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Di fronte alla crudeltà delle frontiere, solidarietà internazionalista e di classe!

3 Agosto 2026 ore 02:04

Comunicato di Anticapitalistas, la sezione della IV Internazionale dello stato spagnolo, in merito agli eventi di Ceuta

Con il passare delle ore, la tragedia di Ceuta assume proporzioni sempre più gravi. Si parla già di oltre 90 morti e il numero è destinato ad aumentare nelle prossime ore. Questo è il primo punto che vogliamo sottolineare: la crudeltà del sistema di frontiera nel Nord Africa si traduce nella perdita di vite umane tra le fasce più povere e indifese della popolazione mondiale. Di fronte all’indifferenza e alla disumanizzazione che questo sistema ci impone, dobbiamo chiarire che si tratta, prima di tutto, di una tragedia ingiusta che si abbatte sulle vite umane.

Queste morti si aggiungono così a quelle di centinaia di persone che ogni anno perdono la vita nella fossa comune in cui è stato trasformato il Mar Mediterraneo. Un sistema di frontiere promosso dall’UE e dallo Stato spagnolo, di cui lo Stato del Marocco è complice.

È ovvio che il regime alawita e l’oligarchia che governa il Marocco abbiano una grande responsabilità in questa tragedia. Sfruttano la drammatica situazione in cui tengono il proprio popolo a proprio vantaggio, stimolando determinati movimenti in funzione dei propri interessi. I suoi legami con gli Stati Uniti e Israele sono ben noti, così come il suo storico conflitto con l’Algeria. Il regime marocchino è una dittatura ripugnante, che non esita a colonizzare il Sahara e a reprimere popoli come quello del Rif, nonché le proteste della propria popolazione.

Tuttavia, il fatto che il regime alawita abbia sfruttato la disperazione del proprio popolo per i propri interessi non cancella la realtà. Molte persone, spinte alla disperazione dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, cercano di emigrare nei paesi del centro imperialista con l’obiettivo di trovare una vita migliore. Questa popolazione, impoverita dal neocolonialismo e dalle oligarchie locali, non è un esercito invasore: fa parte del proletariato globale e, da un punto di vista di classe, merita la nostra solidarietà e la nostra umanità. Chi oggi, dalla sinistra, nutre dubbi su questo punto e adotta una visione unilaterale della questione, riducendola a una mera cospirazione, cerca solo di nascondere la responsabilità dello Stato spagnolo e dell’UE in tutto questo dramma. Già nel giugno 2022, il governo di coalizione progressista aveva lanciato un’offensiva che, insieme alle forze marocchine, aveva causato 22 morti e centinaia di dispersi nella tragedia della recinzione di Melilla.

Anche in questa occasione, la retorica militarista tende a dominare il dibattito pubblico. L’adozione di una retorica basata su concetti come «invasione» o «violazione della sovranità nazionale» riflette fino a che punto le idee che la destra e l’estrema destra intendono diffondere nell’intera società abbiano permeato anche settori che si considerano progressisti.

L’UE e lo Stato spagnolo (sotto il «governo più progressista della storia») hanno esternalizzato gran parte del lavoro di controllo delle frontiere al regime marocchino e ne hanno legittimato la colonizzazione del Sahara, abbandonando la storica lotta del popolo saharawi. Ma non solo. Lo Stato spagnolo e la UE sono parte della Nato, un blocco imperialista e militarista que, nonostante le tensioni con gli Stati Uniti, fa parte dello stesso sistema di dominio sulle popolazioni e sui paesi del Sud del mondo. L’arricchimento dei capitalisti europei e spagnoli si basa su una combinazione di sfruttamento della propria classe operaia e di quella dei paesi postcoloniali, nonché sul saccheggio delle loro terre e della loro economia. Per questo motivo, presentare la questione come una disputa su linee nazionalistiche è uno stratagemma che non riconosce le complesse relazioni di potere imposte dalla logica imperialista e che alimenta un conflitto che può arrivare ad avere conseguenze belliche.

Di fronte allo scontro tra classi lavoratrici su linee nazionali, dobbiamo essere chiari e puntare il dito contro le élite economiche e politiche di entrambi i paesi che traggono vantaggio da questa situazione. I confini non impediscono la migrazione: la rendono più crudele e disciplinano il migrante, creando condizioni più favorevoli affinché la borghesia possa poi sfruttarlo in modo eccessivo, abbassando così il tenore di vita dell’intera classe lavoratrice. La borghesia spagnola approfitta, senza remore, di questa situazione, sfruttando i bassi salari per mantenere i propri profitti.

Questo rapporto ha anche un’espressione economica molto concreta. Grandi aziende come Acciona, Indra e Repsol, insieme a istituzioni finanziarie come Santander, traggono profitto dallo sfruttamento delle risorse del Sahara occidentale occupato e dal sostegno al modello economico marocchino, mentre il Marocco continua a essere una pedina chiave per Francia, Stato spagnolo e USA come fonte di manodopera a basso costo per l’agricoltura, il settore dell’assistenza e quello dei servizi. Dietro il discorso della “buona vicinanza” si nasconde un’alleanza fondata su interessi economici, geopolitici e imprenditoriali, in cui talvolta affiorano tensioni e interessi divergenti, ma che risponde allo stesso modello sistemico e allo stesso interesse di classe.

La nostra posizione è chiara. Difendiamo vie legali e sicure per migrare e poniamo fine alla militarizzazione delle frontiere, mettendo al centro i diritti umani delle persone che migrano. Questo è ciò che eviterebbe le catastrofi umanitarie e anche l’uso della migrazione come strumento di ricatto. Combattiamo costantemente il razzismo e puntiamo sull’organizzazione unitaria delle classi lavoratrici, indipendentemente dalla loro origine. Denunciamo e combattiamo gli interessi economici e i sistemi politici dello Stato spagnolo e del Marocco, e riteniamo che solo la solidarietà tra i popoli possa risolvere i problemi di fondo.

Non siamo nemmeno ingenui. Nell’ambito di questo sistema capitalista e imperialista possiamo ottenere alcuni miglioramenti, e lottare per essi è fondamentale per evitare di cadere nell’abisso. Tuttavia, solo una trasformazione di questo sistema secondo linee socialiste e internazionaliste, che stabilisca relazioni federative, solidali e associative tra i popoli, non mediate dagli interessi economici e geopolitici di pochi, consentirà di instaurare forme di libertà di movimento realmente sicure e aperte. Mentre lottiamo per questo, dobbiamo difendere senza compromessi i diritti umani di tutte le persone migranti e denunciare e combattere le classi dominanti di tutti i paesi, responsabili di questa drammatica situazione.

Per questo motivo, per migliorare il rapporto di forze qui e ora, riteniamo fondamentale lottare per:

    l’abrogazione della Legge sugli stranieri

    la fine del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e lo smantellamento di Frontex

    il rafforzamento immediato del sistema di accoglienza

    la fine dei rimpatri immediati

Di fronte alla crudeltà delle frontiere, al razzismo e allo scontro tra i popoli: solidarietà internazionalista e di classe!

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte

di: iene
2 Agosto 2026 ore 20:01

Prima Parte

Capitolo 1
Come Minor cambiò opinione
Roberto Minor incomincia il suo articolo proclamando la necessità non solo di salvare la Russia soviettista, ma anche di comprenderla, ed egli cominciò a comprenderla imitando tutti gli avversari “i quali a uno a uno si piegarono dinnanzi a Lenin,” cioè col trasformarsi da anarchico in bolscevico. La sua asserzione che tutti cedono dinanzi alla “grande forza” di Lenin, è precisamente il rovescio di quanto egli stesso affermò nel suo articolo: “Quando l’anarchismo [dominava] la Russia,” col quale egli prova che la rivoluzione si affermò, si afferma e continuerà ad affermarsi anche senza la “grande forza” impersonata in Lenin.
Come tutti i missionari convertiti egli fa tutto il possibile per gettare fango sugli uomini e sull’ideale già professato e ammirato. Non basta: egli svisa le fondamentali differenze tra socialismo e anarchismo.
Di questa accusa non siamo troppo sicuri, perché dopo la lista completa delle opere ch’egli ha letto e che porta a testimoniare, dubitiamo ch’egli abbia letto abbastanza da poter comprendere il socialismo e l’anarchismo.
[Ha calunniato Petr Kropotkin perché Kropotkin non ha impedito ai ragazzi della YMCA1 di chiamarlo “Principe.” Questo è quasi disgustoso: Kropotkin, dal momento che fa parte del movimento anarchico, ha mai firmato il suo nome diversamente da “Pëtr Kropotkin”? Chi ha continuato a aggiungere il suo vecchio titolo di “Principe”? I ragazzi della YMCA o la stampa capitalista? Oh, no! Consultate il numero del Labor Leader di Londra, l’organo socialista in Inghilterra, del Luglio 1920, e scoprite cosa sanno fare i socialisti!
Kropotkin ha inviato un messaggio ai lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America (un messaggio più chiaro di qualsiasi cosa sia mai apparsa sulla Rivoluzione russa, e che Minor non menziona nemmeno). Il Labor Leader lo pubblica in prima pagina con il titolo “Una lettera del principe Kropotkin”! Chi dovrebbe essere maggiormente incolpato: chi continua a chiamare Kropotkin “Principe” – nonostante a lui il titolo non importi affatto – oppure i co-socialisti di Minor, che glielo attribuiscono deliberatamente?!]
Ma, analizziamo le ragioni esposte da Minor a giustificare “le sue conversioni.” Egli dice:
“Ho trovato che Engels nella su Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato denunzia ed espone lo Stato con più chiarezza e radicalismo di qualsiasi anarchico che io conosca. Dopo di ciò ricorsi alle fonti dell’anarchismo: Lo Stato, la sua funzione storica di Kropotkin.
E fui costretto ad ammettere che la filosofia antistatale fu creata da Marx e da Engels; Kropotkin non la comprese neppure.”
[Si tratta di affermazioni piuttosto audaci. Ma egli porta un solo fatto per dimostrarle? Non nel suo articolo. L’unica prova che fornisce è la sua ignoranza, ammettendo che, per quanto riguarda la sua “conoscenza,” Engels e Marx hanno smascherato lo Stato “in modo più radicale” di qualsiasi anarchico.]
Quando uno cambia le sue idee, deve coscienziosamente compiere un completo studio su tutto ciò che abbia attinenza e relazione con l’idea che sta per abbandonare e con quella che si vuole adottare. Minor, invece, comincia coll’annunziare al [mondo] che ha preso con sé, per leggerli, i tre volumi del Capitale di Marx, che al principio della lettura del primo volume gli si dà a leggere Lo Stato e la Rivoluzione di Lenin. Egli ancora legge Il Manifesto Comunista e L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato di Engels. E qui si ferma!
Ritorna alle sorgenti anarchiche leggendo, non un opuscolo od un volume, ma una vecchia conferenza di Kropotkin ed il miracolo avvenne. Realizza subito quanto conservatore sia l’anarchismo di fronte al socialismo. A darne prova non cita una sola parola od un paragrafo di Engels, del Manifesto, o della conferenza di Kropotkin!
[Non si rimane delusi dalla “conoscenza” che si riscontra in Minor. Dopo una ricerca così approfondita delle idee anarchiche e socialiste, cambiò “idea” e passò dall’anarchismo al bolscevismo. Che disgusto deve provare un lettore intelligente nei confronti dei nostri ben noti “intellettuali” quando scopre la loro totale ignoranza, soprattutto in casi come quello di Minor.]
Prima di criticare l’anarchismo, prima di accusare Kropotkin d’incomprensione, prima di confondere gli anarchici con gli IWW e Bakunin con John Most, non deve uno tentare almeno l’eroica prova di indagare e capacitarsi che cosa sia l’anarchismo con i suoi ideali e le sue tattiche? Non dovrebbe uno leggere di Kropotkin [qualcosa] più che una conferenza stampata, prima di proclamarlo un ottuso? Non dovrebbe uno conoscere la differenza fra IWW e anarchici, fra Bakunin e Most?
Sono i nostri “intellettuali” così irresponsabili da osare ciò che qualsiasi lavoratore che si rispetti e pensi normalmente non oserebbe fare? O dobbiamo noi attribuire la condotta di Minor e del Liberator alla sicumera che gli anarchici non saranno mai in grado di rispondere dalle loro colonne, per cui essi possono osare tutto, persino mettere a nudo la propria ignoranza?
Non importa la causa. Questo è comunque un doloroso spettacolo che dev’essere messo alla luce, perché altri – d’uguale deficienza culturale come Minor – non segua la falsariga sua!
Minor sapeva che non poteva dimostrare le sue affermazioni, perciò ne fece a meno. Ebbene, noi citeremo ambe le parti in questione e il lettore deciderà per sé stesso. Engels dice nell’ “Origine della Famiglia”:
“Lo Stato deve la sua esistenza alla necessità d’imbrigliare l’opposizione delle differenti classi, e fu originato dalla lotta fra queste classi; per cui lo Stato è il potere della classe potente, della classe che ha la supremazia economica” (p. 137, edizione tedesca).
“Lo Stato odierno coi suoi parlamenti ed i rappresentanti eletti è lo strumento col quale il capitale succhia il sangue ed il sudore dei salariati” (p. 138)
[“Quando le classi andranno in pezzi, con esse inevitabilmente cadrà anche lo Stato.” (p. 139-140).]
[Citiamo ora “Lo Stato, la sua funzione storica,” che, secondo Minor, non fornisce alcun “resoconto coerente sull’argomento.”]
Kropotkin, nella sua conferenza, disse in parte:
“Dove la servitù era stata abolita, venne ricostituita in certe altre forme differenti; dove non era stata ancora distrutta, fu modellata sotto la protezione dello Stato, in una feroce istituzione con tutte le caratteristiche dell’antica schiavitù, o peggio ancora.
[“E poteva risultar altra cosa, se la prima preoccupazione dello Stato fu quella di annientare il comune di villaggio dopo la città, di distruggere tutti i legami che esistevano fra contadini, di abbandonare le loro terre al saccheggio dei ricchi e di sottometterli, ognuno individualmente, al funzionario, al prete, al signore?”]2 (p. 28, 29)
“Lo Stato riuscì solo ad opprimere i lavoratori, spopolare le campagne, portare la miseria nei paesi, ridurre migliaia di esseri alla fame, ed imporre la schiavitù industriale” (p. 35)
“Permettere ai cittadini di costituire una federazione fra di loro per espletare qualche funzione dello Stato, sarebbe stata una contraddizione di principio. Lo Stato domanda la personale sottomissione dei suoi soggetti, senza agenti intermedi, esso domanda l’eguaglianza nella schiavitù, e non può permettere uno Stato entro lo Stato.” (p. 32)
E compendia storicamente così:
“La prima fase dell’evoluzione è stata la tribù primitiva, passata poi nella comunità rurale, poi in una città libera, e finalmente scomparente quando raggiunse la fase dello Stato.” (p. 41)
[Kropotkin] dimostra in seguito che lo stesso destino di morte s’abbattè non solo in Asia, sulle coste del Mediterraneo e nell’Europa centrale, ma anche in Egitto, Assiria, Persia, Palestina, Grecia, Roma, Germania, Slavonia e Scandinavia. E termina profetizzando ciò che lo Stato ci riserba anche quando è “lo Stato rivoluzionario”:
“Porterà ancora la morte? Immancabilmente se non ci ricostituiremo in una società libertaria e su base antistatale. O lo Stato sarà distrutto ed una nuova vita comincerà in migliaia di centri, basati sul principio dell’energica iniziativa individuale, o di gruppi liberamente associati, o altrimenti lo Stato spazzerà la vita individuale e locale, diverrà l’assoluto padrone di ogni dominio dell’attività umana, porterà con sé le sue guerre e le sue lotte intestine per il controllo del potere, le sue superficiali rivoluzioni che cambiano soltanto il tiranno e, inevitabilmente, alla fine di questa evoluzione, la morte.” (p. 42)
[“scegliete voi stessi quale delle due questioni preferite!” (p. 42)]
Non è tutto questo un rancido conservatorismo comparato col socialismo scientifico di Marx e di Engels? Non c’è da meravigliarsi se Minor non [l’abbia citato] a sostegno delle sue affermazioni!
Ora, quale valore possono avere le parole di Minor quando dice “cerchiamo una concezione dello Stato che sia differente dall’ortodossa concezione dell’ideologia borghese. Non ve n’è che una: quella di Marx, Engels e Lenin.”?
[Le citazioni di Kropotkin che abbiamo riportato rispondono di per sé alla veridicità o alla falsità delle affermazioni di Minor. Ma presto mostreremo con più forza perché Minor si sia spinto troppo oltre.]
Vi sono altri anarchici che scrissero sullo Stato, qualcuno anche prima di Marx, Engels e Lenin. Il lavoro di Engels fu pubblicato per la prima volta nel 1884; ma nel 1849 – 35 anni prima -, visse un uomo, un certo Proudhon, che diede alle stampe in quell’anno due suoi lavori: Che cosa è la proprietà e Confessioni.
[Alcuni membri del movimento radicale potrebbero sapere qualcosa di uno di questi libri. Noi citeremo un paragrafo de le Confessioni. Lui dice:]
“L’autorità, non appena comparsa sulla terra, divenne l’oggetto dell’universale competizione. Autorità, governo, potere, Stato (queste parole denotano tutte la stessa cosa: sono, per ogni uomo, mezzi di oppressione e sfruttamento dei propri simili. Assolutisti, dottrinari, demagoghi e socialisti, incessantemente volgono i loro sguardi all’autorità come al loro esclusivo miraggio.” (p. 7 (24))
E su Che cosa è la proprietà:
“Tutti i partiti senza eccezione, che mirano alla conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo; e non vi sarà mai libertà per i cittadini, ordine per la società, associazione per i lavoratori, fino a che, nel catechismo politico, la rinuncia all’autorità non si sostituirà alla fede nell’autorità.” (p. 301 (216))
[Minor si è forse rifiutato di leggere queste riflessioni solo perché prendono di mira i suoi nuovi compagni “radicali”, i socialisti marxisti?.. O forse perché l’ignoranza è beatitudine?…
Ma passiamo ora ad alcuni anarchici più “conservatori” di Proudhon. Per caso, Minor ha mai sentito parlare di un uomo che scriveva sotto lo pseudonimo di Max Stirner e di un libro da lui scritto che in inglese si intitola “The Ego and His Own”? (Nell’originale tedesco si intitola “Der Einzige und sein Eigentum”, che è anche più corretto.)3
Questo libro fu pubblicato nel 1845, e i nuovi maestri di Minor, Marx ed Engels, se ne adirarono a tal punto (e si noti che, come sostengono Lenin e Minor, entrambi erano contro lo Stato…) da pubblicarne uno contro di esso. Tuttavia, per ragioni ben note, i loro seguaci ne hanno interrotto la circolazione o la ristampa.]
Riporteremo alcuni brani de L’Unico di Stirner:
“Atteggiamento dello Stato è la violenza, ch’esso battezza “legge” se esercitata in suo nome, e “crimine” se esercitata in nome dell’individuo.” (p. 259)
“È esso il re delle bestie, leone e aquila.” (p. 337)
“Lo Stato può essere rigoglioso mentre io soffro la fame.” (p. 280)
“Lo Stato non suscita mai la libera attività degl’individui, ma la costringe nelle sole manifestazioni che servano al suo proposito. Lo Stato ostacola le libere iniziative con la sua censura, con la sua sorveglianza, coi suoi poliziotti, e chiama “suo dovere” questa funzione tiranna.” (p. 299)
“I lavoratori tengono nelle loro mani una forza potente e incoercibile, e se ne divenissero completamente consapevoli e la sapessero usare, niente potrebbero contrastarli; essi avrebbero solo da sospendere il lavoro, ritenere come proprio il prodotto e servirsene. Questo è lo spirito delle agitazioni operaie che si manifestano qua e là. Lo Stato posa sulla schiavitù dei lavoratori. Se il lavoratore si emancipa, lo Stato è perduto.” (p. 127)
Qui citiamo il pensiero di un altro scrittore sullo Stato – uno scrittore che Engels conosceva: Michele Bakunin, il quale scrisse, vent’anni prima di Engels, “non vi è legislazione che non abbia lo scopo di convergere in istituzione, e consolidarlo, lo sfruttamento della popolazione lavoratrice da parte della classe dominante.”
Ecco ciò che egli scrisse sull’origine dello Stato:
“In ogni terra, esso (lo Stato, ndr) è nato dal connubio della prepotenza il furto e la spoliazione (in breve dalle guerre di conquista) con gli Dei gradualmente creati dall’entusiasmo religioso delle nazioni.” [(Dio e lo Stato, p. 287)]
[“Schiavi di Dio, gli uomini devono esserlo anche della Chiesa e dello Stato, in quanto quest’ultimo è consacrato dalla Chiesa.”4 (p. 20)]
[Potremmo continuare a citare pagine e pagine di scrittori anarchici.
Ma le citazioni riportate finora sono, a nostro avviso, sufficienti a dimostrare quanta “verità” ci sia nelle affermazioni di Minor secondo cui “l’Origine” di Engels abbia smascherato e condannato lo Stato in modo più chiaro e radicale rispetto a quanto fatto da qualsiasi anarchico, o che Kropotkin non abbia compreso la filosofia dello Stato – senza dimenticare le rivendicazioni di Minor stesso sull’originalità di Engels.
Senza dubbio, il lettore sarà interessato a conoscere il punto di vista di un giornale socialista sull’“originalità” del libro di Engels.
Quel che segue è estratto dal Colonial and Cooperator del Gennaio 1921.
Ci auguriamo soltanto che la nostra analisi susciti in coloro che desiderano approfondire l’argomento un interesse tale da spingerli a studiare più a fondo i libri che abbiamo citato.]
“Fra le pubblicazioni socialiste commemoranti l’anniversario della nascita di Engels vi è il Proletarian di Detroit, che consiglia a tutti coloro che desiderano [affinare la propria mente in materia di pensiero lucido di leggere le opere di Engels]
“Ma il Proletarian cade in errore quando afferma che “forse il più conosciuto lavoro di Engels è l’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato,” per il fatto che esso è [in gran parte tratto da] un bollettino compilato [per il] governo degli Stati Uniti da un certo Morgan, ufficiale governativo, che visse a lungo fra le tribù indiane, imparandone la lingua e la storia, e che riuscì a dimostrare con le sue osservazioni come dall’individuo nomade originò la famiglia, la tribù, la nazione e infine la società umana. [Il rapporto è ormai fuori stampa e può essere ottenuto solo pagando prezzi esorbitanti ad antiquari e librai.]5

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Graham si riferisce alla Young Men’s Christian Association (YMCA)

2Nota del blog. Per una questione di scorrevolezza abbiamo preso la frase dall’opuscolo Petr Kropotkin, Lo Stato, Edizioni della Rivista Università Popolare, Milano, 1910, p. 96

3Nota del blog. In italiano è L’unico e la sua proprietà.

4Nota del blog. Abbiamo preferito non tradurre dall’inglese e prendere direttamente la citazione tradotta in italiano. Michail Bakunin, Dio e lo Stato, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, p. 13

5Nota del blog. Nell’articolo riportato da L’Adunata dei refrattari, viene riportato questo pezzo al posto di quello che abbiamo tradotto: «In questo modo il Proletarian attribuisce, intenzionalmente, molto valore al Bollettino di Morgan per valorizzare il libro di Engels.»

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte ©, .

Antirazzismo, dalla regolarizzazione all’organizzazione

2 Agosto 2026 ore 10:57

Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire quella forza sociale in grado di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo

★ Iosu del Moral, Antikapitalistak Euskal★

La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa.

Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza.

La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case.

La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità.

Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema.

L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia.

Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui.

Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro.

La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo.

È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso.

La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione.

Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo.

A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante.

Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo.

Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti  politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice.

La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni.

Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento.

Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza.

Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo.

Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere.

La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni.

Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua.

[2026-11-21] Stanze Fredde Fest 3 @ El Paso Occupato

11 Agosto 2026 ore 02:18

Stanze Fredde Fest 3

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 21 novembre 17:00)
Stanze Fredde Fest 3

Stanze Fredde è un'etichetta indipendente basata sullo spirito fai da te.
Nata a Torino in un periodo storico in cui viene data troppa attenzione all'apparenza e non ai contenuti, anche in ambito musicale, il nostro obiettivo è quello di far circolare la musica di artisti emergenti o sconosciuti per far avvicinare le persone a una scena che non viene valorizzata come dovrebbe.
Siamo alla ricerca di suoni freddi, oscuri, minimali e sintetici che rispecchino a pieno il mondo interiore che ci caratterizza.

Vi aspettiamo a Torino per la terza edizione del nostro festival, che si terrà al Paso Occupato (Via Passo Buole 47) il 21 novembre 2026.

Il filo conduttore sarà il sintetizzatore.
Si esibiranno band della nuova scena minimal synth e synthpunk, proietteremo un documentario, ci saranno dj set a tema fino all'alba e potrete trovare distro e banchetti di autoproduzioni.

◎▲◎▲◎▲◎▲◎▲

live:

Yvgoslavia (minimal coldwave - Spagna)

Olgha (dark synth pop - Italia/Polonia)

Sinnthese (minimal wave - Austria)

Betes Sauvages (minimal wave - Germania)

Kühle Matrosen (minimal wave - Germania)

Der Burokrat (electro-minimal-EBM - Italia/Francia)

dj set minimal - synthpunk - coldwave di Stanze Fredde, Radioklub, Ai No Korida

screening: Des Jeunes Gens Modernes

5€ benefit El Paso + Stanze Fredde

CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico.

1 Agosto 2026 ore 16:18
CLICCA QUI PER SCARICARE L'OPUSCOLO IN PDF

Pubblichiamo integralmente l’opuscolo appena prodotto dal gruppo di lavoro della FAI “Azione diretta e crisi climatica”. La diffusione è più che auspicata. Buona lettura! La redazione web

Prefazione

Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.

Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.

La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.

Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».

In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.

Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.

Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Capitolo 1 – Cosa s’intende per cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.

Cos’è la World Meteorological Organization?

Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.

Cosa fa la WMO?

La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:

– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,

– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,

– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,

– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile

La situazione attuale

Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):

  • Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.

  • Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.

  • Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.

  • Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.

  • Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.

  • Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.

  • Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.

  • Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.

Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:

– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;

– la causa sono le emissioni (di origine antropica);

– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici

La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.

L’IPCC

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;

  • il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;

  • il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.

L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).

Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.

Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.

Come si misura il clima

Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).

La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.

L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.

Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.

Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.

Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.

Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.

Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.

Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.

Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).

In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.

Effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.

Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.

Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare

I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.

Eventi meteorologici estremi

Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).

Impatti su piante, animali e habitat

Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.

Impatti su salute e società

Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.

Effetti economici

Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.

Negazionismo e negazionismi

L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.

Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.

Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.

Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:

  • Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.

  • Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.

  • Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.

  • Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.

  • Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.

Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Capitolo 2 – Governi e capitale: la complicità strutturale nella crisi climatica.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.

La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.

Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità

Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.

L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti. 

La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali. 

Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025. 

Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.

Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.

In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.

Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale

Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.

La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.

Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari. 

Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%. 

L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici. 

In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore. 

Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri

In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda insaziabile.

Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.

Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.

I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.

L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi

Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente. 

Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center. 

La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari. 

L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità. 

Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo

Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.

Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.

Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.

Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.

L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.

L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.

Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.

Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione

Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.

Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».

Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.

Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili

Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.

Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.

Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.

Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.

Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica. 

La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive. 

L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente. 

La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale. 

Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?

L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).

Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.

Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.

Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.

Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.

Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.

I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.

La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.

Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.

Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.

Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.

Capitolo 3Cos’è il greenwashing?

Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.

I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.

Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.

Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.

La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers

Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:

Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.

Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.

Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.

Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.

Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti. 

Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.

Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.

Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).

Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.

Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.

Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.

Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.

A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?

Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?

In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.

A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.

Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:

  1. Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.

  2. Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.

  3. Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.

  4. Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.

È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026​. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Capitolo 4 – Movimenti ambientalisti: storia, critica e limiti

  Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.

Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.

Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.

 1. Le origini: la protezione della natura come altrove

  In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.

Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:

  • era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;

  • la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);

  • non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.

 2. La svolta degli anni ’60 e ’70

  Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia

 Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).

Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.

Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:

La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).

L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.

Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.

 L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia

 In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.

Due momenti storici segnano questa fase:

  i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;

• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.

 A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso invisibile” la produzione.

La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd

Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.

Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.

Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.

3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo

La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.

4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei

L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”

Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.

A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).

B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:

ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);

ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.

C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.

Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista

 Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.

A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.

Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”

Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.

Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.

La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.

La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.

È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.

Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.

Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del Blablabla

 Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.

Analisi Tattica e Strategica

• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.

• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.

• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.

Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.

Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:

• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;

• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;

• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.

In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.

Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza

 Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.

Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:

• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.

• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).

• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.

Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.

 Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico

 La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.

Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.

Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.

 

Antispecismo politico e Limiti dello Stato

  Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.

1. L’antispecismo politico: oltre la compassione

L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.

La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.

2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità

L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.

 5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore

  Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.

A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore. 

Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.

B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica. 

La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).

C. La repressione come risposta sistemica. 

Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.

6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria

L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.

La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:

• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;

• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;

• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;

• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;

• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.

 La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano. 

Capitolo 5 – CHE FARE? Una proposta libertaria.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.

Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.

Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.

Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.

La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.

Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.

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Immagini

Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.

Ringraziamo l* artist* per averci concesso l’uso delle loro opere.

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Solidarietà alle compagne e ai compagni della manifestazione NOTAV alta felicità che sono stati denunciati per devastazione!

di: rsp
1 Agosto 2026 ore 15:55
Il 27 luglio quella pagliaccia cattofascista (doppiogiochista) della Meloni (foto sopra), è andata ai cantieri dell’alta velocità Torino-Lione dichiarando ai mass media che i No Tav sono terroristi! Senza naturalmente chiedergli perché stavano manifestando, altrimenti sarebbero saltati fuori tanti altri altarini, sporchi e meschini, tipici della sua cultura borghese, egoista, arrivista, opportunista, ipocrita e repressiva.     …

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Spin Time, non c’è più tempo

1 Agosto 2026 ore 14:07

Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme.

Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante. 

Renato Ferrantini

Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono.

Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e molte altre. 

La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale. 

Renato Ferrantini

I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time». 

Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare. 

Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa.

Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica. 

L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più. 

Renato Ferrantini

Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze. 

Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni. 

SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.  

Immagine di copertina di Renato Ferrantini

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CIAO ANNA!

1 Agosto 2026 ore 13:16
Diffondiamo: Questa notte Anna Cipriani, che in moltx hanno avuto modo di conoscere in diverse occasioni tra cui le presentazioni del libro del figlio Claudio, è venuta a mancare in ospedale a Napoli. Abbiamo percorso con lei un pezzo profondo e importantissimo, reciprocamente l’una a fianco all’altra anche nei momenti più duri, inclusa la repressione … Leggi tutto "CIAO ANNA!"

Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento

1 Agosto 2026 ore 12:07

Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole.

Fuoco, fumo e diossina: l’emergenza ambientale del Municipio IX

Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo.

A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili.

Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona.

Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme.

Il quartiere dormitorio che non doveva essere: la cementificazione di Fonte Laurentina

Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali.

Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e socialità, restano da anni in stato di abbandono.

Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo.

Blackout e reti al collasso: quando il cemento supera la capacità della città

La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta.

Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di Roma sud.

Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali.

Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo.

Il caso Papillo: un cantiere infinito tra cemento e assenza di servizi

Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento.

Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto.

Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici.

Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti «ai limiti del tollerabile».

Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato.

Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio.

Un unico problema: il territorio sacrificato agli interessi privati

Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente.

Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto pensate per una città più piccola.

Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno.

la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud.

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Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire

31 Luglio 2026 ore 11:49

Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista.

Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre.

Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo.

Ricordare

Focene – Buena Onda – 27 agosto

La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono.
È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare.
Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni.

Riconoscersi

Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento.

Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə .

Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi.

Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo.

Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato.

25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità.

E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo.

Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival

Resistere

Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento

I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati.

Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto.

Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica.

Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie.

Ripartire

Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio.

Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme.

Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra.

Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme.

Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga.

Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante.

Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto.

Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize.

E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore.
Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista.

Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano

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In memoria di Filippo Filippetti, anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti

30 Luglio 2026 ore 16:50
1922- 2026 In memoria di Filippo Filippetti anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti Domenica 2 agosto 2026 ore 19 Commemorazione presso la lapide Via Provinciale Pisana 354, Livorno (ex-scuola Camilli) Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno. […]

La Comune di Parigi in scena

30 Luglio 2026 ore 12:47

Cinque anni fa pubblicammo, in contemporanea con “Lundi matin” e nel 150° anniversario della Semaine sanglante con il titolo 2021. La Comune prende il volo la sezione conclusiva di un racconto utopico di Krill&Zon intitolato Il gran finale. L’antefatto del finale immagina che un gruppo assortito di sbandati, proletari e intellettuali che provengono da differenti percorsi si ritrovino in un singolare progetto commemorativo dell’anniversario di cui sopra. Siamo nella stagione del Covid e della Casa di carta quando  tutti fantasticavamo nelle ambasce del lockdown. I tre principali sottogruppi della banda si incontrano per casi a mangiare in un ristorante clandestino, aperto per pochi iniziati a fianco di un locale giapponese chiuso per Covid e rifornito di cibo da asporto da un ristorante vicino e reale (Le temps des Cérises, noto bistrot cooperativo a tema comunardo nel rione della Butte aux Cailles, luogo di uno dei pochi combattimenti vittoriosi durante la difesa di Parigi).

La cospirazione

Il progetto “Assalto al cielo” consiste nel dipingere la Colonna Vendôme, simbolo dei trionfi napoleonici, abbattuta dalla Commune antimilitarista su iniziativa di Courbet, rialzata dopo la restaurazione di Thiers, disancorarla dal suolo, armarla con otto razzi e scagliarla come un gigantesco missile contro la basilica del Sacré-Coeur – il bianco monumento espiatorio che corona Montmartre (da cui la Commune aveva preso le mosse con il rifiuto di restituire al governo i cannoni).

Un orrore architettonico ormai degradato a fondale turistico e un simbolo della repressione. Per realizzare il progetto, in cui la muralizzazione della Colonna serve per intraprendere un restauro mascherato da ponteggi e vele pubblicitarie che consentano invece lo smantellamento delle sovrastrutture figurative bronzee e l’aggancio con i razzi), occorrono numerosi passi e contatti, quindi un allargamento dei partecipanti all’iniziativa, che coinvolge nuovi imprevedibili interlocutori del mondo militare, economico e mafioso.

Soprattutto alla fantasia e competenza digitale della componente anarchica e post-fordista occorre unire la disciplina sindacale e la manualità dei vecchi métallos PCF stalinisti, riassunti nella persona del loro reclutatore Bertrand – cha addirittura è un critico dello spontaneismo della Commune che tanto esalta i suoi più giovani complici nell’impresa. Componente decisiva, ma anche l’unico che muore o meglio di cui si annuncia in coda il male che lo mina e che allegoricamente esprime l’estinzione  di un’intera e generosa sezione della classe operaia.

Fino alla spettacolare e festiva realizzazione del progetto, nel giorni del 150° anniversario della caduta della Commune (24 maggio 2021), in fortunata coincidenza con il raduno al Sacré-Coeur di tutta la corte macroniana, apparati dello stato, opposizione di facciata e ideologi di Sciences-Po (manca purtroppo, per ragioni cronologiche, l’esimio artefice della disfatta elettorale italiana del 2022).

All’inizio il massacro riparatore non era previsto, tutto si risolveva nella distruzione della Colonna e nella festa popolare, musiche, balli, cestini di vimini paracadutati, colmi di ciliegie (le cérises di Belleville furono da subito  l’emblema popolare della Commune). Il punto di svolta è inserito nella “favola” da un violento e ingiustificato episodio repressivo in cui un mezzo della polizia schiaccia decine di manifestanti pacifici, così da scatenare una vendetta che tiene insieme le fucilazioni del 1871 e le violenze macroniane contro i dimostranti e i beurs della banlieue.

Lo spettacolo

È proprio questa “gran finale” fantascientifico a ispirare la trasformazione, per opera di Nicola Grillenzoni, di questa “favola” in uno spettacolo popolare (volutamente “per bambini”) della durata di poco più di un’ora realizzato dallo stesso autore come One Man Show, con un prologo riassuntivo della storia della Commune (origini, manifesti programmatici e leggi, vicende militari e repressione versagliese), un breve riassunto degli antefatti  cospirativi e la messa in scena, con sollecitata partecipazione del pubblico, di alcuni passaggi della storia. La costruzione e demolizione delle barricate con blocchetti di plastica, la verniciatura della Colonna con pistole a spruzzo di colori lavabili, il lancio finale del razzo. I bambini si divertono un sacco a costruire barricate e spruzzare colori impasticciandosi, gli adulti riflettono sull’assalto al cielo e le miserie odierne. La miscela di soluzioni da teatro epico e improvvisazioni con coinvolgimento del pubblico funziona sul piano sia didattico che visuale e performativo. È agevolmente smontabile e rimontabile adattandolo ogni volta a realtà diverse, insomma è un buon utensile politico-narrativo.

Lo spettacolo ha girato in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio e varie sedi italiane, in un circuito di centri sociali, circoli di sinistra, sedi anarchiche, università e scuole, luoghi della Commune. Io l’ho visto nel giardino della Villetta di Garbatella a fine maggio. Le rappresentazioni riprenderanno a settembre.

Nel dopoguerra si cantava orgogliosamente «Non siamo più la Comune di Parigi», schiacciata nel sangue dai borghesi perché troppo poco organizzata, priva di un partito terzinternazionalista. Ahinoi, le cose non sono andate meglio, alla lunga, neppure con quelle integrazioni e oggi resta valido solo il primo verso: che non siamo più comunardi. Che uno spettacolo ci ricordi che invece potremmo ridiventarlo, allora non è affatto male.

Immagine di copertina di Efrem Efre via pexels

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Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio

30 Luglio 2026 ore 12:26

Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza?

È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability?

È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi.

Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso.

Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio.

Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia.

Ne abbiamo parlato con gli autori del libro.


Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca – l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione sia indispensabile?

G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere.

Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli

La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine.

Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione.

Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori.

In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative.

C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova).

In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine.

Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e scrivere questo libro?

G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico.

Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato.

In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia.

Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza.

L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia?

G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”.

C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti.

Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo.

Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti, istituzioni e società civile?

G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema.

Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico.

C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”.

In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano?

G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica.

Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata.

Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine.

Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione.

C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali.

Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana.

Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e realisticamente perseguibili?

C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale.

Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti.

G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione.

Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia.

C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia.

Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere.

In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato.

Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels

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L'articolo Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio proviene da DINAMOpress.

CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO

30 Luglio 2026 ore 09:17
Riceviamo e diffondiamo: Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. … Leggi tutto "CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO"

Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte

29 Luglio 2026 ore 10:40

Dibattiti, volantinaggi, un tour in diverse città italiane, incontri contro l’estrettivismo e la devastazione ambientale in tanti territori, assemblee settimanali a Messina, la campagna No Ponte negli ultimi mesi ha attraversato diversi contesti e città, partendo dalle due sponde dello Stretto di Messina, per rilanciare la mobilitazione. Dal 7 al 9 agosto si terrà un campeggio, nel pomeriggio di sabato 8 agosto il corteo, in serata, a partire dalle 8.30 in piazza del Popolo, si sarebbe dovuto tenere un concerto che è statao cancellato dopo il tragico crollo della palazzina a Messina.

Pubblichiamo qui a seguire il comunicato del Movimento No Ponte in vista dell’importante mobilitazione estiva che come ogni anno ribadirà la contrarietà al devastante progetto del Ponte per rivendicare diritti, sanità, infrastrutture e difesa dell’ambiente e del territorio. A partire dalla rivendicazione della chiusura della Stretto di Messina SpA.

Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e buchi neri. Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la grande imprenditoria della devastazione.

Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti, fino, naturalmente, alla società concessionaria.

Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali. Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023.

Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14 miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche.

Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura della Stretto di Messina SpA.

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Comunicato del Movimento No Ponte del 5 agosto in vista dell’assemblea popolare del 7 agosto e del corteo dell’8 agosto.

In questi giorni la nostra città è stata scossa dalla tragedia del crollo di una palazzina nel quartiere di Pistunina, nella quale hanno perso la vita quattro persone, mentre altre due, mentre scriviamo, risultano ancora disperse. Il territorio in cui viviamo è apparso costellato da un modo molto diverso e variegato di affrontare e processare questo drammatico evento – come è inevitabile che sia, in contesti sociali ampi e complessi – e abbiamo seguito anche noi, come tutte e tutti, l’alternarsi di chi chiedeva che le attività ludiche, culturali e di intrattenimento si fermassero e chi, invece, riteneva che dovessero andare avanti, senza nulla togliere al rispetto e al cordoglio per le vittime.

Questo è il contesto in cui ci troviamo mentre ci avviciniamo alla tre giorni NO ponte del 7, 8 e 9 agosto, e ovviamente noi stesse abbiamo fatto varie riflessioni al riguardo. Il dato inoppugnabile, per noi, è che quella che ci attende è una tre giorni di lotta e mobilitazione e anche i momenti apparentemente più ludici e di festa inseriti al suo interno hanno un valore politico.

Pensiamo, in particolare, al concerto NO ponte, previsto per la serata di sabato: un momento che per noi non rappresenta semplicemente musica, socialità e festa (che hanno comunque un significato politico, ancor più quando avvengono in spazi pubblici, aperti a tutte e tutti), ma anche un momento dall’alto valore politico, ricco di contenuti legati alle lotte dei nostri territori. Pur fermamente convinte di tutto questo, abbiamo deciso di assumere un atteggiamento di cautela e rispetto.

Il nostro è un movimento territoriale, formato dalle migliaia di persone che vivono e amano il nostro territorio e che lo difendono da abusi e speculazioni. Ed è proprio alla comunità di cui siamo parte e che nutre il nostro movimento che stiamo guardando in queste ore, decidendo di assumere la decisione di annullare il concerto NO ponte. Una decisione sofferta ma che ci sembra giusta, per non urtare sensibilità alcuna, per non apparire irrispettose e irrispettosi. In altre parole, per prenderci cura della comunità di cui siamo parte.

Siamo molto grate a tutte le artiste e gli artisti che avevano accettato di partecipare al concerto: siamo grate per la loro generosità a mettersi a disposizione e per la loro comprensione rispetto ai motivi dell’annullamento. Restano, naturalmente, confermate tutte le attività di taglio più marcatamente ed esclusivamente politico e di lotta, quali il corteo dell’8 agosto, il campeggio e le assemblee.

Attività che si rivelano ancora più urgenti e necessarie alla luce dell’ennesima forzatura istituzionale di queste ore: il blitz con cui Matteo Salvini ha disposto il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserendovi all’interno, come messo in evidenza da autorevoli osservatori, figure apertamente riconducibili al blocco sociale favorevole alla realizzazione del ponte.

Il corteo, il campeggio e le assemblee verranno presentate alla città in conferenza stampa venerdì 7 agosto alle ore 10,30 presso la Sala Ovale “Antonino Caponnetto” del Comune di Messina, Palazzo Zanca.

Assemblea No Ponte, Messina

Immagine di copertina e prima immagine nell’articolo di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023. Immagine di chiusura dell’articolo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte.

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Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi

29 Luglio 2026 ore 14:22

Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri. 

Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e musulmani corrisponde a Lucifero.

Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria.

I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse.

In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire.

Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto.

Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione.

La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni.

Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo.

Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti

Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità.

Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto.

A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq. 

C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli.

La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava.

Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano.

Foto di copertina di Mirca Garuti

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25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!

di: rsp
14 Luglio 2026 ore 19:36
Il G8 di Genova del luglio 2001, rappresenta per Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dal dopoguerra”. Il vertice del G8 si trasformò, in quei 3 giorni, in una operazione di feroce repressione, in un clima di militarizzazione della città (colpo di stato). Ma ora cominciamo ad  analizzare …

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Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia

di: rsp
2 Luglio 2026 ore 18:11
In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento …

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Gli sbirri arrestano come terroristi 7 compagni Anarchici!!

di: rsp
20 Giugno 2026 ore 14:43
In questi giorni i mass media scrivono che le indagini ambigue sull’inchiesta dell’antiterrorismo Anarchico, hanno svelato il tentativo di infiltrare le proteste pro-Palestina. Gli sbirri col loro solito sporco giochetto, hanno arrestato 7 anarchici (5 in carcere e 2 ai domiciliari) incolpati di associazione con finalità di terrorismo. Il gruppo è ritenuto responsabile dei sabotaggi …

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Archiviata dopo trent’anni la sporca inchiesta sulle stragi di stato del 1993

di: rsp
5 Giugno 2026 ore 23:13
Il 4 giugno 2026 sono state archiviate definitivamente le accuse contro Marcello Dell’Utri (a destra nella foto), il braccio destro di Berluskoni (a sinistra), quello che ha fatto da tramite per il patto segreto tra stato e mafia, facendo entrare Berluska dentro al potere politico dello stato (Forza italia). Era quello che Falcone aveva scoperto …

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52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 2)

di: rsp
28 Maggio 2026 ore 12:03
La strage di stato in piazza Loggia a Brescia nel 1974, sempre nel contesto della “strategia della tensione”, sarà organizzata ed eseguita dallo stato che istigò, sovvenzionò e protesse alcuni soggetti per fare attentati e seminare la paura, salvo poi scaricarli quando non servivano più. Sono stati l’intelligence deviata, le lobby, i gruppi di dominio …

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Sono passati 52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 1)

di: rsp
27 Maggio 2026 ore 22:09
Il 28/5/1974 i sindacati e il Comitato antifascista organizzarono a Brescia una grande manifestazione per protestare proprio contro il terrorismo nero, che stava proliferando, im sovvenzionato, protetto e impunito. Alle 10 e 12 di quel 28 maggio, in piazza della Loggia a Brescia, un ordigno è stato  fatto esplodere in un contenitore della spazzatura durante …

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Sbirri corrotti accedono abusivamente ai sistemi informatici del min. dell’interno e vendono le informazioni a privati

di: rsp
17 Maggio 2026 ore 18:37
In questi giorni, il 16 maggio i mass media scrivono che l’inchiesta della Procura di Napoli coordinata dal procuratore Nicola Gratteri è partita tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano. L’inchiesta è partita da 730 mila accessi illeciti alle banche dati, effettuati in due anni da due sbirri bastardi corrotti e doppiogiochisti perchè giocavano con …

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L’omicidio di stato del compagno Anarchico Franco Serantini ucciso dagli sbirri il 7 maggio 1972

di: rsp
6 Maggio 2026 ore 23:45
Il 7/5/1972, l’Anarchico Franco Serantini moriva ingiustamente rinchiuso nel carcere Don Bosco a Pisa, dopo essere stato colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva a un comizio fascista. Due giorni prima, il 5 maggio, Franco partecipava al presidio antifascista indetto a Pisa contro il comizio dell’ex federale fascista Giuseppe “Beppe” Niccolai, dell’allora Movimento Sociale …

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Jules Bonnot della banda Bonnot – morì in Francia il 28 aprile 1912

di: rsp
27 Aprile 2026 ore 21:43
La Banda Bonnot nasce nei primi anni del XX secolo in Francia, una nazione in cui le promesse rivoluzionarie borghesi ottocentesche stentavano a realizzarsi. La stessa Confédération générale du travail francese (la più rilevante confederazione sindacale dell’epoca) cominciò una sorta di deriva riformista, rendendo così difficile agli stessi anarchici la possibilità di mantenere un lavoro, …

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E’ USCITO IL LIBRO PER FESTEGGIARE I 40 ANNI DELLA SCINTILLA. “LA SCINTILLA 40 ANNI”

E’ USCITO IL LIBRO “LA SCINTILLA 40 ANNI”Edizioni I Libri di Mompracem 160 Pagine a colori, formato 21×24Il libro nasce dall’idea e l’impegno di alcuni compagni nel raccontare i 40 anni di storia del Circolo Libertario Autogestito La Scintilla di Modena, una storia di autogestione, resistenza, lotta, musica, dibattiti, campagne anarchia e libertà. Il racconto […]

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LA SCINTILLA COMPIE 40 ANNI!!! UNA STORIA DI LOTTA-RESISTENZA E AUTOGESTIONE 17-18-19 APRILE 2026

In questa 3 giorni proveremo a comprimere e far vivere una storia infinita!Una storia fatta di persone, amicizie, collaborazioni, autofinanziamento, musica, DIY e tanto altro. Inoltre, sabato 18/04 vi sarà la presentazione di un progetto durato anni, che ha visto partecipe tutto il collettivo, presente e passato: il libro “40 Anni di Scintille”

MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!

28 Luglio 2026 ore 12:37
Riceviamo e diffondiamo: 🏴‍☠️ NON VI LIBERERETE MAI DI NOI 🏴‍☠️ Tre giorni di iniziative da Milano al Varesotto contro ogni gabbia e i suoi infami sgherri! 🔥 5 AGOSTO – Villa Occupata Ore 19 Aperitivo vegano benefit prigionierx. Ore 20:30 Proiezione del documentario «181 giorni contro il 41 BIS» e discussione. Via Litta Modignani … Leggi tutto "MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!"

PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!

28 Luglio 2026 ore 12:14
Riceviamo e diffondiamo: Scriviamo questo testo coi cuori pieni di rabbia, tristezza e tenerezza. Quello che ѐ successo a Berlino durante il Christopher Street Day, Sabato 25 luglio 2026 ci ha scioccato ma temevamo anche che potesse succedere. Questo ci dimostra una volta ancora che abbiamo bisogno di organizzarci per proteggere le nostre vite. Questa … Leggi tutto "PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!"

LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE

27 Luglio 2026 ore 23:08
Riceviamo e diffondiamo: Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le … Leggi tutto "LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE"

ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO

27 Luglio 2026 ore 22:52
Diffondiamo: Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha … Leggi tutto "ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO"

METTERE DEL PESO

27 Luglio 2026 ore 22:41
Riceviamo e diffondiamo questa lettera-contributo sulla violenza di genere scritta da Stecco (Luca Dolce), compagno recluso nel carcere di Sanremo. Riflessioni per i compagni sulla violenza di genere […] Sono pronto ad un confronto costruttivo visto che non ho nessuna pretesa di aver toccato tutta la complessità del tema affrontato, e spero che lo spirito … Leggi tutto "METTERE DEL PESO"

BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]

20 Luglio 2026 ore 08:41
Diffondiamo: Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti. Presidio al carcere di Brescia, sabato 25 luglio sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di … Leggi tutto "BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]"

Lettera a Carlo Giuliani

21 Luglio 2026 ore 23:10

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

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L’ICE è qui

20 Luglio 2026 ore 14:04

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

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Free party contro i data centers

di: admin
1 Luglio 2026 ore 17:01

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

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Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

21 Marzo 2026 ore 06:51

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

L'articolo Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale proviene da Rivista Malamente.

Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

di: admin
26 Dicembre 2025 ore 17:31

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

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Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

di: admin
26 Dicembre 2025 ore 17:21

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

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Maledette zanzare

di: admin
25 Ottobre 2025 ore 22:46

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

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Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

di: admin
17 Ottobre 2025 ore 10:19

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

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One Piece è arrivato al porto

di: luigi
11 Ottobre 2025 ore 12:04

Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)

di Redazione

Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.

Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.

Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.

Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.

Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.

Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.

Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.

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È morto Goffredo Fofi

12 Luglio 2025 ore 16:39

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

[continua a leggere…]

Pubblichiamo qui l’articolo su Goffredo scritto da Massimo Raffaeli (appena uscito per “il manifesto”), anche in ricordo di quella serata di qualche anno fa, passata insieme ai tavoli del ristorante Bice, a Senigallia, dopo l’incontro “Nonostante la scuola”.

“Quella vana e però instancabile ricerca della verità delle cose”

di Massimo Raffaeli – il manifesto

Pensare a cos’abbia rappresentato per almeno due generazioni la figura di Goffredo Fofi è lo stesso che ritrovarselo davanti all’improvviso, sorridente, affettuosamente pungente nel suo socratico deambulare e intanto parlare, sempre partecipe, entusiasta anche nel dissenso, elegante di una sua speciale eleganza necessariamente delabré. Insomma Goffredo era Goffredo senza altri possibili aggettivi mentre la sua immagine poteva ricordare d’acchito un antico fraticello umbro (forse frate Leone, «pecorella di Dio») di quelli che stanno nei “Fioretti” e poi in “Francesco giullare di Dio” dell’amatissimo Rossellini ma rammentava anche un militante di base che abbia la voce arrochita in ore di assemblee, riunioni e discussioni dove peraltro Fofi prodigava il tesoro di una memoria sterminata (una anagrafe coi nomi di tutta quanta la letteratura, il cinema, la politica) la quale riaffiorava a cadenza in aneddoti all’improvviso trasformati in apologhi e parabole morali e politiche.

Perché Fofi ha scritto tanto e però da intellettuale naturaliter cristiano (una sua stella fissa è stata Aldo Capitini) ha sempre creduto che la verità della letteratura, pari a quella del cinema o di qualunque altra espressione artistica, stesse in ultima istanza fuori della letteratura, ovvero che se presa in sé stessa, o ridotta appena a sé stessa, la letteratura non fosse altro che una stolta o ambigua decorazione. Viceversa, per usare le parole di Franco Fortini (altro suo riferimento cruciale e insieme controverso), voleva che essa diventasse «cibo di molti» e cioè si traducesse o se non altro alludesse a un ethos, a una coerenza tra il dire e il fare, a una allegoria indirizzata, nella consapevolezza di mancarla ogni volta, verso la ricerca di una propria verità.

Prima e più che un critico (che da giovane, sfogliando le annate di Quaderni Piacentini o Ombre Rosse, poteva sembrare intransigente e persino efferato), Fofi era divenuto uno sparring degli scrittori, un vero e proprio compagno di via. E qui basta scorrere uno dei tanti libri il cui titolo è forse il più rivelatore nella sua insolenza, “Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia” (L’ancora del mediterraneo 1999), per ritrovare la costellazione dove accanto ai maestri secolari di una sinistra libertaria e fieramente antistalinista (Silone, Camus, Victor Serge, Nicola Chiaromonte) compaiono fisionomie dei grandi outsider con cui Fofi è entrato in contatto e a volte in intersezione, da Raniero Panzieri, il fondatore di Quaderni Rossi, all’economista Manlio Rossi-Doria, allo scrittore e meridionalista Danilo Dolci e a Danilo Montaldi, l’autore delle stupende “Autobiografie della leggera”, pioniere della ricerca sul campo e della storia orale che molto lo influenzò nella stesura del primo libro, un’opera pionieristica che sarebbe riduttivo definire di sola sociologia, “L’immigrazione meridionale a Torino”, edita da Feltrinelli nel 1964 (dal 2009 è nel catalogo di Aragno) dopo che Einaudi l’aveva rifiutata, per non avere grane con la Fiat e La Stampa, licenziando in tronco i redattori Panzieri e Renato Solmi che l’avevano sostenuto.

Ma c’è un altro libro che rappresenta, per così dire, il canone fofiano ed è “Scrittori per un secolo. I narratori, i poeti, i saggisti italiani del ’900” (Linea d’ombra, 1993) costruito sulle immagini fotografiche di Giovanni Giovannetti. Il centro pulsante è, in funzione anti-ermetica e più generalmente anti-accademica, la poesia di Saba, così calda di vita e fraterna al lettore, mentre le diramazioni vanno verso una letteratura di figure laterali e presunti minori che in realtà si scoprono maggiori, da Emilio Lussu (l’autore di “Un anno sull’altipiano”) al sempre poco rammentato Piero Jahier, da Alberto Savinio a Fausta Cialente, da un poligrafo geniale quale Luigi Bartolini, a Noventa, Carlo Levi, Brancati, Bilenchi, Volponi, Flaiano.

Solo delle nuove avanguardie e del Gruppo 63 non v’è traccia perché Fofi diffidava in genere delle costruzioni intellettualistiche e, in particolare, delle opere uscite dal Gruppo 63 che riteneva così à la page da trasformarsi subito in esercitazioni accademiche. L’epicentro della seconda metà del secolo per lui è invece Elsa Morante su cui non ha mai smesso di scrivere e di interrogarsi, facendo del libro più amato “Il mondo salvato dai ragazzini” (data topica d’uscita: 1968), una bibbia personale all’insegna della libera inventiva da basso che contesti il potere (politico, economico, militare, accademico) sempre esercitato dall’alto.

E non è un caso che Fofi, maestro elementare, umbro che si sentiva in cuor suo napoletano e cittadino del Sud universale, si sia sempre interessato alla pedagogia antiautoritaria e a figure come don Milani e Paulo Freire. Né va mai dimenticato il suo impegno di talent scout appassionato e molto generoso, pure se dolcemente assillante come sanno esserlo solo i frati questuanti: in Italia non si vedeva un simile esempio di fervore organizzativo dai tempi di Elio Vittorini, leggendario promotore di riviste e di collane editoriali. Al riguardo, è sufficiente scorrere il sommario dei periodici che Fofi ha fondato (da Ombre Rosse e Linea d’ombra alle più recenti Lo Straniero e Gli asini) per constatare l’infinità degli autori ospitati e, talvolta, da lui direttamente promossi: per stare ai soli narratori fra gli altri vi compaiono Gianni Celati, Giorgio Pressburger, Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Luca Doninelli, Giorgio van Straten, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano e Lorenzo Pavolini.

Fra i titoli del suo diorama bibliografico spicca un libro-intervista che ben testimonia del talento prodigato in un’eterna ricerca di sé e dei propri compagni di via, “La vocazione minoritaria” (a cura di Oreste Pivetta. Laterza, 2009) dove Goffredo Fofi, involontariamente, scrive non soltanto il suo testamento ma anche il proprio autoritratto etico-politico.

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Canale di Sicilia, oltre mille dispersi: le organizzazioni chiedono procedure immediate per l’identificazione dei corpi e la restituzione alle famiglie

di: s010
20 Febbraio 2026 ore 15:29

CommemorAction a Zarzis, Tunisia, settembre 2022. Foto: Chiara Denaro, Alarm Phone.

A seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi tra il 14 e il 21 gennaio 2026, MEM.MED, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti per sollecitare l’attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste siciliane e calabresi, chiedendo il pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del DNA e la tracciabilità certa delle sepolture per dare risposte alle numerose famiglie che cercano i propri cari.

Nel mese di gennaio 2026, a seguito dell’aggravarsi delle violenze in Tunisia, centinaia di persone sono partite da Sfax, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Molte partenze sono avvenute tra il 14 e il 21 gennaio, negli stessi giorni in cui il Canale di Sicilia è stato interessato del ciclone “Harry”, che ha colpito per circa due settimane il Mediterraneo centrale, rendendo le condizioni meteorologiche particolarmente avverse e rendendo difficile, a causa di effetti incrociati, il poter stabilire delle rotte certe. Secondo quanto riferito dalle organizzazioni Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo, per un totale stimato di almeno mille persone disperse in mare. Ad oggi, risulta che solo una delle imbarcazioni sia riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, un corpo è stato recuperato in mare dalla nave Ocean Viking, operata dalla ONG SOS Méditerranée mentre altri sono riemersi dal mare o recuperati sulle coste vicino a Trapani e Marsala, vicino a Pantelleria, nei comuni di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Appare probabile che nei prossimi giorni e settimane ne verranno avvistati in avanzato stato di decomposizione e, quindi, non riconoscibili.

Le associazioni Alarm Phone e MEM.MED riferiscono di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca di propri cari dispersi, partiti in quei giorni dalle coste tunisine. MEM.MED, per il tramite del legale incaricato dai congiunti delle persone disperse, ha inviato formali richieste alle autorità competenti affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari sui corpi rinvenuti, al fine di verificare l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e i cari scomparsi.

Alla luce di tali circostanze, le organizzazioni coinvolte sottolineano l’importanza di attivare e garantire tutte le procedure necessarie per consentire il maggior numero possibile di identificazioni e la restituzione delle salme alle famiglie.

Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate,” 

dichiarano le organizzazioni che hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti, affinché tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti, inclusi il prelievo e la comparazione del DNA e la tracciabilità certa del luogo di sepoltura.

Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere,” concludono le organizzazioni.

 

MEM.MED – Memoria Mediterranea
ASGI APS – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
Mediterranea Saving Humans APS
Alarm Phone

Contatti

ASGI – info@asgi.it 3894988460
MEM.MED – info@memoriamediterranea.org  3391683338
Mediterranea Saving Humans – stampa@mediterranearescue.org
Alarm Phone – media@alarmphone.org

 

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Ulteriori materiali

 

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Ostacolare le imbarcazioni di ricerca e soccorso significa causare centinaia di morti in mare

di: s010
17 Luglio 2025 ore 11:52

SV Nadir detained at Molo Commerciale, Lampedusa. Image: Paula Gaess / Resqship

32 organizzazioni chiedono l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) delle ONG da parte dello Stato italiano. Soltanto nell’ultimo mese, le imbarcazioni delle ONG sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi. Una di esse, l’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” gestita da RESQSHIP, è stata fermata due volte di seguito. Tenere deliberatamente lontane le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causa innumerevoli morti in mare lungo una delle rotte migratorie più letali al mondo.

Nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni SAR, le imbarcazioni delle ONG continuano ad essere arbitrariamente detenute a causa del Decreto Piantedosi approvato nel gennaio 2023 e inasprito dalla conversione in legge del Decreto Flussi nel dicembre 2024. Nell’ultimo mese, “Nadir” e “Sea-Eye 5” – due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da RESQSHIP e Sea-Eye – sono state detenute con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. Ad entrambi gli equipaggi sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio.

L’introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni SAR lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza e attività in mare. In assenza delle navi e degli aerei delle ONG, sempre più persone perderanno la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale; le violazioni dei diritti umani e i naufragi resteranno invisibili. Le imbarcazioni più piccole svolgono un ruolo cruciale: sorvegliano le rotte, forniscono i primi soccorsi alle persone in situazione di pericolo e, quando necessario, accolgono a bordo i sopravvissuti fino all’arrivo di navi meglio attrezzate.

Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Misure che inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative sono ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio.

Le ONG sono inoltre costrette a spendere una gran quantità di tempo e risorse per contestare la restrittiva legislazione italiana e i fermi amministrativi arbitrariamente imposti.

Negli ultimi mesi, alcuni tribunali italiani – a Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ancona – hanno riconosciuto attraverso le loro sentenze l’illegittimità di fermi amministrativi nei confronti delle imbarcazioni di soccorso delle ONG, annullando di conseguenza le relative sanzioni. Nell’ottobre 2024, il Tribunale di Brindisi ha richiesto alla Corte costituzionale italiana di valutare la compatibilità del Decreto Piantedosi, convertito in legge nel febbraio 2023, con la Costituzione. L’8 luglio 2025 la Corte ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive e discriminatorie, e che qualsiasi decisione contraria ad esso deve essere pertanto considerata illegale e illegittima.

La mancata assistenza è reato!

In base al diritto marittimo internazionale, ogni comandante ha l’obbligo di prestare soccorso a persone che si trovino in situazione di pericolo in mare. Allo stesso modo, ogni Stato che gestisce un Centro di coordinamento del soccorso (RCC) è tenuto, per legge, a facilitare e avviare senza ritardo le operazioni di salvataggio. Quello a cui oggi assistiamo non è tanto un fallimento dello Stato, ma una serie di violazioni deliberate: l’occultamento di informazioni su casi di soccorso, il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica per eseguire respingimenti illegali anche in acque maltesi, e le omissioni da parte di Frontex mentre osserva naufragi e intercettazioni violente senza intervenire.

Queste pratiche costituiscono una chiara violazione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), della Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e del principio di “non refoulement”. Quando gli Stati ostacolano le operazioni di salvataggio invece di facilitarle, non stanno applicando la legge; la stanno violando.

Contesto

Nel dicembre 2024 è entrato in vigore il Decreto Flussi (convertito con legge 145/2024) relativo alla legislazione in materia di migrazione e asilo. Questo decreto inasprisce le disposizioni già restrittive del Decreto Piantedosi, che prevede sanzioni pecuniarie, detenzioni e confische definitive per le imbarcazioni di ricerca e soccorso. Le nuove disposizioni facilitano ulteriormente la confisca delle imbarcazioni di ricerca e soccorso, rendendo l’armatore e il proprietario della nave – indipendentemente dal comandante – responsabile in caso di violazioni ripetute. Costituiscono quindi un ulteriore strumento per ostacolare le attività di ricerca e soccorso delle ONG nel Mediterraneo centrale.

Dieci anni fa, ONG attive nel campo della ricerca e soccorso hanno iniziato a colmare il vuoto letale lasciato dall’UE e dai suoi Stati membri nel Mediterraneo centrale. Mentre l’UE si concentrava sempre più sul controllo e sull’esternalizzazione delle proprie frontiere per impedire l’arrivo di persone in fuga verso le coste europee, dal 2015 più di 175.500 persone sono state soccorse dalle imbarcazioni delle ONG. Dal 2017, tuttavia, queste organizzazioni SAR sono sempre più esposte alla criminalizzazione e all’ostruzionismo sistematico a causa di leggi e politiche restrittive, che contraddicono il diritto marittimo internazionale e i diritti umani.

Chiediamo che:

  • I Decreti Piantedosi e Flussi siano immediatamente abrogati, per mettere fine alle disumane richieste che impongono alle imbarcazioni di soccorso di procedere a sbarchi selettivi e all’assegnazione di porti distanti. In conformità con il diritto marittimo internazionale, le persone soccorse devono essere sbarcate senza ritardo nel luogo sicuro più vicino; non possono essere costrette a sostenere lunghi viaggi a fini di strumentalizzazione politica.
  • L’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” sia immediatamente rilasciata e che siano definitivamente rimossi gli ostacoli e le pratiche di criminalizzazione contro le attività delle ONG impegnate nella ricerca e soccorso in mare.
  • Gli Stati membri dell’UE adempiano al loro dovere di soccorso in mare e rispettino il diritto internazionale. Le autorità dovrebbero fornire a tutte le imbarcazioni SAR il supporto necessario nelle operazioni di soccorso e assumersi la responsabilità e il coordinamento delle attività di salvataggio di chi si trova in situazione di pericolo in mare.
  • Sia istituita una missione di ricerca e soccorso finanziata e coordinata dall’UE.
  • Siano garantite vie di accesso sicure e legali verso l’Europa, per impedire che chiunque debba salire a bordo di imbarcazioni precarie ed intraprendere viaggi pericolosi o perfino mortali.

Firmatarie:

  1. Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI)
  2. borderline-europe, Human rights without borders e.V.
  3. Captain Support Network
  4. Cilip | Bürgerrechte & Polizei
  5. CompassCollective
  6. CONVENZIONE DEI DIRITTI NEL MEDITERRANEO
  7. EMERGENCY
  8. European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR)
  9. Gruppo Melitea
  10. iuventa-crew
  11. LasciateCIEntrare
  12. Maldusa project
  13. Médecins Sans Frontières
  14. MEDITERRANEA Saving Humans
  15. MEM.MED Memoria Mediterranea
  16. migration-control.info project
  17. MV Louise Michel project
  18. Open Arms
  19. RESQSHIP
  20. r42 Sail And Rescue
  21. Refugees in Libya
  22. Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
  23. SARAH-Seenotrettung
  24. Sea-Eye
  25. Sea Punks e.V
  26. Sea-Watch
  27. SOS Humanity
  28. SOS MEDITERRANEE
  29. Statewatch
  30. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  31. United4Rescue
  32. Watch the Med Alarm Phone

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Esposti alla morte: espulsioni dalla Tunisia in seguito ad intercettazioni in mare

di: s010
28 Giugno 2025 ore 10:39

Durante la primavera del 2025, in un momento in cui il governo tunisino aveva nuovamente intensificato la violenza contro le persone nere in movimento, siamo state ripetutamente allertate riguardo le sistematiche espulsioni verso il deserto, con conseguenti morti o sparizioni.

Espulsioni in seguito a naufragi

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

L’ultimo pomeriggio del 2024, siamo state informate di una barca in pericolo con a bordo circa 60 uomini. Erano partiti il 31 dicembre da Zuwara alla volta di Lampedusa ma, poco dopo la partenza, avevano avuto un guasto al motore. Mohammad, alleato di Alarm Phone e membro di una rete siriana che sostiene le persone in pericolo in mare, ci aveva riportato quanto accaduto:

“All’inizio di questo nuovo anno, avevamo già assistito a troppe tragedie nel Mar Mediterraneo, causate dalle politiche di chiusura delle frontiere, del razzismo dilagante e dell’incapacità delle autorità di adempiere al loro dovere. Oggi ricordo un incidente avvenuto il 31 dicembre, che ha causato la morte di 16 migranti. Come molti altri giorni, avevo ricevuto una chiamata da persone in pericolo in mare. Erano le 8:00 del mattino, il mio telefono aveva squillato. La persona aveva detto “Pronto” e io avevo risposto “Pronto, cosa posso fare per lei?”. Aveva iniziato a spiegarmi la situazione, ma la chiamata era stata improvvisamente interrotta a causa di interferenze.

Prima che la linea cadesse, mi aveva detto che uno dei motori della loro barca si era guastato, e che l’altro funzionava ancora. Avevo provato a richiamare più volte, senza successo. In stretta collaborazione con Alarm Phone, avevamo lavorato instancabilmente per ore cercando di localizzarli. Nel frattempo, avevano iniziato ad arrivare chiamate da parte delle loro famiglie, con domande strazianti: “È successo qualcosa di grave? Sono arrivati sani e salvi?” Non avevo risposte.

Una madre mi aveva detto: “Mi dica, mio figlio è annegato?” La sua voce trasmetteva una certezza, come se sapesse già la verità senza che nessuno gliela avesse detta. Sì, la barca, con a bordo circa 60 persone, era affondata.

Più tardi, avevo ricevuto una chiamata da un pescatore che mi aveva detto di aver soccorso alcuni sopravvissuti e di averli portati in Tunisia. Tuttavia, le autorità locali li avevano trattati come sempre accade, e li avevano deportati nel deserto al confine con l’Algeria. Le persone avevano camminato per 10 ore nel deserto senza cibo né acqua prima di trovare qualcuno che le aiutasse.

In seguito, mi avevano richiamato per informarmi di aver finalmente raggiunto Algeri dopo un viaggio estenuante. Ma la tragedia non era finita qui. Mi avevano spiegato che il gruppo originario si era diviso durante il calvario e che alcune persone erano ancora dispersie nel deserto. Avevano anche perso un amico in mare, di cui non si conoscevano né il nome completo né i contatti della famiglia.

Avevamo cercato di sollecitare le autorità, affinché intervenissero, ma nessuno aveva fatto nulla. Avevano lasciato quelle persone morire in mare o nel deserto.

Spero che la lotta continui e che cresca il numero di coloro che lottano per la giustizia e l’umanità in mare. Le uccisioni alle frontiere devono finire! E tutte le persone hanno bisogno di vie di comunicazione libere e sicure per viaggiare”.

Frammenti di un video che mostrava il difficile soccorso dell’imbarcazione capovolta, da parte dei pescatori. Video condiviso con Alarm Phone da un parente delle persone a bordo.

Nonostante la nostra segnalazione alle autorità europee e tunisine, il soccorso dei naufraghi era stato effettuato da pescatori tunisini che, per fortuna, si trovavano nella zona. Tragicamente, per 16 persone il soccorso era giunto troppo tardi.

Una volta giunteo a terra, le autorità tunisine avevano deciso di deportare i sopravvissuti nel deserto, esponendoli nuovamente alla morte.

Uno dei gruppi più piccoli era stato spinto nella regione desertica al confine con l’Algeria. Grazie alla conoscenza dell’arabo, alla loro giovane età e buona salute, erano riusciti a raggiungere Algeri. Dopo la violenza subita alle frontiere esterne dell’Unione Europea, decisero di tornare in Siria.

Un altro sopravvissuto è scomparso dopo il soccorso verso Sfax. Dopo settimane di ricerche da parte del fratello, ha dato un segno di vita da una prigione di Tebesa, sul lato algerino del confine con la Tunisia. Era finito lì dopo essere stato portato in autobus a Kasserine, poi a Thala e successivamente spinto oltre il confine. Nella prigione era detenuto insieme ad altre 35 persone, di cui almeno due minorenni. Altri hanno riferito di essere stati lì per cinque o sei mesi.

Alla fine di aprile è stato espulso dall’Algeria verso il Pakistan, in aereo, insieme ad altre persone provenienti dal Pakistan.

Le espulsioni multiple che hanno causato la morte del piccolo Elian Michel

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

Nel mese di febbraio, Alarm Phone è stata contattata da una madre che aveva perso il suo bimbo di soli tre mesi. Era accaduto dopo diverse espulsioni verso le zone di confine, seguite all’intercettazione in mare sua e del marito da parte della guardia costiera tunisina:

“Mi chiamo S., sono camerunese. Ho lasciato il mio paese due anni fa. All’epoca avevo una relazione con quello che ora è mio marito, ma essendo studenti non avevamo molti soldi, quindi i miei genitori volevano costringermi a sposarmi. È stato per evitare questo matrimonio forzato che mi sono vista costretta a fuggire dal mio Paese.

Io e mio marito siamo arrivati in Tunisia alla fine del 2023 con l’idea di stabilirci lì e iniziare una nuova vita. Sapevamo che la situazione nel Paese era difficile, ma non immaginavamo che le condizioni di vita fossero così dure. Abbiamo vissuto a Tunisi per due mesi, condividendo un appartamento con altre persone e lavorando per pagare l’affitto. Eppure, la situazione è peggiorata molto rapidamente: il razzismo era ovunque e sempre più persone che conoscevamo venivano arrestate e sbattute in prigione. Questo accadeva anche a persone che avevano i documenti. Molti sono scomparsi dopo essere stati deportati nel deserto.

Nell’inverno del 2024 siamo partiti per Sfax per cercare di fuggire, dinanzi  al numero crescente di arresti. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato un piccolo posto in affitto. Purtroppo, dopo poche settimane, il nostro padrone di casa ha subito pressioni dalla Guardia Nazionale per sfrattarci e abbiamo dovuto andarcene. Siamo quindi andati a vivere fuori Sfax, negli uliveti. I campi venivano regolarmente distrutti dalle forze dell’ordine, e avevamo dovuto spostarci.

Le condizioni di vita nei campi sono molto precarie: Le persone vivono in rifugi fatti di rifiuti di plastica e legno. Li dentro fa molto freddo, ma almeno offrono un po’ di protezione. Non c’è accesso all’acqua corrente. A volte gli abitanti del posto vengono a venderci lattine. Ci sono anche agricoltori che ci aiutano e quando vengono ad annaffiare i campi ci lasciano usare i loro serbatoi. Ma quell’acqua non è potabile e dobbiamo comunque comprare bottiglie extra. Mio marito aveva trovato un piccolo lavoro notturno che gli permetteva di guadagnare un po’ di soldi. Questo ci permetteva di comprare da mangiare.

Le condizioni erano così difficili e gli arresti così frequenti che avevamo deciso di fuggire dalla Tunisia, soprattutto perché avevo appena avuto un bambino con mio marito: il piccolo Elian Michel. All’inizio di febbraio 2025, siamo partiti su una barca di metallo verso l’Europa. La barca era molto affollata e instabile (eravamo in 47), ma procedeva bene. Al mattino presto, dopo alcune ore di navigazione, quando eravamo in acque internazionali, la Guardia Nazionale ci ha individuati. Ci avevano chiesto di spegnere il motore, minacciando di affondare la barca se avessimo rifiutato. Avevamo obbedito immediatamente perché avevamo troppa paura che potessero provocare onde che ci avrebbero fatto capovolgere.

Eravamo stati avvistati inizialmente da guardie costiere su moto d’acqua, che poi avevano chiamato due grandi imbarcazioni della Guardia Nazionale, giunte poco dopo. Ci avevano diviso in due gruppi, uno su ogni imbarcazione, prima di farci sbarcare nel porto di Sfax. Eravamo tutti bagnati e tremanti dal freddo, ma non ci avevano dato né coperte, né acqua, né cibo. Dato che avevo lasciato il latte del bambino sulla barca, avevo chiesto all’ufficiale della Guardia Nazionale di poterlo andare comprare in farmacia. Lui aveva risposto che non era permesso. Eppure vedeva che il mio bambino era molto piccolo, che aveva solo due mesi e mezzo ed era tutto bagnato… non mi aveva ascoltato nonostante le mie suppliche. Eravamo rimasti rinchiusi nel porto, per terra, tutto il giorno. Due donne incinte erano svenute ed erano state portate in ospedale. Ma nessuno aveva fatto nulla per il mio bambino.

Alla fine della giornata sono arrivati altri poliziotti. Ci hanno ammanettato tutti. Avevo le mani legate dietro la schiena e il mio bambino era sul petto, non potevo più toccarlo. Ci hanno fatto salire su un autobus. Altre persone si erano unite a noi sull’autobus: erano altri neri che la guardia nazionale aveva arrestato e messo in prigione. Restammo ammanettati sull’autobus per 5 ore. C’era un autista e altri 4 poliziotti che avevano il compito di perquisirci durante il viaggio. Chi protestava veniva picchiato. Non ci avevano ancora dato nulla da mangiare o da bere. Altri veicoli della Guardia Nazionale seguivano l’autobus.

Quando l’autobus si è fermato era buio. I poliziotti ci hanno fatto scendere uno alla volta. C’erano quattro auto con circa quindici poliziotti armati fino ai denti. Ci hanno tolto le manette, ci hanno fatto camminare per un chilometro prima di dirci di andare avanti senza voltarci. Grazie a qualcuno che era riuscito a tenere il cellulare, abbiamo capito che eravamo al confine con l’Algeria. Ci siamo divisi in due gruppi: alcuni volevano rifugiarsi in Algeria, ma io e mio marito volevamo avvicinarci il più possibile a una città per comprare del cibo per il nostro bambino, quindi ci siamo uniti al gruppo che voleva tornare in Tunisia.

Così abbiamo camminato tutta la notte con altre quindici persone circa. Un fratello mi ha dato dell’acqua per il mio bambino, ma mi sono accorta che era molto debole. Nel cuore della notte, il nostro gruppo è stato individuato dalla Guardia Nazionale. Tutti sono stati catturati, picchiati e probabilmente deportati di nuovo, tranne noi tre che siamo riusciti a nasconderci. Al mattino presto siamo arrivati in una piantagione di datteri vicino a un villaggio. Lì c’era un anziano che ha deciso di aiutarci quando ci ha visti. Ha chiamato qualcuno che è andato a comprare del latte, un biberon e del cibo per noi. Abbiamo mangiato, riposato e alla fine della giornata abbiamo deciso di ripartire. Volevamo camminare di notte perché sapevamo che durante il giorno c’era troppo rischio di essere individuati: se qualcuno ti vede, spesso chiama direttamente la polizia…

Dopo aver camminato per due giorni, siamo arrivati in una città un po’ più grande, ma qualcuno deve averci denunciato perché è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Siamo stati nuovamente trasportati in auto per molte ore. Ci siamo resi conto che la guardia nazionale ci stava portando in Libia. Era buio quando ci hanno fatto scendere dall’auto. I libici ci aspettavano a pochi metri di distanza. Altre persone venivano deportate insieme a noi. Per fortuna siamo riusciti a nasconderci in una specie di grande tubo che si trovava lì vicino. I libici ci hanno cercato per un po’, ma grazie a Dio non ci hanno trovato.

Ancora una volta abbiamo camminato tutta la notte, sperando di trovare un villaggio sul lato tunisino. Abbiamo incontrato un uomo che ha deciso di aiutarci. Ha chiamato suo figlio, che ci ha portato a una stazione per poter tornare a Sfax. Ma ancora una volta la polizia ci ha fermato. Questa volta siamo stati deportati al confine algerino, sulle colline vicino a Tebessa. Dopo una settimana di vagabondaggio sulle colline, siamo riusciti a convincere un abitante del luogo a riportarci a Sfax in cambio di una somma di denaro. E così, dopo un mese nel deserto, siamo tornati agli uliveti. Abbiamo scoperto che il nostro rifugio era stato distrutto, quindi siamo andati ad accamparci un po’ più lontano.

Dato che il mio bambino non stava bene, sono andata da una sorella africana che era infermiera nel mio paese. Ha visitato mio figlio e mi ha detto che probabilmente aveva l’ipotermia. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di fare nulla. Quella notte l’ho messo a letto, ben coperto. Non si è più svegliato. Mio marito ed io abbiamo pianto molto, eravamo sotto shock. Uno dei leader della comunità del campo è venuto a trovarci e ci ha detto che avrebbe informato la Guardia Nazionale della morte. La Guardia Nazionale è venuta a prendere mio marito e il corpo del bambino. Sono andati all’ospedale dove un medico ha dichiarato il decesso. La polizia ha riportato mio marito al campo: lui voleva tenere il corpo con sé, ma glielo hanno impedito e gli hanno detto di lasciarlo nel furgone.

Non so se il mio bambino è stato sepolto e cosa sia successo al corpo. Come madre in lutto, è importante per me sapere dove si trova il corpo e poterlo salutare. È una situazione molto difficile. Oltre a questa perdita, c’è la situazione molto complicata in cui ci troviamo in Tunisia, a causa del razzismo e dei continui arresti e deportazioni. Non possiamo restare in Tunisia. Non abbiamo altra scelta che cercare di fuggire di nuovo da questo Paese”.

Queste sono solo due testimonianze che descrivono la situazione disumana dei migranti in Tunisia, Libia e Algeria, dove le loro vite non contano nulla e vengono abbandonati.

Le testimonianze presentate in questo rapporto mettono a nudo le brutali conseguenze di un regime di deportazione transnazionale che svaluta sistematicamente le vite dei migranti neri. La catena di eventi – dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto e alle espulsioni transfrontaliere – rivela una politica deliberata di deterrenza attraverso la sofferenza. La Tunisia, con il sostegno tacito e palese degli attori europei, sta attuando pratiche che espongono i migranti non solo a ripetute violazioni dei loro diritti fondamentali, ma anche al rischio imminente di morte.

Queste storie non sono isolate. Riflettono un modello: persone sopravvissute a naufragio, deportate nel deserto; famiglie che subiscono perdite devastanti dopo ripetuti sgomberi forzati; individui che scompaiono oltre confine, detenuti a tempo indeterminato o che svaniscono senza lasciare traccia.

Questo sistema di controllo esternalizzato delle frontiere non si ferma ai confini fisici: si estende alle vite delle persone, lacerando famiglie, cancellando futuri e aggravando la violenza del controllo razziale delle migrazioni. Il regime di frontiera ha trovato un altro modo di strumentalizzare questo ambiente letale, condannando le persone a morire in mare o nelle regioni desertiche. Queste tragiche conseguenze non sono accidentali. Sono il risultato prevedibile ed evitabile delle politiche gestite dall’UE, elaborate per rafforzare le frontiere, indipendentemente dai costi in termini di vite umane.

Con Alarm Phone, piangiamo queste morti e facciamo eco alla richiesta di coloro che resistono a queste ingiustizie: le uccisioni alle frontiere devono cessare, libertà di movimento per tutte e tutti!

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Comunicato di solidarietà con la Freedom Flotilla

di: s010
9 Maggio 2025 ore 12:56

Fonte: Freedom Flotilla Coalition

Di fronte al genocidio in corso a Gaza e a seguito dell’attacco con droni, siamo uniti nella solidarietà con la Freedom Flotilla!

Nella mattina del 2 maggio abbiamo assistito all’ennesima violazione del diritto umanitario internazionale: la nave Conscience, parte della Freedom Flotilla, diretta a Gaza per consegnare aiuti umanitari e medicinali, è stata attaccata da due droni.

Alcune ore prima dell’attacco, un C-130 Hercules dell’aviazione israeliana si è diretto verso Malta e il tracciato dell’aereo mostra che stava sorvolando a bassa quota la zona ad est di Malta. Sebbene l’esercito israeliano si sia rifiutato di commentare, la Freedom Flotilla sospetta fortemente che siano stati proprio droni israeliani a sparare colpi contro la nave disarmata, provocando un incendio e rischiando di uccidere l’equipaggio e i volontari a bordo (le prove sono raccolte qui). In seguito alla richiesta di Mayday lanciata dall’equipaggio, una nave cargo cipriota è arrivata sul posto e ha proceduto allo spegnimento dell’incendio. L’equipaggio si è rifiutato di abbandonare la nave, poiché ciò avrebbe significato lasciarla incustodita rischiando la perdita degli aiuti umanitari che trasporta.

La Palestina è occupata da Israele dal 1948, quando 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case e dalle loro terre. Da allora, abbiamo assistito alla proliferazione di insediamenti israeliani dichiarati illegali secondo i principi del diritto internazionale mentre Israele ha imposto un regime di apartheid al popolo palestinese. Sebbene la violenza sia sempre stata strutturale a questo regime, dopo l’attacco condotto da Hamas oltre la recinzione di Gaza il 7 ottobre 2023, in cui sono stati uccisi più di 800 civili, abbiamo assistito a un’escalation senza precedenti, in cui lo Stato di Israele ha condotto operazioni sistematiche di genocidio volte a eliminare la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza.

Da allora, sono state uccise più di 52.000 persone, tra cui più di 17.400 bambini, ma il bilancio reale delle vittime potrebbe essere ancora più alto visto il grande numero di dispersi.

Giornalisti, operatori umanitari e medici, così come ambulanze e ospedali, sono stati sistematicamente presi di mira dagli attacchi israeliani, in flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.

Strumento centrale del piano genocida, l’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza ha impedito la consegna di beni di prima necessità – tra cui cibo, medicinali e attrezzature mediche – e ha distrutto le infrastrutture sanitarie del Paese.

Di fronte alla carestia imposta alla popolazione di Gaza e all’estrema carenza di medicinali, la Freedom Flotilla ha deciso di rompere l’assedio su Gaza portando nel Paese beni di prima necessità.

Rompere l’assedio avrebbe dovuto essere compito degli Stati europei, occidentali e arabi che continuano a definirsi democratici pur sostenendo Israele. Eppure, ancora una volta, è stato necessario che i membri della società civile agissero, mettendo a rischio le proprie vite.

Ricordiamo che il 31 maggio 2010 le Forze di difesa israeliane attaccarono la Freedom Flotilla mentre era in viaggio per consegnare aiuti umanitari, causando la morte di 10 persone. Purtroppo, come ha sottolineato un attivista del progetto, “viviamo in tempi in cui le navi che trasportano gli armamenti più avanzati del mondo transitato liberamente, e le navi che trasportano aiuti umanitari urgenti a una popolazione affamata bruciano”.

In un momento in cui il Primo Ministro Netanyahu sta pianificando l’attuazione di una “soluzione finale” che confinerà l’intera popolazione di Gaza in 45 chilometri quadrati e permetterà a Israele di occupare il restante 90% della Striscia di Gaza, condanniamo il rifiuto del Parlamento Europeo di discutere l’inaccettabile e potenzialmente letale attacco alla Freedom Flotilla e di condannare la pulizia etnica e il genocidio del popolo palestinese.

Condanniamo con forza l’attacco deliberato contro una nave civile carica di beni di prima necessità e aiuti medici.

Denunciamo il silenzio e l’inazione degli Stati occidentali e arabi di fronte all’ennesimo crimine dello Stato di Israele, che continua ad agire nella più completa impunità.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà a coloro che a Gaza ancora resistono agli incessanti tentativi di sterminio delle forze israeliane, e a chi, come l’equipaggio della Freedom Flotilla, li sostiene, denunciando questi atti e agendo per fermare il genocidio.

 

Primi firmatari

  1. Al Bawsala / Tunisia
  2. Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  3. Aktionstage Enough
  4. Aswat Nissa
  5. ASGI – Association for Juridical Studies on Immigration
  6. Association Beity – Tunisia
  7. Anti-Apartheid movement (AAM)
  8. Avocats Sans Frontières (ASF)
  9. Bewegung für den Sozialismus 
  10. Border Forensics
  11. booq Palermo – Bibliofficina di quartiere
  12. Cantine Tambouille
  13. Center for Research and Elaboration for Democracy 
  14. Centhra Malaysia
  15. Chile Lawyers for Palestine 
  16. Collectif National pour la Reconnaissance des Crimes Coloniaux 
  17. CORPORACION JURIDICA ALTERNATIVA CIUDADANA (Corpojurídica AC) – Colombia
  18. Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie – CRLDHT
  19. Convenzione dei diritti nel Mediterraneo
  20. Damj, the Tunisian Association for Justice and Equality
  21. de:criminalize
  22. Fédération des tunisiens citoyens des deux Rives – FTCR (France)
  23. Feministisches Streikkollektiv Zürich
  24. Figli delle chiancarelle 
  25. Fundación Solidaire
  26. Gruppo Melitea
  27. Italiani Senza Cittadinanza
  28. iuventa-crew
  29. Jüdische Stimme für Demokratie und Gerechtigkeit in Israel/Palästina (JVJP), Switzerland
  30. Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED) 
  31. KEERFA MOVEMENT UNITED AGAINST RACISM AND FASCIST THREAT 
  32. LasciateCIEntrare/MaipiuCie
  33. Legal Clinic on Migration and Asylum University of Roma Tre
  34. LEGAL TEAM ITALIA
  35. LIMINAL
  36. MALDUSA Project
  37. Mediterranea Saving Humans
  38. Mesdhe (Albania)
  39. migration-control.info project
  40. Missing Voices (REER)
  41. Movement for Debt and Reparations 
  42. Mv LOUISE MICHEL 
  43. Nachaz Dissonances Tunisia
  44. NOMAD08 TUNISIA
  45. PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return, Co-Counsel to Freedom Flotilla Coalition 
  46. Palestina e lirë (Albania)
  47. Palestine Solidarity Alliance 
  48. r42-SailAndRescue
  49. Rizomi.Lab
  50. Reclaim The Sea CIC
  51. Refugees platform In Egypt (RPE)
  52. Salvamento Maritimo Humanitario- SMH
  53. SAR Malta
  54. SARAH-Seenotrettung
  55. Sea Punks e.V.
  56. Seasters Coop
  57. THFwelcome e.V.
  58. Tunisian Association for the Defense of Individual Freedoms
  59. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  60. USA Peace Council
  61. WeAreOkay
  62. Watch the Med AlarmPhone 
  63. Worldwide Lawyers Association (WOLAS) as co-counsel to Freedom Flotilla Coalition
  64. Ya Basta Bologna

  1. Lamis J. Deek, Director of Legal and Diplomatic Affairs- PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return. Co-counsel To Freedom Flotilla
  2. Amadou Mbow, Président de l’Association Mauritanienne pour la citoyenneté et développement.
  3. Ridha Tlili, Film maker
  4. Pablo Andrés Araya Zacarías, Abogados Chilenos por Palestina, PAL Commission 
  5. Dimitra Linardaki Lawyer, Athens 
  6. Εvgenia Kouniaki, Lawyer, Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  7. Ridwana Ibrahim
  8. Ioanna stentoumi
  9. Thanasis Kampagiannis, Lawyer, ex councillor in the Board of Directors in the Athens Bar Association
  10. Pablo Azarcaya, Attorney, Chile, PAL Law Commission,  Chile for Palestine 
  11. Evgenia Kouniaki, Attorney, Greece, PAL Law Commission, Alternative Intervention 
  12. Daniel Kovalik, Attorney, USA, PAL Law Commission, Peace Council USA
  13. Petros Constantinou,coordinator KEERFA GREECE 
  14. Sabrine Fourek
  15. Leonor aurrekoetxea
  16. Eleni Solomakou, Jurist/PhD Candidate NKUA
  17. Chryssa Maramatha
  18. DIMITRIW ZOTOS Athhens Bar accosiation No 9067
  19. Mountada Ettajdid, Tunis

 

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La Tunisia non è un luogo sicuro per le persone soccorse in mare

di: s010
4 Ottobre 2024 ore 19:47

Alla luce delle dilaganti violazioni dei diritti umani contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Tunisia, in particolare quelli neri; della mancanza di un sistema di asilo; della repressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media da parte del governo tunisino; e dell’impossibilità di determinare in modo corretto e individualmente la nazionalità o di valutare le esigenze di protezione dei migranti e dei richiedenti asilo in mare, è chiaro che la Tunisia non è un luogo sicuro per lo sbarco delle persone intercettate o soccorse in mare. La cooperazione in corso tra l’Unione Europea (UE), gli Stati membri dell’UE e la Tunisia sul controllo della migrazione, che si basa sullo sbarco in Tunisia delle persone soccorse o intercettate in mare – come la precedente cooperazione con la Libia – contribuisce alle violazioni dei diritti umani.

Le politiche europee di esternalizzazione nella gestione delle frontiere verso la Tunisia sostengono le autorità di sicurezza che commettono gravi violazioni. Stanno inoltre ostacolando il diritto delle persone a lasciare qualsiasi Paese e a chiedere asilo, contenendo i rifugiati e i migranti in Paesi in cui i loro diritti umani sono a rischio. Inoltre, lo sbarco in Tunisia può mettere in pericolo le persone ed esporle a gravi danni, oltre a esporre i rifugiati e i migranti a un rischio elevato di espulsione collettiva verso la Libia e l’Algeria, una possibile violazione del principio di non-refoulement. L’istituzione, il 19 giugno 2024, della Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), richiesta e sostenuta dalla Commissione europea, rischia di diventare un altro strumento di violazione dei diritti delle persone piuttosto che un legittimo adempimento della responsabilità di garantire la sicurezza in mare. Analogamente alla cooperazione con la Libia, l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri con la Tunisia può avere l’effetto di normalizzare le gravi violazioni contro le persone in cerca di protezione e di minare l’integrità del sistema internazionale di ricerca e soccorso, trasformandolo in uno strumento di controllo della migrazione.

Come organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, chiediamo all’UE e ai suoi Stati membri di interrompere la cooperazione sul controllo della migrazione con le autorità tunisine, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia. Le ONG di ricerca e soccorso e le navi commerciali non dovrebbero ricevere istruzioni per sbarcare nessuno in Tunisia.

Violazioni diffuse e ripetute dei diritti umani

Negli ultimi due anni, dati osservati da organizzazioni tunisine e internazionali, nonché da organismi delle Nazioni Unite, indicano che la Tunisia non può essere considerata un “luogo sicuro”, come definito dalla Convenzione SAR del 1979, dal Comitato per la sicurezza marittima (MSC) e dagli organismi delle Nazioni Unite, per le persone intercettate o soccorse in mare, in particolare nere.

Nonostante abbia aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, la Tunisia non ha una legge o un sistema di asilo nazionale. Le persone che entrano, soggiornano o escono dal Paese in modo irregolare sono criminalizzate dalla legge. In seguito ad intercettazioni in mare o ad arresti arbitrari in territorio tunisino, le autorità tunisine hanno ripetutamente abbandonato rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel deserto tunisino o nelle remote regioni al confine con la Libia e l’Algeria. Queste pratiche

possono equivalere a espulsioni collettive illegali, dimostrando un totale disprezzo per il diritto alla vita di rifugiati e migranti e possono violare il principio di non-refoulement. Le persone espulse rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani in Libia e di essere espulse dall’Algeria al Niger. Secondo alcuni rapporti che citano informazioni delle Nazioni Unite, le forze di sicurezza tunisine hanno in particolare radunato presunte persone migranti irregolari sulla terraferma e le hanno trasferite direttamente alle autorità libiche, che le hanno poi sottoposte a detenzioni arbitrarie, lavori forzati, estorsioni, torture e altri maltrattamenti e uccisioni illegali.

Secondo le testimonianze di rifugiati, migranti e richiedenti asilo documentate da Amnesty International, Human Rights Watch, l’Organizzazione mondiale contro la tortura e Alarm Phone, le autorità tunisine in mare hanno commesso abusi e messo a rischio vite umane durante le intercettazioni delle imbarcazioni – tra cui manovre ad alta velocità che minacciavano di farle capovolgere, violenze fisiche, lancio di gas lacrimogeni a distanza ravvicinata e collisioni con le imbarcazioni – oltre all’incapacità di garantire sistematicamente valutazioni personalizzate dei bisogni di protezione al momento dello sbarco. Le autorità tunisine hanno anche sottoposto rifugiati, richiedenti asilo e migranti a torture e altri maltrattamenti nel contesto di sbarchi, detenzioni o espulsioni collettive.

Allo stesso tempo, diverse organizzazioni internazionali e locali, difensori dei diritti umani e avvocati hanno denunciato un allarmante deterioramento delle libertà civili e dei diritti fondamentali in Tunisia, con ripercussioni sia sulla popolazione migrante che sui cittadini tunisini. Dal 2021, il Paese ha assistito a un significativo arretramento dei diritti umani, caratterizzato dallo smantellamento delle garanzie istituzionali per la loro protezione, dall’erosione dell’indipendenza giudiziaria e da un giro di vite sulla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica. Lo sbarco in Tunisia di cittadini tunisini intercettati o soccorsi in mare, che potrebbero includere persone in fuga da persecuzioni, torture o altri danni gravi e intenzionate a chiedere asilo all’estero, potrebbe di fatto negare il diritto di chiedere asilo a chi ha bisogno di protezione internazionale.

La complicità dell’Unione Europea nelle violazioni dei diritti umani

Nonostante le documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità tunisine, l’UE e i suoi Stati membri hanno intensificato il loro sostegno all’amministrazione di Kais Saïed. Con il Memorandum d’intesa firmato nel luglio 2023, l’UE ha promesso alla Tunisia 1 miliardo di euro, tra cui 105 milioni di euro dedicati alla gestione delle frontiere e della migrazione, in cambio della prevenzione delle partenze via mare verso l’Europa, che includono persone bisognose di protezione. Con l’istituzione di una Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), il governo tunisino ha soddisfatto una priorità da tempo fissata dall’UE. Se da un lato questo rappresenta un passo formale verso l’adempimento della responsabilità della Tunisia di proteggere la vita in mare, dall’altro la realtà è che ora i Centri di coordinamento del soccorso (RCC) europei indirizzeranno le imbarcazioni in difficoltà all’interno della SRR tunisina al RCC tunisino, rafforzando un graduale disimpegno degli attori dell’UE a favore di attori con una scarsa reputazione in materia di diritti umani.

Sostenendo un rafforzamento del ruolo della Guardia costiera tunisina (Guardia nazionale) – senza che siano stati adottati parametri di riferimento per i diritti umani o sistemi di monitoraggio, né disposizioni per garantire che le persone soccorse siano sbarcate in un luogo sicuro, che non può essere la Tunisia – l’UE sta contribuendo al rischio di ulteriori gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia contro i rifugiati e i migranti e le persone a rischio di persecuzione nel Paese.

Lo spazio umanitario per le ONG che si occupano di ricerca e soccorso (SAR) sarà ulteriormente ridotto se i Centri di coordinamento del soccorso europei daranno istruzioni alle ONG SAR di mettersi in contatto con il nuovo MRCC tunisino per lo sbarco, che potrebbe rifiutarsi di rispettare il principio di non-refoulement. L’agenzia ONU per i rifugiati, l’UNHCR, ha osservato che le navi in mare non sono il luogo appropriato per determinare le esigenze di protezione. Secondo il diritto marittimo internazionale, gli Stati hanno la responsabilità primaria di coordinare i soccorsi all’interno delle loro SRR e di organizzare lo sbarco in un luogo sicuro, che può essere un altro Stato.

Il sostegno europeo alle violazioni dei diritti umani deve finire

Questi sviluppi seguono lo schema visto in Libia dal 2016. Oltre al sostegno materiale, tecnico e politico, l’UE e l’Italia hanno sostenuto l’istituzione di una SRR e di un MRCC libici, portando così al trasferimento della responsabilità SAR alla Guardia costiera libica e a un aumento dei pull backs e degli sbarchi in Libia, pur essendo consapevoli che ciò avrebbe esposto rifugiati e migranti a un grave rischio di violazioni orribili e mortali in Libia. Sia il governo italiano che le istituzioni dell’UE non solo hanno continuato questa cooperazione, ma hanno cercato di estenderla ad altri Paesi, compresa la Tunisia.

Esortiamo pertanto l’UE e i suoi Stati membri a:

  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alle violazioni dei diritti umani contro i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, anche per quanto riguarda le espulsioni collettive illegali che mettono a repentaglio la vita delle persone.
  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alla repressione della società civile.
  • Assicurarsi che le ONG SAR e le navi commerciali non ricevano istruzioni di sbarcare le persone soccorse in mare in Tunisia, dato il rischio di violazioni dei diritti umani in quel Paese e dato che non è possibile effettuare valutazioni individuali corrette su tali rischi in mare. La Tunisia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare secondo il diritto internazionale applicabile.
  • Porre fine al sostegno finanziario e tecnico alle autorità tunisine responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in relazione al controllo delle frontiere e della migrazione.

Firmatari

Afrique-Europe Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
All Included Amsterdam
Amnesty International
Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Association CALAM
Association for Justice, Equality and Peace
Association Lina Ben Mhenni
Association Marocaine d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV)
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association Sentiers-Massarib
Association tunisienne de défense des libertés individuelles
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
BAOBAB EXPERIENCE
Campagna LasciateCIEntrare – MaipiuCIE
Carovane Migranti
CCFD-Terre Solidaire
Chkoun? Collective
Comité de Sauvegarde de la LADDH
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Damj – l’Association Tunisienne pour la justice et l’égalité
Dance Beyond Borders
EMERGENCY
Fédération des Tunisiens pour une Citoyenneté des deux Rives (FTCR)
Fédération Internationale pour les Droits Humains (FIDH)
Forum Tunsien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES)
FUNDACION SOLIDAIRE
Human Rights Watch
Intersection pour les droits et les libertés
iuventa-crew
L’association Tunisienne pour les Droits et les Libertés (ADL)
La Cimade
LDH (Ligue des droits de l’Homme)
Maldusa
Médecins Sans Frontières
MEDITERRANEA Saving Humans
Melting Pot Europa
migration-control.info project
Migreurop
Missing Voices (REER)
Mission Lifeline International e.V.
PRO ASYL Bundesweite Arbeitsgemeinschaft für Flüchtlinge e.V.
r42-SailAndRescue
Reclaim the Sea
Refugees in Libya – APS
Refugees Platform In Egypt (RPE) منصة اللاجئين في مصر
Resqship
SALVAMENTO MARITIMO HUMANITARIO -SMH
SARAH Seenotrettung gUG
Sea-Eye e.V.
Sea-Watch e.V.
Search and Rescue Malta Network
Seebrücke
SOS Humanity e.V.
SOS MEDITERRANEE
Statewatch
Union des diplômés-chômeurs (UDC)
United4Rescue – Gemeinsam retten e.V.
Univ. of Southern California Gould School of Law Immigration Clinic
Watch the med Alarm Phone

 

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Mare interrotto

di: s010
20 Giugno 2024 ore 08:31

Raccolta di testimonianze (2021-2023)

Barche di migranti sulla spiaggia di Beliana. Foto: anonimo

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la società civile transnazionale si mobilita per denunciare le politiche assassine e razziste nel Mediterraneo!

Sulla base di testimonianze raccolte da diversi attori della società civile tunisina e transnazionale, questo rapporto documenta le pratiche di intercettazione della Guardia Nazionale tunisina nel Mediterraneo centrale. I dati raccolti, basati su 14 interviste approfondite condotte tra il 2021 e il 2023 con persone esiliate sopravvissute ad attacchi in mare, evidenziano pratiche violente e illegali, che vanno dalla mancata assistenza al rovesciamento intenzionale di imbarcazioni in difficoltà, causando naufragi e costando la vita a molte persone esiliate. 

Questa brutalizzazione da parte delle autorità di frontiera tunisine, documentata ormai da diversi anni, avviene in un contesto di crescente esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Di fronte all’aumento del traffico sulla rotta marittima tunisina a partire dal 2021, e nella speranza di limitare il numero di attraversamenti, l’UE ha aumentato considerevolmente il suo sostegno alle forze di sicurezza tunisine, istituendo un regime di “respingimento per procura”, sull’esempio della sua cooperazione con le milizie libiche. 

Per ragioni di sicurezza, nell’attuale contesto di criminalizzazione e di ripetuti attacchi a persone e organizzazioni che sostengono i migranti in Tunisia, si è ritenuto preferibile non menzionare i nomi di questi ultimi.  

Di fronte alla repressione, la pubblicazione di questo rapporto suona quindi come una promessa: la promessa che, a prescindere dai tentativi di intimidazione, la solidarietà continuerà a essere espressa senza sosta. 

Insieme, continueremo a documentare le pratiche violente della guardia costiera tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo e nelle violazioni dei diritti in mare. 

Insieme, denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di esternalizzazione che lo consentono e lo incoraggiano. 

Insieme, difendiamo un Mediterraneo aperto, solidale e rispettoso della libertà di movimento di tutti!

Leggi il rapporto completo qui sotto.

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Il silenzio assordante nel Mediterraneo centrale

di: s010
14 Aprile 2024 ore 15:31

Ultima posizione nota delle persone a bordo. Photo: Alarm Phone

Come Alarm Phone, veniamo regolarmente contattate da famiglie che cercano i loro cari dispersi, di cui hanno perso le tracce dopo che si sono imbarcati per attraversare il mare. Famiglie che hanno atteso invano un segno di vita e di arrivo: non arriva nessuna telefonata o messaggio che le informi che il viaggio è andato bene e che la persona a loro cara è arrivata sana e salva. 

Non esiste un elenco dei passeggeri che possa essere di aiuto per conoscere la loro sorte. Le persone sono costrette a viaggiare di nascosto, poiché l’attraversamento del Mediterraneo per raggiungere l’Europa è altamente criminalizzato e illegalizzato. 

Gli attori statali monitorano attentamente il Mediterraneo centrale. Diversi mezzi aerei volano al largo delle coste libiche, tunisine e di altre aree per individuare i movimenti migratori cosiddetti “illegali”. Svolgono vaste operazioni per ostacolare i movimenti migratori, ma quando si tratta di soccorrere vite umane, le operazioni di ricerca e soccorso arrivano spesso troppo tardi. Sebbene diverse autorità possano avere delle risposte sulle sorti delle imbarcazioni scomparse, restano generalmente in silenzio. Non ci sono attori ufficiali nazionali o transnazionali che si preoccupino delle famiglie e di informarle sul destino delle persone a loro care, scomparse. 

Come Alarm Phone, cerchiamo di supportare le famiglie nei loro sforzi di rintracciare i loro familiari, amici, amiche. Lo facciamo attraverso ricerche informali, consultando i media disponibili, o rivolgendoci alle nostre reti di amici e amiche nei paesi di partenza, di transito e di arrivo. Le famiglie spesso non si rivolgono solo ad Alarm Phone, ma tentano più strade per trovare delle risposte

Molto spesso, le risposte non si trovano, perché le tracce dei loro cari si sono perdute da qualche parte in mezzo al mare. Ciò significa che le famiglie sono bloccate in uno stato di incertezza poichè non sanno se i loro cari sono morti o meno. In questa situazione risulta molto difficile elaborare il lutto

Condanniamo le politiche di abbandono e di morte, quotidianamente implementate dalle autorità nel Mediterraneo centrale, che generano enormi sofferenze, in mare e non solo. Condanniamo l’orribile silenzio delle autorità che rifiutano deliberatamente di rispondere alle nostre domande sull’esito dei casi di emergenza in mare, e che rifiutano anche di fornire risposte alle famiglie nella loro ricerca della verità.

Riconosciamo l’infinito dolore che devono affrontare i parenti, gli amici e amiche e i membri della comunità di una persona che scompare senza lasciare traccia. 

Purtroppo, il più delle volte, possiamo solo continuare a cercare informazioni ufficiali e a protestare insieme contro le sparizioni forzate.

Lasciati senza risposte

L’11 gennaio 2024, Alarm Phone è stata informata di un altro caso in cui delle persone che avevano provato ad attraversare il mare sono scomparse, e in cui, ancora una volta, le famiglie sono rimaste senza risposte

Quel giorno, alle 19:45 CET, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata da un parente che ci informava di una barca in pericolo. L’imbarcazione si trovava nella posizione N34°36 E12°20, in piena zona di ricerca e soccorso maltese (SAR). Alle 20:20 abbiamo inviato un primo SOS via e-mail all’MRCC italiano e all’RCC maltese, informandoli dell’imbarcazione con 39 persone a bordo, partita dalla Libia l’11 gennaio.

Alle 20:50 abbiamo ricevuto un’altra posizioneda un secondo parente di una persona a bordo. Ancora una volta, alle 21:13 abbiamo condiviso l’ultima posizione nota con le autorità italiane e maltesi via e-mail. Alle 21:25 Alarm Phone ha potuto stabilire un primo contatto diretto con le persone a bordo dell’imbarcazione ma, a causa della pessima connessione telefonica,la comunicazione si è interrotta prima di poter raccogliere tutte le informazioni di cui avevamo bisogno. 

Alarm Phone è ha mantenuto i contatti con i parenti mentre cercava di riconnettersi con le persone sull’imbarcazione, senza successo, fino al 12 gennaio alle 00:08, quando siamo riuscite a metterci nuovamente in contatto con le persone a bordo. Ci hanno fornito la seguente posizione GPS: N34 52 5465, E012 22 1202. Abbiamo trasmesso questa posizione alle autorità italiane e maltesi via e-mail, esortandole a lanciare un’operazione di soccorso. Alle 00:44 abbiamo inviato un’e-mail anche alle navi mercantili Oslocarrier3 e Gaz Concord, poiché entrambe in prossimità dell’ultima posizione nota dell’imbarcazione.

Alle 01:35, Alarm Phone ha stabilito un contatto diretto con le persone a bordo per la terza volta. Ci hanno fornito la loro posizione GPS aggiornata: N34 57 153, E012 21 500. Ancora una volta,abbiamo inviato questa posizione via e-mail alle autorità italiane e maltesi.

Alle 04:00 un parente ci ha chiamato per riferirci che le persone a bordo erano in preda al panico e alla paura, temendo le onde alte e il vento forte. Alle 04:20 abbiamo inviato la sesta e-mail alle autorità italiane e maltesi per avvertirle del peggioramento della situazione e per chiedere loro di avviare urgentemente un’operazione di salvataggio. 

Alle 04:45 l’aereo EAGLE1 di FRONTEX è arrivato sul posto e ha monitorato la situazione fino alle 07:00. 

Alle 05:30, uno dei parenti ci ha chiamato di nuovo, riferendo che le persone a bordo potevano vedere una luce intensa sopra di loro, identificata come proveniente da un elicottero. Il parente ha informato Alarm Phone della nuova posizione dell’imbarcazione: N35 07, E12 20.

Alle 05:38, Alarm Phone ha inviato la settima e-mail alle autorità italiane e maltesi, condividendo la posizione aggiornata. Nelle ore successive non è stato possibile ristabilire il contatto con le persone a bordo dell’imbarcazione. 

Il 13 gennaio, diversi mezzi aerei hanno effettuato voli di ricerca vicino e intorno a Lampedusa (RIMB, RIMC, I2321). 

Dal 12 gennaio alle 05:30, anche i parenti hanno perso ogni contatto con i loro cari. Abbiamo cercato di contattare regolarmente le persone sulla barca fino al 16 gennaiosenza successo. 

Le persone sono scomparse. Questa e le altre innumerevoli sparizioni forzate sono la conseguenza di un sistema razzista basato sullo sfruttamento e sull’esclusione delle persone razzializzate

Ad oggi, le 39 persone non hanno contattato i loro parenti, e di loro non c’è alcuna traccia. Ancora oggi, le famiglie attendono disperatamente una comunicazione ufficiale, una risposta, da parte delle autorità sulla sorte dei loro cari. Ad oggi, e da più di 30 anni, con l’introduzione globale di un regime razzista di visti, di rafforzamento dei controlli alle frontiere e di crescente violenza da parte dell’UE nei confronti delle persone in movimento, nessuna autorità statale è mai stata chiamato a rispondere dei crimini che commette quotidianamente.

Chiediamo: a fronte dell’incremento delle operazioni di sorveglianza aerea nel Mediterraneo centrale, con mezzi che percorrono quotidianamente aree di mare sempre più ampi, e del monitoraggio satellitare non-stop del mare, come possono le persone semplicemente scomparire?

Chiediamo: perché non sono state lanciate operazioni di ricerca e soccorso immediate quando l’imbarcazione in pericolo si trovava a sole 15 miglia nautiche da Lampedusa e mentre diverse motovedette della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza e di Frontex erano presenti sull’isola?

Abbiamo bisogno di risposte da parte delle istituzioni competenti.

Vogliamo che questi attori rispondano delle loro azioni

Condanniamo le continue sparizioni forzate di persone che cercano coraggiosamente di attraversare il Mediterraneo, in fuga dalla violenza e alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.

Come sempre, siamo solidali con le famiglie, gli amici e le amiche, le comunità delle persone scomparse, che continueranno incessantemente a chiedere risposte alle autorità – temiamo, invano. 

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Contro ogni previsione e oltre ogni ostacolo: 9 anni di Alarm Phone!

di: s010
11 Ottobre 2023 ore 09:38

Source: Iuventa Crew

Oggi, l’Alarm Phone compie nove anni. 300 attivistx, su entrambe le sponde del mare Mediterraneo, hanno gestito e mantenuto attiva questa linea telefonica di emergenza per le persone in movimento. Senza sosta, giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

In questi nove anni, abbiamo assistito 7.192 imbarcazioni in pericolo lungo le diverse via di fuga marittime: il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo Centrale, il Mar Mediterraneo Occidentale, l’Atlantico e, dal 2021, anche il Canale della Manica. Non abbiamo mai assistito così tante imbarcazioni in un anno come nel 2023, eppure mancano ancora tre mesi: 1.671 casi di pericolo.

Come attivistx, abbiamo lanciato la nostra hotline l’11 ottobre 2014. Abbiamo scelto questa data perché era il primo anniversario di un terribile naufragio avvenuto nella zona di ricerca e soccorso maltese, in cui persero la vita oltre 250 persone. Sia le autorità italiane che quelle maltesi erano a conoscenza di questa imbarcazione in pericolo, eppure hanno scelto di ignorarla fino a quando non si è capovolta.

Alarm Phone ha voluto fornire alle persone in movimento una linea telefonica di emergenza alternativa che non le ignorasse. Che le ascoltasse e amplificasse le loro voci. Che facesse sì che il loro disagio fosse ascoltato e potesse far pressione sulle autorità affinché non ignorassero, non respingessero, non lasciassero morire le persone.

In troppi casi non abbiamo potuto evitare che le persone morissero o scomparissero in mare. Abbiamo cercato di stare al loro fianco il più a lungo possibile, ma a un certo punto il collegamento telefonico si interrompeva e in seguito venivamo a sapere che non erano sopravvissute. Centinaia di parenti ci hanno contattato nella disperata ricerca dei loro cari. La violenza ai confini dell’UE riecheggia in tutto il mondo e infligge sofferenza a moltissime persone.

Il mare è sia un cimitero liquido che un luogo di lotta.

Quest’anno abbiamo assistito 144 imbarcazioni nella Manica, 154 nel Mediterraneo Occidentale e nell’Atlantico e 378 nell’Egeo. Il maggior numero di imbarcazioni ci ha chiamato dal Mediterraneo centrale: 995 imbarcazioni partite dalla Tunisia o dalla Libia. Abbiamo ricevuto richieste di soccorso anche da diverse frontiere terrestri, tra cui la regione di Evros, i Balcani e le zone di confine tra vari Paesi dell’Africa settentrionale.

I continui arrivi via mare dimostrano che il regime di frontiera dell’UE non è un deterrente. Dopo decenni di militarizzazione dei confini dell’UE, di esternalizzazione delle frontiere a regimi dittatoriali, di implementazione di un regime di non-assistenza e di respingimento, queste cifre dimostrano che i movimenti ostinati attraverso il mare continuano.

Anche la solidarietà in mare non si arresta. Nonostante gli innumerevoli tentativi di criminalizzare le attiviste e gli attivisti della flotta civile, i mezzi di soccorso tornano sempre nel Mediterraneo centrale, impegnandosi instancabilmente in attività di ricerca e soccorso.

Tutte le rotte marittime rimangono spazi di contestazione in cui le persone esercitano la loro libertà di movimento. Contro ogni probabilità e ogni ostacolo, nonostante la violenza e la militarizzazione dei confini, a prescindere dalla mancanza di soccorso o dalla criminalizzazione della migrazione, le persone non hanno smesso di attraversare il Mediterraneo, sfidando i confini e raggiungendo autonomamente l’Europa!

In un periodo in cui il discorso razzista sulle migrazioni si diffonde in Europa e non solo, dobbiamo pluralizzare le forme di solidarietà con le persone in movimento e combattere collettivamente le atrocità alle frontiere.

Continueremo a rispondere al telefono quando squillerà. Di giorno e di notte. Prenderemo il telefono e diremo: “Ciao amico mio, questo è l’Alarm Phone”.

ABBIAMO COMBATTUTO PER NOVE ANNI.
NON ABBIAMO ANCORA FINITO.
CONTINUEREMO.
NON CI ARRENDEREMO FINCHÉ NON CI SARÀ LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTX.

Alarm Phone

Ottobre 2023

 

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Arrivi a Lampedusa: Solidarietà e resistenza di fronte alla crisi dell’accoglienza in Europa!

di: s010
18 Settembre 2023 ore 11:08

In seguito all’arrivo di un numero record di persone in movimento a Lampedusa, la società civile esprime la sua profonda preoccupazione per la risposta degli Stati europei in materia di sicurezza, per la crisi dell’accoglienza e ribadisce la sua solidarietà alle persone in movimento che arrivano in Europa.

Lampedusa, foto scattata davanti all’hotspot, 14 settembre 2023. Photo Credits: Maldusa

Oltre 5.000 persone e 112 imbarcazioni: è questo il numero di arrivi registrati sull’isola italiana di Lampedusa martedì 12 settembre. Le imbarcazioni, la maggior parte delle quali arrivate autonomamente, provenivano dalla Tunisia o dalla Libia. In totale, dall’inizio dell’anno sono giunte sulle coste italiane oltre 118.500 persone, quasi il doppio rispetto alle 64.529 registrate nello stesso periodo del 2022[1]. L’accumulo di numeri non ci deve far dimenticare che, dietro ogni numero, c’è un essere umano, una storia individuale e che le persone continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Sebbene Lampedusa sia da lungo tempo una destinazione per le imbarcazioni di centinaia di persone che cercano rifugio in Europa, le strutture di accoglienza dell’isola sono carenti. Martedì, il salvataggio caotico di un’imbarcazione ha causato la morte di un bambino di 5 mesi, caduto in acqua e immediatamente annegato, mentre decine di imbarcazioni continuavano ad attraccare nel porto commerciale. Per diverse ore, centinaia di persone sono rimaste bloccate sul molo, senza acqua né cibo, prima di essere trasferite nell’hotspot di Lampedusa.

L’hotspot, un centro di primo filtro dove le persone appena arrivate vengono tenute lontane e separate dalla popolazione locale e pre-identificate prima di essere trasferite sulla terraferma, con i suoi 389 posti, non ha alcuna capacità di accogliere dignitosamente le persone che arrivano quotidianamente sull’isola. Da martedì, il personale del centro è stato completamente sopraffatto dalla presenza di 6.000 persone. Alla Croce Rossa e al personale di altre organizzazioni è stato impedito di entrare nella struttura per “motivi di sicurezza”.

Giovedì mattina, molte persone hanno iniziato a fuggire dall’hotspot saltando le recinzioni a causa della situazione disumana che si stava vivendo. Nel frattempo, di fronte all’incapacità delle autorità italiane di fornire un’accoglienza dignitosa, la solidarietà locale ha preso il sopravvento. Molti abitanti si sono mobilitati per organizzare distribuzioni di cibo per coloro che si sono rifugiati in città[2].

Inoltre, diverse organizzazioni stanno denunciando la crisi politica in Tunisia e l’emergenza umanitaria nella città di Sfax, da cui parte la maggior parte dei barconi per l’Italia. In questo momento circa 500 persone dormono in piazza Beb Jebli, senza quasi nessun accesso a cibo e assistenza medica[3]. La maggior parte è stata costretta a fuggire da Sudan, Etiopia, Somalia, Ciad, Eritrea o Niger. Dopo le dichiarazioni razziste del presidente della Tunisia, Kais Saied, molti migranti sono stati espulsi dalle loro case e dai loro posti di lavoro[4]. Altri sono stati deportati nel deserto, dove alcuni sono morti di sete.

Mentre queste deportazioni di massa sono in corso e la situazione a Sfax continua a deteriorarsi, l’UE ha concordato tre mesi fa un nuovo accordo sulla migrazione con il governo tunisino, al fine di cooperare “in modo più efficace sulla migrazione”, sulla gestione delle frontiere e sulle misure “anti-contrabbando”, con una dotazione di oltre 100 milioni di euro. L’UE ha accettato questo nuovo accordo con piena consapevolezza delle atrocità compiute dal governo tunisino, compresi gli attacchi perpetrati dalle guardie costiere tunisine alle imbarcazioni dei migranti[5].

Nel frattempo, osserviamo con preoccupazione come i diversi governi europei stiano chiudendo le porte e non rispettino le leggi sull’asilo e i più elementari diritti umani. Mentre il ministro degli Interni francese ha annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli alla frontiera italiana, anche diversi altri Stati membri dell’UE hanno dichiarato di voler chiudere le porte. Ad agosto, le autorità tedesche hanno deciso di interrompere i processi di selezione dei richiedenti asilo che arrivano in Germania dall’Italia nell’ambito del “meccanismo di solidarietà volontaria”[6].

Invitata domenica a Lampedusa dalla primo ministro Meloni, la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione in 10 punti che conferma questa risposta securitaria[7]. Rafforzare i controlli in mare a discapito dell’obbligo di soccorso, aumentare il ritmo delle espulsioni ed intensificare il processo di esternalizzazione delle frontiere… tutte vecchie ricette che l’Unione europea attua da decenni e che si sono rivelate fallimentari, oltre ad aggravare la crisi della solidarietà e la situazione delle persone in movimento.

