❌

Vista elenco

Ministero degli Esteri russo: Mosca e Roma non hanno contatti a pieno titolo a causa della politica anti-russa del governo italiano

16 Ottobre 2026 ore 20:54

Mosca, 16 ottobre. INTERFAX – La Russia è sempre pronta a una cooperazione costruttiva e reciprocamente vantaggiosa con tutti i Paesi, a condizione che non abbiano una politica estera ostile e russofoba, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

“Siamo sempre stati pronti a sviluppare relazioni con tutte le forze costruttive che non abbracciano la russofobia e che non agiscono contro il nostro Paese”, ha affermato, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla possibilità di riprendere la cooperazione russo-italiana.

La diplomatica ha osservato che, a causa della politica anti-russa del governo italiano, al momento non ci sono contatti a pieno titolo con Roma, ma i cittadini italiani sono estremamente interessati a instaurare rapporti adeguati con Mosca.

“La Roma ufficiale non ha abbastanza volontà politica di agire nell’interesse dei suoi cittadini, contrariamente, per così dire, alle richieste dei suoi padroni a Bruxelles e nelle altre capitali”, ha concluso Zakharova.

Fonte: https://www.interfax-russia.ru/rossiya-i-mir/mid-rf-u-moskvy-i-rima-net-polnocennyh-kontaktov-iz-za-antirossiyskoy-politiki-pravitelstva-italii

Tradotto da Eliseo Bertolasi

L’Ucraina riprende 277 chilometri quadrati nel Donetsk con la controffensiva «Vivaldi»: Kiev rivendica 8.000 perdite russe

16 Ottobre 2026 ore 20:15

KARPIVKA — Volodymyr Zamota, 61 anni, è l’unico abitante rimasto di Karpivka, villaggio del Donetsk occupato dai russi dall’aprile 2025. Ha passato otto mesi senza vedere nessuno. Ora i soldati ucraini che hanno ripreso la zona gli calano il cibo con i droni e lo chiamano «Nonno». «Come si dice, la speranza è l’ultima a morire», ha raccontato alla BBC, che oggi ha pubblicato un reportage dal fronte. «Il villaggio è quasi completamente distrutto».

Karpivka è uno dei 16 insediamenti che Kiev dichiara di aver ripreso da agosto con la controffensiva «Vivaldi», quattro fasi battezzate come le stagioni del concerto, nel settore di Lyman, nel nord del Donetsk. Il bilancio ucraino è di 277 chilometri quadrati, circa 8.000 soldati russi fuori combattimento e 250 prigionieri. L’avanzata ha smussato la manovra a tenaglia con cui Mosca minacciava di accerchiare le città fortificate del Donbass.

Il brigadiere generale Andrii Biletskyi, comandante del III Corpo d’armata, ha annunciato il 14 ottobre la chiusura della quarta fase: altri 100 chilometri quadrati e tre villaggi. I guadagni russi dell’anno, sostiene, sono ormai «vicini allo zero». Mosca non riconosce nulla: i bollettini del ministero della Difesa russo parlano di attacchi «respinti» nella zona di Lyman e di «miglioramenti della posizione tattica». I blogger militari filorussi, secondo l’Institute for the Study of War di Washington, ammettono invece l’arretramento.

Sul campo la differenza l’hanno fatta le macchine. Robot e droni hanno aperto gli assalti e, per la prima volta, veicoli esplosivi telecomandati sono stati sganciati dietro le linee russe. «Prima difendevamo, ora dovevamo attaccare: abbiamo dovuto ristrutturare completamente l’approccio», dice Phoenix, comandante di un’unità della brigata Revenge, rientrata dopo 95 giorni in prima linea.

La frenata di Starlink

Quegli stessi droni, da due giorni, colpiscono la metà. Il 14 ottobre, senza preavviso, Starshield, il ramo militare della rete satellitare di SpaceX, ha limitato i servizi di navigazione a 160 chilometri orari. Sopra quella soglia Kiev perde il tracciamento dei propri intercettori, mentre i droni russi a reazione Geran-4 superano i 500 all’ora e sono ormai, secondo Zelensky, sei su dieci. I colpi giornalieri dei reparti ucraini senza pilota sono scesi da una media di 2.300 a 1.053 il 15 ottobre.

Elon Musk, proprietario di SpaceX, ha rinviato a Washington: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite è deciso dai militari americani e in ultima istanza dal presidente». Un alto funzionario statunitense ha detto alla CNN che Trump non ha fatto alcuna richiesta del genere; altre ricostruzioni attribuiscono l’ordine alla Casa Bianca, che non ha commentato.

A Bruxelles, al Consiglio europeo, Volodymyr Zelensky ha tenuto un tono misurato. «Abbiamo pienamente ripristinato la velocità che avevamo prima? No. La velocità sta tornando? Sì», ha detto in conferenza stampa. Le restrizioni, ha aggiunto, «hanno interrotto la logistica e compromesso la protezione della popolazione civile».

L’Europa non ha un’alternativa pronta. «Starlink è davvero necessario per l’Ucraina. E purtroppo, nel breve periodo, l’Europa non può sostituire questa capacità», ha ammesso Kaja Kallas, alta rappresentante Ue per la politica estera. Il vertice si è chiuso senza nuovi aiuti finanziari né missili per la difesa aerea, mentre Zelensky ha chiesto 70 miliardi di euro in più per il 2027.

La frenata arriva in una settimana di strappi con Washington. Il 9 ottobre Trump ha invitato la Russia a vendere 1,8 milioni di tonnellate di diesel sul mercato globale, pochi giorni dopo aver firmato una legge che inasprisce le sanzioni; il 13 i partner non hanno condiviso l’allerta su cinque missili balistici diretti su Kiev. Giovedì, a Newsmax, il presidente americano ha definito Zelensky «più difficile da trattare di Putin». Il terreno ripreso a Lyman e la soglia imposta a Starshield misurano la stessa cosa: quanto l’Ucraina possa ancora combattere senza il consenso americano.

Il capo di stato maggiore della brigata Revenge, Andriy Hitt, riassume il risultato di Vivaldi in «posizioni vantaggiose, linee favorevoli e una testa di ponte». A settembre, con i satelliti a piena velocità, l’aviazione ucraina aveva intercettato oltre 4.700 tra droni e missili.

Ceuta, l’Italia proroga di una settimana lo stop a Schengen con la Spagna. Madrid: «Lavoreremo alla revoca»

16 Ottobre 2026 ore 18:59

ROMA — «I ministri dell’Interno dei due Paesi lavoreranno nella prossima settimana alla revoca dei controlli». Con questa frase un portavoce del governo spagnolo ha accompagnato venerdì la notizia arrivata da Roma: l’Italia ha prorogato di un’altra settimana la sospensione della libera circolazione Schengen con la Spagna, in vigore dal 1° agosto. Lo ha riferito a Reuters una fonte del governo italiano.

La proroga allinea le scadenze dei due Paesi. Madrid aveva esteso fino al 22 ottobre la propria contromisura, controlli speculari sugli arrivi dall’Italia. Questa volta, però, la decisione arriva con un orizzonte dichiarato per la fine dei controlli, e segue il faccia a faccia tra il premier spagnolo Pedro Sánchez e Giorgia Meloni a margine del Consiglio europeo di giovedì a Bruxelles.

La crisi è nata a Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco che con Melilla forma l’unica frontiera terrestre dell’Unione europea con l’Africa. A fine luglio oltre 72.000 migranti vi sono entrati dal territorio marocchino. Il 31 luglio Roma ha sospeso Schengen con la Spagna, citando rischi per la sicurezza interna e la possibile infiltrazione di terroristi, e ha ripristinato i controlli su aeroporti e porti per chi arriva dalla penisola iberica.

Madrid ha reagito definendo le misure italiane «ingiuste, contrarie agli interessi dell’Unione europea e discriminatorie nei confronti della popolazione spagnola». Il governo Sánchez rivendica anche i propri numeri: gli arrivi sulla rotta atlantica verso le Canarie sarebbero calati del 74 per cento grazie alla cooperazione con Mauritania e Senegal.

Da agosto le proroghe si sono succedute a cadenza di due settimane. Dopo la prima, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva definito la situazione a Ceuta «tutt’altro che migliorata», pur dopo un colloquio telefonico «costruttivo» con l’omologo spagnolo Fernando Grande-Marlaska. La terza, a fine settembre, era stata decisa dopo una riunione del Comitato per l’analisi dell’immigrazione e della sicurezza delle frontiere, l’organismo del Viminale che valuta la pressione migratoria.

Il vertice di Bruxelles

Lo scontro italo-spagnolo ha pesato sul Consiglio europeo. Danimarca, Italia e Polonia hanno chiesto una linea più dura sull’immigrazione irregolare, con tre emendamenti sui «fattori di attrazione». Secondo Politico, la bozza delle conclusioni invita la Commissione «a esplorare un possibile meccanismo di consultazione per incoraggiare il coordinamento sulle misure nazionali che possono incidere su altri Stati membri». Nei fatti è la risposta europea a quanto accaduto tra Roma e Madrid: una procedura perché un Paese non chiuda la frontiera a un altro senza passare da Bruxelles.

Dal testo è stato tolto un passaggio sul rapporto tra migrazione e alloggi sociali, considerato una provocazione verso la Spagna, che ha regolarizzato circa un milione di stranieri. La bozza riconosce in un punto separato la «situazione speciale» di Ceuta e Melilla. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato un «protocollo di emergenza» per crisi come quella dell’enclave. «L’Ue deve essere in grado di gestire meccanismi di crisi», ha detto il premier svedese Ulf Kristersson.

Sánchez, all’arrivo al vertice, ha scelto il registro opposto a quello delle accuse di agosto: «Voglio ringraziare gli Stati membri per la loro solidarietà». Meloni ha invece riunito a colazione, con la danese Mette Frederiksen e l’olandese Rob Jetten, i leader di 18 Paesi più von der Leyen, chiedendo vigilanza sulle frontiere esterne e una revisione mirata delle norme Ue sul trattenimento dei migranti nelle procedure di frontiera.

La settimana prossima il dossier torna ai due ministri dell’Interno. «Tutt’altro che migliorata», aveva detto Piantedosi di Ceuta a fine agosto: da allora i controlli su voli e navi dalla Spagna non si sono mai fermati.

Regno Unito, 20 anni al sicario norvegese di 19 anni reclutato dalla rete criminale che Londra lega all’Iran

16 Ottobre 2026 ore 18:59

LONDRA — Una pistola semiautomatica, un revolver, una scatola di proiettili, un paio di guanti e 2.000 sterline in contanti nella stanza di un albergo di Huddersfield, cittadina industriale del nord dell’Inghilterra. Un sicario di 19 anni, norvegese, calciatore dilettante, arrivato due giorni prima da Stavanger con un volo per Manchester. Una vittima designata che nessuno ha mai identificato. Con questi elementi la Woolwich Crown Court, il tribunale londinese dove si celebrano i processi per terrorismo, ha condannato oggi Johannes Kongsnes Natland a 20 anni di detenzione, 13 dei quali da scontare in carcere prima di poter chiedere la libertà condizionale. La ricostruzione è quella dell’antiterrorismo della polizia britannica e dell’accusa, riferisce The Independent.

È la prima volta che un tribunale del Regno Unito giudica un’operazione attribuita a Foxtrot, la rete criminale svedese che Londra e Washington hanno sanzionato nel 2025 accusandola di colpire obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto di Teheran. Natland, ha detto in aula la responsabile dell’antiterrorismo londinese, «è stato arrestato poche ore prima di compiere un assassinio qui nel Regno Unito» ed era «chiaramente diretto da qualcuno della rete Foxtrot, un gruppo criminale organizzato che orchestra violenze contro obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto del regime iraniano». L’Iran nega ogni legame con la banda.

Il reclutamento era cominciato con un messaggio: «Qualcuno è disponibile per un omicidio a pagamento?». Il compenso pattuito era di 25.000 euro. Natland aveva recuperato armi e denaro in nascondigli che gli erano stati indicati e gli era stata assegnata una Nissan rubata con targhe false. Alla fidanzata aveva scritto: «Vado in missione pazzesca» e «Ora posso finalmente uccidere qualcuno e mi pagano per farlo». A un amico: «Prenderò un sacco di soldi e qualcuno morirà».

La polizia armata lo ha fermato il 19 marzo 2025 alle 5.15 del mattino (le 6.15 in Italia) al Briar Court Hotel. Uscì dalla stanza in boxer e, con le mani, finse di sparare a un agente. Il primo processo, nel giugno scorso, era finito con una giuria divisa; il nuovo processo lo ha dichiarato colpevole il 29 luglio.

«Sei stato reclutato in Norvegia per venire in Inghilterra e uccidere un bersaglio non identificato», gli ha detto oggi la giudice, in una sentenza trasmessa in televisione. «Hai accettato di fare l’esecutore e sei andato avanti, nonostante numerose occasioni per tirartene fuori». I messaggi, ha aggiunto, mostravano «non solo partecipazione, ma a tratti eccitazione». La difesa ha descritto un ragazzo «giovane, popolare, studente e sportivo di successo», finito «fuori strada» per la droga, che «ha imparato la lezione».

La catena dei reclutatori

Foxtrot ha sede in Svezia e fa capo a Rawa Majid, soprannominato «la Volpe curda». Nell’aprile 2025 il governo britannico ne ha congelato i beni e vietato l’ingresso al capo; un mese prima gli Stati Uniti avevano sanzionato la rete per il tentato attacco all’ambasciata israeliana a Stoccolma del gennaio 2024. Secondo l’accusa il gruppo opera «attraverso i confini e sfrutta i giovani»: ha usato anche minori di 13 anni.

Chi ha ingaggiato Natland è un altro adolescente, noto come «Generalen», condannato in Norvegia nel maggio 2025 per concorso in tentato omicidio. Sopra di lui c’era un capo operativo anglofono che si faceva chiamare «Agent 47», come il protagonista del videogioco Hitman, e che resta ignoto. Tre persone sono incriminate in Norvegia, dove i procuratori devono ancora decidere; nel Regno Unito un ventisettenne è stato arrestato nel settembre 2025 e rilasciato sotto indagine, mentre due uomini fermati a Bradford per la ricettazione dell’auto sono liberi su cauzione.

La condanna arriva tre giorni dopo il discorso annuale del direttore generale dell’MI5, il servizio di sicurezza interna, che ha contato oltre 50 arresti nell’ultimo anno legati a operazioni iraniane, molte contro comunità ebraiche, e ha parlato di «ambizioni iraniane di colpire bersagli più duri, come i siti militari». Il governo dice di aver affrontato più di 20 complotti iraniani dal 2022; Reuters ne conta almeno 33 sventati in Occidente dal 2020.

Teheran respinge tutto. Nel 2025 l’ambasciata a Londra aveva protestato formalmente e «respinto categoricamente le accuse che collegano il governo iraniano alle attività di una banda criminale con base in Svezia», accusando Londra di non fornire prove credibili. Questa settimana, dopo le notizie su un presunto piano contro la base aerea di Fairford, il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’ambasciatore britannico per chiedere le prove. Sulla sentenza di oggi non c’è, per ora, alcuna reazione iraniana.

Restano due vuoti nella ricostruzione presentata in aula: il nome della persona che Natland doveva uccidere e l’identità di «Agent 47». Su nessuno dei due la polizia ha fornito elementi.

