Can America sustain a war with China? New reports raise questions




TORINO (ITALPRESS) – Intensificati i controlli antidroga nel quartiere Barriera di Milano a Torino, nell’ambito di servizi disposti dalla Questura e condotti dalla Squadra Mobile e dai Falchi della Polizia di Stato tra inizio maggio e la prima decade di giugno.
Le operazioni si sono concentrate nelle aree di largo e corso Giulio Cesare, nel parco Sempione e nelle vie limitrofe, considerate tra le più esposte al fenomeno dello spaccio. Nel corso delle attività sono state arrestate 15 persone, tutte di nazionalità straniera, ritenute responsabili dello spaccio di sostanze stupefacenti in strada.
Sequestrati ingenti quantitativi di cocaina, hashish, eroina, marijuana e crack, oltre a circa 13 mila euro in contanti, ritenuti provento dell’attività illecita. Parallelamente, i servizi di controllo hanno coinvolto anche Volanti e Commissariato di zona, che hanno complessivamente arrestato 63 persone, identificate circa 600 persone e denunciato 22 soggetti per diversi reati, tra cui invasione di terreni ed edifici, stupefacenti e reati contro il patrimonio.
Controllati inoltre 250 veicoli e verificati 8 esercizi commerciali, con sanzioni amministrative per alcune migliaia di euro. Le attività di controllo proseguiranno con cadenza regolare nell’area.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

PALERMO (ITALPRESS) – Si è svolta a Palermo la cerimonia per il 43esimo anniversario dell’eccidio del Capitano Mario D’Aleo, dell’Appuntato Giuseppe Bommarito e del Carabiniere Pietro Morici, decorati con Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, uccisi in un agguato mafioso il 13 giugno 1983.
La commemorazione si è tenuta in via Scobar, luogo dell’assassinio, alla presenza del Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Ubaldo Del Monaco, del Prefetto di Palermo Massimo Mariani e delle autorità civili e militari, oltre ai familiari delle vittime e all’Associazione Nazionale Carabinieri. Deposta una corona d’alloro e celebrato un momento di preghiera dal Cappellano Militare Don Salvatore Falzone, con la benedizione della targa commemorativa. Nel suo intervento, il Generale Del Monaco ha ricordato il sacrificio dei tre militari come esempio di fedeltà ai valori dell’Arma e di contrasto alla mafia, sottolineando il loro coraggio e il significato della loro eredità morale.
Successivamente la cerimonia si è spostata a Monreale, in via Venero, dove è stata deposta una composizione floreale presso il monumento dedicato ai caduti. All’iniziativa hanno partecipato il sindaco Alberto Arcidiacono, la vedova dell’Appuntato Bommarito e l’Arcivescovo di Monreale Gualtiero Isacchi, che ha guidato un momento di preghiera in suffragio dei militari.
-Foto ufficio stampa Carabinieri-
(ITALPRESS).

© Arlette Bashizi for The New York Times

© Arlette Bashizi for The New York Times
ROMA (ITALPRESS) – In questo numero:
– L’Ue prepara il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia
– La Bce alza i tassi di un quarto di punto
– Si rafforza il partenariato economico con l’Africa subsahariana
sat/gsl
Nuova stagione, nuovo outfit! L’amato “Scruffy Puppy” di Shanghai si prepara a sfoggiare una nuovo look estivo. La scultura vegetale virale, alta 5,2 metri, viene aggiornata con nuove piante resistenti al caldo e alla pioggia, per restare verde e soffice durante l’estate calda e piovosa di Shanghai. L’amato cagnolino è quasi pronto a mostrare il suo nuovo aspetto. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)
La decima edizione della China-South Asia Expo ha attirato partecipanti da 68 Paesi, regioni e organizzazioni internazionali. La fiera funge da importante piattaforma per gli espositori provenienti dall’Asia meridionale e non solo, offrendo loro la possibilità di esplorare nuove opportunità di cooperazione. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)

PALERMO (ITALPRESS) – Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è arrivato al Circolo del Tennis di Palermo per assistere alla cerimonia per i cent’anni dalla fondazione. Insieme a Mattarella, che del club è anche socio onorario, presenti il presidente del Circolo Alessandro Lazzaro, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, e il vicepresidente dalla Fitp, Isidoro Alvisi.
Prima di raggiungere il palco delle celebrazioni, Mattarella e Schifani hanno visitato la mostra ‘Cento volte tennis. 1926-2026’, progetto espositivo a cura di Pietro Airoldi e Laura Barreca in cui vengono celebrati i momenti più significativi della storia del Circolo.
-Foto xd8/Italpress-
(ITALPRESS).
Due pazienti affetti da paralisi in Cina hanno raggiunto un risultato straordinario: hanno disputato una partita di scacchi in diretta a 800 chilometri di distanza, controllando interamente il gioco con la mente attraverso un’interfaccia cervello-computer (BCI). (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)

Gli Stati Uniti sono tornati a colpire in Venezuela, quasi sei mesi dopo il raid del 3 gennaio scorso che portò alla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, attaccando ed eliminando Niño Guerrero, nomme de guerre di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, capo del cartello Tren de Aragua, designato dall’amministrazione di Donald Trump come organizzazione terroristica straniera (Fto) al pari di altri gruppi di “narcoterroristi” e delle organizzazioni jihadiste o radicali.
Guerrero era indicato nell’atto di accusa contro Maduro per presunti reati di narcotraffico come complice per compiere operazioni contro gli Stati Uniti ed era ritenuto una figura chiave nel mondo dei narcos latinoamericani. 43 anni, Guerrero era da oltre un decennio protagonsita della vita criminale latinoamericana. Sulla sua testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari dopo che era evaso nel 2023 da un carcere venezuelano, dove era stato rinchiuso a seguito di una condanna a 17 anni di prigione per omicidio, traffico di droga, furto d’identità. Era ricercato anche in Perù e Cile. L’operazione del Southern Command (Southcom) che ha portato alla sua uccisione, secondo quanto riferito dal Pentagono, sarebbe stata compiuta in coordinamento con le autorità venezuelane, come ha riferito il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth.
Earlier this week, the @DeptofWar — in full collaboration with Venezuelan security forces — conducted a kinetic strike on a Tren de Aragua (TdA) compound in Venezuela. TdA founder & leader Hector Rusthenford Guerrero Flores, aka “Niño Guerrero,” was confirmed killed during the…
— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) June 13, 2026
L’attacco a Guerrero mostra un nuovo capitolo della cooperazione tra il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez, che si è sostituita a Maduro mantenendo in larga parte intatta la struttura dello Stato e del regime chavista, e gli Usa dopo l’attacco-shock del 3 gennaio. Rodriguez, indubbiamente, cerca un modus vivendi con l’amministrazione di Donald Trump e ha ottenuto un sollievo temporaneo dalle sanzioni che la colpivano, emesse dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro di Washington. La presidentessa ha aperto la strada all’ingresso delle compagnie petrolifere occidentali nel settore del greggio, ha rotto i rapporti di fornitura a Cuba, bersaglio dell’assedio politico ed economico americano, e ha ricevuto diversi funzionari statunitensi.
Nel gennaio 2026 John Ratcliffe, direttore della Cia, è giunto a Caracas e ha incontrato Rodriguez e non è da escludere che il suo viaggio possa aver inaugurato una nuova, inedita, fase di cooperazione tra il Venezuela e gli Usa. Rodriguez, poi, in una rotazione ministeriale, ha sostituito il veterano ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro e inviso agli Usa, col generale Gustavo Lopez, ritenuto più allineato. Unendo i puntini si può dunque tratteggiare una nuova cooperazione e un sistema di coordinamento Washington-Caracas che sta facendo entrare il Venezuela nel perimetro dello “Scudo delle Americhe”, la coalizione varata a marzo 2026 da Trump con il nome ufficiale di Americas Anti-Cartel Coalition (A3C) e che vede ufficialmente aderire tutti i Paesi guidati da governi filostatunitensi o da leader di destra pro-Trump del continente: Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.
Il Venezuela, a cui non sono state rimosse le sanzioni in maniera definitiva, non partecipa ma la prassi dell’attacco Usa sul suo territorio e del coordinamento sembra andare nella direzione dell’A3C, che prevede la possibilità di coordinare informazioni sensibili e appoggiarsi agli Usa per colpire bersagli legati ai cartelli. Un’alleanza politico-militare, questa, con cui Trump intende dare copertura alla strategia unilaterale di Washington che ha portato a pesanti attacchi alle barche di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, spesso con controversi casi in cui sarebbero stati uccisi civili, all’attacco contro Maduro, ritenuto capo di una rete di narcotrafficanti, ai raid contro i cartelli in Ecuador e, sul piano politico, alla pressione contro il presidente colombiano uscente Gustavo Petro, ritenuto non allineato alla nuova strategia.
Rodriguez sembra concedere mano libera agli Usa, e questo indica la volontà americana di mostrare potere e influenza nell’ex “cortile di casa” della superpotenza. Solo pochi mesi fa un’operazione congiunta anti-cartelli sarebbe sembrata impensabile. Ora è stata realtà. E non è una bella notizia per chi nella regione si trova dall’altra parte della barricata rispetto a Washington. L’aumento del peso delle operazioni parla direttamente a Paesi come Cuba, che potrebbe essere il prossimo bersaglio dell’interventismo militare a stelle e strisce.
L'articolo Usa all’attacco in Venezuela, ucciso il capo del cartello Tren de Aragua proviene da InsideOver.

A Eurajoki, nel Sud-Ovest della Finlandia, il progetto Onkalo è arrivato alla soglia che separa la fase sperimentale dall’avvio operativo vero e proprio. L’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (STUK) è attesa a breve con la valutazione finale che potrebbe autorizzare il primo deposito geologico profondo al mondo destinato allo smaltimento definitivo del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un passaggio esclusivamente normativo, in quanto da questa decisione dipende l’ingresso in funzione di un’infrastruttura pensata per gestire il materiale più problematico dell’intero ciclo nucleare, quello che resta attivo su scale temporali incompatibili con qualsiasi ciclo industriale o politico.
Il sito è stato realizzato accanto alla centrale di Olkiluoto e si sviluppa fino a circa 430 metri di profondità all’interno di una formazione rocciosa antichissima, stimata in quasi due miliardi di anni. La scelta del contesto geologico è il punto di partenza dell’intero progetto: una massa rocciosa stabile, poco permeabile, considerata adatta a garantire isolamento fisico nel lunghissimo periodo. La costruzione è affidata alla società Posiva e ha richiesto oltre vent’anni di lavori, con un investimento complessivo vicino al miliardo di euro.
Il funzionamento del deposito segue una sequenza operativa rigidamente controllata: il combustibile esaurito, dopo il raffreddamento iniziale nelle piscine delle centrali, viene trasferito in un impianto di incapsulamento dove è inserito in contenitori di rame progettati per resistere alla corrosione. Da lì inizia la fase sotterranea: i contenitori vengono calati nei tunnel del deposito e collocati in cavità perforate nella roccia, quindi circondati da bentonite, un’argilla che ha la funzione di sigillare lo spazio e rallentare qualsiasi possibile movimento dell’acqua.
Una volta completata la deposizione, le gallerie vengono chiuse con tappi in cemento armato e il sistema viene progressivamente disattivato. Il principio è quello delle barriere multiple: una combinazione di contenimento ingegnerizzato e isolamento geologico che dovrebbe lavorare in parallelo per ridurre al minimo la possibilità di dispersione radioattiva.
Il punto critico non è tanto la singola tecnologia quanto la somma delle sue componenti nel tempo: il progetto si muove su una scala di 100.000 anni, un orizzonte che esce completamente dalla logica delle infrastrutture moderne e che rende il deposito un caso raro anche nella pianificazione energetica globale.
La valutazione di STUK si concentra su un insieme di scenari che vanno ben oltre le condizioni operative attuali. Le analisi includono la corrosione dei contenitori in rame, possibili movimenti geologici, variazioni del livello delle acque sotterranee e gli effetti di cicli glaciali futuri. Si tratta di simulazioni che devono tenere insieme variabili fisiche note e incertezze inevitabili legate a tempi così estesi.
Nel quadro tecnico elaborato negli anni, il comportamento della bentonite e la stabilità della roccia sono considerati elementi essenziali per mantenere l’integrità del sistema e anche in presenza di fenomeni esterni, la combinazione tra barriera naturale e barriere artificiali dovrebbe limitare la migrazione delle particelle radioattive. Le valutazioni finlandesi hanno finora ritenuto il progetto compatibile con gli standard nazionali di sicurezza, pur riconoscendo che la questione del rischio su scale plurimillenarie resta per definizione non riducibile a zero.
Posiva ha già completato gran parte dei test operativi, utilizzando anche combustibile simulato per verificare l’intero ciclo di movimentazione e deposito. L’obiettivo operativo indicato è l’avvio tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, subordinato all’ok definitivo dell’autorità di controllo.
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Il caso finlandese ha una portata che va oltre la dimensione nazionale: la gestione delle scorie nucleari è uno dei nodi irrisolti dei programmi atomici civili e tutti i principali Paesi dotati di reattori stanno lavorando da anni a soluzioni di deposito geologico profondo senza però arrivare a una piena operatività. Francia, Svezia, Canada e Stati Uniti hanno sviluppato programmi avanzati, ma nessuno ha ancora attivato un impianto commerciale di questo tipo.
In Finlandia il progetto ha trovato una stabilità politica relativamente rara in questo settore, anche grazie a un sistema regolatorio centralizzato e a un rapporto consolidato tra istituzioni e autorità di sicurezza. Altrove, la localizzazione dei depositi ha spesso generato conflitti politici e opposizioni territoriali, rallentando o bloccando i progetti.
Onkalo si inserisce quindi in un punto di intersezione tra ingegneria, politica energetica e gestione del rischio intergenerazionale. Non è solo un’infrastruttura per il combustibile esaurito finlandese, ma un modello osservato da governi e industrie per verificare se sia possibile trasformare un problema rimasto aperto fin dall’inizio dell’era nucleare in una soluzione strutturale, affidata non alla gestione continua ma alla stabilizzazione nel lungo periodo.
L'articolo Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni proviene da InsideOver.

© Devin Oktar Yalkin for The New York Times
PAVIA (ITALPRESS) – Il Nord-Ovest consolida il proprio ruolo nella strategia europea dei semiconduttori. Nel corso di un incontro all’Università di Pavia Lombardia, Piemonte e Liguria – attraverso i rispettivi assessori allo Sviluppo economico Guido Guidesi, Andrea Tronzano e Alessio Piana – hanno rilanciato il rafforzamento del coordinamento industriale sulle politiche industriali, con focus su microelettronica, industria energetica, aerospazio, logistica e automotive.
fsc/azn


TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcune modelle presentano creazioni del marchio cinese Diyang durante la Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Modelli e designer salutano il pubblico durante una sfilata nell’ambito della Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

© Karsten Moran for The New York Times

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

TIANJIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni modelli presentano creazioni del marchio cinese Diyang durante la Tianjin Fashion Week, nella Cina settentrionale, il 12 giugno 2026. La Tianjin Fashion Week si è aperta ieri. Trasformando luoghi simbolo della città in sedi distintive per le sfilate, la settimana della moda di quest’anno punta a promuovere l’integrazione approfondita tra cultura, turismo e commercio.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

© Valentyn Ogirenko/Reuters

© Valentyn Ogirenko/Reuters

© Janet Mac

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Gli investimenti cinesi in immobilizzazioni nel settore ferroviario sono aumentati del 2,6% su base annua nei primi cinque mesi del 2026, mentre il Paese ha continuato a portare avanti la costruzione di linee ferroviarie per sostenere la domanda interna e lo sviluppo regionale, secondo la China State Railway Group Co., Ltd.
Tali investimenti hanno totalizzato 248,5 miliardi di yuan (circa 36,5 miliardi di dollari) nel periodo, ha dichiarato l’operatore ferroviario nazionale.
Nel 2025, la Cina ha registrato investimenti in immobilizzazioni nel settore ferroviario per 901,5 miliardi di yuan e ha messo in funzione 3.109 chilometri di nuove linee ferroviarie, di cui 2.862 di linee ad alta velocità.
Un funzionario della società ha dichiarato che quest’anno diversi progetti ferroviari chiave hanno compiuto progressi sostanziali, con la pianificazione e la costruzione che procedono in modo ordinato, mentre sicurezza, qualità e tempistiche vengono coordinate attentamente.
Il Paese ha costruito la più grande rete ferroviaria ad alta velocità del mondo. Alla fine del 2025, la lunghezza totale delle linee ferroviarie operative del Paese aveva raggiunto i 165.000 chilometri, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità.
Secondo la società, la lunghezza operativa della rete ferroviaria nazionale dovrebbe raggiungere i 180.000 chilometri entro il 2030, di cui circa 60.000 chilometri di linee ad alta velocità.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

© Reuters

© Cole Burston for The New York Times

© Haiyun Jiang/The New York Times

© Saumya Khandelwal for The New York Times

© Shane Anthony Sinclair/Getty Images

ROMA (ITALPRESS) – “I tempi per il nucleare in Italia? “dico 2033-2034, questo vuol dire che come governo stiamo davvero lavorando per il futuro, per creare la condizione per un futuro migliore per i nostri ragazzi, decidendo se rimanere in un paese ricco o fare la decrescita felice”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo al “Forum in Masseria”. “La scelta è politica, perchè è per il paese, per il futuro ed è quella di integrare i nostri sistemi di produzione, di energia, che sono molto dipendenti dall’estero, con una nuova fonte di produzione, quindi non è una sostituzione, ma un’integrazione” ha aggiunto il ministro dell’Ambiente “la tempistica? Abbiamo iniziato due anni fa con un’analisi approfondita, utilizzando quella che è un enorme risorsa nazionale, ricordo che siamo dopo la Francia, a livello europeo, il paese che a livello di competenze e come industria, come manifattura, che sta fornendo a tutto il mondo tecnologie e competenze, cervelli. Su questo settore abbiamo presentato un disegno di legge che ha avuto l’approvazione della Camera, adesso in questi questo mese e mezzo, dovrebbe essere convertito, diventando legge dello Stato, e poi c’è un impegno mio, del governo, della presidente del Consiglio Meloni di dare seguito al completamento del quadro normativo, con il quale che vengono definite, essendo materia molto tecnica, i decreti attuativi”. Pichetto Fratin ha ricordato che “i tempi dipendono dalle condizioni della ricerca, della sperimentazione, dalle tecnologie disponibili, dove abbiamo una parte rilevante come imprese del nostro paese”.
foto: IPA Agency
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PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina ha raggiunto nel 2025 un traguardo climatico storico, con le energie rinnovabili aggiuntive che hanno coperto interamente il crescente fabbisogno energetico del Paese. È la prima volta che la sola energia verde soddisfa tutta la domanda aggiuntiva di energia generata dalla crescita economica, secondo un rapporto pubblicato ieri.
La capacità di generazione di energia rinnovabile di nuova installazione in Cina ha raggiunto lo scorso anno un altro record, rappresentando oltre il 60% delle nuove installazioni a livello globale, secondo il China Renewable Energy Development Report.
Il rapporto prevede che il Paese aggiunga nel 2026 circa 300 gigawatt di nuova capacità eolica e solare, con le rinnovabili che continueranno a guidare la transizione energetica verde e a basse emissioni di carbonio del Paese.
La capacità installata di energia rinnovabile della Cina ha superato i 2.337 gigawatt nel 2025, mentre le rinnovabili hanno rappresentato l’82,7% della capacità elettrica di nuova installazione, secondo il rapporto.
La capacità installata distribuita di fotovoltaico solare di nuova installazione ha superato i 100 gigawatt per il secondo anno consecutivo, accompagnata da un netto miglioramento del consumo da parte delle reti elettriche regionali e dell’utilizzo di energia pulita.
La produzione di energia elettrica della Cina da fonti rinnovabili ha raggiunto nel 2025 circa 4.000 miliardi di chilowattora, superando il consumo elettrico complessivo dei 27 Stati membri dell’Unione europea, pari a circa 3.800 miliardi di chilowattora, secondo l’Amministrazione nazionale dell’energia.
La Cina ha costruito il più grande sistema di energie rinnovabili al mondo, impegnandosi ad accelerare a tutto campo la transizione verde.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).
PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina continuerà a ottimizzare la collaborazione e il programma di assistenza al partenariato tra le sue regioni orientali e occidentali, garantendo la piena copertura del programma, ha dichiarato giovedì un funzionario durante una conferenza stampa.
Da tre decenni, il Paese porta avanti questo programma, un’iniziativa che abbina province e municipalità orientali più prospere con regioni occidentali meno sviluppate, fornendo sostegno finanziario, tecnico e in termini di risorse umane per promuovere uno sviluppo nazionale più equilibrato.
Dal suo avvio nel 1996, questa partnership interregionale ha svolto un ruolo fondamentale nel successo del Paese nella lotta contro la povertà, oltre che nel consolidamento e nell’espansione dei risultati ottenuti, secondo Maierdan Mugaiti, vice ministro dell’Agricoltura e degli Affari Rurali.
Attraverso il programma, tra il 2021 e il 2025 le imprese sono state incoraggiate a investire oltre 750 miliardi di yuan (circa 110 miliardi di dollari) nelle regioni occidentali, favorendo lo sviluppo di cluster industriali locali, secondo il ministero.
Il programma ha inoltre contribuito a sostenere l’occupazione, favorendo l’impiego di oltre 5 milioni di lavoratori rurali provenienti dalle regioni occidentali nello stesso periodo.
Le regioni orientali hanno anche aumentato gli acquisti di prodotti agricoli tipici provenienti dalle regioni occidentali: nel periodo, le aree partner orientali hanno acquistato o sostenuto la vendita di prodotti agricoli dalle regioni occidentali per un valore di quasi 570 miliardi di yuan.
Guardando al futuro, il vice ministro ha osservato che il ministero manterrà la stabilità complessiva delle politiche e un sostegno costante. Ha aggiunto che sarà posta maggiore enfasi sulla valorizzazione dei punti di forza complementari delle diverse regioni per favorire uno sviluppo condiviso, fornendo un solido supporto al consolidamento e all’ampliamento dei risultati ottenuti nella lotta alla povertà, promuovendo l’avanzamento della rivitalizzazione rurale a tutto campo e uno sviluppo regionale coordinato.
(ITALPRESS).

© Pete Kiehart for The New York Times

VANCOUVER (CANADA) (ITALPRESS) – “Alla vigilia di un’attesa lunga 24 anni, siamo emozionati e fiduciosi, conosciamo le insidie che possono esserci. Siamo in un girone molto equilibrato, sarà il campo a dare le risposte, ma tutte e 4 possono ambire ai sedicesimi”. In poche parole Vincenzo Montella mette in mostra lo stato d’animo della sua Turchia e analizza il girone D che si è aperto nella notte italiana con la netta vittoria degli Usa sul Paraguay. La sua nazionale debutterà a Vancouver contro l‘Australia, in un match in programma alle 6 italiane di domenica mattina, una partita difficile con l’ex “aeroplanino” che avrà a disposizione Çalhanoglu e Yildiz, anche se non al top dopo i rispettivi infortuni.
“Negli ultimi mesi hanno giocato poco per qualche problema fisico, non so che tenuta potranno avere”, dice Montella che non ne farà a meno e che al suo fianco, in conferenza stampa, ha il centrocampista dell’Inter, concentrato sui “Socceroos”. “Sappiamo che è una squadra fisica, con giocatori alti e robusti e quindi forti e pericolosi sui calci d’angolo e sui calci di punizione. Detto questo penso che domineremo la partita perché abbiamo più qualità e più talento, vedremo cosa succederà”, dice un Çalhanoglu molto ottimista.
Più cauto del suo capitano, invece, il ct turco. “Penso che sia un girone davvero equilibrato e tutte e quattro le squadre possono superare la fase a gironi. Onestamente non credo che nessuna squadra sia più forte o più debole delle altre”, frena Montella, da tre anni alla guida di una nazione che descrive come “incredibilmente appassionata” e che aspetta dal 2002 le emozioni del Mondiale dopo il terzo posto ottenuto nell’edizione di Corea del Sud e Giappone.
“La Coppa del mondo è qualcosa che aspettiamo da 24 anni. C’è tanta emozione e fiducia nel fatto che ora faremo bene. Siamo consapevoli della sfida che ci attende, ma vogliamo godercela e fare in modo che la nazione sia orgogliosa di noi. Sento questa responsabilità e so che dobbiamo dare il massimo. La sento ancora di più perché per me questo Paese è come una seconda casa e la mia passione per la squadra è totale”, garantisce Montella che ringrazia i tifosi per il sostegno assicurato anche in Canada. “Ci sentiamo davvero a casa con tutti i tifosi che si sono radunati fuori dall’hotel per augurarci buona fortuna, sappiamo che in tutto il Paese c’è una passione enorme per questa Nazionale”.
“Anche la squadra riflette questi valori: i ragazzi sono coraggiosi e giocano con orgoglio ed entusiasmo. Certo, la gente può essere orgogliosa del fatto che siamo qui dopo 24 anni, ma dobbiamo evitare di pensare a tutte queste cose – prosegue Montella -. Ora dobbiamo concentrarci sull’essere ben equilibrati ed evitare di essere troppo frenetici, per giocare con coraggio, passione e mostrare i valori morali che rappresentano il nostro Paese”.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

MACAO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Delle persone visitano la 17esima edizione dell’International Infrastructure Investment and Construction Forum and Exhibition (IIICF) a Macao, nella Cina meridionale, l’11 giugno 2026. L’evento ha tenuto la cerimonia di apertura nella regione amministrativa speciale (SAR) cinese di Macao, con un focus sulla connettività delle infrastrutture verdi e digitali. A tema “Promuovere la connettività delle infrastrutture verdi e digitali”, l’IIICF di quest’anno si concentra sulle più recenti applicazioni e pratiche delle tecnologie verdi e digitali-intelligenti nel settore delle infrastrutture.
-Foto Xinhua-
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ROMA (ITALPRESS)- XVI edizione di “Mediterraneo da remare #PlasticFree #NoLitter – 30×30 Target by 2030“. L’evento di lancio è previsto a Roma, lunedì 15 giugno, ore 16:00, Sala Marconi del CNR, in diretta streaming su Radio Radicale. La campagna è promossa da Fondazione UniVerde in collaborazione con Fondazione Marevivo, l’adesione del Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera e, da quest’anno, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con il prestigioso patrocinio internazionale di UNEP/MAP. Tra i media partner dell’evento l’agenzia Italpress.
sat/mrv

MONZA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato di Monza e della Brianza ha arrestato in flagranza un 31enne italiano con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è stata condotta dagli agenti della Squadra Mobile nell’ambito di un’attività info-investigativa su un presunto giro di spaccio in un appartamento di via Melette di Gallio, segnalato per un insolito via vai di persone anche nelle ore diurne.
Durante un servizio di osservazione, l’uomo è stato notato mentre sostava nei pressi di un’autovettura con atteggiamento sospetto. Poco prima del controllo, avrebbe tentato di disfarsi di un porta banconote contenente 4 dosi di droga sintetica, risultata MDPV, e 540 euro in contanti.
La successiva perquisizione domiciliare ha portato al rinvenimento di altre 6 dosi della stessa sostanza e di un bilancino di precisione, per un totale di circa 13 grammi di stupefacente sequestrato. Il 31enne è stato arrestato e, all’esito dell’udienza di convalida, il Tribunale di Monza ha disposto nei suoi confronti l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, in attesa del prosieguo del procedimento.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

© Barton Silverman/The New York Times



LA VALLETTA (MALTA) (ITALPRESS/MNA) – Il successo del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dipenderà da una sua efficace attuazione e da un’equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri. Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield dopo la riunione informale dei ministri dell‘Ue svoltasi a Cipro in occasione dell’entrata in applicazione del nuovo quadro normativo.
Bedingfield ha sottolineato la necessità di garantire un sostegno concreto ai Paesi di frontiera, come Malta. Adottato nel 2024, il Patto rappresenta una profonda riforma del sistema europeo di migrazione e asilo e comprende dieci atti legislativi finalizzati a rafforzare le frontiere esterne e ad armonizzare le procedure.
Tra le principali misure figurano controlli obbligatori per gli arrivi irregolari, procedure accelerate alle frontiere e un meccanismo di solidarietà che consente agli Stati membri di contribuire tramite ricollocamenti, sostegno finanziario o assistenza operativa. Secondo il ministro, in un contesto segnato dall’instabilità geopolitica, dall’evoluzione delle rotte migratorie e dall’azione delle reti di trafficanti, le misure del Patto dovranno essere accompagnate da una più incisiva azione esterna dell’Ue, da rimpatri più efficaci e da un rafforzamento del contrasto al traffico di esseri umani.
Bedingfield ha inoltre sollecitato maggiori investimenti nei Paesi di origine per affrontare le cause profonde delle migrazioni, come povertà, cambiamenti climatici e carenza di opportunità economiche, definendo tale approccio un investimento a lungo termine per la stabilità e la sicurezza comuni.
“Una politica migratoria efficace non si basa soltanto su frontiere più sicure, ma anche su maggiori opportunità”, ha affermato. Il Patto, entrato in applicazione il 12 giugno, dovrebbe rafforzare il sostegno agli Stati di frontiera, secondo gli eurodeputati maltesi David Casa e Alex Agius Saliba. Entrambi, tuttavia, hanno evidenziato che la sua efficacia dipenderà da una concreta applicazione delle norme, in particolare sul fronte dei rimpatri, che restano una delle principali sfide per l’Unione europea.
Le riforme sono state contestate da diverse organizzazioni per i diritti umani, che temono un indebolimento delle garanzie in materia di asilo e un aumento del ricorso alla detenzione e alle procedure accelerate per i migranti.
-Foto DOI-
(ITALPRESS).

FORLÌ (ITALPRESS) – Anche quest’anno la Guardia di Finanza prende parte alla 44ª rievocazione storica della “1000 Miglia”, la leggendaria gara di velocità stradale disputata, in 24 edizioni, tra il 1927 e il 1957, che vede la partecipazione di oltre 400 equipaggi provenienti da 29 nazioni, che percorreranno il suggestivo tracciato a “otto” che unisce la Capitale a Brescia.
In occasione della quinta tappa sono transitate nel territorio della provincia, nei comuni di Cesenatico, Savignano sul Rubicone, San Mauro Pascoli e Gatteo, anche due autovetture storiche delle Fiamme Gialle, una Fiat 125 (1967) ed un’Alfa Romeo 2000L (1981), due modelli da inseguimento che hanno fatto la storia del Corpo, esposte permanentemente presso il Museo Storico della Guardia di Finanza di Roma.
Durante il percorso nella provincia gli equipaggi delle due auto hanno incontrato alcuni militari della Tenenza di Cesenatico, schierati lungo il tragitto e quotidianamente impiegati in attività di controllo economico, a tutela della legalità.
-Foto ufficio stampa Guardia di Finanza-
(ITALPRESS).