Le organizzazioni sottoscritte chiedono un’Europa aperta e accogliente e sollecitano gli Stati membri dell’UE a fornire percorsi sicuri e legali e condizioni di accoglienza dignitose. Chiediamo che vengano presi provvedimenti urgenti a Lampedusa e che vengano rispettate le leggi internazionali che tutelano il diritto d’asilo. Siamo sconvolti dalle continue morti in mare causate dalle politiche di frontiera dell’UE e ribadiamo la nostra solidarietà alle persone in movimento!

 

Afrique-Europe-Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
Alarme Phone Sahara – Mali
Alternative Espaces Citoyen – Niger
Anafé (association nationale d’assistance aux frontières pour les personnes étrangères)
Another Europe is Possible
ARCOM – association des réfugiés et communautés migrantes au Maroc
Are You Syrious?
Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)
Association AFRIQUE INTELLIGENCE
Association Beity
Association d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) Oujda / Maroc
Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
Association Féministe Tanit
Association Lina Ben Mhenni
Association de solidarité avec les travailleurS/euses immigré.es (ASTI) des Ulis / France
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association pour les Migrants-AMI, Nîmes, France
Association Sentiers-Massarib
Association Tunisienne de défense des libertés individuelles (ADLI)
Association Tunisienne pour les droits et les libertés (ADL)
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
Association Damj
BELREFUGEES, Plateforme Citoyenne / Belgium
borderline-europe- Menschenrechte ohne Grenzen
Boza Fii – Sénégal
CCFD-Terre Solidaire
CGTM Mauritanie
Chkoun Collective
Coalition des Associations Humanitaires de Médenine
Collectif Droit de Rester, Lausanne
Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie – Belgique
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Connexion
Damj l’association tunisienne de la justice et légalité
DZ Fraternité
Emmaüs Europe
European Alternatives
Fédération des tunIsiens citoyens des deux rives (FTCR)
Groupe de Recherche et d’Actions sur les Migrations (GRAM), Bamako / Mali
Groupe d’information et de soutien des immigré.e.s (Gisti)
iuventa-crew
Jeunesse Nigérienne au service du Développement Durable (JNSDD) – Agadez / Niger
Komitee für Grundrechte und Demokratie e.V.
La Cimade
La coalition tunisienne contre la peine de la mort
LasciateCIEntrare
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme (LADDH)
Ligue des droits de l’Homme (LDH) – France
Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH)
Maldusa
medico international
MEDITERRANEA Saving Humans
Mem.med:mémoire Méditerranée
Migrants’ Rights Network
migration-control.info project
Migreurop
MV Louise Michel
Paris d’Exil
Pro-Asyl
Push-Back Alarm Austria
r42-SailAndRescue
Refugees in Libya
Refugees in Tunisia
ResQ – People Saving People
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
Sea-Watch
Seebrücke – Schafft sichere Häfen
Solidarité sans frontières (Sosf)
SOS Balkanroute
SOS Humanity
Statewatch
Tunisian Forum for Social and Economic Rights (FTDES)
Union des travailleurs immigrés tunisiens (UTIT)
United4Rescue
Vivre Ensemble | asile.ch
Watch the Med Alarm Phone
Welcome to Europe network
Zusammenland gUG/ MARE*GO

 

_________________________

[1] Reuters, “Italy’s Lampedusa island hit with record migrant arrivals”, 12 septembre 2023,

https://www.reuters.com/world/europe/italys-lampedusa-island-hit-with-record-migrant-arrivals-2023-09-12/

[2] Maldusa, “Lampedusa’s Hotspot System: From Failure to Nonexistence”, 14 septembre 2023 https://www.maldusa.org/l/lampedusas-hotspot-system-from-failure-to-nonexistence/

[3] Déclaration “Urgence humanitaire au Gouvernorat de Sfax : la société civile tire la sonnette d’alarme face à une situation inacceptable”, 14 septembre 2023

https://euromedrights.org/publication/urgence-humanitaire-au-gouvernorat-de-sfax-la-societe-civile-tire-la-sonnette-dalarme-face-a-une-situation-inacceptable/

[4] Migration-control.info-project, “Mass deportations and EU externalisation in Tunisia: Press Review and Critics”, 2 août 2023

https://migration-control.info/en/blog/mass-deportations-and-eu-externalisation-in-tunisia-overview-press-review-and-critics/

[5] Alarm Phone, “Deadly policies in the Mediterranean: Stop the shipwrecks caused off the coast of Tunisia”, December 19, 2022, https://alarmphone.org/en/2022/12/19/deadly-policies-in-the-mediterranean/

[6] La Repubblica, ” Migranti, da Berlino stop ad accoglienza dei richiedenti asilo dall’Italia”, 12 septembre 2023

https://www.repubblica.it/cronaca/2023/09/12/news/migranti_da_berlino_stop_ad_accoglienza_dei_richiedenti_asilo_dallitalia-414254801/?ref=RHLF-BG-I414254188-P2-S1-T1

[7] Commissione europea, “Press statement by President von der Leyen with Italian Prime Minister Meloni in Lampedusa”, 17 settembre 2023

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/statement_23_4502

 

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Tunisia: Anatomia di una deportazione forzata in Libia

di: s010
5 Luglio 2023 ore 16:52

Foto dei telefoni distrutti dalle autorità tunisine. Foto: Viaggiatori

Un gruppo di venti migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale e centrale è stato deportato con la forza al confine tra Tunisia e Libia (vicino a Ben Guerdane) la mattina del 2 luglio 2023 dai militari tunisini e dagli ufficiali della Guardia Nazionale.

Il gruppo ha un immediato bisogno di aiuto. In totale ci sono sei donne (tra cui due incinte, una prossima al parto), una ragazza di 16 anni del Camerun e 13 uomini. Due degli uomini sono richiedenti asilo camerunesi registrati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il gruppo è composto da persone provenienti da Costa d’Avorio, Camerun, Mali, Guinea e Ciad.

Queste persone, insieme ad altre 28, sono state inizialmente arrestate sabato 1° luglio in una casa a Jbeniana, a circa 35 km da Sfax. Hanno riferito che le autorità, tra cui agenti di polizia, membri della Guardia Nazionale e ufficiali militari, hanno fatto irruzione nella casa in cui si trovavano. Le 48 persone sono state poi arrestate e portate alla stazione di polizia di Jbeniana. I loro passaporti e documenti di identificazione sono stati controllati e registrati.

La polizia avrebbe poi diviso le 48 persone in due gruppi. Il primo gruppo, composto da 28 persone, con cui siamo in contatto, non sa cosa sia successo all’altro gruppo.

Il gruppo di 28 persone è stato trasferito a Ben Guerdane, dove sono state divise in tre basi della Guardia Nazionale e in basi militari, sottoposte a percosse e maltrattamenti, prima di essere abbandonate al confine libico. La Guardia Nazionale ha arrestato otto persone (un ragazzo minorenne e sette uomini) e ha deportato le altre venti in Libia. I loro telefoni cellulari sono stati distrutti e il loro denaro è stato rubato.

Il 4 luglio, un secondo gruppo di 100 migranti e rifugiati è stato deportato nella stessa località al confine libico. Il gruppo è composto da persone di varie nazionalità, tra cui ivoriani, camerunensi e guineani, con almeno 12 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni.

Questa espulsione è simile ad altre deportazioni forzate avvenute tra Libia e Algeria, che sono state criticate dalle persone in movimento dall’Africa occidentale e centrale. Inoltre, negli ultimi giorni sono state segnalate ondate di arresti e violenze contro migranti e rifugiati nella città di Sfax.

Le organizzazioni sottoscritte condannano le violazioni dei diritti umani subite da questi migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Esortiamo le autorità tunisine a fornire chiarimenti su questi eventi e a intervenire con urgenza per garantire l’assistenza e il sostegno immediato a queste persone.

 

Association des Ivorien Actifs en Tunisie – ASSIVAT
Association pour le Leadership et le Développement en Afrique – ALDA
Association Tunisienne de Soutien aux Minorités – ATSM
BorderlineEurope – Menschenrechte ohne Grenzen e.V
EuroMed Droits
Forum tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES)
Iuventa-crew
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits Humains (LADDH)
Louise Michel MV
Maldusa
Mem.med
Migreurop
Minority Rights Group International
OnBorders
Organisation Marocaine Des Droits Humains (OMDH)
Organisation mondiale contre la torture (OMCT)
r42-sailandrescue
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario
Sea-Watch
Syrian Centre for Media and Freedom of Expression (SCM)
Tamkeen for Legal Aid and Human Rights
WatchtheMed – Alarm Phone

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Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte

di: iene
26 Luglio 2026 ore 16:47

Titolo originale: Anarchism and the World Revolution. An Answer to Robert Minor, Pubblicato negli USA, 1921, p. 74

Schizzo biografico
Marcus Graham, il cui vero nome era Shmuel Marcus, nacque nella città rumena di Dorohoi nel 1893 da genitori ebrei ortodossi.
Nel 1907 la sua famiglia emigrò a Philadelphia, dove lavorò come sarto. Inizialmente socialista, Graham si unì al movimento anarchico locale di lingua yiddish. Oppositore della Prima guerra mondiale, lasciò gli Stati Uniti con diversi compagni per evitare di registrarsi alla leva e condusse attività antimilitariste a Montreal e Toronto, dove adottò lo pseudonimo di Robert Parsons. In quest’ultima città diresse il giornale anarchico in lingua yddish Der Einziger.
Nel 1919 si trasferì a New York e usò gli pseudonimi Fred S. Graham e Marcus Graham. Iniziò a collaborare col giornale anarchico The Anarchist Soviet Bulletin (TASB).
Il periodico condannava l’intervento militare americano nella Russia rivoluzionaria e invitava i lavoratori americani a rovesciare con le armi il governo degli Stati Uniti con uno sciopero generale e organizzare «soviet anarchici.»
In risposta alle rivolte razziali del 1919,1 nel primo numero di Aprile, il gruppo redazionale del TASB esortò i «lavoratori d’America, di colore o bianchi» a riconoscere che gli antagonismi razziali nell’industria del nord derivassero dalle divisioni esclusiviste create dai sindacati e dai datori di lavoro, e a «rendersi conto che quando ci uccidiamo a vicenda, va solo a vantaggio del capitalismo e contribuisce a mantenere [i borghesi] nella ricchezza, mentre noi soffriamo nella miseria e nel bisogno.»2
Il 15 Aprile 1919 Graham fu arrestato a Paterson, nel New Jersey, dopo che un poliziotto, insospettito dai suoi movimenti, gli chiese di mostrare il contenuto della sua valigia – la quale conteneva 2500 copie del TASB. Durante l’interrogatorio Graham dichiarò di chiamarsi Robert Parsons e di essere un cittadino canadese nato a Montreal.
Il 1° Maggio fu trasferito a Ellis Island in attesa della notifica di espulsione per il Canada. Due settimane dopo, Graham versò una cauzione di mille dollari e tornò a occuparsi segretamente della redazione del TASB. Nei mesi successivi, diversi altri membri del suo gruppo redazionale furono arrestati per aver distribuito il giornale: due vennero espulsi in Russia a Dicembre, mentre un’altra, Mollie Steimer, fu imputata nel caso storico della Corte Suprema Abrams contro gli Stati Uniti ed espulsa nel Novembre 1921.3 4
Nel Gennaio 1921, Graham rilanciò il mensile TASB con un nuovo titolo: Free Society. Come riportato nell’autobiografia dell’anarchico rumeno,5 un mese dopo, nel Febbraio 1921, gli ispettori dell’immigrazione raggiunsero Graham sui gradini della Biblioteca Pubblica di New York e lo riportarono a Ellis Island, dove subì un interrogatorio-pestaggio di ventiquattro ore. Per tutto il tempo Graham rifiutò di rivelare dove il suo gruppo stampasse il giornale e continuò a sostenere di essere un cittadino canadese di nome Parsons.
L’Ufficio dell’Immigrazione reputò che stesse mentendo e concluse che egli fosse «un suddito russo». Gli Stati Uniti, però, non avevano relazioni diplomatiche con il nuovo governo sovietico – il quale stava conducendo una forte repressione politica 6 -, e rifiutarono l’ingresso alla maggior parte degli anarchici russi. Ignorando sia il luogo di nascita e sia il suo vero nome, l’Ufficio dell’Immigrazione lo dovette rilasciare.
La situazione razziale e migrantofobica statunitense di quel momento storico – culminate, oltre le citate rivolte razziali, con l’Emergency Quota Act (1921) e l’Immigration Act (1924), due leggi che limitarono fortemente ogni forma di immigrazione dall’Asia e dall’Africa e fissarono quote estremamente basse sul numero di migranti provenienti dall’Europa meridionale e orientale ammessi ogni anno nel Paese –, portò Graham ad approfondire ulteriormente il suo essere anarchico e a lottare contro lo Stato e il Capitale.
Nel 1924 l’anarchico rumeno aderì all’International Group di New York, un’organizzazione anarchica composta da ebrei, italiani, spagnoli, americani di origine europea e altri.
L’organo d’informazione era il Road to freedom, che si proponeva di «rappresentare la concezione teorica dell’anarchismo negli Stati Uniti,» assumendo «una posizione di tolleranza nei confronti di tutte le sfumature dell’opinione anarchica, siano esse esposte da comunisti, individualisti, sindacalisti o anarchici senza alcuna affiliazione. Affinché tutti possano avere pari opportunità di esprimere le proprie opinioni, le colonne di Road to Freedom saranno aperte, entro limiti ragionevoli, a ogni compagno che abbia qualcosa da dire e che sia in grado di dirlo.»7
Ben presto le opinioni intransigenti di Graham lo collocarono ai margini, fino all’isolamento del movimento anarchico.8
Uscito nel 1925 dall’International Group di New York, si ritirò per un certo periodo nella colonia anarchica multietnica di Stelton, New Jersey, dove vivevano numerosi anarchici ebrei. Il suo desiderio di lavorare la terra fu reso arduo dal suo rifiuto di sfruttare o danneggiare gli animali: egli arava il terreno a mano invece di usare i cavalli da tiro.9
Secondo Joseph Cohen, che non aveva una buona opinione di Graham, «la natura lo aveva dotato di una certa dose di ostinazione, sfrontatezza e di un temperamento rivoluzionario focoso. […] Formò una propria cerchia di anarchici russi e italiani che capivano a malapena l’inglese e portò avanti la sua agitazione rivoluzionaria tra loro.»10
Graham iniziò a collaborare con i Rebel Poets, un gruppo informale di scrittori radicali fondato nel 1928 dagli scrittori anarchici Ralph Cheyney e Lucia Trent. Questa collaborazione portò, nel 1929, alla pubblicazione del suo libro An Anthology of Revolutionary Poetry. L’opera si distingueva da altre raccolte radicali e proletarie per la presenza di poesie redatte da persone afroamericane quali Countee Cullen (che era membro del comitato editoriale del libro), Paul Laurence Dunbar, Fenton Johnson, Georgia Douglas Johnson, James Weldon Johnson, Claude McKay e Langston Hughes, membro dei Rebel Poets.
Nel 1930 Graham promosse l’antologia, consegnando alcune copie nelle biblioteche. Dopo una breve deviazione in Messico, Graham venne arrestato da un ispettore dell’immigrazione a Yuma, in Arizona, per possesso di presunta letteratura anarchica — ovvero copie dell’antologia — e richiese un mandato per espellerlo in Messico. Un comitato di difesa ad hoc composto da scrittori radicali e dall’American Civil Liberties Union (ACLU) accorse rapidamente in aiuto di Graham e, dopo due settimane, una commissione di revisione del Bureau of Immigration respinse la richiesta perchè il mandato di espulsione pendente del 1919 aveva la precedenza — nonostante non potesse essere eseguito.
Tra il 1929 e il 1940 l’anarchico rumeno collaborò con L’Adunata dei Refrattari, giornale anarchico italo-americano, dove scrisse articoli in lingua inglese (firmati Sh. Marcus). Trasferitosi a San Francisco nei primi anni ‘30, Graham partecipò alle assemblee dell’International Group della città californiana. All’interno vi erano gruppi e soggettività anarchiche di lingua italiana, polacca, cinese, spagnola, tedesca, francese, yddish e russa.
Visto che l’inglese fungeva da lingua comune, l’International Group creò un organo di informazione: Man! A Journal of the Anarchist Ideal and Movement.
Diretto da Graham, il giornale « Man! ha e avrà idee da proporre a coloro che sono disposti ad affrontare la verità e ad agire in prima persona. Se ha un obiettivo – ed è questo – l’uomo ritrova fiducia in se stesso, nel proprio grande potere di liberarsi da ogni forma di schiavitù che oggi lo circonda. Man! è una rivista dedicata all’ideale e al movimento anarchico. Ogni questione sociale sarà affrontata con coerenza, senza concedere alcuno spazio al compromesso, che è la rovina di tanti ideali e idealisti.»11
La pubblicazione sostenne coerentemente l’attività rivoluzionaria, condannando i fascismi, lo stalinismo e il New Deal – definito «un’enorme mobilitazione della ricchezza pubblica atta a riparare le crepe abissali aperte delle fortune private delle istituzioni capitalistiche»12 -, e criticando fortemente i sindacati.13
Sull’antirazzismo, Man!, e più nello specifico Graham, fu in prima fila contro le violenze razziali di Stato.
Quando l’anarchico rumeno fece un viaggio nel Sud degli Stati Uniti per i fatti riguardanti i ragazzi di Scottsboro14, descrisse così l’ambiente: «non dimenticherò mai le esperienze umilianti e vergognose che ho vissuto come uomo bianco, assistendo ai maltrattamenti e alle umiliazioni vergognose che i neri del Sud sono costretti a subire. Sul primo tram su cui sono salito a Richmond, in Virginia, mi sono seduto vicino a una ragazzina di colore. Sono stati i minuti in cui tutti i bianchi mi fissavano a farmi finalmente prendere coscienza di ciò che avevo letto in passato sul calvario dei neri nel Sud. Il primo grande magazzino in cui sono entrato presentava fontanelle con la scritta «Bianchi» e «Colorati.» Entrando nei bagni si vedevano cartelli simili. Avvicinandomi a un cinema, ho scelto l’ingresso della balconata. Il bigliettaio mi ha guardato con sorpresa. Fu solo dopo essere entrato nella balconata che mi resi conto che quella sezione, come quella del tram, era riservata esclusivamente alle persone di colore. (I bianchi del Sud mi assicurarono che solo il mio colore nocciola molto intenso mi aveva permesso di evitare violente reazioni di risentimento da parte dei bianchi). Si potrebbero continuare a descrivere altri modi vergognosi con cui i bianchi maltrattano i neri, in particolare la segregazione degli alloggi e il divieto di camminare da soli di notte in una strada abitata da bianchi. Dei continui linciaggi di neri da parte di folle di bianchi e di funzionari della «legge», non c’è quasi bisogno di dire nulla, poiché il mondo intero ne è a conoscenza.»15
La repressione istituzionale non si fece attendere contro il giornale e Graham. Quando la redazione di Man! sostenne lo sciopero generale del Luglio 1934, gli ispettori dell’Ufficio dell’Immigrazione avviarono dei procedimenti contro gli scioperanti e i sostenitori del giornale anarchico.
Due anarchici italiani, Vincenzo Ferrero e Domenico Sallitto, rischiarono l’espulsione verso l’Italia fascista solo perché la polizia trovò nella loro abitazione dei numeri di Man!. L’espulsione venne evitata dopo un iter giudiziario durato 4 anni.16
Durante questo periodo, l’Immigration and Naturalization Service (INS) – come era stato ribattezzato nel 1933 l’Ufficio per l’Immigrazione -, ordinò nel Marzo 1936 a Marcus Graham di presentarsi nei loro uffici per il mandato di espulsione del 1919. Graham si presentò ma fu rilasciato dopo diverse settimane quando i funzionari si resero conto che era impossibile procedere all’espulsione. Dopo il suo rilascio, l’anarchico rumeno trasferì la testata a Los Angeles, dove gli agenti dell’INS lo arrestarono nuovamente il 6 Ottobre 1937.17
Rilasciato su cauzione, il comitato di difesa del 1930 fu ricostituito grazie alla sezione californiana meridionale dell’ACLU. Nacque così il Marcus Graham Freedom of the Press Committee.
Il caso di Graham attirò l’attenzione di una vasta schiera di artisti e scrittori (Alice Stone Blackwell, Countee Cullen e Edna St. Vincent Millay). Tra i membri del comitato di difesa figuravano Sherwood Anderson, John Dewey, John Dos Passos, John Haynes Holmes, Dorothy Parker e Norman Thomas.18
Nel frattempo, l’INS adottò una nuova strategia: citò l’anarchico rumeno davanti al tribunale distrettuale il 13 Gennaio 1938 per «rivelare i particolari della sua nascita sotto pena di essere condannato pel delitto di “criminal contempt.”»19
Graham si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda nelle fasi di dibattimento e fu accusato di oltraggio alla corte. Il giorno seguente, il suo caso di oltraggio alla corte fu discusso davanti al giudice distrettuale, il liberale Leon R. Yankwich. L’avvocato dell’ACLU che rappresentava Graham sostenne che il Quinto Emendamento lo tutelava dal rendere una testimonianza che potesse incriminarlo. Yankwich stabilì che tali tutele non si applicavano ai procedimenti di espulsione – in quanto questi erano procedimenti amministrativi e non penali.
Il giudice dichiarò Graham colpevole di oltraggio alla corte ma gli permise di rilasciare la sua dichiarazione di sfida al tribunale: «Ordinandomi di rispondere, e condannandomi per il mio rifiuto questo tribunale dimostrerà corretta la posizione degli anarchici; i quali considerano il governo non un. organo amministrativo che serve gli interessi del popolo, ma un nemico di questi interessi; non organo di verità ma di menzogna…non di giustizia ma di bassa ingiustizia… Se adesso io non fossi il redattore del giornale “Man!,” non mi troverei faccia a faccia con la prigione. E intanto “Man!” è pubblicato legalmente e come tale è accettato dal dipartimento delle poste. […] Il procuratore federale, concludeva drammaticamente che il mio principale delitto era quello di redigere “Man!” che propugna l’avvento di una società anarchica. Io mi sento orgoglioso di dichiararmi colpevole di questa accusa… La prigionia impostami da un tribunale presieduto da un “liberale” viene a sostenere in toto l’asserto anarchico che i governi sono fondati, esistono e si perpetuano per mantenere l’ingiustizia. Io chiuderò con le parole del più grande degli americani, Henry David Thoreau: “Anzicchè amore, ricchezze, e fama, datemi la verità.” Ed io aggiungo la Libertà: l’essenza vera dell’anarchia.”»20
Condannato a sei mesi, Graham fu rilasciato su cauzione in attesa dell’appello.
Il 28 Ottobre 1938, la Corte d’Appello del Nono Circuito ribaltò parzialmente la sentenza di Yankwich. Da una parte la Corte riteneva che «la sentenza è stata annullata in base alla legge che dà diritto a rifiutare di testimoniare contro sé stessi»; dall’altra «approva la decisione della corte inferiore per ciò che riguarda il nocciolo della questione, e cioè che può essere applicato un mandato di deportazione vecchio di diciannove anni e già riconosciuto invalido.»21 22
La nuova udienza di Graham si tenne il 26 Giugno 1939 davanti al giudice Yankwich che rinunciò all’incarico. L’ACLU chiese «un procedimento di “habeas corpus” che impugna la validità costituzionale di tutta la procedura dal 1919 in poi.»
Graham, da parte sua, persistette «nel suo rifiuto di rispondere alle domande prescritte […e] fu di nuovo condannato a sei mesi di prigione dal giudice Harry A. Holzer. Contro questa nuova condanna egli ha inoltrato appello e si trova libero sotto cauzione di 1000 dollari.»23
L’anarchico rumeno venne condannato definitivamente a sei mesi di carcere dalla Corte d’Appello del Nono Circuito agli inizi di Giugno del 1940. Un’eventuale espulsione era comunque impossibile da attuare: essendo ebreo, Graham non poteva mettere piede in Romania per via delle leggi anti-semite del governo Gova.24
Il giornale Man! chiuse i battenti nell’Aprile del 1940 in quanto non si trovò una tipografia disposta a stampare la pubblicazione anarchica.
Durante il conflitto mondiale, Graham collaborò con la rivista antimilitarista britannica War Commentary – al cui interno vi era una polemica contro la visione pro-guerra di Rudolf Rocker.25
Dopo la fine del secondo conflitto, Graham pubblicò Mankind and the State nel 1946 – un opuscolo in cui criticava il nuovo ordine capitalistico e ne richiedeva l’abolizione a favore di una cooperazione orizzontale fra gli individui.26 Oltre il capitalismo, l’anarchico rumeno polemizzò contro le ideologie stataliste spacciate per liberatrici come il marxismo 27 e contro l’industrializzazione sempre più onnnipresente.28 In italiano vennero pubblicati due suoi scritti su Volontà. Rivista Anarchica Mensile.29
Visse a Los Gatos, collaborando con i giornali anarchici fino alla sua morte, avvenuta nel 1985.
«Graham visse una vita lunga e attiva all’interno del movimento anarchico, spesso costellata da coinvolgimenti controversi al suo interno. Pubblicò opuscoli, contribuì con articoli a numerose pubblicazioni e compilò e curò An Anthology of Revolutionary Poetry. Con qualche inevitabile interruzione, Graham era il direttore della rivista anarchica Man! La maggior parte della persecuzione che subì in seguito fu, in realtà, dovuta alla gestione di Man!, pubblicata dal Gennaio 1933 all’Aprile 1940.»30

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Nota
Il saggio di Graham venne pubblicato a puntate su L’Adunata dei Refrattari, nn. 12- 20, (30 Settembre 1922 – 30 Gennaio 1923) e nn. 1-8 (10 Febbraio – 31 Marzo 1923). Le parole o frasi parentesi quadre sono correzioni o traduzioni fatte da noi.

 

Introduzione
È tempo che sulle cose russe ci addentriamo un po’. Insultati, additati come borghesi, grandi o piccoli, perché non ci accodammo mai al gregge dei plaudenti e vedemmo nel governo bolscevico un governo di più, è bene che ai lettori, agli appassionati di questioni sociali siano esposte le vere condizioni create ai rivoluzionari dai dittatori russi, condizioni che quelli in embrione vorrebbero imporre ovunque potesse trionfare uno scatto rivoluzionario. Niente più adatto che questo studio, in risposta a Roberto Minor, del compagno Fred S. Graham, che il nostro buon Picconiere31, ad utilizzare gli ozi forzati che la truculenta magistratura del Massachussets gli ha imposto, traduce per l’Adunata.


Robert Minor ha scelto il momento presente come il più opportuno per lanciare (vedi Il Liberator dell’Ottobre 1920) un attacco contro l’anarchismo, seguito dalla dichiarazione della sua conversione al bolscevichismo. Poi se ne viene fuori con un appello a tutti gli anarchici, esortandoli a seguire il suo esempio, e insinuando, nello stesso tempo, che in Russia gli anarchici tradiscono la Rivoluzione. Quando Robert Minor tornò dalla Russia, parecchi compagni nostri erano ansiosi di vederlo, specialmente per riguardo ai rapporti che allora ci pervenivano circa gli elogi che Robert Minor profondeva ai Soviet, e per la sua critica al Governo Bolscevico.
Oltre a questo noi sapevamo, per giunta, non solo dei suoi tre articoli apparsi sul “New York World” del Febbraio 1919, o dei due sul “London Herald” ma sapevamo anche di quelli pubblicati dal “Daily Bullentin” di Butte, Montana. Quando, finalmente, dalla costa del Pacifico egli arrivò all’est noi lo andammo a vedere, per sentire quello ch’egli aveva da raccontarci.
Ne fummo delusi. Egli se ne accorse subito. Più tardi Robert Minor cominciò a raccontare, a qualcuno di noi, ciò ch’egli realmente sapeva della Russia. Egli, in sostanza, asseriva che tutti i suoi articoli (inclusi quelli sul World) erano sostanzialmente veri, e oltre a ciò, ci raccontò cose tali da toglierci il respiro. Ma egli ci spiegò che il suo silenzio era dovuto principalmente al fatto che la stampa capitalistica interpretava ogni accusa contro il Governo Bolscevico come un attacco contro i Soviet della Russia, e siccome lui credeva che l’idea dei Soviet avrebbe suscitato l’universale Rivoluzione Sociale, così egli reputava meglio l’astenersi da ogni critica al Governo Bolscevico.
Fintanto che lui dimostrò di agire per salvare l’idea dei Soviet da ogni possibile danno noi ci sentimmo in dovere di mantenere il silenzio su molte cose ch’egli ci aveva raccontato.
Ora che lui non ci tiene più a salvare l’idea dei Soviet, ma solo di salvare l’idea Bolscevica, e accusa gli anarchici di tradimento, noi ci sentiamo svincolati dall’impostoci silenzio, e racconteremo a coloro che sanno leggere, pensare e ragionare, la storia che riguarda Minor e noi stessi.
Noi tacemmo allorquando Lenin cominciò ad attaccare l’Anarchismo e gli Anarchici col suo opuscolo La Rivoluzione e lo Stato (1917), e continuammo a tacere quand’egli continuò gli attacchi con tutti i suoi successivi scritti.
Noi tacemmo quando Bucharin e altri Bolscevichi Russi imitavano Lenin.
Noi tacemmo perfino quando Zinoview lanciò “l’appello” col quale invitava gli anarchici-sindacalisti e i gruppi degli anarchici-comunisti ad unirsi e collaborare col governo bolscevico, asserendo che parecchi gruppi anarchici erano di già passati al bolscevismo, e altrettanto avevano personalmente fatto molti anarchici. Noi sapevamo che “l’appello” fu lanciato dopo che gli anarchici sindacalisti della Russia ebbero spezzato ogni vincolo e ogni relazione coi bolscevichi, e che divennero aperti nemici.
Noi sapevamo che gli anarchici-sindacalisti avevano antecedentemente lavorato, di accordo coi bolscevichi, sul terreno rivoluzionario e industriale, ma che vennero costretti a dividersi, e a combattere i bolscevichi, perché costoro non cercavano che di centralizzare la proprietà del loro Governo, anziché assecondare lo sviluppo del Sindacalismo Industriale – come Minor dimostrò sì bene nel suo articolo “Lenin lotta contro il sindacalismo.”
Noi sapevamo che Zinoview mentiva, ma tacemmo.
E noi tacemmo, ancora e sempre, persino quando il “Partito-Comunista d’America,” con un’ignobile e inverecondo attacco travisava e calunniava l’Anarchismo col dire “che gli anarchici combattono per la “democrazia” e il capitalismo, tanto quanto combattono per i lavoratori” – mentre invece, essi, i “comunisti, sanno benissimo che noi combattiamo per il trionfo della Rivoluzione Sociale, e continueremo a lottare fino a che la libertà di ogni singolo individuo non sia un fatto compiuto.
Perché rimanemmo muti dinanzi a tanti insulti, a tante calunnie e a attacchi contro l’Anarchismo e gli Anarchici?
Noi abbiamo creduto che la vittoria della Rivoluzione, e la sua conquista del mondo intero, fosse cara ai bolscevichi quanto è a noi stessi, e che il rispondere apertamente a tanti e tali maliziosi attacchi, non avrebbe che danneggiato la Rivoluzione proprio quanto essa necessitava l’appoggio d’ogni ardente rivoluzionario. Ecco le ragioni del nostro silenzio.
Ora realizziamo quanto sbagliammo a credere la sincerità rivoluzionaria dei bolscevichi. È provato ormai che il loro mutamento di nome – da “bolscevichi” a “comunisti” – non è altro che uno stratagemma politico con lo scopo di spezzare l’onda del vero Comunismo, tanto in Russia come nelle altre nazioni, poiché il Comunismo, nel suo vero significato, è esattamente il rovescio di quanto i bolscevichi stanno facendo in nome di esso.
Perciò, quando riferendoci ai bolscevichi li chiameremo “comunisti,” quoteremo la parola quale un insulto al Comunismo – poiché essi lo sono.
Il servile appello per la pace da essi diretto alle nazioni capitalistiche, alle quali offrono lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia, destituendo così il popolo Russo del suo legittimo avere, prova tutta la veridicità della nostra asserzione.
Nell’ultima sezione (1920) della loro Internazionale, i bolscevichi dimostrarono che essa non è un organo internazionale d’intesa e di cooperazione fra tutte le fazioni rivoluzionarie miranti al rovesciamento del capitalismo, ma è unicamente una meschina unione di dogmatici seguaci di Marx che vogliono dominare e controllare ogni possibile ed eventuale rivoluzione. Questo fatto prova irrefutabilmente la nostra antecedente asserzione dei continui attacchi, arresti e uccisioni compiute dai bolscevichi contro e sugli anarchici russi.
Sono coteste azioni da essi perpetrare in Russia, che ci costrinsero a dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra energia ad esporli, una buona volta per sempre, al giudizio della Storia.
E siamo di lieti di farlo perché realizziamo pienamente che “per salvare la Rivoluzione russa, per rendere possibile la sua espansione sulle altre nazioni,” noi dobbiamo immediatamente dimostrare che i bolscevichi tradirono e tradiscono, e, se sarà possibile, tradiranno il Proletariato Internazionale.
Il Proletariato Mondiale deve cominciare a comprendere che due sono i suoi nemici nella sua lotta per la libertà.
E ora…! Uno di questi nemici è fuori di noi, l’altro è fra noi stessi.
Uno è il Capitalismo coi suoi organi di offesa e di difesa: lo Stato, la Stampa, la Scuola e la Chiesa; l’altro è, o meglio, sono i socialisti mascherati sotto il nome di Bolscevichi, Comunisti o Spartachiani, e tutti egualmente e concordemente intesi e desiderosi di ostacolare e rendere impossibile la vera liberazione dei lavoratori.
Sono questi i due nemici del Proletariato, che noi anarchici esporremo nella loro vera luce ed entità – sino a che il Proletariato insorga, e con noi lottando nella Rivoluzione Mondiale, rovescerà definitivamente questi due mortali nemici della libertà.
Per meglio avvalorare la nostra risposta, riportiamo la traduzione di un articolo: “Ciò che abbiamo attraversato,” scritto da due persone recentemente giunte dalla Russia e pubblicato dal giornale mensile degli anarchici russi “Volna” (“Onda) nel Settembre 1920.
Con questo chiudiamo questa introduzione, e, lasciando dinnanzi al lettore tutto il resto, confidiamo ch’egli vorrà studiare i fatti e gli argomenti da noi esposti, per poi agire conseguentemente.

 

Continua nella Seconda Parte

 

Note

1Vedi Red Summer. Link qui.

2To You Workers of America Colored or White, The Anarchist Soviet Bulletin, a. I, n. 1, Aprile 1919

3Richard Polenberg, Fighting Faiths: The Abrams Case, the Supreme Court, and Free Speech, Penguin, New York, 1987

4Secondo J. Edgar Hoover, capo del BOI (la futura FBI), la collaborazione dell’anarchica russa Steimer al TASB era «particolarmente pericolosa» e la induceva a tenere una «condotta disordinata.» Hoover fu anche il principale sostenitore dell’espulsione di Steimer dagli Stati Uniti. (Steve J. Shone, Women of Liberty, Brill, Leiden-Boston, 2019, p. 274)

5La nota autobiografica si trova nel libro Man!: An Anthology of Anarchist. Ideas, Essays, Poetry, and Commentaries, Cienfuegos Press, Londra, 1974

6Paul Avrich, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo, Edizioni Antistato, Milano, 1978, pp. 241-274

7Ernesto A. Longa, Anarchist periodicals in english published in the United States (1833-1955). An annotated guide, The Scarecrow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, p. 230

8Paul Avrich, Anarchist Voices. An Oral History of Anarchism in America, Princeton University Press, Princeton, 1995, p. 432

9Come raccontò Sam Dolgoff a Paul Avrich, «Stelton, come altre colonie, era infestata da vegetariani, naturisti, nudisti e altri membri di sette, che distoglievano l’attenzione dai veri obiettivi anarchici. Marcus Graham andava sempre a piedi nudi, mangiava cibi crudi, soprattutto noci e uvetta, e si rifiutava di usare il trattore perché contrario ai macchinari. Per non maltrattare i cavalli, [Graham] scavava la terra a mani nude. La maggior parte degli abitanti di Stelton lavorava a New York e nel New Brunswick, sebbene la colonia disponesse di una fabbrica cooperativa che produceva abbigliamento su commissione.» (Paul Avrich, Anarchist Voices…, p. 423)

10Joseph Cohen, The jewish anarchist movement in America. A historical review and personal reminiscences, AK Press, Edimburgo, 2024, p. 393

11In retrospect, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 1, n. 1, Gennaio 1933

12A New Deal?, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

13Anarchists and the Labor Movement, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

14Link qui

15The Scottsboro. Case of Injustice, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 5, Maggio 1935.

16Le deportazioni, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 3, 15 Gennaio 1938.

17U.S. Government Raids “Man!” and Jails Editor, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 5, n. 10, Ottobre 1937.

18Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 6, Giugno 1935.

19Le deportazioni, Ibidem.

20Il caso Marcus Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol.. XVII, n. 5, 29 Gennaio 1938.

21Man!” in Tribunale, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 53, 31 Dicembre 1938.

22Graham v. United States, 99 F.2d 746 (9th Cir. 1938). Link qui

23Il caso Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVIII, n. 32, 19 Agosto 1939.

24Il governo di Octavian Gova pubblicò il 21 Gennaio 1938 il Decreto n. 169 “Legge sulla revisione della cittadinanza.” Gli ebrei presenti in Romania dovevano dimostrare di essere cittadini romeni all’indomani della costituzione della Grande Romania. Entro 40 giorni tutti gli ebrei dovevano presentare i documenti per la verifica. Coloro che non si conformavano o presentavano documenti incompleti, sarebbero stati dichiarati stranieri o apolidi – e quindi a rischio espulsione. In base a questo decreto furono esaminati i documenti di 617396 ebrei: 392172 (63,50%) conservarono la cittadinanza rumena, mentre i restanti 225222 (36,50%) la persero. Vedere Legislaţia antisemită în România Mare (ianuarie 1934 – 30 august 1940) (trad.: Legislazione antisemita nella Grande Romania (Gennaio 1934-30 Agosto 1940)). Link qui

25Vedere l’articolo di David Bernardini, Aderire o sabotare?, A Rivista Anarchica, a. 45, n. 401, Ottobre 2015; Marcus Graham, The Issues in the Present War, Freedom Press, Londra, 1943

26L’opuscolo è consultabile qui.

27Marcus Graham, Marxism and a free society, Cienfuegos Press, Over the water, Sanday, Orkney, KW17 2BL, 1976

28Vedere What Ought to be the Anarchist Attitude Towards the Machine, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 3, Marzo 1934; FE View Not New…, Fifth Estate, vol. 15, n. 307, 19 Novembre 1981

29Anarchismo, capitalismo, marxismo, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 2-3, Ottobre 1950; Echi di un dibattito sulla stampa anarchica di lingua inglese, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 5, Settembre-Ottobre 1975.

30Nota inviata da un amico di Graham a Fifth Estate, n. 322, Vol. 20, Inverno-Primavera 1986

31Nota del blog. Pseudonimo usato da Bartolomeo Vanzetti. Vedere Luigi Botta, Sacco e Vanzetti: giustizia è fatta. La vicenda dei due anarchici, nei fatti e nelle battaglie per la riabilitazione, con lettere, fotografie e documenti inediti, Edizioni Gribaudo, Cavallermaggiore, 1978, p. 42

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte ©, .

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

di: iene
19 Luglio 2026 ore 21:04

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte

di: iene
12 Luglio 2026 ore 22:02

Prima Parte

L’anarco-sindacalismo nei film e nei documentari

La Patagonia rebelde (1974) di Hector Olivera – trasposizione cinematografica di uno degli episodi più tragici della storia dell’anarco-sindacalismo argentino -, e The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer – un documentario che rende omaggio all’eredità dell’IWW -, condividono un impulso ideologico simile. Entrambi i film mostrano un affetto nostalgico per una solidarietà militante che sembra essersi erosa nel contesto contemporaneo dove il sindacalismo è identificato con le organizzazioni burocratiche (AFL–CIO e l’International Brotherhood of Teamsters.1)

 

Scena tratta dal film “La Patagonia rebelde”

La Patagonia rebelde riconosce apertamente il debito del movimento operaio argentino verso l’anarco-sindacalismo. Il film di Olivera sintetizza la tradizione del thriller politico,2 inaugurata da Francesco Rosi,3 con elementi di genere in gran parte derivati dai western e dai “film gaucho.”4 Il risultato è una narrazione in cui l’agenda ideologica appare intrigantemente distorta.

Prodotto in un momento storico turbolento per l’Argentina – e che da lì a poco sarebbe passata verso una severa repressione statale -, il film potrebbe essere visto come un’esortazione allegorica dei giorni di gloria degli anni Venti.

Al contrario, la conclusione pessimistica di Olivera, che descrive accuratamente la brutale strage di millecinquecento scioperanti e leader anarco-sindacalisti da parte dei militari durante lo sciopero della Patagonia del 1921, offre poche speranze per un ringiovanimento dell’anarco-sindacalismo negli anni ’70. Il periodo che va dal 1973, quando La Patagonia rebelde venne girato sotto l’egida della casa di produzione di Olivera, al 1974, quando il film fu soppresso da un governo meno tollerante – nonostante avesse riscosso un notevole successo al botteghino -, è similare a quello raccontato dal film stesso riguardo il passaggio avvenuto dal liberalismo ipocrita all’autoritarismo palese.

Ad esempio, la Confederación General del Trabajo de la República Argentina (CGT), costituita negli anni ‘30, era un sindacato vagamente socialdemocratico che conservava alcune tracce del sindacalismo militante fiorito negli anni ‘20. Ma quando nel 1974 il regime di destra di Isabel Perón sostituì quello leggermente più tollerante del marito, lo Stato decise di sradicare ogni traccia di opposizione di sinistra.

Dennis West osserva che «nel periodo d’oro del Cinema Novo brasiliano, il governo permetteva la proiezione di film sovversivi ma allegorici, presumibilmente perché potevano essere compresi o attrarre solo una manciata di intellettuali.»5 Tuttavia, West conclude che la rievocazione delle lotte passate da parte di Olivera fosse una provocazione eccessiva per i peronisti argentini reazionari – i quali esercitavano un potere altrettanto forte. L’importanza di questo film deriva dalla sua peculiare fusione di elementi populisti e radicali. In quanto esempio di cinema del Terzo Mondo, non si conforma alle formule “decostruttive” rigide proposte da alcuni critici. Tuttavia, la sua accessibilità non implica alcuna capitolazione all’ideologia dominante. La Patagonia rebelde si apre con un flash-forward in cui un anarchico lancia una bomba contro il tenente colonnello Zavala, l’emissario del governo che ha orchestrato la repressione contro la leadership anarco-sindacalista e il massacro in Patagonia. Il film impiega sottilmente figure composite per rappresentare personaggi storici reali, e questa sequenza iniziale rielabora l’omicidio compiuto da Kurt Wilckens (un anarchico tedesco che in origine era stato, ironia della sorte, un pacifista tolstojiano; la sua complessa discendenza politica non è menzionata nel film) ai danni dello spietato colonnello Varela, trasformando l’atto in un ritratto vagamente romanzato di vendetta disperata.6

Copertina del supplemento de La Protesta, “Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens,” a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929

Come dimostra Osvaldo Bayer nella sua vivace biografia di Severino di Giovanni,7 la quasi totale eradicazione del movimento anarco-sindacalista da parte dell’élite argentina costrinse gli anarchici disperati ad adottare tattiche sempre più violente. L’anarco-sindacalismo si è spesso rivelato una tendenza controversa all’interno dello stesso anarchismo, poiché molti anarco-comunisti, in particolare Petr Kropotkin, sostenevano frequentemente che l’orientamento sindacalista fosse suscettibile a strategie riformiste che avrebbero ostacolato la trasformazione sociale. Gli anarco-sindacalisti di principio come Rudolf Rocker risposero a questi avvertimenti, sostenendo che la struttura decentralizzata dei singoli sindacati prefigurasse i contorni di una società post-rivoluzionaria.8

Dall’inizio de La Patagonia rebelde alla sua amara conclusione, Olivera sottolinea l’evidente divisione tra gli anarco-sindacalisti: da una parte gli intellettuali che promuovono, a livello teorico, ciò che Rocker definiva lo «sciopero sociale» — un intervento volto alla «protezione della comunità contro le conseguenze più perniciose del sistema attuale»9 —, dall’altra gli organizzatori che tentano attivamente di realizzare un evento catalitizzatore di questo tipo.

Olivera illustra questa opposizione tra pensatori e uomini d’azione attraverso l’antagonismo fraterno dei vecchi idealisti anarchici. Lo spagnolo Graña e il burbero, e alla fine martirizzato, bakuninista tedesco Schultz si scontrano energicamente con i loro compagni altrettanto altruisti ma più pragmatici – in particolare il giovane spagnolo Antonio Soto. Sebbene Schultz e Soto diventino compagni inseparabili, uno dei pochi momenti comici del film è una riunione sindacale in cui Graña viene rimproverato per aver blaterato sui classici anarchici e gli viene detto di riservare la sua esegesi per l’incontro dedicato alle questioni teoriche. Nonostante queste battute scherzose rivolte agli ideologi loquaci, La Patagonia rebelde condivide la malinconica speranza di Schultz per un “paradiso terrestre,” che appare come un obiettivo sempre più sfuggente man mano che il film procede. L’opera cinematografica è uno dei pochi esempi di cinema anarchico che esamina un’alleanza tra lavoratori urbani e rurali e, mentre Olivera sposta la sua narrazione da Buenos Aires a Rio Gallegos, lo stile cinematografico assume un ritmo frenetico che rivaleggia con gli spaghetti western di Leone; lo stile di montaggio a scatti ricorda in qualche modo Bonnie and Clyde (1967) di Arthur Penn. Mentre la prima parte del film impiega uno stile classico e sobrio (principalmente primi piani e inquadrature a due) per rafforzare la precaria alleanza tra la “bandiera nera dell’anarchia e la bandiera rossa del sindacalismo”, le sequenze dedicate allo scontro tra i militari e l’“Associazione dei Lavoratori Liberi” della Patagonia presentano zoom, rapidi movimenti della [macchina da presa] sul carrello e un uso sapiente del montaggio.

Il campo lungo dell’esercito che brandisce le armi spinge lo spettatore a considerare gli anarchici come vittime indifese. Il film è limitato da una traiettoria narrativa un po’ meccanicistica dove lo status degli oppressi-vittime è inalterabile; in ultima analisi il governo e i militari, nonostante le loro intenzioni malvagie, sono più astuti degli scioperanti. Sorprendentemente l’odioso Zavala è uno dei personaggi psicologicamente più complessi del film. La sua trasformazione da conciliatore pragmatico a spietato autocrate è presentata in modo più lucido rispetto al pensiero, a tratti confuso, dei leader sindacalisti. In larga misura, la discesa di Zavala verso l’approvazione dello spargimento di sangue rispecchia le politiche del regime apparentemente “liberale” del presidente argentino Yrigoyen durante gli anni ’20 (questo leader “riformista” approvò diversi massacri di lavoratori durante una presidenza ignominiosa) e prefigura il pseudo-riformismo altrettanto incoerente dei peronisti.

Le acque ideologiche si confondono ulteriormente in diverse sequenze dove compaiono dei criminali comuni – il sedicente “Consiglio Rosso”, che tenta di infiltrarsi nel movimento anarco-sindacalista. La sua presenza in Patagonia fornisce al governo di Buenos Aires una comoda scusa per una politica di brutale repressione. Questi invadenti agenti provocatori non sono dissimili dai pistoleros, le cui tattiche di disturbo si sono rivelate debilitanti nel corso della storia del movimento anarchico spagnolo. Tuttavia, i chiassosi membri del Consiglio Rosso sono, forse, giustamente turbati dal puritanesimo radicato degli anarco-sindacalisti. Quando Schultz inveisce contro gli effetti deleteri dell’alcol, un chiassoso membro del Consiglio Rosso osserva che gli anarchici «sembrano preti». Come i loro compagni spagnoli, i sindacalisti argentini univano la militanza a un regime personale ascetico. Non è chiaro se Olivera stia affermando il loro credo laico o commenti indirettamente la repressione statalista che avrebbe segnato la storia argentina nei successivi sessant’anni. Soto sopravvive ai massacri imminenti fuggendo a cavallo, mentre Schultz è una delle tante vittime del regime.

Sebbene gli obiettivi sindacalisti non siano identici all’agenda anarchica generale, la maggior parte degli anarchici, almeno fino a poco tempo fa, sarebbero stati concordi con la frase del sindacalista francese Fernand Pelloutier, secondo cui «l’emancipazione della classe operaia deve essere fatta attraverso l’auto-emancipazione e che tale emancipazione deve essere raggiunta attraverso la creazione di istituzioni controllate e organizzate dai lavoratori stessi – dalle quali avrebbero ottenuto l’educazione morale e tecnica adeguata per una futura società senza padroni.»10

Passare da La Patagonia rebelde a un documentario americano sull’IWW potrebbe sembrare un notevole salto spazio-temporale; ma c’è sempre stata una discreta quantità di contaminazione internazionale all’interno delle file degli anarco-sindacalisti. Benjamin Martin, ad esempio, ipotizza che il segno distintivo “one big union” dell’IWW fosse senza dubbio «ben noto ai sindacalisti di Barcellona e potrebbe essere stato all’origine del termine sindicato único11

L’IWW, uno dei pochi sindacati americani impegnati, nonostante le numerose difficoltà, per l’auto-emancipazione dei lavoratori, compì uno sforzo notevole per creare una “nuova società all’interno del guscio di quella vecchia”. La trilogia U.S.A. di John Dos Passos contribuì a diffondere l’immagine dei Wobblies come fusione tra il radicalismo e l’individualismo americano per antonomasia. Dopo la scomparsa del sindacato, Hollywood rese spesso un tributo ambivalente alla sua eredità, alludendo ai Wobblies con condiscendente stupore. Quando divenne evidente che il sindacato, un tempo temuto, non sarebbe risorto, il cinema hollywoodiano colse la palla al balzo nel riesumare i ricordi degli amabili Wobblies. Hallelujah, I’m A Bum (1933) di Lewis Milestone, ad esempio, prende il titolo da una canzone dei Wobblies – che in questo caso è privata delle sue implicazioni radicali. Molti anni dopo, Hammett (1982) di Wim Wenders, un fantasioso resoconto dei primi anni dello scrittore di gialli hard-boiled, ritraeva un Wobbly anziano e innocuo e accattivante. Eli (interpretato da Elisha Cook Jr), un tassista burbero ma affabile, viene salutato dal personaggio principale – ex agente della Pinkerton e futuro membro del Partito Comunista – come “l’ultimo degli organizzatori dell’IWW”. Eli risponde in un modo che deve aver sconcertato i fan in gran parte apolitici di Wenders: “in realtà sono un anarchico con tendenze sindacaliste.”

Scena tratta dal film-documentario “The Wobblies”

The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer è un film molto più serio, un documentario che cerca di far rivivere i ricordi storici di un’epoca dove il sindacalismo conviveva con la possibilità di un’insurrezione operaia. (Il film di Bird e Shaffer non perde tempo nel raccontare la storia apocrifa del soprannome Wobbly — presumibilmente derivato dalla pronuncia errata dell’acronimo dell’organizzazione da parte di un proprietario di un ristorante cinese-americano). Sebbene The Wobblies sia notevolmente più radicale di qualsiasi cosa immaginata da Hollywood, è problematico perché non riconosce l’ispirazione anarco-sindacalista che ha guidato l’IWW sin dalla sua fondazione  nel 1905 (il sindacato è adesso una piccola setta; il film trascura di menzionare che l’IWW esista ancora anche se in una forma meno visibile). Bird e Shaffer hanno semplicemente affermato che «[l’IWW] fosse uno degli argomenti di cui le persone trovavano estremamente difficile parlare… Ogni volta che veniva fuori quel tipo di argomento, calava un velo di silenzio, il che ci causava molta frustrazione.»12

Sebbene fosse indubbiamente vero che i Wobblies, ormai anziani, trovassero difficile parlare dei dibattiti interni — e la riluttanza dei registi a riportare tali dibattiti nella loro voce fuori campo non può certamente essere attribuita alla malafede —, la mancata enfasi sulle componenti anarchiche e anarco-sindacaliste – che sono state un aspetto estremamente vitale dell’eredità dell’IWW -, si traduce in una serie di strane lacune in tutto il documentario.

Il fatto che i leader Wobblies come William “Big Bill” Haywood, Lucy Parsons ed Elizabeth Gurley Flynn abbiano percorso una strada pericolosa e, agli occhi di molti, tragica, dall’anarco-sindacalismo de facto alla torta di mele stalinista 13 del Partito Comunista degli Stati Uniti, viene completamente ignorato da Bird e Shaffer.

Questa negligenza sulle sfortunate realtà politiche non è intenzionale; è, però, indissolubilmente legata alle strategie narrative diventate sempre più popolari nei documentari americani che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, hanno cercato di emulare le tecniche della storia orale. Film come The Wobblies, Seeing Red (1984) e The Good Fight intrecciano le interviste tra i partecipanti anziani dei movimenti radicali, filmati d’archivio e una narrazione fuori campo contenuta. Questo stile, quasi stereotipato, presenta numerosi vantaggi: gli anziani radicali sono spesso attraenti e un approccio sintetico consente una panoramica informativa su argomenti che raramente, se non mai, sono stati affrontati nel cinema mainstream. Un pubblico, ignaro di come negli ultimi cento anni i lavoratori ribelli abbiano costantemente scoperto alternative radicali al sindacalismo convenzionale, può conoscere la storia nascosta dell’America in una forma insolitamente accessibile.

Eppure proprio l’accessibilità – o la consumabilità, per usare un termine più dispregiativo –, di questi film indica la debolezza intrinseca [di The Wobblies e] del rifiuto educato di Bird e Shaffer nello smuovere le acque e fornire così un resoconto storico dell’IWW che ne abbracci la complessità. Il fatto che una New Left14 invecchiata non volesse riaprire antiche ferite, né smascherare, al contempo, come la Old Left fosse lacerata da lotte interne feroci quanto quelle avvenute negli anni ’60, dimostrava come l’esaurimento dell’energia radicale alla fine degli anni ’70 generasse un desiderio di un passato sereno e monolitico. Il rifiuto dell’auto-riflessione in un film come The Wobblies non è semplicemente il prodotto di un conservatorismo stilistico che alcuni critici hanno trovato carente. Tale modo di fare ha permesso ai registi nostalgici di costruire la propria versione del Fronte Popolare – dove le differenze vitali tra anarchismo, liberalismo, stalinismo e trotskismo svaniscono mentre gli spettatori rimangono rassicurati da un caldo bagliore avvolgente. Non c’è bisogno di approvare le preferenze estetiche di Noel King per ammettere che la feticizzazione dell’autenticità personale e dell’umanesimo etico nostalgico – che egli individua nel film Union Maids (1977) -, sia evidente anche in The Wobblies.15

È vero che The Wobblies include una frase del boscaiolo Tom Scribner sulle furibonde dispute tra anarchici e bolscevichi del Pacifico nord-occidentale riguardo la notizia della Rivoluzione russa giunta ai membri dell’IWW. Tuttavia, si tratta solo di un riferimento aneddotico su una scissione dalle conseguenze di vasta portata. La decisione di Bird e Shaffer di limitare la loro panoramica sull’IWW al periodo precedente al 1917, evita il mutevole rapporto dell’organizzazione con il Partito Comunista e trascura la partecipazione degli anarco-sindacalisti.16 Certo, The Wobblies rende un servizio informando il pubblico che l’IWW fosse l’unica setta radicale nella prima parte del ventesimo secolo ad accogliere gli afroamericani tra le sue file a braccia aperte – e il film mette in risalto i ricordi di un Wobbly nero, James Fair. Tuttavia, il film trascura completamente di menzionare una donna di colore come Lucy Parsons che è stata tra le fondatrici dell’IWW e, a quanto si dice, un’oratrice potente quanto Big Bill Haywood o Elizabeth Gurley Flynn. È possibile che i registi fossero riluttanti a mettere in risalto i contributi della Parsons perché il suo successivo stalinismo la rese un paradigma tutt’altro che esemplare della militanza nera del ventesimo secolo?

Una sequenza dedicata allo sciopero tessile di Lawrence (Massachusetts) del 1912, illustra sia i punti di forza che le debolezze della storiografia divulgativa dei Wobblies. Bird e Shaffer presentano le interviste fatte a Angelo Rocco, uno dei Wobblies sopravvissuti – un uomo ormai anziano che all’epoca dello sciopero aveva diciannove anni. I suoi ricordi dello sciopero sanguinoso riescono a fornire una testimonianza commovente di un’epoca meno cinica e più militante. Le interviste sono intervallate dalle riprese dei murales di Ralph Fasanella che commemorano lo sciopero; la sincerità della sua arte popolare la protegge dal kitsch. Si fa riferimento anche a Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, due leader dell’IWW falsamente accusati, in un processo farsa, di cospirazione (seminare il caos nelle fabbriche) e incitamento a commettere omicidi

Eppure Bird e Shaffer, che introducono questa sequenza con filmati d’archivio di immigrati che affrontano i rigori della terza classe, considerano lo sciopero di Lawrence importante soprattutto per il suo ruolo emblematico – un caso di studio che illustra la crescente partecipazione al movimento operaio radicale di questi lavoratori appena arrivati [negli Stati Uniti]. Sebbene il contributo sindacalista degli italo-americani sia innegabilmente importante, il film evita di affrontare le questioni strategiche cruciali che preoccupavano la base dopo la conclusione relativamente positiva dello sciopero. Le rivendicazioni industriali locali sono importanti per promuovere le riforme, ma possono mai innescare una rivoluzione sociale che abolisca il lavoro salariato? La struttura di un sindacato dovrebbe essere decentralizzata per incoraggiare l’azione diretta spontanea, o una struttura organizzativa più rigida può determinare meglio quando l’agitazione è appropriata?17

Queste polemiche sono state apparentemente considerate troppo astratte per un pubblico generale e forse avrebbero sminuito gli sforzi dei registi nel dipingere i Wobblies come eroi americani semplici e autoctoni. Nonostante la tolleranza dell’IWW per l’azione diretta ingegnosa, l’andamento dello sciopero di Lawrence fu determinato dai lavoratori stessi, non dalla leadership – per quanto decentralizzata potesse essere. Eppure The Wobblies rende omaggio a un sindacato e ignora il rapporto tra le esigenze della base e i dettami dell’organizzazione.

La decisione dei registi di ingaggiare Roger Baldwin (che guidava l’American Civil Liberties Union (ACLU) e accettò di espellere la comunista Elizabeth Gurley Flynn dall’organizzazione) come narratore del film, diventa una componente essenziale della semplicità cauta di questo documentario. Come lo storico Shelby Foote, narratore-protagonista di The Civil War di Ken Burns, Baldwin narra con un fascino burbero. La scelta di The Wobblies di puntare sul fascino piuttosto che sulla complessità lo rende un film ben intenzionato ma lontano dall’essere definitivo. Bird e Shaffer trascurano completamente, ad esempio, l’affascinante alleanza tra gli intellettuali del Greenwich Village, in particolare John Reed e Mabel Dodge, e i lavoratori della seta di Paterson durante lo sciopero del 1913. In un’epoca dove l’avanguardia sembra aver reciso i propri legami con l’attivismo politico, le implicazioni dello spettacolo organizzato dai lavoratori della seta al Madison Square Garden (con l’aiuto di molti artisti e intellettuali) sembrerebbero un argomento ovvio da esplorare.18

Valutare i punti di forza e di debolezza di The Wobblies ci costringe a considerare il paradosso secondo cui alcune fazioni del movimento anarchico vogliono recuperare la zelante promozione dell’IWW di “un unico grande sindacato” (sostenuta da riviste come Libertarian Labor Review e Ideas and Action), mentre altre voci anarchiche, altrettanto influenti, considerano retrograda l’ossessione del sindacato sull’organizzazione puramente industriale. Eppure, all’inizio degli anni ’90, l’anarchico “neo-individualista” Hakim Bey, noto per i suoi manifesti lirici che promuovevano l’istituzione di “zone autonome temporanee”, difese con vigore la sua decisione di aderire alla sezione newyorkese degli artisti e degli scrittori dell’IWW. Bey ha affermato che «sebbene ci opponiamo all’idea del costrutto sociale ‘lavoro’… siamo ben lontani dall’opporci ai lavoratori,» sfidando poi «l’IWW a ampliare i propri orizzonti oltre la coscienza di classe, proprio come noi sfidiamo i punk (o gli ambientalisti) a diventare più consapevoli della classe, del lavoro e della storia anarchica.»19 Se si riuscisse a costruire un ponte tra queste correnti anarchiche disparate, forse il film di Bird e Shaffer non sarebbe più considerato un mero esercizio di nostalgia di sinistra.