Ue, Mattarella “Avanti con determinazione sulle riforme”

16 Ottobre 2026 ore 12:31
Ue, Mattarella “Avanti con determinazione sulle riforme”

ROMA (ITALPRESS) – “Quello del futuro del nostro progetto europeo è tema di estrema attualità, come mostra la realtà della congiuntura internazionale, segnata da profonde trasformazioni degli equilibri geopolitici, dal riemergere di conflitti e tensioni alle frontiere dell Europa. L’Unione Europea si trova dinanzi a sfide straordinarie che investono la sua sicurezza, la sua prosperità, la sua capacità di agire con autorevolezza sulla scena internazionale, con conseguenze rilevanti sulla vita dei nostri cittadini. Nessun Paese del Continente può pensare a un futuro separato da quello degli altri: sarebbe una fuga dalla realtà e, ancor più che un’illusione, un atto autolesionista. Dai dati più recenti dell’Eurobarometro risulta che circa il 90% dei nostri cittadini chiede una maggiore unità tra gli Stati membri. L’interesse della generazione di oggi e di quelle future richiede che si prosegua con determinazione con le riforme interne necessarie”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parlando al vertice Arraiolos in Slovenia.

“In questi dodici anni ho visto crescere progressivamente la consapevolezza che l’Unione ha indispensabile bisogno di modalità di decisione più snelle e veloci. Vi concorrono anche due elementi ulteriori: la rapidità con cui, nel mondo, nascono – e si susseguono – problemi nuovi di decisiva importanza, che chiedono risposte tempestive. Senza velocità di decisioni questi problemi, nella vita internazionale, verrebbero decisi da altri soggetti e in Europa ne subiremmo passivamente gli effetti. Vi si aggiunge la necessaria accelerazione del processo di allargamento, dai Paesi dei Balcani occidentali a Ucraina e Moldova: Una Unione di ben oltre trenta membri non potrebbe vivere con le attuali modalità di decisione”, ha sottolineato.

“Non occorrono molte parole riguardo alla necessità della difesa comune, procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività. E’ necessario completare il sistema finanziario dell’Unione: nel confronto, che cerchiamo sempre collaborativo, con altre forti economie non possiamo restare a lungo con un edificio complesso incompleto. Sarà di grande difficoltà trovare le intese per approdarvi ma è indispensabile”, ha ribadito il Capo dello Stato.

“Tra i passi da compiere è ampiamente condivisa la necessità di rafforzare la competitività europea. Un altro elemento decisivo è rappresentato dal negoziato sul quadro finanziario pluriennale dell’Unione, perché le scelte che compiremo definiranno non solo la distribuzione delle risorse europee, ma anche il livello di ambizione con cui l’Europa intende affrontare le trasformazioni in atto. Mi auguro che sia adeguatamente ambizioso: a responsabilità crescenti devono corrispondere strumenti e risorse adeguati, per sostenere le priorità comuni, rafforzare la coesione e tradurre gli obiettivi politici in capacità concreta di azione, L’Eurobarometro ci dice anche che il 75% degli europei considera l’Unione un fattore di stabilità in un contesto mondiale di crisi”, ha aggiunto.

“Sembra che i nostri concittadini avvertano quanto nell’Unione stiamo facendo per presentare al mondo e concretamente realizzare un modello di pace e convivenza collaborativa. La rete di accordi di libero scambio che l’Unione ha realizzato e sta ulteriormente sviluppando con altre grandi aree del mondo – dal Canada al Mercosur, dal Giappone all’India, all’Australia e altre aree – produce interessi condivisi e obiettivi comuni, garanzia di pace. Un modello alternativo a quello degli scontri, dei contrasti commerciali o addirittura bellici“, ha concluso il capo dello Stato.

– Foto Quirinale –
(ITALPRESS).

Ucraina, Zelensky chiede all’Ue altri 70 miliardi per il 2027. I Ventisette rinviano la decisione a fine anno

17 Ottobre 2026 ore 06:25

Aggiornato alle 06:25

BRUXELLES — Settanta miliardi di euro in più, entro un anno. È la cifra che Volodymyr Zelensky ha messo ieri sul tavolo dei Ventisette, al secondo giorno del Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro l’anno prossimo. E ci servono almeno 70 miliardi in più da voi», ha detto il presidente ucraino ai leader, riferisce l’AFP. «È una cifra realistica e vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a tenere indietro la Russia».

Nessuna decisione. I leader hanno incaricato la Commissione europea di preparare proposte, e il dossier tornerà sul tavolo tra novembre e dicembre insieme al bilancio pluriennale. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha confermato che i 70 miliardi «vanno coperti» e ha chiesto ai partner di «farsi avanti». Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che i sostenitori di Kiev «esamineranno» la richiesta; il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rinviato la discussione a fine anno.

Il buco è noto da tempo. Il prestito europeo da 90 miliardi approvato sei mesi fa copre l’Ucraina fino alla fine del 2027, ma non basta: un alto funzionario dell’Ue conferma la stima dei 70 miliardi mancanti. Tra i Paesi terzi, finora, solo la Norvegia si è fatta avanti. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha criticato l’opacità dei conti di Kiev.

Zelensky ha chiesto altre due cose. Un «pacchetto invernale» con 300 intercettori Patriot «specificamente contro i missili balistici», per difendere le centrali elettriche. E un «custode controllato dall’Ue» per i circa 200 miliardi di euro di riserve della banca centrale russa immobilizzate in Europa, in gran parte in Belgio, «per ridurre il rischio che vengano scongelati e spartiti tra chi chiaramente non vuole il bene dell’Europa». Il premier belga Bart De Wever ha frenato: «Nessuno potrebbe mai sognarsi di rendere operativi quegli asset senza unanimità qui attorno al tavolo». Dal dicembre scorso lo scongelamento richiede appunto l’unanimità dei Ventisette.

Il diesel di Putin

Mentre Bruxelles conta, Washington allenta. Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un’intesa che consente alla Russia di fornire 300mila tonnellate di diesel agli Stati Uniti e al mercato mondiale. Il giorno dopo, davanti alla Casa Bianca, ha detto che Zelensky «avrebbe potuto chiudere questa guerra molte volte» e, alla domanda sui rischi per gli ucraini: «Suggerisco che si trovino un nuovo leader capace di fare un accordo». Domenica ha scritto su Truth Social che è in vigore un «cessate il fuoco energetico» accettato «da entrambe le parti». Zelensky ha risposto: «Per me è una novità». Gli attacchi russi alle centrali sono proseguiti quel giorno.

Il conto presentato ieri ai Ventisette è, in sostanza, la fattura del disimpegno americano: quello che Washington trattiene finisce nella colonna dell’Europa.

Il segnale più concreto è arrivato al fronte. Da mercoledì notte SpaceX impone ai terminali Starlink in movimento un tetto di 160 chilometri l’ora, come ha confermato il consigliere di Zelensky per le comunicazioni militari: sotto restano i droni intercettori ucraini, sopra la connessione cade. L’ordine di rallentare Starshield, la versione militare del sistema, è partito dall’interno della Casa Bianca, secondo funzionari americani che hanno parlato in forma anonima. Elon Musk ha scritto su X che quei sistemi sono «sotto il controllo» del governo americano e che ogni limite «è deciso dai militari statunitensi e in ultima istanza dal presidente». La Casa Bianca non ha risposto. Il ministero della Difesa di Kiev dice che il servizio è stato ripristinato, ma il tetto resta. A chi gli chiedeva se Trump lo stia usando come capro espiatorio, Zelensky ha sorriso: «Questa è la mia risposta».

Da Roma, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito la stretta su satelliti e intelligence «un errore completo, un grande errore» che rischia di prolungare l’invasione, ha detto alla BBC. «La pace arriverà quando Putin sarà convinto che c’è uno stallo, che non può avanzare oltre». Il sostegno militare italiano continuerà «finché questo governo resterà in carica», ma far approvare nuove forniture sarà «più difficile» con l’avvicinarsi delle elezioni: «È difficile spiegare a un cittadino in difficoltà alla pompa di benzina che non possiamo fare concessioni alla Russia».

A Mosca le parole di Trump sul «nuovo leader» hanno aperto i notiziari della tv di Stato. Per Mark Galeotti, direttore della società di consulenza Mayak Intelligence, l’intesa sul diesel è uno «sbalorditivo regalo di compleanno» per Putin, arrivato due giorni dopo i suoi 74 anni. António Costa, presidente del Consiglio europeo, ha detto che le sanzioni dell’Ue restano fino alla fine della guerra.

Il Consiglio Europeo chiede azione coordinata sul caro energia e valutazione degli impatti dell’ETS 2

16 Ottobre 2026 ore 08:45
Il Consiglio Europeo chiede azione coordinata sul caro energia e valutazione degli impatti dell’ETS 2

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – Il Consiglio europeo ha esaminato l’attuazione dell’agenda all’insegna di “un’Europa, un mercato” in linea con la tabella di marcia interistituzionale e ha accolto con favore i progressi già compiuti in merito alle principali proposte. Al tempo stesso, invita i colegislatori e la Commissione a compiere ulteriori progressi per quanto riguarda sia il livello di ambizione che le tempistiche concordate. E’ quanto si legge nelle conclusioni adottate dal vertice Ue a Bruxelles. Il Consiglio europeo sottolinea in particolare l’importanza di portare avanti i negoziati in merito ai risultati attesi per il 2026 e ribadisce l’urgenza di compiere progressi decisivi per quanto riguarda l’approfondimento e l’integrazione del mercato unico grazie all’eliminazione degli ostacoli rimanenti, i prezzi dell’energia accessibili e l’Unione dell’energia 2030; la promozione del rinnovamento industriale dell’Europa e dell’innovazione e la riduzione delle dipendenze, nonché la mobilitazione degli investimenti.

Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza cruciale di contrastare i prezzi elevati dell’energia e accoglie con favore la presentazione della proposta della Commissione relativa al rinvio dell’applicazione di taluni obblighi previsti dal regolamento sul metano. Si compiace inoltre dell’intenzione della Commissione di prorogare il quadro temporaneo per gli aiuti di Stato per i settori industriali più esposti; sviluppare un quadro a breve termine per ottimizzare la capacità e l’efficienza delle raffinerie nell’UE e adottare iniziative volte a raggruppare la domanda di energia su base volontaria.

Il Consiglio europeo invita la Commissione ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS 2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie. Ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile. Proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’ETS nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione.

Il Consiglio europeo ha inoltre discusso degli elementi chiave necessari per un compromesso equilibrato sul prossimo quadro finanziario pluriennale, invitando il suo presidente a proseguire i negoziati al fine di raggiungere un accordo tempestivo. Un accordo prima della fine del 2026 consentirebbe l’adozione di atti legislativi nel 2027, il che è necessario per garantire che i finanziamenti dell’UE raggiungano i beneficiari senza interruzioni nel gennaio 2028.

MELONI CHIEDE DI TENERE ALTA ATTENZIONE SU FRONTIERE ESTERNE UE

A margine del Consiglio europeo, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ai primi ministri danese, Mette Frederiksen, e olandese, Rob Jetten, ha ospitato una nuova riunione informale tra alcuni degli Stati membri maggiormente interessati al tema delle soluzioni innovative da applicare alla gestione del fenomeno migratorio. Insieme a Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Commissione europea, hanno preso parte all’incontro Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia. La riunione ha consentito di fare il punto sui progressi raggiunti negli ultimi mesi e sulle prossime iniziative, con particolare attenzione alla prevenzione degli arrivi irregolari di massa, alla strumentalizzazione dei migranti e all’attuazione del nuovo quadro normativo europeo.

Con riferimento ai recenti eventi di Ceuta, Meloni ha sottolineato la necessità di mantenere alta la vigilanza sulle frontiere esterne dell’Unione, focalizzandosi sulla prevenzione dell’immigrazione irregolare e dei relativi rischi di sicurezza. Ha inoltre posto il tema di una revisione mirata della legislazione europea per rendere più efficaci le nuove procedure relative al trattenimento dei migranti irregolari durante le procedure di frontiera.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE

16 Ottobre 2026 ore 06:47

Made in Europe

Il recente tentativo di tre eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE) di silurare l’Industrial Accelerator Act, disegno di legge chiave dell’UE sull’industria, ha messo a nudo profonde divisioni interne al Parlamento su quanto l’Europa debba spingersi per proteggere i propri produttori dalla concorrenza straniera.

L’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026 e nato sulla scia del Rapporto Draghi nell’Europa del 2024, schiacciata tra l’aggressività degli Stati Uniti (con i massicci sussidi dell’Inflation Reduction Act) e il dominio industriale della Cina, vuole segnare il passaggio da un modello di mercato aperto e non discriminatorio ad uno volto a rafforzare e tutelare la produzione manifatturiera interna, a creare nuovi posti di lavoro nell’UE sostenendo, al contempo, l’adozione da parte dell’industria di tecnologie più pulite. 

In sostanza, si propone di indirizzare appalti pubblici e sussidi verso imprese che operano in settori che “rivestono un’importanza strategica per l’economia dell’UE”, quelli ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici), tecnologie a zero emissioni nette, e componenti automobilistici; che fanno fronte a forti pressioni competitive e strutturali. L’obbiettivo è quello di ridurre la dipendenza produttiva dall’estero, portando la quota del settore manifatturiero sul PIL dell’UE al 20 % entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.

La spesa del denaro pubblico dovrebbe essere vincolata a quote minime di produzione interna, limiti temporali e geografici, legata a vincoli molto stringenti, formalizzati per la prima volta nel criterio del Made in EU.

Ma cosa significa? Significa che, ad esempio, i produttori di veicoli elettrici per ricevere denaro pubblico dovrebbero assicurare che tali veicoli siano assemblati nell’Unione e che il 70% dei loro componenti, escludendo la batteria, sia prodotto in Europa sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge.

Per conoscere gli altri vincoli: https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/industrial-accelerator-act-legge-ue/.

Il Made in Europe fuori dall’Europa: divisioni nell’Europarlamento

Per quanto riguarda la delimitazione territoriale prevista dal disegno originario, i Paesi che accordano alle imprese dell’UE accesso libero ai propri mercati sono considerati alla stregua dei Paesi dell’Unione, al fine di favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici. Allo stesso modo i prodotti provenienti da partner con i quali l’Unione Europea ha concluso un accordo che istituisce una zona di libero scambio o un’unione doganale, o che arrivano dai 21 paesi non UE firmatari dell’Accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono considerati Made in Europe.

La definizione del Made in Europe ha costituito da subito un terreno di scontro tra le correnti politiche e gli Stati europei, che non riuscivano a trovare un’accordo su una definizione univoca per il disegno di legge.  

Anche in questa occasione, l’emendamento firmato da 20 eurodeputati del PPE, presentato martedì scorso da Christian Ehler, Angelika Niebler e Jörgen Warborn, è stato motivato dal fatto che un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe “far sprofondare il blocco in molteplici guerre commerciali con alcuni dei nostri partner più stretti”.

È evidente che la possibilità di affossare definitivamente la legislazione non si concretizzerà, vista l’esigua minoranza di 20 eurodeputati su 184 che hanno firmato l’emendamento di reiezione. Tale iniziativa va intesa, piuttosto, come un  “segnale politico”, dato che più della metà del gruppo di Ursula von der Leyen sostiene una definizione più ampia di Made in Europe,  secondo un funzionario del Parlamento informato sui negoziati.

D’altra parte gli eurodeputati— Christophe Grudler di Renew, il socialista Pierre Jouvet e la verde Anna Cavazzini — che guidano i lavori del Parlamento sul testo dell’IAA sostengono che estendere troppo il trattamento preferenziale vanificherebbe lo scopo della legislazione. 

Scontri tra portatori di interesse

Tra i vari attori che si esprimono in merito, vanno considerate anche le posizioni delle organizzazioni ambientaliste che contestano l’impostazione “Buy European” dell’IAA, chiedendo criteri ambientali più stringenti, non basati sulla provenienza geografica, e quelle di chi evidenzia il rischio che il provvedimento favorisca alcune filiere industriali senza una reale spinta alla circolarità e alla riduzione delle emissioni. 