PALERMO (ITALPRESS) – “Quando le principali agenzie mondiali convergono sullo stesso giudizio il messaggio è inequivocabile. Questo riconoscimento non arriva per caso, ma riflette una traiettoria chiara, una crescita costante e virtuosa ormai consolidata. Fitch sottolinea una riduzione del debito più rapida del previsto e apre alla possibilità di un ulteriore miglioramento del rating nei prossimi mesi. Questo significa una Sicilia più solida, più affidabile e credibile sui mercati e i numeri confermano questa direzione”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, commentando la decisione dell’agenzia Fitch di portare l’outlook – le aspettative sul futuro andamento del rating – da stabile a positivo e confermando il punteggio BBB nella valutazione a lungo termine.
tvi/mca2
(Fonte video: Regione Siciliana)
MILANO (ITALPRESS) – Tutto per una sana e lunga vita. Nell’undicesima puntata di Longevity Magazine, format Tv dell’agenzia di stampa Italpress, Antonino Di Pietro, direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano del Gruppo San Donato, intervista Antonio Antonuzzo, responsabile dell’Area di Medicina e Riabilitazione Ambulatoriale presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio di Milano, e Giusy Nocca, professore Associato presso la Sezione di Biochimica e Biochimica Clinica del Dipartimento di Scienze biotecnologiche di base, cliniche intensivologiche e perioperatorie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. I temi al centro del format il lipedema e la cosmetologia a supporto delle terapie oncologiche.
sat/gsl

PALERMO (ITALPRESS) – A distanza di pochi giorni dal giudizio positivo di Standard & Poor’s, anche Fitch rivede al rialzo le prospettive della Regione Siciliana, portando l’outlook – le aspettative sul futuro andamento del rating – da stabile a positivo e confermando il punteggio BBB nella valutazione a lungo termine.
“Quando le principali agenzie mondiali convergono sullo stesso giudizio – dice Schifani – il messaggio è inequivocabile. Questo riconoscimento non arriva per caso, ma riflette una traiettoria chiara, una crescita costante e virtuosa ormai consolidata. Fitch sottolinea una riduzione del debito più rapida del previsto e apre alla possibilità di un ulteriore miglioramento del rating nei prossimi mesi. Questo significa una Sicilia più solida, più affidabile e credibile sui mercati e i numeri confermano questa direzione: negli ultimi cinque anni il Pil della nostra Isola è cresciuto del 20% più della media nazionale, le entrate sono aumentate di 5 miliardi in tre anni e secondo Svimez l’occupazione tra il 2022 e il 2024 è cresciuta più del doppio rispetto al centro-nord. Risultati che sono frutto di una strategia economica coerente e rigorosa. Continuiamo su questa linea per costruire uno sviluppo duraturo per i siciliani”.
Il giudizio di Fitch si inserisce in una serie di riconoscimenti internazionali che nel 2025 hanno segnato una svolta per la finanza regionale. La Sicilia, infatti, l’anno scorso ha tagliato un traguardo storico conquistando in meno di un anno il salto da BBB- a BBB+ nella valutazione di Standard & Poor’s, mentre Moody’s aveva migliorato l’outlook da stabile a positivo. Un percorso sostenuto da dati concreti: la Regione ha registrato un aumento significativo delle entrate tributarie e una riduzione del debito a un ritmo superiore alle attese, due elementi che le agenzie hanno indicato come fattori determinanti nei loro giudizi.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – “In Italia ci sono già tante patrimoniali nascoste, e ingiuste, che colpiscono chi ha redditi molto bassi. Non si possono introdurne delle altre”. Così Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vice segretario nazionale di Forza Italia, in un’intervista a “Il Messaggero”.
“Mi riferisco ad esempio al bollo auto, anche quella è una patrimoniale. In campagna elettorale per le Regionali presi in giro il mio avversario, Tridico, che propose come misura della Calabria l’eliminazione del bollo: non sapeva che una Regione non può farlo. Ma mi ha fatto pensare che è una norma da proporre al livello nazionale. Berlusconi ha abolito l’Ici, le tasse di successione e quello spirito andrebbe recuperato. Non solo come proposte da mettere in campo, ma anche come comunicazione: scelte più smart, più sexy, più impattanti sull’elettore. Eliminare il bollo auto costa circa 6,5 miliardi di euro. Risorse simili sono state impiegate per abbassare l’Irpef, cosa giustissima, ma poi bisogna anche dire che tanta gente non sa nemmeno quanto versa di Irpef al mese o all’anno”.
Il bollo auto sarebbe la famosa “mossa alla Berlusconi” di cui si parla nel centrodestra per la prossima manovra? “Spero di sì, come l’idea di detassare le tredicesime. Ma quella sul bollo auto sarebbe ancora più immediata e dimostrerebbe il fatto che sappiamo attualizzare la linea di Berlusconi, perché cancellare una tassa o un tributo per intero è molto più efficace e anche più apprezzato dai cittadini”.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – Finisce la scuola, iniziano le vacanze. Con il primo weekend dopo la fine della scuola entra nel vivo la stagione turistica estiva. Nel corso del mese di giugno sono attese nella Penisola oltre 27,2 milioni di presenze di turisti italiani, in aumento dello 0,9% rispetto a giugno 2025. È quanto emerge dalle stime elaborate dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, sulla base delle indicazioni raccolte presso gli imprenditori del settore.
Gli arrivi domestici nelle strutture ricettive – alberghi, esercizi extralberghieri e alloggi destinati agli affitti brevi – dovrebbero sfiorare gli 8 milioni, con una crescita dello 0,6% sull’anno precedente. È proprio la domanda italiana a mostrare la dinamica più positiva, sostenendo l’avvio della stagione delle vacanze estive.
A questa si aggiunge la componente internazionale, per la quale sono previste circa 39,8 milioni di presenze, in lieve aumento dello 0,2%, a fronte di poco più di 11 milioni di arrivi, in calo dello 0,2%.
Complessivamente, nel mese di giugno il movimento turistico dovrebbe raggiungere oltre 19 milioni di arrivi e circa 67,1 milioni di presenze, con incrementi rispettivamente dello 0,2% e dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
La domanda straniera continuerà a rappresentare la quota maggioritaria dei pernottamenti, con il 59,3% del totale, mentre quella italiana salirà al 40,7%.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

MILANO (ITALPRESS) – Gli alleati europei “possono essere molto d’aiuto in futuro, ma non sono stati d’aiuto adesso”. Così il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump in una breve intervista con “Il Corriere della Sera”. Parole che suonano come una possibile, lieve, apertura, dopo le tensioni transatlantiche acuite dalla guerra in Iran e in vista del suo viaggio della prossima settimana a Evian, in Francia, per partecipare al summit del G7.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – Nel 2025 il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha registrato una lieve crescita della produzione in termini reali, pari allo 0,3%. Nello stesso periodo, il valore aggiunto è rimasto sostanzialmente stabile (-0,1%), mentre l’occupazione si è ridotta dello 0,5%. Lo rileva l’Istat. Si sono osservati incrementi della produzione in volume per olio d’oliva (+9,6%), cereali (+4,1%), vino (+2,9%) e fiori e vivai (+1,5%). L’annata è stata invece sfavorevole per frutta (-7,3%), legumi secchi (-3,2%), coltivazioni industriali (-1,9%), foraggi (-1,3%) e agrumi (-1,0%). Nel 2025 sono aumentati sia i prezzi di vendita dei prodotti agricoli (+3,8%) sia i prezzi dei beni e servizi impiegati nel settore (+1,0%).
L’Italia si conferma al primo posto nella Ue per valore aggiunto mentre scende al quarto posto per valore della produzione. Nel 2025 il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha generato 80,1 miliardi di euro di valore della produzione, in aumento del 3,9% rispetto ai 77,1 miliardi del 2024. La crescita è stata determinata dal sensibile aumento dei prezzi (+3,6%) in presenza di volumi in leggera crescita (+0,3%).
Il valore aggiunto del settore ha toccato i 46,6 miliardi, contro i 44,2 dell’anno precedente. L’incremento è spiegato soprattutto dalla crescita dei prezzi (+5,6%), a fronte di una lieve flessione dei volumi (-0,1%). Il risultato si colloca in un quadro macroeconomico nazionale di moderata crescita del valore aggiunto in volume (+0,4%). La produzione del comparto agricolo in senso stretto è aumentata del 4,2% in valore, raggiungendo 75,2 miliardi (72,2 miliardi nel 2024). La crescita è stata trainata quasi interamente dai prezzi (+3,8%), con volumi in debole crescita (+0,3%).
Le coltivazioni sono cresciute moderatamente nei volumi e nei prezzi; negli allevamenti i prezzi sono aumentati sensibilmente con volumi invariati. Le attività di supporto hanno registrato una lieve flessione dei volumi e un rialzo dei prezzi, mentre le attività secondarie sono risultate in espansione sia nei volumi sia nei prezzi. Nel 2025 i consumi intermedi del settore agricolo sono aumentati dello 0,9% in volume (+1,0% i prezzi dei beni e servizi impiegati).
Il valore aggiunto a prezzi correnti è cresciuto del 5,9%, raggiungendo 43,1 miliardi (40,7 miliardi del 2024), nonostante una lieve flessione in volume (-0,2%). L’Italia si conferma il Paese dell’Unione europea con il più alto valore aggiunto agricolo.
Tra i comparti non agricoli, la silvicoltura ha mantenuto nel 2025 un valore della produzione pressoché invariato, con prezzi in lieve calo (-0,2%) e volumi in modesto aumento (+0,1%). La pesca ha invece registrato la flessione più marcata dei volumi (-0,6%) che, a seguito dell’aumento dei prezzi (+2,5%), hanno determinato una crescita complessiva della produzione in valore dell’1,9%.
Il settore agroalimentare – che include agricoltura, silvicoltura e pesca e industria alimentare – ha generato nel 2025 un valore aggiunto di 89 miliardi di euro, rispetto agli 83,4 del 2024. Nel 2025, la crescita in volume (+0,7%) è stata trainata dal comparto dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (+1,4%).
La quota del valore aggiunto dell’agroalimentare sul totale nazionale è salita al 4,4% dal 4,2% del 2024. La composizione del settore ha confermato stabile, al 2,3%, il contributo del settore primario e rafforzato il peso dell’industria alimentare, salito al 2,1% dall’1,9% dell’anno precedente.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato, nell’ambito di un’attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e condotta dal Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, ha ottenuto l’oscuramento della piattaforma “cFake.com”, utilizzata per la diffusione online di immagini e video raffiguranti donne in contesti sessualmente espliciti anche realizzati mediante l’intelligenza artificiale.
L’indagine è stata avviata nel mese di ottobre 2025 a seguito di segnalazioni pervenute agli investigatori della Polizia Postale riguardanti il sito predetto, sul quale venivano pubblicati contenuti audiovisivi raffiguranti donne appartenenti al mondo della politica nazionale e internazionale, dello spettacolo, dello sport e della cultura. Il sito si presentava con una interfaccia tipica dei form per adulti, in lingua inglese e composto da sezioni per temi specifici, il cui accesso avveniva solamente con un’autocertificazione della maggiore età.
Gli accertamenti tecnici effettuati dagli specialisti del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, hanno consentito di individuare l’infrastruttura di hosting della piattaforma negli Stati Uniti d’America.
Nel novembre 2025, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha emesso un decreto di sequestro preventivo eseguito mediante oscuramento del sito sul territorio nazionale per impedirne l’accesso agli utenti italiani.
Nell’ambito della cooperazione internazionale l’Homeland Security Investigations (HSI) del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha comunicato di aver richiesto al Department of Justice (DOJ) l’emissione di un provvedimento di sequestro del dominio “cFacke.com” per la violazione della normativa federale denominata “Take It Down Act”.
L’operazione rappresenta un significativo risultato della cooperazione internazionale di polizia nel contrasto ai fenomeni di abuso delle tecnologie di intelligenza artificiale e alla diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti generati artificialmente, a tutela della dignità, dell’immagine e dei diritti delle vittime.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

INGLEWOOD (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Buona la prima per gli Stati Uniti ai Mondiali 2026. La nazionale di Pochettino, inserita nel Girone D, domina il Paraguay all’esordio in casa ad Inglewood. Match condotto dall’inizio alla fine dai padroni di casa, che rifilano un netto 4-1 all’undici allenato da Alfaro. Gli Usa archiviano la pratica nel primo tempo: prima l’autogol di Bobadilla (7′) e poi la doppietta di Balogun tra il 31′ e il 45+5′ mettono in ghiaccio il risultato all’intervallo. Nella seconda frazione Mauricio (73′) accorcia le distanze, ma è troppo scarna la proposta offensiva del Paraguay. A tempo scaduto Reyna di trivela mette il punto esclamativo sul 4-1 degli Stati Uniti.
Avvio spavaldo per i padroni di casa che vanno in vantaggio dopo soli sette minuti. Pulisic sguscia sulla sinistra e serve McKennie in area: il centrocampista della Juventus mette in mezzo per Balogun, ma il passaggio viene intercettato da Bobadilla che spedisce in maniera goffa nella sua porta per l’1-0 al 7′. Continua a spingere la selezione di Pochettino, che raddoppia al 31′: Pulisic scappa via a Caceres, imbuca per Balogun, che in piena area di rigore firma il 2-0. Paraguay stordito e gli Usa calano il tris nel finale di frazione sempre con Balogun, che vince un duello con Alderete e batte Gill con un bel mancino sotto la traversa.
Nel secondo tempo Pochettino risparmia Pulisic, tolto subito per Berhalter. Gli Usa continuano a fare la partita, ma attaccano con meno veemenza verso la porta di Gill. Nonostante i pochi spunti in avanti, il Paraguay accorcia le distanze a meno di venti minuti dalla fine: direttamente da un rinvio di Gill, Enciso raccoglie e serve in area Mauricio, che di sinistro batte Freese per il 3-1 al 73′. Reazione degli Stati Uniti, che colpiscono una traversa con l’ex Juventus Weah. Nel finale i padroni di casa gestiscono il vantaggio e archiviano il tanto atteso esordio mondiale calando il poker con Reyna.
Gli Usa prendono il comando del girone D con tre punti e attendono il risultato di Australia-Turchia (domenica 14 giugno, ore 06.00) per la conclusione della prima giornata del raggruppamento. Pulisic e compagni torneranno protagonisti venerdì 19 giugno contro l’Australia (ore 21.00), mentre il Paraguay sfiderà la Turchia sabato 20 giugno alle 05.00.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
VENEZIA (ITALPRESS) – Tre cittadini stranieri sono stati arrestati dalla Polizia di Stato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Venezia nell’ambito di un’indagine su un gruppo di porter abusivi attivo nell’area della stazione di Venezia Santa Lucia e del Ponte di Calatrava. Gli indagati sono gravemente sospettati, a vario titolo, di estorsione, tentata estorsione e rapina aggravate ai danni di turisti stranieri. Secondo gli investigatori, il gruppo imponeva con la forza il servizio di facchinaggio, sottraendo i bagagli alle vittime e pretendendo denaro per la restituzione, ricorrendo in alcuni casi a minacce e violenze. Le indagini hanno documentato episodi contestati tra febbraio e marzo 2026 ai danni di turisti israeliani e giapponesi. Nello stesso contesto è stata eseguita un’ulteriore misura cautelare per una rapina avvenuta a bordo di un treno nello scalo ferroviario veneziano. L’operazione si inserisce in una più ampia attività di contrasto al fenomeno dei porter abusivi condotta dalla Polizia di Stato negli ultimi mesi. Proseguono le ricerche di un quarto indagato.
tvi/mca2
(Fonte video: Polizia di Stato)

ROMA (ITALPRESS) – Oltre 11,5 chilogrammi di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un locale tecnico trasformato abusivamente in “attico”. È il risultato di un’operazione della Polizia di Stato nel quartiere romano di Ponte di Nona, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un 41enne italiano, gravemente indiziato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L’indagine è partita dal sospetto via vai di persone in un complesso di edilizia popolare della zona.
Durante un servizio di osservazione, i poliziotti hanno individuato l’uomo mentre si muoveva tra il terrazzo e il vano scale dello stabile. Fermato al secondo piano, è stato trovato in possesso di una busta contenente dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore a 11,5 chili.
Sequestrati anche due smartphone ritenuti utilizzati per la gestione dell’attività di spaccio. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un locale sul terrazzo adibito, secondo gli investigatori, a centro per il confezionamento della droga.
L’arresto è stato convalidato dall’Autorità giudiziaria.
-Foto ufficio stampa Polizia di Stato-
(ITALPRESS).
ROMA (ITALPRESS) – Oltre 11,5 chilogrammi di cocaina pronti a rifornire le piazze di spaccio della Capitale e una base logistica allestita in un locale tecnico trasformato abusivamente in “attico”. È il risultato di un’operazione della Polizia di Stato nel quartiere romano di Ponte di Nona, dove gli agenti del VI Distretto Casilino e delle Volanti hanno arrestato un 41enne italiano, gravemente indiziato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. L’indagine è partita dal sospetto via vai di persone in un complesso di edilizia popolare della zona. Durante un servizio di osservazione, i poliziotti hanno individuato l’uomo mentre si muoveva tra il terrazzo e il vano scale dello stabile. Fermato al secondo piano, è stato trovato in possesso di una busta contenente dieci panetti di cocaina per un peso complessivo superiore a 11,5 chili. Sequestrati anche due smartphone ritenuti utilizzati per la gestione dell’attività di spaccio. La successiva perquisizione ha portato alla scoperta di un locale sul terrazzo adibito, secondo gli investigatori, a centro per il confezionamento della droga. L’arresto è stato convalidato dall’Autorità giudiziaria.
tvi/mca2
(Fonte video: Polizia di Stato)

GENOVA (ITALPRESS) – Due ragazzi di 19 e 25 anni sono stati trovati morti nel primo pomeriggio in mare a Ventimiglia, vicino all’imbocco del porto Cala del Forte. Risultavano dispersi da mercoledì pomeriggio dopo un tuffo da una scogliera nei pressi della spiaggia delle Calandre. Il più giovane era di origini marocchine, l’altro brasiliano, entrambi residenti a Sanremo. A trovare i corpi senza vita, dopo due giorni di ricerche senza sosta, sono stati i sommozzatori dei vigili del fuoco. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri, la capitaneria di porto e i soccorsi sanitari.
– foto da video Vigili del Fuoco –
(ITALPRESS).



Roberto Della Seta ha applicato, con passione civile e coraggio intellettuale, uno dei motti più riusciti di Legambiente, di cui è stato presidente: “Pensare globalmente, agire localmente”. Una visione che ha attraversato il suo impegno politico e parlamentare e la sua attività di giornalista e scrittore. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa (Mimesis, 2025). Della Seta è anche una delle coscienze critiche dell’ebraismo italiano.
“Basta tifoserie: si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu”. È l’appello lanciato in una intervista a L’Unità da Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele. Lei come risponde?
Concordo totalmente: si può, si deve essere contemporaneamente contro i crimini di Netanyahu e contro i crimini di Hamas. Ha ragione, Fiano, anche nel denunciare il clima da stadio che avvelena sempre più spesso il dibattito pubblico e che nel caso di Israele e Palestina non impazza soltanto sui social ma contagia anche commentatori autorevoli o sedicenti tali. Cito due esempi tra loro opposti: la “messa all’indice” di Erri De Luca e di Moni Ovadia da parte di quelle che Fiano chiama opposte tifoserie. Non condivido quasi nulla di quello che ha detto De Luca su Israele e Gaza, ma considerare le sue parole come sostegno o peggio “complicità” verso Netanyahu – così le hanno bollate in tanti nel mondo filopalestinese -, è ridicolo. Non sono d’accordo nemmeno con alcune opinioni di Moni Ovadia liquidatorie di tutta la storia del sionismo, ma vedere Ovadia come una specie di ebreo “odiatore di se stesso”, un antisemita suo malgrado – così lo descrivono in molti tra i filoisraeliani “doc” – è grottesco. Con Erri De Luca e con Moni Ovadia è del tutto legittimo polemizzare, ma rispettandone la storia e il prestigio intellettuale e soprattutto rifuggendo da qualunque tentazione di ostracismo giacobino. Ecco, io credo che una buona regola per dibattere di Israele e Palestina da “non-tifosi” sia mettere qualche paletto di verità: dichiararsi antisionisti e giudicare Israele come uno Stato ormai dominato da un’ideologia ultranazionalista, non significa essere antisemiti; invece, è antisemitismo in purezza collegare la condanna di Israele, anche la più radicale, con farneticazioni su “complotti ebraici” e sulle “lobby ebraiche” alla conquista del mondo. Purtroppo, entrambi questi criteri sono violati di continuo. Violati da chi ha proposto, votato e sostiene il disegno di legge in discussione alla Camera che definisce come antisemitismo, per esempio, anche il fatto di paragonare le azioni di Israele a quelle dei nazisti. Paragone che si ritrova esplicitato da noti antisemiti quali Albert Einstein e Hannah Arendt in una lettera pubblica che pubblicarono sul New York Times all’indomani della nascita di Israele in cui bollavano come fasciste i blitz delle bande paramilitari guidate da Menachem Begin, futuro primo ministro e padre politico di Netanyahu, per cacciare migliaia i palestinesi dai loro villaggi ormai “israelianizzati”. E violati, questi criteri, da chi per motivare la solidarietà con i palestinesi fa riemergere dalla fogna della storia europea rappresentazioni degli ebrei come una rete transnazionale di criminali.
Nell’intervista, Fiano rilancia come prospettiva su cui concentrare l’iniziativa di chi non è “tifoso” ma partecipe di un tragico conflitto senza fine, quella di due popoli, due Stati. Ma c’è ancora spazio per dare corpo a questa idea?
Credo che Fiano abbia bene presente la mappa attuale degli insediamenti di coloni ebrei in Cisgiordania, insediamenti – va ricordato – avvenuti anche quando governava la sinistra: come immagina questi “due Stati”? Mi viene in mente il regime razzista sudafricano, che aveva creato una decina di “bantustan”, piccole isole “nere” formalmente indipendenti ma in realtà micro-Stati vassalli del Sudafrica. Oggi “due popoli due Stati” è una formula vuota, senza futuro. Personalmente non mi piace nemmeno come idea: la penso come quella piccola minoranza di sionisti del Novecento – da Martin Buber a Judah Magnes – che sostenevano la prospettiva di un unico Stato binazionale. Non amo il concetto di “Stato etnico”, che sia degli ebrei come dei musulmani. Detto ciò capisco bene che la possibilità di vedere nascere “dal fiume al mare”, dal Giordano al Mediterraneo, uno Stato dove vivano insieme e con pari diritti ebrei israeliani e palestinesi, non è per oggi né per domani. Ma non ho dubbi che a questo si arriverà alla fine del tunnel, ancora lontana.
Dopo i video inneggianti al trattamento brutale riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Europa e l’Italia hanno scoperto la “mela marcia” che si annida nel governo Netanyahu: Itamar Ben-Gvir. Ma regge questa identificazione o c’è molto altro?
Ben-Gvir è un criminale politico, ma è solo la punta vistosa di un iceberg incomparabilmente più grande. La mela marcia è tutto il governo Netanyahu, la mela marcia è la maggioranza che lo sostiene, la mela marcia è chi tuttora tra gli israeliani si riconosce in questa destra nazionalista e razzista, la mela marcia è l’esercito che ha condotto lo sterminio di civili a Gaza, la mela marcia sono le forze di sicurezza israeliane che tollerano e spesso spalleggiano le aggressioni sistematiche dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Ben-Gvir nella mela marcia – chiedo scusa per la metafora brutale – è solo il verme più repellente.
Quanto alla “Global Flotilla”: è desolante la debolezza con cui governi europei a cominciare dal nostro hanno reagito all’atto di pirateria internazionale compiuto da Israele in acque internazionali contro loro cittadini che partecipavano a una missione umanitaria rigorosamente disarmata. È desolante, ed è una specie di manifesto del “doppio standard” che adotta l’Europa in tema di difesa della legalità internazionale e dei diritti umani: intransigente (giustamente) con il criminale Putin, più che conciliante con il criminale Netanyahu.
“Io, sionista di fronte alla catastrofe spirituale dell’ebraismo”. Così questo giornale ha titolato una impegnata intervista di Gad Lerner. Cosa è per lei il sionismo?
Condivido ogni virgola di Gad, anche se la mia storia è diversa dalla sua. Sono ebreo per metà, quella paterna, e mio padre Piero che era un dirigente del Partito comunista, fu negli anni ’60 uno dei primi ebrei italiani a schierarsi pubblicamente contro Israele. Mio padre si dichiarava orgogliosamente antisionista, io su questo la penso diversamente. Da storico, credo che il sionismo vada visto nella sua grande pluralità di ispirazioni: erano sionisti Buber, Magnes, Arendt, che sognavano uno Stato arabo-ebraico in Palestina, ed era sionista Vladimir Zabotinskij, nazionalista e ammiratore di Mussolini. Il sionismo è nato, come pensiero e movimento, per liberare gli ebrei d’Europa da secoli di persecuzioni, ha ricevuto una legittimazione formidabile dalla Shoah. Certo è nato con un’impronta eurocentrica, non si è mai troppo curato del “fatto” che in Palestina vivevano comunità arabe che inevitabilmente hanno vissuto l’emigrazione ebraica come colonialismo. Dalla nascita dello Stato d’Israele, il sionismo ha visto prevalere sempre più decisamente la sua radice peggiore, nazionalista e colonialista: non si può ridurre la sua degenerazione a Netanyahu, Netanyahu e la sua destra suprematista sono il sintomo e non la causa della malattia d’Israele. Poi guardo al sionismo non solo da storico: mia sorella ha sposato un ebreo israeliano che ha origini familiari polacco-ucraine. Ha idee molto di sinistra sul mondo, odia Netanyahu, ma non può dimenticare che se lui è venuto al mondo è perché suo padre negli anni ’30 del secolo scorso fuggì dall’Europa seguendo l’ideale sionista. Impossibile pretendere da mio cognato che si senta antisionista, quanto a me tendo a considerarmi asionista.
Anna Foa ha scritto un bellissimo libro dal titolo Il suicidio d’Israele. Questo suicidio si è già compiuto o c’è ancora qualche speranza?
Il suicidio di Israele come Stato ebraico credo sia compiuto, suicidio etico e reputazionale. Le prossime elezioni diranno del suo suicidio politico, in fase avanzata. Ovviamente mi auguro che Netanyahu perda le elezioni, e so benissimo che un governo guidato dalle attuali opposizioni rappresenterebbe un grande paso avanti. Ma sono sincero: credo i partiti anti-Netanyahu non siano all’altezza della sfida per dare un futuro di sicurezza e di prosperità a chi vive in Palestina. Dico a chi vive in Palestina, intendo prima di tutto ai palestinesi ma intendo anche ai milioni di ebrei israeliani. Faccio un esempio: giorni fa il leader dei Democratici, partito erede dei laburisti, Yair Golan, ha detto che per uno Stato palestinese “non è ancora il momento”. Credo che tutta la politica israeliana, anche la sua parte migliore, non abbia coscienza dell’abisso in cui è sprofondata nel mondo l’immagine d’Israele. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscerlo: l’odierno Israele non è una democrazia, non lo è almeno da sessant’anni, da quando occupa illegalmente territori in cui vivono milioni di persone che non possono scegliere con il voto chi ne decide la vita e il futuro.
Il suicidio di cui sopra può riguardare anche la diaspora?
La diaspora, in particolare quella europea, dal 1948 si è identificata in Israele come “stato-guida” e oggi fatica a metterne in discussione l’agire. Eppure, lo stesso sionismo che proponeva la nascita di uno Stato ebraico in Palestina è nato in polemica con l’aspirazione di tanti ebrei europei a integrarsi nei contesti nazionali di cui bene o male erano parte da secoli. Poi tra ebraismo diasporico e Israele c’è un’altra grande differenza: il primo è costitutivamente cosmopolita, abituato a ibridarsi con altri da sé, portatore di un’idea plurale dell’identità, mentre in Israele si è progressivamente affermata un’idea esclusiva dell’identità ebraica.




VENEZIA (ITALPRESS) – Tre cittadini stranieri sono stati arrestati dalla Polizia di Stato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Venezia nell’ambito di un’indagine su un gruppo di porter abusivi attivo nell’area della stazione di Venezia Santa Lucia e del Ponte di Calatrava.
Gli indagati sono gravemente sospettati, a vario titolo, di estorsione, tentata estorsione e rapina aggravate ai danni di turisti stranieri. Secondo gli investigatori, il gruppo imponeva con la forza il servizio di facchinaggio, sottraendo i bagagli alle vittime e pretendendo denaro per la restituzione, ricorrendo in alcuni casi a minacce e violenze.
Le indagini hanno documentato episodi contestati tra febbraio e marzo 2026 ai danni di turisti israeliani e giapponesi. Nello stesso contesto è stata eseguita un’ulteriore misura cautelare per una rapina avvenuta a bordo di un treno nello scalo ferroviario veneziano.
L’operazione si inserisce in una più ampia attività di contrasto al fenomeno dei porter abusivi condotta dalla Polizia di Stato negli ultimi mesi. Proseguono le ricerche di un quarto indagato.
-Foto screenshot video Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – Sugli schermi laterali immagini di Little Taver, l’indimenticabile Tingo di “Radiofreccia”, che gioca con un enorme pallone su cui è disegnato il mondo. In sottofondo le note della “Traviata” e del “Requiem: Dies Irae” di Giuseppe Verdi. Sullo schermo centrale il mondo su uno sfondo nero e una serie di immagini di attualità che ruotano attorno come satelliti e che vengono proiettate sugli schemi laterali, intervallate a immagini di Little Taver che corre scappando dalla grande palla che rotola alle sue spalle.
Tutto è pronto allo Stadio Olimpico di Roma per accogliere Ligabue per la prima data (la numero zero è stata a Bibione il 5 giugno) del tour celebrativo “La notte di Certe notti” che si concluderà a Milano il prossimo 24 ottobre. E Ligabue arriva. Imbraccia una chitarra, il palco è spento, i 54 mila sul prato e sugli spalti applaudono, gridano.
Poi il palco si illumina con luci arancioni e bianche e si parte con “Balliamo sul mondo”. Segue “Marlon Brando è sempre lui” e, finalmente, Liga saluta il pubblico: “Questa sera ci daranno manforte tutti i chitarristi che hanno suonato con me nella mia carriera, per cui vedrete un gran via vai di chitarristi per tutta la serata – dice – Abbiamo cominciato con due pezzi del primo album (“Ligabue”, ndr), direi di andare avanti un po’ con quell’album lì!”.
Ne fanno parte, tra le altre “Non è tempo per noi” che Liga canta suonando la chitarra al centro del palco dove rimane anche per “Piccola stella senza cielo”; si sosta per il reprise per andare insieme a Max Cottafavi sulla passerella che, dal palco, si allunga nel prato. Si chiude così il primo blocco e, con lui, il primo album.
Si passa al secondo, “Miss Mondo”. Sul palco arriva Little Taver: porta in scena un enorme jukebox che tenta goffamente di rompere prima a martellate e poi con una sega elettrica. Sullo schermo centrale appare un giradischi su cui suona un vinile. Su tutti gli schermi si alternano immagini tratte dai videoclip dei brani contenuti nell’album Miss Mondo del 1999 e, in chiusura, compare la cover del disco.
E Liga ricomincia a cantare: “Si viene e si va”, “L’odore del sesso”. Poi si ferma e parla di nuovo con il pubblico: “Mentre stavo registrando ‘Miss Mondo’, era il periodo della guerra particolarmente cruenta nella ex Jugoslavia. Io e altri miei due amici (Jovanotti e Piero Pelù, ndr) abbiamo scritto una canzone che valeva allora tanto quanto vale oggi, oggi forse ancora di più, e che fa così”.
Il cantante imbraccia la chitarra acustica e partono le note di “Il mio nome è mai più”. Al momento del ritornello il palco viene illuminato da luci rosse e sugli schermi compaiono le scritte “Basta col massacro a Gaza”, “Basta col massacro in Ucraina”, “Basta col massacro in Sudan” e “Basta con i 56 massacri in corso nel mondo”.
Si volta pagina, le luci diventano blu. Mentre sullo schermo centrale scorrono le immagini in bianco e nero di bambini che giocano a pallone, Liga canta “Una vita da mediano”. Un altro brano, “Sulla mia strada” e siamo nel 2002, l’anno di “Fuori come va?”. Liga canta: “Tutti vogliono viaggiare in prima”, “Ti sento”, “Eri bellissima”, “Questa è la mia vita”.
Poi torna a parlare con il pubblico: “C’è sempre una canzone che deve far partire qualcosa. In certi casi, a far partire tutte le altre, come nel mio. È dovuta uscire una canzone precisa dopo che ne avevo scritte altre che non valevano niente, perché poi alla fine avessi voglia di scrivere canzoni veramente. Quindi, sono particolarmente debitore a questa canzone che mi è uscita una domenica pomeriggio di tanti anni fa e che parlava del sabato sera precedente. È questa qua”.
Cioè “Sogni di rock’n’roll” e per qualche minuto siamo di nuovo nel 1990. Il tempo della canzone e Liga introduce ancora un brano: “Adesso vi facciamo sentire l’ultima canzone che ancora non è uscita, ma l’abbiamo già fatta dal vivo un po’ di tempo fa – dice – È una canzone che io voglio dedicare a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza e in Italia, a quanto pare, è una su tre. La canzone si chiama ‘Nessuno è di qualcuno'”.
Liga l’ha scritta a supporto della fondazione Una nessuna centomila che si batte contro la violenza sulle donne ma sono tanti quelli che stasera si schierano idealmente con lui. Su tutti gli schermi, infatti, viene proiettato un video in bianco e nero con alcuni volti dello spettacolo che ripetono “Nessuno è di qualcuno” seguito dalla scritta bianca su fondo nero “UNA NESSUNA CENTOMILA”. Ci sono, tra i tanti, Pierfrancesco Favino, Fiorello, Marco Bocci, Luca Zingaretti, Luca Argentero, Giorgio Panariello, Raoul Bova, Giuseppe Fiorello, Vinicio Marchioni, Amadeus e Fiorella Mannoia. Mentre Liga canta il palco è illuminato da luci rosse e bianche.
Siamo arrivati alla quarta e ultima parte, quella dedicata a “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn”, l’album scritto nel 1991. Liga canta, tra le altre, “Sarà un bel souvenir” e “Urlando contro il cielo”. Poi ascoltiamo “Leggero”, (da “Buon compleanno Elvis” come “Quella che non sei”. Colpiscono le immagini sugli schermi di ragazze e donne che hanno vinto qualche concorso provinciale di Miss: hanno il mascara che cola, sembra piangano lacrime nere. Ancora “Happy Hour” che Liga canta mentre gli schermi mostrano una navicella spaziale con uno “space cocktail bar” in cui si vedono una serie di personaggi brindare tra loro: politici e uomini di potere vestiti da astronauti, protagonisti del panorama geopolitico attuale ricreati con l’intelligenza artificiale.
Dietro di loro un oblò in cui si può vedere, in lontananza, la terra. Ci sono tutti: Vladimir Putin, Donald Trump, Ursula Von der Leyen, Mario Draghi, Benjamin Netanyahu, Viktor Orbán, Xi Jinping, Recep Erdogan, Emmanuel Macron, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Volodymir Zelenskyi, Joe Biden, Kim Jong-un, Bill Gates e Jeff Bezos. C’è anche Sergio Mattarella che, sul finale, vestito da astronauta brinda in direzione del pubblico con aria preoccupata.
“Tra palco e realtà” chiude il concerto ma è già pronto il bis, chiamato a gran voce e presentato da Little Taver con un grande cartello con la scritta “BIS”. Mentre sugli schermi scorrono le immagini di Ligabue e dei musicisti all’interno di cornici che ricordano lo specchio di un camerino, il cantante canta “I ragazzi sono in giro” prima di concludere con “Certe notti”. Poi Liga presenta tutti i musicisti sul palco prima di congedarsi definitivamente dal pubblico che lo ha ascoltato per quasi due ore e mezza.
-Foto Roberto Panucci-
(ITALPRESS).