Scena tratta dal film “Metello”

Proprio come l’IWW poteva paradossalmente incarnare le aspirazioni sindacaliste e quelle “anti-lavoro,” molti film, la maggior parte dei quali realizzati da esponenti della sinistra non anarchica, celebrano i movimenti operai radicali mettendo,al contempo in discussione la sacralità del lavoro. Metello (1970) di Mauro Bolognini,20 ad esempio, racconta la conversione di un operaio italiano dall’anarchismo al socialismo militante durante gli anni Ottanta del diciannovesimo secolo. Sebbene l’omonimo protagonista si affezioni più a Marx che a Bakunin, la sua predilezione per gli scioperi selvaggi assomiglia molto alle aspirazioni dei sindacalisti di fine Ottocento. Eppure, durante lo sciopero culminante del film, un collega di Metello osserva che preferirebbe non lottare per il discutibile “diritto al lavoro.” Questa osservazione estemporanea mette in discussione la sacralità del lavoro insita nell’agenda produttivista del socialismo e dell’anarco-sindacalismo – nonostante Metello evochi un momento della storia italiana dove il socialismo e le rivendicazioni del sindacalismo riformista stavano soppiantando il precedente movimento di massa anarchico. Betto Lambretti, un anziano militante anarchico, è l’incarnazione scoscesa dell’altruismo puro nel film. Ma Bolognini e lo sceneggiatore Suzo Cecchi D’Amico lo ritraggono come una reliquia del passato, nobile seppur eccentrica. Metello “rende omaggio agli anarchici”, ma li considera puristi – il cui idealismo è stato sommerso dalla marea della storia (esemplificata dalla realpolitik sindacalista).

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Nel caso italiano abbiamo i sindacati confederali quali CGIL, UIL e CISL

2Nota del blog. I film “thriller politici” sono un sottogenere cinematografico che unisce la tensione e il ritmo serrato del thriller con le dinamiche oscure del potere. Esplorano cospirazioni, spionaggio e lotte istituzionali, analizzando come le decisioni di governi e multinazionali influenzino la vita dei singoli individui e della società.

3Nota del blog. Porton si riferisce ai seguenti film di Rosi: Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Il caso Mattei (1972), Cadaveri eccellenti (1976). Riguardo altri “thriller politici” italiani segnaliamo Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) e Todo modo (1976), Roberto Faenza, H2S (1969), e Corrado Farina, …hanno cambiato faccia (1971).

4Nota del blog. Come spiega Carolina Rocha, i “gaucho films” o “cinematografia gauchesca” erano incentrati sugli abitanti rurali della pampa e rappresentati come precursori della nazione argentina. A partire dal 1968 – periodo in cui vi era la dittatura di Juan Carlos Onganía -, le case di produzione cinematografiche, incoraggiate dalla Legge 16995 (che classificava i film come produzioni «A» (di alta qualità) o «B» (di qualità inferiore)) e dalla retorica del “ser nacional” (trad.: essere nazionale), produssero «diversi film che rappresentavano il passato nazionale come mezzo per rafforzare l’identità argentina.» (C. Rocha, Argentine cinema and national identity (1966-1976), Liverpool University Press, Liverpool, 2018, p. 74). «Questo interesse per il passato,» spiega Rocha, «mirava a rafforzare l’identità nazionale argentina, soprattutto in un momento in cui l’Argentina si sforzava di mantenere la propria indipendenza finanziaria e culturale. I tumultuosi avvenimenti politici che hanno caratterizzato l’Argentina negli anni ’60 hanno certamente suscitato preoccupazioni riguardo l’identità del paese e il suo ruolo tra le altre nazioni.» (op. cit., p. 76)Questo stato di cose, quindi, ha influito sulla produzione cinematografica argentina: «da un lato, la rappresentazione dello stile gauchesco in un’epoca in cui il discorso ufficiale argentino sottolineava la modernizzazione […]; dall’altro, il ritorno al passato autoctono era uno degli obiettivi dei movimenti di decolonizzazione e di liberazione dei primi anni ’60.» (ibidem)

5Vedere Dennis West, recensione de Rebellion in Patagonia, Cineaste 10, no. 1 (Winter1979–1980): 50–52.

6Nota del blog. Sulle vicende della Patagonia rebelde, Gustav Wilckens e la morte di Varela, si vedano: Diego Abad de Santillán, LA FORA. Ideología y trayectoria del movimiento obrero revolucionario en la Argentina, Libros de Anarres, Buenos Aires, 2005, pp. 267-268; Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens, La Protesta. Suplemento Quincenal, a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929. Riportiamo per intero l’articolo Wilckens di Severino Di Giovanni, pubblicato su Culmine. Rivista anarchica, a. I, n. 1, 1 Agosto 1925: «Ricordiamolo in tutti gli attimi della sua laboriosa ed eroica vita; ricordiamolo oscuro milite nella lontana terra tedesca nel seno delle miniere della Ruhr e rivoltoso incitatore alla ribellione, nello stato della Virginia. Oscuro senza nome nei lavori della demolizione, radioso nell’opera colossale realizzata. Giustiziere cosciente ed umano, sprezza la sua vita nobile per salvare una bimba che incoscia corre pericolo e benchè sfragellato, nella possanza costante di punire il carnefice, dopo avergli tirato una bomba, gli scarica addosso anche diversi colpi della sua rivoltella. Così, bello e terribile, buono e vendicatore, lo ricordiamo ancora una volta in questo secondo anniversario della sua tragica scomparsa. Gloria, o Kurt Wilckens, eroico valoroso! Anche noi, falange ribelle di minatori, che nel ventre buio dell’umanità battiamo le ferree pareti del pregiudizio con il piccone demolitore, alla luce flebile di una lampada che man mano all’aumento del cibo spande più radiosa la sua luce, non possiamo tralasciare di gettare in quest’antro pauroso e nero la nostra voce metallica, se non altro per fare risentire l’eco non sorso, ma squillante tutto in un maschio risveglio. E se quest’anno la protesta piazzaiuola non ha rintronato agli orecchi dei superstiti carnefici dei 1500 proletari trucidati nelle lontane terre di Santa Cruz, non per questo la innumerevole schiera dei senza nome, che in quelle regioni hanno vissuto giorni di terrore raccapricciante e che sopravvissuti alla immensa ecatombe ordinata dal colonnello Ettore Varela alle sue genti ubbriache di odio, di vino e di sangue, dimenticheranno il loro vendicatore, il generoso Wilckens. Tremino tutti gli autori di quell’orgia di sangue, ludibrio e vergogna di questa terra…democratica che diede i natali a Bernardino Rivadavia. Essi, gli scampati, spettri viventi, ridotti dal vostro terrore nella più squallida miseria, in questi giorni in omaggio al giustiziere di Varela si mescoleranno con tutti i loro fratelli di passione e sventoleranno in alto al di sopra di tutto, la vera bandiera della rivolta umana. Kurt Wilckens nacque nell’anno 1887 in uno dei sobborghi di Amburgo (Germania). Minatore di mestiere, nelle gallerie sotterranee, onde lavorava per procacciarsi i mezzi del suo sostentamento, ai colpi sfibranti del piccone incominciò a sbocciargli in petto il fiore dell’Ideale anarchico ed a esso si donò tutto fino al sublime sacrificio. Propagandista sincero ed esuberante alla causa si mostrò attivissimo raccogliendo le sue forze, unendo sempre l’entusiasmo che sapeva comunicare a tutti quanti gli oppressi che a lui si avvicinavano, concentrava tutta la sua persona e le sue belle doti ad opere che egli riteneva ottime ed utili al di fuori di ogni bizantinismo. Tale in tutte le sue manifestazioni, conoscitore profondo del movimento e della dottrina anarchica, lo sostenne con dignità virile, non mancando mai in nessuno dei grandi avvenimenti ov’egli si trovasse vicino. Negli Stati Uniti, dove si era recato prima che scoppiasse la carneficina europea-mondiale, con ammirevole ardore prese parte attiva nel movimento ribelle della Virginia, segnalandosi per la sua vitalità rivoluzionaria. Arrestato fra gli applausi dei grossi yanqui dominatori delle miniere, che esigevano la sua deportazione. Ma egli, valendosi di ricorsi che la sua fertile mente gli era prodiga, potè abbandonare il carcere. Nel 1919 ritornò in Germania e li constatò amaramente che il nuovo regime installatosi nulla aveva di buono ed utile per le genti che anelavano la vera libertà. La falsa democrazia socialista di Ebert non faceva altro che ribattere le catene sotto le quali gemeva il popolo tedesco dai tempi del Kaiser. E dopo aver lavorato alcuni giorni nella fosca Ruhr, ritornò alla natale Amburgo e non incontrando neppure qui quel poco di pace, s’imbarcò mestamente per l’Argentina, incrociando per la seconda volta l’Oceano. Nella terra di Ameghino e di Alberdi, gli venne…democraticamente negata l’entrata al paese dal dipartimento di Immigrazione. Riconosciuto da una spia, questi lo denunciò alle autorità come elemento pericoloso. Per mezzo di un avvocato, ammiratore del suo Ideale, che lo difese con tanto calore e dopo aver passato vari mesi in prigione potè far valere il diritto di permanenza nell’Argentina, naturalmente sottomesso a vigilanza speciale dalla sbirraglia poliziesca. Come corrispondente del periodo anarchico “Alarm” di Amburgo, cominciò a svolgere le sue attività nel paese del “pesos.” Gli elementi reazionari, nel frattempo facevano sentire la pesantezza della loro tirannide nella Patagonia, falciando i migliori militanti della rivoluzione. In Buenos Aires e negli altri centri avanzati dell’Argentina fu necessario costituire dei comitati di agitazione. Kurt Wilckens formava parte di uno di questi comitati, sempre spiegando la sua attività. Il bavaglio si estendeva, arrivando a sopprimere ogni libertà di riunione e di parola. Tutto ciò però era inutile, lo scopo del governo era di far passare nel massimo silenzio quanto avveniva nel territorio di Santa Cruz. Sotto il terrore sanguinario del Varela cadevano uccisi 1500 lavoratori nel modo più barbaro che ricordi la storia del movimento rivoluzionario americano in generale, lasciando nell’incubo, nella misera e nel lutto i superstiti. Un grido unanime di collera si levò, fosco, dalle gole del popolo davanti a questo infame massacro che si vuole paragonare alla strage degli Ugonotti nella famosa “notte di S. Bartolomeo.” Ritornò Ettore Varela, l’Attila argentino, in Buenos Aires dopo aver ridotta la tragica Santa Cruz in un vasto cimitero di morti e di vivi. Corsero i ruffiani dalla società assassina, torbidi e cinici, ad applaudire e a gozzovigliare inneggiando alla feroce gesta. Il Wilckens, davanti a questo spettacolo ributtante, si ribellò e il 26 Gennaio 1923, incontrando il carnefice Varela nella pubblica via, gli lanciò una bomba lasciandolo cadavere come un cane idrofobo. Egli stesso, Wilckens, per salvare una bimba che casualmente si trovava in quei paraggi, con ammirevole sangue freddo, gli fece scudo col suo corpo rimanendo gravemente ferito. Giustizia era fatta! I massacrati di Santa Cruz erano in parte vendicati! La notizia, come folgore, corse in ogni angolo dell’Argentina, diffondendo nelle anime buone ed umane un gran sospiro di sollievo. Il nome di Kurt Wilckens diventava agli occhi del popolo la bandiera della Giustizia. I legislatori impauriti di portare davanti ai tribunali una figura così nobile e per evitare il processo che avrebbe accusati gli accusatori, decisero di farlo scomparire. Armarono la mano di un sicario, Pérez Millàn, e nell’alba del 16 Giugno 1923, vigliaccamente, mentre dormiva, gli scaricò la sua arma. L’assassino, che era carceriere, ributtante e calmo, aspettava con l’arma ancora fumante nelle mani la lode e la paga del suo…eroismo patriottico! Dopo 20 ore di agonia terminava di vivere quest’eroe dell’azione, forza sovrumana e demolitrice, cuore buono e fraterno. Nella notte seguente, paurosi e vili, becchini schifosi come contrabbandieri del decoro umano, i mandanti del delitto involarono il suo cadavere che la folla tumultuosa richiedeva per rendergli l’ultimo tributo d’affetto e l’omaggio di fraterna mestizia. Buenos Aires, Giugno 1925. Severino Di Giovanni.»

7Osvaldo Bayer, Anarchism and Violence: Severino Di Giovanni in Argentina—1923–1931 (London: Elephant Editions, 1987).

8Vedere Rudolf Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism (London: FreedomPress, 1988). Ed Andrew ci ricorda che Malatesta «considerava l’ “anarco-sindacalismo” come un termine bastardo: “o è uguale all’anarchia ed è quindi una parola che serve solo a confondere le idee, o è una cosa diversa dall’anarchia e perciò non può essere accettata dagli anarchici”» Andrew concludeva che «l’anarco-sindacalismo nasce quindi da un’unità dialettica, non da una semplice identità dell’anarchismo e del sindacalismo.» Vedere Ed Andrew, Closing the Iron Cage: The Scientific Management of Work and Leisure (Montreal: Black Rose Books, 1981), pp. 154–55. Nota del blog. La citazione di Malatesta è tratta dall’articolo Sindacalismo e anarchismo, Pensiero e Volontà, a. II, n. 6, 16 Aprile 1925, p. 126-128. Link.

9Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism, p. 39.

10Jeremy Jennings, Syndicalism in France: A Study of Ideas (New York: St Martin’sPress, 1990), p. 23.

11Benjamin Martin, The Agony of Modernization: Labor and Industrialization in Spain (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1990), p. 198.

12Dan Georgakas, The Wobblies, The Making of a Documentary: An Interview with Stewart Bird and Deborah Shaffer, Cineaste 10, no. 2 (Spring 1980): 15.

13Nota del blog. Ci si riferisce a una frase di Earl Browder, segretario del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA): «Il comunismo è americano come la torta di mele.» La citazione corretta è: «noi siamo americani e il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo» (What Is Communism? 8: Americanism – Who Are the Americans?, New Masses, Volume 15, n. 13, 25 Giugno 1935. Link ; Revolutionary Background of the United States Constitution, The Communist, Volume 16, n. 9, Settembre 1937. Link). Porton utilizza questo riferimento per sottolineare la natura autoritaria, pro-nazionalista statunitense e anti-rivoluzionaria di Browder e, più in generale, del CPUSA degli anni ‘30 e ‘40.

14Nota del blog. Vedasi Sinistra, nuova in Enciclopedia Treccani. Link

15Vedere Noel King, “Recent ‘Political’ Documentary: Notes on Union Maids and Harlan County USA,” Screen 22, no. 2 (1981): pp. 7–18. King sembra preferire i documentari neo-brechtiani come The Night Cleaners, che hanno riscosso successo soprattutto tra altri intellettuali neo-brechtiani.

16In una conversazione con l’autore (Maggio 1987), Dolgoff ammise che molti membri dell’IWW erano ben lontani dall’essere anarchici, ma raccontò dei suoi sforzi per mantenere una posizione anarco-sindacalista all’interno dell’organizzazione durante gli anni ’30. Si veda anche l’autobiografia di Dolgoff, Fragments: A Memoir (Cambridge, Regno Unito: Refract Publications, 1986), pp. 53–54.

17Queste domande sono tratte da Dubofsky, We Shall Be All, pp. 260–62.

18Per ulteriori informazioni sul “Paterson Pageant”, si veda Steve Golin, The Fragile Bridge: Paterson Silk Strike, 1913 (Filadelfia: Temple University Press, 1988). Nota del blog. In italiano si veda l’articolo di Linda Nochlin, Il Pageant dello sciopero di Paterson del 1913, Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani, a. VI, n. 6, Primavera 1999, pp. 22-29. Link

19Hakim Bey, “An Esoteric Interpretation of the I.W.W. Preamble,” International. Review 1 (1991): p. 3. Per una visione meno benevola dell’anarco-sindacalismo e della recente incarnazione dell’IWW, si veda Michael William, “The ‘Bufe-ooneries’ Continue: A Response to Chaz Bufe’s ‘Primitive Thought’ and to the Misery of Anarcho-Syndicalism,” Demolition Derby 1 (s.d.): 18–29. Sulla stessa linea, P. D. Anthony scrive che «i sindacalisti si creano da soli l’impossibile dilemma di cercare di risolvere il problema dell’autorità, sottolineando l’importanza del lavoro, che, al giorno d’oggi, è inseparabile dal problema dell’autorità». Cfr. Anthony, The Ideology of Work (Londra: Tavistock, 1977), p. 110.

20Metello è tratto dal celebre romanzo di Vasco Pratolini. Secondo un critico italiano, il protagonista ha avuto la “maturità” di rifiutare l’anarchismo e abbracciare il socialismo tradizionale. Cfr. Vittorio Cordero Montezemolo, Conversazioni con Mauro Bolognini (Milano: Ministero degli Affari Esteri, 1977), pp. 158–163.

L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte ©, .

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

di: iene
1 Luglio 2026 ore 18:55

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte

di: iene
28 Giugno 2026 ore 20:44

Introduzione

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista. La crisi e successiva restaurazione del potere istituzionale ed economico, ha consentito a una serie di soggetti politici ed economici di riciclarsi, più o meno, come democratici e portare avanti impunemente tematiche che possiamo considerare “esclusivistiche” quali la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo, mescolato a credenze cristiane, il revisionismo storico, l’auto-vittimizzazione1, la negazione dell’Olocausto, il tradizionalismo, l’anticapitalismo, l’anti-liberalismo e l’anti-europeismo.

Per capire meglio come questi movimenti esistano e prosperino, è necessario fare una premessa su due processi politici interconnessi esistenti nel cosiddetto “Mondo Occidentale”:

«in primo luogo, il momento storico di convergenza tra una crisi del capitalismo globale, l’accelerazione dei flussi migratori verso il Nord Globale e l’intensificarsi della sfiducia verso la governance sovranazionale. In secondo luogo, la crescente territorializzazione del discorso populista stesso, in quanto l’insoddisfazione per la mobilitazione di persone, capitali e cultura operata dalla globalizzazione – e per le élite che hanno tratto beneficio da tale mobilitazione – si esprime attraverso gli appelli all’isolamento spaziale, alla chiusura e al ritiro.»2

Retoriche di questo tipo coincidono con la tesi sostenuta da Daniel Guerin in Fascismo e gran capitale dove spiegava i meccanismi di manipolazione verso le masse impoverite.

Partendo da un anticapitalismo demagogico, gli antenati dell’estrema destra seducevano le classi medie con le loro aspirazioni retrograde, lusingando «le masse operaie – soprattutto quelle categorie di lavoratori che mancano di coscienza di classe […] L’abilità del fascismo consiste nel proclamarsi anticapitalistico senza attaccare seriamente il capitalismo, per cui si ingegna in primo luogo a trasformare in nazionalismo l’anticapitalismo delle masse. Impresa agevole, perché si è visto che, sempre, l’ostilità delle classi medie nei confronti del grande capitalismo si accompagna a un tenace attaccamento al concetto di nazione.»3

Il caso politico rumeno, sebbene si differenzi dal caso spagnolo, portoghese e greco per il regime comunista avuto, ha molte similitudini con ciò che abbiamo appena citato. Sebbene le prime fasi post-regime comunista facessero sperare in un regime democratico multipartitico, la realtà dei fatti fu molto diversa. A seguito della morte violenta dei coniugi Caecescu (25 Dicembre 1989), in Romania venne instaurato un governo provvisorio retto da Ion Iliescu. Questi aveva fondato il Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) e lo aveva reso un partito a tutti gli effetti. La candidatura del FSN alle elezioni generali del 20 Maggio 1990 generò una serie di malumori e opposizioni politiche in quanto un partito del genere controllava tutto fino a quel momento: l’esercito, le forze dell’ordine, l’economia, i mass media, la giustizia, il parlamento. Il timore quindi era che la Romania, nelle fasi iniziali di transizione verso la democrazia, potesse sprofondare in una zona grigia dove da un lato vi era un partito grande e dominante e dall’altro un’opposizione di facciata. Le proteste non si fecero attendere. Iliescu e i suoi, però, furono abbastanza furbi e astuti nel manipolare i lavoratori, in particolare i minatori, contro le opposizioni.

Circa cinquemila minatori arrivarono a Bucarest da Valea Jiului a fine Gennaio 1990 e aggredirono, con oggetti contundenti e catene, gli oppositori del FSN.

Vi furono numerosi incidenti e i minatori e militanti del partito di Iliescu organizzarono incursioni e perquisizioni nelle sedi dell’opposizione, sequestrando le persone lì dentro.

La fine di questo evento, noto come Minierada4, consentì ai dirigenti del FSN di creare il Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale (CPUN) – organo atto a garantire la rappresentanza dei partiti di recente costituzione nelle strutture di potere.

È in questa fase di crisi e scontri tra il cosiddetto “nuovo” e “vecchio” corso politico che nel biennio 1990-1991 nascono due movimenti politici: l’Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) e il Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito della Grande Romania).

Se l’UVR nacque in contrapposizione violenta contro gli ungheresi rumeni (e più nello specifico contro il Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania)) ed ebbe una breve vita politica partitica tramite il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni) – quest’ultimo fusosi col Partidul Conservator (trad.: Partito Conservatore) nel 2006 -, il PRM invece volle riprendere delle modalità tipiche delle dittature civico-militari.5

Il nome di quest’ultimo partito era stato scelto deliberatamente per le sue connotazioni storiche. Da un lato si riferiva allo Stato-nazione di tutti i rumeni costituito dopo la Prima guerra mondiale (comprendente la Transilvania, la Bucovina, la Bessarabia, nonché parti del Banato, Crișana e Maramureș); dall’altro alludeva alla perdita, a seguito della Seconda guerra mondiale, dei territori rumeni che oggi fanno parte dei paesi confinanti (Moldavia e Ucraina).

Il PRM raggiunse il suo picco di notorietà quando il proprio leader, Corneliu Vadim Tudor, attraverso la retorica xenofoba e omofoba riuscì a classificarsi secondo alle elezioni presidenziali del 2000, dietro a Ion Iliescu – quest’ultimo divenuto presidente grazie alla candidatura del leader del partito di estrema destra .

Durante questo lasso di tempo, la Romania diventò un territorio dove una serie di aziende iniziarono a sfruttare le persone lavoratrici e le risorse naturali. La disuguaglianza strutturale, la povertà e la corruzione sistemica portarono alla polarizzazione politica e all’emigrazione di massa – che, insieme al basso tasso di natalità, innescarono un grave calo demografico.6

Per attirare ulteriori investitori, il governo rumeno, nella prima metà degli anni 2000, utilizzò ogni mezzo per poter entrare nella NATO e nell’Unione Europea.

L’ “Ordonanţa de urgenţă nr. 31/2002” (trad. : Ordinanza d’urgenza nr. 31/2002), dove vennero vietate le formazioni e i simboli delle organizzazioni fasciste, razziste e xenofobe, oltre la promozione di personaggi colpevoli di crimini contro la pace e l’umanità, fu una mossa fintamente “umanitaria” e “antifascista e antirazzista” dove non si mise in discussione la retorica dei vari partiti movimenti di estrema destra. Anzi, questa mossa “europeista” e “occidentalista” del governo rumeno diede slancio ai gruppi e partiti di estrema destra che si rifacevano, più o meno, al cristianesimo ortodosso e/o all’ex Guardia di Ferro di Codreanu – come il Totul Pentru Ţară (trad.: Ogni Cosa per il Paese) e il Partidul Noua Generație – Creștin Democrat (trad.: Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico). Essi riuscirono ad ottenere nuovi consensi e potenziamenti della retorica non solo contro le persone migranti e non eterosessuali ma anche contro l’Unione Europea – colpevole, a detta loro, di introdurre valori contrari alle morali cristiano-legionarie rumene

Fu con la crisi economica mondiale del 2008 che l’estrema destra rumena fece il salto di qualità. La nascita (o, per essere più corretti, rinascita7) della Frăția Ortodoxă “Sfântul Mare Mucenic Gheorghe purtătorul de Biruință” (trad.: Fratellanza Ortodossa “San Giorgio megalomartire portatore di vittoria”) servì a promuovere corsi speciali inerenti alle tematiche cristiano-ortodosse, dibattiti, convegni e simposi, processioni, pellegrinaggi ed escursioni nei luoghi santi e nei monasteri. Dal punto di vista della Frăția Ortodoxă, chi impediva questa spiritualità cristiana e metteva un freno all’economia capitalistica rumena erano le persone migranti e la comunità LGBTQIA+, nonché tutti quelli a favore di una procreazione “cosciente e responsabile.”8

Non è un caso che la Frăția Ortodoxă abbia sostenuto attivamente, a partire dal 2019, un nuovo partito di estrema destra: l’Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) (trad.: Alleanza per l’Unione dei Romeni).

Nel corso di questi ultimi anni l’AUR ha raccolto e riunito i conservatori religiosi, i nazionalisti intransigenti e, durante le fasi della sindemia da Covid-19, i negazionisti e gli antivaccinisti. Tutti soggetti politici che si presentavano come difensori della libertà contro la dittatura dell’élite.

Le principali figure di questo partito sono state George Simion, attuale presidente dell’AUR, nazionalista e ambientalista, e Claudiu Târziu, copresidente dell’AUR fino al 2025, omofobo e grande estimatore della Guardia di Ferro. Il successo fulmineo dell’AUR può essere interpretato come una risposta alla crescente disillusione nei confronti del neoliberismo e del secolarismo. Il partito ha utilizzato il crescente risentimento e la sofferenza sociale di una popolazione che deve affrontare uno sfruttamento economico incontrollabile.

In tal senso l’AUR ha alimentato i risentimenti storici legati alla posizione geopolitica marginale della Romania, promettendo di riportare il paese a uno stato di pienezza demografica, economica ed ecologica, salvaguardare la sovranità nazionale e rivendicare un orgoglio contro i presunti avversari – ovvero le élite capitaliste dell’Unione Europea.

L’AUR ha così articolato una soluzione culturalmente comprensibile ed emotivamente galvanizzante all’esperienza socio-economica traumatica di un Paese che “esporta” i suoi abitanti in altre parti d’Europa – dove questi soggetti sono integrati, loro malgrado, nelle catene globali del lavoro e della produzione.

«Le masse» scriveva Guerin, «sono disposte a credere che il nemico sia il capitalismo straniero, e non già il proprio. Così il fascismo riesce facilmente a sottrarre i suoi finanziatori alla collera popolare stornando l’anticapitalismo delle masse verso la «plutocrazia internazionale.»»9

L’estrema destra rumena è oggi legittimata e aiutata dai politici parlamentari, dai media (nuovi e tradizionali che siano) e personalità intellettuali e artistiche, nonché dai vari strati fondamentalisti della Chiesa ortodossa.

Per avere un minimo di panoramica su come si sia arrivati all’AUR e come le retoriche neofasciste e dell’estrema destra non siano troppo diverse da un paese all’altro – si pensi al caso italiano con la Lega e l’attuale Futuro Nazionale di Vannacci -, presentiamo alcuni capitoli tratti dal libro di Gabriel Andreescu, Extremismul de dreapta in Romania (trad.: Estremismo di destra in Romania), edito dal Centrul de Resurse Pentru Diversitate Etnocultural, Cluj, 2003. Nonostante sia un lavoro vecchio di 23 anni e non di stampo anarchico ma democratico, Andreescu fa una panoramica della società rumena a cavallo tra la transizione dal regime comunista e l’entrata nell’Unione Europea e nella NATO, soffermandosi su come certi gruppi, movimenti e partiti politici di estrema destra della Romania abbiano avuto un ruolo importante nel Paese.

L’espansione della retorica di estrema destra in Europa e più in generale nel cosiddetto Mondo Occidentale, nasconde un regime capitalista in crisi effettiva o potenziale dove i soggetti economici-culturali applicano e invocano ristrutturazioni aziendali (iper-sfruttamento e licenziamenti) ed esclusioni di quella parte della popolazione non rientrante nei canoni imposti dalle morali eterosessuali-religiose.

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Capitolo III

– Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM
– Il Partidul România Mare
– Il tentato colpo di Stato del 1999

Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM

La più consistente, efficace e minacciosa forma di estremismo in Romania è l’ultra-nazionalismo. L’organizzazione che ha dato inizio a questa forma di estremismo è la Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) fondata a Târgu Mureș il 1 febbraio 1990.10 L’iniziativa è partita, però, dalle nuove autorità di Bucarest 11, i cui leader erano alla ricerca di una nuova legittimità – in quanto la loro precedente carriera nel Partito Comunista Rumeno rappresentava un ostacolo e non un punto a loro favore dopo la rivoluzione del Dicembre 1989. L’ideologia fondante dell’UVR fu l’anti-magiarismo; i suoi fondatori organizzarono provocazioni anti-ungheresi a partire dalla fine del Gennaio 1990 – alcune in segreto12, altre utilizzando come mezzo di comunicazione il quotidiano locale Cuvântul liber (trad.: Parola libera), tribuna della futura organizzazione, o le televisioni locali. Il clima anti-ungherese, alimentato anche dai media della capitale, raggiunse il culmine a metà Marzo 1990. Il 19 Marzo, una manifestazione dell’UVR si trasformò in un attacco alla sede locale della Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania), dove una personalità della comunità ungherese venne brutalmente picchiata.13 Gli episodi violenti si intensificarono così tanto che, il 21 Marzo 1990, la città di Târgu Mureș divenne teatro di sanguinosi scontri tra rumeni14 e ungheresi. Cinque persone erano state uccise e diverse centinaia erano rimaste ferite.15 A causa di questa situazione di instabilità, alla fine del Marzo 1990 venne istituito il Serviciul Român de Informații (SRI) (trad.: Servizio Rumeno di Informazione), basato sulla Securitate16 e in violazione delle procedure legali del momento.17

L’associazione anti-ungherese UVR, organizzatrice di questi disordini, aveva goduto di un sostegno sempre più consistente, sia a livello locale che nazionale, diventando da lì a poco un attore politico di rilievo.18 Prima delle elezioni del 20 Maggio 1990, l’UVR aveva fondato il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni).

Il PUNR era diventato, per alcuni anni, il principale partito ultra-nazionalista della Romania. Alle elezioni comunali del 1992, il suo leader, Gheorghe Funar, era stato eletto sindaco della più grande città della Transilvania, Cluj-Napoca.19 Alle elezioni parlamentari dello stesso anno, il PUNR ottenne il 7,72% dei seggi alla Camera dei Deputati e l’8,12% al Senato, diventando il principale partner del Frontul Democrat al Salvării Naționale (FDSN) (trad.: Fronte Democratico di Salvezza Nazionale) nella coalizione nazionalista che governò la Romania tra il 1992 e il 1996. Nel governo definito dall’opposizione dell’epoca “il quadrilatero rosso,” il PUNR ottenne due ministeri e occupò numerose cariche di livello inferiore.

Un’idea del linguaggio e dell’atteggiamento del PUNR è data dalla seguente citazione che sintetizza l’ultra-nazionalismo anti-ungherese di questa formazione politica: «Come è noto, questo spirito nomade, questo carattere barbaro, di cui gode il popolo ungherese e la minoranza [presente] in Romania, non è mai scomparso in 1000 anni. Probabilmente saremo noi, i rumeni, a doverli curare da questa vergogna e a farli diventare un popolo europeo pacifico, civilizzato, che non brami più territori stranieri. Che Dio li preservi dal tendere ancora la zampa verso i territori rumeni.»20

Alle elezioni del 1996, il PUNR ottenne solo il 4,36% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 4,22% al Senato, subendo una considerevole perdita di popolarità. L’ingresso dell’UDMR nella coalizione di governo diede un colpo decisivo al PUNR. Il leader di questo partito di estrema destra, Gheorghe Funar, lasciò il partito per diventare segretario generale del Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito Grande Romania). Nel 2000, il PUNR non entrò più in Parlamento. I suoi sostenitori passarono al PRM che, oltre a sviluppare un linguaggio giustizialista, attaccava la corruzione, la povertà, gli ungheresi, gli zingari e gli ebrei. Oggi (2003, ndt) il PUNR è come l’UVR: una formazione marginale, senza grandi speranze di rivitalizzarsi.

Il Partidul România Mare (trad.: Partito Grande Romania)

La maggior parte delle organizzazioni estremiste si era sviluppata grazie agli organi di stampa messi a loro disposizione, integrandosi così nella società rumena. L’UVR aveva trovato spazio in quasi tutti i quotidiani della Transilvania che, da ex filiali locali del giornale del Partidul Comunist Român (PCR) (trad.: Partito Comunista Rumeno) Scânteia (trad.: Scintilla), si erano trasformate in pubblicazioni indipendenti. Al contrario, alcuni organi di stampa avevano gettato le basi per i partiti di estrema destra. È il caso della rivista România Mare (trad.: Grande Romania), apparsa nel 1990 e precedente al Partito România Mare (trad.: Partito Grande Romania).21

Il linguaggio di România Mare ebbe un rapido successo. Il suo tipico discorso di incitamento all’odio era contro gli ungheresi, gli zingari, gli ebrei e qualsiasi categoria politica o culturale democratica.22 All’inizio, lo sciovinismo anti-ungherese prevalse in quanto garantiva il massimo capitale politico: «Temo fortemente che, di questo passo, se continueremo a essere provocati all’infinito faremo un’altra cavalcata di salute fino a quella meravigliosa città [dove si balla] la ciarda e le donne sono disponibili. E lì resteremo per un po’, fino all’anno 2000, in modo da garantire la pace in quella zona. Non vogliamo che si arrivi a questo punto. A nessuno piacciono le campagne militari. Ma tra gli ungheresi a Bucarest o i rumeni a Budapest, potete immaginare quale variante sceglieremo e quale sia la musica che ci piace…»23

Il Partito România Mare era indissolubilmente legato al suo leader, Corneliu Vadim Tudor.

Il suo linguaggio superava qualsiasi limite di un normale politico: «Ma parlando dei discendenti di quei barbari, non crediamo di offendere la nazione ungherese; al contrario, diffondiamo testi autentici e storici che attestano come in origine [gli ungheresi] fossero dei primitivi, cosa che i rumeni non sono mai stati.»24

Alle elezioni del 1992, il PRM ottenne il 3,89% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 3,85% al Senato – il numero minimo per entrare in Parlamento. Nel 1996, il Partito era salito al 4,46% alla Camera e al 4,54% al Senato, diventando così il primo raggruppamento politico estremista del Paese. Posizionato all’opposizione, il PRM si era dimostrato molto attivo, partecipando, all’inizio del 1999, a un tentativo di colpo di Stato. In quel momento furono avviate azioni per mettere il PRM fuori legge; ma queste vennero archiviate. La debolezza delle autorità aveva gravemente compromesso, nel tempo, la vita politica del Paese.

Durante la campagna presidenziale del Novembre 2000, Corneliu Vadim Tudor aveva adattato il suo discorso alle nuove realtà. Per quanto riguardava la sua coerenza sciovinista, si era concentrato maggiormente sugli zingari (anche se, secondo me, sarebbe meglio dire romaní) in quanto all’epoca gli ungheresi rappresentavano un bersaglio meno interessante. Ha parlato in diretta televisiva della «tipologia della mafia zingara (…). Attaccano in gruppo, controllano i mercati e non violentano i propri figli e genitori perchè sono impegnati a violentare i nostri…»25

In precedenza, nel 1998, Tudor aveva pubblicato un manifesto dove affermava: «gli zingari che non vogliono andare a lavorare (…) saranno mandati nei campi di lavoro.»26 All’ampia protesta delle ONG e dei gruppi romaní, Tudor rispose: «non siamo interessati a ciò che vogliono gli zingari. Tutti [gli zingari] dovrebbero essere mandati in prigione. Non c’è altra soluzione.»27

Attribuendo al suo discorso un forte tono giustizialista, Corneliu Vadim Tudor aveva ottenuto un successo che superò ogni aspettativa precedente.28 Aveva ottenuto il 30% dei voti totali al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2000. Il suo partito aveva ottenuto il 21,01% dei seggi al Senato e il 19,48% dei seggi alla Camera dei Deputati. È importante notare come il presidente Ion Iliescu,vincitore delle elezioni, non avesse fatto alcun tentativo di denunciare le manifestazioni razziste del suo avversario. Anzi, nell’Aprile 2001 aveva affermato che la Romania «avesse sviluppato un sistema immunitario contro l’odio interetnico, l’intolleranza, la xenofobia, l’estremismo, l’antisemitismo e il razzismo.»29 Inoltre, il presidente aveva utilizzato il termine «colorat»30 verso un romaní, lamentandosi successivamente che l’interesse internazionale per questi ultimi derivasse da una «campagna» occidentale anti-romena.31

Il tentato colpo di Stato del 1999

Come formazione estremista, il PRM aveva dimostrato la sua massima pericolosità durante le fasi del fallito colpo di Stato del 1999.

Gli eventi, che col tempo si sarebbero trasformati in un tentativo di golpe, avvennero nella terza settimana di Gennaio del 1999 e iniziarono con una protesta dei minatori della Valle del Jiu.32 Corneliu Vadim Tudor si rivolse a loro dicendo: «Miei cari compagni, il Paese è con voi. (…) Vi porterò negli uffici lussuosi di Bucarest, mentre le canaglie che hanno rovinato il Paese le manderò in miniera.»33

Su invito e sotto la guida del leader sindacale – e al tempo stesso vicepresidente del PRM –, Miron Cosma, i minatori annunciarono una marcia su Bucarest per imporre le loro richieste salariali. Nel Giugno 1990, un’azione di questo tipo – sempre sotto la guida di Miron Cosma –, terrorizzò Bucarest per alcuni giorni, e nel Settembre 1991 determinò la caduta del governo. Durante la marcia, una folla di circa 12mila minatori, guidata secondo tecniche militari ben collaudate, distrusse due blocchi della polizia e della gendarmeria e il primo ministro fu costretto a negoziare sotto la minaccia di un’invasione di Bucarest.

Dopo una prima interruzione della marcia su Bucarest, Cosma riprese il cammino. Venne però arrestato e i circa 2mila minatori rimasti sotto la sua guida furono respinti dalle forze dell’ordine. Per rendere possibile questa repressione, il presidente della Romania dichiarò lo stato di emergenza.34

Secondo un Rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite35, gli eventi [accaduti in Romania] rientravano nella categoria della ribellione, della sovversione, della turbativa della quiete e della minaccia alla Costituzione, all’autorità, all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, nonché un pericolo per la vita economica del Paese.36 Il pericolo che questi rappresentavano era al tempo stesso «eccezionale ed imminente.»37

I minatori, guidati sul campo da Miron Cosma, erano in contatto con la dirigenza del PRM. I capi del Partito di estrema destra avevano costantemente incitato e preparato, attraverso delle dichiarazioni – sia dagli scranni del Parlamento che tramite i mass media –, l’eventuale sostituzione forzata delle autorità elette nelle libere elezioni dell’autunno del 1996. Il PRM aveva chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate, entrando in sintonia con lo sciopero dei minatori. A seguito di questi eventi, diverse personalità pubbliche avevano chiesto la messa al bando del PRM, basandosi su cinque accuse: mancato rispetto dei principi della democrazia costituzionale, incitamento alla violenza pubblica, mancato rispetto dell’ordine dello Stato di diritto, istigazione all’odio nazionale, razziale e religioso, militanza contro il pluralismo politico.38 Anche il ministro della Giustizia intervenne; ma nonostante le prove evidenti e le violazioni del PRM riguardanti i principi costituzionali e le disposizioni di legge sui partiti, il caso fu archiviato.

 

Continua nella Seconda Parte

Note

1In un ambito psicologico, l’auto-vittimizzazione è una strategia utilizzata da una persona che assume il ruolo di vittima e agisce nel seguente modo: cerca attenzioni, non accetta le proprie responsabilità, accusa gli altri delle sue disgrazie e si lagna continuamente. Nell’ambito politico, l’auto-vittimizzazione è un elemento fondante di tutti quei gruppi e partiti politici che, attraverso le loro retoriche, inneggiano tramite rimpianti determinati periodi storici e figure eroiche e rivoluzionarie.

2Christopher Lizotte, Where Are the People? Refocusing Political Geography on Populism, Political Geography, 71, Maggio 2019, pp. 139-141

3Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, trad. it. a cura di Giorgio Galli (aggiornata), Erre Emme Edizioni, Roma, 1994, p. 144

4Per avere un quadro sintetico e completo su cosa fosse questa protesta, rimandiamo all’articolo di Mihaela Iliescu, Mineriada din iunie 1990 – o scurtă incursiune istorică (trad.: Mineriade del Giugno 1990 – una breve incursione storica), Astra Salvensis, 13 (1), 77–82. Link

5Si veda più avanti il Capitolo III, paragrafi Il Partidul România Mare e Il tentato colpo di Stato del 1999

6Vedere Ban Cornel, Ruling ideas. How global neoliberalism goes local, Oxford University Press, New York, 2016; Dan Popa, România – locul 17 în lume la emigrare. Aproape 6 milioane de români au ales să lucreze și să se stabilească în străinătate. La 6 români care emigrează aducem un imigrant (analiză) (trad.: Romania – 17° posto nel mondo per emigrazione. Quasi 6 milioni di rumeni hanno scelto di lavorare e stabilirsi all’estero. Per ogni 6 rumeni che emigrano, ne arriva uno dall’estero (analisi)), hotnews.ro, 27 Febbraio 2024. Link

7Fondata come Frăția Ortodoxă Română (FOR) (trad.: Fratellanza Ortodossa Rumena) dal filologo rumeno Sextil Pușcariu nel Febbraio 1933 e patrocinata dal vescovo Nicolae Ivan della diocesi di Vad, Feleac e Cluj, l’organizzazione si prefiggeva come obiettivi la propaganda cristiana volta a implementare uno stile di vita e un comportamento pubblico appropriato nelle relazioni interpersonali e gli aiuti sociali e religiosi a tutti i livelli e in tutte le classi e rami della vita sociale. Nella Romania degli anni ‘30, attraversata da conflitti tra il potere governativo e la Guardia di Ferro, la FOR, e più nello specifico Pușcariu, non nascondeva l’ammirazione per quest’ultimi e un’insofferenza sempre più marcata contro lo Stato democratico e il bolscevismo. Fonti utilizzate: Frăția Ortodoxă Română, Foaia Diecezana, a. XLVIII, n. 6, 5 Febbraio 1933; Frăția Ortodoxă Română, Sfarmă-Piatră, A. II, n. 49, 29 Ottobre 1936, p. 2; Horia Sima, Era Libertatii. Statul National Legionar Vol. 1, Editura Mişcării Legionare, Madrid, 1982.

8A tal merito si vedano i post sulla pagina facebook di Fratia Ortodoxa sull’aborto e la pillola anticoncezionale (link 1 ; link 2), sui migranti (link 1 ; link 2) e sulla comunità LGBTQIA+ (link 1 ; link 2)

9Daniel Guerin, Ibid.

10La prima presentazione pubblica della Uniunea Vatra Românească ebbe luogo il 25 Gennaio 1990 a Reghin.

11La sera del 25 Gennaio 1990, il presidente Ion Iliescu parlò delle «tendenze separatiste ungheresi,» espressione che in seguito divenne un leitmotiv dell’ultra-nazionalismo. Del resto, Ion Iliescu figurava nell’elenco dei membri fondatori della Uniunea Vatra Românească. Vedi Elõd Kincses, Martie negru la Târgu Mureș, Ed. Juventus, Târgu Mureș, 2001; Gabriel Andreeescu, Ruleta. Români și maghiari, 1990–2000, Ego, 2001.

12Il 25 Gennaio 1990, dall’ufficio postale di Târgu Mureș venne diffuso un telegramma-appello dal contenuto falso e provocatorio: «Fratelli rumeni, colleghi delle Poste e delle Telecomunicazioni. (…) Nelle nostre unità e in altre a Târgu Mureș si procede, in modo sistematico e abusivo, alla sostituzione dei quadri dirigenti a tutti i livelli con ungheresi. Dalle scuole sono stati cacciati, brutalizzati e sputati addosso i rumeni e i docenti rumeni.» (Elõd Kincses, Op.cit., p.44).

13La vittima era Sütõ András, uno dei più importanti scrittori ungheresi, membro della dirigenza locale dell’UDMR (Tom Gallagher, Democrație și naționalism în România, 1989-1998, Bucarest, Edit. All Educational, 1999). Nota del blog. Stando alla biografia tracciata dalla treccani, András, «lavorò al giornale ungherese Új Élet (trad.: Nuova vita”) e dal 1971 si trasferì in Transilvania, dove prese parte attiva alla vita politica locale contrassegnata talvolta da aspri conflitti (rivoluzione del 1989, scontri etnici del 1990).» András si trovava dentro la sede dell’UDMR quando i manifestanti nazionalisti rumeni la assaltarono. A seguito della violenza subita, András perse l’occhio sinistro e riportò ferite alla testa, alle costole e alla mano sinistra.

14Alcuni erano stati portati in autobus dai villaggi alla città, armati di bastoni e preparati per questo scontro.

15Tra i morti e i feriti c’erano sia rumeni che ungheresi.

16L’ex polizia politica di Ceaușescu.

17Per la costituzione legale sarebbe stato necessario il voto del Consiliul Provizoriu de Uniune Națională (CPUN) (trad.: Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale). Il CPUN non era stato informato al riguardo.

18Un membro dell’UVR venne inserito nella delegazione rumena dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) (Tom Gallagher, Op. cit., p. 132).

19È da notare che nella competizione per il secondo turno delle elezioni, Gheorghe Funar ricevette l’aiuto del Frontul Salvării Naționale (FSN) (trad.: Fronte di Salvezza Nazionale) (Ibidem, p. 154).

20Gheorghe Funar in Informația Zilei, Satu Mare, 27 Ottobre 1994. La citazione che abbiamo riportato risale alla fase centrale dell’attività del partito; i temi e l’aggressività del linguaggio, in ogni caso, sono rimasti costanti nel tempo.

21Un altro caso è quello della rivista estremista Mișcarea (trad.: Movimento), che ha preceduto il partito Mișcarea pentru România (trad.: Movimento per la Romania).

22Si veda il parere espresso dal Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania (2001), che identifica per la prima volta il PRM come partito di estrema destra: «Nel mese di Maggio [2001] l’ambasciatore di Israele ha espresso preoccupazione per un libro pubblicato da un membro del partito di estrema destra Partidul România Mare (PRM) che contiene due barzellette sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.»

23Corneliu Vadim Tudor, Atenție la Ungaria (4) (trad.: Attenzione all’Ungheria), in România Mare, I, 1990, n. 17, (28 Settembre).

24Corneliu Vadim Tudor, senatore, presidente del PRM, discorso pronunciato il 7 Febbraio 1995, in occasione dell’incontro di lavoro tra PDSR, PUNR, PRM e PSM, in România Mare, n. 241, anno VI, 17 Febbraio 1995.

25Doresc să fiu Preoedinte (trad.: Voglio diventare presidente), PRO TV, Bucarest, 14 Novembre 2000 (programma televisivo).

26La dichiarazione era stata pubblicata integralmente su România Mare del 21 Agosto 1998, Ziua del 17 Agosto 1998 e Libertatea del 18 Agosto 1998.

27George Toader, Romii nul iartă pe C.V. Tudor, dar nici el nu se lasă intimidat (trad.: I Rom non perdonano C.V. Tudor, ma nemmeno lui si lascia intimidire), in Cronica Română, 22 Agosto 1998.

28Anche in relazione ai sondaggi di opinione.

29Ion Iliescu all’apertura di un forum sulle relazioni interregionali nei Balcani, Bucarest, 20 Aprile 2001. Cfr. România Liberă, 23 Aprile 2001.

30Scurt pe doi (trad.: A corto di due), TVR, Bucarest, 9 Aprile 2001 (programma televisivo).

31RFE/RL Newsline, 20 Aprile 2001.

32Gabriel Andreescu, Tema stării de urgență din perspectiva tentativei de lovitură destat (trad.: La questione dello stato di emergenza dal punto di vista del tentativo di colpo di Stato), in Sfera politicii, n. 67, 1999.

33Corneliu Vadim Tudor, Manifest pentru minerii din Valea Jiului (trad.: Manifesto per i minatori della Valle del Jiu), in România Mare, n. 444 del 15 Gennaio 1999.

34In conformità con le attribuzioni costituzionali, art. 93, comma 1. Si era reso necessario adottare un’ordinanza d’urgenza – nella notte tra il 21 e il 22 Gennaio 1999 –, in quanto allo scoppio delle ostilità in Romania, non esisteva una norma che regolasse lo stato di emergenza o di assedio.

35Queste legittimavano l’istituzione di misure adottate dalle autorità di Bucarest (tra cui l’istituzione dello stato di emergenza). Cfr. UN Commission on Human Rights, Study of the Rights of Everyone to be Free from Arbitrary Arrest,Detention and Exile, E/CN. 4/826, 1962, p. 257

36N. Questiaux, Study of the Implications for Human Rights of Recent Developments concerning Situations Known as State of Siege or Emergency, E/CN, 4/ Sub, 2/1982/15.

37Nel senso del caso greco: Report on the EHCR, YBECHR 12, 1969. Nota del blog. L’autore si riferisce nello specifico alla Dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e alle accuse della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di violazione dei diritti umani e torture contro le persone detenute. Link

38Dan Pavel, docente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bucarest, aveva avviato un procedimento per dichiarare fuorilegge il PRM.

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte ©, .

Film e pedagogia anarchica – Prima Parte

di: iene
19 Giugno 2026 ore 19:07

Estratto dal capitolo quattro, «Film and Anarchist Pedagogy», Richard Porton, Film and the Anarchist Imagination, University of Illinois Press, Chicago, Urbana, Springfield, 2020, pp. 110-53, Seconda Edizione

 

-Anarchismo in classe: La riforma dell’istruzione contro la “descolarizzazione”

«L’istruzione è una cosa ammirevole. Ma è bene ricordare, di tanto in tanto, che niente di ciò che vale la pena sapere può essere insegnato.» — Oscar Wilde, A Few Maxims for the Instructionof the Over-Educated.1

Conservatori, liberali e marxisti hanno tutti dedicato una considerevole dose di energia a valutare e, per certi versi, trasformare la teoria e la pratica educativa. Eppure, l’attenzione che gli anarchici hanno riservato alle sfumature della pedagogia non ha eguali in nessun’altra tendenza politica.

È chiaramente difficile ignorare la recente fioritura di teorie pedagogiche elaborate da autori non anarchici, principalmente neo-marxisti e post-strutturalisti.

L’importanza teorica di questo lavoro non dovrebbe essere liquidata con leggerezza; ma, nel bene e nel male, non è facile colmare il divario tra la teoria pedagogica postmoderna – sostenuta principalmente da studiosi universitari -, e i contributi di teorici ed educatori anarchici come Michail Bakunin, William Godwin e Francisco Ferrer.

Henry Giroux – per citare l’unica figura postmoderna che ha effettivamente mostrato familiarità con le tradizioni educative anti-autoritarie – non ha del tutto torto quando descrive i pedagoghi anarchici come romantici sostenitori della “realizzazione personale” che occasionalmente dimenticano le dinamiche di gerarchia e potere che i libertari non dovrebbero trascurare.2

Tuttavia, nonostante nell’opera dei postmodernisti permangano tracce della pedagogia anarchica, è sorprendente che, salvo rare eccezioni, essi ignorino completamente l’opera di Ferrer, Godwin e Paul Goodman, nonché la pedagogia auto-emancipatoria sostenuta da militanti anarchici quali Emma Goldman e Mikhail Bakunin.

La pedagogia anarchica contemporanea è iniziata con i lavori di William Godwin e Max Stirner, e si è definita attraverso un approccio critico al falso libertarismo dell’influente, sebbene pieno di contraddizioni, romanzo-trattato educativo Émile di Jean-Jaques Rousseau.

“Rousseauiano” è diventato un sinonimo per la celebrazione o, per meglio dire, feticizzazione, di uno “stato naturale”. Eppure, di fronte alle esigenze della civiltà, Rousseau propone un “contratto sociale” innegabilmente statalista che risulta sorprendentemente congeniale ai sostenitori del governo autocratico – un commentatore ha persino definito la sua teoria politica, con la sua amorfa nozione di “volontà generale”, un esempio di proto-totalitarismo.3

Tuttavia è innegabile che l’obiettivo pedagogico dell’Émile prefigurava la tradizione liberale di Maria Montessori e John Dewey (e, sotto certi aspetti, la psicologia cognitiva di Jean Piaget) – correnti con le quali l’anarchismo ha alcune affinità, nonostante l’opposizione radicale verso questi riformatori disposti ad adeguarsi all’ordine costituito

La visione dell’infanzia di Rousseau è, allo stesso tempo, elogiativa e paternalistica: nell’Émile, l’autore francese incoraggia i bambini a godersi il loro beato irrazionalismo fino all’arrivo della pubertà. Impegnato in una vera educazione sentimentale, Rousseau sosteneva che l’educazione infantile dovesse essere “puramente negativa,” preoccupata solo di salvare «il cuore dal vizio e la mente dall’errore.»4

Anche se l’ “educazione negativa” dell’Émile mira a favorire l’auto-sufficienza – senza il peso dei libri o aforismi morali fin dalla tenera età («impara dalla natura e non dagli uomini»5) -, il suo tutore onnipresente e apparentemente benevolo, agirebbe come un burattinaio pedagogico, sempre vicino nel tirare i fili del suo allievo ignaro.

Come osserva Jean Starobinski, l’educazione di Émile potrebbe essere pensata «per la libertà, ma non è certamente, in senso autentico, un’educazione attraverso la libertà.»6

Quando Émile raggiunge l’età adulta, il suo tutore gioca il ruolo di Pandaro7 dietro le quinte, progettando l’amore e il successivo matrimonio con una donna di nome Sophie. Anche l’«educazione dei sensi» del pupillo deve essere orchestrata da un despota illuminato.
Michael Smith sostiene che la propensione di Rousseau nella «coercizione mascherata … sia un doppio affronto all’autonomia del bambino.» Smith propone una critica anarchica all’elaborata regolamentazione della libertà operata da Rousseau, suggerendo che una modalità più legittima di autonomia possa aiutarci a distinguere gli insegnanti «liberali» o «progressisti» da quelli «veramente libertari».8

William Godwin, ad esempio, cercò di ribaltare i «modi di educazione tradizionali», dove «il maestro guida e l’allievo segue.»9 Godwin è determinato a demistificare la cosiddetta «impotenza del bambino» e, al contrario di Rousseau, la sua pedagogia prende il dolore non per manipolare indebitamente i bisogni e desideri dei bambini.
Godwin può essere visto come il primo difensore delle “scuole libere” e a favore di una riforma radicale dell’educazione – un precursore del diciottesimo secolo di educatori radicali come Herb Kohl, John Holt e Jonathan Kozol.

Le implicazioni della critica radicale alla pedagogia tradizionale, anche se meno concreta, del giovane hegeliano Max Stirner non sono state ancora assimilate completamente dagli educatori anarchici.

Il breve trattato di Stirner, Il falso Principio della Nostra Educazione, presenta una sorprendente somiglianza a quello che si conosce oggi come descolarizzazione radicale. Stirner affermava che «vi è dappertutto una grande quantità di cadaveri politici, sociali, ecclesiastici, scientifici, artistici, morali ed altri ancora; e finché tutti questi cadaveri non saranno consumati, l’aria non sarà pura, pesante rimarrà il respiro.» 10

Probabilmente perché fu maestro, Stirner identificava le scuole con il filisteismo11 e tracciava una distinzione tra l’ «uomo istruito» e il vero individuo libero. Sebbene una lettura miope mostri la rabbia di Stirner contro la pedagogia – ovvero un sintomo dell’anti-intellettualismo di cui gli anarchici sono spesso (e a volte giustamente) accusati -, l’autore tedesco non discute sul valore dell’acquisizione della conoscenza, ma sostiene che «attraverso il sapere, noi diventiamo liberi soltanto interiormente (una libertà, alla quale del resto mai si deve rinunciare); ma con tutta la libertà di coscienza e di pensiero noi esteriormente possiamo restare schiavi e in soggezione.»12

Mentre il fervore polemico di Stirner corrisponde al disprezzo del primo Nietzsche sulla mediocrità dell’istruzione istituzionale, e rimanga più ad un livello esistenziale che pratico, la chiamata di Bakunin per una «educazione integrale» – formazione professionale e intellettuale volta a formare la «persona nella sua totalità» -, si focalizzava specialmente sulle diseguaglianze che separavano le classi più alte dal proletariato.

L’agenda pedagogica di Bakunin comprendeva una forma leggermente coercitiva dell’anti-autoritarismo, predicando che «bisogna diffondere a piene mani l’istruzione delle masse, e trasformare tutte le chiese, tutti quei templi dedicati alla gloria di Dio e all’asservimento degli uomini, in altrettante scuole di emancipazione umana.»13

Con la sua tipica geniale indecisione, Bakunin sintetizzava in modo lungimirante le due principali correnti all’interno della pedagogia anarchica contemporanea.

Ai tempi, l’anarchico russo difendeva l’ideale dell’educazione universale; eppure, in un distinto passaggio stirneriano, l’anarchico russo ammise che «fino a un certo punto l’uomo può essere il suo stesso educatore, insegnante e persino creatore.»14 Se l’anarchismo del diciannovesimo e del primo ventesimo secolo esaltava il potenziale trasformativo delle scuole alternative, gli ultimi trenta anni sono stati marcati da una graduale perdita di fede nell’efficacia istituzionale di tutte le scuole. (mainstream o apparentemente “libere” che siano)

Sotto molti aspetti, l’impegno di Ivan Illich nella “descolarizzazione” ha concretizzato le astrazioni contenute ne Il falso principio della nostra educazione, cercando, al contempo, di dare seguito all’esortazione conclusiva dell’opera: «il sapere deve morire per risorgere di nuovo come volontà e per ricrearsi ogni giorno da capo come persona libera.»15

Il socialista utopista Charles Fourier, una figura rivendicata sia dalla tradizione anarchica che da quella surrealista, formulava un’eccentrica, e a volte affascinante ed ingegnosa, pratica d’educazione che era, sotto molti aspetti, genuinamente anti-autoritaria. Puramente proto-femminista, Fourier rigettava la venerazione della famiglia di Rousseau o l’occasionale visione condiscendente delle donne di Bakunin. Di conseguenza, la ricerca dell’armonia apparentemente stravagante di Fourier – «un ordine sociale organizzato in modo che la soddisfazione dei desideri individuali contribuisca a promuovere il bene comune»16 – ha generato una pedagogia anti-dogmatica dove i bambini potevano apprendere tanto dai propri coetanei quanto dalle persone anziane. La decisione nel 1909 del governo spagnolo di giustiziare l’insegnante anarchico Francisco Ferrer, fondatore della Scuola Moderna (successivamente emulata da pedagoghi anarchici nell’est Europa e negli Stati Uniti), prova che anche un’intenzione modesta di introdurre i princìpi anti-autoritari agli studenti possa essere percepita come una minaccia da un esecutivo nervoso.

Sebbene le autorità spagnole tentassero goffamente di coinvolgere Ferrer in un complotto per assassinare re Alfonso XIII, la riluttanza del regime nel cedere alle richieste internazionali di liberazione dell’educatore era motivata dal timore, quasi primordiale, della sua difesa di un’istruzione laica e razionalista, che, sebbene insipida per gli standard contemporanei, allarmava l’establishment educativo cattolico.

La risposta del movimento anarco-sindacalista catalano all’intransigenza del governo e della Chiesa culminò nella “Semana Tragica” (trad: Settimana tragica) del 1909 – dove vi fu uno sciopero generale a Barcellona e una violenza spontanea popolare contro i simboli e i rappresentanti del cattolicesimo.17 Secondo Joan Connelly Ullman, gli operai incendiarono «quaranta conventi e dodici parrocchie.»18 Il martirio di Ferrer divenne emblematico per il ruolo centrale della pedagogia alternativa assunta dagli anarchici convinti.

