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Et in arcade ego 2: L’ultimo metrò

8 Agosto 2026 ore 22:00

di Franco Pezzini

Orazio Labbate, Cumùriu, pp. 105, € 16, Grey Interzona, Napoli 2026.

Prosegue la catabasi di Frank LaBella, detective di Afton, in questa seconda avventura di una originalissima trilogia transmediale: un’opera cioè sviluppata parallelamente per tre linguaggi nell’ambito della sinergia Grey Interzona (edizioni Polidoro, casa di produzione multimediale Grey Ladder, sviluppatore di videogiochi Tiny Bull Studios) e che qui trova conferma rispondendo alle curiosità aperte dalla prima puntata. Una scelta che già indirizza alle ragioni di uno sguardo sincretista, aperto a diverse culture di fruitori e ai relativi immaginari, vertiginosamente ibridati e (si passi il termine, il protagonista lo amerebbe) imbastarditi.
Torniamo a una “mitologia criminale siciliana” da noir, ma con vertigini oniriche da rivelazione eleusina o samotrace, in questo caso persino più lisergicamente straniante che nell’avvio. Il livello mitologico – per cui LaBella è Apollo, con il quid pluris, il tratto videoludicamente acquisito di altre figure, come esplicitato Achille e in qualche misura Odisseo – viene cioè inzuppato nel porridge iniziatico del Southern Gothic, un kykeón dove il grano ha una precisa dignità simbolica rimandando insieme alle grandi piantagioni delle pianure americane. Del resto l’eroe cieco da un occhio – come altri protagonisti di Labbate, in grazia di una mutilazione mitica che molto dice del ricorso a un linguaggio archetipico – può attingere a una visione altra: e il lettore ne è reso partecipe come con un casco da realtà virtuale.
Ma l’America profilatasi non è solo quella delle grandi pianure degli scrittori statunitensi. Nella sua totale libertà creativa e senza rimandi espliciti (né forse voluti), per le soluzioni adottate il risultato finisce col far pensare agli adattamenti e commistioni dei culti sincretici africani, non solo oltre Atlantico: Vodoun, Umbanda, Macumba, eccetera, con la lussureggiante saldatura di istanze arcaiche e componenti moderne, oggetti tradizionali se non primitivi mischiati ad altri di uso contemporaneo… Dove la domanda che il lettore si pone non riguarda tanto il peso di una effettiva sopravvivenza cultuale pagana nella trasfigurata Sicilia di Labbate (certo possono esisterne tracce su cui un de Martino saprebbe illuminarci, e che il narratore ha già in parte valorizzato in altre opere: riti, immagini…), quanto piuttosto di una sensibilità e una visione visceralmente condivisa con almeno una parte dei suoi lettori – siciliani o meno. Che in quei brividi e quegli incubi riconoscono i propri, nell’ambito di un mondo moderno e pop dotato tuttavia ancora di poderose radici in tanto Scuru (a dirla con Labbate). E che ravvisano nelle ragioni del gotico e di linguaggi annessi – in fondo anche qui si può parlare di gotico, sia pure con forme peculiari – un senso e una forza reali.
Se la prima puntata Cravuni (2025, videogioco atteso per il 2027) vedeva LaBella confrontarsi con il tenebroso boss Tony Lavuru (un Ermes precipitato dall’Olimpo come in un esilio tardoantico degli dei, il sembiante decaduto e deforme quasi nel rozzo altorilievo di uno scultore contadino sincretista), già responsabile della morte di sua madre, e che alla fine LaBella uccideva per poi congiungersi alla psicopompa Cuncittina Bity, qui deve affrontare i collaboratori del gangster, quattro divinità della Mafia spiritica.
Ora LaBella vive a Riesi con Cuncittina: ma una notte si risveglia stordito in un locale nei pressi dei sordidi, periferici, Appartamenti Vastasu, immobili legati ai riti della famigerata Mafia spiritica. Quattro lucchetti dalle forme ermetiche, incatenati e intrecciati, bloccano l’uscita: per cui il Nostro, disceso ai surreali vagoni-templi di una metropolitana da delirio, finirà con lo stanarvi lì le quattro potestà. Una metropolitana infera, un ultimo metrò la cui dimensione è siglata dal titolo stesso dell’opera: Cumùriu, cioè “Colui che è morto”, a proiettare l’avventura in una dimensione ctonia.
Ma è affascinante, e del tutto conforme ai travasi culturali di cui in discorso, che pur nel riferimento generale a un fronte ctonio-notturno, non si tratti di una pedissequa osservanza dei livelli gerarchici del mito greco classico da grandi codificazioni: troviamo dunque il sonnecchiante Matt Tabbutu, Ipno; Larry Mucciaredda, per Labbate “Notte o Ermete” (dove lo scarto dubitoso è un altro elemento interessante sul piano dei sincretismi e delle interpretationes con altri sistemi mitici); Chain Viscia, Caronte, il cui tempio in effetti richiama la forma di un’imbarcazione; Luke Sibione, “sùttasignore della mafia spiritica”, cioè un Ade retrocesso curiosamente in seconda posizione. Curiosamente o forse non troppo, non stupisce che in capo a questo tipo decaduto di pantheon (o pandemonium) stesse piuttosto un Ermes, per quanto abbrutito: il dio delle alterità e degli slittamenti, conduttore dei morti e maestro di lingue iniziatiche finisce col risultare molto più congruo al genere di epos delineato da Labbate e alla stessa dimensione videoludica.
Opportunamente l’eliminazione di questi boss avviene d’altronde in forme da fiaba, da mito o persino da rito – come se LaBella compisse azioni rituali sui rispettivi simulacri. Tanto più per la presenza di armi magiche/videoludiche come uno spadino dalle stranianti proprietà, un gettone dalle immagini grottesche, una certa varietà di chiavi o di velli animali come quelli cercati dagli Argonauti o utilizzati in pratiche d’incubatio.
Prova ulteriore per LaBella, dopo aver eliminato le quattro divinità, sarà di non lasciarsi irretire – tenendosi stretto al pensiero di Cuncittina – da boss mafiosi femminili, la fatale Nunziatina Tocco, la senz’occhi Minica Liccu e la fascinosa Mellon Nivata (identificata in Calipso nella tabella finale delle corrispondenze). Però la storia continua… tanto più che si annuncia una serie tv derivata con Labbate come sceneggiatore.
Effervescenti come al solito le trovate, che rinviano abilmente all’immaginario dei videogiochi: in particolare i vagoni della metropolitana a forma di templi – diversi uno dall’altro – e il sembiante sordido delle figure dei boss, tra la maschera mitica e l’esasperata funzione ludica.
Last ma certo not least va ovviamente notato il linguaggio, elemento centrale in Labbate – qui persino più stretto ed ermetico che in altre occasioni, tanto più nel carattere per definizione ingrato e transitorio della seconda puntata d’una trilogia. Se però dobbiamo superare con l’eroe una prova a più livelli, inevitabile inseguirlo nella sue ruminazioni crepuscolari, tra tentazioni autodistruttive e coscienza di un ruolo e una missione, anche attraverso le sue confidenze iniziatiche e il periodare ispido e notturno.

He Actually Caught It

8 Agosto 2026 ore 21:38

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2:32 Man Does a Backflip at the Beach and Lands on His Head
2:34 Opening airplane table
2:44 Cars in sinkhole
2:51 not tapping out soldier sister
3:23 Car goes airborne before crashing into hillside
3:29 Horse hits itself with broom
3:34 coast guard join in on race
3:50 Splitting watermelon in half
3:59 Scooter incident
4:05 Rihanna Misunderstands Fan's Photo Request
4:29 Man Gets Hit in Face by Speed Bag During Jump
4:36 Incredible form on waterslide
4:41 Dog steals lucky charms
4:51 Basketball shot accidentally knocks woman's meal to the ground
4:58 How Not to Use Resistance Bands at Gym
5:16 Excited cat leaps into glass door knocking it from its hinges
5:26 Dog Obeys Woman's Sign Language Commands
5:39 Ice slide FPV
5:57 Teacher of the Month award
6:12 Push me, Pull you bike ride
6:21 Surfing with 300 dolphins
6:45 Guy Tackles Wrestling Partner Wrongly as Coach Gives Tutorial
6:57 Beating strangers at Rock, Paper, Scissors
7:21 Lawn mower hack
7:31 Stand behind line
7:36 Parental collision
7:42 Paul
8:05 Guess what?
8:11 Cat stands on keyboard
8:24 Bodybuilder Can't Reach Sticker on His Back
8:45 Couple Spotted Whizzing Down the Road on a Couch on Wheels
8:54 Guy In Dummy Costume Wrestles Guy
8:56 Man Gets Hit in Head by Soccer Ball After Surfboard Ramp Fail
9:10 Tuning fork in water
9:22 How grandpa puts cologne on
9:38 Adult trapped in kids body
9:53 Guy walks into pole on train
10:01 Fastest delivery driver
10:18 Garbage man kicks ball to garbage truck
10:28 extreme wakeboarding
10:37 Grammar check fail
11:04 Opening bottles with digger
11:16 Sleeping cat's upright tail amuses owner
11:28 Pretending to drive a rollercoaster
11:38 Sneaky shark
11:46 Family taking parasol
11:58 Kid helping mom with groceries
12:16 Bad parking
12:37 Silhouette fail
12:47 Kids are ruthless
13:07 ragebaiting housemate
13:14 Car has legs
13:23 Wall brushing
13:41 racing my dog in a car
14:02 Kid basketball shot
14:10 Driving above the clouds
14:21 Bubble bottle trick
14:40 Kid loves mac n cheese
14:57 Yellowstone

CATANIA: LASCIA IL CANE SUL BALCINE, DENUNCIATO 50ENNE

8 Agosto 2026 ore 17:23

Una pattuglia della Stazione dei Carabinieri di Mascali, nel Catanese, è intervenuta in un’abitazione del centro a seguito di una segnalazione giunta al 112, relativa a un cane in difficoltà. Giunti sul posto, i militari hanno visto sporgere la testa dell’animale dal balcone del secondo piano. Dopo aver suonato invano al citofono, i Carabinieri sono riusciti ad accedere all’androne del condominio e, da una finestra del vano scale, hanno potuto osservare l’animale. Il cane era stato lasciato su un balconcino esposto al sole, senza una cuccia e con le ciotole di acqua e cibo vuote. I militari si sono quindi attivati per rintracciare il proprietario, intimandogli di rientrare immediatamente a casa per verificare le condizioni di salute dell’animale, lasciato al sole senza possibilità di ripararsi dal caldo. Per l’uomo, un 50enne del posto, è scattata la denuncia all’Autorità Giudiziaria per abbandono di animali domestici e loro detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura.

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La deconstrucción del mal: El poder consciente de la destrucción – Por Ivone Alves García

8 Agosto 2026 ore 16:10

Por Ivone Alves García

Mientras la cultura moderna reduce el daño a un diagnóstico psiquiátrico, la dimensión espiritual expone la deliberada voluntad de quienes operan desde las estructuras de control.

Para quienes leen el Evangelio, en el capítulo cinco de Marcos, el endemoniado de Gerasa aparece habitando entre sepulcros, apartado de la comunidad, desnudo, violento y fuera de sí. Los hombres habían intentado sujetarlo con cadenas, pero ninguna fuerza exterior podía sanar su alma desgarrada o reparar su mente dividida. Después del encuentro con Cristo, la Escritura lo presenta vestido, sereno y en su sano juicio. La liberación posee una forma humana, visible: aquel hombre vuelve a pertenecerse. Deja de vivir entre los muertos y recupera su lugar entre los vivos.

La confrontación de Jesús con los espíritus impuros ocupa un lugar central en la proclamación del Reino de Dios. Su misión reúne la curación física, el perdón de los pecados y la liberación espiritual. Cada una de esas acciones revela una dimensión de la condición humana que Cristo ha venido a restaurar.

Los relatos evangélicos no confunden todos los padecimientos. Hablan de ciegos, paralíticos, leprosos, epilépticos y personas atormentadas por espíritus impuros. Algunas enfermedades aparecen vinculadas con manifestaciones espirituales; otras, claramente, no. Los evangelistas describen curaciones y exorcismos como acciones distintas porque comprendían que el sufrimiento físico, el desorden de la mente y la esclavitud espiritual no eran necesariamente una misma realidad.

Cristo tampoco convierte al demonio en el centro de su mensaje. Nunca lo presenta como un poder equivalente a Dios ni como el gobernante de una realidad independiente. Lo enfrenta con autoridad, sin negociar con él ni dejarse fascinar por sus manifestaciones. El centro permanece en la persona que debe recuperar su libertad.

Cuando Jesús afirma que la expulsión de los demonios anuncia la llegada del Reino de Dios, revela algo más profundo que la existencia de seres espirituales malignos. La presencia de Dios devuelve al hombre aquello que el mal intenta arrebatarle: la conciencia de sí, el dominio de su voluntad, la capacidad de hablar con verdad y la posibilidad de volver a vivir entre los demás.

La Iglesia nunca eliminó la existencia del demonio de su doctrina. El Catecismo enseña que Satanás y los demás demonios son criaturas espirituales creadas buenas que rechazaron libremente a Dios. Su maldad no pertenece a su naturaleza original. Procede de una decisión. Allí reside una cuestión decisiva para comprender el mal desde el cristianismo: el mal no posee capacidad creadora. Toma lo que existe, lo separa de su finalidad y lo deforma.

El demonio no es un dios oscuro enfrentado en igualdad de condiciones al Dios verdadero. Es una criatura limitada. No puede producir vida, verdad, belleza o comunión. Puede parasitar esos bienes, utilizarlos como apariencia y orientarlos hacia la destrucción. Puede convertir el deseo de justicia en voluntad de venganza, la necesidad de seguridad en sometimiento, el amor a la patria en desprecio por otros pueblos, la defensa de la libertad en indiferencia ante el débil y la búsqueda de unidad en obediencia ciega.

Esa capacidad de deformación explica por qué el mal pocas veces se presenta abiertamente como mal. Necesita una justificación. Se aproxima al hombre revestido de necesidad, eficacia, progreso, seguridad, grandeza o salvación. Adopta palabras aceptables para ocultar la naturaleza de sus frutos.

Las tentaciones de Jesús en el desierto muestran con claridad ese procedimiento. El tentador no le propone una crueldad evidente. Le propone convertir las piedras en pan, demostrar públicamente su condición divina y recibir el dominio de los reinos del mundo. Utiliza incluso palabras de la Escritura. Las propuestas contienen bienes reconocibles: alimento, certeza y poder para gobernar. El desorden aparece en el camino ofrecido para alcanzarlos. Cristo tendría que utilizar su poder al margen de la voluntad del Padre, convertir la fe en espectáculo y aceptar el dominio como fundamento de su misión.

La tentación trabaja separando el bien de la verdad, la autoridad del servicio, la libertad de la responsabilidad y la inteligencia de la conciencia. La palabra griega diábolos designa precisamente al que divide, acusa y calumnia. Su acción descompone las relaciones que sostienen la vida humana: la relación con Dios, con los demás, con la realidad y con uno mismo.

Durante siglos, el cristianismo atribuyó a causas demoníacas enfermedades y trastornos que aún no comprendía, provocando miedo y castigo donde hacía falta cuidado. La medicina, la neurología, la psicología y la psiquiatría corrigieron esos abusos, permitieron reconocer padecimientos reales y devolvieron dignidad a quienes habían sido considerados culpables de su sufrimiento. Pero esa corrección terminó derivando en otro exceso: como la ciencia podía explicar muchas supuestas posesiones, el pensamiento contemporáneo negó toda realidad espiritual que no pudiera medirse. Una parte de la Iglesia acompañó ese desplazamiento y, por temor a parecer irracional, redujo al demonio a una metáfora del egoísmo, la violencia o la injusticia. Conservó las palabras, pero comenzó a vaciarlas de su contenido.

Ese silencio tuvo una consecuencia previsible: al desaparecer de la predicación, la dimensión espiritual del mal también se borró de la conciencia de muchos creyentes. La vida cristiana fue reducida a una orientación ética, una práctica solidaria o una búsqueda de bienestar interior. El pecado se convirtió en error; la conversión, en superación personal; y la salvación, en una metáfora de la convivencia.

Sin embargo, existen formas del mal que la ignorancia, la necesidad económica, el trauma o la enfermedad no explican por completo. Hay quienes dañan con conocimiento, método y persistencia, aun después de prever y comprobar las consecuencias de sus actos. La inteligencia y la formación no impiden esa elección: pueden hacerla más eficiente y proporcionarle argumentos para justificarse. El pensamiento contemporáneo describe con precisión los mecanismos del poder y las ideologías, pero con frecuencia termina desdibujando la responsabilidad moral de quienes utilizan esos mecanismos para destruir.

Por eso se ha vuelto común etiquetar la crueldad extrema como una patología psiquiátrica. Esa respuesta funciona a veces como una defensa intelectual frente a una realidad más incómoda: una persona mentalmente sana puede distinguir el bien y, aun así, elegir el mal. Diagnosticar cada perversidad sin sustento clínico estigmatiza la enfermedad mental y absuelve moralmente al culpable.

La teología cristiana sostiene que la responsabilidad humana es ineludible. El demonio puede tentar o potenciar la fragilidad, pero no tiene el poder de anular la libertad ni de forzar el consentimiento. El sometimiento al mal se construye mediante decisiones personales. En la vida cotidiana, esta dinámica es poco espectacular. No necesita manifestaciones extraordinarias: le basta con lograr que se acepte una primera mentira. Cuando esa falsedad se repite e institucionaliza, se transforma en la estructura invisible desde la cual la persona justifica todo lo demás.

Así se anestesia la conciencia: el daño se redefine como un costo y la víctima, como un obstáculo. El mal adquiere entonces una dimensión colectiva sin dejar de depender de decisiones personales. Las instituciones no poseen alma, pero pueden conservar y multiplicar las decisiones de quienes las gobiernan. Una estructura permite que miles de personas participen en un daño sin sentirse responsables de la totalidad. Cada una cumple una función limitada: una redacta una norma, otra firma un documento, otra ejecuta una orden y otra construye el relato que hará aceptable el resultado.

Cuando la responsabilidad se fragmenta, el mal se vuelve burocráticamente normal. Se incorpora a informes, protocolos y estadísticas formalmente correctos, mientras la distancia entre la decisión y sus consecuencias humanas adormece la conciencia de quienes participan.

Para la tradición cristiana, este mal organizado prospera cuando la mentira se convierte en sistema y el poder deja de reconocer límites. La dimensión espiritual del mal no reemplaza las explicaciones políticas, psicológicas o sociales, pero impide reducir el problema a ellas. La Iglesia distingue la tentación ordinaria de manifestaciones extraordinarias, como la posesión, que puede ejercer dominio sobre el cuerpo, pero nunca apropiarse del alma ni anular la libertad espiritual.

Precisamente porque esos casos son excepcionales, la Iglesia exige evaluación médica, discernimiento eclesial y extrema prudencia. Un exorcismo no puede surgir de una impresión personal ni de una discrepancia ideológica. Esta cautela evita que la fe se convierta en superstición y que el demonio sea invocado para deshumanizar al adversario o eludir la responsabilidad propia.

El cristianismo obliga a mirar primero la tentación ordinaria, el consentimiento cotidiano y las pequeñas renuncias a la verdad. El mal político y social suele comenzar cuando se tolera una mentira o una injusticia porque favorece la propia causa. Cuando esas concesiones se acumulan, la voluntad se deforma y la libertad queda condicionada por aquello que decidió alimentar. Es el itinerario agustiniano: la voluntad desordenada engendra el hábito, y el hábito sin resistencia deviene necesidad. La culpa permanece, porque el ser humano ha cooperado con su propio sometimiento.

Por eso la tradición cristiana no busca señales extraordinarias para defenderse del mal. La vida sacramental, el examen de conciencia y la caridad custodian la libertad al mantener al hombre en la verdad. La gracia no actúa como un amuleto: restaura el orden que la mentira corrompe.

El extremo opuesto es la obsesión por ver demonios en todas partes. Esa deformación disminuye la responsabilidad humana, concede al maligno una centralidad ajena al Evangelio y permite atribuirle las pasiones e intereses que cada persona decidió servir. La posición cristiana reconoce la realidad espiritual sin abandonar la razón, y la tentación sin anular la libertad.

Esta mirada exige juzgar por los frutos. Cuando la mentira sostiene un sistema, la dignidad queda subordinada a la utilidad, el sufrimiento deja de imponer límites y el poder reclama una obediencia que solo corresponde a Dios, ya no estamos ante simples diferencias de opinión. La historia demuestra que el conocimiento técnico y la capacidad burocrática pueden organizar el daño con plena conciencia de sus consecuencias.

Los Evangelios conservan las escenas de liberación porque recuerdan que el ser humano puede romperse por dentro y quedar sometido a una fuerza que lo separa de Dios, del prójimo y de sí mismo. La autoridad de Cristo no reemplaza la ciencia ni elimina la responsabilidad: restablece la verdad donde la mentira se había convertido en morada. El hombre liberado recupera su nombre, su sano juicio y su lugar en la comunidad.

Cuando observamos detenidamente a ciertos líderes políticos, presidentes y figuras públicas, y estudiamos la frialdad de sus decisiones, el conocimiento que poseen de sus consecuencias, la ausencia de límites morales y la perseverancia con que profundizan el daño, el vocabulario psiquiátrico puede resultar insuficiente. Convertir la perversidad de un gobernante en un diagnóstico improvisado significa claudicar ante el misterio del mal y confundir una posible patología con una voluntad que quizá sabe lo que hace.

Queda entonces una pregunta que nuestra época evita por temor a la superstición: ¿estamos ante una enfermedad mental, ante la elección consciente y sostenida de la iniquidad, ante un sometimiento espiritual progresivo o, en casos que solo la Iglesia podría discernir, ante aquello que la tradición cristiana llama posesión demoníaca?

La observación externa no basta para trazar el límite exacto de la acción del mal en la conciencia de una persona. Esa limitación no vuelve ilegítima la pregunta. Revela la insuficiencia de un lenguaje que reduce el pecado a disfunción cognitiva y la maldad a trauma psicológico, y que por eso ya no reconoce la dimensión espiritual del mal cuando se organiza y actúa en la historia.

La pregunta tampoco absuelve al dirigente ni convierte su voluntad en un instrumento pasivo. La vuelve más grave, porque obliga a mirar la sucesión concreta de concesiones mediante las cuales una persona acepta la mentira, aprende a convivir con el daño y termina poniendo su inteligencia, su poder y su libertad al servicio de aquello que decidió alimentar. Entonces la maldad contemporánea no es un simple error de información o una enfermedad mental, sino una degradación progresiva y libre de la voluntad humana.

Quello che NON VORRESTI VEDERE in VIAGGIO 😳 Giro del mondo in camper 4x4

21 Luglio 2026 ore 12:32

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1178: Le Isole Faroe sembrano uscite da un altro pianeta! Scogliere vertiginose, strade che si perdono nella nebbia, piccoli villaggi affacciati sull’oceano e paesaggi che sembrano quasi irreali.

Ma questo viaggio non sarà soltanto un viaggio alla scoperta di uno dei luoghi più spettacolari del Nord Atlantico.

Dietro queste immagini da cartolina si nascondono infatti storie, tradizioni e questioni decisamente controverse. Temi sui quali è facile avere un’opinione, ma molto più difficile conoscere davvero tutti i punti di vista.

Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di andarci di persona: per vedere, ascoltare, fare domande e cercare di capire cosa c’è davvero dietro ciò che spesso arriva a noi attraverso poche immagini o racconti parziali.

Non sarà quindi un viaggio con una risposta già pronta.

Sarà un’occasione per approfondire, conoscere una realtà molto diversa dalla nostra e, alla fine, provare a farsi una propria idea.

Tra paesaggi incredibili, strade impossibili, oceano e piccoli villaggi, partiremo alla scoperta delle Faroe cercando di andare un po’ oltre la superficie.

Perché a volte, per capire qualcosa, bisogna semplicemente andarci.

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GUERRA alle FORMICHE! Quante specie ci sono nel giardino? #formiche #ants #pestcontrol

8 Agosto 2026 ore 13:00

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Ci avevo gia' provato, senza successo. Ci riprovo di nuovo tentando una MISCELA che forse risolvera', grazie all'ACIDO BORICO.

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Why Beijing struggles to win Indian hearts and minds despite diplomatic thaw

Though the relationship between the Chinese and Indian governments has been thawing, Beijing has yet to win over the Indian public as it lacked a long-term strategy and communication channels, according to Chinese researchers. Beijing needed to find common ground by expanding its bottom-up strategies as “a matter of urgency”, Zhou Qingan, dean of Tsinghua University’s school of journalism, and Li Yiming, a research assistant at the school argued in a recent article. In a June paper published in...

Scontro con la Spagna, Meloni tiene la linea dura

8 Agosto 2026 ore 13:15

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Giorgia Meloni tiene la linea dura con la Spagna di Sanchez e decide di mantenere i controlli alla frontiera. Che cosa sta succedendo tra Italia e Spagna?

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GALAXY FOLD 8 vs FOLD 8 Ultra vs FLIP 8

8 Agosto 2026 ore 10:30
La naturale evoluzione degli smartphone pieghevoli ha raggiunto una fase di maturità in cui, a mio parere, le specifiche tecniche pure lasciano sempre più spazio a valutazioni sull’ergonomia e sull’esperienza d’uso quotidiana. L’arrivo della nuova gamma composta da Galaxy Z […]

Semicerchio, LXXIV. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura

8 Agosto 2026 ore 09:27
[E’ appena uscito il fascicolo LXXIV di «Semicerchio. Rivista di poesia comparata», 2026,1. Zone di conflitto, contatto, traduzione, cura. I: Poesia da Gaza, a cura di Mariangela Masullo e Simone Sibilio. Pubblichiamo la presentazione del volume e tre testi di poeti palestinesi, tradotti da Simone Sibilio].   «Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento / …

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Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più.

8 Agosto 2026 ore 09:13

Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. Manca poco più un mese, e mancano poco meno di 30.000 firme. La raccolta non sta andando come dovrebbe. Associazioni nazionali e gruppi locali si stanno impegnando al massimo, ma il risultato non si vede ancora. C’è bisogno di uno sprint finale [...]

L'articolo Campagna “Un’altra difesa è possibile”. Non c’è più tempo. Ora o mai più. proviene da Movimento Nonviolento.

Gooding Christie’s, le auto all’asta a Monterey

8 Agosto 2026 ore 07:00

Per chi segue il mondo delle aste è divertente notare come la sfida tra collezionisti - per aggiudicarsi i pezzi più rari e pregiati - sia diventata anche una sfida tra Case d’aste, per chi riesce ad avere tra i propri lotti le vetture più prestigiose e in grado di fare notizia. Ormai da alcuni anni, in California, in occasione di uno degli eventi più importanti per il mondo delle classiche - il Concorso d’Eleganza di Pebble Beach - si ritrovano faccia a faccia le potenze delle vendite all’incanto: RM Sotheby’s, Broad Arrow e Gooding Christie’s. Saranno infatti impegnate contemporaneamente, per un’abbuffata di capolavori a quattro ruote che potrebbe provocare la sindrome di Stendhal anche ai più scafati frequentatori.

La Daytona Coupé di Carroll Shelby in persona

L'evento di Gooding Christie’s, che si terrà il 14 e 15 agosto presso il Parc du Concours, è giunto alla ventitreesima edizione e anche quest’anno non mancano automobili da sogno, con un parterre equamente distribuito dai primi anni del 900 fino a oggi. La regina dell’asta sarà senza dubbio la Shelby Cobra Daytona Coupé del 1964 appartenuta dal 1975 al 1998 a Carroll Shelby in persona, l'unico esemplare mai posseduto dal suo creatore. Con soli sei esemplari costruiti, è anche un’auto estremamente rara che, nel caso di questo esemplare, ha gareggiato dal 1964 al 1968 prima di finire in Giappone, dove era stata trasformata in auto stradale quando, negli anni 70, fu individuata e riportata negli USA. La stima è “in excess of 25.000.000 $” e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Anni 60 da corsa con Ferrari e Porsche

C’è un’altra auto da corsa tra i lotti all’asta che non ha bisogno di presentazioni: è una Ferrari 250 P del 1963 con un pedigree sportivo di tutto rispetto fatto di un secondo e un terzo posto, rispettivamente alla 12 Ore di Sebring e alla 24 Ore di Le Mans. Utilizzata anche dal team N.A.R.T. di Luigi Chinetti e da quasi 40 anni parte di una delle più importanti collezioni Ferrari del Nord America, la sua storia è documentata dall’esperto Marcel Massini ed è presente in numerose autorevoli pubblicazioni e, con una valutazione tra i 15 e i 20 milioni di dollari, è un altro dei pezzi più pregiati. Rimanendo negli anni 60, c’è una spettacolare Porsche 907 “coda lunga” del 1968, che può vantare una vittoria alla 24 ore di Daytona del 1968 e un secondo posto alla 100 Km di Monza dello stesso anno. Il suo motore originale - un otto cilindri boxer Tipo 771 da 2.2 litri per 270 CV - è stato ritrovato e ripristinato nel 2010 insieme al cambio, e oggi è pronto a ruggire nei principali eventi storici riservati ai prototipi: per poterlo fare, però, bisogna prima mettere in conto tra i 4,5 e i 5,5 milioni di dollari. Il premio per la rarità però spetta di diritto alla Ferrari Dino 206 S Berlinetta del 1966, in quanto, dei 18 esemplari completati, solo tre furono carrozzati come Berlinetta e, essendo l'ultimo completato, il telaio 014 offerto all’asta a Monterey occupa un posto unico. Anche in questo caso, si tratta di una vettura da corsa schierata dal leggendario North American Racing Team (N.A.R.T.), che ha gareggiato nelle più importanti competizioni di durata del mondo, tra cui Le Mans, Sebring e Daytona nella categoria 2 litri, essendo spinta da un V6 di 1.986 cm³ da 220 CV. La stima degli esperti di Gooding Christie’s è una cifra compresa tra i 3,5 e i 5 milioni di dollari.

Maserati e Porsche che hanno fatto la storia

Come al solito, sono troppe le auto meritevoli di attenzioni per poterle menzionare tutte, ma ci proveremo lo stesso, dividendole per categorie: iniziamo con tre splendide “barchette” da corsa, ovvero una Maserati Tipo 61 “Birdcage” del 1959, guidata anche da Ken Miles, un’altra Maserati, una 200 SI del 1957 e una Porsche 550A Spyder del 1958 con una carriera sportiva in Austria (condita da record di velocità e vittoria nel campionato nazionale, classe 1.5 litri) e una seconda vita negli USA. Rimanendo in casa Porsche, troppo bella per non parlarne, a Monterey ci sarà anche una 910 del 1967, in condizioni strepitose e ormai una veterana dei principali eventi riservati alle classiche, da Le Mans Classic a Goodwood Revival.

Due Vector, una LM002 e l’auto Hot Wheels

Tra le “stranezze”, addirittura una coppia di Vector, la sportiva americana anni 80 tanto rivoluzionaria quanto sfortunata: c’è l’unico esemplare spider, una Avtech WX-3R realizzata nel 1993, con il suo V8 biturbo da 6.0 litri interamente di alluminio e 625 CV, ma anche una M12 del 1996 spinta da un V12 Lamborghini e prodotta solamente in 14 esemplari. Si fa sicuramente notare anche la Lamborghini LM002, qui rappresentata da un esemplare del 1988, a carburatori, nella rara tinta Blu Acapulco e con l’autografo del mitico collaudatore Valentino Balboni sul cruscotto. La più originale del gruppo però è una Pontiac Firebird del 1970 realizzata in esemplare unico sulla base di un design destinato a un modellino Hot Wheels.

Dall’Autobahn ai rally, fino ai giorni nostri

Per chiudere, un trittico senza nessun legame tra loro, se non il fatto di essere, nel loro genere, auto iconiche: la prima è la capostipite delle feroci berline Mercedes regine dell’Autobahn, la mitica E500 sviluppata insieme alla Porsche, con un esemplare del 1994 in allestimento Limited e soli 50.158 km. Proseguiamo con una Lancia Rally 037 del 1983 in allestimento e con livrea da corsa, quella con cui ha partecipato al Campionato Spagnolo Rally: nel corso della sua vita ha avuto solo due proprietari. La più moderna - ha solo 2 anni di vita - è una Ferrari 812 Competizione con oltre 140 mila euro solo in optional, dai sedili da corsa tipo Daytona ai cerchi di carbonio. Una di 999 esemplari prodotti, è stimata tra i 2 e i 2.4 milioni di dollari.

Gooding Christie’s asta Monterey - 1Ruoteclassiche
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Chery all'attacco: tutte le novità in arrivo in Italia tra Omoda, Jaecoo, Lepas e iCaur

6 Agosto 2026 ore 17:37
Il gruppo Chery è un vero e proprio colosso dell'automobile, e non solo in Cina. In Italia è presente da un paio d'anni con i marchi Omoda & Jaecoo, a cui si sono aggiunti da qualche mese Lepas e iCaur, oltre allo stesso marchio Chery. Senza dimenticare la ventennale partnership con il gruppo molisano DR Automobiles, a cui la Casa cinese fornisce alcuni modelli della sua gamma. E nei prossimi anni sarà la volta di Exlantix (Exeed sui mercati asiatici).Vediamo quindi, marchio per marchio, le novità in arrivo dal gruppo Chery fino alla fine dell'anno e nei primi mesi del 2027. Chery Chery Tiggo 9 Il primo modello ad arrivare sul nostro mercato è la grande SUV Tiggo 9, lunga 4,81 m e con un passo di 2,80 m. Sette i posti a sedere, con tanto spazio a bordo: i sedili della seconda fila scorrono di 26 cm e, abbattendo gli schienali, il bagagliaio arriva a una capacità di 2.065 litri. Ricca la dotazione di serie, che accanto al quadro strumenti da 10,25" e l'infotainment da 15,6" offre il sedile del conducente con regolazioni elettriche a 8 vie e massaggio a 10 punti, la seduta passeggero "Queen Seat" reclinabile, i vetri fonoassorbenti e l'impianto audio Sony a 14 altoparlanti con cancellazione attiva del rumore. In Italia la Tiggo 9 sarà proposta con un powertrain ibrido plug-in Super Hybrid da 428 CV, a trazione prevalentemente elettrica con il motore termico dedicato alla ricarica della batteria e al supporto nelle fasi in cui è richiesta più potenza. I dati tecnici completi non sono ancora stati comunicati, ma l'autonomia elettrica in città dovrebbe aggirarsi intorno ai 140 km, mentre quella complessiva superare i mille chilometri.Quando arriva: ottobre Chery Tiggo 8 Il secondo modello destinato all'Italia, con il brand del gruppo sulla calandra, è una SUV medio-grande da 4,72 metri di lunghezza, che sfrutta uno schema a trazione anteriore con architettura ibrida plug-in: il powertrain è composto da un 1.5 turbobenzina abbinato a un'unità elettrica, per una potenza combinata di 279 CV e 365 Nm di coppia. La batteria ha una capacità di 18,4 kWh, che dovrebbe assicurare almeno una cinquantina di km in modalità solo elettrica. All'interno, l'abitacolo presenta rivestimenti di pelle (con sedili anteriori ventilati) e un ecosistema digitale gestito da uno schermo da 15,6", affiancato da un head-up display e da una telecamera a 360. Di serie anche la guida assistita di livello 2. Quanto costerà: circa 40 mila euroQuando arriva: ottobre iCaur iCaur V27 Questo brand del gruppo Chery è dedicato esclusivamente a modelli fuoristrada con powertrain elettrificati, e arriva in Italia con la iCaur V27. Questa SUV dalle linee "boxy" è lunga 5,04 metri, larga 1,97 e alta 1,85, con angolo d'attacco di 24, angolo di uscita di 23, altezza da terra di 22,4 cm e guado fino a 60 cm. Le ambizioni premium del brand emergono soprattutto per le finiture curate degli interni e la tanta tecnologia di bordo, con la dashboard integrata nella plancia, l'infotainment da 15,4" e il tetto panoramico. Il powertrain del modello destinato ai nostri mercati è un range extender: il motore termico 1.5 turbobenzina da 143 CV fa da generatore per due motori elettrici, 150 kW all'anteriore e 185 kW al posteriore, per 455 CV e 505 Nm complessivi. La batteria CATL da 34,3 kWh garantisce 156 km in elettrico e oltre 1.000 km di autonomia combinata.Quanto costerà: circa 55 mila euroQuando arriva: inizio 2027 Jaecoo Jaecoo 7 La Jaecoo 7 è già in commercio in Italia da un paio d'anni, in versione benzina, full hybrid e plug-in. Nei prossimi mesi arriverà il primo aggiornamento dell'ibrida ricaricabile, che monterà una batteria da 26,6 kWh, quasi il 50% più capiente dell'attuale (che arriva a 18,4 kWh). Invariata la parte termica con il 1.5 turbobenzina, ma aumenta in maniera sensibile l'autonomia in modalità a zero emissioni, e quindi la percorrenza complessiva.Quanto costerà: da circa 40 mila euroQuando arriva: novembre Lepas Lepas L8 Il marchio Lepas, presentato qualche mese fa, proporrà sul nostro mercato modelli a ruote alte eleganti ma accessibili. Il primo a sbarcare in Italia sarà la L8, una SUV lunga 469 cm e con un passo di 280, cinque comodi posti a sedere e un bagagliaio da 507 litri dichiarati. La meccanica prevede il collaudato sistema ibrido plug-in a trazione con motore turbobenzina 1.5 litri da 143 CV che lavora con un'unità elettrica, per una potenza complessiva di 279 CV: scatto da ferma a 100 km/h in 7,9 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria da 18,4 kWh promette un'autonomia di circa 90 km. Due gli allestimenti, Essence ed Elegance, con una dotazione di serie molto completa, che prevede infotainment da 13,2" con Apple CarPlay e Android Auto wireless, telecamera a 540 e guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco.Quanto costerà: da 41.700 euroQuando arriva: già disponibile Lepas 4 Il secondo modello destinato al mercato italiano è lungo 440 cm, posizionandosi a cavallo dei segmenti B e C. Anche questa SUV si caratterizza per le linee morbide e un frontale che permette di distinguere la motorizzazione, con powertrain full hybrid e plug-in. Più avanti potrebbe arrivare anche una versione elettrica, già venduta in Cina, con motore da 150 kW (204 CV) e 450 km di autonomia. Interni curati, con schermo centrale verticale e tanti comandi fisici.Quanto costerà: da circa 30.000 euroQuando arriva: inizio 2027 Lepas L6 Al centro dell'offerta Lepas arriverà la L6, SUV lunga 455 centimetri. Nel cofano si trova un powertrain Super Hybrid da 279 CV, composto da un 1.5 turbobenzina da 143 CV abbinato a un'unità elettrica da 204 cavalli, alimentata da una batteria da 18,4 kWh.Quanto costerà: da circa 35.000 euroQuando arriva: novembre Omoda Omoda 4 Questa nuova crossover, lunga 4,40 metri, si caratterizza per il design Cyber Mecha ispirato ai cartoni animati giapponesi e rivolto alle generazioni più giovani, con superfici nette e linee geometriche. All'interno, tra assistenti vocali ispirati al gaming e il display dell'infotainment verticale, spicca il pulsante d'accensione coperto da uno sportellino rosso, in stile jet (e Lamborghini). Al debutto la Omoda 4 sarà disponibile con il motore 1.6 benzina da 147 CV già visto sulla Omoda 5, a cui si affianca il powertrain full hybrid da 150 kW (204 CV), nel quale il 1.5 benzina lavora prevalentemente come generatore dell'unità elettrica, intervenendo sulla trazione solo alle velocità più elevate per ottimizzare consumi ed efficienza. In un secondo momento potrebbero arrivare anche versioni plug-in e full electric. Ancora incerto il futuro della versione Ultra, con carattere e performance da sportiva.Quanto costerà: da circa 30 mila euroQuando arriva: settembre Omoda 5 A meno di due anni dal debutto sul mercato europeo, la Omoda 5 si rinnova con un restyling che ne modifica non solo design e abitacolo, ma anche il posizionamento. La SUV cinese cresce infatti di circa 7 cm, superando i quattro metri e mezzo di lunghezza, per lasciare spazio alla futura Omoda 4 e salire di categoria. Il frontale adotta gruppi ottici più sottili e una nuova firma luminosa, mentre l'abitacolo è stato riprogettato e ora integra un doppio display, volante a due razze e un tunnel centrale rialzato con doppia ricarica wireless. La gamma punterà sulle versioni ibride ed elettriche, con quest'ultime che confermano la batteria da 61 kWh.Quanto costerà: da circa 30 mila euroQuando arriva: dicembre Omoda 9 La Omoda amplia la gamma del suo modello più grande con l'introduzione della Aurora Edition, serie speciale realizzata in soli mille esemplari e dedicata esclusivamente al mercato italiano. Questa versione si distingue per la tinta esclusiva Aurora Green e per un equipaggiamento piuttosto ricco. Invariato il powertrain ibrido plug-in, composto dal 1.5 turbobenzina e tre unità elettriche, che garantiscono la trazione integrale e una potenza combinata di 537 CV e 650 Nm. La batteria ha una capacità di 34,5 kWh e permette di muoversi per 145 km senza emettere CO2. Quanto costerà: 54.000 euroQuando arriva: già disponibile

⚡ALERT! BAD THINGS ARE ABOUT TO HAPPEN.