BERLINO (GERMANIA) (ITALPRESS) – Con l’apertura ufficiale affidata al cancelliere federale Friedrich Merz, l’ILA Berlin 2026 trasforma l’aeroporto di Berlino-Brandeburgo (BER) nel principale crocevia europeo dell’industria aerospaziale. Fino al 14 giugno, oltre 750 espositori provenienti da 37 Paesi, circa 330 delegazioni istituzionali di più di 60 nazioni e quasi 100 mila visitatori animeranno quella che il Bundesverband der Deutschen Luft- und Raumfahrtindustrie (BDLI) e Messe Berlin presentano come la principale piattaforma continentale dedicata ad aerospazio, sicurezza e innovazione tecnologica.
A completare il quadro saranno circa cento velivoli impegnati tra esposizioni statiche e dimostrazioni in volo, in un’edizione che, sotto il motto “Pioneering Aerospace”, intende evidenziare il legame sempre più stretto tra progresso tecnologico, competitività industriale e autonomia strategica.
La presenza del ministro della Difesa Boris Pistorius, della ministra dell’Economia Katherina Reiche, del ministro dei Trasporti Patrick Schnieder e della ministra della Ricerca, Tecnologia e Spazio Dorothee Bar testimonia il rilievo politico assunto da un comparto considerato cruciale per la sicurezza e la prosperità del continente.
“Questa ILA arriva esattamente al momento giusto”, ha affermato il presidente del BDLI e amministratore delegato di Airbus Defence and Space, Michael Schollhorn. “Germania ed Europa hanno bisogno più che mai di crescita economica, mobilità sostenibile, accesso allo spazio, sicurezza e sovranità. L’industria aerospaziale rappresenta tutto questo e presenta qui una visione strategica per il futuro”.
Sulla stessa linea il direttore operativo di Messe Berlin, Dirk Hoffmann, secondo il quale l’ILA “continua a crescere” e conferma il proprio ruolo di “piattaforma europea leader per l’innovazione aerospaziale”, luogo nel quale “nascono nuove partnership, vengono presentate nuove tecnologie e si discutono i temi che plasmeranno il settore”.
Articolato su tre palchi tematici, il programma riunisce rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della ricerca e delle forze armate per affrontare questioni che spaziano dall’aviazione a basse emissioni alle tecnologie spaziali, dalla digitalizzazione alle competenze necessarie per la futura base industriale europea.
Tra i protagonisti figurano il direttore generale dell’Agenzia spaziale europea Josef Aschbacher, la presidente del Deutsches Zentrum fuer Luft- und Raumfahrt (DLR) Anke Kaysser-Pyzalla, gli astronauti Matthias Maurer, Alexander Gerst e Rabea Rogge, l’ispettore della Luftwaffe Holger Neumann e, in uno degli appuntamenti più attesi, il comandante supremo alleato in Europa della NATO, generale Alexus Grynkewich, che parteciperà a un confronto sulla sicurezza europea insieme al capo della Bundeswehr, generale Carsten Breuer.
L’edizione 2026 riflette inoltre il crescente peso assunto dal comparto difesa. Airbus, Boeing, Leonardo, Lockheed Martin, MBDA, Rheinmetall, Hensoldt, Embraer, General Atomics e numerosi altri protagonisti dell’industria internazionale presenteranno sistemi destinati a caratterizzare il futuro ambiente operativo multidominio.
Tra le principali attrazioni figurano il debutto in volo del drone Heron TP della Bundeswehr, capace di trasmettere immagini ad alta definizione in tempo reale, la prima apparizione all’ILA dell’elicottero da combattimento AW249 sviluppato da Leonardo, il pattugliatore marittimo P-8A Poseidon di Boeing, il Do228 NXT di General Atomics, l’Airbus Beluga, l’Airbus A380 di Emirates e l’Airbus A320neo con la livrea celebrativa del centenario Lufthansa.
Ampio spazio è riservato ai sistemi senza equipaggio, con il nuovo Drone Pavilion e la Drone Cage dedicata alle dimostrazioni dinamiche, mentre lo Start-up Hub offrirà alle giovani imprese innovative un punto di contatto con investitori, industria e amministrazioni pubbliche. Il Talent Hub sarà invece dedicato al reclutamento e alla formazione di ingegneri, tecnici e futuri piloti.
Competitività, tecnologia e sovranità rappresentano il filo conduttore dell’intera manifestazione, che si propone non soltanto come una vetrina delle eccellenze industriali, ma come il luogo nel quale l’Europa cerca di delineare la propria autonomia strategica in un’epoca segnata dal ritorno della competizione tra potenze e dall’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche.
Non sorprende, in questo quadro, che il fine settimana aperto al pubblico risulti già completamente esaurito: prima ancora di rivolgersi agli appassionati, l’ILA 2026 parla infatti ai decisori politici, militari e industriali chiamati a definire il futuro dell’aerospazio europeo.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Trentotto. Trentanove. Quaranta. Il numero degli annunci di un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra del Golfo. Quando alla roulette della pace è uscito il 41 sembrava essere la volta buona. A dirlo era sempre lui, il “croupier “di Washington. Sembrava. Perché in questa storia infinita a un certo punto sembra riandare in onda la riedizione geopolitica del Giorno della marmotta. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare; con loro, la buona fede è un concetto inesistente». Così Donald Trump sul suo social Truth, sottolineando che «l’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, attacco che è stato completamente respinto, è assolutamente inaccettabile». L’Iran «farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta», avverte ancora il tycoon, sempre sul suo social. Ora, stiamo parlando del presidente dell’iperpotenza militare mondiale, l’uomo che può decidere i destini del pianeta.
A mettere in fila le sue esternazioni sembra di avere a che fare con uno psicolabile che cambia idea di ora in ora. «Abbiamo messo fine alla guerra con l’Iran. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l’obiettivo, era il 95% della questione». Così esternava Trump durante un comizio virtuale a sostegno del vicegovernatore della Georgia Burt Jones, secondo quanto riporta Cnn. Nell’accordo con l’Iran «abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo», aveva proclamato il commander in chief, sempre nel corso dello stesso comizio virtuale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Bloomberg. L’intesa è «praticamente fatta», ha messo in evidenza. “Esternator” era inarrestabile. “Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata da Trump, a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata ieri mattina a Omnibus su La7 da Alessandra Sardoni. Le parole del presidente americano arrivavano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che l’appoggio degli alleati europei sia stato “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo. Tutto bene. Tutto fatto. Macché.
A rompere le uova nel paniere di The Donald è l’agenzia di stampa statale iraniana Irna che rende noto che l’attuale bozza di accordo con gli Stati Uniti è definita da 7 principi generali e che le capacità missilistiche dell’Iran non rientrerebbero nell’agenda dei negoziati proposti così come il fatto che Teheran non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo Irna, durante i colloqui di 60 giorni successivi alla firma del memorandum verrebbero affrontati solo tre temi: la prosecuzione del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e un meccanismo di risarcimento. L’Irna ha inoltre riferito che, nell’ambito del memorandum attuale, non è stato raggiunto alcun accordo sulla questione nucleare. L’agenzia iraniana ha riferito che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella sua futura gestione. «Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni apparse sui media, l’Iran non si impegna in alcun modo, con questo testo, a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a restituirlo allo Stato prima dell’aggressione militare di Stati Uniti e Israele. L’unico punto menzionato è la normalizzazione del transito attraverso lo Stretto di Hormuz al termine della guerra, il ripristino della sicurezza marittima da parte degli Stati costieri, la fine del blocco illegale e la rimozione delle minacce alla navigazione commerciale da parte di Stati Uniti e Israele. Su richiesta dell’Iran, gli Stati Uniti non avranno alcun ruolo nella futura gestione dello Stretto di Hormuz. È stato chiarito che la futura amministrazione dello Stretto si baserà su un’iniziativa e una proposta iraniana, nell’ambito di una questione di competenza dei Paesi della regione. In questo contesto, le discussioni sul futuro dello Stretto di Hormuz non avranno luogo nemmeno nei negoziati successivi alla firma dell’accordo, e Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l’Oman».
Le rivelazioni iraniane fanno saltare i nervi al presidente Usa, che torna in modalità guerresca. Un accordo in fase di definizione tra Stati Uniti e Iran è “basato sulle prestazioni” e Teheran non riceverà nessuno dei suoi beni congelati finché non rispetterà la sua parte dell’accordo: è quanto ha dichiarato un alto responsabile dell’amministrazione Trump, secondo il Times of Israel, dopo che l’agenzia iraniana Mehr aveva riportato che la bozza di accordo fra Iran e Stati Uniti garantirebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro un periodo di 60 giorni. La cerimonia della firma del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran segnerà l’inizio della «fase due» dei negoziati diplomatici. Lo scrive la Cnn citando fonti informate che confermano che con ogni probabilità l’intesa verrà firmata a Ginevra in una cerimonia a cui per gli americani dovrebbe partecipare il vicepresidente JD Vance, come del resto ha detto lo stesso Trump ieri notte. La firma, confermano ancora le fonti informate della rete americana, potrà avvenire domenica, giorno in cui sono previsti alla Casa Bianca i festeggiamenti per il compleanno di Trump. Le stesse fonti fanno poi notare che la cerimonia si svolgerà non lontano da Evian, la località francese dell’Alta Savoia sul lago Lemano, dove lunedì è atteso il presidente americano per partecipare al vertice del G7. Nulla però è stato confermato e fonti iraniane fanno sapere che per la firma della “dichiarazione di Islamabad”, come il testo da più parti è chiamato in riconoscimento del ruolo centrale svolto dal Pakistan nella mediazione, si sta prendendo in considerazione anche Vienna, riporta ancora la Cnn.
Ginevra, Vienna… Firma sì, firma forse. Firma su che…L’Iran ha accettato di smantellare il suo programma nucleare e di distruggere il materiale nucleare nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’Afp, mentre le due parti hanno fornito versioni contrastanti dell’accordo. Teheran ha anche accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz e non riceverà alcun fondo congelato finché non rispetterà gli impegni assunti nell’ambito dell’ “accordo basato sulle prestazioni”, ha affermato l’alto funzionario dell’amministrazione. Per non farsi mancare nulla, c’è l’incognita, e che incognita, israeliana. Israele sta esercitando pressioni sugli Stati Uniti affinché impediscano lo scongelamento dei beni iraniani nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco. Lo afferma la Cnn citando una fonte israeliana a conoscenza delle discussioni. La Cnn aveva precedentemente riportato che l’annuncio di Trump, che lasciava intendere un imminente accordo con l’Iran, aveva colto di sorpresa Netanyahu, che in quel momento stava tenendo una riunione con alti funzionari della sicurezza sull’Iran. Israele nutre da tempo scetticismo sulle intenzioni di Teheran nei negoziati, ritenendo che non stia negoziando in buona fede. Israele crede che, anche se venisse firmato un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, questo non porterebbe a un accordo definitivo, ha dichiarato una fonte israeliana alla Cnn.
Dalle indiscrezioni alle dichiarazioni pubbliche. «Finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto. Da oltre 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l’Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier di Israele, questo non accadrà». A sostenerlo è il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una nota. Un Netanyahu in modalità campagna elettorale, costretto a fare buon viso a un cattivo gioco, per lui e il suo governo di estrema destra. Che i contenuti di quel memorandum, nelle varie versioni dispiegate, non piaccia a chi governa Israele, lo lascia bene intendere il lungo comunicato del ministro della Difesa Israel Katz: “Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. L’Idf continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre”. “Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l’Iran nell’ottica degli interessi americani, compreso l’interesse comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Ci aspettiamo che sostenga questo principio e altri principi relativi ai missili e ai gruppi terroristici regionali”.
“Israele deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu ed io abbiamo ordinato all’esercito di prepararsi di conseguenza”, conclude la nota. E tanto per essere chiari, l’esercito israeliano ha emesso un ordine di evacuazione per gli abitanti per tre località nel distretto di Sidone: Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. È quanto reso noto su X dal portavoce militare israeliano in lingua araba, Avichay Adraee. Nel suo messaggio, l’esercito israeliano afferma di avere come obiettivo Hezbollah e ordina agli abitanti di rifugiarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud della città di Sidone, capoluogo del distretto. In Libano si continua a combattere, i morti e feriti si contano a decine anche ieri. Nel fatidico memorandum c’è anche il paragrafo-Libano. L’Iran chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Paese dei Cedri. Trump non ha detto di no. E Netanyahu può far saltare il banco. Fino al prossimo giro di roulette.








© Sebastien Bozon/Agence France-Presse — Getty Images

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Nel primo trimestre del 2026 il pil dell’eurozona è diminuito, a causa anche dei pessimi risultati dell’economia irlandese e delle multinazionali che sfruttano i suoi vantaggi fiscali Leggi
La costruzione di un resort di lusso in un’area costiera protetta, in cui è coinvolto Jared Kushner, ha spinto migliaia di albanesi a mobilitarsi e potrebbe compromettere l’adesione dell’Albania all’Unione europea Leggi


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INGLEWOOD (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Buona la prima per gli Stati Uniti ai Mondiali 2026. La nazionale di Pochettino, inserita nel Girone D, domina il Paraguay all’esordio in casa ad Inglewood. Match condotto dall’inizio alla fine dai padroni di casa, che rifilano un netto 4-1 all’undici allenato da Alfaro.
Gli Usa archiviano la pratica nel primo tempo: prima l’autogol di Bobadilla (7′) e poi la doppietta di Balogun tra il 31′ e il 45+5′ mettono in ghiaccio il risultato all’intervallo. Nella seconda frazione Mauricio (73′) accorcia le distanze, ma è troppo scarna la proposta offensiva del Paraguay. A tempo scaduto Reyna di trivela mette il punto esclamativo sul 4-1 degli Stati Uniti.
Gli Usa prendono il comando del girone D con tre punti e attendono il risultato di Australia-Turchia (domenica 14 giugno, ore 06.00) per la conclusione della prima giornata del raggruppamento. Pulisic e compagni torneranno protagonisti venerdì 19 giugno contro l’Australia (ore 21.00), mentre il Paraguay sfiderà la Turchia sabato 20 giugno alle 05.00.
Avvio spavaldo degli Stati Uniti, che vanno in vantaggio dopo soli sette minuti. Pulisic sguscia sulla sinistra e serve McKennie in area: il centrocampista della Juventus mette in mezzo per Balogun, ma il passaggio viene intercettato da Bobadilla che spedisce in maniera goffa nella sua porta per l’1-0 al 7′. Continua a spingere la selezione di Pochettino, che raddoppia al 31′: Pulisic scappa via a Caceres, imbuca per Balogun, che in piena area di rigore firma il 2-0. Paraguay stordito e gli Usa calano il tris nel finale di frazione sempre con Balogun, che vince un duello con Alderete e batte Gill con un bel mancino sotto la traversa.
Nel secondo tempo Pochettino risparmia Pulisic, tolto subito per Berhalter.
Gli Usa continuano a fare la partita, ma attaccano con meno veemenza verso la porta di Gill. Nonostante i pochi spunti in avanti, il Paraguay accorcia le distanze a meno di venti minuti dalla fine: direttamente da un rinvio di Gill, Enciso raccoglie e serve in area Mauricio, che di sinistro batte Freese per il 3-1 al 73′.
Reazione degli Stati Uniti, che colpiscono una traversa con l’ex Juventus Weah. Nel finale i padroni di casa gestiscono il vantaggio e archiviano il tanto atteso esordio mondiale calando il poker con Reyna.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).








I Royal Marines voltano pagina, e inaugurano una nuova fase della loro storia cambiando nome: la storica 3ª Brigata Commando assumerà infatti la denominazione di UK Commando Force, un cambiamento che sancisce una trasformazione iniziata quasi dieci anni fa e destinata ad adeguare una delle forze più celebri delle Forze Armate britanniche alle esigenze della guerra moderna. Negli ultimi anni la formazione d’élite, che trova le sue radici nelle necessità di schierare gruppi di incursori autonomi che potessero operare come “commando” e avanguardia nel corso del Secondo conflitto mondiale, ha intrapreso un profondo processo di rinnovamento che ha coinvolto tutto il personale della brigata – che inquadra operatori dei Marines, Commando dell’Esercito e della Marina – con l’obiettivo di operare negli scenari più complessi,e combattere negli ambianti più ostili e impegnativi, adottando nuove tattiche, procedure e tecnologie che li renderanno in grado di rispondere alle sfide di un campo di battaglia in continua evoluzione. Ciò comprende l’introduzione di nuovi sistemi d’arma e piattaforme operative, con particolare attenzione ai mezzi senza equipaggio come droni aerei e navali, oltre a nuove capacità nel campo delle comunicazioni digitali, della sorveglianza, della mobilità tattica e del combattimento terrestre.
Il processo di trasformazione e l’assunzione di un nuovo “nome” è stato annunciato darRe Carlo III, mentre gli ufficiali dell’unità hanno tenuto a sottolineare come non si tratti di un semplice aggiornamento tecnologico ma di un cambiamento che riguarda la struttura stessa della forza che, prendendo ispirazione dalla propria tradizione nelle operazioni speciali, deve progressivamente abbandonare alcuni “modelli del passato” più recente per adattarsi, o meglio, riadattarsi, a scenari che richiedono unità di incursori autonome che devono essere in grado di operare per lunghi periodi a grande distanza dal supporto principale, mantenendo le loro capacità in ambienti ostili, si tratti dell’Artico o dei deserti africani.
“Che sia con il caldo, il freddo o una persistente umidità, avete sempre dimostrato che non esistono ambienti in cui un Royal Marine non possa operare e vincere“, ha dichiarato Re Carlo III rivolgendosi ai reparti schierati nel Quadrangle del castello di Windsor, durante la consegna delle nuove insegne alle quattro unità dei Royal Marines –40ª, 42ª, 43ª e 45ª Commando – che d’ora in poi saranno inquadrante come United Kingdom Commando Force.

Il nome 3ª Brigata Commando occupa un posto di rilievo nella storia militare britannica. La sua eredità affonda le radici nella 3rd Special Service Brigade, che adottò questa denominazione quando lasciò il teatro mediorientale per essere impiegata sul fronte dell’Estremo Oriente tra il 1943 e il 1945, durante la guerra nel Pacifico.
Le formazioni commando nacquero nel 1940 su impulso del primo ministro britannico Winston Churchill, in una delle fasi più critiche della Seconda guerra mondiale. L’idea era quella di creare piccole unità composte da soldati altamente addestrati, capaci di condurre rapide incursioni contro il nemico. Il modello di riferimento erano i “kommando” boeri, gruppi di combattenti irregolari che durante la Seconda guerra boera avevano messo in seria difficoltà le forze britanniche attraverso azioni di guerriglia e attacchi mordi e fuggi tra il 1899 e il 1902. Churchill conosceva bene quel precedente. Durante il conflitto sudafricano era stato catturato dai boeri e ne aveva osservato da vicino i metodi operativi, rimanendone profondamente colpito. Per questo incaricò il tenente colonnello Dudley Clarke, ufficiale dello Stato Maggiore del War Office, di delineare una nuova forza in grado di “instaurare un clima di terrore lungo le coste nemiche“. Nacquero così i primi Commando, che in seguito vennero raggruppati nelle Special Service Brigades, tra cui la 3ª Commando Brigade. Quest’ultima divenne la principale formazione organica delle Forze Armate britanniche dedicata alle operazioni anfibie e di assalto, riunendo le unità operative dei Royal Marines insieme a reparti di supporto provenienti dai Royal Engineers, dalla Royal Artillery e dalla Fleet Air Arm. Una struttura che le consentiva di operare con un elevato grado di autonomia sul campo.
Un ruolo fondamentale fu svolto proprio dai Royal Marines Commandos, costituiti per iniziativa di Lord Louis Mountbatten attraverso la conversione di unità della Marina in formazioni d’assalto specializzate. Questi reparti erano concepiti per agire come avanguardia durante gli sbarchi anfibi, conducendo ricognizioni, incursioni e operazioni offensive a supporto delle forze convenzionali. Dopo l’impiego in Birmania, gli uomini della 3ª Brigata Commando continuarono a specializzarsi nelle operazioni dietro le linee nemiche, pur adottando progressivamente tattiche più convenzionali, proprie della fanteria d’élite e delle truppe d’assalto. Nel corso dei decenni successivi la brigata prese parte ad alcune delle principali operazioni militari britanniche, dalla crisi di Suez alla Guerra delle Falkland, fino ai conflitti in Afghanistan e Iraq.
Questa lunga tradizione rappresenta ancora oggi una componente essenziale dell’identità dei Royal Marines. Tuttavia, secondo il Generale Sir Gwyn Jenkins, Primo Lord del Mare e Comandante Generale dei Royal Marines, il nuovo nome United Kingdom Commando Force riflette meglio l’evoluzione compiuta nell’ultimo decennio. “Questo è più di un semplice cambio di nome: riflette un decennio di trasformazione“, ha dichiarato. Jenkins ha sottolineato come la forza sia passata dall’essere una brigata anfibia ad altissima prontezza operativa a una moderna formazione di commando distribuita su scala globale e progettata per operare negli ambienti più impegnativi. A suo giudizio, la denominazione United Kingdom Commando Force descrive più accuratamente una realtà composta da unità altamente flessibili, tecnologicamente avanzate e specializzate in un ampio spettro di missioni, pienamente adattate alle caratteristiche della guerra del XXI secolo.
L'articolo Cos’è la UK Commando Force, la nuova unità nata degli specialisti della guerriglia proviene da InsideOver.

Dopo “Due Paesi, un esercito”, almeno sul piano tecnologico, ecco al Senato Usa la proposta per rafforzare la condivisione di intelligence da Washington verso Israele: il senatore repubblicano Tom Cotton, eletto in Arkansas, ha presentato una proposta di legge sulle attività di spionaggio che contiene una sezione esplicitamente dedicata a questo tema. Lo rivela Responsible Statecraft, già attiva nel segnalare nei recenti provvedimenti sulla Difesa Usa una legge che apriva alla fusione tra tecnologie israeliane e strutture militari Usa.
Ora la Sezione 622 del disegno di legge sul finanziamento dell’attività di spionaggio per il 2027 chiede esplicitamente di “rafforzare la partnership securitaria con Israele”, di “consolidare la collaborazione tramite una robusta condivisione d’intelligence”.
Per la precisione, la legge spiega che il Presidente, il Direttore dell’Intelligence Nazionale e il segretario alla Difesa dovrebbero “espandere la condivisione d’intelligence con Israele” in ogni caso che non sia legato a “precise preoccupazioni di sicurezza nazionale” che il presidente dovrebbe documentare apertamente e dettagliatamente al Congresso prima di definire. Insomma, un’apertura esplicita di canali d’intelligence senza precedenti e che porterebbe Washington e Tel Aviv a delle vere e proprie “porte girevoli” informative. Il proponente è un ferreo alleato di Israele: Cotton, 49 anni, senatore dal 2015, è presidente della Conferenza Repubblicana del Senato e, soprattutto, dell’influente Senate Intelligence Committee, l’organo di vigilanza di Capitol Hill sugli apparati di spionaggio federali.

Noto “falco” repubblicano, Cotton è uno dei più solidi sostenitori di Tel Aviv al Senato e in precedenza, da deputato, Cotton aveva giocato di sponda con l’allora collega del Kansas, Mike Pompeo, futuro direttore della Cia e Segretario di Stato, per sabotare i negoziati con l’Iran dell’amministrazione di Barack Obama, affermando che quella tra la trattativa e la guerra era una “falsa alternativa”.
Per Responsible Statecraft, “questa proposta è una delle diverse mosse recenti di coloro che a Washington fanno il gioco del governo israeliano, volte a mantenere gli Stati Uniti legati a Israele nonostante il calo di consensi tra l’opinione pubblica americana. La forma più rilevante di sostegno statunitense a Israele è rappresentata da oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e soprattutto militari”, che spesso peraltro finanziano ricerche tecnologiche che ora per legge gli Usa intendono incoprorare nei loro apparati. Curioso sottolineare come questa proposta di legge sia emersa proprio mentre è in corso una grande e sostanziale operazione di controllo sulla penetrazione spionistica israeliana in America su cui lo stesso Pentagono ha acceso il faro mentre tra Washington, Tel Aviv e Iran è in atto un balletto importante tra pace, diplomazia e guerra.
Cotton, tra i politici maggiormente sostenuti dal sistema filoisraeliano nello Stato che rappresenta, si sta preparando alla campagna per la rielezione per un terzo mandato di sei anni al Senato e tutti i sondaggi lo danno nettamente in vantaggio sulla sfidante democratica Hallie Shoffner. Dunque, è altamente probabile che possa mantenere la sua carica anche nella seconda parte dell’amministrazione di Donald Trump qualora il Senato restasse repubblicano, o comunque esercitare un’influenza di peso sulle scelte strategiche del governo americano.
La sua firma su questo provvedimento mostra un innalzamento della spinta a saldare i rapporti tra Usa e Israele poco dopo l’inizio, con la guerra in Iran, tanto di un’operazione militare congiunta quanto di una fase politicamente turbolenta in cui gli obiettivi di Washington e Tel Aviv. Dopo il voto sulla “fusione” tecnologica e la notizia sull’invio di paracadutisti dell’82esima divisione aerotrasportata in Israele durante la guerra con l’Iran, rivelata dal giornalista Ken Klippenstein, il provvedimento sulla cooperazione di spionaggio è la terza manifestazione di una spinta a rafforzare i rapporti Washington-Tel Aviv nella direzione di un saldo sostegno unilaterale della prima alla seconda, che per molti esponenti delle istituzioni americane sembra essere un fine da perseguire a ogni costo.
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A meno di un mese dal vertice Xi-Trump a Pechino, e dopo due mesi dall’incontro fra Cheng Li-wun — la leader del Kuomintang (KMT), il principale partito d’opposizione taiwanese — e Xi Jinping, Cheng ha aperto il secondo atto della sua strategia per promuovere una visione alternativa del ruolo dell’isola in Asia con un viaggio di ben due settimane negli Stati Uniti.
Si tratta della prima visita negli USA da parte dell’“erede” del partito di Sun Yat-sen dopo il suo insediamento di novembre scorso, con tappe a San Francisco, Boston, New York, Washington D.C (dove Cheng sarebbe «molto ben disposta» a incontrare Trump) e Los Angeles. Sebbene missioni analoghe facciano da tempo parte dell’attività internazionale dei funzionari di tutti i partiti politici di Taiwan — che negli anni hanno regolarmente coltivato rapporti con think tank, università e comunità taiwanesi d’oltreoceano — quella di Cheng assume un significato particolare.
Nell’incontro con Xi Jinping dello scorso aprile Cheng ha rilanciato la formula dell’ambiguità strategica inscritta nel Consenso del 1992 (che postula l’esistenza di una “unica Cina”) e l’opposizione all’indipendenza di Taiwan come quadro politico operativo per lo Stretto, rinfocolando il senso di parentela fra Pechino e Taipei. Un approccio che Cheng Li-wun continua a declinare in chiave pragmatica: una deterrenza priva di canali di comunicazione efficaci aumenta le tensioni fra le due sponde dello Stretto.
«La chiave è la trasparenza». Lo aveva scritto la stessa Cheng in un editoriale del Foreign Affairs pubblicato poche settimane prima dell’incontro con Xi. Intitolato «Taiwan non deve scegliere», l’articolo rappresenta una sorta di manifesto programmatico della leader del KMT rivolto alle élite della politica estera occidentale e il fatto che sia stato pubblicato sull’autorevole rivista statunitense dimostra l’interesse verso le sue posizioni. Secondo Cheng, una Taiwan capace di dialogare con entrambe le sponde della competizione sino-americana sarebbe un partner più stabile e affidabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Convinzione ribadita nei giorni scorsi in un’intervista al Financial Times, dove Cheng sostiene che una riduzione delle tensioni nello Stretto diminuirebbe il rischio che l’isola diventi una «pedina» nelle trattative fra Washington e Pechino.
La sua tesi ha però suscitato forti reprimende. Sul Taipei Times — uno dei principali quotidiani taiwanesi e tradizionalmente vicino alle posizioni indipendentiste — alcuni commentatori hanno visto in questa impostazione il rischio di inviare «il messaggio sbagliato agli alleati e ai partner democratici di Taiwan». Riserve alle quali ha fatto eco Raymond Greene, direttore dell’American Institute a Taiwan e massimo rappresentante statunitense sull’isola, riferendo come numerosi legislatori e studiosi USA s’interroghino sulla possibilità che la leadership del KMT stia «cambiando radicalmente l’orientamento politico del partito».
È anche per rispondere a questi interrogativi che Cheng ha scelto di recarsi negli Stati Uniti, dove a Washington ha incontrato membri del Congresso e funzionari del governo statunitense, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra. Nei primi incontri nella capitale USA, la leader del KMT ha già riaffermato il valore della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Fra i dossier discussi è tornato quello relativo alla vendita delle armi a Taiwan — punctum dolens del vertice Xi-Trump del mese scorso — dopo che la decisione del presidente statunitense di affrontare il tema direttamente con il leader cinese aveva suscitato forte allarme nel Partito Progressista Democratico (DDP), al potere dal 2016. Allarme al quale aveva dato voce il presidente Lai Ching-te che si era affrettato ad assicurare che Taiwan «non verrà mai sacrificata né barattata» in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump a Fox News dopo il summit di Pechino.
In quell’occasione il presidente USA aveva rilanciato la tradizionale posizione di Washington contraria all’indipendenza dell’isola, adottando toni sensibilmente diversi rispetto a quelli prevalsi nei rapporti fra Stati Uniti e Taiwan negli ultimi anni. Trump aveva inoltre mostrato ben poca disponibilità a «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra» e mantenuto in sospeso la decisione sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei, anche alla luce della necessità di preservare le scorte di munizioni per il conflitto con l’Iran (per il quale il contachilometri funziona ancora).
Proprio il fatto che sia Trump a mantenere congelata la spesa per la difesa sferra un duro colpo a uno dei principali argomenti del DDP — la capacità di garantire un rapporto privilegiato con Washington — e rafforza invece il KMT, che da sempre rivendica di essere l’unica forza politica in grado di garantire la pace fra le due sponde dello Stretto. Sullo sfondo, mentre le esercitazioni militari taiwanesi continuano a simulare ipotetici scenari di “invasione” e aumentano gli incontri ravvicinati fra unità navali di Pechino e Taipei nel Mar Cinese Meridionale, la visita di Cheng (tuttora in corso) assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale. In un Indo-Pacifico sempre più militarizzato, la leader del KMT scommette che il futuro di Taiwan non si deciderà soltanto dal numero dei missili schierati nello Stretto, ma anche nelle urne del 2028.
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Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.
Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.
Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.
La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.
I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.
Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.
Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.
Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su vari temi.
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© Mark Abramson for The New York Times
C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.
Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.
Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.
Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.
Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.
Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.
La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.
L'articolo La strage invisibile nelle reti da pesca proviene da Il Blog di Beppe Grillo.




