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“Siamo qui per vincere”: Verstappen contro Valentino Rossi, debutto movimentato in GT3. Max provoca un incidente dopo tre minuti, il Dottore perde tutti i tempi in qualifica e finisce ultimo

17 Ottobre 2026 ore 12:25

Un testacoda dopo appena tre minuti di pista, gesti di stizza nell’abitacolo e una qualifica vissuta sul filo delle penalità. L’esordio di Max Verstappen nel campionato GT3 sul circuito portoghese di Portimao si è aperto all’insegna dello scontro diretto in pista e del duello a distanza con un’altra leggenda dei motori: Valentino Rossi. Al volante della Mercedes-AMG schierata dal suo stesso team, il quattro volte campione del mondo di Formula 1 ha inaugurato il fine settimana innescando subito una collisione, prima di concentrarsi sulla caccia al cronometro contro la BMW dell’ex iridato della MotoGP.

Il primo colpo di scena si è consumato all’inizio della sessione. Tentando un sorpasso all’interno della curva 3, Verstappen ha colpito l’Audi di Ezequiel Perez Companc, mandando la vettura dell’avversario in testacoda. Una manovra seguita dalle plateali proteste dell’olandese, che ha gesticolato infastidito all’indirizzo del rivale, reo a suo dire di aver chiuso la traiettoria senza guardare gli specchietti.

La direzione di gara ha tuttavia ribaltato la prospettiva del pilota Red Bull, giudicandolo unico responsabile per un impatto ritenuto evitabile. Nel comunicato ufficiale dei commissari sportivi si legge la motivazione tecnica: “Il conducente dell’auto numero 3 ha spiegato che stava tentando un sorpasso, aspettandosi che l’auto numero 25 rimanesse all’esterno. È rimasto sorpreso quando questa ha svoltato verso l’interno“.

A salvare Verstappen da penalità di tempo o arretramenti sullo schieramento sono state due attenuanti: l’incidente è avvenuto nei primissimi giri e la presenza di un gruppo compatto di macchine davanti all’Audi ne ha fisicamente condizionato la linea. La sanzione si è quindi limitata a un richiamo e all’assegnazione di un solo punto di avvertimento sulla licenza per comportamento scorretto.

Max Verstappen has received a REPRIMAND at Portimão! ????

The Dutchman was found responsible for contact with the #25 Audi at Turn 3 during FP1, sending Ezequiel Pérez Companc into a spin.

Stewards issued a reprimand and one behavior warning point, taking the heavy traffic into account. https://t.co/PqWMU1mq6w

— Everything Formula (@evrythngformu1a) October 16, 2026

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L’amara ironia di Crozza sull’Intelligenza artificiale: “Ci estingueremo, si salverà solo la ‘famiglia del bosco’”

17 Ottobre 2026 ore 12:25

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza presenta il suo “Frigorifero Crozzas” a prova di hacker, per poi parlare dell’avanzata dei data center e dei consumi dell’intelligenza artificiale fino ad arrivare all’intesa tra Trump e Putin sul gasolio, con l’Europa a guardare.

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Oltre due chili e mezzo di marijuana in casa e nel ristorante vicino a una scuola: arrestato un 43enne a Portoferraio

17 Ottobre 2026 ore 12:24

PORTOFERRAIO – Aveva in casa e nel ristorante che gestisce oltre 2,5 chilogrammi di marijuana, in una zona frequentata anche dagli studenti di un istituto vicino. Un uomo di 43 anni, cittadino straniero, è stato arrestato dai carabinieri di Portoferraio, all’isola d’Elba, per spaccio di sostanze stupefacenti.

L’arresto è scattato nella tarda mattinata di mercoledì scorso, al termine di mirati servizi di osservazione condotti dai militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia. Nell’abitazione e nell’attività di ristorazione gestita dall’uomo sono stati trovati, oltre alla marijuana, alcuni semi della stessa pianta, 30 grammi di hashish già suddivisi in dosi, un bilancino e circa 4.200 euro in contanti, che gli investigatori ritengono verosimilmente legati all’attività illecita. Dalla sostanza si potevano ricavare centinaia di dosi. Tutto il materiale è stato sequestrato.

Dopo le formalità l’uomo è stato accompagnato a casa, agli arresti domiciliari, in attesa dell’udienza di convalida, che si è tenuta ieri al Tribunale di Livorno. Il giudice ha convalidato l’arresto e ha disposto per l’indagato l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Rischia una pena fino a sei anni di reclusione.

L’operazione rientra nei controlli intensificati dall’Arma nel centro urbano, con particolare attenzione ai giovani e ai luoghi di ritrovo vicino alle scuole, anche con pattuglie in borghese, soprattutto negli orari di ingresso degli studenti. Nei giorni scorsi alcuni studenti erano stati trovati all’ingresso della scuola con droga per uso personale e segnalati alla prefettura.

“La cronaca nera? A rimetterci sono i morti in vita. Garlasco il giallo perfetto, sia Stasi che Sempio potrebbero essere innocenti e il caso rimarrebbe irrisolto”: così Carlo Lucarelli

17 Ottobre 2026 ore 12:10

“Vedo un’eccessiva spettacolarizzazione che potrebbe logorare l’interesse del pubblico. I tempi lunghi sono suicidi per il true crime perché il pubblico si aspetta una verità finale in tempi ragionevolmente brevi come nei romanzi gialli dove c’è un Poirot che riunisce tutti in salotto, indica l’assassino e quello confessa. Qui ci vorranno anni per avere peraltro una verità solo giudiziaria”.

Così Carlo Lucarelli, scrittore e narratore storico della cronaca nera italiana, inquadra le dinamiche del caso Garlasco in un’intervista al Corriere della Sera. Un delitto che, sebbene tragicamente reale, possiede secondo l’autore elementi prettamente letterari: “I protagonisti del romanzo giallo ci sono tutti: Stasi il biondino dagli occhi di ghiaccio, Sempio il torbido, Lovati l’imprevedibile, personaggio straordinario”.

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La solitudine di Crozza-Calenda: “Non mi calcola nessuno, a Capodanno quando faccio il trenino sono l’unico vagone”

17 Ottobre 2026 ore 12:03

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza veste i panni di Carlo Calenda e ribadisce di voler correre da solo e non allearsi con nessuno, tra una telefonata e l’altra del pubblico, chiude cantando la sua solitudine.

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“Ecco la prima auto volante, può sfrecciare come un razzo”: l’annuncio choc di Elon Musk e la dimostrazione delle acrobazie in aria della Tesla Roadster – VIDEO

17 Ottobre 2026 ore 11:26

Pensavate che le auto volanti fossero solo fantascienza? E invece eccoci qua. Dopo nove anni di rinvii e promesse disattese, Elon Musk ha deciso di forzare il confine ingegneristico che separa il settore automobilistico da quello aerospaziale. Durante un evento organizzato nella notte italiana presso il centro di collaudo di SpaceX a McGregor, in Texas, il magnate ha svelato la seconda generazione della sportiva Tesla Roadster. “In sostanza, può volare come un razzo”, ha dichiarato il miliardario presentando la vettura come il frutto della collaborazione tra “la miglior Casa automobilistica e la miglior compagnia di razzi spaziali”.

Per supportare le affermazioni, Musk ha allestito un’esibizione dal vivo, eseguita dalla vettura in modalità autonoma per rigorose ragioni di sicurezza. Equipaggiata con dieci micro-razzi a gas freddo sviluppati con SpaceX, la Roadster è salita su una rampa curva, ha spiccato il volo, ha saltato cinque veicoli parcheggiati eseguendo una piroetta a mezz’aria, per poi atterrare in modo controllato.

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La Corea del Nord annuncia il collaudo di un siluro guidato dall’intelligenza artificiale: nessuna foto, Seul tace

17 Ottobre 2026 ore 11:59

PYONGYANG — Un siluro «super-veloce» a guida di precisione, collaudato giovedì sotto la superficie del mare, con «la tecnologia dell’intelligenza artificiale» applicata alla ricerca del bersaglio e alla guida. È la versione della Kcna, l’agenzia di Stato nordcoreana, che sabato ha annunciato la prova del sistema Zam-2.0, condotta «per confermare il riuscito aggiornamento tecnico» dell’arma. Nessuna immagine è stata diffusa.

Il dispaccio, riferisce Reuters, parla di un successo e di un «passo significativo» per lo sviluppo navale del Paese: la propulsione sarebbe stata messa a punto con oltre 180 prove in cinque anni. È la prima volta che Pyongyang attribuisce l’intelligenza artificiale a un’arma subacquea, dopo averla rivendicata il 3 ottobre per un missile ipersonico a raggio intermedio.

Il collaudo porta la firma di tre enti: l’Accademia di scienze della difesa, l’Amministrazione missilistica e l’Ufficio ricerche sulle armi siluranti. Il leader Kim Jong Un non compare nel resoconto. Non c’era nemmeno mercoledì, quando dal mare a est della penisola un sottomarino ha lanciato due missili da crociera strategici, il primo test del genere dal gennaio 2024, seguito da due alti dirigenti dell’apparato militare.

Quel lancio Seul l’ha visto. Lo Stato maggiore congiunto sudcoreano ha tracciato i missili dal decollo alla fase finale, uno uscito da un lanciatore verticale e l’altro da un tubo lanciasiluri. Nelle foto diffuse da Pyongyang gli analisti sudcoreani hanno riconosciuto il «Kim Kun Ok Hero», il sottomarino diesel modificato presentato nel settembre 2023. Sul siluro di giovedì, invece, l’esercito sudcoreano, che spesso accusa il Nord di esagerare le proprie tecnologie, non ha commentato. Nessuna reazione nemmeno da Washington.

Che cosa sa fare davvero

L’agenzia non spiega che cosa intenda per intelligenza artificiale. Gli esperti sentiti dalla stampa americana ritengono probabile un miglioramento del software di guida, ma dubitano che il siluro sia in grado di scegliersi da solo il bersaglio. A settembre Kim Jong Un aveva chiesto di alzare «il livello dell’intelligenza artificiale» nei sistemi d’arma; la sorella Kim Yo Jong l’aveva poi attribuita anche ai missili del 3 ottobre.

«Corea del Sud e Stati Uniti impiegano bersagli-esca per deviare i siluri, ma l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a distinguere i bersagli veri dalle esche», ha detto ad AFP Lim Eul-chul, professore alla Kyungnam University. Dai siluri alle armi lanciate da sottomarino, osserva, Pyongyang «sta riversando risorse per dimostrare che gli assetti strategici americani possono essere resi inefficaci».

Il calendario aiuta a leggere la sequenza. La settimana scorsa il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha assistito al primo test di un missile ipersonico di produzione nazionale. Pyongyang ha sostenuto che non c’era stato alcun volo ipersonico; venerdì il ministero della Difesa di Seul ha respinto i dubbi. Ogni annuncio nordcoreano di questi giorni arriva a stretto giro da una mossa del Sud, e la partita si gioca più con Seul che con Washington.

Yang Moo-jin, ex presidente della University of North Korean Studies di Seul, la mette in prospettiva: in vista di un possibile vertice con gli Stati Uniti, il Nord sembra voler «ridimensionare il programma ipersonico sudcoreano per presentarsi in vantaggio su Seul nella corsa agli armamenti». I rapporti tra le due Coree sono peggiorati da settembre, quando l’esplosione di mine nella zona smilitarizzata ha ferito tre soldati sudcoreani.

Nel frattempo Kim ha visitato un cantiere dove si costruisce un sottomarino da 8.700 tonnellate e ha criticato l’accordo tra Washington e Seul sui battelli a propulsione nucleare. Secondo gli analisti il Nord potrebbe accelerare grazie al sostegno militare russo, ottenuto in cambio delle truppe inviate per la guerra in Ucraina. Di quello che lo Zam-2.0 sa fare davvero, per ora, esiste solo la parola della Kcna.

California, l’incendio assedia le case a sud di Los Angeles: 16.000 sfollati, 6 abitazioni distrutte

17 Ottobre 2026 ore 11:59

SAN CLEMENTE — Il tratto verso nord dell’Interstate 5, l’autostrada che collega San Diego a Los Angeles, è chiuso da venerdì pomeriggio; sulle colline ai lati scorrono ancora le linee arancioni delle fiamme e il fumo ha reso l’aria «nociva per i gruppi sensibili» in quattro cittadine della costa. È il Norte Fire, l’incendio che da ventiquattro ore brucia tra San Clemente e San Juan Capistrano, nella contea di Orange, a metà strada tra Los Angeles e San Diego, spinto dai venti di Santa Ana.

Il bilancio aggiornato dall’autorità antincendio della contea alle 19:30 di venerdì (le 4:30 di sabato in Italia) parla di circa 230 ettari bruciati e contenimento zero. Sei abitazioni sono state colpite o distrutte, due vigili del fuoco sono in ospedale con ferite «significative» ma in condizioni stabili, riferisce CNN. Circa 16.000 residenti e 6.000 case sono sotto ordine di evacuazione.

Le fiamme sono partite poco dopo le 11:30 di venerdì (le 20:30 in Italia) tra due strade residenziali di San Clemente, a est dell’autostrada. In poche ore il fronte è passato da 4 a quasi 190 ettari e ha scavalcato il confine con San Juan Capistrano. La causa non è nota e nessuna società elettrica è stata chiamata in causa.

Il capitano dell’autorità antincendio della contea, Steve Concialdi, ha detto nel tardo pomeriggio che il fronte principale era in gran parte domato, ma ha aggiunto: «Abbiamo ancora case colpite qui, il vento soffia ancora forte». Il capo del corpo, T.J. McGovern, ha fissato l’obiettivo della notte: «tenere il fuoco dentro il perimetro attuale». Squadre di rinforzo sono arrivate dalle contee di Los Angeles e San Bernardino.

Le scuole del distretto di Capistrano hanno mandato a casa gli studenti in anticipo «per abbondanza di cautela», secondo ABC News. L’agenzia per la qualità dell’aria della California meridionale ha classificato come nociva per bambini, anziani e malati l’aria di San Clemente, Dana Point, San Juan Capistrano e Laguna Niguel fino a sabato mattina.

Il vento di Santa Ana

Il Norte Fire non è il solo. Lo stesso episodio di venti di Santa Ana, le correnti secche e calde che in autunno scendono dai deserti interni verso la costa californiana, ha acceso venerdì il Bryson Fire a Malibu, dove sono scattate evacuazioni, il Peak Fire ad Azusa, fermato nella sua avanzata, e altri roghi nella contea di Los Angeles e nella base dei marines di Camp Pendleton. Le raffiche hanno toccato i 40 chilometri orari nel pomeriggio. L’allerta rossa su Los Angeles e Ventura resta in vigore fino alle 20 di sabato (le 5 di domenica in Italia), con venti ancora sostenuti oggi e in calo da domenica.

Decine di migliaia di utenze sono senza corrente per i distacchi preventivi decisi dalle società elettriche, la prassi adottata in California dopo i grandi incendi degli ultimi anni per evitare che una linea caduta accenda un nuovo rogo. L’azienda idrica locale ha chiesto ai residenti di ridurre i consumi; McGovern ha assicurato che le riserve d’acqua per le squadre non sono a rischio.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ottenuto dall’agenzia federale per le emergenze un finanziamento per le operazioni e ha scritto su X: «Restate vigili, continuiamo ad affrontare forti venti di Santa Ana». Katrina Foley, membro del consiglio della contea di Orange, ha insistito sugli ordini di evacuazione: «Seguiteli, non sappiamo mai quando il vento cambierà».

Tra chi ha lasciato casa c’è Zachary Torgesson, uscito dall’unica abitazione che conosce da sedici anni. Robert Morris, che a San Juan Capistrano vive dal 1995, ha raccontato che «è la prima volta che abbiamo un incendio in questa zona». Il sindaco John Campbell ha promesso che «la comunità ne uscirà insieme».

I due rifugi aperti dalle amministrazioni, il centro comunitario di San Juan Capistrano e quello di San Clemente in Calle Seville, hanno tenuto le porte aperte tutta la notte: sono ammessi anche i piccoli animali.

Crozza-Bersani vuole il centrosinistra unito: “Perché la finocchiona non la fai mica col maiale omosessuale”

17 Ottobre 2026 ore 11:49

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza torna a vestire i panni di Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd si lancia in un accorato appello all’unità tra Schlein e Conte per costruire un’alternativa di sinistra. Ma tra un monito sul caro-affitti per gli studenti e l’incubo di “Vannacci al Quirinale”, non manca una stoccata a Matteo Renzi, definito un vero e proprio “Attila” della politica.

