e alle relazioni e aggiungo anche ingenuamente.

Perché?
Perché molte volte non mi è stato dato indietro quello che io ho dato. Di conseguenza parlo di ‘false promesse’. Poi c’è questa piccola parentesi, dedicata a mio papà.

Cosa rappresenta per te?
L’ho sempre visto come una figura di ispirazione. Ho cercato di seguire le sue orme per renderlo fiero e per dimostrargli che potevo creare il mio futuro. Lui ha lasciato la Sicilia per lavoro, si è trasferito al Nord, ha creato una famiglia bellissima e io gli sarò per sempre grato.

Perché si è trasferito?
Lui è nato a Gela e a nove anni si è trasferito a Malnate che è la città dove vivo. Ha iniziato a lavorare a 13 anni come elettricista e poi, tra numerosi rischi, ha deciso di aprire una sua attività da solo, sempre nell’ambito degli impianti elettrici. Fortunatamente ha fatto la scelta giusta perché si è sempre dato da fare. Mio padre si sveglia alle quattro di mattina torna a casa alle sette di sera, me lo godo solo dalle sette in poi, perché poi alle nove va subito a dormire. È riuscito a crearsi la sua ditta da solo, lavorando e per me questo vale più di di ogni altra cosa. Di conseguenza mi sono sentito sempre in debito con lui.

Come mai?
Ho fatto il Liceo scientifico Scienze applicate e un po’ mi pesava il fatto di dipendere dalla mia famiglia, diciamo che avevo proprio voglia di diventare autonomo finanziariamente. Quindi d’estate cercavo di dargli una mano a lavoro. Poi crescendo, sono riuscito a essere indipendente nel lavoro fino al mio primo contratto, dopo aver preso la patente. Andavo in giro a guidare il furgone, facevo le riparazioni, mi dava soddisfazione e mi piaceva tanto come lavoro.

E la musica com’è arrivata nella tua vita?
Non ho mai studiato canto, ma in casa ho vissuto con la musica perché mia madre canta sempre. Andavamo assieme alle serate karaoke.

Quali erano i vostri cavalli di battaglia?
‘Come in un film’ dei Modà con Emma. Li amo molto come artisti e sono legato a questi bei ricordi. Poi sono legato a ‘E penso a te’ di Battisti perché l’ho cantata, con risultati disastrosi lo ammetto, in quinta elementare. Poi la stessa canzone l’ho eseguita al Serale di ‘Amici’ ed è stato molto bello. L’ho vissuto con un’altra maturità, con un’altra consapevolezza, con un altro spirito e, secondo me, è stato un bellissimo percorso.

Canti anche “dentro diluvia perchè mi faccio del male lo so, ma non mi posso fermare “. Ti riferisci a qualcosa in particolare?
Riesco ad essere molto solare. Scherzo sempre su tutto e ho sempre questo sorriso stampato in faccia, purtroppo anche nei momenti in cui sto male dentro. Sorrido anche quando non vorrei farlo ed è per quello che io mi dico ‘mi faccio del male, lo so’. Ma non mi posso fermare se non mi aiuta un’altra persona. Sono veramente contento di questa canzone perché sono riuscito a scrivere esattamente il mio stato d’animo.

“Facile giudicare un libro se non l’hai aperto”. Come hai vissuto le accuse di omofobia?

Ho cercato sempre di spiegare che quando ho detto quelle parole avevo 15 anni. Poi sono cresciuto, mi sono allontanato da determinati ambienti e ho cercato di tirare fuori il meglio da me stesso. Ho sempre dato il mio cuore agli altri, anche quando avevo 15 anni è succeso e ho fatto un grande errore di valutazione. Ho chiesto scusa direttamente alla persona, era quello che mi interessava fare.

Poi cosa è accaduto?
Quando è venuta fuori questa storia è stato un fulmine a ciel sereno. Sono crollato completamente perché era una cosa talmente distante da me. Il cortociruito interiore era che da un lato c’ero io 15enne che dicevo quelle cose e dall’altra c’era io come sono oggi, totalmente diverso da allora e dissociato da quel ragazzo lì. Ho cercato in tutti i modi di dissociarmi da questa cosa perché non mi appartiene. Sono rimasto dentro ‘Amici’ e non è una cosa da tutti, molte persone sarebbero andate via.

Perché sei rimasto?
Per dimostrare il contrario, mostrarmi a nudo e completamente senza filtri. Sono felice anche che ai miei colleghi di ‘Amici’ sia arrivato chi sono davvero. Poi devo anche ringraziare Maria De Filippi per le parole che ha speso nei miei confronti. Ho fatto un percorso artistico importante per capire come funziona la mia voce, ma soprattutto ho fatto un percorso personale che è stato, secondo me, ancora più proficuo.

Hai mostrato di aver paura, prima di uscire, per il tuo futuro discografico. Cosa è successo dopo?

Una cosa che non ho mai avuto nella mia vita e che ho imparato ad avere è: la pazienza. Il fatto che non avessi ricevuto una proposta discografica mi ha fatto allarmare perché essendo estraneo a questo mondo, non sapevo come funzionava e mi sono spaventato . Vivevo in una ‘bolla’ e non avevo il percepito di me al di fuori della scuola di ‘Amici.

Alla fine il contratto discografico è arrivato?
Certo. Quando sono uscito con calma, ho ricevuto una proposta. Sono andato davanti a delle persone, ho parlato di me stesso, della mia persona e del mio progetto. Queste persone hanno creduto in me e hanno fatto uscire il mio Ep, sono contentissimo.

Che progetto hai in testa? 

Voglio crescere piano piano, senza fretta. Amo cantare, ma soprattutto amo guardare le persone mentre canto e vedere che provano qualcosa. Mi piace da morire questo mestiere e spero che diventi il mestiere della mia vita.

C’è un qualcosa che non è ancora arrivato alle persone di te? 

No, credo che sia arrivato di me tutto, sono la stessa persona che vedete sul palco.

L'articolo “Sono crollato per le accuse di omofobia perché totalmente distanti da me. ‘Amici’ mi è servito per mostrarmi senza filtri. Ho avuto un contratto discografico, ora c’è da lavorare”: così Riccardo Stimolo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci

17 Giugno 2026 ore 11:56

Voglio condividere sul mio blog la risposta che Patrizia Cadau, sopravvissuta ai maltrattamenti familiari, ha dato a Vannacci in merito al femminicidio.

A differenza di Patrizia Cadau, credo che l’ex generale non abbia mai sentito la canna di una pistola puntata alla testa, come è accaduto a tante donne vittime di femminicidio. Né, come ha raccontato un’altra donna nei commenti al post di Cadau, abbia mai provato la paura di mani strette intorno al collo o di un coltello alla gola.

Vannacci è sempre stato protetto dalle armi e da un intero esercito. Le donne che subiscono violenza, invece, non sono protette né da eserciti né da armi. Possono vivere libere dalla violenza soltanto attraverso il riconoscimento di quella sottocultura che la legittima e grazie alla forza delle parole disarmate, e dalla solidarietà e consapevolezza della società che purtroppo, continua a essere attraversata da odio, discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne.

E’ una guerra millenaria contro i corpi e le vite delle donne che si riproduce ogni giorno con parole o violenze. Ricatti e discriminazioni sul lavoro che rendono vano quel “merito” di cui tanto ciancia Vannacci, foto rubate che de-umanizzano le donne nelle chat di uomini “per bene” e di altri crimini quotidiani. All’ex generale hanno risposto con indignazione anche i familiari di quattro donne vittime di femminicidio: Damiano Rizzi, fratello di Tiziana Rizzi; Flamur Sula, padre di Ilaria Sula; Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano; Imma Rizzo, madre di Noemi Durini.

Ma Vannacci, che ha dismesso la divisa e continua a essere protetto dai suoi privilegi, resta sordo e annuncia già la guerra ai diritti delle donne, delle comunità LGBT e delle persone migranti, facendo del pregiudizio misogino, razzista e omofobo il carburante di un progetto politico che divide il Paese tra un “noi” e un “voi”. Tra i “normali” e gli o le “anormali”.

Una strategia che cavalca e legittima l’odio, alimentando fratture e contrapposizioni. Sembra proprio che l’ex generale e oggi deputato al Parlamento Europeo, non riesca a vivere disarmato: ora che non porta più la divisa, arma le parole. Il rischio è che chi si riconosce in quella retorica finisca per considerare legittima anche la violenza e prima o poi, la trasformi in azione.

Buona lettura.

Generale Vannacci,
ha mai sentito il freddo di una canna di fucile puntata alla testa?

Probabilmente sì.
Lei è un generale. Le armi le conosce e le maneggia meglio della retorica. Le ha studiate, maneggiate, insegnate.

Io invece sono una donna qualsiasi e non avrei mai immaginato di dover imparare che temperatura ha una canna di fucile quando qualcuno decide di usarla per convincerti che la tua vita vale meno della sua volontà.

Quando è successo non esistevano il Codice Rosso, la Convenzione di Istanbul non era entrata nel linguaggio comune e nessuno trascorreva le serate a discutere se fosse più corretto dire omicidio o femminicidio.

Eppure le donne morivano lo stesso.

La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

Per questo osservo con una certa perplessità la sua battaglia contro la parola femminicidio.

Vede, generale, io una risposta me la sono data.

Mi sono convinta che quella parola dia fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare.

Se dico omicidio descrivo un fatto.

Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo.

Ed è il motivo che crea disagio.

Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo.

Negli ultimi giorni ho pubblicato una domanda sui social.
Ho chiesto alle donne quale comportamento oggi riconoscano come violenza quando allora sembrava ancora amore.

Mi aspettavo risposte diverse.

Ho trovato la stessa storia raccontata da persone che non si conoscono e che non si incontreranno mai.

Ho trovato donne che descrivevano la lenta rinuncia a se stesse con parole diverse ma attraverso un meccanismo identico. E leggendo quelle testimonianze ho pensato che il problema non fosse la parola femminicidio.

Il problema era che centinaia di persone riconoscevano immediatamente quel percorso, perché lo avevano già incontrato nella propria vita, nella vita di una sorella, di un’amica, di una madre o di una figlia.

Per questo, Generale, la considero parte del problema.

Non perché abbia espresso un’opinione. Le opinioni non mi spaventano.

Mi preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso.

Da quando ha iniziato questa battaglia contro il termine femminicidio, sotto i miei post sono ricomparse persone livorose e violente che non discutevano i fatti e nemmeno una sentenza definitiva della Corte di Cassazione che ha accertato anni di maltrattamenti.
Discutevano me, come se screditare chi racconta fosse sufficiente a cancellare ciò che è accaduto.

E non lo facevano perché avevano scoperto qualcosa che i giudici ignoravano.

Lo facevano perché si sentivano finalmente rappresentati e legittimati da lei ad offendermi, a ridicolizzarmi, a sminuirmi.

È questo il punto che mi interessa.

Non la parola. L’effetto.

Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo.

Lei probabilmente pensa di aver aperto una discussione linguistica.

Io credo che abbia fatto qualcosa di diverso.

Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l’ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un’esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione.

E trovo singolare che un uomo che ha servito lo Stato continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso.

Perché vede, generale, io alla fine una cosa l’ho imparata.

La violenza non ha mai avuto bisogno di essere incoraggiata.
Le è sempre bastato trovare qualcuno disposto a raccontare che, in fondo, non fosse davvero un problema.

Ora questo qualcuno è lei.

Io, però, ho una sentenza di Cassazione, lei no.
Lei ha il plauso di migliaia di fiancheggiatori della violenza.
Per essere un uomo che dice di appellarsi a dei valori, sta camminando sulla carne e il sangue di chi non può nemmeno più mandarla a quel paese.
E per essere un militare non c’è davvero niente di più vigliacco.

L'articolo Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”: le lacrime di Messi

17 Giugno 2026 ore 11:32

Dove eravamo rimasti: dalla doppietta nella finale di Qatar 2022, alla tripletta con cui ha aperto l’edizione 2026. Leo Messi sempre più nella storia del calcio, a 39 anni trascina l’Argentina alla vittoria contro l’Algeria con tre gol uno più bello dell’altro. Messi ha così segnato 16 gol nelle sue sei presenze complessive ai Mondiali, un record, e sembra inevitabile che il primato eguagliato di Klose venga battuto nelle prossime settimane. La tripletta è stata la 61esima della carriera di Messi, l’undicesima con la maglia della nazionale e la prima ai Mondiali.

Un Messi emozionato che non ha nascosto le lacrime dopo aver segnato il primo gol: “Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. E quelle emozioni erano dovute a quello. Ringrazio i miei compagni di squadra, lo staff tecnico e la delegazione per il supporto che mi hanno dato”, ha detto dopo la partita. “Sono molto felice di aver vissuto tutto quello che ho passato. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”, ha detto Messi che è andato a segno anche nella quinta partita consecutiva disputata ai Mondiali. “Sono molto felice e grato per questo gruppo meraviglioso. Mi diverto tantissimo”, ha aggiunto.

La presenza di Messi contro l’Algeria è stata la 200esima della sua carriera in nazionale, iniziata nel 2005 all’età di 18 anni. Gli unici giocatori con più presenze sono il portoghese Cristiano Ronaldo, che disputerà la sua 229esima partita mercoledì, e Bader al-Mutawa, con 202 presenze con il Kuwait. La Pulce ha avuto a che fare con un lieve infortunio al bicipite femorale con l’Inter Miami, che lo ha rallentato nel periodo di preparazione ai Mondiali. “Questo è il mio sesto Mondiale e mi sento ancora in ottima forma“, ha dichiarato Messi. “Fortunatamente sto bene e oggi siamo riusciti a vincere una partita difficile. È importante iniziare il torneo con una vittoria alla prima partita, perché non è mai facile in un Mondiale”, ha concluso.

L'articolo “Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”: le lacrime di Messi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Decreto accise, la maggioranza sopprime quattro norme dopo interlocuzioni con il Quirinale: il testo dovrà tornare al Senato

17 Giugno 2026 ore 11:20

La maggioranza, che aveva reso il decreto Accise l’ennesimo “omnibus” sgradito al Colle, torna sui propri passi e presenta quattro emendamenti soppressivi al decreto accise, attualmente all’esame della Camera dopo il via libera del Senato. Tra le norme destinate a essere cancellate c’è anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketing aggressivo, introdotta durante l’esame parlamentare del provvedimento. La decisione arriva dopo interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale. Le disposizioni inserite nel corso dell’iter parlamentare sarebbero infatti state considerate estranee rispetto all’oggetto del decreto legge, che riguarda le misure urgenti legate all’andamento dei prezzi petroliferi causa guerra in Iran.

Non è la prima volta che la maggioranza incontra ostacoli su questo fronte. Una norma analoga sul telemarketing era già stata inserita durante l’esame del precedente decreto Accise, salvo poi essere ritirata proprio per problemi di estraneità di materia.

Oltre alla disposizione sul teleselling, gli emendamenti soppressivi riguardano anche misure relative alla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e alla tutela delle minoranze linguistiche. Relatrice e governo hanno espresso parere favorevole alle modifiche.

Se approvate dall’Aula della Camera, le soppressioni comporteranno un nuovo passaggio del provvedimento al Senato per la terza lettura. L’episodio rappresenta l’ennesimo richiamo alla necessità di mantenere un nesso diretto tra il contenuto dei decreti-legge e le norme introdotte durante l’esame parlamentare, un tema sul quale il Quirinale e la Corte costituzionale hanno più volte richiamato il Parlamento negli ultimi anni.

L'articolo Decreto accise, la maggioranza sopprime quattro norme dopo interlocuzioni con il Quirinale: il testo dovrà tornare al Senato proviene da Il Fatto Quotidiano.