© Andres Kudacki for The New York Times

TORONTO (CANADA) (ITALPRESS) – Si chiude con un pareggio per 1-1 la sfida tra Canada e Bosnia, valida per la prima giornata del gruppo B ai Mondiali 2026. La sblocca Jovo Lukic nel primo tempo, pareggia i conti nella ripresa Cyle Larin, entrato appena tre minuti prima. Dopo qualche minuto passato a prendere le misure, il Canada guadagna campo e comincia a farsi vedere dalle parti di Vasilj. L’occasione più nitida per i padroni di casa arriva al 17′ con una conclusione in area di David, che non riesce ad angolare il tiro e regala la sfera al portiere avversario. La Bosnia rimane bassa aspettando il momento giusto per colpire in contropiede, ma sono proprio gli uomini di Barbarez a passare in vantaggio al 21′. Corner di Basic, spizzata di Kolasinac e secondo colpo di testa a opera di Lukic per lo 0-1. Il Canada si ributta in avanti alla ricerca del pari. Al 28′ ci prova Konè, ma il suo tiro viene murato; al 32′ chance per Oluwaseyi, la cui conclusione termina alta. David e compagni stazionano nella metà campo bosniaca, ma senza riprendere la gara nella prima frazione. Si va all’intervallo sul risultato di 0-1. Canada vicinissimo al pari in avvio di ripresa. Al 53′ Laryea calcia a botta sicura: Kolasinac salva tutto deviando sulla traversa. Attenzione però anche alla Bosnia, che appare più propositiva rispetto al primo tempo, e al 55′ va vicinissima al raddoppio quando Demirovic, lanciato a campo aperto verso Crepeau, spreca una chance incredibile facendosi chiudere la porta dal portiere canadese, che mette la palla in angolo. La svolta arriva al 76′: fuori Oluwaseyi, dentro Larin. Bastano tre minuti al centravanti del Southampton per mettere l’impronta sul match. Il neo entrato Promise David riceve al limite e di prima con l’esterno pesca il compagno di squadra, bravissimo a proteggere palla e, con una conclusione deviata, a siglare l’1-1. Nel finale la squadra di casa sembra averne di più, ma il fortino davanti a Vasilj resiste. A Toronto finisce 1-1.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

TORONTO (CANADA) (ITALPRESS) – Si chiude con un pareggio per 1-1 la sfida tra Canada e Bosnia, valida per la prima giornata del gruppo B ai Mondiali 2026. La sblocca Jovo Lukic nel primo tempo, pareggia i conti nella ripresa Cyle Larin, entrato appena tre minuti prima. Dopo qualche minuto passato a prendere le misure, il Canada guadagna campo e comincia a farsi vedere dalle parti di Vasilj. L’occasione più nitida per i padroni di casa arriva al 17′ con una conclusione in area di David, che non riesce ad angolare il tiro e regala la sfera al portiere avversario. La Bosnia rimane bassa aspettando il momento giusto per colpire in contropiede, ma sono proprio gli uomini di Barbarez a passare in vantaggio al 21′. Corner di Basic, spizzata di Kolasinac e secondo colpo di testa a opera di Lukic per lo 0-1. Il Canada si ributta in avanti alla ricerca del pari. Al 28′ ci prova Konè, ma il suo tiro viene murato; al 32′ chance per Oluwaseyi, la cui conclusione termina alta. David e compagni stazionano nella metà campo bosniaca, ma senza riprendere la gara nella prima frazione. Si va all’intervallo sul risultato di 0-1. Canada vicinissimo al pari in avvio di ripresa. Al 53′ Laryea calcia a botta sicura: Kolasinac salva tutto deviando sulla traversa. Attenzione però anche alla Bosnia, che appare più propositiva rispetto al primo tempo, e al 55′ va vicinissima al raddoppio quando Demirovic, lanciato a campo aperto verso Crepeau, spreca una chance incredibile facendosi chiudere la porta dal portiere canadese, che mette la palla in angolo. La svolta arriva al 76′: fuori Oluwaseyi, dentro Larin. Bastano tre minuti al centravanti del Southampton per mettere l’impronta sul match. Il neo entrato Promise David riceve al limite e di prima con l’esterno pesca il compagno di squadra, bravissimo a proteggere palla e, con una conclusione deviata, a siglare l’1-1. Nel finale la squadra di casa sembra averne di più, ma il fortino davanti a Vasilj resiste. A Toronto finisce 1-1.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).





© Eric Lee for The New York Times, Karen Dillman, via Associated Press

© Maddie McGarvey for The New York Times



© Ian Willms for The New York Times



PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina intende rafforzare la tutela dei diritti ambientali nei prossimi cinque anni, secondo un rapporto pubblicato oggi dall’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato.
Il Piano d’azione nazionale della Cina per i diritti umani (2026-2030), pubblicato in occasione dell’apertura del Forum 2026 sulla governance globale dei diritti umani, delinea l’impegno della Cina a favore della tutela dei diritti umani nei prossimi cinque anni.
Il documento sottolinea il diritto al miglioramento dei moderni sistemi di governance eco-ambientale attraverso misure quali l’applicazione del codice ecologico e ambientale, il rafforzamento della divulgazione delle informazioni eco-ambientali e della partecipazione pubblica, e la promozione di stili di vita e abitudini di consumo semplici, moderati, ecologici, a basse emissioni di carbonio e salutari.
Il rapporto ribadisce l’impegno a portare avanti la fondamentale lotta all’inquinamento, che riguarda l’aria, le risorse idriche, gli ambienti e gli ecosistemi acquatici, il suolo e i rifiuti solidi, oltre all’inquinamento acustico e marino.
Il documento esorta ad aumentare la diversità, la stabilità e la sostenibilità degli ecosistemi attraverso iniziative quali la rigorosa applicazione delle linee rosse per la conservazione ecologica.
Afferma infine l’importanza di affrontare il cambiamento climatico, ribadendo l’impegno del Paese a raggiungere il picco delle emissioni di carbonio nel 2030, come previsto.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-



ROMA (ITALPRESS) – L’Italia potrebbe risparmiare 17 miliardi all’anno sulla spesa energetica e creare più di 60mila nuovi posti di lavoro rimuovendo i colli di bottiglia che oggi frenano lo sviluppo delle rinnovabili nel Paese. È quanto si evince dallo studio “Rinnovabili e competitività: scenari, impatti e priorità per l’Italia”, commissionato da oltre 50 aziende del settore energia di matrice spagnola radunate nel cosiddetto ‘Gruppo di lavoro Energia della Camera di Commercio di Spagna in Italia’ coordinato da Valerio Faccenda, Vicepresidente della Camera di Commercio di Spagna in Italia e Country Manager di Iberdrola Italia. Il report è stato presentato giovedì 12 giugno nel corso di un evento a Palazzo Montorio a Roma, alla presenza del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, dell’Ambasciatore di Spagna in Italia Miguel Fernßndez-Palacios e del Vice Presidente di Confindustria per l’Energia e per la Transizione energetica Aurelio Regina. Sul tema si sono poi confrontati, nell’ambito di un panel, l’Amministratore Delegato di CVA e Vicepresidente di Elettricità Futura Giuseppe Argirò; l’Head of Efficient Regional Planning di Terna Mauro Caprabianca; il Direttore della Direzione Studi e Statistiche di GSE – Gestore dei Servizi Energetici Luca Benedetti; il Direttore Politiche per l’Ambiente l’Energia e la Mobilità di Confindustria Marco Ravazzolo; Valerio Faccenda nella veste di Country Manager di Iberdrola; il South & East EU Executive Director di EDP Roberto Pasqua.
L’analisi – realizzata da TEHA Group e presentata dal Senior Partner e Board Member, Lorenzo Tavazzi, si legge in una nota – ha indagato il possibile nesso tra politiche climatiche e competitività industriale in un contesto in cui l’Italia importa ancora il 73,9% del fabbisogno energetico (dato al 2024, ultimo disponibile), il gas forma il prezzo dell’elettricità per il 63% delle ore, e c’è stata un’importante accelerazione delle FER, con una capacità installata passata da +1,7 GW nel periodo 2019-2022 a +7,2 GW nel 2025 che arriverebbe a 101,9 GW al 2030: 29GW in meno rispetto al target previsto nello scenario PNIEC. In base a quanto è emerso, “colmare questo divario potrebbe comportare un risparmio di circa 9 miliardi di euro sul costo dell’energia elettrica all’ingrosso; una riduzione della spesa di 2 miliardi circa per le quote di emissione ETS, e un’altra di 2 miliardi di euro legata alle minori importazioni di gas naturale”. TEHA Group stima inoltre “in 3 miliardi di euro il beneficio sociale legato alle mancate emissioni di CO2, per un totale intorno ai 17 miliardi di euro all’anno”. Oltre al contenimento dei costi, le rinnovabili potrebbero rappresentare per l’Italia anche un investimento strategico capace di generare nuove opportunità di occupazione e crescita.
Lo studio evidenzia infatti come “colmare il divario potrebbe attivare quasi 42 miliardi di euro di Pil tra aumento degli investimenti CAPEX per impianti fotovoltaici ed eolici in Italia – pari a 35,7 miliardi di Euro – e valore aggiunto generato per il sistema-Paese, calcolato in 5,9 miliardi di euro”. In un contesto segnato da pluricrisi e forte incertezza, la transizione può quindi diventare un asset per lo sviluppo del Paese ed essere riletta non solo come agenda ambientale, ma come priorità industriale nazionale. Affinché ciò sia possibile, è però necessario rimuovere rapidamente i colli di bottiglia tali per cui già oggi i tempi autorizzativi superano i limiti UE di 32 mesi per l’eolico e 12 mesi per il fotovoltaico, e le ore di congestione potrebbero aumentare del 77% al 2030 senza adeguamenti di rete e flessibilità. A fronte di questo scenario, lo studio di TEHA Group identifica due priorità: prevedere un meccanismo straordinario di fast-track per gli impianti FER e sviluppare una rete anticipatoria, accompagnata da connessioni tempestive per i progetti già maturi. “In un periodo cruciale per il futuro energetico dell’Italia, il nostro Gruppo è fermamente impegnato a favorire il dialogo tra imprese, istituzioni e stakeholder sulle sfide poste dalla transizione energetica”, dichiara Valerio Faccenda, Vicepresidente della Camera di Commercio di Spagna in Italia e Coordinatore del Gruppo di Lavoro Energia della Camera.
“Abbiamo commissionato questo studio perché volevamo contribuire al dibattito con dati e analisi indipendenti, mettendo in evidenza le opportunità che questo percorso può offrire al Paese non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sotto il profilo economico, industriale e occupazionale”, conclude Faccenda. “L’Italia continua a pagare l’energia molto più dei principali competitor europei: a maggio 2026 il prezzo medio dell’elettricità è stato di 119 Ç/MWh, 67 Ç/MWh in più della Francia, 65 Ç/MWh in più della Spagna, 22 Ç/MWh in più della Germania”, afferma Aurelio Regina, Vicepresidente di Confindustria per l’Energia. “Le rinnovabili consentono già oggi di produrre energia a costi sensibilmente inferiori rispetto ai prezzi di mercato e rappresentano uno strumento fondamentale per ridurre le bollette di imprese e famiglie, rafforzare la sicurezza energetica nazionale e diminuire la dipendenza dalle importazioni. I progetti e gli investimenti non mancano: oltre 4.000 impianti sono attualmente in attesa di autorizzazione. Il vero nodo è trasformare rapidamente queste iniziative in impianti operativi, superando ritardi e complessità burocratiche che rallentano la crescita del Paese. In questo percorso verso un mix energetico più equilibrato, il contributo dei territori sarà decisivo: la transizione energetica è una sfida nazionale che richiede responsabilità condivisa, collaborazione istituzionale e il pieno impegno di tutte le amministrazioni”.
– foto ufficio stampa Symposium Energia 2026 –
(ITALPRESS).
Ottant’anni non bastano a contenere Nicola Piovani, ma sono sufficienti a restituire un’immagine rara: quella di un artista che ha attraversato più di mezzo secolo senza mai cedere alla tentazione dell’enfasi. Nato a Roma nel 1946, cresciuto tra la musica di famiglia e la scena teatrale, Piovani ha costruito un percorso che coincide, in larga parte, con la storia del cinema italiano contemporaneo. Ma la sua grandezza non si misura soltanto con la quantità delle opere – oltre duecento colonne sonore – né con i premi, tra cui l’Oscar del 1999 per La vita è bella. Piovani è, soprattutto, un autore che ha saputo definire un’etica del suono. Fin dagli esordi, negli anni della contestazione, quando compone per i cinegiornali universitari e poi per il primo film di Silvano Agosti, la musica per Piovani non è mai un gesto isolato: nasce sempre dentro una relazione. È qui che si forma la cifra che lo accompagnerà per tutta la vita. Non l’idea romantica del compositore come voce solitaria, ma quella di un artigiano della drammaturgia, che lavora accanto agli altri linguaggi. Per questo, quando negli anni Settanta e Ottanta entra in contatto con Bellocchio, i Taviani, Nanni Moretti, Monicelli e poi con Fellini, non si limita a scrivere colonne sonore: impara a leggere il cinema dall’interno, a comprenderne la grammatica invisibile. Un linguaggio diverso, un linguaggio diverso della melodia.
Il tratto distintivo di Piovani è stato spesso indicato nella sua sobrietà. Sobrietà non è un limite, è una scelta. La sua musica non invade mai le immagini: le attraversa. Non cerca di spiegarle, ma di suggerirne il senso. Come lui stesso ha detto, nel cinema la musica è «grossomodo ancella» e deve saper entrare “in punta di piedi”. È una dichiarazione che oggi suona quasi controcorrente, in un’epoca dominata dall’eccesso. Piovani difende invece una misura antica: quella per cui il suono non si sovrappone alla visione, ma la accompagna, lasciandole spazio. Questa idea trova la sua forma più compiuta nella collaborazione con Roberto Benigni e nella celebre colonna sonora de La vita è bella. Non è semplicemente una soundtrack efficace: è una costruzione morale. Di fronte a un racconto che intreccia tragedia e leggerezza, Piovani sceglie una via apparentemente fragile, fatta di temi limpidi e sospesi, evitando ogni retorica. Il risultato è una partitura che non addolcisce il dolore, ma lo rende attraversabile. È forse questo il segreto della sua forza: la capacità di restare umana anche quando incontra l’orrore. Ma fermarsi al cinema sarebbe riduttivo. Piovani è uno dei pochi compositori italiani ad aver mantenuto un dialogo costante tra linguaggi diversi. Il teatro, innanzitutto, per il quale scrive composizioni per registi come Carlo Cecchi o Vittorio Gassman, trovando una dimensione più diretta, meno mediata. La canzone, grazie all’incontro con Fabrizio De André, che lo porta a collaborare in album diventati fondamentali. La commedia musicale, con esperienze come I sette re di Roma, che attraversano la tradizione popolare con intelligenza e ironia. In tutte queste forme, ciò che resta costante è la tensione a cercare un equilibrio tra leggerezza e pensiero.
Il suo stile, come ha osservato la critica, unisce elementi colti e popolari, memoria e contemporaneità, mantenendo una forte coerenza interna. Non c’è mai virtuosismo fine a sé stesso: ogni soluzione musicale nasce dalla necessità di dare forma a una narrazione. È per questo che Piovani riesce a essere riconoscibile senza essere ripetitivo. La sua musica non si impone come marchio, ma si adatta, muta, si lascia contaminare dalle storie che incontra. C’è poi un altro elemento, meno evidente ma decisivo: il rapporto con l’idea di fortuna, lo stesso Piovani ha definito spesso la sua carriera come “molto fortunata”. Sappiamo che non è così, e non per falsa modestia. Chi ha avuto il piacere di averlo come vicino di casa racconta che il maestro è sempre è il primo a dare il saluto e l’ultimo a tirarsi indietro nel concedere mani e sorrisi. È una visione, quella di Piovani, che ridimensiona il mito del genio solitario e restituisce all’arte la sua dimensione umana. Anche questo contribuisce a spiegare il suo stile: una musica che non pretende di dominare, ma di partecipare.
Negli ultimi anni, con spettacoli come Note a margine, Piovani ha scelto di raccontarsi, intrecciando parole e musica in una forma che è insieme autobiografia e riflessione sul mestiere. Non si tratta di un bilancio celebrativo, ma di un modo per interrogare il senso di una vocazione. E il titolo stesso suggerisce molto: le “note a margine” sono ciò che sembra secondario, ma che in realtà custodisce il significato profondo. È un’immagine perfetta per la sua poetica. A ottant’anni, Piovani non appare come un monumento al passato ma come un ponte che dal presente ci porta verso il futuro. In un tempo che tende a saturare ogni spazio di suono, la sua lezione è più attuale che mai: la musica non deve riempire, deve ascoltare. Non deve occupare la scena, ma rivelarne le pieghe nascoste, anche quelle più semplici, che sono sempre, per paradosso quelle meno accettate. È forse questo che rende il suo lavoro così necessario. In un mondo che ha smarrito il senso della misura, Nicola Piovani continua a ricordarci che la bellezza non nasce dall’eccesso, ma dalla precisione. Da quella nota esatta, e da quel silenzio intorno, che permettono a una storia di diventare esperienza. Lo diceva Federico Fellini che un linguaggio diverso è una diversa visione della vita, ed è così anche per Nicola Piovani: una melodia diversa, una visione della vita diversa.
ROMA (ITALPRESS) – La sicurezza sul lavoro, la lotta al caporalato e la tutela del lavoro agricolo sono stati tra i temi al centro dell’VIII congresso nazionale della Uila-Uil, che si è concluso con la riconferma di Enrica Mammucari alla guida del sindacato. Giornate di dibattiti e confronti alla presenza di centinaia di delegati e con la partecipazione del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida.
xb1/col3/gsl

BARCELLONA (SPAGNA) (ITALPRESS) – Barcellona offre ai team un’opportunità ideale per vedere all’opera i giovani piloti durante la prima sessione di prove libere. Il circuito è infatti molto utilizzato anche per i test e le scuderie dispongono quindi già di un’enorme quantità di dati su cui fare affidamento. Sette squadre hanno dunque scelto di schierare, nella prima ora, piloti non titolari, come previsto dal regolamento almeno quattro volte l’anno durante le FP1. Sono dunque scesi in pista Fred Vesti (Mercedes), Dino Beganovic (Ferrari), Leonardo Fornaroli (McLaren), Ayumu Iwasa (Red Bull), Luke Browning (Williams), Paul Aron (Audi), Colton Herta (Cadillac). Dal punto di vista delle gomme, in entrambe le sessioni sono state utilizzate tutte e tre le mescole disponibili per il fine settimana. La mescola Hard C2 è stata impiegata in FP1 solo dai piloti Haas, mentre Max Verstappen è stato l’unico a utilizzarla nelle FP2. Nella seconda parte della seconda ora di prove libere, le scuderie si sono concentrate principalmente sugli stint lunghi, utilizzando prevalentemente la mescola Medium C3. Il miglior tempo nelle FP2 è stato fatto segnare da Lando Norris con un 1:15.426 su Soft C4.
Le temperature ambientali hanno raggiunto i 29 °C e, di conseguenza, la pista è arrivata a 50 °C. Nelle FP1, il miglior tempo è stato ottenuto da George Russell con un 1:16.363, sempre con la C4. Prima delle attività di pista, nella sala conferenze del circuito si è tenuta la presentazione del libro “Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1” a cura della Fondazione Pirelli e pubblicato da Marsilio Arte. Il volume celebra le 500 gare di Pirelli nel Mondiale attraverso un grande racconto per immagini e testi con materiali provenienti dall’Archivio Storico Pirelli. L’evento si è tenuto alla presenza di Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo di Pirelli e presidente della Fondazione Pirelli; Stefano Domenicali, president & Ceo di Formula 1; S.E. Mohammed Ben Sulayem, presidente Fia, intervenuto con un videomessaggio; Jean Todt, inviato speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la sicurezza stradale; e Nick Heidfeld, ex pilota di Formula 1. “La maggioranza dei team oggi ha scelto di non utilizzare la mescola Hard, che rimarrà dunque, con due set, nel bagaglio che le scuderie si porteranno in gara”, spiega Simone Berra, Pirelli Chief Engineer.
“I pochi che l’hanno utilizzata hanno rilevato uno scivolamento maggiore rispetto alle altre due mescole più morbide, con un conseguente surriscaldamento superficiale che la avvicina, in termini di degrado, a Medium e Soft – prosegue Berra – In generale, tutte le mescole presentano un alto livello di degrado termico, soprattutto sull’anteriore e sul posteriore sinistro, dovuto alla rugosità superficiale dell’asfalto, seconda solo a quella del Bahrain, alle caratteristiche proprie del circuito e alle elevate temperature della pista che, nei prossimi giorni, cresceranno ulteriormente. Nei performance run i piloti faticano a raffreddare le gomme per tentare un secondo giro lanciato che, in queste condizioni, nel migliore dei casi eguaglia il tempo del precedente. Domenica ci aspettiamo quindi una gara con almeno un paio di soste. Medium e Soft, le due opzioni con maggiore aderenza, degradano in maniera simile, ma dai primi dati raccolti sembra che la gomma gialla si adatti più facilmente alla pista di Barcellona. Tra le due – conclude Berra – la differenza prestazionale è nell’ordine di cinque o sei decimi di secondo”.
– foto ufficio stampa Pirelli –
(ITALPRESS).

LANZHOU (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – “Ogni volta che vengo qui, scopro qualcosa di nuovo su Dunhuang. La città custodisce tanta saggezza ancora da scoprire”, ha dichiarato Tiziana Lippiello, sinologa italiana ed esperta di studi sulla Cina.
La terza Conferenza mondiale dei sinologi si è aperta il 3 giugno a Dunhuang, nella provincia nord-occidentale cinese del Gansu. Come partecipante, Lippiello è tornata a Dunhuang per la terza volta.
Davanti ai dipinti murali millenari e alle raffinate sculture dipinte delle Grotte di Mogao, Lippiello non ha potuto fare a meno di esprimere più volte la propria ammirazione.
“Sono profondamente affascinata. Le Grotte di Mogao sono una fusione di diverse civiltà e anche il paesaggio naturale qui è molto bello”, ha affermato, aggiungendo che le grotte rappresentano un luogo vivo di ricerca accademica e dialogo tra civiltà.
Durante il viaggio, Lippiello ha visitato le grotte, partecipato a forum accademici sulla sinologia e ha avuto modo di conoscere la cultura delle tavolette di bambù e legno incise.
La Grotta della Biblioteca delle Grotte di Mogao l’ha colpita profondamente. Secondo la studiosa, storia, cultura e immaginazione senza confini si sono intrecciate qui per oltre 1.000 anni, conferendo ai dialoghi di oggi un significato profondo.
Secondo Lippiello, qui è nascosta tanta saggezza ancora da scoprire. Anche se non sempre si sa esattamente dove si trovi, il processo stesso della ricerca è di per sè profondamente significativo.
Le giornate trascorse a Dunhuang hanno rafforzato la sua convinzione che civiltà diverse possano dialogare. Così come Dunhuang è stata un punto di incontro tra molteplici civiltà, anche il mondo di oggi rimane lo stesso, e le persone possono ancora imparare da Dunhuang come condurre un dialogo tra civiltà.
Lippiello ha iniziato a studiare cinese all’Università Cà Foscari di Venezia negli anni ’80. Ha poi approfondito lo studio della lingua cinese alla Beijing Language and Culture University e ha studiato filosofia cinese all’Università Fudan.
Spinta dalla passione per il pensiero e la cultura della Cina, Lippiello si è dedicata allo studio del cinese, creando un legame duraturo col Paese e intraprendendo una carriera accademica dedicata alla sinologia e alla diffusione della cultura cinese.
Attraverso le brevi visite a Dunhuang e la sua ricerca sinologica di lungo periodo, Lippiello ha maturato una consapevolezza sempre maggiore del fatto che l’apprendimento reciproco tra civiltà non si limita ai libri, ma richiede scambi e cooperazione tra le persone.
“Non è un caso che oggi ci troviamo riuniti qui, come se la storia stessa stesse silenziosamente facendo convergere traiettorie lontane”, ha dichiarato Lippiello, osservando che l’Italia vanta una lunga e prestigiosa tradizione di ricerca sinologica.
In qualità di sinologa, Lippiello si è impegnata a mettere in pratica queste idee e a promuovere ulteriormente la comprensione e gli scambi tra Cina e Italia.
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-Foto Xinhua-

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© Arlette Bashizi for The New York Times

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CAGLIARI (ITALPRESS) – “La Sardegna deve, prima di tutto, dotarsi di un progetto che deve essere largamente accettato e discusso. Credo che il tema sia proprio questo, sia che la discussione è rimasta probabilmente per troppo tempo all’interno delle stanze di Viale Trento, piuttosto che di Villa Devoto, piuttosto che del Consiglio regionale, mentre invece un cambiamento così importante, soprattutto in un contesto in cui la Sardegna non è più soltanto all’interno dell’Italia, ma è dentro un contesto europeo che sta cambiando rapidamente, deve anche pensare a cosa vuole rappresentare e cosa vuole diventare”. Lo ha detto la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, in un punto stampa. “Noi siamo in un contesto in cui, da una parte, abbiamo dei diritti autonomistici che vengono calpestati, e vengono calpestati in maniera sostanziale, lo vediamo quasi settimanalmente, non solo dal numero di leggi che vengono impugnate, ma anche proprio dalla postura di un centralismo che è rinnovato. D’altra parte abbiamo invece un contesto europeo molto vivace, molto importante, che ascolta le isole e si sta interrogando rispetto a quella che è la strategia delle isole. E quindi il tema è che la Sardegna deve approfittare di questo momento anche per ripensarsi, per ripensare nel caso alla sua forma di governo, per ripensare anche relativamente alla postura rispetto al governo nazionale, come rivedere lo statuto, quindi statuto, legge statutaria, e capire come attuare tutto questo”, ha detto.
tvi/mca1
(Fonte video: Regione Sardegna)

OLIENA (ITALPRESS) – Il futuro dell’autonomia sarda, la riforma dello Statuto speciale e il ruolo degli enti locali nel nuovo assetto istituzionale dell’Isola. Sono stati questi i temi al centro del convegno “Da Mario Melis al 2030. Quali riforme per la Sardegna”, promosso dal Consiglio delle Autonomie Locali e ospitato oggi all’hotel Sa Corte di Oliena. Nel corso della seconda sessione dei lavori, dedicata alle riforme necessarie per la Sardegna, è intervenuta la presidente della Regione, Alessandra Todde, che ha richiamato il valore politico e istituzionale dell’eredità di Mario Melis e la necessità di aprire una nuova fase di confronto sul futuro della specialità sarda. “Parlare di Mario Melis significa parlare della postura della Sardegna“, ha detto la presidente. “Ci ha lasciato un’idea alta dell’autonomia, fondata sulla responsabilità istituzionale, sul rapporto con lo Stato e sulla capacità di rappresentare la Sardegna con autorevolezza nei luoghi in cui si decide”. Todde ha sottolineato come il tema dell’autonomia non possa restare confinato nel confronto tecnico o istituzionale: “Il cambiamento dello Statuto, della legge statutaria perché sia efficace, e la capacità di essere rappresentati correttamente nel contesto italiano ed europeo possono avere forza soltanto se questi temi vengono compresi dai cittadini. Una nuova stagione costituente può esistere solo se nasce anche da una spinta dal basso”.
Nel suo intervento la presidente ha ribadito la necessità di rafforzare in modo unitario la posizione della Sardegna, sia nel rapporto con lo Stato sia nel quadro europeo: “L’autonomia e le nostre prerogative devono essere patrimonio di tutti. Non possono appartenere a una parte sola. Quando sono in gioco diritti fondamentali, la Sardegna deve sapersi rappresentare in modo unitario”. Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il ruolo dell’Europa e la condizione insulare. “In questo momento è in discussione la strategia europea per le isole. È un passaggio importante, che può incidere sul riconoscimento concreto del diritto all’insularità, sulla mobilità, sul contrasto allo spopolamento e sugli investimenti nei settori strategici. La Sardegna deve stare in questo confronto con una voce riconoscibile”. Todde ha poi richiamato il lavoro avviato dalla legislatura sulla legge statutaria, indicando alcune priorità: la forma di governo, il rapporto tra Presidenza e Consiglio regionale, il rafforzamento del ruolo del Consiglio e la ridefinizione del rapporto tra Regione ed enti locali. “Dobbiamo discutere di come vogliamo rappresentarci davanti ai cittadini e di come rendere più moderno il nostro sistema istituzionale”, ha affermato. “Siamo ancora ancorati a un impianto normativo che risale al 1977. Il mondo è cambiato, la Sardegna è cambiata, i cittadini sono cambiati. Serve una Regione più moderna, con regole più chiare e più adatte al tempo che viviamo”.
Ampio spazio anche alla riforma degli enti locali e al tema del comparto unico. “Da una parte chiediamo ai Comuni di attuare politiche e spendere risorse, dall’altra spesso li lasciamo senza personale e senza strumenti adeguati. Questa frattura va affrontata. Il rapporto tra Regione ed enti locali riguarda l’attuazione piena del principio di sussidiarietà: ogni livello istituzionale deve sapere con chiarezza quali responsabilità ha e con quali strumenti esercitarle“. Nel corso del convegno sono intervenuti, il presidente del Consiglio Regionale Piero Comandini, il presidente del CAL, Ignazio Locci, la presidente di Anci Sardegna Daniela Falconi, il sindaco di Oliena, Sebastiano Congiu, il vicepresidente del CAL, Francesco Lai, e la figlia di Mario Melis, Laura Melis. La giornata si è articolata in due sessioni dedicate al rapporto tra autonomie territoriali, Europa e Mediterraneo e alla definizione di una nuova agenda di riforme per la Sardegna. “Mario Melis – ha concluso la Presidente Todde – ci ha lasciato un’idea alta dell’autonomia. Sta a noi tradurla nel tempo presente, con coraggio istituzionale e con rispetto per le comunità che rappresentiamo. Con la Carta di Oliena può partire un messaggio chiaro: la specialità sarda appartiene al futuro, se abbiamo il coraggio di riformarla”.
– foto ufficio stampa Regione Sardegna –
(ITALPRESS).
ROMA (ITALPRESS) – Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, insieme alle Signore Laura Mattarella e Kim Hye-Kyung, si sono salutati nel pomeriggio del 12 giugno, con una cerimonia di congedo durante la quale hanno ricevuto nuovamente gli onori militari, nel Cortile d’Onore del Quirinale.
tvi/mca1
(Fonte video: Quirinale)
NEW YORK (ITALPRESS) – “La Fondazione Magna Grecia ha la visione che il Sud, grazie anche alle leggi, alla zona speciale, può diventare veramente un motore, riguadagnare il suo posto, come fu ai tempi della Magna Grecia. E credo che New York abbia i capitali che il Sud vuole per poter innescare per un nuovo ciclo di sviluppo”. Lo ha detto il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, Claudio Pagliara, a margine dell’evento “Investing in Southern Italy”, organizzato dalla Fondazione Magna Grecia in collaborazione con ENIT ed Italy America Chamber of Commerce, presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York.
xo9/abr/gsl (Video di Stefano Vaccara)

ROMA (ITALPRESS) – La sfida della governance dell’intelligenza artificiale, i rischi e le opportunità dell’accelerazione tecnologica e il ruolo dei manager in queste trasformazioni. Sono i temi al centro del convegno “Dall’intelligenza artificiale alla leadership del futuro: governare l’innovazione, valorizzare le persone”, organizzato da Assidipost-Federmanager a Roma.
Ad aprire i lavori il presidente di Assidipost-Federmanager, Marco Sacconi, secondo cui “è importante costruire una cultura dell’innovazione che metta al centro l’essere umano, la formazione continua, l’inclusione e la responsabilità sociale. In questo percorso il ruolo del management sarà decisivo: saranno i manager a guidare l’integrazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione, a governare gli impatti e a trasformare il cambiamento tecnologico in valore economico e sociale”.
Per il segretario generale di Assidipost-Federmanager, Lorenzo Urbano, “viviamo una fase di trasformazione profonda: l’intelligenza artificiale sta già modificando processi produttivi, modelli organizzativi, professioni e imprese. Ci troviamo di fronte a un’opportunità straordinaria, ma anche a interrogativi che non possiamo essere ignorati”.
Il presidente di Federmanager Roma, Antonio Amato, ha aggiunto che “l’intelligenza artificiale può darci delle indicazioni, delle scelte, dei parametri, però poi la decisione, la strategia, le scelte operative sono prerogativa dell’uomo”.
Per il presidente di Federmanager, Valter Quercioli, “convegni come questo servono proprio a creare consapevolezza nella nostra categoria che questa è una disciplina che potenzialmente ci dà molto vantaggio, ma apre anche a molti rischii se non la sappiamo maneggiare nella giusta maniera”.
Il presidente Fasi, Daniele Damele, in un videomessaggio, ha ricordato che “l’aspetto etico che non può essere mai dimenticato: con alcuni algoritmi utilizzati dall’intelligenza artificiale si tende un pò a omogeneizzare, a uniformare al centro. Questo non va bene, perchè vuol dire che le ali vengono escluse o dimenticate”.
Per Giuseppe Ragusa, Professore Ordinario di Economia ed Econometria presso l’Università Sapienza di Roma, “l’intelligenza artificiale risolve alcuni problemi, ne crea degli altri: il vero rischio è che non si trovi un buon bilanciamento fra i due atteggiamenti e che, quindi, le imprese non riescano a capire dove investire per massimizzarne le possibilità e finiscano poi per concentrarsi troppo sui rischi”.
Secondo Oreste Pollicino, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Bocconi di Milano, “per non subire questa tecnologia non bisogna avere un approccio difensivista, come spesso capita, ma bisogna in qualche modo avere un approccio proattivo. In concreto vuol dire costruire una governance che metta in piedi una cornice che possa dare adito a un percorso virtuoso in azienda, in cui innanzitutto si capisce qual è l’obiettivo, come raggiungerlo, qual è la cabina di regia, chi deve fare cosa e come poter accelerare l’innovazione senza perdere il controllo”.
La sfida più grande che le aziende si troveranno a dover affrontare, per Alessandra Michelini, Amministratrice Delegata Telsy (Gruppo TIM), “sarà quella di coniugare la necessità di portare innovazione all’interno dei loro processi attraverso l’intelligenza artificiale, e farlo in modo sicuro, mantenendo il controllo dell’utilizzo di questi modelli all’interno dell’organizzazione”.
Ai manager di questa nuova epoca, ha aggiunto Don Vito Impellizzeri, preside della Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo, “chiederei non perdere il valore della coscienza come confine e di assumersi il peso del bene comune come la ragione più profonda del proprio lavoro”.
Secondo Francesca Boccia, coordinatrice della Commissione Nazionale per l’Intelligenza Artificiale di Federmanager, “senza il coraggio, in quest’epoca, i manager cessano quasi immediatamente di essere tali, perchè hanno dei nuovi obblighi” di “consapevolezza”. C’è la “responsabilità di verificare che ci sia reale consapevolezza all’interno del proprio team, che ci sia un adeguato livello di delega verso l’indice del proprio team e soprattutto, visto che l’intelligenza artificiale accelera in modo esponenziale ogni valutazione“, il manager “deve essere in grado di fermarsi al momento giusto e magari anche, all’ultimo momento, essere in grado di cambiare tutto il piano”.
– foto xi2/Italpress –
(ITALPRESS).