I sostenitori del libero mercato e i rappresentanti dei consumatori, invece, temono che l’obbligo di comprare europeo provochi un aumento eccessivo dei costi per le opere pubbliche e la transizione verde (sebbene recenti studi del Jacques Delors Centre tendano a ridimensionare questo allarme).

Francia contro Germania

Le fratture sulle disposizioni centrali del Made in Europe arrivano da diverse parti e rischiano di paralizzare i negoziati all’interno del Parlamento europeo, ma anche i governi dell’UE stanno faticando a trovare un accordo su quanto restrittiva debba essere la definizione di Made in Europe: la Francia spinge per riservare il trattamento preferenziale a un gruppo relativamente ristretto di Paesi, con il sostegno di Italia, Grecia e Cipro,  mentre la Germania, con 13 Paesi membri al seguito, è più orientata al libero scambio e vorrebbe estendere la denominazione ad una gamma più ampia di partner commerciali, trasformandola piuttosto in un Made with Europe. 

La posizione della Germania è facilmente riconducibile alla rilevanza del settore siderurgico ed automotive per l’Economia del Paese, trainati da grandi gruppi industriali (come Volkswagen) ormai multinazionali che esercitando forti pressioni per modificare, in senso estensivo, il “Made in Europe”, chiedendo che non consideri unicamente il luogo di fabbricazione dei componenti, ma che venga valorizzato l’intero ecosistema di valore creato in UE, includendo investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), ingegneria e progettazione.

La distinzione è importante anche oltre i confini dell’UE. Sebbene la Cina sia il bersaglio principale delle misure proposte, un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe penalizzare partner stretti come il Regno Unito, che sta facendo pressioni per ottenere un trattamento favorevole in vista del vertice di novembre sul riavvio delle relazioni con l’UE.

Cos’è cambiato oggi? Il dibattito e i negoziati correnti

I 5.300 emendamenti alla bozza di relazione redatta da Grudler, Jouvet e Cavazzini rivelano modelli concorrenti ed esplicitando la difficoltà di trovare un compromesso praticabile su una proposta unica.

A distanza di mesi dalla proposta iniziale, il testo al centro di una serrata trattativa e di forti scontri politici nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento Europeo, è atteso al voto definitivo per entrare in vigore tra il 2027 e il 2028. I testi di compromesso elaborati in sede di Consiglio UE stanno introducendo modifiche significative rispetto alla proposta originaria della Commissione per rendere i requisiti applicabili ed evitare paralisi commerciali.

La domanda rimane: l’Industrial Accelerator Act riuscirà veramente a sancire la fine della neutralità commerciale dell’Europa di fronte alle guerre dei sussidi globali, attraverso un compromesso equilibrato che protegga la sovranità produttiva europea senza scivolare in un protezionismo inefficiente che finirebbe per rallentare o rendere troppo costosa la stessa transizione energetica?

L'articolo Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE proviene da InsideOver.

Francia, l’altro grande malato europeo. Equilibrio precario tra bilanci e Le Pen

16 Ottobre 2026 ore 00:03

L’Italia ha i suoi problemi, ma è la Francia in crisi il grande osservato speciale europeo. E Parigi si mette «al centro», punta a un ruolo di «equilibrio» tra Frugali […]

The post Francia, l’altro grande malato europeo. Equilibrio precario tra bilanci e Le Pen first appeared on il manifesto.

Zelensky a Bruxelles per pararsi da Trump. Leader dell’Ue cauti

16 Ottobre 2026 ore 00:03

Zelensky è arrivato a Bruxelles per il Consiglio europeo mentre in Ucraina la rete energetica nazionale è al collasso, i Patriot sono finiti (di nuovo) e dagli Usa gli arrivano […]

The post Zelensky a Bruxelles per pararsi da Trump. Leader dell’Ue cauti first appeared on il manifesto.

Auto e terre rare, il deficit commerciale con la Cina spaventa l’Unione

16 Ottobre 2026 ore 00:02

Per scongiurare una guerra commerciale con la Cina, la Commissione europea ha fatto volare a Pechino il commissario al commercio Maroš Šefcovic che, dopo tre mesi di trattative, è rientrato […]

The post Auto e terre rare, il deficit commerciale con la Cina spaventa l’Unione first appeared on il manifesto.

Caro energia, l’intesa non c’è. L’Italia in versione Visegrad

16 Ottobre 2026 ore 00:02

Non c’è accordo tra i leader dei 27 sul contrasto al caro energia. Dal primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles non arriva un’indicazione unitaria che solleciti provvedimenti da parte […]

The post Caro energia, l’intesa non c’è. L’Italia in versione Visegrad first appeared on il manifesto.

Albania: situazione incendiaria, la protesta investe tutte le citta’. scontri a tirana, durazzo e scutari

15 Ottobre 2026 ore 19:48
Resta incendiaria la situazione a Tirana dove continuano scontri tra polizia e manifestanti, in larga parte studenti ed esponenti del movimento Flamingo, che si spostano in varie aree del centro attaccando gli edifici governativi. Scontri anche a Durazzo e Scutari....
Vedi l'articolo

💾

Terzo settore, Bellucci “L’Italia ha ottenuto in Ue importanti risultati”

15 Ottobre 2026 ore 18:38
Terzo settore, Bellucci

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Insieme a Fratelli d’Italia, al gruppo Ecr, Denis Nesci e tutti i parlamentari europei, riteniamo che l’Italia possa dare un contributo fondamentale per un’economia che sia veramente a servizio dell’uomo, un’economia sociale che abbraccia quindi, soprattutto, la difesa delle persone”. Così il viceministro per il Lavoro e le Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, a margine dell’incontro “Il Terzo settore in Europa”, organizzato dal gruppo parlamentare Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e dall’eurodeputato di Fratelli d’Italia Denis Nesci, presso il Parlamento europeo di Bruxelles.

xf4/ads/mca2

Lavoro domestico in Europa, oltre 10 milioni di occupati

15 Ottobre 2026 ore 18:19
Lavoro domestico in Europa, oltre 10 milioni di occupati

ROMA (ITALPRESS) – In Europa oltre 10 milioni di persone lavorano nei servizi alla persona e alla famiglia, un comparto che rappresenta il 4% dell’occupazione complessiva. In Italia, nel 2025, i lavoratori domestici regolari sono stati più di 800 mila, a fronte di un tasso di irregolarità del 55,4%. È la fotografia emersa nel corso del convegno organizzato da Assindatcolf con la Federazione Europea EFFE presso il Parlamento Europeo di Bruxelles.
mgg/azn

Orsini “Mettere al centro competitività e salvaguardare le industrie europee”

15 Ottobre 2026 ore 17:54
Orsini

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Serve mettere al centro la competitività e salvaguardare le industrie europee, in un momento in cui Stati Uniti e Cina stanno giocando la partita e l’Europa purtroppo sta facendo solo l’arbitro”. Così il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a margine dei suoi incontri con le istituzioni europee a Bruxelles. Commentando il dibattito sul quadro finanziario pluriennale Ue, Orsini ha sottolineato la necessità di incrementare il bilancio dell’Unione anziché ridurlo, indicando come priorità imprescindibili la coesione e il sostegno alla competitività industriale.

xf4/ads/mca2

Praga, Business Forum Italo-Ceco al Parlamento

Le sfide globali dell’industria e della logistica sono al centro del IV Business Forum Italo-Ceco “Reframing Europe’s Strategic Map”, in programma nel pomeriggio di oggi, 15 ottobre, nella sede della Camera dei Deputati del Parlamento ceco, su iniziativa della Camera di Commercio e dell’Industria Italo-Ceca, in collaborazione con i Gruppi di Amicizia bilaterale del Parlamento Ceco e Italiano, con l’Ambasciata d’Italia a Praga e l’Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma.

Come ha sottolineato l’Ambasciatore Alessandro Gaudiano:  «Il Business Forum è un ulteriore tassello della straordinaria collaborazione tra Italia e Repubblica Ceca che stiamo vivendo in questo momento, a due settimane dall’incontro a Praga del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il Primo Ministro Andrej Babis, che ha sancito l’adozione del Piano di Azione italo-ceco, e nello stesso giorno in cui il Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri Petr Macinka incontra a Roma il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani».

Nel corso dell’evento interverranno i vertici di alcune delle principali realtà imprenditoriali ceche e italiane in settori industriali di rilievo, quali Enrico Savio, SVP Strategic Customer Analysis di Leonardo SpA, Petr Marijczuk, CEO di Ammo+ del Czechoslovak Group, Daniela Gentile, CEO di Ansaldo Nucleare, Roberto Vavassori, Executive Director di Brembo Group e Claudio Zaccomer, Wire Rod Manager di Pittini Group.

Mobilitazioni studentesche in Albania

15 Ottobre 2026 ore 13:48
Raccogliamo alcune testimonianze inviateci dall’Albania riguardo alle recenti mobilitazioni studentesche. Ieri, a Tirana, il conflitto è proseguito non solo come il martedì, ma con un’intensità ancora maggiore. Fiamme e barricate. La giornata è iniziata con il boicottaggio delle lezioni da...
Vedi l'articolo

💾

Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta

15 Ottobre 2026 ore 13:06

 I giorni dell’emergenza abitativa dell’Ue potrebbero essere contati, con una potenziale soluzione all’orizzonte, cioè moderni metodi di costruzione (Mcm). Sfruttando il loro potenziale, l’Ue potrebbe ridurre i costi di costruzione, abbreviare i tempi di costruzione e ridurre l’impronta di carbonio, sostenendo l’economia circolare nel settore delle costruzioni. – È questa la ferma convinzione che il Cese ha espresso nel suo parere sul tema Rendere l’edilizia abitativa accessibile – Aumentare i moderni metodi di costruzione e ridurre i costi , adottato nella sessione plenaria di settembre.

 Elaborato da John Comer e Thomas Kattnig, il parere è stato richiesto dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea e affronta la questione della carenza di alloggi. Più specificamente, il parere affronta le condizioni quadro necessarie per aumentare l’offerta di alloggi riqualificati, ristrutturati e nuovi e fornisce orientamenti agli attori pertinenti sull’attuazione di metodi di costruzione moderni.

 «I moderni metodi di costruzione possono diventare un pilastro fondamentale degli alloggi a prezzi accessibili, ma solo se l’innovazione, la qualità, i diritti dei lavoratori e gli obiettivi di interesse pubblico progrediscono insieme» ha dichiarato Comer. «I moderni metodi di costruzione non devono essere considerati semplicemente una questione tecnologica o orientata al mercato, ma devono far parte di una più ampia strategia sociale, di mercato del lavoro, di accessibilità economica e di politica industriale», ha ribadito Kattnig.

Potenziamento della capacità industriale per i moderni metodi di costruzione

Il settore delle costruzioni rimane caratterizzato da una crescita della produttività relativamente bassa e da catene di approvvigionamento frammentate. I moderni metodi di costruzione possono contrastare questi problemi perché si basano su tecniche innovative di produzione fuori sede e in loco progettate per costruire strutture di qualità superiore più velocemente e in modo più efficiente rispetto agli approcci edilizi tradizionali. Tra gli esempi figurano il potenziamento degli approcci industrializzati come l’edilizia modulare, prefabbricata e fuori sede.

I moderni metodi di costruzione hanno quindi il potenziale per ridurre i costi e i tempi complessivi di costruzione e aumentare la precisione strutturale, il controllo di qualità, la capacità e la produttività del settore. Inoltre, essendo più rispettosi dell’ambiente, contribuiscono anche al conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) delle Nazioni Unite. Ciò è della massima importanza, in quanto è essenziale che gli edifici costruiti con moderni metodi di costruzione mantengano la stessa qualità e valore a lungo termine delle case costruite tradizionalmente.  

Per raggiungere questi obiettivi, i moderni metodi di costruzione hanno bisogno di una capacità industriale sviluppata. Per questo motivo il Cese sostiene che l’Ue deve portare avanti investimenti mirati per aumentare la capacità industriale di produrre sistemi di prefabbricazione e costruzione fuori sito.

Tutti gli attori devono collaborare per combattere la frammentazione

Il Comitato sottolinea inoltre che gli Stati membri, la Commissione, l’Alleanza per l’edilizia abitativa e tutte le parti interessate hanno un ruolo da svolgere nel promuovere la normazione, eliminare la frammentazione delle normative e garantire che i sistemi per i moderni metodi di costruzione siano certificati e monitorati. 

Pur riconoscendo che ciascuno Stato membro ha una competenza primaria in materia di alloggi, il Cese ritiene che la Commissione dovrebbe contribuire ai piani nazionali in materia di alloggi e promuovere la cooperazione transfrontaliera. 

 Per consentire al settore edile di compiere progressi nell’innovazione, l’Ue deve avviare un meccanismo di finanziamento centrale per incoraggiare e consentire alle Pmi di investire nella digitalizzazione, che non dovrebbe limitarsi ai progetti di costruzione, ma dovrebbe anche essere sfruttato per garantire i diritti dei lavoratori, posti di lavoro di qualità, condizioni di lavoro e interessi dei consumatori.

Il presidente del Cese, Boland

Risolvere la crisi abitativa deve essere una priorità assoluta 

L’emergenza abitativa dell’Ue non è nuova. I prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati di oltre il 60,5 % dal 2013, mentre gli affitti sono aumentati del 28,8 % tra il 2010 e il 2025. Nel 2024 il tasso di onerosità eccessiva dei costi abitativi è stato in media dell’8,2 % nell’Ue. 

In tutta l’Europa, il drammatico mix di inflazione elevata e aumenti salariali e pensionistici insufficienti ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie. Ciò colpisce in modo sproporzionato i gruppi vulnerabili, le donne e i giovani. Inoltre, il calo delle nuove abitazioni innesca pressioni sia sui mercati degli acquisti sia su quelli degli affitti, determinando un’inflazione dei prezzi e degli affitti. 

Una serie di fattori aggiuntivi ha ulteriormente esacerbato la crisi abitativa. La pandemia di Covid-19, la guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia e l’aumento dei costi dei materiali hanno peggiorato ulteriormente la situazione. In tale contesto, i tassi di interesse sui mutui ipotecari sono raddoppiati e il numero di licenze edilizie rilasciate nell’Ue tra il 2021 e il 2024 è diminuito del 25%.

Il Comitato continua a spingere le istituzioni dell’Ue

Il Cese ha costantemente sollecitato le istituzioni dell’Ue a trovare una soluzione all’emergenza abitativa, adottando una serie di pareri chiave negli ultimi mesi. – Nel suo parere del settembre 2025 sul tema Per un piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili – Il contributo della società civile, il Cese ha esortato la Commissione a elaborare un piano d’azione per far rispettare il diritto fondamentale all’alloggio.

– A marzo 2026, a seguito di una presentazione della Commissione sul piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili nel dicembre 2025, il Comitato ha adottato un parere sul tema Affrontare la carenza di alloggi attraverso politiche abitative a prezzi accessibili, sostenibili e orientate alle famiglie, in cui chiede misure più ambiziose per affrontare la crisi strutturale degli alloggi.

– Nel suo parere del luglio 2026 sulla strategia dell’Ue per l’edilizia abitativa, il Cese ha esortato la Commissione a presentare rapidamente le iniziative annunciate nel quadro della strategia, comprese le condizioni quadro necessarie affinché l’edilizia funga da catalizzatore per alloggi sostenibili, di alta qualità e a prezzi accessibili.

Attualmente il Cese sta valutando la legge sugli alloggi a prezzi accessibili, che la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre, e dovrebbe adottare un parere sulla legge dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili a dicembre 2026.