8 Agosto 2026 ore 06:47

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WW3 and Market crash loading

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È USCITO IL NUOVO NUMERO DI LATEBRE

8 Agosto 2026 ore 00:42
Diffondiamo: È uscito il nuovo numero di Latebre, 1 agosto 2026 In questo numero: – Mangiando il soffitto – Ciò che è senza riserve – Sentieri poco battuti – L’erba voglio Di seguito il pdf del file. LatebreN1.LETTURA LatebreN1.STAMPA (Si consiglia per la stampa il formato A3) È USCITO IL NUMERO 0 di LATEBRE RIFLESSIONI … Leggi tutto "È USCITO IL NUOVO NUMERO DI LATEBRE"

Nuovo Codice della strada, cambia tutto: dalle multe alla patente, le novità in anteprima

14 Agosto 2026 ore 14:52
Revisione completa delle sanzioni; scomparsa dell'aumento automatico delle multe ogni due anni; aumento degli importi rispetto alla somma base in alcune situazioni particolarmente gravi (neopatentati, mezzi pesanti, utenti vulnerabili, condizioni psicofisiche alterate); ma anche diminuzione in alcune particolari circostanze; proporzionalità e progressività della multa per eccesso di velocità, con un sorprendente abbassamento degli importi nelle situazioni più gravi; destinazione alla sicurezza stradale del 70% dei proventi delle multe, e sospensione automatica e prestabilita della patente, situazione che il nuovo codice chiama divieto di guida: non vi sarà più una durata minima e massima e, dunque, non sarà più il prefetto a decidere, sarà tutto automatico e immediato.Sono alcune delle principali novità contenute nel testo base del nuovo Codice della strada messo a punto dai ministeri dell'Interno e dei Trasporti nei mesi scorsi e sul quale da oggi e fino al 13 settembre si confronteranno tutte le associazioni di settore. Quattroruote ha potuto visionare il testo in anteprima: ecco tutte le novità.  Patente B a 17 anni, biciclette elettriche e obbligo di casco in bici sotto i 14 anniTra le altre novità, poi, vi sarà la possibilità di prendere la patente B a 17 anni; si introduce la nuova categoria delle biciclette elettriche (con casco obbligatorio per tutti), che il nuovo Codice definisce bici a propulsione, distinte da quelle a pedalata assistita che continuano a fare parte della famiglia dei velocipedi; in bici (sia a pedalata assistita sia muscolare) il casco sarà obbligatorio solo per i minori di 14 anni; e si sanerà il buco della norma attuale sul mancato obbligo di cintura di sicurezza sui quadricicli non leggeri, gli L7e detti quadricicli pesanti.Un capitolo specifico è dedicato ai reati della circolazione stradale, che sono sette: gare clandestine, esercizio abusivo dell'attività di guardiamacchine o parcheggiatore, alterazione o manomissione delle targhe, guida senza patente, guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto stupefacenti, fuga e omissione di soccorso a seguito di sinistro, fuga a seguito di Alt o forzatura del posto di blocco. Separazione tra norme di comportamento e norme tecnicheMa vediamo un po' più nel dettaglio alcune di queste novità. La prima e più significativa è la completa riorganizzazione del Codice: otto titoli, 49 capitoli (capi) e ben 291 articoli. Le norme di comportamento, scritte in maniera più semplice, sono nettamente separate dalle altre, con l'obiettivo di rendere tutto più comprensibile. Via l'aumento automatico biennale delle multeTutte le sanzioni, sia quelle principali sia quelle accessorie, oltre a essere riviste, sono state raggruppate in un'unica tabella. Comprensibile e lodevole l'intenzione, poco efficace la lettura, va detto. Nulla cambia, invece, nella tabella dei punti da decurtare dalla patente - che resteranno compresi tra 1 e 10 a seconda della gravità della violazione - nelle situazioni in cui, ovviamente, è prevista perdita di punteggio.Sempre in tema di multe, le sanzioni principali, ossia gli importi, passeranno dalle attuali 82 alle future 21, arrotondate a 5 o 10 euro. Confermato lo sconto del 30% per chi paga entro cinque giorni, mentre l'aggiornamento degli importi, come accennato all'inizio, non sarà automatico ogni due anni in base all'inflazione, ma scatterà solo quando la variazione dell'indice dei prezzi al consumo risulterà superiore al 5%.Sulla velocità fino a 10 euro di multa per ogni km/h oltre il limiteFinalmente rivista la disciplina delle sanzioni per la violazione dei limiti di velocità con l'introduzione della progressività e della proporzionalità, anche se suscita parecchie perplessità la diminuzione degli importi, rispetto alla norma attuale, per le violazioni di maggiore gravità. Semplificando al massimo, sia la sanzione principale sia quella accessoria saranno proporzionali al numero di km/h oltre il limite. Per esempio, in autostrada si pagheranno 10 euro per ogni km/h in più, in città 5 o 10 euro, a seconda della gravità della violazione, per ogni km/h in eccesso.Lo stesso concetto di progressività e proporzionalità riguarderà, sempre sulla velocità, la durata del divieto di guida (che scatterà oltre i 20 km/h in più in autostrada e oltre i 40 km/h in più in città) e i punti: la decurtazione sarà di 4, 6 o 8 punti a seconda della gravità della violazione. Stop all'aumento indiscriminato delle spese di accertamento e notifica dei verbaliNovità anche sulle spese che gravano sui verbali inviati successivamente al proprietario dell'auto con cui è stata commessa un'infrazione. La nuova norma precisa che non possono rientrare tra le spese quelle sostenute per l'impiego delle apparecchiature utilizzate per l'accertamento della violazione nonché i costi connessi all'assistenza legale, al recupero del credito e alla gestione amministrativa del procedimento sanzionatorio, successivi alla notificazione dei verbali di contestazione. Era ora. Si spera che la norma metterà finalmente un argine alla prassi dei comuni di aumentare a dismisura le spese sui verbali, in molte situazioni fuori controllo.Tutto come prima su alcol e drogaNulla cambierà sulla guida in stato di ebbrezza o dopo avere assunto stupefacenti. In particolare, sull'alcol saranno confermate le attuali soglie: 0 g/l per i neopatentati e i conducenti professionali e 0,5 g/l per i normali conducenti, 0,8 g/l oltre la quale la violazione amministrativa diventa reato, 1,5 g/l oltre la quale vi sono le conseguenze più gravi.Gerarchia degli strumenti di controlloUna delle altre novità contenute nel nuovo testo è una sorta di gerarchia della strumentazione per il controllo stradale, con la distinzione tra strumenti omologati, necessari per l'accertamento di violazioni che comportano una misurazione (per esempio la velocità o il tasso alcolemico nel sangue), approvati (destinati ad altre norme di comportamento, per esempio la verifica della copertura assicurativa o della revisione) e di videosorveglianza (per esempio, per la marcia contromano in autostrada o il getto di rifiuti). Arrivano gli ausiliari di polizia stradaleIl nuovo testo introduce gli ausiliari di polizia stradale. Potranno regolare, previa abilitazione, gli incroci in assenza o in sostituzione dei semafori o in situazione di congestione stradale, rilevare gli incidenti in caso di danni solo a cose (ma solo sulle strade extraurbane secondarie e urbane), effettuare scorte tecniche ai veicoli eccezionali, svolgere servizi di regolazione del traffico nell'ambito di competizioni ciclistiche o podistiche.Ricorso al prefetto, bisognerà mandarlo al comando di poliziaNessun cambiamento di rilievo sui ricorsi contro i verbali di violazione. Resteranno invariati i termini, 30 giorni al giudice di pace, 60 giorni al prefetto, ma in quest'ultima situazione il ricorso andrà inviato esclusivamente al comando di polizia che ha accertato la violazione, non si potrà più inviare in prefettura. Discutibile.Auto storiche, confermati gli enti certificatoriInfine, un accenno alle auto storiche. Come adesso, saranno considerati veicoli d'interesse storico e collezionistico quelli iscritti in uno dei registri ASI, Storico Lancia, Italiano FIAT, Italiano Alfa Romeo, Storico FMI. Dal testo base, dunque, resta escluso, per ora, ACI Storico.Fino al 13 settembre la pubblica consultazioneCome accennato, questa fase di pubblica consultazione terminerà il 13 settembre. Entro quella data ciascuno degli stakeholder dovrà inviare al ministero delle Infrastrutture non più di cinque specifiche proposte di modifica rispetto al testo base (ma c'è la possibilità di inviare anche ulteriori osservazioni).Entro il 14 ottobre l'approvazioneIl dicastero di piazza di Porta Pia avrà poi un mese di tempo per tirare le fila e arrivare al testo definitivo che dovrà essere approvato dal Governo entro il 14 ottobre, data in cui scadrà la delega al Governo che era contenuta nella riforma del 2024, scaduta il 14 dicembre 2025 ma che sta per essere prorogata, appunto, al 14 ottobre prossimo.

ucspi-tcp6

8 Agosto 2026 ore 05:01

ucspi-tcp6 è una derivaziorne del programma di Daniel Bernsteins ucspi-tcp 0.88, che aggiunge, tra le altre cose, le funzionalità ipv6 al programma originale ucspi-tcp. tcpserver e tcpclient sono strumenti di facile utilizzo dalla linea di comando per costruire applicazioni client-server TCP.

A partire dalla versione 1.13.05 è richiesto il pacchetto mandoc sia per ucspi-tcp6 che per ucspi-ssl. Gli utenti Slackware possono trovare il pacchetto su slackbuild.org.

Installare ucspi-tcp6

TCP6_VER=1.13.08
cd /var/qmail/ 
wget https://www.fehcom.de/ipnet/ucspi-tcp6/ucspi-tcp6-${TCP6_VER}.tgz 
tar xzf ucspi-tcp6-${TCP6_VER}.tgz 
cd net/ucspi-tcp6-${TCP6_VER}/ 
./package/install

L'utilizzo di tcpserver, per quanto riguarda l'IPv4, è del tutto simile a quello del programma originale di Bernstein.

Upgrade

In caso di upgrade di ucspi-tcp6 è necessario uccidere i processi tcpserver e riavviare qmail (qmailctl sarà installato dopo):

qmailctl reboot

ucspi-ssl - TLS encryption per comunicazioni Client/Server IPv6/IPv4

8 Agosto 2026 ore 05:01

sslserver, sslclient, e sslhandle sono strumenti da utilizzare dalla linea di comando per costruire applicazioni SSL client-server. 

sslserver ascolta connessioni su IPv6 e/o IPv4, e lancia un programma per ogni connessione accettata. L'ambiente del programma include variabili che mantengono l'host name locale e remoto, l'indirizzo IP, e i numeri di porta.

sslclient richiede una connessione o a tramite IPv6 o IPv4 TCP sockets, e lancia un programma. L'ambiente del programma environment include le stesse variabili di sslserver.

Mediante sslserver è possibile accettare connessioni sicure per spedire la posta attraverso la porta 465 previa autenticazione.

Abbiamo già installato le fehQlibs, che sono delle librerie C supplementari necessarie anche per ucspi-ssl.

A partire dalla versione 1.13.05 è richiesto il pacchetto mandoc sia per ucspi-tcp6 che per ucspi-ssl. Gli utenti Slackware possono trovare il pacchetto su slackbuild.org.

UCSPISSL_VER=0.13.08
cd /var/qmail 
wget https://www.fehcom.de/ipnet/ucspi-ssl/ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}.tgz
tar xzf ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}.tgz 
cd host/superscript.com/net/ucspi-ssl-${UCSPISSL_VER}
./package/install

La configurazione degli script supervise per qmail-smtps è all'interno della pagina riguardante la configurazione.

Gli utenti NetBSD, prima di compilare, dovrebbero fare le seguenti correzioni:

  • rimuovere l'opzione -ldl da compile/ssl.lib
  • aprire conf-man e mettere l'indirizzo del man usr/share/man nella prima riga (è nella seconda riga e così non viene trovato)

Aggiornare ucspi-ssl

In caso di aggiornamento di ucspi-ssl è necessario uccidere i processi sslserver e riavviare qmail. Se si è aggiornato anche ucspi-tcp6, questo comando sarà sufficiente (qmailctl sarà installato dopo):

qmailctl reboot

Taiwan’s push to dissolve pro-Beijing party triggers political censorship debate

Taiwan’s plan to dissolve the pro-Beijing Chinese Unification Promotion Party (CUPP) has sparked controversy over whether the independence-leaning authorities are using security concerns to suppress political dissent. The island’s interior ministry is seeking a Constitutional Court order to declare the CUPP unconstitutional and dissolve it, marking the first such action against a political party in Taiwan’s history. “The CUPP has long been linked to organised crime, including cross-border...

La disoccupazione può cominciare a 5 anni

8 Agosto 2026 ore 00:58

In Inghilterra il futuro lavorativo di un ragazzo potrebbe cominciare a essere osservato già alle scuole elementari.

Il motivo è un fenomeno che sta preoccupando sempre di più il governo britannico. Oltre un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova oggi fuori dal lavoro e dai percorsi di istruzione. Per capire come intervenire prima che un ragazzo arrivi a questa condizione, il governo ha affidato a una commissione lo studio delle cause che portano così tanti giovani a diventare NEET.

A guidarla è Alan Milburn, ex ministro britannico della Sanità. Tra le proposte emerse c’è quella di chiedere alle scuole primarie di individuare gli alunni che mostrano già alcuni segnali associati a un rischio maggiore di trovarsi, anni dopo, fuori dal lavoro e dalla formazione.

Secondo il rapporto, molti di questi segnali emergono molto presto, in alcuni casi già al momento dell’ingresso a scuola. A rendere particolarmente interessante la proposta è uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica BMC Public Health e realizzato da ricercatori della University of Leeds, del Bradford Institute for Health Research e della Lancaster University. La ricerca ha utilizzato i dati di Connected Bradford, un grande archivio che collega informazioni sanitarie e scolastiche raccolte nel corso degli anni. I ricercatori hanno seguito 8.118 bambini dall’ingresso a scuola, a 4 o 5 anni, fino ai 16 e 17 anni. Tra quelli che a 4 o 5 anni avevano raggiunto il livello di sviluppo considerato adeguato per iniziare la scuola, il 4% risultava successivamente fuori dal lavoro e dall’istruzione. Tra i bambini che partivano con maggiori difficoltà la percentuale saliva all’11%. Il rischio risultava quindi quasi tre volte superiore. Lo studio mostra anche quanto questo svantaggio possa accompagnare un bambino nel corso degli anni. Circa il 65% del legame tra preparazione all’ingresso a scuola e condizione di NEET durante l’adolescenza passa attraverso il rendimento scolastico successivo. Chi resta indietro a 5 anni tende spesso a trovarsi ancora indietro a 16. Le difficoltà iniziali possono accumularsi lungo tutto il percorso scolastico fino a produrre conseguenze anche nell’ingresso nel mondo del lavoro. Il quadro riguarda una parte consistente dei bambini inglesi. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione, il 37% arriva oggi alla scuola primaria senza alcune delle competenze considerate necessarie per affrontare la vita in classe. La preparazione scolastica a quell’età riguarda soprattutto la capacità di comunicare, seguire semplici indicazioni e sviluppare un livello sufficiente di autonomia nelle attività quotidiane. Anche le assenze hanno un peso importante. Nel 2024 e nel 2025 circa 1,34 milioni di alunni inglesi hanno perso almeno il 10% delle lezioni. Rappresentano il 18,1% degli studenti. Prima della pandemia erano circa 772.000.

Il rapporto sostiene che molte delle informazioni utili per riconoscere le situazioni più fragili esistono già all’interno del sistema scolastico. L’obiettivo sarebbe utilizzarle prima e accompagnare i ragazzi durante il loro percorso, intervenendo quando i segnali iniziano a emergere.

Il problema nel Regno Unito ha assunto dimensioni considerevoli. Più di un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova fuori dal lavoro o da un percorso educativo. Il fenomeno viene ormai considerato una delle principali questioni sociali del Paese.

Anche gli insegnanti descrivono una distanza crescente tra scuola e mondo del lavoro. Un sondaggio condotto su 1.004 docenti britannici ha rilevato che il 73% considera insufficiente lo spazio dedicato alla preparazione professionale. Il 66% ritiene che oggi i ragazzi arrivino al lavoro meno preparati rispetto a cinque anni fa. La disoccupazione giovanile appare così come l’ultimo passaggio di un percorso che può essere iniziato molti anni prima.

L'articolo La disoccupazione può cominciare a 5 anni proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Ogni cosa e nessuna: lo stormo come alternativa politica

8 Agosto 2026 ore 00:01

di Luca Cangianti

Nicoletta Vallorani, Ogni cosa e nessuna, Zona 42, 2025, pp. 335, stampa € 16,90, ebook € 8,49.

Fuori c’è il Grande Nulla. Milano è una città circondata da mura, sporca, devastata dalle gang. È una società autoritaria e ferocemente classista: si è estinta la mediazione politica, anche nelle sue versioni liberali di puro belletto; i manifestanti residuali vengono pestati nell’indifferenza generale; il velo e la danza sono proibiti nei luoghi pubblici; «Il clima è diventato un clown che procede a casaccio saltellando tra dune e pozzanghere», ma il governo nega tutto. Nel frattempo sono comparse malattie incomprensibili: in mancanza di meglio vengono chiamate «cancro generico». L’aspettativa di vita crolla, ma «Per i notiziari va tutto bene». I bambini nascono mediante stupro istituzionalizzato nel Reparto grembi, dove «le donne sono incubatrici da smaltire a nascita avvenuta». La sterilità dilaga, spietata come la giustizia poetica.
È questo il mondo narrativo di Ogni cosa e nessuna, l’ultimo romanzo di Nicoletta Vallorani. Si tratta di un panorama trasversale a molte narrazioni dei nostri tempi. Alcuni esempi a caso: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (biopolitica del corpo femminile), Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (implicazioni politiche della crisi climatica), Don’t Look up (negazionismo), L’attacco dei giganti (il muro come dispositivo totalitario). Un caso? Niente affatto: è l’inconscio sociale che emerge nelle accoglienti pieghe del fantastico proiettando luce sulle tendenze della vita contemporanea.

All’interno di questo contesto s’incrociano le storie di due personaggi. Il primo è Giuditta, una donna sterile, non conforme, ferita, malata. Per professione racconta storie ai bambini che crescono nella clinica ostetrica, il Corelli – dal nome del tristemente reale Cpr del capoluogo lombardo. Giuditta, sembra innocua, ingenua, affetta da deficit cognitivo, ma esercita una sottile agency eversiva «infilando qualche folletta monella qui e là, o qualche animaletto burlone che se ne infischia delle norme, o qualche maghetta nubile e senza figli che però è felice così. Basta poco per cambiare la direzione delle storie, e quel poco è rivoluzione.» La seconda co-protagonista è un’aliena. Non ha un genere specifico e nemmeno un singolo corpo. Di volta in volta, nel corso delle epoche, è vittima di violenza sessuale, “strega” che cura con le erbe, transessuale, lupo artico, aquila, formica. Medusa è come uno stormo: «Il mio corpo si modella col combinarsi del puzzle delle mie parti», spiega. «Diversamente dagli umani, non nasciamo con un corpo: lo componiamo in relazione al tempo e al movimento da una sfera all’altra, da un mondo a uno diverso.» Il suo obiettivo è conoscerci. Nel corso del suo viaggio millenario scopre la fragilità dei maschi della nostra specie che «si pensano eroi» e la nostra passione per la binarietà: «Voi esseri umani siete rassicurati dalle opposizioni senza vie di mezzo: il bianco e il nero, il morto e il vivo, il maschio e la femmina; il buono e il cattivo; il giusto e quello che non lo è, e via così.»

Da una parte, Medusa è la cugina stellare dei viaggiatori delle Lettere persiane, ma dall’altra è l’incarnazione di un’alternativa di vita sociale. La sua specifica corporeità rimanda al rapporto hegeliano del singolo (uccello) con la totalità (stormo), o addirittura all’individuo sociale pienamente liberato così come descritto nei Grundrisse marxiani. Medusa non ha genere, eppure si è trovata «quasi sempre femmina», perché l’apertura del corpo femminile, sembra dirci Vallorani, è, d’altra parte, disposizione alla relazione.

Il punto di vista che ondeggia tra le varie forme personali, lo stile delicato e riflessivo, gli inserti lirici, predispongono il lettore e la lettrice ad accogliere il messaggio libertario e salvifico di questo romanzo. Medusa non ha nemmeno un esplicito orientamento politico-filosofico, eppure sembra giungere a noi da un modo di vita superiore, non per guidarci, ma forse per accompagnarci, via da questo inferno capitalistico. Al tramonto, come uno stormo migrante, le une accanto alle altre, prendendoci cura gli uni degli altri.

Harry Potter if He Was From Singapore

7 Agosto 2026 ore 21:30

💾

Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, we see what it would sound like if Harry Potter was from Singapore.

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Nueva derrota de Milei: tuvo que bajar el capítulo del manejo de incendios de su «Ley de Propiedad Privada»

7 Agosto 2026 ore 16:38

El gobierno de Javier Milei enfrentó un nuevo tropiezo legislativo este jueves en el Senado, al verse obligado a retirar el capítulo sobre manejo del fuego de su ambicioso proyecto de inviolabilidad de la propiedad privada. Impulsada por Federico Sturzenegger, la iniciativa llegó al Congreso con pretensiones de reforma profunda, pero terminó reducida a menos de un tercio de su contenido original. La falta de respaldo de aliados dialoguistas reveló las dificultades del oficialismo para sostener consensos básicos en temas sensibles.

Las críticas a los cambios propuestos en el manejo de incendios se centraron en su carácter regresivo desde el punto de vista ambiental, al eliminar o debilitar sanciones y limitaciones a los propietarios de tierras que se incendiaran para luego ser vendidas o enajenadas. Senadores dialoguistas, como Maximiliano Abad, advirtieron que la modificación vulneraba el principio de no regresión ambiental consagrado por la doctrina constitucional y la jurisprudencia de la Corte Suprema. Otros, señalaron errores conceptuales y técnicos persistentes en el articulado, que no habían sido corregidos pese a los intentos de negociación previos, lo que generó el rechazo generalizado y obligó al oficialismo a retirar por completo ese capítulo.

El cambio pretendido favorecía la especulación inmobiliaria al eliminar las restricciones y sanciones que impedían la venta o enajenación de tierras quemadas durante un período determinado. Al levantar esas limitaciones, se abría la posibilidad de que propietarios provocaran o toleraran incendios para luego destinar los terrenos a desarrollos urbanos o comerciales de mayor valor, transformando el daño ambiental en una oportunidad de lucro rápido.

Patricia Bullrich, a cargo de la conducción oficialista, apenas logró retener el apoyo de radicales, legisladores del PRO y algunos provinciales para la votación en general. Sin embargo, senadores como Flavia Royón, Beatriz Ávila, Edith Terenzi y Maximiliano Abad retiraron su respaldo al tramo que modificaba la ley de manejo del fuego, alineándose en el rechazo junto a la oposición. El resultado fue la aprobación únicamente de los capítulos referidos a la agilización de desalojos, el recorte de facultades estatales en expropiaciones y el registro de la propiedad inmueble.

La sesión expuso tensiones internas y errores de cálculo. El discurso de Joaquín Benegas Lynch, quien calificó de “ignorantes” y “tibios” a los aliados por ceder ante lo que consideró un “show mediático”, terminó de erosionar los puentes construidos con dificultad. Lo que había sido presentado como una defensa férrea de la propiedad privada se diluyó ante las críticas técnicas y ambientales, que apuntaron a un retroceso respecto de principios constitucionales y de la jurisprudencia de la Corte Suprema.

El oficialismo debió conformarse con una media sanción parcial y desflecada. Los capítulos aprobados —por márgenes estrechos de 37 a 33 y 36 a 33 votos— no alcanzan a cubrir las ambiciones iniciales anunciadas en marzo. La retirada forzosa del tramo sobre incendios dejó en evidencia la fragilidad de la estrategia legislativa del Ejecutivo, que insiste en avanzar sin construir mayorías sólidas ni atender objeciones de sectores que, en teoría, compartían parte de su agenda.

Este episodio se suma a una serie de reveses que muestran los límites del estilo confrontativo del gobierno. La imposibilidad de sostener un proyecto clave para su relato de defensa de la propiedad privada no solo debilita su posición en el Congreso, sino que plantea interrogantes sobre su capacidad para traducir propuestas en normas efectivas. Mientras tanto, la oposición y los bloques dialoguistas demostraron que pueden condicionar el avance de iniciativas cuando perciben malestar social y pérdida de capital político.

Aggiornamenti di sicurezza Apple

7 Agosto 2026 ore 16:26
Aggiornamenti di sicurezza Apple sanano una vulnerabilità con gravità "alta", presente in macOS Sonoma, macOS Sequoia e macOS Tahoe. Tale vulnerabilità, qualora sfruttata, potrebbe consentire a un utente malintenzionato non autenticato di eludere i meccanismi di autenticazione sui sistemi target.

Grosserfolg für HBBOTA

7 Agosto 2026 ore 16:23

Vom 24. Juli bis zum 2. August 2026 rief das Management-Team von HBBOTA zur ersten Outdoor-Radio-Aktivitätswoche auf. Das Angebot wurde rege genutzt und die Erwartungen der Organisatoren weit übertroffen.

Nachdem HB9HXX im Vorfeld dafür gesorgt hatte, dass die Liste innerhalb kürzester Zeit bereits über 4000 Bunker in der Schweiz umfasste, startete die Aktionswoche mit dem von WWBOTA organisierten internationalen Bunkerfest. Während dieser drei Tage aktivierten sechs Aktivatoren insgesamt 86 Bunker und stellten Verbindungen mit fast 450 Huntern her. Da die Regeln für das Bunkerfest strenger waren – es durfte nur ein Bunker gleichzeitig aktiviert werden –, spielte die grosse Dichte an Bunkern in der Schweiz mit ihren vielen Überlappungen für diesen Teil der Aktionswoche keine Rolle.

Nationale Aktivitätswoche

Von Montag, 27. Juli, bis Sonntag, 2. August 2026 galten dann die Regeln der normalen Aktivierungen: mindestens 10 QSOs für HBBOTA-Awards bzw. 25 QSOs für WWBOTA-Awards sowie die Möglichkeit, fünf Bunker im Umkreis von 1000 m gleichzeitig zu aktivieren. Dies erhöhte die Zahl der aktivierten Anlagen nochmals – auf insgesamt 261 Bunker während dieser Woche, was durchschnittlich rund 37 Bunkern pro Tag entspricht. Realisiert wurden diese mehrheitlich von einigen sehr engagierten Aktivatoren, insbesondere von HB9HCR und HB9INY.

Neue Hunter

Das in der Schweiz noch nicht so bekannte Outdoor-Programm konnte während dieser Woche auch neue Hunter aus HB gewinnen, zum Beispiel HB9CYV, HB9GUR und HB9HDK, die sich allesamt den Gold-Award als Hunter holten. Zu den fleissigsten Huntern ausserhalb der Schweiz gehörten DE1VTM, DL1RI, EA1062RCU, M0ICR, NL14196, OK1HCG, ON3DWG, ON3LMA, ON3MOH, ON4TH, ON5JK, PA1H, PA7RA, PD3AR, PD9HIX, SM5ELV, SWL-1011 und YO6CFB – ein Abbild davon, wie populär das Programm in den verschiedenen europäischen Ländern bereits ist.

Winterfest in Planung

Der nächste grössere Anlass, das internationale Winterfest im Januar 2027 (das genaue Datum steht noch aus), wird aufgrund der winterlichen Bedingungen zusätzliche Herausforderungen mit sich bringen. Wir hoffen aber, dass sich trotzdem Aktivatoren finden werden, die wieder bereit sind, ihre Station bei einem Bunker aufzubauen.

Mehr Informationen gibt es auf der BOTA-Webseite.

Ausführlicher Bericht im nächsten HBradio.

Published: HB9HGH 2026-08-07 16:23:31

Chinese exam fraud ring helped candidates cheat their way to government-funded jobs

An organised ring that helped people in the central Chinese province of Henan cheat their way to government-sponsored jobs has been exposed. An official investigation concluded that a province-wide exam held to fill the posts last month had been compromised by “large-scale, organised cheating” with suspects paying officials overseeing the exam to obtain test papers and the correct answers in advance, state broadcaster CCTV reported on Friday. The case was the latest in a string of similar crimes...

INCENDIO SUL MOREGALLO, IN AZIONE I VOLONTARI DEL CRAS “STELLA DEL NORD” DELLA LEIDAA

7 Agosto 2026 ore 15:42

Mentre le fiamme divorano le pendici del monte Moregallo, tra Valmadrera e Mandello sul Lario (Lecco), i volontari del CRAS “Stella del Nord” della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente sono impegnati nelle aree prossime al rogo per cercare e soccorrere animali selvatici in difficoltà.

Un’attività faticosa e pericolosa, ma assolutamente necessaria: tra tutti i danni causati (di solito) dall’uomo all’ambiente, l’incendio è l’evento più catastrofico per gli animali del bosco, che vedono letteralmente distrutta la loro casa e fuggono in ogni direzione, anche verso le strade e i centri abitati, in stato di completo disorientamento. In questo contesto è essenziale la collaborazione dei cittadini: le probabilità di incontrare un animale ferito e spaventato sono molto più elevate, occorre guidare con prudenza e segnalare ogni incontro, anche al numero del CRAS (375/5278883), per consentire il pronto intervento delle autorità e degli operatori.

Il video dell’intervento dei volontari del Cras Stella del Nord è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/1GKtgPdgZqLqO06AlsRyvesBpId_0osKY?pli=1 e visibile al link https://youtu.be/IfNBQUoqiG8

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La Pace cambia l’economia

Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.

Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.

I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.

Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.

“Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”

I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.

La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.

L'articolo La Pace cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

Ecco perché VANNACCI è il SERVO PERFETTO di USA e ISRAELE - con Andrea Zhok

7 Agosto 2026 ore 15:15

💾

Anche tu vuoi difendere l’”italianità” e i valori della tradizione?
Anche tu pensi che l’Italia debba recuperare la sua sovranità e difendere la sua storia?
Ecco cosa devi fare: non votare mai più gente come Vannacci.

E non credere più a tutti i rappresentanti della destra filo-americana e ultracapitalista che ti fanno credere che i principali nemici della nostra cultura e dei valori della tradizione sarebbero le moschee o i poveracci che sbarcano sulle nostre coste.

Come scrive Andrea Zhok:

"L’identità italiana non è stata fatta a pezzi dalle moschee, ma dai McDonald’s, dalle basi americane, da Hollywood, da un profluvio di scarti culturali a stelle e strisce che ha invaso ogni ganglio della nostra cultura."

Se le chiese la domenica mattina sono vuote, non è perché i giovani italiani se ne vanno tutti ad ascoltare l’Imam di quartiere, ma perché semplicemente non credono più a nulla, se non al valore dei soldi e del successo personale.

Si chiama capitalismo, bellezza.

E sì, è vero: l’Italia è oggi una nazione schiava dello straniero.

Ma non delle lobby LGBTQ o dei “maomettiani”.

Bensì di un’altra nazione che ci occupa con tanto di bombe atomiche da più di 80 anni.

Insomma, è il solito discorso della finta destra conservatrice e dello "scontro di civiltà": far credere alle persone comuni che i nemici sono là fuori e sarebbero pronti a invaderci, mentre i nemici ce li abbiamo in casa e loro vogliono continuare a farci affari.

Altra contraddizione:
Vannacci e compagnia dicono sempre di voler difendere il “vero” popolo italiano, quello duro e puro, dai “sinistrati” e dai “radical chic da salotto”.

Ma gli avete mai sentiti dire una parola sull’aumentare le tasse ai miliardari, nazionalizzare le industrie strategiche e mettere più soldi nelle pensioni, nei salari e negli ospedali pubblici?

Oggi a OttolinaTV abbiamo intervistato per voi uno dei più lucidi intellettuali italiani, il professore di filosofia morale Andrea Zhok.
Con Zhok non abbiamo criticato i valori e i principi politici della destra conservatrice.

Abbiamo al contrario tentato di guardare all’attuale destra neoliberale, quella alla Meloni e alla Vannacci, per intenderci, proprio a partire da quei valori.

Cio che è venuto, fuori sono tutte le contraddizioni e le meschinità di chi usa strumentalmente anche nobili ideali per conquistare il potere, continuare a svendere il Paese, e fare il forte con i deboli e il debole con i forti.

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Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva

7 Agosto 2026 ore 15:02

Scrivere, organizzare il calendario delle pubblicazione, editare, tradurre, rispondere alle mail, leggere, caricare, trovare le foto, editare le foto, organizzare l’archivio, gestire la rubrica, pubblicare sul sito, preparare le grafiche per i social, editare i testi per i social, pubblicare sui social, gestire commenti, interazioni e messaggi.

Dietro la pubblicazione di un articolo su Dinamo c’è questo, ma anche molto di più. Riunione di programmazione e redazionali, una gestione comune della redazione, le relazioni dentro un collettivo intergenerazionale, le chat, stare sempre dietro le notizie, seguire i dibattiti politici.

E questo anno abbiamo anche organizzato dibattiti, una scuola di giornalismo sociale, tre podcast con il progetto Rome for climate justice, un seminario su Pintor in collaborazione con il collettivo Pintor, una giornata di dibattito con mostre sul Confine Albania, una redazione aperta, pubblicato la nuova pagina di sostegno…

Incontro di redazione aperta


Tutto questo la redazione di Dinamo lo porta avanti gratuitamente e con spinta militante. Non sempre però questo è semplice, anzi.


Per questo abbiamo attivato una raccolta fondi permanente dove si può donare su base mensile, annuale e una tantum. Abbiamo ricevuto delle buone risposte di donazioni nella raccolta una tantum, speriamo di migliorare per ciò che riguarda gli abbonamenti.



E per questo abbiamo bisogno di fermarci per qualche settimana. Sappiamo che le lotte sociali, ambientali, femministe e transfemministe, per la casa, e sul lavoro non si fermano nemmeno ad agosto. Proprio mentre scriviamo 400 persone che prima avevano casa a Spin Time, ora dormono per strada, mentre la crisi climatica esplode. Ma è vero che noi come collettivo redazionale abbiamo bisogno di riprendere fiato. Godere di un momento di pausa, di stacco, e di riposo.

Torneremo pieni di idee, articoli, video, foto e nuovi progetti a settembre. Ci rivediamo a Renoize a Roma dove ci troverete con un banchetto.


Per proposte e collaborazioni ci potete scrivere su dinamozine@gmail.com, rispondiamo dal 1 settembre in poi.


Stay tuned 

Foto di copertina, incontro sul Confine Albania ad aprile 2026

L'articolo Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva proviene da DINAMOpress.

Consumare meno zucchero da piccoli riduce il rischio di demenza

7 Agosto 2026 ore 15:00
Gli scienziati hanno condotto un esperimento su 64.000 persone nate prima e dopo il periodo di razionamento dello zucchero nel Regno Unito durato fino al 1953.Risultato: un ridotto consumo di zuccheri durante la gravidanza e nei primi due anni di vita è associato a un minor rischio di sviluppare demenza in età avanzata (riduzione del 23%) e ...continua a leggere "Consumare meno zucchero da piccoli riduce il rischio di demenza"

Best Fails of the Week | I'm 100% Fired!

7 Agosto 2026 ore 15:00

💾

Never expected this! 😭
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Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli

7 Agosto 2026 ore 14:29
C’erano una volta le piaghe d’Egitto, ma oggi dobbiamo accontentarci delle piaghe venete.Anche i grilli, nel loro piccolo, s'incazzano e diventano un'emergenza da codice rosso.Gli amministratori del Comune di Treviso e dell'Ulss 2, sulla scia dell'ultimo film di Nolan "Odissea", si sono armati e scesi in campo per combattere questa epica invasione.C'è da dire che ...continua a leggere "Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli"

Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!

7 Agosto 2026 ore 14:27
Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa per comprarsi il motorino Ciao.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!"

Hulp gezocht bij update PT8.2 - Help wanted to update to 8.2

Ik gebruik PT voor mijn video’s en livestreams etc. Maar omdat ik niet super bedreven ben in het onderhouden van de server zoek ik hulp bij het updaten naar PT 8.2

Stuur mij een berichtjes (voorkeur voor iemand in NL)

I am using PT for my video’s and livestreams etc. But I am not fluent in server maintenance so: I am looking for somebody that can help me with upgrade and maintenance.

Just send me a message (I am in The Netherlands).

Cheers Stefan

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Viaggio RENDE / SIRACUSA in PANDA, RUTTANDO, con un CALDO ATROX MILLENNIUM #fiatpanda #vlog #comedy

7 Agosto 2026 ore 13:00

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E' giunto il momento di TORNARE, ED IO RITORNO SOLO
con la PANDA
nel CALDO ATROX
Decido di partire alle MORTE e 45 minuti, cio' mi da solo un po' di temporaneo refrigerio
passate le montagne, nasce l'orrore
orribilta'
devastazione und saccheggio
chi potra' mai salvarmi
Poteva essere una giornata normale, ED INVECE NO, perche' si scassa TUTTO: l'autoradio, il tester, ed i miei COGXXXXX GONFI!!!

Tutto questo perche' dovevo fare una semplice modifica all'AIRBOX della Panda per ottenere meno caldo in cabina...

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WarrenGuard, tunnel QUIC en Rust sous AGPL

Bonjour à tous !

Bon, je ne sais pas si c’est le bon endroit pour parler de ça, n’hésitez pas à me reprendre si ce n’est pas le cas, aucun souci.

Ça fait environ 10 ans que j’héberge le chaton p2p.legal, mon service le plus connu est peut-être notre instance PeerTube tube.p2p.legal. Pour ceux qui me connaissent, je suis aussi l’un des développeurs principaux du projet Duniter, pour la monnaie libre Ğ1.

Aujourd’hui j’ai le plaisir de vous annoncer qu’on ouvre la bêta gratuite de notre VPN Warren: https://warren.ro

La raison pour laquelle j’en parle ici, c’est qu’on essaie de se différencier du reste du secteur en mettant au cœur le logiciel libre et l’esprit de partage communautaire, et qu’on ne sort pas ça de nulle part juste pour surfer sur une vague. On a recréé un moteur de VPN from scratch en Rust, qu’on a appelé WarrenGuard, basé sur QUIC, conçu pour que ton trafic ressemble à de la navigation web ordinaire plutôt qu’à un tunnel VPN identifiable. On ne bloque pas ce qu’on ne voit pas. C’est le cœur de notre démarche, et il est publié en AGPL-3.0: GitHub - WarrenBrowse/warrenguard: Generic VPN-over-QUIC engine (AGPL-3.0), the data-plane behind Warren VPN · GitHub

Je n’en dis pas plus, le site et notre livre blanc donneront plus d’infos aux curieux que ça intéresse.

C’est une bêta, donc il peut y avoir des bugs, des choses pas claires, et vos avis nous sont précieux: ici, sur notre forum, ou en issue GitHub. Et si quelque chose dans notre discours vous fait tiquer, dites-le franchement, c’est aussi pour ça que je viens en parler ici plutôt qu’ailleurs.

On y a mis tout notre cœur, j’espère que ça se verra. Je suis vraiment curieux d’avoir des retours de libristes venus d’ici :slight_smile:

Au plaisir !
poka

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Foglie di canapa, infusi e bevande: cosa cambia dal 2027 con le nuove regole UE

7 Agosto 2026 ore 12:45
Fino a oggi, chi vendeva una tisana alla canapa in Europa si muoveva in una zona grigia: nonostante le foglie fossero già riconosciute come alimento tradizionale, non era presennte nessuna soglia di THC specifica per questo tipo di prodotto, solo un catalogo della Commissione e sentenze nazionali spesso in contraddizione tra loro. Dal 1° gennaio …

BORSEGGIATORI SUI BUS: Beccati in Diretta!

7 Agosto 2026 ore 12:00

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BORSEGGIATORI A ROMA: LA NUOVA STRATEGIA SUGLI AUTOBUS!

Da quando la Polizia ha intensificato i controlli all'interno della metropolitana, i borseggiatori hanno cambiato tattica spostandosi all'esterno. Oltre a colpire nei locali, nelle auto e nelle abitazioni, ora prendono d'assalto i bus di superficie, in particolare le linee turistiche più affollate come il 64, l'H, il 23 e molte altre.

COSA VEDRETE IN QUESTO VIDEO:
Ci siamo mimetizzati tra i turisti per cogliere i ladri in flagrante. In diversi casi siamo riusciti a individuarli prima che le loro vedette potessero avvisarli della nostra presenza!
L'ultima borseggiatrice che abbiamo seguito ci ha fatto camminare per diversi chilometri prima di fuggire nuovamente su un autobus... ma non prima che avvertissimo tutti i passeggeri della sua presenza e del pericolo per i loro portafogli.

UN ALLARME PER TURISTI E PENDOLARI:
Vogliamo mettervi in guardia da questo nuovo trend: i borseggiatori oggi vestono in modo del tutto insospettabile, operano spesso in gruppo e, all'occorrenza, sono pronti anche a ricorrere alla violenza. Prestate la massima attenzione!

Le ladre sono attrici nate, capaci di fingere malori, pianti, stupore e anche se le avete viste armeggiare nella vostra borsa o vostre tasche, negheranno sempre, non vi fate fregare.

House Democrats Demand Answers From Trump’s VA on Vets Struggling to Access Mental Healthcare

7 Agosto 2026 ore 12:00
A man wearing glasses and a red and blue tie.
Department of Veterans Affairs Secretary Doug Collins received a letter signed by more than 60 lawmakers citing a recent ProPublica investigation that detailed how the agency has failed to provide veterans with adequate mental healthcare. Samuel Corum/Getty Images

What Happened: More than 60 House Democrats are pressing Department of Veterans Affairs Secretary Doug Collins for answers about how the agency’s mental healthcare has been increasingly strained under President Donald Trump’s second administration. The lawmakers sent the secretary a letter last week asking questions about the state of VA care, citing a ProPublica investigation from this spring that revealed the agency’s mental health workforce has been plummeting and veterans have been left in the lurch.

What They Said: The letter was spearheaded by Rep. Judy Chu, who is a psychologist and represents a district in Southern California. “Caring for our nation’s Veterans is a fundamental responsibility,” the letter says. “That includes ensuring access to high-quality mental health care.”

The lawmakers demanded that the VA disclose details about its shortage of mental health providers and the impact on veterans. It also pushed the agency to lay out how long veterans have to wait for care.

As ProPublica has detailed, while the VA has long had a shortfall of mental health providers, the situation has gotten far worse under the current Trump administration. Hundreds of mental health staffers have left the VA and not been replaced.

Background: ProPublica’s investigation recounted the troubling experiences of both mental health providers and of veterans seeking care.

With so many staffers leaving and not being replaced, the remaining providers have often been stretched remarkably thin.

A psychologist who worked for a VA in Arizona recounted how some of her one-on-one sessions were replaced with online group sessions that included as many as 35 veterans. The therapist said their remaining individual sessions were sometimes limited to as little as 16 minutes.

“It was always bad,” said the psychologist. “And now it’s at a breaking point.”

In VA exit surveys that ProPublica obtained, mental health staffers who quit often wrote that they were no longer able to provide high-quality care.

“Mental Health is understaffed, burned out,” wrote one New York-based staffer who was leaving. “There is not enough mental health care for the Veterans who need the services.”

Veterans, meanwhile, have started to fall through the cracks.

Jason Beaman, a Navy and Army vet, was shuffled among therapists who later left until he finally had enough. “I just quit. I don’t want to mess with the therapist anymore,” Beaman told us this spring.