Bastoni, il Real Madrid fa sul serio: l’Inter fissa il prezzo a 70 milioni

17 Giugno 2026 ore 11:09

Alessandro Bastoni torna al centro delle attenzioni del calcio spagnolo. Dopo l’interesse manifestato nei mesi scorsi dal Barcellona, ora è il Real Madrid a guardare con forza al difensore dell’Inter. I contatti tra i due club si sono intensificati nelle ultime settimane, anche grazie ai recenti incontri avvenuti tra le dirigenze nerazzurra e madridista.

Secondo quanto riporta La Gazzetta dello Sport, durante il viaggio in Spagna per il “Corazon Classic Match”, la partita benefica tra le leggende delle due società disputata al Santiago Bernabeu, il presidente del Real Florentino Perez e quello dell’Inter Beppe Marotta avrebbero avuto modo di confrontarsi anche sul nome di Bastoni. Al club milanese sarebbe stato comunicato il forte gradimento dei blancos per il difensore azzurro.

La posizione dell’Inter, però, resta chiara. Bastoni ha un contratto fino al 2028 ed è considerato uno degli elementi più importanti della rosa. Per questo motivo il club valuta il giocatore non meno di 70 milioni di euro, la stessa cifra richiesta quando sul difensore si era mosso il Barcellona. Pur ritenendolo un pilastro, l’Inter non esclude una cessione di fronte a un’offerta ritenuta adeguata. Un’eventuale operazione di queste dimensioni garantirebbe infatti risorse significative da reinvestire sul mercato e porterebbe a una revisione dei piani estivi della società.

Dal canto suo, il Real Madrid considera Bastoni un profilo ideale per rinforzare il reparto arretrato. Oltre alla sua duttilità tattica, pesa l’esperienza accumulata nelle competizioni europee, con 61 presenze complessive tra Champions League ed Europa League. Al momento però si tratta ancora di un interesse e non di una trattativa vera e propria. Inoltre, la decisione finale sul possibile investimento dovrebbe spettare anche a José Mourinho, appena tornato sulla panchina madridista.

Resta però caldo l’asse tra Milano e Madrid, già percorso nelle scorse settimane dall’operazione che ha portato Denzel Dumfries verso la capitale spagnola. Per l’Inter, un’eventuale partenza di Bastoni aprirebbe inevitabilmente nuovi scenari. Tra i nomi seguiti per la difesa resta quello di Oumar Solet dell’Udinese, ma un’uscita del centrale azzurro costringerebbe il club a intervenire ulteriormente sul mercato per rinforzare la difesa di Cristian Chivu.

L'articolo Bastoni, il Real Madrid fa sul serio: l’Inter fissa il prezzo a 70 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.

“C’è stato un tentativo di trascinarci nella corrida su Garlasco, tra pro-Sempio e pro-Stasi. Io mi chiamo fuori da tutto questo”: l’intervento di Alberto Matano a La Vita in Diretta

17 Giugno 2026 ore 11:04

Il caso Garlasco ha invaso, ormai da tempo, la scena mediatica, creando numerose polemiche anche tra giornalisti e conduttori, in una sorta di “guerra tra bande” che ha peggiorato ulteriormente il clima. Nei giorni scorsi la youtuber Bugalalla (Francesca Bugamelli) ha diffuso una telefonata intercettata dai carabinieri di Moscova, inserita nell’informativa della nuova indagine, tra la giornalista Lucilla Masucci, inviata de “La Vita in Diretta“, e Angela Taccia, legale e amica di Andrea Sempio.

L’avvocatessa presenta la giornalista a una parente di Sempio come una persona che “protegge Andrea”, non solo nella narrazione ma anche informandola, per esempio, della presenza di Fabrizio Corona in città o sul luogo di lavoro dell’indagato. Masucci per circa undici minuti parla con la donna per convincerla a rilasciare un’intervista “pro-Sempio” per rafforzare la sua immagine nei confronti dell’opinione pubblica. Spiega di credere nell’innocenza dell’indagato ma il tentativo non va in porto e l’intervista non viene realizzata.

Intercettazione che è diventata molto presto virale sui social, per questa ragione Alberto Matano, conduttore de “La Vita in Diretta“, è intervenuto sul finale della trasmissione, approfittando della presenza in studio dell’avvocato Antonio De Rensis, evitando però riferimenti diretti alla polemica: “Come sapete noi facciamo cronaca e raccontiamo la realtà. In queste ore c’è un tentativo di trascinarci nella corrida su Garlasco, tra pro-Sempio e pro-Stasi e tutto quello che ne consegue. Io mi chiamo fuori da tutto questo. Il nostro rapporto è un rapporto trasparente, onesto e libero, come voi che ci seguite sapete”, questa la sua precisazione.

L'articolo “C’è stato un tentativo di trascinarci nella corrida su Garlasco, tra pro-Sempio e pro-Stasi. Io mi chiamo fuori da tutto questo”: l’intervento di Alberto Matano a La Vita in Diretta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mafia, al processo Baiardo Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

17 Giugno 2026 ore 10:50

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

L'articolo Mafia, al processo Baiardo Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Ronnie Wood non può avere la porta di casa rosa, deve essere nera”: la battaglia legale del chitarrista dei Rolling Stones con il comune di Londra

17 Giugno 2026 ore 10:51

Non importa che tu abbia 79 anni e sia una stella mai tramontata del rock, non importa che tu ti chiami Ronnie Wood, la porta di casa tua non può essere “rosa”.
Questo succede a Londra dove il comune di Westminster, nella elegante zona a nord detta Maida Vale, non lontana dalla famosa Little Venice, ha stabilito che il chitarrista dei Rolling Stones debba ridipingere il portoncino di ingresso di casa sua perchè quel bel rosa acceso scelto è “incongruo” e “danneggia l’aspetto e l’interesse architettonico di quelle proprietà”.

L’ultimatum, infatti, non è stato recapitato solo alla stella della band britannica, ma anche ai suoi vicini di casa che, colti da estro e magari dal desiderio di contrastare le grigie giornate londinesi, avevano scelto di colorare le porte d’ingresso delle loro case a schiera con toni brillanti.
Una fonte vicina all’artista ha detto al Daily Mail che “il comune non vuole che le porte siano dipinte di colori diversi. Le vogliono tutte nere”.
E non importa neppure che Ronnie Wood abbia sborsato quasi 8 milioni di euro per comprare quella casa, con la porta rosa.
Lui e la sua famiglia, le due gemelle di 10 anni avute dall’ultima moglie, la produttrice teatrale Sally Humphreys sposata nel 2012, avevano deciso di regalarsi quel colore mantenendo il cancello che circoscrive la proprietà nero, sperando sì di aggirare le resistenze del comune.
Poi, sempre stando a quanto rivelato dalla fonte anonima, qualcuno ha “scattato una foto” della famigerata porta dichiarando che “non si può avere quel colore”. E’ stato a quel punto che Ron Wood ha fatto ricorso al council di Westminster per tenere il punto, ma ricevendo in tutta risposta un no secco: “Non puoi avere quel colore – dipingila di nero”.

“E’ fastidioso” ha commentato la fonte. Ovviamente la zona, considerati i prezzi delle case al metro quadro, è popolata di super ricchi e, non a caso, una dei vicini di casa dell’artista è Angela Allen, che si è guadagnata un Bafta, premio del cinema britannico, e anche lei ha ammesso di essere stata una delle prime ad avere ricevuto l’ordine di ridipingere la porta d’ingresso di casa sua per attenersi alle regole comunali.
Se si fosse rifiutata di farlo si sarebbe vista recapitare una multa di 35.000 euro. La sua porta era blu e così è stata per cinque anni, in attesa di ricevere la notifica dell’amministrazione con il parere dei tecnici in merito alla richiesta di lasciarla tal quale.
Insomma, in una sfilza di richiesta di colori, gran parte del vicinato ha avuto problemi con le scelte cromatiche del comune e, alla fine, ha dovuto arrendersi rinunciando alla libera espressione dell’estro.

Paint it black! #RollingStones‘ Ronnie Wood told to replace pink door #RonnieWood https://t.co/L2eSLvymOi

— MarieFranceRemillard (@MFRemillard) June 13, 2026

L'articolo “Ronnie Wood non può avere la porta di casa rosa, deve essere nera”: la battaglia legale del chitarrista dei Rolling Stones con il comune di Londra proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mafia & processo Baiardo, Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

17 Giugno 2026 ore 10:50

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

L'articolo Mafia & processo Baiardo, Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Era un amico, speravo di non trovarlo. L’acqua limpidissima ci ha permesso di vederne il corpo”: parla il sub che ha recuperato Gianluca Benedetti alle Maldive

17 Giugno 2026 ore 10:48

Tra coloro che hanno portato al recupero dei cinque sub morti nella grotta di Devana Kandu, alle Maldive, c’è anche Diego Zantedeschi, 50 anni, subacqueo italiano ed ex sommozzatore della Protezione civile. È stato lui a individuare il corpo di Gianluca Benedetti, capobarca della Duke of York e primo dei cinque dispersi a essere ritrovato. Una scoperta decisiva, perché ha consentito ai soccorritori di localizzare anche gli altri quattro sub. Per Zantedeschi la tragedia ha avuto anche una dimensione personale: Benedetti era infatti un suo amico e collega.

“Lavoravamo a stretto contatto ormai da due anni. Ero nel porto di Malé quando ci hanno avvisato che Gianluca con il suo gruppo non si trovava più, quindi io e Rashid (Mohamed, ndr), l’altro divemaster maldiviano, ci siamo organizzati e siamo andati sul luogo della scomparsa. Una volta lì, abbiamo supposto che potessero essere nella grotta”, ha raccontato Zantedeschi a Fanpage.

Il sub conosceva già quel sistema di cavità ma, precisa, “ero entrato solo nella prima camera, quella principale, che è talmente grande da permettere l’ingresso della luce e a volte non c’è neanche bisogno della torcia”. Questa volta, però, la decisione è stata quella di proseguire oltre: “L’acqua limpidissima ci ha permesso di vedere il corpo di Gianluca“.

Un ritrovamento doloroso: “Speravo di non trovarlo perché sarebbe rimasta la labile speranza di trovarlo in superficie, mentre se lo avessi trovato in grotta dopo sei ore per forza non poteva essere vivo”. Proprio quella scoperta, però, ha ristretto il campo delle ricerche, che si sono poi concentrate all’interno della cavità.

Il 50enne spiega di essere sceso con attrezzature diverse da quelle utilizzate da Benedetti e dagli altri sub e, a proposito delle ricostruzioni secondo cui il corpo del capobarca si trovasse lontano dagli altri quattro, chiarisce: “Era più vicino all’uscita, però si trovava comunque nella seconda camera e non era neanche vicino all’uscita della seconda camera: era dalla parte opposta. Anche lui aveva la bombola completamente vuota. Niente può dare adito al fatto che stesse uscendo. Gli altri quattro erano all’interno del cunicolo che conduce all’ipotetica terza camera, e lì non si vedeva oltre i 2-3 metri”.

L'articolo “Era un amico, speravo di non trovarlo. L’acqua limpidissima ci ha permesso di vederne il corpo”: parla il sub che ha recuperato Gianluca Benedetti alle Maldive proviene da Il Fatto Quotidiano.

Parla “la signora delle tracce” della Maturità: “Sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, il tototema mi fa sorridere. Ecco come scegliamo le tracce”

17 Giugno 2026 ore 10:42

È “la custode dei temi” o, parafrasando alla lontana Tolkien, “la signora delle tracce”. La 63enne storica dell’arte Flaminia Giorda è colei che ogni anno ad aprile, da quando nel 2020 guida il Servizio ispettivo e la Struttura tecnica degli esami di Stato, conosce le tracce dei temi che tra poche ore gli studenti si troveranno davanti all’esame di maturità. Massima riservatezza, domande dei parenti e amici virtatissime, insomma niente spoiler per almeno 50 giorni. A custodire il segreto assieme a lei è il ministro dell’istruzione, in questo caso e da tre anni è Giuseppe Valditara. “Le tracce sono state “dematerializzate” da anni, con l’avvento del cosiddetto “plico telematico”, introdotto nel 2012”, ha spiegato la funzionaria del ministero a Repubblica.

“Al ministro ne vengono presentate molte possibili per ciascuna tipologia. Le leggiamo insieme, ne discutiamo, e la scelta finale spetta a lui”. Giorda spiega che Valditara è molto sensibile al fatto che “la varietà dei temi è importante: occorre che le tracce tocchino ambiti differenti, propongano possibilità di espressione diverse”. Curioso, peraltro, che esiste un archivio dove sono custodite tracce passate valutate e poi cestinate; ma è sul giochino del “totema” che ogni anno rispunta puntuale che Giorda se la ride sotto i baffi: “Spesso è legato agli anniversari, che sono spunti troppo scontati, o è ripetitivo: ad esempio, sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, in qualche anno naturalmente c’è stata, ma certo non si può riproporre in ogni esame. Per le tracce di analisi del testo letterario, poi, si ripetono sempre gli stessi nomi… A volte il tototema mi fa sorridere: qualcuno prevede che esca un brano di letteratura di un autore che nemmeno si studia l’ultimo anno, come Foscolo, e che quindi non potrebbe mai essere scelto”.

Così tra un docente che cerca di circuirla con galanteria per estorcerle informazioni sulle tracce, l’orgoglio di aver suggerito nel recente passato una traccia sul potere della musica ispirata a Oliver Sacks e un lavoro mastodontico sulla selezione e la raffinazione finale dei temi ecco arrivare la mattina degli esami: “Ragazzi il più è fatto”, chiosa. “Secondo me adesso bisogna seguire la propria ispirazione, leggere articoli di giornale e brani di letteratura che piacciono e interessano. In generale, è ovvio che per imparare a scrivere bene occorre leggere cose ben scritte; ed esercitarsi molto a esprimere il proprio pensiero, sviluppare il gusto della parola precisa, della frase efficace”.

L'articolo Parla “la signora delle tracce” della Maturità: “Sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, il tototema mi fa sorridere. Ecco come scegliamo le tracce” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Uno squalo Mako abbocca all’amo e sorprende due pescatori al largo della Toscana: “Niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto”

17 Giugno 2026 ore 10:35

Una serata di pesca come tante si è trasformata in un incontro che difficilmente Simone Beoni e Fabio Sagnibene dimenticheranno. I due amici, abituati a trascorrere insieme i fine settimana in mare, si sono trovati faccia a faccia con uno squalo Mako, una delle specie più veloci e affascinanti del Mediterraneo. La scena è avvenuta nelle acque di Calafuria, al largo della costa toscana, a circa un miglio dalla riva. I due erano usciti in barca partendo dalla zona di Calambrone, nel territorio di Pisa, per praticare il drifting, una tecnica di pesca d’altura utilizzata per cercare grandi predatori marini come tonni e verdesche.

Una giornata apparentemente normale per due appassionati: Simone lavora nel settore tessile, Fabio è vivaista, ma il mare rappresenta da tempo il loro appuntamento fisso del weekend. Questa volta, però, la battuta ha preso una piega completamente diversa. A raccontare quei momenti è stato Simone, intervistato da La Nazione: “Erano le 21 e il sole stava tramontando, quando all’improvviso abbiamo visto la canna piegarsi di colpo e subito dopo lo squalo è schizzato fuori dalla superficie dell’acqua. È improvvisamente ripiombato sotto, mentre si dimenava in modo furioso: era impressionante”.

I due pescatori hanno capito rapidamente di non avere davanti una cattura comune. L’esemplare, secondo la loro stima, poteva pesare tra i cinquanta e i sessanta chili: “Abbiamo capito subito che si trattava di uno squalo Mako di circa cinquanta o sessanta chili, una specie che si riconosce facilmente dalle pinne e dalla fisionomia”, ha spiegato Simone.

Il Mako, un visitatore insolito delle acque italiane

Lo squalo Mako, il cui nome scientifico è Isurus oxyrinchus, è una specie presente in acque temperate e tropicali, ma negli ultimi anni è diventata sempre più rara nei nostri mari. Considerato un grande predatore pelagico, può avvicinarsi alle coste soprattutto quando segue le proprie prede.