ROMA (ITALPRESS) – La sfida della governance dell’intelligenza artificiale, i rischi e le opportunità dell’accelerazione tecnologica e il ruolo dei manager in queste trasformazioni. Sono i temi al centro del convegno “Dall’intelligenza artificiale alla leadership del futuro: governare l’innovazione, valorizzare le persone”, organizzato da Assidipost-Federmanager a Roma. Ad aprire i lavori il presidente di Assidipost-Federmanager, Marco Sacconi, secondo cui “è importante costruire una cultura dell’innovazione che metta al centro l’essere umano, la formazione continua, l’inclusione e la responsabilità sociale. In questo percorso il ruolo del management sarà decisivo: saranno i manager a guidare l’integrazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione, a governare gli impatti e a trasformare il cambiamento tecnologico in valore economico e sociale”. Per il segretario generale di Assidipost-Federmanager, Lorenzo Urbano, “viviamo una fase di trasformazione profonda: l’intelligenza artificiale sta già modificando processi produttivi, modelli organizzativi, professioni e imprese. Ci troviamo di fronte a un’opportunità straordinaria, ma anche a interrogativi che non possiamo essere ignorati”. Il presidente di Federmanager Roma, Antonio Amato, ha aggiunto che “l’intelligenza artificiale può darci delle indicazioni, delle scelte, dei parametri, però poi la decisione, la strategia, le scelte operative sono prerogativa dell’uomò. Per il presidente di Federmanager, Valter Quercioli, “convegni come questo servono proprio a creare consapevolezza nella nostra categoria che questa è una disciplina che potenzialmente ci dà molto vantaggio, ma apre anche a molti rischii se non la sappiamo maneggiare nella giusta maniera”. Il presidente Fasi, Daniele Damele, in un videomessaggio, ha ricordato che “l’aspetto etico che non può essere mai dimenticato: con alcuni algoritmi utilizzati dall’intelligenza artificiale si tende un pò a omogeneizzare, a uniformare al centro. Questo non va bene, perchè vuol dire che le ali vengono escluse o dimenticate”.
Per Giuseppe Ragusa, Professore Ordinario di Economia ed Econometria presso l’Università Sapienza di Roma, “l’intelligenza artificiale risolve alcuni problemi, ne crea degli altri: il vero rischio è che non si trovi un buon bilanciamento fra i due atteggiamenti e che, quindi, le imprese non riescano a capire dove investire per massimizzarne le possibilità e finiscano poi per concentrarsi troppo sui rischi”.
Secondo Oreste Pollicino, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Bocconi di Milano, “per non subire questa tecnologia non bisogna avere un approccio difensivista, come spesso capita, ma bisogna in qualche modo avere un approccio proattivo. In concreto vuol dire costruire una governance che metta in piedi una cornice che possa dare adito a un percorso virtuoso in azienda, in cui innanzitutto si capisce qual è l’obiettivo, come raggiungerlo, qual è la cabina di regia, chi deve fare cosa e come poter accelerare l’innovazione senza perdere il controllo”.
La sfida più grande che le aziende si troveranno a dover affrontare, per Alessandra Michelini, Amministratrice Delegata Telsy (Gruppo TIM), “sarà quella di coniugare la necessità di portare innovazione all’interno dei loro processi attraverso l’intelligenza artificiale, e farlo in modo sicuro, mantenendo il controllo dell’utilizzo di questi modelli all’interno dell’organizzazione”.
Ai manager di questa nuova epoca, ha aggiunto Don Vito Impellizzeri, preside della Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo, “chiederei non perdere il valore della coscienza come confine e di assumersi il peso del bene comune come la ragione più profonda del proprio lavoro”. Secondo Francesca Boccia, coordinatrice della Commissione Nazionale per l’Intelligenza Artificiale di Federmanager, “senza il coraggio, in quest’epoca, i manager cessano quasi immediatamente di essere tali, perchè hanno dei nuovi obblighi” di “consapevolezza”. C’è la “responsabilità di verificare che ci sia reale consapevolezza all’interno del proprio team, che ci sia un adeguato livello di delega verso l’indice del proprio team e soprattutto, visto che l’intelligenza artificiale accelera in modo esponenziale ogni valutazione”, il manager “deve essere in grado di fermarsi al momento giusto e magari anche, all’ultimo momento, essere in grado di cambiare tutto il piano”.
– foto xi2/Italpress –
(ITALPRESS).

MILANO (ITALPRESS) – Dopo la mancata qualificazione al Mondiale e proprio nel giorno in cui in Canada debutta la Bosnia che ci ha sbattuto fuori, arriva un’ulteriore beffa direttamente dal presidente della Fifa, Gianni Infantino. Una battuta detta col sorriso, ma che lascia l’amaro in bocca per la terza assenza consecutiva dell’Italia al Mondiale. In un’intervista rilasciata al canale brasiliano CazéTV, il numero uno del calcio internazionale ha dichiarato: “Godiamoci questo Mondiale a 48 squadre, è un grande evento. Abbiamo già valutato l’ipotesi di ampliare il torneo a 64 squadre per coinvolgere ancora di più il mondo intero. La questione è stata sottoposta al Consiglio Fifa, ma nel frattempo godiamoci questa prima edizione con 48 squadre”. Nel finale Infantino si è lasciato scappare la battuta nei confronti della Nazionale: “Con 64, magari l’Italia potrebbe qualificarsi – ha dichiarato sorridendo – e potremmo anche arrivare a 228 per essere sicuri della sua partecipazione”.
Una dichiarazione che non è di certo passata inosservata e che ha scatenato dure reazioni nel nostro paese. Sui social ma anche tra i politici a partire dal deputato del M5S Gaetano Amato: “A Gianni Infantino piace fare lo spiritoso sull’Italia che non si è qualificata ai Mondiali? Si ricordi che non parla da tifoso al bancone di un bar, ma da presidente della Fifa. Un ruolo che ricopre anche grazie al sostegno della federazione italiana e che dovrebbe imporre equilibrio, rispetto e senso delle istituzioni. Siamo i primi a vergognarci del declino della nostra Nazionale e del disastro in cui versa il calcio italiano – ha dichiarato Amato -, non abbiamo bisogno delle sue battutine da quattro soldi per accorgercene. Deridere l’Italia è un esercizio di rara pochezza, soprattutto da parte di chi dovrebbe rappresentare tutto il calcio mondiale, Italia compresa. Le figuracce degli azzurri sono gravi. Quelle del presidente Fifa lo sono ancora di più. Abodi faccia sentire la sua voce per cortesia”, richiedendo un rapido intervento da parte del ministro per lo Sport e i Giovani.
Poco dopo è arrivata la risposta dello stesso Abodi a margine dell’inaugurazione delle piste da curling al parco di Colle Oppio a Roma: “Infantino? Devo parlarci perché una cosa sono le informazioni riportate e un’altra è parlarne direttamente”, ha subito specificato. “Preferisco prima fare una verifica e poi esprimermi. Se mi sentirò con lui? Penso e spero proprio di sì, nonostante i suoi impegni. Cercherò di farlo perché mi interessa sapere qual è il suo pensiero in maniera diretta”. Reazione dura anche da parte di Maurizio Gasparri: “Il presidente della Fifa, da italiano d’origine, dovrebbe avere più rispetto per la storia di quattro volte campioni del mondo. L’ironia infantile sul numero delle squadre non colpisce la Federazione di oggi: offende Pozzo, Bearzot e generazioni campioni e di tifosi. Dopo questa parentesi di difficoltà sportiva l’Italia calcistica continuerà a essere protagonista, così come lo è stata per decenni”, ha dichiarato il senatore di Forza Italia. Con ogni probabilità arriverà un chiarimento, il presidente della Fifa parlerà di una battuta, infelice, ma pur sempre una battuta. Del resto il numero 1 del calcio mondiale di pensieri ne ha già diversi in una Coppa del Mondo che di problemi ne presenta tanti tra visti negati, proteste e persino arbitri rispediti a casa.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
di Enrico Oliari –
Nei giorni scorsi il Cremlino ha risposto picche all’eventuale partecipazione delle leadership europee ad eventuali negoziati sulla crisi ucraina, rammentando le varie posizioni russofobiche e il sostegno militare a Kiev. Una posizione che oggi è stata ribadita in modo pittoresco da Dmitri Medvedev, ex presidente della Federazione Russa e ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, il quale ha pubblicato sul suo account ufficiale un video di “auguri alla Russia” in cui mette nel tritacarte le fotografie della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, del premier britannico Keir Starmer e del cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Il gesto plateale di Medvedev non ha incluso la foto di Emmanuel Macron, presente con Merz e Starmer all’incontro di Londra di pochi giorni fa con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. A Mosca infatti è stata apprezzata la proposta lanciata dal presidente francese di “ripensare ai rapporti con la Russia” una volta terminato il conflitto.
Dopo il comprensibile rifiuto di Vladimir Putin del faccia a faccia con Zelensky (prima gli sherpa trovano la quadra, poi i presidenti si stringono la mano), ieri gli ambasciatori di Francia (Nicolas de Rivere), Regno Unito (Nigel Casey) e Germania (Alexander Lambsdorff) sono stati ricevuti dal viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, al quale hanno riportato le richieste dei “Volenterosi” di Londra, ovvero stop ai combattimenti, congelamento della linea del fronte dalla quale far ripartire i negoziati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, rispetto degli gli interessi di sicurezza dell’Ue e congelamento dei beni russi fino alla fine dell'”aggressione”. E’ evidente che dietro la dicitura “interessi di sicurezza dell’Ue” vi sia l’adesione dell’Ucraina alla Nato, prima causa dell”Operazione speciale” di Vladimir Putin, per cui ai diplomatici è stato ribadito che con tali presupposti non vi sono le condizioni per l’apertura del dialogo.


Non si fermano le proteste in Albania innescate dal resort progettato anche da Jared Kushner, genero del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un’area costiera protetta. Continuano e si trasformano in un largo movimento di opposizione al governo. Chi scende in piazza, ormai per il decimo giorno consecutivo, chiede le dimissioni del primo ministro Edi Rama, che in realtà ha dichiarato come il progetto non si ancora ufficiale mentre l’interesse di Washington nell’area dei Balcani appare evidente. “L’Albania non è in vendita”, lo slogan ripetuto in piazza dai manifestanti che assicurano che le proteste continueranno.
Soprannominata “Rivoluzione dei Fenicotteri”, l’ondata di mobilitazione è stata innescata dal progetto turistico di un resort di lusso progettato nell’area di Pishe Poro e sull’isola di Sazan. Un piano articolato in due interventi, annunciato inizialmente nel 2024, per un investimento complessivo di oltre 5 miliardi di euro: lo sviluppo costiero nell’area della laguna di Narta, tra le altre cose riserva naturale, e un resort sull’isola disabitata di Sazan, che ospitava una base militare nell’epoca comunista. A investire sarebbe la Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti di Kushner. Per il governo un progetto che incentiverebbe il turismo di lusso sulla costa adriatica. Secondo il New York Times, dietro il progetto ci sarebbero dei magnati del Qatar di origini siriane.
Le proteste sono esplose quando un manifestante, il 30 maggio scorso, è stato picchiato dalla sicurezza privata. I leader hanno fatto notare la coincidenza con l’anniversario della fondazione della Lega di Prizren, episodio storico dell’800 considerato un luogo della memoria simbolo dell’unità nazionale dell’Albania. I fenicotteri rosa sono tra le specie protette che popolano le zone del progetto. I manifestanti hanno avanzato delle richieste: le dimissioni del governo, l’abrogazione dello status speciale per gli investitori strategici, il ritiro della normativa chiamata “Pacchetto Montagna”, l’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette, l’abrogazione delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale.
Rama, in carica dal 2013 e al suo quarto mandato da premier, ha respinto le accuse a Euronews descrivendo le proteste come alimentate e amplificate da bot, narrazioni antisemite e forze esterne ostili. Alla CNN ha accusato “nemici dell’Albania e di Israele”. Sullo sfondo aleggia il processo di ingresso nell’Unione Europea, per il quale Tirana è candidata. “L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento del criterio di chiusura, in questo caso il Capitolo 27“, ha precisato il portavoce Guillaume Mercier, riferendosi al capitolo dei negoziati di adesione che impone ai Paesi candidati di allinearsi alle norme per la tutela dell’ambiente.
La vicenda racchiude diversi dei temi centrali per il Paese: dalla speculazione edilizia al turismo, dalle privatizzazioni alla difesa del patrimonio. Lo scorso febbraio la vicepremier e ministra delle Infrastrutture Belinda Balluku si ea dimessa per un’indagine sulle procedure d’appalto. Il primo giugno la Procura albanese speciale contro la corruzione e il crimine organizzato (SPAK) ha aperto un fascicolo per indagare i suddetti controversi emendamenti alla legge sulle aree protette. La Affinity Partners aveva comunque avviato la costruzione di un hotel di lusso a Belgrado al posto del Ministero della Difesa distrutto dai bombardamenti NATO del 1999, tutto saltato dopo un’indagine della procura serba.
Mentre infuriano le polemiche e di fatto la possibilità concreta di un nuovo processo che potrebbe stabilire una nuova verità sul delitto di Chiara Poggi a Garlasco il 13 agosto del 2007, per chi dalla giustizia italiana è indicato come l’autore di quell’omicidio arriva una importante novità. Alberto Stasi, fidanzato all’epoca dei fatti di Chiara, va verso l’uscita dal carcere e l’affidamento in prova ai servizi sociali.
Stasi è in attesa del provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano dopo l’udienza tenuta oggi pomeriggio in gran segreto. Dalla Procura generale, diretta da Francesca Nanni e col sostituto pg Valeria Marino, è arrivato parere positivo per la sua buona condotta da detenuto, anche in semilibertà, in questi anni e per le relazione positive dell’equipe del carcere di Bollate.
Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, era già in regime di semilibertà: la concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per la quale la difesa presenterà istanza. Sullo sfondo c’è infatti, ma appunto non è legata alla decisione odierna del Tribunale di Sorveglianza, la chiusura delle indagini da parte della Procura di Pavia per Andrea Sempio, nuovo indagato e considerato dagli inquirenti il responsabile dell’omicidio di Chiara quel 13 agosto 2007.
Per la Procura di Pavia l’omicidio sarebbe stato dettato dal fatto che Chiara Poggi avesse rifiutato le avance sessuali di Sempio, amico del fratello Marco. Recatosi a casa Poggi, dove Chiara era da sola mentre i familiari erano in vacanza, Sempio secondo la ricostruzione degli inquirenti avrebbe avuto una colluttazione per poi “colpiva reiteratamente la vittima con un corpo contundente (dapprima in regione frontale sinistra e in regione zigomatica destra), facendola cadere a terra”. Poi “la trascinava al fine di condurla verso la porta di accesso alla cantina” e, dopo che la 26enne “provava a reagire mettendosi carponi, la colpiva nuovamente con almeno 3-4 colpi” sempre alla testa “facendole perdere i sensi”. A seguito di ciò “spingeva il corpo della vittima facendolo scivolare lungo le scale che conducono in cantina ove, nonostante la stessa fosse già incosciente, la colpiva con almeno 4-5 colpi” ancora alla nuca, “cagionando” a Chiara Poggi “lesioni cranio encefaliche dalle quali derivava il decesso”. Accuse con aggravanti, ovvero quello di “aver agito con crudeltà verso la vittima in considerazione dell’efferatezza dell’azione omicidiaria per il numero e l’entità delle ferite inferte alla vittima, di cui almeno 12 lesioni sul cranio e sul volto. Con l’aggravante di aver commesso il fatto per motivi abietti, riconducibili all’odio per la vittima a seguito del rifiuto del suo approccio sessuale”.
Cisgiordania, lo “Stato” dei coloni. Il “regno” dell’illegalità legalizzata e di un sistema di apartheid che fa impallidire quello contro cui si battè Nelson Mandela in Sudafrica. Negli ultimi 3 anni nella Cisgiordania occupata il numero di civili palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e dai coloni ha superato il totale dei 17 anni precedenti, tra cui tantissimi bambini. È la denuncia lanciata ieri da Oxfam, sulla base dell’analisi dei dati forniti dalle Nazioni Unite. Rimarca il report: “Tra il 2006 e il 2022 le vittime sono state 1.036, tra cui 225 bambini, mentre solo dal 2023 ne sono state registrate 1.244, con 268 bambini rimasti uccisi. Ciò significa che, negli ultimi 20 anni, 1 uccisione su 5 ha riguardato un bambino, circa il 22%. Di contro, nei primi 17 anni presi in esame, i coloni israeliani uccisi dai palestinesi sono stati 86, tra cui 12 bambini, mentre si contano 43 vittime, tra cui 10 bambini, tra il 2023 e il 2025″.
In Cisgiordania è chiara l’accelerazione del piano di annessione israeliano, con sfollamenti forzati di massa, un aumento delle restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi e un’escalation di violenza senza precedenti da parte dei coloni e dell’esercito. Solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono verificati più di 540 attacchi da parte dei coloni, 33 palestinesi sono stati uccisi e più di 2.200 persone sono state sfollate. Sono state vandalizzate e distrutte più di 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, tra cui condutture, sistemi di irrigazione e serbatoi d’acqua, compromettendo l’accesso all’acqua per ben 32 comunità palestinesi. ‘Il massacro di civili a cui stiamo assistendo è doloroso e inquietante – afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza, dopo le atrocità commesse da Hamas e altri gruppi armati nel 2023, in tutta la Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica. Ad oggi continuano a moltiplicarsi i posti di blocco e la chiusura di intere aree generando una frammentazione del territorio che impedisce l’accesso a servizi essenziali per le comunità palestinesi. Ogni giorno i nostri operatori lavorano per soccorrere le famiglie palestinesi le cui vite sono state distrutte, ed è straziante vedere decine di bambini uccisi. Questo è il costo dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana che sono sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo’.
Negli ultimi tre anni in tutta la Cisgiordania sono stati sfollati con la forza oltre 46 mila palestinesi, un numero record, se si pensa che nei 14 anni precedenti erano stati 13 mila. Al momento in tutta la Cisgiordania (compresa Gerusalemme est) sono state costruite oltre 925 barriere e nuove recinzioni che limitano, in modo permanente o ciclico, la circolazione di oltre 3 milioni di palestinesi, portando un danno enorme all’economia e alla capacità di sussistenza. Si tratta di un aumento del 43% rispetto ai 20 anni precedenti, quando se ne contavano mediamente 647 in tutta la regione. “Siamo abituati a dover fare i conti con i coloni, ma negli ultimi tre anni gli episodi di violenza sono aumentati, come non ci saremmo mai aspettati. – racconta Saed (nome di fantasia) 50 anni, costretto a lasciare il villaggio di Ein Samya dove viveva – Alla fine ce ne siamo dovuti andare da casa nostra presa con la forza da un colono che ora ha preso il controllo della comunità. Siamo arrivati a Gerico, ma anche qui i problemi non sono finiti. I coloni continuano a chiudere le strade, girano sempre armati molestando e terrorizzando i nostri bambini quando vanno a scuola, rubano il nostro bestiame e occupano i pochi spazi di pascolo a cui abbiamo ancora accesso”. Così Oxfam. Cisgiordania, così vivono 3 milioni di palestinesi.
di Giuseppe Gagliano –
Il piccolo regno del Lesotho si trova al centro di una nuova sfida geopolitica che intreccia energia, risorse naturali e intelligenza artificiale. Il governo di Maseru ha firmato un accordo con la statunitense Convalt Energy per un investimento da 6,2 miliardi di dollari destinato alla realizzazione del progetto Kobong, un complesso che dovrebbe comprendere una centrale idroelettrica da 1.200 megawatt e un grande centro di elaborazione dati.
Il valore dell’investimento, superiore a due volte il prodotto interno lordo del Paese, promette sviluppo economico, nuovi posti di lavoro e una maggiore autonomia energetica. Tuttavia il progetto solleva interrogativi sulla reale distribuzione dei benefici e sul rischio che il Lesotho diventi soprattutto una piattaforma energetica al servizio delle infrastrutture digitali statunitensi.
Da anni il Paese vive una situazione paradossale: esporta enormi quantità di acqua verso il Sudafrica attraverso il Lesotho Highlands Water Project, ma continua a dipendere dalle importazioni di elettricità. Il nuovo impianto dovrebbe contribuire a ridurre questa dipendenza, ma resta da capire quanta energia sarà destinata alle esigenze nazionali e quanta invece alimenterà i sistemi informatici collegati all’intelligenza artificiale.
Il progetto si inserisce inoltre in un contesto già segnato da profonde trasformazioni territoriali. L’espansione delle infrastrutture idriche ha comportato negli anni la sommersione di terreni agricoli e lo spostamento di comunità locali. Anche la nuova iniziativa potrebbe avere un impatto significativo sull’ambiente e sulle popolazioni della regione montuosa di Mokhotlong.
La crescente domanda di energia e acqua da parte dei grandi centri di elaborazione dati rappresenta uno degli aspetti meno visibili della rivoluzione digitale. Dietro l’apparente immaterialità dell’intelligenza artificiale si nasconde infatti una rete di infrastrutture energivore che richiedono enormi quantità di elettricità e sistemi di raffreddamento sempre più sofisticati.
Per il Lesotho la posta in gioco è elevata. Se il governo riuscirà a garantire trasferimento di competenze, controllo delle risorse e benefici diffusi per la popolazione, il progetto potrebbe favorire una reale crescita economica. In caso contrario, il Paese rischia di fornire acqua, territorio ed energia senza acquisire un ruolo significativo nella catena del valore tecnologico.
L’accordo assume anche una dimensione strategica. I centri di elaborazione dati sono oggi infrastrutture cruciali per l’economia digitale, la sicurezza informatica e la competizione tecnologica globale. Per questo il progetto Kobong rappresenta non soltanto un investimento industriale, ma anche uno strumento di proiezione geoeconomica degli Stati Uniti in una regione ricca di risorse energetiche e idriche.
La sfida per Maseru sarà trasformare questa opportunità in un percorso di sovranità economica e tecnologica. Il rischio, altrimenti, è che l’acqua del Lesotho finisca per sostenere soprattutto la crescita dell’intelligenza artificiale globale, lasciando al Paese solo una parte marginale dei benefici.

© Shammi Mehra/Agence France-Presse — Getty Images



La fiammata degli ultimi giorni si è spenta improvvisa. Trump, dopo le minacce alzo zero del pomeriggio, ha bloccato tutto. I colloqui tra le autorità iraniane e la delegazione qatariota, giunta due giorni fa a Teheran per urgere una risposta alla proposta di pace americana inviata due settimane fa, hanno dato frutti.
Una considerazione che non discende da quanto comunicato di Trump, che su Truth ha scritto che si è raggiunta una piena convergenza – annuncio che va preso con la relatività del caso – quanto da quel che ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei.
PressTv, media statale iraniano, riprendendo l’intervista rilasciata giovedì sera da Baghaei, riferisce che questi ha respinto le speculazioni sulla finalizzazione di un accordo, ma ha aggiunto: “Dal punto di vista testuale, il testo è quasi definitivo nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenze e interruzioni in questo processo”.

Ha poi ribadito che l’Iran non si è piegato, rimanendo fermo sulle sue linee rosse, aggiungendo: “Se la Repubblica islamica avesse avuto intenzione di rinunciare alle sue posizioni di principio sotto pressioni e minacce, lo avrebbe fatto un anno e mezzo fa. Abbiamo dimostrato di rimanere fermi sulle nostre posizioni”.
Al di là delle conclusioni inevitabili, con Baghaei che ha specificato, rimarcandolo, che il suo Paese non ha ancora preso una decisione definitiva, la sostanza c’è: si è trovata una convergenza sulla sostanza e mancano da definire dei dettagli.
Inoltre, l’accenno alle linee rosse sembra indicare che il testo dovrebbe in qualche modo contenere la possibilità che Teheran possa arricchire l’uranio sotto una soglia limite (e molto probabilmente sotto la supervisione dell’AIEA); dovrebbe prevedere in qualche modo un sistema tariffario per il transito di Hormuz – per salvare la faccia a Trump potrebbe essere presentato come meramente simbolico e magari ad tempus; infine, dovrebbe prevedere un cessate il fuoco in Libano che preluda al ritiro di Israele dal Paese dei cedri. Tali erano le linee rosse di Teheran, senza le quali non si sarebbero date le convergenze accennate da Baghaei, ma il condizionale resta d’obbligo e magari alcuni nodi sono stati demandati a negoziati successivi.
Altre linee rosse che non sono state neanche toccate nel negoziato, e che quindi stanno, sono il programma missilistico iraniano, del quale invano Israele ha chiesto lo smantellamento, e i rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, che nell’immaginario di Tel Aviv dovevano essere rescissi. Nulla di tutto ciò sarà sulla carta, come lamenta il Jerusalem Post.

Insomma, sembra che si siano aperte prospettive reali. Peraltro, anche l’escalation segnala un livello di interlocuzione molto approfondito tra i duellanti, dal momento che in due notti di fuoco reciproco non si è registrato né morto né un ferito. Ciò indica che c’è stata una comunicazione previa dei target che si intendeva colpire e di quelli che non dovevano essere presi di mira.
Inoltre, è indicativo che, mentre Trump minacciava sfracelli contro Teheran, il segretario per la guerra Pete Hegseth sia volato a Cuba, palesando un disinteresse totale per quanto avveniva in Medio oriente (a proposito, ieri metà Pentagono è stato evacuato a causa di un allarme, risultato infondato, di una qualche contaminazione dell’aria; a nostra memoria non ci sono precedenti; forse la troppa tensione…).
Per tornare all’intesa resta, però, una qualche sospensione. Infatti, va ricordato che il diavolo sta nei dettagli e visto che nel suo post Trump ha comunicato che l’accordo trovato ricomprende tutto, anche i “dettagli”, e che l’Iran afferma che ci sono ancora dettagli da chiarire, i falchi hanno ancora spazi di manovra.
Quanto al Libano, resta da vedere se e come Trump riuscirà a convincere Netanyahu e soci non solo a fermare la macelleria a getto continuo, ma anche a ritirarsi dal sud, che ormai Tel Aviv considera parte integrante del suo territorio, in conformità con la prospettiva della Grande Israele.
Certo, Trump è riuscito a fermare i bombardamenti su Beirut in una telefonata burrascosa con Netanyahu, ma un conto è limitare gli obiettivi dello psicopatico che governa Israele, che peraltro potrebbe ripensarci, altro è imporre un ritiro che ne segnerebbe la fine politica, dal momento che andrebbe alle elezioni di novembre gravato dal peso di una devastante sconfitta.
In questo contesto suonano estremamente interessanti le dichiarazioni postume di Trump a Jonathan Karl, dal momento che ha detto di non sapere “se Bibi voglia davvero continuare” a far politica. “Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria”, ha aggiunto. “Vuole continuare? Perché, sai, è stato un primo ministro in tempo di guerra. E vinceremo la guerra molto presto”.
Giustamente Haaretz ha titolato: “Trump ha appena sganciato una bomba di enormi proporzioni sulla campagna per la rielezione di Netanyahu”. Una bomba alla quale il premier israeliano ha evitato di rispondere – silenzio assordante – lasciando che a farlo fosse il suo partito, che ha replicato con malcelata irritazione che si ricandiderà. Diatriba interessante.


L'articolo Trump: c’è l’accordo. L’Iran quasi conferma… proviene da InsideOver.

di Maurizio Delli Santi * –
L’Italia deve essere consapevole della necessità di dare un contributo fondamentale alla fase di ridefinizione strategica dell’Europa, affinché questa giunga a una compiuta assunzione di responsabilità rispetto ai bisogni di sicurezza e stabilità delle comunità che rappresenta. All’Italia e all’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale.
Lo stato di crisi delle relazioni internazionali è ormai nettamente definito da una progressiva escalation delle guerre. Dall’Ucraina al Medio Oriente, come anche al Sahel e fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. In questi scenari le grandi potenze non sono più orientate a richiamare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, sui quali avevano assunto impegni precisi all’indomani delle tragedie del Novecento. La loro visione è ormai declinata in senso sempre più competitivo e «imperiale», dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’Europa. In tutto questo, nel nostro limes, la guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo moltiplicarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della Nato, operazioni ibride e azioni di pressione segnala l’avvicinarsi della soglia del conflitto diretto e mette alla prova i meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno impedito un allargamento della guerra. A rendere ancora più allarmante il quadro ha provveduto l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, che dopo l’intrusione di un drone in Romania ha ricordato che «c’è una guerra in corso», aggiungendo che i cittadini europei «non dormiranno sonni tranquilli».
Questi scenari dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. Per l’Italia resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale del Paese non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il capo dello Stato e le altre istituzioni di garanzia, nonché la società civile e il mondo accademico, per maturare una maggiore consapevolezza collettiva sulle trasformazioni in atto. Occorre prendere esempio da quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato, Alexander Stubb, ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio «Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale». Stubb ha lanciato un monito: di fronte a una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al resto del mondo, Canada, Giappone e Australia, e al Global South in particolare, dall’Unione Africana all’India, dal Brasile ai Paesi del Golfo, rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato, percepisce ora lo sfruttamento e la «trappola del debito» cinese; dall’altro, si vede alienata dagli Stati Uniti per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un Sud globale sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza, si tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le middle powers devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace. In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità per superare le derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.
È dunque questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità a un percorso concreto di pace per l’Ucraina. La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano di fronte agli umori di Putin, cui ora giova anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con il presidente ucraino, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitazioni un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito e Germania, avallata anche da molti altri Stati dell’Unione europea, è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, senza alimentare il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra come il tentativo di leader indeboliti sul piano interno di recuperare centralità a livello internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina, l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e fondato su una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6, con Italia, Polonia e Spagna, e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa sull’Ucraina. Questo potrà già avvenire nei prossimi vertici, a cominciare dal G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian, in Francia. La leadership italiana ha la responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui, in questo momento, ha bisogno la diplomazia dell’Unione europea.
Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’altro ambito di intervento. Le interconnessioni con i fronti iraniano e libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto verso una progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Per l’imprevedibilità di Trump, che alterna annunci di pace e minacce di uno scontro finale, la guerra si presenta come un processo frammentato e potenzialmente autoalimentato, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile. L’Europa non può rimanere una semplice spettatrice: dal G7 al G20, passando per l’Onu e altre intese multilaterali, può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica le funzioni di mediazione, verifica indipendente e supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sul piano umanitario e della tutela dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di protezione, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite, a cominciare dalle forze di pace dell’Onu e dall’Alto commissario per i diritti umani, oltre che dalle altre agenzie collegate.
In definitiva, sulle visioni strategiche dell’Italia e dell’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale. È la sola via percorribile per dare una risposta non più rinviabile alla domanda di pace delle nostre comunità.
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Farnesina –
Nel quadro della Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, sono state presentate nuove iniziative volte a rafforzare l’erogazione di servizi sempre più efficaci e vicini alle esigenze dei cittadini italiani all’estero.
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il Presidente di ITA Airways, Sandro Pappalardo, hanno firmato la Convenzione tra il MAECI e ITA Airways relativa al progetto “Turismo delle Radici”, finalizzato a promuovere i viaggi di ritorno degli italiani e degli italo-discendenti residenti all’estero verso i territori di origine, nonché a favorire le missioni commerciali, attraverso specifiche agevolazioni.
Tajani ha altresì annunciato l’entrata in funzione, a partire da oggi, della nuova “Sala Servizi ai Cittadini”, i cui lavori sono stati completati. La Sala costituisce una struttura all’avanguardia per l’erogazione dei servizi consolari e per l’assistenza ai connazionali in difficoltà all’estero, con l’obiettivo di rispondere in modo sempre più efficace alla crescente domanda di servizi e di rafforzare il coordinamento con la rete consolare all’estero.
Poste Italiane ha inoltre realizzato un annullo filatelico speciale per la Conferenza dei Consoli 2026. Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro Tajani, il Ministro Piantedosi e l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante.
Nel corso della giornata, il Ministro Tajani ha voluto ricordare il Sergente Mohamed Mahudhee, sub delle Forze di Difesa delle Maldive, deceduto durante le operazioni di ricerca dei corpi dei cinque connazionali periti durante un’immersione lo scorso 14 maggio. Il titolare della Farnesina ha ribadito l’impegno per conferire una ricompensa al valore civile e ad avviare una sottoscrizione in favore della famiglia del Sergente.
Il Ministro Tajani ha infine conferito alla Console Onoraria d’Italia a Malé, dott.ssa Giorgia Marazzi, l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, in riconoscimento dell’assistenza prestata ai connazionali durante la recente crisi nel Golfo.