Why It Matters: After Trump returned to office last year, his administration promised to deliver veterans “the highest quality care.”

The VA is the country’s largest healthcare system, serving 9 million veterans. Those men and women face many mental health issues at a higher rate than the general population. They die by suicide at roughly twice the rate.

VA mental health staff have developed deep expertise in addressing the particular needs of vets. Indeed, studies have shown that vets get better care at the VA than through private providers.

“VA psychologists are best in class,” said Russell Lemle, former chief psychologist for the San Francisco VA Health Care System and now a senior policy analyst at the Veterans Healthcare Policy Institute. “When you lose them, the veterans are the ones who pay the price.”

ProPublica reported that in January, the department had around 500 fewer psychologists and psychiatrists than it had at the same time last year. Recent VA data shows those head counts continue to decline.

Response: In response to questions from ProPublica, VA spokesperson Quinn Slaven defended the agency. “The Trump Administration is solely focused on measuring VA’s success by how well it serves Veterans,” Slaven wrote in an email. “This commonsense approach has led to dramatic improvements for Veterans, families, caregivers, and survivors across the country.”

Slaven said that the VA completed a record number of mental healthcare appointments in the past fiscal year while also lowering veterans’ wait times.

The VA previously declined our request for an interview. Instead, spokesperson Peter Kasperowicz accused ProPublica of attempting to mislead the public by “cherry picking issues that are limited to a handful of sites and in many cases were worse under the Biden Administration.”

After ProPublica shared the findings of its investigation and the names of veterans who would appear in it, the agency reached out to several to inquire about their care and offer help.

The congressional letter gives the VA until Aug. 14 to respond.

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Risolta vulnerabilità in prodotti Sophos

7 Agosto 2026 ore 11:47
Rilasciato aggiornamento di sicurezza che risolve una vulnerabilità con gravità “critica” presente nei prodotti “Sophos Endpoint for macOS” e “Sophos Home for macOS”. Tale vulnerabilità, qualora sfruttata, potrebbe consentire a un utente malintenzionato di elevare i propri privilegi, e/o eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.

Anthony Fauci sulla griglia al senato americano

7 Agosto 2026 ore 13:30

💾

Fauci si è rifiutato di rispondere alle domande dei senatori e ora rischia di finire in galera per oltraggio.

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00:00:00 - Sigla
00:03:05 - Introduzione
00:12:19 - Bitini e i propri soldi
00:20:19 - Vendono la limonata, denunciati
00:33:11 - Iran, petrolio e Hormuz
00:41:39 - Il caso Fauci

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Il Punto

7 Agosto 2026 ore 11:00

Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]

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Per il Pnrr la campanella non è ancora suonata

7 Agosto 2026 ore 10:19

Il quadro dell’avanzamento lavori a pochi giorni dalla conclusione del Pnrr appare problematico. Ma anche se tutto dovesse chiudersi nei tempi previsti, resta l’esame più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini e le imprese.

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 Agosto 2026 ore 10:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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Perché le scuole al caldo sono un problema da risolvere

7 Agosto 2026 ore 10:03

I periodi di caldo si allungano e interessano mesi in cui le scuole sono aperte. Ciò ha conseguenze sugli apprendimenti e sul benessere degli studenti. Ci sono buone ragioni per investire subito in misure di raffrescamento degli edifici scolastici.

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COMUNICATO STAMPA - Dal Garante privacy stop ai deepfake satirici su Enrico Mentana. Ammonita R.T.I. per alcuni video di Striscia la Notizia

Dal Garante privacy stop ai deepfake satirici su Enrico Mentana Ammonita R.T.I. per alcuni video di Striscia la Notizia L’impiego di deepfake, anche a fini satirici, deve rispettare la dignità delle persone e i princìpi di liceità, correttezza e tras...

Aggiornamenti per prodotti Autodesk

7 Agosto 2026 ore 11:06
Aggiornamenti di sicurezza Autodesk risolvono 5 vulnerabilità, di cui 4 con gravità “alta”, che interessano i prodotti AutoCAD, Civil 3D, Advance Steel e Revit. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire ad un utente malintenzionato di accedere ad informazioni sensibili, compromettere la disponibilità del servizio ed eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.

What Is the Trump Administration Doing With Foreign Aid Money?

7 Agosto 2026 ore 11:00
President Donald Trump sits in a gold patterned arm chair holding up a printed article to a crowd, next to South Africa President Cyril Ramaphosa, who is looking at him. Both men are in suits.
In a 2025 meeting, U.S. President Donald Trump held up a printed article from American Thinker while accusing South Africa President Cyril Ramaphosa of state-sanctioned violence against white farmers in South Africa. Chip Somodevilla/Getty Images

Since he returned to office, President Donald Trump’s administration has upended foreign aid. It’s labeled well-established, long-running programs as “not aligned with American interests” and slashed their budgets. 

Still, the billions of taxpayer dollars Congress has allocated for foreign aid programs must be spent; lawmakers have insisted the government continue to fund humanitarian aid, global health and pro-democracy causes around the world. With most of the old programs now gone, however, we wanted to know: What is the Trump administration doing with that money now?

Recently, we published our investigation that found one answer to that question in a little-known bureau of the State Department that has dramatically transformed under Trump. For decades, the Bureau of Democracy, Human Rights and Labor, known as DRL, has supported  human rights in some of the most oppressive countries in the world. Now, our reporting found,  it’s planning to direct funds to controversial groups supporting right-wing causes in Europe and elsewhere. 

Our full story lays out some of the groups the government has considered funding, which include a British free-speech organization that has fought against bans on “gay conversion therapy” and a British American think tank created this year to focus on “existential threats to Britain, to America, and to our shared Judeo-Christian civilisation.” (Administration officials dropped that grant after significant pushback from Congress.) 

One proposed grant particularly caught our attention: Trump administration officials suggested funding research on crime against minority populations in South Africa. 

It’s clear from sources we spoke with that the key targeted minority population in question is the white ethnic group known as Afrikaners. Afrikaners were responsible for creating the nation’s infamous and brutal racially segregated apartheid system. Previously, DRL staff had been told to begin the process of awarding funds to a group called Lex Libertas, which was founded by a controversial figure who has called for Afrikaner self-governance. The group is currently fundraising to place 3,000 white crosses on the National Mall in remembrance of attacks on South African farmers.

The proposed grant was later opened up to allow a broader set of invited groups to apply for $1 million of funding, though it is still intended for the same purpose, according to people with knowledge of the process. The State Department declined to say whether Lex Libertas will be among those invited to compete, citing ongoing deliberations, but said the Trump administration has serious concerns about the human rights situation in South Africa that need to be addressed. Lex Libertas did not respond to questions about the organization or the proposed grant.

Former diplomats who have worked extensively on human rights told us they were shocked that the victimization of white South Africans would be prioritized over the serious issues elsewhere in the region. 

“It’s laughable to suggest that on the African continent, the prime issue of human rights concern is whites in South Africa,” one former agency official said when we asked him about the grant. South Africa is plagued by violence, but extensive research has found that white South African farmers are not victims of crime at higher rates than other groups.

Experts also described the proposed grant to fund research into violence against Afrikaners as keeping with the Trump administration’s overall stance toward South Africa.

For decades, the U.S. relationship with the country has been symbolized by our massive support for HIV care, Mattie Webb, a professor at the Virginia Military Institute who studies South Africa and U.S. foreign policy, told us. 

Since Trump returned to office, there’s been a stark shift as the administration has strengthened ties with borderline white nationalist groups that are considered fringe in South Africa. 

“The U.S. is very clearly shifting its priorities away from aid that would benefit far more people in South Africa to this narrow focus on the white minority,” Webb said.

In the last 18 months, Trump has argued there is a genocide of white South Africans and used claims that white people are subjected to disproportionate violence to justify cutting off U.S. funding for HIV treatment and research. And even as he’s barred nearly all new refugees from the United States, he’s welcomed white South Africans, fast-tracking their entry.  

There have long been tensions between South Africa and the U.S., former diplomats told us, but the aid the U.S. provided saved lives and helped sustain a working relationship that is vital to U.S. national security and economic interests. Now, by seeking to fund a movement antagonistic to the South African government, the U.S. risks driving a wedge between the two nations.

Other grants also raised red flags for experts and lawmakers. Political appointees at the State Department are considering funding a British free-speech organization that has fought bans on discredited therapy practices that attempt to convert gay people to heterosexuality. That proposed $5 million grant would provide support for people facing “deplatforming” and advocate against “restrictive online safety and hate speech laws,” according to a document we reviewed. (The organization’s founder said it had “neither applied for nor been awarded a grant from the US State Department or any other branch of the US Government” but did not respond to our other questions.) And a call for proposals recently released by the bureau would fund research, conferences and cultural engagements in wealthy democracies to develop “civilizational self-confidence in Europe.” 

Not all the proposed funding is directed to controversial groups, our reporting found. But even some of the grants slated to fund more traditional human rights projects skirt federal requirements for competitive bidding that are meant to deter waste, fraud and abuse. Instead, officials are trying to direct millions to handpicked organizations, according to sources and documents. 

In response to questions about our reporting, the State Department stressed that the process of awarding grants is ongoing and that multiple offices provide input, writing that “programs are still in active deliberation and receipt of a grant is not guaranteed to any organization that does not meet all requirement and standards for federal grants.” 

We are continuing to report on foreign aid and the Trump administration’s policies in South Africa. If you have tips or information we should know about either of these issues, please feel free to get in touch with us! Reach out via phone or Signal to Anna Maria Barry-Jester at 408-504-8131 or Sharon Lerner at 718-877-5236.

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Il Punto

7 Agosto 2026 ore 11:00

Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]

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Per il Pnrr la campanella non è ancora suonata

7 Agosto 2026 ore 10:19

Il quadro dell’avanzamento lavori a pochi giorni dalla conclusione del Pnrr appare problematico. Ma anche se tutto dovesse chiudersi nei tempi previsti, resta l’esame più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini e le imprese.

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 Agosto 2026 ore 10:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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Perché le scuole al caldo sono un problema da risolvere

7 Agosto 2026 ore 10:03

I periodi di caldo si allungano e interessano mesi in cui le scuole sono aperte. Ciò ha conseguenze sugli apprendimenti e sul benessere degli studenti. Ci sono buone ragioni per investire subito in misure di raffrescamento degli edifici scolastici.

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I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026

7 Agosto 2026 ore 09:54
I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026

Trovare i migliori servizi DNS protettivi (PDNS) è diventato un passo fondamentale per la sicurezza informatica di aziende e professionisti. Infatti un servizio PDNS agisce come un guardiano per le tue connessioni, analizzando ogni richiesta DNS e bloccando l'accesso a domini malevoli in modo automatico.

Oggi, strumenti che un tempo erano considerati una "best practice" sono diventati una necessità. Persino agenzie come la NSA e la CISA ne raccomandano l'adozione. Si tratta di una delle misure di sicurezza più efficaci e meno invasive che puoi implementare, perfettamente integrata nei moderni framework di sicurezza a "zero trust".

In questa guida, analizzeremo le 5 soluzioni più performanti sul mercato, con un verdetto rapido per chi ha fretta. Sei pronto a scoprire quale servizio si adatta meglio alle tue esigenze? Continua a leggere.

Cosa sono i servizi DNS protettivi (PDNS)?

Immagina il DNS (Domain Name System) come la rubrica di Internet. Quando digiti un sito web, il DNS traduce quel nome in un indirizzo IP numerico che i computer possono capire, migliorando la tua navigazione web.

Un servizio DNS protettivo fa un passo in più: prima di fornirti l'indirizzo, controlla se quel dominio è presente in una lista di minacce note. Se il dominio è associato a phishing, malware, ransomware o comandi C2 (Command and Control), il PDNS semplicemente rifiuta la connessione. In questo modo, la minaccia viene neutralizzata sul nascere, prima che possa causare danni. È un livello di protezione proattivo, essenziale per difendere ogni dispositivo connesso alla rete.

La nostra classifica dei migliori servizi DNS protettivi

Abbiamo valutato i principali servizi basandoci sui criteri raccomandati da NSA e CISA:

  • Qualità e velocità di aggiornamento dei feed di minacce,
  • Capacità di rilevamento avanzato (come DGA e tunneling),
  • Opzioni di copertura per dispositivi fissi e mobili
  • Integrazione con i sistemi di sicurezza esistenti (SOC).

1. Cisco Umbrella

Ideale per grandi aziende che cercano lo standard di riferimento del settore, collaudato e con integrazioni mature. Cisco Umbrella è considerato l'evoluzione di OpenDNS ed è da anni il punto di riferimento nel mercato PDNS. La sua forza risiede nell'intelligence fornita da Talos, uno dei team di ricerca sulle minacce più grandi al mondo. Offre funzionalità avanzate come il rilevamento di algoritmi di generazione di domini (DGA) e tunneling DNS, garantendo una protezione completa.

Caratteristiche principali:

  • Intelligence sulle minacce fornita da Talos.
  • Rilevamento di DGA e tunneling DNS.
  • Integrazione con Active Directory per l'attribuzione interna degli IP.
  • Client per la protezione dei dispositivi in mobilità.

Pro: Profondità dell'intelligence, scalabilità comprovata, vasto ecosistema di integrazioni.

Contro: Il costo può essere elevato e le funzioni più recenti tendono a integrarsi strettamente con l'ecosistema Cisco Secure Access.

2. DNSFilter

Ideale per piccole e medie imprese (PMI) e Managed Service Provider (MSP) che necessitano di una protezione efficace, veloce da implementare e con prezzi chiari. DNSFilter brilla per la sua trasparenza e semplicità. Utilizza il machine learning per categorizzare i domini in tempo reale e offre un modello di prezzo per utente chiaro e prevedibile. La sua console di gestione multi-tenant è un vero punto di forza per gli MSP che devono gestire la sicurezza di più clienti contemporaneamente.

Caratteristiche principali:

  • Categorizzazione dei domini basata su ML in tempo reale.
  • Prezzi pubblici e scalabili per utente.
  • Piattaforma nativa per la gestione multi-tenant (MSP).
  • Client inclusi per la copertura dei dispositivi mobili.

Pro: Prezzi trasparenti, onboarding rapidissimo (meno di un'ora), strumenti eccellenti per MSP.

Contro: Meno profondità nelle integrazioni enterprise rispetto a Cisco Umbrella.

3. Cloudflare Gateway

Ideale per chiunque voglia iniziare a proteggersi immediatamente, con un piano gratuito solido e un percorso di crescita verso funzionalità avanzate. Cloudflare Gateway sfrutta una delle reti di resolver DNS più veloci e resilienti al mondo. Offre un generoso piano gratuito che permette a chiunque di iniziare a filtrare le minacce in pochi minuti. Man mano che le esigenze crescono, è possibile passare a piani a pagamento che includono SWG, ZTNA e CASB, tutto dalla stessa dashboard. Non a caso, è la tecnologia scelta dal governo britannico per il suo PDNS nazionale.

Caratteristiche principali:

  • Rete di resolver anycast enorme e veloce.
  • Piano gratuito e piani Zero Trust a prezzi pubblici.
  • Supporto nativo per DNS-over-HTTPS (DoH) e DNS-over-TLS (DoT).
  • Client WARP per la protezione dei dispositivi in mobilità.

Pro: Si passa da zero a protetti in un pomeriggio, infrastruttura su scala globale, un percorso di crescita flessibile.

Contro: L'attribuzione avanzata tramite Active Directory richiede più configurazione rispetto a Umbrella.

4. Akamai

Ideale per governi, operatori di telecomunicazioni e grandi aziende che necessitano di una risoluzione protettiva su larghissima scala. Akamai Secure Internet Access opera su una delle piattaforme più grandi di Internet. È progettato per assorbire attacchi DDoS massicci e proteggere intere basi di abbonati per gli ISP. La sua forza sta nella vastità della sua infrastruttura e nella visibilità globale che ne deriva per la ricerca sulle minacce.

Pro: Scala e affidabilità massicce, ricerca sulle minacce di alto livello.

Contro: Pacchetti pensati per il mondo carrier/enterprise; il valore massimo si ottiene se si è già clienti Akamai.

5. Infoblox

Ideale per aziende con un'infrastruttura DNS interna complessa che vogliono fondere il PDNS con il contesto DDI (DNS, DHCP, IPAM). Infoblox adotta un approccio unico, applicando l'intelligence sulle minacce direttamente ai resolver DNS che già gestisci. Sfruttando il contesto IPAM, può dirti esattamente quale dispositivo ha effettuato una richiesta malevola e attivare risposte automatiche per metterlo in quarantena.

Pro: Attribuzione nativa delle minacce, applicazione delle policy a livello di infrastruttura.

Contro: Il modello di costo presume l'adozione della piattaforma DDI di Infoblox.

Come scegliere tra i migliori servizi DNS protettivi

La scelta dipende dalle tue esigenze specifiche.

Prima di decidere, poniti alcune domande chiave:

  • Qualità delle minacce: Con quale velocità vengono bloccati i nuovi domini malevoli? Richiedi dati concreti.
  • Copertura dei dispositivi: Hai bisogno di proteggere solo la rete dell'ufficio o anche i laptop dei dipendenti da remoto? Verifica la disponibilità di agenti per i dispositivi mobili.
  • Gestione del DNS criptato: Il servizio offre i propri endpoint DoH/DoT per garantire che il traffico non bypassi la protezione?
  • Logging e integrazione: Puoi esportare i log per analizzarli nel tuo SIEM?
  • Prezzo: Il modello di costo è trasparente e adatto al tuo numero di utenti?

Confronta due o tre finalisti in base ai precedenti punti. La trasparenza dei prezzi di servizi come DNSFilter rende questo confronto molto più semplice.

Domande frequenti (FAQ) sui PDNS

L'argomento può essere complesso e la scelta può non essere ancora chiara, per questo abbiamo selezionate le domande più frequenti sul tema:

Cos'è esattamente un PDNS? È un servizio di risoluzione DNS che controlla ogni richiesta confrontandola con database di minacce. Se una richiesta è diretta a un dominio malevolo (phishing, malware), viene bloccata prima che la connessione venga stabilita.

Perché NSA e CISA lo raccomandano? Perché è una difesa ad alto impatto e a basso attrito. La maggior parte degli attacchi informatici utilizza il DNS in qualche fase. Bloccarli a questo livello è estremamente efficace e l'implementazione richiede solo di cambiare gli indirizzi dei resolver DNS.

Un PDNS può proteggere dispositivi senza agenti (IoT, stampanti)? Sì, questo è uno dei suoi maggiori vantaggi. Impostando il PDNS a livello di rete (es. nel router), ogni dispositivo che si connette, inclusi ospiti e dispositivi IoT, viene protetto automaticamente senza agenti.

Quanto costa un servizio DNS protettivo? I costi variano molto: si parte dai piani gratuiti di Cloudflare, si passa ai prezzi pubblici per utente di DNSFilter e si arriva alle quotazioni personalizzate per piattaforme enterprise come Cisco Umbrella o Akamai.

Qual è il verdetto finale?

In sintesi, possiamo dire che i migliori servizi DNS protettivi sono:

  • Cisco Umbrella, che si conferma lo standard per le grandi aziende.
  • DNSFilter, è la scelta di valore predefinita per PMI e MSP.
  • Cloudflare Gateway, che offre un percorso incredibilmente versatile, perfetto per chiunque.
  • Akamai, perfetto per la scala carrier.
  • Infoblox, pensato per l'integrazione DDI.

Ogni servizio ha i suoi punti di forza e di debolezza, ma l'aspetto più importante è sempre quello di agire. Infatti implementare un PDNS è un passo che non puoi più rimandare per proteggere al meglio la tua attività.

L'articolo I 5 migliori servizi DNS protettivi (PDNS) del 2026 proviene da sicurezza.net.

Il prato del vicino ha l’erba più verde. Passeggiando nei “Prati” di Andrea Inglese

7 Agosto 2026 ore 09:33
di Luigi Toni   Pubblicato per la prima volta nel 2007 in edizione bilingue presso La Camera Verde e poi confluito nella costellazione ormai seminale di Prosa in prosa, Prati/Pelouses di Andrea Inglese torna oggi in una nuova Extended Version per Tic Edizioni (2025). Una riedizione ampliata che non rappresenta soltanto il recupero di un …

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Com’è andato il sabbatico dei CVE di curl? Molto bene, tanto che l’esperimento verrà rifatto!

7 Agosto 2026 ore 08:45
Il mese di luglio è stato per #curl il mese della beatitudine, la "curl Summer of Bliss 2026" ha portato i membri del progetto a sospendere momentaneamente la presa in carico delle segnalazioni di sicurezza, ed a spostare l'attenzione ed il tempo verso i nuovi sviluppi e le evolutive. Ora è tempo di bilanci e, nonostante una coda piuttosto lunga di report arretrati da visionare, si può dire che l'esperimento è stato un successo.

L’asta di Broad Arrow sbarca a The Quail

7 Agosto 2026 ore 07:30

La casa d'aste Broad Arrow organizza la sua tradizionale vendita in occasione della Monterey Car Week trasferendo la sede dal Monterey Jet Center al Quail Golf Club di Carmel, in California. L'appuntamento, giunto alla ventitreesima edizione, è per il 13 e 14 agosto 2026 (con il 12 giornata di preview). Il lotto include circa 185 vetture, tra classiche pre e post belliche, auto da competizione, rare supercar e youngtimer.

Il capolavoro di Maserati

Tra le vetture più significative figura una Maserati A6GCS del 1954 (stimata tra 2,1-2,5 milioni di euro), vettura ufficiale di fabbrica guidata in gara da Luigi Musso, contributo decisivo al titolo italiano Maserati nella classe Sport Internazionale di quell'anno. Il telaio, il venticinquesimo di 52 esemplari costruiti, ha corso per decenni alla Mille Miglia Storica e ai Monterey Historics, ed è stato premiato al Pebble Beach Concours d'Elegance del 2014.

Carrellata di cavallini

In ogni asta che si rispetti non possono mancare le vetture di Maranello. Il catalogo di Broad Arrow include una carrellata di modelli capaci di far battere il cuore ai collezionisti più raffinati. Fra questi una Ferrari 275 GTB/4 del 1967 (2,8-3 milioni di euro), una 275 GTB Alloy del 1966 (2,4-2,6 milioni di euro), una 575 GTZ by Zagato (1-1,3 milioni), una Dino 246 GTS del 1973 (528.000-616 mila euro)

L'universo Porsche

Il capitolo Porsche più antico è affidato a una 356 Porsche-Sauter del 1951 (1,6-1,9 milioni di euro), presentata come anello di congiunzione tra la Porsche numero 1 e la America Roadster. Segue una 924 Carrera GTR del 1981 (528-723 mila euro), vettura da competizione realizzata in soli 17 esemplari, gestita dal team Brumos e vincitrice di classe a Le Mans. Chiude il trittico una 959 Komfort del 1988 (2,3-2,6 milioni di euro), uno dei 266 esemplari realizzati per il mercato tedesco.

Gli altri modelli

Tra le altre vetture del catalogo meritano una menzione una Lamborghini Miura P400 S del 1968 (2,8-3,2 milioni), una Shelby 427 Cobra del 1966 (2-2,2 milioni), una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing Coupe del 1955 (1,6-1,9 milioni), una BMW 507 Series II del 1958 (1,5-1,8 milioni) e una Aston Martin DB4 Series V Convertible del 1963 (967 mila-1,2)

La prima gara di Senna

Non manca un pezzo di storia della Formula 3: un Ralt RT3 del 1982 (440.000-616.000 euro), la monoposto con cui Ayrton Senna conquistò pole position, vittoria e giro veloce a Thruxton, nel suo debutto assoluto in categoria. Restaurata con cura, è considerata l'unica F3 sopravvissuta guidata dal pilota brasiliano.

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Bollo auto: tutte le novità per gli automobilisti

12 Agosto 2026 ore 10:04
La riforma del bollo auto è stata definitivamente approvata ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale all'interno del nuovo decreto sui tributi regionali e locali. La miniriforma, come anticipato, non interviene né sulle tariffe, né sui parametri che ne determinano l'importo, né sulle attuali esenzioni e agevolazioni nazionali (su tutte l'esenzione quinquennale per le auto elettriche). Di fatto, il provvedimento si limita a semplificare, in molti casi opportunamente, solo alcune norme applicative. Vediamo nel dettaglio cosa cambierà dall'1 gennaio 2028.  Non cambiano i parametri per il calcolo della tassa Come detto, la riforma non interviene sui tre parametri su cui si calcola la tassa automobilistica, ossia potenza omologata (punto P.2 della carta di circolazione), classe Euro dell'auto e importi-base (2,58 /kW per le Euro 4 e superiori, 2,70 /kW per le Euro 3, 2,80 /kW per le Euro 2, 2,90 /kW per le Euro 1 e 3 /kW per le Euro 0, importi che le regioni possono aumentare, e molte lo hanno fatto, fino a un massimo del 10% all'anno). Nessuna novità nemmeno sul cosiddetto minisuperbollo, ossia sugli importi maggiorati del 50% per i kW sopra quota 100. Il primo bollo si pagherà per 12 mesi Spazzato via, invece, l'assurdo meccanismo di calcolo basato sulle scadenze fisse (di aprile, agosto o dicembre per le auto con più di 35 kW). Dal 1 gennaio 2028 la prima tassa si pagherà ovunque (in Lombardia e Piemonte è già così da molti anni) per 12 mesi a partire da quello di immatricolazione (ovviamente, le auto in circolazione la cui scadenza deriva dalla vecchia norma manterranno la loro periodicità). Più tempo per pagare il primo bollo Sempre dall'1 gennaio 2028 il primo pagamento della tassa è fissato all'ultimo giorno del mese successivo a quello di immatricolazione (attualmente è così solo se l'immatricolazione avviene nell'ultima decade del mese). Per le successive scadenze, la norma fissa il termine di pagamento all'ultimo giorno del mese in cui il veicolo risulta essere stato immatricolato. Arriverà il bollo quadrimestrale Dall'1 gennaio 2028 le regioni potranno introdurre un pagamento quadrimestrale, a decorrere dal mese di immatricolazione, per tipologie di veicoli individuate dalle stesse regioni. Norma anti elusione per le società di noleggio Per le auto intestate a persone giuridiche, la regione di riferimento resterà quella in cui c'è la sede legale, ma nelle situazioni in cui quest'ultima sia diversa dalla sede in cui avviene la "gestione ordinaria in via principale dell'attività", quest'ultima è quella da considerare ai fini della destinazione del gettito dell'imposta. In caso di persone giuridiche con sede legale all'estero operanti nel settore del noleggio dei veicoli e aventi più sedi secondarie in Italia, la regione destinataria dell'imposta è quella in cui è situata la sede secondaria in cui avviene la gestione ordinaria in via principale dell'attività. Le regioni si parleranno direttamente I pagamenti versati a una regione sbagliata saranno gestiti direttamente dalle regioni. In pratica, l'ente che viene a conoscenza, anche a seguito di comunicazione del contribuente, di aver incassato somme spettanti a un ente diverso dovrà versare direttamente all'ente competente gli importi indebitamente percepiti.  Tassate anche le auto sottoposte a fermo fiscale La tassa automobilistica è dovuta anche nel caso di fermo amministrativo di natura fiscale del veicolo disposto dall'agente della riscossione. Il noleggio dovrà essere registrato al Pra Dal 2015 il nome della persona fisica o giuridica che utilizza un veicolo a noleggio a lungo termine è annotato nell'Archivio nazionale veicoli della Motorizzazione civile. Dall'1 gennaio 2027 il contratto di locazione a lungo termine senza conducente dovrà essere annotato anche al Pubblico registro automobilistico gestito dall'Aci. I dati acquisiti dal PRA proverranno proprio dall'ANV.L'operazione riguarderà anche i contratti di noleggio stipulati prima dell'1 gennaio 2027 che saranno oggetto di proroga o rinnovo dopo il 31 dicembre 2026 o in cui la consegna del veicolo all'utilizzatore finale avvenga a partire dall'1 gennaio 2027. Interruzione dell'obbligo di pagamento L'interruzione dell'obbligo del pagamento della tassa quando l'auto è ceduta a concessionari o commercianti (la cosiddetta messa in esenzione) è prevista solo se il trasferimento della proprietà è trascritto al PRA (la trascrizione va effettuata entro sessanta giorni dalla data della cessione del veicolo). L'esenzione decorre dal periodo tributario successivo a quello in corso al momento della cessione del veicolo fino al mese precedente a quello in cui avviene la rivendita della macchina. Auto usate acquistate da concessionari o commercianti Nel momento in cui termina il periodo di esenzione o sospensione, la tassa auto deve essere pagata entro il mese successivo, per un periodo corrispondente ai mesi compresi tra quello in cui è terminato il regime di esenzione o sospensione fino al mese precedente a quello corrispondente al mese dell'immatricolazione. Dal mese di immatricolazione scatterà poi il nuovo pagamento della tassa per 12 mesi. Questo meccanismo serve a garantire in ogni situazione l'allineamento dei pagamenti al mese corrispondente a quello dell'immatricolazione. Tutti i bolli confluiscono nell'Archivio nazionale delle tasse automobilistiche (Anta)   Come previsto da una legge del 2019 e come anticipato all'epoca da Quattroruote, nasce definitivamente - in precedenza era "transitoriamente" - l'Archivio nazionale delle tasse automobilistiche, il cosiddetto ANTA, gestito dal PRA, il Pubblico registro automobilistico a sua volta gestito dall'Aci.Sarà il PRA a "garantire la completa integrazione e il coordinamento informatico tra l'Archivio nazionale delle tasse automobilistiche (ANTA) e gli archivi dei singoli enti impositori (regioni e province autonome, ndr) sulla base degli indirizzi annualmente approvati dal Comitato interregionale di gestione dell'Archivio nazionale delle tasse automobilistiche (Ciganta)".Peraltro, già in seguito alla legge del 2019 l'Agenzia delle Entrate aveva trasferito al gestore del PRA (ossia all'Aci) il precedente sistema Sgata gestito dalla stessa Agenzia.Attenzione, l'ANTA non sostituisce gli archivi dell'Agenzia delle Entrate, delle regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, che possono continuare a gestirli direttamente o anche con la cooperazione del gestore del PRA, ossia l'Aci.

1,230 times the size of Hong Kong: China deploys drones, AI as Typhoon Dolphin nears coast

Ferry routes have been suspended, construction halted, fishermen evacuated and drones deployed to patrol over the sea as China’s coastal provinces prepare for the landfall of Typhoon Dolphin, the fourth typhoon to hit the country this summer. As of Friday morning, Dolphin was about 820km (510 miles) from China’s east coast, the National Meteorological Centre said. It is forecast to make landfall between Zhejiang and Fujian provinces sometime from Sunday afternoon to Monday morning. The centre...

Diari alfabetici di Sheila Heti

7 Agosto 2026 ore 07:01

N ulla può essere considerato più intimo e anomalo ‒ quale testo letterario ‒ di un diario. Nato per ordinare pensieri privati in forma privata, scevro solitamente di riferimenti che possano includere altri lettori all’infuori di chi lo scrive il diario è da sempre una materia ambigua, difficile da decifrare e interpretare. Oggetto dunque estremo concepito da un autore che ne è allo stesso tempo l’unico possibile lettore.

Sheila Heti ha deciso di far saltare questo schema facendo letteralmente brillare il suo diario, trasformandolo così in un testo inedito ‒ anche per lei ‒ con una finalità ora principalmente letteraria. Ispirandosi ai grandi giocolieri novecenteschi dell’Oulipo, Georges Perec e Raymond Queneau, Heti ha smontato il suo diario, composto quotidianamente per dieci anni, e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite al punto che la prima curiosità che apre questo bizzarro e raffinato libro, Diari alfabetici (2026, nella puntuale e accurata traduzione di Federica Aceto) sarebbe proprio sapere che effetto ha fatto alla sua stessa autrice, quale sentimento ha provocato in lei rileggersi in una versione ricomposta secondo la cronologia dell’alfabeto.

Quello che colpisce è prima di ogni altra cosa l’assertività delle frasi, quasi delle sentenze lapidarie. Ovviamente tutto parte dall’io, dal tentativo di scavare dentro al proprio sé, gesto che Sheila Heti ha già perseguito efficacemente, almeno letterariamente con Colore puro (2024) e con La persona ideale, come dovrebbe essere? (2013). Diari alfabetici appare così come la prima connessione possibile tra l’io e il mondo, ma al tempo stesso anche come l’esaurimento del contatto con l’altro: tutto appare possibile fino al punto in cui si conferma sempre come parte separata dal sé, dalla possibilità di esistere diversamente se non imponendo sé stessi, le proprie convinzioni nelle amicizie come in amore: “Come si fa indovinare cosa c’è nella testa di un’altra persona? Come si fa a non detestare se stessi? Come si fa a spostare il proprio asse? Come si fa a vivere se non si considera, in certo senso, la vita come un gioco, con l’idea che si vince e si perde, e che ci sono strategie per vincere, e regole che valgono anche per gli altri giocatori?”.

Heti ha smontato il suo diario e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite.
La lotta è data fin dalle prime pagine, in particolare verso il maschile a cui l’autrice tende fortissimamente tra passione e rabbia, ma anche tra delusione e paura. I sentimenti espressi in queste frasi ‒ per quanto volutamente estrapolate ‒ testimoniano sempre un’energia in presa diretta, un alto voltaggio dentro al quale le ascese e le ricadute appaiono all’ordine del giorno. Non sono considerate e del resto non possono essere possibili vie di mezzo, la materia è subito esposta e la temperatura è quella di lava incandescente. Il movimento è obbligatoriamente centripeto, tutto quello che è esterno diventa interno e all’interno di un’agitazione emotiva che prova a scardinare e a trovare nuovi appigli, nuove forme di comprensione, ma finisce spesso per ricadere nei medesimi errori.

Diari alfabetici contiene in pari numero fallimenti e successi fino a un’equivalenza che cancella in sostanza il valore degli uni e degli altri. Non c’è differenza all’interno dello scorrimento veloce e spesso frenetico degli eventi perché nulla conta per davvero se non il rimanere, l’ostinazione a restare che spesso è però facilmente ascrivibile più a una resistenza controvoglia che a un’opposizione reale. Non esistono motivi precedenti, ma solo fatti e le relative reazioni che si mischiano le une con le altre all’interno di un impasto psicologico che, seppur con lievi variazioni, riporta sempre alle medesime cadute. E anche le scoperte appaiono come luci tanto improvvise e accecanti quanto fatue, oltre che rapidissime all’esaurirsi: “Per la maggior parte, non posso negare certi sentimenti, e non posso fingere di provarne altri”.

Diari alfabetici è così attraversato da una pulsazione di vita frenetica, da un’esigenza di felicità spesso elisa e inevitabilmente ridotta a margine occasionale, a fatto così imprevisto da essere ritenuto sostanzialmente irrilevante: “Ovviamente in ogni felicità c’è una cecità tremenda. Ovviamente non sono riuscita a scrivere molto. Ovviamente sto ignorando un sacco di cose negative, ma quando ci siamo abbracciati e salutati c’era tanta alchimia tra di noi, calore e una sensazione molto bella».

Il libro di Sheila Heti appare non solo come una naturale evoluzione del discorso letterario dell’autrice canadese, ma va anche oltre la banale definizione di autobiografia, cosa che in parte si rivela per ovvi motivi d’essere nella sua sostanza. Diari alfabetici propone infatti un doppio sguardo su di sé così radicalmente privato da divenire uno specchio potenziale dentro cui qualunque lettore può ritrovarsi; l’apparente eccentricità dei temi risulta infatti solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco che si palesa solo per un istante e poi va subito ritrovato.

Un’indagine sul passato delle cose e di sé stessi, su chi si era, o meglio su chi si credeva di essere e chi invece si è, ora in quel preciso istante, prima che il tempo passi e con lui si muti fino a diventare nuovamente esseri estranei da osservare con stupore, tristezza e malinconia davanti allo specchio: “Le persone che prima mi sembrano a posto ora hanno qualcosa di minaccioso; non ho cuscinetti di protezione, non ho un uomo, non ho nessuno che mi difenda. Le persone generano altre persone. Le persone hanno bisogno di una personalità da abbinare a un dato libro, ma siccome a me nessuno mi conosce non esiste nessuna personalità da abbinare ai libri”.

L’apparente eccentricità dei temi risulta solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco.
Lo scandalo non sta nel movimento, ma nella sua osservazione, nel tentativo di leggerlo frenandolo e poi interpretandolo. Lo scandalo è così totalmente letterario ed è questa la strada che persegue Sheila Heti esponendosi totalmente, ma al tempo stesso recuperando quel velo così necessario alla forma letteraria. Diari alfabetici ha la medesima forza delle opere di Sophie Calle, in particolare nell’elaborazione della struttura, ma con la differenza di una forza liberatoria che sta tutta nella pagina scritta.

Una piccola opera estremamente densa e capace di mostrare l’energia della letteratura, spesso costretta dentro forme considerate più consone ‒ dal romanzo al racconto ‒ e che probabilmente in questo secolo sono più che altro utili a conformare e a limitare la forza letteraria dentro scatole ormai desuete: “Sviluppare una filosofia dell’esistenza. Svuota i cassetti, gli armadi, il vano laterale delle scale, butta i vestiti che non ti piacciono, che non ti metti più”. Una forma di abbandono dalle cose e dall’immagine di sé che non corrisponde più al vero, al necessario e anche all’utile, un modo per abbracciare tutto quello che ancora non è noto e offre una nuova possibilità di vita da assaporare fino in fondo. Un diario che sono più diari, che rimontati ora in maniera cronologica si presentano come un romanzo totalmente nuovo. L’unico vero romanzo morale possibile dei nostri tempi.

L'articolo Diari alfabetici di Sheila Heti proviene da Il Tascabile.

Patente B a 17 anni, ma non si potrà guidare da soli: le nuove regole

6 Agosto 2026 ore 16:49
Chi nel 2027 avrà 17 anni potrà conseguire la patente B in Italia: è la promessa del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. L'obiettivo è sfruttare la spinta di Bruxelles verso un aggiornamento della normativa, con l'intento di migliorare la sicurezza stradale nei 27 Paesi membri (la quarta direttiva UE, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea, serie L del 5 novembre 2025). Ma cosa cambierà davvero? Cerchiamo di fare chiarezza su regole articolate e complesse, caratterizzate da numerosi aspetti burocratici. Guidare l'auto oggi in Italia: come funziona Oggi in Italia è già possibile guidare un'auto a 17 anni grazie alla Guida Accompagnata, pur senza essere titolari della patente B. Per accedere al programma occorre svolgere almeno 10 ore di pratica in autoscuola. Successivamente, i possessori di patente A1 (conseguita a 16 anni) o B1 possono indicare fino a tre accompagnatori con patente B o superiore ottenuta da almeno 10 anni e con età non superiore a 60 anni.Al compimento dei 18 anni, tramite il Foglio Rosa, ci si può esercitare con una persona titolare di patente da almeno 10 anni (o di categoria superiore) e con un'età massima di 65 anni. Grazie alla Guida Accompagnata, chi è già titolare di patente A1 o B1 non deve sostenere un ulteriore esame teorico a quiz per ottenere la patente B. Dopo il superamento dell'esame pratico, viene rilasciata la patente B e si acquisisce lo status di neopatentato. Guidare l'auto domani in Italia: patente a 17 anni, ma con accompagnatore Guidare l'auto domani in Italia: patente a 17 anni, ma con accompagnatoreSecondo le intenzioni annunciate da Salvini, entro il 26 novembre 2028 l'Italia dovrebbe rilasciare la patente B, identificata dal codice UE 98.02, ai candidati che abbiano compiuto 17 anni.Fino al raggiungimento della maggiore età, i giovani potranno guidare soltanto se accompagnati da una persona considerata idonea. L'accompagnatore dovrà avere almeno 24 anni, possedere la patente B da oltre cinque anni e non essere stato soggetto a interdizioni alla guida nei cinque anni precedenti. Inoltre, dovrà rispettare le norme relative alla guida in stato di alterazione dovuta ad alcol o sostanze stupefacenti. Ogni nazione potrà inserire altri requisiti dell'accompagnatore e il nuovo sistema europeo potrebbe sostituire l'attuale Guida Accompagnata.Stretta sullo stato alteratoOggi in Italia i neopatentati sono già soggetti a norme più rigorose in materia di guida sotto l'effetto di alcol e droghe. In futuro potrebbe però arrivare un ulteriore giro di vite previsto dall'Unione europea.Per i conducenti meno esperti è previsto un periodo di prova di almeno due anni, durante il quale potrebbero essere applicate sanzioni più severe a chi si mette al volante sotto l'effetto di sostanze psicotrope.

Tenuta di strada o stabilità? La differenza si scopre al limite - VIDEO

6 Agosto 2026 ore 12:32
Nel linguaggio comune, tenuta di strada e stabilità vengono spesso confuse, ma nella dinamica del veicolo indicano caratteristiche molto diverse. Da questa distinzione nasce la nuova puntata della nostra serie di consigli pratici (Tips&Tricks), dedicata a capire come valutiamo davvero il comportamento di un'auto quando si avvicina al limite. La tenuta di strada è la capacità dell'auto di restare aggrappata all'asfalto. Dipende soprattutto dagli pneumatici, dalla loro impronta a terra e dalla qualità del fondo stradale: è ciò che consente di percorrere una curva a velocità elevata prima che compaia lo scivolamento. La stabilità, invece, descrive come l'auto reagisce quando qualcosa interrompe il suo equilibrio: un rilascio del gas in curva, una sterzata improvvisa, un cambio di corsia eseguito in condizioni critiche. In queste situazioni il peso si trasferisce in avanti, il posteriore si alleggerisce e il telaio deve gestire una rotazione che può essere progressiva oppure brusca. Al Centro Prove di Vairano eseguiamo test specifici per valutare questa fase: manovre in rilascio, cambi di corsia e curve affrontate con variazioni improvvise di carico. Sono prove che mostrano quanto il telaio sappia "parlare" al guidatore. La stabilità nasce dalla combinazione di numerosi fattori: geometrie delle sospensioni, recupero del camber e silent block progettati per deformarsi in modo controllato, così da stabilizzare la coda. L'auto che ci ha accompagnato questa volta è stata l'Alpine A390, SUV elettrica dal carattere sportiveggiante. Tutti i dettagli nel video qui sopra.

L’accordo storico Regno Unito – Spagna: la caduta dell’ultima barriera dell’Europa Occidentale

7 Agosto 2026 ore 07:00

Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.