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Papa Leone XIV sarà dimesso oggi pomeriggio. Domenica reciterà l’Angelus dal Palazzo apostolico

17 Ottobre 2026 ore 11:47

Per i medici del Gemelli, il Papa è “idoneo” alle dimissioni. Leone XIV reciterà domani l‘Angelus dal Palazzo apostolico. Il dottor Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora, in merito al decorso post operatorio del pontefice, comunicano che “in considerazione degli esami del sangue, del controllo radiologico del torace eseguiti questa mattina e valutato il quadro clinico il Santo Padre è stato giudicato idoneo alla dimissione”. Il pontefice celebrerà anche oggi una messa al decimo piano dell’ospedale Gemelli. La funzione sarà alle 12, prima delle dimissioni previste nel primo pomeriggio. Non saranno necessari presidi medici in Vaticano come informa la Sala stampa.

Che Prevost fosse in recupero dopo l’intervento per un adenocarcinoma al polmone, annunciato solo domenica scorsa ai fedeli, lo si era capito sin dal primo bollettino. Già il giorno dopo aveva concelebrato la messa all’interno della cappella dell’ospedale che viene chiamato “Terzo Gemelli” ed era stata annunciata la ripresa al lavoro. Non solo venerdì la notizia che era è tornato nel pieno del lavoro con una telefonata al presidente russo Vladimir Putin al quale ha chiesto una tregua per la cittadina di Oleshky sotto assedio, incassando l’apertura del presidente russo. I due si erano già sentiti a giugno dello scorso anno, il Papa ha più volte offerto la Santa Sede per eventuali negoziati e recentemente ha inviato a Mosca due suoi alti collaboratori.

Nel frattempo il Vaticano aveva diffuso le prime sue foto dopo l’intervento, dove appare in forma, confermando che il decorso post-operatorio procede bene e tra una fisioterapia e l’altra, lavora. Prevost è apparso all’equipe medica ligio alle indicazioni mediche e dovrà seguire i consigli di chi lo ha preso in cura. Proseguono anche i preparativi per il viaggio in Sudamerica: è uscita la lista dei giornalisti ammessi al volo. Non è una conferma ufficiale ma comunque indirettamente si ribadisce che il Papa vuole andare.

Il viaggio apostolico è previsto dal 6 al 17 novembre in Uruguay, Argentina e Perù. Dodici giorni di trasferta, numerosi spostamenti aerei e oltre quaranta appuntamenti tra incontri e discorsi rappresentano un impegno significativo per un Pontefice appena sottoposto a un intervento chirurgico. A rendere più complesso il programma è soprattutto la tappa peruviana a Cusco, città situata a oltre tremila metri di altitudine. Per affrontare un’agenda di questa portata serviranno una valutazione attenta delle condizioni respiratorie e una verifica dei tempi effettivi di recupero. Ora tutto dipenderà solo dalle indicazioni dei medici. Ma il ritorno in Vaticano sembra un primo importante passo.

Davanti al Policlinico Gemelli continua la preghiera e l’affetto dei fedeli. Un gruppo di sacerdoti latinoamericani si è riunito in cerchio attorno alla statua di Giovanni Paolo II, all’ingresso dell’ospedale. Davanti all’ingresso dell’ospedale, i segni di vicinanza sono tanti. C’è un cartello con la sua fotografia e la scritta ‘Viva il Papa’, insieme ai disegni e ai messaggi dei bambini ricoverati nel reparto di Oncologia. “Papa, ti aspettiamo. Quando starai meglio, vieni da noi bambini”, scrivono i piccoli pazienti. Un altro messaggio arriva dai bambini del Municipio XIII di Roma: “Santità, sei il polmone della Chiesa e con Lei respiriamo la stessa fede. Le auguro una pronta guarigione”.

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Daniele Tavoni, le liti per i soldi e il legame con la madre: chi è del 54enne fermato per il duplice omicidio di Mirandola

17 Ottobre 2026 ore 11:46

Daniele Tavoni – l’uomo fermato per duplice omicidio della madre e del suo compagno – viveva nella piccola casa accanto a quella della madre, in via Imperiale, nella zona industriale di Mirandola (Modena). Cinquantaquattro anni, lavori saltuari, una separazione alle spalle e un figlio oggi trentenne. Una vita rimasta a lungo legata a quella di Vincenza Giannini, 74 anni, che secondo chi la conosceva aveva continuato a sostenerlo nonostante le preoccupazioni e i contrasti. Le indagini sono ancora in una fase preliminare e il movente non è stato chiarito.

A delineare il profilo di Tavoni sono soprattutto i racconti di chi frequentava la famiglia. Una situazione difficile, segnata dalla mancanza di un’occupazione stabile e dalle richieste di denaro che, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, avrebbero alimentato frequenti discussioni. Tavoni avrebbe lavorato per periodi brevi, anche al Comune e al Tribunale di Modena, per poi tornare a casa. La madre, racconta un’amica, era preoccupata perché lui non sembrava impegnarsi nella ricerca di un lavoro. Con lui

La collega e amica stretta di Vincenza aveva condiviso con lei oltre trent’anni di lavoro nel distretto biomedicale e ricorda una donna che aveva dedicato molto al figlio e che parlava spesso delle difficoltà familiari. “Vincenza lo ha sempre fatto contento, ma le discussioni erano tante”, racconta. E ancora: “Le discussioni in famiglia c’erano spesso e sempre e solo per lui, che chiedeva di continuo soldi, sigarette senza guadagnare nulla”. Vincenza e Pietro si erano sposati entrambi in seconde nozze. Lui aveva un figlio, Stefano; lei Daniele. La donna, ricorda l’amica, era una grande lavoratrice, mentre Casari, anche dopo la pensione, continuava a lavorare durante l’estate a Senigallia come manutentore di macchinari per le industrie conserviere. Una coppia descritta come affiatata, legata da un rapporto che sembrava solido nonostante le tensioni legate alla situazione del figlio.

Nel passato di Tavoni c’è anche un percorso nei servizi di salute mentale, intrapreso anni fa e poi interrotto. Secondo le informazioni emerse, era stato seguito dal centro nel 2018; gli elementi investigativi riportano inoltre un ultimo accesso nel 2019. Non risultava in cura al momento dei fatti. La sindaca di Mirandola, Letizia Budri, ha riferito che al Comune non erano mai arrivate segnalazioni che richiedessero approfondimenti. Un dato che, da solo, non permette di stabilire alcun legame tra quel percorso e il delitto.

La sera della scoperta, mentre gli investigatori entravano nell’abitazione dei coniugi, Tavoni si trovava all’esterno. È lì che la polizia lo ha visto, in uno stato descritto come confuso, senza che rispondesse alle domande. Nella casa adiacente, dove viveva, gli agenti hanno trovato coltelli con tracce di sangue, indicate dalla procura come “evidentissime e copiose”. Nell’altra abitazione, i corpi dei due anziani erano a terra, legati e decapitati; le teste erano state collocate in bacinelle.

A far scattare l’allarme era stata una vicina, insospettita dall’assenza della coppia. Anche l’amica aveva provato a contattare Vincenza dopo aver saputo la notizia: “Le ho mandato un vocale su whatsapp chiedendole, quando sentiva il messaggio, di richiamarmi. Ma il messaggio non è mai arrivato“.

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Un punto di vista diverso in Europa, quello di un popolo senza terra. Il racconto di Chiapello

17 Ottobre 2026 ore 11:44

“Costruiamo un futuro diverso”: questo è stato il titolo del 34° convegno internazionale dell’AIZO Rom e Sinti, associazione fondata e presieduta dalla sociologa Carla Osella che da 55 anni si occupa di quella che la stessa Commissione Europea riconosce essere la più numerosa minoranza etnica in Europa considerando che la popolazione romanì è stimata tra gli 11 e i 12 milioni di persone con un po’ più di 6 milioni nell’Unione Europea, cittadini per lo più residenti nell’area balcanica.

In Italia si parla di 150/180 mila Rom, Sinti, Camminanti, di questi nei campi, destinati a chiusura per indicazione dell’Ue secondo i numeri dell’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ne rimangono 12 mila, in forte calo dal 2015: si tratta di un popolo che nel complesso supererebbe numericamente altri popoli europei ma rimane il più colpito da pregiudizi che assumono la forma dell’antizingarismo.

All’importante convegno di Torino, del 2 ottobre, aperto con l’inno “Gelem Gelem” suonato dalla violinista, oltre che artista e operatrice sociale, Rebeca Devora Covaciu, centrali sono stati i problemi e le loro evoluzioni che Carla Osella dal 1971 affronta da quando andò a vivere con una famiglia di Sinti piemontesi ed iniziò un cammino, quello che durante l’intervista alla giornalista Maria Teresa Maetinengo è stato definito un sogno che diventa storia.

Nei saluti gli assessori del Comune Torinese, che ha patrocinato l’evento, Jacopo Rosatelli e Francesco Tresso, tra l’altro quest’ultimo obiettore AIZO in gioventù, hanno indicato parole utili sia per la popria esperienza personale che istituzionale, come “schierarsi” da parte dei vulnerabili, “diversità” da accogliere, “cittadinanza” i cui problemi diventano enormi, “ostacoli” da rimuovere a cui sono dedicati i servizi municipali contro marginalità ed emergenze.

Una delle grandi questioni l’ha toccata nel suo intervento la professoressa Marianna Filandri, sociologa, Università degli Studi di Torino, ossia il valore della casa: occorre focalizzare il fatto che la questione del “tetto” è legata al benessere generale e in realtà nessun Paese europeo l’ha risolta, emergendo i problemi legati al reddito e al sovraffolamento, cioè le case col calo demografico ci sarebbero ma ne è difficile l’accesso a quelle che siano adeguate e a prezzi sostenibili per cui diventa rilevante l’intervento pubblico per calmierare.

Tra le altre cose la professoressa ha sottolineato l’importanza della scelta politica, perché non è irrilevante l’approccio diverso secondo l’assessorato o il ministero sotto cui la casa viene messa, affari sociali o lavori pubblici, differenza che aiuta o meno a focalizzarsi su quelle disuguaglianze su cui l’AIZO ha lavorato, come affermato nella presentazione al convegno dal presidente della sezione trentina Gian Luca Magagni, anche per sostenere il successo personale di coloro a cui si è stati accanto come stile e metodo.

Il direttore UNAR Mattia Peradotto ha descritto il lavoro dell’ufficio nazionale tra progetti e piattafome rinnovati e nuovi, partendo dal collegamento con Agenda 2030 sulla sostenibilità, collegato alla riduzione della disuguaglianza, che non può prescindere dal dialogo con gli enti locali insito nella Strategia 2021/2030: ha sottolineato come l’antizingarismo sia un elemento molto trasversale con la percezione delle comunità dei Rom e Sinti così insufficiente da portare a dinamiche di esclusione nei diversi settori della vita comunitaria.

Lo sguardo deve essere complessivo non potendo essere utili dei microservizi, con gli enti che si occupano dei diversi aspetti, dal sanitario, allo scolastico, fino ai comuni che devono operare delle prese in carico che siano efficaci: su questo punto Osella ha parlato di necessario dialogo tra istituzioni e realtà come l’associazione nazionale che presiede che in anni passati fu anche protagonista nella redazione delle prime leggi regionali sui campi sosta per arrivare alle questioni di oggi come quella della apolidia, affrontata dal direttore che ha indicato l’impegno per superare tale tema con 2500 apolidi tracciati attraverso una iniziativa puntuale per avviare percorsi di inclusione che non possono prescindere dal lavoro e dal dialogo tra l’UNAR e le Regioni che hanno in capo le politiche lavorative.

Tutto ciò basta? No, il contrasto all’antizingarismo può farsi solo se si recupera l’elemento del racconto e del raccordo delle comunità romanì nel contesto europeo, dunque centrale è quel tema culturale che Peradotto indica e i convegni internazionali AIZO rappresentano.

Quest’anno la dimensione europea è stata garantita dalla presenza spagnola, svedese e tedesca, che, presentando le rispettive esperienze, ponendole all’attenzione di un salone gremito ed attento composto di esperti, esponenti di associazioni e istituzioni, giovani Rom e Sinti, ha permesso paragoni, approfondimenti e quella visione complessiva che proprio AIZO ha fin dalle origini, con la sua adesione al World Roma Organization e all’I.R.U. International Romani Union, e che è fondamentale come banco di prova per quel processo democratico innescato ad Helsinky da Aldo Moro per la stessa Unione Europea: sono state ascoltate dunque le esponenti dell’Associazione Fakali della Spagna, Paese dove la cultura gitana ha influenzato ad esempio la musica, associazione che è partita riguardando la salute delle donne, che oggi esprime la vice presidente della realtà consultiva creata dal governo.

L’esperienza in Svezia l’ha portata Marcela Kovacsova che ha creato un’associazione per informare e insegnare e rivendicare diritti in un Paese dove l’integrazione è significativa ma non mancano diseguaglianze che portano ad avere, come Rom, successo fino ad un certo punto, mentre Jasna Kosanovic, dalla Germania, ha parlato in particolare della sua attività di scrittrice che fa memoria del genocidio dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti.

La presentazione, in dialogo con la consigliera regionale piemontese Gianna Pentenero, di un progetto di villaggio di 10 casette ripetibile, che prende atto del desiderio di molte famiglie allargate di voler vivere insieme, da parte dell’architetto Dario Guazzo, creato con AIZO, ha permesso di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla mera emergenza e legandolo alla qualità della vita incrociando una sempre più necessaria solidarietà istituzionale orizzontale e verticale. In ultimo la lettura da parte di Naomi, giovane Rom di Torino, della lettera ai docenti “Guardatemi come tutti gli altri: la scuola che vorrei” con una esplicita richiesta di pari opportunità e la tavola rotonda “dalle esperienze alle prospettive: risultati conseguiti e sfide ancora aperte” che ha fatto confrontare dirigenti pubblici, esponenti associativi e mediatori culturali, non hanno chiuso il convegno ma idealmente rilanciato verso la dimensione quotidiana collaborazioni e azioni per il futuro.

L’onore di moderare questa intensa giornata mi porta ad una riflessione conclusiva: accanto alla conservazione dell’umanità grazie a Carla, che ha avuto, sostenuta dalla sua fede, come progetto di vita quello di “esserci” accanto al più escluso dei popoli per cui c’è da lottare ancora oggi per i diritti fondamentali come poter avere documenti in regola, si pone la sfida di far sventolare la bandiera romanì tra quelle europee soprattutto come simbolo non legato al solito pacifismo militante o all’esasperato e ottuso nazionalismo, che non è amor di Patria, bensì educante alla pace da parte di quelli che furono un tempo figli del vento, che non hanno mai fatto una guerra: come hanno cantato Tozzi e Raf  “i sogni sanno attraversare ogni confine…”.

Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

17 Ottobre 2026 ore 11:43

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

L’illusione dell’accesso. Ecco le nuove recinzioni digitali

17 Ottobre 2026 ore 11:29

Il 19 settembre scorso ho partecipato ad Assisi, nell’ambito del Cortile di Francesco, al convegno “Tecnologia e sviluppo. La persona al centro”, organizzato insieme a Polisophia del prof. Ruben Razzante, sotto la magistrale moderazione di Donatella Milani. Un titolo che pone una questione fondamentale: come garantire che il progresso tecnologico sia e rimanga uno strumento al servizio delle persone, anziché trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Nel mio intervento ho affrontato il tema dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo, partendo da un paradosso. Nell’età dell’intelligenza artificiale (IA), la più insidiosa delle barriere potrebbe non avere l’aspetto di un muro, ma quello di una porta spalancata.

Dalle terre comuni alla conoscenza

Se è vero, come è vero, che siamo figli del nostro passato, la storia meno recente ci dà una lezione per il nostro presente. Per secoli le recinzioni hanno delimitato risorse e stabilito chi potesse utilizzarle e appropriarsi del valore che producevano. Nell’Inghilterra delle enclosures, terre precedentemente destinate a usi comuni furono progressivamente sottratte all’accesso collettivo e assoggettate a diritti esclusivi. Un processo che trasformò l’economia agricola e i rapporti sociali.