Foto: Tom Rumble/Unsplash


L'articolo Casa, in Europa il Cese chiede tecniche di costruzione più moderne per aumentare l’offerta proviene da Vita.it.

Lavoro domestico, oltre 10 milioni di lavoratori in Ue

15 Ottobre 2026 ore 12:25
Lavoro domestico, oltre 10 milioni di lavoratori in Ue

BRUXELLES (ITALPRESS) – In Europa oltre 10 milioni di persone lavorano nei servizi alla persona e alla famiglia, un settore che rappresenta circa il 4% dell’occupazione europea. In Italia, nel 2025, sono stati 804.464 i lavoratori domestici regolari, il 2,3% in meno rispetto all’anno precedente, mentre il tasso di irregolarità del settore è stimato al 55,4%. Sono questi alcuni dei principali dati presentati nel corso del convegno “Dal riconoscimento al dialogo sociale: costruire il futuro del lavoro domestico in Europa”, organizzato da Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, in collaborazione con la Federazione Europea EFFE, presso il Parlamento Europeo di Bruxelles. Nel corso dell’evento sono stati presentati due nuovi capitoli del Rapporto 2026 Family (Net) Work: il paper di Assindatcolf, che ricostruisce i principali provvedimenti che nell’ultimo periodo hanno interessato il comparto in Italia, e quello di EFFE, che analizza il caso spagnolo con il contributo della professoressa Maria Gema Quintero Lima, ma anche i risultati del PHS Employment Monitor 2026, un sondaggio che ha raccolto oltre 8mila risposte da lavoratori, datori di lavoro, utenti dei servizi e organizzazioni del settore in 36 Paesi e 26 lingue. L’Italia è tra i Paesi maggiormente rappresentati.
Secondo quanto emerso dal Monitor, tra i datori di lavoro italiani che hanno partecipato alla survey e che impiegano direttamente lavoratori domestici, la necessità di rendere i servizi più accessibili economicamente è la principale priorità (36,2%), seguita da regole più agevoli per l’assunzione di lavoratori immigrati (35,4%) e da una forza lavoro meglio formata (35,3%). Per il 33,9% dei datori italiani la priorità è invece un maggiore riconoscimento istituzionale del lavoro domestico, mentre il 29,3% ha indicato una maggiore varietà di lavoratori candidati tra cui scegliere e il 28,5% una maggiore facilità nel dichiarare il lavoro.
«La fotografia scattata dai paper – dichiara Andrea Zini, presidente di Assindatcolf e di EFFE – conferma ancora una volta come il costo del lavoro domestico sia una questione centrale per le famiglie, in Italia così come in altri paesi dell’Ue. Intervenire su questo fronte è prioritario non solo per sostenerle, ma anche per consentire a tanti lavoratori di uscire dall’irregolarità, rendere il comparto più attrattivo e restituirgli valore e dignità, rafforzandone la reputazione sociale. Per questo chiediamo alla politica di introdurre forme di agevolazioni fiscali che rendano più sostenibile il costo del lavoro regolare e favoriscano, al tempo stesso, l’emersione del sommerso. In vista delle prossime elezioni politiche il tema della cura e della conciliazione deve entrare a pieno titolo nei programmi delle forze che si candidano a guidare il Paese nei prossimi anni. E’ il momento di riportare la famiglia al centro delle politiche nazionali ed europee».
-foto ufficio stampa Assindatcolf-
(ITALPRESS).

Merz al Consiglio Europeo: “Negoziati difficili su futuro finanziario Ue”. L’Italia riunisce gli ‘Amici della Coesione’: “Chiediamo Bilancio ambizioso ed equo”

15 Ottobre 2026 ore 10:40
Merz al Consiglio Europeo: “Negoziati difficili su futuro finanziario Ue”. L’Italia riunisce gli ‘Amici della Coesione’: “Chiediamo Bilancio ambizioso ed equo”

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Siamo impegnati in negoziati molto difficili sul futuro finanziario dell’Ue“. Così il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ai giornalisti a Bruxelles in occasione del Consiglio europeo. Secondo Merz “siamo lontani da un accordo all’unanimità”. “Dobbiamo ridurre il bilancio comune”, ha poi osservato, dicendosi contrario a maggiori risorse, come alcuni paesi vorrebbero.

METSOLA “RICERCA DI COMPROMESSO SU BILANCIO, PER ENERGIA RIDUZIONE PREZZI”

Il Parlamento europeo “sarà un alleato” nella ricerca di un compromesso sul prossimo bilancio Ue. Lo ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, parlando con i giornalisti a Bruxelles. “Non è una maggioranza facile da raggiungere”, ha poi osservato Metsola ricordando che per l’Eurocamera servono 361 voti per avere la maggioranza assoluta, e che “le distanze non sono mai state così grandi”. Riguardo al tema dell’energia, Metsola ha detto che occorre “concentrarsi sulla riduzione dei prezzi”. A questo proposito ha citato “un approfondimento delle nostre partnership” come mezzo per arrivare ad una soluzione.

L’ITALIA RIUNISCE GLI AMICI DELLA COESIONE “CHIEDIAMO BILANCIO UE AMBIZIOSO, EQUO ED EQUILIBRATO”

“Mentre i negoziati sul prossimo quadro finanziario pluriennale entrano in una fase decisiva, restiamo uniti nel chiedere un bilancio dell’Ue ambizioso, equo ed equilibrato, in grado di affrontare le nuove sfide salvaguardando al contempo le politiche fondamentali dell’Unione basate sui trattati”. E’ quanto si legge nella dichiarazione comune adottata dai 17 Leader “Amici della coesione” al termine dell’incontro di coordinamento organizzato da Italia e Romania in vista del negoziato sul prossimo Bilancio Ue. Il testo indica 4 principi: “Preservare la capacità di attuazione del bilancio dell’Ue. Dopo due riduzioni consecutive, l’entità del bilancio proposto si è ridotta all’1,02% del Rnl (Reddito Nazionale Lordo) dell’Ue, esclusi i rimborsi del Ngeu (NextGenerationEU). Riteniamo che l’accordo finale debba garantire che il bilancio dell’UE possa affrontare le priorità esistenti ed emergenti, preservando al contempo le politiche chiave”.

Un’altra priorità indicata è “tutelare i settori di intervento dei Programmi nazionali per la cooperazione e la politica (Pnrp), compresi quelli della Coesione e dell’Agricoltura, sia in termini di finanziamento che di attuazione. Risorse adeguate devono essere accompagnate da norme che salvaguardino gli obiettivi specifici di queste politiche e consentano agli Stati membri e alle regioni di utilizzare efficacemente i fondi disponibili”. Viene indicato poi “un lato delle entrate più equo, non regressivo e più equilibrato. Siamo pronti a impegnarci in modo costruttivo sul fronte delle entrate, comprese le nuove risorse proprie, ma i parametri sia delle risorse esistenti che di quelle nuove devono garantire una distribuzione equa ed equilibrata dell’onere finanziario tra gli Stati membri e affrontare la regressività sul fronte delle entrate nel suo complesso”. Infine, “Niente rebate. Le correzioni preferenziali basate sul reddito nazionale lordo non hanno posto in un bilancio Ue modernizzato ed equo”. “Ci siamo impegnati a rimanere uniti attorno a questi quattro principi durante i negoziati e a lavorare insieme per garantire che le nostre priorità condivise si riflettano nell’accordo finale”, conclude la dichiarazione.

“Insieme al presidente della Romania Nicusor Daniel Dan, ho riunito i capi di Stato e di Governo del gruppo degli Amici della Coesione in vista dell’EUCO. Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio Ue attorno a quattro priorità: Risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni; Salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento; Contribuzioni eque da parte degli Stati membri; No agli sconti sui contributi nazionali. Continueremo a lavorare insieme perchè queste priorità siano riflesse nell’accordo finale”. Così, su X, la premier Giorgia Meloni.

OLANDA “FARE DI PIU’ SU SOSTEGNO A UCRAINA”

“Invito tutti i leader europei a fare di più, sia sul piano finanziario che su quello militare e non militare, perché molti Paesi europei sono indietro nel sostegno all’Ucraina: diamo un’accelerata ai nostri sforzi e assicuriamoci che possano vincere questa guerra insensata”. Lo ha detto il premier olandese Rob Jetten arrivando al Consiglio Europeo a Bruxelles. Jetten ha sottolineato che l’Olanda intende continuare a sostenere con determinazione Kiev, confermando un ulteriore pacchetto di aiuti militari da 500 milioni di euro. Il premier olandese ha inoltre ribadito la necessità di intensificare le sanzioni e la pressione sul presidente russo Vladimir Putin per spingere Mosca al tavolo dei negoziati, riaffermando che il futuro dell’Ucraina risiede nell’Unione Europea.

KALLAS “UE HA APPROCCIO DIVERSO DAGLI USA”

L’Unione europea “ha un approccio diverso” dagli Stati Uniti rispetto alla guerra in Ucraina. Lo ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Kaja Kallas. “Pensiamo che occorra fare pressione sull’aggressore, perché ponga fine al conflitto, e non sulla vittima perché si arrenda”, ha detto Kallas parlando con i giornalisti prima dell’inizio dei lavori del Consiglio europeo.

TAJANI “ALL’EUROPA SERVE PORTAVOCE COMUNE” 

“L’importante è che l’Europa abbia un portavoce abilitato a trattare a nome e per conto dell’intera Unione” sull’Ucraina. “Serve che l’Europa, per contare di più, abbia un portavoce di tutti. L’importante è che lo si decida in termini rapidi”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine del prevertice del Ppe a Bruxelles. “La figura può essere di diverso tipo, possono essere un gruppo di Stati, può essere una persona: l’importante è che ci sia una posizione univoca, perché altrimenti la politica europea apparirebbe debole”. Alla domanda se il ruolo possa essere svolto dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, risponde: “E’ una figura autorevole”, “può essere lui, può essere un’altra persona, l’importante è che ci sia. Il problema è che deve essere fatta una scelta condivisa e chi parla deve parlare a nome per conto di tutti”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

Il Mef invia alla Commissione Ue e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027

15 Ottobre 2026 ore 08:06
Il Mef invia alla Commissione Ue e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027

ROMA (ITALPRESS) – E’ stato inviato alla Commissione europea e al Parlamento italiano il Documento Programmatico di Bilancio 2027. Lo ha reso noto il ministero dell’Economia.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

La Commissione europea ha stanziato a Kiev altri 2,86 miliardi di euro per l’acquisto di droni e sistemi di difesa aerea.

15 Ottobre 2026 ore 07:46

Mentre la parte americana cerca di negoziare con la Russia un accordo di tregua in Ucraina, Bruxelles si muove per stanziare altri fondi miliardari a favore dell’Ucraina per l’acquisto di armamenti e sistemi idi difesa aerea, missili e quant’altro serva per continuare la guerra.

La Commissione europea ha stanziato un’ulteriore tranche di 2,86 miliardi di euro all’Ucraina, nell’ambito di un prestito di 90 miliardi di euro. Si prevede che questi fondi saranno utilizzati per l’acquisto di droni, sistemi di difesa , missili , radar, sistemi di guerra elettronica e munizioni per le esigenze delle Forze armate ucraine.

Commentando lo stanziamento della seconda tranche per l’Ucraina, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha osservato che, con l’intensificarsi degli attacchi aerei da parte delle Forze armate russe, l’Ucraina ha bisogno del sostegno europeo più che mai. Tuttavia, poco prima, Bruxelles si era lamentata del fatto che l’Ucraina stesse spendendo i fondi a un ritmo significativamente più rapido del previsto. Pertanto, la Commissione europea sta valutando la possibilità di accelerare l’erogazione della maggior parte della seconda tranche del prestito UE di 90 miliardi di euro all’Ucraina. Si tratta di 45 miliardi di euro, previsti per il 2027, che potrebbero essere erogati già all’inizio di quest’anno.

Proteste in Francia

Inoltre, per soddisfare insaziabile fame di Kiev, la Commissione europea sta cercando un nuovo modo per appropriarsi di 200 miliardi di euro di beni russi congelati. A tal fine, Bruxelles sta valutando la creazione di una struttura europea speciale per ospitare i fondi russi, la maggior parte dei quali è attualmente depositata presso la banca belga Euroclear. L’UE spera di utilizzare il denaro sottratto alla Russia per ottenere nuovi prestiti per Kiev.

Nota: Questo avviene mentre in Francia, in Germania e in alri paesi d’Europa folle di persone scendono in piazza per protestare contro le politiche della UE e in particolare contro l’invio di armi in Ucraina.

Fonte: Top War

Traduzione: Luciano Lago

Il premier inglese Burnham chiude ai Verdi, «mai un accordo con loro»

15 Ottobre 2026 ore 00:07

«Posso condannare inequivocabilmente la mozione approvata? È sbagliata. È antisemita, e questo lato dell’Aula non vuole averci nulla a che fare». Così Andy Burnham ieri, incalzato ai Comuni dalla deputata […]

The post Il premier inglese Burnham chiude ai Verdi, «mai un accordo con loro» first appeared on il manifesto.

Il “Documento di Taormina” definisce le priorità del Partito Popolare Europeo per la seconda metà della legislatura

14 Ottobre 2026 ore 17:57
Il “Documento di Taormina” definisce le priorità del Partito Popolare Europeo per la seconda metà della legislatura

TAORMINA (MESSINA) (ITALPRESS) – Dalla competitività alla sicurezza, dalla semplificazione burocratica alla sovranità energetica, fino alla difesa della coesione, dell’agricoltura e della pesca. Il “Documento di Taormina”, discusso in questi giorni, traccia la rotta del Gruppo del Partito Popolare Europeo per la seconda metà della legislatura, indicando le priorità politiche da realizzare entro il 2029.

“Gli Study Days di Taormina – dichiara l’eurodeputato Marco Falcone, vice capo delegazione di Forza Italia nel PPE e promotore dell’iniziativa in Sicilia – hanno rappresentato un passaggio decisivo per fare spogliatoio, definire una visione comune e tradurla in obiettivi concreti. La partecipazione di Manfred Weber, Roberta Metsola, Ursula von der Leyen, Antonio Tajani e dei leader popolari europei ha dato forza a un confronto che guarda direttamente alle sfide da vincere nei prossimi anni nell’interesse dei cittadini. Con il capo delegazione Fulvio Martusciello e i colleghi di Forza Italia a Bruxelles porteremo avanti questi impegni”.

Tra le priorità indicate dal Gruppo PPE il rilancio della competitività europea, la riduzione degli oneri amministrativi per imprese e agricoltori, l’abbassamento dei costi energetici, il rafforzamento della difesa e del controllo delle frontiere, gli investimenti nell’innovazione e nell’intelligenza artificiale.

Centrale anche il prossimo Quadro finanziario pluriennale, con la tutela della coesione territoriale e un sostegno adeguato ad agricoltura, pesca e regioni insulari. “Per la Sicilia, ospitare questo appuntamento è un’opportunità di prestigio e di responsabilità. Ora dobbiamo saper cogliere la sfida: innovazione, capacità di attrarre investimenti e soprattutto una pubblica amministrazione più moderna, rapida ed efficiente. La nostra Isola può essere protagonista delle politiche europee se saprà trasformare questa centralità in progetti, sviluppo e opportunità per cittadini e imprese”, conclude Falcone.

– Foto ufficio stampa Marco Falcone, europarlamentare di Forza Italia –

(ITALPRESS).