Oltre tre secoli di conflitto

L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.

…e adesso?

Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.

In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.

La guerra di Xi contro gli evasori

7 Agosto 2026 ore 06:23
La guerra di Xi contro gli evasori cina evasori ricchi

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale, quantomeno serviranno ...

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El muerto que está solo y espera – Por Diego Chiaramoni

7 Agosto 2026 ore 05:34

Por Diego Chiaramoni

Georges Bernanos, quien acerca del corazón humano sabía mucho, tanto sabía que hasta se calzó los zapatos de un cura rural para narrar los abismos de la soledad, escribió alguna vez: “El verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido”. Es una verdad de plomo, porque el olvido –cuando de amor debido se trata-, es la muerte más cruel, aunque su sangre sea imperceptible como el silencio. El olvido es dejar que la arena cubra las huellas, que se apague una voz, que los ojos se cubran de un velo blanco, que un cuerpo pruebe anticipadamente el hedor de la muerte.

Hace unas horas hemos vuelto del Cementerio de la Recoleta con otros desvelados del pensamiento nacional. Si bien es verdad que en la Recoleta gravita omnipresente ese sello “Alvear”, que la íntima frivolidad del turismo pulveriza la solemnidad de los grandes sitios, que la fauna humana siempre nos sorprende con un nuevo rostro en su hidra de mil cabezas, sin embargo, los mausoleos que allí se levantan y los cuerpos que allí duermen el sueño prolijo de la muerte, constituyen un compendio de la historia argentina. En sus páginas de mármol y cemento, entre flores marchitas y jarrones rotos, se pueden leer los grandes amores y odios de nuestra historia, las pasiones, las miserias, las vidas admirables, los extravíos, las desmesuras.

Entrando por el pórtico principal, allí nomás, a mano izquierda el General Juan Facundo Quiroga duerme de pie, como un búho en la noche. Una calle larga y arbolada hasta el antiguo pozo de agua de la vieja huerta de los padres recoletos. Allí se levanta “El Redentor”, un enigmático Cristo anciano esculpido por Don Pedro Zonza Briano en 1914. Casi al fondo de una de las diagonales, cerca del muro lateral de la Basílica del Pilar se levanta una bóveda antigua y extremadamente angosta. Puerta oval, una roseta en su arco superior y una cruz en su cúspide. Grabado en el cemento se lee “Pedro Scalabrini” y en una placa interna, tras un vidrio opaco y un enjambre de telas de araña, otro nombre: “Raúl Scalabrini Ortíz”. Sobre un pequeño altar improvisado, un jarrón con rosas artificiales de color amarillo –mi abuela solía decir que significaban desprecio-, dos candelabros de bronce oscurecidos por el tiempo, un crucifijo yacente y otras dos placas. El techo descascarado, el piso sucio con el impío revoque caído que denuncia el olvido y una bandera argentina que va criando moho sobre el celeste y el blanco. El compañero Leonardo Cajal me miró y ante el entendimiento mutuo que ya campeaba silente en nuestros rostros, me dijo: “Así te paga la Patria”.

No es este el lugar para trazar un cuadro sobre la figura y la obra de Scalabrini, basta decir que fue un pensador medular que se hizo y se deshizo por su patria siempre doliente. Scalabrini Ortíz pensó la Argentina con su nervio y con su pluma, desnudó los apetitos del colonialismo, la intrusión del eterno enemigo en las arterias a cielo abierto de nuestros ferrocarriles, la necesidad de la independencia económica como prenda de la soberanía nacional, la siempre vigente tarea de aclararnos a nosotros mismos en nuestra identidad y aun tempranamente, en su derrotero intelectual, se animó a auscultar el alma del hombre de Buenos Aires en esa obra transida de lirismo fenomenológico que tituló El hombre que está solo y espera (1931). El término “fenomenológico” no es casual, pues la buena fenomenología es el arte de captar lo latente bajo lo manifiesto, el quid de la cosa, la intimidad ontológica de una realidad. Scalabrini lo escribió maravillosamente:

El que mira todo el bosque de manzanos, no ve más que el bosque. Pero el que se reduce a mirar profundamente una sola manzana puede inferir el orden de todas las manzanas”. 1

La tarde maduraba en nosotros con un dejo de pena al dejar aquella bóveda. Desandamos el circuito de siempre hasta llegar a la fastuosa bóveda de Rufina Cambaceres, una de las “estrellas” del Cementerio. A pocos metros, sale un pasillo angosto en el que contamos no más de diez pasos para leer en una placa de mármol oscuro “Lucio Mansilla”. Es cita obligada para mi corazón porque allí late una música de gratitud. En ese re-cordis se mixtura la sangre de la belleza de la Federación y de un guerrero de la Independencia, florecida en el retoño de uno de los escritores de mi vida.

La tarde agonizaba ahora sobre nuestras espaldas y el nombre de Scalabrini nos quedaba picando en el alma. “Así te paga la Patria”. Nos volvimos a mirar con Cajal y el título de esta columna se cayó al unísono de nuestros labios: El muerto que está solo y espera.

¡Ocúpense de Scalabrini carajo! Veneren la memoria de nuestros mayores, que el verdadero odio es el desinterés y el asesinato perfecto el olvido.

Diego Chiaramoni para KontraInfo

Julio 30 de 2026

 

 

1 R. Scalabrini Ortiz. El hombre que está solo y espera. Hyspamérica, Buenos Aires, 1986: p. 27

Installare un certificato Let's Encrypt per i server qmail e dovecot

7 Agosto 2026 ore 05:00

Changelog

  • 25 luglio 2026 (v. 4.0) Script hook e documentazione sottostante completamente revisionati.
    - Aggiunto un nuovo script wrapper dehydrated-renew per eseguire il rinnovo del certificato e la sincronizzazione del servizio per SNI solo quando uno o più certificati sono effettivamente cambiati.
    - Introdotto un meccanismo di flag di modifica (dehydrated.changed) per evitare ricaricamenti e riavvii non necessari del servizio se un certificato è stato effettivamente distribuito.
    - Consolidate le operazioni post-rinnovo nella nuova funzione cert_sync(), fornendo un unico punto di ingresso per la sincronizzazione della configurazione dei certificati di qmail, Dovecot e Apache dopo i rinnovi riusciti. La stessa funzione cert_sync() può essere chiamata tramite uno script autonomo, che non coinvolge l'esecuzione di dehydrated. Ridotte le interruzioni non necessarie del servizio eseguendo la sincronizzazione una volta per ogni ciclo di rinnovo anziché una volta per ogni certificato rinnovato.
    - Il certificato qmail viene creato solo se è impostato MAKE_MAIL_CERTS=1. Se MAKE_MAIL_CERTS=0, lo script hook distribuisce solo i certificati (da utilizzare per il server web).
    - Le funzionalità Server Name Indication (SNI) per qmail e dovecot possono essere disabilitate impostando ENABLE_SNI=0 (impostazione predefinita).
    - Le voci ServerName e ServerAlias ​​per Apache e i domini SNI possono essere impostate facoltativamente con ENABLE_APACHE_SNI_CONF=1.

To enable HTTPS on your website, you need to get a certificate (a type of file) from a Certificate Authority (CA). Let’s Encrypt is a CA. In order to get a certificate for your website’s domain from Let’s Encrypt, you have to demonstrate control over the domain. With Let’s Encrypt, you do this using software that uses the ACME protocol which typically runs on your web host.

Wang Gungwu on the lessons of Chinese history and the Cold War

Professor Wang Gungwu is regarded internationally as an authority on Chinese history. The 95-year-old is best known for his explorations of Chinese history in the long view, and for his writings on the Chinese diaspora. He has been a professor at the National University of Singapore since 2007 and emeritus professor at the Australian National University since 1988. He was vice-chancellor of the University of Hong Kong from 1986 to 1995. SCMP Plus readers get early access to articles in the Open...

Fail like a man! #fail #caraccident #atvfail #short

6 Agosto 2026 ore 23:14

💾

Manly manly fails! ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

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#FailArmy #Fails

She Ignored The Crucial Instruction

6 Agosto 2026 ore 22:47

💾

Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, he pressed the wrong button...

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0:00 Intro
0:03 Installing bidet fail
0:20 TEMU Spiderman
0:28 Man catches flying billiard ball before it hits his face
0:34 Man Knocks Over Popcorn Bag Using Web Shooter Gadget
0:42 Player accidentally shatters sliding glass door at badminton court
0:52 Squid Rapidly Change Colors In The Water
1:06 Nose Can Touch Forehead
1:18 The terrain isn't anything to worry about
1:39 Glass reflection
1:43 wrestling wedding
2:03 Snowfall
2:27 Toe Bridge Snooker Shot
2:39 Driving an SFX rig for a movie
2:56 Nonchalant horse riding
3:04 Dog saves the day
3:25 Toilet jumpscare
3:34 Hot dog hat
3:47 Stroking robot cat
3:58 Consecutive missed shots hit child under basket
4:04 Dance pro
4:11 Whirlpool in the sea
4:23 Mysterious cloud thing
4:32 Returning phone
4:55 Robo desk
5:03 Lava Shoots Into Sky as Sakurajima Erupts
5:17 Jet Ski Passenger Gets Thrown Into Water During Sharp Turn
5:31 Guy drifts into driveway then casually backs down it
5:42 Laminar flow bottle
5:50 Holiday video for mom and dad
6:11 Installing new sink
6:42 Hikers Witness Incredible Lenticular Cloud Over Snowy Volcano
6:51 Cat Drops From Hammock Bed
7:01 Melting ice makes crazy patterns
7:15 Truck Gets Overturned While Passing Car on Road
7:25 Bear in car
7:53 Australian fence guy
7:57 Man Jumps on Bean Bag and Accidentally Makes it to Burst Open
8:03 Golden Retriever Recreates Lady and the Tramp Spaghetti Scene
8:11 A lot of moths
8:28 Golf lamp
8:42 Man Climbs Mont Blanc to Witness Incredible Sunrise
9:05 Kid hasn't quite worked out hop scotch
9:21 Cool cloud
9:37 Awesome bathroom
9:48 Bizarre way to turn on stove
10:11 vine swing fail
10:21 Dog Leaves After Baby Poo
10:31 sick car beat
10:41 Pool skate trick
10:54 How to make bubble rings
11:16 Acrobatic golf shot
11:22 BTS of the storm scene in the Odyssey
11:35 Sun burn
12:01 Instagram on a flip phone
12:21 Invisible balloon
12:28 Looking for fish
12:40 Bird talk
12:50 Crazy ice formations
13:02 how has he done that?
13:06 Bbay owl
13:16 Leaf tattoo
13:34 dunk fail
13:37 Almost making him break character
14:11 Mime copies man
14:20 Guy does insane bat tricks with the balancing of basketball hoop on chin after
14:38 Photoshop fail
14:40 Southern labels
14:49 car fits right in
14:54 Card trick throw
14:58 Satisfying baseboard drop
15:05 Rainforest

Restare Immobili

6 Agosto 2026 ore 20:00

Riceviamo e pubblichiamo con piacere

La Redazione web

Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.

Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.

Serena Parascandolo

 

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Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea

di: iene
6 Agosto 2026 ore 20:08

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС

Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.

Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.

Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.

Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?

La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]

La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.

Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.

Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.

Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.

Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato

«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.

Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.

Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»

Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.

«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.

L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”

La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.

Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.

Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»

Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria

Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.

Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.

«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»

Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.

Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»

Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.

Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.

Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.

Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”

 

Note

1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.

2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.

3Città settentrionale bosniaca.

4Moneta della Bosnia-Erzegovina.

5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

New AMD P-State Patch Delivers Major Linux Gaming Performance Boost

New AMD P-State Patch Delivers Major Linux Gaming Performance Boost

A newly proposed patch for the Linux kernel's AMD P-State CPU frequency scaling driver is showing impressive gaming performance improvements, potentially delivering a noticeable boost for Ryzen users without requiring new hardware. Early benchmarks indicate that the optimization can significantly improve frame rates in CPU-bound games by allowing processors to respond more quickly to changing workloads. (phoronix.com)

Although the patch has not yet been merged into the mainline Linux kernel, the initial results have generated considerable excitement among Linux gamers and kernel developers alike.

What Is AMD P-State?

AMD P-State is the modern CPU frequency scaling driver for AMD Ryzen processors on Linux. Rather than relying on the older ACPI CPUFreq driver, AMD P-State communicates directly with the processor to adjust clock speeds based on workload demands.

Its goals include:

  • Faster frequency scaling
  • Improved power efficiency
  • Better responsiveness
  • Higher performance during demanding workloads
  • Lower power consumption when the system is idle

Most modern Linux distributions already support AMD P-State on compatible Ryzen processors. (kernel.org)

A Focus on Gaming Performance

The new patch specifically targets how quickly AMD P-State responds when a game suddenly demands additional CPU performance.

Many games rapidly alternate between light and heavy CPU workloads. If the processor takes too long to increase its clock speed, short performance dips can occur.

The proposed optimization reduces that delay, allowing the CPU to boost more aggressively when needed and helping maintain smoother gameplay. (phoronix.com)

Promising Benchmark Results

According to early testing, the patch delivers meaningful improvements across several Linux gaming workloads.

Reported benefits include:

  • Higher average frame rates
  • Better 1% low FPS performance
  • Faster CPU frequency response
  • Improved responsiveness during gameplay
  • More consistent frame delivery

The biggest gains appear in CPU-limited games where processor performance has a greater impact than GPU performance. Systems that are already GPU-bound may see smaller improvements. (phoronix.com)

Designed for Modern Ryzen CPUs

The patch targets systems using the AMD P-State driver, which supports many recent Ryzen processors.

Compatible platforms generally include:

Canadian Man Pleads Guilty in Snowflake Extortions

6 Agosto 2026 ore 19:00

A 26-year-old Canadian man once described as one of the most consequential cybercrime threat actors of 2024 has pleaded guilty to computer fraud and conspiracy to hack and extort more than 165 organizations that used the cloud provider Snowflake. Connor Riley Moucka, of Kitchener, Ontario, also admitted to stealing call and text history records of more than 100 million AT&T customers.

A surveillance photo of Connor Riley Moucka, a.k.a. “Judische” and “Waifu,” dated Oct 21, 2024, 9 days before Moucka’s arrest. This image was included in an affidavit filed by an investigator with the Royal Canadian Mounted Police (RCMP).

The U.S. Justice Department said between February and October 2024, Moucka and co-conspirators used stolen login credentials to steal cloud-hosted data belonging to at least 165 customers of a U.S.-based software-as-a-service company.

The hackers targeted stolen credentials for Snowflake customer accounts that did not enforce multi-factor authentication, and extorted or attempted to extort a host of well-known companies, including TicketMaster, Lending Tree, Advance Auto Parts and Neiman Marcus. Snowflake responded to the data thefts by increasing password complexity requirements and enforcing multi-factor authentication.

Moucka adopted new nicknames frequently — sometimes operating multiple identities concurrently — but two of his best-known monikers were “Judische” and “Waifu.” Judische’s admitted role in the Snowflake data thefts was first documented by KrebsOnSecurity in a September 2024 story about the overlap between Western, English-speaking cybercriminals and extremist groups that harass and extort minors into harming themselves or others.

That September 2024 story identified Judische as a software engineer from Ontario who has been involved in numerous data breaches and voice phishing attacks against U.S. companies since at least 2020. A little more than a month later, Canadian authorities arrested Moucka on a provisional warrant from the United States.

The government says Moucka and others used their unauthorized access to steal billions of sensitive customer records and download terabytes of information, “including individuals’ non-content call and text history records, banking and other financial information, payroll records, Drug Enforcement Administration (DEA) registration numbers, driver’s license numbers, passport numbers, social security numbers and other personally identifiable information. They then extorted victims by threatening to publish data online.”

Moucka also threatened and harassed government officials and security researchers who were helping to track him down. The Justice Department said the conspirators made over $2.5 million in ransom payments, and that in at least one instance, Moucka re-extorted a victim with threats of further disclosure of the victim’s stolen data.

“Moucka used the stolen data of a government officer and members of a then-former government officer’s immediate family in this re-extortion attempt,” reads a statement from the Justice Department.

One of Moucka’s admitted co-conspirators is Cameron “Kiberphant0m” Wagenius, a U.S. Army soldier who pleaded guilty in July 2025 to extorting AT&T and Verizon for their customer account data. Less than a month before Wagenius’s arrest, KrebsOnSecurity published a deep dive into Kiberphant0m’s various Telegram and Discord identities over the years, revealing how the owner of the accounts told others they were in the Army and stationed in South Korea.

One of several selfies on the Facebook page of Cameron Wagenius.

Kiberphant0m also re-extorted victims. Immediately following Moucka’s arrest, Kiberphant0m posted on hacker forums what he claimed were the AT&T call logs for then President-elect Donald Trump and for then Vice President Kamala Harris, as well schematics allegedly stolen from the U.S. National Security Agency (NSA).

Wagenius is set to be sentenced on September 3, 2026. The government says he faces a maximum penalty of 20 years in prison for conspiracy to commit wire fraud, a maximum penalty of five years in prison for extortion in relation to computer fraud, and a mandatory two-year sentence consecutive to any other prison time for aggravated identity theft.

The third alleged co-conspirator is John Erin Binns, 26, an elusive American man who fled the United States after being indicted for his admitted role in a 2021 breach at T-Mobile that exposed the personal information of at least 76 million customers.

Sources close to the investigation said Binns, also known as “IRDev” and “IntelSecrets,” was until recently incarcerated in a Turkish prison, but that he has since been released and has resurfaced online. Those sources said Binns also recently obtained Turkish citizenship, and under Turkish law a citizen cannot be extradited to a foreign country.

An image of a passport that Binns shared in an email to KrebsOnSecurity in Feb. 2023.

Moucka pleaded guilty to four criminal counts, including computer fraud, wire fraud, aggravated identity theft, and conspiracy. He is slated to be sentenced on Oct. 27 and faces a mandatory minimum penalty of two years in prison on the aggravated identity theft count, as well as a maximum penalty of 30 years in prison on the remaining counts. Ultimately, it will be up the federal judge how much time Moucka actually serves for his extensive cybercriminal rap sheet.

For an interview with Moucka prior to his arrest and a deeper look at Binns, see our original report on Moucka’s arrest.

Se anche voi siete stanchi di chi vi dice che gli LLM sono pappagalli stocastici e algoritmi

6 Agosto 2026 ore 18:48

💾

00:00 Il pappagallo stocastico non solo è una teoria tra le altre, ma è anche debole.
08:10 Perché le reti grandi generalizzano? Perché il GD è così potente?
12:04 La forma non è sostanza: la predizione del prossimo token è la scatola.
13:10 Le reti neurali non sono algoritmi. Acqua e mulinelli.
17:34 Mettiamo tutto assieme.
21:00 Perché c'è ancora gente che continua a ripetere teorie stantie?
26:24 Sulla necessità di una giustizia scientifica.

Paper citato sulla generalizzazione delle reti profonde: https://arxiv.org/pdf/2203.10036

Ford sfida la Cina con Fathom, il pick-up elettrico sotto i 30.000 dollari

6 Agosto 2026 ore 17:56
La Ford ha svelato alcuni dettagli dell'atteso pick-up elettrico che dovrà rilanciare la sua presenza nel mercato dei cassonati a batteria dopo le difficoltà incontrate dall'F-150 Lightning.Si chiamerà Fathom e avrà un listino particolarmente aggressivo: l'Ovale Blu ha indicato un prezzo base di 28.350 dollari (24.580 euro al cambio attuale), escluse le spese di trasporto e consegna e altri oneri. Anche aggiungendo i 1.595 dollari previsti per il trasporto, il conto sale a 29.945 dollari, rimanendo comunque al di sotto della soglia dei 30.000 dollari indicata più volte dal management della Casa di Dearborn come fondamentale per rendere competitivi i futuri modelli elettrici. La piattaforma per sfidare i cinesi Del nuovo pick-up non sono ancora state diffuse immagini ufficiali, ma il debutto sembra ormai vicino. Ford prevede infatti di avviare la raccolta dei preordini all'inizio del 2027, con le prime consegne attese nei mesi successivi. La presentazione dovrebbe quindi avvenire entro la fine di quest'anno.Il Fathom sarà il primo modello realizzato sulla nuova piattaforma Universal Electric Vehicle (UEV) che, secondo l'azienda, rappresenterà un tassello fondamentale per rilanciare la divisione dedicata alle elettriche Model e e portarla al pareggio entro il 2029, dopo anni di perdite miliardarie.L'obiettivo della Casa americana è chiaro: ogni veicolo sviluppato sulla nuova architettura dovrà raggiungere la redditività entro un anno dal lancio ed essere competitivo sul fronte dei costi rispetto ai leader del settore, Tesla e soprattutto i costruttori cinesi, più volte citati dall'amministratore delegato Jim Farley come riferimento per efficienza e rapidità di sviluppo. Per raggiungere questo traguardo è stato creato un team dedicato di tecnici e ingegneri con il compito di abbattere i costi di produzione e avvicinarli a quelli dei modelli termici attraverso nuove tecnologie e processi più efficienti.Il Fathom sarà costruito nello stabilimento di Louisville, in Kentucky, utilizzando un innovativo processo produttivo ad albero. Al posto di una tradizionale catena di montaggio unica, saranno impiegate tre linee che lavoreranno in parallelo e convergeranno soltanto nella fase finale dell'assemblaggio. Una sarà dedicata alla sezione anteriore del veicolo, una seconda a quella posteriore e una terza alla struttura portante composta da batteria, telaio e interni.

Tutor, frenare allultimo evita la multa? 15 verità che smontano anni di leggende

10 Agosto 2026 ore 15:07
Ha compiuto vent'anni di attività il 23 dicembre 2025. All'antivigilia di Natale del 2005 furono infatti accesi ufficialmente i primi otto Tutor installati sulla rete di Autostrade per l'Italia. Si trattava, in realtà, dei Sicve, così si chiamavano tecnicamente i Sistemi Informativi per il Controllo della Velocità approvati un anno prima dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Da subito, attorno al nuovo e per molti aspetti rivoluzionario strumento, iniziarono ad aleggiare leggende, miti e bufale legate al suo innovativo principio di funzionamento e alle sue particolari caratteristiche tecniche. Panzane che in molti casi hanno resistito all'usura del tempo nonostante siano attualmente attivi i molto più sofisticati e affidabili Tutor 3.0, approvati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il 20 giugno 2024 e automaticamente omologati in base all'ultimo decreto ministeriale. Di seguito 15 credenze, alcune vere, sul principale dispositivo per la sicurezza stradale usato in autostrada. Ah, a proposito, i Tutor 3.0 attualmente installati sulla rete di Autostrade per l'Italia sono 183, di cui 60 sulla A1 Milano-Napoli, 16 sulla A4 Torino-Trieste, 7 sulla A7 Milano-Genova, 3 sulla A8 Milano-Varese, 5 sulla A9 Lainate-Chiasso, 3 sulla A10 Genova-Ventimiglia, 5 sulla A11 Firenze-Pisa Nord, 19 sulla A13 Bologna-Padova, 44 sulla A14 Bologna-Taranto, 2 sulla A16 Napoli-Canosa, 3 sulla A23 Palmanova-Tarvisio, 2 sulla A26 Genova Voltri-Gravellona Toce, 5 sulla A27 Venezia-Belluno, 9 sulla A30 Caserta-Salerno. 1. Sfugge al controllo chi frena bruscamente in corrispondenza del secondo portaleFalso. Premesso che la frenata brusca è un comportamento vietato dal Codice della strada (e sanzionato con una multa di 42 euro e la perdita di 2 punti) e che, soprattutto in autostrada, è una manovra estremamente pericolosa per sé e per chi segue, la frenata brusca non ha alcun effetto sul normale funzionamento del Tutor. Che, infatti, monitora tutti i veicoli che transitano tra i due portali attivi e calcola la loro velocità media in base al tempo di transito, ossia al tempo trascorso tra il passaggio in corrispondenza del portale di ingresso e il passaggio in corrispondenza del portale di uscita, posizionati a distanza fissa. Solo se questa velocità è superiore al limite esistente lungo tutto il tratto monitorato - tenuto conto della tolleranza di legge del 5% con un minimo di 5 km/h - si attiva automaticamente la procedura sanzionatoria. Ovviamente un normale rallentamento lungo la tratta monitorata è ammesso se, per un qualsiasi motivo, si sia superato occasionalmente il limite, per esempio per effettuare in sicurezza una manovra di sorpasso. Ma ciò è coerente proprio con lo spirito del Tutor, pensato non per punire il superamento occasionale del limite ma il suo superamento sistematico su lunghi tratti autostradali. 2. Sfugge al controllo chi transita lungo la corsia di emergenzaFalso. Anche la corsia di emergenza è tenuta sotto controllo dalle Unità di rilevamento dei veicoli, come si chiamano le telecamere dei Tutor 3.0. La leggenda che il transito, anche solo in corrispondenza di uno solo dei portali, permetta al trasgressore di farla franca è una bufala. Che, però, nasce da un fatto vero. I portali attivati tra il 2005 e il 2006, infatti, non erano dotati di una telecamera specificamente dedicata alla corsia di emergenza. Una falla che però fu colmata dopo poco tempo. utile ricordare che circolare sulla corsia di emergenza comporta una multa di 430 euro (573,33 euro di notte, ossia dopo le ore 22 e prima delle 7), la perdita di dieci punti e la sospensione della patente da due a sei mesi. 3. Sfugge al controllo chi marcia a cavallo delle strisce che delimitano le corsie Falso. vero, come si legge nel decreto di approvazione, che ogni coppia di sensori e unità di rilevamento veicoli installata sui portali di ingresso e di uscita è in grado di monitorare al massimo una corsia, ma il rilevamento non si limita ai veicoli che transitano all'interno della parte di carreggiata delimitata dalle strisce. La specifica contenuta nel decreto di approvazione significa semplicemente che, come è scritto subito dopo, nel caso di utilizzo su una strada con un numero superiore di corsie, dovranno essere previsti più sensori e unità di rilevamento veicoli. Insomma, marciare a cavallo delle strisce, come può succedere peraltro in occasione di una manovra di sorpasso in corrispondenza di un portale Tutor, non serve a niente. 4. Sfugge al controllo chi marcia su corsie diverse in corrispondenza del portale di ingresso e di quello di uscitaFalso. Le Urv (Unità di rilevamento veicoli) non lavorano in parallelo per corsie di marcia. Tutte sono utilizzate per rilevare tutti i veicoli che passano sotto i portali di ingresso e di uscita. La Uel (Unità di elaborazione locale) misura la velocità media di ciascun mezzo e scarta quelle che risultano entro i limiti (detratta la tolleranza di legge del 5% con un minimo di 5 km/h). 5. Funziona fino a 230 km/hFalso. vero che, come si legge nel decreto di approvazione, il sistema è risultato in grado di riconoscere, alla velocità di 230 km/h, le targhe posteriori e anteriori degli autoveicoli, ma questo non significa che non sia in grado di rilevare tutte le velocità. La velocità massima rilevata da un Tutor è stata quella di un'auto che viaggiava a oltre 295 km/h. 6. Non è acceso di notteFalso. Salvo guasti o fermi tecnici per manutenzione, il Tutor può essere acceso per periodi di tempo indeterminati, al limite persino 24 ore su 24, sette giorni su sette. E ciò indipendentemente dalle condizioni di luce. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, un tratto di autostrada è tenuto sotto controllo soltanto per alcune ore al giorno. In ogni caso è la Polizia Stradale, nella sua totale autonomia, a decidere, di volta in volta, l'ora e il tempo di attivazione. 7. Non è acceso quando pioveFalso. Il Tutor può essere attivato con qualsiasi condizione meteorologica (sole, pioggia, neve, nebbia) e temperatura. la Polizia, nella sua totale autonomia, a deciderne, di volta in volta, l'attivazione. 8. Il Tutor non rileva la violazione del limite di 110 km/h in presenza di pioggia occasionale Vero. Sulle autostrade o sulle tratte con limite di velocità standard, ossia 130 km/h, la velocità massima ammessa scende a 110 km/h in caso di pioggia. Il Tutor, però, non può tenerne conto perché non è in grado di sapere se la pioggia cade lungo tutta la tratta tenuta sotto controllo, lungo la quale il limite di velocità deve essere lo stesso. 9. Non rileva la targa di notteFalso. Ciascuna Urv (Unità di rilevamento veicoli) è dotata di un sistema di illuminazione a infrarossi e di avanzati algoritmi di riconoscimento ottico dei caratteri in grado di garantire l'efficacia dell'acquisizione della targa in qualsiasi condizione di luce ambientale. 10. Non rileva la targa se le luci targa sono spenteFalso. Ciascuna Urv (Unità di rilevamento veicoli) è dotata di un sistema di illuminazione a infrarossi e di avanzati algoritmi di riconoscimento ottico dei caratteri in grado di garantire l'efficacia dell'acquisizione della targa in qualsiasi condizione di luce ambientale. 11. Non può essere usato per misurare la velocità istantaneaFalso. Fin dal Tutor di prima generazione, il Sicve, il sistema è progettato e approvato per rilevare sia la velocità istantanea dei veicoli che attraversano ogni singolo portale sia la velocità media tra due portali. La Polizia Stradale, però, coerentemente con lo spirito con cui è stato ideato lo strumento, lo usa solo per quest'ultima funzione. 12. Non rileva il superamento dei limiti di velocità fino a 10 km/hFalso. Il Tutor rileva tutte le violazioni del limite di velocità esistente sul tratto monitorato, detratta la tolleranza del 5% con un minimo di 5 km/h prevista dalla legge. Dunque, su un tratto con limite di 130 km/h, il sistema esclude solo i veicoli che hanno percorso il tratto compreso tra i due portali a una velocità media pari o inferiore a 136 km/h. 13. Le violazioni commesse con auto con targa estera sono archiviateFalso. Tutte le violazioni rilevate dai Tutor finiscono al Cnai (Centro nazionale accertamento infrazioni) di Roma. Per le auto con targa italiana i sistemi, grazie al collegamento diretto con l'Archivio nazionale veicoli della Motorizzazione civile, associano immediatamente il numero di targa al proprietario. Per le targhe estere, invece, vi sono due procedure diverse. Se la targa è di un Paese UE, risalire al proprietario è semplice grazie al sistema di interscambio dei dati dei veicoli circolanti nei Paesi dell'Unione Europea. Se, invece, il veicolo è immatricolato in un Paese extra UE, non esiste un sistema automatizzato. La procedura è più lunga, ma il verbale viene notificato in ogni caso. 14. Non esistono due tratte consecutive coperte dal TutorVero. Ogni portale del Tutor può essere usato come ingresso o come uscita di una tratta lungo la quale è calcolata la velocità media dei veicoli. Non potendo svolgere entrambe le funzioni contemporaneamente, non possono esistere due tratte consecutive di strada controllate dal Tutor. 15. Il Tutor può sanzionare automaticamente anche la mancata revisione e l'assenza di assicurazioneFalso. Il Tutor, come ogni altra apparecchiatura in grado di interrogare l'Archivio nazionale veicoli (Anv) della Motorizzazione civile, può tecnicamente verificare sia la copertura RC auto sia la regolarità della revisione. Queste due violazioni, tuttavia, non possono essere sanzionate automaticamente perché lo strumento non è approvato per queste due funzioni. O meglio, solo in caso di violazione del limite di velocità potrebbero essere sanzionate anche le ulteriori violazioni delle norme sull'assicurazione e sulla revisione (peraltro, con qualche problema applicativo sulle relative sanzioni accessorie). Diversamente, solo una pattuglia della Polizia Stradale può contestare autonomamente queste due violazioni al trasgressore.

Il gasolio tornerà mai sotto i 2 euro? "Sì, ma solo a queste condizioni"

6 Agosto 2026 ore 16:31
Se è vero che ogni incubo ha una fine, dovremmo svegliarci presto dal brutto sogno dei prezzi di benzina e gasolio: da circa sei mesi, infatti, dall'inizio della guerra USA-Iran, i listini salgono senza tregua. Per capire come potrebbe evolvere una situazione che pesa sempre di più sulle tasche degli automobilisti, già alle prese con il caro vita, abbiamo parlato con Gianni Murano, presidente di Unem, l'Unione energie per la mobilità. Se le tensioni in Medio Oriente si allentassero, sarebbe realistico immaginare un ritorno stabile sotto i 2 euro al litro per benzina e gasolio? Oppure quei prezzi appartengono ormai al passato?Un ritorno stabile sotto i 2 euro al litro è assolutamente possibile, ma soprattutto auspicabile, in uno scenario di normalizzazione geopolitica. Se le quotazioni internazionali del greggio, e soprattutto dei prodotti raffinati, dovessero tornare sui livelli precedenti alle recenti tensioni, potremmo assistere a una graduale riduzione dei prezzi alla pompa, più in linea con le medie degli ultimi due anni. In altre parole, la soglia dei 2 euro non è irreversibile. Sul gasolio, tuttavia, continuano a pesare fattori strutturali, come la crisi della raffinazione, che potrebbero mantenerne i prezzi relativamente elevati anche in presenza di quotazioni del petrolio in calo. Oggi quanto pesano sul prezzo finale di un litro di carburante il greggio, il cambio euro-dollaro, la raffinazione, la distribuzione, le accise e l'IVA?Al netto dei recenti tagli delle accise, confermati nei giorni scorsi fino al 25 agosto per il solo gasolio, la componente fiscale continua a rappresentare oltre la metà del prezzo finale pagato dal consumatore. Questo significa che, ai prezzi attuali, oltre 1 euro al litro è composto da tasse. L'Italia detiene il primato europeo sul gasolio ed è quarta sulla benzina. Anche il cambio euro-dollaro è determinante, poiché il petrolio e i prodotti raffinati sono quotati in dollari e possono influenzare sensibilmente il prezzo finale. Nei primi mesi del 2026 si può stimare un beneficio di circa due centesimi legato all'apprezzamento dell'euro nei confronti del dollaro.C'è poi il costo della materia prima, cioè la quotazione internazionale di benzina e gasolio, che oggi rappresenta una quota compresa tra il 37 e il 48%. Il restante 8-10% serve a remunerare tutti gli altri passaggi della filiera: distribuzione primaria e secondaria, margine del gestore, oneri finanziari, investimenti e costi di struttura. In questo contesto, la presenza di una raffinazione nazionale efficiente continua a rappresentare un elemento di forza per il Paese.Il gasolio continuerà a costare più della benzina? Se sì, quali sono le cause strutturali di questo fenomeno?A livello di quotazioni internazionali, dal 2022, cioè dalle sanzioni sulle importazioni di gasolio dalla Russia, il diesel si è stabilmente attestato sopra la benzina di 5-15 centesimi al litro. A livello di prezzi al consumo, questo fenomeno era meno evidente perché il gasolio beneficiava di un'accisa inferiore di 11 centesimi al litro. Dal 1 gennaio 2026 le aliquote sono state equiparate e la differenza è diventata più visibile. Oggi lo è ancora di più perché, a seguito della crisi di Hormuz, il differenziale rispetto alla benzina si è ulteriormente ampliato.Dall'inizio della guerra il gasolio si è apprezzato di oltre il 60%, mentre la benzina di poco meno del 40%, a fronte di un aumento del 9% del Brent. Le cause sono principalmente strutturali. Negli ultimi 15 anni l'Europa ha perso circa il 20% della propria capacità di raffinazione ed è rimasta fortemente dipendente dalle importazioni di diesel, provenienti prima dalla Russia e, più recentemente, dall'area del Golfo. Al netto delle crisi geopolitiche e delle misure straordinarie, quale sarebbe oggi un prezzo "normale" per benzina e gasolio in Italia?Non esiste un prezzo "giusto" in senso assoluto perché i carburanti riflettono quotidianamente l'andamento delle quotazioni internazionali. In un contesto di mercato ordinario, senza tensioni geopolitiche, shock logistici o interruzioni della produzione, è ragionevole attendersi livelli sensibilmente inferiori rispetto a quelli registrati nelle fasi di crisi.Dopo la fine del taglio delle accise, è immaginabile un nuovo intervento del governo? Oppure una riforma strutturale della fiscalità dei carburanti?Molto dipenderà dall'evoluzione della situazione internazionale. Negli ultimi giorni le quotazioni del petrolio e dei prodotti raffinati hanno mostrato una tendenza alla flessione che auspichiamo possa proseguire. evidente che misure temporanee possano risultare utili in presenza di emergenze, ma non risolvono le criticità di fondo. Per questo riteniamo necessario ragionare in una prospettiva più strutturale.La fiscalità dovrebbe accompagnare il percorso di decarbonizzazione, valorizzando i carburanti a minore impronta carbonica e favorendo gli investimenti industriali necessari alla transizione energetica. Consumatori e Antitrust parlano spesso di aumenti rapidi e ribassi lenti alla pompa. una lettura corretta? Come funziona realmente la formazione dei prezzi?Si tratta di una percezione diffusa che non sempre trova conferma nei numeri e che tende a semplificare una realtà molto più complessa. Quando le quotazioni salgono rapidamente, l'effetto sui prezzi è immediatamente percepibile dai consumatori; quando invece diminuiscono, l'attenzione pubblica tende a essere inferiore. Esiste un'ampia letteratura che smentisce il fenomeno definito "piume e razzi", come evidenziato anche da un recente studio della BCE.Inoltre, il mercato italiano è costantemente monitorato dalla Commissione di allerta prezzi istituita presso il Mimit. Se fossero emerse anomalie significative, sarebbero state rilevate.Quanto incidono davvero le speculazioni finanziarie sulle materie prime sul prezzo finale di benzina e gasolio? Esistono strumenti per limitarne gli effetti?La componente finanziaria contribuisce ad amplificare la volatilità dei mercati, soprattutto nei momenti di maggiore incertezza, e interessa in particolare il petrolio, che è un mercato più "cartaceo" che "fisico". Sarebbe però sbagliato attribuire gli aumenti dei carburanti esclusivamente alla speculazione. Nelle crisi più recenti hanno inciso soprattutto fattori concreti: attacchi alle infrastrutture energetiche, riduzione della capacità di raffinazione, problemi logistici e minore disponibilità di prodotti raffinati.La migliore difesa contro la volatilità resta una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, una raffinazione europea competitiva e una più ampia diversificazione delle fonti energetiche.Quali sono i principali fattori che potrebbero far salire o scendere i carburanti nei prossimi 12-24 mesi?Sul fronte dei ribassi potrebbero incidere una de-escalation delle tensioni internazionali, il rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro, una crescita più moderata della domanda globale e il recupero della capacità produttiva e di raffinazione. Sul fronte dei rialzi, invece, peserebbero eventuali nuove crisi geopolitiche, interruzioni delle principali rotte commerciali, ulteriori problemi nel settore della raffinazione o altri elementi destabilizzanti per i mercati.La variabile più importante continuerà comunque a essere la disponibilità di prodotti raffinati, soprattutto gasolio e jet fuel. Oggi il vero nodo critico non è tanto il petrolio quanto la capacità di trasformarlo nei carburanti richiesti dal mercato europeo. Nei prossimi anni sarà quindi determinante il modo in cui verranno applicate le nuove politiche europee sulla decarbonizzazione dei trasporti. Gli obiettivi ambientali dovranno procedere insieme alla sostenibilità economica per famiglie e imprese.Per questo riteniamo fondamentale un approccio basato sulla neutralità tecnologica, valorizzando tutte le soluzioni in grado di ridurre le emissioni, compresi i biocarburanti e i carburanti rinnovabili.

Destrier, la Bugatti più bassa mai costruita è una one-off da 1.600 CV

6 Agosto 2026 ore 13:23
Dopo la Brouillard e la F.K.P. Hommage, Bugatti presenta la terza creazione one-of-one del Programme Solitaire. Si chiama Destrier e trasforma la Bolide, la più estrema delle hypercar del marchio francese, in un esemplare unico, un "capolavoro di pura eleganza", il cui nome richiama il possente cavallo da battaglia medievale. La Destrier sarà svelata al pubblico nel corso della Monterey Car Week, al Pebble Beach Concours d'Elegance del 16 agosto 2026. La Bugatti più bassa di sempre Alla base della Destrier c'è l'idea di privare la Bolide del suo pacchetto aerodinamico fatto di ali, appendici e prese d'aria: il risultato è una sportiva alta appena un metro, la più bassa mai realizzata da Bugatti, con cerchi da 20" all'anteriore e 21" al posteriore (contro i 18" della Bolide). La C-Line che incornicia la fiancata corre - interrotta solo dal passaruota anteriore - fino alla calandra a ferro di cavallo, più larga rispetto a quella della Bolide. Al posteriore, l'ala integrata richiama quella della Chiron Profilée del 2022. Il motore è il W16 da 1.600 CV La verniciatura della Destrier è una tinta esclusiva multi-strato denominata Sapphire Celeste, con particelle riflettenti ispirate al diamante; il carbonio a vista, limitato a splitter anteriore e diffusore posteriore, mantiene la stessa colorazione. All'interno del vano motore, le finiture metalliche hanno una lavorazione martellata, che richiama le armature battute a mano dei cavalieri medievali. Il progetto della Destrier poggia sulla monoscocca in fibra di carbonio della Bolide, mantenendone anche il powertrain, il W16 quadriturbo 8.0 litri da 1.600 CV. Interni d'alta sartoria Pur mantenendone l'impostazione generale, con la fibra di carbonio a vista, il volante racing e le prese d'aria a "turbina" nella console centrale, l'abitacolo della Destrier si distacca da quello della Bolide per l'atmosfera decisamente più lussuosa, d'alta sartoria. Pregiatissimi i materiali, dalla pelle e nubuck in color Ambre Voyageur, che si affiancano a un tessuto lavorato in 3D attraversato da filati in rame. Al centro del massiccio tunnel centrale c'è anche un piccolo tricolore francese che richiama la Casa di Molsheim. Un pezzo di storia della Bugatti La Destrier riprende e fonde al suo interno due anime differenti, rappresentando un vero e proprio punto d'unione tra sportività e bellezza. Un concetto già perfettamente espresso dal telaio Type 57, utilizzato per le Type 57G e Type 57C che hanno vinto Le Mans nel 1937 e nel 1939, ma anche per la Type 57SC Atlantic, da molti considerata una delle auto più belle della storia. Ed è per questo motivo che sopra il parabrezza della Destrier trova posto una targhetta incisa a laser che raffigura entrambe le vetture storiche. Un programma più che esclusivo Ancora più ricercato e sofisticato del programma di personalizzazione Sur Mesure, Solitaire consente ai collezionisti e ai clienti più esigenti di vestire meccanica e telai con soluzioni di fatto non riproducibili altrimenti, in un vero e proprio esercizio d'alto artigianato. Non è un caso che Bugatti realizzi al massimo due vetture Solitaire all'anno.