Nel 2003 il giurista americano James Boyle, nel saggio The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, riprese questa vicenda per descrivere una nuova forma di appropriazione: quella della conoscenza. L’espansione dei diritti di proprietà intellettuale rischiava, secondo Boyle, di sottrarre al patrimonio comune idee, informazioni e risorse culturali che costituiscono il presupposto della produzione di nuova conoscenza.

La sua non era una contestazione della proprietà intellettuale in quanto tale. Brevetti e diritti d’autore possono incentivare investimenti e innovazione. Il problema nasce quando l’estensione dei diritti esclusivi riduce lo spazio comune dal quale l’innovazione trae alimento, ostacolando proprio la creatività che dovrebbe promuovere.

Estendendo questa riflessione all’intelligenza artificiale, le nuove recinzioni riguardano anche le infrastrutture e le capacità necessarie per produrre conoscenza, elaborarla e trasformarla in valore economico. Non occorre impedire l’accesso a una tecnologia per controllarne i benefici. Può bastare stabilire le condizioni alle quali gli altri possono utilizzarla.

La lezione delle materie prime

Chi si occupa di sviluppo conosce bene questo meccanismo. Un Paese può possedere grandi riserve minerarie e restare ai margini delle catene globali del valore. Il minerale è estratto localmente, ma la raffinazione, la produzione dei componenti, la ricerca e ii brevetti sono concentrati o sviluppati altrove. Possedere una risorsa non significa controllarne la trasformazione.

Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile. La catena del valore comprende dati, competenze, semiconduttori, centri dati, potenza di calcolo, modelli e applicazioni. La questione si concentra su chi governi i passaggi attraverso i quali queste risorse acquistano valore.

Esiste però una differenza. Una miniera è legata a un territorio sul quale uno Stato può esercitare poteri regolatori. I sistemi digitali attraversano le frontiere e possono essere gestiti da infrastrutture collocate altrove. Questo rende più difficile esercitare un controllo effettivo, soprattutto per i paesi con minore capacità negoziale.

L’IA conserva, però, anche una dimensione materiale, spesso trascurata. Richiede energia, acqua per il raffreddamento, minerali, reti e infrastrutture fisiche. Anche i paesi che non sviluppano modelli avanzati possono disporre di risorse strategiche. Resta da capire se essi sappiano e siano in grado di utilizzarle per ottenere investimenti, trasferimento di competenze e una partecipazione più significativa alla filiera dell’intero processo.

La porta aperta che può diventare recinzione

Siamo soliti misurare il divario digitale contando le persone connesse a Internet. È un indicatore ancora importante, ma insufficiente.

Un Paese può avere milioni di cittadini che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale e dipendere da modelli sviluppati all’estero, addestrati su dati scarsamente rappresentativi delle sue lingue e culture, ospitati su infrastrutture controllate da altri.

L’accesso esiste, ma non comporta necessariamente autonomia. Quando imprese, università e amministrazioni costruiscono le proprie attività intorno a piattaforme proprietarie, cambiare fornitore può diventare tecnicamente complesso ed economicamente oneroso. La recinzione non impedisce più di entrare: rende difficile uscire.

Questa dipendenza riguarda anche l’Europa. Il controllo congiunto di infrastrutture cloud, potenza di calcolo e modelli avanzati pone questioni di concorrenza che il semplice ampliamento dell’accesso non risolve.

In diversi Paesi in via di sviluppo, inoltre, migliaia di lavoratori contribuiscono all’addestramento dei sistemi attraverso l’etichettatura dei dati e la moderazione dei contenuti, talvolta in condizioni particolarmente difficili. Partecipano già all’economia dell’IA, ma spesso nelle posizioni poco remunerative. Essere parte della produzione non garantisce una distribuzione equa dei benefici.

Quattro capacità e una sovranità da costruire

Il Global Digital Compact, adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, individua quattro capacità da rafforzare, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: accedere all’intelligenza artificiale, svilupparla, utilizzarla e governarla.

La distinzione è essenziale. Si può utilizzare un modello senza poterlo adattare ai propri bisogni; accedere a una piattaforma senza incidere sulle condizioni del suo funzionamento; scrivere regole senza avere le competenze per farle rispettare. Ridurre il divario significa rendere possibili tutte e quattro queste capacità.

È qui che assume significato la sovranità digitale. Non richiede che ogni Stato costruisca un proprio sistema nazionale di IA o che si isoli dalle reti internazionali. Significa disporre di alternative, comprendere le tecnologie utilizzate, negoziare condizioni contrattuali paritetiche e partecipare alla definizione delle regole.

La sovranità non può, però, diventare un alibi per il controllo dei cittadini. Un governo che usa la tecnologia per limitare la libertà di espressione o rafforzare la sorveglianza può sostituire una dipendenza privata con un controllo pubblico. Governare l’IA deve servire a proteggere le persone, attraverso diritti fondamentali, istituzioni responsabili e controllo democratico.

Quali risorse devono rimanere comuni

Definire l’intelligenza artificiale un bene comune sarebbe una risposta troppo semplice. I modelli sono anche il risultato di investimenti, ricerca, lavoro e rischio imprenditoriale. È giusto ritenere che non tutto possa o debba essere liberamente disponibile.

La domanda suggerita dalla riflessione di Boyle è diversa: quali condizioni devono essere preservate affinché il controllo di alcune risorse non impedisca agli altri di innovare.

Penso ai diritti, che non possono dipendere dalla forza economica di uno Stato; alla conoscenza scientifica, agli standard aperti, all’interoperabilità e alle infrastrutture digitali pubbliche; alla formazione e alle capacità tecnologiche.

Fornire gratuitamente un modello a un’università africana non significa renderla autonoma. Occorrono ricercatori, dati rappresentativi delle realtà locali, energia affidabile e potenza di calcolo. Consorzi regionali e infrastrutture condivise possono offrire soluzioni concrete.

In questa direzione, si pone la proposta di un fondo globale per le capacità nell’IA, avanzata nel 2024 dall’organo consultivo di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite nel rapporto Governing AI for Humanity. Il Compact ne richiama le raccomandazioni e chiede di sviluppare opzioni di finanziamento volontario. È una proposta da sostenere, purché produca competenze e autonomia anziché nuove dipendenze (e metta a disposizione risorse sufficienti, considerazione non peregrina considerando l’ingente importo degli investimenti in essere e di quelli richiesti).

Partecipare, non soltanto accedere

La diffusione dell’intelligenza artificiale può dare l’impressione che le disuguaglianze si stiano riducendo, mentre il potere economico e decisionale continua a concentrarsi. Purtroppo, però,  anche sedere al tavolo delle regole serve a poco se mancano gli strumenti per incidere.

La sfida consiste nell’impedire che il controllo dei passaggi essenziali della filiera escluda intere società dalla possibilità di contribuire alla sua evoluzione.

Ad Assisi, mettere la persona al centro significava anche questo: ricordare che lo sviluppo si misura dalle scelte che siamo realmente liberi di compiere. Le nuove recinzioni digitali si superano quando l’accesso diventa capacità, la capacità diventa partecipazione e la sovranità torna a significare libertà di scelta.

 

 

“Ecco la prima auto voltante, può volare come un razzo”: l’annuncio choc di Elon Musk e la dimostrazione delle acrobazie in aria della Tesla Roadster – VIDEO

17 Ottobre 2026 ore 11:26

Pensavate che le auto volanti fossero solo fantascienza? E invece eccoci qua. Dopo nove anni di rinvii e promesse disattese, Elon Musk ha deciso di forzare il confine ingegneristico che separa il settore automobilistico da quello aerospaziale. Durante un evento organizzato nella notte italiana presso il centro di collaudo di SpaceX a McGregor, in Texas, il magnate ha svelato la seconda generazione della sportiva Tesla Roadster. “In sostanza, può volare come un razzo”, ha dichiarato il miliardario presentando la vettura come il frutto della collaborazione tra “la miglior Casa automobilistica e la miglior compagnia di razzi spaziali”.

Per supportare le affermazioni, Musk ha allestito un’esibizione dal vivo, eseguita dalla vettura in modalità autonoma per rigorose ragioni di sicurezza. Equipaggiata con dieci micro-razzi a gas freddo sviluppati con SpaceX, la Roadster è salita su una rampa curva, ha spiccato il volo, ha saltato cinque veicoli parcheggiati eseguendo una piroetta a mezz’aria, per poi atterrare in modo controllato.

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Crozza-Tajani e la paura nera per le primarie in Forza Italia: “Ho straparlato, mi dissocio da quello che ho detto”

17 Ottobre 2026 ore 11:25

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza veste i panni del vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, alle prese con le domande sulle primarie in Forza Italia: lui dice di non averle mai proposte, ma ha in mente una consultazione molto particolare, fatta di conte e filastrocche.

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Ex Ilva, cassa integrazione per 9 lavoratori su 10: la richiesta di Acciaierie d’Italia a governo e sindacati. Fiom: “Numeri raddoppiati, provocazione inaccettabile”

17 Ottobre 2026 ore 11:24

Acciaierie d’Italia (Adi) vuole aumentare il numero dei lavoratori ex Ilva in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) dagli attuali 4.450 fino a 8.622 (quasi il doppio) fino al 28 febbraio 2027, ma non si escludono le proroghe. Lo ha comunicato l’azienda in amministrazione straordinaria ai ministeri del Lavoro, delle Imprese e ai sindacati. E’ quanto si apprende dalle organizzazioni dei lavoratori. Questi ultimi sono impiegati in vari siti produttivi, dal nord al sud Italia: si prevedono fino a 6.964 lavoratori in cig a Taranto (su un totale di 7.875); 870 a Genova (su un totale di 917); 515 a Novi (su un totale di 542). Attualmente i dipendenti totali di Adi sono 9.626. La cassa integrazione straordinaria tocca quasi 9 lavoratori su 10: l’89,57%. Un piano “imposto”, secondo Adi, dall’ordine della magistratura sulla sospensione dell’area a caldo. Cgil e Uil sono d’accordo: una richiesta “inaccettabile”. Uil sottolinea la portata “drammatica e senza precedenti” della crisi industriale. Per il sindacato Cisl, la batosta non è un fulmine a ciel sereno: “Fondamentale ribadire che le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa”, ha dichiarato il segretario nazionale della Fim, Valerio D’Alò.

Loris Scarpa (Fiom): “A palazzo Chigi chiederemo conto delle scelte di Adi”.

“Inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi visti i prossimi incontri e le scadenze”, ha commentato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, bollando la richiesta di Adi come “una provocazione“. “Ieri in tarda serata abbiamo ricevuto la nuova istanza di cassa integrazione con numeri pressoché raddoppiati, lavoratrici e lavoratori coinvolti – prosegue il documento sindacale – I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un ex Ilva decarbonizzata. Questa cassa integrazione non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità”. La nota elenca le prossime tappe: “Il 20 ottobre abbiamo un incontro al Ministero del Lavoro per discutere le misure straordinarie per i lavoratori e chiedere modifiche al decreto del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre scorso e, per il 27 ottobre abbiamo ottenuto, grazie alla lotta dei lavoratori, un nuovo confronto a Palazzo Chigi“. All’appuntamento previsto presso la presidenza del Consiglio dei ministri, “chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte visto che è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione”, conclude Loris Scarpa.

Guglielmo Gambardella (Uil): “Richiesta vergognosa, situazione drammatica”

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore siderurgico, punta il dito sulla “drammaticità dei numeri” e “la portata della crisi dell’ex Ilva: quasi 9mila lavoratori sospesi contemporaneamente dal lavoro. Una situazione senza precedenti per dimensioni nella storia industriale del nostro Paese”. La nuova cassa integrazione “è inaccettabile e vergognosa“, mentre è “responsabilità del Governo accompagnare questo processo con strumenti concreti, risorse adeguate e garanzie per le persone”. Anche Gambardella ricorda l’incontro del 20 ottobre al ministero del Lavoro, dove “ribadiremo la necessità di introdurre strumenti straordinari che riconoscano la particolare gravosità e l’usura delle lavorazioni del ciclo siderurgico integrale, insieme a misure di prepensionamento e incentivi all’esodo volontario, accessibili a tutti i dipendenti dell’ex Ilva che ne abbiano i requisiti. La transizione industriale e ambientale non può essere realizzata scaricandone il costo sociale sui lavoratori”.

Le motivazioni di Adi: richiesta “imposta dall’ordine della magistratura”, “revocati approvvigionamenti”

Acciaierie d’Italia spiega la sua richiesta con “il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale“, nel comunicato inviato ai ministeri, sindacati e Regioni dove hanno sede gli stabilimenti. La sospensione dell’attività nell’area a caldo nell’impianto ex Ilva di Taranto, prosegue l’azienda, “risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della Società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio” di quell’area “impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”. Secondo Adi è l’ordine della magistratura ad obbligare l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. L’azienda in amministrazione straordinaria sottolinea di mantenere “in servizio 1004 unità al fine di garantire la guardiania degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva”. “La Società ha provveduto – tra le altre – alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, concludono i commissari.

In piazza a Taranto nel pomeriggio

Questo pomeriggio a Taranto si svolgerà la manifestazione promossa dalla rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’, che invoca la chiusura del polo siderurgico, la bonifica del Sito di interesse nazionale, la tutela della salute e la costruzione di alternative economiche e occupazionali. Il concentramento è previsto alle 16 in piazzale Democrate, con partenza del corteo alle 17 e arrivo in piazza Maria Immacolata.

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Conte: “Meloni mi evita come competitor. Le primarie del campo progressista? Anche entro Natale va bene”

17 Ottobre 2026 ore 11:24

“Le primarie? Per me anche entro Natale va bene. Ma prima il programma, che si può scrivere in 2/3 settimane”. Così Giuseppe Conte ieri sera durante un incontro pubblico al teatro Umberto di Nola. Il leader 5Stelle ha poi parlato anche a ‘Myrta Confidential’ su San Marino Rtv e a proposito della presenza di Renzi nella coalizione ha detto: “Il tostapane l’ho già comprato, anzi, a casa ne ho due con tutte le garanzie non ancora scadute. C’è un equivoco: non è Renzi che mi deve dare una garanzia, perché che può dire di sé? Le ho chieste al Partito Democratico, a Schlein, al Nazareno, che ritengono assolutamente determinante che ci sia anche Renzi in questo progetto”. E sulla chat con WhatsApp con gli altri leader progressisti, Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: “È una ‘chat costituzionale’. E anche per questo ho proposto ‘Alleanza per la Costituzione’ come nome per la coalizione. ‘Campo largo’ come nome non mi ha mai sfiorato, è una cosa molto giornalistica”.

Poi una risposta alla premier Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi a proposito di legge elettorale ha sostenuto – cosa però inesatta – che il leader 5 Stelle con il nuovo sistema di voto nel 2018 non sarebbe potuto approdare a Palazzo Chigi: “Credo che mi voglia evitare come competitor, il suo è un attacco un po’ scomposto”.

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Donna investita e uccisa nel Varesotto, ipotesi femminicidio per la 69enne coinvolta in un frontale. L’altro conducente era l’ex compagno

17 Ottobre 2026 ore 11:20

Quello che era stato etichettato come un incidente stradale, causato da un malore, potrebbe essere in realtà un femminicidio. L’impatto frontale che ha provocato la morte di una donna di 69 anni sulla tangenziale di Cassano Magnago, in provincia di Varese, è avvenuto intorno alle 9.30 di venerrdì. Alla guida dell’altra macchina c’era un 73enne, ex compagno della vittima. Secondo la ricostruzione fatte dalla Polizia, l’incidente non sarebbe frutto di fatalità. Il conducente dell’altra auto, che è stato trasportato in codice giallo con l’elisoccorso al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo di Varese, è ora indagato.

Secondo quanto riportato dalla Prealpina, è al vaglio l’ipotesi del femminicidio; i familiari della vittima hanno chiesto verifiche più approfondite sul caso e hanno riferito che l’ex compagno la perseguitava da tempo. Il 73enne, che ha riportato delle lesioni agli arti ma è cosciente, non ha fornito la sua versione dei fatti finora. I telefoni della vittima e dell’uomo sono stati sequestrati dagli inquirenti e proseguono le indagini per quello che, al momento, è stato catalogato dalla polizia come omicidio stradale.

La Procura di Busto Arsizio, coordinata dal pm Massimo De Filippo, già da ieri sera aveva chiesto alcuni approfondimenti agli agenti, sollecitata dei familiari della vittima. Per la posizione in cui sono stati trovati i due veicoli, sarebbe improbabile l’ipotesi del malore. L’auto della 69enne, infatti, non ha invaso la corsia opposta e non avrebbe avuto il tempo di evitare il mezzo che veniva dal lato opposto della strada.