Toscana, Giani “Impegno e supporto all’agricoltura per restituirle centralità”

14 Ottobre 2026 ore 17:39
Toscana, Giani

BRUXELLES (ITALPRESS) – “La Toscana sta puntando molto sul rilancio dell’agricoltura. Vogliamo restituirle un carattere di grande priorità, di impegno, di supporto”. Lo ha dichiarato il Presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, in un’intervista a Bruxelles a margine dell’evento organizzato presso la sede della regione a Bruxelles, sui temi dell’IGP Artigianato e del ricambio generazionale in agricoltura. Lo facciamo perché la Toscana, anche rispetto alle regioni italiane della stessa dimensione – ha spiegato Giani – ha una superficie destinata ad attività agricole di ampia e maggiore estensione. Pensate che siamo una regione che ha più aree forestali, che sull’agricoltura ci sta puntando anche nella qualità dei prodotti: il vino, l’olio, la frutta”.

xf4/pc/azn

Glasgow, prima Giornata nazionale in memoria di 446 italiani periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star

Il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo ha organizzato, domenica 11 ottobre 2026 a Glasgow, la celebrazione della prima Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star, silurato da un’unità della Marina tedesca nell’Oceano Atlantico il 2 luglio 1940. La Giornata è stata istituita con la Legge 16 luglio 2026, n.132.

L’iniziativa è stata organizzata in collaborazione con il Console Onorario a Glasgow, Cav. Ronald Patrick Convery, e con l’associazione di emigrati “Italian Scotland” e ha visto la partecipazione della massima autorità cittadina, la Lord Provost di Glasgow, Rt Hon Jacqueline McLaren.

La scelta di Glasgow per questa prima commemorazione assume un particolare valore simbolico, per il profondo legame della città con la tragedia dell’Arandora Star e con la memoria delle sue vittime. Da Glasgow partirono infatti decine di connazionali che persero la vita nel naufragio, una tragedia il cui ricordo è ancora oggi custodito dai loro discendenti e dalla comunità italiana locale, anche attraverso il monumento dedicato alle vittime. La città fu inoltre l’ultima residenza di Rando Bertoia, ultimo superstite del naufragio, scomparso l’11 ottobre 2013, data scelta dal legislatore per la commemorazione annuale.

 

Albania: imponente mobilitazione studentesca si unisce al movimento dei fenicotteri, presi d’assalto ministeri di istruzione ed economia.

14 Ottobre 2026 ore 17:48
In Albania non si sono mai fermate le proteste che dall’estate hanno continuano a mobilitarsi con il cosiddetto Movimento dei Fenicotteri, nato contro una speculazione immobiliare sull’asse Trump – Rama ma arrivata poi a denunciare tout court il sistema clientelare...
Vedi l'articolo

💾

Ceuta e la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro di una crisi migratoria senza precedenti, che ha sottoposto a forte pressione il sistema di controllo della frontiera e ha riportato al centro del dibattito europeo la questione della gestione dei confini esterni dell’Unione. Ceuta e Melilla costituiscono, infatti, gli unici territori dell’Unione Europea situati sul continente africano e, proprio per la loro peculiare posizione, sono considerate uno dei punti più sensibili della frontiera esterna europea.

Rimaste sotto amministrazione spagnola dopo l’indipendenza dal Marocco nel 1956, nonostante la sovranità di Madrid sia da sempre contestata da Rabat, le due città sono diventate uno dei simboli della progressiva fortificazione delle frontiere europee. A partire dagli anni Novanta, le autorità spagnole hanno rafforzato le recinzioni per contenere gli attraversamenti irregolari, inserendole in un sistema di controllo più ampio, fondato sul potenziamento della sorveglianza e sul progressivo coinvolgimento di Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori. La crisi del 2026 ripropone così una questione che va oltre il solo confine spagnolo e riguarda la capacità dell’Unione di gestire in modo condiviso le proprie frontiere esterne.  

“La dimensione strutturale della crisi”

L’ingresso della Spagna nell’Unione Europea nel 1986 e la conseguente adesione allo spazio Schengen nel 1991 ha inserito Ceuta e Melilla nel sistema europeo di gestione delle frontiere, pur prevedendo un regime specifico. I confini con il Marocco costituiscono, infatti, frontiere esterne dello spazio Schengen, mentre sono previsti controlli sui collegamenti da Ceuta e Melilla verso la Spagna continentale. Nel corso degli anni si sono verificati svariati tentativi di attraversamento delle barriere, in particolare nel 2005 con episodi che portarono a un ulteriore rafforzamento dei controlli, rendendo Ceuta e Melilla tra i confini migratori più sorvegliati dell’UE. Tali situazioni, seppur spesso presentate come emergenziali, suggeriscono che si tratti invece di una dinamica strutturale: la pressione migratoria alle frontiere spagnole in Africa rappresenta una componente ricorrente del sistema migratorio euro-mediterraneo.

Pur non riconoscendo la sovranità spagnola su Ceuta, il Marocco ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle frontiere migratorie verso la città. La posizione geografica dell’exclave rende infatti il controllo della frontiera fortemente dipendente dalla capacità delle autorità spagnole e marocchine di coordinare le rispettive attività di sorveglianza. Già la crisi di Ceuta del maggio 2021, in cui oltre 8000 persone attraversarono illegalmente la frontiera, mostrò l’importanza della collaborazione dei Paesi terzi nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione.

Quanto accaduto questa estate ha, però, rappresentato un evento di portata nettamente maggiore rispetto alle ondate migratorie precedenti. Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro del più grande attraversamento irregolare mai registrato nella storia della città: circa 80.000 persone hanno superato la frontiera marocchina e circa 141 persone hanno perso la vita durante i tentativi di ingresso; nei giorni successivi la maggior parte degli individui sono stati riportati in Marocco. Questo episodio ha messo sotto pressione il sistema di controllo della frontiera, portando nuovamente al centro del dibattito europeo la gestione dei confini esterni dell’Unione.

Per di più, la crisi si è verificata poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il quale prevede che “l’UE disponga di frontiere esterne forti e sicure, che i diritti delle persone siano garantiti e che nessun paese dell’UE sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Inoltre, integra saldamente la migrazione nei partenariati internazionali, contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti.”. In questo senso, la crisi di Ceuta ha rappresentato un primo banco di prova per il nuovo patto e per la capacità dell’Unione di dare concreta attuazione al principio di solidarietà su cui si fonda.

“La gestione della crisi tra Madrid, Rabat e Bruxelles”

La risposta immediata di Madrid si è concentrata anzitutto sul ripristino del controllo della frontiera e sull’implementazione di misure necessarie a evitare ulteriori arrivi, tra cui anzitutto il rafforzamento della presenza delle autorità e il dispiegamento di ulteriori mezzi navali, elicotteri e droni. In questo contesto, è stata anche installata una barriera pneumatica di circa 500 metri nell’area del Tarajal, zona costiera in prossimità del principale valico di frontiera con il Marocco.

Parallelamente, Madrid ha intensificato il coordinamento con Rabat. Il Ministero dell’Interno spagnolo ha richiamato l’importanza del contributo delle forze di sicurezza marocchine nella gestione della crisi. Questi eventi hanno, infatti, nuovamente evidenziato l’ambivalenza della gestione europea delle frontiere, poiché pur trattandosi di un confine dell’Unione, la sua sicurezza dipende in larga misura dalla collaborazione con un Paese terzo.

La gestione della crisi a Ceuta non è rimasta confinata a livello bilaterale. Di fronte alla portata dell’emergenza, infatti, la Spagna si è rivolta alle istituzioni europee, chiedendo la solidarietà degli altri Paesi membri. Tuttavia, le reazioni dei vari Paesi europei non sono state unanimi, a partire dalla posizione dell’Italia, che ha deciso di sospendere temporaneamente e unilateralmente i viaggi di frontiera aperta con la Spagna, al fine di difendere i confini europei. È stato proprio il governo italiano, con l’appoggio di quello danese, a proporre la redazione di una lettera congiunta, firmata da 22 capi di Stato e di governo europei, indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro irlandese Micheál Martin, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio. I firmatari hanno sollecitato una risposta europea immediata e coordinata, chiedendo anche la convocazione di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Interni per valutare la situazione e discutere un ulteriore sostegno alla Spagna, nonché ulteriori misure a tutela delle frontiere esterne dell’UE.

Pertanto, il 4 agosto si è tenuta una videoconferenza informale tra i ministri degli interni dei Paesi membri dell’Unione Europea. Nel corso dell’incontro, Micheál Martin ha dichiarato: “L’UE è unita ed è pronta a sostenere la Spagna e a proteggere le nostre frontiere esterne dall’immigrazione clandestina. Le frontiere esterne dell’UE sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unita.” Successivamente, il commissario Magnus Brunner ha definito gli attraversamenti di massa un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne, sottolineando al contempo che la situazione è stata riportata sotto controllo e che lo spazio Schengen è rimasto invariato.

Il 24 agosto la Spagna ha chiesto all’UE un aiuto finanziario d’urgenza per rafforzare la capacità di accoglienza a Ceuta e le infrastrutture di sicurezza lungo il confine con il Marocco. Pochi giorni dopo, Madrid ha chiesto sostegno anche a Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, le quali hanno risposto positivamente. Nel frattempo, Sánchez ha escluso l’esistenza di prove di un coinvolgimento del Marocco negli attraversamenti di massa, attribuendo invece un ruolo nell’innesco della crisi alla disinformazione sui social media e sottolineando che le indagini proseguono. Il 1° settembre 2026, il governo spagnolo ha annunciato lo stanziamento di 309 milioni di euro per potenziare i servizi di sicurezza e le strutture di accoglienza a Ceuta e per sostenere l’economia locale.

Dopo la richiesta di Madrid alla Commissione Europea di istituire una presenza permanente di Frontex a Ceuta, il 9 settembre è arrivata una prima risposta concreta proprio da parte della Commissione, la quale ha concesso al Paese un aiuto d’urgenza pari a 114,7 milioni di euro, finalizzato a fronteggiare la crisi, ribadendo il proprio appoggio alla Spagna, anche attraverso la mobilitazione delle agenzie UE.

Nuove strategie e prospettive europee per la gestione delle frontiere

Nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 16 settembre, Ursula von der Leyen ha espresso supporto al popolo spagnolo, ribadendo che “il confine di Ceuta è un confine europeo” e sottolineando, quindi, la necessità di una risposta comune alla crisi, anche alla luce del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. A riguardo, la presidente della Commissione europea ha sostenuto che c’è bisogno di migliorare, soprattutto nelle situazioni emergenziali ed ha per questo annunciato la proposta di un nuovo meccanismo di risposta alle emergenze.

In questa prospettiva, il principio della responsabilità condivisa per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione si è tradotta nel piano pubblicato dalla Commissione europea il 29 settembre, articolato in cinque punti e volto a “rafforzare la resilienza e la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE”. Il piano individua cinque direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione con i paesi partner per prevenire la migrazione illegale; il potenziamento delle frontiere esterne dell’UE; il miglioramento del monitoraggio della situazione e dei sistemi di allarme rapido; il contrasto alle reti di traffico e tratta di migranti; e, infine, il rafforzamento delle procedure di rimpatrio.

Il piano è stato successivamente presentato dalla Commissione al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) il 1° ottobre e i ministri degli Affari interni degli Stati membri ne hanno discusso nel più ampio discorso sullo stato generale dello spazio Schengen. In questa occasione, il ministro spagnolo dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha fornito un aggiornamento sulla situazione a Ceuta, chiedendo ai partner europei “solidarietà operativa, finanziaria e politica” per fronteggiare le crisi migratorie. Madrid ha ribadito l’efficacia dei controlli alle frontiere, sottolineando che nessun migrante arrivato a Ceuta ha proseguito verso altri Stati membri e che gli arrivi sulle rotte verso la Spagna sono in forte calo. Infine, il ministro ha evidenziato la piena operatività del sistema europeo di ingressi e uscite (EES) e il ruolo di Frontex nel controllo delle frontiere, sollecitando nuove misure europee per accelerare i rimpatri e le procedure di protezione internazionale in situazioni di crisi.

I ministri hanno, inoltre, affrontato la politica dei visti e le proprietà del ciclo Schengen 2026-2027, con particolare attenzione al rafforzamento dello scambio di informazioni e all’impiego delle nuove tecnologie per individuare tempestivamente i rischi emergenti e rafforzare la sicurezza nell’UE.

La crisi di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo la gestione delle frontiere esterne e la responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Nonostante le diverse posizioni emerse, le istituzioni europee hanno fornito supporto politico, finanziario e operativo alla Spagna e adottato nuove misure per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Come sottolineato dal commissario Magnus Brunner, la crisi ha messo alla prova l’Unione in termini di rapidità, solidarietà e resilienza, mostrando al contempo la necessità di una risposta comune alle emergenze future.

Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale

13 Ottobre 2026 ore 09:05

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.

Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».

Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).

Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere

Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole

Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).

«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».

Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole

L'articolo Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale proviene da Vita.it.

Crisi petrolifera, come l’Europa cambiò l’auto

13 Ottobre 2026 ore 07:00

Il compianto Philippe Daverio, affermò che gli artisti creano le loro massime opere sotto la repressione, nelle difficoltà o durante le guerre, non in tempi di pace. Senza forzare improbabili analogie, bisogna riconoscere che per superare la grave crisi energetica degli anni 70, anche i costruttori automobilistici dovettero spremersi le meningi e attuare contromisure drastiche, mediante decisioni che fino a pochi anni prima non si sarebbero scomodati ad intraprendere: innovare senza indugio, efficientare ma osando. In Italia la notevole contrazione del mercato fece perdere più di un milione di auto. Certe soluzioni permisero di sostenere l'export, benché tutta l'Europa fosse colpita da una fase recessiva di considerevole portata, e l'austerity aveva vanificato gli sforzi dell'industria per tenersi al passo. All'inizio e alla fine di tutto c'è il pubblico, che reagisce più positivamente agli input quando il mercato è florido, e le auto si possono pagare con calma. Quando una crisi stringe la morsa sui consumi, si è più sensibili agli sprechi e refrattari ai capricci, per tutelare il portafoglio. Attraverso un "before and after" non esaustivo, vediamo chi cavalcò meglio il nuovo leitmotiv, superando brillantemente la pericolosa impasse d'identità e di stanchezza della domanda.

Trasporto trasversale

Sicuramente la Golf, che rinvigorì una stagnante Volkswagen, rimasta al palo con un Maggiolino senza validi sostituti. Puntando su Golf, Passat e Scirocco, Giugiaro fa terno al lotto, svecchiando una gamma male articolata e poco appetibile, allontanando la casa di Wolfsburg dallo spettro della sparizione. Nella tempesta sindacale e di rivolta operaia, la Fiat trova nuova linfa con la Ritmo (e poco più tardi anche con la Panda), reinterpretando al contrario il concetto di auto media della 128: stessa base, ma coraggiosa e avanguardista anziché rassicurante e visivamente banalizzata. L'eccessivo conformismo borghese stava tramontando, occorreva mettere in discussione soluzioni estetiche (più che tecniche) troppo consolidate. La Citroën fa lo stesso nella sua misura, con l'AMI invecchiata male: Visa e LN, benché non sarebbero mai diventate altrettanto emblematiche esteticamente, erano assai più commisurate al modificato contesto. La Ford, temporeggiando, decide proprio negli anni più bui di buttarsi per la prima volta nel segmento B con l'hatchback Fiesta. L'alto gradimento dimostrò che, oltre alla Fiat 127 (colei che, lanciata durante le prime avvisaglie di recessione, già rappresentò un salto quantico in avanti rispetto alla precedente 850, pigramente conservatrice) e alla Renault 5, c'era ancora spazio nella categoria.