Mentre i radicali rifiutavano parole come “positivismo” e “razionalismo” – considerati gettoni dell’ideologia conformista -, Ferrer, grazie al suo anticlericalismo, abbracciava la scienza quale antidoto logico all’egemonia cattolica. Data l’ostilità della Chiesa alla sua concezione di scuola come laboratorio per il cambiamento, non sorprende che le autorità spagnole abbiano accolto con preoccupazione le dichiarazioni di Ferrer: «al bambino, al fine di evitare errori, deve essere insegnato che è fondamentale non dare nulla per scontato.»19 Per Ferrer, la scuola dovrebbe servire come luogo di fermento rivoluzionario; Joel Spring ha osservato che al pedagogo spagnolo «non bastava desiderare una società anti-autoritaria e che l’Escuela Moderna rappresentava il primo passo di un progetto che si muoveva in quella direzione.»20

Questa tensione tra la fede in istituzioni alternative e una tendenza alla de-istituzionalizzazione è al cuore della strategia polemica di Ivan Illich. Il suo trattato Descolarizzare la Società è perfetto da citare, e lo stile pungente aforistico eviscera coscientemente i fondamenti di base del discorso di sinistra. Anche se Illich era decisamente un uomo di sinistra e avesse simpatie per l’eredità anarchica – tra cui Paul Goodman -, riusciva a citare in una pagina l’appello di Milton Friedman a favore dei crediti per le tasse universitarie, mentre in un’altra ad approvare la dichiarazione di Fidel Castro (del 1970): «Cuba potrà chiudere l’università perché l’intera vita cubana sarà un’esperienza educativa.»21 Fedele alla sua vocazione di provocatore intellettuale, Illich si avventurava maliziosamente in territori non anarchici, concludendo che «la scuola non favorisce né l’apprendimento né la giustizia.»22

Illich osservava che «si insegnava agli allievi-consumatori a conformare i propri desideri ai valori suscettibili di essere messi sul mercato.»23

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione mainstream, Illich propose di rimpiazzare la pedagogia istituzionale con «reti di apprendimento» capaci di rimpiazzare la scuola dell’obbligo. Così facendo si dava un’opportunità agli studenti entusiasti di approfittare dei centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i coetanei e i «docenti in generale» che condividevano abilità e conoscenze specializzate.

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione tradizionale, Illich proponeva di sostituire la pedagogia istituzionale con le «reti di apprendimento»: esse avrebbero rimpiazzato la scuola dell’obbligo e dato delle opportunità a quegli studenti desiderosi di trarre vantaggio dai centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i propri coetanei e gli «insegnanti in generale» che condividevano competenze e conoscenze specialistiche.

Michael P. Smith ha ragione a criticare Illich riguardo il pregiudizio legalistico insito nella descolarizzazione. Secondo Smith, la descolarizzazione privilegia «l’apprendimento contrattuale» e mostra la sua inadeguatezza nel distinguere i bisogni di apprendimento dei bambini, adolescenti e adulti. Illich, quindi, pecca di «ingenuità» sul potere e questo «lo distingue dal movimento anarchico.»24

Inoltre, vi è una strana convergenza tra gli interessi dei presunti anarchici descolarizzatori e gli istruttori domiciliari (in inglese: homeschooler, ndt) di destra, il cui anti-statalismo deve molto agli insegnamenti degli apostoli del mercato libero come F.A. Hayek.

Tuttavia, è importante notare che «con la descolarizzazione, Illich non intende una completa de-istituzionalizzazione [della scuola] ma una trasformazione di essa…Si riferisce esplicitamente al bisogno di “nuovi istituti di istruzione formale”»25 – un’aspirazione perfettamente in linea con l’attività autonoma degli anarchici.

Molti anarchici sono stati degli autodidatti intraprendenti, anche attraverso studiosi auto-istruiti o intellettuali non allineati che hanno superato le limitazioni della loro educazione formale. La convinzione di Proust che «la saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perchè è un modo di vedere le cose»26 è, anche se idealistico, metà del credo della pedagogia anarchica. Anche se la conoscenza più produttiva è ottenuta dall’apprendimento in proprio, l’abilità di far fronte o trionfare sulla inevitabile e lunga – e occasionalmente interminabile – marcia attraverso gli istituti scolastici, ha preoccupato molti pedagoghi libertari di sinistra dalla mentalità pratica.

Il cinema narrativo, che ha tradizionalmente concepito la classe come un microcosmo cinematico dove si racchiudono i conflitti e le contraddizioni dell’infanzia ed adolescenza, fornisce un territorio fertile dove si tracciano le vicissitudini ideologiche – e a volte estetiche – dell’educazione autoritaria, riformista, e antiautoritaria. I modi in cui il film può mostrare entrambe le correnti pedagogiche – e funzionare anche come pratica pedagogica stessa-, ci terrà occupati nel prossimo capitolo.

Continua nella Seconda Parte

Note

1Nota del blog. O. Wilde, “Alcune massime per l’informazione dei troppo istruiti” in Tutte le opere, trad. it. a cura di Masolino d’Amico, Newton Compton editori, Roma, 1994

2Per approfondire si veda la critica di Giroux alle “ideologie interazioniste” di Rousseau, A.S. Neil, Carl Rogers e Joel Spring in Theory and Resistance in Education: A Pedagogy for the Opposition (New York, Westport, Conn., e Londra: Greenwood Press, 1983), pp. 218-20. Va detto che Giroux non usa il termine “anarchici”; in questo quartetto, solo Spring, e probabilmente Neil, possono essere propriamente identificati come anarchici.

3Vedere Julia Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot (Albany: State University of New York Press, 1995), esp pp. 19–27. Nota del blog. Per quanto riguarda il proto-totalitarismo, sia Porton sia Simon si sono occupati di questa problematica, insita nel pensiero rousseauiano. «La visione di Rousseau della comunità ideale,» scrive Simon, «aderisce necessariamente ai principi del diritto naturale […] la sua concezione dello stato di natura sottolinea l’indipendenza e la libertà degli individui grazie al loro isolamento, all’istinto di autoconservazione, all’amor di sé e, in una certa misura, alla loro capacità di provare pietà». (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 39) Invece, secondo il filosofo francese la “società ideale” dovrebbe essere composta da piccoli gruppi familiari autosufficienti, che vivono in un contesto di relativo isolamento gli uni dagli altri. A tal proposito, «sarebbero agenti morali e amorevoli, protetti dagli effetti alienanti di un eccessivo contatto sociale o di un eccesso di conoscenza, fattori che porterebbero allo sviluppo dell’amore proprio.» (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 40) Questo contatto minimo o inesistente fra le persone dovrebbe portare, secondo la filosofia di Rousseau, a una volontà generale «che è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica» e che quindi di conseguenza supera le particolarità. Infatti, «quando il popolo sufficientemente informato delibera, se i Cittadini non avessero alcuna comunicazione tra loro, dal gran numero delle piccole differenze deriverebbe sempre la volontà generale e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando si creano degli intrighi, delle associazioni parziali a scapito della grande, la volontà di ciascuna di esse diventa generale in rapporto ai suoi membri e particolare in rapporto allo Stato; si può dire allora che non ci sono più tanti votanti quanti sono gli uomini, ma soltanto quante sono le associazioni. Le differenze divengono meno numerose e danno un risultato meno generale. Infine, quando una di queste associazioni è così grande da prevalere su tutte le altre, non si ha più come risultato una somma di piccole differenze, ma una differenza unica; allora non c’è più volontà generale e il parere che s’impone è unicamente un parere particolare». (J. J. Rousseau, “Se la volontà generale possa sbagliare” in Il contratto sociale, J. J. Rousseau, trad. it. a cura di R. Gatti, Corriere della Sera, Milano, 2010, pp. 30-31) La “conformità” che menziona Rousseau è dunque criticata da Simon in quanto tali comunità discuterebbero solo dei propri interessi, identici tra loro, ed ogni individuo si troverebbe assorbito dalla volontà generale, che rispecchia gli interessi collettivi. L’individuo risulterebbe così isolato: in quest’ottica, l’isolamento costituirebbe un dispositivo asservito al sistema di dominio. La cosiddetta “libertà degli individui” di Rosseau rispecchia un contesto dove questi «non solo riprodurranno se stessi e i beni necessari alla soddisfazione dei propri bisogni», secondo Simon, «ma riprodurranno anche gli uni e gli altri in una società composta ironicamente da individui identici e unici. Liberi, in un certo senso, di perseguire i propri interessi immediati; ma il loro isolamento e la mancanza di contatti sociali limiteranno la portata di tali interessi nonché la possibilità del loro sviluppo.» (Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 42) Anche Bakunin muove una critica politicamente aspra nei confronti di Rousseau. A differenza di Porton e Simon, l’anarchico russo lo incolpava di aver creato una «minacciosa e disumana teoria del diritto assoluto dello Stato», fondata su una «dottrina sentimentalmente terroristica, cioè religiosa.» (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, trad. it. a cura di Carlo Doglio, Avanzini e Torraca, Napoli, 1968, pp. 52-53) Sempre secondo l’autore, «la menzogna divina, di cui l’umanità s’era nutrita – non parlando che del mondo cristiano – per diciotto secoli, doveva mostrarsi, ancora una volta, più forte dell’umana verità. Non poten do più servirsi degli uomini neri, dei corvi consacrati della Chiesa, dei preti cattolici e protestanti, che avevano perduto ogni credibilità, si servì dei preti laici, dei mentitori e sofisti dalla veste corta, tra i quali il ruolo principale fu devoluto a due uomini fatali: uno lo spirito più falso, l’altro la volontà più dottrinariamente dispotica del secolo scorso, J.-J. Rousseau e Robespierre. Il primo rappresenta il vero tipo della ristrettezza e della meschinità ombrosa, dell’esaltazione senza altro scopo che la sua stessa persona, dell’entusiasmo a freddo e dell’ipocrisia contemporaneamente sentimentale ed implacabile, della menzogna forzata dell’idealismo moderno. Lo si può considerare come il vero creatore della reazione moderna. In apparenza lo scrittore più democratico del XVIII secolo, cova in sé il dispotismo spietato dell’uomo di Stato. Egli fu il profeta dello Stato dottrinario, come Robespierre, suo degno e fedele discepolo, tentò di diventarne il gran sacerdote. Avendo sentito dire a Voltaire che se non esistesse Dio bisognerebbe inventarne uno, J.-J. Rousseau inventò l’Essere supremo, il Dio astratto e sterile dei deisti. Ed è a nome dell’Essere supremo, e della virtù ipocrita comandata dall’Essere supremo, che Robespierre ghigliottinò prima gli hebertisti,e poi il genio stesso della Rivoluzione, Danton, nella persona del quale assassinò la Repubblica, preparando così il trionfo, divenuto da quel momento necessario, della dittatura di Bonaparte I. Dopo questo grande trionfo, la reazione idealista cercò e trovò dei servitori meno fanatici, meno terribili, del livello notevolmente ridotto della borghesia del nostro secolo. In Francia, furono Chateaubriand, Lamartine, e- occorre dirlo? eh, perché no?, bisogna dire tutto, quando è vero – fu Victor Hugo stesso, il democratico, il repubblicano, il quasi socialista di oggi, e al loro seguito la coorte malinconica e sentimentale degli spiriti emaciati e pallidi che costituirono, sotto la direzione dei padroni, la scuola del romanticismo moderno. In Germania, furono gli Schlegel, i Tieck, i Novalis, i Werner, fu Schelling, e tanti altri ancora i cui nomi non meritano neppure d’essere citati». (M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, trad. it. a cura di Andrea Chersi, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, pp. 172-173) Non rimaniamo dunque sorpresi se per Bakunin «Rousseau rappresenta il vero tipo della limitatezza e della meschineria sospettosa, dell’esaltazione senz’altro oggetto al di fuori della propria persona, dell’entusiasmo freddo e dell’ipocrisia insieme sentimentale e implacabile,della forzata menzogna dell’idealismo moderno. Lo si può considerare il vero creatore della moderna reazione. In apparenza, lo scrittore più democratico del diciottesimo secolo cova in se l’implacabile dispotismo dell’uomo di Stato». (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, op. cit., p. 53) Più nel merito, risulta articolare una critica maggiormente dettagliata l’anarchico tedesco Rudolf Rocker. Nel primo volume di Nazionalismo e Cultura, egli riporta infatti che Rousseau fu «l’apostolo di una nuova religione politica, le cui conseguenze avevano per la libertà degli uomini effetti mostruosi quanto quelli previamente generati dalla fede nel diritto divino dei re. In realtà Rousseau è stato uno degli inventori della nuova astratta idea di Stato che si sviluppò in Europa mentre giungeva alla sua fine l’adorazione del feticcio dello Stato espresso dal monarca personale assoluto». A tal proposito, l’autore prosegue: «lo Stato ideale di Rousseau è una struttura artificiale. Egli aveva imparato da Montesquieu a spiegare i vari sistemi sociali secondo l’ambiente climatico di ciascun popolo, ma tuttavia seguiva le tracce degli alchimisti politici che nel suo tempo tentavano tutti gli esperimenti concepibili con gli “ignobili costituenti della natura umana”, nella costante speranza di riuscire al fine a ricavare dal crogiuolo delle loro vane speculazioni l’oro puro dello « Stato fondato sulla ragione assoluta ». Egli era fermamente convinto che la possibilità di sviluppare gli uomini in esseri perfetti dipendeva soltanto dal trovare la giusta forma di governo o la migliore forma di legislazione». (R. Rocker, Nazionalismo e cultura, trad. it. a cura di Virgilio Gozzoli, Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, 1977, p. 148) Rousseau ha creato quindi «un fantasma al quale conferiva diritti assoluti, allo stesso modo di Hobbes che dava il potere assoluto allo Stato incorporato nella persona del monarca, contro il quale nessun diritto dell’individuo poteva più esistere. Il nuovo “Leviathan” che Rousseau immaginava derivava la sua assolutezza di potere da un concetto collettivo, la volonté générale. Ma tale « volontà comune » non era affatto quella volontà di tutti che si forma integrando ogni volontà individuale con le volontà individuali degli altri, giungendosi in tal modo per vie concrete al concetto astratto della volontà sociale. Anzi, la “volontà comune” di Rousseau, risultato diretto del “contratto sociale” da cui secondo il suo concetto della società politica è emerso lo Stato, è sempre giusta di per sé indipendentemente
dalle volontà individuali ed è sempre infallibile perchè la sua attività ha di per sé in ogni momento la presunzione del bene generale. L’idea di Rousseau sorge da una fantasia religiosa radicata nel concetto di una Provvidenza politica, la quale non può mai abbandonare la giusta via poiché è dotata di una completa saggezza di una totale perfezione. Ogni protesta personale contro il dominio di una tale provvidenza costituisce quindi una bestemmia politica. Gli uomini possono ben sbagliare interpretando la volontà comune, perchè secondo Rousseau “il popolo non può essere mai corrotto, ma può essere spesso ingannato,” ma la “volontà comune” in sé non viene toccata comunque da qualunque falsa interpretazione, fluttua come lo spirito di dio sopra le acque dell’opinione pubblica […] Al tempo di questo concetto speculativo Rousseau respingeva quindi ogni idea di associazioni indipendenti dallo Stato, in quanto tali associazioni avrebbero oscurato il chiaro riconoscimento della “volontà comune” […] Dall’idea della volontà comune si sviluppò così una nuova tirannia,le cui catene erano tanto più permanenti in quanto venivano decorate con l’orpello d’una libertà immaginaria, la libertà di Rousseau, pura ombra senza senso come il suo concetto della “volontà comune”. Rousseau divenne il creatore di nuovi idoli ai quali l’uomo sacrificava la libertà e la vita con la stessa devozione prestata in tempi ormai svaniti agli dèi caduti. Ogni indipendenza di pensiero si mutò in delitto per la illimitata completezza del potere della fittizia volontà comune; la ragione come già dice Lutero, divenne “la prostituta del diavolo.” Allo Stato, secondo Rousseau, fu pure attribuita la creazione e la conservazione di ogni moralità, e contro di esso nessun altro concetto etico poteva sostenersi. Si veniva ripetendo la sanguinosa tragedia delle età antiche : tutto è dio,l’uomo è nulla». (R. Rocker, op. cit., p. 149-150) Dalle argomentazioni dei due autori anarchici si evince dunque che in Rousseau la religione sia importante per sottomettere i popoli e la volontà generale – e con essa lo Stato – costringa l’individuo ad essere libero, schiavo e, in contesti di guerra guerreggiata, “carne da cannone.”

4Jean-Jacques Rousseau, Émile, or On Education, trans. Allan Bloom (New York: Basic Books, 1979), p. 93.

5 Ibid., p. 116.

6Jean Starobinski, Jean-Jacques Rousseau: Transparency and Obstruction, trans.Arthur Goldhammer (Chicago and London: University of Chicago Press), p. 216. Starobinski osserva che è un errore leggere Émile come «un inno al sentimento irriflessivo.» Egli dimostra come Rousseau costruisca «una trappola sofisticata…Rousseau sostiene la necessità di mediazione (dato che un insegnante è sempre necessario) ma allo stesso tempo la rifiuta (dato che l’insegnante predica il vangelo dell’immediato).»

7Nota del blog. Porton cita il Pandaro boccaccesco (Filostrato) e non quello omerico (Iliade). Se Boccaccio dipinge Pandaro come « un giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo » (Roberta Attanasio, Pandaro nel Filostrato di Boccaccio: analisi del personaggio (link)), Porton, invece, lo usa per sottolineare in negativo il carattere e le azioni del tutore rousseauiano.

8Michael P. Smith, The Libertarians and Education (London: George Allen &Unwin, 1983), p. 8

9La visione di Godwin sull’educazione, tratta dai suoi articoli sull’Enquirer, sono citati in George Woodcock, William Godwin: A Biographical Study (Londra: Porcupine Press, 1946), p. 129.

10Max Stirner, The False Principle of Our Education, or Humanism or Realism,trans. Robert H. Beebe, edited by James Martin (Colorado Springs, Colo.: RalphMyles, 1967), p. 11. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta dalla versione tradotta in italiano di Max Stirner, trad. it. a cura della Redazione di Edizioni Anarchismo, Il falso principio della nostra educazione, Edizione Anarchismo, Trieste, Novembre 2012, Seconda Edizione, p. 16

11Nota del blog. Per “filisteismo” si intende una situazione gretta o luogo di chiusura mentale.

12Stirner, Ibid., p. 27. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit., p. 26

13G. P. Maximoff, ed., The Political Philosophy of Bakunin: Scientific Anarchism (New York: The Free Press, 1953), pp. 331–37. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta da M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, op. cit., p. 143

14Bakunin è citato da Richard B. Saltman, The Social and Political Thought of Michael Bakunin (Westport, Conn. and London: Greenwood Press, 1983), p. 41. Nota del blog. La citazione è riportata anche da Maximoff, op. cit., p. 97. Bakunin ne parla nelle Considération philosophique sur fantôme divin, le monde réel et l’homme del 1871. (Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e l’uomo, trad. it. a cura di Edy Zarro, Edizioni La Baronata, Lugano, 2000, p. 43)

15Stirner, Ibid., p. 22. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit.

16Jonathan Beecher e Richard Bienvenu, The Utopian Vision of Charles Fourier: Selected Texts on Work Love, and Passionate Attraction (Columbia: University of Missouri Press, 1983), p. 420.

17Nota del blog. Per dovere di cronaca, Porton fa intendere che la “Semana Tragica” di Barcellona sia stata causata dall’arresto di Ferrer. In realtà l’evento fu causato dal richiamo, da parte del governo, di truppe di riserva da mandare come rinforzi in Marocco. Gli scioperi e le barricate, più le varie devastazioni, che si perpetrarono per una settimana (26 Luglio-2 Agosto 1909), scatenò la reazione del governo che mandò l’esercito a sedare le rivolte. Dopo la pacificazione ottenuta con i fucili, l’esecutivo continuò l’opera di repressione con i processi sommari. Vennero condannate cinquantanove persone all’ergastolo e cinque a morte (tra cui Ferrer).

18Joan Connelly Ullman, The Tragic Week: A Study of Anticlericalism in Spain,1875–1912 (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1968), p. 3.

19Francisco Ferrer, The Origins and Ideas of the Modern School, trans. Joseph McCabe (New York and London: G.P. Putnam’s Sons, 1923), p. 17.

20Joel Spring, A Primer of Libertarian Education (New York: Free Life Editions,1975). Nota del blog. J. Spring, L’educazione libertaria, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1987, p. 67

21Nota del blog. I. Illich, Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, trad. it. a cura di Ettore Capriolo, Mimesis, Roma, 2010, p. 11

22Ivan Illich, Deschooling Society (New York and Evanston, Ill.: Harper & Row, 1970), p. 11. Nota del blog. I. Illich, op. cit. p. 15

23Ibid., pag. 26. Nota del blog. Illich, op. cit., p. 49

24Michael P. Smith, Libertarians and Education, pp. 27–42. Nota del blog. M. P. Smith, Educare per la libertà, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1990, pp. 190-214

25Raymond Allan Morrow and Carlos Alberto Torres, Social Theory and Education: A Critique of Theories of Social and Cultural Reproduction (Albany: State University of New York Press, 1995), p. 226.

26Proust è citato in Roger Shattuck, Teaching the Unreachable: Nietzsche, Proust, Kipling and Co., Salmagundi 108 (Fall 1995): 9.

Film e pedagogia anarchica – Prima Parte ©, .

Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata

28 Luglio 2026 ore 15:38

Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà.

Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo visto, appartengono a questa categoria.

Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così.

La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari.

Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare.

Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo.

È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi.

Il Pilastro non è soltanto lo sfondo

La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale.

Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca.

Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency collettiva.

Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese.

Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni.

Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine.

Foto Gianluca Rizzello

Una crisi da curare o una minaccia da reprimere?

Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo.

Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario.

Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere.

Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende completamente da chi lo sta trattenendo.

La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine.  Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità.

Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione.

Il metodo ICE e la sua versione italiana

Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano.

Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano.

Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine.

Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura.

In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti.

Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere.

C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile.

L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale.

Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare.

La Bologna progressista davanti al proprio limite

Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda.

Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono.

Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte.

Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte.

È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla.

Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta.

La violenza delle proteste non cancella la domanda originaria

Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine.

Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico.

E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile.

Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza.

La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar.

E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di  sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età.

Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello

Chi controlla i controllori?

La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine?

Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente.

Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno.

La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica.

In casi  come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche.

Dal Pilastro, una domanda rivolta a tutta la città

La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta.

Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza.

Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare?

La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento.

Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile.

L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona.

Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo.

la copertina è di Gianluca Rizzello

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Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi

28 Luglio 2026 ore 15:24

Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia.

Giovedì 30 luglio, ore 8.30 colazione solidale a Casale Garibaldi.

A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione.

In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato.

A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma.

La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104.

Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima.

In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo.

Appello promosso da:
A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs

Elenco in costante aggiornamento

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[2026-09-06] Dai monti ai piani partigiani/e @ circolo arci la costituzione

28 Luglio 2026 ore 16:04

Dai monti ai piani partigiani/e

circolo arci la costituzione - via gramsci 480 Quinto Basso- Sesto F.no
(domenica, 6 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

appuntatevi la data

programma definito a breve

[2026-09-05] Dai monti ai piani partigiani/e @ Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos

28 Luglio 2026 ore 16:03

Dai monti ai piani partigiani/e

Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos - Via Chiella, 4, 50013 Campi Bisenzio FI
(sabato, 5 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

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programma definito a breve

[2026-09-04] Dai monti ai piani partigiani/e @ Csa Next-Emerson

28 Luglio 2026 ore 16:03

Dai monti ai piani partigiani/e

Csa Next-Emerson - Via di Bellagio 15
(venerdì, 4 settembre 19:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

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programma definito a breve

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA!

24 Luglio 2026 ore 12:30
IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR
BASTA POLIZIA!
Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che agisce altrove, a Minneapolis come al Cairo, come ad Ashdod.
La violenza e la brutalità della polizia sono anche qui, le vittime e i morti ammazzati hanno nomi e cognomi.
E proprio a 25 anni da Genova, dalle torture di Bolzaneto, da Carlo Giuliani ammazzato in piazza, domenica 19 luglio a Bologna la polizia uccide un cittadino inerme che sta male. Lo fa con l’arroganza di sempre e con l’ulteriore impunità assicurata dallo scudo penale recentemente introdotto dal governo. Ma, soprattutto – quello che ancor più colpisce – lo fa mentre i sanitari del 118 presenti non intervengono, non soccorrono chi sta male e chiede aiuto.
L’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’indagine per accertare le responsabilità del personale sanitario coinvolto, ma quella mancanza di soccorso non è solo responsabilità individuale.
In una realtà sanitaria devastante fatta di tagli, riduzione di servizi e di personale, la risposta alla gestione di una situazione spesso insostenibile è quella securitaria, tanto per cambiare. E così è normale che in un pronto soccorso si moltiplichino i poliziotti invece che i medici e gli infermieri, così come sui treni troviamo più polfer che ferrovieri. Per precise scelte governative e aziendali, i lavoratori vengono indotti a delegare alle forze dell’ordine la gestione di alcune procedure lavorative, assolte non secondo ciò che il contesto e la professionalità richiede, ma in modo autoritario, punitivo, violento, repressivo dalle forze dell’ordine: l’unico modo che conoscono.
È anche così che si può morire, per strada come in galera, ammazzati da quei tutori dell’ordine che vediamo spesso nelle scuole a mostrare il loro volto più accattivante per propagandare un mestiere basato solo sull’esercizio della violenza.
Solidarietà ai familiari e agli amici di Abderrahim Fakir.
Sosteniamo le iniziative di protesta contro la brutalità poliziesca, contro la repressione e la violenza, contro l’ossessione della sicurezza e le politiche securitarie del governo, contro l’arroganza omicida delle forze dell’ordine. Partecipiamo al presidio di martedì 21 ore 17.30 Piazza Grande
Federazione Anarchica Livornese

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CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.

24 Luglio 2026 ore 12:00
CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI [21 Luglio 2026] SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.
I partecipanti hanno gridato con rabbia per tutta la durata del corteo il nome di FAKIR , questo ennesimo proletario ucciso a Bologna dal potere dei padroni , per mano del suoi servi come sempre reazionari , fascisti e criminali , chiedendo che venga fatta giustizia e chiarezza; ma con la consapevolezza, di una buona parte dei partecipanti, che ciò può avvenire solo con la realizzazione della rivoluzione sociale che libererà veramente la stragrande maggioranza dell’umanità da questo sistema di morte , guerre , sfruttamento , fame nel mondo, (ogni 6 minuti muore un bambino per denutrizione),miseria e devastazione ambientale .Questo sistema, che si chiama CAPITALISMO, sta portando l’intero pianeta verso la distruzione.
Noi comunisti libertari del gruppo anarchico Francesco Mastrogiovanni eravamo presenti con le nostre bandiere e i nostri cuori per ribadire che insieme a chi lo vorrà CONTINUEREMO A LOTTARE PER UN MONDO FATTO DI UGUAGLIANZA , LIBERTA ,SOLIDARIETA E AMORE ; AFFINCHÉ IN NESSUNA PARTE DEL MONDO SUCCEDA CIO’ CHE E’ SUCCESSO A NOSTRO FRATELLO FAKIR.
PACE TRA GLI OPPRESSI E GUERRA AGLI OPPRESSORI.

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IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA!

21 Luglio 2026 ore 16:35
IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA! Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che […]

[2026-09-23] ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito

29 Giugno 2026 ore 15:06

ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY

Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino
(mercoledì, 23 settembre 20:30)
ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY

sdeng sdeng sdeng!!! 🔔🔔🔔 Arruolamento Clown Army!!! 🔫🤡🎖

ULTIMO ALLENAMENTO PRIMA DELLA PAUSA ESTIVA - accorrette pazzu ribellu in erba!

Vieni con noi, padroneggia la grande arte del clowneggiamento ribelle e della cospirazione approssimativa :O)

Cos'è Clown ARMY?? È una tecnica di piazza spontanea e autogestita nata con l'intento di inviare messaggi irriverenti e gestire i nostri colleghi delle forze dell'ordine.

Leggi sto articolo e vai a studiare va'! https://www.instagram.com/p/DQrx3caj58O/?igsh=MWhmazMzZXE2ZWs1Nw==

Lanciamo una grande campagna di arruolamento aperto a tutt*, che più siamo meglio è!

Ci vediamo ogni secondo e quarto mercoledì del mese nella palestra del mani, a cui lasciamo un contributo volontario per le spese.

Ogni incontro alterniamo allenamento di tecniche improbabili e ridicole da usare in piazza e discussioni deliranti in cui ci rilanciamo le idee pazze a vicenda.

LA CLOWN ARMY CERCA ✨TE ✨

MA ESSENDO FORZA DEL (DIS)ORDINE NON RIESCE A TROVARTI

RENDILE IL LAVORO FACILE E UNISCITI A LEI DIRETTAMENTE grazie

Quando:

Mercoledì 24 giugno

dalle 20.30 alle 22.30

Dove:

Al CLIM (Manituana), in Largo Maurizio Vitale 113 To)

Porta:

Abbigliamento comodo

Naso da clown e access. militari (se li hai)

Per info: clownarmyto@canaglie.net

[2026-09-19] NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI @ Centro Dai

16 Luglio 2026 ore 22:06

NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI

Centro Dai - Via Brignole 34 Santena TO
(sabato, 19 settembre 16:00)
  NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI

NOISE FOR PEACE FEST 2026

🎶 Musica Senza Muri

La pace non è silenzio. È partecipazione. È cultura. È musica.

C'è un modo diverso di vivere un festival.

Un luogo dove la musica incontra le persone, dove le idee diventano dialogo e dove ogni palco, ogni stand e ogni incontro raccontano la possibilità di costruire una comunità più unita.

Noise for Peace Fest è una giornata dedicata alla musica dal vivo, alla condivisione e all'impegno civile. Un evento apartitico, aperto a chiunque creda che la cultura possa abbattere i muri, creare relazioni e dare spazio alla solidarietà rinnegando guerra, violenza e razzismo.

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Sabato 19 settembre 2026

Centro Dai Via

Via Brignole 34 – Santena (TO)

 Apertura cancelli: ore 16.00

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Durante tutta la giornata

Stand, incontri e momenti di confronto con associazioni e realtà impegnate nella solidarietà, nella cooperazione internazionale, nella memoria, nell'informazione indipendente e nel sostegno alle comunità.

Saranno presenti:

• Emergency

• Medici Senza Frontiere

• Cambiano for Gaza

• Radici della Memoria

• Reciproca Mensa

• Il Cubo Chieri 

• CIL – Collettivo Cambiare Rotta

• Radio Bandito

• Radio Alice

• Radio Base 2.0

📻Per tutta la giornata Radio Bandito, insieme a Radio Base 2.0 e Radio Alice trasmetterà in diretta con talk, interviste, approfondimenti e ospiti.

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🎤 LIVE MUSIC

Ore 18.00

🎙 Vogue MC

🎙 DOSR

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Ore 20.00

🎧 DJ Set con WURZ

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Ore 21.00                      

🎶 Ellie Cottino & Sista Sofy

🎶Rankore

🎶Juda's Kiss

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Dalle ore 24.00

After Party al Centro Giovani con HEIDI REBEL

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🍔 Food & Drink con Biga Burgher di Villanova D'Asti

Area food, drink e birra disponibili per tutta la giornata.

Evento in collaborazione con Radio Base 2.0 Radio Bandito Radio Alice Chieri e Associazione Dai

#NoiseForPeaceFest #MusicaSenzaMuri #Santena #LiveMusic #Peace #Solidarietà #Comunità #Festival #NoWar #StopViolence #NoRacism

Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico

16 Luglio 2026 ore 09:00

Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.

L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.

La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.

Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).

Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.

Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.

Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.

Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.

Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.

Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.

Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.

Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.

Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.

Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.

Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.

Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.

Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.

L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.

Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.

Tiziano Antonelli

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[2026-08-16] Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio @ Roccatederighi (GR)

26 Luglio 2026 ore 00:31

Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio

Roccatederighi (GR) - Campo sportivo San Matino
(domenica, 16 agosto 12:00)
Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio

🎶 X° Festival del SedicidAgosto 🎶

Settimana di Rassegna di Musica Popolare in ricordo di SANTE GERONIMO CASERIO

📍 Roccatederighi (GR) – Campo Sportivo S. Martino

📅 Dal 16 al 22 Agosto 2026

«A fianco di tutti i popoli in lotta per la terra, l'acqua e la libertà! Nostra patria è il mondo intero.»

📅 PROGRAMMA GIORNALIERO (Inizio eventi ore 17:30):

🔹 Domenica 16 Agosto

* Apertura Festival

* Stazione Rossa

* Dino Simone

* Musicanti di Maremma

* BandaJorona

🔹 Lunedì 17 Agosto

* Banciardi: una distonia mai raccontata

* Ore 18:30: Feudalesimo industriale e vicende operaie in Val di Cecina: 1818-1921 di Alessandro Rossi

* Andy con la chitarra

* Alberto Fauro

* Orkestra Maldestra

🔹 Martedì 18 Agosto

* Editoria indipendente e stampa alternativa (spazio aperto di COMUNIC/AZIONE)

* Francesco Lauretig

* Cantografi

* Gli Inguastiti

🔹 Mercoledì 19 Agosto

* Largo alle donne (spazio aperto di COMUNIC/AZIONE)

* Lisetta Luchini

* Senza Soglia

* Terraticanti

🔹 Giovedì 20 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa (FAI e UMANITÀ NOVA)

* Canti dei senza volto: melodie della rivolta (con interventi musicali di Duccio Ghelardoni)

* lodiotrio

* Presentazione libro Idiotria

* Cialtroni sul palco

* Banda Putiferio

* Alessio Lega

🔹 Venerdì 21 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa - Dibattito sulla reintroduzione della leva obbligatoria (FAI e UMANITÀ NOVA)

* L'estate infinita

* Banditi ribelli sognatori e fuggitivi

* Culo al caldo

* Orchestra Filarmonica Fatica e Sudore

* L'Ukulequio

* Chirimiri

* Jonny Rankore

* Dj Mathar (dub reggae tekno)

🔹 Sabato 22 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa - 90° dalla Rivoluzione spagnola (FAI e UMANITÀ NOVA)

* Spazio aperto di COMUNIC/AZIONE

* Folkalbegna

* Egin

* Ribellanti

* Nuovo canzoniere elettronico

* Speciale intervento di Stefano Arrighetti (presidente Istituto Ernesto di Martino)

🎨 LABORATORI:

* Danze e percussioni africane (Djembé Sabar):

* Ore 14:30–15:30: Corso di percussioni con Mass Ndiaye

* Ore 15:30–17:30: Corso di danza africana con Flaminia e i musicisti Mass e Tidiane

(Laboratori a pagamento con iscrizione necessaria al numero 346 5735907)

* Bambini e ragazzi

* Canto corale

ℹ️ INFO UTILI:

* Ingresso gratuito (con offerta libera e consapevole)

* Pranzo su prenotazione e cena "Sotto i castagni"

* Libri, CD, mercatino dell'autoproduzione e punto ristoro

* Ampio parcheggio sotto i castagni e pernottamento sotto le stelle

* 📞 Per informazioni: Giampiero +39 334 9522075 | Jonny (via WhatsApp) +39 346 6824736

#SedicidAgosto2026 #Roccatederighi #MusicaPopolare #Festi

val #Maremma #CantiPopolari #EventiMaremma #IstitutoErnestoDiMartino

FESTA DELLA FAI A CARRARA

6 Luglio 2026 ore 10:13
F(A)I FestaAll’arrembaggio del futuro!Carrara10-11-12 Luglio 2026 Venerdì 10 Piazza Duomoh.18 “25 anni dal G8 di Genova: un racconto di quell’esperienza nella prospettiva delle lotte di oggi” interverranno compagn* di “Anarchici contro il G8”A seguire cena e concerto in piazza delle Erbe con “I Premi Oskar” Sabato 11 Piazza Duomoh.11 Trekking urbano alla scoperta dei luoghi […]

CANTA STORIE: Alessio Lega in concerto con Rocco Marchi

23 Giugno 2026 ore 07:58
Sabato 27 giugnopresso Teatrofficina Refugioore 21.30CANTA STORIEALESSIO LEGAIN CONCERTOcon ROCCO MARCHI dalle 20 cena evento a cura diFederazione Anarchica Livornese Una serata con Alessio Lega per cantare storie d’amore e di anarchia, storie che la storia ha voluto schiacciare e non ci è riuscita, storie di personaggi improbabili che non si sono mai arresi, storie […]

Geografie d'acqua: paesaggi ibridi. Presentazione del libro di Francesco Visentin

L'8 aprile 2026 il geografo Francesco Visentin, docente all'Università di Udine, ha presentato il suo libro Geografie d'acqua: paesaggi ibridi (Marsilio, 2024) alla libreria Modo Infoshop di Bologna, in dialogo con Wu Ming 1 e con letture dell'attore Marco Manfredi. Incontro organizzato da Bologna for Climate Justice. L'irregimentazione dei fiumi come «colonizzazione della pioggia»; la desocializzazione dell'acqua; siccità e scarsità d'acqua non sono la stessa cosa; l'esondazione non è l'alluvione; i fiumi non sono linee blu; viviamo in un mondo di tubi, nel tubocene; camminare come forma di conoscenza; l'archivio e i luoghi; i concetti di wetness e solastalgia eccetera.

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Dialogo tra «Mensaleri» e «Biografia di una classe operaia»

Il 29 marzo, nel Teatro comunale di Isola del Liri (FR), si è svolto l'incontro tra due libri e due autori: Mensaleri di Wu Ming 2 e Biografia di una classe operaia. I cartai della valle del Liri. 1824 - 1954 di Alfredo Martini.

A tenere le fila del dialogo ci ha pensato Lorenzo Teodonio.

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Gli uomini pesce. Conversazioni anfibie attorno a un romanzo geografico

«Questa sarà una conversazione anfibia, ambigua... Dubbia... Anche mostruosa!»

Così Giada Peterle, direttrice del Museo di Geografia dell'Università di Padova, ha introdotto l'incontro su Gli uomini pesce, svoltosi proprio in quel luogo il 19 maggio 2026. Luogo che, ha aggiunto Peterle, è il«naturale approdo» del romanzo, sia perché parte di quest'ultimo è «ancorata» in quelle stanze, sia perché trattasi di un «romanzo geografico», anzi, di un romanzo che è «geografo esso stesso» e ci interroga sulla geografia come forma del pensiero.

A confrontarsi sul libro un parterre di docenti di geografia: Francesco Visentin, Andrea Pase, Luca Bonardi e Margherita Cisani. Al termine dei loro interventi, Wu Ming 1 ha raccolto gli spunti, ricostruito le tappe del suo lavoro sul romanzo e risposto alle domande del pubblico. Nel mentre, è arrivata una lettera di Antonia Nevi, di cui si è data pubblica lettura.

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Tolkien: necessità e critica della guerra. Una conferenza di Wu Ming 4

13 Maggio 2026 ore 23:35
Domenica 15 marzo 2026 Wu Ming 4 ha tenuto una conferenza nella Celletta Zampeschi di Santarcangelo di Romagna, già sede della società di mutuo soccorso operaio, su invito della neonata associazione tolkieniana Valmar. Il tema, di cui WM4 si è occupato a lungo, era "Tolkien: necessità e critica della guerra". L'intervento è stato accompagnato dalle musiche eseguite al pianoforte dal maestro Mattia Guerra e ha avuto, come si dice, una coda lunga di domande e risposte.

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Presentazione del libro di Andrea Bagnato «Terra infecta: Disease and the Italian Landscape»

Terra Infecta di Andrea Bagnato (Mack, 2026) è una controstoria dei paesaggi urbani e rurali italiani. Ricostruisce la distruzione delle zone umide venete, le politiche di «risanamento» urbano e spostamenti di popolazione a Napoli e Materia, e il periodo del confinamento in Lombardia durante la pandemia di Covid. Il libro è al tempo stesso una critica dell'igiene come dispositivo di controllo e una raccolta di momenti rivelatori di comunità, guarigione e resistenza.

Il 27 aprile 2026 Bagnato ha presentato Terra Infecta alla libreria Modo Infoshop di Bologna, affiancato da Chiara Davino, architetta e ricercatrice all'Università di Bologna, e Wu Ming 1. Buon ascolto.

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Volontré – canzoni d’amore e libertà

10 Maggio 2026 ore 12:50
Sabato 16 Maggio VolontréCanzoni d’amore e libertà ore 21:30 concerto di presentazione del discodalle ore 20 aperitivo Nel giardino della Biblioteca del Circolo “E. Malatesta”presso la FAL, in via degli Asili 33 Siamo felici di ospitare la presentazione di Canzoni d’amore e libertà è il nuovo disco dei Volontré, in uscita a maggio 2026. Le […]

IN PIAZZA PER FRANCO SERANTINI

7 Maggio 2026 ore 11:09
7 MAGGIO 1972 – 7 MAGGIO 2026 A Cinquantaquattro anni dall’assassinio del compagno Franco Serantini “ANARCHICO VENTENNE COLPITO A MORTE DALLA POLIZIA MENTRE SI OPPONEVA AD UN COMIZIO FASCISTA” GIOVEDÌ 7 MAGGIO ORE 18 IN PIAZZA SERANTINI (S. Silvestro)

Laika, forse – Spettri domestici

Vi invitiamo alla presentazione di due libri di Massimo Filippi:   Laika, forse Docu-romanzo che ricostruisce il breve passaggio su questo pianeta della cagnetta Laika. Il libro si snoda in quattro movimenti: la vita di una piccola randagia tra le … Continua a leggere

Primo Maggio anarchico a Piombino e a Carrara

29 Aprile 2026 ore 19:58
Il Primo Maggio saremo presenti a Piombino e a Carrara. Per un mondo libero dalle guerre, dallo sfruttamento e dall’oppressione. Per la Rivoluzione Sociale, per l’Anarchia!

Liberiamoci dal fascismo!

25 Aprile 2026 ore 08:12
Liberiamoci dal fascismo! La liberazione la possiamo ottenere solo con l’azione diretta, agendo in prima persona. La vittoria dei NO al referendum non ha fermato la manovra autoritaria e guerrafondaia del governo fascista. Le opposizioni parlamentari non hanno voluto approfondire la crisi della maggioranza e hanno mantenuto un immobilismo che ha fatto sostanzialmente il gioco […]

RICORDANDO CLAUDIO STRAMBI

13 Aprile 2026 ore 17:32
RICORDANDO CLAUDIO STRAMBI Con profonda tristezza abbiamo appreso la notizia della scomparsa improvvisa di Claudio Strambi. Claudio per noi ha rappresentato molto, è stato un compagno con cui si poteva discutere di tutto in libertà, certi di trovare possibilità di scambio e di confronto aperto. Faceva parte della FAI seguendone convintamente l’attività complessiva. A livello […]

Presentazione di Mensaleri e attacco psichico al cantiere del Muba, Bologna, 14 marzo 2026

Sabato 14 marzo 2026, nel rione Pilastro di Bologna, Wu Ming 2 ha presentato il suo romanzo Mensaleri (Einaudi 2025), in dialogo con Roberto Panzacchi del Comitato Besta, al presidio contro il MuBa.

Il MuBa è il "Museo dei bambini", un progetto tanto fumoso nei contenuti quanto impattante sul verde e sul suolo del parco Mitilini-Moneta-Stefanini. Un progetto che la giunta Lepore-Clancy, la più ebbra di cemento e asfalto a memoria di vivente, vuole imporre con la forza, dopo uno dei soliti "percorsi partecipati" fittizi, quelli con cui si cerca di mascherare una politica autoritaria e deferente verso gli interessi delle lobby edilizie e infrastrutturali.

La presentazione ha toccato molti punti di convergenza tra il romanzo e le lotte ambientali in corso in città e non solo, poi è sfociata in un grande attacco psichico al cantiere. A officiare il rituale, le Sorelle e fratelli del libero spirito con la collaborazione dell'Associazione psicogeografica di Bologna (APB).

L'ओम् (Ōṁ) corale è risuonato per un quarto d'ora, forte e malaugurante per la controparte. Nella storia dei movimenti bolognesi l'attacco psichico ha una tradizione trentennale, e negli ultimi anni è stato decisivo nelle lotte in difesa del parco don Bosco, a S. Donato, e del giardino San Leonardo, in zona universitaria.

Durante il rituale è stato distribuito l'opuscolo dell'APB "Storia disinvolta degli attacchi psichici", tiratura limitata di 125 copie, non disponibile on line.

Ecco l'audio dei due momenti clou della giornata.

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Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA

di: msette
11 Febbraio 2026 ore 18:38
Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA Dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, un nuovo strumento per analizzare il presente e costruire l’alternativa. 15 minuti di riflessione per liberare l’ecologia … Continua a leggere

Divenire rivoluzionari.e Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi. Incontro con Robero Ciccarelli.

di: msette
24 Gennaio 2026 ore 09:53
Divenire rivoluzionari.e Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi. ( Derive Approdi ) Incontro con Robero Ciccarelli. Nel centenario della nascita (1925) e nel trentennale della scomparsa (1995) di Gilles Deleuze, il libro di Roberto Ciccarelli propone una nuova lettura di … Continua a leggere

Né verticale né orizzontale. Rodrigo Nunes alla Casa delle culture, Trieste, 18 gennaio 2026

20 Gennaio 2026 ore 15:09

La mattina di domenica 18 gennaio, nella sala principale della Casa delle culture di Trieste, Rodrigo Nunes ha presentato il suo libro Né verticale né orizzontale. Una teoria dell'organizzazione politica (Alegre, 2025) in dialogo con la redazione della rivista Charta Sporca e con gli scrittori e attivisti Wu Ming 1, Igor Štiks e Andrea Olivieri.

Molti gli interventi durante la discussione, tra cui quello di Gian Andrea Franchi dell'associazione Linea d'ombra (autore di Per un comunismo della cura, Derive Approdi 2025) e di Riccardo Laterza, consigliere comunale della lista civica Adesso Trieste.

N.B. Durante l'introduzione e nei primi minuti dell'intervento di WM1 si sentono i rumori della sala che si "assesta", spostamenti di sedie eccetera. Proseguendo con l'ascolto, la qualità migliora notevolmente.

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Immagina. Il video dell’incontro con Stefano Laffi

di: msette
20 Gennaio 2026 ore 10:43
IMMAGINA L’immaginazione è ciò che precede ogni creazione, ogni rivoluzione, ogni cambiamento personale. MA CHE FINE HA FATTO? Pubblichiamo il video dell’incontro con Stefano Laffi, autore di “Immagina” ( Feltrinelli ) tenutosi domenica 18 gennaio 2026 alle ore 16:00 al … Continua a leggere

Un’analisi diretta sulle logiche belliche che incendiano il presente.

di: msette
14 Gennaio 2026 ore 21:01
Nuovo Episodio: LA GUERRA: CONTRO I CONFLITTI, PER LA PACE SOCIALE Dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, un’analisi diretta sulle logiche belliche che incendiano il presente. Mercoledì 14 gennaio riflessione per smascherare gli interessi dietro i conflitti globali. Ascolta qui … Continua a leggere

La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Video con Fabrizio Eva

di: msette
12 Gennaio 2026 ore 20:52
La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Incontro con Fabrizio Eva, geografo politico. La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Il confronto economico USA – Cina … Continua a leggere

La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare?

di: msette
26 Dicembre 2025 ore 20:39
Incontro con Fabrizio Eva, geografo politico. La Cina e le vie marittime del commercio: via della seta o posizionamento militare? Il confronto economico USA – Cina si gioca su produzione e vendita di prodotti e necessariamente sul controllo delle vie … Continua a leggere

Mensaleri a Pisogne (BS), con Wu Ming 2, Maurizio Vito e Andrea Musati

18 Dicembre 2025 ore 13:05
Mercoledì 10 dicembre 2025 Wu Ming 2 ha presentato il suo ultimo romanzo Mensaleri a Pisogne (BS), in collaborazione con la libreria Puntoacapo e dialogando insieme a Maurizio Vito e Andrea Musati. Si è discusso dei villaggi operai di fine Ottocento come laboratori del totatlitarismo, della borghesia imprenditoriale italiana di fronte alla propria crisi, dei diversi registri linguistici usati nel testo, di affinità e divergenze tra Mensaleri e Gli Uomini Pesce di Wu Ming 1.

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14 dicembre ricordando Pinelli, Valpreda e in solidarietà con il Leoncavallo

di: msette
15 Dicembre 2025 ore 18:09
Video di Domenica 14 dicembre 2025 ore 16 Interventi di ( in aggiornamento ): Manuel Colosio Radio Onda d’Urto Brescia, Saverio Ferrari Osservatorio Democratico Nuove Destre, Mauro Decortes Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, Cecilia Koin Galli Circolo Anarchico Ponte della … Continua a leggere

Luca Casarotti, «Un altro gioco di pazienza (per SonicAlly)»

11 Dicembre 2025 ore 10:10

Un brano dedicato al field recorder raccontato ne Gli uomini pesce di WM1.

Note di Luca Casarotti.

Della vita affollata di SonicAlly si sa molto. Del suo metodo di lavoro, anche, si sa qualcosa. Eccolo che sistema i microfoni per una registrazione d’ambiente. Adesso invece è a casa, vestito da fan di Stockhausen (perché si dovrebbe non esserlo, poi?), mentre cava musica dall’ambiente che ha registrato. Musica a metronomo lentissimo, sentiamo: dai 10 ai 40 battiti per minuto. Il close-up è stretto, ma non tanto da lasciarci vedere cosa c’è sullo schermo del suo computer. Che programmi audio userà Sonic? È uno di quelli hardcore, che si scrivono il software con cui suonano? Ma no, avrei trovato il suo repository su GitHub. I compositori-programmatori spesso fanno così: pubblicano il disco e mettono a disposizione anche il codice sorgente.

Alla prima occasione, comunque, devo chiedergli un po’ di technicalities. Qui intanto c’è un mio brano ispirato alla sua musica. L’ho registrato l’estate scorsa, insieme agli altri che finiranno nel primo di tre dischi a titolo La fortuna e il controllo, e scrivendolo farò finta che non sia pericolosissimo annunciare un progetto prima di averne realizzato almeno la metà. Il titolo allude allo spunto compositivo comune ai tre dischi: ossia, indirizzare in tempo reale un evento sonoro imprevisto e parzialmente imprevedibile, dove il controllo in tempo reale è in capo all’esecutore umano, mentre l’evento imprevisto è prodotto dalla macchina suonante. Insomma, un modo d’improvvisare e di scrivere fin troppo chiaramente (e quindi non molto) allegorico: non lo direste mai, ma c’entra anche Brian Eno.

In ciascun volume sarà diversa la tecnica esecutiva. Nel primo, quello già registrato, tutti i brani sono realizzati con il software: gli strumenti fisici torneranno nel secondo e nel terzo volume.

Anche la decisione di dedicare questo brano a Sonic non è stata predeterminata: piuttosto, è apparsa ovvia al primo riascolto. L’improvvisazione ha, appunto, un metronomo lentissimo; non ci sono vere e proprie registrazioni ambientali, ma i campioni audio che ho usato sono deformati al punto tale da sembrare un soundscape di fabbrica abbandonata. Come i suoni delle strutture metalliche battute dal vento, registrati all’ex zuccherificio Eridania, che ascoltiamo nell’album più recente di Sonic. Il titolo kafkian-ginzburghian-prosperiano, Un altro gioco di pazienza, è un monito al musicista: che non abbia fretta d’intervenire sui suoni nelle sue mani; che li lasci piuttosto, prima di rimpiazzarli, esprimere nell’interezza del loro corso. Possiamo dire: un tentativo di ecologia del suono?

Luca Casarotti ha due personae. Una di storico del diritto, con la quale scrive principalmente per Jacobin; l’altra di musicista e critico musicale, con la quale ha scritto principalmente per All About Jazz. Su Giap entrambe le personae si sono affacciate a più riprese. Nell’archivio del blog si trovano sue improvvisazioni sia in solo sia con Wu Ming 1, e diversi interventi a commento della musica suonata nell’ambito della Wu Ming Foundation.

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Gli uomini pesce a Trieste, libreria Lovat, 15 novembre 2025

20 Novembre 2025 ore 11:37

La mattina del 15 novembre 2025 Wu Ming 1 ha presentato il romanzo Gli uomini pesce alla libreria Lovat di Trieste, in dialogo con Andrea Olivieri, tra le altre cose autore del bellissimo Una cosa oscura, senza pregio (Alegre, 2019).

L'incursione in città, come già quella di Wu Ming 4 di due settimane prima, è avvenuta in barba a certi ambienti cittadini e al sindaco in persona, che in un'intervista televisiva ci aveva dichiarati, senza giri di parole, presenze sgradite. Una lunga polemica, durata settimane, che abbiamo ignorato.

Verso la fine della registrazione si fa riferimento anche a questo, ma per il resto si parla d'altro. Di territori e corpi, di confini e sconfinamenti, di s/memorie della pandemia, di movimenti come ecosistemi e di «mediazioni al rialzo».

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Rodrigo Nunes presenta «Né verticale né orizzontale» in Val di Susa, 7 novembre 2025

10 Novembre 2025 ore 22:29

Nell'autunno 2025 il filosofo e attivista brasiliano Rodrigo Nunes ha girato l'Italia presentando – in italiano – il suo libro Né verticale né orizzontale. Una teoria dell'organizzazione politica (traduzione di Enrico Gullo, Alegre, 2025).

Libro e tour sono arrivati con tempismo perfetto, poco dopo le grandi mobilitazioni e gli scioperi generali contro il genocidio palestinese. Nunes è partito da Palermo il 20 ottobre e, risalendo la Penisola, ha toccato diverse città e importanti situazioni di movimento e lotta – come quella dell'Ex GKN a Firenze – per concludere il tour il 7 novembre ad Avigliana (TO), ospite del movimento No Tav valsusino.

Wu Ming 1 ha affiancato Nunes in tre occasioni: a Ferrara il 29 ottobre (a cura della Comune di Ferrara), a Bologna il 4 novembre (ospiti dell'Ex Centrale di via Corticella) e, appunto, ad Avigliana.

Quest'ultimo evento era nell'ambito di «Avere vent'anni è avere sogni grandi», la rassegna celebrante il ventennale della Battaglia del Seghino (31 ottobre 2005) e della riconquista popolare del presidio di Venaus (8 dicembre 2005). Per approfondimenti, si veda il libro di WM1 Un viaggio che non promettiamo breve (Einaud, 2016).

Nella conversazione, durata più di due ore, si è parlato dei movimenti come ecologie; dei cicli di lotte del 2001-02, del 2011 e del 2019; di come dieci anni fa il pendolo delle lotte abbia oscillato tra orizzontalismo e verticalismo, con tentativi di costruire «partiti dei movimenti»; di come si possa avere leadership senza leaderismo, eccetera. Con tanti esempi e racconti, e una coda sulla pandemia.

Tra le intervenute, la punkastorie femminista Filo Sottile.

Buon ascolto.

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Omnia sunt communia: Wu Ming 4 su cristianesimo e rivoluzione, da Q al Sogno di John Ball

10 Novembre 2025 ore 22:27

Moltitudini in marcia contro gli imperi: contadini d’Inghilterra con roncole e forconi nell’anno del Signore 1381; cardatori, popolo minuto di opifici, arti e mestieri nella rivolta dei ciompi del 1378; artigiani boemi nella rivolta hussita e taborita del 1419; seguaci di Hans il pifferaio e ancora contadini d’Alsazia, Svevia e Ungheria; braccianti e minatori di Turingia, smossi dai dodici articoli della predicazione anabattista.

La storia europea medievale e moderna è attraversata da rivolte contadine che, nella lettura del Vangelo, hanno trovato il canale per contestare radicalmente l’ordine sociale esistente e i padroni della Terra. Il 18 ottobre 2025 Wu Ming 4 è intervenuto al festival Montefedi di Bergamo, sunteggiando gli anni di lavoro dalla stesura di Q (1995-1998) alla traduzione del romanzo di William Morris Il sogno di John Ball (Alegre, 2025), in dialogo con Francesca Tasca del Centro Culturale Protestante, studiosa del movimento valdese e autrice del libro Storia dei Valdesi (Claudiana, 2024).

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Mensaleri a Firenze, WM2 in dialogo con Dario Salvetti (collettivo Ex GKN)

10 Novembre 2025 ore 13:27
Giovedì 30 ottobre 2025, al circolo Arci Vie Nuove di Firenze, Wu Ming 2 ha presentato il suo romanzo Mensaleri insieme a Dario Salvetti del collettivo di fabbrica ex GKN. Si è parlato dell'attitudine coloniale del capitalismo, di comunità in lotta, di letteratura working class, dell'importanza di simboli e narrazioni, nelle pagine di un romanzo come in una fabbrica occupata.

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Mensaleri, il capitolo 1, letto da Wu Ming 2

16 Settembre 2025 ore 10:29

Manca ormai solo una settimana all’uscita di Mensaleri, il nuovo romanzo scritto da Wu Ming 2.

Chi ha dato un’occhiata alla quarta di copertina, sa che la vicenda si svolge a Mensaleri, il villaggio operaio costruito accanto alla cartiera Mensa, sul fiume Leri, nei primi anni dell’Italia unita. Lo stabilimento, dopo diversi passaggi di mano, chiude i battenti nel 1993, nonostante le lotte e i presidi.

Ma a tramutare lo sconcerto in speranza, si presenta un imprenditore di grido, bisnipote del mitico Fondatore. La sua proposta è un irresistibile progetto di rigenerazione del sito industriale: un museo, un centro congressi, un laboratorio di ricerca sul riciclo della carta, le sedi di quattro grandi marchi di moda, un nuovo quartiere. E uno spettacolo teatrale, affidato alla regista Toni Pohlmann, scritto e recitato dalla gente del paese, per celebrarne la prima età dell’oro, all’alba della seconda.

In anteprima, Wu Ming 2 legge il primo capitolo. Buon ascolto e appuntamento in libreria tra una settimana.

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HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

24 Agosto 2025 ore 10:10
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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

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Radio Ufo 78, un radiodramma/concerto

9 Luglio 2025 ore 14:29

«– I romanzi radiofonici, giovanotto, – mormorò Josefina Sánchez, come se commettesse un sacrilegio. – Stanno diventando sempre più strambi.»

(Mario Vargas Llosa, La zia Julia e lo scribacchino)

Nel biennio 2022-2023 portammo in tour Radio Ufo 78, un radiodramma/concerto, un melologo, una sghemba e psichedelica suite con scrittori, musicisti e «caverna dell'antimateria».

I due scrittori erano Wu Ming 1 e Jadel Andreetto, quest'ultimo in doppia veste, in quanto bassista del Bhutan Clan.

I musicisti erano quelli del Bhutan Clan, appunto: band cresciuta a Bologna sonorizzando trekking urbani e serate letterarie, nel contesto del cantiere culturale permanente Resistenze in Cirenaica.

Per varie ragioni il gruppo si è sciolto come tale nel 2024, ma le sperimentazioni proseguono sotto l'egida di Melologos, «laboratorio di fonologia narrativa» che ora è al lavoro su Gli uomini pesce.

«Caverna dell'antimateria» è come chiamavamo, in omaggio al pittore situazionista Giuseppe Pinot Gallizio, l'ambiente sonoro pazientemente ingegnerizzato in studio che ogni tanto erompeva nell'esecuzione dal vivo.

I testi dello spettacolo erano in gran parte tratti da Ufo 78, ma alcuni brani – come già avveniva nel romanzo – gettavano ponti verso un altro mondo narrativo: quello del «Ciclo di Tanino & Karl» di Jadel Andreetto & Guglielmo Pispisa. Finora ne sono usciti due episodi: Tutta quella brava gente (firmato con lo pseudonimo «Marco Felder», Rizzoli 2019) e La parola amore uccide (Rizzoli, 2022). Anzi, tre, perché il terzo è in forma di podcast: Morte di un giallista bolzanino (RaiPlaySound, 2023).

Radio Ufo 78 era un'unica suite della durata di circa un'ora e 15 minuti. Prima di salire sul palco, chiedevamo al pubblico di applaudire soltanto alla fine.

Dopo una prova aperta allo Spazio Stria di Padova, sempre disponibile per i nostri lanci di ballons d'essai, Radio Ufo 78 si mise in strada. La formula era anfibia e strana e non proponibile ovunque, gli incastri di impegni non erano semplici... Insomma, riuscimmo a mettere in fila solamente sette date. Di alcune resta testimonianza.

La migliore registrazione, realizzata a tracce separate dal mixer (ringraziamo il fonico Gianluca Fabbri), è quella della serata in piazza a S. Giovanni in Marignano, in provincia di Rimini. Era la sera del 9 luglio 2023, l'evento era organizzato da Rapsodia, su iniziativa del nostro amico Emiliano Visconti.

Stefano D'Arcangelo di Melologos ha lavorato su quelle tracce, per far emergere ogni suono con la massima chiarezza, e oggi, alla buon'ora, possiamo rendere disponibile all'ascolto Radio Ufo 78, per chi non c'era alle serate e anche per chi c'era e vuole riascoltarlo. Lo facciamo a due anni esatti da quell'esibizione.

La formazione:

Wu Ming 1 – voce e vociferazioni

Jadel Andreetto – voce e basso

Giroweedz – basso e ingegneria sonora

Bruno Fiorini – chitarra

Stefano D'Arcangelo – tastiere, elettronica, antimateria

Michele Koukoussis – batteria

Con la partecipazione di Filo Sottile (nella parte di Carmen) e Donatella Allegro (nella parte di Milena).