MILANO (ITALPRESS) – Come anticipato dal sito internet di La7, Alberto Stasi, che finora era in regime di semilibertà, va verso l’uscita dal carcere per l’affidamento in prova ai servizi sociali presso la società in cui lavora da tempo come responsabile dell’amministrazione. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Milano accogliendo l’istanza della difesa, su cui la procura generale aveva dato parere favorevole. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per la quale la difesa presenterà istanza. Secondo La7, Stasi non tornerà a vivere a Garlasco, ma in una casa che prenderà in affitto in un paese vicino a Milano.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Farnesina –
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae-Myung, aprirà oggi alle 18:30 a Roma il Forum economico di alto livello tra Italia e Corea del Sud. All’incontro interverrà anche il Ministro coreano del Commercio, dell’Industria e delle Risorse. L’iniziativa riunirà i vertici delle principali realtà industriali e imprenditoriali dei due Paesi con l’obiettivo di rafforzare una partnership economica fondata su innovazione, sostenibilità e sicurezza delle catene globali del valore.
Il Forum mira a intensificare gli scambi commerciali e gli investimenti nei settori strategici di semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio, infrastrutture, energia e mobilità sostenibile. Il confronto si inserisce nel quadro del nuovo Piano d’Azione Strategico Italia-Corea 2026-2030, adottato in occasione della visita del Presidente della Repubblica di Corea a Roma, che individua nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella transizione energetica i principali assi della cooperazione bilaterale.
La Corea del Sud, inclusa nel Focus Asia-Pacifico del Piano d’azione per l’export nei mercati extra-UE ad alto potenziale, è il terzo mercato di destinazione dell’export italiano nell’area Asia-Pacifico. Dal 2019 al 2025, l’interscambio tra Italia e la Repubblica di Corea è aumentato del 26,54%, mentre le esportazioni sono aumentate del 21,34%.
All’evento parteciperanno, oltre al Presidente dell’ICE Matteo Zoppas, al Vice Presidente di Confindustria Giorgio Marsiaj e al Presidente della Federation of Korean Industries Jin Roy Ryu, i vertici dei principali gruppi industriali coreani, tra cui Samsung Electronics, Hyundai Motor Group, LG Chem, POSCO, Naver, Korea Aerospace Industries e LS Group. Sarà presente anche una qualificata rappresentanza del sistema produttivo italiano guidata da Confindustria, con imprese leader come Eni-Enilive, Webuild, Fincantieri, Thales Alenia Space Italia, Sparkle e Ferrari, insieme ai rappresentanti delle principali filiere nazionali della meccanica avanzata, dell’elettronica, dell’aerospazio, dell’agroalimentare, della cosmetica e della moda.
Si mobilita la base e oltre, non soltanto il mondo del femminismo, per Lea Melandri. Saggista, scrittrice, giornalista, attivista, insegnante, femminista di spicco del movimento italiano. Per oltre cinquant’anni impegnata e attiva a livello politico e intellettuale. A 85 anni non ha un reddito. Per sostenerla è stata lanciata la campagna per assegnarle il vitalizio sulla base della legge Bacchelli. È stata chiamata: Dire grazie a Lea.
“Intere generazioni hanno potuto incontrare la ricchezza delle analisi di Lea Melandri nelle assemblee dei movimenti – si legge nel testo che invita alla mobilitazione – durante la sua attività di divulgazione o nei suoi corsi di ‘scrittura di esperienza’. Una presenza di infinita generosità, votata a un impegno che ha sempre seguito strade lontane dal denaro e dal potere. È arrivato il momento di dirle grazie. Oggi Lea è anziana e indigente. Rischia di non avere i mezzi per curarsi. Sosteniamo la sua candidatura per l’assegnazione del contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza. Sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana”.
Figlia di due mezzadri romagnoli, provincia di Ravenna, diplomata con il massimo dei voti al liceo classico, vinse il concorso per accedere alla Scuola Normale superiore di Pisa che lasciò dopo due anni per “lo studio ottusamente specialistico” e l’ambiente che descriveva come classista. Si sarebbe laureata in lettere e filosofia all’Università di Bologna e divenne insegnante alle medie e al liceo, insegnò anche nei corsi per l’istruzione di lavoratori e lavoratrici.
Ha attraversato il femminismo degli anni Sessanta, ha sempre mantenuto un legame forte con i movimenti degli anni ’70, si è scontrata quelli della differenza degli anni ’80. Ha partecipato al movimento degli insegnanti non autoritari, ha scritto per Il Corriere della Sera, L’Unità, Il Fatto Quotidiano tra gli altri, ha fondato le riviste L’erba voglio e Lapis, ha scritto Amore e violenza: il fattore molesto della civiltà e Come nasce il sogno d’amore, altri scritti sono stati inseriti nel volume L’infamia originaria tradotto anche all’estero. In La mappa del cuore – Lettere di adolescenti a una femminista ha raccolto le lettere che le scrivevano ragazze e adolescenti. Melandri ha contribuito a introdurre nel dibattito italiano sul femminismo la psicanalisi e l’esperienza personale.
La legge Bacchelli venne approvata nel 1985 durante il governo del Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, istituiva un fondo di sostegno per “cittadini illustri”. I requisiti per accedervi sono un particolare stato di necessità economica, nessuna condanna penale, speciali meriti nei campi culturale, scientifico, sportivo e sociale. I meriti vengono valutati da una commissione. Lo scrittore Riccardo Bacchelli morì prima di poter usufruire del vitalizio. Della legge in passato hanno beneficiato tra gli altri la poetessa Alda Merini, i poeti Dario Bellezza e Aldo Nove, lo scrittore Daniele Del Giudice, la scrittrice Anna Maria Ortese.
“Penso che pure nella varietà delle pratiche, c’è una base comune: la lotta per sottrarre il corpo delle donne alla materialità dell’oppressione, e la conquista della loro individualità al di fuori di ruoli e funzioni con cui sono sempre state identificate. Oggi si parla di generi nel senso maschile e femminile ma non si dice che genere femminile per millenni è stato solo la donna, non le donne. Il femminile era considerato un tutto omogeneo, mentre gli uomini si sono sempre pensati come individui distinti”, ha dichiarato in un’intervista a Simonetta Sciandivasci su La Stampa. “Lea Melandri continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per le nuove generazioni – ha scritto su Internazionale Annalisa Camilli – intervenendo con generosità e capacità di ascolto su riviste e giornali e con i suoi laboratori di scrittura, una presenza preziosa capace di costruire ponti e ancora smascherare i meccanismi profondi di violenza, sopraffazione e potere”.

© Mohammed Zaatari/Associated Press
Era considerato uno dei pittori inglesi in vita più popolari e apprezzati del ventesimo secolo, protagonista della pop art anche se aveva esplorato anche altri stili. Dai graffiti alla pittura astratta, dal collage alla tavoletta grafica. Aveva 88 anni David Hockney, è morto venerdì a Londra come comunicato dalla sua agente, Erica Bolton. “Una delle figure più importanti dell’arte contemporanea nel XX e XXI secolo è morta serenamente nella sua casa”. Capelli biondissimi, sigaretta in bocca, occhiali rotondi: era diventato un personaggio capace di ispirare anche oltre il mondo dell’arte.
Aveva cominciato a dipingere da giovanissimo, folgorato da una mostra di Van Gogh. Si era iscritto alla Royal College Art di Londra dopo aver iniziato al Bradford College of Art, dov’era nato, nello Yorkshire. Incontrò Andy Warhol a New York. Già nei primi anni cominciò a vincere premi importanti come quello per l’incisione alla Graven Image Exhibition di Londra e il Painting Prize alla John Moores Exhibition di Liverpool, per la grafica alla Biennale di Parigi nel 1963 quando inaugurò una personale alla Kasmin Gallery di Londra. Aveva realizzato opere che esploravano la sua omosessualità quando l’orientamento era considerata ancora illegale nel Regno Unito, prima del 1968. Era diventato famoso per dipinti quali “My Parents” e per quelli in cui realizzava una serie di collage fotografici utilizzando diverse Polaroid, i cosiddetti “Joiners“.
Aveva sviluppato una passione particolare per i paesaggi della California, dove si era stabilito a metà degli anni ’60, e per le piscine, ne aveva dipinte una ventina. Il film A bigger splash diretto dall’italiano Luca Guadagnino, del 2015, era stato ispirato dall’omonimo dipinto realizzato negli anni Sessanta. Portrait of an Artist (Pool with two figures) aveva ispirato un’opera onnipresente nella serie animata di culto prodotta da Netflix, Bojack Horseman. Hockney ha realizzato anche numerosi ritratti, anche di personaggi famosi.
Rifiutò, nel 1990, un titolo della Corona Britannica, ma nel 2012 accettò il riconoscimento dell’Ordine al Merito che gli assegnò Elisabetta II del Regno Unito. Si era dedicato, negli ultimi anni, ai dipinti fatti con l’iPad. Hockney ha avuto una carriera lunga oltre mezzo secolo, ha dipinto fino all’ultimo, in carrozzina: appena l’anno scorso la Fondazione Louis Vuitton a Parigi aveva ospitato la più grande retrospettiva della sua produzione con oltre 400 opere. Il comunicato della morte ha sottolineato “la natura straordinariamente prolifica della sua carriera, durata oltre settant’anni, caratterizzata da un approccio multimediale alla creazione delle immagini, da una continua riflessione sulla rappresentazione e la prospettiva e da un costante impegno nel raffigurare il mondo attraverso il colore”. Ha lasciato il compagno di lunga data Jean-Pierre Gonçalves de Lima, due fratelli e numerosi nipoti e pronipoti.



Dire * –
Gli annunci su un accordo imminente con gli Stati Uniti sono al momento “speculazioni”, perché nulla è stato ancora “definito”: lo ha detto un portavoce del ministero degli Esteri dell’Iran, Esmail Baghaei. Le sue dichiarazioni sono state rilasciate alla televisione di Stato, a Teheran.
Poche ore dopo aver minacciato nuovi bombardamenti sull’Iran, oltre a un’offensiva terrestre per occupare i terminali petroliferi dell’isola di Kharg, il presidente americano Donald Trump aveva sostenuto che un’intesa era pronta per la firma, forse già nel fine-settimana. Il capo di Stato aveva anche detto che, stando alle sue informazioni, l’accordo era stato autorizzato dall’ayatollah Mojtaba Khamenei, la guida suprema della Repubblica Islamica. Il presidente ha inoltre annunciato di aver cancellato l’ordine di attacco e i bombardamenti contro l’Iran programmati per la sera stessa.
“Sulla base del fatto che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate al massimo livello della leadership iraniana e approvate – ha dichiarato Trump – , in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America ho cancellato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera“.
“Non avevamo bisogno del loro sostegno. Abbiamo vinto la guerra. Era in qualche modo irrilevante! Devo andare, ho una grande riunione in corso, ma abbiamo vinto la guerra in Iran. Non avevamo bisogno del loro aiuto. Grazie mille”. È questa la dichiarazione rilasciata dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a La7 in una conversazione telefonica con Daniele Compatangelo, riportata questa mattina a Omnibus da Alessandra Sardoni.
Le parole del presidente americano arrivano in risposta a una domanda sul ruolo dei leader europei e del G7 rispetto alla crisi con l’Iran. Nella conversazione, Trump ha sostenuto che il sostegno degli alleati europei fosse “irrilevante”, rivendicando che gli Stati Uniti abbiano raggiunto i propri obiettivi senza il loro contributo.
Il presidente statunitense ha poi voluto sottolineare la portata globale dell’intesa, evidenziando come i termini dell’accordo siano stati pienamente condivisi e ratificati da tutti gli attori chiave del quadrante mediorientale. “Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia nella struttura concettuale che nei minimi dettagli, da tutte le parti coinvolte”, ha spiegato il leader americano, elencando la complessa rete di alleanze geopolitiche che sostiene l’accordo: “Inclusi gli Stati Uniti, Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, la Turchia, il Pakistan, il Bahrein, il Kuwait, la Giordania, l’Egitto e altri”.
L’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Mehr ha pubblicato un elenco di termini che sarebbero contenuti nella bozza del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti. Ma secondo il rapporto, il testo deve ancora essere finalizzato.
La bozza, ripresa dal Guardian, comprende 14 punti:
– Cessazione permanente e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso.
– L’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e il rispetto per la sua sovranità.
– Revoca del blocco navale statunitense entro 30 giorni.
– Ritiro delle forze statunitensi dalle aree circostanti l’Iran.
– Riapertura dello stretto di Hormuz entro 30 giorni “con accordi con l’Iran”.
– Sospensione delle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
– Gli Stati Uniti e i loro alleati elaboreranno piani di ricostruzione per l’Iran del valore di almeno 300 miliardi di dollari.
– Sessanta giorni di negoziati per raggiungere un accordo definitivo “basato sulle questioni nucleari e sulla revoca completa” delle sanzioni.
– Impegno dell’Iran a non produrre armi nucleari.
– Durante i negoziati, gli Stati Uniti non aumenteranno le proprie forze nella regione né imporranno nuove sanzioni.
– Sblocco dei 24 miliardi di dollari di fondi iraniani.
– Istituzione di un meccanismo di monitoraggio per l’attuazione dell’accordo.
– L’accordo definitivo dovrà essere approvato tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
– I negoziati finali non inizieranno prima dello sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, della sospensione delle sanzioni petrolifere e della revoca del blocco navale.
La pressione militare sul regime di Teheran – secondo l’annuncio a stelle e strisce – non verrà comunque azzerata immediatamente, poiché la Casa Bianca intende mantenere intatto il proprio potere contrattuale fino alla ratifica formale. “Il blocco navale rimarrà in pieno vigore e con totale effetto fino a quando questa Transazione non sarà finalizzata”, ha precisato con fermezza il presidente nel suo messaggio ufficiale, concludendo che i dettagli logistici della cerimonia, compresi “il luogo e l’ora della firma, saranno annunciati a breve”.
“Il presidente Trump ha parlato questa sera con il primo ministro Netanyahu in merito al memorandum d’intesa (MOU) in fase di elaborazione con l’Iran per l’avvio dei negoziati. Sebbene Israele non sia parte del memorandum d’intesa, il primo ministro ha espresso il suo apprezzamento per l’impegno del Presidente Trump affinché l’accordo finale, al termine dei negoziati, includa la rimozione del materiale arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, la limitazione della produzione di missili e la cessazione del sostegno iraniano ai suoi gruppi terroristici nella regione”. Lo ha riferito in serata l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
* Fonte: agenzia Dire.

Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presidi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali. Per anni quella documentazione accompagna il percorso detentivo di Costa nel 41-bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risulti contestata. Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo.
Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale. Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze.
Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare. Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede. È un aspetto che questa Associazione conosce bene. Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego.
Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti
dall’ordinamento. Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa. È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera. La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto. A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego. La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato. Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità.
C’è una inattesa novità nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia minorenne morte a Natale scorso a Pietracatella, paesino del Molise dove, come emerso dalle indagini disposte dalla Procura di Larino, le due sono state uccise tramite avvelenamento da ricina. Se al momento non risultano persone iscritte nel registro degli indagati nell’inchiesta per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, il quadro cambia in un secondo contesto. Come riferisce l’Ansa una stretta amica della famiglia Di Vita è stata denunciata per favoreggiamento: la donna, tra gennaio e oggi, è stata ascoltata tre volte in Questura a Campobasso come persona informata dei fatti e ha sempre negato tensioni e problemi nella famiglia Di Vita, salvo poi essere smentita da “riscontri oggettivi” fatti dagli investigatori.
In particolare la donna sarebbe stata a conoscenza dei problemi all’interno della famiglia Di Vita ma avrebbe invece continuato a negare di fronte alle domande dei poliziotti, tanto da far scattare la denuncia per aver ostacolato le indagini. Circostanza, aggiunge l’Ansa, in cui gli inquirenti si sarebbero trovati di fronte altre volte con altri testimoni chiamati in Questura ma poco propensi a riferire nei dettagli episodi e circostanze. Dall’avvio dell’indagine, riferisce LaPresse, sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali: il numero effettivo delle persone ascolta è però inferiore perché diversi testimoni sono stati convocati più volte per effettuare ulteriori approfondimenti.
I “riscontri oggettivi” che smentirebbero la donna ora denunciata sono emersi dalle prime informazioni ottenute dai telefoni prelevati nella casa di Pietracatella lo scorso 4 maggio. Le tensioni in famiglia sono emerse dalle chat recuperate e che rendono incongruenti alcune testimonianze rese da persone informate dei fatti davanti agli uomini della Squadra Mobile. Un quadro che potrebbe cambiare ulteriormente, dato che il lavoro sui dispostivi elettronici sequestrati (o telefoni delle vittime, Sara Di Vita e sua mamma Antonella, lo smartphone di Alice Di Vita e un tablet, un pc e due modem che erano nella casa di famiglia) è ancora in corso e non sarà completato prima di diverse settimane.
Resta inoltre ancora aperto il filone di indagine per omicidio colposo che vede indagati cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti al decesso.
di Giuseppe Gagliano –
Il programma Eurodrone, nato per garantire all’Europa una capacità autonoma nel settore dei velivoli senza pilota, attraversa una fase critica dopo la decisione della Francia di rinviare fino al 2035 l’acquisto dei sistemi previsti. La scelta ha aperto una disputa tra Airbus, capofila del progetto, e Dassault Aviation, che chiede una compensazione per la possibile riduzione della quota industriale assegnata all’industria francese.
Valutato circa 7 miliardi di euro, il programma coinvolge Francia, Germania, Italia e Spagna e prevede la realizzazione di 20 sistemi composti da 60 velivoli e 40 stazioni di controllo. L’obiettivo iniziale era ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, rafforzando al tempo stesso la base industriale continentale della difesa.
La crisi nasce anche da differenti visioni strategiche. La Germania ha sostenuto fin dall’inizio un sistema di grandi dimensioni, dotato di elevati standard di sicurezza e certificabile per operare nello spazio aereo civile. La Francia, invece, considera oggi il progetto troppo costoso e poco adatto alle esigenze emerse dai conflitti recenti, in particolare dalla guerra in Ucraina, dove hanno dimostrato efficacia droni economici, munizioni circuitanti e sistemi facilmente sostituibili.
Parigi non ha abbandonato formalmente Eurodrone, ma ha scelto di orientare le proprie risorse verso programmi considerati più flessibili e rapidamente impiegabili. Tra le alternative osservate con interesse figura l’Aarok, sviluppato dalla società francese Turgis & Gaillard, concepito come drone da sorveglianza e attacco a costi più contenuti e con una maggiore capacità produttiva.
La controversia tra Dassault e Airbus riflette una rivalità più ampia che da anni caratterizza i principali programmi europei della difesa. Le stesse tensioni hanno rallentato il progetto del futuro caccia europeo FCAS e complicato lo sviluppo del carro armato di nuova generazione MGCS. In tutti i casi emergono gli stessi problemi: distribuzione del lavoro industriale, proprietà delle tecnologie strategiche, leadership progettuale e ritorni economici nazionali.
Sul piano economico, un ridimensionamento della partecipazione francese potrebbe aumentare i costi per Germania, Italia e Spagna, mentre eventuali compensazioni richieste da Dassault rischiano di aggravare ulteriormente il quadro finanziario del programma. Il risultato è che un progetto nato per ridurre i costi attraverso la cooperazione potrebbe finire per diventare più oneroso e meno competitivo rispetto alle alternative disponibili sul mercato.
Anche dal punto di vista militare il dibattito è aperto. La guerra in Ucraina ha evidenziato come la quantità, la rapidità di produzione e la capacità di sostituire rapidamente le perdite possano risultare decisive quanto la sofisticazione tecnologica. Per questo la Francia sembra privilegiare una strategia basata su sistemi più numerosi, meno costosi e integrati in una rete di sensori, munizioni e capacità di guerra elettronica.
La vicenda Eurodrone mette in evidenza le difficoltà dell’Europa nel trasformare l’ambizione di una difesa comune in una concreta politica industriale condivisa. Mentre i bilanci militari aumentano e la competizione internazionale accelera, i principali programmi europei continuano a scontrarsi con interessi nazionali divergenti. Il rischio è che l’Unione europea resti un grande mercato per le tecnologie militari prodotte altrove, senza riuscire a costruire una reale autonomia strategica nel settore della difesa.
“Dobbiamo distinguere tra la percezione, che è un dato soggettivo, e i dati reali, evitando però di trasformare i dati reali o le percezioni in odio razziale. Il comportamento di singole persone, ma anche di molte persone, non può mai trasformarsi in una responsabilità collettiva di gruppi di persone in base alle loro caratteristiche. A Belfast sono tre estati consecutive che un episodio specifico, gravissimo, con responsabilità di una sola persona, viene preso dall’estrema destra per fare campagna elettorale e far vedere chi è che sta più a destra. È come se ci fossero tre Vannacci, Farage, Robinson e Rupert Lowe, e facessero a gara a chi è più duro in queste situazioni. Il risultato è una campagna di odio organizzato che si ripete ogni volta che c’è un fatto grave di violenza. Un conto è il fatto grave, isolato, non premeditato, perché possono esserci anche ragioni che non conosciamo di squilibrio mentale. Il punto, però, è che da un lato c’è un caso e dall’altro una campagna di odio organizzato che prende piede per ragioni elettorali ed è agitata da persone miliardarie, che hanno piattaforme sociali e istigano l’odio”. Così Riccardo Noury, esponente di Amnesty International, su Radio Cusano, nel corso del programma “Battitori Liberi”, condotto da Gianluca Fabi e Savino Balzano.
“Belfast è una città importante e vorrei sottolineare in positivo un qualcosa che va a merito delle istituzioni: la Premier O’Neill parla di teppisti delinquenti, codardi e disgustosi. Il capo della polizia Butcher, parlando di chi ha messo a ferro e fuoco Belfast, dice: ‘Andremo a processarli e ad arrestarli”, ha proseguito Noury. “Dobbiamo fare i conti con la realtà, ma sono altrettanto convinto che le persone che provano un disagio non coincidono numericamente con quelle che vanno a mettere a ferro e fuoco una città. C’è un’esasperazione che, quando viene alimentata nei confronti di persone che magari stanno tutto il giorno sui social e che con l’algoritmo si autoalimentano di odio, personaggi come il Dottor Livore, queste figure fatte conoscere dalla satira che rappresentava un mondo esistente, sono quelli che vengono manipolate dagli agitatori. Non dico che tutte le persone siano prive di cervello, ma che le persone esasperate e che hanno un cervello trovano un modo di protestare in maniera civile, ricorrendo alla politica e non alle fiamme”.
“Queste storie ci dicono delle cose. Non per minimizzare le centinaia di persone che prendono parte a queste azioni razziste, ma io insisto sulle responsabilità di chi non è esasperato”, ha concluso Noury. “Quelli come Farage sono persone privilegiate, miliardarie, a cui la criminalità non crea nessun problema e che soffiano sul fuoco. Queste sono cose irresponsabili. Poi certo, il problema è complesso, ma se la soluzione al problema complesso è semplice, abbiamo perso”.
“Accogliamo con favore la sinergia avviata tra Agea, Inps e Inail per contrastare il fenomeno del caporalato e del lavoro irregolare in agricoltura. Si tratta di un’iniziativa importante che va nella giusta direzione, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle banche dati, l’interoperabilità dei sistemi e la possibilità di individuare con maggiore efficacia le situazioni e i soggetti maggiormente esposti al rischio di sfruttamento”. Così Andrea Tiso, presidente nazionale di Confeuro – Confederazione Agricoltori Europei, commenta la collaborazione tra i principali enti coinvolti nelle attività di controllo e monitoraggio del comparto agricolo. “Riteniamo che il contrasto al caporalato non possa essere considerato sol una questione tecnica o ispettiva. È, prima di tutto, una battaglia di civiltà giuridica e sociale che richiede un profondo cambiamento culturale. Lo sfruttamento della manodopera rappresenta una ferita per l’intero sistema produttivo e per il Paese, e deve essere contrastato con determinazione anche sul piano educativo e valoriale”. Per Confeuro “il lavoro agricolo è sinonimo di dignità, professionalità e rispetto dei diritti. Non può e non deve essere associato a forme di sfruttamento che, purtroppo, continuano a emergere in diverse aree del territorio nazionale. Per questo motivo è necessario proseguire con decisione lungo il percorso della legalità e della trasparenza Parallelamente, riteniamo indispensabile un ulteriore rafforzamento delle attività di vigilanza e controllo, anche attraverso un potenziamento degli organici ispettivi. Intensificare le verifiche sul territorio è fondamentale per individuare e reprimere non solo il caporalato, ma più in generale tutte le forme di lavoro irregolare che alterano il mercato, danneggiano le imprese oneste e compromettono i diritti dei lavoratori”, conclude Tiso.