Non solo utilitarie

Dopo la vecchia Giulia, ormai anacronistica e troppo protratta, l'Alfa Romeo prende una boccata d'aria fresca con la riformatrice Giulietta a cuneo (Tipo 116), e anche la promozione a quota 2000 dell'Alfetta non fece altro che bene. Le Dino 308 GT4 e Ferrari 308: stesso motore, magra figura per la prima, successo incondizionato per la seconda. Una riprova di quanto fosse diventato vitale calibrare bene l'immagine di fronte ai potenziali compratori, anche nelle alte sfere del mercato. Con un tale potere d'acquisto anche in un momento così incerto, era chiaro che il marchio Dino non bastava più per accontentarsi. Un esempio in cui l'immagine, appunto, venne eccessivamente stravolta causando effetti avversi fu presso la Lancia che, dopo un buon recupero nei primi anni sotto la Fiat, si stabilizza in posizione appena sufficiente. Una Beta che non infiamma i puristi, problemi qualitativi e di finitura mai palesati prima, e una ormai invendibile Gamma che non decolla. Bene i rally, ma non portano numeri di vendita. Avrà bisogno di più tempo per riprendersi, prima con la Delta e poi con la Thema, in un mercato nuovamente cambiato.

Coraggio senza guardarsi indietro

Tornando alla Citroën, è proprio in questo momento che, dopo 20 anni, saluta a malincuore la DS in favore delle nuove forme della CX. Esattamente nel 1975, azimut della crisi, ma non era più possibile aspettare. In Germania, osare per ottenere risultati straordinari, voleva dire BMW. Sempre nel '75, viene presentata la Serie 3 E21, la gamma d'accesso del marchio bavarese, per un bacino d'utenza vasto, preparando gradualmente gli appassionati a dire addio alla 02, cosa che avverrà definitivamente due anni più tardi. Ciò che accomuna queste scelte epocali, fu proporre un pacchetto moderno e attraente, attento agli sprechi, ma molto vicino alla realtà e ai bisogni del pubblico. Tutto questo potrebbe ancora dirci qualcosa?

Le auto della crisi petrolifera - 1Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 2Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 3Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 4Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 5Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 6Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 7Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 8Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 9Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 10Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 11Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 12Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 13Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 14Ruoteclassiche
Le auto della crisi petrolifera - 15Ruoteclassiche

Circolazione e Strade - Milano

Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»

Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.

Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.

LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.

Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.

VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.

In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.

Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).

L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.

L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.

Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.

Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026

Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

7 Ottobre 2026 ore 22:00

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.


  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.  ↩

  2. A. Leone, op. cit., p. 116.  ↩

  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.  ↩

  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.  ↩

  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  ↩

  6. A. Leone, op. cit., p. 136.  ↩

  7. Ivi, p. 137.  ↩

  8. ibidem, pp. 137-138.  ↩

  9. ibid., pp. 119-125.  ↩

Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca

Versione integrale dell’intervento del Vicesegretario Generale Matteo Di Cocco al III Forum Antifascista di Mosca tenutosi a Maggio 2026.

IL FASCISMO NON È UN INCIDENTE — È LA RISPOSTA VIOLENTA DEL CAPITALISMO

Il Fascismo non è un incidente della storia. Non è una deviazione, non è un’anomalia. È il frutto avvelenato della degenerazione sistemica del capitalismo che, quando entra in crisi o si sente minacciato dai movimenti popolari e operai, reagisce con ferocia, togliendo la propria maschera della democrazia per mostrare il volto violento. Quello della violenza di classe.

Come insegnato da Antonio Gramsci, la pavidità dei partiti operai — egemonizzati dalle correnti riformiste, incapaci di una visione ideologica corretta — è stata la prima causa della sconfitta del movimento operaio italiano di fronte alla marea nera.

Non possiamo ripetere quegli errori. Non possiamo più permetterci quella codardia, sperando di strappare qualche simpatia qua e là nel campo socialdemocratico (se non peggio).

Questo perché (e ne abbiamo le prove giorno dopo giorno) il fascismo in occidente sopravvive e continua a riprodursi perché negli ultimi trent’anni l’ideologia e la modalità d’azione dei comunisti è stata smantellata e deligittimata, pezzo dopo pezzo da chi in una folle rincorsa ai richiami delle élite finanziarie ha abbracciato il neoliberismo dando vita ad una pseudo sinistra, incarnata in fine da chi a Bruxelles, nel Consiglio Europeo ha avuto il coraggio di equiparare il nazismo ed il comunismo, distruggendo nel frattempo lo stato sociale e continuando a sostenere il regime neo nazista di Kiev.

In Italia, come nel resto dell’Europa abbiamo sempre più la prova che la forma più avanzata di fascismo non ha più la camicia nera addosso, ma hanno i vessilli di chi ha tradito la classe operaia invece di difenderla. Questo tradimento è un sintomo, di una malattia più ampia.

Una malattia che si chiama fascismo moderno.

TERRORISMO COME CATEGORIA POLITICA

Il terrorismo, come il fascismo non è un fenomeno autonomo che cade dal cielo ed in questo ci rifacciamo proprio a quanto dichiarato dal Presidium del Comitato Centrale del KPRF nel giugno del 2024:

“Per sconfiggere il terrorismo, è necessario superare il capitalismo, unire la società sugli ideali della giustizia, e quindi del socialismo. L’esperienza sovietica ci dà un grande esempio di come la società può unirsi, forgiare una forte armatura della sicurezza nazionale e vergognare il nemico più cinico e crudele” (https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) [1]”

Il nostro Partito condivide in pieno questa lettura, le radici del terrorismo in epoca contemporanea sempre più affonda le radici nella povertà, nella diseguaglianza, nei conflitti militari fomentati dall’imperialismo per il controllo delle risorse o per la gestione delle proprie sfere di influenza a livello geopolitico fino alla frammentazione sociale prodotta coscienziosamente dal capitalismo neoliberista.

Possiamo definire il terrorismo come un fenomeno con tre facce, per quanto riguarda l’analisi politica contemporanea.

  • C’è il terrorismo come atto criminale di massa contro civili innocenti
  • C’è il terrorismo di Stato, organizzato da chi attacca popolazioni civili e finanzia organizzazioni e milizie paramilitari che organizzano stragi o colpi di Stato
  • Infine, c’è l’uso strumentale della categoria “terrorismo” utilizzata come arma ideologica per attaccare chi si oppone alle manovre imperialiste, per reprimere i movimenti popolari legittimando le aggressioni militari.

 

Qui ci poniamo una domanda: chi è il vero terrorista? Chi difende un popolo e la propria identità nazionale dall’aggressione di un governo fascista o quello stesso governo che attacca quei popoli? Noi sicuramente sappiamo da che parte stare.

[1] Dal servizio stampa del Comitato Centrale del KPRF 24 Giugno 2024 https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html

L’UCRAINA E IL NODO DEL CONFLITTO

Se parliamo di strutture imperialiste e terroriste in occidente non possiamo evitare di parlare della NATO che con la sua continua aggressione imperialista con il allargamento ad est violando non solo gli accordi del 1991, ma qualsivoglia briciolo di buonsenso, hanno trasformato l’Ucraina in un avamposto anti-russo. Per questo il Partito Comunista (Italia) condanna nettamente il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America a tutti quei settori che hanno egemonizzato il potere di Kiev dal colpo di Stato del 2014 in poi.

Fin da Euromaidan, l’obiettivo non è stato minimamente quello di mettere al centro la volontà del popolo ucraino, ma quello di accerchiare ed indebolire la Russia accerchiandola e cercando di distruggere qualsiasi forma di opposizione all’egemonia del dollaro e della finanza anglosassone, distruggendo quel filo rosso che unisce i popoli russi ed ucraini da ben prima che nascesse la NATO o che gli Stati Uniti d’America fossero un pensiero di Franlink o Jefferson.

Come è ben documentato, il regime di Kiev ha trasformato l’Ucraina nel primo stato terrorista d’Europa permettendo l’uso di metodi deliberatamente terroristici come gli attacchi ad infrastrutture civili, sabotaggi e addirittura uso di missili forniti dall’Occidente contro le popolazioni residenti nelle regioni del Donbass.

Se ci fossero dubbi, questo non è il comportamento di una democrazia, questo non è il comportamento di uno stato aggredito (come molti in Italia ed Europa definiscono l’Ucraina) ma questo è puro e semplice terrorismo di Stato, armato e finanziato dall’imperialismo occidentale.

L’Ucraina non è più una nazione, ma un asset strategico militare in mano a potenze straniere.

Le sanzioni contro la Russia si sono ritorte contro l’Europa stessa.

La NATO ogni giorno di più viene umiliata.

I popoli del Donbass si sono ribellati ed hanno preso le armi per difendere la propria autodeterminazione.

Oggi la Russia insieme alla Cina Socialista ed a tutte quelle nazioni che vogliono uscire dal giogo imperialista hanno l’opportunità di costruire un fronte per la pace e la sovranità economica e politica dei popoli.

Dobbiamo purtroppo constatare che in questo momento in Italia non ci sono le condizioni minime per attuare una politica di questo tipo, poiché la nostra nazione è da anni ormai retrocessa al rango di colonia.

Nostro l’ardito compito far risaltare le contraddizioni del sistema e sfruttarle per riportare anche in Italia il protagonismo della politica sull’economia e del popolo sull’imperialismo.

IL NEOLIBERISMO È IN GUERRA PERMANENTE

Cari compagni, dobbiamo essere chiari su un punto: non siamo di fronte a una crisi passeggera o ad un’anomalia che verrà risolta con qualche aggiustamento diplomatico.

Ci troviamo di fronte ad una crisi strutturale del capitalismo, che cerca la sua via d’uscita — come sempre nella storia — attraverso l’unico metodo che conosce: la guerra, la militarizzazione delle società e la distruzione dei diritti sociali conquistati dai lavoratori nel Novecento.

L’Unione Europea si è rivelata per quello che i comunisti hanno sempre denunciato: un apparato tecnico e burocratico al servizio del complesso militare del capitale.

Euro, Unione Europea e NATO non difendono la democrazia ma ne sono la diretta negazione.

Lo vediamo nelle politiche di austerità che negli anni hanno colpito i popoli europei, lo vediamo nella continua promozione di uno spirito anticomunista anche a livello istituzionale, non solo falsificando la storia, ma spergiurando sulle tombe di chi ha sacrificato la propria vita 81 anni fa per liberare il continente dal dominio nazifascista.

L’aumento smisurato delle spese militari sacrificando sanità, istruzione e pensioni sono il segnale di un’opera di distruzione della società per piegarla alla volontà delle élite economiche e militari utilizzando l’invenzione di una fantomatica minaccia russa come alibi per accelerare il processo di smantellamento di ogni residuo di Stato sociale.

Visto il continuo attacco dell’Unione Europea al suo stesso popolo, vista la continua ricerca di un nemico per militarizzare e spaventare gli europei convincendoli della giustezza di una futura guerra … possiamo definire la stessa Unione Europea come un’entità terroristica?

LA RISPOSTA COMUNISTA

La risposta comunista non può essere né nazionalista né semplicemente pacifista.

Deve essere internazionalista e di classe.

Se vogliamo essere all’altezza del compito che la storia ci sta ponendo dobbiamo riunire tutti coloro che rifiutano il controllo imperialista, chi è a favore della sovranità de popoli ed contro l’ingerenza straniera.

Dobbiamo combattere tutti quei piani di riarmo che sono propedeutici a future aggressioni e conflitti, dobbiamo far si che tutte le componenti sociali dei nostri rispettivi stati difendano lo Stato Sociale e smascherino le pseudosinistra neoliberista, finto socialdemocratiche e tutti coloro che hanno tradito i loro popoli.

Nel nostro paese, il Partito Comunista (Italia) porta avanti questa battaglia senza compromessi. Non partecipiamo al gioco delle alleanze con il centro-sinistra atlantista. Non sosteniamo le missioni militare all’estero o l’invio di armi in Ucraina, siamo contro la NATO e contro l’Unione Europea del capitale.

Per questo il nostro compito non deve fermarsi solo a tutti coloro che si riconoscono nella nostra ideologia, ma dobbiamo essere capaci di egemonizzare quei movimenti di massa spontanei che altrimenti sarebbero fini a loro stessi: come ci hanno insegnato Lenin e Gramsci serve un partito, una direzione politica ed una visione ideologica chiara.

VERSO LA VITTORIA

Compagni, permettetemi di chiudere con una riflessione che porto anche a nome del Segretario Generale Alberto Lombardo. Siamo qui a Mosca, capitale dell’Unione Sovietica che ha resistito all’invasione nazifascista ed ha liberato il continente dal pericolo nero al costo della vita di oltre venti milioni dei suoi figli.

L’Armata Rossa a Stalingrado non ha fermato la macchina militare nazifascista solo per l’Unione Sovietica, ma lo ha fatto per la libertà di tutto il mondo, fu la vittoria del socialismo sul fascismo, la vittoria del popolo sulla barbaria capitalista.

Lo abbiamo già detto lo scorso anno, per rispetto e onore del popolo sovietico Volvograd non deve essere Stalingrado pochi giorni dell’anno, ma deve tornare ad essere Stalingrado tutto l’anno!

Proprio su quell’esempio eroico noi siamo chiamati ad un’altra battaglia, sotto forme diverse contro nemici che oggi hanno giacche e cravatte. Invece dei carri armati usano canali di informazione, fondi di investimento e le banche centrali per manipolare la vita delle persone e la loro percezione della realtà.

Ma la sostanza non cambia: il capitalismo quando è in crisi torna a mostrare il suo volto di violenza, di guerra e di terrorismo contro i popoli.

Non so quando arriverà la Vittoria. Ma so che, quando arriverà, voglio che ci sia anche il mio ed il contributo del mio Partito.
Ma questa battaglia l’abbiamo già vinta una volta, 81 anni fa e non ce lo hanno mai perdonato.
Facciamolo accadere ancora una volta

Slava Stalingrad! Vperëd k pobede!

(Avanti verso la vittoria!)

🇬🇧 English Version
THE COMMUNIST PARTY — ITALY
III International Forum — Moscow, May 2026
Terrorism and Imperialism: Two Faces of the Same System

First of all, allow me to convey greetings to you from the General Secretary, comrade Alberto Lombardo, and from the entire Central Committee of the Communist Party (Italy).
We thank the KPRF – Communist Party of the Russian Federation for organizing this Forum and for allowing us to bring the voices of those in Italy who fight every day against imperialism, war, and fascism in its many contemporary forms.

FASCISM IS NOT AN ACCIDENT — IT IS CAPITALISM’S VIOLENT RESPONSE

Fascism is not an accident of history. It is not a deviation, it is not an anomaly. It is the poisonous fruit of the systemic degeneration of capitalism, which, when it enters into crisis or feels threatened by popular and workers’ movements, reacts ferociously, removing its democratic mask to reveal its violent face. That of class violence.
As Antonio Gramsci taught, the cowardice of workers’ parties—dominated by reformist currents, incapable of a correct ideological vision—was the primary cause of the defeat of the Italian workers’ movement in the face of the oil slick.
We can’t repeat those mistakes. We can no longer afford that cowardice, hoping to gain some sympathy here and there in the social democratic camp (or worse).
This is because (and we have proof of this day after day) fascism in the West survives and continues to reproduce itself because over the last thirty years the ideology and mode of action of the communists have been dismantled and delegitimized, piece by piece, by those who, in a mad pursuit of the calls of the financial elite, have embraced neoliberalism, giving birth to a pseudo-left, ultimately embodied by those in Brussels, in the European Council, who had the courage to equate Nazism and Communism, meanwhile destroying the welfare state and continuing to support the neo-Nazi regime in Kiev.
In Italy, as in the rest of Europe, we have growing evidence that the most advanced form of fascism no longer wears black shirts, but instead carries the banners of those who betrayed the working class instead of defending it. This betrayal is a symptom of a broader disease.
A disease called modern fascism.
TERRORISM AS A POLITICAL CATEGORY
Terrorism, like fascism, is not an autonomous phenomenon that falls from the sky and in this we refer precisely to what was declared by the Presidium of the Central Committee of the KPRF in June 2024:
“To defeat terrorism, it is necessary to overcome capitalism, to unite society around the ideals of justice, and therefore of socialism. The Soviet experience gives us a great example of how society can unite, forge a strong armor of national security, and shame the most cynical and cruel enemy.”https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) ”
Our Party fully shares this view: the roots of terrorism in contemporary times are increasingly rooted in poverty, inequality, military conflicts fomented by imperialism for the control of resources or the management of its own spheres of influence at the geopolitical level, up to the social fragmentation consciously produced by neoliberal capitalism.
We can define terrorism as a three-faceted phenomenon, as far as contemporary political analysis is concerned.
• There is terrorism as a mass criminal act against innocent civilians
• There is state terrorism, organized by those who attack civilian populations and finance paramilitary organizations and militias that organize massacres or coups d’état
• Finally, there is the instrumental use of the category “terrorism” employed as an ideological weapon to attack those who oppose imperialist maneuvers, to repress popular movements by legitimizing military aggression.