Dopo averlo portato vicino all’imbarcazione, i due hanno scelto di non trattenerlo: “Quando lo squalo è arrivato nei pressi della barca abbiamo tagliato la lenza e lo abbiamo liberato, come era giusto e corretto fare. Abbiamo fatto un video, ma niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto e provato. L’impressione è stata enorme e ancora ci rimane in mente il ricordo di quei minuti che abbiamo vissuto insieme”.

Non è un caso isolato: altri avvistamenti nel Mediterraneo

L’avvistamento toscano non sembra essere un caso completamente isolato. Solo poche settimane prima, nelle acque ioniche davanti a Gallipoli, in provincia di Lecce, un altro esemplare adulto di squalo Mako aveva attirato l’attenzione dopo aver urtato un’imbarcazione da diporto mentre navigava al largo. Due episodi ravvicinati che riaccendono l’interesse su una specie difficile da osservare così vicino alle coste italiane.

L'articolo Uno squalo Mako abbocca all’amo e sorprende due pescatori al largo della Toscana: “Niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Banchiere multimilionario discendente da stirpe reale arrestato nove anni dopo aver spinto una donna sotto un autobus: colpo di scena nel caso “Putney Pusher”

17 Giugno 2026 ore 10:33

Un uomo di 44 anni, banchiere multimilionario discendente da stirpe reale, è stato arrestato in relazione al caso noto come “Putney Pusher”, a distanza di nove anni dall’aggressione che aveva scosso l’opinione pubblica. La vittima era stata deliberatamente spinta contro un autobus in corsa, rischiando conseguenze gravissime. Solo il pronto intervento dell’autista, che con una manovra repentina era riuscito a sterzare evitando l’impatto, le aveva salvato la vita. L’arresto rappresenta una svolta significativa in una vicenda rimasta irrisolta per quasi un decennio.

Come rivela il Daily Mail, il sospettato è stato fermato il 15 giugno nella sua casa da 1,4 milioni di sterline a ovest di Londra. Direttore in una banca privata, il presunto colpevole è un ex ufficiale dell’esercito britannico decorato che ha servito in diversi conflitti mondiali.

“L’arresto è legato a un incidente avvenuto il 5 maggio 2017, – ha affermato la polizia alla stampa – quando una donna è stata spinta sulla traiettoria di un autobus sul Putney Bridge. Le indagini sono in corso”.

Il drammatico filmato delle telecamere di sicurezza dell’incidente è stato visualizzato milioni di volte online. Le immagini mostrano il runner che passa accanto a un altro uomo sul ponte, prima di spingere la donna a terra. Quasi quattro mesi dopo l’incidente, la Polizia Metropolitana aveva diffuso le immagini delle telecamere di sicurezza di un uomo riprese dall’interno dell’autobus, nel tentativo di identificare il sospetto. La polizia ha chiuso le indagini nel giugno 2018, ammettendo di aver esaurito tutte le piste investigative.

L'articolo Banchiere multimilionario discendente da stirpe reale arrestato nove anni dopo aver spinto una donna sotto un autobus: colpo di scena nel caso “Putney Pusher” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Abbiamo visto un serpente velenoso durante l’allenamento. Se ti morde, devi andare in ospedale. Stiamo cercando di essere prudenti”: paura Germania, la denuncia di Kimmich

17 Giugno 2026 ore 10:32

Il caldo, le lunghe distanze, il fuso orario e ora anche i serpenti. Già, i rettili stanno diventando la grande paura delle Nazionali europee impegnate nei Mondiali di calcio negli Usa. L’ultima denuncia arriva dalla Germania, che si trova in ritiro nel lussuoso centro sportivo di Wake Forest University, nel WinstonSalem. Il capitano della squadra, Joshua Kimmich, ha denunciato in conferenza stampa che lui e i suoi compagni di squadra hanno avvistato un serpente velenoso nel corso dell’allenamento.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Non è il primo caso. La Svizzera a San Diego si allena su un campo adiacente a una cosiddetta “snake area”, dove è diffusa anche la presenza dei serpenti a sonagli. Un caso simile riguarda anche la Norvegia di Haaland, vittoriosa all’esordio contro l’Iraq, che si trova in ritiro a Greensboro, nella Carolina del Nord: nella zona sono molto diffusi i serpenti Copperhead, che se disturbati possono diventare molto pericolosi.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Anche il serpente incontrato dalla Nazionale tedesca avrebbe potuto diventare un pericolo: “Ieri abbiamo visto un serpente durante l’allenamento e ci hanno detto che era velenoso“, ha raccontato Kimmich alla stampa. Manifestando tutte le sue preoccupazioni: “Quindi, se vieni morso, devi andare in ospedale. Non penso che si muoia, ma è sicuramente pericoloso. Se calpesti un animale di questo genere, le cose possono finire molto male…

La Germania di Nagelsmann in campo ha vinto all’esordio contro Curaçao con un netto 7 a 1: sabato sera è attesa a una sfida molto più complessa, contro la Costa d’Avorio, reduce da una pesante vittoria contro l’Ecuador. Ma al momento l’apprensione dei tedeschi più che su Yan Diomande sembra concentrata sui serpenti velenosi: “In Germania, ho l’impressione che non ci siano così tanti animali pericolosi. Stiamo cercando però di mantenere le distanze ed essere prudenti“, ha concluso Kimmich.

L'articolo “Abbiamo visto un serpente velenoso durante l’allenamento. Se ti morde, devi andare in ospedale. Stiamo cercando di essere prudenti”: paura Germania, la denuncia di Kimmich proviene da Il Fatto Quotidiano.

Subaru Uncharted, la prova de Il Fatto.it – La giapponese a elettroni che sorprende – FOTO

17 Giugno 2026 ore 10:24
1 / 7

subaru uncharted

2 / 7

subaru uncharted

3 / 7

subaru uncharted

4 / 7

subaru uncharted

5 / 7

subaru uncharted

6 / 7

subaru uncharted

7 / 7

subaru logo

La Uncharted è elettrica (anche) a trazione integrale permanente e una Subaru vera: “Non è una Toyota con il nostro marchio – taglia corto Nicola Torregiani, presidente e Ceo della filiale nazionale della casa delle Pleiadi, che gestisce anche le operazioni in Slovenia, Croazia, Grecia, Bulgaria e Romania, mentre il manager è responsabile anche delle filiali del Benelux – perché un centinaio dei nostri ingegneri ha contribuito al suo sviluppo”.

Nello specifico, sottolinea Torregiani, ha “messo sul tavolo” il meglio del proprio know how, cioè la trazione integrale, l’e-Axle management, la sicurezza, il set up e la qualità di guida: “Per noi questa è una macchina che si gestisce con l’acceleratore”, insiste confermando lo spirito sportivo del costruttore, partecipato al 20% da Toyota, che si è fatto conoscere anche con i suoi successi nel rally.

Il crossover coupé da 4,51 metri di lunghezza (2,75 sono di passo), da 1,87 di larghezza e 1,62 di altezza ha anche interessanti capacità fuoristradistiche che gli derivano da 2111 millimetri di spazio libero da terra (30 in più rispetto al modello di Toyota) con angoli di attacco e uscita di 17,2 e 27°. Esibisce un frontale moderno e nuovo (per il marchio), rivestimenti protettivi “a forte contrasto” (soprattutto nel colore esterno di lancio, che è un intrigante arancione, indubbiamente appariscente, ma anche “simpatico”) e anche una parte posteriore elegante e allo stesso tempo leggera.

La Subaru Uncharted è a listino (gli ordini sono già aperti) con due batterie, tre potenze e quattro allestimenti con un prezzo che parte dai 39.900 euro della 2E-Xcite, che con la promozione trasversale di 5.000 euro scende a 34.900 euro. I clienti possono poi contare su 1.060 euro equivalenti a 10.000 chilometri di ricarica gratuita. Per la declinazione top di gamma con cerchi da 20” e tetto panoramico servono 48.900 euro, che con la sforbiciata promozionale (in questo caso di “soli” 4.500 euro) scendono a 44.400. Con SubaruSafe, la garanzia vale 8 anni, indipendentemente dal chilometraggio.

Gli accumulatori con chimica litio ferro fosfato sono da 57,7 e 77 kWh e valgono autonomie tra i 451 e i 592 chilometri (trazione anteriore e batteria grande) a seconda del tipo di trazione (anche anteriore) e della potenza. Che è di 167, 224 e 343 Cv (al motore principale da 224 si somma quello da 88 kW) con una coppia di 268 Nm. Le velocità massime sono di 140 e 160 km/h, mentre i consumi dichiarati sono compresi tra 16,9 e 19,2 kWh/100 km: nella prova con il modello top di gamma, peraltro con parecchia autostrada, il computer di bordo ne ha rilevati 20.

La Uncharted è briosa (5” per schizzare da 0 a 100 orari nella variante più potente, guidata anche in off road) e piacevole, capace di trasmettere confortanti sensazioni di solidità. L’equipaggiamento è importante e tutti le versioni includono diversi sistemi di sicurezza (la casa delle Pleiadi vuole azzerare entro il 2030 gli incidenti stradali mortali che coinvolgono i propri veicoli), compresi il Front Cross Traffic Alert e l’Adaptive High-beam System, il doppio scomparto per la ricarica wireless, la pompa di calore e il caricatore di bordo da 22 kW a corrente alternata (in genere è da 11) e da 150 per quella continua. I tempi del rifornimento sono promessi di 28 minuti per passare dal 10 all’80%, mentre il sistema di rigenerazione dell’energia è su cinque livelli (uno in più rispetto alla C-HR+) con comandi al volante.

Gli obiettivi di vendita per le elettriche sono ambiziosi: quest’anno Subaru punta a 350 unità, inclusa la Solterra, che nel 2027 dovrebbero diventare 1.500 (compresa la futura E-Outback) e raggiungere quota 2.000 nel 2028 tra Uncharted, Solterra e E-Outback. Subaru crede nell’elettrificazione e non ha intenzione di compiere alcun passo indietro: “Solo – precisa Torregiani – cambia la velocità di diffusione nei vari mercati”. E l’Italia sembra guardare anche più lontano rispetto ad altri paesi: lo scorso anno è stata la nazione in cui Subaru è cresciuta di più (+55%) e lo scorso maggio è stata il primo mercato europeo.

L'articolo Subaru Uncharted, la prova de Il Fatto.it – La giapponese a elettroni che sorprende – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Ho un tumore alla prostata aggressivo”: Jeremy Clarkson lo ha annunciato in televisione. Le condizioni di salute del conduttore e pilota automobilistico

17 Giugno 2026 ore 10:11

Jeremy Clarkson, il celebre conduttore televisivo, giornalista e appassionato di automobili, ha pubblicamente rivelato di aver ricevuto una diagnosi di cancro alla prostata in forma aggressiva.

Il presentatore britannico, che ha compiuto 66 anni l’11 aprile scorso, ha scelto di condividere questa notizia con il suo pubblico attraverso gli episodi conclusivi della quinta stagione del suo programma “Clarkson’s Farm”, confermando di essere a conoscenza della malattia dallo scorso mese di maggio..

Il tumore è stato individuato in una fase molto precoce a seguito di una visita medica e di una biopsia, che ne hanno confermato l’aggressività. Clarkson si è sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione parziale della prostata, il 10% della quale risultava interessata dalla neoplasia. Nelle prossime settimane dovrà sottoporsi a un ulteriore intervento chirurgico. Di recente, il conduttore è stato fotografato in ospedale in seguito a una terapia che non avrebbe dato gli esiti sperati.

Clarkson ha conosciuto la popolarità televisiva con lo show automobilistico della BBC “Top Gear” che ha co-condotto dal 2002 al 2015 insieme a Richard Hammond e James May. Dopo l’addio alla BBC, il trio ha firmato con Amazon Prime Video per lo show “The Grand Tour”, andato in onda dal 2016 al 2025. Poi è arrivata “La fattoria di Clarkson (Clarkson’s Farm)” dal 2021 che documenta la caotica vita da agricoltore nella sua tenuta nei Cotswolds. Dal 2018 è il presentatore ufficiale della versione originale britannica di “Chi vuol essere milionario?”.

L'articolo “Ho un tumore alla prostata aggressivo”: Jeremy Clarkson lo ha annunciato in televisione. Le condizioni di salute del conduttore e pilota automobilistico proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Sei stato risucchiato in pochi giorni e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli”: il dolore di Francesca Barra per la morte del papà

17 Giugno 2026 ore 10:06

Lutto per Francesca Barra. La giornalista, scrittrice e conduttrice ha annunciato sui social la morte del padre, Francesco Michele Barra, scomparso all’età di 79 anni. Nato a Castrovillari, Barra era un commercialista e aveva avuto anche un’esperienza in Parlamento. La Basilicata, terra che aveva scelto come casa, era diventata negli anni il centro della sua vita personale e professionale.

“Addio, papà. Te ne sei andato nel modo in cui un grande uomo lascia la terra: circondato dalle persone che ama e che ti considerano l’uomo più determinante nelle loro esistenze”, scrive Barra, ricordando anche la madre, i fratelli e gli otto nipoti.

La giornalista racconta il dolore per una perdita arrivata in modo improvviso. “Sei stato risucchiato in pochi giorni come non avrei mai potuto immaginare, e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli“, confessa. Nel suo ricordo trovano spazio immagini intime della loro quotidianità: i papaveri raccolti insieme durante l’infanzia, le gite per fotografare i paesaggi della Basilicata, le favole inventate per le nipoti e le spremute preparate ogni mattina. Piccoli gesti che, nelle sue parole, diventano il simbolo di una presenza costante e rassicurante.

“Eri così gentile, papà. Talmente gentile che a volte mi chiedevo come ci riuscissi”, scrive ancora, soffermandosi su quella che considera la sua qualità più preziosa. “Chi ti aveva insegnato l’arte più rara di tutte: fare sentire le persone amate, ogni giorno, senza risparmio?”.

Il post si conclude con parole colme di dolore ma anche consapevolezza: “Niente sarà più come prima. Non salterò più nel buio certa di trovare la tua presa ad aspettarmi. Eri un uomo capace di migliorare le nostre vite. Ho conosciuto l’ultimo uomo migliore del mondo. E, grazie a Dio, era anche mio padre”.

L'articolo “Sei stato risucchiato in pochi giorni e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli”: il dolore di Francesca Barra per la morte del papà proviene da Il Fatto Quotidiano.

Svelato il mistero del “cane fantasma” dell’Amazzonia: l’incredibile scoperta grazie alle fototrappole

17 Giugno 2026 ore 09:48

Per decenni è stato considerato un “fantasma“, una creatura quasi mitologica nascosta nel cuore impenetrabile della foresta pluviale amazzonica. La sua natura inafferrabile aveva persino portato alcuni ad associarlo al folklore del “Chupacabra“, alimentando i timori dei fattori locali. Oggi, il velo di mistero che avvolgeva il cane dalle orecchie corte (Atelocynus microtis), noto agli esperti come il “cane fantasma” dell’Amazzonia, si è finalmente sollevato. Una massiccia operazione di monitoraggio visivo ha dimostrato che questo carnivoro di medie dimensioni, pur essendo un maestro del mimetismo, vanta una popolazione sorprendentemente solida e non è affatto raro come si era ipotizzato in passato.

