Milano Fashion Week, i top e i flop della moda uomo: Prada resta la bussola, Dolce & Gabbana cade sugli stereotipi, il “famolo strano” dei giovani designer
In un’epoca in cui la retorica dell’archivio inizia risultare stantia e tutto sembra pericolosamente già detto, il weekend della Milano Fashion Week maschile ha agito da sismografo. Tra un calendario rarefatto e una marea di presentazioni, la distanza tra l’identità reale e la mera sovrastruttura comunicativa non è mai stata così netta. La sfida oggi non è più inventare l’inedito, ma capire come rendere rilevante il “già visto” senza scadere nel nostalgico. Se Zegna ha affrontato il dilemma attingendo all’armadio del fondatore Ermenegildo, lavorando su un sapore retrò sapientemente attualizzato, è Prada a consegnarci, come sempre, la griglia di lettura definitiva del nostro tempo. Miuccia Prada e Raf Simons sono andati dritti al punto, manipolando i capispalla iconici del brand per dimostrare che ciò che conosciamo può essere rassicurante e desiderabile proprio perché “scomodamente” trasformato.
Dall’altra parte della barricata, c’è chi ha cercato di infiocchettare il vuoto con narrazioni scricchiolanti: è il caso di Dolce & Gabbana, dove il manifesto contro gli stereotipi è affogato in una passerella che di quegli stessi stereotipi ha fatto un catalogo, per giunta poco inclusivo. Anche Lessico Familiare ha tentato di alzare la voce, finendo però per rifugiarsi in un “famolo strano” che rischia di confondere la ricerca stilistica con l’eccesso fine a se stesso. È sul crinale anche Dsquared2, che come sempre ha puntato tutto sugli effetti scenici che fanno dire wow e rendono virali sui social, facendo per un attimo dimenticare lo stato di crisi in cui versa il brand. Ecco allora che, mentre attendiamo con il fiato sospeso la prima vera sfilata di Giorgio Armani senza re Giorgio, abbiamo provato a stilare il bilancio dei top & flop di questo fashion week(end), tra chi abita la moda e chi prova solo a impacchettarla.
Prada – top
La domanda che attraversa l’uomo Prada per l’autunno/inverno 2026 è essenziale: è ancora possibile costruire qualcosa di nuovo partendo da ciò che esiste già? La risposta di Miuccia Prada e Raf Simons non è nostalgica né provocatoria, ma profondamente razionale. La sfilata al Deposito della Fondazione Prada, trasformato in un cantiere di un palazzo storico svuotato e in attesa di ricostruzione, rende fisica l’idea di un presente in cui nulla può essere cancellato, ma tutto deve essere rielaborato. Miuccia Prada lo dice chiaramente: questo è un tempo “scomodo”, in cui l’incertezza impone chiarezza, precisione, rispetto per il passato senza rinunciare al cambiamento. Gli abiti traducono questo pensiero: trench e cappotti sottili, camicie abbottonate sul dorso, polsini allungati e doppi, giacche strette, pantaloni asciutti, cappelli compressi e quasi inglobati nei capispalla. Tutto è riconoscibile, ma nulla produce déjà-vu. Raf Simons insiste sul valore del metodo Prada: non distruggere i paradigmi, ma ribaltarli dall’interno. È così che elementi storici del marchio tornano “nuovi” proprio perché inseriti in un sistema coerente, che rifiuta l’effetto sorpresa fine a sé stesso. È la metafora perfetta di una cultura che preserva per modificare, che rincorre la sicurezza nel passato per non affogare in un futuro imprevedibile. Cosa dice del mercato? Che oggi il lusso non deve stupire, ma orientare. Che la riconoscibilità è un valore solo se accompagnata da pensiero. E che il cliente cerca solidità culturale prima ancora che novità estetica.