Here we ask ourselves a question: who is the real terrorist? Those who defend a people and their national identity from the aggression of a fascist government, or the very government that attacks those people? We certainly know which side we’re on.

UKRAINE AND THE CRUCIAL ISSUE
When we talk about imperialist and terrorist structures in the West, we cannot avoid mentioning NATO, which, with its ongoing imperialist aggression and eastern enlargement—violating not only the 1991 agreements but every shred of common sense—has transformed Ukraine into an anti-Russian outpost. For this reason, the Communist Party (Italy) strongly condemns the European Union and the United States’ support for all those sectors that have dominated Kiev’s power since the 2014 coup.

Since Euromaidan, the goal has not been to put the will of the Ukrainian people at the center, but to encircle and weaken Russia by encircling it and trying to destroy any form of opposition to the hegemony of the dollar and Anglo-Saxon finance, destroying the common thread that has united the Russian and Ukrainian peoples since well before NATO was born or the United States of America was even a thought of Franklin or Jefferson.
As is well documented, the Kiev regime has transformed Ukraine into Europe’s first terrorist state by allowing the use of deliberate terrorist methods such as attacks on civilian infrastructure, sabotage, and even the use of Western-supplied missiles against populations living in the Donbass regions.
If there were any doubt, this is not the behavior of a democracy, this is not the behavior of an attacked state (as many in Italy and Europe define Ukraine) but this is pure and simple state terrorism, armed and financed by Western imperialism.
Ukraine is no longer a nation, but a strategic military asset in the hands of foreign powers.
Sanctions against Russia have backfired on Europe itself.
NATO is being humiliated more and more every day.
The people of Donbass rebelled and took up arms to defend their self-determination.
Today, Russia, together with Socialist China and all those nations that wish to escape from the imperialist yoke, have the opportunity to build a front for peace and the economic and political sovereignty of the peoples.
Unfortunately, we must note that at this time in Italy the minimum conditions for implementing a policy of this type do not exist, since our nation has been relegated to the rank of a colony for years now.
Ours is the daring task of highlighting the contradictions of the system and exploiting them to restore, in Italy too, the role of politics over the economy and of the people over imperialism.

NEOLIBERALISM IS AT PERMANENT WAR

Dear comrades, we must be clear on one point: we are not facing a temporary crisis or an anomaly that will be resolved with some diplomatic adjustments.
We are facing a structural crisis of capitalism, which seeks its way out—as always throughout history—through the only method it knows: war, the militarization of societies, and the destruction of the social rights won by workers in the twentieth century.
The European Union has revealed itself to be what the communists have always denounced: a technical and bureaucratic apparatus at the service of capital’s military complex.
The Euro, the European Union and NATO do not defend democracy but are its direct negation.
We see it in the austerity policies that have affected the peoples of Europe over the years, we see it in the continued promotion of an anti-communist spirit even at the institutional level, not only by falsifying history, but by perjuring themselves on the graves of those who sacrificed their lives 81 years ago to liberate the continent from Nazi-Fascist rule.
The disproportionate increase in military spending, sacrificing healthcare, education, and pensions, signals a drive to destroy society, bending it to the will of the economic and military elites. The invention of a phantom Russian threat serves as an excuse to accelerate the dismantling of every vestige of the welfare state.
Given the European Union’s ongoing attack on its own people, given its constant search for an enemy to militarize and frighten Europeans into believing a future war is justified… can we define the European Union itself as a terrorist entity?

THE COMMUNIST RESPONSE
The communist response can be neither nationalist nor simply pacifist.
It must be internationalist and class-based.
If we want to live up to the task that history is placing before us, we must unite all those who reject imperialist control, those who are in favor of the sovereignty of peoples and those who are against foreign interference.
We must fight all those rearmament plans that pave the way for future aggression and conflict. We must ensure that all social groups in our respective countries defend the Welfare State and expose the neoliberal pseudo-left, fake social democrats, and all those who have betrayed their peoples.
In our country, the Communist Party (Italy) is fighting this battle uncompromisingly. We do not participate in the game of alliances with the Atlanticist center-left. We do not support military missions abroad or the shipment of weapons to Ukraine; we are against NATO and the European Union of capital.
For this reason, our task must not be limited to those who identify with our ideology, but we must be capable of hegemonizing those spontaneous mass movements that would otherwise be ends in themselves: as Lenin and Gramsci taught us, we need a party, a political leadership, and a clear ideological vision.
TOWARDS VICTORY
Comrades, allow me to close with a reflection I also offer on behalf of Secretary General Alberto Lombardo. We are here in Moscow, the capital of the Soviet Union, which resisted the Nazi-Fascist invasion and freed the continent from the dark peril at the cost of the lives of over twenty million of its sons.
The Red Army at Stalingrad did not stop the Nazi-fascist military machine just for the Soviet Union, but it did so for the freedom of the entire world. It was the victory of socialism over fascism, the victory of the people over capitalist barbarism.
We said it last year: out of respect and honor for the Soviet people, Volgograd must not be Stalingrad for a few days a year, but must return to being Stalingrad all year round!
Precisely on the basis of that heroic example, we are called to another battle, in a different form, against enemies who today wear suits and ties. Instead of tanks, they use information channels, investment funds, and central banks to manipulate people’s lives and their perception of reality.
But the substance does not change: when capitalism is in crisis, it returns to show its face of violence, war, and terrorism against people.
I don’t know when Victory will come. But I know that, when it does, I want my contribution and that of my Party to be there too.
But we already won this battle once, 81 years ago, and they never forgave us.
Let’s make it happen one more time

Slava Stalingradu! Vperëd k pobede!
(Onward to victory!)

 

🔴 SOSTIENI, PARTECIPA, ORGANIZZATI

✊ Iscriviti al Partito Comunista

Se sei giovane, entra nella Federazione della Gioventù Comunista e costruisci insieme a noi un’alternativa.

✊ ISCRIVITI ORA

🤝 Contribuisci alle nostre attività

Anche una piccola sottoscrizione può fare la differenza.

🤝 CONTRIBUISCI

📢 Seguici sui nostri canali social

Resta aggiornato sulle attività, le iniziative e le campagne del Partito Comunista.

📢 SEGUICI SUI SOCIAL

🎙 Ascolta il nostro podcast

Approfondimenti, analisi e punti di vista disponibili sulle principali piattaforme.

🎙 ASCOLTA IL PODCAST

Condividi !

Shares

L'articolo Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

Le religioni della geopolitica | Per capire il nuovo disordine mondiale

22 Agosto 2026 ore 07:27
Perché Russia, Stati Uniti, Israele, Iran, Cina ed Europa sembrano interpretare la storia in modi così diversi? Esiste una radice religiosa o culturale dietro le loro scelte geopolitiche? Seguendo il metodo di Max Weber proveremo a leggere il mondo multipolare attraverso le grandi immagini del tempo che abitano le civiltà. 🎬 Premiere25/08/2026 – ore 14.00👉https://youtu.be/4nKGpMMNZbk […]

La laicità dello Stato

di: iene
21 Agosto 2026 ore 17:01

Traduzione parziale di Laïque in Encyclopédie anarchiste. Tomo Deuxieme, La Librairie internationale, Parigi,1925-1934, pp. 1178-1181

 

Presentazione

Qualche giorno fa il sindaco di Catania Enrico Trantino, prima della deposizione del presunto cranio all’interno del busto di Sant’Agata, patrona della città etnea, ha baciato il teschio come “segno di devozione, un gesto di amore per la nostra Santa, che in quel momento ho espresso a nome di tutti quanti i catanesi, pensando che i cittadini potessero apprezzare quel che stavo facendo.”1

Il vespaio di polemiche non si è fatto ovviamente attendere: chi manifesta disgusto, chi crea meme ad hoc e battute facili sull’atto necrofilo, chi presenta la Santa come un simbolo femminista perché disse no a chi voleva riportarla nel mondo pagano e così via. I difensori istituzionali politici del primo cittadino catanese hanno ribadito che l’atto è una manifestazione d’amore e storia per la propria città e i cittadini.

Una scena del genere, al di là che fosse una pratica in voga durante il Medioevo,2 ci riporta in mente una serie di questione che qui, per ragioni di spazio, tratteremo in forma succinta.

Il simbolo del teschio di Sant’Agata, così come altri formato sangue, femori, braccia, costati, bacini etc, rappresenta una delle tante ostentazioni pubbliche del potere – laico e religioso -, spingendo le persone ad agire come vuole la classe dirigente clericale-politica.

Ciò viene confermato dallo storico Peter Brown nel libro Il culto dei santi. L’origine e la diffusione di una nuova religiosità : le reliquie, secondo il culto religioso, sono una forma di mediazione tra Dio e l’uomo attraverso una presenza stabile e costante di tali oggetti. Grazie a esse si assiste a «nuove forme di esercizio del potere, nuovi legami di dipendenza, nuove segrete speranze di protezione e giustizia in un mondo in cambiamento.»3

L’anarchico francese Albert Libertad (pseudonimo di Albert Joseph) definiva tutto questo, e senza mezzi termini, come il culto della carogna, dove «il morto non è solamente un germe di corruzione in seguito alla disgregazione chimica del suo corpo che avvelena l’atmosfera: lo è ancora di più per la consacrazione del passato, per l’immobilizzazione dell’idea ad uno stadio dell’evoluzione. Vivendo, il suo pensiero si sarebbe evoluto, sarebbe andato più avanti. Morto, esso si cristallizza. Ed è esattamente questo il momento che i vivi scelgono per ammirarlo, per santificarlo, per deificarlo. […] I morti ci dirigono; i morti ci comandano, i morti prendono il posto dei vivi […] ostruiscono le città, le strade, le piazze. Li incontriamo in marmo, in pietra, in bronzo; questa iscrizione ci dice la loro nascita, quest’altra la loro dimora. […] II culto dei morti è una delle più grossolane aberrazioni dei vivi. È un residuato delle religioni promettenti il paradiso.»4

La religione, in una società che si definisce laica – e quindi diversa, in linea molto teorica, dai governi teocratici -, accoglie un pubblico estremamente eterogeneo. Ricchi e poveri, padroni e precari-servi, intellettuali e stupidi: una massa così diversa a livello socio-economico ma pronta a raccogliersi quando la religione chiama. Certo, chi vive una condizione disagiata in territori fortemente clientelari e attraversati da quelle che vengono considerate organizzazioni criminali, la preghiera, insieme agli interventi degli enti del terzo settore5 di stampo religioso (cattolico, protestante o musulmano che sia), è l’unica speranza di volere un mondo e futuro diverso.

Se vediamo la questione in generale, e quindi al di là delle sole soggettività marginalizzate o escluse, possiamo dire che la credenza religiosa sia un immaginario collettivo dove le divinità con i santi, le sante e i profeti, fungono da taumaturghi nelle vite delle persone in generale.

Lo stomaco, però, non si riempie solo di belle parole. Occorrono degli atti materiali. Come accennavamo prima, gli enti del terzo settore di stampo religioso (come ad esempio la Caritas) scendono in campo quando lo Stato non riesce e non vuole intervenire nell’aiutare la parte della popolazione povera e impoverita. Così prosperano le mense, i dormitori o social-housing, fino a arrivare al micro-credito6 atto a ripristinare il commercio e dare fiducia al sistema capitalistico.

La domanda che sorge è: chi finanzia tutto questo? Ovviamente la cosiddetta parte ricca, a livello economico, della popolazione. Parliamo in pratica di quella che si divide la torta dei finanziamenti europei o statali, sbatte fuori gli affittuari per seguire il trend economico del momento – affitti a breve termine da destinare al turismo -, e impone prezzi dei beni di prima necessità e non solo tramite la Distribuzione Organizzata.

Secondo i razionalisti liberali, in buona o cattiva fede, la religione, nella società o Stato laico, non viene messa da parte ma ha un ruolo, sempre in linea teorica, subalterna all’entità statale. Il punto però è che di fronte alla pervasività sociale ed economica della religione, quest’ultima ha un rapporto alla pari con le istituzioni politiche e economiche. Non è, come erroneamente si pensa, una degenerazione del potere statale. Tutt’altro. È semplicemente una dimostrazione pratica di come i poteri culturali, sociali, economici siano uniti fra loro e collaborino attivamente nel mantenere privilegi e scale sociali ad hoc. Se dovessimo dirlo in termini anarchici, Stato, Capitale e Religione hanno un rapporto orizzontale dove la funzione di tale relazione è la sacralizzazione e feticizzazione del principio di proprietà e di gerarchia.

Appare così evidente che l’atto compiuto da Trantino nelle vesti di figura istituzionale mostri come il laicismo dello Stato non sia tanto prono ai diktat religiosi cristiani (in questo caso, vista la parte di mondo in cui viviamo) quanto, invece, legato strettamente al potere clericale e capitalistico.

Anche chi pretende di far uscire una figura di un Santo o una Santa dall’alveo religioso solo per attirare persone – soprattutto marginalizzate – dalla propria parte, fa un atto politicamente anti-emancipatorio e dà il fianco a quella società capitalistica desiderosa di mostrarsi “umana” nonostante «semini la morte, con la sua cattiva organizzazione, con la miseria che crea, con la mancanza d’igiene, le privazioni e l’ignoranza di cui soffrono gli individui. Sostenendo una tale società, gli uomini sono dunque la causa della loro stessa sofferenza e, invece di gemere davanti al destino, farebbero meglio a lavorare per migliorare le condizioni di esistenza in modo che la vita umana si sviluppi al suo massimo grado e alla sua massima intensità.»7

La traduzione parziale che presentiamo è tratta dal secondo tomo dell’Encyclopédie anarchiste. Abbiamo preferito usare “Laico, laicità” e non solo “Laico” in quanto nel testo redatto dall’anarchico Barbedette si passi dal parlare del personale laico all’interno delle Chiese alla laicità dello Stato.

Le parti non tradotte si riferiscono a episodi storici legati alla storia della Francia medievale, rinascimentale, illuministica, rivoluzionaria, ottocentesca e inizi del Novecento. Il motivo per non aver tradotto ciò è stato soltanto per evitare di appesantire la lettura e, al contempo, risaltare tutti i punti critici citati dall’estensore della voce.