I numeri dello studio: 25 anni di ricerca e oltre 500 avvistamenti

L’esatta mappatura della specie è il risultato della più vasta raccolta di dati mai realizzata su questo animale, recentemente pubblicata sulla rivista scientifica “Neotropical Biology and Conservation”. La ricerca ha richiesto 25 anni di lavoro sul campo tra Bolivia e Perù, concentrandosi nei paesaggi bioculturali del Greater Madidi-Tambopata e dei Llanos de Moxos. Attraverso 34 indagini intensive condotte mediante l’uso di fototrappole posizionate strategicamente, gli scienziati sono riusciti a catalogare 594 fotografie confermate del predatore. Questo dispiegamento tecnologico ha ribaltato le convinzioni scientifiche preesistenti: i dati dimostrano una densità di 15 individui per 100 chilometri quadrati. Statistiche alla mano, il cane dalle orecchie corte risulta essere numericamente più abbondante dei grandi predatori della zona, come il giaguaro, pur mantenendosi inferiore alle popolazioni di carnivori di medie dimensioni come l’ocelot.

Il ritratto dell’atelocino: membrane interdigitali e occhi riflettenti

Conosciuto in Italia con il nome di atelocino, questo canide cerdocionino endemico del bacino del Rio delle Amazzoni presenta caratteristiche anatomiche uniche. Di medie dimensioni, misura dai 72 ai 100 centimetri dalla punta del naso alla base della coda (che da sola misura tra i 24 e i 35 centimetri), con un’altezza alla spalla di 35 centimetri e un peso di circa 9-10 chilogrammi, con le femmine leggermente più grandi dei maschi.

La testa è massiccia e simile a quella di una volpe, sormontata da brevi orecchie arrotondate. Il manto è fitto, liscio e scuro, con variazioni cromatiche che spaziano dal nero al marrone e al grigio nerastro, per poi schiarire gradualmente fino a un bruno-rossastro uniforme sul ventre. Due le peculiarità evolutive di maggior rilievo: lo sviluppo di abbozzi di membrane interdigitali sulle zampe (un adattamento per muoversi in terreni fangosi e acquatici) e la presenza del “tapetum lucidum”, uno strato riflettente posto dietro la retina che amplifica la luce in condizioni di scarsa visibilità, documentato in esemplari tenuti sotto osservazione.

Abitudini diurne e l’enigma dell’habitat

Dotato di udito e olfatto finissimi, il predatore è quasi totalmente carnivoro (si nutre di piccoli mammiferi, rettili, anfibi, uccelli, pesci e insetti), pur integrando la dieta con la frutta. Si muove prevalentemente in solitaria, con il limite massimo documentato di due esemplari in coppia. Le immagini delle fototrappole hanno chiarito un equivoco comportamentale storico: contrariamente a quanto si ipotizzava, il cane fantasma è un animale prevalentemente diurno, con un picco di attività registrato nella fascia oraria tra le 6 del mattino e mezzogiorno. I dati hanno inoltre rivelato un paradosso ecologico: nonostante le zampe parzialmente palmate suggeriscano abitudini acquatiche, l’atelocino predilige vivere nelle foreste di altopiano, ben lontano dal corso dei fiumi. È proprio questa scelta di stazionare in aree remote e poco battute dall’uomo ad aver garantito la sua invisibilità per secoli.

La protezione della volta forestale

Nonostante le rassicurazioni sulla densità della popolazione, i ricercatori sottolineano che la conservazione della specie non è garantita a priori. La sopravvivenza del cane dalle orecchie corte è intrinsecamente legata all’integrità della volta forestale amazzonica. Secondo il team di ricerca, l’unica strategia di gestione efficace per tutelare l’atelocino si basa sulla creazione e sul mantenimento di aree protette ben gestite, unite alla promozione di uno sviluppo sostenibile all’interno dei territori indigeni, per evitare che la deforestazione cancelli l’habitat di questo enigmatico predatore.

L'articolo Svelato il mistero del “cane fantasma” dell’Amazzonia: l’incredibile scoperta grazie alle fototrappole proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Hanno usato mia sorella, lo dimostra il fatto che quando è arrivata c’erano i fotografi”, “Triste accusare una ragazza innocente”: la guerra tra Brooklyn Beckham e i genitori David e Victoria continua

17 Giugno 2026 ore 09:44

Mentre David Beckham riceveva la sua stella sulla Hollywood Walk of Fame circondato dalla moglie Victoria e da tre dei quattro figli, il grande assente continuava a far parlare di sé. E oggi Brooklyn Beckham, primogenito dell’ex campione inglese e della ex Spice Girl, è tornato ad attaccare pubblicamente la famiglia accusando i genitori di aver trasformato la sorella minore Harper in uno strumento della guerra che da mesi divide il clan più famoso del Regno Unito.

La nuova polemica nasce da alcune fotografie pubblicate dalla stampa britannica che mostrano Harper, 14 anni, mentre consegna una lettera alla casa di Los Angeles dove Brooklyn vive con la moglie Nicola Peltz. Secondo la ricostruzione riportata dal Telegraph e da Page Six, la ragazza avrebbe tentato di incontrare il fratello senza riuscirci.

Poche ore dopo, però, fonti vicine a Brooklyn hanno insinuato che la visita non fosse affatto spontanea ma una sorta di operazione mediatica organizzata dai genitori. Secondo un portavoce, “che i fotografi fossero già sul posto quando la lettera è stata consegnata dice tutto”.

La replica dell’entourage dei Beckham non si è fatta attendere. Fonti vicine alla famiglia, citate dal Telegraph, hanno definito le accuse “incredibilmente tristi”, sostenendo che Harper non avrebbe avuto alcun ruolo in una presunta operazione mediatica. “È davvero triste che una simile accusa venga rivolta a una ragazza innocente che sente disperatamente la mancanza del fratello”, hanno dichiarato. Le stesse fonti hanno aggiunto che “non c’era alcun bisogno di dire nulla” e che insinuare una messa in scena sarebbe “davvero inutile”.

L'articolo “Hanno usato mia sorella, lo dimostra il fatto che quando è arrivata c’erano i fotografi”, “Triste accusare una ragazza innocente”: la guerra tra Brooklyn Beckham e i genitori David e Victoria continua proviene da Il Fatto Quotidiano.

Terrorismo, arrestato 16enne a Bologna: trovati manuali per fabbricare armi e materiale riconducibile alla “white jihad”

17 Giugno 2026 ore 09:43

Un ragazzo di 16 anni, residente in provincia di Bologna, è stato arrestato dalla Digos di Verona per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Le indagini evidenzierebbero una contaminazione tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista, fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono “white jihad“: si tratterebbe dell’adozione di tattiche e retoriche jihadiste da parte di gruppi di suprematisti bianchi e neonazisti. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento di materiale jihadista e manuali per fabbricare armi.

Con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale a carico del 16enne, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Le indagini – eseguite dagli investigatori della Digos della Questura di Verona – evidenzierebbero una contaminazione tra ideologie apparentemente distanti ma accomunate dall’esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Le indagini sul canale web hanno portato a identificare l’utilizzatore dell’account, un 16enne residente nel bolognese, e il coordinamento delle attività è stato trasferito dalla Procura distrettuale di Venezia a quella per i Minorenni del capoluogo emiliano.

Nel corso della perquisizione nell’abitazione del minore sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Sullo smartphone c’era altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.

C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage veniva indicato come modello da emulare. Gli attacchi terroristici avvenuti il 15 marzo 2019 a Christchurch, in Nuova Zelanda, hanno colpito una moschea e un centro islamico, entrambi luoghi affollati da persone di religione musulmana che praticavano la preghiera del venerdì, causando la morte di 51 persone e il ferimento di altre 89.

Tra le conversazioni del 16enne, sono emersi propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e ad azioni violente nei confronti di categorie come “magistrati e giornalisti influenti“. Il minore è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato portato in una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto è stato convalidato dall’Autorità Giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare, acquisire o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.

L'articolo Terrorismo, arrestato 16enne a Bologna: trovati manuali per fabbricare armi e materiale riconducibile alla “white jihad” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Manuel Agnelli si fa male al braccio destro e rinuncia al concerto “S.O.S. Palestina 2” di Piero Pelù: “Io e gli Afterhours non potremo esserci” – IL VIDEO

17 Giugno 2026 ore 09:42

Tutto esaurito sabato 20 giugno all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze per “S.O.S. Palestina 2“, il grande concerto-evento voluto da Piero Pelù per aiutare Medici Senza Frontiere nel lavoro che la ONG svolge per aiutare le vittime del genocidio. Tra i protagonisti sul palco mancheranno gli Afterhours e c’è un motivo.

Manuel Agnelli si è fatto male e con un video condiviso sui social ha spiegato il perché del forfait: “Ciao ragazzi, questo per dirvi che purtroppo io e gli Afterhours non potremo esserci il 20 di giugno a Firenze per il concerto per la Palestina per raccogliere fondi per Medici senza frontiere”.

E ancora: “Non potremo esserci perché mi sono infortunato, quindi purtroppo non ci sarò. È molto importante però partecipare, noi aderiamo il 100% a questa iniziativa di Piero Pelù. Ci siamo già stati a Firenze a settembre per la stessa cosa ed è stato molto importante, molto potente e anche molto divertente. Quindi vi invitiamo a partecipare, vi invitiamo a far sentire la vostra voce e vi abbracciamo forte”.

Dunque restano confermati per l’evento: Antonella Bundu, Brunori SAS, Clet, Dario Salvetti, Enzo Iacchetti, Fast Animals and Slow Kids, Giancane, Giorgio Canali & RossoFuoco, Giulio Cavalli, Laika, Litfiba, Maria Elena Delia, Moni Ovadia, Peppe Voltarelli, Poeti Palestinesi, Riccardo Noury (Amnesty International), Sanitari per Gaza, Saverio Tommasi, Superluna, Tre Allegri Ragazzi Morti e Willie Peyote.

L'articolo Manuel Agnelli si fa male al braccio destro e rinuncia al concerto “S.O.S. Palestina 2” di Piero Pelù: “Io e gli Afterhours non potremo esserci” – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Nessuno era incaricato dei controlli finali”: il team ammette l’errore che ha portato alla morte della 21enne con il bungee jumping. Il post “premonitore”, la fuga e la GoPro scomparsa

17 Giugno 2026 ore 09:37

L’assenza totale di un protocollo di sicurezza, un’attività condotta in maniera completamente abusiva e il sospetto inquinamento delle prove sulla scena della tragedia. Si aggrava la posizione degli istruttori coinvolti nella morte di Maria Eduarda Rodrigues de Freitas, la ragazza di 21 anni precipitata sabato scorso dal Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto) a Limeira, nello Stato di San Paolo. Come riportato dal “New York Times”, che ha visionato i rapporti della Polizia Civile brasiliana, l’indagine ha portato all’arresto di tre uomini legati alla società organizzatrice. Dagli interrogatori è emersa la piena ammissione delle negligenze che hanno portato gli operatori a lanciare la giovane nel vuoto da un’altezza di quasi 30 metri senza averle agganciato la corda salvavita.

L’ammissione di colpa: “Nessun addetto ai controlli finali”

I video diffusi in rete mostrano la dinamica esatta dell’incidente: la vittima, seppur equipaggiata con casco e imbracatura, è stata sollevata dagli operatori dell’azienda “Entre Cordas” sopra le loro teste in posizione “superman” e spinta dallo strapiombo, mentre i moschettoni della sua imbracatura erano vuoti e la corda giaceva a terra. Messo alle strette dagli investigatori, uno degli organizzatori ha formalmente ammesso l’errore fatale, spiegando che all’interno del gruppo di lavoro non esisteva alcuna figura specificamente incaricata dei controlli finali prima del salto. La verifica dell’attrezzatura, ha dichiarato l’uomo, veniva svolta “collettivamente” dal personale presente in modo del tutto informale. Una disorganizzazione che non ha lasciato scampo alla ventunenne: all’arrivo delle forze dell’ordine, un’infermiera presente sul posto stava già tentando le manovre di rianimazione, ma la polizia non ha potuto far altro che constatare l’assenza di segni vitali.

Il tentato inquinamento delle prove: la fuga e la GoPro scomparsa

Il rapporto visionato dal “New York Times” evidenzia dettagli inquietanti sui minuti successivi alla tragedia. Dopo essere stati inizialmente interrogati dalla polizia giunta sul ponte, due dei tre istruttori arrestati hanno tentato la fuga allontanandosi dalla scena del crimine, per poi essere rintracciati e fermati poco dopo dalle autorità. Sull’indagine pende inoltre il giallo di una prova fondamentale misteriosamente sparita. La Polizia ha confermato che Maria Eduarda, al momento del salto, indossava una piccola videocamera in stile GoPro per riprendere l’esperienza in prima persona. Tuttavia, gli agenti non sono riusciti a ritrovarla né sul corpo né nell’area dell’impatto. Interrogati in merito, gli istruttori hanno dichiarato di non sapere dove si trovi il dispositivo.

Attività abusiva e l’ultimo post sui social

A confermare il quadro di totale illegalità è intervenuto il Ministero della Gestione e dell’Innovazione nei Servizi Pubblici del Brasile, il quale ha certificato che la società “Entre Cordas” non disponeva di alcuna autorizzazione per condurre attività di salto dal viadotto in disuso. Il quotidiano statunitense precisa inoltre la natura dell’attività: si trattava di “rope jumping”, una disciplina simile al bungee jumping ma che utilizza una fune meno flessibile progettata per far oscillare il saltatore verso l’esterno una volta tesa. A rendere la tragedia ancora più drammatica sono i contenuti pubblicati dalla vittima sui social network poco prima di morire. La giovane, sepolta domenica scorsa, aveva condiviso fotografie del ponte alternando entusiasmo e timore. In uno dei post aveva inquadrato un cartello di avvertimento sul rischio di morte presente sul viadotto, mentre in un’altra storia su Instagram aveva ironizzato sul salto imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha lasciato saltare da un ponte?”. I nuovi sviluppi investigativi hanno riacceso il dibattito nazionale in Brasile sull’urgenza di regolamentare severamente i protocolli di sicurezza per gli sport estremi.

L'articolo “Nessuno era incaricato dei controlli finali”: il team ammette l’errore che ha portato alla morte della 21enne con il bungee jumping. Il post “premonitore”, la fuga e la GoPro scomparsa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Eminem contro Facebook, Instagram e WhatsApp: l’editore del rapper fa causa da 109 milioni di dollari per presunta violazione del copyright nelle librerie musicali

17 Giugno 2026 ore 09:10

Un giudice federale ha dato il via libera all’editore musicale di Eminem per procedere con una causa da 109 milioni di dollari contro Meta, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp. Al centro della controversia vi sono presunte violazioni del copyright relative all’utilizzo non autorizzato di brani musicali all’interno delle piattaforme del colosso tecnologico. La decisione del tribunale apre la strada a quello che potrebbe rivelarsi uno dei casi legali più significativi nel settore della musica e dei social media degli ultimi anni.

L’ordinanza è stata emessa martedì 16 giugno, come riporta Billboard, e di fatto respinge la richiesta di Meta di archiviare la causa per violazione diretta del copyright intentata dal detentore dei diritti musicali Eight Mile Style. Ciò significa che il colosso dei social media dovrà affrontare il lungo processo di acquisizione delle prove.

Eight Mile possiede 243 composizioni, tra cui successi di Eminem come “Lose Yourself”. L’editore ha citato in giudizio Meta lo scorso anno, sostenendo che le sue controllate Facebook, Instagram e WhatsApp avessero inserito il suo catalogo nelle librerie musicali delle app senza una licenza valida. La società Eight Mile ha avanzato una richiesta di risarcimento al massimo consentito dalla legge, fissato in 150.000 dollari per ciascuna violazione accertata. Moltiplicando tale importo per le 243 canzoni coinvolte e le tre piattaforme interessate, si giunge a una somma complessiva che raggiunge la cifra astronomica di 109,4 milioni di dollari.

Gli avvocati di Meta hanno definito la causa “fantasiosa” e la richiesta di risarcimento “sbalorditiva”. La società ha sostenuto che le accuse fossero troppo generiche per superare una prima richiesta di archiviazione, ma il giudice Brandy R. McMillion non d’accordo perché la denuncia “contiene elementi sufficienti per affermare plausibilmente che Meta ha commesso atti di violazione del copyright”.