Ecco la prima Ferrari Luce: sfiora già il milione di euro

6 Agosto 2026 ore 13:04
Il primo esemplare di produzione della Ferrari Luce sarà venduto all'asta per beneficenza in occasione della Monterey Car Week, dal 7 al 16 agosto 2026. La discussa elettrica del Cavallino sarà battuta da RM Sotheby's e i proventi saranno destinati ai progetti educativi della Ferrari Foundation. La stima è fissata a 1,1 milioni di dollari senza riserva, quasi il doppio rispetto al prezzo di listino negli Stati Uniti, ma resta difficile prevedere quale sarà il valore finale raggiunto in asta. Un esemplare unico dal reparto Tailor Made La vettura proposta è denominata "Chassis 0" ed è stata personalizzata integralmente dal reparto Tailor Made con una configurazione da vera one-off. La carrozzeria sfoggia una tinta Madreperla semi-gloss cangiante, mentre anche cerchi e pinze freno adottano finiture esclusive. Nell'abitacolo spiccano i rivestimenti in pelle Perla Le Mans Metallic e Grigio Corvara. La pelle Metallic, in particolare, rappresenta una nuova creazione del programma Tailor Made studiata per valorizzare la luminosità degli interni; per lo stesso motivo, gli elementi tradizionalmente rifiniti in nero sono stati sostituiti da una finitura grigia.

Toyota GR86, il tocco di Gazoo Racing per esaltare il piacere di guida

6 Agosto 2026 ore 12:46
Toyota aggiorna la sportiva GR86 con novità che riguardano l'estetica e le dotazioni di bordo. Il nuovo modello sarà in vendita in Giappone a partire dal 28 agosto, con le prime consegne previste da dicembre. I prezzi partono da 2.936.000 yen (poco più di 16 mila euro) per la RC con cambio manuale e arrivano a 3.616.000 yen (quasi 20 mila euro) per la RZ con trasmissione automatica. Dal debutto del 2021, la Toyota GR86 ha registrato oltre 110.000 unità vendute. Torna la colorazione Solid Gray, visibile anche nelle immagini diffuse dalla Casa e già proposta per un periodo limitato nel 2017 sulla Toyota 86. Sulla versione RZ debuttano invece comandi e interruttori rivisti per offrire un miglior grip tattile, con finitura nero ghisa a bassa riflettenza. Lo schema cromatico nero e rosso, disponibile tra le opzioni senza sovrapprezzo, introduce inoltre nuovi inserti rossi attorno al posto guida. Gli interventi sulla dinamica di guida Più consistente il lavoro svolto da Gazoo Racing sul fronte della dinamica di guida, con il coinvolgimento di piloti professionisti, collaudatori e ingegneri attraverso una serie di test in circuito e sulle piste prova. stata rivista la taratura dell'acceleratore per garantire una risposta più lineare in uscita di curva e sui fondi a bassa aderenza. Anche il servosterzo elettrico è stato aggiornato sulla base dell'esperienza maturata nella Super Taikyu Series, mentre sulle versioni con cambio manuale è stato ampliato lo smusso dell'interlock per rendere più fluida la scalata dalla quinta alla quarta marcia.Sul fronte della sicurezza, il sistema di assistenza alla guida EyeSight aggiunge una terza telecamera, passando da due a tre "occhi" elettronici, con una taratura specifica sviluppata per l'assetto ribassato della vettura. Le novità in arrivo

ESTATE, BOOM DI VACANZE CON CANI E GATTI: +650% DI RICERCHE SUI VIAGGI CON I FELINI

6 Agosto 2026 ore 18:16

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.

(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)

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MAMMA DELFINO PORTA IL CUCCIOLO MORTO SUL DORSO: L’IMMAGINE COMMUOVE IL WEB

6 Agosto 2026 ore 18:08

Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.

(Frame e video The Independent)

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ESTATE 2026, STUDIO: POTREBBE DIVENTARE LA PIÙ CALDA DI SEMPRE

6 Agosto 2026 ore 18:02

L’estate 2026 si conferma come una delle più roventi di sempre, mettendo in discussione il primato storico del 2003: sebbene i dati definitivi saranno disponibili solo a fine stagione, le anomalie termiche attuali viaggiano su valori vicinissimi a quelli del 2003 in molte zone della penisola, e potrebbero superarli. Finito il gran caldo, persistente almeno fino a metà agosto, potremmo poi attenderci nubifragi violenti dovuti al riscaldamento del Mediterraneo. A tracciare il quadro è Lorenzo Giovannini, fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento. “Quello che era eccezionale 20 anni fa, purtroppo sta diventando la normalità”, ha spiegato all’ANSA Giovannini.

Il 2003, ha aggiunto, “fu un evento fuori scala non solo in Italia ma anche in Francia, e in questi anni più volte ci siamo avvicinati a quei record. In questo 2026, nonostante non sia ancora finito, potremmo superarli. Il problema è che ci saranno altri record peggiori, questa di adesso sembra possa essere la nuova norma”. Mentre nel 2003 il caldo estremo fece scalpore per la sua unicità, i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno reso queste ondate di calore una costante che si ripresenta con regolarità quasi annuale. Particolarmente colpita in modo anomalo è la zona del Nord Italia, dove la persistenza del caldo sta riscrivendo la storia climatica locale.

In Val d’Adige, ad esempio, le giornate con temperature superiori ai 35 gradi hanno già superato la decina, arrivando in alcuni casi oltre le 15, un dato un tempo impensabile per le regioni alpine. Ancora più preoccupante è il fenomeno delle “notti tropicali”, ovvero quando la minima non scende sotto i 20 gradi, impedendo il raffreddamento degli edifici.

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 8.6 - INTERNAZIONALE

6 Agosto 2026 ore 18:00

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Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
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Re: [new] Improved OpenWebRX Packages Available

6 Agosto 2026 ore 17:56
The new OpenWebRX+ 1.2.120, available from the repository, adds bubble display of bookmarks, as they get selected, as well as improvements to APRS reporting. See below for all changes.
 
- Added bookmark info bubbles when clicked.
- Fixed reporting third party APRS packets.
- Disabled reporting non-reportable APRS packets.
- Fixed typo in APRS "adressee" name.
- Stripped whitespace from APRS addressee.
 
Bookmark-Bubbles.png
 
PS: Short cheat sheet for people who just cannot get things to work:

1) If it does not work for you, reload OpenWebRX page while holding the SHIFT key.
2) If it does not work for you, check "Settings | Feature report" page to see what you are missing.
3) If it does not work for you, wait for a day or two, maybe it starts working or you figure it out.
4) If it does not work for you, create a separate forum thread and explain your problem there. Attach the logs, obtained with "sudo journalctl -u openwebrx". Do not paste the entire log into the message, attach it as a file instead.

TAV: Quelli che seminano vento…

di: loc
6 Agosto 2026 ore 17:50
di Marco Revelli (da Volere la luna)

quelli che

Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio).

Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce.

quelli che

So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante. Ma se diamo uno sguardo a tutto ciò che negli ultimi decenni ci è stato raccontato, promesso, spacciato come verità indiscutibile per ottenere il risultato voluto, qualcosa di più possiamo capire sugli stati d’animo di chi quel dispotismo dell’interesse ha dovuto subire. Prendiamo per esempio le previsioni di traffico. Una trentina di anni fa, nella seconda metà degli anni ’90, quando si trattava di far passare l’idea del Grande Buco, i suoi fautori avevano sparato cifre iperboliche sul volume di merci previsto, numeri fuori misura, da economic fantasy: si parlava di un volume di traffico merci tra Italia e Francia destinato a salire, entro il 2030, alla cifra record di 100, 110 milioni di tonnellate distribuite tra i tre valichi di Ventimiglia, Monte Bianco e Frejus. Un’onda di piena che avrebbe saturato la “linea storica” Torino Lione, la cui portata era valutata a un massimo di 20 milioni di tonnellate annuo, entro il 2010! E che sarebbe potuto salire, su quella tratta, a 40 milioni di tonnellate nel 2030, una volta realizzata la nuova Grande Opera (spudorati, si lanciavano anche nella precisazione dei dettagli: 29,5 milioni di t. sulla nuova linea, 9,5 sull’Autostrada ferroviaria). Che fosse una balla spaziale lo si constatò già nel 2010, verifica del primo “traguardo”, quando i milioni di tonnellate in transito sulla linea storica che avrebbe dovuto saturarsi non raggiunse nemmeno i 4 milioni di tonnellate, meno di un quinto del previsto, all’incirca il 30% della portata potenziale della linea. Ma non importa: il partito del buco rilanciò, tacciando gli scettici che s’intestardivano a citare i numeri, di regressismo, localismo, incomprensione del valore del progresso, nemici dell’integrazione economica con i vicini frontalieri, indifferenti alle prospettive di interscambio con l’amica Francia. Oggi i numeri ci dicono che quell’interscambio è aumentato, nel quarto di secolo che ci sta alle spalle, è vero, ma solo in valori monetari (da 54 miliardi nel 2010 ai circa 90 attuali) mentre il volume delle merci in tonnellate è addirittura diminuito: dai 40 milioni del 2010 ai 35 milioni di oggi. Distribuiti tra i valichi di Ventimiglia, del Bianco e del Frejus… Sulla linea storica – che avrebbe dovuto essere satura da 15 anni -, transitavano fino a qualche anno fa, prima che la frana nella Maurienne azzerasse il traffico ferroviario, all’incirca 2 milioni e mezzo di tonnellate (una saturazione inferiore al 20% rispetto alla portata della linea storica). E il volume delle merci trasportate su gomma, attraverso il Frejus e l’autostrada Torino Bardonecchia era rimasto al palo nell’ultimo quindicennio, con una media annua di circa 800.000 mezzi pesanti all’anno, 65.000 al mese, poco più di 2.000 al giorno (si consideri che sulla Torino Piacenza i mezzi pesanti giornalieri sono circa 13.000, giusto per fare un confronto). La ragione è semplice, la capirebbe anche un bambino, e sta nella progressiva smaterializzazione delle merci scambiate, e nella trasformazione produttiva delle aree connesse: tra Italia e Francia viaggiano sempre meno oggetti pesanti (automobili, macchinari, componentistica, i prodotti della vecchia company town Torino e del suo indotto metalmeccanico) e sempre più cose leggere, (farmaceutica, chimica, abbigliamento, roba che occupa poco spazio e pesa come una piuma). Continuare a ragionare con le categorie del fordismo quando questo è finito ormai da quasi mezzo secolo è un errore imperdonabile. O un modo truffaldino di truccare le carte. Ciò non toglie che i violini di spalla degli antichi e dei nuovi padroni non abbiano mai smesso di cantare “le sorti magnifiche e progressive” del supertreno ad alta capacità, indifferenti a qualunque replica dei fatti e dei numeri, occhi e orecchie ben tappati ma la bocca ben aperta a replicare in loop la narrazione edificante che tanto piace a chi sta in alto.

Idem, a dinamiche invertite, per quanto riguarda i costi dell’opera. Mentre i volumi di traffico diminuivano, crescevano in misura esponenziale i miliardi da spendere. Rispetto alle cifre della prima ora, già di per sé abnormi, l’aumento (aggiornato all’inizio del 2026) è stato del 127%. Così, almeno, l’ha valutato la Corte dei Conti europea (un +23% dal solo 2020), annotando anche che “le prospettive sono più pessimistiche rispetto a sei anni fa, e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. La cifra di 25 miliardi (quasi 15 per il tunnel di base, altri 3 per la tratta Orbassano-Avigliana, 6 o 7 per gli ulteriori raccordi) a cui si riferisce la Corte, appare fin d’ora ampiamente sottostimata, viste le difficoltà geologiche incontrate nello scavo e il prolungarsi dei tempi di realizzazione. Altra pietra dello scandalo perché il termine di conclusione lavori, fissato all’inizio nel 2015, è stato travolto prima ancora che un solo metro di tunnel fosse scavato, e quello attale, del 2033 (di quasi vent’anni successivo) appare fin d‘ora totalmente irrealistico, vista la velocità (si fa per dire) con cui procede il lavoro: la tanto

La “talpa” Viviana

decantata “talpa” (la mitica “Viviana”), l’unica attualmente sperimentata sul versante francese, che avrebbe dovuto procedere di una quindicina di metri al giorno, ne ha fatti a malapena 80 centimetri finché ha funzionato, ed è “attualmente ferma per problemi tecnici e complicanze geologiche, dopo aver scavato circa 250 metri” (così almeno certifica la tanto acclamata Intelligenza artificiale interpellata in proposito, precisando anche che la macchina è lunga 115 metri, la metà dello scavo effettuato). La prima delle sei commissionate per il versante italiano, consegnata con grande strepito acclamante dalla solita stampa compiacente nel marzo scorso, richiederà almeno un anno per essere assemblata, e forse entrerà in funzione nel 2027 (mah…). Prodotta nella fabbrica tedesca di Herrenknecht, ha una lunghezza complessiva di 235 metri, una testa rotante del diametro di 10,16 metri, il peso di diverse migliaia di tonnellate e costa circa 35 milioni di euro. Monta 13 motori capaci di una potenza complessiva di 4.550 kW e un consumo elettrico, sempre giornaliero, di 109.200 kWh (l’equivalente del fabbisogno di 15.000 famiglie, la popolazione di una media città, una bolletta giornaliera di circa 30.000 euro): per alimentarla sarà necessaria una linea dedicata collegata direttamente all’alta tensione. Salvo “sorprese”, dovrebbe scavare una decina di metri al giorno (in attesa che le altre sue cinque sorelle arrivino a darle il cambio), bevendosi quotidianamente circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua per raffreddare i motori e abbattere le polveri sottili.

E visto che parliamo di acqua, diamo un’occhiata anche all’impatto che l’ecomostro in costruzione è destinato ad avere sull’assetto idrogeologico del Mont Ambin e dell’intero massiccio del Moncenisio. Dal momento che i lavori di perforazione delle due canne centrali e delle relative discenderie incrociano “centinaia di venute d’acqua … con portate complessive iniziali superiori a 100 litri al secondo”  (così dichiara LFT, titolare dei lavori), ci si troverà durante l’attività di cantiere e poi completata l’opera a dover gestire qualcosa come una quantità variabile tra i 60 e i 120 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (il fabbisogno idrico di una città di un milione di abitanti): acque che saranno riversate all’estremità sud del tunnel nei fiumi Arc e Dora Riparia, dopo essere state debitamente raffreddate dato che si presenteranno all’uscita con una temperatura intorno ai 30 gradi, il che comporterà possibili effetti sullo scorrimento a valle, mentre a monte del tunnel potrà essere modificato anche gravemente l’assetto delle acque in superficie (fonti, scoli, ruscelli, reti d’irrigazione, acquedotti di paese e di borgata).

Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…

quelli che

Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.

Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri –  che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. Ci scrivemmo anche un libro, con l’indimenticabile Lidia Menapace e Fausto Bertinotti, per tentare di proporre l’azione nonviolenta come asse portante dei movimenti del secolo che si apriva. D’altra parte, nonviolenti erano gli originari fondatori del movimento NO Tav in Valle. Nonviolento era sicuramente Alberto Perino, gandhiano di ferro, dotato di una capacità di sopportazione infinita. Nonviolenti lo erano Chiara Sasso, Claudio Cancelli, e tutti quelli che avevo incontrato nel surreale e straordinario Convegno tenutosi a Venaus alla fine di novembre del 2005, che avrebbe dovuto servire come copertura al concentramento per contestare l’apertura del cantiere e invece si era trasformato in una meravigliosa esperienza conoscitiva. Gli stessi che poi avrei ritrovato nei grandi cortei e nelle infinite assemblee in Valle, per analizzare dati, approfondire ipotesi scientifiche, convincere anche i più riottosi dell’assurdità dell’Opera.

Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali. Ogni volta, a ogni decisione unilaterale del potere di turno, a ogni denuncia o esposto ignorati da un giudice, a ogni documento respinto senza motivazioni convincenti da una Commissione, rispondendo con nuovi dati, nuove analisi, nuovi pareri di esperti indipendenti. Tutta la vicenda, da quando sono state fatte le prime trivellazioni e aperti i primi cantieri è costellata di illeciti amministrativi, d’infiltrazioni sospette, di forzature di leggi e regolamenti, sistematicamente denunciati con atti sistematicamente ignorati. Poi, a un certo punto, si è fatta strada la constatazione che nonostante tutto il possibile per “convincere” delle proprie ragioni fosse stato fatto, nulla sarebbe cambiato. Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni. E’ stato allora che ha incominciato a manifestarsi un sia pur lento e lenticolare mutamento nell’asse portante del movimento. I “fondatori” non hanno abbandonato ma sono passati nelle seconde file. L’azione informativa che aveva caratterizzato la parte più consistente dell’attivismo è apparsa via via esaurita o comunque secondaria dal momento che pressoché tutto era stato mostrato e pressoché nulla era successo nel fronte determinato a fare l’opera ad ogni costo, affidandosi alla forza più che alla ragione. Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo.

Detto questo – e andava detto! – non ci sto a partecipare al grande gioco mediatico-politico della stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta. Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?

Sarò ingenuo – anzi, lo sono senz’altro e non me ne vergogno -, ma resto convinto che basterebbe poco per interrompere il loop dei “disordini” in Valle. Forse anche solo un gesto, un segnale di ripensamento, e di disponibilità all’ascolto, da parte di chi oggi è all’attacco – TELT, Ministeri (non solo quello dei trasporti con il grottesco Salvini) Commissari europei. Sarebbe sufficiente  anche solo una pausa di riflessione, l’accettazione dei dati più clamorosi che privano di fondamento le possibili ragioni SI TAV, per abbassare di colpo la tensione, e riportare il confronto sul terreno dell’argomentazione. Ma nessuno di loro lo farà mai, e questo non tanto perché continuino a nutrire una qualche fiducia sulla fattibilità (non dico l’utilità) dell’opera in tempi non biblici e fondi disponibili, ma per una ragione più banale, e misera: per paura delle conseguenze di una rinuncia, a questo punto dell’impresa (e della spesa). Per il timore che venga richiesto loro il pagamento dei “danni erariali”, che al momento hanno già raggiunto una cifra vicina ai dieci miliardi di euro (cinque quelli dichiarati per i lavori sul breve tratto scavato del tunnel di base, due o tre per interventi di contorno, tra i 300 e i 500 milioni di progettazioni varie, altrettanti per consulenze di tipo ingegneristico, geologico e geotecnico, legale, in totale una cifra oscillante tra 1 e 2 miliardi di spese accessorie). Per il terrore che di quel gigantesco errore prima o poi qualcuno presenti il conto a chi l’ha commesso e sostenuto. E dato che sono in tanti a temere, il coro di chi sostiene che a questo punto la rinuncia all’opera “costerebbe di più della sua prosecuzione”, li farà tirare ancora una volta diritto. Verso il nulla.

Il tempo di Pangloss – l’ottuso apologeta dello stato di cose presente inventato da Voltaire – non è ancora finito. L’infaticabile maestro di “stoltologia” (così lo definiva l’ironico padre dell’Illuminismo) continuerà a magnificare quello in cui chi ha la forza decide anche contro la Ragione come “il miglior mondo possibile”. Mentre intanto il “giardino” di Candide è devastato, e quel che ne resta presidiato in armi.

 

STUDIO: OLTRE 700MILA PERSONE MORTE A CAUSA DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA

6 Agosto 2026 ore 17:28

Oltre 700.000 persone muoiono ogni anno nel mondo a causa delle infezioni resistenti agli antibiotici. Un nuovo studio condotto nelle Isole Galápagos mostra che le acque reflue stanno diventando un serbatoio di batteri resistenti, trasformando l’ambiente in un luogo dove la resistenza antimicrobica può emergere, evolvere e diffondersi anche lontano dagli ospedali. La scoperta amplia il problema: la lotta ai super-batteri non riguarda più soltanto l’uso appropriato degli antibiotici in medicina, ma anche la gestione delle acque reflue, degli ecosistemi e delle infrastrutture ambientali. L’Antibiotico-resistenza diventa una sfida ambientale. Per anni il problema è stato affrontato quasi esclusivamente all’interno degli ospedali. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che anche fiumi, impianti di depurazione e reflui urbani possono favorire la selezione e la diffusione di geni di resistenza.

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I mezzi e i fini di una politica di pace

Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

L'articolo I mezzi e i fini di una politica di pace sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

SICILIA, TARTARUGHE MARINE: OLTRE 130 DEPOSIZIONI DI UOVA

6 Agosto 2026 ore 16:44

Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).

(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)

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Se il fisco prende il posto del salario

Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.

Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari. 

La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.

 

Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare. 

Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

Dal costo del lavoro al sostegno dei redditi

Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.

La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.

La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.

Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali. 

Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.

Oggi il quadro appare profondamente diverso. 

Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.

Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.

Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.

Quattro problemi diversi, una sola risposta

Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.

Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.

Problema

Strumento corretto

Errore del dibattito

Salari troppo bassi

Contrattazione, produttività, politica industriale

Ridurli al cuneo fiscale

Fiscal drag

Riforma dell’IRPEF e indicizzazione

Confonderlo con l’aumento dei salari

Pressione fiscale

Riforma tributaria

Presentarla come politica salariale

Potere d’acquisto

Politica dei redditi

Identificarlo con il taglio del cuneo

 

È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.

Il fiscal drag: un problema reale, ma spesso frainteso

Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.

Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.

Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione. 

Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.

 

Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/

L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.

Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.

Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore. 

Conclusioni. Quando il fisco prende il posto del salario

L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.

La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.

La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.

Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.

Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale. 

Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.

Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.

L'articolo Se il fisco prende il posto del salario sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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6 Agosto 2026 ore 16:00

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Re: Background decoding - interesting problem

6 Agosto 2026 ore 13:18
Background decoding, when enabled, will automatically decode anything that is available, that means: anything that is registered in the bandplan, is enabled, and is available on a currently running profile.
 
I suppose your device is decoding on profiles that are being used by clients, or you have the "keep device running at all time" option checked, in which case it will just continue decoding on the last profile used on the device. The schedule is a feature that will take control of the device if no clients are using the device any more, it just gives you more control over what the device should do while idle.
 
PSKreporter on the other hand has its own configuration, where it can be en- or disabled separately.

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Risolte vulnerabilità in prodotti Cisco

6 Agosto 2026 ore 12:46
Cisco ha rilasciato aggiornamenti di sicurezza che risolvono molteplici vulnerabilità, tra cui 5 con gravità "critica" e 11 con gravità “alta”, riguardanti vari prodotti. In particolare si evidenziano la CVE-2026-20316 che risulta attivamente sfruttata in rete e la CVE-2026-20200 per la quale è disponibile un Proof of Concept (PoC).

9 agosto 2026: 81 anni da Hiroshima e Nagasaki

6 Agosto 2026 ore 12:42

Domenica 9 agosto 2026 (ritrovo dalle 10:00 inizio 10:30), davanti alla Base USAF di Aviano, ci sarà il ricordo delle vittime dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki . L'iniziativa ribadirà il rifiuto del riarmo e delle armi nucleari , denunciando come la corsa agli armamenti aumenti l'insicurezza, sottragga risorse al welfare e alla lotta al [...]

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Proton sta sviluppando un browser web (basato su Chromium)

6 Agosto 2026 ore 12:13

Proton sta lavorando a un proprio browser web. L’azienda svizzera famosa per i suoi prodotti Proton VPN e Proton Mail, è alla ricerca di sviluppatori per creare un browser incentrato sulla tutela della privacy degli utenti. A rivelarlo è un annuncio di lavoro comparso sul sito di Proton nel quale si cerca un ingegnere software […]

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Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!

6 Agosto 2026 ore 11:55
Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il controllo sociale per virtù civica.Non ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!"

Tre costruttori cinesi nella top 10 mondiale dell'auto: dieci anni fa valevano il 3%

6 Agosto 2026 ore 11:44
Arrivano nuove conferme sulla rapida ascesa dei costruttori cinesi nel panorama automobilistico globale. Cui Dongshu, segretario generale della China Passenger Car Association (CPCA), ha pubblicato un lungo post su un social network cinese per evidenziare il peso crescente della Cina nella produzione e nelle vendite di vetture a livello mondiale nel primo semestre.Tra i numerosi dati elaborati sulla base delle statistiche dell'Organizzazione mondiale dei costruttori (OICA) e messi in evidenza da Cui Dongshu, spiccano le quote raggiunte da alcuni grandi nomi dell'industria del Dragone: tre aziende cinesi sono entrate nella top 10 mondiale dei produttori automobilistici per quota di mercato. Si tratta di BYD, Geely e Chery.Il segretario generale della CPCA, proprio per sottolineare l'ascesa dei gruppi cinesi, non ha mancato di confrontare i dati attuali con quelli di dieci anni fa. L'ascesa cinese In particolare, BYD si è classificata al sesto posto nella top 10, con una quota salita in dieci anni dallo 0,6% al 4,8%. Da notare che nel 2025 l'azienda era al 5,4%, ma nella prima metà dell'anno ha registrato un marcato calo delle vendite sul mercato cinese.Al settimo posto si trova invece il conglomerato Geely Holding Group: anche grazie al contributo di marchi come Volvo, Smart, Polestar e Proton, ha raggiunto il 4,6% del mercato mondiale, contro l'1,5% del 2016.Al nono posto, a pari merito con Ford, figura Chery, passata dallo 0,8% al 4,1%. Tra gli altri costruttori, SAIC si è classificata all'undicesimo posto con il 3,7%, mentre in 17 e 18 posizione si trovano Changan (1,9%) e Great Wall Motor (1,8%). BAIC, con l'1,2%, ha conquistato il 21 posto, mentre Dongfeng occupa il 23 con l'1,1%. La classifica dei costruttori Di seguito la classifica dei gruppi automobilistici pubblicata da Cui Dongshu, con la relativa quota di mercato raggiunta nel primo semestre:Toyota (11%)Volkswagen (8,1%)Hyundai-Kia (7,6%)Stellantis (6%)Renault-Nissan-Mitsubishi (5,4%)BYD (4,8%)Geely (4,6%)General Motors (4,5%)Chery (4,1%)Ford (4,1%)SAIC (3,7%)Suzuki (3,7%)Honda (3,4%)BMW (2,4%)Mercedes-Benz (2,3%)Tesla (2,1%)Changan (1,9%)GWM (1,8%)Tata (1,6%)Mazda (1,3%)BAIC (1,2%)Mahindra (1,1%)Dongfeng (1,1%)Subaru (0,9%)Leapmotor (0,8%)GAC (0,8%)FAW (0,5%)Sinotruk (0,4%)Xiaomi (0,4%)Li Auto (0,4%)

Background decoding - interesting problem

6 Agosto 2026 ore 11:39
Hello. I have a very interesting issue regarding background decoding. After selecting the "Enable background decoding services" option, the server immediately begins decoding WSPR (which is the only mode I have selected) and sending spots to PSKReporter simultaneously on the 40m and 20m bands. What makes this particularly interesting is that my SDR profiles do not have the "Run background services on this device" option enabled, nor do I have a "Scheduler" configured. Decoding starts immediately upon checking the "Enable background..." option. I cannot understand why it specifically targets the 20m and 40m bands, or why it begins decoding and spotting straight away. I have three devices plugged to RPi4: one RTL and two Sdrplay's. The RTL profile covers only VHF/UHF; the first Sdrplay (RSP1) has profiles: 160m, 80/60m, 40m, 30m, ..., 6m; and the second Sdrplay (RSPa1) has profiles for 20m, 15m, and 10m. It is worth noting that the first profile on the RSP1 is 160m, while the first profile on the RSPa1 is 20m. The server is not open in a web browser. Thanks for any opinions and help to understand this ironically issue.
 
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Arek

AMG GT 53 Coupé 4: 544 CV, 800 km con un "pieno" e 11 minuti per la ricarica

6 Agosto 2026 ore 11:34
Mercedes-AMG GT 53 Coupé 4, ordinabile in Italia da settembre. I prezzi per il nostro mercato non sono ancora stati comunicati ufficialmente, ma in Germania partiranno da 115.430 euro (IVA al 19% inclusa). Spazio e tecnologia a bordo Lunga 5.094 mm, larga 1.959 e alta 1.411, l'AMG GT ha un passo di 3.040 mm e un peso a vuoto di 2.375 kg. Il bagagliaio offre una capacità dichiarata di 507 litri, ai quali si aggiungono i 62 litri del frunk. Molto tecnologico l'abitacolo, con strumentazione digitale, schermo centrale da 14 pollici orientato verso il guidatore e un terzo display opzionale dedicato al passeggero. La gran turismo tedesca propone inoltre il tetto panoramico a opacità variabile e i sedili posteriori singoli. Più di 800 km con un "pieno" Il powertrain dual motor della AMG GT 53 Coupé 4 garantisce la trazione integrale e una potenza di picco di 400 kW (544 CV), con 800 Nm di coppia. Numeri che consentono alla GT 53 di accelerare da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi, mentre la velocità massima è limitata elettronicamente a 230 km/h. Con l'AMG Driver's Package si raggiungono però i 250 km/h. Nei tratti percorsi a basso carico il motore anteriore viene disaccoppiato, mentre quello posteriore utilizza un cambio a due rapporti, a vantaggio di efficienza e autonomia. La batteria a 800 Volt ha una capacità netta di 106 kWh e permette un'autonomia nel ciclo WLTP compresa tra 682 e 809 km, che può arrivare fino a 880 km in città. I consumi dichiarati variano tra 15,6 e 18,5 kWh/100 km. La ricarica alle colonnine ad alta potenza raggiunge i 600 kW, consentendo di passare dal 10% all'80% in appena undici minuti e di accumulare 41 kWh in cinque minuti. Dinamica di guida Per quanto riguarda la dinamica, la nuova AMG GT Coupé 4 adotta di serie le sospensioni AMG Ride Control con molle pneumatiche e ammortizzazione adattiva regolabile su tre livelli, grazie a valvole separate per estensione e compressione. La trazione integrale AMG Performance 4Matic+ sfrutta il disaccoppiamento dei motori, utile anche per migliorare l'autonomia, per distribuire la coppia in modo completamente variabile tra gli assi. Presente anche il torque vectoring tra le ruote posteriori. Riproduce il suono della AMG termica Accanto allo spoiler posteriore di serie, chiuso fino a 150 km/h e successivamente regolato con inclinazioni variabili in funzione della velocità, è disponibile su richiesta il diffusore posteriore, studiato per ridurre la resistenza aerodinamica alle alte andature. Sono sei i programmi di guida disponibili, tra cui l'AMG Force Sport+, che simula i cambi marcia, gli innesti manuali tramite paddle e il suono riprodotto digitalmente sulla base del sei cilindri in linea 3.0 della precedente AMG E 53 Coupé..

Il sintetizzatore software Xfer Serum 2 sbarca su Linux

6 Agosto 2026 ore 11:22

Xfer, creatrice dei popolari sintetizzatori software VST Serum e Serum 2, ha pubblicato sul proprio forum una beta per Linux. Per chi produce musica al computer è un’ottima notizia: questo plugin non ha mai funzionato in modo affidabile con Wine/Yabridge ed è spesso indicato come uno dei motivi per cui molti evitano di passare a […]

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Val di Noto 1693: una story map racconta il terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani

6 Agosto 2026 ore 11:15

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni. 

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati. 

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

 

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano. 

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri. 

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti. 

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS). 

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo. 

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende. 

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri. 

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente link: Val di Noto 1693

A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)


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Benzina e gasolio ancora giù: quanto costano oggi alla pompa

6 Agosto 2026 ore 11:10
Secondo giorno di lieve calo dei prezzi dei carburanti alla pompa, mentre rimbalza la quotazione internazionale del gasolio dopo due tonfi consecutivi.Così Staffetta Quotidiana apre la sua consueta analisi giornaliera sull'andamento dei principali carburanti per autotrazione, segnalando che questa mattina, 6 agosto, il prezzo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,994 euro al litro per la benzina (-3 millesimi rispetto a ieri), 2,092 euro per il gasolio (-5 millesimi), 0,744 euro per il GPL (+1 millesimo) e 1,631 euro/kg per il metano (+8 millesimi). Sulla rete autostradale, la verde si attesta a 2,072 euro al litro (-9 millesimi), il diesel a 2,166 (-4), il GPL a 0,875 (invariato) e il metano a 1,629 (+20). Prezzi consigliati e praticati Staffetta segnala anche la decisione di IP di ridurre i prezzi consigliati della benzina di un centesimo al litro. Q8, invece, ha tagliato di un centesimo il gasolio, mentre Tamoil ha abbassato di 3 centesimi la verde e di 1 centesimo il diesel.Per quanto riguarda i prezzi praticati, elaborati dalla testata specializzata sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie tra rete ordinaria e autostradale indicano la benzina self service a 1,999 euro al litro (2,004; 1,990) e il diesel a 2,100 (2,098; 2,103).Al servito, la benzina si attesta a 2,135 euro al litro (2,175; 2,060), il gasolio a 2,239 (2,273; 2,175), il GPL a 0,752 (0,761; 0,743), il metano a 1,622 (1,613; 1,628) e il GNL a 1,525 (1,517; 1,530).Lo spaccato per marchio mostra Eni a 2,000 euro al litro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,077 sul diesel (2,287); IP a 2,015 (2,181) e 2,114 (2,284); Q8 a 2,000 (2,163) e 2,101 (2,275); Tamoil a 1,996 (2,071) e 2,087 (2,171).

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In just two months, Yale graduate Edward Kuperman went from being praised by Chinese state media to being bombarded by public accusations that he was a spy. It began with a June 18 article from state news agency Xinhua, in which he was described as an eager 24-year-old sinophile who made the unconventional choice of spurning China’s eastern metropolises to live in Dunhuang, an oasis in the country’s northwestern Gansu province. His interest in China started with a Chinese language class in...

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He’s Eligible for Up to $480,000 After Being Wrongly Imprisoned for 42 Years. The State Says No.

6 Agosto 2026 ore 11:00
A man wearing denim shorts, a blue T-shirt that says “Innocence & Justice Louisiana,” a baseball cap and glasses holds his hands in front of his torso. He stands on a sidewalk with grass growing on both sides and cars, trees, power lines and houses in the distance. He looks away from the camera.
After Elvis Brooks spent 42 years in prison, a court threw out his conviction for murder. But he has struggled to get compensation from Louisiana for his wrongful conviction. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Elvis Brooks thought he had an airtight case when he applied for compensation from the state of Louisiana after he was wrongfully convicted in a fatal bar shooting that kept him in prison for more than four decades.

The 69-year-old New Orleans native has never wavered in his claims of innocence, insisting since his 1977 arrest that the cops had the wrong guy. But it would take nearly 45 years and a prosecutor admitting he failed to turn over key fingerprint evidence before the courts threw out Brooks’ conviction.

That decision made Brooks eligible for up to $480,000 under a program created by Louisiana lawmakers to pay those wrongfully convicted in a state with one of the highest rates of overturned guilty verdicts. But Louisiana Attorney General Liz Murrill, the top prosecutor in the state, has vigorously fought Brooks’ compensation claim, asserting in court filings that he is still guilty and therefore should not receive any money at all.

And it isn’t just Brooks: Since taking office two years ago, Murrill has opposed all but one of 23 compensation claims brought by people whose convictions have been vacated by the courts. These include cases in which the men were exonerated through DNA or blood evidence and others in which police are accused of fabricating evidence. Once, Murrill even threatened to block an exoneree’s ability to obtain a license to practice law if he didn’t drop his claim.

Civil rights attorneys say Brooks’ case is one of the most egregious examples of a wrongful conviction in recent years. Murrill has been pushing the court since September 2024 to reject his compensation claim and also to reinstate a manslaughter charge against him. The case is pending before a district court judge in New Orleans; attorneys are scheduled to appear for the next hearing Monday.

When Brooks heard what Murrill was trying to do, five months after he’d filed his claim, he said he was flooded with anger and disbelief. Once again, he said, the state was trying to rip away his good name and falsely brand him a killer.

“She knows people are innocent but she doesn’t care,” Brooks said of Murrill during a recent interview, his voice rising with frustration. “She wouldn’t want nobody to do this to one of her loved ones.”

Some states that have more recently created compensation funds have experienced startup problems. In Michigan, narrow criteria and confusion over eligibility have prevented exonerees from getting paid. But in Louisiana, conservative politicians who oppose the very existence of a compensation fund and therefore fight nearly every claim have proven to be the biggest obstacle.

Gov. Jeff Landry, a Republican who served as attorney general for eight years, during which time he hired Murrill as the state’s solicitor general, opposed 10 of 12 compensation claims during his tenure. Both have staked their political careers on a tough-on-crime agenda. By contrast, Murrill’s more moderate Republican predecessor, Buddy Caldwell, who served as attorney general from 2008 to 2015, opposed just 33% of all claims.

A woman with shoulder-length brown hair wearing pearl earrings, a black blazer and a white ruffled shirt looks off camera. She is standing in front of a man wearing a blue suit and yellow tie. News microphones appear in the lower right corner.
Louisiana Attorney General Liz Murrill has taken a hard line against compensating the wrongfully convicted in Louisiana, maintaining they haven’t proven their innocence. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Murrill’s hard-line tactics, particularly in Brooks’ case, stand out among her peers in other states, said Jeffrey Gutman, a professor emeritus at the George Washington University Law School and a national expert on compensation funds.

“I can’t think of an attorney general who has been quite as aggressive in trying to prevent people from getting compensation,” Gutman said.

Murrill, through her spokesperson, declined interview requests and did not answer questions regarding her opposition to the compensation fund. Both she and Landry have made their views on the fund clear during recent legislative sessions. Murrill told lawmakers last year that defending the state against these claims consumes an enormous amount of time and resources and that the fund should be abolished altogether. And in June, Landry vetoed a bill passed unanimously by the Republican-controlled Legislature that would have increased the amount paid to the wrongfully convicted. In his veto statement, Landry painted many of the exonerees as “convicted criminals” whose only interest is money.

Murrill’s opposition doesn’t necessarily mean that Brooks and other exonerees won’t eventually be compensated. The claims are ultimately decided by one of a number of district court judges, whose approach to this issue may vary. But it ensures that a process the law says should take no more than five months could instead drag on for years, exacting financial hardship and emotional pain on people who have already endured decades of both, said Herbert Larson, an attorney representing exonerees and a senior professor at the Tulane University Law School.

“If they’ve got DNA evidence that points at somebody else, if they’ve got fingerprints that point at somebody else, if it looks like sloppy police work, then we should pay the money and not spend the next two years litigating it,” Larson said. “That’s not a very effective use of time and money on the part of the attorney general.”

Brooks filed his application in 2024, but more than two years later, his case has yet to be heard by a district court judge. After having 42 years of his life stolen — missing his son’s childhood and losing his parents and three siblings while he was behind bars — Brooks said he shouldn’t continue to suffer at the hands of the state.

“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play,” he said. “But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”

Conflicting Evidence and a One-Day Trial

On most days, Brooks can be found riding his bicycle down to Tricou and Douglas streets in New Orleans’ Lower 9th Ward, where he was raised, or through the French Quarter, where as teens, he and his friends would go to meet girls.

But there is one place he avoids: a vacant lot at the intersection of Dauphine and Alabo streets. That’s where the Welcome Inn once stood, and where a murder took place that would change his life.

In July 1977, a man named Cecil Lloyd was seated at the bar in the local dive when he was shot to death during an armed robbery. Less than three weeks later, police arrested 19-year-old Brooks.

There was no physical evidence tying him to the killing, and a dozen people testified that Brooks was at a family party at the time of the shooting. But three white witnesses said they saw the perpetrators in the dimly lit room and picked Brooks, who is Black, out of a photographic lineup. Although studies have shown that witnesses often have difficulty correctly identifying suspects of another race, and despite the fact that the three witnesses gave conflicting descriptions, the jury found him guilty of first-degree murder after a one-day trial.

What the jurors weren’t told is that fingerprints lifted from beer cans held by the robbers did not match Brooks’, or that police suspected the same men had robbed several people less than a block away just before the Welcome Inn robbery, according to prosecutor records discovered by Brooks’ attorneys 40 years later. The victims of the earlier crime were shown a photo of Brooks and ruled him out as a suspect.

After his conviction, Brooks was sent to the Louisiana State Penitentiary at Angola at a time when the maximum-security prison was considered one of the most violent in the country. Three years after Brooks arrived, his brother Errol, who was serving a 99-year sentence there for armed robbery, was stabbed to death.

“Angola was a madhouse,” Brooks said. “A hellhole.”

A dark, cloudy sky hangs over an intersection with silhouetted trees, power lines and one-story houses with some lit windows.
A man was shot and killed in 1977 at the Welcome Inn bar, which used to sit on this corner in the Lower 9th Ward of New Orleans. Brooks was convicted for the murder in a one-day trial, despite evidence he was elsewhere at the time. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

While Brooks served his life sentence, the criminal justice system was being revolutionized through the introduction of DNA evidence and, with it, proof that innocent people had been convicted. This led to a deeper look into other factors contributing to wrongful convictions, including prosecutorial misconduct and mistaken eyewitness identifications, especially those made by witnesses with different racial backgrounds from the suspects.

As a result, the number of exonerations nationwide increased from 25 in 1989 to 259 in 2022, according to the National Registry of Exonerations, a project operated by universities in Michigan and California. By 2025, Orleans Parish, where Brooks was convicted, had the highest rate of exonerations among U.S. counties with more than 300,000 residents, according to the registry.

Many states reacted to the rise in exonerations by creating funds to compensate those who were wrongly convicted. Louisiana established its fund in 2005 and today is one of 39 states, in addition to the District of Columbia, that compensate the wrongfully incarcerated. But it is far from a rubber-stamp process.

“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play. But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”

Elvis Brooks, exoneree

To be eligible, a person has to have been imprisoned as a result of a conviction that was later vacated by a court. Applicants, like in all states with these funds, must then prove their innocence. Having a conviction thrown out is not enough to do so: A court can vacate someone’s conviction for a number of reasons, including an ineffective attorney or significant errors committed by the judge or prosecution. But that only means there were problems with the original trial. It is up to the person applying for compensation to present evidence that they did not commit the crime.