La donna è morta sul colpo e i vigili del fuoco hanno lavorato a lungo con due squadre per estrarre il corpo della vittima, intrappolato fra le lamiere. Le indagini proseguono per chiarire ogni aspetto della dinamica, anche grazie alle informazioni testimoniali raccolte sul luogo dell’incidente per comprendere le traiettorie dei veicoli. Verranno effettuate anche l’autopsia sul corpo della vittima e gli esami tecnici sui veicoli.

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Napoli, applausi alla prima di “Je so’ pazzo”. Caiazzo: “Entro con umanità nella storia di Pino”

Folla ed entusiasmo al Metropolitan per la proiezione del film su Daniele: con il protagonista, il regista Prosatore (“Dalla città mi aspetto commozione ed emozione”) e gli altri interpreti: Ludeno, Pollio e Della Vecchia

“I soldi sono di un amico, gli servono per acquistare opere d’arte”: la Finanza ferma una Rolls Royce e scopre 100mila euro nascosti all’interno dell’abitacolo

17 Ottobre 2026 ore 10:51

Una lussuosa Rolls Royce con targa romena appena entrata nel territorio italiano, un vano ricavato all’interno dell’abitacolo e decine di mazzette da 50 e 100 euro stipate in contanti e sottratte a ogni dichiarazione doganale. È la scena che si sono trovati di fronte i finanzieri della Tenenza di Palmanova, in Friuli Venezia Giulia, durante un’ispezione transfrontaliera conclusasi con la scoperta di un tesoretto superiore ai 100mila euro e con il maxi-sequestro di buona parte del capitale.

A bordo della vettura viaggiavano due cittadini romeni, provenienti dal loro Paese d’origine. Durante i controlli di routine, le Fiamme Gialle hanno individuato il denaro occultato nel veicolo. Alla richiesta di chiarimenti sull’origine e sulla destinazione di un simile importo, i due passeggeri non hanno esibito alcuna documentazione contabile, fornendo invece una spiegazione agli agenti: “I contanti appartengono a un amico nostro connazionale e sono destinati all’acquisto di opere d’arte”. Una giustificazione non supportata dalla necessaria documentazione prevista dalla normativa valutaria, che ha fatto scattare immediatamente i provvedimenti di legge.

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Damiano Michieletto: “Al San Carlo in scena la mia Cenerentola, donna in cerca della libertà”

Il regista: “Ho scelto un allestimento ambientato ai nostri giorni. Siamo condizionati da Disney, la scarpetta nel libretto originale era un dettaglio. E al posto della carrozza ci sarà un’auto”

Violenta un tredicenne nel bar dei genitori, arrestato 40enne a Padova

17 Ottobre 2026 ore 10:15

Un 40enne è stato arrestato giovedì sera a Padova per violenza sessuale aggravata ai danni di un 13enne. Un cliente del bar aveva notato il ragazzino parlare con l’uomo, pakistano, nella sala e, dopo aver perso di vista il minore, ha segnalato la situazione alle forze dell’ordine. I genitori, di origine cinese, stavano lavorando dietro al bancone del bar, quando hanno deciso insieme di andare a controllare in bagno. La porta era chiusa dall’interno e, una volta sfondata, i genitori hanno scoperto l’abuso sul figlio.

I poliziotti della Squadra Mobile e delle Volanti della Questura di Padova hanno ricostruito quanto accaduto, anche attraverso la visione delle immagini del sistema di videosorveglianza all’interno del locale. Sul posto è intervenuto anche il personale del 118 per il 13enne che era in evidente stato di shock. Sul pavimento del bagno è stata trovata anche della cocaina per la quale sono in corso ulteriori accertamenti. Dalle ricostruzioni è emerso che pakistano avrebbe trattenuto in bagno la vittima, chiudendo a chiave la porta, costringendola ad atti sessuali e per questo è stato arrestato.

Il 40enne, regolare in Italia e residente in Emilia-Romagna, ha vari precedenti anche per atti contrari alla pubblica decenza, per minacce e per essersi rifiutato di fornire le proprie generalità. Su disposizione della procura, l’uomo è stato portato nella Casa Circondariale “Due Palazzi” di Padova. Il Questore di Padova, Marco Odorisio, ha attivato l’Ufficio Immigrazione per l’avvio della procedura di revoca del permesso di soggiorno.

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Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Così si incoraggia Putin a continuare gli attacchi”

17 Ottobre 2026 ore 09:29

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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Quando il Messico incontra la Sicilia

17 Ottobre 2026 ore 10:00

Domenica 27 settembre, nella Piazza del Villaggio di Locogrande, a Misiliscemi, c’è stato un evento che è stato un toccasana al cuore e alla testa. Un’iniziativa pubblica promossa da una rete di realtà del territorio ha trasformato una piccola piazza di provincia nel punto d’incontro tra la nostra terra e le lotte di tutto il mondo.

La mattinata si è aperta nel modo più semplice e vivo possibile: un laboratorio artistico e creativo collettivo, aperto a tutti e tutte. Già dalle dieci del mattino la piazza si è popolata di colori, pennarelli e grandi cartelli da riempire insieme. È stato uno spazio informale e leggero, ma allo stesso tempo profondamente radicato nei nostri problemi reali. Tra una scritta e una risata, lavoratori, residenti, attivisti e curiosi si sono ritrovati fianco a fianco. E parlando dei cartelli che stavamo preparando sull’acqua, sul diritto alla vita, contro la base militare e gli F-35 a Trapani-Birgi, sono nate riflessioni spontanee, genuine, fatte di sguardi e condivisione. In quel fare manuale e spensierato c’era già l’alternativa: riprendersi i propri spazi pubblici partendo dalla cura e dallo stare insieme senza deleghe.
Da quel clima di laboratorio, la mattinata è sfociata con naturalezza nel momento assembleare, iniziato verso l’una. Ed è lì che il respiro della giornata si è allargato in modo straordinario, ascoltando direttamente i rappresentanti della delegazione internazionale arrivata dal Messico. A prendere la parola per prima è stata la rappresentante del Centro per i Diritti Umani Frayba, portando con sé il peso e la lucidità di chi opera quotidianamente nel Chiapas, a fianco delle comunità oppresse. Ascoltarla è stato un pugno nello stomaco e insieme una spinta immensa: ci ha raccontato la violenza feroce e sistematica subita da chi difende i diritti umani, la terra e la vita contro i grandi interessi delle multinazionali e dei governi, ricordandoci cosa significhi fare i conti con i vicini di casa desaparecidos e con una militarizzazione che calpesta ogni forma di dignità umana.
Subito dopo, l’intervento dei delegati del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) ha allargato ulteriormente lo sguardo, portando la voce viva dei popoli originari che resistono contro l’espropriazione dei territori e la devastazione ambientale. Hanno raccontato di come le comunità continuino a organizzarsi dal basso proponendo invece che imponendo, raccogliendo la forza radicale dello zapatismo per praticare l’autogoverno e difendere la propria terra rifiutando la logica cinica del profitto. Certo, chi vive lì affronta dinamiche e tragedie di una gravità per noi quasi inimmaginabile, eppure ascoltandoli parlare in quella piazza di Misiliscemi, la sensazione più nitida è stata un’altra, cioè che tutto il mondo è intrinsecamente legato.
Perché mentre ascoltavi le loro storie, capivi perfettamente che la mano che devasta i territori e calpesta i diritti laggiù è la stessa identica mano che in provincia di Trapani impone le basi militari, investe i nostri risparmi nel campo di addestramento per i piloti degli F-35 e condanna la nostra terra alla sete, all’abbandono e all’emigrazione giovanile. Il sistema economico, statale e militare che ci governa è totalizzante e globale, non fa sconti a nessuno e sfrutta le periferie del mondo per i propri profitti.
Ma la lezione più grande di quell’assemblea non è stata la constatazione amara di quanto questo sistema sia cinico: la vera forza è stata scoprire che la resistenza è altrettanto globale. In quella piazza si è toccato con mano cosa significhi l’internazionalismo: non una parola vuota da convegno, ma sguardi, parole condivise, mani che si stringono e la consapevolezza che i nostri problemi non sono affatto isolati. La nostra piccola vertenza locale contro la base di Birgi prende forza e respiro quando si collega alle lotte di chi, in ogni angolo del pianeta, rifiuta di essere merce o scarto.
La convergenza tra i popoli ci ha ricordato che la vera sicurezza non si costruisce con gli aerei d’attacco o con i confini armati, ma curando la terra, difendendo l’acqua e stringendo legami autentici di solidarietà. La strada per cambiare le cose è lunga, irta e difficile, come sappiamo bene qui in Sicilia, ma l’incontro a Locogrande ci ha lasciato una certezza luminosa: non siamo soli. E sapere di camminare insieme a chi, da lontano, lotta con la stessa nostra dignità, ti dà una spinta formidabile per continuare a fare la tua parte, qui, nel nostro piccolo pezzo di mondo.
Luca Lo Buglio

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Ucraina, la Russia annuncia raid «massicci» sulla rete elettrica: 8 morti e 1 milione di case al buio

17 Ottobre 2026 ore 10:00

KIEV — Un uomo di 64 anni è morto sabato mattina nei raid russi su Kherson e Zaporizhzhia, due città del sud dell’Ucraina; i feriti sono almeno 17, tra cui una bambina di 11 anni, secondo le autorità ucraine. È la coda della giornata più pesante delle ultime settimane: venerdì droni e missili hanno colpito nove regioni, con almeno 8 morti, 60 feriti e oltre un milione di utenze senza corrente. Da Kiev la domanda è una sola: che cosa resta del «cessate il fuoco energetico» annunciato da Donald Trump sei giorni fa?

La risposta di Mosca è arrivata nel pomeriggio di venerdì. «Le Forze armate russe hanno iniziato a condurre attacchi massicci contro gli obiettivi energetici dell’Ucraina. È stato definito l’elenco di questi obiettivi e il necessario quantitativo di armamenti per colpirli», ha detto al presidente Vladimir Putin il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, in un briefing a un posto di comando riferito dall’agenzia russa Interfax. Nel mirino, ha aggiunto, anche «ponti di importanza strategica», nodi ferroviari e data center «usati per i bisogni delle Forze armate ucraine». Il cessate il fuoco annunciato da Trump l’11 ottobre non è mai stato confermato dal Cremlino: «Non lo sapevamo, l’abbiamo appreso dai media», aveva detto Volodymyr Zelensky il giorno dopo a Varsavia.

A Kharkiv, la seconda città del Paese, nell’est, sono morti una donna di 71 anni e un uomo di 58. Nella regione di Volyn, al confine con la Polonia, un drone ha centrato uno stabilimento alimentare, un morto e 8 feriti; a Kovel, sulla statale che porta da Kiev alla frontiera polacca, una decina di camion è andata in fiamme davanti a un terminal doganale. Colpiti centri commerciali a Rivne e a Sumy. Il ministero dell’Energia dice di aver riallacciato oltre un milione di persone; circa 300.000 restano al buio.

La seconda domanda riguarda Washington. Venerdì Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende le sanzioni e i dazi sull’energia russa previsti dalla legge intitolata al senatore Lindsey Graham, morto a luglio: dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di greggio e gas russi e misure sulla «flotta ombra» delle petroliere. La legge l’aveva firmata lui stesso a settembre. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione che il rilascio di tale deroga è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», ha scritto; il testo non spiega perché. Sullo sfondo ci sono l’intesa con Putin per immettere sul mercato 1,8 milioni di tonnellate di diesel russo, la crisi dei carburanti legata alla guerra in Iran e le elezioni di metà mandato del mese prossimo.

Il capo del fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, ha parlato su X di «un momento importante e davvero storico»; la senatrice democratica Elizabeth Warren di «fallimento assoluto e prevedibile della leadership». Nello stesso giorno Mosca ha messo nero su bianco la campagna contro la rete elettrica ucraina e Washington ha sospeso le sanzioni sull’energia russa.

Il conto presentato a Bruxelles

Zelensky era a Bruxelles, al Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro il prossimo anno. E abbiamo bisogno di almeno 70 miliardi in più da voi, per la difesa, per le armi, per la nostra resilienza», ha detto ai leader dei Ventisette, chiedendo altri sistemi antiaerei Patriot. Il presidente del Consiglio europeo António Costa: «Non è il momento di ritirare il sostegno all’Ucraina. Non è il momento di alleggerire le sanzioni alla Russia». Per Ursula von der Leyen la richiesta «deve essere coperta»; il cancelliere tedesco Friedrich Merz rinvia la discussione a fine anno.

La terza domanda è sui satelliti. Nei giorni scorsi il sistema Starlink di SpaceX, da cui dipendono i droni e l’allerta precoce ucraini, ha subito disturbi: Elon Musk nega ogni responsabilità dell’azienda e un funzionario americano esclude un intervento di Trump. Il presidente ha però definito «una vergogna» la ripresa dei raid ucraini sulle raffinerie russe, annunciata da Zelensky al Financial Times insieme all’accusa a Washington di aver ridotto la condivisione di intelligence. Su Newsmax ha aggiunto di non essere «un grande fan» del presidente ucraino e che gli alleati potranno comprare i Patriot quando le scorte americane saranno «ben rifornite».

A Bruxelles un giornalista gli ha chiesto se non sia diventato il capro espiatorio dei guai interni di Trump. Zelensky ha taciuto a lungo, poi: «Questa è la mia risposta». E ancora: «Difendo esclusivamente gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino». Secondo l’Onu, da gennaio a settembre i civili uccisi sono stati 2.570 e i feriti 15.211, quasi il 60% in più dello stesso periodo del 2025. Putin ha detto a Gerasimov che gli attacchi «massicci e di gruppo» devono continuare; a Lutsk, capoluogo di Volyn, il sindaco ha avvertito che la corrente mancherà per almeno 24 ore.

Domenica con l’emozione del derby: è sfida fra Savino Del Bene e Bisonte Firenze

17 Ottobre 2026 ore 09:50

SCANDICCI – Archiviata la prima vittoria in campionato con il netto 3-1 conquistato sul campo di Macerata nell’anticipo della quarta giornata, la Savino Del Bene Volley è pronta a tuffarsi nell’atmosfera unica del derby fiorentino.

Domenica (18 ottobre) alle 17 le ragazze di coach Marco Gaspari ospiteranno infatti Il Bisonte Firenze sul parquet del Pala BigMat per una sfida che si preannuncia infuocata. La formazione avversaria si presenta al match rinvigorita dalla prima affermazione stagionale, arrivata l’11 ottobre contro l’Omag Consolini Volley dopo il ko all’esordio contro Milano. Per le scandiccesi la contesa rappresenta un banco di prova di capitale importanza, costituendo anche l’ultima sfida prima della prestigiosa finale di Supercoppa italiana del 24 ottobre contro la Prosecco DOC A. Carraro Imoco Conegliano.

Non mancheranno i motivi d’interesse, compresi quelli legati alle grandi ex del confronto: se tra le fila de Il Bisonte non figurano giocatrici con un passato a Scandicci, sulla sponda della Savino Del Bene ci sono ben due atlete dal passato importante in maglia fiorentina. Si tratta della centrale classe 2002 Emma Graziani, che ha vestito per tre stagioni la casacca de Il Bisonte tra il 2021 e il 2024, e della pari ruolo Sara Alberti, colonna e capitana delle cittadine per ben quattro annate dal 2017 al 2021. La storia dei precedenti sorride nettamente alle padrone di casa: nei trentadue incroci complessivi fin qui disputati, la Savino Del Bene si è imposta in venticinque occasioni contro i sette successi fiorentini, con l’ultimo scontro diretto risalente al 26 dicembre 2025 terminato con un secco 3-0 in favore delle scandiccesi.

Presentando la sfida, coach Marco Gaspari ha sottolineato il valore e le insidie di un avversario profondo e rinnovato, capace di inserire atlete di caratura internazionale come Baird, Cugno e la polacca Damaske, reduci da importanti esperienze tra club e nazionali, oltre agli innesti di qualità di Milosic, Caruso e Boldini. Il tecnico ha evidenziato come, dopo i progressi mostrati nel sistema di muro-difesa, la chiave del derby risiederà soprattutto nella capacità di essere incisivi al servizio. Servirà una prestazione di grande convinzione e maturità per gestire i momenti di sofferenza, mantenendo l’equilibrio e cercando un ulteriore passo in avanti nel percorso di crescita di squadra.