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Wu Ming 1 presenta Gli uomini pesce alle Monacelle, Matera, 5 luglio 2025

8 Luglio 2025 ore 00:39
Il 5 luglio 2025 Wu Ming 1 ha presentato il suo romanzo Gli uomini pesce a Matera, nell'ex-convento seicentesco detto «delle Monacelle». A organizzare l'evento è stata l'ANPI provinciale, in collaborazione con la Libreria dell'Arco. Hanno dialogato con l'autore la giornalista dell'Huff Post Italia Angela Mauro e la presidente dell'ANPI Carmela La Padula. Poiché, incredibile dictu, in ventisei anni di carriera era la prima volta che WM1 presentava un libro a Matera, si è partiti ab ovo, dal principio, cioè da Q. Si è parlato molto di territori, di come viene raccontata/rimossa la crisi climatica, di come ridare respiro alle lotte ambientali, ma anche di psiche fascista. Tra i cameo illustri, quelli dei colleghi Georges Simenon e Antonio Scurati. Buon ascolto.

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Gli uomini pesce. Live alla casa natale di Antonio Gramsci

1 Luglio 2025 ore 22:23
L'artista sonoro sardo Angus Bit, in collaborazione con una nostra vecchia conoscenza, l'attore e agitatore culturale Giacomo Casti, ha sonorizzato tre brani de Gli uomini pesce, presi dai capitoli 1, 38 e 46. Angus e Giacomo li hanno eseguiti il 24 maggio 2025 durante la presentazione del libro ad Ales, alla Casa natale di Antonio Gramsci, tappa ormai immancabile dei tour sardi di Wu Ming 1. Venti minuti e passa di downbeat mediterraneo, su cui galleggiava il flusso di coscienza di Antonia e Ilario. Buon ascolto.

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Wu Ming 1 presenta Gli uomini pesce alla Scuola di Viale K, Ferrara, 13/06/2025

La sera del 13 giugno 2025 Wu Ming 1 – in dialogo con Maria Calabrese della Biblioteca Popolare Giardino, che ha organizzato la serata, e col collega scrittore Girolamo De Michele – ha presentato Gli uomini pesce alla Scuola di Viale K, Ferrara. Vicinissimo a dove, nel romanzo, Dante dà appuntamento ad Antonia

Si è parlato di «plurinomio fantastico», giochi di parole, poetica del perturbante e decostruzione del maschile, ma anche del non-umano in letteratura dopo le riflessioni di Amitav Ghosh, di "intelligenze" artificiali e di molte altre cose. In sala c'erano circa 40°, ma voi potete ascoltare l'audio dove volete, anche dentro una ghiacciaia. Buon ascolto.

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Wu Ming 1 presenta Gli uomini pesce alla Casa della memoria di Milano, 27/05/2025

4 Giugno 2025 ore 16:26
Nel tardo pomeriggio del 27 maggio 2025 Wu Ming 1, in dialogo con Enrico Manera, ha presentato il suo romanzo Gli uomini pesce alla Casa della memoria di Milano. L'incontro era organizzato e introdotto dall'ANPI provinciale. Si è parlato dei temi del romanzo, ma come è prassi di Wu Ming, si è anche «aperta l'officina» di questo libro (nonché di altri), si sono fatte scorribande a ritroso nella storia e nella produzione del collettivo, si è parlato di irrazionale, perturbante, psichedelia. Buon ascolto.

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«Fnord!», fece il tarabusino

4 Giugno 2025 ore 15:59

La sera del 22 marzo 2025 ha debuttato allo Spazio Stria di Padova Sonic Suite aka The Gustafsson Files, reading/concerto tratto dal romanzo di Wu Ming 1 Gli uomini pesce, in particolare dai capitoli in cui è in scena il musicista Arne aka Sonic in arte SonicAlly/Fonica Mente.
Si tratta di un progetto assemblato dall’attore Marco Manfredi, dallo scrittore e musicista Jadel Andreetto e dai musicisti Stefano D’Arcangelo (ex-Bhutan Clan, ex-Compagnia Fantasma) e Bartolomeo Sailer in arte Wang Inc.
La suite dura un’ora, qui proponiamo all’ascolto un brano.

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Guardate l'albero. «Difendere tutto quello che cresce e non è sterile»

4 Giugno 2025 ore 15:54

Testo della conferenza tenuta da Wu Ming 4 al teatro di Dozza (BO) il 2 settembre 2023, nell’ambito delle celebrazioni per Tolkien 50.

Un’attualizzazione di certe tematiche tolkieniane alla luce delle urgenze ambientali, al di là di qualsivoglia intento celebrativo e – ovviamente – in direzione ostinata e contraria rispetto alle kermesse e mostre governative. Si parla di Mordor, Jorn de Précy, «riformisti sarumaniani» e Jacques Camatte.

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In Cina e Asia – Trump blocca i chip, il Ceo di Nvidia va a Pechino 

18 Aprile 2025 ore 08:13
In Cina e Asia – Trump blocca i chip, il Ceo di Nvidia va a Pechino  nvidia trump cina

I titoli di oggi: Trump blocca i chip, il Ceo di Nvidia va a Pechino  Zelensky: “La Cina arma Mosca, abbiamo le prove” Trump fiducioso su accordo con la Cina Usa: “Azienda cinese collabora con gli Houti” Tencent lancia strategia su commercio estero e occupazione Xi in Cambogia, firmati 30 accordi Anwar incontra Min Aung Hlaing a Bangkok: focus su ...

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In Cina e in Asia – Trade war, Xi incassa il supporto della Malesia

17 Aprile 2025 ore 08:22
In Cina e in Asia – Trade war, Xi incassa il supporto della Malesia xi malesia

I titoli di oggi: La Malesia si schiera con la Cina sul commercio durante la visita di Xi a Kuala Lumpur Nvidia denuncia: “Le limitazioni all’export in Cina ci costeranno 5,5 miliardi” La UE chiede alla Cina di rivedere le sue politiche industriali  Le poste di Hong Kong sospendono l’invio di pacchi verso gli Usa Trump riceve il rappresentante per ...

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Cina: il pil corre, per ora. Nominato un nuovo negoziatore sui dazi

17 Aprile 2025 ore 05:36
Cina: il pil corre, per ora. Nominato un nuovo negoziatore sui dazi

A marzo, i fornitori cinesi e gli importatori degli altri paesi hanno accelerato spedizioni e anticipato acquisti per evitare i dazi degli Stati uniti. Nel frattempo, il governo ha cambiato il rappresentante per il commercio internazionale. Solo uno degli ultimi segnali indirizzati alla Casa bianca

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In Cina e Asia – Cina, il Pil continua a crescere del 5,4%

16 Aprile 2025 ore 08:28
In Cina e Asia – Cina, il Pil continua a crescere del 5,4% cina economia

I titoli di oggi:

Cina, il Pil continua a crescere del 5,4%
La Cina ha un nuovo rappresentante per il commercio internazionale
Cina, prosegue il viaggio di Xi nel Sud-Est asiatico: tappa in Malaysia
La Cina accusa tre agenti americani di cyberattacchi ai Giochi asiatici invernali
Trade war, la Cina blocca gli acquisti di aerei Boeing
Pakistan, il controverso fondatore di Binance nominato consigliere per le criptovalute
Indonesia, smentita l'ipotesi di una base militare russa a Papua

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Far East Film Festival 2025, torna il cinema asiatico nella rassegna di Udine

16 Aprile 2025 ore 07:47
Far East Film Festival 2025, torna il cinema asiatico nella rassegna di Udine

Manca sempre meno al Far East Film Festival di Udine. China Files tra i web partner della rassegna asiatica per raccontarvi il cinema d’Oriente Torna il Far East Film Festival, la rassegna dedicata al cinema asiatico più importante d’Europa. Come ogni anno, si terrà a Udine, e quest’anno raggiunge la sua ventisettesima edizione, in programma dal 24 aprile al 2 ...

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In Cina e Asia – Trade war, la Cina blocca l’export di terre rare strategiche

15 Aprile 2025 ore 08:19
In Cina e Asia – Trade war, la Cina blocca l’export di terre rare strategiche terre rare

I titoli di oggi:

Trade war, la Cina blocca l’export di terre rare strategiche

Dazi, il Vietnam guarda a Cina e Corea del Sud 
Tensioni tra Londra e Pechino dopo la nazionalizzazione di British Steel
Malesia, Ministro dell’opposizione denuncia sorveglianza dello Stato

Giappone, calo record della popolazione nel 2024
Bangladesh-India, sale la tensione commerciale: Dhaka chiude porti, Delhi revoca diritti di transito

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In Cina e Asia – Xi in viaggio nel Sud-Est asiatico per rafforzare i legami regionali

14 Aprile 2025 ore 08:04
In Cina e Asia – Xi in viaggio nel Sud-Est asiatico per rafforzare i legami regionali xi sud-est asiatico

I titoli di oggi: Xi Jinping in viaggio nel Sud-Est asiatico per rafforzare i legami regionali Cina, l’export cresce +12,4% a marzo Trump: “Esenzioni tariffarie per prodotti tech solo temporanee” Tesla sospende ordini di due modelli in Cina Giappone, politica valutaria al centro dei colloqui con gli Usa Hong Kong, negato ingresso a parlamentare britannica Xi Jinping in viaggio in ...

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In Cina e Asia – USA-Cina, le tensioni impattano ricerca medica e cinema  

11 Aprile 2025 ore 08:00
In Cina e Asia – USA-Cina, le tensioni impattano ricerca medica e cinema   trump tariffe

I titoli di oggi:   USA-Cina, le tensioni si allargano a settori di ricerca medica e intrattenimento Pechino annuncia restrizioni ai suoi controlli sull’export Cina-Ue, Xi riceve Sanchez  Nuova Zelanda, affossata la legge sui princìpi del Trattato di Waitangi AUKUS, cresce l’incertezza sulla vendita di sottomarini nucleari all’Australia Svezia, arrestato uomo sospettato di spiare gli uiguri per conto della Cina ...

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In Cina e in Asia – Trade war, Xi rilancia la &quot;diplomazia del vicinato”

10 Aprile 2025 ore 08:20
In Cina e in Asia – Trade war, Xi rilancia la XI VICINATO

I titoli di oggi: Trade war, Xi rilancia la “diplomazia del vicinato” Zelensky: “Pechino sa dei mercenari cinesi arruolati da Mosca” Il colosso hongkonghese CK Hutchison difende gli investimenti nei porti di Panama Apple produrrà più iPhone in India per limitare l’impatto dei dazi I dazi di Trump sono un’opportunità per le Filippine I soldati nordcoreani in Russia adottano nuove ...

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In Cina e Asia – Trump porta i dazi al 104%, la Cina si coordina con l’Ue

9 Aprile 2025 ore 07:48
In Cina e Asia – Trump porta i dazi al 104%, la Cina si coordina con l’Ue cina ue

I titoli di oggi:

L'Ucraina cattura due cittadini cinesi arruolati dalla Russia
Canada: "Canali social legati alla Cina hanno cercato di influenzare le elezioni"
Cina, convocate le aziende private per coordinare la risposta ai dazi americani
Corea del Sud: dieci soldati nordcoreani attraversano il confine
Rutte chiede maggiore cooperazione tra l'alleanza e il Giappone
Gli usa avviano colloqui con il Giappone sui dazi

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In Cina e Asia – Trade war, la Cina &quot;combatterà fino alla fine”

8 Aprile 2025 ore 07:52
In Cina e Asia – Trade war, la Cina trade war cina

I titoli di oggi: 

Trade war, Pechino rassicura le aziende Usa

Cina, indagato per corruzione il figlio dell’ex vice-premier Liu He
Cina, PCC espelle tre alti funzionari
Primo think tank cinese chiude centro di ricerca per mancanza di lealtà politica
Corea del Nord, prima maratona internazionale dal 2019

Kuala Lumpur chiede risposta unitaria dell’ASEAN ai dazi statunitensi
Taiwan, al via simulazione in caso di attacco dalla Cina

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Dazi, la Cina non si piega a Trump: &quot;Il cielo non cadrà”

8 Aprile 2025 ore 04:58
Dazi, la Cina non si piega a Trump:

Pechino mantiene la linea dura nella nuova battaglia commerciale, anche se ora si rischia l'escalation. Il Quotidiano del Popolo: "Trasformare la pressione in motivazione per accelerare la costruzione di un nuovo modello di sviluppo"

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In Cina e Asia – Pechino promette &quot;misure risolute”, ma vuole trattare con gli Usa

7 Aprile 2025 ore 07:49
In Cina e Asia – Pechino promette

Le notizie di oggi:

Pechino promette “misure risolute”, ma vuole trattare con gli Usa

Cina-Cambogia, esercitazioni congiunte nella nuova base navale di Ream

Myanmar, cresce il bilancio delle vittime. Licenziati funzionari UsAid arrivati nel paese

Modi incontra capo ad interim del Bangladesh, poi vola in Sri Lanka 

L’Australia intende riacquistare il porto di Darwin dalla cinese Landbridge
Trade war: Vietnam e Taiwan provano approccio morbido
Taiwan, il G7 condanna le esercitazioni cinesi

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La Cina annuncia ritorsioni immediate ai dazi di Trump

5 Aprile 2025 ore 05:54
La Cina annuncia ritorsioni immediate ai dazi di Trump xi

Il governo di Pechino ha annunciato un ricorso all'Organizzazione Mondiale del Commercio, tasse aggiuntive del 34% su tutte le importazioni degli Stati Uniti e una serie di altre misure. Tra queste, una nuova stretta sulle esportazioni di alcuni prodotti legati alle terre rare. Un salto di qualità che segnala che la Cina è pronta a combattere una guerra commerciale che avrebbe voluto evitare

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In Cina e Asia – Corea del Sud, confermato l’impeachment di Yoon

4 Aprile 2025 ore 07:32
In Cina e Asia – Corea del Sud, confermato l’impeachment di Yoon yoon impeachment

I titoli di oggi: Corea del Sud, confermato l’impeachment di Yoon Washington vieta ai funzionari in Cina relazioni con cittadini cinesi Cina e Usa tengono colloqui militari marittimi Al via primo vertice UE-Asia centrale Taiwan, il PLA prende di mira le infrastrutture energetiche  Pechino arresta tre filippini con l’accusa di spionaggio “Aziende europee nel mirino degli hacker nordcoreani”, il report ...

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Dialoghi – Yuefenpai, il simbolo della Shanghai degli anni Venti

3 Aprile 2025 ore 08:34
Dialoghi – Yuefenpai, il simbolo della Shanghai degli anni Venti yuefenpai shanghai

La storia dello yuefenpai, calendario pubblicitario in voga nella Shanghai degli anni Venti, è breve ma testimonia l’importante evoluzione estetica cinese dei primi anni del XX secolo. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate.   La storia dello yuefenpai  è breve ...

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

18 Marzo 2025 ore 10:47

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

5 Febbraio 2025 ore 10:13

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

10 Dicembre 2024 ore 11:13

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

L'articolo Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata) sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

2 Dicembre 2024 ore 12:16

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

26 Novembre 2024 ore 13:12

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

7 Ottobre 2024 ore 16:12

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

18 Luglio 2024 ore 11:45

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

2 Luglio 2024 ore 17:30

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

12 Giugno 2024 ore 13:00

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

7 Giugno 2024 ore 10:20

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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Avviso ai naviganti

16 Ottobre 2024 ore 07:54
L'esperienza del Pane e le rose volge al termine. Da quando è nato il sito, nel gennaio 2002, molte cose sono cambiate. Anche, se non soprattutto, nel modo di usare le comunicazione online. Tale trasformazione è stata registrata pure nei movimenti antagonisti e nelle realtà della sinistra di classe. Sempre più consapevoli della necessità di nuovi strumenti d'informazione e d'inchiesta, adeguati all'odierna configurazione della rete. Certo, in fasi tutt'altro che lontane questo sito ha svolto una funzione non irrilevante. E non v'è dubbio che il suo archivio sia di notevole interesse. Soprattutto...

(Il Pane e le rose)

Avviso ai naviganti

16 Ottobre 2024 ore 07:54
L'esperienza del Pane e le rose volge al termine. Da quando è nato il sito, nel gennaio 2002, molte cose sono cambiate. Anche, se non soprattutto, nel modo di usare le comunicazione online. Tale trasformazione è stata registrata pure nei movimenti antagonisti e nelle realtà della sinistra di classe. Sempre più consapevoli della necessità di nuovi strumenti d'informazione e d'inchiesta, adeguati all'odierna configurazione della rete. Certo, in fasi tutt'altro che lontane questo sito ha svolto una funzione non irrilevante. E non v'è dubbio che il suo archivio sia di notevole interesse. Soprattutto...

(Il Pane e le rose)

Approfondimento e scheda tecnica sulla patente a crediti nei settori: edilizio, cantieristica, costruzioni/opere e lavori pubblici

2 Ottobre 2024 ore 12:21
Criticità per le aziende, soggetti esentati, soggetti obbligati, rilievi critici nel settore
IL 16 NOVEMBRE A ROMA (ex scuola popolare Baccelli via Orciano Pisano 9) CONVEGNO DI RILIEVO NAZIONALE SU SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO “LA SALUTE NON E’ UNA MERCE, LA SICUREZZA NON E’ UN COSTO DA RIDURRE PER IL PROFITTO”. La patente a crediti nei cantieri è uno strumento di qualificazione obbligatorio introdotto per migliorare, a detta del legislatore, la sicurezza sul lavoro nei cantieri temporanei o mobili e nel settore dell’edilizia. Questo sistema, in vigore dal 1° ottobre 2024, è richiesto sia per le imprese che per i lavoratori autonomi che operano nei cantieri e nel settore,...

(A cura di Usi fondata nel 1912)

Approfondimento e scheda tecnica sulla patente a crediti nei settori: edilizio, cantieristica, costruzioni/opere e lavori pubblici

2 Ottobre 2024 ore 12:21
Criticità per le aziende, soggetti esentati, soggetti obbligati, rilievi critici nel settore
IL 16 NOVEMBRE A ROMA (ex scuola popolare Baccelli via Orciano Pisano 9) CONVEGNO DI RILIEVO NAZIONALE SU SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO “LA SALUTE NON E’ UNA MERCE, LA SICUREZZA NON E’ UN COSTO DA RIDURRE PER IL PROFITTO”. La patente a crediti nei cantieri è uno strumento di qualificazione obbligatorio introdotto per migliorare, a detta del legislatore, la sicurezza sul lavoro nei cantieri temporanei o mobili e nel settore dell’edilizia. Questo sistema, in vigore dal 1° ottobre 2024, è richiesto sia per le imprese che per i lavoratori autonomi che operano nei cantieri e nel settore,...

(A cura di Usi fondata nel 1912)

Esce Diari di Cineclub n. 131 - Ottobre 2024

30 Settembre 2024 ore 18:38
(scaricalo gratis - free download) Clicca qui: https://bit.ly/3XUJgyn In questo numero: 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: - Mostra di Venezia tra fascino e banalità. Ma il mondo reale dov’è ?. Alberto Castellano; - Il limbo di Almódovar e la realtà sfuggente: The room next door. Àngel Quintana; - La Spettatrice Qualunque alla Mostra tra visioni godute e sofferte. Spettatrice Qualunque; - La Spettatrice alla Mostra che venne dal freddo. Ekaterina Vikulina; Solo Dante porterà all’inferno i responsabili del genocidio di Gaza. Ali Raffaele Matar; Il mondo alla rovescia....

(Diari di Cineclub)

Esce Diari di Cineclub n. 131 - Ottobre 2024

30 Settembre 2024 ore 18:38
(scaricalo gratis - free download) Clicca qui: https://bit.ly/3XUJgyn In questo numero: 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica: - Mostra di Venezia tra fascino e banalità. Ma il mondo reale dov’è ?. Alberto Castellano; - Il limbo di Almódovar e la realtà sfuggente: The room next door. Àngel Quintana; - La Spettatrice Qualunque alla Mostra tra visioni godute e sofferte. Spettatrice Qualunque; - La Spettatrice alla Mostra che venne dal freddo. Ekaterina Vikulina; Solo Dante porterà all’inferno i responsabili del genocidio di Gaza. Ali Raffaele Matar; Il mondo alla rovescia....

(Diari di Cineclub)

Per Walter Rossi, la memoria storica non si cancella!

30 Settembre 2024 ore 12:11
A 47 anni dall'assassinio permano fascista, ancora resistenza!
L’assassinio di chiara matrice fascista di Walter Rossi,47 anni fa il 30 settembre 1977, si inserisce nel quadro di stagioni di lotte, movimenti di contestazione, per ottenere diritti, condizioni di vita e di lavoro, relazioni sociali che superassero l’oscurantismo del patriarcato, di relazioni interpersonali ingessate dalle apparenze, di contrasto per l’emancipazione delle classi lavoratrici e della forza lavoro in formazione (studentesse e studenti), dalle conseguenze dannose del modello capitalista, per una società liberata e a misura di persone e del rispetto dell’ecosistema. Tutti...

(Usi fondata nel 1912 e ricostituita)

Per Walter Rossi, la memoria storica non si cancella!

30 Settembre 2024 ore 12:11
A 47 anni dall'assassinio permano fascista, ancora resistenza!
L’assassinio di chiara matrice fascista di Walter Rossi,47 anni fa il 30 settembre 1977, si inserisce nel quadro di stagioni di lotte, movimenti di contestazione, per ottenere diritti, condizioni di vita e di lavoro, relazioni sociali che superassero l’oscurantismo del patriarcato, di relazioni interpersonali ingessate dalle apparenze, di contrasto per l’emancipazione delle classi lavoratrici e della forza lavoro in formazione (studentesse e studenti), dalle conseguenze dannose del modello capitalista, per una società liberata e a misura di persone e del rispetto dell’ecosistema. Tutti...

(Usi fondata nel 1912 e ricostituita)

IL RISVEGLIO DEL PROLETARIATO IN INDONESIA

29 Settembre 2024 ore 18:16
Dal n. 141 di "Alternativa di Classe" L'Indonesia è uno degli Stati potenzialmente più ricchi del mondo, grazie alla vastità delle risorse minerarie, specie di quelle energetiche, alla fertilità dei suoli, al rilevantissimo patrimonio forestale. Dopo tanti lunghi anni dal conseguimento dell'indipendenza, l'economia indonesiana risente ancora indirettamente delle conseguenze del dominio coloniale, che fu un regime di autentica rapina. Per la prima volta l'Indonesia ha festeggiato nei giorni scorsi i 79 anni di indipendenza nella capitale incompiuta di Nusantara, una città nuovissima...

(Alternativa di Classe)

Il governo di Israele è il terrorista più disumano

29 Settembre 2024 ore 12:12
Da oltre 70 anni, ormai, va avanti una sottomissione barbara e spietata tra soprusi, occupazioni e distruzioni, perpetrata da Israele nei confronti della popolazione palestinese. All’attacco del 7 ottobre 2023 da parte delle milizie del partito di Hamas, del tutto prevedibile poiché è la conseguenza logica di una violenta esasperazione protratta da tempo, è seguita, questa volta, una cruenta risposta, eccessiva e sproporzionata nei confronti di tutto il popolo di Palestina. Da allora, quasi un anno, l’esercito israeliano, affiancato dai coloni, ha sferrato una dura reazione mettendo in...

(Pasquale Aiello)

La sudditanza degli insegnanti italiani

29 Settembre 2024 ore 10:23
La docimologia è quella branca della pedagogia che pretende di essere una disciplina scientifica che si occupa dei diversi parametri applicabili nei processi di valutazione scolastica. Malgrado la presunta "obiettività" scientifica delle tecniche di verifica all'insegna dei criteri docimologici in voga, la valutazione è un'operazione globale, costante e formativa, nella misura in cui esige l'analisi di un ventaglio di fattori dinamici, di motivi di ordine soggettivo ed interiore, di elementi socio-affettivi, da cui non si può astrarre e che non sono assolutamente misurabili in termini...

(Lucio Garofalo)

IL RISVEGLIO DEL PROLETARIATO IN INDONESIA

29 Settembre 2024 ore 18:16
Dal n. 141 di "Alternativa di Classe" L'Indonesia è uno degli Stati potenzialmente più ricchi del mondo, grazie alla vastità delle risorse minerarie, specie di quelle energetiche, alla fertilità dei suoli, al rilevantissimo patrimonio forestale. Dopo tanti lunghi anni dal conseguimento dell'indipendenza, l'economia indonesiana risente ancora indirettamente delle conseguenze del dominio coloniale, che fu un regime di autentica rapina. Per la prima volta l'Indonesia ha festeggiato nei giorni scorsi i 79 anni di indipendenza nella capitale incompiuta di Nusantara, una città nuovissima...

(Alternativa di Classe)

La sudditanza degli insegnanti italiani

29 Settembre 2024 ore 10:23
La docimologia è quella branca della pedagogia che pretende di essere una disciplina scientifica che si occupa dei diversi parametri applicabili nei processi di valutazione scolastica. Malgrado la presunta "obiettività" scientifica delle tecniche di verifica all'insegna dei criteri docimologici in voga, la valutazione è un'operazione globale, costante e formativa, nella misura in cui esige l'analisi di un ventaglio di fattori dinamici, di motivi di ordine soggettivo ed interiore, di elementi socio-affettivi, da cui non si può astrarre e che non sono assolutamente misurabili in termini...

(Lucio Garofalo)

Il governo di Israele è il terrorista più disumano

29 Settembre 2024 ore 12:12
Da oltre 70 anni, ormai, va avanti una sottomissione barbara e spietata tra soprusi, occupazioni e distruzioni, perpetrata da Israele nei confronti della popolazione palestinese. All’attacco del 7 ottobre 2023 da parte delle milizie del partito di Hamas, del tutto prevedibile poiché è la conseguenza logica di una violenta esasperazione protratta da tempo, è seguita, questa volta, una cruenta risposta, eccessiva e sproporzionata nei confronti di tutto il popolo di Palestina. Da allora, quasi un anno, l’esercito israeliano, affiancato dai coloni, ha sferrato una dura reazione mettendo in...

(Pasquale Aiello)

L'INTRECCIO TRA CRISI E GUERRA NELLA UE

26 Settembre 2024 ore 16:16
Editoriale del n. 141 di "Alternativa di Classe" In Germania, e non da ora, è recessione conclamata. La crisi tedesca rischia di cronicizzarsi. E' senza dubbio il Paese su cui ha pesato di più la Guerra russo-ucraina. Il settore che più si sta indebolendo è proprio il manifatturiero, che aveva un punto di forza nelle esportazioni. Non si tratta solo dell'aumento della inflazione, che colpisce più duro, laddove, infatti, i costi energetici sono aumentati a dismisura, vista la grossa diminuzione dell'uso del gas russo, prima acquistato a costi contenuti. Già solo per questo il prodotto...

(Alternativa di Classe)

L'INTRECCIO TRA CRISI E GUERRA NELLA UE

26 Settembre 2024 ore 16:16
Editoriale del n. 141 di "Alternativa di Classe" In Germania, e non da ora, è recessione conclamata. La crisi tedesca rischia di cronicizzarsi. E' senza dubbio il Paese su cui ha pesato di più la Guerra russo-ucraina. Il settore che più si sta indebolendo è proprio il manifatturiero, che aveva un punto di forza nelle esportazioni. Non si tratta solo dell'aumento della inflazione, che colpisce più duro, laddove, infatti, i costi energetici sono aumentati a dismisura, vista la grossa diminuzione dell'uso del gas russo, prima acquistato a costi contenuti. Già solo per questo il prodotto...

(Alternativa di Classe)

E' uscito il n. 141 di Alternativa di Classe

25 Settembre 2024 ore 09:47
Indice: Attualità politica. L'intreccio tra crisi e guerra nella UE.....................................................................................................pag. 1; Politica internazionale. Il risveglio del proletariato in Indonesia.......................................................................................pag. 4; Ricorrenze storiche. Ascesa e caduta di Gheddafi in Libia............................................................................................... pag. 6; Corrispondenza dalla Lombardia. Focus su “I lavoratori dei servizi: Flessibilità, alienazione,...

(Alternativa di Classe)

E' uscito il n. 141 di Alternativa di Classe

25 Settembre 2024 ore 09:47
Indice: Attualità politica. L'intreccio tra crisi e guerra nella UE.....................................................................................................pag. 1; Politica internazionale. Il risveglio del proletariato in Indonesia.......................................................................................pag. 4; Ricorrenze storiche. Ascesa e caduta di Gheddafi in Libia............................................................................................... pag. 6; Corrispondenza dalla Lombardia. Focus su “I lavoratori dei servizi: Flessibilità, alienazione,...

(Alternativa di Classe)

SICUREZZA SUL LAVORO: ALTRA “TOPPA A COLORI” DEL MINISTERO DEL LAVORO E DEL GOVERNO MELONI, LA “PATENTE A CREDITI (a punti)”

24 Settembre 2024 ore 18:46
CI RISIAMO, invece di verificare la situazione, drammatica della IN-SICUREZZA sui posti di lavoro nel nostro Paese, rilanciando la PREVENZIONE, L’INFORMAZIONE, LA FORMAZIONE E L’ADDESTRAMENTO, i nostri governanti sulla scia delle misure di “sicurezza stradale” con la “patente a punti”, utilizzano come provvedimento, in vigore dal prossimo 1° ottobre 2024 (ma mancava ancora la circolare ESPLICATIVA dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro INL, che fonti del Ministero del Lavoro danno in pubblicazione in questi giorni), la PATENTE A CREDITI, per il SETTORE EDILIZIO, CANTIERISTICA E DEL...

(Segreteria nazionale confederale collegiale ed esecutivo nazionale Usi 1912 Cuneo/Rimini/Roma/Caserta Usicons aps nazionale)

Conto alla rovescia per il Festival delle Libertà

23 Settembre 2024 ore 14:34
L’associazione Sinistra Libertaria, in collaborazione con il sindacato CUB Scuola, è pronta a lanciare il “Festival delle Libertà”, un ciclo di quattro appuntamenti che si terranno presso l’Oratorio Salesiano di via Fardella, a Trapani. Il festival prenderà il via giovedì 26 settembre alle ore 17 con il primo incontro dal titolo “Antigruppo: ieri e oggi?”, un evento gratuito e aperto a tutti. Sarà molto più di un semplice recital di poesie: attraverso il ricordo di Antonio Contiliano, i partecipanti avranno l’opportunità di riscoprire il movimento dell’Antigruppo Siciliano...

(Sinistra Libertaria)

Conto alla rovescia per il Festival delle Libertà

23 Settembre 2024 ore 14:34
L’associazione Sinistra Libertaria, in collaborazione con il sindacato CUB Scuola, è pronta a lanciare il “Festival delle Libertà”, un ciclo di quattro appuntamenti che si terranno presso l’Oratorio Salesiano di via Fardella, a Trapani. Il festival prenderà il via giovedì 26 settembre alle ore 17 con il primo incontro dal titolo “Antigruppo: ieri e oggi?”, un evento gratuito e aperto a tutti. Sarà molto più di un semplice recital di poesie: attraverso il ricordo di Antonio Contiliano, i partecipanti avranno l’opportunità di riscoprire il movimento dell’Antigruppo Siciliano...

(Sinistra Libertaria)

SICUREZZA SUL LAVORO: ALTRA “TOPPA A COLORI” DEL MINISTERO DEL LAVORO E DEL GOVERNO MELONI, LA “PATENTE A CREDITI (a punti)”

24 Settembre 2024 ore 18:46
CI RISIAMO, invece di verificare la situazione, drammatica della IN-SICUREZZA sui posti di lavoro nel nostro Paese, rilanciando la PREVENZIONE, L’INFORMAZIONE, LA FORMAZIONE E L’ADDESTRAMENTO, i nostri governanti sulla scia delle misure di “sicurezza stradale” con la “patente a punti”, utilizzano come provvedimento, in vigore dal prossimo 1° ottobre 2024 (ma mancava ancora la circolare ESPLICATIVA dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro INL, che fonti del Ministero del Lavoro danno in pubblicazione in questi giorni), la PATENTE A CREDITI, per il SETTORE EDILIZIO, CANTIERISTICA E DEL...

(Segreteria nazionale confederale collegiale ed esecutivo nazionale Usi 1912 Cuneo/Rimini/Roma/Caserta Usicons aps nazionale)

POSSIBILI INDENNIZZI PER IL PRECARIATO NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

22 Settembre 2024 ore 11:01
SCHEDA TECNICA SU D.L. (Decreto Legge) N° 131/2024, detto “SALVA INFRAZIONI” , articolo 12. MA NON E’ ORO TUTTO QUEL CHE LUCCICA
Il decreto Salva Infrazioni, il D.L. del 16 settembre 2024 numero 131, introduce un’importante misura di compensazione per i lavoratori e le lavoratrici, non solo per il personale docente e ATA (Ausiliari Tecnici Amministrativi) con rapporti di lavoro a tempo determinato e storie di precariato, nella pubblica amministrazione. NON SI TRATTA DI UN INDENNIZZO CHE SI OTTIENE IN FORMA AUTOMATICA E NON TUTTI POTRANNO ACCEDERVI. Con questa scheda tecnica, si mette in evidenza a chi spetta tale indennizzo, la sua funzione, come funziona e quali sono i requisiti e le modalità per fare l’istanza...

(A cura di USI 1912 E USI S.U.R.F.)

POSSIBILI INDENNIZZI PER IL PRECARIATO NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

22 Settembre 2024 ore 11:01
SCHEDA TECNICA SU D.L. (Decreto Legge) N° 131/2024, detto “SALVA INFRAZIONI” , articolo 12. MA NON E’ ORO TUTTO QUEL CHE LUCCICA
Il decreto Salva Infrazioni, il D.L. del 16 settembre 2024 numero 131, introduce un’importante misura di compensazione per i lavoratori e le lavoratrici, non solo per il personale docente e ATA (Ausiliari Tecnici Amministrativi) con rapporti di lavoro a tempo determinato e storie di precariato, nella pubblica amministrazione. NON SI TRATTA DI UN INDENNIZZO CHE SI OTTIENE IN FORMA AUTOMATICA E NON TUTTI POTRANNO ACCEDERVI. Con questa scheda tecnica, si mette in evidenza a chi spetta tale indennizzo, la sua funzione, come funziona e quali sono i requisiti e le modalità per fare l’istanza...

(A cura di USI 1912 E USI S.U.R.F.)

Documento e osservazioni-contributo alla riunione del 22 settembre 2024 c/o Sicobas. E' il nostro orientamento e indirizzo per l'intervento nel settore

21 Settembre 2024 ore 18:48
Questo contributo scritto, non ha alcuna pretesa di essere esaustivo delle varie questioni, ma mette in luce alcuni aspetti, anche di tendenza o già consolidati, che sono rilevanti per chi interviene nel variegato mondo del terzo settore, delle cooperative sociali e delle aziende che gestiscono, in appalto, in affidamento o convenzione con Pubbliche Amministrazioni o come datore di lavoro privato in forma diretta e “indiretta”, i servizi socio assistenziali, socio sanitari, educativi, di inclusione e di orientamento, di attività collegate all’istruzione e all’educazione, all’assistenza...

(Usi 1912 Usicons aps)

Documento e osservazioni-contributo alla riunione del 22 settembre 2024 c/o Sicobas. E' il nostro orientamento e indirizzo per l'intervento nel settore

21 Settembre 2024 ore 18:48
Questo contributo scritto, non ha alcuna pretesa di essere esaustivo delle varie questioni, ma mette in luce alcuni aspetti, anche di tendenza o già consolidati, che sono rilevanti per chi interviene nel variegato mondo del terzo settore, delle cooperative sociali e delle aziende che gestiscono, in appalto, in affidamento o convenzione con Pubbliche Amministrazioni o come datore di lavoro privato in forma diretta e “indiretta”, i servizi socio assistenziali, socio sanitari, educativi, di inclusione e di orientamento, di attività collegate all’istruzione e all’educazione, all’assistenza...

(Usi 1912 Usicons aps)

Lunedì 23 settembre, a Roma e a Milano, presidi di solidarietà con il Polo Obrero argentino, nel mirino del governo Milei

20 Settembre 2024 ore 17:42
Lunedì prossimo, 23 settembre, si terranno due presidi di solidarietà con il Polo Obrero argentino messo sotto attacco politico e giudiziario dal governo ultra-reazionario di Milei, alla vigilia di una importante udienza giudiziaria che si terrà il giorno dopo a Buenos Aires, nel corso di un procedimento in cui Milei & Co. pretendono di arrivare a dichiarare il Polo Obrero, componente combattiva del movimento piquetero e protagonista da anni e anni di lotte sociali e politiche di primo rilievo, una “associazione illegale”. I due presidi saranno a Milano, davanti al Consolato argentino,...

(Il pungolo rosso)

Lunedì 23 settembre, a Roma e a Milano, presidi di solidarietà con il Polo Obrero argentino, nel mirino del governo Milei

20 Settembre 2024 ore 17:42
Lunedì prossimo, 23 settembre, si terranno due presidi di solidarietà con il Polo Obrero argentino messo sotto attacco politico e giudiziario dal governo ultra-reazionario di Milei, alla vigilia di una importante udienza giudiziaria che si terrà il giorno dopo a Buenos Aires, nel corso di un procedimento in cui Milei & Co. pretendono di arrivare a dichiarare il Polo Obrero, componente combattiva del movimento piquetero e protagonista da anni e anni di lotte sociali e politiche di primo rilievo, una “associazione illegale”. I due presidi saranno a Milano, davanti al Consolato argentino,...

(Il pungolo rosso)

QUANDO LO STATO CORRE AI RIPARI PER EVITARE CONTENZIOSI ECONOMICI A PERDERE: LA NOVITA’ DEL DECRETO “SALVA INFRAZIONI”131/2024

19 Settembre 2024 ore 17:50
Un provvedimento che modifica il codice dei contratti post Jobs Act, per i contratti a termine illegittimi
UNA PICCONATA al famigerato codice dei contratti (Decreto Legislativo 81/2015) applicativo del Jobs Act, in questo caso è lo STATO CHE CORRE AI RIPARI DEL PADRONATO, NEL CASO DI CONTRATTI A TERMINE ILLEGITTIMI e a salvaguardia del contenzioso giudiziale che potrebbe scatenarsi anche nel pubblico impiego, specie nella scuola statale, dove il Governo Italiano dell’epoca, fu sconfitto proprio sui contratti a termine del precariato della scuola italiana innanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea alcuni anni fa, con una sentenza estensibile ai precari delle Pubbliche Amministrazioni. Con...

(A cura di Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 USI 1912)

QUANDO LO STATO CORRE AI RIPARI PER EVITARE CONTENZIOSI ECONOMICI A PERDERE: LA NOVITA’ DEL DECRETO “SALVA INFRAZIONI”131/2024

19 Settembre 2024 ore 17:50
Un provvedimento che modifica il codice dei contratti post Jobs Act, per i contratti a termine illegittimi
UNA PICCONATA al famigerato codice dei contratti (Decreto Legislativo 81/2015) applicativo del Jobs Act, in questo caso è lo STATO CHE CORRE AI RIPARI DEL PADRONATO, NEL CASO DI CONTRATTI A TERMINE ILLEGITTIMI e a salvaguardia del contenzioso giudiziale che potrebbe scatenarsi anche nel pubblico impiego, specie nella scuola statale, dove il Governo Italiano dell’epoca, fu sconfitto proprio sui contratti a termine del precariato della scuola italiana innanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea alcuni anni fa, con una sentenza estensibile ai precari delle Pubbliche Amministrazioni. Con...

(A cura di Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 USI 1912)

La lotta per la difesa della scuola pubblica passa anche per la battaglia contro il precariato

19 Settembre 2024 ore 16:08
La condizione dei lavoratori precari della scuola non è più accettabile; è giunto il momento di costruire un fronte che, pur nelle sue differenti provenienze, sia più determinato ed unitario possibile e chela lotta contro il precariato si saldi necessariamente a quella contro il progetto di distruzione della scuola pubblica messa in atto dai governi che si sono succeduti da trent’anni a questa parte. Ogni anno sempre la solita storia che si ripete; il ministro di turno afferma di aver trovato la soluzione all’annosa questione del precariato nella scuola, ma tutto poi si risolve in un bluff....

(Stefano Lonzar- Unicobas)

Alle insicurezze del lavoro il Governo risponde con il DDL sicurezza

19 Settembre 2024 ore 12:20
La Corte di Cassazione, contravvenendo ad un clima avverso alle cause di lavoro, il cinque settembre 2024, ha dato ragione al ricorso presentato dal rappresentante RLS delle ferrovie di Trenitalia. Una rondine non fa primavera. Vero, ma quando il cielo del diritto è offuscato da DDL liberticidi a maggior ragione occorre evidenziare gli spunti di liberalità che resistono al clima securitario che tutto vorrebbe omologare allo spirito di caserma, siano esse scuole, aziende, università, ospedali, magazzini ecc. Ancor di più L’approvazione del DDL sicurezza (1660): persecutorio e populista...

(si cobas)

La lotta per la difesa della scuola pubblica passa anche per la battaglia contro il precariato

19 Settembre 2024 ore 16:08
La condizione dei lavoratori precari della scuola non è più accettabile; è giunto il momento di costruire un fronte che, pur nelle sue differenti provenienze, sia più determinato ed unitario possibile e chela lotta contro il precariato si saldi necessariamente a quella contro il progetto di distruzione della scuola pubblica messa in atto dai governi che si sono succeduti da trent’anni a questa parte. Ogni anno sempre la solita storia che si ripete; il ministro di turno afferma di aver trovato la soluzione all’annosa questione del precariato nella scuola, ma tutto poi si risolve in un bluff....

(Stefano Lonzar- Unicobas)

Alle insicurezze del lavoro il Governo risponde con il DDL sicurezza

19 Settembre 2024 ore 12:20
La Corte di Cassazione, contravvenendo ad un clima avverso alle cause di lavoro, il cinque settembre 2024, ha dato ragione al ricorso presentato dal rappresentante RLS delle ferrovie di Trenitalia. Una rondine non fa primavera. Vero, ma quando il cielo del diritto è offuscato da DDL liberticidi a maggior ragione occorre evidenziare gli spunti di liberalità che resistono al clima securitario che tutto vorrebbe omologare allo spirito di caserma, siano esse scuole, aziende, università, ospedali, magazzini ecc. Ancor di più L’approvazione del DDL sicurezza (1660): persecutorio e populista...

(si cobas)

Il DDL 1660: vivisezione di una legge liberticida (con una correzione)

18 Settembre 2024 ore 17:47
Da molti anni, con i più svariati pretesti, governi di diverso colore hanno introdotto leggi per limitare l’agibilità di scioperare, lottare, manifestare. Il governo Meloni è deciso a proseguire questa operazione facendo fare alla repressione statale delle lotte e dello stesso dissenso un salto qualitativo e quantitativo attraverso il disegno di legge 1660, che dal 10 settembre è alla Camera per la discussione e la rapidissima approvazione. Con questa “legge-manganello” il governo vuole regolare i conti con tutte le realtà ed esperienze di lotta in corso e creare gli strumenti giuridici...

(Il pungolo rosso)

Il DDL 1660: vivisezione di una legge liberticida (con una correzione)

18 Settembre 2024 ore 17:47
Da molti anni, con i più svariati pretesti, governi di diverso colore hanno introdotto leggi per limitare l’agibilità di scioperare, lottare, manifestare. Il governo Meloni è deciso a proseguire questa operazione facendo fare alla repressione statale delle lotte e dello stesso dissenso un salto qualitativo e quantitativo attraverso il disegno di legge 1660, che dal 10 settembre è alla Camera per la discussione e la rapidissima approvazione. Con questa “legge-manganello” il governo vuole regolare i conti con tutte le realtà ed esperienze di lotta in corso e creare gli strumenti giuridici...

(Il pungolo rosso)

BIBLIOTECHE COMUNALI DI ROMA CAPITALE ISBCC e Zètema P.C. srl: LA SITUAZIONE, PER CHI CI LAVORA E PER LA CITTADINANZA, NON E’ ROSEA

15 Settembre 2024 ore 09:40
Resoconto commentato sulla situazione delle BIBLIOTECHE COMUNALI DI ROMA CAPITALE e valutazione complessiva sui processi di trasformazione a Roma Capitale Si sono svolte e proseguono, le interlocuzioni con la parte politica di Roma Capitale (ultima seduta congiunta delle Commissioni Consiliari Permanenti in sede congiunta Cultura/Lavoro e Roma Capitale, del 4 settembre 2024 da remoto) e si è avviato il tavolo tecnico tra Presidenza e Direzione ISBCC-BdR con Amministratore Unico e Dirigenza di Zètema Progetto Cultura srl (società a totale capitale comunale, ente strumentale per il settore culturale...

(Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912, Usi C.T.&S aderente a USI 1912 e rappresentanze sindacali interne)

BIBLIOTECHE COMUNALI DI ROMA CAPITALE ISBCC e Zètema P.C. srl: LA SITUAZIONE, PER CHI CI LAVORA E PER LA CITTADINANZA, NON E’ ROSEA

15 Settembre 2024 ore 09:40
Resoconto commentato sulla situazione delle BIBLIOTECHE COMUNALI DI ROMA CAPITALE e valutazione complessiva sui processi di trasformazione a Roma Capitale Si sono svolte e proseguono, le interlocuzioni con la parte politica di Roma Capitale (ultima seduta congiunta delle Commissioni Consiliari Permanenti in sede congiunta Cultura/Lavoro e Roma Capitale, del 4 settembre 2024 da remoto) e si è avviato il tavolo tecnico tra Presidenza e Direzione ISBCC-BdR con Amministratore Unico e Dirigenza di Zètema Progetto Cultura srl (società a totale capitale comunale, ente strumentale per il settore culturale...

(Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912, Usi C.T.&S aderente a USI 1912 e rappresentanze sindacali interne)

Invito alla lettura di "Scintilla" n. 147 - settembre 2024

15 Settembre 2024 ore 10:09
Care compagne e cari compagni, condividiamo l’edizione digitale n.147 di Scintilla (settembre 2024) che è in allegato. Potete anche leggere e scaricare il giornale dal sito internet http://www.piattaformacomunista.com Fra gli articoli segnaliamo: Editoriale: Recessione e lotta di classe https://piattaformacomunista.com/index.php/recessione-e-lotta-di-classe/ Ampliare il fronte di lotta al Ddl 1660 https://piattaformacomunista.com/index.php/ampliare-il-fronte-di-lotta-al-ddl-1660/ Stellantis: è ora di mobilitarsi in massa! https://piattaformacomunista.com/index.php/stellantis-e-ora-di-mobilitarsi-in-massa/ Ondata...

Invito alla lettura di "Scintilla" n. 147 - settembre 2024

15 Settembre 2024 ore 10:09
Care compagne e cari compagni, condividiamo l’edizione digitale n.147 di Scintilla (settembre 2024) che è in allegato. Potete anche leggere e scaricare il giornale dal sito internet http://www.piattaformacomunista.com Fra gli articoli segnaliamo: Editoriale: Recessione e lotta di classe https://piattaformacomunista.com/index.php/recessione-e-lotta-di-classe/ Ampliare il fronte di lotta al Ddl 1660 https://piattaformacomunista.com/index.php/ampliare-il-fronte-di-lotta-al-ddl-1660/ Stellantis: è ora di mobilitarsi in massa! https://piattaformacomunista.com/index.php/stellantis-e-ora-di-mobilitarsi-in-massa/ Ondata...

Recessione e lotta di classe

14 Settembre 2024 ore 12:43
Le speranze di una prossima ripresa economica sono di nuovo smentite dai fatti. Come avevamo previsto, la situazione economica continua ad aggravarsi, presentando i sintomi di una nuova crisi economico-finanziaria. Sono i rappresentanti dell’oligarchia finanziaria come Lagarde a dichiarare apertamente che bisogna prepararsi a un “atterraggio duro”. Sono i capitani d’industria italiani a rivelare che “siamo alle porte di una crisi come quella del 2008/2009”. In effetti essa può manifestarsi in qualsiasi anello dell’economia capitalistica, in qualsiasi settore o sfera dell’impiego...

(Da Scintilla n. 147, settembre 2024)

Recessione e lotta di classe

14 Settembre 2024 ore 12:43
Le speranze di una prossima ripresa economica sono di nuovo smentite dai fatti. Come avevamo previsto, la situazione economica continua ad aggravarsi, presentando i sintomi di una nuova crisi economico-finanziaria. Sono i rappresentanti dell’oligarchia finanziaria come Lagarde a dichiarare apertamente che bisogna prepararsi a un “atterraggio duro”. Sono i capitani d’industria italiani a rivelare che “siamo alle porte di una crisi come quella del 2008/2009”. In effetti essa può manifestarsi in qualsiasi anello dell’economia capitalistica, in qualsiasi settore o sfera dell’impiego...

(Da Scintilla n. 147, settembre 2024)

Revolutionary Camp 2024, un piccolo successo

13 Settembre 2024 ore 10:52
Dal 5 all’8 settembre si è svolto il Revolutionary Camp 2024, la scuola estiva del Partito Comunista dei Lavoratori. A distanza di pochi giorni dalla conclusione dei lavori, possiamo dire che la seconda edizione del Revolutionary Camp è stata un piccolo successo. Come previsto, sono stati quattro giorni intensi di formazione politica, dibattiti, musica e socialità all’insegna del marxismo rivoluzionario. Ai lavori della scuola ha partecipato anche una delegazione della sezione tedesca (Gruppe ArbeiterInnenmacht) della Lega per la Quinta Internazionale (LQI - League for the Fifth International). Molti...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

Revolutionary Camp 2024, un piccolo successo

13 Settembre 2024 ore 10:52
Dal 5 all’8 settembre si è svolto il Revolutionary Camp 2024, la scuola estiva del Partito Comunista dei Lavoratori. A distanza di pochi giorni dalla conclusione dei lavori, possiamo dire che la seconda edizione del Revolutionary Camp è stata un piccolo successo. Come previsto, sono stati quattro giorni intensi di formazione politica, dibattiti, musica e socialità all’insegna del marxismo rivoluzionario. Ai lavori della scuola ha partecipato anche una delegazione della sezione tedesca (Gruppe ArbeiterInnenmacht) della Lega per la Quinta Internazionale (LQI - League for the Fifth International). Molti...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

ROMA. RIPARTONO, DA SETTEMBRE 2024, I PUNTI INFOLAVORO AUTORGANIZZATI E AUTOGESTITI

12 Settembre 2024 ore 09:08
Ripartono da settembre, i punti infolavoro e diritti autorganizzati e autogestiti, rigorosamente gratuiti, per consulenze, informazioni, notizie e per chi ne avesse bisogno, assistenza e tutela su controversie individuali o collettive di lavoro, lettura buste paga, difese disciplinari, informazioni su leggi e CCNL,, consigli e indirizzamento per le vicende su SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E AMBIENTI DI LAVORO, per lavoratori e lavoratrici, in difficoltà o sfiduciati dei sindacati concertativi o "collaborazionisti", rivolto sia a dipendenti pubblici che del settore privato o parasubordinati...

ROMA. RIPARTONO, DA SETTEMBRE 2024, I PUNTI INFOLAVORO AUTORGANIZZATI E AUTOGESTITI

12 Settembre 2024 ore 09:08
Ripartono da settembre, i punti infolavoro e diritti autorganizzati e autogestiti, rigorosamente gratuiti, per consulenze, informazioni, notizie e per chi ne avesse bisogno, assistenza e tutela su controversie individuali o collettive di lavoro, lettura buste paga, difese disciplinari, informazioni su leggi e CCNL,, consigli e indirizzamento per le vicende su SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E AMBIENTI DI LAVORO, per lavoratori e lavoratrici, in difficoltà o sfiduciati dei sindacati concertativi o "collaborazionisti", rivolto sia a dipendenti pubblici che del settore privato o parasubordinati...

Acerbo (PRC): misura liberticida contro Giacomo di Ultima Generazione

11 Settembre 2024 ore 09:25
È assolutamente sproporzionata e liberticida la richiesta di sottoporre a sorveglianza speciale l’attivista di Ultima Generazione Giacomo Baggio. Non si può trattare come un pericoloso delinquente chi pratica la nonviolenza e la disobbedienza civile per lanciare l’allarme sulla catastrofe ecologica. Da porre sotto sorveglianza speciale sono i governi come quello italiano che se ne fregano di tutelare l’ambiente e del cambiamento climatico. Invitiamo a partecipare al presidio di Ultima Generazione di solidarietà con Giacomo il 14 ottobre a Roma alle 9 davanti al Tribunale di Piazzale...

(Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)

Acerbo (PRC): misura liberticida contro Giacomo di Ultima Generazione

11 Settembre 2024 ore 09:25
È assolutamente sproporzionata e liberticida la richiesta di sottoporre a sorveglianza speciale l’attivista di Ultima Generazione Giacomo Baggio. Non si può trattare come un pericoloso delinquente chi pratica la nonviolenza e la disobbedienza civile per lanciare l’allarme sulla catastrofe ecologica. Da porre sotto sorveglianza speciale sono i governi come quello italiano che se ne fregano di tutelare l’ambiente e del cambiamento climatico. Invitiamo a partecipare al presidio di Ultima Generazione di solidarietà con Giacomo il 14 ottobre a Roma alle 9 davanti al Tribunale di Piazzale...

(Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)

Il 5 ottobre al fianco del popolo palestinese e contro la guerra

10 Settembre 2024 ore 09:23
Siamo oramai a quasi un anno dall’inizio della mattanza perpetrata da Israele nei confronti del popolo palestinese. Oltre 40 mila morti, in larga parte bambini e donne, la pressocchè totale distruzione di Gaza, e ora l’intensificazione delle operazioni anche in Cisgiordania stanno ulteriormente confermando la secolare strategia genocida dello stato sionista. In tutto il mondo abbiamo assistito in questi mesi a un ondata di mobilitazioni senza precedenti in sostegno alla causa del popolo palestinese, per la richiesta di un immediato cessate il fuoco e soprattutto la fine dell’occupazione...

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI PROSPETTIVA MARXISTA

9 Settembre 2024 ore 20:43
ACCELERAZIONI STORICHE E ASSIMILAZIONE TEORICA https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art433_settembre_2024.pdf La "bolla" della guerra di Ucraina e la leva di Kursk 7 Questione militare - Sul servizio militare obbligatorio (Parte Seconda) Sanità italiana - Dal mutualismo al Servizio sanitario nazionale https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art434_settembre_2024.pdf Segnali dalle tornate elettorali in Francia e Regno Unito Le incombenti elezioni americane all’ombra del blocco sociale degli scontenti della globalizzazione India - Confronti tra realtà statali (Parte...

(Prospettiva Marxista)

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI PROSPETTIVA MARXISTA

9 Settembre 2024 ore 20:43
ACCELERAZIONI STORICHE E ASSIMILAZIONE TEORICA https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art433_settembre_2024.pdf La "bolla" della guerra di Ucraina e la leva di Kursk 7 Questione militare - Sul servizio militare obbligatorio (Parte Seconda) Sanità italiana - Dal mutualismo al Servizio sanitario nazionale https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art434_settembre_2024.pdf Segnali dalle tornate elettorali in Francia e Regno Unito Le incombenti elezioni americane all’ombra del blocco sociale degli scontenti della globalizzazione India - Confronti tra realtà statali (Parte...

(Prospettiva Marxista)

Il 5 ottobre al fianco del popolo palestinese e contro la guerra

10 Settembre 2024 ore 09:23
Siamo oramai a quasi un anno dall’inizio della mattanza perpetrata da Israele nei confronti del popolo palestinese. Oltre 40 mila morti, in larga parte bambini e donne, la pressocchè totale distruzione di Gaza, e ora l’intensificazione delle operazioni anche in Cisgiordania stanno ulteriormente confermando la secolare strategia genocida dello stato sionista. In tutto il mondo abbiamo assistito in questi mesi a un ondata di mobilitazioni senza precedenti in sostegno alla causa del popolo palestinese, per la richiesta di un immediato cessate il fuoco e soprattutto la fine dell’occupazione...

UNA LETTERA DI SEVERINO VARDACAMPI AL PRESIDENTE STATUNITENSE BIDEN PER LA GRAZIA A LEONARD PELTIER

9 Settembre 2024 ore 09:59
Dal "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, riceviamo e pubblichiamo. Egregio Presidente Biden, aggiungo anche la mia sollecitazione a quella di tante altre persone affinché lei conceda la grazia presidenziale a Leonard Peltier, da 48 anni detenuto innocente, ormai vecchio e gravemente malato, riconosciuto in tutto il mondo come un simbolo della lotta dei nativi americani contro il colonialismo, il razzismo, il genocidio, l'etnocidio, l'ecocidio. Leonard Peltier è uno dei grandi testimoni della dignità umana: invece di essere tenuto...

UNA LETTERA DI SEVERINO VARDACAMPI AL PRESIDENTE STATUNITENSE BIDEN PER LA GRAZIA A LEONARD PELTIER

9 Settembre 2024 ore 09:59
Dal "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, riceviamo e pubblichiamo. Egregio Presidente Biden, aggiungo anche la mia sollecitazione a quella di tante altre persone affinché lei conceda la grazia presidenziale a Leonard Peltier, da 48 anni detenuto innocente, ormai vecchio e gravemente malato, riconosciuto in tutto il mondo come un simbolo della lotta dei nativi americani contro il colonialismo, il razzismo, il genocidio, l'etnocidio, l'ecocidio. Leonard Peltier è uno dei grandi testimoni della dignità umana: invece di essere tenuto...

Un terremoto politico nella Germania (e nell’UE) in crisi

6 Settembre 2024 ore 12:31
Le elezioni di domenica in Turingia e Sassonia, per quanto abbiano coinvolto meno del 10% della popolazione totale della Germania, sono state senza dubbio una scossa tellurica nella politica tedesca e, di conseguenza, europea. L’affermazione prepotente dell’AfD nella destra e quella della BSW, l’Alleanza Sahra Wagenknecht, nella (per così dire) sinistra indicano, dopo le europee, una chiara linea di tendenza, probabilmente non di breve periodo. Sulla stampa italiana assatanata di russofobìa, la chiave di lettura dominante è quella della vittoria dei filo-russi o filo-putiniani. Certo,...

(Il pungolo rosso)

Un terremoto politico nella Germania (e nell’UE) in crisi

6 Settembre 2024 ore 12:31
Le elezioni di domenica in Turingia e Sassonia, per quanto abbiano coinvolto meno del 10% della popolazione totale della Germania, sono state senza dubbio una scossa tellurica nella politica tedesca e, di conseguenza, europea. L’affermazione prepotente dell’AfD nella destra e quella della BSW, l’Alleanza Sahra Wagenknecht, nella (per così dire) sinistra indicano, dopo le europee, una chiara linea di tendenza, probabilmente non di breve periodo. Sulla stampa italiana assatanata di russofobìa, la chiave di lettura dominante è quella della vittoria dei filo-russi o filo-putiniani. Certo,...

(Il pungolo rosso)

Roma, domenica 8 settembre, ore 10. Seminario sul (e contro il) DDL 1660

2 Settembre 2024 ore 11:45
Domenica 8 settembre, a Roma, si terrà la prima iniziativa pubblica della Rete Liberi/e di lottare. Fermiamo insieme il DDL 1660. Sarà un seminario con esperti di diritto (Livio Pepino, Marina Prosperi, Eugenio Losco, l’Osservatorio repressione) che, dopo aver inquadrato l’intera vicenda repressiva dei “decreti-sicurezza”, vivisezioneranno l’attuale disegno di legge per fornire al più largo numero possibile di attivisti/e gli strumenti per rendere più efficace la denuncia di questa legge liberticida, schiavista, da stato di polizia. Il seminario sarà in presenza, nella sede del...

( Rete Liberi/e di lottare)

Roma, domenica 8 settembre, ore 10. Seminario sul (e contro il) DDL 1660

2 Settembre 2024 ore 11:45
Domenica 8 settembre, a Roma, si terrà la prima iniziativa pubblica della Rete Liberi/e di lottare. Fermiamo insieme il DDL 1660. Sarà un seminario con esperti di diritto (Livio Pepino, Marina Prosperi, Eugenio Losco, l’Osservatorio repressione) che, dopo aver inquadrato l’intera vicenda repressiva dei “decreti-sicurezza”, vivisezioneranno l’attuale disegno di legge per fornire al più largo numero possibile di attivisti/e gli strumenti per rendere più efficace la denuncia di questa legge liberticida, schiavista, da stato di polizia. Il seminario sarà in presenza, nella sede del...

( Rete Liberi/e di lottare)

Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese”

30 Agosto 2024 ore 17:13
Mentre scriviamo, tra metà e fine agosto 2024, si attende da un momento all’altro la risposta iraniana e degli Hezbollah libanesi all’uccisione a Teheran del capo politico di Hamas, Isma’il Haniyeh, da parte dello Stato d’Israele – risposta che potrebbe portare, oltre all’interruzione dei tira-e-molla, per altro inconcludenti, degli incontri fra le parti, anche a un minaccioso allargamento del conflitto in un Medio Oriente sempre più terremotato. Per ora, non sembra che l’Iran sia molto disposto a mettere in campo una reale manifestazione di forza, preferendo limitarsi a demagogiche...

Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese”

30 Agosto 2024 ore 17:13
Mentre scriviamo, tra metà e fine agosto 2024, si attende da un momento all’altro la risposta iraniana e degli Hezbollah libanesi all’uccisione a Teheran del capo politico di Hamas, Isma’il Haniyeh, da parte dello Stato d’Israele – risposta che potrebbe portare, oltre all’interruzione dei tira-e-molla, per altro inconcludenti, degli incontri fra le parti, anche a un minaccioso allargamento del conflitto in un Medio Oriente sempre più terremotato. Per ora, non sembra che l’Iran sia molto disposto a mettere in campo una reale manifestazione di forza, preferendo limitarsi a demagogiche...

Diari di Cineclub: online il n. 130 - settembre 2024

(scaricalo gratis - free download) Clicca qui: https://bit.ly/474sKis In questo numero: Gena Rowlands (1930-2024): e ci innamorammo perdutamente. DdC; Una moglie, un’attrice, semplicemente per sempre Gena. Lorenzo Pierazzi; Un caro e affettuoso saluto a Salvatore Piscicelli. Alberto Castellano; Joker e Parasite: le metropoli quali luogo dell’infrapolitica. Àngel Quintana; Realismo e socialismo in pittura secondo Umberto Barbaro. Stefano Macera; Alain Delon (1935- 2024). DdC; Horizon: An american saga, di Kevin Costner. Tonino De Pace; I fantasmi d’autunno. Natalino Piras; Agenzia...

(Diari di Cineclub)

Diari di Cineclub: online il n. 130 - settembre 2024

31 Agosto 2024 ore 18:07
(scaricalo gratis - free download) Clicca qui: https://bit.ly/474sKis In questo numero: Gena Rowlands (1930-2024): e ci innamorammo perdutamente. DdC; Una moglie, un’attrice, semplicemente per sempre Gena. Lorenzo Pierazzi; Un caro e affettuoso saluto a Salvatore Piscicelli. Alberto Castellano; Joker e Parasite: le metropoli quali luogo dell’infrapolitica. Àngel Quintana; Realismo e socialismo in pittura secondo Umberto Barbaro. Stefano Macera; Alain Delon (1935- 2024). DdC; Horizon: An american saga, di Kevin Costner. Tonino De Pace; I fantasmi d’autunno. Natalino Piras; Agenzia...

(Diari di Cineclub)

CON I PROLETARI DEL BANGLADESH, CONTRO IL NAZIONALISMO DELLE CLASSI BORGHESI

31 Agosto 2024 ore 09:22
Dal n. 140 di "Alternativa di Classe" Il Bangladesh è uno dei Paesi più densamente popolati di tutto il mondo. Il bengalese è la lingua ufficiale del Bangladesh, derivata dall'antico sanscrito. L'inglese è molto diffuso tra le classi borghesi. L'accesso a fonti d'acqua potabile è un grave problema nelle zone rurali e in quelle urbane del Bangladesh. Purtroppo la quantità di arsenico presente negli acquedotti è alta e pericolosa per la salute. Il 36% della popolazione vive in condizione di povertà estrema. Le alluvioni colpiscono un terzo del Paese. Alluvioni che distruggono raccolti,...

(Alternativa di Classe)

Sabato 31 agosto: a un anno da Brandizzo per un fronte unico sindacale

31 Agosto 2024 ore 09:57
La difesa della salute e della sicurezza è possibile solo con la lotta sempre più unita ed estesa
È passato un anno dal massacro di 5 lavoratori in questa stazione. Un anno costellato da altre orribili stragi: il 30 novembre un altro incidente ferroviario, a Thurio, con 2 morti; il 16 febbraio, a Firenze, il crollo al cantiere Esselunga, con 5 morti; il 9 aprile nella centrale idroelettrica di Suviana, 7 morti; il 6 maggio, a Palermo, morti in 5 asfissiati nelle fogne. Questi sono i casi eclatanti, quelli che fanno parlare per qualche ora la stampa e piangere lacrime di coccodrillo ai politicanti borghesi e ai sindacalisti di regime. Ma le stragi vengono solo a cadenzare un ritmo costante,...

(Partito Comunista Internazionale)

Sabato 31 agosto: a un anno da Brandizzo per un fronte unico sindacale

31 Agosto 2024 ore 09:57
La difesa della salute e della sicurezza è possibile solo con la lotta sempre più unita ed estesa
È passato un anno dal massacro di 5 lavoratori in questa stazione. Un anno costellato da altre orribili stragi: il 30 novembre un altro incidente ferroviario, a Thurio, con 2 morti; il 16 febbraio, a Firenze, il crollo al cantiere Esselunga, con 5 morti; il 9 aprile nella centrale idroelettrica di Suviana, 7 morti; il 6 maggio, a Palermo, morti in 5 asfissiati nelle fogne. Questi sono i casi eclatanti, quelli che fanno parlare per qualche ora la stampa e piangere lacrime di coccodrillo ai politicanti borghesi e ai sindacalisti di regime. Ma le stragi vengono solo a cadenzare un ritmo costante,...

(Partito Comunista Internazionale)

CON I PROLETARI DEL BANGLADESH, CONTRO IL NAZIONALISMO DELLE CLASSI BORGHESI

31 Agosto 2024 ore 09:22
Dal n. 140 di "Alternativa di Classe" Il Bangladesh è uno dei Paesi più densamente popolati di tutto il mondo. Il bengalese è la lingua ufficiale del Bangladesh, derivata dall'antico sanscrito. L'inglese è molto diffuso tra le classi borghesi. L'accesso a fonti d'acqua potabile è un grave problema nelle zone rurali e in quelle urbane del Bangladesh. Purtroppo la quantità di arsenico presente negli acquedotti è alta e pericolosa per la salute. Il 36% della popolazione vive in condizione di povertà estrema. Le alluvioni colpiscono un terzo del Paese. Alluvioni che distruggono raccolti,...

(Alternativa di Classe)

Rifondazione: La pulizia etnica di Israele si estende

30 Agosto 2024 ore 18:11
Mentre è ancora in atto il genocidio a Gaza e si attacca il Libano, l’esercito israeliano ha avviato un’operazione su vasta scala in Cisgiordania. Campi profughi isolati, città in coprifuoco, invito ad abbandonare alcune zone. 16 persone risultano essere state già uccise, a Jenin è stato imposto il coprifuoco e la situazione è critica a Tulkarem. Il ministro Kats ha espressamente dichiarato “Faremo come a Gaza, con ordini di sgombero”. E già da ora sono state date 4 ore a chi vive nel campo profughi di Nur Shams, nei pressi di Tulkarem mentre l’esercito è entrato in quello di...

(Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista)

Rifondazione: La pulizia etnica di Israele si estende

Mentre è ancora in atto il genocidio a Gaza e si attacca il Libano, l’esercito israeliano ha avviato un’operazione su vasta scala in Cisgiordania. Campi profughi isolati, città in coprifuoco, invito ad abbandonare alcune zone. 16 persone risultano essere state già uccise, a Jenin è stato imposto il coprifuoco e la situazione è critica a Tulkarem. Il ministro Kats ha espressamente dichiarato “Faremo come a Gaza, con ordini di sgombero”. E già da ora sono state date 4 ore a chi vive nel campo profughi di Nur Shams, nei pressi di Tulkarem mentre l’esercito è entrato in quello di...

(Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista)

L’iniziativa unitaria contro il DDL 1660 è partita, e bene. Rafforziamo la Rete Liberi/e di lottare, inedita convergenza di forze!

Il Manifesto approvato e messo in rete nei giorni scorsi sta avendo una larga circolazione (molto superiore alle nostre aspettative) e altrettanto larghe adesioni. Tante le immediate adesioni, significative e convinte, dal movimento NO Tav a Ultima generazione, dai GPI e dall’UDAP, la sinistra del movimento palestinese, all’Osservatorio repressione, dai Comitati sardi contro la speculazione energetica ai Blocchi precari metropolitani di Roma. Decine di nuove adesioni stanno arrivando in queste ore da ogni dove, segno evidente che molti collettivi e organismi non attendevano altro che una...

(Movimento 7 novembre – Laboratorio politico Iskra – Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Il Manifesto della Rete Liberi/e di lottare: Fermiamo insieme il DDL 1660. Le prime adesioni

C’è stata nei giorni scorsi un’ampia consultazione sulla bozza di Manifesto proposta dai promotori delle assemblee on line del 21 luglio e del 4 agosto, e fatta circolare tra i partecipanti alle stesse. La grandissima parte degli organismi che hanno aderito a questa Rete ha accettato il testo così com’era; altri, invece, hanno presentato proposte di integrazione o di piccole specificazioni che abbiamo inserito, senza ovviamente modificare in nulla il suo contenuto essenziale. Pubblichiamo anche un primo elenco delle adesioni, ne sono già preannunciate altre. Le nuove adesioni vanno inviate...

(Il Pungolo rosso)

L’iniziativa unitaria contro il DDL 1660 è partita, e bene. Rafforziamo la Rete Liberi/e di lottare, inedita convergenza di forze!

30 Agosto 2024 ore 16:59
Il Manifesto approvato e messo in rete nei giorni scorsi sta avendo una larga circolazione (molto superiore alle nostre aspettative) e altrettanto larghe adesioni. Tante le immediate adesioni, significative e convinte, dal movimento NO Tav a Ultima generazione, dai GPI e dall’UDAP, la sinistra del movimento palestinese, all’Osservatorio repressione, dai Comitati sardi contro la speculazione energetica ai Blocchi precari metropolitani di Roma. Decine di nuove adesioni stanno arrivando in queste ore da ogni dove, segno evidente che molti collettivi e organismi non attendevano altro che una...

(Movimento 7 novembre – Laboratorio politico Iskra – Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Albano. Scomparso Mauro Parretti

29 Agosto 2024 ore 20:17
Venerdì 30 alle 18.00 ad Albano commemorazione laica
Un gruppo di compagni e compagne eterogeneo per appartenenza attuale, ma unito nella conoscenza e condivisione di lotte e percorsi con Mauro Parretti, ora scomparso, lo commemorerà venerdi 30 alle 18.00 ad Albano. Sempre pronto al confronto e alle grandi battaglie generose: in molti furono al suo fianco, proprio con perno a Castel Gandolfo — con la mitica sezione aperta in piazza difronte il palazzo papale — per costruire la stagione della proposta politica della Federazione della Sinistra (con PRC e PdCI in primo piano). Mauro Parretti che proveniva da esperienze professionali e di vita che...

(Trasmesso da Maurizio Aversa)

Il Manifesto della Rete Liberi/e di lottare: Fermiamo insieme il DDL 1660. Le prime adesioni

30 Agosto 2024 ore 16:56
C’è stata nei giorni scorsi un’ampia consultazione sulla bozza di Manifesto proposta dai promotori delle assemblee on line del 21 luglio e del 4 agosto, e fatta circolare tra i partecipanti alle stesse. La grandissima parte degli organismi che hanno aderito a questa Rete ha accettato il testo così com’era; altri, invece, hanno presentato proposte di integrazione o di piccole specificazioni che abbiamo inserito, senza ovviamente modificare in nulla il suo contenuto essenziale. Pubblichiamo anche un primo elenco delle adesioni, ne sono già preannunciate altre. Le nuove adesioni vanno inviate...

(Il Pungolo rosso)

Albano. Scomparso Mauro Parretti

29 Agosto 2024 ore 20:17
Venerdì 30 alle 18.00 ad Albano commemorazione laica
Un gruppo di compagni e compagne eterogeneo per appartenenza attuale, ma unito nella conoscenza e condivisione di lotte e percorsi con Mauro Parretti, ora scomparso, lo commemorerà venerdi 30 alle 18.00 ad Albano. Sempre pronto al confronto e alle grandi battaglie generose: in molti furono al suo fianco, proprio con perno a Castel Gandolfo — con la mitica sezione aperta in piazza difronte il palazzo papale — per costruire la stagione della proposta politica della Federazione della Sinistra (con PRC e PdCI in primo piano). Mauro Parretti che proveniva da esperienze professionali e di vita che...

(Trasmesso da Maurizio Aversa)

Cacciare il golpista Macron

Il presidente francese non nomina primo ministro quello proposto dalla sinistra di NFP così violando la Costituzione. Sinistra Libertaria denuncia la sempre maggiore deriva autoritaria della Francia. Andando oltre la Costituzione, il presidente Emmanuel Macron, con un comunicato [1], ha annunciato che non avrebbe assegnato l’incarico di primo ministro al soggetto indicato dal NFP – Nuovo Fronte Popolare, la coalizione di sinistra che ha vinto le recenti elezioni del 7 luglio ed ottenuto la maggioranza relativa in parlamento. « Se questo fosse accaduto in qualsiasi altro Paese, i media avrebbero...

(Sinistra Libertaria)

Cacciare il golpista Macron

29 Agosto 2024 ore 12:19
Il presidente francese non nomina primo ministro quello proposto dalla sinistra di NFP così violando la Costituzione. Sinistra Libertaria denuncia la sempre maggiore deriva autoritaria della Francia. Andando oltre la Costituzione, il presidente Emmanuel Macron, con un comunicato [1], ha annunciato che non avrebbe assegnato l’incarico di primo ministro al soggetto indicato dal NFP – Nuovo Fronte Popolare, la coalizione di sinistra che ha vinto le recenti elezioni del 7 luglio ed ottenuto la maggioranza relativa in parlamento. « Se questo fosse accaduto in qualsiasi altro Paese, i media avrebbero...

(Sinistra Libertaria)

31 AGOSTO A BRANDIZZO AD UN ANNO DALLA STRAGE

24 Agosto 2024 ore 17:44
Nel pomeriggio, a partire dalle ore 16.30, si terrà un'assemblea sindacale (nei locali del Circolo Arci "La Cricca", in via Carlo Ignazio Giulio 25/b). Brandizzo, con i 5 operai morti, mostra come lavoratori e lavoratrici siano carne da macello, da sacrificare per il profitto. L’unità fa la forza - la lotta fa la differenza L’UNITA’ FA LA FORZA: la frantumazione, le continue divisioni sono il primo ostacolo all’unità e alla forza da sviluppare e accrescere; rendono la repressione invincibile, sia quella dispiegata, sia quella mirata verso le avanguardie; spingono lavoratori...

31 AGOSTO A BRANDIZZO AD UN ANNO DALLA STRAGE

24 Agosto 2024 ore 17:44
Nel pomeriggio, a partire dalle ore 16.30, si terrà un'assemblea sindacale (nei locali del Circolo Arci "La Cricca", in via Carlo Ignazio Giulio 25/b). Brandizzo, con i 5 operai morti, mostra come lavoratori e lavoratrici siano carne da macello, da sacrificare per il profitto. L’unità fa la forza - la lotta fa la differenza L’UNITA’ FA LA FORZA: la frantumazione, le continue divisioni sono il primo ostacolo all’unità e alla forza da sviluppare e accrescere; rendono la repressione invincibile, sia quella dispiegata, sia quella mirata verso le avanguardie; spingono lavoratori...

SACCO E VANZETTI: DO YOU REMEMBER NICK & BART? UNA STORIA DI (IN)GIUSTIZIA NON SOLO “AMERICANA”, attuale ancora oggi

22 Agosto 2024 ore 09:16
NICOLA SACCO e di BARTOLOMEO VANZETTI furono giustiziati 97 anni fa, il 23 agosto 1927, dopo 7 anni di processi e di detenzione in attesa della pena capitale. Non è solo una storia “americana”, di un famoso processo politico con forti connotazioni razziali e antisociali, ma un fatto che a distanza di tanto tempo, ci fa riflettere in questo secolo e millennio, d come certe reazioni istituzionali, si fanno sentire ogni volta che si produce una crisi mondiale economico finanziaria, scaricata con conflitti e guerre e le inevitabili conseguenze sul piano sociale, riportando la “paura del comunismo”,...

SACCO E VANZETTI: DO YOU REMEMBER NICK & BART? UNA STORIA DI (IN)GIUSTIZIA NON SOLO “AMERICANA”, attuale ancora oggi

NICOLA SACCO e di BARTOLOMEO VANZETTI furono giustiziati 97 anni fa, il 23 agosto 1927, dopo 7 anni di processi e di detenzione in attesa della pena capitale. Non è solo una storia “americana”, di un famoso processo politico con forti connotazioni razziali e antisociali, ma un fatto che a distanza di tanto tempo, ci fa riflettere in questo secolo e millennio, d come certe reazioni istituzionali, si fanno sentire ogni volta che si produce una crisi mondiale economico finanziaria, scaricata con conflitti e guerre e le inevitabili conseguenze sul piano sociale, riportando la “paura del comunismo”,...

SERVE FARE OPPOSIZIONE DI CLASSE AD ENTRAMBI GLI SCHIERAMENTI BORGHESI

Editoriale del n. 140 di "Alternativa di Classe" Mentre il leitmotiv dei colloqui di Doha tra Qatar, Egitto e USA, per raggiungere un fantomatico “cessate il fuoco” a Gaza, continua imperterrito tra i veti alternati e/o le assenze, ora del Governo israeliano di Netanyahu, e ora dei vertici di Hamas, ultimo dei quali quello di Ferragosto, i proletari palestinesi continuano a morire (finora più di 40mila) sotto il “tiro al bersaglio” dell'esercito e finanche le sortite dei “coloni” israeliani, come avvenuto a Samaria, in Cisgiordania. Gli stessi raid israeliani in Libano e...

(Alternativa di Classe)

E' uscito il n. 140 di "Alternativa di Classe"

20 Agosto 2024 ore 17:43
Indice: Attualità politica. Serve fare opposizione di classe ad entrambi gli schieramenti borghesi................................................pag. 1; Politica internazionale. Con i proletari del Bangladesh, contro il nazionalismo delle classi borghesi...............................pag. 3; Ricorrenze storiche. Il Patto Molotov – Ribbentrop di 85 anni fa..................................................................................... pag. 5; Corrispondenza dalla Lombardia. Per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro.........................................................pag....

(Alternativa di Classe)

Il Ferragosto di fuoco delle carceri italiane. Suicidi, rivolte e tentativi di evasione

Alcuni episodi drammatici, accaduti in luoghi diversi, sottolineano ancora una volta quanto sia grave l’emergenza del sovraffollamento e delle pessime condizioni degli istituti penitenziari del nostro paese
Il potere postfascista sempre più avvitato nella politica di sicurezza, di trattamento flessibile e differenziato, di potenziamento tecnologico dei controlli. Il carcere non è un luogo di riabilitazione ma di mortificazione. L’unica «umanizzazione» del carcere è liberare i proletari e distruggerlo. UN OPUSCOLO DI CLASSE di 31 pagine datato ma attualissimo. Link (FILE PDF): https://www.rivoluzionecomunista.org/images/archivio/opuscoli-libri/184-Carcere-proteste.pdf INDICE PRESENTAZIONE pag. 3 Parte prima: Il nuovo sistema penitenziario 5 Cap. 1: Vendetta e premio i due strumenti della politica...

(RIVOLUZIONE COMUNISTA)

Blutec e le facce da bonzi

15 Agosto 2024 ore 18:32
La vicenda Blutec è emblematica di parecchi problemi del proletariato in Italia Ci vuole una faccia come il culo per dire che i lavoratori della ex Blutec di Termini Imerese sono stati tutelati nei loro diritti, sono stati “…salvati ed hanno davanti a loro un futuro radioso, loro e tutta la Sicilia con loro”. Anzitutto sono passati 12 anni dall’inizio della vertenza. Dodici anni nel corso dei quali i lavoratori dell’indotto ex Fiat sono stati collocati in mobilità in deroga con un sussidio di meno di 500€ al mese ma per ora diamo uno sguardo all’accordo che, secondo Schifani, presidente...

(Michele Esposito)

Ponte Morandi: sei anni dopo il crollo si è ancora in attesa della giustizia borghese

Questo sesto anniversario vedrà una presenza ridotta di rappresentanti governativi rispetto agli anni precedenti
Lunedì 22/5/2023, la testimonianza di Gianni Mion, ex Ad della holding dei Benetton Edizione, ex consigliere di amministrazione di Aspi e della sua ex controllante Atlantia, all’udienza che si è tenuta a Genova nel processo Ponte Morandi, ha riportato alla attualità della cronaca il tragico crollo del ponte, e lo schifoso rimpallo delle accuse tra i responsabili e consulenti del gruppo privato dei Benetton e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, sulla pelle della gente. La testimonianza, che si riferisce ad una riunione del 2010, otto anni prima del crollo, recita: «Emerse che...

(RIVOLUZIONE COMUNISTA)

NELL’80° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE A SANT’ANNA DI STAZZEMA, proseguiamo la RESISTENZA ATTIVA al ritorno (anche nella sfera istituzionale) dell’estrema destra

Opponiamoci pure a chi prova a riscrivere la storia in senso revisionista o a depistare la ricerca della verità, non solo processuale
IN RICORDO del partigiano e poi sindacalista OMERO ANGELI L’Unione Sindacale Italiana Usi, fondata nel 1912 e ricostituita secondo i principi fondativi, statutari originari, ribadisce che il contrasto al nazifascismo, specie dopo il ritorno, in Italia e soprattutto in Europa, delle destre anche estreme a livello istituzionale, è ancor una pratica attuale e concreta, da esercitare a livello culturale, sociale e di autodifesa collettiva e di massa, proseguendo il lavoro fatto e le dichiarazioni, di fonte costituzionale e legislativa, che mettono al bando le organizzazioni e i partiti, che direttamente...

( Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 e ricostituita segr. collegiale naz/esecutivo naz confederale Cuneo-Rimini-Roma-Caserta e Associazione Usicons aps (accreditata al RUNTS))

Lucio Libertini e… la Bolognina

Da rifondazione.it Quando si apre il dibattito sulla trasformazione del Partito Comunista in un nuovo e inizialmente non ben definito soggetto politico (“la cosa”), Libertini si schiera nettamente sul fronte del “no”. Una posizione che terrà per tutto il percorso dal quale nasceranno il Partito Democratico della Sinistra e il Partito della Rifondazione Comunista. Libertini, come sappiamo, sarà uno dei promotori e fondatori di questa seconda esperienza politica. Sintetizzando le ragioni del “no”, Libertini contesta che la questione del nome sia irrilevante, perché esso identifica...

SICUREZZA E SALUTE DEL LAVORO E MEMORIA STORICA: MARCINELLE, 8 AGOSTO 1956, UNA “CATASTROFA” ANNUNCIATA

AGOSTO 1956, la strage su lavoro nella miniera di MARCINELLE in Belgio, con bilancio finale di 262 morti, di cui 136 di emigrati italiani. Causa dell’ennesima STRAGE ANNUNCIATA PER LE CARENZE DI PREVENZIONE E DI CONTROLLO, definita la “CATASTROFA” nel linguaggio ibrido dell’epoca tra i migranti, un incendio scoppiato a quota 975 della miniera, nel distretto carbonifero di Charleroi. I minatori morirono a causa di un banale e prevedibile incidente, dovuta alla mancata applicazione di semplici misure di protezione, dalla disorganizzazione che utilizzava e sfruttava, allora come oggi la...

Un passo decisivo verso la nascita della Rete Liberi/e di lottare – Fermiamo il DDL 1660

Report sull’assemblea on line di domenica 4 agosto Anche questa volta, oltre le previsioni. La riunione on line di ieri, domenica 4 agosto, ha infatti ulteriormente allargato le adesioni e meglio definito il percorso verso la formazione di una Rete nazionale contro il DDL 1660 e i precedenti decreti sicurezza, per la libertà di lottare contro le guerre del capitale e l’economia di guerra, contro il genocidio a Gaza; in difesa dei picchetti operai e del diritto di sciopero; di lottare contro la precarietà, contro le grandi opere, le cause della crisi climatica, il saccheggio del territorio,...

(A cura di: Movimento 7 novembre, Laboratorio politico Iskra, Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Un crimine dell'imperialismo statunitense

79 anni fa, il 6 agosto del 1945, i terroristi yankee sganciarono la prima bomba atomica della storia (battezzata con il nome in codice "Little Boy", secondo la curiosa balordaggine militaristica ed infantile tipica degli USA), sulla popolosa città nipponica di Hiroshima, che fu rasa al suolo in un solo istante, sterminando 100mila persone al primo impatto. Tre giorni dopo, il 9 agosto, quei "bravi ragazzi" replicarono il loro crimine su Nagasaki. Le atroci ed indescrivibili sofferenze cagionate dai terribili effetti radioattivi, che contaminarono in maniera irrimediabile...

(Lucio Garofalo)

Cosa rimane della politica ambientale europea?

Presentiamo nella nostra traduzione un interessante articolo sulla questione ambientale apparso nell’edizione n. 663 di “La Forge”, Organo centrale del Partito Comunista degli Operai di Francia (PCOF). Mentre la crisi climatica, generata dal modo di produzione capitalistico, si manifesta in maniera sempre più grave, con drammatiche conseguenze sui lavoratori e i popoli, la borghesia subordina ogni decisione al riguardo ai voraci interessi dei monopoli. I mezzi e le misure per evitare la catastrofe ecologica non vengono adottati perché ciò recherebbe pregiudizio ai profitti smisurati...

(piattaformacomunista.com)

Dalla militarizzazione delle scuole a quella dei territori

Il 14 agosto 2024: un momento di discussione alla Festa Rossa di Lari
MERCOLEDI' 14 AGOSTO 2024 H 18:15 DALLA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE A QUELLA DEI TERRITORI Come il pensiero unico neoliberista forgia le menti delle nuove generazioni e alimenta l'economia di guerra con investimenti sempre maggiori nell'apparato militare e devastando il territorio con nuove basi, come quella a progetto nei territori di Pisa e Pontedera Ne parliamo con: ANTONIO MAZZEO [giornalista, autore del libro "La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell'istruzione in Italia"] FAUSTO PASCALI [Movimento NO BASE Pisa] LORENZO TAMBERI [Movimento NO BASE Pontedera] Modera: DENISE...

Un'assurda ed enorme "gogna mediatica"

Sono a dir poco nauseato ed amareggiato per l'assurda vicenda che vede come protagonista, suo malgrado, Imane Khelif. Negli ultimi giorni, la pugile algerina ha dovuto subire una feroce, disgustosa ed abominevole "gogna mediatica", un'inaudita montagna di cattiverie e di infamie, di tutto e di più: accuse, insinuazioni, falsità ed ingiurie oltremodo denigranti, calunnie, giudizi sprezzanti e via discorrendo, da parte non solo di persone comuni, aduse a "sfogarsi" sul web, sui vari social network, bensì pure di esponenti politici, giornalisti e addirittura ricchi e potenti...

(Lucio Garofalo)

STAZIONE DI BOLOGNA, ANCORA LONTANA LA RICERCA DELLA VERITA’ SUI REALI MANDANTI DELLA STRAGE DI STATO DEL 2 AGOSTO 1980

DOPO 44 ANNI, ANCORA LONTANA MALGRADO COMMISSIONI PARLAMENTARI DI INCHIESTA E SENTENZE CHE DICHIARANO DI VOLER ATTRIBUIRE LE RESPONSABILITA’ DEGLI ESECUTORI MATERIALI, LA VERITA’ non solo processuale, SUI REALI MANDANTI DELLA PIU’ SANGUINOSA STRAGE DI STATO (65 morti e più di 200 feriti), del 2 agosto 1980. Restano ancora intatti, la memoria e il ricordo che bruciano al culmine di quella che fu definita la “strategia della tensione”, come fu definita all’epoca, L’orologio della stazione, è rimasto fermo alle 10.25 del mattino, ora in cui scoppiò l’ordigno che causò questa...

( USI Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 e ricostituita Segreteria nazionale collegiale Cuneo/Rimini/Caserta/Roma)

Per organizzare la mobilitazione contro il DDL 1660 Piantedosi- Nordio-Crosetto

Domenica 4 agosto, ore 10, nuova assemblea on line
I promotori dell’assemblea on line del 21 luglio (Movimento dei disoccupati 7 novembre, Laboratorio politico Iskra, Tendenza internazionalista rivoluzionaria) hanno inviato oggi questo messaggio agli organismi e alle organizzazioni che hanno preso parte all’assemblea di domenica scorsa, e a quelli che hanno manifestato l’intenzione di parteciparvi. Care/i, in conclusione della nostra riunione di domenica scorsa, eravamo rimaste/i d’intesa di risentirci ai primi di agosto per tracciare insieme un piano di mobilitazione unitaria per l’autunno. Dopo un’ampia consultazione, vi scriviamo...

(Il Pungolo rosso)

Il fascismo fu totalitario perché plurale e trasformista

Con l’adozione di nuovi strumenti metodologici, Carlo Ruta riapre con successo e con argomenti forti la discussione sulla dittatura mussoliniana, introducendo la categoria di fascismo plurale, che, coordinata con l’elemento trasformistico, permette di ridefinire la storia del regime italiano e le condizioni di base del totalitarismo. Nel suo Il fascismo eterno, Umberto Eco sosteneva che «fascismo» è un concetto che non ha un’essenza, ma dai significati plurali e dai confini incerti e sfumati: tra i fascismi ci sarebbero solo «somiglianze di famiglia» nel senso di Wittgenstein. Discutendo...

(Terminal Distribuzione Srl)

LE PROTESTE DEI GIOVANI PROLETARI IN KENYA

Dal n. 139 di "Alternativa di Classe" Il Kenya ha una popolazione di oltre 53 milioni di abitanti, con una crescita annua del 2,19% e con una densità di 94 abitanti per kmq, dunque un mercato molto importante dal punto di vista demografico. Il Kenya è uno dei Paesi più avanzati nello sviluppo capitalistico dell'Africa. L'economia di esportazione del Kenya è incentrata sulla produzione agricola. Il settore agricolo resta la spina dorsale dell'economia keniana. Il 65% dell'export del Kenya deriva infatti da tale settore. Le principali colture per l'esportazione sono quelle del tè e...

(Alternativa di Classe)

PER ROMA CAPITALE: PRECISAZIONI E INTEGRAZIONI IN SEGUITO ALLA NOTA DEL DIP. SCUOLA, LAVORO E FORMAZIONE DATATA 24 LUGLIO

27 Luglio 2024 ore 09:09
Al Sindaco di Roma Capitale )omissis) – Segreteria e Uff. Gabinetto e mail All’Assessora p.t. alle Pol. Educative e Scolastiche, Lavoro e Formazione (omissis) All’Assessore con delega al personale/RR.UU. (omissis) via e mail Alla Direzione del Dipartimento Scuola/nido, Famiglia, Lavoro e Formazione via e mail (omissis) Alla Presidente dell’Assemblea Capitolina (omissis) e segr. Pres. Ass. Cap. via e mail Ai capigruppo consiliari, a consiglieri-e di Roma Capitale via e mail Ai Presidenti e segreterie p.t. delle CC.CC.PP. Scuola/nidi/pol. educative (omissis), Lavoro, Formazione, Cultura,...

Concentrazioni finanziarie e bancarie

26 Luglio 2024 ore 09:29
Il fenomeno – particolarmente ingigantitosi negli ultimi decenni e riguardante fusioni, acquisizioni e alleanze strategiche fra banche anche di Stati diversi – ha riguardato gran parte del mercato del credito e attuato una importante trasformazione morfologica del sistema bancario internazionale. Con dirette conseguenze sulla dilagante finanziarizzazione del capitalismo. Prima della crisi del 1929, enormi masse di denaro in deposito erano state immobilizzate in prestiti industriali a lungo termine; le difficoltà per una loro valorizzazione e l'impossibilità di restituirle ai legittimi creditori,...

(leftcom.org)

Segnalazione di rilievi, mediante documento d'intervento, alle cooperative svolgono attività nelle portinerie e nelle sedi dell’Ateneo di Roma 3

25 Luglio 2024 ore 09:55
Roma, 24 luglio 2024 pagine 3 totali via e mail - loro sedi Alla c.a. soc. coop. sociale 134 – Rimini (omissis) Alla c.a. soc. coop sociale Copura – RAVENNA (omissis) alla c.a. (omissis) di CNS (aggiudicataria appalto servizi integrati e gestione del patrimonio Ateneo di Roma 3) via e mail Alla c.a. del coordinamento dell’appalto via e mail portinerie (omissis) p.c. Alla c.a. del Direttore Generale p.t. Università degli Studi ATENEO di Roma Tre (omissis) OGGETTO: segnalazione (allegata e parte integrante) e intervento sostegno, da parte di O.S. Unione Sindacale Italiana fondata nel...

"FREE LEONARD PELTIER". UN INCONTRO A VITERBO CON LA DOTTORESSA ANTONELLA LITTA

La mattina di mercoledì 24 luglio 2024 si è svolto a Viterbo, presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera", un incontro di studio, di riflessione e di testimonianza con la dottoressa Antonella Litta. * Una minima notizia sulla dottoressa Antonella Litta Antonella Litta ha svolto l'attività di medico di medicina generale a Nepi (Vt). E' specialista in Reumatologia ed ha condotto una intensa attività di ricerca scientifica presso l'Università di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione di uno tra i primi e più importanti...

("Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo)

L'ANTIFASCISMO E' UNA PRATICA

MUNICIPIO ROMA XI: IN RICORDO DEI FRATELLI CERVI "PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA"
MEMORIA STORICA IN RICORDO DEI FRATELLI CERVI, ASSASSINATI COME PARTIGIANI RESISTENTI...L' ANTIFASCISMO "NON SI MANGIA"? MA QUANDO MAI, IL 25 LUGLIO 2024, "PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA" ANCHE AL MUNICIPIO ROMA XI, A PARTIRE DALLE ORE 19-19.30, IN VIALE VENTIMIGLIA APPUNTAMENTO DAVANTI AL TEATRO SAN RAFFAELE, dove sarà possibile firmare per il referendum abrogativo dell'antisociale legge 86/2024, sull'AUTONOMIA DIFFERENZIATA. Promuove come negli anni precedenti la sezione locale di ANPI "Franco Bartolini" con la collaborazione di altre associazioni del quartiere...

Più alberi = più ossigeno e meno CO2

Non sono assolutamente un esperto in materia di clima "et similia", tuttavia ritengo che l'urgenza più grave e prioritaria a livello globale ed ambientale, in questo momento storico, non sia costituita tanto dall'aumento in sé delle emissioni di CO2, dovuto al consumo energetico selvaggio di idrocarburi, quanto soprattutto dalla devastazione irrazionale e inarrestabile dei boschi e delle foreste, ovverosia di quelle fabbriche viventi di ossigeno che sono gli alberi. Com'è noto anche agli alunni della primaria, per nutrirsi e sopravvivere le piante devono svolgere la fotosintesi clorofilliana,...

(Lucio Garofalo)

Contro il DDL 1660 Piantedosi-Nordio-Crosetto: il primo passo è fatto. Ora bisogna procedere spediti ai passi successivi

Report sulla assemblea on line del 21 luglio
Se era necessaria una prova che quando un tema è ritenuto importante non bisogna farsi fermare dai tempi di ferie, l’assemblea on line di ieri l’ha data. Tanto per la partecipazione, nettamente superiore al previsto (abbiamo dovuto ricorrere ad un secondo link per allargare il numero degli ammessi al collegamento a 130, ma purtroppo, e ce ne scusiamo, altre decine non siamo riusciti ad ammetterli), quanto per la varietà degli organismi presenti, l’intensità del confronto, il numero degli interventi e – non ultimo – la sostanziale convergenza delle analisi e delle proposte. L’introduzione...

(A cura degli organizzatori dell’assemblea: Movimento 7 Novembre, Laboratorio politico Iskra, Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO

22 Luglio 2024 ore 19:02


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






L'articolo VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO proviene da Giubbe Rosse News.

Marta va reintegrata

22 Luglio 2024 ore 09:31
nessuno resta indietro!
I lavoratori della Diaconia Valdese aderenti al CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario) hanno promosso due ore di sciopero per il 19 luglio con presidio a Milano. Le Diaconie sono un ente ecclesiastico che si “occupa di anziani, minori e giovani, disabili, adulti in difficoltà, migranti e attività di volontariato”, cosi recita il “chi siamo” del loro portale. In accordo a questa missione a favore dei poveri l’invito a donare l’8 per mille va a finanziare associazioni, cooperative e prese in carico di appalti vari. Tanti nomi per tante declinazioni, tante mission ma a ben vedere...

(COORDINAMENTO DI LOTTA DELLE COOOPERATIVE SOCIALI)

Per l'unità contro la repressione. Giù le mani dalle compagne e dai compagni

Nella prima mattinata di mercoledì la Polizia si è recata presso le abitazioni di alcune compagne e compagni del SiCobas di Napoli, del Laboratorio Politico Iskra e del Movimento Disoccupati 7 Novembre per notificare la messa in atto di provvedimenti giudiziari per contestate reati di resistenza, lesioni personali, danneggiamento, manifestazione non autorizzata. Per quattro di essi, su diciotto indagati, è scattato l'obbligo di firma per tre giorni alla settimana. I reati contestati si riferiscono alla manifestazione del 13 febbraio, durante la quale sono stati caricati dalle forze dell'ordine...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

ANCHE L'ITALIA CERCA PIU' PESO MILITARE IN UNO DEI DUE SCHIERAMENTI IMPERIALISTI

Editoriale del n. 139 di "Alternativa di Classe" Quanto poco, in questa fase storica, abbiano a che vedere, i risultati elettorali delle ingegnerie istituzionali delle democrazie borghesi con la fotografia dei reali rapporti di classe, lo confermano le elezioni francesi. Oltre al fatto, ormai consolidato ovunque, che le percentuali ottenute si riferiscono ai “voti validi”, invece che alla platea dei votanti, nel caso francese è proprio il merito a renderlo palese. I calcoli politici di E. Macron si sono rivelati sostanzialmente giusti. L'esito del primo voto, quello del 30 Giugno...

(Alternativa di Classe)

Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni

20 Luglio 2024 ore 12:36
23 anni or sono, il 20 luglio del 2001, Carlo Giuliani era solo un ragazzo di 23 anni. Era nato nel 1978, un anno di straordinari cambiamenti intervenuti nella società italiana, anzitutto sul fronte dei diritti e delle libertà civili e del costume. Si pensi solo a due leggi di fondamentale rilievo storico promulgate in quell'anno: la legge 180 del 13 maggio 1978 (giusto per la cronaca, 4 giorni dopo gli omicidi, di matrice mafiosa e brigatista, del Compagno Peppino Impastato e del leader democristiano Aldo Moro), meglio nota come Legge Basaglia, che prese il nome da Franco Basaglia, il fondatore...

(Lucio Garofalo)

E' uscito il n. 139 di Alternativa di Classe

20 Luglio 2024 ore 09:12
Indice: Attualità politica. Anche l'Italia cerca più peso militare in uno dei due schieramenti imperialisti.....................................pag. 1; Politica internazionale. Le proteste dei giovani proletari in Kenya....................................................................................pag. 4; Ricorrenze storiche. La liberazione nazionale del Nicaragua............................................................................................ pag. 6; Corrispondenza dalla Sicilia. L'acqua: ancora una questione di classe.............................................................................pag....

(Alternativa di Classe)

PER RICORDARE IL G8 DI GENOVA, 23 ANNI FA. Per ricordare SEMPRE CARLO GIULIANI, assassinato il 20 luglio 2001

FIRMIAMO E FACCIAMO FIRMARE PER IL REFERENDUM ABROGATIVO DELLA LEGGE ANTISOCIALE SULL'AUTONOMIA DIFFERENZIATA
Il Nuovo Ordine Mondiale sembra oggi, un consolidato meccanismo di controllo e dominio economico finanziario, culturale su gran parte della popolazione mondiale e sulle classi lavoratrici. Ancora nel 2024, per mantenere equilibri e dominio, il capitalismo ha bisogno delle GUERRE e degli affari connessi, per ribadire la propria forza brutale e ottenere profitti, facendo pagare i costi della crisi, a giustificazione di sfruttamento, delle persone e della natura e del mantenimento del controllo sociale, ai 4/5 della popolazione. Eppure da Seattle nel 1999, un movimento internazionale di protesta...

Negare il patrocinio alla partita Italia-Israele è giusto

Rifondazione Comunista sostiene la scelta del Sindaco De Toni Accogliamo con soddisfazione la decisione del Comune di Udine di non concedere il patrocinio alla partita Italia – Israele. Sappiamo bene che le motivazioni profonde di questa scelta, che riteniamo tanto coraggiosa quanto giusta, forse non sono del tutto sovrapponibili alle posizioni del Partito della Rifondazione Comunista, che legge nell’azione del governo israeliano un chiaro ed esplicito intento di genocidio nei confronti del popolo palestinese, a cui va da sempre tutta la nostra solidarietà. E tuttavia esprimiamo con fermezza...

(Anna Manfredi Segretaria circolo di Udine Rifondazione Comunista)

VITTORIA OPERAIA CONTRO I LICENZIAMENTI

19 Luglio 2024 ore 09:11
La lotta operaia risolve un altro importante problema occupazionale nel piacentino. Si è chiusa la vertenza Bosch, che vedeva inizialmente 138 lavoratori "scaricati" dalla multinazionale e dal suo operatore logistico di riferimento Geodis: centinaia di persone considerate "esubero" come numeri, quindi licenziate senza nessuna garanzia di salario per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie. L'accordo imposto con la forza operaia dalla nostra organizzazione sindacale prevede la ricollocazione di 70 lavoratori (60 nei siti Geodis di Piacenza e Castel San Giovanni, 10 nel...

(Si cobas)

Sull'emergenza microclima nella sede di Risorse per Roma in Via degli Archivi

18 Luglio 2024 ore 18:21
Richiesta provvedimenti a tutela salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici
Da: RSA USI 1912 All'Amm.re Unico p.t. di RpR e alla Segreteria dell'Amministratore Unico Al Direttore Generale p.t. Soc RpR SpA Al RSPP della Soc. RpR Roma Al Segretariato Generale di RpR SpA via e mail inoltrata Data: 16/07/2024 13:34 Oggetto: Segnalazione e richiesta provvedimenti a tutela salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici - Emergenza microclima piazzale degli Archivi Spettabile Azienda, riceviamo da numerosi lavoratori e lavoratrici assegnati alla sede di piazzale degli Archivi la notizia del mancato funzionamento dell'impianto di condizionamento nell'intero stabile,...

(RSA USI 1912 C.T.&S. Risorse per Roma S.p.A. Unione Sindacale Italiana USI 1912)

E CONTINUARONO A CHIAMARLA…”EMERGENZA”: IL “RACIMOLAMENTO” DEGLI SPICCIOLI IN BILANCIO DI ASSESTAMENTO 2024 ALLA REGIONE LAZIO…

18 Luglio 2024 ore 18:06
RESOCONTO (commentato) della MANIFESTAZIONE E PRESIDIO DEL 15 LUGLIO 2024 SOTTO LA REGIONE LAZIO a GARBATELLA, PER ADEGUAMENTI TARIFFE ORARIE SERVIZI SOCIO SANITARI E SOCIALI-ASSISTENZIALI E L’INTEGRALE APPLICAZIONE DEL CCNL
ENTI LOCALI, METTETE MANO AL PORTAFOGLIO E PIANIFICATE GLI ADEGUAMENTI DELLE TARIFFE NEGLI ASSESTAMENTI E MANOVRE DI BILANCIO, SECONDO I COSTI REALI, FATE APPLICARE INTEGRALMENTE I CONTRATTI COLLETTIVI DI LAVORO! Dopo il primo presidio al Campidoglio del 4 luglio scorso (oltre 200 lavoratori e lavoratrici, “cooperanti” come li chiamano alcuni esponenti delle Centrali Cooperative Legacoop-Legacoopsociali, Federsolidarietà/Confcooperative,Agci e Forum del Terzo Settore, promotori delle due manifestazioni), il 15 luglio si è svolto quello convocato sotto la Regione Lazio a Piazza Oderico da...

(Unione Sindacale Italiana Usi fondata nel 1912 e ricostituita Associazione USICONS aps)

DOMENICA 21 LUGLIO – ORE 10 – ASSEMBLEA ONLINE CONTRO IL DDL ULTRA-REPRESSIVO N. 1660 (Piantedosi-Nordio-Crosetto)

Care/i compagne/i, il Ddl 1660 Nordio-Piantedosi-Crosetto, attualmente in discussione alla Camera, rappresenta il suggello dell’offensiva reazionaria e repressiva portata avanti dal governo Meloni. Questo Ddl configura chiaramente il tentativo di attuare un “regolamento dei conti finale” con TUTTE le realtà e le esperienze di lotta a livello nazionale. Nelle misure previste dal Ddl ce n’è davvero per tutti: dalle “pene esemplari” (fino a 20 anni nell’ultima “revisione” proposta dalla Lega) per chi protesta contro le “grandi opere” (non solo la TAV, anche il ponte sullo...

(Movimento di lotta disoccupati 7 novembre -Laboratorio politico Iskra - Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria)

PIENA SOLIDARIETÀ ALLA COMPAGNA MIMÌ ERCOLANO E A TUTTI COLORO CHE, IERI A NAPOLI, SONO STATI COLPITI DALLA REPRESSIONE!

È ancora in discussione il DDL Nordio Piantedosi e il governo Meloni si riconferma nella sua azione più bieca e vigliacca nello sbarrare il passo a tutti quei movimenti che da sempre si battono per il reddito, il lavoro, contro la schiavitù salariale, per una vita dignitosa. Oggi con odiose misure cautelari ieri, e sempre, con le manganellate a chi è costretto tutti i giorni a stare nelle strade, in piazza e davanti al cancelli a rivendicare reddito e condizioni dignitose di vita che le scelte scellerate di questo governo, impegnato nel sostegno a tutte le guerre per una nuova spartizione...

(Comitato 23 Settembre)

Latina: il PCI dà il benvenuto al Prefetto Ciaramella indicando le priorità nella lotta alle mafie e al caporalato

In questi giorni si è proceduto all’insediamento del Prefetto di Latina, dott.sa Vittoria Ciaramella. Come noto è fondamentale l’apporto che possono dare i “terminali” dello Stato, i fedeli funzionari della Repubblica, ai territori, tanto più se sottoposti a gravi e seri problemi. Già nelle prime parole di saluto, la dott.ssa Ciaramella si è presentata con un chiaro profilo. Così ha dichiarato: "Conosco bene il territorio - commenta subito - Mi sento a casa e mi fa piacere essere tornata. Ritengo sia fondamentale improntare il lavoro nella massima trasparenza, perché è importante...

(Maurizio Aversa)

A proposito del “Nuovo Fronte Popolare” francese (e di tutte le possibili imitazioni altrove)

17 Luglio 2024 ore 08:51
Dopo l’ubriacatura, ci si risveglia con il mal di testa. Così, non appena conosciuti i risultati della tornata elettorale, la “sinistra” francese ha ballato tutta la notte del 9 luglio scorso, suscitando l’invidia degli aspiranti imitatori in giro per il mondo che si propongono di seguirla al più presto; ma poi... Ma poi, Macron o non Macron, Mélanchon o non Mélanchon, LePen o non LePen, ecco che bisogna fare i conti con le dure leggi del Capitale, cui gli omini e le donnine del Grande Avanspettacolo Democratico debbono inchinarsi obbedienti. E allora sì che il mal di testa impera! Nella...

(Partito comunista internazionale (il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

L'estinzione politica della "sinistra" in Italia

16 Luglio 2024 ore 12:21
In Italia, da oltre vent'anni la sedicente "sinistra", non avendo più dei punti di riferimento ideologici, né una netta ispirazione anti-capitalistica ed anti-imperialistica, né una piattaforma politica seria, coerente e credibile agli occhi delle fasce popolari subalterne, vale a dire un programma convincente, radicale ed alternativo rispetto all'egemonia del "pensiero unico", valori e contenuti antagonistici rispetto all'ideologia neoliberista, ebbene, tale "sinistra" ha oramai perso ogni bussola e naviga in maniera disorientata. Per cui si limita a denigrare...

(Lucio Garofalo)

Le mosse della NATO per la “grande guerra”

Poche ore prima del vertice NATO a Washington di martedì 9 luglio, decine di bambini e adulti hanno perso la vita quando è stato colpito il più grande ospedale pediatrico di Kiev. Il governo ucraino ha affermato che l’ospedale è stato colpito da un missile russo Kh-101. La parte russa ha affermato che il missile che ha colpito l’ospedale pediatrico era un missile difensivo lanciato dall’Ucraina. Poiché “i fatti muoiono prima” in un ambiente di guerra, non abbiamo dati per confermare o smentire nessuna delle due affermazioni. A seguito di questo attacco, l’Ucraina ha chiesto un...

(Articolo a firma di Yücel Özdemir, pubblicato su “Evrensel Daily” il 12 luglio 2024)

Albo educatori: un ulteriore balzello per i lavoratori e lavoratrici!!

16 Luglio 2024 ore 10:19
Potremmo iniziare da quella professionalità evocata in modo strumentale per legittimare albi e ordini, la realtà è quella del profitto cannibale a vantaggio e interesse personale di pochi. Chi lavora in un contesto di criticità generale e con bassi salari, vorrebbe vedere ben altro, invece, si trovano di fronte organismi inutili per chi lavora, proficui per chi si erge a paladini della professione, coloro che sono pronti ad insegnare, organizzare e rappresentare il più delle volte male, ma con una certezza, il loro stipendio sarà più alto. Quando si parla di albi e ordini, dobbiamo aver...

( coordinamento di lotta Coop. sociali S.I COBAS F.P)

PER UN BUON LAVORO, PER UN BUON SERVIZIO… ANCHE LA REGIONE LAZIO DEVE FARE LA SUA PARTE!

15 Luglio 2024 ore 09:10
Comunicato sindacale e volantino, con INVITO A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE INDETTA PER IL 15 LUGLIO 2024 A ROMA, DALLE 17.30 A PIAZZA ODERICO DA PORDENONE 15, presso la REGIONE LAZIO. Un passaggio (promosso dalle centrali cooperative Legacoop e Legacoopsociali, Federsolisarietà, Cnfcooperative, Agci e Forum del Terzo Settore) nel quale faremo sentire la nostra voce e ribadiremo le nostre posizioni. CONTRASTIAMO IL DISEGNO DI LEGGE DELLA REGIONE LAZIO PER LE PERSONE AFFETTE DA PATOLOGIE DSA (Disturbi dello Spettro Autistico) e delle varie forme di disabilità, con USO STRUMENTALE E DISTORTO,...

(Unione Sindacale Italiana Usi fondata nel 1912 e ricostituita Associazione USICONS aps)

Livorno, 17 luglio: basta guerre e fabbriche di morte!

Alle ore 21.00 Presidio in Terrazza Mascagni Gli ultimi sviluppi sulle politiche di guerra avallate dall'attuale governo coinvolgono direttamente anche il nostro territorio. Da una parte il passaggio della ex Wass da Leonardo a Fincantieri che riguarda lo stabilimento in via di Levante a Livorno. Nonostante il passaggio, il sito continuerà a produrre armamenti come siluri e sonar e ad essere di conseguenza complice di guerre in varie parti del mondo senza aver, oltretutto, garantito la stabilità occupazionale. Motivo per cui, lo scorso venerdì 12 luglio, eravamo davanti alla Ex Wass per chiedere...

(Coordinamento Antimilitarista Livornese Rete Livorno contro le guerre)

L'antisemitismo di Israele verso i Palestinesi

Chiunque abbia difeso finora il governo di Israele, si arrampica sugli specchi in modo goffo e maldestro per avallare le assurde “ragioni” di uno Stato rivelatosi terrorista e criminale. Ma è impensabile, oltre che immorale, avallare una linea strategica priva di qualunque fondamento razionale, per cui rischia di ritorcersi contro chi la sostiene. Nessuno che davvero conti all’interno della “comunità internazionale” ha osato condannare gli atti di terrorismo di Stato commessi da Israele contro popolazioni inermi come quelle presenti nella striscia di Gaza. Nemmeno l’attuale pontefice...

(Lucio Garofalo)

Il PCI Lazio rinnova denuncia. Caporalato: la schiavitù nel terzo millennio

14 Luglio 2024 ore 15:36
Bruno Barbona, segretario PCI Lazio, presenta una nota di solidarietà e lotta
Anche nelle ultime settimane, purtroppo a seguito dei livelli di inumanità ormai raggiunti ma di cui troppo poco si parla anche nella informazione quotidiana, abbiamo assistito a vittime sul lavoro nei campi. Ciò ha determinato una grande mobilitazione: ad esempio a Latina, dove il PCI ha partecipato alle manifestazioni unitarie ed a quelle della comunità indiana. “Va sempre denunciato l’aspetto che opera alla base di tutto questo - commenta il segretario regionale del PCI, Bruno Barbona - Nel settore agricolo il 98% dei rapporti è fuorilegge. Seicentoventi episodi di caporalato scoperti...

(Maurizio Aversa)

Mani potenti sulla scuola

14 Luglio 2024 ore 09:03
Quando fu approvata l’autonomia scolastica del ministro Luigi Berlinguer, in applicazione della legge Bassanini del 1997, fummo tra i pochi a considerare quella riforma l’inizio di una deriva aziendalista, che avrebbe snaturato la Scuola della Costituzione, la sua indipendenza e il diritto allo studio. In Parlamento Rifondazione Comunista naturalmente votò contro Tra i tre regolamenti, che corredavano il provvedimento, vi era quello che consentiva alle scuole di fruire di fondi erogati da privati, quello più pericoloso, paradossalmente proprio per l’autonomia delle scuole. A distanza...

(Loredana Fraleone - Responsabile Scuola Università Ricerca del PRC/SE)

Ex WASS: BASTA FABBRICHE DI MORTE! RICONVERSIONE CIVILE E LAVORO PER TUTTI

A Livorno, ieri, si è svolta questa lodevole iniziativa, di cui riportiamo il comunicato. Essa prelude a un ulteriore presidio, che si svolgerà mercoledì 17 e che muove dal medesimo intento: denunciare le responsabilità italiane nelle guerre in corso e la militarizzazione dei territori. Il passaggio dell'Ex WASS da Leonardo a Fincantieri mantiene la produzione bellica e non garantisce gli attuali livelli occupazionali. Sinergie, economie di scala, competitività, accorpamento sono tutte parole magiche che nascondono il ricatto occupazionale. La produzione per la guerra è una trappola. Per...

(Coordinamento Antimilitarista Livornese Rete Livorno contro le guerre)

È uscito il n. 3/2024 de “il programma comunista”

13 Luglio 2024 ore 18:13
Contiene: Editoriale: La guerra si addice allo stato imperialista, democratico e fascista. Articoli: Ennesima strage di lavoratori. Chi è l’assassino?; Una nuova genia di “affossatori del marxismo” (II); Pro memoria per i senza memoria; Monfalcone, fronte del mondo; Le proteste “pro Palestina” nelle università; La memoria corta dell’antifascismo; Nostri volantini: Primo Maggio 2024. Contro tutte le guerre imperialiste!; Vita di Partito: Primo Maggio. Il numero (a 8 pagine) è disponibile sul nostro sito www.internationalcommunistparty.org e può essere richiesto in cartaceo scrivendo...

(La redazione de "il programma comunista")

Il "talento sprecato" o la mercificazione del talento

In passato qualcuno mi ha rimproverato di avere sprecato il mio "talento", di aver dissipato il mio ingegno e le mie qualità nell'arte della scrittura. È probabile che abbiano un po' di ragione. Tuttavia, mi piacerebbe capire che cosa significhi "sprecare" un talento. Si intende, per caso, non saper sfruttare il talento creativo per fare soldi, ottenere successo e roba del genere? Ma da quando chi scrive bene riesce ad arricchirsi in un mondo come il nostro? In un’economia di mercato i profitti si ottengono solo vendendo merci ed i soldi si fanno con i soldi… degli altri!...

(Lucio Garofalo)

Progetto Comunista (numero 134, estate 2024)

12 Luglio 2024 ore 11:41
Il mensile delle lotte e del socialismo
Politica Salari e vacanze fermi al palo, le lotte no! Editoriale di Massimiliano Dancelli Il piano strutturale a medio termine: un cappio al collo per la classe lavoratrice di Mario Avossa Europee: un voto contro i regimi borghesi capitalizzato dalle destre Dichiarazione dell’Esecutivo del Pdac Elezioni amministrative: un buon risultato per il nostro Partito a Cremona A cura della redazione Sindacato e lotte Contratti nazionali: perché i salari non crescono e i diritti si perdono? di Diego Bossi (operaio Pirelli) Referendum Cgil: la nostra posizione nota dip. sindacale...

(Partito di Alternativa Comunista)

Relazione (tratta da Le borgate del fascismo di L. Villani) per il Convegno-dibattito svoltosi il 6 luglio 2024 presso l'ex scuola Baccelli

Una delle caratteristiche prioritarie, dei regimi totalitari e del fascismo in Italia, fu la tendenza a permeare e modellare, a proprio uso e consumo, tutti gli aspetti della vita delle persone, in pratica dalla nascita fino alla morte. Lo studio, l’educazione giovanile, la vita sociale, familiare, lavorativa, la propaganda finalizzata alla costruzione del perfetto “bravo italiano” fedele ai valori patriottici e identitari (Dio, Patria e Famiglia), di presunta “etnia italica” (scientificamente inesistente, ma spacciata con pseudo criteri razionalistici …sic), svolsero una funzione...

(A cura di Roberto Martelli (Usi 1912))

No alla condanna a morte di Sharifeh Mohammadi

Protestiamo contro la repressione degli ayatollah
Tramite Il Pungolo rosso harifeh Mohammadi, donna ingegnere iraniana di 45 anni e madre di una figlia di 12 anni, è stata condannata a morte con l’accusa di Bagh-ye (sommossa o ribellione armata contro l’Imam o l’autorità islamica) per il suo coinvolgimento nel Comitato di Coordinamento per la Formazione dei Sindacati del Lavoro e la sua presunta associazione con il Partito Komala. La condanna è stata emessa dalla Prima Sezione del “Tribunale Rivoluzionario” di Rasht, nella provincia a maggioranza curda di Gilan. A pochi giorni dall’elezione del candidato “riformista” alla...

(SI Cobas – Commissione per la Solidarietà Internazionale)

UNIVERSITA' ROMA 3: AGGRESSIONI, INTIMIDAZIONI E MINACCE VERBALI AL PERSONALE DELLE PORTINERIE

10 Luglio 2024 ore 12:37
Segnalazione e richiesta intervento da Usi 1912
Roma, 8 luglio 2024 via e mail loro sedi Alla c.a. soc. coop. sociale 134 info@134.coop RIMINI Alla c.a. soc coop sociale Copura copura@copura.it RAVENNA alla c.a. Dott.ssa Barbara Piccirilli CNS (aggiudicataria appalto servizi integrati e gestione del patrimonio Ateneo di Roma 3) c/o CNS e via e mail (con allegato) Alla c.a. del coordinamento dell’appalto via e mail portinerie cns.portinerie@uniroma3.it p.c. Alla c.a. del Direttore Generale p.t. Università degli STUDI Roma Tre Arch. Alberto Attanasio direttoregenerale@uniroma3.it alberto.attanasio@uniroma3.it OGGETTO: segnalazione...

(Trasmette per Usi 1912 e sezione sindacale nell’appalto – il segr. Intercategoriale p.t. Roberto Martelli)

Ancora soldi per la militarizzazione del territorio di Pisa

Non ci sono i soldi per la sanità pubblica, non ci sono soldi per la scuola pubblica, non ci sono soldi per i servizi sociali ai cittadini; i lavoratori e le lavoratrici e le loro famiglie ogni giorno patiscono il “dimagrimento “ dei loro salari e stipendi, non si stanziano risorse per le pensioni da fame, per i disoccupati e gli indigenti. Eppure i soldi per la militarizzazione del territorio e il riarmo si trovano sempre! Infatti il governo Meloni ha stanziato i primi 20 milioni (dei 190 previsti dal governo Draghi) di euro per la nuova base all’ex Cisam che ospiterà il 1° Reggimento...

(Militanza Comunista Toscana Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia)

Contro i femminicidi - Un'altra strada

Mentre i più sessisti, fascisti, omiciattoli, di questo nero governo e parlamento straparlano, si inventano disegni di legge con l'unico scopo di attaccare i diritti, la vita delle donne, e così alimentano un clima politico, pratico, ideologico che di fatto avalla, "giustifica" odio, reazione da parte di maschi frustrati verso le donne che vogliono decidere della propria vita, rompere legami oppressivi, violenti; continuano e aumentano i femminicidi delle donne. Ultimo: Manuela uccisa in strada a colpi di fucile a Roma dall'ex marito. Anche questa volta le precedenti azioni di stalking...

(Movimento Femmnista Proletario Rivoluzionario)

Usicons aps e USI 1912: segnalazione circa l'erronea applicazione della L. 55/2024

Al Sindaco di Roma Capitale On. Gualtieri – Segreteria e Uff. Gabinetto e mail All’Assessora p.t. alle Pol. Educative e Scolastiche, Lavoro e Formazione Dott.ssa Pratelli All’Assessore con delega al personale/RR.UU. Dott. Andrea Catarci via e mail Alla Direzione del Dipartimento Scuola/nido, Famiglia, Lavoro e Formazione via e mail Alla Presidente dell’Assemblea Capitolina On. Svetlana Celli e segr. Pres. Ass. Cap. via e mail Ai capigruppo consiliari, a consiglieri-e di Roma Capitale via e mail Ai Presidenti e segreterie p.t. delle CC.CC.PP. Scuola/nidi/pol. educative (On. Consuelo Fermariello),...