In many states, innocence in the compensation process is proven by a “preponderance of evidence,” which attorneys understand to mean that there is more than a 50% chance that the person is innocent. This is the standard used in civil cases. The threshold is higher in Louisiana and some other states, where applicants are required to prove they are innocent by “clear and convincing” evidence. This is supposed to leave little doubt in the judge’s eyes that they did not commit the crime.

That’s the hurdle Brooks must clear to receive any money from the state.

Exonerated but Not Paid

Brooks filed for compensation in April 2024, just a few months after Murrill and Landry took office. He didn’t know much about the process, he said, except that it was meant to help people like himself get back on their feet after a wrongful conviction. Brooks assumed it wouldn’t take long at all, maybe a few months. But like nearly all the others, his request was met with fierce opposition from the attorney general’s office.

Murrill, seen by many as a future candidate for governor, has earned the reputation as a fighter unapologetic about the methods she is willing to use to enact a conservative agenda, both in the political world and the courtroom.

Verite News and ProPublica interviewed the attorneys of 17 of the people whose compensation claims Murrill opposed. The majority expressed shock at her tactics. When Landry was attorney general, his office regularly spoke with defense attorneys and assured them that the attorney general would not stand in the way of compensation in the rare times the office agreed that a former prisoner was innocent, according to two of the attorneys. Landry did not respond to a request for comment.

Those conversations no longer happen under Murrill, the attorneys said. In nearly every case, Murrill’s office has insisted that the exoneree either is guilty or has failed to sufficiently prove his innocence.

Of the 23 people who have had active claims under Murrill, four so far have been awarded compensation. The rest are pending. Of the successful claims, two of the men were cleared by DNA evidence, while blood serum evidence was used to prove innocence in the third. Yet Murrill opposed all three, delaying their compensation for nearly two years. (In the fourth case, Murrill dropped her opposition to Patrick Brown’s claim after the victim testified that the exoneree was innocent).

A man wearing an orange polo shirt, silver chain necklace, baseball cap and yellow-tinted glasses looks into the camera. He is standing in front of a red-brick building with red siding.
Malcolm Alexander was exonerated through DNA evidence in 2018 after 38 years in prison. Jeff Landry, who was the attorney general then and is now the governor, opposed his compensation claim, but a court later ruled in his favor. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Jarvis Ballard is one of the four. He spent 23 years in prison before his 1999 rape conviction was vacated after his DNA was not detected in any of the blood or semen samples found at the scene. In addition, the victim reported two men committed the crime; however, three men, including Ballard, were prosecuted and convicted. The other two men testified that Ballard was not involved.

The St. Bernard Parish district attorney’s office admitted in a 2021 statement that the office had made a mistake in prosecuting him. “DNA evidence, witnesses recanting their prior statements and polygraph testing all supported the ‘actual innocence’ claims of Jarvis Ballard,” district attorney Perry Nicosia wrote.

In another case, Darrill Henry was sentenced to life in prison in 2011 for a double homicide. Nine years later, New Orleans Criminal District Court Judge Dennis Waldron threw out his conviction after DNA evidence found under the fingernails of one of the victims cleared him, saying there was “clear and convincing evidence that he is indeed factually innocent of the crime.”

And in a third case, Sullivan Walter was sentenced to 40 years in prison in 1986 for burglary and rape, among other charges. He was only 17 at the time but was tried as an adult. His conviction was overturned in 2022 when blood evidence ruled him out as the perpetrator.

“This is horrible,” Criminal District Judge Darryl Derbigny said to Walter as he ordered his release from prison, according to news reports. “I’m at a loss of words to express the sorrow and the anger I have at the treatment you’ve been dealt by the system.”

But in all three cases, Murrill told the courts that despite the DNA or blood evidence, the men did not sufficiently prove their innocence.

“They’re taking a position that is inconsistent with what many prosecutors argue every day in seeking conviction,” Zac Crawford, staff attorney at Innocence & Justice Louisiana, a nonprofit law firm specializing in wrongful convictions, said about Murrill’s office. “Prosecutors frequently use DNA testing to match someone to a crime as a means of getting a guilty verdict, and they are not willing to concede that that same evidence also proves innocence.”

Murrill hasn’t confined her fight against compensation claims to the courts, having used threats to prevent at least one exoneree, Calvin Duncan, from even pursuing a claim. After serving 28 years of a life sentence for murder, he accepted a plea deal to secure his release in 2011. Ten years later, a district court judge ruled that he was factually innocent and threw out his conviction, citing the suppression of exonerating evidence by police, among other factors.

When Duncan filed for compensation in 2023, Murrill issued a threat, Duncan said during a recent legislative hearing: drop the claim or she would charge him with perjury for falsely saying he was exonerated. At the time, Duncan was pursuing a law license. He said Murrill added a second warning: If he didn’t drop the claim, she would report him to the bar association to prevent him from getting his license.

Duncan said he reluctantly agreed to withdraw his compensation application, with the understanding that Murrill would then drop the matter. But she didn’t keep her word, Duncan told legislators. During Duncan’s campaign last year for New Orleans criminal court clerk, Murrill sent him a letter threatening “further action from this office” if he didn’t stop referring to himself as being exonerated. “You have not proven you were actually innocent,” she told him.

She then used his plea deal against him, saying, “You knowingly and voluntarily pled guilty to manslaughter and armed robbery.”

Duncan, who declined to comment, won his election but was stripped of his office after legislators, with Landry’s support, eliminated his position. His campaign manager said Duncan has paused his pursuit of a law license in part because of his race for court clerk and Murrill’s persistent threats.

Malcolm Alexander spent nearly 38 years in prison before being exonerated through DNA evidence in 2018. Despite the opposition of Landry, then attorney general, Alexander was later awarded compensation, though he said these claims aren’t all about money. Even more important is that when a judge awards an exoneree compensation, it comes with a definitive ruling that the person is, in fact, innocent.

So while Murrill’s desire to deprive exonerees of money is terrible, Alexander said, her efforts to prevent them from having their names officially cleared are truly reprehensible.

“It Wasn’t Right From Day One”

Brooks was 60 years old and had been in Angola prison for nearly two-thirds of his life when his legal team discovered a wealth of new evidence that appeared to conclusively prove his innocence. Among these items were fingerprints lifted from beer cans held by the shooters during the Welcome Inn bar robbery and fatal shooting. And those fingerprints did not match Brooks’.

In January 2019, Brooks’ legal team filed a motion to overturn his murder conviction. Leon Cannizzaro, the New Orleans district attorney at the time, objected, telling the court that his office did not purposefully withhold any evidence.

Brooks said he was ready to wage a lengthy legal battle to prove he was not a murderer. But five months later, Cannizzaro approached Brooks with an unexpected offer: If he agreed to plead guilty to manslaughter, his life sentence would be reduced to 42 years and he would be allowed to walk out of Angola prison. Brooks agonized over the decision. The idea of standing up in court and saying he had killed someone was unimaginable. But he also didn’t want to die an old man on a rusted prison cot. So he took the deal.

Two years later, as Brooks was struggling to adjust to life outside of prison and still strapped with a felony record, his legal team found a memo in a pile of records they had requested from the district attorney’s office that detailed a 2019 internal meeting with one of the prosecutors at Brooks’ murder trial. He admitted that they didn’t turn over the fingerprint evidence and that it would have been helpful to Brooks’ case, according to the memo.

The meeting had occurred just two weeks before Cannizzaro offered Brooks the plea deal. If Brooks had known about the prosecutor’s admission, he said, he never would have accepted the plea.

“It wasn’t right from day one,” Brooks said.

A circular mirror shows a man’s reflection. The man wears glasses, a baseball cap and an earring. The background is out of focus: a tree, a green lawn and cars parked outside of a building.
Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America Brooks on his bike in New Orleans this year
A framed photograph on a beige wall. The photograph has crease lines and a piece of purple tape on the top left corner. The photo shows a small child standing between two adults.
A photo of Brooks’ parents and his great-niece hangs in the apartment at a senior center he moved into since his release from prison. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

In 2022, when presented with this new information, the district court agreed. It ruled that the district attorney withheld crucial evidence when offering the plea deal and threw it out along with Brooks’ conviction. Current New Orleans District Attorney Jason Williams declined to retry the case, clearing the way for Brooks to file his compensation claim two years later.

Cannizzaro could not be reached for comment. In a statement issued after Brooks’ 2019 release from prison, the former district attorney said he offered Brooks the plea deal because his office believed he was “rehabilitated and will not go out and reoffend.” Cannizzaro rejected the idea that Brooks was wrongfully convicted, saying at the time that if he were innocent, Brooks and his attorneys would have turned down the deal. “Notably, they did not,” he said.

Murrill is now using that discredited plea deal against Brooks, just as she did in Duncan’s case, in an attempt to quash his compensation claim. In a September 2024 motion, Murrill claimed that by vacating Brooks’ manslaughter conviction while he was a free man and not a prisoner, the court essentially pardoned him. And under the state constitution, only the governor has the power to issue pardons. As a result, she has asked that the court reinstate the manslaughter charge against Brooks.

Murrill did not, however, address the fact that the court vacated the deal because prosecutors intentionally withheld key information, according to court records.

In her motion, Murrill said she only learned the plea deal had been thrown out when Brooks filed his claim. And that, said attorney Harry Daniels, who represents Brooks, is when she started the effort to reinstate charges against him. “It’s only when he started demanding what he’s entitled to for being wrongfully convicted that this even became an issue,” Daniels said.

Brooks has described applying for compensation as torturous, a barricade that is constantly preventing him from being able to move forward. And life has been difficult: His only source of income is his $994-a-month Social Security payment, enough to rent a one-bedroom apartment in a low-income senior center.

There are moments, though, he said, when he allows himself to dream about what he would do with the money. The first would be to buy a bigger headstone for his family gravesite, where his parents, four siblings and a nephew are buried in a single plot in the Green Street Cemetery. All but one died while he was wrongfully imprisoned. There is room on the headstone for only three of the seven names.

“I want to put all our names on there,” he said. “Give them some respect, especially my momma.”

A gravestone with a cross etched on top and the words “Errol Brooks, Feb. 1 1959 — Dec. 1, 1981.” “Linda Brooks, Apr. 22, 1956 — Oct. 29, 1995,” and “Earl.” A bouquet of flowers and a cross obscure the last name. Two small angel statues also lean against the grave. Gravel sits in front of the grave, and long green grass grows behind the grave. The sky is blue with some clouds.
Seven of Brooks’ family members are buried in a single plot in the Green Street Cemetery, but there is room on the headstone for only three names. If he receives compensation money, he plans to use some of it to buy a bigger headstone. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

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Prezzo della benzina tra percezione e realtà

6 Agosto 2026 ore 09:43

È vero che il prezzo alla pompa sale rapidamente e scende lentamente di fronte a uno shock. Ma è un fenomeno che si riassorbe in pochi giorni. È poi un settore più trasparente di altri. E anche più reattivo nel passaggio tra ingrosso e dettaglio.

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"Chi le guida è malato": il nuovo affondo di Trump contro le auto elettriche

6 Agosto 2026 ore 11:08
Donald Trump attacca ancora le auto elettriche. Durante un comizio a Las Vegas, il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato di aver "messo fine al mandato elettrico" e ha sostenuto che chi guida un'EV e pensa alla sua autonomia soffre di una sorta di "malattia". Ma cosa c'è di vero nelle sue affermazioni? Le accuse di Trump alle auto elettriche "Ho messo fine all'obbligo delle elettriche perché diceva che entro poco tempo, tipo il 2030, tutti dovevano avere un'auto elettrica, anche se non c'è modo di caricarla", ha detto Trump. "Avete mai visto i cartelli? Stai guidando in un'auto elettrica, e questi hanno una malattia, sono malati... Stanno guidando e si rendono conto che la batteria si sta scaricando, e cominciano a pensarci già quando è a 3/4. Ok, scende un po', e quindi cominciano con 'dove posso andare?'. Sei lì che guidi in autostrada, vedi un cartello - stazione di ricarica, con una freccia, 89 miglia a destra. Questi sono pazzi". La realtà dei fatti Nel suo intervento, Trump ha riproposto diverse affermazioni che non trovano riscontro nelle normative federali. Nessuna legge degli Stati Uniti ha mai imposto l'acquisto di auto elettriche entro il 2030 né in altre date. Il presunto "obbligo" a cui fa riferimento il presidente riguarda gli standard federali sulle emissioni e la normativa californiana sulle vendite di nuovi veicoli dal 2035, oggetto di un contenzioso dopo la revoca dell'autorizzazione federale decisa dall'amministrazione Trump. In ogni caso, nessuna di queste misure ha mai imposto ai consumatori di acquistare un'auto elettrica. Come nel resto del mondo, tali norme hanno spinto i costruttori ad ampliare l'offerta di modelli elettrici, senza obbligo di acquisto. Range anxiety, ricarica e quota di mercato Quando parla di "malattia", Trump fa riferimento alla cosiddetta range anxiety, ossia l'ansia da autonomia di chi guida un'auto elettrica, soprattutto all'inizio. Certo, il tema esiste, ma è anche una preoccupazione che tende generalmente ad attenuarsi con l'esperienza, il miglioramento delle batterie e la graduale diffusione delle infrastrutture di ricarica.Invece, quando Trump parla di mercato delle BEV al 7% per sostenere la tesi che le elettriche non interessano agli automobilisti, cita un valore sostanzialmente in linea con la quota raggiunta dalle auto a batteria negli Stati Uniti. Il dato, tuttavia, non è sufficiente da solo a spiegare l'andamento della domanda. Fin dai primi giorni del suo mandato, Trump ha lavorato per ridimensionare le politiche federali a sostegno della mobilità elettrica, ponendo fine agli incentivi federali e intervenendo anche sugli standard CAFE, senza però eliminare l'intero programma.

Weekendissimi Coop: sesto appuntamento

6 Agosto 2026 ore 10:25

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 9 agosto 40% di sconto su tutti i cocomeri.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del reparto ortofrutta o macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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Tutti pazzi per il crime

6 Agosto 2026 ore 10:25

Se a Garlasco, in provincia di Pavia, ci fosse stata Jessica Fletcher, il caso dell’omicidio di Chiara Poggi sarebbe stato già risolto. Capacità di osservazione, intuizione e una buona dose di fortuna nella fiction, cinematografica, televisiva o letteraria che sia, sono sufficienti per trovare l’assassino – e infatti la “signora in giallo” non sbagliava mai-. Nella realtà, non va così. Nonostante i più sofisticati strumenti di analisi, tracce di Dna, impronte, macchie di sangue trascurate e poi magicamente ritrovate, hanno come unico risultato quello di alimentare il dubbio.

Si crea così il giallo perfetto, quello che non ha mai fine e che ci fa diventare tutti detective. La passione per il crime è tale che i programmi televisivi si moltiplicano, dalla mattina alla sera, senza saltare il pomeriggio, con dati di ascolto notevoli, e nascono canali dedicati esclusivamente a serie, film, fiction su casi inventati o realmente accaduti. Anche fra i libri, quelli che tengono meglio nelle classifiche delle vendite sono spesso dei gialli.

Emozioni da poco

Ma perché il crime ci attira così tanto? «La letteratura scientifica ci dice che il racconto di storie che si sviluppano intorno a un delitto svolgono la stessa funzione delle fiabe per i bambini. L’imprevedibilità che le caratterizza dà forma alle nostre paure e incertezze, e in qualche modo ci rassicura. Sono fatti terribili che potrebbero capitarci, ma sapere che il colpevole sarà assicurato alla giustizia ci tranquillizza e procura una sensazione positiva: dopo il caos torna la calma» spiega la presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, Maria Antonietta Gulino. Così come accade ai bambini che chiedono sempre la stessa novella, anche noi seguiamo queste storie gialle, appassionandoci.

Il giornalista e narratore di storie, in tv, in rete e a teatro, Stefano Nazzi, la spiega così: «Suscitano più attenzione, anche da parte dei media, quelle storie che ci appaiono più simili alle nostre, che coinvolgono famiglie come le nostre, che potrebbero accadere ai nostri figli», in sintesi ci immedesimiamo, senza fortunatamente fare la stessa fine.

Secondo Marco Vichi, che ha scritto quindici libri a tema poliziesco con protagonista l’umanissimo commissario Bordelli (ma non si definisce un giallista), non è un fenomeno che nasce oggi: «Non credo sia una questione attuale, è sempre successo: i crimini più vicini a noi incuriosiscono, perché si parla di persone, mentre le guerre ce le raccontano con i numeri e le sentiamo lontane, anche se proprio lontane fisicamente non sono» spiega.

Ritorno a Garlasco

Torniamo al caso Garlasco, e più precisamente al 13 agosto 2007. Francesco Selvi, allora inviato del telegiornale di La7 – aveva seguito anche altri casi di cronaca come Cogne e quello di Omar ed Erika -, era lì quel giorno. «Una giornata calda e umida, tipica della Pianura Padana, quasi soffocante. Il caso aveva tutte le caratteristiche del giallo estivo: una ragazza di una famiglia benestante, uccisa in piena estate nella villetta dei genitori, in un paese della provincia lombarda, conosciuto per le sue discoteche e piscine, frequentate anche da Ron, che a Garlasco abita, e dall’amico Lucio Dalla. Noi giornalisti stazionavamo fuori dal giardino, in attesa di qualche notizia. La prima ipotesi a circolare fu quella di una rapina finita male, ma venne esclusa subito perché non era stato rubato niente» ricorda quasi vent’anni dopo.

Vent’anni di servizi giornalistici e trasmissioni televisive, il fidanzato, Alberto Stasi, condannato per omicidio e poi la riapertura delle indagini con un nuovo mostro da inseguire con le telecamere, Andrea Sempio. «A quel tempo – prosegue Selvi – non pensavamo che questa vicenda sarebbe durata così a lungo: il fatto che Chiara Poggi quella mattina avesse aperto la porta al suo assassino fece svoltare le indagini nell’ambito familiare e dei legami sentimentali, la strada che più spesso porta alla verità».

Il caravanserraglio televisivo funziona «quando si smette di attenersi ai fatti e si lascia spazio alle ipotesi più fantasiose: come succede sui social, ognuno dice la sua e ha il proprio killer immaginario, si mettono in mezzo le cugine, il fratello di Chiara, la famiglia che nasconde qualcosa, i riti nel vicino santuario» afferma Nazzi. Il fallo di confusione direbbe qualcuno, ma a chi giova questo can can? Alle emittenti televisive, agli sponsor disposti a pagare a peso d’oro uno spazio pubblicitario, agli ospiti dei talk che acquistano una fama utile alle loro carriere.

La mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei familiari è evidente, ma nessuno sembra preoccuparsene: «C’è una rincorsa ossessiva alle notizie da parte dei media, come se non esistesse più nessun tipo di confine, questo è evidente anche nel caso Garlasco, ma succede quasi sempre» precisa Nazzi. Su questo concorda anche Vichi, che non ama pronunciarsi sui fatti di attualità: «Tengo sempre lontana la cronaca, non ho opinioni determinanti sui casi reali, lascio fare ai giudici, ma devo dire che questo baraccone mediatico su Garlasco è offensivo per la vittima e per i suoi familiari e proprio non mi piace».

Il truce che piace

L’atteggiamento quasi morboso del giornalismo nei confronti di fatti di cronaca non è però prerogativa esclusiva dei nostri tempi. Il 17 agosto 1924, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il “Corriere della sera” intitolava: «Gli emozionanti particolari della lugubre scoperta. Lo stato delle misere spoglie». Nell’articolo ci si dilungava sullo stato del cadavere abbandonato in una macchia di cerri dove l’aveva ritrovato il cane di un giovane brigadiere dei Carabinieri uscito per stanare volpi. Raccontava al giornalista: «Ho visto biancheggiare due oggetti che mi sembravano delle ossa umane. Mi sono avvicinato e le ho esaminate attentamente. Si trattava di una scapola e di un femore con qualche brandello di carne ancora attaccata». Un racconto da far invidia ai più truci serial americani che proprio sulle autopsie di cadaveri basano il loro successo, come Bones, Ncis, Csi.E la valenza politica dell’assassinio sacrificata – forse intenzionalmente, visto che era stato ucciso più di due mesi prima da una squadra fascista – a vantaggio della morbosità dei lettori.

Nero toscano

Al destino di una descrizione impietosa non sfuggirono neppure le vittime del Mostro di Firenze. I dettagli dei corpi spogliati e mutilati finirono nei servizi dei giornali dell’epoca. Il più grande mistero della cronaca italiana – come lo definiscono molti – a distanza di 40 anni dall’ultimo delitto fa ancora il pieno di ascolti quando i media lo ripropongono: «L’uccisione di 16 giovani da parte del serial killer più famoso della storia del nostro Paese continua a colpire l’attenzione delle persone, certamente perché un “colpevole” convincente non è mai stato trovato e per questo motivo sono state fatte le ipotesi più disparate» prosegue Nazi. I compagni di merende, la pista sarda, le messe nere, la massoneria deviata, in quasi sessant’anni si è detto di tutto di più. Ma non è ancora stata scritta la parola fine.

Il gioco è finito

La continua esposizione ad argomenti e immagini scabrosi può innescare in persone particolarmente sensibili e in situazione di stress due diversi processi: da un lato l’indifferenza anche di fronte ai fatti più gravi, come l’uccisione di un bambino, in una sorta di scollamento dalla realtà. Dall’altra, quando il colpevole con funzione catartica non si trova, l’effetto rassicurante della fiaba può venir meno. «Se la paura diventa fobia e il piacere si trasforma in ossessione, allora bisogna intervenire – conclude la psicologa -. Può anche innescarsi un corto circuito per cui i fatti visti in tv si sovrappongono alla realtà, e l’ansia invece di placarsi aumenta e si autoalimenta. In quel caso bisogna chiedere aiuto». Il gioco “a fare il detective” è finito.

Il giallo che fa scuola

Fra le serie tv poliziesche storiche, oltre a La signora in giallo, che dove va lei c’è un omicidio, merita una menzione Il tenente Colombo, umanissimo nel suo impermeabile chiaro sempre spiegazzato. Ma la serie considerata più longeva è Law & Order – I due volti della giustizia. Prodotta dal1990 al 2010 e poi ripresa dal 2022 ad oggi, è ambientata a New York: piace perché mette insieme il crime con il legal thriller, cioè poliziotti contro delinquenti e procuratori contro avvocati. Da essa sono nati numerosi spin off, anch’essi di notevole successo. Come La signora in giallo ha una sigla musicale inconfondibile.

Luce

E una volta che i responsabili dei delitti sono scoperti, cosa succede? Marco Vichi, insieme a Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci con Luce (Leonardo Libri) racconta la vita nel carcere, attraverso storie di sofferenza, rabbia, rassegnazione e speranza, rendendo visibile l’invisibile, cioè il mondo nella prigione.

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Telepass, MooneyGo o UnipolMove? Cosa guardare prima di scegliere

6 Agosto 2026 ore 10:19
In vista dell'esodo estivo, saltare la coda al casello è diventato quasi un obbligo. Ma scegliere il sistema di telepedaggio giusto non è così semplice come potrebbe sembrare: fra canoni, formule pay per use, cashback, dispositivi aggiuntivi e promozioni a tempo, il rischio è perdersi nei dettagli. Ecco una guida ai tre principali servizi per i privati senza partita IVA, MooneyGo, Telepass e UnipolMove, in ordine alfabetico. Non una classifica, perché le offerte sono molto diverse fra loro, ma una "bussola" per capire costi, vantaggi e possibili insidie prima di sottoscrivere un contratto. O di recedere: prima di procedere alla disdetta, infatti, è consigliabile verificare le condizioni del proprio contratto, perché potrebbero essere previsti costi aggiuntivi rispetto alla semplice chiusura del servizio, legati per esempio a offerte promozionali, canoni agevolati, servizi aggiuntivi o dispositivi non restituiti. MooneyGo Nata nel 2022, MooneyGo è un'app dedicata alla mobilità che consente di gestire diversi servizi, tra cui il telepedaggio. Sito: https://www.mooneygo.it/. Quanto costa l'abbonamento MooneyGo Il primo anno di canone MooneyGo è gratis per i nuovi clienti, poi si spendono 2,50 euro al mese. Condizioni buone, tuttavia l'attivazione dell'abbonamento del telepedaggio costa 5 euro. MooneyGo Pay per use: costi e convenienza L'attivazione costa 10 euro. Si spendono 3,90 euro al mese, solo nei mesi di utilizzo del servizio. Ne vale la pena? Occorre fare bene i calcoli: la convenienza dipende dal numero di mesi in cui si usa effettivamente il dispositivo e va valutata tenendo conto anche del costo di attivazione. La formula pay per use può risultare interessante per chi utilizza il telepedaggio soltanto per pochi mesi l'anno. Volendo, si può aggiungere la polizza Assistenza stradale a 1,50 euro al mese. Come disdire MooneyGo Via app: apri l'app MooneyGo, accedi alla sezione Profilo e seleziona la voce dedicata alla chiusura o al recesso dal servizio Telepedaggio. Via PEC/raccomandata: invia il modulo di recesso tramite PEC all'indirizzo mooneygo@pec.mooney.it oppure tramite raccomandata A/R a Mooney Servizi S.p.A. Restituzione del dispositivo: dopo la richiesta di disdetta riceverai il foglio/etichetta di reso e le istruzioni per la spedizione. Il dispositivo deve essere restituito entro 20 giorni, con spese di spedizione a carico del cliente. Telepass Attiva da oltre trent'anni, Telepass è stata la prima piattaforma di telepedaggio diffusa sulle autostrade italiane e oggi offre numerosi servizi per la mobilità. Sito: www.telepass.com Quanto costa l'abbonamento Telepass Non si paga niente per attivare la promo "Telepass Sempre" e il primo anno il canone è gratis, però attenzione: poi si spendono 4,90 euro al mese. Tenetene conto. La promozione può prevedere fino a 150 euro di cashback carburante nelle stazioni di servizio convenzionate o per la ricarica elettrica. Tuttavia, il "ristoro" è fino a un massimo di 10 euro al mese per 15 mesi con una transazione minima di 30 euro. E, per la ricarica elettrica, è fino a un massimo di 10 euro al mese per 15 mesi, con una transazione minima di 10 euro. Ci sono anche fino a 50 euro di cashback per il pedaggio, ma fino a un massimo di 5 euro al mese per 10 mesi. Si tratta quindi di vantaggi interessanti, subordinati però alle condizioni previste dalla promozione. Si può anche ottenere un secondo dispositivo per un secondo veicolo: attualmente può essere previsto un periodo promozionale gratuito, dopodiché il canone indicato è di 3,88 euro al mese. L'Assistenza stradale può essere gratuita per un periodo iniziale, mentre successivamente il costo indicato è di 3,60 euro al mese. Telepass Grab&Go: costi e convenienza Telepass Grab&Go: 19,90 euro per l'acquisto del dispositivo. Poi 14,90 euro per l'attivazione. Per il pedaggio si paga un euro al giorno quando lo si usa. Possono inoltre applicarsi costi per altri servizi collegati. Anche in questo caso, occorre armarsi di calcolatrice. l'offerta più articolata e quindi anche quella con più condizioni da verificare. Telepass ha l'ecosistema di servizi più ampio (mobilità, parcheggi, strisce blu, NCC, Uber e taxi dove disponibili ecc.). Come disdire Telepass In presenza: recati presso un Telepass Store o un Telepass Point autorizzato per richiedere la chiusura del contratto. Per i contratti  Telepass Family/Base è normalmente necessario presentare il PIN di restituzione rilasciato da Telepass. Online o app: accedi all'area riservata del sito Telepass o all'app, entra nella sezione di gestione del contratto e avvia la richiesta di recesso. Via PEC/raccomandata: invia la comunicazione di recesso tramite PEC all'indirizzo assistenza@pec.telepass.com oppure tramite raccomandata A/R a Telepass S.p.A. Via del Serafico 49, 00142 Roma. Restituzione del dispositivo: il dispositivo deve essere restituito entro 20 giorni dalla disdetta, consegnandolo presso un Telepass Store/Point autorizzato (seguendo la procedura prevista) oppure spedendolo a Telepass S.p.A. Via del Serafico 49, 00142 Roma. UnipolMove Nato nel 2022, UnipolMove è il servizio di telepedaggio sviluppato da UnipolTech, società tecnologica del Gruppo Unipol. Sito: https://www.unipolmove.it/ Quanto costa l'abbonamento UnipolMove L'attivazione è gratis, così come il primo anno di canone. Poi si pagano 2,50 euro al mese per il primo dispositivo, mentre per l'eventuale secondo non sono previsti addebiti fissi. UnipolMove Pay per use: costi e convenienza Costo di attivazione: 5 euro in promozione. Il canone di un euro al giorno si attiva al primo utilizzo del dispositivo e vale fino alle 23:59 dello stesso giorno. La convenienza non dipende dai chilometri percorsi o dall'importo dei pedaggi, ma dal numero di giornate in cui si utilizza il dispositivo: superata indicativamente la soglia dei 30 giorni di utilizzo l'anno, l'abbonamento tende a diventare più conveniente. Come disdire UnipolMove In agenzia: se il contratto è stato sottoscritto in agenzia, recati presso un'agenzia UnipolSai con il dispositivo e richiedi il recesso, consegnando contestualmente il dispositivo. App/web: dall'app accedi a Profilo > Documenti > Contratti sottoscritti > Recedi, oppure utilizza il pulsante Recedi nell'Area Riservata del sito. Via PEC/raccomandata: invia il modulo di recesso compilato tramite PEC all'indirizzo unipoltech@pec.unipol.it oppure tramite Raccomandata A/R a UnipolTech S.p.A., Via Stalingrado 37, 40128 Bologna. Restituzione del dispositivo: il recesso ha efficacia dopo 30 giorni dalla ricezione della richiesta. Il dispositivo deve essere restituito entro 15 giorni dalla data di efficacia del recesso al seguente indirizzo: Magazzino UnipolTech c/o Integra, Via Umbria 7, 42122 Reggio Emilia (RE).   MooneyGo, Telepass e UnipolMove: i costi a confronto La tabella qui sopra illustra i prezzi IVA inclusa del 29 luglio 2026 per privati. L'offerta base di tutti gli operatori comprende, fra l'altro: pedaggi autostradali, parcheggi convenzionati, Area C Milano, traghetto Stretto di Messina, sosta negli stalli blu (solo nei Comuni aderenti). Telepedaggio: cosa conta davvero nella scelta Le code ai caselli si evitano con un dispositivo. Le sorprese in fattura, invece, si evitano leggendo le condizioni. Perché oggi tutti e tre gli operatori offrono formule interessanti, ma nessuna può essere giudicata soltanto dal canone mensile.  Chi percorre spesso l'autostrada tende a trarre maggiore vantaggio dagli abbonamenti, mentre le formule pay per use possono essere interessanti per chi utilizza il telepedaggio solo occasionalmente. In ogni caso, prima di decidere conviene guardare oltre il prezzo: cashback, costi di attivazione, secondo dispositivo e servizi inclusi possono incidere in misura non trascurabile sul conto finale. 

Pirelli oltre l'auto: il Cyber Tyre arriva sugli UGV della Abet

6 Agosto 2026 ore 09:33
Pirelli amplia il perimetro delle sue attività con un progetto legato potenzialmente anche al mondo della difesa.La società della Bicocca ha firmato un accordo con il gruppo piemontese Abet per lo sviluppo congiunto di tecnologie finalizzate alla realizzazione di veicoli elettrici terrestri a guida remota da impiegare come mezzi di soccorso in superfici e ambienti particolarmente impervi ed estremi, come le macerie di un terremoto o i campi di battaglia.Anche per questo le due aziende daranno corso alla notifica per il Golden Power ai sensi dell'articolo 1 del decreto legge 21/2012 che, per l'appunto, stabilisce specifiche disposizioni sulle attività di rilevanza strategica per il sistema della difesa e della sicurezza nazionale. L'accordo per i veicoli elettrici a guida remota Pirelli contribuirà alla partnership apportando le competenze e le tecnologie sviluppate nell'ambito del Cyber Tyre e nell'impiego dei sensori ottici, che consentiranno di trasmettere informazioni al veicolo in tempo reale per ottenere la massima aderenza nelle differenti condizioni ambientali in cui il mezzo di soccorso si troverà a operare. L'obiettivo è ottimizzare la gestione da remoto del veicolo.La collaborazione prevede inoltre lo sviluppo di uno pneumatico dedicato al veicolo elettrico basato sulle tecnologie proprietarie Run Forward di Pirelli, che permettono di affrontare e adattarsi alle superfici più estreme.Infine, è previsto che le due aziende sviluppino congiuntamente modelli avanzati di AI e Machine Learning, facendo leva sulle rispettive competenze ed esperienze complementari. Le attività di sviluppo puntano a integrare e valorizzare i dati provenienti dai veicoli e dai sistemi Cyber Tyre (sensori e telecamere), con l'obiettivo di sviluppare modelli predittivi e funzionalità innovative a bordo del veicolo. Cyber Tyre, sensori e pneumatici dedicati per gli UGV Ulteriori dettagli li aggiunge Fulvio Serra, amministratore delegato di Abet High Tech Solutions, parlando dell'applicazione della tecnologia Cyber Tyre per gli UGV (Unmanned Ground Vehicles).I veicoli terrestri a comando remoto, spiega Serra, "rappresentano attualmente la frontiera di un territorio nuovo in cui la continua innovazione diventa fondamentale. Ci riferiamo a veicoli gommati compatti ed essenziali, molto sofisticati nella progettazione, che operano in contesti ostili: nella logistica e nel soccorso militare in teatri operativi o in aree sensibili; in operazioni di soccorso complesso a seguito di eventi catastrofici naturali come i terremoti oppure esogeni, come gli incendi, o in luoghi altamente inquinati o potenzialmente radioattivi"."L'affidabilità dello pneumatico e la raccolta di dati e informazioni aumentano infinitamente la capacità prestazionale e la sicurezza dell'impiego, rendendo indispensabile la tecnologia Cyber Tyre", conclude il numero uno dell'azienda piemontese.Andrea Casaluci, amministratore delegato di Pirelli, evidenzia invece le numerose collaborazioni avviate negli ultimi mesi per applicazioni della tecnologia Cyber Tyre: "Dopo le partnership già siglate con Bosch, Movyon, Regione Puglia, Univrses e Ridesense, si concretizza un altro accordo, al quale stavamo lavorando da tempo, che consente di rafforzare ulteriormente la nostra piattaforma Cyber Tyre. La consapevolezza che la tecnologia Cyber Tyre fosse idonea e applicabile anche per ottimizzare la guida di mezzi di soccorso operanti in condizioni estreme ci ha portato a individuare il Gruppo Abet come partner ideale in questa fase"."La tecnologia Cyber Tyre e le sue applicazioni consentono la raccolta di dati e informazioni utili per garantire maggiore precisione e affidabilità ai mezzi destinati a muoversi e operare in condizioni estreme. Questo settore rappresenta un segmento di mercato interessante che vogliamo esplorare, convinti delle potenzialità della nostra tecnologia e del valore che ne può derivare per Pirelli", conclude Casaluci. 

La nuova SUV Nissan debutta in Cina, ma guarda già ai mercati globali

6 Agosto 2026 ore 09:23
Dopo la NX8, vista all'inizio dell'anno, Nissan ha presentato la NX7, una nuova SUV sviluppata attraverso la joint venture con Dongfeng. Non ci sono ancora informazioni ufficiali su dimensioni e powertrain: la NX7 dovrebbe essere più piccola della NX8, che misura 4.870 mm e ha un passo di 2.917 mm, condividendo la stessa architettura a 800 Volt con batterie al litio-ferro-fosfato. Linee pulite ed essenziali Lo stile è moderno ed elegante, con il frontale chiuso caratterizzato da gruppi ottici su due livelli perfettamente integrati nella carrozzeria. La fiancata è particolarmente pulita, con maniglie a scomparsa, la terza luce laterale nascosta nel montante nero lucido e uno spoiler sopra il lunotto. Al posteriore, i fari sono riuniti in un'unica fascia luminosa che attraversa l'auto e sono sormontati da un piccolo labbro aerodinamico. Sulla sommità del parabrezza è presente un sensore LiDAR per gli aiuti alla guida avanzati. Uscirà dalla Cina? La NX7 è prevista per il momento per la Cina, ma non è escluso che, proprio come la NX8, possa arrivare anche su altri mercati. Lo scorso anno Dongfeng e Nissan hanno formato una joint venture partecipata al 40% e al 60%, che si occupa dell'esportazione di autoveicoli. Nissan è convinta che le elettriche prodotte in Cina, grazie ai loro prezzi competitivi, possano risultare attrattive anche sui mercati esteri.

BYD vuole anche l'etanolo: in Brasile debutta la prima ibrida plug-in flex fuel

6 Agosto 2026 ore 09:13
BYD ha presentato per il Brasile la Song Pro Super-Híbrido Flex Fuel, la prima vettura ibrida plug-in flexfuel prodotta per il mercato locale dal costruttore cinese. Che non esclude la possibilità di ampliare la commercializzazione ad altri mercati, come quello indiano, dove si stanno diffondendo i carburanti a base di etanolo. Il powertrain è il DM-i venduto in Europa Il powertrain della Song Pro riprende lo schema del sistema DM-i già visto su molti modelli anche qui in Europa: ha una potenza combinata di 160 kW (218 CV) e può funzionare a benzina, etanolo oppure in modalità puramente elettrica. La Song Pro scatta da ferma a 100 km/h in meno di nove secondi e tocca la velocità massima di 180 km/h. L'unità termica è un quattro cilindri benzina 1.5 da 98 CV, che si occupa principalmente di caricare la batteria Blade che dà corrente al motore elettrico di trazione, e di supportarlo quando viene richiesta molta potenza (sorpassi, salite ecc.). Più di 1.000 km con un pieno (di benzina) La batteria ha capacità diverse a seconda dell'allestimento: sul più economico GL c'è un accumulatore da 13,1 kWh, che assicura circa 60 km di autonomia in modalità a zero emissioni; la più dotata GS prevede invece una batteria da 18,1 kWh, per un'autonomia che arriva fino a 72 km. La percorrenza con il pieno è di 1.075 km per la GS (775 andando a etanolo) e di 1.105 km (805) per la GL. La velocità massima Infotainment rotante e guida assistita Dal punto di vista stilistico, la nuova Song Pro eredita gli stilemi dei modelli della linea Dynasty della Casa cinese, con il frontale Dragon Face che abbiamo conosciuto in Italia a partire dalla SUV Atto 3. All'interno rimane la strumentazione digitale da 8,8" e l'infotainment da 12,8" che ruota di 90 e supporta l'ecosistema software di Google, con l'aggiunta di Apple CarPlay e Android Auto wireless. Curata la sicurezza, con la guida assistita di livello 2 fin dalla versione GL, mentre sulla GS arrivano anche l'allerta di occupazione dei sedili posteriori e il monitoraggio dell'angolo cieco. Sempre più Brasile Il powertrain della BYD Song Pro Flex Fuel nasce dopo due anni di sviluppo e un investimento di 100 milioni di real (quasi 17 milioni di euro) da parte del costruttore cinese, intenzionato a rafforzare la sua presenza nel mercato sudamericano. L'auto è assemblata nello stabilimento di Camaari, nello stato di Bahia, dove dal prossimo anno potrebbero essere prodotte anche le batterie. Scelte in linea con l'obiettivo di BYD di utilizzare oltre il 50% di componenti locali su tutti i veicoli prodotti in Brasile entro la fine del 2026.

Stirare le mutandine

6 Agosto 2026 ore 09:45
di Arben Dedja    [Un uomo, un ferro da stiro, un universo governato da codici oscuri. Arben Dedja mette alla prova la maschilità contemporanea alle prese con il lavoro di cura: tra biancheria, pudori, logistica familiare e un eroismo domestico dall’umorismo irresistibile].   Prolegomeni Prima della malattia di mia moglie stirare era per me un’attività …

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Prezzo della benzina tra percezione e realtà

6 Agosto 2026 ore 09:43

È vero che il prezzo alla pompa sale rapidamente e scende lentamente di fronte a uno shock. Ma è un fenomeno che si riassorbe in pochi giorni. È poi un settore più trasparente di altri. E anche più reattivo nel passaggio tra ingrosso e dettaglio.

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iCloud Private Relay e la falla di sicurezza con perdite di IP

6 Agosto 2026 ore 09:39
iCloud Private Relay e la falla di sicurezza con perdite di IP

Recenti scoperte sollevano dubbi sulla sicurezza di iCloud Private Relay, evidenziando una falla che potrebbe portare a delle perdite di IP, esponendolo nonostante le protezioni. Molti utenti si affidano a questo servizio Apple per navigare in modo più privato su Safari, convinti di mascherare la propria posizione e le attività online. Tuttavia, un'interazione apparentemente innocua con un sito web potrebbe vanificare tutto.

Analizziamo insieme cosa sta succedendo, quali sono i rischi concreti e, soprattutto, come puoi proteggerti.

Cos'è l'iCloud Private Relay e come proteggerti?

Prima di entrare nel vivo del problema, facciamo un passo indietro. L'iCloud Private Relay, incluso negli abbonamenti iCloud+, non è una vera e propria VPN. È un servizio intelligente progettato per aumentare la tua privacy durante la navigazione con Safari.

Il suo funzionamento si basa su un'architettura a due server separati (o "hop"). Infatti il primo server, gestito da Apple, cifra le tue richieste DNS e nasconde il tuo indirizzo IP a chiunque, tranne che al tuo provider di rete. Il secondo server, gestito da un partner esterno, genera un indirizzo IP temporaneo e ti connette al sito di destinazione.

In questo modo, né Apple né il sito web che visiti possono avere un quadro completo di chi sei e cosa stai facendo. Una soluzione elegante ed efficace, almeno in teoria.

Se ti interessa conoscere diversi tipi di VPN, leggi il nostro approfondimento.

La falla in WebKit: il tallone d'Achille della privacy Apple

Il problema non risiede direttamente nell' iCloud Private Relay, ma in qualcosa di molto più profondo: il WebKit. Si tratta del motore di rendering che, per le policy sulla privacy di Apple, deve essere utilizzato da tutti i browser su iOS, incluso Safari.

Una recente analisi dei ricercatori Tommy Mysk e Talal Haj Bakry ha svelato una vulnerabilità preoccupante. In pratica, quando un sito web supporta l'autenticazione tramite passkey, il sistema può avviare una richiesta di rete separata. Questa richiesta, purtroppo, non passa attraverso il tunnel protetto dall' iCloud Private Relay. Di conseguenza, il server di destinazione riceve il tuo indirizzo IP reale, bypassando completamente la protezione che pensavi di avere.