Montecore – top
Se Prada rappresenta il pensiero, Montecore rappresenta l’applicazione concreta di quel pensiero al prodotto e al mercato. Fabio Peroni lavora con un metodo quasi ingegneristico: pochi modelli di base, sartoriali e codificati, pensati per tipologie precise di uomo professionista. Non è un caso che Montecore sia scelto da figure istituzionali come Sergio Mattarella o Antonio Conte. La collezione si costruisce per categorie chiare: capospalla imbottiti, piumini, outerwear tecnici, cappotti lunghi, modelli a camicia o bomber. Su questa struttura stabile, stagione dopo stagione, Peroni lavora su tessuti, filati, linee, comfort ed efficacia. Il risultato è un prodotto che evolve senza tradire il cliente, mantenendo un equilibrio rigoroso tra qualità e prezzo: il capo più costoso resta sotto i 2.000 euro. Ma il vero punto distintivo è il rapporto con il consumatore: Montecore offre una sorta di garanzia a vita, con servizi di riparazione e rimessa in forma dei capi. Un modello che restituisce senso alla parola “durata” e che trasforma l’acquisto in una relazione continuativa. La lezione? Che oggi il valore sta nel servizio, nella fiducia e nella coerenza. Che il cliente non vuole essere sorpreso, ma rispettato. E che il lusso contemporaneo passa anche da modelli industriali intelligenti, non solo da narrazioni aspirazionali.

Etro – top
Marco De Vincenzo gioca d’azzardo con gli “Animuomini“. Poteva essere un flop bizzarro, i suoi “animali fantastici” 2.0 sono un trionfo di “Etrosità”. Lo stilista lavora su un’operazione più sottile: riattivare il senso del vestire oggi attraverso la memoria visiva del brand. La collezione uomo riprende consapevolmente una campagna Etro del 1997 e una collezione storica di Kean, riportando in passerella le iconiche teste animalesche di allora. Il risultato non è citazionismo, ma un esercizio di traduzione temporale. De Vincenzo costruisce una collezione che sembra dialogare con l’attuale ossessione per il “ripostare” immagini del 2016, ma lo fa andando ancora più indietro, al 1996-1997. Paisley su velluto, jacquard animalier, vestaglie, pigiami, piume, maglie compatte e palette dense danno vita a un guardaroba che non è travestimento, ma linguaggio. Insomma, l’archivio funziona solo se diventa strumento critico.

Tod’s – top
A movimentare la presentazione (pur solida, centrata sul Winter Gommino e sul progetto Pashmy) dell’A/I 2027 di Tod’s ci si è messo Report, che proprio nel pomeriggio di domenica ha diffuso le anticipazioni del servizio in onda la sera sull’inchiesta riguardante il marchio, finito sotto indagine dalla Procura di Milano, con tre suoi manager, in relazione ad ipotesi di caporalato nella catena di subappalti della produzione. E così Diego Della Valle sposta il discorso sul punto che pesa su tutta la filiera: “Per prima cosa bisogna tutelare i lavoratori”, dice, e insiste: “Se vogliamo risolvere queste cose dobbiamo parlarne… il piccolo artigiano non può controllare 5 punti di filiera… bisogna sedersi… fare in un mese una legge che tuteli tutti”. E ancora: “Non possiamo far raccontare in giro per il mondo che siamo persone che non hanno a cuore il lavoro degli altri, perché non è vero”.

Dolce & Gabbana – flop
Il problema non è la sartorialità – che qui resta un terreno dominato con sicurezza – ma il dispositivo narrativo. La collezione “The Portrait of a Man” dichiara “archetipi lontani da qualsiasi stereotipo”, ma l’impianto è esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma, finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello stereotipo stesso. A questo si aggiunge il dato polemico circolato sui social: la passerella composta da modelli tutti bianchi, caucasici, bellissimi neanche fossero stati creati dall’intelligenza artificiale, elemento che – in un progetto che pretende di parlare di “individualità” – diventa un limite visibile, non un dettaglio. La sfilata pretende di essere un manifesto: ma quando il manifesto è più insistito dei vestiti, qualcosa si sbilancia.
Harmont & Blaine – top
Il progetto Re-Loved / New Love è uno dei pochi esempi in cui la sostenibilità esce dalla formula e diventa metodo: upcycling creativo di capi d’archivio e materiali in esubero, senza produzione extra; capi rimodellati sui codici della main collection (palette e accostamenti), maniche e bordature dei piumini sostituite con inserti in maglia, maglie che nascono dall’unione di due modelli, righe pop con ricami artigianali. È interessante perché non “romanticizza” lo scarto: lo tratta come materiale progettuale.