L'articolo Eminem contro Facebook, Instagram e WhatsApp: l’editore del rapper fa causa da 109 milioni di dollari per presunta violazione del copyright nelle librerie musicali proviene da Il Fatto Quotidiano.

I fenomeni irrompono al Mondiale: Messi a 39 anni firma una storica tripletta. A Mbappé risponde Haaland | Risultati e nuove classifiche

17 Giugno 2026 ore 08:59

I fenomeni hanno fatto irruzione nel Mondiale. Nella serata e poi nella notte italiana sono arrivati i primi squilli delle stelle più attese della competizione: Lionel Messi, Kylian Mbappé ed Erling Haaland hanno trascinato le rispettive nazionali all’esordio, lasciando subito il segno. A prendersi la scena è stato soprattutto il fuoriclasse argentino, a 39 anni (li compirà il prossimo 24 giugno) autore di una storica tripletta contro l’Algeria che gli ha permesso di agganciare Miroslav Klose in cima alla classifica dei migliori marcatori di sempre della Coppa del Mondo.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Mondiali, cosa è successo nella notte

All’Arrowhead Stadium di Kansas City, l’Argentina campione del mondo ha superato l’Algeria per 3-0 grazie a una serata da leggenda del numero 10. Messi ha aperto le marcature al 17’ su assist di Rodrigo De Paul, ha raddoppiato al 60’ sfruttando una ribattuta favorevole e ha completato la sua prima tripletta mondiale al 76’. Un’impresa che arriva esattamente vent’anni dopo il suo esordio iridato e che lo porta a quota 16 reti nei Mondiali, eguagliando il record di Klose.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Al termine della partita Messi si è lasciato andare all’emozione: “Mi rende molto felice aver vissuto tutto ciò che mi è capitato nella vita. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta. Sono molto felice e grato per questo gruppo meraviglioso. Mi sto godendo ogni momento”. Elogi anche da parte di De Paul: “Avere Leo è un vantaggio per il modo in cui guida il gruppo e lo trascina in avanti. Per quello che rappresenta”. Ancora più sintetico il ct Lionel Scaloni: “Non ho parole per Leo. Cosa posso dire? È incredibile”.

Nel Gruppo I ha vinto anche la Francia, che nella serata italiana di martedì ha battuto il Senegal per 3-1. Dopo un primo tempo bloccato, a rompere l’equilibrio è stato Mbappé al 66’. Barcola ha firmato il raddoppio all’82’, poi nel recupero sono arrivati il gol senegalese di Mbaye e la seconda rete personale di Mbappé – con uno splendido tiro da fuori – che ha chiuso definitivamente i conti. I Bleus raggiungono così quota tre punti.

In vetta al girone insieme alla Francia c’è anche la Norvegia, trascinata da un altro dei protagonisti più attesi del torneo. Erling Haaland ha firmato una doppietta nel 4-1 contro l’Iraq, segnando al 29’ e al 43’ del primo tempo. In mezzo era arrivato il momentaneo pareggio di Hussein, ma nella ripresa Ostigard e il gol nel recupero che ha fissato il punteggio sul 4-1 hanno completato la festa degli scandinavi, tornati a giocare un Mondiale per la prima volta dal 1998.

Nel Gruppo J, infine, successo per l’Austria, che ha superato la Giordania per 3-1. A segno Schmid nel primo tempo, poi il pareggio di Olwan. Nel finale l’autogol di Al Arab ha riportato avanti gli austriaci, prima del rigore trasformato da Arnautovic nei minuti di recupero.

Mondiali, i risultati delle partite di oggi

Argentina-Algeria 3-0 (Messi 17’, 60’, 76’)

Francia-Senegal 3-1 (nel st 21’ Mbappé, 37’ Barcola, 50’ Mbaye, 51’ Mbappé)

Norvegia-Iraq 4-1 (nel pt 29’ e 43’ Haaland, 39’ Hussein; nel st 31’ Ostigard, 47’ gol che fissa il 4-1)

Austria-Giordania 3-1 (nel pt 21’ Schmid; nel st 5’ Olwan, 31’ aut. Al Arab, 45’+ rig. Arnautovic)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

table visualization

L'articolo I fenomeni irrompono al Mondiale: Messi a 39 anni firma una storica tripletta. A Mbappé risponde Haaland | Risultati e nuove classifiche proviene da Il Fatto Quotidiano.

Morto Carlo Ginzburg, lo storico italiano aveva 87 anni. È stato il maestro della “microstoria”

17 Giugno 2026 ore 08:48

È morto a 87 anni Carlo Ginzburg, considerato uno dei più importanti storici italiani del Novecento e tra gli studiosi italiani più conosciuti e tradotti nel mondo. Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, ha lasciato un segno profondo nella ricerca storica grazie a un approccio innovativo che lo ha reso il principale interprete della cosiddetta “microstoria”.

Professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era formato, nel corso della sua carriera ha insegnato anche all’Università di Bologna e in prestigiosi atenei statunitensi come Harvard, Yale, Princeton e UCLA. La sua notorietà internazionale è legata soprattutto agli studi sulla stregoneria, l’eresia e le credenze popolari tra Medioevo ed età moderna. Giovanissimo, negli anni Sessanta, scoprì negli archivi friulani le tracce dei “benandanti”, figure considerate una sorta di guaritori e accusate dall’Inquisizione di eresia. Da quella ricerca nacque I benandanti, pubblicato nel 1966 e destinato a diventare un testo di riferimento.

Dieci anni più tardi arrivò uno dei suoi libri più celebri, Il formaggio e i vermi, dedicato alla vicenda del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento. Attraverso la storia di un singolo individuo, Ginzburg mostrò come fosse possibile comprendere fenomeni storici più ampi, portando al centro dell’attenzione le classi popolari e le loro culture.

La sua attività di ricerca non si limitò però alla storia religiosa e alle persecuzioni. Nel corso degli anni si occupò di storia del pensiero politico, metodologia della ricerca storica e rapporto tra verità e menzogna. Convinto che lo storico dovesse confrontarsi con le prove e con la realtà dei fatti, si oppose alle interpretazioni che riducevano la storiografia a una semplice costruzione narrativa. Tra le sue opere più note figura anche Il giudice e lo storico del 1991, nel quale analizzò il processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, applicando gli strumenti dello storico all’esame di documenti giudiziari contemporanei.

Studioso curioso e interdisciplinare, Ginzburg ha sempre intrecciato storia, antropologia, filologia, letteratura e storia dell’arte, spaziando da temi apparentemente lontanissimi tra loro. La sua capacità di osservare grandi questioni attraverso dettagli marginali e vicende individuali ha influenzato generazioni di ricercatori e contribuito a rinnovare profondamente il modo di fare storia.

L'articolo Morto Carlo Ginzburg, lo storico italiano aveva 87 anni. È stato il maestro della “microstoria” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo”

17 Giugno 2026 ore 08:23

Venerdì 19 giugno sul tavolo a Lucerna non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.

Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.

La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.

Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.

Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.

Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.

L'articolo Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Non saltate i pasti e mangiate frutta. Scandite la giornata, staccando il cervello con attività”: le strategie per combattere l’ansia e affrontare al meglio la Maturità

17 Giugno 2026 ore 08:14

Ultime ore prima dell’avvio della Maturità. La tensione cresce per i 500mila studenti che da giovedì dovranno affrontare l’esame di Stato, ma qualche strategia per governare le emozioni e per arrivare sereni alla prova c’è: sapere come nutrirsi e come allenare il cervello. Abbiamo chiesto “aiuto” a due esperti: la dietista Elena Piovanelli e il neurologo Michele Gennuso, direttore del Dipartimento di riabilitazione neurologica della Fondazione Camplani nella casa di Cura Ancelle di Cremona, oltre che professore di Neurofisiologia del sistema nervoso presso l’Università degli Studi di Cremona.

Piovanelli lavora in questo settore da oltre vent’anni, tenendo diversi progetti di educazione alimentare nelle scuole. La dietista non ha dubbi: “Prima regola, una buona idratazione. I prossimi giorni dovremo fare i conti con un’ondata di calore con picchi che arriveranno oltre i trenta gradi. Se si beve poco il cervello va in sofferenza, la concentrazione viene meno. Considerando l’età bisognerebbe bere un paio di litri d’acqua al giorno. Frizzante o meno ma acqua”. Attenzione: no all’acqua fredda che potrebbe creare una congestione proprio a poche ore dall’esame.

Altro consiglio: “Non saltare i pasti. Spesso i ragazzi – sottolinea l’esperta – sballano il loro bio ritmo, perdono l’abitudine di far colazione per poi cercare cibi ‘palatabili’. È necessario, invece, fare tre pasti al giorno oltre a due/tre spuntini”. Approvati lo yogurt, la frutta, una fetta di pane e prosciutto o cioccolato. Bocciati gli snack salati perché per “smaltirli serve ancora più acqua”.

Terzo suggerimento: frutta a colazione. La dottoressa Piovanelli non vieta un cornetto o il caffè ma caldeggia meloni, albicocche, ciliegie, frutti di bosco perché contengono acqua, sali minerali, vitamine, anti ossidanti, zuccheri e fibre che contribuiscono al senso di sazietà. Ad andare a braccetto con quest’ultimo incoraggiamento c’è quello di valorizzare i piatti freddi: riso, pasta, cuscus. Infine, “vanno evitati gli alcolici”. Piovanelli sa che molti giovani bevono drink o birra ma consiglia di evitarli almeno in questo periodo: “L’alcool una volta ingerito nelle ore successive va smaltito. La sera non permette di riposare bene”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il neurologo Gennuso: “Una leggenda metropolitana dice che l’uso della cannabis possa contribuire all’apprendimento, ma in realtà le droghe aumentano la perdita delle funzioni mnemoniche. Meglio evitarle, quindi”. Per Gennuso, comunque, la regola principe è “dormire bene. Non bisogna ritardare l’addormentamento stando davanti agli schermi perché i social in modo particolare attivano molto l’attenzione che è la porta d’ingresso della memoria”.

E l’ansia? “C’è, è necessaria perché stimola a trovare percorsi per apprendere ma non deve diventare patologica. Va assecondata ma vanno eliminati i pensieri intrusivi, catastrofici”. Insomma al bando i “ma andrà tutto male” o “non ce la farò”, così anche gli ansiolitici. Ad aiutare i ragazzi, invece, è lo “scandire la giornata – precisa il medico – andando a nuotare, a correre, staccando il cervello con pause e attività che creino gratificazione”. Così anche “studiare in maniera regolare senza la brama dell’imparare tutto all’ultimo minuto”.

L'articolo “Non saltate i pasti e mangiate frutta. Scandite la giornata, staccando il cervello con attività”: le strategie per combattere l’ansia e affrontare al meglio la Maturità proviene da Il Fatto Quotidiano.

Toto-tracce Maturità, le tre proposte di Galiano: “Deledda, gli 80 anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”

17 Giugno 2026 ore 08:14

Grazia Deledda, gli ottant’anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”. A lanciare una terna secca nel toto tracce è Enrico Galiano, professore di italiano, storia e geografia alle scuole medie dell’istituto comprensivo di Chions, in provincia di Pordenone, ma anche scrittore, molto amato dagli adolescenti e dai docenti.

Il suo pronostico, pensato per ilFattoQuotidiano.it che lo ha raggiunto tra un viaggio e l’altro in treno, non è una profezia perché Galiano sa bene che il tototracce “è un grande sport nazionale in cui è molto difficile vincere”. Ma il suo occhio da insegnante, da appassionato della letteratura, da autore (l’ultimo suo libro è “Il cuore non va a dormire” edito da Einaudi) che guarda con attenzione alla cronaca con la capacità di avere uno sguardo divergente, lo ha portato a ipotizzare queste tre proposte.

Grazia Deledda, per la tipologia A ovvero l’analisi e l’interpretazione di un testo letterario italiano. “Deledda – ci spiega Galiano – perché nel 2026 cade il centenario del Nobel: sarebbe una scelta giusta, anche simbolica. Una grande autrice italiana, spesso lasciata ai margini, che invece avrebbe moltissimo da dire ancora oggi sul destino, sulla libertà, sulle radici, sulla fatica di essere sé stessi dentro un mondo che ti ha già scritto addosso un ruolo”. La scrittrice sarda non è mai stata proposta come autore della prima prova ordinaria negli ultimi decenni. È comparsa solo in alcune prove supplettive ma si tratterebbe di una novità assoluta. Sono in tanti ad averla citata nel “toto-tema” e anche l’IA ha puntato su di lei.

Per la tipologia B, ovvero l’analisi e la produzione di un testo argomentativo, Galiano va sul sicuro: “È molto credibile una traccia sugli 80 anni della Repubblica. Mi auguro però che non diventi una celebrazione da trombone e fascia tricolore, ma una riflessione viva su che cosa significhi oggi essere cittadini: partecipare, scegliere, discutere, avere diritti e anche responsabilità. In un tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano, sarebbe una traccia molto attuale”. Anche in questo caso si tratta di un tema suggerito anche dall’intelligenza artificiale e da molti docenti che in queste ore postano consigli sui social.

Novità assoluta, invece, la proposta di Galiano per la terza pista, ovvero la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità: “Secondo me, riguarda il linguaggio dell’odio e la responsabilità delle parole perché oggi quest’ultime sembrano leggerissime: le scrivi, le posti, le lanci, e dopo un secondo sei già altrove. Però, intanto, quelle parole restano addosso a qualcuno. Feriscono, isolano, accendono rabbia, costruiscono muri. E allora sarebbe bello chiedere ai ragazzi proprio questo: che cosa facciamo, ogni giorno, con le parole che abbiamo in mano?”. Galiano conclude: “Poi naturalmente il ministero potrebbe tirare fuori tutt’altro ma se dovessi giocarmi tre fiches, le metterei qui”.

L'articolo Toto-tracce Maturità, le tre proposte di Galiano: “Deledda, gli 80 anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

17 Giugno 2026 ore 08:04

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

L'articolo Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.

Divieto social per i minori, non solo Gran Bretagna: il blocco avanza in Europa e nel mondo. E l’Italia? Frena

17 Giugno 2026 ore 08:03

Al G7 di Evian, in Francia, è risuonato forte l’appello per tutelare i minori dai rischi dei social network e dell’Intelligenza artificiale. Novantacinque giovani di 19 Paesi si sono riuniti in questi giorni a Parigi per lanciare il monito sulla salute mentale dei più giovani, minacciata da Big Tech. Ai leader del mondo occidentale hanno presentato il cosiddetto “Manifesto della Gioventù” (‘Youth Manifesto’), invocando ”tutele” che “non possono essere lasciate solo nelle mani di aziende che sviluppano questi strumenti o agli adulti che non sono cresciuti con la presenza costante dell’Ia”. La ”protezione on-linedell’infanzia è tra le priorità della presidenza francese del G7. Del resto Parigi è la capitale più decisa a rescindere la dipendenza tecnologica dai colossi americani; ed è tra le prime nazioni europee ad aver proposto il divieto di accesso ai social network per i minori, fissando l’asticella nazionale a 15 anni. Nei giorni scorsi è salita sul carro dei divieti anche Londra, con l’annuncio del premier Keir Starmer.

La Gran Bretagna per la linea dura: divieto social fino a 16 anni

Secondo il premier britannico le tutele per i minori “potrebbero persino andare un po’ oltre”, rispetto al divieto australiano. “È la linea che piace ai governi, perché è visibile e facile da raccontare“, dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato specializzato Marco Martorana, docente di Diritto della Privacy presso l’Università Mercatorum. Peccato che funzioni “meno bene di come la si racconti”, dice l’esperto. “In Australia – prosegue – l’autorità ha aperto istruttorie contro cinque piattaforme e ha ammesso che circa sette ragazzi su dieci continuano ad accedere lo stesso”. Secondo Martorana, “Australia e Regno Unito spostano tutto il peso sulle piattaforme e tolgono ai genitori perfino la facoltà di autorizzare il figlio. Altri Paesi, dalla Francia al Portogallo, fanno l’opposto e rimettono la decisione in famiglia con il consenso dei genitori“.