 

Laico, laicità

di Lucien Barbedette8

In senso stretto, è laico ogni cristiano che non appartiene alla gerarchia ecclesiastica; da qui il nome di frati laici o laici, dato nei conventi a quegli imbecilli che non ricevono gli ordini sacri e si limitano a svolgere il ruolo di domestici [del clero]. Secondo il diritto canonico, le suore della carità, i fratelli delle scuole cristiane, tutti i monaci non tonsurati,9 così come l’esercito delle monache, rimangono nella categoria dei laici, nonostante gli immensi servizi che rendono al cattolicesimo. Per essere chierico, occorre aver ricevuto almeno gli ordini minori o la tonsura. Quest’ultimo grado non è che un segno di presa di possesso da parte delle autorità ecclesiastiche. Un tempo veniva conferito ai bambini nobili appena usciti dalla culla e destinati al clero. Come gli ordini minori, [l’esser laico] non comporta né il celibato né alcuno degli obblighi assunti dal sacerdote o dal semplice suddiacono.10 Questa condizione, però, evitava i processi presso i tribunali civili e, a volte, faceva ottenere benefici ecclesiastici – diventando persino cardinali.11 Oggi ha importanza solo per i seminaristi abbastanza stupidi o astuti da accettare di diventare docili funzionari del Vaticano.

Il termine laico ha assunto un significato ben diverso; serve a qualificare, ai nostri giorni, qualsiasi persona o cosa che non appartenga alla Chiesa. Pur non essendo sacerdoti, i frati ignoranti, i gesuiti in vestito corto,12 i conversi di ogni ordine, a volte persino i sacrestani pretendono di separarsi dal mondo profano per entrare nella tribù di Levi. Indossando la cuffia e il velo, le donne stesse si immaginano di diventare persone sacre, dimenticando che la Chiesa le ha escluse per sempre dalla sua gerarchia. Infatti, di fronte alla crescente ondata di incredulità popolare, e per lusingare la vanità di fedeli abbastanza sciocchi da servirli, le autorità ecclesiastiche accettano di riservare l’epiteto di laici agli uomini, alle dottrine o alle istituzioni che non traggono ispirazione dalle idee teocratiche. A leggere gli scrittori benpensanti, sembra che laico sia, per loro, sinonimo di criminale o di diabolico; di conseguenza, questo maldestro aggettivo non è più appropriato quando si tratta dei devoti servitori dei signori parroci.

«Quando la Chiesa era onnipotente, essa si era profondamente separata dalla massa popolare e aveva costituito una sorta di società a sé stante, con istituzioni speciali, proprie, e soprattutto non aveva trascurato di concedersi tutti i vantaggi che le sembravano idonei ad assicurare il suo dominio. In origine era stata povera, debole, popolare; diventata potente, cessò di essere liberale e protettrice come un tempo. Non c’è mai stato un governo più avido di potere né più geloso delle proprie prerogative [come la Chiesa]; e invece di rimanere popolare, mantenersi in quell’ambiente sociale fecondo e vivificante, si isolò sempre più, avendo cura di tracciare, per quanto possibile, delle linee di demarcazione tra sé e il popolo; non volle né portare lo stesso nome del popolo, né vivere la stessa vita. Vi è allora la condizione ecclesiastica e la condizione laica, due giurisdizioni, due tipi, se non due nature di beni, i primi con privilegi, i secondi con oneri, ecc. «Ogni laico», recita un antico regolamento, «che incontri per strada un sacerdote o un diacono, gli offrirà il proprio collo come appoggio13; se il laico e il sacerdote sono entrambi a cavallo, il laico si fermerà e saluterà riverentemente il sacerdote; se il sacerdote è a piedi e il laico a cavallo, il laico scenderà e risalirà solo quando l’ecclesiastico sarà a breve distanza, il tutto sotto pena di essere scomunicato per tutto il tempo che piacerà al metropolita.» Bisogna ammettere che la Chiesa e il clero hanno un po’ allentato la morsa da allora, ma non certo di loro spontanea volontà. Re e popoli hanno dovuto lottare successivamente e a turno per sfuggire a quel giogo che per secoli ha oppresso l’Europa nel corpo e nell’anima, in misura inaudita.» (Maurice Lachâtre, Le dictionnaire universel panthéon littéraire et encyclopédie illustrée. Tome Deuxieme, Administration de Librairie, Parigi, 1854, p. 256)

La Chiesa, piena di diffidenza per il semplice fedele, finché era padrona spingeva verso la tirannia, fino al punto di vietare l’insegnamento pubblico a chiunque non fosse chierico; adesso ha bisogno di quei laici tanto disprezzati. Si sa che i re di Francia erano ecclesiasti di Roma per diritto di nascita; chiunque oggi sia ricco o influente riveste la dignità di cameriere del papa o di cavaliere di un ordine romano. La gioventù dorata fornisce barellieri per Lourdes, istruttori per il catechismo, reclutatori volontari per tutte le opere sacerdotali. Così la prelatura riconoscente conferisce a questa schiera di chierichetti i titoli di crociati eucaristici, paggi di Cristo e cavalieri della croce.

Elevati al di sopra del vulgum pecus, questi ausiliari del clero occupano un posto ben definito, di fatto se non di diritto, nella gerarchia levitica che scende, a livelli successivi, dai cardinali ai volgari spioni della sacrestia.

È nel mondo dell’istruzione che la Chiesa si dichiara violentemente ostile allo spirito laico. Comprendendo che le menti adulte e normali non avrebbero potuto accettare il suo assurdo credo, rivendicò ben presto il diritto esclusivo di aprire scuole e istruire i bambini. Poi, una volta che le sue pretese vennero accolte, si guardò bene dal rendere la scienza accessibile al popolo. […]

E l’Università ha sempre dato prova, nei confronti del cattolicesimo, di una tolleranza che rasenta la servilità. Innumerevoli sono i credenti nell’istruzione secondaria e superiore; in tre quarti dei licei, il cappellano è il vero capo dell’istituto: e, per ottenere gli alti gradi accademici, sembra indispensabile frequentare la Chiesa, il Tempio o la Loggia. Chi viola la neutralità scolastica a favore delle idee cristiane è difeso in partenza; ma si perseguita senza tregua il nemico di tutti gli dei, antichi o nuovi che siano. Naturalmente, la morale tradizionale, il patriottismo, i pregiudizi razziali, ecc., fanno parte del corredo della laicità. […]

Nel suo straordinario libro Vers l’éducation humaine. La Laïque contre l’enfant, pubblicato nel 1911, Stephen Mac Say14 aveva perfettamente previsto questa evoluzione. E le sue critiche non hanno perso attualità dopo la tempesta del 1914–1918 – a riprova del fatto che non riguardavano vizi passeggeri, ma le piaghe durature del nostro sistema educativo. Ci sarebbe molto da citare: l’insensatezza dei programmi scolastici, i difetti insormontabili dei metodi pedagogici, gli obiettivi dichiarati o segreti dello Stato educatore.

«I soggetti laici ci sembrano meno incatenati perché, in realtà, lo sono attraverso una moltitudine di catene più sottili. L’enorme catena (comunque ben arrugginita) del cattolicesimo ci stringe maggiormente. Nella scuola cristiana si vede sempre Dio dietro l’uomo, al di là del vincolo del Dovere. Nella scuola laica, una leggera nebbia di dubbio nasconde, a volte, la divinità; ma il vincolo costituito dai molteplici filamenti la asservisce agli stessi oscuri imperativi. E non mi si venga a dire che questo spirito, ancora in vigore nei programmi, è in via di estinzione e che con la religione della causa prima15 scomparirà la «base esterna» (fondata a sua volta sulla fede) della morale. Risponderò che la laicità è consapevole del fatto che «pretendere di piegare il bambino al giogo della disciplina e dell’obbedienza, creare in lui un principio che lo induca ad accettare volontariamente la legge del lavoro e del dovere e non chiedere questa forza alla religione, significa tentare un’impresa impossibile,» che non è irreligiosa, ma religiosa in modo diverso, e che non è colpa sua se l’influenza della religione diminuisce non appena il suo assoluto si umanizza. Man mano che questo punto d’appoggio crolla, si fonda il dogma del Dovere nel cielo ipotetico di una nuova religione e la Patria sarà il primo Dio della decadenza».

E poi quali intuizioni penetranti sul soffocamento sistematico dell’iniziativa nel bambino:

«Il suo povero corpo esuberante è preda di regolamenti e divieti. Si muove solo al comando. Sono le otto. Un fischio. Come uno stormo di passeri che volano, i bambini interrompono i loro giochi. Su due file, la colonna varca la soglia della scuola. Si fa improvvisamente silenzio. Le teste si chinano. Saluto deferente al caporale pedagogo e al tempio scolastico. Gli alunni si fanno strada verso i banchi e, al segnale, si siedono. Docili, almeno in apparenza, all’orario imposto dalla volontà del maestro, si adeguano alle lezioni che, negli stessi giorni, negli stessi momenti, assorbono i loro sforzi. Scrivono a comando, recitano a comando, spostano libri e quaderni a comando. »

Così il bambino di sei anni, molto aperto il primo giorno, sarà chiuso il giorno dopo e completamente spento dopo una settimana di scuola… Non che gli educatori siano sempre da condannare. Stephen Mac Say l’ha ben visto non appena [gli educatori] vogliono ribellarsi alla routine. Essi vengono assaliti da numerose difficoltà: le materie del programma e il controllo dei presidi, degli ispettori, della burocrazia, delle famiglie – generalmente tradizionaliste. Nelle nostre scuole laiche, il margine di manovra individuale sembra singolarmente limitato per l’insegnante; è impossibile impartirvi un’educazione veramente umana. Ma occorrerebbero risorse che non abbiamo per fondarne altre – animate dallo spirito che desideriamo. Non disperiamo tuttavia: è soprattutto dalla nostra inerzia che deriva il trionfo dei nostri avversari.

 

Note

1Il bacio del Sindaco al teschio di Sant’Agata divide i social: tra devozione, ironia e polemiche–Il bacio del Sindaco al teschio di Sant’Agata divide i social: tra devozione, ironia e polemiche, Catania Today, 18 Luglio 2026. Link

2Nel periodo medievale si pensava che le reliquie corporali dei santi e delle sante compissero miracoli. In Jacques Le Goff e Nicolas Truong, Il corpo nel Medioevo, trad. it. a cura di Fausta Cataldi Villari, Laterza Editori, Roma-Bari, 2005, gli autori scrivono che «il santo medievale possiede anch’egli un potere che passa attraverso il corpo e si rivolge prevalentemente ai corpi. Come scrive Peter Brown, il santo è un «morto anomalo»: il suo cadavere e la sua tomba guariscono i malati che vi si accostano e riescono a toccare parti delle sue spoglie, divenute reliquie corporali, o il suo sepolcro. La sua efficacia si esercita soprattutto nei confronti del corpo: guarigione delle malattie, risanamento degli storpi e in particolare dei corpi deboli e a rischio, come quelli di bambini appena nati, partorienti, vecchi.» (op. cit., p. 130)

3Peter Brown, Il culto dei santi. L’origine e la diffusione di una nuova religiosità, trad. it. a cura di Luciana Repici Cambiano, Einaudi, Torino, 1983, p. 22

4Albert Libertad, Il culto della carogna e altri testi tratti da l’Anarchie, trad. it. Melina Di Marca, Edizioni Anarchismo, Catania, Marzo 1981, pp. 13-15

5Gli enti del terzo settore sono delle organizzazioni senza scopo di lucro che perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale nell’interesse generale. In Italia sono state normate dal decreto legislativo n. 117 del 2017.

6Vedasi il progetto Mi fido di Noi della Caritas. Link

7Albert Libertad, op. cit., p. 18

8Lucien Barbedette, nato nel 1890, conseguì la maturità a ventitré anni e poi una laurea in lettere e filosofia e una in scienze naturali. Nel 1919 fu nominato professore al liceo di Luxeuil-les-Bains (Haute-Saône); lì insegnava filosofia e storia e, se necessario, anche greco e latino. Antoine Perrier, che lo conobbe negli anni 1923-1925, lo descrisse così: «di bassa statura, ulteriormente rimpicciolita da un semplice mantello che arrivava quasi a terra e da un cappello a bombetta calato su una testa illuminata da piccoli occhi vivaci, dietro grossi occhiali, e prolungata da una lunga barba fulva.» Eccellente pedagogo, «possedeva l’arte di insegnare e sapeva suscitare l’interesse dei suoi allievi», disse uno di questi su di lui. Nella conduzione delle sue lezioni non vi era nulla di dogmatico e queste erano impartite attraverso una conversazione amichevole; gli argomenti trattati venivano presentati sotto diversi aspetti e gli allievi, pochi, è vero, a quell’epoca in un corso di filosofia – una decina al massimo –, erano invitati a discuterne. Nel 1925 era membro, insieme ad altri anarchici – tra cui L. Rimbault e V. Spielman – del consiglio di amministrazione dell’associazione Les Compagnons de la pensée, i cui presidenti erano Han Ryner e J. H. Rosny, e che pubblicava il mensile La Houle (Lione, 1926-1928), dedicato essenzialmente alla difesa degli intellettuali di lingua francese. All’inizio degli anni ’30 Lucien Barbedette era membro onorario dell’Union des Intellectuels Pacifistes (UIP), il cui presidente era Gérard de Lacaze-Duthiers, la vicepresidente Lucie Caradek e il segretario Louis Fillet. L’UIP pubblicò il giornale La Clameur (almeno 14 numeri dal novembre 1932 all’aprile 1936), il cui responsabile era René de Sanzy. Barbedette morì a causa di una crisi cardiaca nel 1942. Fonte principale: Les Anarchistes, dictionnaire biographique du mouvement libertaire francophone, Atelier/Éditions ouvrières, Ivry-sur-Seine, 2014, voce Lucien Barbedette.

9Nota del blog. Vedere la voce di wikipedia Tonsura. Link qui.

10Nota del blog. Vedere la voce di wikipedia Suddiacono. Link qui.

11Nota del blog. L’autore si riferisce a quel ruolo che, prima della riforma del codice canonico del 1917, veniva chiamato cardinale laico. Questo ruolo prevedeva il ricevimento degli ordini minori, ovvero che potevano svolgere servizi per la Chiesa ma senza l’ordinazione sacramentale dei preti e vescovi. Il ruolo di “cardinale laico,” quindi, era per ribadire, a livello pubblico o di una comunità di credenti, una posizione di potere e prestigio.

12Nota del blog. Definizione francese antica con cui si definivano i laici affiliati ai gesuiti.

13Nota del blog. Il laico doveva salutare per primo e col capo chino il sacerdote.

14Nota del blog. Anarchico e docente francese, Mac Say collaborò con diversi giornali anarchici. I suoi scritti principali riguardavano l’educazione, la salute e la difesa degli animali.

15Nota del blog. Per giustificare l’esistenza di Dio, Tommaso d’Aquino riprese ne Le cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio la Fisica di Aristotele. Per il teologo cristiano, «la seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa è tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e così non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.» (La Somma Teologica, I, q. 2, trad. it. a cura dei Domenicani italiani, edizione Adriano Salani, Città di Castello, 1964) Mac Say riprende questo concetto per ribadire come la religione cristiana non metta in discussione la laicità dello Stato – quest’ultima basata a sua volta su un atto di fede religioso.

La laicità dello Stato ©, .

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea

di: iene
6 Agosto 2026 ore 20:08

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС

Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.

Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.

Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.

Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?

La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]

La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.

Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.

Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.

Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.

Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato

«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.

Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.

Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»

Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.

«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.

“L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”

La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.

Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.

Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»

Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria

Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.

Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.

«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»

Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.

Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»

Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.

Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.

Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.

Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”

 

Note

1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.

2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.

3Città settentrionale bosniaca.

4Moneta della Bosnia-Erzegovina.

5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

di: iene
19 Luglio 2026 ore 21:04

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

di: iene
1 Luglio 2026 ore 18:55

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

L'articolo IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’ proviene da Giubbe Rosse News.

LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

L'articolo LA GUERRA PERDUTA proviene da Giubbe Rosse News.

❌