Dall’altra parte della rete Il Bisonte Firenze si ripresenta con una guida tecnica nuova di zecca affidata a coach Alessandro Orefice, al debutto da capo allenatore in serie A1. Dopo un’annata chiusa al nono posto a un solo punto dai playoff scudetto e la successiva partecipazione ai playoff di Challenge Cup, il club fiorentino ha confermato pezzi pregiati come la centrale Acciarri, giunta alla sua quinta stagione in maglia bisontina, oltre alla schiacciatrice Tanase, alla regista Agrifoglio e al libero Valoppi, attualmente ai box per infortunio e rilevata da Negretti. Tra i volti nuovi spiccano la palleggiatrice Boldini, l’opposta argentina Cugno, le schiacciatrici Damaske e Zojzi, le centrali Milosic e Piacentini e il giovane libero Fanfani.

Il grande derby del volley fiorentino sarà trasmesso in diretta streaming per tutti gli appassionati sui canali di Dazn e su YouTube.

REDAZIONE

Francia, la protesta contro il carovita nata su TikTok scende in piazza: 40 fermi a Parigi

17 Ottobre 2026 ore 11:43

Aggiornato alle 11:43

PARIGI — Quaranta fermi nella capitale prima delle dieci, lacrimogeni a Marsiglia e a Lione, un corteo da place de la République alle 14 che la prefettura ha costretto a ridisegnare all’ultimo. La giornata contro il carovita, nata su TikTok e senza una regia, è cominciata così. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez la affronta avendo rimesso in mano agli agenti le granate assordanti: le stesse per cui la sua polizia è sotto inchiesta, dopo che a un quattordicenne una di quelle granate ha portato via una mano.

Lo ha detto lui stesso martedì ai senatori: 36 inchieste dell’ispettorato generale della polizia nazionale, l’organo che indaga sugli agenti, per violenze dall’inizio del movimento studentesco, quattro delle quali per «ferite mutilanti». Venerdì, in un’intervista, ha aggiunto che le granate saranno consentite oggi in caso di «gravi violenze urbane», perché quelle armi «non sono mai usate quando le cose vanno bene». In campo oltre 10.000 fra poliziotti e gendarmi, almeno 5.000 a Parigi.

I 40 fermati parigini delle 9:30 avevano, secondo la prefettura, «materiale di protezione vietato o armi»; nei sequestri un coltello e un bracciale falso della polizia. Un gruppo di incappucciati ha bloccato il parcheggio della sede di CNews, il canale all news di orientamento conservatore che ospita anche la radio Europe 1, lanciando oggetti e rompendo vetri. Il prefetto Patrice Faure ha vietato il percorso che gli studenti volevano fare fino a place de la Concorde e ogni raduno intorno alle sedi del governo e alle stazioni.

A Marsiglia il boulevard du Prado, l’asse che porta alle spiagge, è stato barricato con cassonetti e scooter prima che i reparti antisommossa lo sgomberassero con i lacrimogeni, racconta France 24; a Lione e a Rennes i primi cortei sono partiti a metà mattina. Alla vigilia il ministero dell’Interno stimava 150.000 partecipanti nel Paese e 40.000 a Parigi. Le «azioni» censite sono circa 500, i cortei più di 90, mentre la mappa dei gilet gialli segna 1.757 punti fra rotatorie, caselli, distributori e ponti. Alcune azioni annunciate, come al casello del ponte dell’Île de Ré, non si sono viste. Oggi cominciano anche le vacanze di Ognissanti.

Le inchieste sugli agenti

Il conto delle ferite lo ha fatto Reuters, su interviste e atti giudiziari: 28 persone colpite dall’uso della forza, 15 casi all’esame dell’ispettorato, fra proiettili di gomma, granate, lacrimogeni e manganelli. Un quindicenne ha perso un occhio per un proiettile di gomma. Un agente di Belfort è indagato per tentato omicidio. In un altro caso, ricostruito dal procuratore, un poliziotto ha colpito un ragazzo con il manganello, il ragazzo ha risposto a calci e un collega gli ha sparato in faccia un candelotto lacrimogeno con un lanciatore.

Il ministero difende gli agenti: hanno dovuto fronteggiare gruppi violenti che si infilano nelle proteste. Dal 18 settembre conta «quasi 900» fra poliziotti e gendarmi feriti; dall’altra parte oltre 200 liceali e 147 membri del personale scolastico. Le ong e gli avvocati delle vittime contestano l’uso di armi antisommossa contro minorenni e chiedono che se ne verifichino necessità e proporzionalità. I fermi dall’inizio delle proteste sono 6.877, in grandissima maggioranza minorenni.

Il movimento è nato a Créteil, nella banlieue sudest di Parigi, per la carenza di personale nei licei; la risposta della polizia lo ha gonfiato. Martedì, nell’«atto V», gli studenti hanno rivendicato 480.000 partecipanti e il ministero ne ha contati 161.500; davanti a un liceo di Saint-Denis si è presentata Greta Thunberg. La data di oggi viene invece da un video su TikTok di un giovane esasperato dai prezzi alla pompa, sostenuto poi dal segretario comunista Fabien Roussel e dalla leader dei Verdi Marine Tondelier.

Jérôme Rodrigues, volto storico dei gilet gialli del 2018, che perse un occhio in una manifestazione del 2019, ne prende le distanze e insieme la sposa: «Nessun gilet giallo è stato all’origine del 17 ottobre. È quasi diventato un marchio», e poi, su Facebook: «Gilet gialli, studenti, lavoratori, pensionati: le nostre lotte possono incontrarsi». Un altro ex, Myrtil Devillers: «Ero un gilet giallo quando la benzina costava 1,40 euro al litro, immaginate come mi sento ora che costa 2,20».

Il premier Sébastien Lecornu, che ha attivato una cellula di crisi, ha detto che le proteste dei licei sono scivolate nella «violenza urbana»; il presidente Emmanuel Macron ha chiesto calma. Il governo accusa La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon di soffiare sul fuoco, il partito nega. Bally Bagayoko, 53 anni, sindaco di Saint-Denis e presenza fissa ai cortei, applaudito per aver difeso gli studenti dalla polizia e criticato per frasi che per i suoi avversari legittimerebbero la violenza, stamattina ha parlato a Franceinfo degli obiettivi del movimento.

Per l’Eliseo, a sei mesi dalle presidenziali, la partita è impedire che la rabbia dei licei si saldi con quella delle rotatorie. Il corteo parigino parte alle 14; il bilancio della giornata arriverà in serata.

Ladies Libertas Livorno, esordio in casa in A1 femminile per cercare i primi due punti

17 Ottobre 2026 ore 09:35

LIVORNO – Grande attesa ed emozione in casa Ladies Libertas Livorno per il debutto casalingo nel campionato di serie A1 Credem Banca. Domani (18 ottobre), alle 18, le amaranto scenderanno in campo al PalaModigliani per affrontare la Brixia Brescia, nella prima partita stagionale davanti al proprio pubblico (atteso in massa) dopo le due trasferte a Campobasso e Roseto.

La squadra di coach Luca Andreoli è ancora ferma a quota zero in classifica, dopo due sconfitte che hanno lasciato qualche rammarico per come sono maturate. In entrambe le occasioni, infatti, le Ladies sono rimaste in partita fino alla fine, senza però riuscire a raccogliere punti. Adesso l’obiettivo è trasformare quanto di buono mostrato nelle prime uscite in una vittoria, sfruttando anche la spinta del pubblico amaranto.

Di fronte ci sarà una Brixia Brescia che, come Livorno, non ha ancora conosciuto il successo. La formazione lombarda, guidata in campo dall’esperta D’Alie, si è inoltre rinforzata nelle ultime ore con l’arrivo della guardia americana Madeline Burke. Un inserimento che impone alle amaranto un focus ultriore, soprattutto alla luce di quanto accaduto nell’ultima trasferta a Roseto, dove il nuovo innesto, Landrum, avversario ha creato diversi problemi alla difesa livornese.

Tra le note più positive delle prime due giornate in casa Lll, c’è sicuramente Jodie Cornelie. Nell’ultima uscita la francese ha fatto registrare la sua miglior prestazione realizzativa in Italia, con 20 punti, accompagnati da 14 rimbalzi e una valutazione di 31. Numeri che la rendono una delle giocatrici più attese anche nella sfida di domenica.

Attenzione anche ad Amandine Toi, altra francese in forza alla Brixia, che ha segnato 16 punti in entrambe le gare disputate, tirando con il 37% da tre punti su un numero considerevole di tentativi. La formazione bresciana ha mostrato nelle prime uscite di essere ancora alla ricerca dei giusti equilibri, ma il recente innesto di Burke aggiunge una freccia importante all’arco lombardo..

“Finalmente giochiamo in casa, dopo aver girato l’Italia in lungo e in largo nelle prime due partite – dice coach Andreoli – Siamo stati competitivi, ma non è bastato, e questo lo abbiamo ben chiaro. Ci aspetta una sfida contro un’altra squadra che ha raccolto due sconfitte, diverse dalle nostre, ma che ha inserito una nuova americana. Dovremo quindi farci trovare più pronti rispetto a Roseto, dove una situazione simile ci ha fatto male. Sappiamo dove dobbiamo migliorare: dobbiamo essere solide per 40 minuti, senza vivere di alti e bassi, e avere idee precise su dove mettere la palla, senza sbagliare la gestione degli ultimi possessi. Vogliamo mettere tanta energia in campo e c’è stata grande attenzione nel preparare questa partita. Questo è l’unico obiettivo che dobbiamo avere e sul quale abbiamo lavorato durante la settimana”

La partita tra Ladies Libertas Livorno e Brixia Brescia sarà trasmessa in diretta sulla piattaforma Flima.tv. 

La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino

17 Ottobre 2026 ore 08:47

Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.

Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.

Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.

A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).

Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.

La descritta visione cedette nel tempo.

La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.

Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.

Siamo così a oggi.

È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.

L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.

Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.

Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?

È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?

Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

17 Ottobre 2026 ore 08:13

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

Trump sospende le sanzioni alla Russia a due giorni dal via, Mosca esulta: “Momento storico”. Dazi bloccati per abbassare il prezzo del diesel negli Usa poche settimane prima delle elezioni di metà mandato

17 Ottobre 2026 ore 09:29

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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Il Kenya conferma il terzo caso di Ebola, tutti nella stessa famiglia: 127 contatti in quarantena a Nairobi

17 Ottobre 2026 ore 08:57

NAIROBI — «È stata diagnosticata precocemente e riceve cure di supporto che migliorano le sue possibilità di guarigione». Con queste parole il ministero della Salute del Kenya ha confermato ieri, venerdì 16 ottobre, il terzo caso di Ebola nel Paese: una donna di 65 anni, parente stretta dei primi due pazienti, in quarantena dal 6 ottobre e ora trasferita nell’unità per le malattie infettive di Nairobi.

Il dato che il governo mette in testa al comunicato è un altro: tutti e tre i casi appartengono alla stessa famiglia e tutti erano già isolati quando si sono ammalati. Non c’è alcuna evidenza di trasmissione comunitaria, riferisce Associated Press. La donna ha sviluppato febbre, mal di gola e malessere; è stata isolata, le è stato prelevato un campione e il test ha dato esito positivo. Il virus è del ceppo Bundibugyo, lo stesso dell’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Il primo paziente, un uomo di 40 anni, è morto il 5 ottobre, due giorni dopo essere atterrato a Nairobi dal Congo. Il secondo, un uomo di 39 anni della stessa famiglia, è in condizioni stabili. Il terzo caso arriva dieci giorni dopo il primo decesso.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso i numeri del tracciamento: al 16 ottobre 127 dei 130 contatti censiti dal ministero erano in quarantena, con controllo quotidiano di temperatura e sintomi per 21 giorni. «I due nuovi casi sono stati individuati precocemente perché erano già in quarantena ed erano controllati ogni giorno», ha detto la rappresentante dell’Oms in Kenya, Neema Rusibamayila Kimambo. «Essere in quarantena significa che la famiglia e il pubblico sono meglio protetti dall’esposizione al virus».

La rassicurazione pesa meno di quanto sembri, perché per il Bundibugyo non esistono né un vaccino autorizzato né una terapia specifica: le sperimentazioni sono ancora in corso nel Congo. Lì l’epidemia, la diciassettesima nella storia del Paese, è stata dichiarata il 15 maggio e ha superato i 9.000 casi e i 4.000 morti, secondo Reuters. È la seconda più grande mai registrata. L’Oms la definisce «lontana dall’essere finita» e in rotta per superare quella dell’Africa occidentale del 2014-2016, che fece oltre 11.000 vittime.

Il viaggio da Kampala

Il percorso del primo paziente lo aveva ricostruito il ministro della Salute, Aden Duale, in conferenza stampa il 6 ottobre. L’uomo, cittadino keniano, viveva in Congo da sette anni ed era malato da circa un mese. Aveva viaggiato via strada fino a Kampala, capitale dell’Uganda, e da lì aveva preso un aereo per Nairobi sabato 3 ottobre. Il presidente William Ruto ha ordinato una risposta rafforzata: in quarantena sono finiti i familiari e 21 operatori sanitari, mentre sono stati rintracciati 23 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio dello stesso volo.

Ai valichi di frontiera con l’Uganda, a Busia e a Malaba, gli operatori sanitari misurano la temperatura ai viaggiatori e disinfettano le mani a chi entra. Il governo ha però deciso che il Paese resta aperto: nessuna restrizione a viaggi, commerci o assembramenti, in linea con l’Oms, che sconsiglia limitazioni verso Kenya, Congo e Uganda. L’Uganda ha registrato 20 casi e 2 morti quest’anno ed è stata dichiarata libera dal virus ad agosto.

Il ministero avverte che altri casi tra i contatti in quarantena restano possibili fino alla fine del monitoraggio. Barbara Muttimos, medico di Medici Senza Frontiere, ha detto ad Associated Press che le probabilità di sopravvivere crescono se il virus viene individuato presto, e che per questo le persone devono essere «oneste sulle proprie esposizioni», dichiarando viaggi e sintomi.

Percorso comune per tutelare il servizio ferroviario: patto fra Toscana e Umbria

17 Ottobre 2026 ore 08:13

FIRENZE – Un percorso comune per tutelare il servizio ferroviario e migliorare i collegamenti a disposizione dei pendolari, con particolare attenzione ai territori attraversati dalla linea Firenze-Roma. È questo l’obiettivo condiviso a Castiglione del Lago, in un incontro al quale hanno partecipato gli assessori ai trasporti della Regione Toscana, Filippo Boni, e della Regione Umbria, Francesco De Rebotti, insieme a parlamentari e amministratori delle due regioni.

L’incontro si inserisce nel percorso avviato lo scorso marzo con il Patto di Chiusi, nato dalla volontà di rafforzare la collaborazione tra Toscana e Umbria per affrontare le criticità dei collegamenti ferroviari e salvaguardare le esigenze di mobilità dei territori, delle comunità locali e dei tanti pendolari che utilizzano quotidianamente il treno.

Nel corso del confronto di oggi è stata condivisa la volontà di procedere alla predisposizione di un protocollo tra le due Regioni, che individui le azioni da mettere in campo per la salvaguardia e il miglioramento del servizio ferroviario, tenendo conto delle esigenze dei territori interessati e dei singoli equilibri regionali.

“Con il Patto di Chiusi abbiamo avviato un percorso di collaborazione che oggi intendiamo rendere più concreto – ha dichiarato l’assessore regionale ai trasporti della Toscana, Filippo Boni –. L’obiettivo è lavorare insieme all’Umbria per individuare soluzioni che tutelino il servizio ferroviario e rispondano alle esigenze di mobilità dei cittadini. È fondamentale che le scelte relative ai collegamenti ferroviari tengano conto delle necessità dei territori e delle ricadute sui pendolari, in un confronto che consenta di individuare azioni condivise e compatibili con le esigenze di entrambe le Regioni”.

La collaborazione riguarderà la direttrice Firenze-Roma e il ruolo delle stazioni intermedie, fondamentali per garantire l’accessibilità ferroviaria a numerosi centri della Toscana meridionale e dell’Umbria, tra cui le aree della Valdichiana, del Trasimeno e dell’Orvietano. Il lavoro proseguirà ora con la definizione dei contenuti del protocollo e delle azioni da sottoporre al confronto con i soggetti competenti.