La Terra dei canguri è stata la prima ad approvare una legge con il ban ai social network per i ragazzi, elevandolo a 16 anni. Poi sono seguiti altri Paesi e ora la lista è lunga, tra provvedimenti in via di approvazione o solo annunciati. Tutti nel nome della tutela dei minori, dinanzi ai rischi del social network. Ma il convitato di pietra, in questi casi, è la soluzione tecnica e l’atteggiamento poco o nulla collaborativo delle piattaforme: come verificare l’età degli utenti, senza la collaborazione di Big Tech? In mancanza dei monitoraggi sulle date di nascite, qualunque divieto è inapplicabile. In Italia, ad esempio, vige già il divieto di accesso ai servizi digitali e di Intelligenza artificiale, per i minori di 14 anni, ma solo sulla carta. Il 10 giugno il governo ha approvato due decreti attuativi sull’Ia, ma il ban per l’accesso ai social network resta congelato da 8 mesi, malgrado il Parlamento sarebbe pronto ad approvarlo. Mentre le giravolte di Palazzo Chigi non hanno certo accelerato la pratica. Il governo Meloni, per tutelare i minori, ha caldeggiato le multe ai genitori che non controllano i figli con il parental control, una linea gradita alle piattaforme. L’Australia (e non solo) invece ha approvato la legge già a dicembre 2025 con sanzioni milionarie, non ai genitori bensì alle stesse piattaforme.

Le nazioni con il ban per i minori già in vigore: ma in Australia 7 minori su 10 conservano il profilo

L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver approvato una legge sul divieto di accesso ai social, fissandolo a 16 anni. Per gli utenti al di sotto di questa soglia di età, è prevista la rimozione del profilo su Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Le piattaforme che non rispettano il divieto rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Circa 4,7 milioni di account sono stati chiusi nelle settimane successive, secondo l’autorità delle comunicazioni australiane (eSafety); altri 300mila a inizio marzo scorso. Ma i dubbi sono ancora molti. Secondo il Garante australiano, circa 7 ragazzi su 10 hanno conservato il loro profilo, malgrado non abbiano ancora compiuto 16 anni. Il motivo? Secondo l’Australia le grandi piattaforme non applicano a dovere le verifiche dell’età. Sarebbe ancora possibile, in molti casi, registrarsi ai servizi con una semplice autodichiarazione sull’età, mentendo senza alcun controllo da parte dei colossi. Oppure barando con le scansioni facciali, un sistema con un tasso fisiologico di errore: stando a eSafety, le piattaforme consentono ai minori di tentare più e più volte la registrazione, finché quest’ultima non vada in porto. E quando emergono sospetti sull’età reale, i colossi ometterebbero verifiche più stringenti come la presentazione dei documenti d’identità, lamenta l’autorità australiana. E ora, entro la metà del 2026, l’Australia potrà decidere su eventuali multe per Big Tech.

In Malesia la legge per il divieto di accesso fino a 16 anni è entrata in vigore il primo gennaio 2026 in virtù del regolamento dell’Autorità del per comunicazioni. Il governo aveva già annunciato il ban a novembre 2025. Le piattaforme con almeno 7 milioni di utenti (inckuse Facebook, Instagram, TikTok e YouTube) devono prima ottenere una licenza dallo Stato, poi rispettare l’obbligo della verifica dell’età e moderare i contenuti per la sicurezza dei minori online. Le sanzioni previste, a carico delle piattaforme, ammonterebbero fino a 10 milioni di ringgit (poco più di 2 milioni di euro).

In Indonesia lo stop agli under 16 è attivo dall’ultima settimana di marzo e include TikTok, Facebook, Instagram, Threads, YouTube, X, Roblox, Bigo Live. Secondo i media internazionali, la misura è graduale e gli account inizialmente disattivati saranno quelli delle piattaforme considerate ad alto rischio. Ma già il 31 marzo, come riportato da diversi media, il governo indonesiano aveva inviato lettere a Google e Meta, per il “mancato rispetto” del ban. “Le due aziende potrebbero essere punite con sanzioni amministrative, come previsto dalla normativa in vigore”, ha dichiarato la ministra delle comunicazioni Meutya Hafid.

Europa, lavori in corso: in Francia e Spagna leggi per i minori online in via di approvazione

In Francia, l’Assemblea Nazionale ha detto sì al divieto sotto i 15 anni con il disegno di legge n. 2107, tranne nel caso in cui i genitori diano il consenso. Manca il passaggio al Senato prima del voto finale della Camera bassa. L’obiettivo è essere operativi per settembre 2026. Già nel 2023 Parigi aveva varato una misura per fissare a 15 anni la “maggiore età digitale”, ma Bruxelles la contestò. Stavolta si prevede il via libera europeo. Parigi si è mossa dopo la relazione della “Commissione d’inchiesta sugli effetti psicologici di TikTok sui minori”, con dati e conclusioni allarmanti. Ecco uno stralcio pubblicato da Guido Scorza sul sito agenda digitale: “Troppi social network hanno effetti devastanti sulla salute dei minori e le misure messe in atto per porvi rimedio sono ben lungi dal rispondere all’urgenza della situazione”. La legge imporrebbe alle piattaforme di sospendere gli account già creati dai minori di 15 anni, con elevate sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza.

In Spagna, il premier Pedro Sanchez caldeggia una legge a tutela dei minori e a gennaio ha innescato un duro scontro con Elon Musk. “Proteggeremo i nostri ragazzi dal Far West digitale”, aveva assicurato il premier iberico, innescando innescando la reazione del miliardario di Space X. Il leader di Madrid? “Un tiranno e traditore del popolo spagnolo”, anzi “un vero fascista totalitario”, secondo Musk. L’obiettivo di Sanchez è vietare l’accesso ai social fino a 15 anni. Per la verifica dell’età, qualora il provvedimento fosse approvato, ci sarebbe la carta d’identità digitale europea. Non solo, Madrid vuole imporre sanzioni salate all’odio online, diffuso anche da algoritmi votati alla polarizzazione e al contrasto delle opinioni. “Diffondere odio dovrà avere un costo: legale, economico ed etico”, ha avvertito Sánchez. Che punta a far pagare personalmente i Ceo delle piattaforme per eventuali negligenze sulla sicurezza dei minori. “Modificheremo la legislazione spagnola affinché i dirigenti delle piattaforme siano legalmente responsabili delle numerose violazioni che si verificano sulle loro piattaforme”, il monito del premier inviso a Donald Trump.

In Portogallo la proposta di legge è stata approvata in prima lettura, a febbraio 2026: prevede il divieto totale di accesso ai social sotto i 13 anni e il consenso dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Ma prima di entrare in vigore serviranno i dettagli tecnici di applicazione da parte dell’Autorità pubblica. La verifica dell’età dovrebbe avvenire attraverso un sistema digitale denominato Digital Mobile Key (Dmk), secondo la testata Euronews.

In Danimarca la legge è stata annunciata a fine ottobre 2026 con un accordo di governo ed è attesa a breve, per la metà del 2026: l’obiettivo è fissare l’asticella per l’ingresso ai social a 15 anni. La premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha lanciato proclami allamati: “Abbiamo scatenato un mostro”, “mai prima d’ora ci sono stati così tanti bambini e giovani che soffrono di ansia e depressione”, “gli smartphone e i social hanno rubato l’infanzia dei nostri figli”. Anche la Norvegia si muove per vietare l’accesso ai social fino a 16 anni.

La Germania sulla stessa linea, Merz: “Abituare minori all’uso dei social? No, allora anche l’alcol dalle elementari”

Allo stadio iniziale della discussione si trova la Germania. Già a febbraio, dopo Macron e Sanchez, anche Merz aveva tuonato contro l’abuso dei social network in età precoce. “Se oggi i ragazzini di 14 anni trascorrono fino a 5 ore davanti allo schermo, e se la socializzazione avviene soltanto attraverso questo strumento, non possiamo meravigliarci di deficit di personalità e problemi nei comportamenti sociali”, ha dichiarato il cancelliere. Merz ha ribadito l’esigenza di insegnare ai ragazzi il corretto uso dei social, ma ponendo limiti e paragonando i social alle bevande alcoliche: “L’idea che debbano abituarsi non la condivido. Allora dovremmo consentire anche l’uso dell’alcol fin dalle elementari, in modo che ci si abituino”.

Anche il governo austriaco a marzo ha annunciato l’intenzione di una stretta per gli utenti fino a 14 anni, grazie ad un accordo in seno al governo guidato da Christian Stocker. “Non resteremo più a guardare mentre queste piattaforme rendono i nostri figli dipendenti e spesso anche malati… I rischi associati a questo utilizzo sono stati ignorati fin troppo a lungo, ora è il momento di agire”, ha il vicecancelliere Andreas Babler. Ma ad oggi non risultano date previste per l’approvazione della legge. Sulla stessa linea il governo della Polonia.

L'articolo Divieto social per i minori, non solo Gran Bretagna: il blocco avanza in Europa e nel mondo. E l’Italia? Frena proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di Paesi”: la lettera di 14 Nazionali contro Ceferin, che ha criticato i Mondiali

17 Giugno 2026 ore 08:02

Il Mondiale di calcio 2026 è appena cominciato, ma c’è già chi ne ha avuto abbastanza. E non si tratta di una personalità qualsiasi. A finire al centro della tempesta è stato Aleksander Ceferin, presidente UEFA, protagonista di una polemica che sta facendo molto discutere. Tutto è partito da Lubiana, la sua città natale. Durante una conferenza dal titolo “Più di un gioco”, Ceferin ha espresso dubbi sull’allargamento della Coppa del Mondo da 32 a 48 squadre, una novità storica introdotta proprio in questa edizione per volontà del suo rivale Gianni Infantino, presidente FIFA.

Secondo quanto riportato dal quotidiano sloveno Delo, il numero uno della UEFA ha definito questa espansione “un errore“, sostenendo che il nuovo format produce anche “partite senza interesse”. Parole che da quattordici Paesi partecipanti sono state percepite come una grave offesa. E infatti la risposta è arrivata rapidamente, compatta e soprattutto dura. Le federazioni di Capo Verde, Curacao, Giordania, Uzbekistan, Repubblica Democratica del Congo e Haiti, affiancate da Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Sudafrica, hanno diffuso un comunicato congiunto che va ben oltre la difesa del nuovo format. “Per i nostri Paesi non esiste una partita di Coppa del Mondo che non sia importante”, scrivono le federazioni.

Parole che raccontano due visioni opposte del torneo. Da una parte chi teme che l’allargamento possa diluire la qualità tecnica della competizione e far scemare l’interesse. Dall’altra, chi vede nella nuova formula un’opportunità storica per nazioni che per decenni sono rimaste ai margini del grande calcio. Per Capo Verde, Curacao, Giordania e Uzbekistan, la partecipazione ai Mondiali rappresenta infatti la realizzazione di un sogno inseguito da generazioni. Per Congo e Haiti significa invece il ritorno sulla scena più prestigiosa del calcio mondiale dopo assenze lunghissime.

Dietro queste qualificazioni, sottolineano le federazioni, ci sono anni di investimenti, sacrifici e lavoro. “Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di nazioni”, scrivono i firmatari. Una frase indirizzata direttamente ai vertici del calcio europeo e che riporta al centro una questione fondamentale: chi ha il diritto di decidere cosa è interessante e cosa non lo è in una Coppa del Mondo? Per milioni di tifosi africani, caraibici o asiatici, una sfida tra nazionali emergenti può avere un valore emotivo enorme, indipendentemente dal richiamo commerciale o dalla qualità tecnica percepita in Europa.

È proprio questo il punto sollevato dalle federazioni ribelli: ogni squadra presente al Mondiale si è qualificata sul campo e ogni partita rappresenta il culmine di un percorso sportivo e umano. Per questo, mentre il torneo entra nel vivo, la polemica aperta da Ceferin porta alla luce uno dei temi più profondi di questa edizione: il confronto tra un calcio sempre più globale e chi continua a guardarlo attraverso una prospettiva tradizionalmente eurocentrica.

Il mondiale extralarge di Gianni Infantino, che ha portato a un aumento del 50% delle squadre, ha come motivazioni soldi e potere. Non certo aiutare le piccole realtà calcistiche. Il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a tante nazioni che altrimenti il mondiale avrebbero solo potuto sognarlo (anche perché la distribuzione dei nuovi posti era piuttosto sbilanciata a sfavore dell’Europa) e sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso Fifa e costituiscono il consenso del presidente FIFA. Allo stesso tempo, però, il campo sta dimostrando che il baricentro del pallone non tende più solo verso l’Europa. Il Giappone ha risposto colpo su colpo all’Olanda. Il Belgio ha faticato con l’Egitto e, soprattutto, la Spagna si è scontrata contro il muro eretto da Vozinha, pareggiando con Capo Verde. Non tutte le partite sono inutili.

L'articolo “Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di Paesi”: la lettera di 14 Nazionali contro Ceferin, che ha criticato i Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.

Auto elettriche, lo studio che immagina quante ce ne saranno in Italia nel 2035

di: F. Q.
17 Giugno 2026 ore 08:00

L’Italia potrebbe arrivare al 2035 con un parco circolante composto da quasi 8 milioni di veicoli elettrici e ibridi plug-in. È una delle principali indicazioni contenute nel nuovo “Libro Bianco sulla mobilità elettrica” presentato dall’associazione lobbistica Motus-E durante una conferenza dedicata alle prospettive del settore automotive nei prossimi dieci anni.

Lo studio prova a delineare l’evoluzione della mobilità elettrica in un contesto che continua a essere caratterizzato da numerose incognite. Dall’andamento del mercato alle politiche europee, passando per gli incentivi e gli investimenti nelle infrastrutture, molte delle variabili che influenzeranno il settore restano infatti aperte. Secondo l’analisi, oggi in Italia circolano circa 830.000 veicoli elettrici e plug-in tra automobili, veicoli commerciali e mezzi pesanti. Sul territorio nazionale sono inoltre presenti oltre 78.000 punti di ricarica pubblici.

Partendo da questi numeri, l’associazione ha elaborato due possibili scenari. Il primo, definito “Conservativo“, ipotizza il mantenimento dell’attuale quadro normativo, senza nuovi incentivi statali per le auto elettriche private e con una crescita più graduale del mercato. In questo caso il parco circolante arriverebbe nel 2035 a circa 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibride plug-in. I punti di ricarica pubblici supererebbero quota 130.000.

Lo scenario più favorevole, definito “Accelerato“, presuppone invece misure aggiuntive a sostegno della domanda, una maggiore elettrificazione delle flotte aziendali e nuovi investimenti nelle infrastrutture. In questa ipotesi i veicoli elettrici raggiungerebbero quota 6,8 milioni, mentre quelli plug-in si attesterebbero a circa 2,4 milioni. La rete pubblica di ricarica supererebbe i 160.000 punti distribuiti sul territorio nazionale.

In entrambi i casi, secondo lo studio, la diffusione della mobilità elettrica comporterebbe un aumento della domanda di energia elettrica compreso tra 15 e 18 TWh all’anno. Un livello che l’associazione considera compatibile con il sistema energetico nazionale. Uno degli aspetti maggiormente evidenziati riguarda la riduzione del consumo di petrolio. Le stime elaborate indicano infatti un possibile risparmio compreso tra 34,6 e 41,5 milioni di barili all’anno entro il 2035, con un valore economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro annui ai prezzi attuali.