Già in precedenza sono state scoperte delle vulnerabilità su WebKit. Approfondisci con il nostro articolo.

Come i passkey possono causare la perdita di dati

L'aspetto più insidioso è che non è richiesta alcuna azione complessa. È sufficiente interagire con una funzione di passkey su un sito malevolo per innescare la perdita di dati. Infatti non è necessario installare software, aprire allegati o cedere password. La falla sfrutta un comportamento del sistema operativo legato allo standard WebAuthn, rendendo la protezione a livello di browser meno efficace del previsto.

Questa debolezza non riguarda solo Safari: poiché tutti i browser su iOS usano WebKit, anche app focalizzate sulla privacy come OnionBrowser possono essere vulnerabili.

Quali sono i rischi reali? Panico o semplice cautela?

Prima di tutto, niente panico. È fondamentale capire la portata del rischio.

Non si tratta di un furto di account o dell'installazione di malware, ma di una fuga di informazioni che compromette il tuo anonimato. Un indirizzo IP esposto può rivelare:

  • La tua localizzazione geografica approssimativa.
  • Il tuo provider di servizi internet.
  • Dati utili per la profilazione da parte di inserzionisti o malintenzionati.

Sebbene non sia un attacco diretto, questa informazione può essere il primo passo per azioni più mirate o per raccogliere dati su di te senza consenso.

Come puoi difendere il tuo l'iCloud Private Relay?

Apple ha dichiarato di essere al lavoro per investigare il problema.

Nell'attesa di una patch ufficiale, cosa puoi fare per navigare con maggiore sicurezza?

  • Fai attenzione ai passkey: sii molto cauto quando interagisci con questa funzione su siti web che non conosci o di cui non ti fidi pienamente. La prudenza è la tua prima linea di difesa.
  • Mantieni tutto aggiornato: sembra scontato, ma installare tempestivamente gli aggiornamenti di sistema non appena vengono rilasciati è cruciale. La soluzione arriverà quasi certamente tramite un update.
  • Usa strumenti dedicati per l'anonimato: se hai bisogno della massima anonimità, iCloud Private Relay non è lo strumento giusto. Affidati a soluzioni più complete come il Tor Browser ufficiale, che non è affetto da questa specifica vulnerabilità.

In conclusione, iCloud Private Relay rimane un ottimo strumento per la privacy quotidiana, ma non è infallibile. Comprendere i suoi limiti è il primo passo per usarlo in modo consapevole e proteggere davvero i tuoi dati personali online.

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A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta

6 Agosto 2026 ore 08:59

Numerose iniziative in tutta Italia nell’anniversario dei bombardamenti atomici. La Rete Italiana Pace e Disarmo: “Ricordare non basta, va costruita ora un’alternativa di pace e disarmo”. Rilanciata la raccolta firme per la difesa civile non armata e nonviolenta A 81 anni dai bombardamenti atomici che il 6 e il 9 agosto 1945 distrussero Hiroshima e [...]

L'articolo A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta proviene da Movimento Nonviolento.

Debian 13 aggiorna il Kernel Linux sistemando 68 CVE e inizia a discutere dei contributi AI

6 Agosto 2026 ore 08:45
Ricordate cosa ha detto Greg Kroah-Hartman a proposito delle innumerevoli #CVE pubblicate dal #Kernel #Linux? Se non volete pagare una subscription, usate #Debian! Ma quante aziende hanno politiche di aggiornamento dei sistemi operativi serrate? Quante aziende non si sono ancora rese conto che se prima l'approccio poteva essere semestrale o trimestrale oggi questo deve essere settimanale? Esistono ancora aziende che hanno sistemi Single Point Of Failure (#SPOF) che non possono essere spenti? Ah, a saperlo. O forse lo si sa, ma è meglio non dirlo. Nel frattempo, all'interno del progetto Debian arriva una General Resolution che determinerà se e come i contributi #AI verranno accettati nel progetto.

Dalla Ami alla C5 Aircross: tutte le novità Citroën in arrivo entro il 2026

6 Agosto 2026 ore 08:41
Entro la fine del 2026 Citroën rinnoverà numerosi modelli della sua gamma, a cominciare dalla minuscola Ami fino alla più grande C5 Aircross, passando per la C3, con la variante Tonic per l'elettrica e l'arrivo dell'allestimento Collection (anche per C4 e C3 Aircross). Ecco quindi tutte le novità in arrivo, dalla più piccola alla più grande. Citroën Ami Per la sorella francese della Fiat Topolino (e della Opel Rocks Electric, meno diffusa in Italia), capostipite della famiglia di microcar del gruppo Stellantis, sono previsti entro la fine dell'anno diversi aggiornamenti che coinvolgono estetica e allestimenti. Accanto alle versioni attuali, che si caratterizzano per alcuni dettagli colorati, potrebbero arrivare - come sulla Topolino - carrozzerie di diverso colore. Invariata invece la meccanica, con il motore anteriore da 8 CV, la batteria da 5,5 kWh (per 75 km di autonomia dichiarata) e una velocità massima limitata, per legge, a 45 km/h.Quanto costa: da 8.490 euroQuando arriva: fine 2026 Citroën -C3 Tonic Il nuovo allestimento Tonic è riservato alla versione full electric della compatta francese, ed è disponibile con il motore da 83 kW (113 CV) e due tagli di batteria, da 30 e 44 kWh, per autonomie rispettivamente di 204 e 320 km (che in città arrivano a 300 e 440 km). Questa serie si basa sulla versione base You, ma si distingue per la carrozzeria in Polar White o Night Black, il tetto in tonalità bicolore (Aden Red od Onyx Black), i mancorrenti e lo spoiler sul lunotto, i dettagli in color Lemon Yellow sul paraurti anteriore e gli adesivi sotto gli specchietti e sul montante anteriore. In abitacolo ci sono inserti in tessuto per la plancia e lo schermo dell'infotainment da 10,25", con connettività wireless per Apple CarPlay e Android Auto.Quanto costa: da 21.290 euroQuando arriva: già disponibile Citroën Collection Citroën C3 Il nuovo allestimento coinvolge i modelli più venduti della Casa francese. Sulla Citroën C3 ci sono particolari esterni di colore rosso, cerchi neri da 17" e vetri posteriori oscurati; all'interno, i rivestimenti sono in Urban Blue. Di serie sedili e sospensioni Advanced Comfort, oltre alla retrocamera di parcheggio e i vetri elettrici posteriori. Questo allestimento è disponibile per la C3 a benzina con cambio manuale, ibrida con cambio automatico ed elettrica.Quanto costa: da 19.950 euroQuando arriva: settembre Citroën C3 Aircross Per questa SUV, realizzata sulla piattaforma della C3 ma disponibile anche a 7 posti, l'allestimento Collection si distingue per i cerchi di lega neri da 17", gli inserti André Red sulla carrozzeria e il badge sulle portiere. In abitacolo, come sulla C3, ci sono i sedili in Urban Blue, il sistema di avviamento senza chiave e la telecamera posteriore, mentre l'assetto è affidato alle sospensioni Citroën Advanced Comfort. Anche in questo caso, la nuova versione è disponibile per tutte le motorizzazioni: benzina, ibrida e full electric.Quanto costa: da 27.950 euroQuando arriva: settembre Citroën C4 Per la cinque porte francese, il nuovo allestimento arriva per la ibrida da 145 CV e la full electric da 156 CV, escludendo così le motorizzazioni meno potenti. A caratterizzare questa versione ci sono i cerchi di lega da 18", il tetto bicolore Perla Nera e i dettagli in Rouge André. A bordo troviamo, ancora una volta, i sedili Advanced Comfort, la strumentazione digitale da 7" e l'infotainment da 10" con ChatGPT integrato, oltre alla connettività wireless per smartphone iOS e Android.Quanto costa: da 30.150 euroQuando arriva: settembre Citroën C5 Aircross Entro la fine del 2026 Citroën aggiornerà la gamma della nuova C5 Aircross, che ha debuttato lo scorso anno con un look che (almeno in parte) archivia le forme boxy per linee più moderne e muscolose. Lunga 4,65 metri, questa SUV per famiglie è costruita sulla piattaforma Stla Medium, e mette a disposizione - in base alle versioni - un bagagliaio con capienza da 565 a 651 litri. Al momento non sappiamo se il listino si arricchirà di nuove motorizzazioni o se, come per gli altri modelli della Casa francese, arriverà l'allestimento Collection. Al momento, la gamma attuale (solo a trazione anteriore) prevede motori mild hybrid da 145 CV, ibridi plug-in da 226 CV (con 96 km di autonomia in elettrico nel ciclo Wltp urbano), e full electric da 210 CV e 230 CV, con autonomie fino a 680 km per la Long Range.Quanto costa: da 34.000 euroQuando arriva: già disponibile

L'auto più venduta in Cina sbarca in Europa: Geely E2, prezzi e versioni per l'Italia - VIDEO

5 Agosto 2026 ore 17:53
La Geely E2 sbarca in Europa partendo dal Belgio, dove sono ufficialmente aperti gli ordini: le consegne della hatchback elettrica nel paese fiammingo inizieranno a settembre.Questo modello è la versione sviluppata per il Vecchio Continente della Geely Xingyuan, che nel 2025 è stata l'auto più venduta in assoluto in Cina: un primato che ha mantenuto anche nel primo semestre del 2026. Ed è proprio in Cina che abbiamo testato la E2: qui sotto potete guardare il video del nostro primo contatto. Geely E2: prezzi e preordini in Italia In Italia, dove la distribuzione è affidata a Jameel Motors Italy, la Geely E2 parte da 20.900 euro, con prezzo promozionale di 19.900 euro: l'elettrica si può già preordinare sul sito del costruttore. Dati e motorizzazioni della Geely E2 La Geely E2 è lunga 4.135 mm, larga 1.805, alta 1.580 e ha un passo di 2.645 mm. Dietro i cinque posti a sedere si trova un bagagliaio da 375 litri, che diventano 1.320 abbassando gli schienali della seconda fila; a questi si aggiungono altri 70 litri nel frunk anteriore.Due i powertrain disponibili, entrambi con il motore montato sull'asse posteriore: 60 kW (82 CV) e 150 Nm con batteria LFP da 35 kWh, per 252 km di autonomia e uno 0-100 km/h in 14,2 secondi; in alternativa, 85 kW (116 CV) e 150 Nm con batteria LFP da 47 kWh, 345 km di autonomia e 0-100 km/h in 11,5 secondi. La velocità massima è limitata a 130 km/h. Geely E2: le versioni per l'Italia Sul mercato italiano, come su quello belga, la gamma si articola in tre allestimenti: Pro, Max e Ultra, con una dotazione molto ricca fin da quello d'attacco.La Pro e la Max, che montano rispettivamente il motore da 82 e da 116 CV, offrono cerchi d'acciaio da 16", fari full LED, vetri posteriori oscurati, maniglie a scomparsa, sensori di luce e pioggia, sedili in pelle vegana con regolazione elettrica per quello del conducente, accesso e avviamento senza chiave, quadro strumenti digitale da 8,8", infotainment da 14,6" con Apple CarPlay e Android Auto, climatizzatore automatico, sensori di parcheggio con telecamera e guida assistita di livello 2. La Geely E2 Ultra completa la dotazione con i cerchi di lega da 16", il tetto nero a contrasto e il portellone ad apertura elettrica. In abitacolo troviamo il volante riscaldato, l'illuminazione ambientale a 256 colori, i sedili anteriori riscaldati, la ricarica wireless per gli smartphone e la telecamera panoramica a 540. I prezzi della Geely E2 Geely E2 Pro: 19.900 euroGeely E2 Max: 22.900 euroGeely E2 Ultra: 24.900 euroDi serie la tinta bianco pastello; su richiesta quella metallizzata (500 euro) a scelta tra Silver, Grey, Green e Beige. La top di gamma Ultra può avere (senza sovrapprezzo) anche gli interni bianchi.

Hyundai Ioniq 6 N arriva in Italia con 650 CV: quanto costa e cos'ha di serie

5 Agosto 2026 ore 17:08
Dopo quelli della Ioniq 6 standard, Hyundai ha aperto gli ordini della variante più sportiva, la Ioniq 6 N da 650 CV. Disponibile nell'unico allestimento N Performance, la sportiva coreana ha un listino che parte da 78.000 euro. Prestazioni da sportiva La Hyundai Ioniq 6 N monta lo stesso powertrain della Ioniq 5 N: due motori elettrici che offrono una potenza combinata di 478 kW (650 CV) e 770 Nm, per far scattare la streamliner coreana (Cx di 0,27) da 0 a 100 km/h in 3,2 secondi, fino a raggiungere la velocità massima di 257,5 km/h. La batteria ha una capacità di 84 kWh, per un'autonomia dichiarata di 487 km (616 nel ciclo urbano).La Ioniq 6 N monta pneumatici Pirelli P Zero 275/35 R20 sviluppati specificamente per questo modello, il sistema N e-Shift per simulare le cambiate, il sound generator N Active Sound+, il torque vectoring N Torque Distribution, il sistema N Battery per la gestione ottimale della batteria e l'N Drift Optimizer e l'N Track Manager per la guida in pista. La dotazione di serie La Ioniq 6 N offre di serie cerchi forgiati da 20", fari a matrice di LED, portellone ad apertura elettrica, sospensioni a controllo elettronico, specchietti retrovisori ripiegabili elettricamente, vetri posteriori oscurati e tecnologia V2L. All'interno troviamo i sedili sportivi N riscaldabili e rivestiti in misto pelle e tessuto, la pedaliera in metallo, il climatizzatore bizona e le luci ambientali. Da 12,3" sia la strumentazione digitale che l'infotainment, con connettività wireless Apple CarPlay e Android Auto; a questi si aggiungono l'head-up display, la chiave digitale e l'impianto audio Bose. Non manca la guida assistita di livello 2 del sistema Hyundai SmartSense. Di serie la carrozzeria è in Serenity White; le tinte metallizzate costano 900 euro, quelle opache 1.100 euro. L'unico optional è il Plus Pack (4.000 euro), che aggiunge i sedili sportivi in pelle e Alcantara (quelli anteriori ventilati), gli specchietti esterni digitali e il tetto apribile elettrico con luci a LED dedicate. Il listino di Hyundai Ioniq 6 N Ioniq 6 N Performance 650 CV 84 kWh: 78.000 euro

Targhe polacche, risarcimenti milionari e azioni legali: il caso Napoli agita Varsavia

5 Agosto 2026 ore 16:38
Intrigo internazionale sull'asse Napoli-Varsavia: protagonista, l'auto. O meglio, il noleggio a lungo termine. Tutto nasce dal fatto che il PBUK, ente polacco incaricato di gestire i danni causati da mezzi non assicurati, è sommerso di richieste per incidenti avvenuti nel capoluogo campano. Una vicenda dai contorni oscuri, di cui Quattroruote si è già occupata che ora si arricchisce di nuovi elementi, soprattutto legali.  Assicurazione RC Auto: fuga dal caro prezzi Partiamo dal principio. Per non pagare tariffe molto elevate dell'assicurazione obbligatoria, che all'ombra del Vesuvio raggiungono cifre record, numerosi residenti della provincia di Napoli si rivolgono a una delle tante agenzie presenti nel capoluogo campano. Molti parlano di furbata illecita; tuttavia il sistema si inserisce in un quadro normativo europeo che, almeno finora, ne ha consentito la diffusione. L'automobilista cancella la propria vettura dal Pubblico Registro Automobilistico italiano, fa trasferire il veicolo in Polonia per la reimmatricolazione e vende il mezzo alla stessa agenzia. Quest'ultima, diventata proprietaria del veicolo, affida l'auto all'ex titolare tramite un contratto di noleggio a lungo termine.In cambio di un ragionevole canone mensile, il consumatore guida l'auto, coperta dall'assicurazione polacca inclusa nel contratto. Un costo nettamente inferiore rispetto alla RCA italiana da pagare per una vettura intestata a un proprietario residente nella provincia di Napoli. Una pratica discussa da tempo, che Bruxelles non ha finora ostacolato e che, secondo diversi osservatori del settore, produce effetti distorsivi sul mercato assicurativo. Doppio trucco illegale  Ma c'è un doppio problema. Primo: alcune agenzie saltano il trasferimento fisico delle auto in Polonia. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata polacca, sarebbero emerse situazioni nelle quali il trasferimento fisico del veicolo non sarebbe avvenuto. Da qui, le targhe verrebbero inviate direttamente in Italia e applicate alle vetture.Secondo: il contratto di noleggio a lungo termine non include l'assicurazione obbligatoria RCA, né italiana né polacca. Così il cliente paga un canone mensile inferiore.Una seconda mossa del tutto illegale, con conseguenze potenzialmente molto gravi: se il conducente di quell'auto causa un incidente, non c'è una compagnia assicurativa chiamata a risarcire i danni. Non si parla più di semplici furbetti, ma di comportamenti che possono avere rilevanza penale e che mettono in circolazione veicoli privi di una copertura assicurativa valida.La vittima, ossia il conducente che ha subìto il danno senza colpa, si rivolge all'UCI, l'Ufficio Centrale Italiano, che gestisce i risarcimenti degli incidenti causati da veicoli immatricolati all'estero. L'organismo italiano si rivale quindi sull'ente polacco, il PBUK. Quest'ultimo, vedendosi arrivare una quantità abnorme di domande di indennizzo, per oltre 5 milioni di euro di richieste di risarcimento nel solo 2025, adesso inizia a puntare i piedi, come riferisce la Gazeta Ubezpieczeniowa.Il PBUK ha avviato azioni legali per ottenere la restituzione di quanto versato. Chi è chiamato in causa? Le agenzie coinvolte. Le richieste di rivalsa sembrano infatti concentrarsi principalmente sugli intermediari che hanno gestito queste operazioni. Qualcosa non torna Il nodo delle targhe polacche, dell'invio dei contrassegni e delle auto senza assicurazione è conosciuto da anni: stupisce che soltanto adesso il PBUK abbia deciso di intervenire. altrettanto noto che molte di queste agenzie siano Srl dalla vita molto breve, capaci di aprire e chiudere nel giro di pochi mesi. Per questo motivo non è affatto scontato che le azioni legali possano tradursi in un effettivo recupero delle somme richieste. Occhio alla novità del REVE Una delle chiavi di volta è stata l'introduzione del REVE, il Registro Veicoli Esteri, nel quale da marzo 2022 devono essere iscritti i veicoli con targa straniera che circolano nel nostro Paese guidati da residenti in Italia (articolo 93-bis del Codice della strada). Nel 2025, nella provincia di Napoli, risultano registrate 14.066 targhe, quasi tutte polacche.Il giochino del noleggio a lungo termine ha sempre garantito un forte vantaggio economico. Attenzione però perché, come segnala il sito dell'Agenzia GAMMA di Riccione, da maggio 2026 si paga l'IPT (Imposta Provinciale di Trascrizione) anche sulle iscrizioni al REVE. Le pratiche richieste dal 25 maggio 2026 sono infatti soggette alla stessa imposta prevista per un normale passaggio di proprietà.L'imposta è commisurata alla potenza del veicolo espressa in kW. Lo prevede la legge 88 del 22 maggio 2026, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 117.L'IPT per le auto si calcola sulla potenza in kW (3,5119 euro/kW). La maggior parte delle Province applica poi la maggiorazione massima del 30% prevista dalla legge, portando la tariffa a 4,56547 euro/kW.Morale: il noleggio a lungo termine continuerà a essere conveniente per molti automobilisti della provincia di Napoli, ma sensibilmente meno rispetto al passato.

Ferrari Amalfi Spider: come va la V8 scoperta da guidare ogni giorno - VIDEO

5 Agosto 2026 ore 16:05
Per descrivere la Ferrari Amalfi Spider partirei dalla conclusione: non giudicatela troppo in fretta. Tra chiacchiere da bar e social network c'è infatti chi la liquida come il modello d'accesso alla gamma Ferrari e chi la vede come una semplice evoluzione della Roma. Bastano però pochi chilometri al volante per ridimensionare questi pregiudizi. E godersi il V8 biturbo da 640 CV, privo di elettrificazione. Aerokit anche senza tetto Purezza del design, linee semplici e pulite, senza ali vistose né appendici aerodinamiche. il lusso della semplicità, almeno all'apparenza, perché dietro queste forme si nasconde un lavoro aerodinamico estremamente raffinato. Davanti alle ruote trovano posto dei piccoli elementi aerodinamici, quasi invisibili, che riducono il Cx e puliscono i flussi generati dagli pneumatici. Tra i fari e il cofano, invece, un bypass aerodinamico per lato collega il frontale al vano motore, limitando le sovrappressioni sul muso e migliorando al tempo stesso il raffreddamento del V8. Completano il pacchetto i generatori di vortici sul fondo, studiati per gestire in modo più efficiente i flussi aerodinamici nella parte inferiore della vettura, un estrattore posteriore maggiorato e l'ala attiva a tre configurazioni (Low Drag, Medium Downforce e High Downforce), capace di generare fino a 110 kg di carico a 250 km/h.  Tuttavia, sull'Amalfi Spider l'aerodinamica non è soltanto una questione di prestazioni, ma anche di confort. Il frangivento, studiato con un'inclinazione di 101, non compromette la visibilità posteriore e riduce sensibilmente le turbolenze nell'abitacolo anche alle velocità autostradali. Dopo averlo provato, posso confermare che funziona come promesso.Merita una menzione anche il lavoro svolto dai designer del Centro Stile di Maranello sulla nuova griglia anteriore e sulla fascia nera frontale, che integrano con grande pulizia radar e sensori degli ADAS. Una tecnica da modello di rango In virtù di un prezzo che dovrebbe attestarsi intorno ai 270.000 euro (circa 30.000 euro in più rispetto alla Coupé), l'Amalfi Spider mette sul piatto una meccanica di alto livello, condivisa con i modelli più esclusivi della gamma Ferrari. Nel vano motore trova posto il V8 biturbo 3.9 da 640 CV e 760 Nm, capace di allungare fino a 7.600 giri/min, affiancato dal cambio F1 a doppia frizione a otto rapporti sviluppato a partire dall'architettura introdotta sulla SF90 Stradale, ma rivisto per un impiego più versatile.Completano il pacchetto l'ABS Evo, già visto sulla Purosangue e sulla 296 GTB, l'impianto frenante brake-by-wire, che migliora feeling e modulabilità del pedale, e le sospensioni MagneRide, il cui software è stato ulteriormente affinato rispetto a quello della Roma. Abitacolo su misura Se il soft-top può essere paragonato a un abito sartoriale, lo si deve anche alle ampie possibilità di personalizzazione: dalle cuciture ai sei rivestimenti disponibili, due dei quali "tecnici" perché pensati per abbinarsi agli elementi in fibra di carbonio.La stessa cura si ritrova nell'ergonomia. Le regolazioni di volante e sedile sono estremamente precise e richiedono qualche minuto per trovare la posizione ideale, ma una volta individuata il confort è impeccabile. Convince anche la nuova configurazione dell'infotainment: il display centrale da 15,6 pollici è ben integrato nella plancia, resta leggibile anche viaggiando a cielo aperto e limita i riflessi, pur richiedendo talvolta di distogliere lo sguardo dalla strada. La struttura a Z del tetto pesa circa 80 kg e consente di aprire o chiudere la capote in 13,5 secondi, anche in movimento fino a 60 km/h. Fatta per guidare Al netto della tecnica, il vero punto di forza dell'Amalfi Spider è la sua straordinaria facilità d'utilizzo. una Ferrari che viene voglia di guidare ogni giorno. Le forme semplici e pulite, se paragonate a quelle di altre supercar, la rendono più sfruttabile nell'ambito cittadino, mentre cambio e sospensioni nelle modalità più tranquille assicurano una guida fluida e rilassata.A questo contribuisce anche il lifter anteriore opzionale, che solleva la vettura di 40 mm e permette di affrontare con maggiore serenità dossi e rampe. Il bagagliaio da 255 litri (172 con il tetto aperto) è sufficiente per due trolley di medie dimensioni e invita a partire anche per un weekend. Basta però ruotare il Manettino su Sport o Race perché emerga il carattere più autentico della vettura. Il V8 risponde con maggiore prontezza, il cambio si fa più diretto e i controlli elettronici lasciano maggiore libertà al pilota, rendendo l'Amalfi Spider ancora più precisa e coinvolgente tra le curve.Convince anche la capote: la struttura a cinque strati garantisce un eccellente isolamento acustico, avvicinando l'esperienza di bordo a quella della Coupé. Non a caso, come confermano gli uomini di Maranello, circa il 50% dei clienti Ferrari sceglie la variante Spider. Se l'obiettivo era realizzare una Ferrari scoperta da usare il più possibile, dalla città ai passi di montagna passando per il lungomare, si può dire che la missione sia pienamente riuscita.

Pareva solvente, era benzina di contrabbando: sequestrata una cisterna da 33.000 litri

5 Agosto 2026 ore 14:18
33.000 litri di benzina di contrabbando: a tanto ammonta il sequestro preventivo eseguito dalla Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Padova, nell'ambito di un controllo di routine svolto dai finanzieri del Gruppo del capoluogo, con l'ausilio della Polizia Stradale di Padova e Venezia. I sospetti nati durante il controllo L'autocisterna è stata intercettata poco dopo il suo ingresso in Italia dal valico di Tarvisio, in provincia di Udine. Da un lato il comportamento dell'autista, dall'altro le anomalie del percorso seguito, spiega il capitano Daniele Leonetti, comandante del Gruppo della Guardia di Finanza di Padova, hanno spinto gli uomini delle Fiamme Gialle a effettuare verifiche più approfondite. Gli accertamenti hanno così rivelato che il liquido trasportato non era solvente ma benzina di contrabbando. Controlli su strada e analisi chimiche  Alle domande dei finanzieri sulla tipologia di merce trasportata, sull'origine e sulla destinazione finale, il conducente ha riferito di essere partito dalla Polonia e di trasportare solvente prelevato da una raffineria del Nord Europa, con consegna finale in Grecia. Un itinerario lungo e insolito, fanno notare le Fiamme Gialle, per un prodotto ampiamente disponibile come il solvente.Anche i documenti di accompagnamento e il certificato di analisi esibiti dal trasportatore hanno spinto gli investigatori ad approfondire la natura del prodotto trasportato. Le operazioni di campionamento e le analisi preliminari effettuate dal Laboratorio Chimico dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Venezia Marghera hanno infatti evidenziato che il presunto solvente possedeva le stesse caratteristiche della benzina. Indagini tuttora in corso  Il conducente, di nazionalità ungherese, rischia una condanna fino a cinque anni di reclusione e una multa compresa tra 31.000 e 156.000 euro, mentre l'accisa evasa sul carico è stata stimata in oltre 15.000 euro. La Guardia di Finanza precisa che il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari e che l'indagato deve essere considerato non colpevole fino a eventuale sentenza definitiva. Il fenomeno del contrabbando di carburanti Il carburante sequestrato era presumibilmente destinato al mercato nero parallelo. Non è la prima volta che i contrabbandieri di prodotti petroliferi tentano di eludere i controlli delle Fiamme Gialle. In pratica, spacciare gasolio o benzina, soggetti ad accisa, per altri derivati del petrolio non gravati da imposte provoca gravi danni alle casse dello Stato e distorsioni delle regole della libera concorrenza.Nell'attuale scenario geopolitico, caratterizzato da prezzi dei carburanti elevati, solo in parte mitigati dagli interventi del Governo sulle accise, l'attività di controllo sulla viabilità primaria e secondaria, sottolinea la Guardia di Finanza, resta fondamentale per contrastare i fenomeni illeciti legati alla vendita di carburanti.

Il gruppo Intergea rafforza la sua presenza in Lombardia

7 Agosto 2026 ore 16:01
Il Gruppo Intergea rafforza la propria presenza in Lombardia, attraverso l'affitto di due rami d'azienda della concessionaria Venus SpA.In particolare, Chioda Srl di Melzo subentra nel ramo d'azienda relativo al mandato di vendita e all'assistenza dei marchi Omoda, Jaecoo, MG e Smart, oltre al service del brand Mercedes-Benz, presso la sede di viale Fulvio Testi 326 a Milano. MocautoGroup, invece, entra nella gestione vendita e assistenza MG e del service Mercedes-Benz della sede di viale Sicilia 98 a Monza. I motivi alla base dell'operazione L'ingresso in queste sedi ci consentirà di offrire un servizio ancora più capillare ai nostri clienti, affiancando marchi tra i più tecnologici e innovativi del panorama automotive, in forte ascesa nel mercato italiano. L'operazione conferma l'impegno del Gruppo Intergea in una delle regioni più trainanti d'Italia, ha commentato Gianluca Italia, membro del CdA del Gruppo Intergea.Fondata nel 1959 come officina dei fratelli Villa, è una delle concessionarie storiche della Lombardia. Divenuta concessionaria ufficiale nel 1962, si è specializzata nella vendita di automobili di alta gamma, operando tra Milano, Monza, Seregno, Pioltello e Cornate d'Adda. L'accordo con Intergea - dichiarano Umberto e Corrado Villa - nasce dall'esigenza di garantire continuità a due sedi Venus, profondamente radicate nel territorio Lombardo. Abbiamo condiviso valori e strategie per il futuro con uno dei gruppi più importanti della distribuzione automobilistica Italiana. Siamo sicuri che la professionalità e la serietà espresse in oltre 60 anni di attività, a seguito di questo accordo, abbiano ulteriori grandi potenzialità di sviluppo.L'intesa, subordinata alla preventiva autorizzazione dell'Antitrust e delle case automobilistiche interessate, è previsto venga perfezionata a partire dall'1 gennaio 2027, quanto è attesto anche l'avvio della gestione delle due attività da parte delle società del gruppo Intergea.

La guerra del domani: come i droni hanno modificato la natura del conflitto russo-ucraino

6 Agosto 2026 ore 07:00

L’evoluzione operativa del conflitto ucraino 

Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento. 

Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto. 

Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza. 

Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati. 

È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati. 

L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.

Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni

Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse. 

È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra. 

L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.  

Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare. 

Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.  

La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico. 

Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni

Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il  mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.

Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale. 

La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali. 

L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo. 

La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.

7 Gigafactory per l’AI: l’Europa si libera dai colossi del tech o crea una nuova dipendenza?

6 Agosto 2026 ore 07:00

Nella corsa globale alla sovranità tecnologica, l’Unione Europea prova a ritagliarsi uno spazio autonomo. Il 30 luglio 2026 la Commissione ha indetto una gara d’appalto per istituire fino a sette Gigafactory di IA su tutto il territorio europeo da rendere operative entro metà del 2028. L’iniziativa mira a contenere lo strapotere dei colossi esteri — in primis statunitensi e cinesi — nei settori del cloud e dei microchip. Tuttavia, l’operazione rivela un paradosso strutturale: pur puntando all’indipendenza, l’Europa resta per il momento obbligata ad affidarsi alle forniture estere di semiconduttori avanzati, indispensabili per alimentare la stessa infrastruttura di calcolo.

Analoghi progetti di enormi data center sono già ben avanzati negli Stati Uniti e in Cina: basti pensare all’ambizioso progetto Stargate promosso dall’alleanza tra Microsoft e OpenAI ad inizio 2025 o alla mega-infrastruttura statale cinese Eastern Data, Western Computingche, già dal 2022, collega giganti tecnologici come Huawei, Alibaba e Baidu. 

Per evitare di rimanere ai margini di questa corsa, nel febbraio 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato all’AI Action Summit di Parigi un piano per la creazione di Gigafactory di IA nel Continente. L’iniziativa ha raccolto fin da subito un forte interesse da parte dell’industria, spingendo ben 76 consorzi a manifestare una candidatura preliminare. Il progetto ha compiuto un passo decisivo a luglio 2026 con l’apertura ufficiale del bando destinato alla realizzazione di 7 strutture.

Come funziona il nuovo progetto europeo

Le Gigafactory di intelligenza artificiale rappresentano infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, concepite per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) su volumi di dati nell’ordine dei trilioni. Per farlo, queste strutture integrano semiconduttori specializzati di nuova generazione, stack software dedicati, soluzioni cloud e connettività ad alta velocità, il tutto all’interno di data center progettati per garantire la massima efficienza energetica.

La procedura di appalto si articolerà in due fasi nei prossimi sei anni e mezzo, un approccio graduale dettato dal ridimensionamento degli impegni finanziari della Commissione europea. L’investimento complessivo per queste strutture si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, di cui due terzi dovranno provenire dal settore privato e il restante terzo da fondi pubblici, suddivisi equamente tra 5 miliardi stanziati da Bruxelles e 5 miliardi dai singoli Paesi membri sostenitori. Al momento, tuttavia, e questo è il primo punto critico del progetto, il bilancio dell’UE consente di impegnare soltanto 1 miliardo di euro, lasciando legata la copertura della restante quota ai negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP). 

L’iniziativa ha già raccolto l’adesione di dieci Paesi europei pronti a ospitare una Gigafactory: Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. Il bando prevede sia candidature singole sia consorzi transnazionali, con Parigi che ha già espresso la volontà di correre da sola.

Tuttavia, la reale emancipazione tecnologica deve fare i conti con un altro ostacolo strutturale: l’UE non dispone ancora di componenti di calcolo proprietari. Per rifornire i nuovi centri, la Commissione si trova così costretta ad affidarsi nuovamente ai colossi statunitensi dei semiconduttori, firmando intese preliminari con Nvidia, AMD e Qualcomm. 

Per mitigare questo vincolo, Bruxelles ha inserito tra i criteri di valutazione delle gare d’appalto specifiche contromisure volte a evitare l’asservimento commerciale e la dipendenza esclusiva da singoli fornitori.

Stati Uniti e Cina nell’IA: il punto sulla corsa globale

Tra Stati Uniti e Cina la competizione sull’IA non si gioca più soltanto sulla potenza dei singoli modelli, ma sulla realizzazione di architetture tecnologiche distinte e tra loro inaccessibili. Il report The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World targato BCG Institute analizza questa progressiva polarizzazione, mettendo a confronto l’egemonia delle due potenze lungo i sei fattori chiave dell’IA: capitali di rischio, competenze professionali, brevetti, accesso ai dati, fabbisogno energetico e infrastrutture di calcolo.

La strategia degli Stati Uniti si incentra sulla scalabilità di questi sistemi, spostando le enormi risorse finanziarie dallo sviluppo dei modelli alla costruzione dell’infrastruttura necessaria per sostenerli. Dal 2023 le startup americane dell’IA hanno raccolto 380 miliardi di dollari in venture capital (a fronte dei soli 39 miliardi cinesi), sorrette da oltre 300 miliardi annui in Ricerca e Sviluppo e da investimenti in data center che, dai 400 miliardi del 2025 (contro i 63 della Cina), puntano a superare gli 800 miliardi nel 2026. Questa spinta porta gli USA a una capacità infrastrutturale di oltre 50 GW, contro i 31 GW della Cina e i 12 dell’UE. Questo primato trova oggi pieno sostegno anche nella linea politica della seconda amministrazione Trump, impegnata nel favorire l’espansione del settore sia attraverso l‘AI Action Plan sia tramite il supporto a grandi mega-progetti privati come appunto Stargate.

L’ecosistema cinese invece, animato da attori quali DeepSeek, Alibaba, ByteDance, Moonshot, Z.AI, MiniMax e Xiaomi, predilige l’approccio open-weight, consentendo lo sviluppo di soluzioni avanzate, ma a costi drasticamente contenuti. Ne è un esempio il modello Kimi K2.6 di Moonshot che, nel maggio 2026, offriva prestazioni di vertice a 1,71 dollari per milione di token, un costo circa sette volte inferiore rispetto agli 11,25 dollari del concorrente statunitense GPT-5.5. 

Da un lato quindi l’impero a stelle e strisce mantiene complessivamente la leadership grazie alla disponibilità di capitali, alla presenza dei principali laboratori e alla potenza della propria infrastruttura. Dall’altro, Pechino ha ridotto il divario nella capacità di calcolo e trasformato il proprio patrimonio scientifico e brevettuale in una strategia da “fast follower”, concentrata sulla produzione di modelli competitivi, economici e rapidamente adottabili. Il risultato è la nascita di due stack tecnologici paralleli, ciascuno composto da chip, infrastrutture cloud, modelli e applicazioni. A separarli non sono soltanto le caratteristiche tecniche, ma anche le regole sui dati, le restrizioni alle esportazioni, le politiche di sicurezza nazionale e le strategie industriali.

Perché l’UE dovrebbe puntare all’indipendenza tecnologica

Sebbene la cooperazione digitale tra Unione Europea e Stati Uniti sia strutturata da quadri istituzionali di alto livello (come il TTC e il Dialogo Cyber) volti a coordinare standard, dati e tecnologie emergenti, il rapporto è segnato da profonde tensioni. La causa principale di queste frizioni è la dominanza strutturale delle grandi aziende tecnologiche americane, profondamente radicate nell’economia europea. I tentativi dell’UE di regolamentare il settore — in particolare attraverso il Digital Services Act e il Digital Markets Act — incontrano la forte opposizione di Washington, sfociata in minacce di ritorsioni commerciali, divieti di visto per i decisori europei e nello stallo dei canali di dialogo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.

Per quanto concerne le relazioni con la Cina, l’emancipazione da Pechino, secondo la linea del de-risking, si rende indispensabile per tutelare l’autonomia economica del Continente. Rimanere ancorati ad una posizione di subordinazione espone l’UE a gravi rischi sistemici, tra cui la potenziale strumentalizzazione politica delle esportazioni da parte della Cina tramite restrizioni commerciali, l’immediata paralisi delle GVC europee in caso di crisi geopolitiche o logistiche in Asia e un progressivo declino della competitività e dell’innovazione manifatturiera interna.

All’interno delle relazioni dell’Unione Europea nel Nord-Est asiatico,  un altro attore gioca un ruolo estremamente rilevante: Taiwan,che occupa una posizione cruciale e altamente strategica per la sovranità tecnologica europea, ponendosi come un nodo essenziale nei settori dei semiconduttori, della produzione avanzata e del commercio digitale. Questa centralità si scontra tuttavia con una vulnerabilità geografica strutturale, determinata dall’estrema concentrazione della produzione di chip presso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la quale detiene oltre il 90% di questo specifico segmento di mercato. Lo Stretto di Taiwan, identificato dall’intelligence geospaziale come uno dei nodi marittimi più critici a livello globale, è interessato dal transito di oltre il 50% del traffico containerizzato mondiale; un eventuale blocco navale o l’instabilità militare nell’area provocherebbero pertanto l’immediata paralisi delle catene globali del valore nel comparto tecnologico.

Queste dinamiche rappresentano un rischio critico per l’Unione Europea. L’intelligenza artificiale non è un semplice settore a sé stante, ma una tecnologia general-purpose in grado di incrementare in modo trasversale produttività e crescita economica, rivoluzionando l’intero tessuto produttivo. Poiché i data center costituiscono l’infrastruttura abilitante fondamentale dell’IA, i Paesi che ne detengono un’elevata capacità operativa dominano già oggi la corsa ai vantaggi economici di questa trasformazione. Ne consegue l’urgenza per l’Unione Europea di affrancarsi dalla dipendenza strutturale nei confronti di attori esterni. Sviluppare una sovranità autonoma sulle infrastrutture digitali e sul patrimonio dati è la premessa indispensabile per evitare un ruolo di mera subordinazione tecnologica ed economica.

Il doppio requisito della sicurezza marittima nel Mar Rosso

6 Agosto 2026 ore 07:00

Con l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio 2026, l’Italia ha schierato nella regione la Task Force Air-Arabia a fine marzo. Richiesta dai partner regionali e divisa tra Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nella regione. Il dispiegamento è stato portato all’attenzione pubblica solo negli ultimi giorni, a oltre quattro mesi dal suo avvio, e si spiega con la necessità di contenere la rappresaglia iraniana agli attacchi americani.

I recenti attacchi degli Houthi contro gli impianti di esportazione sauditi ne hanno ampliato la rilevanza. Per mantenere praticabile il transito commerciale attraverso Bab el-Mandeb, non basta la protezione offerta alle navi commerciali da Aspides – l’operazione navale europea attiva dal febbraio 2024 a tutela del traffico mercantile nel Mar Rosso – ma va anche garantita la difesa delle infrastrutture da cui quel traffico dipende. Tuttavia, il mandato di Aspides non include questa missione, rimettendo l’iniziativa ai singoli Paesi.

Gli attacchi houthi

Il 20 luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, rispondendo alla richiesta iraniana di qualche giorno prima per una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Pur facendo parte della rete di proxy iraniani nella regione, gli Houthi mantengono un margine di autonomia decisionale che li porta sia a partecipare alla risposta iraniana, sia a perseguire obiettivi propri nella contrapposizione con Riyad.

La portata della crisi eccede però il quadro regionale. Con Hormuz già compromesso, un’interruzione prolungata anche di Bab el-Mandeb sottrarrebbe al mercato le due principali vie di uscita del greggio mediorientale nello stesso momento. L’oleodotto est-ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, costituisce l’alternativa attraverso cui l’Arabia Saudita mantiene le proprie esportazioni, per quasi cinque milioni di barili al giorno. Quella via, che a propria volta dipende dal transito per Bab el-Mandeb, è l’elemento della catena logistica che gli Houthi stanno mettendo sotto pressione.

La campagna si sviluppa quindi su due domini. L’impiego di missili e droni contro obiettivi in territorio saudita colpisce raffinerie, siti di stoccaggio e terminali di imbarco. In mare, invece, l’obiettivo non è la distruzione del naviglio, ma la produzione di incertezza sufficiente a far salire i premi assicurativi e indurre gli armatori a deviare. Navi saudite hanno già abbandonato il passaggio attraverso lo stretto per circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di consegna e vanificando il ricorso alla massima capacità dell’oleodotto est-ovest per aggirare la chiusura di Hormuz.

Il risultato è determinato dalla combinazione di questi attacchi. Gli attacchi in mare scoraggiano il transito, mentre quelli a terra riducono il volume che è possibile imbarcare sulle navi che riescono a transitare. Ciascuna delle due azioni resta efficace anche quando l’altra viene neutralizzata. Difendere soltanto il passaggio lungo la rotta lascia intatta metà del meccanismo: la protezione del naviglio rimane fondamentale, ma produce un effetto parziale finché gli impianti da cui il traffico dipende restano esposti.