di Shorsh Surme –
In un’intervista per al-Arabiya, il tenente generale Qais Al Muhammadawi, presidente del Comitato iracheno per il disimpegno e il controllo degli armamenti, ha chiarito che l’attuale fase di messa sotto controllo statale delle armi riguarda esclusivamente le fazioni già integrate nelle Unità di Mobilitazione Popolare (PMU) e non i gruppi esterni. Ha attribuito l’avvio del progetto a un’iniziativa del leader del Movimento Sadrista, Muqtada Al Sadr, che ha coinvolto la milizia Saraya Al Salam (Brigate della Pace), affermando che l’obiettivo è «porre fine al legame tra le armi e qualsiasi ideologia politica o religiosa». Ogni consegna, ha aggiunto, avverrà soltanto previo «accordo tra il comando dell’esercito e coloro che detengono le armi», un processo che richiede tempo e che «non può essere risolto in un solo giorno».
Le sue dichiarazioni conferiscono al dossier un carattere politico e giuridico, collocandolo all’interno delle istituzioni statali anziché ridurlo a una semplice operazione di sicurezza contro le armi illegali. Per ora Baghdad non può sciogliere, né sul piano pratico né su quello legale, le PMU, un organismo nato durante la guerra contro l’ISIS. L’obiettivo è piuttosto trasformarle in un braccio disciplinato dello Stato, svincolato da lealtà esterne o di parte.
La legge n. 40 del 2016, che ha istituito la forza, la definisce come una formazione militare indipendente, parte integrante delle forze armate irachene, responsabile davanti al comandante in capo e soggetta al diritto militare. Recidere i legami partitici e politici non rappresenta dunque una novità, ma un ritorno a un quadro giuridico rimasto in gran parte inapplicato durante gli anni della guerra e nei fragili equilibri che ne sono seguiti.
Il presidente delle PMU, Falih Al Fayyadh, ha espresso una posizione analoga, rivelando che il nuovo comitato ha iniziato a elaborare meccanismi per una netta separazione tra le forze e qualsiasi struttura politica o faziosa, con l’obiettivo di trasformarle in un’istituzione sotto un unico comando legato al comandante in capo delle forze armate. Rimanere all’interno di un’istituzione statale significa accettarne le regole, rinunciare a legami transfrontalieri ed evitare qualsiasi azione che possa mettere a rischio la sicurezza nazionale o le relazioni con i Paesi confinanti.
Nulla di tutto ciò sarà semplice, soprattutto con le fazioni lealiste devote alla dottrina del Velayat-e Faqih, la tutela del giurista islamico, che continuano a rifiutare ogni forma di conformità. Tuttavia, tre sviluppi offrono una base su cui costruire, a condizione che si rivelino autentici e vengano portati avanti senza esitazioni né compromessi.
Il primo segnale è la mossa di al-Sadr riguardo alle Brigate della Pace. Il secondo è la decisione di Asa’ib Ahl Al Haq e Kata’ib Al Imam Ali di istituire comitati per l’inventario del personale, delle armi e delle attrezzature, in coordinamento con il comandante in capo. Il terzo è la svolta delle stesse PMU che, attraverso Al Fayyadh, adottano un linguaggio improntato alla professionalità e al disimpegno politico. Tuttavia, tali segnali avranno un peso reale soltanto se accompagnati da azioni concrete, mantenute nel tempo e finalizzate al pieno ritorno dell’autorità nelle mani dello Stato iracheno.
L’Associated Press ha descritto l’annuncio di Asa’ib Ahl Al Haq e Kata’ib Al Imam Ali come un passo significativo nel tentativo del governo di ripristinare il controllo statale su gruppi armati che per anni hanno operato in modo autonomo, pur mantenendo legami nominali con Baghdad.
La strada resta però irta di ostacoli. Gruppi come Kata’ib Hezbollah e Harakat Al Nujaba continuano a rifiutare categoricamente il disarmo, legandolo a questioni di «sovranità» e alla «presenza di forze straniere». Questa sfida aperta rivela un evidente doppio standard: tali fazioni non rifiutano lo Stato come fonte di copertura legale e finanziaria, ma insistono nel mantenere armi e capacità operative al di fuori della sua autorità. In altre parole, vogliono ottenere denaro, vantaggi politici e legittimità dallo Stato, ignorandone al contempo le decisioni.
La posta in gioco aumenta quando i colpi superano i confini iracheni, come dimostrano i recenti attacchi con droni lanciati dal territorio iracheno contro infrastrutture vitali, piattaforme energetiche e giacimenti petroliferi di diversi Stati del Golfo. Al Muhammadawi ha ribadito con fermezza che Baghdad «non permetterà che il suo territorio venga utilizzato per attaccare i Paesi vicini», rivelando che le forze irachene hanno sventato operazioni dirette contro Stati confinanti.
In questo contesto, lo sforzo di riportare le armi sotto il controllo statale si fonda anche sulla copertura morale e religiosa del seminario di Najaf, che ha fornito alla campagna una base politica ed etica. In una dichiarazione riportata dall’Agenzia di stampa irachena nel 2024, il Grande Ayatollah Ali Al Sistani ha esortato a impedire interferenze straniere, difendere lo stato di diritto e confinare le armi nelle mani dello Stato. Questa posizione priva di legittimità religiosa gli arsenali paralleli e lascia allo Stato il ruolo esclusivo di arbitro della sicurezza.
Con il timore concreto di scontri tra fazioni e forze governative, gli osservatori sollevano interrogativi cruciali: il comitato governativo sarà in grado di rendere conto di droni, missili, lanciatori e depositi di munizioni? E il controllo di questo arsenale passerà davvero al comandante in capo delle forze armate, anziché restare nelle mani di gruppi che continuano a esercitare un controllo autonomo sulle proprie strutture?
Se Baghdad riuscirà a limitare l’uso delle armi, recidere i legami partitici e politici delle formazioni armate e fermare gli attacchi ostili contro i suoi vicini arabi, l’Iraq avrà realmente avviato il passaggio dalla gestione delle fazioni alla costruzione di uno Stato capace di controllare pienamente la propria sicurezza.
di Giuseppe Gagliano –
L’Europa guarda all’Africa per rafforzare la propria sicurezza energetica e ridurre la dipendenza dal gas russo. Al centro della strategia c’è il progetto del gasdotto trans-sahariano, una infrastruttura destinata a collegare i giacimenti della Nigeria con l’Algeria attraverso il Niger, creando un nuovo corridoio energetico verso il mercato europeo.
Il progetto prevede una capacità di trasporto fino a 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il tracciato partirebbe dall’area di Warri, nel sud della Nigeria, attraverserebbe il Niger e raggiungerebbe Hassi R’Mel, principale hub energetico algerino, da cui il gas potrebbe essere immesso nelle reti già collegate al Mediterraneo e all’Europa.
L’Algeria emerge come il principale beneficiario geopolitico dell’iniziativa. Grazie alle infrastrutture esistenti e alla propria esperienza nel settore energetico, Algeri rafforzerebbe il proprio ruolo di partner strategico dell’Europa, consolidando il peso politico nei confronti di Italia, Spagna e Francia.
Per Bruxelles il gasdotto rappresenta una possibile alternativa alle forniture russe, ma non elimina il problema della dipendenza energetica. Piuttosto, lo trasferisce verso nuovi partner e nuove aree geografiche, imponendo la gestione di differenti rischi politici e strategici.
La realizzazione dell’opera richiederà investimenti miliardari, garanzie finanziarie e accordi di lungo periodo. A complicare il quadro vi è anche la contraddizione europea tra la ricerca di nuove fonti di gas e gli obiettivi di transizione energetica che prevedono una progressiva riduzione dell’uso degli idrocarburi.
Un’altra incognita riguarda la sicurezza. Il tracciato attraversa il Sahel e il Sahara, regioni segnate da instabilità politica, gruppi armati, traffici illegali e crisi istituzionali. Proteggere migliaia di chilometri di infrastrutture richiederà sistemi di sorveglianza, cooperazione tra Stati e continui investimenti nella sicurezza.
Il gasdotto dovrà inoltre confrontarsi con il progetto concorrente Nigeria-Marocco, che punta a raggiungere l’Europa attraverso la costa atlantica africana. La competizione tra le due rotte contribuirà a definire i futuri equilibri energetici tra Africa ed Europa.
Al di là degli aspetti economici, il progetto conferma il crescente peso geopolitico dell’Africa nella competizione globale. Nigeria, Niger e Algeria acquisiscono maggiore centralità strategica, mentre l’Europa cerca nuove vie per garantire approvvigionamenti energetici stabili in un contesto internazionale sempre più competitivo.
Il gasdotto trans-sahariano resta una grande opportunità, ma non una soluzione immediata. Costi elevati, tempi lunghi, rischi di sicurezza e incertezze sulla domanda futura di gas rendono il progetto una scommessa di lungo periodo. Per l’Europa, tuttavia, rappresenta uno dei tasselli più importanti nella ridefinizione della propria strategia energetica dopo la crisi dei rapporti con Mosca.
di Giuseppe Gagliano –
La Francia porta sul campo Arcadia, un nuovo sistema di comando basato sull’intelligenza artificiale che sarà testato durante un’esercitazione NATO in Polonia dall’8 al 26 giugno. Il progetto rappresenta molto più di una sperimentazione tecnologica: è il tentativo di costruire un’alternativa europea ai sistemi statunitensi che oggi dominano la gestione digitale delle operazioni militari.
Arcadia nasce come risposta a Maven, la piattaforma sviluppata dalla società americana Palantir e utilizzata dall’Alleanza Atlantica per integrare dati provenienti da sensori, immagini, comunicazioni e sistemi operativi, accelerando l’individuazione dei bersagli e il processo decisionale. Per Parigi, però, affidare il cuore informativo delle operazioni militari a tecnologie straniere significa accettare una limitazione della propria autonomia strategica.
Il sistema francese punta su una rete distribuita capace di mantenere operative le funzioni di comando anche in presenza di attacchi informatici, interruzioni delle comunicazioni o distruzione di alcuni nodi della rete. Una caratteristica considerata essenziale nei conflitti moderni, dove la resilienza delle strutture di comando è diventata decisiva quanto la potenza di fuoco.
Alla realizzazione di Arcadia partecipano importanti aziende europee come Mistral AI, Safran, Thales e Airbus. L’obiettivo è rafforzare una filiera continentale dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e creando nuove opportunità industriali e tecnologiche per il settore militare europeo.
Il progetto è stato sviluppato nel rispetto degli standard NATO per garantire la piena interoperabilità con le forze alleate. La Francia non mette in discussione la cooperazione atlantica, ma intende dimostrare che l’autonomia strategica europea può convivere con l’appartenenza all’Alleanza.
La sfida tra Arcadia e Maven va oltre l’aspetto tecnico. In gioco c’è il controllo della catena digitale del comando militare, dai dati agli algoritmi, fino alla velocità delle decisioni operative. Per Parigi, la sovranità del XXI secolo non si misura soltanto con carri armati, navi o aerei, ma anche con la capacità di sviluppare e controllare autonomamente le infrastrutture digitali che guidano la guerra moderna.
di Giuseppe De Santis –
Gli automobilisti brasiliani sono tra i pochi al mondo a non aver risentito in modo significativo dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Ciò è dovuto al largo impiego dell’etanolo, utilizzato come carburante sia in forma pura sia miscelato con la benzina.
L’uso dell’etanolo ricavato dalla canna da zucchero risale agli anni Settanta, quando la giunta militare brasiliana, per ridurre la dipendenza dal petrolio e proteggere il Paese dagli effetti dell’embargo petrolifero seguito alla guerra dello Yom Kippur, ne promosse l’impiego come alternativa ai combustibili fossili. Da allora il Brasile è diventato uno dei maggiori produttori mondiali di etanolo derivato dalla canna da zucchero.
Ora il governo brasiliano punta a compiere un ulteriore passo avanti, avviando la costruzione del primo impianto sperimentale al mondo in grado di produrre elettricità utilizzando l’etanolo. Se il progetto dovesse dimostrarsi efficace, potrebbe avere importanti ricadute sul settore energetico internazionale.
L’impianto sarà realizzato dalla società brasiliana Suape Energia in collaborazione con la finlandese Wartsila. Nei prossimi anni le due aziende analizzeranno i dati raccolti per valutare la sostenibilità tecnica ed economica della tecnologia. L’obiettivo è integrare questi generatori con impianti solari ed eolici, in modo da garantire la produzione di energia elettrica anche nei periodi di assenza di sole o vento.
Per il momento si tratta di un progetto sperimentale, ma un eventuale successo potrebbe assicurare al Brasile significativi vantaggi economici e rafforzarne ulteriormente il ruolo nel settore delle energie alternative.
Nordio non torna indietro: i frigoriferi restano fuori dalle celle detentive. Lo ha messo nero su bianco rispondendo ad una interrogazione parlamentare del Partito democratico in merito alla recente circolare del Dap intervenuta sull’utilizzo dei refrigeranti nelle camere di pernottamento, che ne ha imposto la rimozione dalle celle e la collocazione in spazi comuni, con accesso regolato da orari prestabiliti.
Secondo i dem “la misura appare non solo distante dalla realtà concreta degli istituti penitenziari, ma anche in evidente contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso Ministero della giustizia pochi mesi fa, quando veniva annunciata la distribuzione di frigoriferi come risposta al caldo record e come segnale di attenzione alla dignità delle persone detenute. Ne deriva un profilo di grave incoerenza amministrativa, che rischia di incidere negativamente sulle condizioni igienico-sanitarie e sul benessere quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui tali esigenze diventano essenziali”. Da qui la richiesta di ritirare la circolare. Tuttavia Via Arenula non arretra: “La disposizione richiamata – si legge nella risposta – non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita delle persone detenute né determina un arretramento rispetto alle prassi precedentemente in uso, limitandosi a disciplinare la collocazione di specifiche apparecchiature (pozzetti frigo e frigoriferi) che, per loro natura e dimensioni, risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento. L’indicazione di prevederne l’ubicazione in locali dedicati risponde, pertanto, a criteri di razionale gestione degli spazi, nonché a esigenze di sicurezza e di corretta fruizione degli elettrodomestici stessi”. Dunque la circolare resta in vigore.
Ma le criticità non finiscono qui. Infatti, il Coordinamento Nazionale della Dirigenza Penitenziaria (CNDP) FSI-USAE ha recentemente sollevato una formale e urgente segnalazione indirizzata al Dap in merito all’affidabilità dei dati elaborati dall’ “Applicativo informatico 15”, lo strumento software deputato al monitoraggio e al calcolo della capienza e degli spazi detentivi nei penitenziari italiani. “La vicenda emersa in particolar modo presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia – si legge in un’altra interrogazione parlamentare depositata ieri sempre dal Pd alla Camera – ha confermato una criticità già precedentemente evidenziata da diverse Direzioni d’istituto, e cioè l’esistenza di un preoccupante disallineamento tra la situazione logistica registrata virtualmente dal sistema informatico e le condizioni reali e materiali delle camere di pernottamento”. I criteri per il calcolo dello spazio minimo vitale, pari a 3 mq pro capite al netto dei servizi, sono rigidamente stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Edu e applicati dalla magistratura di sorveglianza per l’accoglimento dei ricorsi ex art. 35-ter op.
Una non corretta mappatura digitale rischia di esporre gli istituti a situazioni ancora peggiori di vivibilità e di alimentare un massiccio e prevenibile contenzioso contro lo Stato. “Da una parte il ministro in relazione alla circolare del Dap spiega che i frigoriferi non possono essere messi nelle celle per un problema organizzativo legato al sovraffollamento di cui finalmente si accorge – commenta Debora Serracchiani, prima firmataria di entrambi gli atti di sindacato ispettivo – dall’altra il Coordinamento nazionale della Dirigenza penitenziaria chiede di rivedere l’ “Applicativo informatico 15” che stabilisce la dimensione degli spazi detentivi, lamentando che non tiene conto degli spazi effettivi, molto diversi da quelli indicati dall’applicativo stesso. Coordinamento che boccia anche il piano straordinario di detenzione differenziata per i mesi estivi”. Insomma per la parlamentare dem “nulla di nuovo purtroppo sull’emergenza nazionale legata allo stato degli istituti penitenziari italiani. Sarebbe meglio che il Ministero se ne occupasse in forma organica e verificasse concretamente come stia operando il Dap. Non basta prevedere forme di detenzione domiciliare speciale per ridottissimi posti e poi lasciare che il Dap continui a produrre circolari che hanno il solo scopo di creare tensione negli istituti, togliere potere alle direzioni con riorganizzazioni discutibili e contrarie ai principi di base dell’ordinamento penitenziario”, conclude Serracchiani.

Ho visto il semaforo giallo, la mia indecisione, “passo o no”… ho accelerato e poi ho frenato di colpo, complice il manto stradale bagnato, la vespa ha sbandato e in una frazione di secondo sono finita a terra. Non riuscivo a muovere la gamba. L’ambulanza chiamata dai vigili intervenuti mi ha portata al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino e lì dopo alcune ore mi hanno diagnosticato una frattura in parte scomposta. Ho passato la notte in quell’inferno che chiamano DEA. In teoria una struttura che ha la funzione di gestire urgenze mediche e chirurgiche, mediante osservazione garantita anche da una postazione infermieristica fissa. In pratica uno stanzone in cui erano stipate più di 10 brande, una accanto all’altra. C’era chi chiamava invano l’infermiera, chi urlava e imprecava e chi litigava. Invidiavo il signore anziano accanto a me, che nonostante tutto riusciva a dormire, anche se parlava nel sonno in altra lingua (sebbene fosse italiano) credo spagnolo.
Mi hanno ingessata e detto che sarei stata da operare ma che non c’era posto per il ricovero in reparto quindi avrei dovuto firmare rifiutando il ricovero e poi mi avrebbero chiamato da lì a qualche giorno per l’intervento chirurgico. Mi sono opposta… non avrei firmato. Mi sembrava tutto molto strano. Non mi sono fidata. Ho smesso di fidarmi delle persone a prescindere… ho imparato sulla mia pelle che mediamente le persone agiscono per un interesse personale. Questo (il dire NO) ha sempre un prezzo ma non bisogna temere di agire per paura delle reazioni altrui, perché comunque vada tu non hai perso la tua identità e con essa la tua dignità. In quel caso, la reazione è stata quasi scontata. Mi hanno abbandonata, immobile, infangata e con i miei pantaloni tagliati fino al linguine, su una brandina in una stanza troppo piena di luce… ero esausta e anche se dolorante volevo dormire ma mi era impedito dalla luce sugli occhi che le infermiere non hanno voluto spegnere. Un loro modo di vendicarsi per il fatto che mi sono rifiutata di firmare. Anzi per tutta risposta, mi hanno poi spostata nello stanzone tra gli altri malcapitati, gente fragile, anziani, vulnerabili, soli.
Ad ogni modo, l’indomani mattina ho chiesto consiglio al mio ginecologo che lavora nello stesso ospedale e di cui mi sono sempre fidata molto. Ho così avuto conferma del fatto che la procedura seguita nel mio caso era irrituale e che avevo fatto bene a non firmare. Comunque, sarà una coincidenza ma dopo il suo interessamento, il mio caso è stato analizzato dal Primario in persona che mi ha rimandato a casa con una diagnosi di frattura sostanzialmente composta suggerendo un intervento conservativo, quindi più lungo, che però evita i rischi connessi ad un intervento chirurgico.
Diagnosi e cura poi confermati anche da altri specialisti che, a caro prezzo, ho consultato. Così ha avuto inizio la mia nuova esperienza da disabile. Almeno per 40 giorni non avrei più potuto appoggiare la gamba sinistra a terra. L’impatto è stato tragico. Dipendere dagli altri per tutto, non poter alzarmi e muovermi liberamente. Dovevo reagire, imparare a fare più cose possibili da sola, così mi sono procurata una sedia a rotelle con la quale almeno mi potevo spostare in autonomia e sicurezza tra una stanza e l’altra e andare in bagno. Ricordo ancora quando mi ci sono messa per la prima volta. Ho sentito un brivido di felicità, mi sono sentita libera. E’ proprio vero che la libertà è un concetto relativo, così intrinsecamente legato allo stato psico-fisico di un dato momento storico.
Dalla mia sedia a rotelle ho potuto quindi vedere il mondo da un’altra prospettiva, quella del disabile. Ho notato subito un certo imbarazzo delle persone a cominciare dai miei figli, che nel primo periodo, quasi si vergognavano di avere una madre sulla carrozzella. Credo che questa esperienza sia servita e serva anche alla loro crescita. Passeggiando con mio marito per le strade del quartiere, ho potuto provare cosa si prova davanti ad una “barriera architettonica” che ti ricorda il tuo stato di diverso e soprattutto ti impedisce di sentirti uguale nei diritti. Non avevo mai fatto caso a quante buche ci fossero anche nei marciapiedi di Roma e ogni buca è un dolore fisico e un segno che questa città non ti accetta, ti rifiuta, suona come l’invito a rifiutare il diritto di sentirsi liberi. Anche a questo invito bisogna ribellarsi, bisogna dire NO. Facendo vedere e sentire la propria presenza. Non rinuncio alle mie passeggiate anche se dolorose e faticose, così come non rinuncio a farmi vedere fiera su una carrozzella tra gli sguardi increduli e imbarazzati di amici e parenti. E’ il mio modo di dire NO ad un sistema che ci costringe ad un cinismo di massa, ad inseguire lo stereotipo della finta perfezione, che non ammette l’inciampo e che esclude il diverso, il debole. Un sistema perverso che inganna e condanna.


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© Elliott Verdier for The New York Times

© Elliott Verdier for The New York Times



Vannacci non c’è stato bisogno di vederlo arrivare. Vannacci era già lì, presente, inamovibile, soggetto antropologico periodicamente prevedibile nell’accidentato paesaggio politico nazionale. Vannacci carta del Mercante in Fiera della “massiccia” (giusto per usare un termine da porta carraia o Ufficio maggiorità d’ogni caserma) destra endemica, duodenale, della nostra incompiuta nazione. Un po’ “Vogliamo i colonnelli”, e un po’ nuovamente graduato, in quest’altro caso prossimo all’improbabile collega Buttiglione, e ancora, per non farsi mancare nulla, come incancellabile testimonial del bisogno individuale di Ordine, Disciplina e Gerarchia, sia pure remixato al tempo dei social, quindi ancor di più duodenale e pervasivo.
Irrilevante, quanto Vannacci possa essere assimilabile alle molte smerigliature caratteriali offerte dal sentire fascista, neofascista o post-fascista: i Vannacci, si è detto, ci sono sempre stati, inamovibili, come già quell’altro che si affacciava un tempo dal balcone di Palazzo Venezia, l’attuale ha inventato nulla, semmai altrettanto tirato fuori un sentire regressivo già presente, ripeto, nel duodeno italico. Più che naturale quindi che l’uomo mostri adesso narcisisticamente l’offerta pubblica di un proprio partito o movimento assai personale che ha la pretesa di mettere in chiaro certe istanze che, per semplificare, chiameremo ordinatrici. “Destra autentica”, così dichiara l’uomo. Con posa da escursionista, da diportista, da iscritto a club tennistico di seconda scelta, Vannacci per ragioni anagrafiche si discosta da certo contesto che vedeva i suoi predecessori citare sempre come salvifico un libro caro alle sezioni missine: Navi e poltrone, giunto al mondo delle letture da un ufficiale delle Regia Aeronautica, tale Antonino Trizzino da Bivona, che provò a spiegare il perché l’Italia perse, ahimè, la guerra: colpa delle spie inglesi insediate dentro i comandi di Supermarina.
Vannacci, va da sé, ama semplificare, ridurre tutto a una X, nel senso di Decima Mas, dunque, così come I Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni” allo stesso modo Vannacci dice semmai di mettere una Decima nelle prossime urne; i suoi trascorsi nella Folgore in questo senso parlano con evidenza, fino a consentirgli di compiere il resto del miracolo, la sua fortuna nel piccolo contesto della destra endemica. Gli è bastato un pamphlet, Il mondo al contrario, nel quale mostrava il suo pensiero orgoglioso rispetto alla presunta “flaccidità” della sciapa democrazia giunta a noi dalla guerra di Liberazione. Non sappiamo quanto Vannacci abbia fiutato l’aria, come già Bossi trent’anni fa, intuita l’esistenza di uno spazio nel quale incunearsi, e quale occasione migliore di un governo di centrodestra con presidente del Consiglio una ex militante del Fronte della gioventù quale Giorgia Meloni? Magari accusando quest’ultima di moderazione. Così nel momento in cui il girmi della politica sembri rimescolare ogni frattaglia, consegnando l’esistenza di un fronte rosso-bruno. Irrilevante domandarsi quanto Vannacci saprà nuocere a Fratelli d’Italia, quanti voti porterà via loro, così come alla Lega di Salvini che lo aveva premiato con il titolo di vicesegretario, molto più interessante intuire che tipo di magnete socio-antropologico in questo momento l’uomo rappresenti, quindi quanta limatura di ferro cosiddetta identitaria riuscirà ad attrarre nella convinzione di presentarsi come concessionario unico di una realtà politica marcatamente di destra estrema, affiancandosi alla Afd presente in Germania e al Rassemblement national di Jordan Bardella in Francia, magari lungo le vie di un nuovo impero pronto a ravvisare nella Russia di Putin un modello possibile. E il fantasma dei migranti come spettro da agitare.
Visto da vicino, Vannacci, si è detto, sembri assomigliare al classico iscritto di circolo nautico o magari tennistico, c’è da immaginarlo in accappatoio mentre esce dalla doccia dopo aver terminato un doppio o fatto alcune vasche in piscina, restituendo così il racconto di una medietà per l’appunto da diportista. Non è da escludere neppure che possa risultare “piacente” alle signore pronte a immaginarlo in lotta, se non proprio contro l’Idra rossa, come accadeva nelle raffigurazioni anti-comuniste degli anni 30, magari con i cinghiali che talvolta appaiono nel paesaggio cittadino romano residenziale, ecco, sì, c’è proprio da figurarselo mentre placca un cinghiale sul Grande Raccordo Anulare o alla Camilluccia: Vannacci così Salvatore della Patria e adesso anche della circolazione, della libera circolazione stradale. Vannacci certamente piace anche ai complottisti, gli stessi che sicuramente hanno transitato in passato sotto i gazebi del Movimento Cinque Stelle, già infatuati di Beppe Grillo, e infine delusi, ma adesso finalmente certi di avere trovato un nuovo approdo: Vannacci, forte di un’affermazione quale: “Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare”, così rivolto a Lilli Gruber che, pensando alle sue carenze sulla questione LGBTQ+ gli domanda: “E se lei fosse gay?”
Non sembri un dettaglio, ma anche il suo cognome si presta al compimento dell’opera identitaria, come già nel caso di Farinacci, di Bombacci, e ancora di Catenacci, il gerarca fascista immaginario messo al mondo delle parodie da Giorgio Bracardi. Il nostro paese non si è mai davvero rassegnato alle ragioni del gioco democratico, custodendo da sempre ogni genere di spinte centrifughe, pronte a fluttuare verso la destra, possibilmente estrema, e quindi a suo modo, come già Mussolini, Vannacci appare, agli occhi di alcuni, al momento, l’uomo del destino elettorale. Vannacci come un nostro cognato che avremmo preferito non avere al cenone di Natale al nostro stesso tavolo, lui e i suoi discorsi sulla remigrazione al momento del tiramisù.





© Peter Morrison/Associated Press

© Peter Morrison/Associated Press















© David Hockney






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Per gran parte dell’Asia meridionale, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell’anno. Le temperature raggiungono infatti il picco prima che l’arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un’ondata di caldo intenso e prolungato si è abbattuta su India e Pakistan. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un’estate torrida con effetti drammatici.
Secondo le stime della rivista Frontiers in Environmental Health, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi 30.000 decessi in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All’ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all’anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un sistema di monitoraggio uniforme e in parte per la mancata considerazione degli impatti indiretti (come l’aggravamento di patologie preesistenti).

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso.
Come ha spiegato il quotidiano bengalese The Daily Star, uno dei motivi per cui la situazione quest’anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di sistemi meteorologici di alta pressione. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L’aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi.
Si innesca così un effetto domino perverso: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l’umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie trappole di calore, visto che il cemento e l’asfalto assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento.
Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l’umidità, la stessa che caratterizza svariate zone dell’India e del Pakistan.

Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l’aria condizionata. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall’umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della guerra in Iran e delle conseguente del conflitto in Medio Oriente. L’Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture.
Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell’ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della copertura verde e dell’espansione urbana. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane.
Un altro importante studio del 2024, condotto dall’Iit Bhubaneshwar, ha invece constatao che l’urbanizzazione è responsabile del 60% dell’aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il cambiamento climatico, causato principalmente dai combustibili fossili, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio mix letale.

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Il sistema energetico globale si sta avvicinando a una soglia critica. Al centro di questo pericoloso percorso c’è il ruolo delle scorte di petrolio, cioè le quantità di greggio già estratto e immagazzinato, sia in depositi commerciali sia in riserve strategiche governative che funzionano come “cuscinetto” contro shock improvvisi dell’offerta. Secondo i dati citati di JPMorgan, le scorte globali sarebbero infatti in forte riduzione: da circa 8,4 miliardi di barili a inizio anno a una proiezione di circa 7,5 miliardi entro fine luglio, un livello vicino ai minimi operativi, ovvero la quantità sotto la quale il sistema fatica fisicamente a garantire flussi stabili tra produzione, trasporto e raffinazione.
Questo concetto di “limite operativo” è cruciale: non coincide con lo zero, ma rappresenta il livello minimo necessario per far funzionare senza interruzioni la complessa catena logistica del petrolio (oleodotti, petroliere, raffinerie), e scendere sotto tale soglia aumenta fortemente la volatilità dei prezzi e il rischio di carenze. In parallelo, il contesto geopolitico, in particolare le tensioni in Medio Oriente e il ruolo del passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, amplifica il rischio di shock sull’offerta, rendendo le scorte ancora più determinanti per la stabilità dei mercati. Le riserve strategiche di petrolio (Strategic Petroleum Reserves, SPR) sono infatti stock pubblici creati per essere utilizzati in emergenza proprio per compensare improvvisi cali di offerta e stabilizzare i prezzi; ma il loro utilizzo intensivo negli ultimi anni, anche per gestire inflazione e crisi geopolitiche, ha ridotto progressivamente il margine di sicurezza.
A rafforzare questo quadro già teso si aggiungono evidenze molto recenti sul lato statunitense, che rappresenta oggi il vero baricentro di stabilizzazione del sistema petrolifero globale. I dati mostrano infatti un drenaggio accelerato delle scorte USA: gli stock complessivi di greggio e prodotti petroliferi sono scesi di circa 10,6 milioni di barili in una sola settimana, raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.
Ancora più rilevante è il crollo delle sole scorte di greggio (commerciali e governative), diminuite di 15,9 milioni di barili, tra i cali settimanali più ampi mai registrati. Questo svuotamento è direttamente collegato all’aumento straordinario delle esportazioni verso Europa e Asia, in un contesto in cui i mercati globali cercano di compensare la perdita o l’instabilità delle forniture mediorientali. Il risultato è che i flussi in uscita dagli Stati Uniti sono passati da circa 3 milioni di barili al giorno prima del conflitto con l’Iran a circa 13,6 milioni di barili al giorno, uno dei livelli più alti mai osservati. Anche le riserve strategiche statunitensi risultano in calo significativo: si sono ridotte di altri 7,9 milioni di barili nell’ultima settimana e complessivamente di circa 58 milioni dall’inizio del conflitto, scendendo a circa 357 milioni di barili. Fa “peggio” il Giappone, le cui scorte commerciali di greggio hanno registrato un crollo improvviso e molto accentuato fino a circa 275 milioni di barili, segnando nuovi minimi storici.



Nonostante però il ruolo giocato dagli USA, il direttore dell’IEA, Fatih Birol, aveva già dichiarato ad aprile che l’organizzazione sarebbe stata pronta a rilasciare ulteriori volumi di petrolio dalle riserve strategiche pur sottolineando che si tratterebbe di una misura auspicabilmente evitabile. Questo intervento si inserisce dopo la decisione già storica presa a marzo 2026 dai 32 Paesi membri di liberare circa 400 milioni di barili, il più grande rilascio coordinato mai effettuato, con gli Stati Uniti in prima linea attraverso una quota di 172 milioni di barili dalla propria Strategic Petroleum Reserve. Tuttavia, lo stesso Birol chiarisce un punto cruciale per comprendere i limiti dello strumento: queste immissioni non rappresentano una soluzione strutturale alla crisi, ma solo un modo per “ridurre il dolore” causato dalla perdita di offerta, soprattutto in un contesto in cui oltre 80 infrastrutture energetiche (tra impianti di produzione, terminal e raffinerie) sono state danneggiate e il transito nello Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso. In altre parole, le riserve strategiche funzionano come un meccanismo temporaneo di stabilizzazione, in grado di guadagnare tempo e limitare la volatilità dei prezzi, ma non possono compensare a lungo un deficit fisico di produzione su larga scala.
In aggiunta, va ricordato che la disponibilità di petrolio non è sufficiente se non esiste una capacità adeguata di trasformarlo in prodotti utilizzabili. Il sistema energetico globale non dipende infatti solo dall’estrazione di greggio, ma soprattutto dalla raffinazione, cioè dal processo industriale che converte il petrolio in carburanti e derivati fondamentali come benzina, diesel, jet fuel, GPL, nafta e prodotti petrolchimici. L’immagine seguente mostra una mappa delle principali raffinerie mondiali nel 2026 ed evidenzia chiaramente come questa capacità sia concentrata in pochi hub geografici ad altissima intensità industriale, tra cui India (con il complesso di Jamnagar da oltre 1,2 milioni di barili/giorno), Corea del Sud (con siti come Ulsan e Yeosu sopra i 600–800 mila barili/giorno), Stati Uniti (hub texani), Medio Oriente e grandi poli logistici come Singapore.

Queste strutture non rappresentano semplicemente asset produttivi, ma veri e propri “chokepoint” strategici, cioè nodi critici della catena energetica globale, la cui interruzione o saturazione può avere effetti immediati sull’offerta reale di carburanti, indipendentemente dalla disponibilità di crude oil. In un contesto di scorte in calo e tensioni geopolitiche, questo implica che la sicurezza energetica non si misura più solo in barili disponibili, ma nella capacità integrata dell’intero sistema: estrazione, trasporto e soprattutto trasformazione; asset che, a differenza del rapporto domanda/offerta, non sono ancora “prezzati” completamente negli attuali prezzi di mercato del petrolio.
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Farnesina –
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha aperto questa mattina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo.
Composta da 176 Consolati di carriera e 330 Consolati onorari, distribuiti in tutti i continenti, la rete consolare rappresenta il principale punto di contatto tra lo Stato e le comunità italiane nel mondo. Offre servizi e assistenza a oltre 7,3 milioni di cittadini italiani residenti all’estero. Argentina, Brasile e Germania ospitano le più numerose comunità italiane. Un cittadino italiano residente all’estero su sei vive in America Latina.
La digitalizzazione delle procedure consolari continua a rappresentare una priorità per migliorare l’accessibilità e l’efficienza dei servizi ai cittadini. Questa è realizzata in stretto raccordo con il Ministero dell’Interno, per consentire la gestione integrata delle procedure anagrafiche, documentali ed elettorali degli italiani all’estero. In tale quadro, nel 2025 la Rete consolare ha rilasciato 554.083 passaporti e ha emesso 202.026 Carte d’Identità Elettroniche (CIE). Circa il 90% delle iscrizioni AIRE viene inoltre gestito attraverso il portale digitale Fast It, che ha raggiunto 2.707.260 utenti registrati.
Oltre 5 milioni di elettori residenti all’estero hanno votato per corrispondenza in occasione del Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, coinvolgendo oltre 200 sedi diplomatico-consolari nella gestione delle procedure elettorali. Sono stati organizzati 80 voli dedicati per il trasporto in Italia delle schede votate all’estero.
Nel 2025 sono stati altresì effettuati 4.085 interventi di assistenza consolare a favore di cittadini italiani all’estero, di cui 125 rimpatri sanitari. Le sedi consolari hanno poi svolto un ruolo cruciale nella gestione della crisi del Golfo del marzo 2026, organizzando il rimpatrio di circa 10.000 cittadini italiani dai Paesi del Golfo.
Altro importante compito della rete consolare consiste nella promozione della lingua, della cultura e della formazione italiana nel mondo. Nel 2025 sono stati finanziati 304 contributi universitari in 66 Paesi e sono state assegnate 1.368 borse di studio a studenti internazionali e italiani residenti all’estero. Sono stati inoltre concessi 387 contributi per la traduzione e diffusione di opere italiane nel mondo, rafforzando così i legami tra l’Italia e le comunità di cittadini all’estero.