È USCITO IL NUOVO NUMERO DI PROSPETTIVA MARXISTA

Sommario: L’ACCELERAZIONE IMPERIALISTICA E LA CONTINUITÀ DELL’INTERNAZIONALISMO https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art428_luglio_2024.pdf Elezioni europee - Destabilizzazione francese e mutazioni tedesche all’insegna della rinegoziazione https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art429_luglio_2024.pdf Elezioni europee - Italia: un consolidamento dello status quo Forze Armate per le guerre dell’imperialismo https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art430_luglio_2024.pdf Questione militare - Sul servizio militare obbligatorio https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art431_luglio_2024.pdf Criptovalute,...

(Prospettiva Marxista)

Monza, 11 luglio: in piazza contro il Pacchetto Sicurezza Dl 1660

FERMIAMOLI ORA / Mobilitazione nazionale Contro il pacchetto sicurezza DL 1660 Contro il Governo Meloni Riaffermare libertà politiche, sociali, sindacali! Giovedì 11 luglio 2024, ore 17.30 MONZA Piazza Roma / Arengario In queste settimane è approdato in Parlamento il Disegno di Legge 1660 Piantedosi, Nordio, Crosetto, il nuovo pacchetto sicurezza che costituisce oggi l'apice delle politiche repressive del Governo Meloni. Al suo interno si legge un gravissimo attacco alla libertà di dissenso, che si articola nel generalizzato inasprimento delle pene per chi è impegnato nelle lotte sociali...

LA RESISTENZA NON SI ARRESTA LA RESISTENZA NON SI PROCESSA

A Roma, si è svolto ieri il corteo in solidarietà con Anan, Ali e Mansour, imprigionati dalla giustizia italiana con l'accusa di appartenere a quella resistenza palestinese che contrasta il genocidio sionista e razzista. Nessun provvedimento repressivo ha invece raggiunto i sionisti italiani, che in ben 2000 partecipano all'aggressione portata avanti dal governo israeliano. Con l’arresto dei tre militanti palestinesi l'imperialismo italiano ha reso ancor più evidente la sua complicità con la barbarie in atto. Mettere sotto accusa i resistenti palestinesi è un aiuto concreto a chi intende...

(Enrico Biso)

CHE FARE ADESSO PER LA LIBERAZIONE DI LEONARD PELTIER

Come è noto, la "United States Parole Commission" ha negato la "libertà sulla parola" a Leonard Peltier, ed ha fissato la prossima udienza al 2026. Gli avvocati di Leonard Peltier hanno già annunciato che ovviamente interporranno appello avverso questa decisione. Come è noto Leonard Peltier, l'illustre attivista nativo americano difensore dei diritti umani di tutti gli esseri umani e dell'intero mondo vivente, è detenuto da 48 anni in un carcere di massima sicurezza per un delitto che non ha commesso; la sua condanna si basò su "testimonianze" false e su "prove"...

(Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo)

Su una bellissima giornata di festa e cultura il 6 luglio alla Baccelli

Un grande successo della iniziativa promossa dall'Usicons aps del 6 luglio 2024 alla ex Baccelli a Roma, Mun XI, anzitutto per l'iniziativa culturale della mattina con un convegno dibattito molto interessante e con un livello molto alto, che nessuno a Roma è in grado di organizzare e di gestire. Analogo risultato positivo per la festa orientale dove hanno sfilato le volontarie della Associazione di Ponte Galeria, che sta raccogliendo i fondi per un defibrillatore nella zona (purtroppo come nel resto del municipio XI carente di molto servizi) e soprattutto la parte spettacolare dove compagne...

(Usicons asp)

Congedo e tutela sulla maternità e congedo parentale: scheda di formazione sindacale autogestita a cura di Usi 1912

Il congedo di maternità è un diritto essenziale, ma è anche importante capirne l'impatto finanziario e la rilevanza contabile, sulle buste paga di chi lavora. Si tratta di indennità che viene erogata dall'INPS. Durante il periodo di maternità obbligatoria, le dipendenti hanno diritto a un determinato compenso. In particolare, per il periodo di astensione obbligatoria, l'INPS eroga un'indennità pari all'80% della retribuzione, calcolata sulle medie giornaliere soggette a contributi nell'ultimo mese di lavoro. Per il periodo di astensione obbligatoria, a seconda del CCNL, il costo per l’azienda...

( Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912 e ricostituita in sigla Usi 1912 e Usi settore Commercio Turismo e Servizi in sigla USI C.T.&S)

Sul "fatalismo" delle genti meridionali

In Irpinia, come in altre aree interne del Sud, la negazione sistematica ed estesa della cittadinanza, dei diritti politico-civili per le classi popolari, il loro asservimento ai notabili locali, obbliga le giovani generazioni proletarie a mendicare elemosine o favori elargiti secondo sistemi clientelistici e paternalistici, retaggio di un passato feudale: per ottenere anche un lavoro miserabile, precarizzato e malpagato, sprovvisto di qualsiasi tutela, persino per richiedere un banale certificato, i diritti sono svenduti in cambio di voti ipotecabili a vita. Questa mentalità subalterna è il...

(Lucio Garofalo)

Manifesto politico dell’assemblea del 29 giugno

Delegazioni di compagni/e della variegata area del mondo delle cooperative sociali provenienti da Roma, Milano, Torino, Genova, Calabria, si sono incontrati a Milano
La riunione trova stimolo dalla mobilitazione dei lavoratori delle cooperative ed in particolare degli educatori che hanno dato vita allo sciopero e alla manifestazione del 10 aprile a Roma. Altre mobilitazioni a Torino e a Milano. Con la partecipazione di molte organizzazioni del sindacalismo di base e di altre associazioni e collettivi sta prendendo forma una Rete Intersindacale da allargare e potenziare. Il S.I.Cobas intende prender parte all’allargamento e allo sviluppo della Rete Intersindacale Nazionale Operatori Sociali. La partecipazione al dibattito è stata a più voci ed abbiamo...

(Coordinamento di lotta Coop Sociali)

Raggruppiamo le forze internazionaliste per dare una soluzione rivoluzionaria alla barbarie capitalista

Per fermare la corsa verso l’abisso, organizziamo l’opposizione alla guerra e all’economia di guerra!
Le organizzazioni che si sono riunite nell’incontro internazionale di Buenos Aires del 24 e 25 giugno e che sottoscrivono il presente appello, inviano le seguenti conclusioni ai lavoratori e giovani di tutto il mondo. A due anni dall’inizio della guerra in Ucraina, il conflitto tra i due blocchi reazionari che si affrontano in questa guerra imperialista è ancora lontano dall’essere risolto. Sia il regime di Putin in Russia che il regime fantoccio della NATO di Zelensky in Ucraina riflettono interessi capitalistici di dominio sociale e nazionale. Almeno 110.000 persone sono state uccise...

(pungolorosso.com)

Sull'accordo tra i Medici di Medicina Generale e Legacoop

Il sindacato dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e Legacoop tramite Sanicoop che controlla circa 130 cooperative mediche diffuse sul territorio hanno stabilito un intesa che prefigura la gestione “cooperativa” e non più pubblica della Sanità Territoriale. In tal modo, questo pseudo sindacato, di medici dipendenti del SSN, rinuncia ad essere un organismo rappresentativo di lavoratori dipendenti del SSN e trasloca armi e bagagli alla dipendenza della Legacoop. Con questo accordo viene a cadere l'ultima finzione di sanità pubblica, universale e gratuita. Richiamarsi, ormai, a questi...

(si cobas)

Arresti ad Aprilia e d’intorni: ‘ndrangheta e criminalità organizzata con politici collusi e “a servizio”. La destra impera

Il PCI con Barbona, segretario regionale Lazio, e Pecorilli, segretaria provinciale Latina, commenta e indica di non abbassare la guardia
“Purtroppo da anni, con altri, come ad esempio la “Rete No Bavaglio e Libera” denunciamo, con azioni pubbliche di lotta e con la nostra analisi proposta a cittadini e istituzioni, oltre che a forze politiche e sociali, che le organizzazioni mafiose si sono impossessate del territorio a sud della capitale, si veda lo scioglimento per mafia dei comuni di Anzio e Nettuno, ed ora l’operazione della direzione investigativa Antimafia. – dichiara Sonia Pecorilli, segretaria del Partito Comunista Italiano Federazione provinciale di Latina – La stessa DIA con questi arresti seguiti all’indagine,...

(Maurizio Aversa)

Roma Capitale e Regione Lazio: per il rispetto integrale della parte normativa e salariale del CCNL Cooperative Sociali

Volantino che sarà distribuito ai presidi e alle manifestazioni promosse dalle centrali cooperative a Roma (4 luglio, ore 17.30-19.30 Piazza del Campidoglio; 15 Luglio, Regione Lazio, Piazza O. da Pordenone 15, ore 17.30-19,30) per adeguamenti tariffe. Noi autorganizzati gatti-e neri-e, estendiamo e diffondiamo la piattaforma con i punti salienti e gli obiettivi da raggiungere sui posti di lavoro e sui territori. PER UN BUON LAVORO, UN BUON SERVIZIO, FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE DAL BASSO.e AUTORGANIZZATA, coordiniamo di nuovo le nostre energie e forze sane nelle cooperative sociali, nel terzo...

(Unione Sindacale Italiana Usi fondata nel 1912 e ricostituita Associazione USICONS aps)

Latina. La sicurezza è un diritto, non un costo

Sabato 6 luglio, MANIFESTAZIONE (concentramento ore 9.00 in Via Vittorio Cervone)
In queste ore è stata diramata la notizia che il padrone/alias imprenditore agricolo Antonello Lovato sia stato arrestato. E’ una buona notizia, soprattutto le accuse che la Procura sta muovendo a suo carico, ma non lenisce il dolore della famiglia e dei compagni di lavoro di Satnam Singh. Inoltre questa singola attenzione, giustamente, sta diventando simbolo di una ben più forte denuncia sociale e politica. Per questo il Partito Comunista Italiano di Latina e del Lazio hanno promosso per sabato 6, dalle ore 9.00 a Latina, una manifestazione pubblica. Le motivazioni che Sonia Pecorilli, segretaria...

(Maurizio Aversa)

APPELLO A SOSTEGNO DEL CHIAPAS

Basta violenza in Messico! Basta violenza in Chiapas! Le elezioni 2024 hanno fotografato, e reso ancora più evidente, come la violenza in Messico sia un fattore sistemico. La guerra per il controllo del territorio ha svilito il valore della vita, si ammazza per pochi pesos in tutto il paese. Il Chiapas, oggi, è uno degli stati dove la violenza si è fatta feroce. Dal confine con il Guatemala a Palenque, passando per i territori d'influenza zapatista, morti, paura e fughe dalle comunità sono diventate una norma di una realtà dove il mai risolto fenomeno paramilitare si è incontrato con i...

29 giugno 2024, strage di Viareggio: per non dimenticare

28 Giugno 2024 ore 22:28
Anche quest’anno sabato 29 giugno una delegazione del nostro Comitato sarà a Viareggio, al fianco dell’associazione “Il Mondo che vorrei” che riunisce i familiari delle vittime della strage ferroviaria di via Ponchielli, le 32 persone che, dopo il deragliamento di un treno merci e l’esplosione di una cisterna di GPL, il 29 giugno 2009 morirono bruciate vive nel luogo più sicuro, le loro case. Dalla piccola Iman Ayyad di 3 anni a Mario Pucci, 90 anni. Saremo al fianco dell’associazione “Assemblea 29 giugno” composta da quei ferrovieri che, nonostante le pressioni pesantissime...

(Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio Sesto S.Giovanni)

La crudele morte di Satnam Singh. Un mondo che rischia di annegare nella barbarie e la disumanizzazione

29 Giugno 2024 ore 09:44
La terribile morte di Satnam Singh, il lavoratore indiano dei campi agricoli dell’agropontino, rivela la faccia più feroce, la crudeltà, di un sistema di produzione in cui la vita del lavoratore vale fino a quando rimane fisicamente integro e in piedi, ha due braccia da prestare alla produzione nelle fabbriche dei padroni o alla raccolta di pomodori nei campi dei proprietari terrieri e non si ribella per i diritti. Ormai si parla apertamente di ‘morti di profitto’ e non di lavoro. Il profitto che è la caratteristica principale e l’esistenza stessa del capitalismo, per cui tutto il...

(Pasquale Aiello)

Sul carro dei sionisti sale ogni giorno uno nuovo

Sul carro dei sionisti sale ogni giorno uno nuovo! Nel coro di quelli che “…per prima cosa bisogna condannare Hamas” si è presentata con grande zelo l’Aduc, un’associazione per la tutela dei consumatori che uscendo dall’ambito dei suoi scopi statutari (ma non è questo il punto!) si è dedicata a boicottare le manifestazioni del prossimo settembre indette dal “Gay Pride” perché si sono permessi di parlare di genocidio. Non siamo formalisti e quindi non condanniamo il fatto che l’Aduc voglia esprimere le proprie idee ma contestiamo la faziosità, le falsità, l’islamofobia...

(Michele Esposito)

CON I PROLETARI CONGOLESI, CONTRO LA RAPINA IMPERIALISTA

Dal n. 138 di "Alternativa di Classe" La Repubblica democratica del Congo è vittima di una guerra economica drammatica, che ha già fatto milioni di morti. Si tratta, di fatto, del conflitto più sanguinoso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Centinaia di migliaia di donne sono state, e sono ancora oggi, vittime di stupri e migliaia di bambine e bambini lavorano come schiavi nelle miniere di coltan (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE n. 38 a pag. 5). Nel 1996, l'allora Zaire, governato dal presidente Mobuto Sese Seko, venne invaso dall'Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo-Zaire...

(Alternativa di Classe)

Il PCL aderisce all'appello per il diritto alla residenza

27 Giugno 2024 ore 11:38
Il Partito Comunista dei Lavoratori risponde all'appello per il diritto alla residenza e l’abrogazione dell’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi (1), che prevede che «chiunque occupi abusivamente un immobile senza titolo non possa chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi» e vieta per cinque anni agli occupanti di immobili pubblici la partecipazione all’assegnazione di alloggi. L’articolo 5, come viene correttamente evidenziato nel documento dell’appello, colpisce decine di migliaia di persone ed esclude dall’anagrafe chi è costretto dalle sue condizioni materiali...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

L’assassinio di Satnam Singh svela il marciume e l’infamia della società borghese

25 Giugno 2024 ore 09:36
In questi giorni, più per imbarazzo che per sincera commozione, sta tenendo banco sui media la morte di Satnam Singh, il bracciante indiano di Latina che ferito gravemente invece di essere soccorso è stato scaricato in strada dal padrone aguzzino. Il feroce omicidio di Satnam ha messo in piena luce le condizioni di sfruttamento e oppressione prossima allo schiavismo in cui vivono centinaia di migliaia di proletari “irregolari” e perciò sottoposti al più brutale ricatto padronale. Il recente "scoop" giornalistico secondo il quale lo stesso “datore di lavoro” (ladri di...

(Militanza Comunista Toscana Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia)

Non è il caporalato... è il capitalismo!

23 Giugno 2024 ore 18:41
L’orribile omicidio di Satnam Singh, ucciso dal suo padrone che, tra l’altro, era indagato da ben 5 anni (l’indagine era forse finita nel fondo di un cassetto?) ma continuava tranquillamente a sfruttare a morte i suoi lavoratori, - oltre al solito vergognoso e ormai intollerabile piagnisteo di politici e giornali che puntualmente sentiamo da decenni, come se si trattasse di un fenomeno che scopriamo ogni estate - ha innescato un dibattito sul fenomeno del “caporalato, come se questo fosse uno strumento avulso dal contesto più generale. Non di “caporalato” dobbiamo parlare, ma di...

(Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Sesto S.Giovanni)

DALLE ELEZIONI LA “NUOVA” UNIONE EUROPEA: BELLICISTA COME PRIMA

Editoriale del n. 138 di "Alternativa di Classe" Nei commenti alle recenti elezioni europee il dato che viene generalmente sorvolato, o, quanto meno, sottovalutato, dai vari “vincitori” è l'aumento dell'astensionismo, che in Italia (come in Grecia) ha toccato il record storico. Più della metà degli “elettori” non è andato a votare, anche se si è votato su due giorni! Non è un dato di cui farsi vanto come sinistra rivoluzionaria però, visto che soggettivamente le motivazioni sono le più disparate, compresa, a volte, una qualunquistica passività sociale... Lo avevamo detto:...

(Alternativa di Classe)

Latina: grande manifestazione per Satnam e contro lo sfruttamento. Il PCI presente con solidarietà e lotta

23 Giugno 2024 ore 06:46
“Bisogna smettere di parlare solo di lavoro per iniziare a parlare di ‘lavoro umano’, — ha commentato Sonia Pecorilli, segretaria del PCI della provincia di Latina, che ha guidato i comunisti di Latina e del Lazio intervenuti in piazza della libertà — distinguendolo per difenderlo. Il passo successivo sarà quello di ragionare su un patto per il lavoro umano, dobbiamo e possiamo elaborare un nuovo modello di organizzazione del lavoro. La trasformazione dei processi di lavoro a cui dobbiamo puntare è sul lavoro partecipato. In sintesi oggi viviamo in una società disumanizzata, La Federazione...

(Maurizio Aversa)

E' uscito il n. 138 di "Alternativa di Classe"

22 Giugno 2024 ore 10:34
Indice: Attualità politica. Dalle elezioni la “nuova” Unione Europea: bellicista come prima!.......................................................pag. 1; Politica internazionale. Con i proletari congolesi, contro la rapina imperialista................................................................pag. 4; Ricorrenze storiche. La Resistenza operaia 80 anni fa tra deportazione e degenerazione................................................. pag. 6; Corrispondenza dalla Sardegna. Mobilitazioni per la sanità pubblica..............................................................................pag....

(Alternativa di Classe)

FUORI IL SECONDO NUMERO DI SCINTILLA: IL MONDO VA ALLA GUERRA. E NOI?

19 Giugno 2024 ore 12:15
Stampato e pronto per la lettura e la diffusione, ecco il nuovo numero di scintilla: - la lotta dei disoccupati di Napoli - un programma per l'abolizione del carcere - un orientamento politico sul governo Meloni - un'intervista al Partito Obrero sull'Argentina di Milei - un approfondimento su proletariato extra-legale e l'esercito industriale di riserva, da Marx alle riflessioni delle lotte anticarcerarie degli anni '70 “Scintilla” è uno strumento per il nostro obiettivo dichiarato fin dalla nascita: contribuire alla costruzione di una soggettività politica riconoscibile, legata ai processi...

(Laboratorio Politico Iskra - Bagnoli (NA))

Pordenone, 28 giugno: giù le mani dal Tagliamento!

Alle ore 20,30, nei locali del Circolo Libertario E. Zapata (in via Ugaresca 3B), si svolgerà l'Assemblea/dibattito GIÙ LE MANI DAL TAGLIAMENT0. Interverranno esponenti del comitato “Tagliamento Libero” In data 11 aprile 2024, la Giunta Regionale del FVG ha approvato il documento preliminare (Delibera n. 530) con il quale vengono realizzati diversi “interventi per la prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico lungo il corso del fiume Tagliamento”. Tra questi, il più impattante riguarda la “Costruzione di una traversa laminante, con luci mobili a paratoie piane, adiacente...

(Iniziativa Libertaria - Pordenone)

I banditi imperialisti vogliono trascinare il proletariato e i popoli in una carneficina mondiale

La decisione dei rappresentanti dell’imperialismo USA di autorizzare l’utilizzo di propri missili per colpire il territorio della Russia imperialista, allo scopo di prevenire il crollo del regime vassallo di Kiev – e con esso la sconfitta del blocco occidentale – unita alla richiesta rivolta dal segretario della NATO, Stoltenberg, ai membri di questa alleanza di revocare il divieto di usare le armi inviate in Ucraina per colpire obiettivi in territorio russo (Francia, Germania, Polonia e Regno Unito si sono dichiarati pronti a farlo), rappresentano il passaggio di altre “linee rosse”...

(Da Scintilla n. 146, giugno 2024)

PALESTINA: 225 PER 4

Questi numeri sono il saldo dell’operazione congiunta tra l’esercito nazi-fascista di Israele e l’intelligence nord-americana (come ha dichiarato alla catena CNN un anonimo funzionario nordamericano) per liberare 4 ostaggi detenuti dalla Resistenza palestinese: 56 vite palestinesi (in gran parte donne e bambini) per ogni ostaggio israeliano liberato. Tanto per ricordare, i nazi-fascisti tedeschi pretesero e uccisero 335 ostaggi italiani dopo l’operazione della Resistenza romana di via Rasella che portò alla morte di 32 soldati tedeschi: 10 italiani per ogni tedesco ucciso. L’assalto...

(Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Sesto S.Giovanni)

Nuova Caledonia, solidarietà al popolo kanak

È in corso da più oltre tre settimane la rivolta del popolo canaco contro il colonialismo francese e per la liberazione della Nuova Caledonia, movimento che fa fronte al coprifuoco e allo stato d’emergenza dichiarato dal presidente francese Macron (dichiarato il 16 maggio). In altre parole, all’occupazione militare. Pochi conoscono questo arcipelago melanesiano, non distante dall’Australia, e il suo popolo, oppresso dalla Francia dal lontano 1853 e ridotto addirittura in minoranza dalle politiche d’occupazione e d’insediamento coloniale del regime francese (le stime più diffuse indicano...

(Alessio Ecoretti - PCL)

Roma: ieri, davanti all'ambasciata USA, un partecipato presidio in solidarietà con la Palestina

Ieri a via Veneto, di fronte all'ambasciata degli Stati Uniti, si è svolto un presidio di solidarietà con il popolo palestinese. Un presidio che, lungi dal fermarsi alla dimensione simbolica, ha mostrato la partecipazione convinta di chi si oppone al genocidio sionista. Di chi, da mesi, chiede il cessate il fuoco in relazione a una "guerra" combattuta da un lato da un esercito e da un'aviazione occupante e dall'altro da una resistenza popolare. Una disparità enorme, che va a vantaggio di chi sta compiendo crimini a Rafah e in tutta la Palestina. L'imperialismo U.S.A. è complice...

(Enrico Biso)

Un passo dopo l’altro, verso lo scontro totale tra NATO e Russia

Che la NATO e la Russia siano in guerra aperta dal 24 febbraio di due anni fa è perfino banale. Lo è almeno per noi che dal primo momento abbiamo sostenuto che quando si dice Ucraina, si deve in realtà leggere NATO – questo, per somma sventura delle ucraine e degli ucraini convinti (sono ogni giorno di meno) di stare combattendo una guerra per la propria auto-determinazione. Altrettanto banale è che la prima fase della guerra si sta chiudendo con la secca sconfitta militare della NATO sul territorio ucraino. La Russia non ha difficoltà a tenere ed estendere le posizioni conquistate nel...

(Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Gaza: i terribili numeri del genocidio al 2 giugno

Qui di seguito i terribili numeri, al 2 giugno, dell’operazione-genocidio messa in atto a Gaza dallo stato di Israele, con il totale sostegno di Stati Uniti, Italia, Unione europea, e l’altrettanto piena complicità dei paesi arabi rimasti a guardare lo “spettacolo”. La fonte è l’autorità di Gaza. STOP THE GENOCIDE NOW! (Red.) - 240, i giorni della guerra genocida - 3.247, i massacri commessi dall’esercito di occupazione - 46.439, i martiri e le persone scomparse - 10.000, gli scomparsi - 36.439, i martiri arrivati negli ospedali - 15.438, i bambini uccisi - 32, i bambini morti...

(Il Pungolo rosso)

Imperialismo tricolore in Niger

Con l'immancabile sostegno bipartisan
Il piano Mattei procede. Il governo italiano da un lato negozia con Ghana, Costa d'Avorio, Etiopia l'importazione di manodopera per l'industria manifatturiera del Nord-Est, con contratti annuali di somministrazione, e l'immancabile benedizione di Mattarella. Dall'altro potenzia la presenza militare italiana in Niger, in collaborazione con la giunta golpista, sino ad arrivare a 500 uomini e donne in divisa. Le cosiddette opposizioni liberali offrono naturalmente il loro benestare. Cosa fanno concretamente i militari italiani in Niger? Corsi di addestramento per i parà, presidio di giacimenti...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

Donne: se n’è andata Nora Cortiñas, co-fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo

Ieri ci ha lasciato a 94 anni Nora Cortiñas, una delle “locas” – le “pazze”, come la dittatura argentina chiamava le madri che dal maggio 1977 ogni giovedì sfilavano nella Plaza de Mayo di Buenos Aires per chiedere conto ai generali fascisti della sparizione dei loro figli, nonostante gli arresti, le torture, il sequestro e la sparizione di alcune di loro. Caduta la dittatura Nora – la Madre di tutte le battaglie - insieme alle sue compagne ha continuato instancabile a camminare a fianco di tutti coloro che si battevano, e si battono, per la giustizia sociale, contro lo sfruttamento...

(Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Sesto S.Giovanni)

PIENA SOLIDARIETÀ ALLE OCCUPAZIONI UNIVERSITARIE DI UDINE E TRIESTE!

In occasione dell’occupazione dell’Università di Udine, avvenuta questo martedì 28 maggio, sotto la direzione degli studenti riuniti nel Comitato per la Palestina-Udine, ribadiamo la nostra solidarietà come sezione regionale del Partito Comunista dei Lavoratori alle occupazioni delle università di Udine e Trieste in appoggio al popolo palestinese. Anche i nostri militanti sono impegnati a sostenere attivamente l’acampada di Udine: da sempre, infatti, il movimento per la Quarta Internazionale è impegnato nella lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese, oppresso da oltre...

(Partito Comunista dei Lavoratori Friuli-Venezia-Giulia)

Rafah: l’ennesima strage dello Stato nazi-sionista di Israele

Una settimana fa il giornalista statunitense Chris Hedges scriveva: “Rafah èil premio finale in fondo alla strada. Rafah è il grande campo di sterminio dove massacreremo i palestinesi su una scala mai vista in questo genocidio. Guardateci. Sarà un’orgia di sangue e morte”. E continuava: “Scappate, lo vogliono gli israeliani, scappate per le vostre vite. Fuggite da Rafah come siete fuggiti dalla città di Gaza, come fuggiste da Jabalia, come scappaste da Deir-al-Balan, come fuggiste da Beit-Hanoun, come fuggiste da Bani Suheila, come scappaste da Khan Younis. Fuggite o vi uccideremo....

(Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” - Sesto S.Giovanni)

2 giugno. Disertori di tutte le guerre

Ogni 2 giugno la Repubblica celebra sé stessa con esibizioni militari, parate e commemorazioni. Una “festa” nazionalista e militarista. Il governo di estrema destra alimenta la retorica identitaria, i “sacri” confini, l’esaltazione della guerra. Come ogni anno le cerimonie militari del due giugno servono a giustificare enormi spese militari, l’invio delle armi e l’impegno diretto dell’Italia nelle missioni militari all’estero dall’Ucraina all’Africa. Guerre, stupri, occupazioni di terre, bombardamenti, torture, l’intero campionario degli orrori umani, se compiuto da uomini...

(anarresinfo.org)

IN OMBRA DALL'OSTENTATA COMPETIZIONE ELETTORALE GLI INQUIETANTI RISCHI DELLA COMPETIZIONE GLOBALE

Editoriale del n. 137 di "Alternativa di Classe" Come l'anno scorso (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno XI n. 125 a pag. 1), il Governo Meloni ha voluto “festeggiare” il Primo Maggio con un suo decreto in materia di lavoro. Il Consiglio dei Ministri lo ha varato il giorno prima, con lo stanziamento di 74 miliardi di euro fino al 2027, di cui 42 provenienti dalla UE. Si tratta di deduzioni IRES e IRPEF, parziali o totali, per le aziende quando assumono, privilegiando il Sud e i giovani, mentre dei contributi previdenziali si fa carico lo Stato. Oltre a sostituire, in parte, provvedimenti...

(Alternativa di Classe)

E' uscito il n. 137 di "Alternativa di Classe"

24 Maggio 2024 ore 10:53
Indice: Attualità politica. In ombra dall'ostentata competizione elettorale gli inquietanti rischi della competizione globale........pag. 1 Ricorrenze storiche. La rivolta zingara nei campi di concentramento...............................................................................pag. 3 Politica internazionale. Anche in Etiopia a soffrire e a morire sono i proletari................................................................. pag. 5 Corrispondenza dal Lazio. Un Primo Maggio contro guerra e pace capitaliste.................................................................pag. 7 Corrispondenza...

(Alternativa di Classe)

IL PARTITO COMUNISTA N. 428

23 Maggio 2024 ore 10:56
organo del partito comunista internazionale
– 1 maggio 2024: Il mostro del Capitale mondiale si precipita nella guerra Solo la rivoluzione internazionale per il Comunismo lo può abbattere – I cinici calcoli delle borghesie mondiali e il massacro dei palestinesi – Dal “18 Brumaio” al... 25 Aprile – Argentina è il mondo: Milei mette a nudo il tradimento dei vertici sindacali – Condizione della classe operaia in Nigeria – Perché anche negli Usa non chiediamo la nazionalizzazione delle ferrovie PER IL SINDACATO DI CLASSE – La parola del partito ai lavoratori in lotta – Genova, venerdì 5 aprile: Per l’unità nella...

(Partito Comunista Internazionale)

La Corte Penale Internazionale sulla Palestina: un colpo al cerchio e un colpo alla botte

Ieri il procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha chiesto di emettere mandati di arresto per i vertici dello stato nazi-sionista di Israele (Netanyahu e Gallant) e parallelamente – non ci si poteva aspettare altro, viste anche le pesanti pressioni dei governi occidentali – mandati di arresto per i vertici di Hamas. L’imputazione è di “crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Aspetti positivi: finalmente viene sancita formalmente la fine dell’impunità (e la violazione di più di 50 risoluzioni delle Nazioni Unite) di cui lo stato di Israele ha goduto per 75...

(Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli")

Restituzione pubblica del IV Congresso di Sinistra Anticapitalista

20 Maggio 2024 ore 09:29
Venerdì 24 maggio a Roma, presso la sede di Via dei Latini 73. L'iniziativa si svolgera dalle ore 18.00 alle 21.00. Le nostre lotte sono intersezionali, perché pensiamo che una liberazione autentica dallo sfruttamento e dall’oppressione sia tale solo se non lascia indietro nessuna e nessuno. Le lotte antimperialiste, democratiche, di classe, transfemministe, libertarie, devono trovare una comune radice, relazionarsi e rafforzarsi l’una con l’altra e costruire insieme un progetto comune. Avanziamo una proposta politica ecoscocialista, cioè di un percorso di lotta verso una futura società...

(Sinistra Anticapitalista Roma)

Roma, 23 maggio: Palestina grido inascoltato

Raccogliere idee e proposte per richiamare la politica al rispetto del Diritto Umanitario
L'iniziativa si svolgerà presso Spin Time, in Via di Santa Croce in Gerusalemme 55, a partire dalle ore 17.30 L'escalation di violenza a Gaza è senza precedenti. Sono migliaia le vittime civili e la situazione umanitaria è drammatica. Di fronte a questo, la voce della società civile mondiale ha elevato il proprio grido di dolore. Chiedere ai leader politici che venga preteso il rispetto senza compromessi del diritto internazionale e di attivare tutti i canali necessari per giungere ad un cessate il fuoco è sempre più urgente e necessario. Per questo, l'obiettivo dell’incontro è raccogliere...

(Campagna BDS Amnesty International)

Le proteste “pro Palestina” nelle università

Con effetto domino, la protesta degli universitari USA contro la guerra scatenata dallo Stato d’Israele nella Striscia di Gaza, un vero e proprio macello al limite del genocidio e di una autentica pulizia etnica della popolazione civile palestinese e soprattutto dei proletari e delle masse proletarizzate, è dilagata qua e là anche in Europa e altrove. Non staremo a farne qui la cronaca, visto che da settimane (scriviamo a metà maggio) ne sono pieni tutti gli organi di “informazione”. Vogliamo invece indicare alcuni punti vitali, perché le reazioni istintive a quest’ennesimo sintomo...

(il programma comunista)

CONTRO L'EUROPA DEI PADRONI, DELLE MUNIZIONI, DELLE ELEZIONI!

Saranno le elezioni del riarmo imperialista, cui l'istituzione di ciance europea si adeguerà, dosando le facce del proprio caleidoscopio politico, equilibrando europeismi e sovranismi, comunque costretti nel suo percorso di rafforzamento ed autonomia continentale imposti dall'accelerazione della guerra. CONTRO L'EUROPA DEI PADRONI, DELLE MUNIZIONI, DELLE ELEZIONI. LA LIBERAZIONE E' FRUTTO DELLA RIVOLUZIONE, NON DELLA PARTECIPAZIONE ELETTORALE. La democrazia, con i suoi riti, è la forma consueta del pacifico sfruttamento nella fase imperialista dello sviluppo capitalista. Pur fondata sul...

(SOCIETA' INCIVILE)

Dall’ordine americano al grande caos

Scenari di guerra globale: dall’Ucraina a Gaza, dal Sudan all’Armenia, dal mar Rosso a Taiwan
Torino, Venerdì 24 maggio ore 21 incontro con Stefano Capello (presso la sede di Corso Palermo 46) Guerre di portata planetaria ci stanno portando sull’orlo della terza guerra mondiale. La spirale pare inarrestabile: il conflitto Russia Ucraina rischia di deflagrare in tutta Europa. L’Italia è direttamente coinvolta con le proprie truppe e con il proprio apparato militare industriale. È in prima fila in conflitti in cui gioca in proprio e in varie alleanze a geografia variabile. La crisi mondiale, le pericolose convulsioni dell’impero statunitense e della Russia in un pianeta multipolare,...

(anarresinfo.org)

Dove va l'Unione Europea?

Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica
Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della...

(Partito Comunista dei Lavoratori)

Il 5 per mille alla Biblioteca “Aldo Serafini”!

16 Maggio 2024 ore 17:53
L’obiettivo di carattere culturale che ci poniamo di centrare per il 2024 è la completa realizzazione della Biblioteca “Aldo Serafini”, dal nome del compagno che fu fra i nostri fondatori, un militante comunista rivoluzionario coerente e conseguente fino all’ultimo. Si tratta di un impegno che abbiamo pubblicamente assunto dopo la morte di Aldo avvenuta il 16 novembre 2023, poichè il nostro compagno ci ha lasciato una notevole quantità di opere dei classici, testi teorici, politici, storici, documentali, etc., tra cui molti introvabili, che vogliamo mettere a disposizione dei proletari,...

(Da Scintilla n. 145, maggio 2024)

Lecce, 17 maggio: stop arming Israel

Un presidio in Piazza Sant'Oronzo, a partire dalle ore 19.00 Israele continua a usare armi e munizioni esplosive in zone densamente popolate di Gaza, con terribili conseguenze per la popolazione. L’esercito israeliano ha anche emesso un ordine di “evacuazione” per interi quartieri della zona est di Rafah, dove si trovano oltre 100.000 residenti, molti dei quali sfollati interni. Il 17 maggio alle ore 19:00 saremo in piazza Sant’Oronzo per chiedere nuovamente un immediato cessate il fuoco e sollecitare tutti gli Stati a porre fine ai trasferimenti di armi che possono essere usate per commettere...

(Amnesty International Lecce PeaceLink)

Imperialismo, guerra, internazionalismo. Punti di Sintesi

15 Maggio 2024 ore 16:52
I “Punti di Sintesi” che di seguito esponiamo si pongono, seppur su di un piano diverso, in stretta continuità con i nostri precedenti documenti a cui rimandiamo: “Il Dossier sulla questione di classe in Israele-Palestina” e “L’autointervista” sugli sviluppi degli scenari di guerra alimentati dai noti eventi del 7 ottobre. Testi con cui esponevamo da un punto di vista pratico e politico la nostra veduta sui processi di guerra imperialista in generale e nei loro caratteri specifici, agganciandosi strettamente all’individuazione di una serie di nodi politici, strategici e d’analisi...

(Laboratorio Internazionalista per l'organizzazione rivoluzionaria)

PEPPINO IMPASTATO, UNA VOCE SCOMODA

12 Maggio 2024 ore 17:43
PEPPINO IMPASTATO, MILITANTE DELLA “NUOVA SINISTRA” SICILIANA E GIORNALISTA UCCISO DALLA MAFIA (9 Maggio 1978 – 9 maggio 2024), QUANDO LA LIBERTA’ DI STAMPA E L’INFORMAZIONE ALTERNATIVA DIVENTANO TROPPO SCOMODE… Ricordiamo a 46 anni di distanza, l’assassinio da parte della mafia di Peppino Impastato (9 maggio 1978), attivista sociale, militante della “nuova sinistra” siciliana dell’epoca (fu candidato per Democrazia Proletaria),di 30 anni e giornalista. Un giornalista scomodo, che difese la libertà di stampa e la necessità di fare informazione alternativa, raccontando le verità...

I morti proletari non hanno patria

(dal numero 2, marzo-aprile 2024, de “il programma comunista”) Il moltiplicarsi e l’acuirsi dei contrasti fra imperialismi in aree come il Medio e l’Estremo Oriente, l’Africa e la stessa Europa (non stiamo qui a rifare una volta di più l’elenco delle situazioni esplosive o già esplose) suscitano contraccolpi a tutti i livelli. S’intensifica il “discorso pubblico” (cioè la mobilitazione ideologica) relativo alla necessità di un “riarmo europeo”, poiché – come ha avuto modo di dichiarare di recente Charles Michel, presidente del Consiglio Europeo – “se vogliamo la...

(Partito comunista internazionale (il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes))

No alla modifica della legge 185/90 sull'export delle armi

Come Tavolo per la Pace dell'Alto Verbano facciamo appello ai deputati lombardi
In queste settimane verrà discussa alla Camera dei Deputati una proposta di modifica della legge 185/90 che regola l’import/export degli armamenti; la modifica intende ridurre i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sul commercio delle armi, sulle loro esportazioni e sulle banche che finanziano tali operazioni. A metà del mese di aprile come Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano abbiamo inviato al deputato Andrea Pellicini e agli altri 65 deputati eletti nelle circoscrizioni elettorali della Lombardia una lettera per chiedere una riflessione sulle conseguenze di questa modifica,...

(Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano)

Progetto Comunista n. 132, maggio 2024

10 Maggio 2024 ore 11:38
Il mensile delle lotte e del socialismo
Politica Ogni giorno il Primo maggio Editoriale di Massimiliano Dancelli La messa è finita, è l’ora della lotta! Il «caso Bari» e la corruzione generale al tempo del capitalismo di Giacomo Biancofiore Giù le mani dagli antifascisti: Ilaria Salis libera subito! Rivendichiamo il diritto all’autodifesa antifascista di Mario Avossa Sindacato e lotte Sul lavoro si muore di capitalismo di Diego Bossi La sicurezza in fabbrica: una lotta della nostra classe! a cura della redazione Doppie oppressioni e clima La Lit-Quarta Internazionale e la lotta contro le oppressioni...

(Partito di alternativa comunista)

Il più grande sciopero nell’Europa occupata dai nazisti

Il 1° marzo 1944 gli operai delle principali fabbriche del Nord-Italia incrociano le braccia ed escono quasi simultaneamente dai propri stabilimenti. Inizia così quello che diventerà il più grande sciopero generale mai organizzato in Europa durante la guerra. L’esperienza di quello sciopero, cruciale per le sorti della lotta antifascista, è per i comunisti oggi un’enorme fonte di ispirazione ma anche e soprattutto di riflessione politica sulle potenzialità e gli errori di quella “rivoluzione mancata” che fu la Resistenza partigiana. Crisi, guerra e conflittualità operaia Mentre...

(Davide Fiorini - rivoluzione.red)

L’amianto torna alla ribalta

Negli ultimi giorni l’amianto – dopo anni di silenzio - è tornato sulle prime pagine dei giornali. Il mesotelioma che ha colpito un giornalista della RAI ci fa rivivere quanto abbiamo dovuto lottare per ottenere diritti scritti sulla carta (la legge 257 del lontano 1992): ottenere i curricula dal datore di lavoro, lo scontro con l’INAIL che negava questo diritto, lo scaricabarile tra enti diversi, anni di battaglie in piazza e nei tribunali ..... le malattie e le morti dei nostri compagni di lavoro. E’ stata anche l’occasione di leggere i numeri della strage negli ultimi anni: numeri...

(Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, Sesto S.Giovanni)

Dissesto idrogeologico, in 4 anni il territorio italiano a rischio alluvioni è aumentato del 19%

Le possibilità d’adattamento passano da ingegneria naturalistica e Nature based solutions
Doronzo (Aipin): «Abbiamo l’obbligo di ragionare sull’evolversi delle nuove tendenze meteo climatiche, con le conseguenti nuove strategie» Da greenreport Il 16 maggio a Roma, presso la sede Ispra, illustreremo alla stampa – ci sarà anche il mondo delle imprese – proposte, progetti e piani per la sicurezza del territorio anche attraverso la transizione ecologica. Sarà la prima presentazione alla stampa. Il 94% del territorio italiano è a rischio dissesto idrogeologico ed il consumo di suolo è in continua crescita, nel 2021 ha sforato i 70 chilometri quadrati di nuove coperture artificiali...

(Giuseppe Doronzo, vicepresidente nazionale dell’Associazione italiana per la ingegneria naturalistica (Aipin))

Victor Serge – GRATTACIELI IN UN VICOLO CIECO

Pubblichiamo per il suo interesse un breve articolo di Victor Serge sul rapporto tra scienza e lotta di classe, occasionato dal famoso «Scopes Monkey Trial» il «processo della scimmia di Scopes» nel corso del quale un insegnante statunitense, John Thomas Scopes, venne condannato ad una multa di 100 dollari per la violazione della legge del Tennessee, detta Butler, che proibiva l’insegnamento della teoria dell’evoluzione nelle scuole dello Stato. Il testo apparve su La Correspondance Internationale del 25 luglio 1925. Traduzione dal francese di Rostrum, pubblicata nel n. 117 di Prospettiva...

(coalizioneoperaia.com)

E' USCITO IL NUOVO NUMERO DI PROSPETTIVA MARXISTA

30 Aprile 2024 ore 09:45
LO SPAZIO STORICO DI AVVICINAMENTO ALLA GUERRA MONDIALE https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art423_maggio_2024.pdf La questione dell’esercito europeo tra formule ideologiche e nodi reali https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art424_maggio_2024.pdf Il fiorente mercato delle armi italiane https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art425_maggio_2024.pdf Cavi sottomarini, nuove contrapposizioni per il controllo delle telecomunicazioni Questione militare - Counterinsurgency e guerra nella Striscia di Gaza https://www.prospettivamarxista.org/Articoli/Art426_maggio_2024.pdf Lo...

(Prospettiva Marxista)

Un Ponte di menzogne

Le priorità sono le cose che dovrebbero avere la precedenza, rendendo le altre secondarie in fatto di importanza. Ovvero le cose più urgenti che impongono scelte decise. Ad esempio, la tutela e il miglioramento di ciò che funziona male al posto della creazione continua di qualcosa di nuovo dalla dubbia utilità e dall'elevato rischio e costo. Evidentemente, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, non ha mai percorso la Calabria o la Sicilia in treno, e non ha provato l'ebbrezza dell'attesa per i lunghi tempi di attraversamento di ciascuna delle due regioni del Mezzogiorno....

(Battaglia Comunista (Partito Comunista Internazionalista))
  • ALFIO  

ALFIO

27 Aprile 2024 ore 12:30
Si approssima l'anniversario della scomparsa di Alfio Pannega, che ci ha lasciato il 30 aprile del 2010. Era nato nel 1925, proletario, antifascista, militante comunista e libertario, poeta a braccio, persona amatissima dall'intera comunità viterbese - era conosciuto da tutti e da tutti apprezzato per la sua sorgiva bontà e per le sue fulminanti battute -, visse l'intera vita in povertà, condividendo quanto aveva con chiunque avesse bisogno del suo aiuto; negli ultimi venti anni della sua vita fu protagonista dell'esperienza del centro sociale occupato autogestito "Valle Faul", un'esperienza...

(Peppe Sini)

È uscito il n. 2/2024 (marzo-aprile) de “il programma comunista”

25 Aprile 2024 ore 11:02
Contiene: Editoriale: I morti proletari non hanno patria. Articoli: Il proletariato palestinese nella tagliola infame dei nazionalismi; Salario minimo per legge: quando i peggiori nemici del proletariato si ergono a suoi difensori; Il ciclo delle rivoluzioni nazionali e anticoloniali volge alla fine (Resoconto del rapporto alla Riunione Generale del Partito, 2-3- novembre 1979); Una nuova genia di “affossatori del marxismo”; Dal delitto Matteotti all’Aventino. I comunisti in parlamento contro il fascismo e contro la democrazia; Note: Segnali di fuoco (Capitalismo è guerra); Dalle strade...

(La redazione de "il programma comunista")

Trieste: per un Primo Maggio rivoluzionario e comunista!

24 Aprile 2024 ore 09:38
Il Primo Maggio di quest’anno, scendi in piazza con i comunisti rivoluzionari. Stiamo organizzando uno spezzone nel corteo cittadino (ore 9:00 da Campo San Giacomo) che porti le ragioni della nostra battaglia tra i giovani e la classe lavoratrice anche a Trieste: la costruzione di un’Internazionale Comunista Rivoluzionaria che lotti in tutto il mondo per la rivoluzione comunista e la liberazione dell’umanità dalla barbarie del capitalismo e della guerra. Lo faremo nello spirito rivoluzionario che la data del Primo Maggio ha nella storia del proletariato giuliano. Non solo festa del lavoro...

(Sinistra Classe Rivoluzione Trieste)

E' uscito il n. 136 di Alternativa di Classe

22 Aprile 2024 ore 17:35
Indice: Attualità politica. Nella strategia bellica aperta nel mondo a rimetterci sono i proletari....................................................pag. 1; Politica internazionale. Soldi per i capitalisti e sacrifici per i lavoratori anche in Francia.................................................pag. 4; Ricorrenze storiche. A Battipaglia nel '69.......................................................................................................................... pag. 6; Corrispondenza dalla Lombardia. La responsabilità di lavoratori e RLS........................................................................pag....

(Alternativa di Classe)

Forma politica e forma partito

22 Aprile 2024 ore 15:01
Nel rivolgermi a un numero limitato di interlocutori cercherò di affrontare, pur disponendo di limitate capacità intellettuali, il tema della "forma - partito". "Forma partito" come "Forma politica" visto almeno sul versante delle forze costituzionali di opposizione: una questione che pare tornata di grande attualità con le scelte compiute in occasione della formazione delle liste delle candidate/i per le elezioni europee condotte con metodi più riconducibile ad un casting per una serie televisive piuttosto che per definire presenze di rappresentanza politico...

(FRANCO ASTENGO)

A Michele Michelino che vive nelle nostre lotte

22 Aprile 2024 ore 10:08
Caro Michele, te ne sei andato proprio in questo giorno di due anni fa, nel momento in cui avremmo avuto più bisogno della tua lucida visione di classe di operaio comunista rivoluzionario. Oggi ci sovrasta lo spettro della guerra imperialista tra NATO e Russia in cui i capitalisti e il loro governo stanno trascinando il nostro paese e, soprattutto, il genocidio dello stato nazi-sionista di Israele contro il popolo palestinese che, però, resiste, dandoci un eroico esempio e ricordandoci la lezione del popolo vietnamita che vinse il gigante USA. La scia di sangue versato ogni giorno dai proletari...

(Le compagne e i compagni del Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” e del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio)

PER RICORDARE TUTTI I LAVORATORI E I CITTADINI ASSASSINATI IN NOME DEL PROFITTO

Sabato 27 aprile 2024, ore 16 PRESIDIO davanti alla lapide di via Carducci a Sesto S. Giovanni 1.485 morti di profitto sul lavoro nel 2023; 559 vittime nei primi 3 mesi del 2024. Più di 3.000 morti ogni anno a causa dell’amianto, l’assassino silenzioso che colpisce a distanza di anni. Sono le cifre dell’annuale mattanza di lavoratori, le vittime della guerra non dichiarata dei padroni, per i quali siamo solo carne da macello da sfruttare. Ma la guerra non è solo contro i lavoratori: prova ne sono le stragi civili, dal rogo di Viareggio al crollo del Ponte Morandi. Quest’anno ci sovrasta...

(Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio Sesto S.Giovanni)

Domenica 21 aprile festa di Primavera a Mola

Nel pomeriggio Assemblea di Legambiente Arcipelago Toscano
Da greenreport Il 21 aprile torna la ormai tradizionale Festa di Primavera a Mola, la Zona umida ai confini tra i Comuni di Porto Azzurro e Capoliveri, tra il mare e la laguna. Fitto il programma organizzato da Legambiente Arcipelago Toscano dalle ore 10,00 in poi: Passeggiata alla scoperta di Mola e delle sue creature (ritrovo parcheggio lato Poro Azzurro), Inaugurazione dei nuovi cartelli illustrativi delle caratteristiche della zona umida; Mostra dei dipinti del corso di acquerello naturalistico con piccolo laboratorio, Laboratorio “La musica delle piante” Aperipranzo con brindisi...

(Legambiente Arcipelago Toscano)

Roma. Campidoglio, sala del Carroccio: il lascito intellettuale e politico di Franco Ottaviano avrà seguito

17 Aprile 2024 ore 14:19
Ad un mese dalla scomparsa, ricordato l'on. Franco Ottaviano e indicati impegni per continuare la sua attività
E’ già una certezza: il lascito culturale, politico, intellettuale, morale, la sua storia che ha segnato parte di molte esistenze e istituzioni e la sinistra e i comunisti, avrà concreta attuazione. Martedì 16 nella sala del Carroccio, al Campidoglio, dagli interventi di spessore svolti da Giorgio Benvenuto, Graziella Falconi, Letizia Paolozzi, Maurizio Fiasco e più dettagliatamente da Mauro Ottaviano, in occasione della commemorazione, ad un mese dalla scomparsa, dell’on. Franco Ottaviano, sono stati, appunto tracciati precisi obiettivi. “L’attività della Associazione dellarepubblica...

(Maurizio Aversa)

Piccolo report della giornata in onore dei compagni srilankesi caduti nell'Aprile 1971

Ieri, come militanti comunisti rivoluzionari e internazionalisti, si è partecipato con convinzione anticapitalista alla 53a commemorazione degli Eroi di Aprile, organizzata dalla sezione di Roma del JVP Italia, che ringraziamo per l'ottima preparazione dell'evento politico. Una ricorrenza importante per chi attraversa con convinzione le lotta di classe e antirazziste che si svolgono nell'intera Città di Roma. Il condividere posizioni solidali ed internazionaliste porta ad avere rapporti politici e culturali con chi è attivo nella nostra Roma, per difendere diritti e politiche di classe. Lo...

(Enrico Biso)

Roma. Martedì 16 aprile commemorazione di Franco Ottaviano al Campidoglio

I suoi familiari, i suoi amici e i suoi compagni, ricorderanno e saluteranno Franco, l’uomo, il dirigente politico, lo scrittore, l’intellettuale, amante della pace e dell’associazionismo L’On. Franco Ottaviano, martedì 16 aprile dalle ore 14,30 alle ore 18,00 sarà commemorato, presso la Sala del Carroccio al Campidoglio in Roma. I suoi familiari, i suoi amici e i suoi compagni, ricorderanno e saluteranno Franco, l’uomo, il dirigente politico, lo scrittore, l’intellettuale, amante della pace e dell’associazionismo. Presumibilmente da varie parti d’Italia, e segnatamente da Roma...

(Maurizio Aversa)

UK, la sinistra e le prossime elezioni generali

Come bilanciare la necessità di disarcionare i conservatori con il desiderio di promuovere politiche socialiste
n questo pezzo che fa riflettere, Dave Kellaway analizza le sfide che la sinistra britannica deve affrontare mentre la nazione si prepara alle elezioni generali che probabilmente porteranno a un governo laburista. Kellaway esplora il modo in cui la sinistra può navigare in questo panorama politico È iniziata. I media e i politici sono già in piena modalità elezioni generali. Certo, c’è la questione delle elezioni amministrative e dei sindaci di maggio, ma tutti le trattano come una cartina di tornasole per le elezioni parlamentari di ottobre o novembre. Tutti i sondaggi sono fermi da più...

(anticapitalista.org)

Rimini, 13 Marzo. Assemblea pubblica per difendere: spiagge libere, progetti sociali, lavoratori, fauna e ambiente

Il 16 marzo manifestazione cittadina in Piazza Cavour Tempo di presentazione delle osservazioni al piano spiaggia in scadenza i primi di Aprile 2024. Un piano spiaggia, con obbiettivi distanti da chi frequenta le spiagge libere e lontano, troppo lontano dalle istanze e richieste portate all’Amministrazione comunale di Rimini, anno dopo anno da decenni (con richieste di dotare le spiagge libere di servizi igienici e docce e promozione di un patrimonio collettivo). Certo le spiagge libere già sottodimensionate al 7% e fatte occupare per metà da eventi come beach arena, vengono inserite nella...

(Comitato difesa spiagge libere Provincia di Rimini USI- Usicons sezioni di RIMIN)

Un altro amico ci ha lasciato

Apprendiamo oggi la notizia della morte improvvisa, il 9 marzo scorso,del dottor Enzo Merler. Uno scienziato, un epidemiologo, un medico che si è sempre battuto per la salute pubblica e, in particolare, dei lavoratori. Lungo la sua vita Enzo Merler è stato anche responsabile del RENAM (il registro dei mesoteliomi, i tipici tumori da amianto) del Veneto e ad una sua segnalazione si deve l’inizio dell’inchiesta che poi sfociò nel maxi processo per l’Eternit di Casale Monferrato. E’ stato consulente della Regione Veneto nella vicenda dell’inquinamento da PFAS (sostanze Poli-e Perfluoroalchiliche,...

(Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio. Sesto San Giovanni)

Il Mar Mediterraneo si riscalda 3 volte più velocemente rispetto agli oceani

Ma le aree marine protette difendono la fauna ittica dalle ondate di caldo
Le ondate di caldo marino, interessano sempre più i mari del nostro pianeta, sono dovute a un forte innalzamento della temperatura dell’acqua di 4 o 5 gradi che dura per almeno 5 giorni e stanno mettendo mettendo a rischio la fauna ittica e la sopravvivenza di alcune specie. Ma secondo lo studio “Marine protected areas promote stability of reef fish communities under climate warming”, pubblicato su Nature Communications da un team internazionale di ricercatori coordinato da Lisandro Benedetti-Cecchi del dipartimento di biologia dell’università di Pisa, «Le aree marine protette sono...

(greenreport)

TROVATE IN CINA DELLE MUMMIE SEPOLTE NEL DESERTO IN BARCHE

26 Febbraio 2024 ore 19:48

Nel 1990, centinaia di corpi mummificati furono trovati sepolti in barche in un’inospitale area desertica nella regione autonoma uigura dello Xinijang, nel nord-ovest della Cina. Conosciute come le mummie del bacino del Tarim, ora sono state esaminate geneticamente e gli scienziati hanno ristretto le origini delle misteriose mummie. I risultati sono piuttosto sorprendenti.

I corpi e gli abiti delle mummie sono sorprendentemente intatti nonostante risalgano a 4.000 anni fa e sono stati scoperti nel bacino del Tarim nello Xinjiang. I lineamenti del viso e il colore dei capelli sono visibili, essendo stati naturalmente preservati dall’aria secca del deserto.

Le mummie furono scoperte sepolte in bare a forma di barca ricoperte di pelli di mucca. Accanto a loro c’erano i segni di una società agricola: prodotti alimentari come grano, orzo e formaggio, nonché bestiame come pecore, capre e bovini.

Avevano l’aspetto di stranieri provenienti da una terra straniera perché erano alti, portavano cappelli di feltro di lana e stivaletti di cuoio, e alcuni di loro avevano i capelli biondi. Tuttavia, i genomi di 13 mummie risalenti a 4.000 anni fa, straordinariamente conservati, non erano migranti che portavano la tecnologia dall’Occidente, come si supponeva in precedenza. Uno studio sul DNA delle mummie rivela che si trattava di gente del posto con profonde radici nella zona.

In uno studio pubblicato sul Nature Journal , i ricercatori hanno analizzato i dati genetici raccolti dalle mummie. Risalgono al 2.100-1.700 a.C. e hanno rivelato la provenienza delle persone.

Sembrano essere le reliquie di un’antica popolazione scomparsa in Eurasia dopo l’ultima era glaciale, ancestrale delle popolazioni indigene che vivono oggi in Siberia e nelle Americhe.

In foto una donna dell’età del bronzo mummificata naturalmente, che fu sepolta a Xiaohe nel bacino del Tarim.

Gli individui distanti 400 chilometri l’uno dall’altro, alle estremità opposte del bacino del Tarim, avevano un DNA simile a quello dei fratelli. Anche se le mummie erano gente del posto che non si era sposata con i pastori migranti nelle vicine valli montane, non erano culturalmente isolate. Già 4000 anni fa avevano abbracciato nuove idee e culture: indossavano abiti di lana tessuta, costruivano sistemi di irrigazione, coltivavano grano e miglio non autoctoni, allevavano pecore e capre e mungevano il bestiame per produrre formaggio.

Sebbene lavori precedenti abbiano dimostrato che le mummie vivevano sulle rive di un’oasi nel deserto, non è ancora chiaro il motivo per cui furono sepolte in barche ricoperte di pelli di bestiame con remi in testa – una pratica rara che non si trova da nessun’altra parte nella regione e forse meglio associato ai Vichinghi.

Secondo lo studio, il gruppo era nella zona da qualche tempo e aveva una distinta discendenza locale, che confutava le teorie secondo cui si trattava di pastori della regione meridionale del Mar Nero russo, dell’Asia centrale o dei primi agricoltori dell’altopiano iraniano.

Christina Warinner, autrice dello studio, professoressa di antropologia all’Università di Harvard e leader del gruppo di ricerca presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha dichiarato in una dichiarazione: “Le mummie hanno affascinato a lungo sia gli scienziati che il pubblico sin dalla loro scoperta originale. Oltre ad essere straordinariamente conservati, sono stati ritrovati in un contesto molto insolito e presentano elementi culturali diversi e lontani”.

I ricercatori hanno anche affermato che è possibile che una popolazione sia geneticamente isolata ma anche culturalmente cosmopolita.

Oltre a esaminare i genomi sequenziati dai resti di cinque individui del bacino di Dzungarian più a nord nella regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina, i ricercatori hanno anche esaminato i dati genetici delle mummie più antiche del bacino del Tarim, che risalgono a un periodo compreso tra 3.700 e 4.100 anni. . Risalenti tra 4.800 e 5.000 anni fa, sono i resti umani più antichi rinvenuti nella regione

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Strage di Rigopiano: la sentenza di appello

Da giorni nevica e la strada che collega l’hotel di Rigopiano al paese di Farindola è bloccata. Nonostante le telefonate di allarme alle autorità, data anche la presenza da settimane di uno sciame sismico, nessuno fa nulla: non si trova alcun mezzo per sgombrare la strada per evacuare le 40 persone presenti – 12 lavoratori e 28 clienti - completamente isolate. Nel pomeriggio del 18 gennaio 2017, dalla montagna sovrastante, si stacca una enorme valanga che investe l’albergo, spostandolo di 10 metri, sfondandone le pareti e seppellendo i presenti; moriranno in 29, tra lavoratori e clienti. Alle...

(Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, Sesto S.Giovanni)

M90, l'orso condannato a morte e abbattuto

In questo mondo alla deriva, il sistema capitalistico globalizzato, selvaggio e criminale sta subendo l’ennesima crisi e ha sguinzagliato ancora una volta i signori della guerra per nuove distruzioni, morte, genocidi, povertà e abbrutimento sociale, per poi, come da prassi, ricostruire le città, curare i feriti, riempire nuovamente gli arsenali e sostenere i superstiti, elargendo fondi alle multinazionali del cemento, delle armi, dell’alimentazione e della farmaceutica, pompando così, nuovo ossigeno nei polmoni del capitale. E la storia continua… In questa macelleria umana e ambientale,...

(Pasquale Aiello)

È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

20 Gennaio 2024 ore 15:57

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

18 Gennaio 2024 ore 12:40

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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U.S.A.: COA(LI)ZIONE A RIPETERE

13 Gennaio 2024 ore 15:20

L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse.
Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.

Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole.
Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato.
Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.

Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco.
Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.

Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi.
Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico.
Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…

Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni?
Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario.
Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina.
Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica.
Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale.
Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto.
Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…).
La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.

La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

4 Gennaio 2024 ore 10:19

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

29 Dicembre 2023 ore 10:47

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

23 Dicembre 2023 ore 10:36

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

18 Dicembre 2023 ore 10:30

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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