REDAZIONE

Selezione al front office dell’Urp di Casalp, Fp Cgil: “Comunicazione assente ai candidati ed ennesimo contratto precario”

17 Ottobre 2026 ore 08:04

LIVORNO – Polemiche attorno alle modalità di reclutamento del personale da parte di Casalp, la società a totale partecipazione pubblica che gestisce l’edilizia residenziale pubblica nel territorio livornese. Oggetto della contestazione, sollevata dalla Fp-Cgil di Livorno attraverso una nota del segretario generale Mauro Scalabrini, è la selezione avviata a fine agosto tramite un’agenzia di somministrazione per la ricerca di un addetto full-time al front office dello sportello Urp.

La procedura mirava all’inserimento di una figura con contratto a tempo determinato di sei mesi, prorogabile per ulteriori quattro mesi. Dopo una prima fase di vaglio svolta dall’agenzia interinale, le candidature ritenute più idonee sono state trasmesse a Casalp per l’espletamento dei colloqui finali e la successiva assunzione della risorsa individuata.

A far discutere sono le modalità di gestione delle comunicazioni verso i partecipanti esclusi: “Casalp ha legittimamente scelto quali candidati incontrare per il colloquio finale e alla fine ha proceduto all’assunzione della figura individuata. È però inammissibile che i candidati non ammessi al colloquio non siano neanche stati avvertiti – dichiara Scalabrini –. A oggi non è infatti pervenuta alcuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda. Tutto ciò è inaccettabile e lede la dignità delle persone. Un fatto grave, se si pensa che Casalp è un’azienda a totale partecipazione pubblica e che a ricevere lo ‘schiaffo’ sono persone in cerca di lavoro”.

Oltre al profilo del rispetto formale nei confronti dei partecipanti, il sindacato solleva dubbi di merito sulle scelte organizzative e sulle tipologie contrattuali adottate dall’azienda: “Pretendiamo pertanto risposte e chiediamo che si faccia chiarezza. Come Fp-Cgil avremmo inoltre preferito che Casalp avesse indetto una selezione diretta per un’assunzione stabile, senza ricorrere ad agenzie di lavoro somministrato. Le assunzioni non dovrebbero essere precarie: servono certezze a lungo termine e investimenti nel buon lavoro”.

In conclusione, la rappresentanza dei lavoratori pubblici richiama l’attenzione sull’importanza strategica dell’Ufficio relazioni con il pubblico nell’ambito del comparto abitativo e sociale: “L’Urp di Casalp debba essere ulteriormente rinforzato con più assunzioni. Lo sportello in questione infatti rappresenta l’interfaccia con il cittadino e spesso con persone fragili in situazioni di estrema difficoltà”.

Laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva della Fondazione Isola d’Elba ottiene il finanziamento regionale

17 Ottobre 2026 ore 07:58

PORTOFERRAIO – La Fondazione Isola d’Elba Ets, con un ottimo punteggio, si è aggiudicata il finanziamento regionale previsto dell’avviso pubblico per la concessione di contributi in ambito sociale a sostegno di iniziative e progetti di rilevanza locale anno 2026.

Fra gli oltre 450 progetti presentati ne sono stati finanziati 86, solamente dieci nella Provincia di Livorno, dei quali solo uno all’Elba. Le risorse regionali vanno a sommarsi al 20% di risorse proprie della Fondazione, per coprire le spese di realizzazione dell’intero programma che prenderà avvio con il coinvolgimento dei numerosi partner e sostenitori. Il progetto denominato The Clothest Isola d’Elba: laboratorio di moda creativa, rigenerata e inclusiva nasce dal confronto con l’Usl Toscana Nord Ovest (Servizio SerD), altre associazioni elbane e toscane,  la comunità della Fondazione Exodus La Mammoletta, dal quale emerge che i linguaggi giovanili individuano nell’ ambiente, nella musica e nella moda ambiti di forte attrattività. La moda, in particolare, viene intesa non solo come consumo, ma come potente linguaggio identitario che va oltre l’immagine, recuperando una valenza produttiva ed educativa, in grado di promuovere la sostenibilità e la rigenerazione sociale ed economica.

Obiettivo del progetto  è creare un laboratorio di moda etica e rigenerata che unisca la difesa ambientale, l’inclusione sociale, la formazione professionalizzante e lo sviluppo economico sostenibile. Tra i risultati attesi rientrano l’impatto sociale con la formazione e l’inserimento lavorativo di alcuni addetti individuati fra i più fragili con il coinvolgimento di volontari come tutor; l’impatto ambientale con la riduzione degli scarti tessili e il recupero delle eccedenze; l’impatto economico-territoriale, con la creazione di un brand territoriale. Rilevante l’utilità sociale poiché il progetto offre nuove opportunità di formazione e lavoro per persone con fragilità, favorendone l’autonomia, oltre a promuovere una cultura del consumo consapevole contrapposta all’usa e getta, unendo momenti educativi a iniziative ludiche e di aggregazione giovanile. 

Ampia la rete del volontariato a sostegno del progetto con il coinvolgimento di sostenitori pubblici e privati – Circolo degli Artisti, Incontriamoci in diversi aps, Jem 57 srl, Locman spa, Italia Circolare srl, Elba Officinale aps,  Pedalta aps, Simtur Associazione Professionale, Pubblica Assistenza Società Volontaria di Soccorso  Odv, Tip Tap One asd, Insieme per l’Elba aps – e di partner – Clothest Aps, Pro Loco Porto Azzurro, Pro Loco Capoliveri, Pro Loco Portoferraio. Il progetto conta anche sulla collaborazione dell’USL Nord Ovest Servizio Serd e delle scuole superiori.

Le attività si terranno nel 2027 e saranno inserite nel calendario degli eventi in fase di condivisione con i partner, che prevede momenti di coinvolgimento tra cui performance creative, installazioni, momenti ludici legati alla salvaguardia ambientale e iniziative nautiche con le barche a vela gestite dalla Fondazione Exodus La Mammoletta. 

Brasile, la deforestazione dell’Amazzonia cala del 42%: è il minimo dal 1988, a 9 giorni dal ballottaggio

17 Ottobre 2026 ore 07:58

BRASÍLIA — L’Amazzonia brasiliana ha perso 3.335 chilometri quadrati di foresta in dodici mesi, un’area più piccola di Maiorca: è il dato più basso da quando il Brasile misura il disboscamento dallo spazio, cioè dal 1988. Lo ha diffuso venerdì l’Inpe, l’agenzia spaziale brasiliana, con il rapporto annuale che copre il periodo dal 1° agosto 2025 al 31 luglio 2026. Rispetto all’anno precedente il calo è del 42%.

Il numero arriva nove giorni prima del ballottaggio del 25 ottobre, in cui il presidente Luiz Inácio Lula da Silva sfida il senatore Flávio Bolsonaro, figlio maggiore dell’ex presidente Jair. Al primo turno del 4 ottobre Bolsonaro ha preso il 47% dei voti contro il 45% di Lula, e i sondaggi danno i due testa a testa. Il ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco ha presentato i dati in conferenza stampa a Brasília: «È un calo assolutamente stratosferico, è come un sogno».

Anche il Cerrado, la savana alberata che si estende a sud dell’Amazzonia, ha toccato il minimo dall’inizio delle rilevazioni nel 2001: 5.517 chilometri quadrati abbattuti, il 24% in meno. Il precedente record positivo per l’Amazzonia risaliva al 2011-2012, con 4.571 chilometri quadrati. La misurazione va da agosto a luglio perché a metà anno le nuvole sono meno fitte e i satelliti vedono meglio, spiega Reuters.

Lula ha commentato su X: «Il nostro obiettivo è arrivare a zero deforestazione illegale entro il 2030». Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, rete di organizzazioni ambientaliste brasiliane, ha parlato di «un risultato storico» e ha aggiunto che l’agricoltura «ha registrato record di produzione ed export mentre la deforestazione calava», smentendo a suo dire «la falsa narrativa» per cui tutelare l’ambiente danneggia l’economia.

Il comitato di Flávio Bolsonaro non ha commentato i dati. Nel programma il candidato promette di rafforzare la vigilanza ambientale in Amazzonia, concentrando i controlli sulla criminalità organizzata anziché su estrattivisti e piccoli agricoltori, e di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2029, un anno prima dell’obiettivo di Lula. Ha però elogiato il padre, che sconta 27 anni agli arresti domiciliari per il tentato colpo di Stato, per essersi opposto a quella che definisce «un’agenda ambientale radicale».

Il climatologo Carlos Nobre, dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di San Paolo, non nasconde da che parte sta: «Siamo molto preoccupati per i rischi per l’Amazzonia se vince Flávio, perché è un negazionista del clima». Il risultato di venerdì lascia comunque aperte diverse partite: sette dei nove governatori degli Stati amazzonici sono alleati di Bolsonaro, nel Pacifico si sta formando un super El Niño che porta siccità e incendi, e il governo Lula sostiene nello stesso tempo l’espansione delle trivellazioni petrolifere.

Quarant’anni di satelliti

La serie storica racconta quasi quattro decenni di politica brasiliana. Il primo crollo del disboscamento arrivò dopo il 2004, quando il primo governo Lula varò il piano d’azione contro la deforestazione, che legava multe e controlli alle immagini satellitari. Con Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2022, il piano fu accantonato e il disboscamento risalì di circa il 60%: oltre 45.000 chilometri quadrati in quattro anni, secondo i calcoli dell’Associated Press.

Tornato al potere nel gennaio 2023, Lula ha riattivato quel piano come primo atto, ha ripristinato le sanzioni automatiche per i tagli rilevati dal satellite, ha proposto di negare il credito bancario alle proprietà con disboscamento illegale e ha finanziato i comuni amazzonici che riducono i tagli. Ha anche richiamato al ministero dell’Ambiente Marina Silva, la ministra di quel primo piano, dimessasi in aprile per candidarsi al Congresso, e il suo allora vice Capobianco, che oggi guida il dicastero. Da allora il dato scende ogni anno: il 71% in meno in quattro anni.

A metà degli anni Novanta, quando la serie dell’Inpe era appena cominciata, i satelliti registravano quasi 30.000 chilometri quadrati di foresta in meno ogni anno: nove volte il dato diffuso venerdì.

L’Inter deve ripartire, ma Bologna riapre vecchie ferite: Chivu senza Lautaro dopo il disastro in Champions | Orario, probabili formazioni e dove vedere in tv e streaming

17 Ottobre 2026 ore 07:34

Riprendere lo slancio in campionato per poi provare a dare una svolta anche a un inizio di Champions League disastroso. L’Inter di Cristian Chivu torna in campo oggi, alle 18, contro il Bologna. Non il campo migliore per reagire dopo i quattro gol subiti dal Brugge in Europa. Al “Dall’Ara” infatti l’Inter dal 2022 ha vinto una sola partita delle ultime cinque. Poi tre sconfitte e un pareggio: tra le due sconfitte anche quelle praticamente costate due scudetti ai nerazzurri. Quella con “papera” di Radu nel 2023 e poi quella famosa con rovesciata di Orsolini nel 2025.

Le squadre arrivano da due momenti opposti: il Bologna è reduce dalla prima vittoria in stagione per 1-2 contro il Lecce, mentre l’Inter dal 3-4 in casa in Champions League contro il Brugge. I nerazzurri però in campionato arrivano da un percorso quasi netto: cinque vittorie e un pareggio. L’ultimo successo per 3-0 contro il Parma. Una partita importante, con l’Inter che deve rinunciare a quattro giocatori importanti: non saranno infatti del match Lautaro Martinez, John Stones, Curtis Jones e anche Benjamin Pavard. Il Bologna invece dovrà fare a meno di Orsolini, Holm e Odgaard.

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Majorette, a Bologna tre cinquine da collezione

17 Ottobre 2026 ore 07:00

Il fascino della scala 1:64 continua a raccogliere consensi tra i collezionisti adulti, e Majorette dimostra di saper intercettare questa tendenza con tre nuove confezioni multiple di grande impatto visivo, presentandole in eleganti "showroom" che ne esaltano la natura espositiva. Queste "Collection" da cinque pezzi abbandonano la logica del modellismo singolo per abbracciare quella della rassegna tematica, offrendo veri e propri capitoli di storia dell'auto.

Volkswagen Golf GTI: l’evoluzione di una leggenda

La prima vetrina è un doveroso tributo al mito di Wolfsburg, la Volkswagen Golf GTI. Il cofanetto ripercorre l'evoluzione della celebre compatta sportiva tedesca: si parte dalle origini con una magnifica prima serie declinata in un vibrante rosso pastello, subito seguita da una variante speciale in livrea bianca impreziosita dalla vistosa dicitura rossa "35 Jahre" stampata a grandi caratteri sul cofano anteriore. Il salto temporale ci porta poi a una grintosa declinazione moderna in grigio scuro metallizzato, fortemente caratterizzata da grafiche a nido d'ape sulle fiancate e dal numero "40" a contrasto sul tetto. Chiudono la cinquina le evoluzioni più recenti e filanti della Golf, proposte in un candido bianco puro e in un aggressivo rosso intenso con tetto scuro panoramico.

Mini Icons, tra tradizione britannica e nuove grafiche

Non meno affascinante è il set Mini Icons, un viaggio che unisce le radici della genialità britannica alle sue interpretazioni più moderne includendo ben due soggetti "Exclusive". La tradizione è splendidamente rappresentata da due Mini classiche, una in livrea verde scuro con elementi bianchi a creare un ottimo contrasto e l'altra in un caldo rosso amaranto, impreziosita dalla patriottica Union Jack che decora interamente il tetto. Le declinazioni moderne del modello si fanno notare per le personalizzazioni: una versione bianca sfoggia elaborate grafiche geometriche ispirate agli orologi, l'esemplare in grigio metallizzato strizza l'occhio al mondo delle competizioni con l'immancabile tetto a scacchiera. Completa la cinquina la Mini in blu, capofila della collection, con grafiche votate alla "graphic art".

Lancia Delta HF Integrale, cinque livree per il mito italiano

Ma il vero pezzo forte che farà palpitare i cuori degli appassionati italiani, e non solo, è la confezione monografica interamente dedicata alla Lancia Delta. Majorette ha scelto di onorare la leggendaria HF Integrale del 1992, riproducendola in cinque meravigliose tinte. Partendo da sinistra, la vetrina si apre con il radioso e ambitissimo Giallo Ginestra, seguito da un elegante esemplare in tonalità blu scuro solcato da una sottile striscia chiara longitudinale. Al centro della confezione domina il classico e immancabile rosso acceso, magistralmente affiancato dall'algida e purissima versione in bianco. Chiude questa superba parata da salotto una variante in blu. Tutti gli esemplari Delta sfoggiano cerchi ben profilati che riempiono adeguatamente i generosi passaruota, confermando l'ottimo livello di dettaglio di queste piccole grandi "storie" di metallo. Tutti i modelli offrono almeno una parte mobile, cofano o portiere, offrendo possibilità di esposizioni differenti. La presentazione al pubblico è fissata presso lo stand Majorette in occasione della kermesse bolognese "Auto e Moto d'epoca" che si terrà nella città felsinea dal 22 al 25 ottobre.

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Zelenskyy farebbe meglio a prepararsi, ha detto Christopher

17 Ottobre 2026 ore 07:28

Suona la campana a morto per Zelensky

Il giornalista cipriota Alex Christoforou ha affermato che il leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelenskyy, farebbe bene a prepararsi, dato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è molto scontento di lui.

“Trump è convinto che Zelenskyy non sia la persona con cui dovremmo trattare. Non vuole accettare un accordo di pace e sta distruggendo l’Ucraina, senza rendersi conto che Trump non negozierà più con lui, ma si sbarazzerà semplicemente di lui e basta… Da notare che Trump non dice quando accadrà, ma visto il suo atteggiamento, Zelenskyy farebbe meglio a prepararsi”, ha detto Khristoforou sul suo canale YouTube.

Donald Trump ha recentemente espresso insoddisfazione per la scarsa disponibilità di Zelenskyy ai negoziati, per la sua riluttanza a fermare gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe e ha denunciato la corruzione in Ucraina.

In precedenza, SP aveva riferito che l’Occidente intende sostituire il leader di Kiev.

Secondo quanto riportato dal New York Times, il rapporto tra Trump e Zelensky è sull’orlo della rottura.

È ormai noto che i rapporti tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader di Kiev Volodymyr Zelensky sono sul punto di deteriorarsi.