Le previsioni arrivano in una fase complessa per il mercato europeo dell’auto elettrica. Dopo anni di forte crescita, il settore sta attraversando una fase di assestamento. Le vendite continuano ad aumentare in diversi Paesi europei, ma con velocità differenti. L’Italia rimane uno dei mercati con la quota di elettrico più bassa dell’Europa occidentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda il rapporto, le auto a batteria hanno rappresentato circa l‘8% delle immatricolazioni nazionali, contro una media europea del 20%.

Il quadro che emerge è quindi quello di una transizione ancora in corso. Le previsioni elaborate da Motus-E, che ricordiamo è l’associazione che riunisce aziende, operatori energetici e soggetti della filiera della mobilità elettrica, descrivono un possibile percorso di crescita del mercato italiano nel prossimo decennio.

Resta però difficile prevedere quale sarà la velocità effettiva di questa trasformazione. Negli ultimi anni il settore è stato influenzato da incentivi, andamento dei prezzi dell’energia, evoluzione delle tecnologie e scelte politiche spesso mutevoli. Proprio per questo, più che una fotografia del futuro, il Libro Bianco rappresenta una mappa dei possibili scenari che attendono l’automotive italiano da qui al 2035.

L'articolo Auto elettriche, lo studio che immagina quante ce ne saranno in Italia nel 2035 proviene da Il Fatto Quotidiano.

Lucchini potrà aumentare la produzione di acciaio del 25% senza valutazione di impatto ambientale: perché?

17 Giugno 2026 ore 07:32

La Lucchini RS Holding, approvando in questi giorni il bilancio 2025, ha reso noti i risultati positivi del Gruppo, che ha registrato ricavi pari a 583,1 milioni di euro e un utile di 52,6 milioni di euro. Il patrimonio netto è salito a 631 milioni di euro, confermando la solidità patrimoniale e finanziaria dell’azienda. Gli organici hanno raggiunto quota 2.298 dipendenti, di cui 836 nelle controllate estere. L’azienda ha inoltre portato gli infortuni sul lavoro ben al di sotto della media nazionale del settore.

L’impegno di Lucchini RS per l’economia circolare si è tradotto nell’attività dell’impianto di Montichiari (BS), che consente di recuperare e valorizzare sottoprodotti dell’acciaieria destinati all’edilizia e alle infrastrutture stradali. La Divisione Ferroviaria ha registrato una solida crescita grazie soprattutto delle società estere del Gruppo. Anche il comparto dei forgiati e dei fusi ha beneficiato dell’entrata in funzione, nel 2024, della nuova pressa da 7.000 tonnellate, che ha consentito alla forgia di Lovere di aumentare il peso dei lingotti utilizzati e di ampliare la gamma dimensionale dei prodotti offerti. Lucchini è inoltre leader europeo nella lavorazione e distribuzione di lamiere inossidabili ad alto spessore.

Il 2026 rappresenta un anno simbolico per il Gruppo, che celebra il 170esimo anniversario della fondazione dello storico stabilimento di Lovere, ma anche un anno strategico. La Provincia di Bergamo ha infatti aggiornato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento di Lovere per, come si legge in un comunicato dell’azienda, “favorire un utilizzo più flessibile e razionale degli impianti”.

In realtà, grazie a questa autorizzazione, ottenuta senza il ricorso alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), Lucchini RS potrà aumentare la produzione di acciaio da 250.000 a 310.000 tonnellate annue, con un incremento di circa il 25%.

I controlli fanno parte della normale vita di un’impresa. Un’acciaieria di interesse nazionale rappresenta comunque una potenziale fonte di impatto per la salute pubblica, soprattutto quando è collocata in prossimità di edifici e abitazioni, come avviene tra Lovere e Castro. La VIA non sarebbe stata un atto d’accusa nei confronti dell’azienda, bensì uno strumento di trasparenza e garanzia per tutti.

Alla luce dei risultati economici e delle prospettive di mercato, Lucchini RS è oggi l’unico produttore italiano di ruote ferroviarie forgiate e uno dei pochissimi a livello mondiale. Lo stabilimento di Lovere dispone dell’intera filiera produttiva dell’acciaio — acciaieria, fonderia, fucinatura e lavorazioni meccaniche — e produce componenti essenziali per il settore ferroviario, quali ruote, assili e sale montate destinati all’alta velocità, al trasporto regionale, alle metropolitane e ai treni merci.

Proprio in ragione di questo ruolo strategico e internazionale, l’azienda avrebbe potuto richiedere volontariamente una procedura di VIA. Se è convinta che l’aumento della produzione non comporti alcun impatto significativo, non si comprende perché temere una valutazione indipendente. Qualora emergessero criticità, ciò non significherebbe mettere in discussione l’attività produttiva, ma individuare eventuali problemi e affrontarli con gli strumenti più adeguati.

Considerata la solidità economica del Gruppo, eventuali interventi di mitigazione ambientale e ulteriori monitoraggi potrebbero essere sostenuti senza compromettere né l’occupazione né la competitività aziendale. Questi due adempimenti non sono in contraddizione con l’occupazione, non sono fatti per chiudere l’azienda, ma adempimenti per aprirla, modificarla e nel caso migliorare l’impatto.

Essendo un’acciaieria elettrica, con fonderia e forgia integrate, le emissioni complessive reali sono comunque rilevanti e andrebbero monitorate.

Pur non essendo stata ritenuta necessaria la VIA, un incremento della produzione di acciaio del 25% giustifica quantomeno l’avvio di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) indipendente, affinché lavoratori, cittadini e amministrazioni possano conoscere preventivamente gli effetti dell’aumento delle emissioni industriali, del traffico indotto e delle ricadute ambientali sulla salute pubblica.

I futuri incrementi di produttività consentirebbero di sostenere agevolmente i costi di queste valutazioni. Un’azienda strategica come Lucchini RS non può inoltre permettersi di dipendere esclusivamente dal trasporto su strada. È sufficiente ricordare come la frana che interessò la viabilità nel 2024 abbia bloccato per circa un mese l’attività produttiva e creato notevoli disagi anche ai cittadini di Lovere.

Non va dimenticato che, in passato, le chiatte lacustri trasportavano le ruote ferroviarie tra Lovere e Paratico, dove venivano inoltrate sulla rete ferroviaria nazionale. Oggi non è più possibile trasferire i camion su ferrovia attraverso il molo di Paratico, ormai urbanizzato, ma sarebbe comunque possibile utilizzare il trasporto via lago fino alla periferia di Costa Volpino (località Pizzo), riducendo il traffico pesante nel centro abitato e limitando i rischi derivanti da eventuali nuovi cedimenti della viabilità stradale.

Sorprende che un’analisi costi-benefici di questa soluzione non sia stata quantomeno presa in considerazione. In fondo, si tratterebbe per Lucchini RS di destinare una piccola parte dei benefici derivanti dal futuro aumento della produttività ai bisogni della comunità locale: molto più, e molto meglio, della modesta compensazione economica (triennale) di 210mila euro prevista dal protocollo d’intesa sottoscritto tra l’azienda e i Comuni di Lovere e Castro. Sviluppo e tutela ambientale posso correre assieme ma non così.

L'articolo Lucchini potrà aumentare la produzione di acciaio del 25% senza valutazione di impatto ambientale: perché? proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina

17 Giugno 2026 ore 07:16

di Maria Grazia Sanna

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata ad Al-Jazeera della ex Procuratrice della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda. L’intervista rivela in modo diretto come il governo israeliano e il suo servizio di intelligence, il Mossad, abbiano sfruttato la sorveglianza occulta, tattiche di imboscata e minacce dirette alla sicurezza contro la Procuratrice in uno sforzo pluriennale per costringere la Corte ad abbandonare le indagini sui crimini di guerra in Palestina.

La premessa che Bensouda fa all’inizio del suo racconto è altrettanto interessante, in quanto spiega che la CPI (inglese ICC) si scontra regolarmente con la resistenza di diversi Paesi a causa dell’estrema delicatezza delle indagini che riguardano quasi sempre: crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Tutto normale, dunque. Ma alcuni casi come quello d’Israele sono leggermente più “normali” di altri!

La procuratrice descrive come dopo l’apertura dell’inchiesta sulla Palestina nel 2015, siano iniziate forti e continue intimidazioni contro la sua persona e la sua famiglia. Le definisce “dapprima subdole e malcelate”, tipo quando due individui non identificati si sono recati presso la sua abitazione privata (allora nella città olandese de L’Aia) per recapitare una busta con dentro 500 dollari. Questo, secondo il parere degli investigatori, fu un messaggio più che un vero e proprio tentativo di corromperla: sappiamo dove vivi e conosciamo i tuoi movimenti.

Un controllo della sicurezza interno alla stessa corte internazionale rivelò che l’auto utilizzata durante la visita domiciliare era stata noleggiata in aeroporto e che i numeri di telefono forniti dagli individui provenivano da Israele. Nonostante ciò le autorità olandesi non avviarono alcuna indagine formale.

Dopo il fatto della busta, Bensouda fu in seguito vittima di un’imboscata in un hotel di New York in cui si trovava per lavoro, dove l’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, le si presentò di persona inaspettatamente. Questo di Cohen fu il primo di una serie di incontri che, da tentativo amichevole iniziale di “conquistarla”, si trasformarono in minacce esplicite contro la persona fisica di Bensouda e la sua famiglia. Il punto cruciale di questi incontri fu sempre lo stesso: la richiesta diretta di interrompere l’indagine sulla Palestina.

Nonostante le intimidazioni e la successiva imposizione di severe sanzioni statunitensi nei suoi confronti nel 2020, Bensouda ha sempre sostenuto di aver svolto il suo lavoro senza timori né favoritismi. Ha intenzionalmente tenuto nascoste le minacce al personale della corte penale per evitare il panico sul posto di lavoro e ha sottolineato di non aver ricevuto alcun supporto di sicurezza aggiuntivo significativo dal governo olandese, nonostante avesse segnalato gli incidenti.

Il messaggio di Bensouda attraverso la sua intervista è chiaro: quello che è successo a lei è un precedente molto grave e prova che, di fronte a intimidazioni e minacce che valicano ogni confine territoriale, nessuno può sentirsi sicuro.

Oggi alla direzione del Mossad non c’è più Cohen ma Roman Gofman, assoldato da Ben-Gvir e dalle idee talmente estremiste da aver già provocato un’ondata di dimissionari al suo interno.

Rimane solo una domanda da porsi: cosa succederà d’ora in poi a chiunque, svolgendo il proprio lavoro, si metta in futuro ad indagare sui crimini commessi in Palestina? Quanto ai vari governanti in Europa e nel resto del mondo, questa storia infila certo una piccola pulce nell’orecchio di tutti noi: non sarà mica che i nostri politicanti hanno paura di minacce e intimidazioni subite e di cui, a differenza dell’eroica Bensouda, temono di parlare? Giusto un pensiero strisciante…

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina proviene da Il Fatto Quotidiano.

La scuola insegna a dare risposte, non a far domande: il linguaggio tecnico delle semisupercazzole intimidisce

17 Giugno 2026 ore 07:15

Di mestiere cerco di spiegare le cose che credo di sapere. Spesso per accorgermi che, mentre lo faccio, non le so pienamente neppure io. Questa tendenza risale a quando mi accorsi, da studente, di capire veramente poco delle lezioni che mi venivano inflitte. Tanto da sentirmi inadeguato allo studio. Poi mi accorsi che anche i miei compagni di scuola capivano poco, ma diligentemente ripetevano quel che avrebbero dovuto apprendere, senza averlo compreso.

Mi trovai allora d’accordo col Manzoni: il latinorum dell’Azzeccagarbugli è una forma di intimidazione dell’ascoltatore ignaro da parte di chi usa un linguaggio forbito e tecnico. L’ignaro si vergogna di non aver capito e quindi accetta la superiorità intellettuale di chi lo intimidisce. L’apice di questa pratica la ritroviamo in Amici Miei, con Ugo Tognazzi che “fa la supercazzola”, una pratica in cui era già stato maestro Ettore Petrolini.

La supercazzola è entrata nei dizionari ed è presente anche in Wikipedia. Cercandola per divertimento ho trovato anche il riferimento ad un mio antico articolo sul Secolo XIX dove introduco una parola derivata: la semisupercazzola. La supercazzola non significa niente. Mentre la semisupercazzola significa eccome, ed è analoga al latinorum, che usa il latino per intimidire, mentre la semisupercazzola usa il linguaggio tecnico. A lezione sfidavo gli studenti ad individuare le semisupercazzole: durante le lezioni introdurrò concetti che, secondo me, non sarete in grado di capire. Voi dovete capire di non star capendo e mi dovete interrompere, chiedendomi di chiarire.

Facevo le mie semisupercazzole e nessuno mi interrompeva: prendevano appunti scrivendo diligentemente quello che l’oracolo enunciava. Dopo un po’ mi fermavo e chiedevo: chi ha capito quello che ho detto cinque minuti fa? Siete in grado di spiegarmelo? Ci volevano settimane per spingerli a far domande. Alla domanda: ma quante volte siete stati esposti alle semisupercazzole? La risposta era invariabilmente: infinite volte. La scuola insegna a dare risposte, non a fare domande.

Basta pensare alla formula più famosa del mondo: E=mc². La troviamo sulle magliette, nei fumetti, tutti la riconoscono come una genialata. L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Perché la velocità della luce? perché al quadrato? Un mio amico fisico mi ha detto: ma non è possibile… poi ha fatto l’esperimento e ha scoperto che nessuno la sa spiegare, a parte i fisici. Ha cercato di spiegarmela ma mi sono perso dopo pochi passaggi. Non ho le basi per capirlo. Come probabilmente lui non ha le basi per capire che non è vero che l’ontogenesi ricapitoli la filogenesi. Anche se in un quarto d’ora sono certo di riuscire a farglielo capire. Solo che sono in pochi ad accettare un quarto d’ora di spiegazioni.

Così, chi cerca di spiegare le scienze naturali di solito non usa la semisupercazzola, ma spesso si ferma a nozioni superficiali che generano meraviglia senza portare a consapevolezza, come ho spiegato mille volte nel dire che i copepodi sono gli animali più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. Spiegare i copepodi richiede tempo, e poi non sono scenografici come una balena o una barriera corallina. Così nessuno li conosce. Insomma, i naturalisti di solito raccontano storielle carine, arrendendosi alle banalità e dando la sensazione che le cose di cui si occupano siano di importanza marginale.

I rappresentanti di altre discipline usano linguaggi astrusi, enunciati con grande determinazione. Non sono supercazzole, sono semisupercazzole. E di solito promettono mirabilie. Dal progetto genoma che risolve tutti i problemi del mondo vivente, al bosone che finalmente ci dice che c’è una particella che dà la massa alle altre particelle: la particella di Dio. Nessuno capisce veramente gran che, ma sono in pochi a dire: io non ho capito, me lo spieghi meglio? Maurizio Crozza a prendere in giro prima Antonino Zichichi e poi Carlo Rovelli, senza però scalfire l’autorevolezza di questi divulgatori. Non parliamo dei filosofi. Ho comprato Labirinto Filosofico di Massimo Cacciari e mi sono perso dopo le prime pagine, a conferma di quanto sia azzeccato il titolo. Colpa mia, non sono sufficientemente ferrato in quella materia.

Ma se mi chiedono di spiegare a tutti la medusa immortale non mi metto a parlare di transdifferenziamento come se il concetto fosse noto a tutti: in presenza di stress subletali le cellule di Turritopsis si dedifferenziano e poi si ridifferenziano in altri tipi cellulari, invertendo l’ontogenesi per transdifferenziamento.