Lessico Familiare – flop
Qui il rischio è l’eccesso di “bolla” concettuale. Il brand lavora sul recupero e sulla trasformazione del già esistente – un metodo nato nel lockdown e diventato identitario – ma la collezione “New Age” accumula segni e personaggi fino a rendere meno chiara la destinazione. Gonne a sbuffo, tulle addensato, strascichi, sottovesti, paillettes, high/low dichiarato, ready-made e spostamenti (colletti che diventano t-shirt, calzini che diventano abiti), corone e diademi, tacchi e babbucce, Madonna come colonna sonora: l’idea c’è, la mano pure, ma la lettura si disperde. Il progetto resta interessante sul piano concettuale, ma alla lunga il gioco di accumulo e citazione rischia di diventare autoreferenziale. L’upcycling funziona quando genera nuove funzioni, meno quando si trasforma in linguaggio chiuso. Peccato…

Kiton e Brioni – top
Per Kiton “Verità del fare” non è uno slogan, è un posizionamento che diventa leggibile nella struttura della collezione per capitoli (diverse occasioni d’uso, guardaroba contemporaneo), nella ricerca tessile sviluppata dal lanificio di Biella e nel lavoro sui volumi per una vestibilità confortevole ma proporzionata. Il punto forte è il rifiuto della monocromia rigida: accenti misurati, abbinamenti sofisticati, più carattere senza perdere misura. In un mercato nervoso, è una scelta di solidità. Il “Grand Tour” di Brioni funziona perché non diventa cartolina: qui resta un’idea di guardaroba H24 naturalmente morbido, con palette che richiama tramonto e pietra romana e grigi dal fumo ai riflessi metallici. Interessante il dialogo formale/informale: completo da ufficio con giacca militare e cravatta in maglia; Principe di Galles che alza il casual; denim che entra nel sartoriale senza forzature. La capsule montagna e l’abito da sera (micro-paillettes effetto mélange) chiudono un racconto coerente: non cerca di stupire, cerca di durare.
Stone Island – top (ma prezzo flop)
Top per ricerca vera: la Prototype Research_Series 09 introduce la maglieria con laminazione ad aria, con membrana HDry® accoppiata in 3D su un manichino gonfiabile ad aria calda. Il risultato tecnico (increspature, trama visibile, zip tagliate a mano dopo la membrana) è esattamente il tipo di innovazione che ha senso nel menswear. Nota a margine: il prezzo comunicato (1.000 euro) rende il progetto desiderabile ma sovraprezzato. Dietro c’è il tentativo di riposizionamento del brand sul mercato, ma il pubblico di riferimento resta quello dei giovani o giovanissimi a cui così non risulta proprio accessibile.

Brett Johnson – top
È un esempio di lusso “sensibile” che non cade nel vago: la collezione nasce dal ricordo di Parigi e lo dichiara con una frase concreta (“Parigi mi ha insegnato che il viaggio non finisce quando torni a casa”), poi lavora su palette (grigio nebbia, verde, celeste, nocciola, introduzione del nero) e materia (pellami di cervo accoppiati a cashmere, shearling, suede impalpabile, lane effetto denim). Il punto sta nella costruzione: volumi fluidi/strutturati, asimmetrie, sovrapposizioni calibrate, dettagli (bottoni in corno non tinto, zip bagno palladio). Non è solo atmosfera: è prodotto.
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