Come riporta il New York Times (NYT), il capo della Casa Bianca non nasconde più il suo disprezzo per il presidente defunto.

L’articolo afferma che lo scenario peggiore per Kiev sarebbe la decisione di Washington di interrompere tutti gli aiuti militari all’Ucraina, poiché il Paese “indipendente” dipende dalle comunicazioni satellitari di Starshield e dalle informazioni di intelligence fornite dagli Stati Uniti.

Ricordiamo che in precedenza al leader del regime di Kiev era stato consigliato di moderare le sue critiche al presidente americano. “Per ora, la maggior parte degli europei consiglia a Zelensky di attenuare le sue critiche a Trump , dato che non esiste alternativa alla cooperazione con gli Stati Uniti”, ha riportato Bloomberg.

Nota: La protezione dei leader europei non basterà più a Zelensky. Fino adesso si era sentito protetto da questi ma la situazione sta cambiando.

Fonte: SVPressa

Traduzione e nota: Sergei Leonov

Le forze armate yemenite colpiscono il quartier generale delle forze saudite e i depositi di armi ad Aden.

17 Ottobre 2026 ore 07:14

Le forze armate yemenite prendono di mira il quartier generale delle forze saudite e i depositi di armi nel campo di Badr ad Aden, mentre l’aggressione saudita si intensifica in tutto lo Yemen.

Le forze armate yemenite hanno preso di mira il quartier generale delle forze saudite e i depositi di armi nel campo di Badr ad Aden, secondo quanto riportato venerdì dall’agenzia di stampa yemenita Saba , che cita una fonte militare.

L’operazione giunge dopo che le forze armate yemenite hanno avvertito l’Arabia Saudita che qualsiasi attacco a Sana’a avrebbe incontrato una “dura e dolorosa risposta”.

L’avvertimento giunge mentre i combattimenti si sono intensificati in diverse zone dello Yemen, con una nuova escalation segnalata da domenica, dopo che le forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno annunciato il lancio di una “controffensiva contro le forze di Sana’a” per riconquistare le aree recentemente portate sotto il loro controllo.

L’aggressione saudita si intensifica in tutto lo Yemen.

Nelle ultime 24 ore, aerei da guerra sauditi hanno effettuato 101 raid aerei e attacchi missilistici contro siti civili a Sana’a e nei governatorati di Dhale, Taiz, Hodeidah, Dhamar, Marib, Saada, al-Jawf, Amran e Lahij, ha dichiarato venerdì l’esercito yemenita.

Il portavoce delle forze armate yemenite, il generale di brigata Yahya Saree, ha dichiarato che gli attacchi sono stati condotti da caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi aeree di Khamis Mushait e Taif, mentre gli attacchi missilistici sono stati lanciati da Najran.

Saree ha affermato che l’aggressione saudita ha ucciso e ferito civili, tra cui donne e bambini.

Secondo Saree, gli ultimi attacchi portano a 2.489 il numero totale di raid aerei e missilistici sauditi dall’inizio dell’escalation contro lo Yemen.

419 morti e feriti nell’aggressione saudita dal 3 settembre

Il Ministero della Salute yemenita di Sana’a ha annunciato venerdì che il bilancio delle vittime e dei feriti a causa della continua aggressione saudita contro lo Yemen è salito a 419 dall’inizio dell’ultima escalation, il 3 settembre .

Secondo il ministero, almeno 114 persone sono state uccise e altre 305 ferite negli attacchi sauditi delle ultime sei settimane, con donne e bambini che rappresentano la maggior parte delle vittime.

Gli ultimi dati giungono nel contesto dei continui raid aerei, attacchi missilistici e bombardamenti di artiglieria sauditi contro diversi governatorati yemeniti, mentre Riyadh prosegue con la sua escalation militare.

Secondo quanto riportato dai media di Sana’a, le forze saudite effettuano quotidianamente decine di raid aerei e attacchi missilistici, prendendo di mira infrastrutture civili e zone residenziali in tutto il Paese.

Le forze saudite hanno inoltre intensificato i bombardamenti di artiglieria contro le aree popolate nei distretti di confine dello Yemen, mettendo ulteriormente in pericolo i civili già colpiti dall’aggressione in corso.

Fonte: Al Mayadeen

Traduzione: Fadi Haddad

Trump sospende le sanzioni alla Russia che lui stesso aveva firmato: via libera al diesel di Putin

17 Ottobre 2026 ore 07:00

WASHINGTON — Donald Trump ha sospeso venerdì, a un giorno dall’entrata in vigore, le sanzioni contro Russia e Iran che lui stesso aveva firmato in legge meno di un mese fa. L’ordine esecutivo porta la sua firma, come la portava il 18 settembre la legge che prende il nome dal senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei suoi alleati più stretti al Congresso. Le misure dovevano scattare il 18 ottobre.

La legge prevede dazi fino al 500 per cento sui beni russi e fino al 100 per cento sui cinque maggiori importatori di petrolio e gas di Mosca, oltre che su chiunque acquisti consapevolmente energia russa e sui principali intermediari che aiutano ad aggirare i divieti. Tutto questo resta ora sulla carta. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui concedere questa deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», si legge nell’ordine, riferisce Reuters. La sospensione vale finché il presidente o i suoi collaboratori più alti non decideranno diversamente.

Il testo non spiega perché. La deroga si appoggia a un articolo della stessa legge, il 115, che consente al presidente di fermarne l’applicazione con una certificazione scritta e un rapporto al Congresso. Restano in vigore le sanzioni decise con i precedenti ordini esecutivi, e resta in piedi la parte della legge che proroga le sanzioni all’Iran. La Casa Bianca non ha diffuso altre motivazioni oltre al testo dell’ordine.

La spiegazione, nei fatti, era arrivata una settimana prima. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato sul suo social Truth una «discussione di grande successo»: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo «immediatamente», 500.000 a novembre, poi un milione al mese. In totale 4,8 milioni di tonnellate, circa 36 milioni di barili, fino a metà aprile. Lo stesso giorno il Tesoro aveva emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel di origine russa, importazioni negli Stati Uniti comprese.

Il mese scorso il diesel aveva toccato negli Stati Uniti il record di 6,53 dollari al gallone, circa 1,72 dollari al litro. I rincari sono legati alle interruzioni provocate dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte del greggio del Golfo. Le elezioni di metà mandato sono il 3 novembre. La partita, per la Casa Bianca, si gioca sul prezzo alla pompa nelle tre settimane che restano prima del voto.

La lettera dei 12 senatori

La reazione più dura è venuta dal Senato, e non solo dai democratici. Martedì 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump una lettera guidata dal democratico Richard Blumenthal: «Questo accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; va revocato». Tra i firmatari repubblicani ci sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, John Cornyn del Texas e Mitch McConnell del Kentucky, per anni capo del partito al Senato.

Thom Tillis, senatore repubblicano della Carolina del Nord e anche lui firmatario, è andato oltre nel programma Meet the Press della NBC: c’è un «caso legittimo» per sostenere che Trump «non sta rispettando la legge». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto su Fox: «Chiunque al Congresso dica che una vecchia legge o l’attuale legge Graham ci vieta di farlo si sbaglia».

Trump ha liquidato i critici lunedì, parlando davanti alla Casa Bianca. «Tutto ciò che può aiutare i nostri agricoltori, i nostri allevatori, mi piace», ha detto; i repubblicani che protestano «non possono fare sul serio». Ha attribuito a Volodymyr Zelensky i prezzi alti del diesel e ha aggiunto che il presidente ucraino dovrebbe farsi da parte. Giovedì 22 deputati di entrambi i partiti hanno chiesto in una seconda lettera, indirizzata a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e a Bessent, di revocare la licenza sul diesel. Il deputato democratico Don Beyer, della Virginia, ha parlato di «ultima resa a Putin» che «tradisce i nostri partner ucraini e sfida la chiara volontà del Congresso». William Taylor, ex ambasciatore americano a Kiev oggi all’Atlantic Council, un centro studi di Washington: «Il danno per gli ucraini è reale, e il costo per noi, gli Stati Uniti, è alto».

Bruxelles e Kiev

A Bruxelles, dove venerdì si riuniva il Consiglio europeo, Emmanuel Macron ha definito la decisione «inappropriata e inefficace». «I volumi di diesel che escono dalla Russia esistono già, sono acquistati da alcuni Paesi e sono già sul mercato globale», ha detto il presidente francese in conferenza stampa, secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu. Quei flussi, ha aggiunto, sono «tracciati, documentati e ben noti»; l’accordo «manda un messaggio negativo ed è un elemento di divisione o di dubbio».

Zelensky, nella stessa sede, ha usato la stessa parola, «inappropriata», e ha detto di aspettarsi un accordo analogo sul gas. «Vedremo i soldi ricominciare a scorrere verso la Russia», ha avvertito. Putin, secondo lui, «non vuole negoziati di pace in nessuna forma». Il presidente ucraino ha stimato in 155 miliardi di euro le spese di guerra del suo Paese per il 2027.

Il Cremlino non ha commentato l’ordine di venerdì. Cina e India, i maggiori acquirenti di greggio russo e i primi bersagli dei dazi secondari ora congelati, avevano espresso preoccupazione per la legge nelle settimane scorse; Pechino aveva detto di opporsi a quella che chiama «giurisdizione a lungo braccio» degli Stati Uniti. Le prime 300.000 tonnellate di diesel russo, secondo l’annuncio del 9 ottobre, sono già in viaggio.

Caraibi, la Marina francese sequestra 8,6 tonnellate di droga nelle acque dei raid Usa: 5 fermati in Martinica

17 Ottobre 2026 ore 06:59

FORT-DE-FRANCE — Centocinquanta balle stipate nella stiva di un peschereccio senza bandiera, in mezzo all’Atlantico, e cinque uomini di equipaggio che non hanno sparato un colpo. È la scena dell’8 ottobre che la Marina francese ha reso pubblica ieri, venerdì, con un comunicato firmato fra gli altri dal prefetto della Martinica: a bordo c’erano 5.292 chili di cocaina e la barca, scrivono i militari, «iniziava una traversata transatlantica».

Quel fermo è il colpo maggiore di una serie di operazioni condotte fra il 4 e il 13 ottobre nel mar dei Caraibi e nell’Atlantico, riferisce l’agenzia France-Presse: in tutto 8,6 tonnellate di stupefacenti, 6,9 di cocaina e 1,7 di marijuana. Nelle stesse acque, dal settembre 2025, l’esercito americano ha ucciso almeno 235 persone in 70 attacchi contro imbarcazioni sospette. La Francia ha scelto l’altra strada: fermo, sequestro, consegna ai giudici.

Il carico dell’8 ottobre e i cinque membri dell’equipaggio sono stati portati a Fort-de-France, capoluogo della Martinica, su richiesta della procura. Gli uomini sono in stato di fermo, nelle mani degli investigatori dell’ufficio antidroga francese dei Caraibi.

Le altre due operazioni si sono svolte nel mar dei Caraibi. Il 4 ottobre una fregata francese, con il proprio elicottero e l’appoggio della marina colombiana, ha bloccato un «go-fast», il motoscafo veloce dei narcotrafficanti, anch’esso senza bandiera: 16 balle di cocaina. Il 13 ottobre è toccato a un peschereccio venezuelano con 166 balle di cocaina e marijuana. Insieme le due operazioni caraibiche superano le 3 tonnellate. Equipaggi, droga e imbarcazioni «sono stati consegnati alle autorità colombiane e venezuelane competenti per il seguito giudiziario», scrive il ministero delle Forze armate. Né Bogotá né Caracas hanno commentato.

La ministra delle Forze armate Catherine Vautrin si è congratulata su X con gli equipaggi e ha aggiunto una frase che non riguarda soltanto i marinai: «L’azione delle forze armate francesi si iscrive nel rigoroso rispetto del diritto».

Le stesse rotte

Il 4 ottobre, lo stesso giorno della fregata francese, il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato un «attacco letale e cinetico» contro un go-fast «lungo le consolidate rotte del narcotraffico nei Caraibi»: quattro morti. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti sono in «conflitto armato» con i cartelli. A gennaio lo stesso dispositivo militare aveva portato alla cattura a Caracas di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Le Nazioni Unite hanno avvertito che i raid rischiano di violare il diritto internazionale.

Parigi lo ha detto in faccia a Washington. Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, a Niagara-on-the-Lake, in Canada, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato: «Abbiamo osservato con preoccupazione le operazioni militari nella regione dei Caraibi, perché violano il diritto internazionale e perché la Francia è presente in questa regione attraverso i suoi territori d’oltremare, dove risiedono più di un milione di nostri concittadini». L’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas, a margine dello stesso incontro, ha aggiunto che quegli attacchi sarebbero giustificabili solo come legittima difesa. Washington non ha reagito al sequestro francese.

Anche la Marina francese può sparare: secondo Le Monde, i tiratori scelti sono autorizzati a colpire i motori dei go-fast per fermarli, ma «il principio dell’operazione è zero vittime». Alle domande sulle basi giuridiche delle proprie operazioni, però, Parigi e Londra hanno risposto soltanto con una formula, piena conformità al diritto nazionale e internazionale. Il centro antidroga marittimo europeo di Lisbona chiede nel frattempo più navi militari sulla rotta atlantica della cocaina.

Mentre a Fort-de-France i cinque fermati aspettano il giudice, il Pentagono ha cominciato a spostare verso l’America Latina diverse centinaia di soldati della 10ª Divisione da montagna, di stanza a Fort Drum, nello Stato di New York. Il primo battaglione, circa 600 uomini, è diretto a Panama, agli ordini del comando Usa per l’America Latina.

Marocco, Fatima-Zahra El Mansouri giura come prima donna premier: le Finanze al presidente della Federcalcio

17 Ottobre 2026 ore 06:58

RABAT — Il presidente della Federcalcio al ministero delle Finanze. È la nomina che spicca nel primo governo marocchino guidato da una donna: venerdì, al Palazzo reale di Rabat, re Mohammed VI ha presieduto il giuramento dell’esecutivo di Fatima-Zahra El Mansouri, 50 anni, avvocata, sindaca di Marrakech e ministra dell’Abitare nel governo uscente.

Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione reale marocchina di calcio e già ministro del Bilancio, prende Economia, Finanze e Performance pubblica. Il Marocco, che organizzerà il Mondiale 2030 con Spagna e Portogallo, sta completando un piano da 20 miliardi di dollari per il torneo, mentre da un anno un movimento di giovani protesta proprio contro la spesa per gli stadi. La cassa dello Stato finisce così nelle mani dell’uomo che ne guida il capitolo più contestato.

Bloomberg scrive che la nomina arriva mentre il Paese ha margini di bilancio sempre più stretti e una domanda sociale in crescita; Lekjaa ha promesso più spesa sociale. Entrato nel Partito dell’autenticità e della modernità (PAM) poche settimane prima del voto, aveva contribuito alla vittoria del partito, riferisce Reuters.

Il governo conta 32 membri: 19 ministri, 11 ministri delegati e il segretario generale. Le donne sono sei, compresa la premier; tra i ministri a pieno titolo sono due. L’esecutivo uscente di Aziz Akhannouch ne aveva quattro.

Confermati i pesi massimi: Nasser Bourita agli Esteri, Abdelouafi Laftit all’Interno, Abdellatif Ouahbi alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Affari religiosi. Nasce un ministero dell’Intelligenza artificiale, della transizione digitale e della riforma amministrativa, affidato ad Ahmed Rahhou. Nizar Baraka, leader dell’Istiqlal, va ad Attrezzature, Acqua e Foreste; l’Agricoltura passa a Khalid Hatimi con il mandato della «sovranità alimentare».

Un’affluenza al 38 per cento

Il governo nasce dalle elezioni del 23 settembre. Il PAM ha vinto con 97 seggi su 395, dieci in più del 2021. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti, il partito del premier uscente, ha perso 36 seggi ed è sceso a 66. Gli islamisti del Partito della giustizia e dello sviluppo, guidati dall’ex premier Abdelilah Benkirane, sono risaliti da 13 a 54. Ha votato circa il 38 per cento degli aventi diritto, contro il 50 di cinque anni fa: l’affluenza più bassa in vent’anni.

El Mansouri, incaricata dal re il 29 settembre, ha costruito una coalizione con l’Istiqlal, i socialisti dell’USFP e il Partito del progresso e del socialismo: 207 seggi, nove sopra la maggioranza. Benkirane ha annunciato che il suo partito resterà all’opposizione.