Quando la notizia della medusa immortale fece irruzione nei media fui persino intervistato in diretta da Emilio Fede che, bontà sua, mi diede un minuto e mezzo per spiegare la cosa nel TG4. Feci una semisemisupercazzola, inevitabilmente, lasciandolo nella convinzione che io sapessi come si fa l’elisir di lunga vita ma che non lo volessi rivelare. Ma né io né i miei colleghi arrivammo a vendere il segreto dell’immortalità, anche se avremmo potuto benissimo farlo. Dicendo che, con opportuni finanziamenti, tra 30 anni avremmo risolto il problema dell’invecchiamento. E, se fossimo rimasti in vita, dopo 30 anni avremmo detto che in 30 anni lo avremmo risolto, e non si morirà più. Dopotutto è quello che fanno quelli che ci promettono la fusione nucleare.

Alla gente piacciono le supercazzole e anche le semisupercazzole. Se cerchi di spiegare le cose in modo comprensibile e non fai promesse mirabolanti sei meno rispettato. Alla fine, anche nelle scienze, il marketing è importantissimo. Nessuno sa che strada faccia l’acqua per diventare plin plin, ma quell’acqua vende bene.

L'articolo La scuola insegna a dare risposte, non a far domande: il linguaggio tecnico delle semisupercazzole intimidisce proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gabanelli smaschera l’ennesima balla di Meloni, stavolta sull’evasione: scandaloso il danno per i cittadini

17 Giugno 2026 ore 06:57

Lunedì, sul CorSera, la giornalista Milena Gabanelli (che mi sembra bravissima: mi chiedo perché non abbia un programma in Rai, magari al posto di Antonino Monteleone, l’ex Iena dell’agenzia Caschetto che condurrà FiloRosso in prima serata su RaiTre per tutta l’estate benché reduce da due clamorosi flop che avrebbero convinto anche il più scettico sulle sue reali capacità televisive, ma oggi i dirigenti Rai sono di nomina melonifera, e così mi sono risposto da solo) (ieri la prima puntata di FiloRosso è precipitata dall’8,1% di Un posto al sole, il suo traino, al 3,7%: un successo annunciato); l’indispensabile Gabanelli, dicevo, ha smascherato una balla clamorosa di Giorgia: l’ennesima.

La bugiardella della Garbatella ha sostenuto, infatti, che i 36 miliardi di evasione fiscale recuperati nel 2025 siano merito del suo governo. Ma quei soldi, spiega la Gabanelli, sono il frutto di controlli e di norme introdotti da governi precedenti; della fatturazione elettronica introdotta nel 2019; delle lettere di compliance introdotte nel 2015; e dell’attività ordinaria dell’Agenzia delle Entrate. L’unico contributo diretto del suo governo è rappresentato da sanatorie e rottamazioni: in pratica, la riforma fiscale meloniana (concordato preventivo, indebolimento del redditometro, ravvedimento più favorevole, nuove rottamazioni) riduce la capacità di controllo statale e favorisce gli evasori.

Se si considera che, per finanziare la riduzione delle accise (di cui godono anche gli evasori), il governo taglierà risorse a sanità, istruzione, ricerca e trasporto pubblico, pagati dalle tasse di chi rispetta gli obblighi fiscali; e che tra chi chiede agevolazioni economiche con l’Isee ci sono anche gli evasori; il danno subito dai cittadini onesti è ingente e scandaloso.

In dettaglio: 1) Il concordato preventivo biennale permette ad alcuni contribuenti di concordare in anticipo un reddito imponibile pagando imposte agevolate sulla differenza. Questo incentiva l’evasione fiscale e riduce i controlli. 2) La modifica del redditometro rende più difficile contestare uno stile di vita incompatibile coi redditi dichiarati. 3) Le nuove norme sul ravvedimento operoso permettono di regolarizzare la propria posizione anche dopo l’avvio dei controlli. 4) L’estensione della rottamazione delle cartelle rafforza l’idea che il pagamento possa essere rinviato senza gravi conseguenze.

5) Le nuove procedure aumentano il lavoro amministrativo degli uffici fiscali, riducendo le risorse dedicate ai controlli e diminuendo il recupero futuro dell’evasione. 6) Il Ministero dell’Economia, dati alla mano, elenca le categorie di contribuenti meno credibili: medici e laboratori, farmacie, dentisti, notai, consulenti finanziari e assicurativi, gioiellieri, balneari, idraulici ed elettricisti, ristoranti e bar. Col governo Meloni c’è stato un aumento della pressione fiscale: non ce ne sarebbe bisogno, anzi potrebbe essere ridotta di molto, se tutti pagassero le tasse. 7) Meloni sostiene che non si debbano accusare i contribuenti sulla base di semplici presunzioni; ma le norme permissive del suo governo premiano chi bara, danneggiando la collettività.

Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

201) È vero che il fisico nucleare Ettore Majorana fece perdere ogni traccia di sé nel 1938, forse sopraffatto dal senso di colpa e dal rifiuto morale di contribuire alla bomba atomica; ma non è vero che visse per anni sotto falso nome in Russia, nascosto in una centrale elettrica, in mezzo alle dinamo.

202) È vero che Dante Alighieri aveva una grossa testa sproporzionata, il naso adunco e gli occhi grifagni, ma non è vero che lo scambiassero spesso per la strega di Biancaneve.

203) È vero che papa Giovanni XXIII aveva la pelle del volto come cera, ma non è vero che mangiasse candele a questo scopo, come si vociferava.

L'articolo Gabanelli smaschera l’ennesima balla di Meloni, stavolta sull’evasione: scandaloso il danno per i cittadini proviene da Il Fatto Quotidiano.

Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale

17 Giugno 2026 ore 06:55

Nel giro di 24 ore la Svizzera e gli Stati Uniti hanno chiarito una verità che in molti preferivano ignorare: l’intelligenza artificiale è materia di Stato. L’accesso ai suoi sistemi più avanzati obbedisce alle logiche di chi comanda — la politica — molto più che al potere dei miliardi. Due diversi episodi, letti insieme, chiudono la stagione dei modelli di AI intesi come beni neutri e globali, a disposizione di chiunque abbia i soldi per permetterseli. Se mai qualcuno ci ha creduto.

Il primo verdetto arriva dal Tribunale commerciale di Zurigo. Palantir, colosso della sorveglianza e dell’analisi dati fondato dal tecno-oligarca numero uno d’America, Peter Thiel — e noto per i suoi contratti con Pentagono, Cia, Fbi, Nsa e Ice – voleva costringere Republik, testata svizzera di giornalismo investigativo, a pubblicare una sfilza di rettifiche dopo una serie di articoli critici. I giornalisti avevano ricostruito, carte alla mano, anni di sistematici rifiuti da parte delle autorità della Confederazione Elvetica ai prodotti della società di Thiel.

Ebbene, hanno vinto i giornalisti. I giudici hanno respinto 22 richieste di replica su 23, condannando Palantir a pagare il 95% delle spese processuali e a rimborsare i legali della testata. L’operazione di forza pensata per blindare l’immagine del gruppo di Thiel ha ottenuto l’effetto opposto, certificando un movimento di diffidenza – anzi: di rigetto – che attraversa l’Europa: dal ministero della Difesa tedesco alla sanità pubblica britannica, fino al Policlinico Gemelli a Roma, le amministrazioni europee iniziano a dire no alla sorveglianza “stile Usa”, nel tentativo di proteggere l’integrità delle proprie infrastrutture pubbliche da progetti di controllo tecnocratico.

Il secondo verdetto, speculare, arriva da Washington. Con una direttiva d’urgenza sul controllo delle esportazioni, l’amministrazione Trump ha vietato ad Anthropic di Dario Amodei di fornire i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri, dentro e fuori i confini statunitensi. La motivazione è la solita: sicurezza nazionale. Privi di uno strumento tecnico in grado di filtrare la nazionalità degli utenti in tempo reale, all’azienda è rimasta una sola strada: attivare il kill switch su scala globale, interrompendo immediatamente il chatbot oltre i confini Usa. Chiunque in Europa usi Claude di Anthropic si ritrova davanti a un avviso: “Claude Fable 5 al momento non è disponibile”.

Centri di ricerca, imprese e ospedali europei che avevano integrato quei modelli nei propri processi operativi si sono ritrovati al buio da un minuto all’altro, scoprendo quanto costi appaltare la continuità del proprio lavoro a qualcuno oltreoceano.

C’è un legame tra il rifiuto svizzero e la censura americana? Sì, ovvio. Berna ha respinto Palantir perché aveva previsto con esattezza lo scenario che si è poi materializzato con Anthropic: chi ha i server, i codici e gli algoritmi detiene anche il potere di staccare la spina. L’oscuramento deciso da Washington conferma la fondatezza di quegli scenari vagamente distopici. Gli Stati Uniti ricordano all’Europa che l’intelligenza artificiale non è un servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale, convertibile in strumento di pressione economica e geopolitica, adesso e in tutte le crisi che verranno.

Mentre la Cina si muove da superpotenza con le idee chiare, investendo massicciamente in una propria autonomia in grado di sfidare e sorpassare l’America sul fronte AI, l’Unione Europea continua a balbettare subendo le decisioni altrui, sempre di rimessa, mai all’attacco. Finora Bruxelles ha giocato la partita sul terreno delle norme, partorendo l’AI Act nella convinzione che fissare codici etici e burocratici basti a governare i mercati. Niente di più sbagliato.

Fino a quando l’Ue – e le aziende che vi lavorano – non sceglierà di essere produttore oltre che cliente, investendo in infrastrutture di calcolo e sistemi propri, la “sovranità digitale” resterà solo uno slogan, quelli da nazioni subalterne. Con le idee eleganti non si va da nessuna parte.

L'articolo Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Messi fa tripletta e record. Mbappé e Haaland lo inseguono

17 Giugno 2026 ore 06:38

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. Chissà se qualcuno riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Intanto il duello tra Leo Messi e Kylian Mbappé riguarda il record all-time. Con la tripletta all’esordio contro l’Algeria, Messi ha agganciato Miroslav Klose a quota 16 gol. È il primato di sempre. Mbappé ha distrutto il Senegal con una doppietta ed è distante appena una rete.

Nel frattempo, ha fatto la sua irruzione al Mondiale anche Erling Haaland: doppietta alla prima di sempre con la sua Norvegia. La caccia al primato di gol è appena iniziata. Ma i fenomeni hanno già iniziato a darsi battaglia.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Leo Messi (Argentina)

3 gol

Argentina’s Lionel Messi (10) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group J soccer match between Argentina and Algeria in Kansas City, Mo., Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Ed Zurga)

2) Kylian Mbappé (Francia)

2 gol

France’s Kylian Mbappe celebrates after scoring the opening goal of his team during the World Cup Group I soccer match between France and Senegal in East Rutherford, N.J., near New York, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Frank Franklin II)

2) Erling Haaland (Norvegia)

2 gol

Norway’s Erling Haaland (9) smiles as he leaves the pitch at the end of the World Cup Group I soccer match between Iraq and Norway in Foxborough, Mass., near Boston, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Charles Krupa)

2) Folarin Balogun (Stati Uniti)

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

2) Kai Havertz (Germania)

2 gol

Germany’s Kai Havertz (7) celebrates a goal during the World Cup Group E soccer match between Germany and Curacao in Houston, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Eric Smith)

2) Yasin Ayari (Svezia)

2 gol

Sweden’s Yasin Ayari (18) celebrates after scoring his team’s fifth goal during the World Cup Group F soccer match between Sweden and Tunisia in Guadalupe, near Monterrey, Mexico, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Matias Delacroix)

2) Elijah Henry Just (Nuova Zelanda)

2 gol

New Zealand’s Elijah Just (11) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group G soccer match between Iran and New Zealand in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Monday, June 15, 2026. (AP Photo/Andre Penner)

3) Leo Ostigard (Norvegia)

1 gol

3) Romano Schmid (Austria)

1 gol

3) Marko Arnautovic (Austria)

1 gol

3) Ali Olwan (Giordania)

1 gol

3) Ayman Hussein (Iraq)

1 gol

3) Bradley Barcola (Francia)

1 gol

3) Ibrahim Mbaye (Senegal)

1 gol

3) Abdulelah Al Amri (Arabia Saudita)

1 gol

3) Maximiliano Araujo (Uruguay)

1 gol

3) Ramin Rezaien (Iran)

1 gol

3) Mohammad Mohebi (Iran)

1 gol

3) Mattias Svanberg (Svezia)

1 gol

3) Aleksander Isak (Svezia)

1 gol

3) Viktor Gyokeres (Svezia)

1 gol

3) Omar Rekik (Tunisia)

1 gol

3) Amad Diallo (Costa d’Avorio)

1 gol

3) Virgil Van Dijk (Olanda)

1 gol

3) Crysencio Summerville (Olanda)

1 gol

3) Keito Nakamura (Giappone)

1 gol

3) Daichi Kamada (Giappone)

1 gol

3) Livano Comenencia (Curaçao)

1 gol

3) Nathaniel Brown (Germania)

1 gol

3) Deniz Undav (Germania)

1 gol

3) Jamal Musiala (Germania)

1 gol

3) Felix Nmecha (Germania)

1 gol

3) Nico Schlotterbeck (Germania)

1 gol

3) Nestory Irankunda (Australia)

1 gol

3) Connor Metcalfe (Australia)

1 gol

3) John McGinn (Scozia)

1 gol

3) Vinicius Jr- (Brasile)

1 gol

3) Ismael Saibari (Marocco)

1 gol

3) Boualem Khoukhi (Qatar)

1 gol

3) Breel Embolo (Svizzera)

1 gol

3) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

3) Mauricio – Paraguay

1 gol

3) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

3) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

3) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

3) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

3) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

3) Raul Jimenez – Messico

1 gol

3) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

L'articolo Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Messi fa tripletta e record. Mbappé e Haaland lo inseguono proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Francia e Norvegia, che duello per il primo posto

17 Giugno 2026 ore 06:16

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

table visualization

Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

L'articolo Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Francia e Norvegia, che duello per il primo posto proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mondiali 2026, le partite di oggi: c’è Inghilterra-Croazia. In campo anche il Portogallo e l’Uzbekistan di Cannavaro | Orari e dove vederle in tv

17 Giugno 2026 ore 06:20

La prima tornata di partite dei Mondiali 2026 volge al termine: oggi scendono in campo anche il gruppo K e il gruppo L, per completare il quadro dei match d’esordio. La sfida di cartello è indubbiamente quella tra Inghilterra e Croazia. La sfida tra due big europee, in programma nella serata italiana e visibile anche in chiaro sulla Rai, svelerà la compattezza e gli equilibri della squadra di Tuchel, una delle candidate alla vittoria finale. Ma dirà anche come sta la Croazia dei “vecchietti”, da Modric a Perisic, che quattro anni fa conquistò il terzo posto in Qatar.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Prima però tocca a un’altra europea candidata a fare strada: il Portogallo di Cristiano Ronaldo e di Vitinha, ad oggi forse il miglior centrocampista al mondo. L’esordio è di quelli soft, contro la Repubblica Democratica del Congo. Nello stesso girone ci sono anche l’Uzbekistan di Cannavaro e la Colombia, che si affrontano a Città del Messico nella notte italiana.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Prima invece scenderanno in campo Ghana e Panama, inserite nel girone con Inghilterra e Croazia. Gli africani sono i favoriti contro la Nazionale del centroamerica, che sembra destinata a recitare il ruolo di comparsa. Anche se questo Mondiale sta insegnando che le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 17 e 18 giugno

Portogallo-DR Congo (girone K)
Orario: 19:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Inghilterra-Croazia (girone L)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Ghana-Panama (girone L)
Orario: 01:00 (notte tra il 17 e il 18 giugno)
Toronto: BMO Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Uzbekistan-Colombia (girone K)
Orario: 04:00
Città del Messico: Estadio Banorte
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 17 e 18 giugno, la sfida tra Inghilterra-Croazia di mercoledì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. Gli altri match invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

L'articolo Mondiali 2026, le partite di oggi: c’è Inghilterra-Croazia. In campo anche il Portogallo e l’Uzbekistan di Cannavaro | Orari e dove vederle in tv proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