Le famiglie cambiano forma, ma restano luoghi in cui si impara a vivere insieme. Dalla rubrica di filosofia. Leggi


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Per Keir Starmer i giorni a Downing Street sembrano sempre più contati dopo che anche l’ala blairiana e tradizionalmente centrista del Partito Laburista lo ha iniziato a scaricare a seguito delle dimissioni-shock del Ministro della Difesa John Healey assieme al Ministro delle Forze Armate Al Carns. Lasciando nella giornata di ieri Healey, storico seguace di Tony Blair e tra i registi della politica di sicurezza del Partito Laburista prima della vittoria elettorale del 2024, ha definito “incapace” Starmer, criticando i ritardi del piano di riarmo per portare al 3% del Pil le spese militari. Il progetto di Starmer, che ha sostituito Healey con l’ex Ministro della Sicurezza Dan Jarvis, era di portarle al 2,68% del Pil nel 2030. Uno sforzo ritenuto insufficiente, dato che quest’anno la spesa sarà al 2,6%, per centrare il target Nato del 3,5% del Pil in spesa per la Difesa entro il 2035.
Starmer inizialmente aveva addirittura pensato di sacrificare i fondi per la cooperazione internazionale in nome del riarmo ma aveva fatto dietrofront dopo che la corsa al riarmo del primo governo laburista in tre lustri si era scontrato, nel 2024-2025, con le rimostranze della base. La sinistra laburista contesta da tempo i piani di riarmo, ritenendoli eccessivi, mentre Healey è sempre stato custode dell’ortodossia atlantista, del sostegno alla difesa dell’Ucraina e dei grandi piani di approvvigionamento militare.
Healey in passato era stato addirittura pensato come successore di Starmer, e chiedeva un aumento di 18 miliardi di sterline entro il 2030 a fronte di una richiesta di investimenti del suo ministero stimata in 28 miliardi e un’offerta di risorse da parte del governo ben più bassa, di circa 13 miliardi di sterline. Healey, che nella dottrina di difesa di Londra ha rimesso al centro l’Europa dopo le ambizioni di Global Britain del governo di Boris Johnson, ha agito in continuità col predecessore Tory Ben Wallace e si è invece scontrato con la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, che guidando le finanze ha blindato ogni prospettiva di ulteriori aumenti.
Una settimana fa Starmer parlava del rischio di un conflitto tra Nato e Russia in Europa entro il 2030 e ora “in una durissima lettera di dimissioni , Healey ha accusato Starmer e Rachel Reeves, di aver messo a rischio la sicurezza del Paese, affermando che il tanto atteso piano di investimenti per la difesa (Dip) era ben al di sotto di quanto necessario”, nota il Guardian, che aggiunge come “Carns, che avrebbe potuto essere anch’egli un candidato, aveva definito il piano di spesa inadeguato e aveva invitato Starmer a riconsiderarlo”. Il terremoto non è stato fermabile. Le dimissioni di Healey colgono di sorpresa Starmer e sono un contrappasso per un governo che ha fatto del teso clima geopolitico globale e della sfida con la Russia un elemento politico e narrativo per difendere un consenso rapidamente calato dopo il voto vittorioso del 2024 ma ha finito per dividere il Partito Laburista e la sua base.
Starmer è sotto pressione per concedere un’uscita ordinata dopo che il suo esecutivo è stato colpito dallo scandalo per i rapporti del suo ex alleato Peter Mandelson con il finanziere Jeffrey Epstein, dal caos del debito pubblico e dall’insofferenza per l’austerità, da una serie notevole di sconfitte elettorali e dalla raffica di dimissioni dal governo dopo la debacle elettorale in Galles, Scozia e al voto locale inglese di maggio, dove ha vinto la destra nazionalista di Reform Uk e Nigel Farage.
Andy Burnham, sindaco di Manchester, da tempo immagina un passaggio per tornare in Parlamento e poter lanciare la sfida per la leadership di fronte a un governo che a meno di due anni dall’insediamento sembra già al capolinea. Sconfessato da sinistra e dai socialdemocratici più progressisti, ora Starmer inizia a essere sacrificabile anche per le figure di punta del centro e del cuore profondo del potere laburista. Le dimissioni di Healey e l’attacco sul riarmo sembrano una sfiducia di un sistema intera verso il Primo Ministro. Ora probabilmente destinato a capire in che modo la sua uscita da Downing Street sia più una questione di “quando” che di “se”.
L'articolo Uk, il ministro della Difesa sbatte la porta e se ne va. Starmer è sempre più in bilico proviene da InsideOver.

L’intelligenza artificiale è una questione di elettricità. Di molta energia, di interconnessioni, di nodi strategici: senza elettricità non c’è transizione energetica, non c’è stabilità di rete, non c’è algoritmo o machine learning che regga. La sfida dell’intelligenza artificiale sarà anche una partita di sviluppo di reti, interconnessioni, strutture che potranno far correre gli algoritmi di domani e la loro resilienza. Ma parimenti, la sfida dello sviluppo dell’IA può tornare benefica anche allo stesso settore energetico, introducendo le nuove tecnologie computazionali nel quadro del sistema di generazione e distribuzione, aumentandone l’efficienza, garantendone la stabilità, rafforzandone la tenuta. Un rapporto di mutua dipendenza che ha come obiettivo un circolo virtuoso: algoritmi sempre migliori per un sistema elettrico sempre più stabile capace di permettere a data center e strutture simili di diffondersi e prosperare.
Sono molte le modalità con cui l’intelligenza artificiale può impattare positivamente sul settore elettrico. Innanzitutto, reti complesse e con una capacità di generazione sempre più dipendenti da fonti rinnovabili non programmabili come eolico e solare hanno bisogno di tecnologie più flessibili per permettere di governare a monte i picchi di domanda e offerta e gestire le fluttuazioni. Un sistema di monitoraggio con algoritmi di intelligenza artificiale può raccogliere dati da molti sensori, analizzare le previsioni del clima e sovrintendere allo stato della rete per poter ottimizzare le previsioni sul possibile flusso di domanda. Parimenti, algoritmi di manutenzione predittiva e monitoraggio possono aiutare a isolare i guasti in settori delle reti, ottimizzando efficienza nelle riparazioni e costi.
Dalle “Smart Grids” regionalizzate su un singolo sistema connesso alla stessa rete energetica, flessibili e digitalizzate, si può in prospettiva pensare a un sistema sempre più fluido, una “rete di reti” in cui operatori capaci di gestire la decentralizzazione della generazione e di prevedere la distribuzione potranno, tramite l’intelligenza artificiale, ottimizzare robustezza, resilienza e sicurezza delle infrastrutture e prevedere con maggior precisione i flussi. Le tecnologie di intelligenza artificiale e la loro applicazione presuppongono un elevato livello di articolazione nella digitalizzazione delle reti e della loro capacità di monitoraggio che impone la presenza di player tecnologico-industriali rodati per svilupparli e governarli.
Tra le aziende attive nel settore si segnala CESI, multinazionale italiana basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, da decenni all’avanguardia nella consulenza sui grandi progetti di sviluppo delle connessioni energetiche e per la digitalizzazione delle reti, che sfruttando la sua esperienza è tra i pionieri dell’applicazione dell’IA al settore elettrico. CESI offre una conoscenza strutturata della rete, delle sue dinamiche e dei suoi componenti, che CESI testa per situazioni ad alto stress presso i suoi KEMA Labs tra Milano e Arnhem. L’IA non è solo una tecnologia, ma si inserisce in un ecosistema tecnologico e industriale. E così è il mondo dell’energia elettrica: una sfera complessa con una sua coerenza interna che va esplorata a trecentosessanta gradi. E CESI ha sotto controllo l’intera filiera dei processi necessari ad applicare la conoscenza dell’IA in ambito energetico: conosce prestazioni, affidabilità e comportamento dei dispositivi, sensori, reti; applica tecnologie avanzate di connessione e comunicazione alla sensoristica di rete per aumentare la qualità, la continuità e e la capacità del flusso dati e della trasmissione; sviluppa modelli digitali e, dove applicabile, gemelli digitali delle infrastrutture e le monitora per capire dove e come si verificano i guasti; integra la cybersicurezza industriale in maniera rigorosa negli impianti e sui sistemi gestiti. L’IA, in un ecosistema simile, entra con coerenza come strumento abilitante di nuova efficienza, non come realtà avulsa o novità estemporanea. L’obiettivo di un sistema energetico più decarbonizzato, sostenibile ed efficiente passa anche attraverso l’ingresso controllato e governato dei nuovi paradigmi tecnologici, non come realtà calate dall’alto ma come parti di un’orchestra più ampia e che deve suonare all’unisono. La sfida di CESI passa anche attraverso la ricerca di questa coerenza sistemica.
“L’IA crea valore autentico quando mette al centro il potenziamento delle persone e si fonda su dati affidabili. Innestata in una chiara visione industriale, questa tecnologia diventa il motore di un’energia efficiente, resiliente e sostenibile” afferma Daniele Daminelli, Shared Services Director in CESI. Così facendo il circolo virtuoso IA-elettricità potrà continuare: più elettricità prodotta in maniera sostenibile sul piano economico e ambientale renderà possibile una maggiore capacità di calcolo e l’impiego di algoritmi sempre più avanzanti, che potranno migliorare l’analisi, monitoraggio e comprensione delle reti stesse. In un connubio decisivo per l’intero ecosistema dell’innovazione.
L'articolo IA e settore elettrico: la sfida di un sistema energetico resiliente e sostenibile proviene da InsideOver.







Da Cry baby di Vince Staples a III della Khun Narin Electric Phin Band. Le recensioni della stampa straniera Leggi
L’incontro di Parigi tra le due comunità è una testimonianza coraggiosa del fatto che una cooperazione è possibile. Ma rappresenta solo la voce di una piccola minoranza Leggi






L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.
Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.
Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.
Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.
A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.
Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.
Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.
La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.
L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.
“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.
Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza
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Quando si parla di Ebola, l’attenzione tende a concentrarsi sulle immagini provenienti dalle aree colpite, sui centri di trattamento e sugli aggiornamenti diffusi dalle organizzazioni internazionali. In realtà, molto prima che un focolaio raggiunga le prime pagine dei giornali, esiste un articolato ecosistema informativo che consente ad analisti ed esperti, giornalisti investigativi, ricercatori e operatori umanitari di seguirne l’evoluzione quasi in tempo reale attraverso fonti aperte. La raccolta di informazioni open source relative a Ebola rappresenta infatti uno degli esempi più interessanti di come dati pubblici, report istituzionali, piattaforme umanitarie e strumenti geospaziali possano essere integrati per costruire un quadro operativo estremamente dettagliato e affidabile senza essere sul posto.
La prima regola dell’analisi OSINT in ambito sanitario consiste nel comprendere che il dato epidemiologico nasce sempre sul territorio e solo successivamente viene trasmesso alle organizzazioni internazionali. Per questo motivo, chi desidera monitorare un’epidemia in modo efficace deve partire dalle fonti più vicine possibile all’informazione.
Nel caso della Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi storicamente più colpiti dal virus Ebola, la fonte primaria di riferimento è l’Institut National de Santé Publique (INSP) della RDC. L’istituto pubblica regolarmente Situation Reports, comunemente chiamati SitRep dell’andamento epidemiologico. Attraverso questi documenti è possibile conoscere il numero di casi sospetti e confermati, la localizzazione geografica dei focolai, le attività di laboratorio, le operazioni di contact tracing e le misure adottate dalle autorità sanitarie. Un esempio recente è il Situation Report n.26 sulla Malattia da Virus Ebola del 9 giugno 2026, che offre una panoramica dettagliata della situazione sul campo e rappresenta una fonte di enorme valore per chiunque svolga attività di monitoraggio.

Siamo già stati in Congo per raccontare Ebola. Oggi vogliamo ritornare e raccontare l’ennesima tragedia di questo popolo. Aiutaci con una donazione a questo link
Una volta raccolte le informazioni provenienti dalle autorità nazionali, il passo successivo consiste nel confrontarle con le valutazioni e gli aggiornamenti della World Health Organization (WHO). In particolare, la sezione Disease Outbreak News (DON) costituisce uno dei principali punti di riferimento per la comunità internazionale. Qui vengono pubblicati aggiornamenti ufficiali sugli outbreak in corso, analisi del rischio, informazioni tecniche e valutazioni sull’eventuale diffusione internazionale della malattia. Ancora più utile per chi segue gli eventi nel continente africano è il portale di WHO AFRO, l’ufficio regionale africano dell’OMS, che spesso pubblica aggiornamenti più frequenti e maggiormente focalizzati sulle dinamiche locali.

Il processo di verifica richiede inoltre il confronto con altre organizzazioni specializzate nella sorveglianza sanitaria. L’Africa CDC svolge un ruolo centrale nel coordinamento delle attività di monitoraggio a livello continentale, pubblicando aggiornamenti e valutazioni sui principali focolai presenti in Africa. Parallelamente, il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti e l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) producono analisi epidemiologiche, studi tecnici e valutazioni del rischio che permettono di comprendere le possibili implicazioni internazionali di un focolaio.
In Congo siamo già stati per seguire da vicino una delle più gravi emergenze sanitarie degli ultimi anni: Ebola. Oggi vogliamo tornare sul campo per documentare una nuova crisi che continua a colpire milioni di persone nell’indifferenza generale. Se credi nell’importanza del giornalismo indipendente, sostienici con una donazione a questo link.
Una delle domande più frequenti riguarda l’esistenza di sistemi di monitoraggio in tempo reale. In ambito epidemiologico il concetto di “tempo reale”, soprattutto in contesti così complessi e frammentati, deve essere interpretato con cautela, poiché la velocità di aggiornamento non coincide necessariamente con l’affidabilità del dato. Tra le piattaforme più utili vi è sicuramente IFRC GO Platform, sviluppata dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Attraverso dashboard interattive, mappe e statistiche, la piattaforma consente di seguire le attività di risposta sul terreno e di visualizzare rapidamente le aree interessate dalle emergenze sanitarie.

Per comprendere realmente la dinamica di un’epidemia, tuttavia, non basta conoscere il numero dei casi. È necessario capire dove si trovano, come si muovono le persone e quali infrastrutture collegano le aree colpite. In questo contesto assumono un’importanza fondamentale le piattaforme geospaziali. La più rilevante è probabilmente l’Humanitarian Data Exchange (HDX), il grande archivio dati umanitario delle Nazioni Unite, che ospita dataset relativi a popolazione, strutture sanitarie, reti stradali, centri abitati, movimenti di sfollati e confini amministrativi. Integrando queste informazioni con i dati disponibili su OpenStreetMap è possibile costruire mappe operative avanzate e identificare potenziali corridoi di diffusione del virus, punti di attraversamento delle frontiere, aree isolate e vulnerabilità che potrebbero influenzare l’andamento dell’epidemia.

L’analisi OSINT più avanzata non si limita però ai numeri ufficiali. Spesso le informazioni più interessanti emergono da quelli che gli analisti definiscono “segnali deboli”: l’apertura di nuovi centri di trattamento, l’arrivo di laboratori mobili, l’incremento degli acquisti di dispositivi di protezione individuale, l’attivazione di campagne informative nelle comunità locali, il rafforzamento dei controlli sanitari alle frontiere o la mobilitazione straordinaria di personale medico. Questi elementi, apparentemente marginali, possono fornire indicazioni preziose sull’evoluzione di una crisi sanitaria ancora prima che essa si manifesti pienamente nei dati ufficiali.
Molte delle tragedie che colpiscono il continente africano restano invisibili fino a quando non diventano impossibili da ignorare. Il nostro obiettivo è raccontarle prima, con rigore, presenza sul campo e attenzione alle popolazioni coinvolte. Per aiutarci a documentare queste realtà e dare voce a chi spesso non ne ha, puoi contribuire con una donazione a questo link.
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Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.
L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.
Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il sistema internazionale tutto.
La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico.
Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i tradizionali confini della regione.
Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale.
Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.
La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica.
Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.
Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.
Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.
La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.
In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica.
Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.
Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.
Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.
La quarta e ultima parte del volume “Order-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.
Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.
Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.
L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.
Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.
Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.
Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.
Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.
Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo.
ENGLISH VERSION
The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.
The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.
Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.
Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.
At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.
Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.
Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.
While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia.
This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.
According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.
The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.
An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.
Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.
In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.
An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.
Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.
These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.
The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.
Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.
From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.
The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.
A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.
Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland.
What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.
In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.
Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century.

I titoli di oggi:
Vicepremier al G7: "La Cina fattore di stabilità globale"
Le aziende Usa restano in Cina ma crescono le criticità
Corea del Su
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L’inizio della quotazione a Wall Street di SpaceX, l’azienda di servizi spaziali e intelligenza artificiale di Elon Musk oggi classificata come maggiore compagnia non presente in Borsa al mondo, apre oggi la stagione delle mega-Ipo (Initial public offering, offerte pubbliche iniziali, ndr) con cui i giganti della tecnologia Usa sbarcheranno nella Borsa per antonomasia. A Musk faranno seguito i dioscuri dell’IA, Sam Altman e Dario Amodei, pronti a quotare OpenAI e Anthropic. Si prevede una rivoluzione copernicana nella Borsa americana: complessivamente, SpaceX aggiungerà quasi 1.800 miliardi di dollari di capitalizzazione alla Borsa Usa e altrettanto faranno, sommate, le due compagnie sulla breccia nella corsa all’intelligenza artificiale.
SpaceX mira a raccogliere oltre 80 miliardi di dollari, complessivamente le tre Ipo potrebbero garantirne almeno 200. Facendo dei paragoni, è come se a Wall Street Musk e in futuro Altman e Amodei mirino a far entrare l’equivalente di tre listini di Piazza Affari (solo SpaceX la sopravanzerebbe del 50%) raccogliendo dagli investitori l’equivalente del valore, sommato, di Unicredit e Eni. Il giorno più lungo è quello di oggi. Musk contro tutti, ma con molti alle sue spalle: nella finanza internazionale, nonostante molti scetticismi di facciata, il dilemma non è stato se entrare o meno nell’Ipo di SpaceX ma con che forza e con quante risorse.
“Questi debutti rappresentano la più concentrata ondata di capitali dai tempi della bolla delle dot-com” a fine Anni Novanta, e la potenza di fuoco dei tre gruppi potrebbe far sì che “gli investitori impazziscano”, nota Fortune. Musk dà il calcio d’inizio: SpaceX vuole presentarsi come la compagnia egemone nel settore dei lanci spaziali e della strutturazione dell’accesso americano alle orbite, da Starlink ai data center orbitanti vende al tempo stesso un’infrastruttura tecnologica, un sogno di esplorazione e un progetto di sicurezza nazionale, mentre al contempo avendo incluso xAI i prospetti ricordano che secondo gli scenari sarà proprio l’intelligenza artificiale a trainare il suo business. Ad oggi, valutata 1.250 miliardi da compagnia privata, SpaceX capitalizza 92 volte i suoi ricavi e la sua quotazione si baserà su una scommessa chiara: vedere se l’IA farà realizzare i prospetti di una crescita esponenziale da qui a dieci anni, ciò che Musk usa come base per giustificare uno sbarco in borsa anomalo.
L’uomo più ricco del mondo mira a portare SpaceX in Borsa pur mantenendo l’80% dei diritti di voto e a saldare il suo controllo con il piano di remunerazione miliardario di Tesla per ampliare la filiera delle aziende da lui controllate e diventare il primo personaggio nella storia a sfondare quota 1.000 miliardi di dollari di patrimonio. Chi comprerà SpaceX farà un atto finanziario ma anche un voto: accetterà che siano veri i prospetti di Goldman Sachs, secondo cui l’IA darà a SpaceX ricavi centuplicati, a 322 miliardi di dollari, entro il 2030. Oppure guarderà ancora più in la con in mente un dato: 3.400 miliardi di dollari. A tanto Morgan Stanley, che assieme alla concorrente è tra le istituzioni attive per sottoscrivere l’Ipo, nota il Financial Times, prevede ammonteranno i ricavi nel 2040.
Dei risultati concreti, nota il Ft, sono incoraggianti in tal senso: “I recenti accordi per il noleggio di capacità di calcolo ad Anthropic e Google per un totale di 24 miliardi di dollari all’anno sottolineano il valore dell’infrastruttura terrestre esistente di SpaceX”. Chi ha fatto comunque un affare è proprio Google: comprò per 1 miliardo di dollari l’8% di SpaceX nel 2015 e ora ne detiene il 6,11%: anche se l’Ipo dovesse diluirne la quota, stime di valutazioni della partecipazione capace di arrivare a 100-105 miliardi di dollari sono tutto fuorché esagerate. Questo dà l’idea dell’euforia che attende lo sbarco dell’astronave-madre di Starlink e Starship a Wall Street. Seguiranno le boutique dell’IA per trasformare radicalmente i rapporti di forza in borsa. E anche le prospettive con cui il mercato agirà.
Finora la Borsa ha premiato i vincitori della corsa all’IA, i costruttori di hardware, valorizzandone il boom di attività nel breve periodo per la costruzione di data center e potenza di calcolo. Ora si prevede arrivino i signori degli algoritmi, dei linguaggi di IA e delle tecnologie di frontiera, per i quali la valutazione è prospettica, calcolata sul fatto che si prevede l’IA trasformerà l’economia globale e la produttività in forma radicale. Da un rally che cavalca il presente a aspettative lunghe per una borsa che vuole crescere senza limiti. Da dove arriverà il denaro per le mega-IPO? Nuovi investitori si affacceranno o i capitali ruoteranno seguendo il nuovo paradigma finanziario? E se così farà, chi “perderà” capitalizzazione in un mercato per molti sopravvalutato? Su che parametri saranno valutati i campioni dell’IA oltre che sui fatturati e i flussi di cassa per sostenere queste capitalizzazioni? Sarà euforia o bolla? C’è addirittura chi teme che SpaceX, OpenAI e Anthropic possano prosciugare i mercati esaurendone le disponibilità. Viviamo un momento trasformativo della finanza mondiale. La sensazione è che il 12 giugno 2026 sarà una data spartiacque. Il decollo di SpaceX verso Wall Street sarà quello della borsa verso una nuova era? Lo capiremo presto.
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L’ultimo vertice tra Xi Jinping e Kim Jong Un non è stato come tutti gli altri. Dal 2018 a oggi i presidenti di Cina e Corea del Nord si sono incontrati sette volte. Non era però mai successo che il loro rapporto raggiungesse un equilibrio, o addirittura, secondo alcuni analisti, che si sbilanciasse così tanto in favore di Kim come è invece accaduto a Pyongyang durante l’ultimo meeting.
Fin qui era infatti sempre stato Xi a dettare i ritmi del rapporto bilaterale da un’evidente posizione di forza. Adesso la situazione sembrerebbe essere cambiata. Merito della crescita politica e militare di Kim, ma anche della scommessa nordcoreana – fin qui vinta a pieno titolo – di rafforzare le relazioni con la Russia di Vladimir Putin ed esplorare nuove amicizie (come quella con la Bielorussia di Aleksander Lukashenko).
Uno dei risultati più importanti della trasferta di Xi in Corea del Nord è coinciso con l’impegno cinese di rafforzare i legami con il vicino, continuando a sostenere Pyongyang e a salvaguardare i loro comuni interessi strategici, indipendentemente dai cambiamenti nel panorama internazionale. Non solo: il presidente cinese non ha minimamente toccato il dossier nucleare, avallando implicitamente lo status nucleare di Pyongyang e regalando a Kim un jolly da poter giocare con gli Stati Uniti.

Fino al definitivo fallimento dei colloqui sul disarmo nel 2019, Stati Uniti e Cina hanno a lungo lavorato insieme per persuadere la Corea del Nord ad abbandonare le sue ambizioni nucleari in cambio di aiuti e riconoscimento politico. Pechino era solita invocare il concetto di “denuclearizzazione“, mentre Washington, Seoul e Tokyo speravano che l’influenza cinese su Pyongyang potesse risolvere il rebus.
Ecco: la recente visita di Xi ci dice che questa situazione potrebbe essere cambiata per sempre. Come ha spiegato l’Associated Press, il silenzio di Xi sul tema potrebbe essere un riconoscimento dei progressi compiuti dal programma nucleare nordcoreano, e anche dell’improbabilità che la diplomazia cinese possa indurre la Corea del Nord a rinunciare ai suoi sogni.
Nel 2019, nel precedente viaggio di Xi oltre il 38esimo parallelo, i toni erano ben diversi. I media cinesi hanno a lungo riportato le dichiarazioni del loro presidente che affermava urbi et orbi che Pechino avrebbe svolto un ruolo costruttivo nella denuclearizzazione della penisola coreana. Negli ultimi mesi, al contrario, il Dragone ha segnalato di voler dare priorità alla stabilizzazione della situazione nella penisola, ponendo il discorso sulla denuclearizzazione come secondo ed eventuale obiettivo (un obiettivo che include però la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana e non solo del lato Nord).

Inutile far finta di niente: agli occhi di Kim, la mancanza di menzioni pubbliche o critiche da parte di Xi in merito alle sue bombe nucleari rappresenta una vittoria. Da anni, infatti, il presidente nordcoreano chiede il riconoscimento internazionale del suo Paese come potenza nucleare, un passaggio particolarmente delicato che potrebbe portare alla revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite.
Altro che l’impegno comune di Cina e Usa per denuclearizzare la Corea del Nord: nel vis a vis con Kim, Xi si sarebbe concentrato sul “fermo impegno della Cina a salvaguardare gli interessi comuni dei due Paesi e a preservare un ambiente strategico favorevole”.
Pessima notizia per la Corea del Sud, dove il presidente Lee Jae Myung ha dichiarato che i nordcoreani sono ormai in grado di produrre annualmente combustibile nucleare sufficiente per realizzare circa 10-20 bombe, e che sono prossimi a perfezionare la loro tecnologia missilistica balistica intercontinentale (che potrebbe trasportare una bomba nucleare fino al territorio continentale degli Stati Uniti).
Kim, dal canto suo, continua a ripetere che le armi nucleari sono una parte essenziale dell’identità nazionale nordcoreana e ha sancito lo status nucleare del suo Paese nella costituzione. Il silenzio di Xi è un assist che il Grande Leader vuole sfruttare al meglio.

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Venerdì 5 giugno, un drone navale di superficie (USV – Unmanned Surface Vehicle) ucraino è esploso nel porto rumeno di Constanta, mentre altri tre USV sono detonati nelle acque del Mar Nero antistanti la città. I droni si sono autodistrutti, in particolare quello esploso nel porto è detonato dopo che l’area era stata messa in sicurezza e isolata dai servizi segreti rumeni, dalla guardia costiera e dal Ministero della Difesa, secondo quanto riferito da Bucarest. Le autorità rumene, dopo aver identificato il drone, hanno contattato quelle ucraine, che hanno confermato di aver perso il controllo di quattro USV per colpa dell’attiva EW (Electronic Warfare) russa. La marina ucraina ha confermato in un comunicato di aver perso il controllo degli USV mentre si stavano svolgendo operazioni nella zona operativa del Mar Nero e che le forze armate di Kiev erano in contatto con le autorità rumene “per prevenire perdite tra la popolazione civile”.
L’incidente è successivo alla penetrazione nello spazio aereo rumeno di un drone one way russo, anch’esso dirottato probabilmente dall’attività EW ucraina, ma soprattutto si pone nel solco di alcuni altri fenomeni di questo tipo che sono occorsi durante le recenti fasi della campagna di bombardamenti ucraini utilizzanti UAV one way, con particolare riguardo al settore nordoccidentale della Russia. Mosca, infatti, ha riferito che gli UAV ucraini avrebbero deliberatamente utilizzato lo spazio aero NATO per colpire nelle regioni intorno a San Pietroburgo, ma molto probabilmente la deviazione di rotta è stata causata proprio dall’attività EW russa, che possiamo definire migliorata rispetto al passato.
In effetti, proprio l’incidente di Constanta dimostra che le forze armate della Federazione russa sono state capaci di adattarsi – se pur parzialmente – al modus operandi ucraino e di poter contrastare parzialmente, con attività nello spettro elettromagnetico, l’attività degli USV ucraini.
Nella dottrina militare classica, la EW era principalmente associata al disturbo delle comunicazioni, alla disattivazione dei radar e alla protezione dei propri sistemi di comando e controllo. Tuttavia, l’avvento delle piattaforme autonome e i progressi tecnologici hanno radicalmente modificato questo paradigma al punto che la U.S. Space Force, nel suo ultimo documento programmatico/dottrinale, ritiene che lo spettro elettromagnetico non sarà più solamente un abilitatore ma un ambiente sempre più contestato anche per via della sua caratteristica di poter effettuare attacchi “sottosoglia” in tempi di pace, per cui prevedono che si trasformi, da qui al 2040, in un vero e proprio ambiente di combattimento al pari di quella che è oggi la dimensione subacquea.
Tornando ai droni, i veicoli unmanned, siano essi aerei, marittimi o subacquei, dipendono in misura variabile dai segnali elettromagnetici per la navigazione, le comunicazioni, la sincronizzazione e l’aggiornamento dei dati operativi. Di conseguenza, la perturbazione dell’ambiente elettromagnetico non si limita più a compromettere la capacità di comunicazione dell’avversario, ma può effettivamente alterare il comportamento di un sistema autonomo in missione, come evidenziato dagli eventi di Constanta della scorsa settimana.
Il conflitto russo-ucraino ha fornito numerosi esempi dell’uso intensivo di tecniche di disturbo (jamming) e di falsificazione (spoofing) del GPS contro droni aerei e marittimi e come strumento di guerra ibrida verso i Paesi della NATO: nell’area del Baltico, e nel Levante, i disturbi al segnale di posizionamento satellitare sono ormai pressoché costanti dal 2022. In tali circostanze, il successo di un’operazione non dipende più esclusivamente dalle prestazioni della piattaforma, ma anche dalla sua capacità di operare in un ambiente elettromagnetico ostile, e soprattutto gli eventi in Romania e nel Baltico lasciano supporre che la Russia abbia sviluppato capacità di adattamento sfruttando quello che è sempre stato uno dei suoi punti di forza insieme al volume di fuoco di artiglieria, cioè proprio i sistemi EW.
Questo è di particolare interesse ai fini del conflitto in atto non tanto perché un sistema di disturbo EW sia in grado di produrre effetti altamente efficaci rispetto ai mezzi impiegati per produrli – del resto è sempre stato questo il senso operativo delle azioni EW – ma in quanto segnale una possibile progressione nelle capacità russe di poter tornare a operare nel Mar Nero.
Come sappiamo, l’Ucraina, una nazione che si è ritrovata in guerra senza una marina militare degna di tale nome, è stata capace con l’uso sapiente di droni – USV, UAV e UUV – velivoli armati di missili da crociera, missili antinave e attività SEAD/DEAD di stabilire sea denial nel Mar Nero al punto da costringere la Russia dapprima a ritirare le sue forze navali a oriente, e successivamente a utilizzarle sempre più raramente nelle azioni di bombardamento missilistico. Certamente il bacino marittimo aiuta i difensori: il Mar Nero è un mare chiuso; per la Russia ulteriormente ristretto dai confini con Paesi ostili, pertanto la sua Flotta si è trovata sostanzialmente a non poter sfruttare la capacità di manovra e quella di colpire da posizioni sicure.
In ogni caso il conflitto marittimo asimmetrico messo in atto dall’Ucraina è stato sino a oggi efficace, eliminando di fatto la minaccia rappresentata dalla Flotta russa e dal suo potenziale anfibio. Questo vantaggio però, potrebbe essere messo in discussione proprio dall’adattamento dimostrato dall’EW russa, che è stata capace di dirottare quattro USV – sebbene non si sappia il numero totale dei droni coinvolti nell’azione. Pensare di rivedere presto in mare il grosso della Flotta di Mosca potrebbe essere prematuro: come in ogni battaglia, si ripresenta l’eterna lotta tra “la spada” e “lo scudo”, e gli USV hanno spazio sufficiente a bordo per poter ospitare contromisure elettroniche per evitare il jamming, ma in ogni caso si tratta di un rischio da non sottovalutare e da considerare attentamente per il futuro delle operazioni navali ucraine.
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Al Parlamento europeo c’è qualcuno che decisamente non li ama. I 29 deputati del Parlamento europeo espressi dal partito di Governo della Germania, l’Unione democratica cristiana (CDU) e l’Unione sociale cristiana (CSU), che aderiscono al Partito popolare europeo, hanno lanciato una campagna per instaurare un blocco totale alla concessione di visti turistici Schengen ai cittadini russi. All’insegna dello slogan “Una vacanza in Europa è un privilegio e non un diritto”, i deputati tedeschi si sono detti assolutamente indignati del fatto che circa 500 mila cittadini russi l’anno scorso abbiano ottenuto il visto per visitare l’Europa. A parer loro, nessun russo deve più entrare.
L’iniziativa dei 29 esponenti CDU/CSU, anche al di là delle questioni di principio e di coerenza (nessuno ha mai pensato di bloccare americani e britannici dopo l’invasione dell’Iraq…) ci pare una vera fesseria anche per altre e più concrete ragioni. Nel 2022, nei primi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, circa un milione e mezzo di russi lasciò il Paese. Molti verso Georgia e Armenia, ma molti anche verso l’Europa comunitaria. Si trattava in gran parte di giovani qualificati (informatici, ingegneri, quadri…) che non volevano andare in guerra o, comunque, non volevano essere coinvolti nelle politiche di Vladimir Putin. Poco dopo, proprio all’insegna del motto che tutti i russi sono comunque colpevoli, cominciò il giro di vite: visti più difficili, compressione per gli studenti russi della possibilità di accedere a università europee, controlli assai più stringenti sugli accessi al territorio Ue per ragioni di lavoro, cacciata degli atleti dalle competizioni internazionali e così via.
Quale fu il risultato di questa brillante politica? In altri pochi mesi almeno metà degli emigrati tornò in Russia. Al posto di continuare a togliere capitale umano a Putin, cominciammo a restituirglielo. C’è da stupirsi che l’Europa abbia dei problemi?
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