Il PAM era stato fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, consigliere del re, come contrappeso agli islamisti. Oggi governa un Paese in cui, dalla fine di settembre 2025, il collettivo GenZ 212, nato sulla piattaforma Discord, ha portato in piazza in undici città giovani che chiedono ospedali e scuole e contestano i miliardi per gli stadi della Coppa d’Africa 2025 e del Mondiale 2030. Il bilancio del ministero dell’Interno parla di tre morti e oltre 400 arresti, con 263 agenti e 23 manifestanti feriti. In una lettera al re i manifestanti avevano chiesto le dimissioni del governo.

Alla composizione del nuovo esecutivo non è seguita alcuna reazione pubblica immediata: né da GenZ 212, né dal partito di Benkirane, né dalle organizzazioni femminili.

Dopo il voto, El Mansouri aveva detto di non avere «nessuna linea rossa» nelle trattative. «Abbiamo voltato pagina», aveva aggiunto.

India, la polizia ferma di nuovo Abhijeet Dipke, il leader dei giovani «scarafaggi» che sfidano Modi

17 Ottobre 2026 ore 06:58

NUOVA DELHI — Abhijeet Dipke non era ancora arrivato al corteo quando un agente gli si è parato davanti, nel cuore degli affari di Delhi, e gli ha detto: «La stiamo fermando adesso». Lui ha risposto con il telefono acceso: «Non ho violato nessuna legge, come potete fermarmi». Il video, diffuso venerdì sul profilo Instagram del suo partito, mostra il fondatore del movimento «Cockroach» portato via dalla polizia per la seconda volta in sei giorni.

Dipke è il volto del CJP, il partito nato dalla protesta dei giovani che da due settimane chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale indiana. La revisione straordinaria delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di elettori, riferisce la CNN, e il movimento la contesta in piazza come una manipolazione del voto. È una delle maggiori sfide politiche al primo ministro Narendra Modi nei suoi dodici anni di potere, e il governo ha risposto chiudendo le piazze.

Il giro di vite era cominciato sabato 10 ottobre. Dipke e due dirigenti del partito sono stati bloccati all’aeroporto di Delhi, in arrivo da Mumbai: la polizia è salita sull’aereo prima che scendessero. Jantar Mantar, la piazza dove da trent’anni si manifesta nella capitale, era transennata, con mezzi antisommossa, posti di blocco e internet mobile oscurato per 24 ore in un raggio di quattro chilometri. Una fonte ufficiale ha detto a Reuters che i fermati sono stati più di 2.000.

Civicus Monitor, l’osservatorio internazionale sulle libertà civili, parla di oltre 7.000 persone portate in otto stadi trasformati in centri di detenzione, con la rete bloccata all’interno. Giornalisti con il tesserino sono finiti allo stadio Chhatrasal e in un commissariato del quartiere delle ambasciate. Il partito ha denunciato «un’intercettazione pianificata per decapitare la guida delle manifestazioni pacifiche prima che arrivino sul posto».

Jantar Mantar cancellato

La domenica un giudice ha rimesso in libertà Dipke e i due dirigenti con l’obbligo di non turbare l’ordine pubblico per un anno. Lui ha annunciato che il CJP «non farà un passo indietro e non si lascerà intimidire». Il giorno dopo la polizia ha reso pubblico l’ordine del commissario di Delhi che toglie a Jantar Mantar lo status di area autorizzata alle proteste, riconosciuto formalmente nel 2022 ma in vigore di fatto dal 1993. I presidi si tenevano sulla strada accanto all’osservatorio settecentesco, a pochi passi dal Parlamento.

Le nuove sedi indicate dalla polizia sono Ramlila Maidan, a quattro chilometri, un terreno nella zona est a tredici e un campo a Burari, a oltre venti chilometri dal centro. Il Ministero dell’Interno ha istituito un comitato per scrivere le regole. Spostare i cortei a mezz’ora d’auto dal Parlamento significa toglierli dalla vista di chi dovrebbe ascoltarli. Il CJP ha definito la scelta «inaccettabile».

Al centro della contesa c’è Gyanesh Kumar, 62 anni, presidente della Commissione elettorale, che ha guidato la revisione delle liste. La Commissione nega di favorire alcun partito e sostiene che chi è stato cancellato per errore può reiscriversi. Kumar non ha mai commentato pubblicamente le proteste.

Il partito di governo, il BJP, accusa i rivali di minare la democrazia mettendo in dubbio procedure legittime e parla di giovani «usati come pedine». Il presidente del partito, Nitin Nabin, ha attaccato direttamente il CJP. La polizia di Delhi e il Ministero dell’Interno, interpellati dalla CNN sui fermi di venerdì, non hanno risposto.

Il corteo di venerdì era stato convocato in solidarietà con due dirigenti del movimento condannati a cinque giorni di carcere per aver manifestato nonostante il divieto. La polizia aveva avvertito Dipke in mattinata, le autorità civiche avevano chiuso il parco di Connaught Place. Con lui è stata fermata anche l’attivista studentesca Neha Bora. Sul profilo del partito è comparsa una riga: «Questo governo ha paura dei giovani che sventolano la bandiera nazionale». Dove quei giovani potranno sventolarla la prossima volta, la polizia non lo ha ancora detto.

L’Iran guida i missili degli houthi sull’Arabia Saudita, scrive il Wall Street Journal. Teheran nega

17 Ottobre 2026 ore 06:24

Aggiornato alle 06:24

RIAD — Dietro i missili che da due settimane cadono sugli aeroporti dell’Arabia Saudita c’è una mano iraniana: secondo il Wall Street Journal, Teheran passa agli houthi, il movimento yemenita che controlla Sanaa, dati di puntamento e intelligence per colpire il Regno. Riad lo dice apertamente da giorni. «Pensiamo che l’escalation degli houthi in questa fase del conflitto sia incoraggiata dall’Iran», ha detto il vice ministro degli Esteri saudita Rayed Krimly, aggiungendo che Teheran continua ad armare e addestrare il gruppo.

L’Iran nega. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui abbia avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei: gli houthi «agiscono secondo i propri interessi e le proprie valutazioni». Nella stessa dichiarazione Teheran si offre come mediatore, «sempre pronta a usare i suoi buoni uffici per porre fine alle ostilità». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già telefonato domenica al collega saudita, il principe Faisal bin Farhan, per proporre un dialogo; secondo il vice ministro Saeed Khatibzadeh, Riad non ha risposto.

L’episodio che ha cambiato la scala della guerra resta quello di sabato 10 ottobre al King Khalid International di Riad: 13 morti secondo l’ultimo bilancio, oltre 300 feriti, scalo chiuso. È l’attacco più sanguinoso subito dall’Arabia Saudita da oltre un decennio. Tra le vittime quattro sauditi e due bangladesi; le altre venivano da Stati Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi arabi. Era il terzo colpo allo stesso aeroporto in una settimana, dopo i due di giovedì 8 che avevano ucciso tre persone e cancellato centinaia di voli; nei giorni precedenti erano stati colpiti anche gli scali di Abha, Jizan e Najran.

Il portavoce militare houthi Yahya Saree rivendica e definisce gli aeroporti «obiettivi legittimi», in risposta ai raid sauditi sullo Yemen. Donald Trump, domenica, ha letto l’offensiva come Riad: gli houthi «sono riemersi, probabilmente su istigazione dell’Iran», ha detto, «cercando deliberatamente di far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni Usa». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «potrebbero» unirsi alla ritorsione saudita.

Medina e Aden

Giovedì la coalizione a guida saudita ha annunciato l’intercettazione di un missile da crociera nella regione di Medina, senza indicarne la provenienza. Gli houthi, che avevano promesso di risparmiare le città sante di Mecca e Medina, hanno negato: «Non abbiamo condotto alcuna operazione verso il territorio saudita oggi», ha detto Saree, parlando di «una menzogna sfacciata e sfrontata».

Venerdì sera due missili hanno raggiunto l’aeroporto di Aden, la città del sud dove ha sede il governo yemenita riconosciuto e sostenuto da Riad. Nessuna vittima, secondo la polizia; un responsabile della sicurezza e un controllore di volo hanno detto all’Associated Press che è stata colpita un’area dello scalo che ospita un reparto militare governativo. Gli houthi rivendicano, parlando di un comando saudita e di un deposito di armi. Il giorno prima un attacco con missili e droni al palazzo presidenziale di Aden aveva ucciso cinque persone, tra cui due uomini della scorta del primo ministro Shaya Al-Zindani.

Sul terreno la guerra continua a Marib, la provincia orientale del petrolio: il portavoce militare governativo rivendica «guadagni territoriali» con copertura aerea e oltre 430 combattenti houthi «neutralizzati» in 24 ore. Gli houthi contano 65 raid sauditi in un giorno su Sanaa e altre province; il ministero della Sanità da loro controllato parla di 120 morti dal 3 settembre. Il round attuale è cominciato il mese scorso, quando i ribelli hanno occupato aree chiave sullo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta del greggio del Golfo, e il 5 ottobre le forze governative hanno lanciato l’offensiva su Sanaa. Una guerra riaperta per riprendere uno stretto si combatte ora negli aeroporti della capitale saudita.

Il Regno si chiude. Il vertice tra Unione europea e Paesi del Golfo in Arabia Saudita è rinviato «per la sicurezza delle delegazioni», ha detto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo. Londra sconsiglia i viaggi non essenziali a Riad; Washington vieta ai dipendenti federali di avvicinarsi a meno di 30 chilometri dal confine yemenita. Il Six Kings Slam di tennis, che doveva portare Alcaraz e Djokovic a Riad la prossima settimana, slitta al 27 dicembre; il derby dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo con l’Al Ahli è rinviato a marzo. Nello stretto di Hormuz l’agenzia marittima britannica ha contato 10 attacchi a navi in una settimana, una affondata, e ammette di non riuscire a censirli tutti.

«Gli houthi sono il proxy più potente della rete iraniana, senza dubbio», dice Mohammed Al-Basha, fondatore della società americana di analisi del rischio Basha Report. Saree ha ripetuto l’avvertimento: «Le operazioni verso le profondità saudite continueranno nei prossimi giorni». Compagnie aeree e viaggiatori, dice, non usino gli scali e lo spazio aereo sauditi, con la sola eccezione di Mecca e Medina.

È uscito “SEME ANARCHICO” ESTATE-AUTUNNO 2026

16 Ottobre 2026 ore 22:00
È uscito “SEME ANARCHICO” ESTATE-AUTUNNO 2026
(costo di una copia € 2,50; abbonamento € 15). Per contattare la redazione scrivere a: semeanarchico@libero.it
 Per abbonamenti e pagamenti copie versare i contributi sulla nuova Carta Postapay Evolution n.: 5333 1745 7111 66725 intestata a Catale Antonietta.
 Per effettuare versamenti dall’estero contattare la redazione per ricevere i dati IBAN della suddetta carta. Telefono cell. 3335088303

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Deturpato con svastiche murale di antifascisti a Viareggio

16 Ottobre 2026 ore 13:37
Deturpato con svastiche murale di antifascisti a Viareggio

Deturpato con svastiche un murale di antifascisti a Viareggio (Lucca). A denunciarlo, in una nota, il Cantiere Sociale Versiliese.

“Domani mattina rispondiamo alle vili azioni fasciste rigenerando la memoria di Chittò Bertini e Didala Ghilarducci – sottolinea il Cantiere Sociale Versiliese -. Nelle scorse ore infatti il murales ‘Essere umano, essere partigiano’ realizzato dall’artista Roberto Diatz in collaborazione con RicreAzione Collettiva del Cantiere Sociale Versiliese” che si trova al quartiere Varignano a Viareggio. L’opera verrà restaurata e, l’appuntamento è per domani alle ore 10,30 quando è in programma anche una conferenza stampa. “Una risposta chiara a chi, davanti alla crisi sociale, prova a seminare odio e guerra tra poveri. Questo attacco non ci fa paura e non ci fa arretrare di un passo. Per questo motivo, chiamiamo a raccolta tutta la Viareggio antifascista e solidale a partecipare al presidio”, prosegue il Cantiere Sicale Versiliese.

Il Comune di Viareggio condanna la deturpazione del murale “con assoluta fermezza. Non si tratta soltanto di vandalismo, ma di un’offesa alla memoria, alla storia della nostra città e ai valori democratici e antifascisti sui quali si fonda la nostra Repubblica. Viareggio è una città libera, democratica e antifascista. E tale resterà”. Il Comune precisa di aver già segnalato l’accaduto alla polizia di Stato e alla polizia municipale, chiedendo tutti gli accertamenti necessari per individuare i responsabili. “Ci attiveremo anche per restituire al murale la dignità che merita. La memoria non si imbratta. Si custodisce, si rispetta e si tramanda”.

Ingoia una pila a bottone, salvato bimbo di un anno a Massa

16 Ottobre 2026 ore 12:39
Ingoia una pila a bottone, salvato bimbo di un anno a Massa

Un bambino di 1 anno della provincia di Massa-Carrara, è stato salvato dopo aver ingerito una pila a bottone grazie alla collaborazione tra il Meyer di Firenze e l’ospedale del Cuore di Massa, della Fondazione Monasterio. L’incidente è avvenuto il 5 ottobre. Oggi le strutture sanitarie ne danno notizie a decorso clinico avanzato.

Il piccolo venne trasportato all’ospedale del Cuore, dove è intervenuta la gastroenterologa endoscopista del Meyer Sara Renzo raggiungendo Massa con un mezzo di emergenza del 118 insieme alla strumentazione necessaria.

L’intervento di rimozione è stato eseguito in sala operatoria con il supporto dei cardiochirurghi pediatrici e del team della Monasterio. Nonostante fossero trascorse poco più di due ore dall’ingestione, la pila aveva già danneggiato le pareti dell’esofago. La tempestività dell’intervento ha consentito di rimuoverla evitando lesioni ai grossi vasi e la necessità di un intervento cardiochirurgico. Dopo alcuni giorni in terapia intensiva, il bambino è stato dichiarato fuori pericolo, anche se dovrà proseguire il percorso di cura.

“Fare rete e fare squadra funziona, soprattutto quando il tempo è determinante”, ha commentato l’assessora regionale alla sanità Monia Monni. Il caso riaccende l’attenzione sui rischi legati alle batterie a bottone, che possono provocare in tempi rapidissimi lesioni esofagee profonde ed emorragie potenzialmente letali. Nel novembre 2024 una bambina era deceduta in Toscana dopo un incidente analogo.

Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

16 Ottobre 2026 ore 11:08
Almeno 2 mila a manifestazione studentesca a Firenze, cori contro Meloni

Striscioni con scritto ‘Qui nessuno è straniero’ e ‘L’Ecole est a nous’ fanno da cornice alla manifestazione studentesca che partirà tra pochi minuti da piazza San Marco, a Firenze per protestare in particolare contro i tagli alla scuola ma anche contro il Dl Valditara sul tetto agli studenti stranieri in classe. Diverse le bandiere della Palestina. Oltre 2.000 le persone presenti di almeno 15 scuole superiori.

“Mentre le scuole cadono a pezzi, i professori vivono in situazioni di precarietà sempre più grave e il sistema scolastico rende impossibile allo studente vivere la scuola in modo sano e libero, le istituzioni si voltano dall’altra parte e invece di risolvere le problematiche che rendono la scuola un ambiente performativo, soffocante e oppressivo scelgono di colpevolizzare gli studenti stranieri, alimentando una politica di discriminazioni ed emarginazione”, viene spiegato dagli organizzatori. Tra i cori anche “Siamo tutti antifascisti”. Cori contro la premier Giorgia Meloni. “Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente”, si legge anche in uno striscione.

Neonato morto a Cecina, disposta l’autopsia

16 Ottobre 2026 ore 10:24
Neonato morto a Cecina, disposta l’autopsia

Sarà effettuata l’autopsia sul corpo del neonato deceduto dopo che sarebbe arrivato in ospedale a Cecina (Livorno) portato dalla madre in un sacchetto, la quale avrebbe raccontato ai medici di non essersi accorta della gravidanza. La conferma arriva dalla procura di Livorno dopo che la notizia è stata pubblicata oggi dal quotidiano Il Tirreno.
Ovviamente, come spiegano dalla stessa procura, sono in corso diversi accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica della vicenda.

Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

16 Ottobre 2026 ore 23:43

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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