Il dispositivo italiano nella regione

I limiti dello strumento navale sono emersi durante la crisi del Mar Rosso del 2024. L’arsenale a basso costo, decentralizzato e di produzione continua in possesso degli Houthi ha fatto sì che la presenza di Aspides producesse una mitigazione del rischio, non la sua eliminazione. Un risultato parziale, che tuttavia non riduce la convenienza dell’impegno: proprio perché il Mar Rosso resta vitale per l’economia nazionale, per l’Italia la missione è più importante che mai. La conseguenza da trarre non è quindi un ridimensionamento della presenza navale, ma l’estensione della protezione a ciò che quella presenza non può raggiungere.

La capacità corrispondente è già schierata. Il dispositivo italiano è stato costituito per l’intercettazione dei vettori iraniani diretti contro il territorio dei Paesi ospitanti. Sono schierati quattrocento militari dell’Aeronautica articolati in cinque task group, con quattro caccia multiruolo Eurofighter, un aereo E-550A CAEW per allarme precoce e comando e controllo, un radar AN/TPS-77 e un sistema antidrone. È presente anche una Task Force Land-Arabia dell’Esercito (circa trecento uomini) con una batteria SAMP/T e radar KRONOS. La Task Force Air-Arabia è però l’unica componente di cui il sito del ministero della Difesa dia conto pubblicamente: secondo quanto riferito in sede parlamentare, i contingenti italiani sono attivi in sei Paesi della regione – oltre ai tre citati, Giordania, Emirati e Qatar – per un totale di circa settecento militari. Parte del personale opera dalla base di Al Taif e le missioni del CAEW sono concentrate sulle frontiere meridionali saudite, dove si è riacceso il confronto fra sauditi e Houthi. Il profilo della minaccia houthi coincide con quello dell’Iran e la copertura che l’Italia è in grado di offrire consente anche di contrastare attacchi provenienti dallo Yemen. Tuttavia, non risultano finora impieghi documentati in questo senso da parte italiana.

Sul piano operativo la soluzione non è una novità italiana. La Grecia, che guida Aspides, mantiene dal 2021 una batteria Patriot sul territorio saudita su base bilaterale. Il 25 luglio quel dispositivo ha intercettato due missili balistici lanciati dallo Yemen contro una raffineria a Yanbu. Un Paese con interessi coincidenti con quelli italiani copre dunque entrambi i segmenti della catena, ma li copre attraverso due strumenti separati.

La sostenibilità dell’impegno

Il problema si pone sulla durata. La difesa aerea d’area contro missili balistici e droni consuma intercettori a un rateo che dipende dall’iniziativa avversaria. Dall’inizio della guerra, gli Stati del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori ad alto costo per rispondere a droni monouso dal costo trascurabile. Questo ha portato al consumo di una porzione significativa delle scorte, mentre i droni continuano a entrare nei loro cieli a decine. In un accordo bilaterale quel consumo grava per intero sull’inventario del singolo Paese contributore.

Nel caso italiano il SAMP/T impiega l’Aster 30, lo stesso intercettore di cui dispongono per la difesa d’area le unità navali, e l’accelerazione produttiva avviata da MBDA è motivata proprio dall’impiego nel Mar Rosso e in Ucraina. Alla scarsità del munizionamento si somma un vincolo distinto sulle piattaforme: la limitata profondità di caricamento delle unità europee impone rientri frequenti in porto per il rifornimento delle celle, comprimendo il ritmo operativo.

La recente esperienza operativa, sia in Europa sia nel Golfo, indica del resto che il vincolo non sta tanto nelle prestazioni dei sistemi, quanto nella capacità di sostenere operazioni difensive nel tempo sotto attacchi ripetuti. Si tratta di un criterio adeguato a un teatro, come questo, in cui la minaccia alterna fasi acute a periodi di latenza. Un dispositivo in grado di durare vale più di una risposta calibrata alla singola emergenza. Nel contesto dell’attuale crisi, la formula bilaterale mostra il proprio limite e il rischio che porta con sé: che la sicurezza marittima collettiva si frammenti in intese bilaterali e soluzioni private, anziché essere difesa come bene comune.

Questa frammentazione, sul segmento terrestre, è già la regola. Aspides copre il solo dominio marittimo, e nemmeno l’iniziativa multilaterale più recente colma la lacuna: una coalizione marittima difensiva proposta dall’Arabia Saudita il 30 luglio. La proposta è ancora in fase costitutiva, ha visto la partecipazione di quarantatré Paesi e di una delegazione dell’Unione europea, senza che risultino adesioni di suoi membri. La dichiarazione rilasciata circoscrive l’oggetto dell’alleanza alla libertà di navigazione, alle rotte commerciali e alle rotte di approvvigionamento energetico fra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden. Non sono esplicitamente menzionate le infrastrutture a terra, la cui difesa resta così affidata a iniziative nazionali, ciascuna con risorse proprie e senza coordinamento reciproco. Per l’Italia il costo di quella copertura grava sulle stesse scorte impiegate con Aspides.

Il fischio della fine

6 Agosto 2026 ore 06:44

P eriferia di Gerusalemme Est, febbraio 2041. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, in occasione dei festeggiamenti per il venticinquesimo anno del suo mandato, inaugura commosso il Memoriale della Pace eterna e duratura: una statua dorata di Donald Trump in stile Colosso di Nerone che, allargando le braccia, accoglie simbolicamente il pubblico nello stadio da 65.000 posti costato 7 miliardi di dollari. Un’oasi in un territorio quasi del tutto desertificato, costruita direttamente con i soldi della FIFA World Bank ‒ un ente di credito per club e società sportive che non fa capo ad alcuna autorità nazionale sovrana ‒ per ospitare l’edizione del mondiale di calcio del 2052, assegnata a quello che viene ormai universalmente riconosciuto come Stato di Israele, esteso da Beirut a Ramallah. Voluto dalla FIFA “a eterna memoria delle vittime collaterali del processo israeliano di raggiungimento della pace in Medio Oriente”, anche lo stadio è intitolato a Trump, 45°, 47°, 48° e 50° presidente degli Stati Uniti d’America, morto da poco più di un anno.

La folla dei presenti si riunisce all’esterno di un edificio imponente, la cui costruzione, durata soltanto dieci mesi, ha provocato la morte di oltre duecento operai, causata da “imperizie dei singoli nell’attendere alle norme di sicurezza previste dai protocolli”, tutti lavoratori migranti importati per l’occasione con visti speciali da Paesi con manodopera a basso costo. Infantino, dopo aver svelato la statua, è entusiasta di annunciare i nuovi regolamenti per le partite di calcio che la FIFA sperimenterà durante quella edizione del mondiale: è abolito il fuorigioco; è vietato il retropassaggio, pena l’ammonizione; la distanza massima tra il primo e l’ultimo giocatore di movimento della stessa squadra può essere al massimo di 35 metri, pena un calcio di punizione indiretto; è introdotto il tempo effettivo nello svolgimento del gioco; è abolito il calcio di rigore, sostituito da un calcio di punizione diretto anche dentro l’area.

L’arbitrò potrà finalmente essere sostituito da un sistema intelligente di controllo della buona condotta del calciatore e dell’adattamento alle norme previste dal nuovo regolamento – margine di errore stimato all’1.7%, in linea con le medie umane ma con un sostanziale risparmio economico nonché con l’impossibilità per i giocatori di protestare con alcun chi per eventuali errori. Divieto assoluto per i giocatori di interrompere o sospendere il gioco, pena la radiazione da ogni campionato.

La sicurezza negli impianti sportivi sarà appaltata a un’azienda privata qatariota che produce cani robot, steward, camerieri e inservienti robot, droni, rilevatori biometrici di sicurezza. Le persone che andranno allo stadio avranno maxischermi a ogni angolo dello stadio, minischermi su ogni seggiolino, device e visori personalizzati, così tanti elementi di intrattenimento e distrazione che seguire la partita sarà pressoché impossibile.

I campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale” e il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.
Le gare, che si potranno giocare soltanto in notturna a causa delle temperature elevate, saranno visibili da casa solo in differita e in modalità smart: allo spettatore sarà consentito saltare ogni momento morto della partita, evitando a proprio piacere le rimesse dal fondo, le rimesse laterali, la preparazione di un calcio di punizione, le sostituzioni, i fraseggi nella propria metà campo, le corse all’indietro e le azioni inconcludenti. In occasione di ogni gol lo spettatore potrà scegliere se guardarlo dal punto di vista di chi segna, del portiere avversario o di un qualsiasi altro giocatore, grazie alle bodycam applicate su ognuno. Chi possiederà DAZN Gold avrà accesso a queste funzioni gratis, per gli abbonati Premium e Standard ogni 5 skip partirà una pubblicità di 10 secondi di uno dei partner economici del mondiale. La totalità della visione della partita è finalmente abolita.

Questa visione allucinata di un possibile mondiale del futuro ricalca il paradigma interpretativo di Luca Pisapia nel suo ultimo saggio Il calcio è potere (2026). Per Pisapia il calcio è “il più efficace linguaggio universale in grado di raccontare attraverso il mito come si sono evolute le relazioni materiali tra gli esseri umani nel corso degli ultimi centocinquant’anni di storia” e i campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale”. Lo scopo della produzione di queste mitologie è permettere al capitalismo di esercitare la propria egemonia in ogni fase dello sviluppo del calcio. Come emerge anche dal suo saggio precedente, Fare gol non serve a niente (2024), il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.

Nel suo ultimo lavoro, Pisapia racconta la storia dei mondiali di calcio attraverso tre principali categorie interpretative: 1) il collegamento tra la storia, o per meglio dire le narrazioni, del calcio e la produzione di miti secondo le interpretazioni di Furio Jesi e Roland Barthes, ovvero del mito come radice della cultura di destra, una macchina linguistica che lavora attraverso luoghi comuni, stereotipi e frasi fatte che rimuovono la dimensione materiale dei rapporti economici e sociali tra gli individui, nonché del mito come puro linguaggio, “impossibile da storicizzare e privo di ogni verità”; 2) l’analisi del tardo capitalismo secondo la lettura critica di Marx, dei marxisti e dei critici del postmodernismo; 3) l’idea che la corruzione, nel tardo capitalismo, sia la norma, l’orizzonte di senso che regola i rapporti di potere tra istituzioni calcistiche e istituzioni politiche.

Il saggio ripercorre lo svolgersi delle edizioni dalla prima del 1930 in Uruguay all’ultima negli Sati Uniti contestualizzando ogni edizione nella sua cornice storica, economica e politica. Sono molti i casi concreti citati da Pisapia a dimostrazione della creazione di questa macchina mitologica: dal falso racconto di Meazza che calcia un rigore decisivo tenendosi con una mano i pantaloncini calanti come simbolo dell’eroismo fascista, alla finta idea di una nazionale francese “postcoloniale” che vince i mondiali con una rosa piena di giocatori neri, immigrati di prima o seconda generazione ‒ mito che si racconta oggi come sessant’anni fa. I miti si incarnano sia nei collettivi sia nei singoli e ogni celebrazione prevede anche un’espulsione, un rimosso della coscienza e un’emarginazione dal sistema: nella storia dei miti del calcio coesistono Beckham, il divo conosciuto in tutto il mondo più per il gossip dei tabloid che per le sue prestazioni, e Maradona, il fenomeno che si oppose alla corruzione della FIFA e sostenne apertamente Che Guevara e Fidel Castro e per questo fu punito dai vertici del calcio tramite una squalifica per uso di cocaina; i connazionali Garrincha, il brasiliano bianco dissoluto che antepone i vizi e l’autosabotaggio al successo, e Pelè, “un house negro nella definizione di Malcolm X”, che accetta di diventare il portavoce delle peggiori dittature.

La FIFA ha prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.
In questo vortice di corruzione, tardocapitalismo e miti di destra, la FIFA, formalmente un’organizzazione senza fini di lucro secondo il diritto svizzero, che genera tuttavia bilanci e flussi di denaro miliardari, non può che essere un’organizzazione asservita alle peggiori dittature. Pisapia dimostra come fin dai mondiali assegnati nel 1934 all’Italia di Mussolini ‒ e vinti proprio dall’Italia grazie a palesi favoritismi ‒ la FIFA abbia prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.

È stato il caso delle dittature sudamericane nel corso del Novecento ed è quello più recente dei rapporti sempre più stretti tra Infantino, Trump e i dittatori affaristi del petrolio degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e del Qatar. A Donald Trump è stato assegnato nel 2025 un non meglio identificato FIFA Peace Prize ‒ poco dopo non aver ricevuto il Nobel ‒ e gli è stata addirittura donata la versione originale del trofeo del mondiale per club, giocato nello stesso anno negli Stati Uniti e vinto dal Chelsea. Alla fine dei mondiali del 2026 Trump ha voluto affiancare Infantino nella consegna della coppa ai vincitori, contro un protocollo secondo cui è solo il presidente della FIFA a consegnarla, infranto rarissime volte nella storia e sempre da dittatori.

Nelle precedenti due edizioni hanno ospitato il Mondiale Paesi come la Russia (2018) o il Qatar (2022): l’assegnazione di un evento così importante è lo strumento per garantire prestigio e riconoscimento ai governi, nonché per favorire l’ingresso di capitali e investimenti esteri nel Paese ospitante. A maggior ragione, quindi, la storia delle relazioni tra FIFA e governi è anche la storia della progressiva perdita di centralità dell’Europa, sia come centro di produzione calcistico sia come potenza politica ed economica. Se cento anni fa le nazionali europee dominavano le partite di calcio nel numero di partecipanti e nei risultati, oggi sono tanto marginali sul campo quanto lo sono i loro governi nei tavoli di negoziazione delle principali questioni internazionali. Il calcio si conferma il riflesso dei poteri che governano la società contemporanea.

Il calcio è potere è la prosecuzione coerente di Fare gol non serve a niente. Pisapia incornicia il suo nuovo saggio in un quadro teorico ben riconoscibile, che aveva permesso all’autore di strutturare anche la sua analisi del rapporto tra le forme del gioco e le forme dei flussi del capitale dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, quando siamo arrivati al paradosso per cui le quattro principali squadre rivali del campionato saudita, ad esempio, sono riconducibili alla stessa proprietà, in un mondo in cui i flussi di capitale sono impalpabili, inafferrabili e vorticosi e pochi imprenditori e fondi finanziari gestiscono l’economia globale. Pisapia riusa il proprio materiale in modo coerente, cita storie, teorie e aneddoti contenuti nei suoi libri precedenti per tracciare una linea di continuità tra i diversi elementi della sua riflessione teorica. Si tratta di una riflessione articolata e ricca di citazioni di pensatori che difficilmente si penserebbero associati a una riflessione sullo sport ‒ tra cui i filosofi della Scuola di Francoforte, Frederic Jameson, Guy Debord, Edward Said, Walter Benjamin, Jean Baudrillard e bell hooks , inseriti nel discorso in maniera coerente non tanto per analizzare il fatto sportivo in sé, quanto per sostenere la riflessione culturale più ampia che sta dietro al libro.

Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura. La prosa di Pisapia va anche in cerca di soluzioni letterarie, di un bel ritmo, dell’affabulazione del lettore, e per questo non mancano riferimenti più direttamente giornalistici e letterari, come nel caso dei brani meravigliosi di Splendori e miserie del gioco del calcio (1995) del giornalista uruguaiano Eduardo Galeano o delle citazioni di James Ballard e di Jeff VanderMeer che scandiscono le fasi della storia che Pisapia racconta.

Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura.
In questa operazione risiede, a mio parere, uno scarto rispetto alle tendenze di chi prova a “elevare” lo sport associandolo alla letteratura, all’arte, allo studio della società e del costume. Si dice spesso, per dare valore e credito sociale allo sport, che esso sia pari all’arte, che il gesto tecnico sia un gesto artistico. Così facendo si rischia, dal mio punto di vista, di riprodurre nello sport gli stessi meccanismi di estrazione del valore che regolano l’arte contemporanea. Pisapia si impegna, invece, nell’operazione opposta, ovvero il tentativo di svelare e possibilmente rimuovere dalla contemplazione del gesto tecnico ‒ a cui mai i tifosi dovrebbero rinunciare ‒ ogni possibile sovrastruttura che permette al calcio di essere feticcio del potere politico e economico. Nell’intento di Pisapia, credo, mentre guardiamo una partita e vediamo muoversi il pallone devono comparirci davanti agli occhi i flussi di soldi che qualche società fantasma con sede in paradisi fiscali sta muovendo per ingrassare le casse di imprenditori e affaristi. Non per impedirci di esultare quando la nostra squadra farà gol, ma perché, proprio a partire dal disvelamento e dal sospetto, si possano gettare le basi per una nuova struttura nel calcio.

L'articolo Il fischio della fine proviene da Il Tascabile.

La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA

6 Agosto 2026 ore 00:55

Fotografia e traduzione lasciano spazio all’intelligenza incorporata, alla robotica agricola e alle tecnologie che collegano il cervello alle macchine. La Cina sta modificando l’offerta delle proprie università per adattarla allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle esigenze dell’industria.

Nel 2024 il ministero dell’Istruzione cinese ha autorizzato 1.839 nuove attivazioni di corsi di laurea e ne ha cancellate 1.428. Altri 2.220 corsi hanno sospeso le iscrizioni. I numeri si riferiscono alle singole attivazioni nei diversi atenei ( lo stesso percorso può essere aperto o chiuso in più università ed essere quindi conteggiato diverse volte). Nel Paese risultavano complessivamente attivi circa 62.800 corsi universitari.

La dimensione della trasformazione emerge soprattutto osservando quali percorsi vengono ridotti e quali prendono il loro posto. Uno dei casi più significativi riguarda la Communication University of China di Pechino, uno dei principali atenei del Paese nel campo della comunicazione, del cinema e dei media. Nel quadro di una riorganizzazione avviata nel 2018, l’università ha chiuso, accorpato o trasformato sedici corsi e indirizzi, tra i quali fotografia e traduzione. Fotografia non scompare completamente dall’insegnamento, ma perde la propria autonomia e confluisce in percorsi più ampi dedicati al cinema, alle immagini e alla produzione audiovisiva.

Secondo Liao Xiangzhong, dirigente dell’università, lo sviluppo degli smartphone, dei social network e delle immagini generate dall’intelligenza artificiale ha trasformato il mestiere. Tecniche fotografiche, postproduzione e creazione delle immagini possono essere insegnate insieme, all’interno di una formazione più ampia. Ancora più netta è la posizione dell’ateneo sulla traduzione. Liao sostiene che una parte consistente della traduzione ordinaria sia ormai svolta dall’intelligenza artificiale e che dedicare quattro anni alla preparazione di uno specialista concentrato esclusivamente su una lingua utilizzi risorse che potrebbero essere impiegate per una formazione più articolata. L’università sta quindi trasformando alcuni corsi linguistici in percorsi misti. Lo spagnolo, per esempio, può essere affiancato alla comunicazione audiovisiva e alla conduzione radiotelevisiva, formando professionisti che conoscano la lingua e sappiano utilizzarla nei media e nella comunicazione internazionale. La riorganizzazione ha interessato anche fumetto, arte dei nuovi media, comunicazione visiva e moda, oltre ad alcuni percorsi di economia, management, ingegneria e discipline umanistiche. Secondo una ricostruzione di Le Monde, i tagli effettuati dalle università cinesi si stanno concentrando soprattutto sulle arti creative, sulle lingue straniere, sulle scienze umane e sul management.

Le discipline umanistiche vengono quindi ridotte, ma non sono oggetto di una cancellazione generalizzata. Gli interventi riguardano soprattutto corsi con pochi iscritti, scarse prospettive occupazionali o competenze già coinvolte nell’automazione, come la traduzione di base.

In molti casi le materie perdono la propria autonomia e vengono integrate con informatica, intelligenza artificiale, comunicazione o discipline scientifiche. Alla Beijing Language and Culture University, per esempio, lo studio del francese è stato collegato alla formazione scientifica attraverso un accordo con la Beijing University of Chemical Technology. L’obiettivo è preparare laureati capaci di utilizzare la lingua in settori tecnici, industriali e scientifici. La Communication University of China respinge infatti l’idea di una semplice eliminazione delle arti e delle materie umanistiche. Tra il 2018 e il 2025 l’ateneo ha introdotto venti nuovi percorsi, tra i quali scienza e tecnologia intelligente, giornalismo internazionale, tecnologie per le immagini intelligenti, progettazione artistica dei videogiochi e ingegneria audiovisiva intelligente.

Il modello è quello dell’accorpamento, le competenze tradizionali restano ma vengono unite all’informatica, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale. L’università ora prepara professionisti capaci di lavorare insieme alle nuove tecnologie.

Nel 2025 il ministero dell’Istruzione ha inserito nel catalogo nazionale 29 nuove lauree. Tra queste compaiono educazione all’intelligenza artificiale, ingegneria audiovisiva intelligente, teatro digitale, scienza e ingegneria della neutralità carbonica, ingegneria molecolare intelligente, tecnologie per i dispositivi medici e ingegneria delle informazioni spazio-temporali. È stata introdotta anche una laurea in tecnologia e ingegneria delle basse quote, pensata per preparare tecnici e progettisti destinati al settore dei droni, dei velivoli senza pilota e dei nuovi sistemi di trasporto aereo. Le prime autorizzazioni hanno riguardato sei università, tra cui la Beihang University di Pechino, specializzata nel settore aeronautico. Nel 2026 il catalogo è stato aggiornato con altri 38 percorsi e comprende ora 883 diverse specializzazioni. Per la prima volta è stata inoltre introdotta una categoria dedicata alle discipline interdisciplinari, nella quale trovano spazio robotica del futuro, ingegneria interdisciplinare, intelligenza incorporata e scienza e tecnologia cervello-macchina. L’intelligenza incorporata combina algoritmi, sensori e robot capaci di muoversi e interagire con il mondo fisico. Nove università sono state autorizzate ad attivare questo percorso, con l’obiettivo di formare personale per le fabbriche automatizzate, la logistica, l’agricoltura e i servizi.

La Cina sta quindi costruendo un’università sempre più legata alle necessità dell’industria e alla velocità dell’innovazione tecnologica. Resta da capire se preparare gli studenti per i lavori del futuro significherà davvero inseguire ogni nuova macchina, oppure insegnare loro a governarla.

 

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Linux Kernel Begins Phasing Out the crypto_rng Layer to Simplify Random Number Generation

Linux Kernel Begins Phasing Out the crypto_rng Layer to Simplify Random Number Generation

Linux kernel developers are moving forward with plans to remove the crypto_rng API layer, a long-standing component of the kernel's cryptographic subsystem. The proposed change is part of a broader effort to simplify the kernel's internal architecture by eliminating redundant code paths and encouraging developers to rely on the kernel's modern random number generation interfaces instead. (phoronix.com)

Although the change happens entirely behind the scenes, it reflects the Linux kernel community's ongoing commitment to reducing technical debt, improving maintainability, and modernizing core infrastructure.

What Is the crypto_rng Layer?

The crypto_rng framework is an API within the Linux kernel's Crypto API that provides random number generation services for kernel components.

Historically, it allowed different kernel subsystems and drivers to request random data through a generic cryptographic interface. Over time, however, the kernel's dedicated random number generator has matured considerably, making much of the crypto_rng abstraction unnecessary. (kernel.org)

Today, developers generally recommend using the kernel's built-in random number generation functions directly instead of routing requests through the older crypto layer.

Why Developers Want to Remove It

According to discussions on the Linux kernel mailing list, the crypto_rng layer has become largely redundant.

Modern kernel code already relies on well-established interfaces such as:

  • get_random_bytes()
  • get_random_u32()
  • get_random_u64()

These functions are maintained as part of the kernel's primary random number generation subsystem and are widely used throughout Linux. Maintaining an additional abstraction layer increases code complexity without providing significant practical benefits. (phoronix.com)

Removing unnecessary infrastructure also makes the kernel easier to maintain and audit over the long term.

Simplifying the Crypto API

The Linux Crypto API has evolved significantly over the years as new algorithms, hardware accelerators, and security features have been introduced.

Kernel maintainers have increasingly focused on:

Fuerte derrota de Milei: el Gobierno obligado a retirar la extranjerización de tierras de su proyecto de ley

5 Agosto 2026 ore 22:16

El Gobierno de Javier Milei volvió a chocar contra la pared este miércoles. Ante la rebelión de sus propios aliados y el rechazo de gobernadores, la Casa Rosada se vio obligada a bajar el capítulo de extranjerización de tierras de la ley de propiedad privada que impulsaba Federico Sturzenegger. Lo que se presentaba como una bandera ideológica más del liberalismo extremo terminó siendo una demostración de debilidad política y de improvisación.

La decisión no fue fruto de una reflexión estratégica ni de un diálogo institucional serio. Fue una retirada forzada. Cuando quedó claro que no había votos —ni siquiera para garantizar el quórum— y que senadores como la salteña Flavia Royón no acompañarían, mientras el mendocino Rodolfo Suárez planeaba ausentarse, el oficialismo no tuvo más remedio que dar marcha atrás. “¿Quién bajó el capítulo de tierras? La realidad, no tenían los votos”, resumió con crudeza un legislador radical.

El episodio deja al desnudo varios problemas de este Gobierno. En primer lugar, la incapacidad de construir consensos incluso dentro de su propio espacio. Patricia Bullrich, que intentó recuperar apoyos atacando a Máximo Kirchner y Lázaro Báez en una conferencia de prensa, no logró revertir el efecto cascada. Gobernadores aliados, como Osvaldo Jaldo, Raúl Jalil, Rolando Figueroa y Hugo Passalacqua, también se pronunciaron en contra. La jefa del bloque libertario tuvo que convocar de urgencia a las bancadas aliadas para comunicarles el retiro de los artículos más polémicos, solo para salvar el resto del proyecto y no hacer naufragar la sesión.

En Casa Rosada ya habían advertido a Bullrich sobre el costo político de insistir, pero ella avanzó de todos modos. El resultado: una derrota que se suma a otras fricciones legislativas y que deja al Gobierno más lejos de esa agenda parlamentaria ambiciosa que pretende (eliminación de las PASO, recorte de zonas frías, etc.).La medida, de haberse aprobado, habría abierto la puerta a una mayor concentración de tierras en manos extranjeras en un país donde la soberanía territorial se encuentra al acecho. Que el propio oficialismo haya tenido que sacrificarla por falta de números no es una muestra de pragmatismo virtuoso, sino de un cálculo errado y de una debilidad que ya no puede disimularse.

He Took A Risk

5 Agosto 2026 ore 21:30

💾

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Per arrivare qui abbiamo fatto una follia 👉 Due finali che ci lasciano senza parole!

18 Luglio 2026 ore 01:41

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1177: Alle Faroe ci sono luoghi che sembrano usciti da un film.

E poi ci sono quelli che, in un film, ci sono davvero.

Durante il nostro viaggio tra le isole siamo andati alla ricerca di un posto molto particolare, nascosto in uno degli angoli più remoti e spettacolari dell'arcipelago.

Questa volta il nostro viaggio ci porta sulle tracce di James Bond e di una delle scene più iconiche di No Time to Die, girata proprio qui alle Faroe.

Per arrivarci bisogna attraversare paesaggi incredibili, strade isolate e un'isola che sembra appartenere a un altro mondo.

E poi? Ragazzi, ci sarà da ascoltare una storia assurda!

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Genova futuro anteriore

di: loc
5 Agosto 2026 ore 20:00

Report assemblea nazionale

Genova 18 luglio 2026

No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.

A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci  a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.

Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.

L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.

Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi.  Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.

A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.

A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.

Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione

Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.

  • Da settembre: carovana per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare;
  • Ad ottobre: mobilitazione nazionale a Castelvolturno contro la costruzione del CPR presso “La Piana” e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti;
  • 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche;
  • 16 ottobre:  Sciopero per la giustizia climatica e sociale;
  • 14 e 15 novembre, Bologna: Europe Beyond The West, un meeting europeo di attivist* No Kings.
  • 14 novembre: Climate pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31.
  • 5 e 6 dicembre, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale.

Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. 

L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre. 

Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.

Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.

Venticinque anni dopo, brucia ancora.

A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.

No Kings – let’s make radical democracy

Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:

 

In solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa

5 Agosto 2026 ore 19:31

Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:

Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa

«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto».

In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.

Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…

Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia!

I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.

Trento, 31 luglio 2026

Comitato No Tav di Trento

SECRET CIA BLACK SITE At Night ASMR Relaxing Ambience TRUE SOUND #sleep #asmr #relax #audio #scifi

5 Agosto 2026 ore 18:33

💾

Help this channel: https://tinyurl.com/asbesto

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NOTE: the CIA ROOM is just a joke :)

This is a room we cleaned and my friend @iu8ojt162 took this picture a while ago. The room had some sort of CIA black site vibe: no windows, neon light, a ventilation shaft, and nothing else. We put a bed inside just to take this... disturbing picture of me laying on the bed :)

I recorded this audio at 02:00 of an undefined night here.

About 3 Hours non stop of true full recording.
Absolutely no loops.

Recorded with ZOOM H2N, Stereo

Photo (C) by Marco Ascrizzi @iu8ojt162

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

5 Agosto 2026 ore 18:17

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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GOVERNO: CONSULTAZIONE PER TRASFORMARE PLASTICHE IN RISORSE

5 Agosto 2026 ore 09:27

Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.

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Il governo del Benin blocca il Forum Sociale Mondiale: solidarietà ai movimenti di 108 Paesi

Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.

È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.

L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.

Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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SCIOPERO LAVORATORI ASA SPA E RISCHIO MALORI PER IL CALDO ECCESSIVO. L’AZIENDA VUOLE PUNIRE I LAVORATORI CHE HANNO SCIOPERATO? VENERDI’ 7 AGOSTO CONFERENZA STAMPA DAVANTI AL COMUNE

5 Agosto 2026 ore 16:37

In queste settimane di caldo estremo, l’Unione Sindacale di Base ha promosso decine di interventi in altrettante aziende, per ottenere opportune misure di mitigazione contro il rischio stress termico per i lavoratori che operano in condizioni critiche. Purtroppo, non tutte le realtà hanno deciso di adottare interventi sufficienti. Una di esse è la partecipata ASA Spa e le società collegate del gruppo.
Anche grazie alla proclamazione e al successivo sciopero, effettuato il giorno 31 luglio, la dirigenza aziendale ha iniziato a mettere in campo alcuni interventi per salvaguardare la salute e la sicurezza degli operatori.
Contemporaneamente siamo venuti a conoscenza della volontà di sanzionare i lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 31 luglio esercitando un proprio diritto costituzionale. Tutto ciò perché la Commissione di Garanzia, attraverso un procedimento non è ancora concluso, ha eccepito alcune “irregolarità” rispetto alla tempistica della proclamazione. Irregolarità che stiamo contestando con forza. Proprio per queste ragioni una delegazione di lavoratori ASA e Giunti Srl era presente a Roma davanti alla sede della Commissione di Garanzia.
Punire i lavoratori per uno sciopero sarebbe un fatto gravissimo a maggior ragione per un’azienda a maggioranza pubblica.
Anche qualora la commissione dovesse effettivamente sanzionare il nostro sindacato, non certo a causa di un nostro effettivo errore ma solo per la volontà di colpire l’unica organizzazione che si è attivata su questo tema, non vi sarebbe nessun obbligo di procedere con contestazioni disciplinari nei confronti dei singoli lavoratori.
Inoltre, i servizi minimi e le emergenze sono stati garantiti per tutta la giornata di astensione del lavoro. Quindi, in quel caso, ci sarebbe solo la volontà di “vendicarsi” nei confronti di chi ha avuto il coraggio di alzare la testa e protestare costringendo la dirigenza ad interventi concreti.
Cosa ne pensa il socio pubblico di questo atteggiamento? È normale colpire i lavoratori che scioperano?

Ne parleremo nel dettaglio, durante una conferenza stampa il giorno venerdì 7 agosto dalle ore 11:30 davanti al Comune. Sarà anche l’occasione per fare il punto su tutti gli interventi effettuati in merito al caldo estremo nei luoghi di lavoro. Dal porto alla logistica, dalle fabbriche ai cantieri edili.

USB Livorno

CIBO PER ANIMALI, LA SPAGNOLA COTECNICA ACQUISTA LIFE PET CARE

5 Agosto 2026 ore 16:31

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.

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CACCIA ALLE BALENE, 21 ATTIVISTI ESPULSI DALL’ISLANDA

5 Agosto 2026 ore 16:18

Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.

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“Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro

5 Agosto 2026 ore 16:29

Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.

L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.

Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.

Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.

Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.

Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.

Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.

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Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

5 Agosto 2026 ore 16:00
2 Min Read

Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

NASA astronaut and Expedition 71 Flight Engineer Tracy C. Dyson swaps out sample processors for the Pharmaceutical In-space Laboratory experiment that is exploring the production and manufacturing of medicines to benefit astronauts in space and humans on Earth. The processors were installed in the Advanced Space Experiment Processor, or ADSEP, that can process a variety of research samples and be delivered to the International Space Station and returned to Earth aboard the SpaceX Dragon cargo craft.
NASA astronaut Tracy C. Dyson swaps out sample processors in the Advanced Space Experiment Processor (ADSEP).
Credits: NASA

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s  ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.

Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.

Close-up microscope image of transparent, hexagonal and cubic crystals against a warm orange-pink background.
Crystals are grown aboard the International Space Station as part of ADSEP-PIL-02, an investigation that aims to study the effects of microgravity on various types of crystals.
Redwire

The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.

Adenot, wearing light blue polo shirt and black cargo pants, smiles as she holds a gray cassette the size of a lunchbox. The surrounding walls, ceiling, and floor are covered with cables, cameras, laptops, storage bags, and research equipment.
European Space Agency (ESA) astronaut Sophie Adenot displays a cassette for the ADvanced Space Experiment Processor (ADSEP).
NASA

Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.

Image of several juvenile bobtail squid suspended in water against a light background. The small, translucent squid have rounded, oblong bodies covered with tiny brown pigment spots and have tiny tentacles extending just below their round black eyes. Four squid are in the forefront in focus while several others are blurred in the background.
Juvenile bobtail squid swimming in seawater just after hatching as part of the ADSEP-UMAMI investigation.
University of Florida

ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.

The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.

Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

5 Agosto 2026 ore 16:00
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Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

NASA astronaut and Expedition 71 Flight Engineer Tracy C. Dyson swaps out sample processors for the Pharmaceutical In-space Laboratory experiment that is exploring the production and manufacturing of medicines to benefit astronauts in space and humans on Earth. The processors were installed in the Advanced Space Experiment Processor, or ADSEP, that can process a variety of research samples and be delivered to the International Space Station and returned to Earth aboard the SpaceX Dragon cargo craft.
NASA astronaut Tracy C. Dyson swaps out sample processors in the Advanced Space Experiment Processor (ADSEP).
Credits: NASA

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s  ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.

Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.

Close-up microscope image of transparent, hexagonal and cubic crystals against a warm orange-pink background.
Crystals are grown aboard the International Space Station as part of ADSEP-PIL-02, an investigation that aims to study the effects of microgravity on various types of crystals.
Redwire

The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.

Adenot, wearing light blue polo shirt and black cargo pants, smiles as she holds a gray cassette the size of a lunchbox. The surrounding walls, ceiling, and floor are covered with cables, cameras, laptops, storage bags, and research equipment.
European Space Agency (ESA) astronaut Sophie Adenot displays a cassette for the ADvanced Space Experiment Processor (ADSEP).
NASA

Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.

Image of several juvenile bobtail squid suspended in water against a light background. The small, translucent squid have rounded, oblong bodies covered with tiny brown pigment spots and have tiny tentacles extending just below their round black eyes. Four squid are in the forefront in focus while several others are blurred in the background.
Juvenile bobtail squid swimming in seawater just after hatching as part of the ADSEP-UMAMI investigation.
University of Florida

ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.

The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.

China jails retired defence tech overseer for 10 years in US$6.3m corruption case

A former senior Chinese defence official has been sentenced to 10 years in prison for accepting over 43 million yuan (US$6.3 million) in bribes, as China’s anti-corruption drive continues it sweep through the military sector. Zhang Jianhua, former deputy head of China’s State Administration of Science, Technology and Industry for National Defence, was sentenced on Wednesday by the Dazhou Intermediate People’s Court in Sichuan province, according to state news agency Xinhua. The court was told...

Best Summer Fails EVER | 100% Stupid and Naughty

5 Agosto 2026 ore 15:00

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Summer's best 😭☀️ ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

Catch all our shows streaming today ➝ https://www.failarmy.com/pages/watch-live

FailArmy is the world’s number one source for epic fail videos and hilarious compilations. We’re powered by fan submissions and feedback from all around the world, with over 69 million fans across digital platforms! From our team to you all, thank you for your support 😊

To license any of the videos shown on FailArmy, please visit Jukin Media at http://bit.ly/jukinlicense

#FailArmy #Fails

In the news: New Linux Flaw Lets Attackers Escape VMs; Three Lines of Code…

In the news: New Linux Flaw Lets Attackers Escape VMs; Three Lines of Code Improve Linux Storage Performance; AUR Hit Again with Malicious Packages; Alpine Linux 3.24 Features Fresh Desktops and a Newer Kernel; EU Open Source Strategy Plays Key Role in Tech Sovereignty Package; Linux Foundation Report Indicates AI Driving Tech Hiring; and United Nations Open Source Portal Goes Live.

TV SELECO SP170: Nicola ripara GUASTi, DIFETTI e CORREGGE ERRORI!!! #seleco #vlog #diy #repair #tv

5 Agosto 2026 ore 13:00

💾

Fai una donazione al MUSEO: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=MREAYGFJZWP7J

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Per maggiori informazioni: https://miai.musif.eu

Questo video e' relativo al TV SELECO SP170...
L'avevo messo sicurezza in un precedente video, ha funzionato benissimo per MESI, dopodiche' ESSO SI RUPPE. Cio' e' tragico!

Nicola @nicolagiampietro6424, dopo aver scovato un guasto incredibilmente complicato, sistema altre magagne, tra cui un difetto di progettazione per migliorare la qualita' video!!!

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Commentaires sur Les Framactus – Juillet 2026 par Raymond B

Juste une idée qui est aussi une question existe t il un fond commun de soutien aux logiciels libres ? L’idée serait de donner / cotiser pontuellement ou pas à un fond aux quels les dev pourraient avoir recours pour soutenir leurs appli / logiciels plutôt que donner à 123 entités différentes. Oui je sais c’est un brin centralisateur mais quand faut manger des fois on plie (un peu) devant l’efficacité

Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più”

5 Agosto 2026 ore 12:53

Elon Musk immagina un futuro nel quale lo Stato accredita denaro direttamente sui conti dei cittadini, l’inflazione scompare e lavorare diventa una scelta. A produrre quasi tutto penseranno l’intelligenza artificiale e i robot. È lo scenario descritto da Musk durante una lunga intervista concessa a Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, registrata il 20 luglio 2026.

Secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, entro una decina d’anni il denaro potrebbe perdere gran parte della propria importanza. Alla base di questa previsione c’è un cambiamento ancora più radicale. Secondo Musk, entro i prossimi dieci anni il mondo sarà dominato da una “quantità soverchiante” di intelligenza artificiale, molto più grande della somma di tutte le intelligenze umane. Il sorpasso potrebbe avvenire già entro cinque anni, a meno che un evento catastrofico, come una “guerra nucleare massiccia”, interrompa la rivoluzione in corso. Come cambierà allora l’equilibrio dei poteri tra uomini e macchine? “Non ci sarà nulla che l’AI non potrà fare meglio degli esseri umani, a parte essere umani”, sostiene Musk. Per questo ritiene “improbabile che gli esseri umani saranno in controllo”. Tra l’intelligenza artificiale e quella umana potrebbe crearsi, secondo il suo paragone, una distanza simile a quella che oggi separa l’intelligenza degli esseri umani da quella degli scimpanzé. Uno scenario che, nelle parole di Musk, dovrebbe entusiasmare più che spaventare, perché potrebbe aprire “un’era di straordinaria abbondanza, nella quale tutti potranno avere qualsiasi cosa desiderino”. “Per cosa vogliamo il denaro?”, domanda Musk. “Per comprare beni e servizi: cibo, case, trasporti, intrattenimento. Ma se robot e intelligenza artificiale saranno in grado di produrre più beni e servizi di quanti ogni essere umano possa consumarne, a cosa servirà ancora il denaro?”

La sua previsione si basa su un aumento della produttività senza precedenti. Fabbriche automatizzate, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale potrebbero produrre oggetti e fornire servizi continuamente, con costi sempre più bassi e un bisogno sempre minore di lavoro umano. A quel punto, sostiene Musk, il problema economico principale non sarebbe più l’inflazione, ma la deflazione.

Durante l’intervista, Zanny Minton Beddoes chiede a Musk: come potranno vivere le persone se gran parte dei lavori verrà svolta dalle macchine? E Musk risponde: “Penso che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni per le persone”. Non un reddito minimo destinato esclusivamente a chi si trova in difficoltà, ma quello che Musk definisce un “reddito universale elevato”, in inglese universal high income. (ne avevamo già parlato qui)

La differenza rispetto al reddito universale di base è sostanziale. Il reddito di base garantisce una somma sufficiente a coprire le necessità essenziali, Musk immagina invece una società nella quale l’abbondanza prodotta dalle macchine permetta a tutti di accedere a un livello di vita molto più alto.

L’intervistatrice gli fa notare che distribuire denaro senza una corrispondente entrata fiscale rischierebbe di alimentare l’inflazione, Musk risponde ribaltando il ragionamento, ovvero se la quantità di beni e servizi cresce più velocemente della quantità di denaro in circolazione, i prezzi scendono. “Faccio una previsione”, afferma. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione. Se la produzione di beni e servizi aumenta più rapidamente dell’offerta di moneta, si avrà deflazione”. In altre parole, il governo potrebbe immettere nuovo denaro nell’economia senza provocare aumenti generalizzati dei prezzi, perché robot e intelligenza artificiale produrrebbero ancora più velocemente case, energia, trasporti, alimenti e servizi. È una previsione, non una legge economica dimostrata, e presuppone che l’enorme produttività delle macchine si traduca davvero in una maggiore disponibilità di beni per tutti: “Il denaro smetterà di essere importante nel 2036”. Musk aveva espresso lo stesso concetto pochi mesi prima, intervenendo all’Abundance Summit organizzato da Peter Diamandis, anche in quell’occasione aveva previsto un “reddito universale elevato” finanziato attraverso l’emissione di denaro pubblico.

Secondo Musk, AI e robot arriveranno a produrre talmente tanto da esaurire buona parte dei desideri materiali umani. In questa economia dell’abbondanza, il valore del denaro diminuirebbe progressivamente, fino a diventare quasi irrilevante. Il paragone utilizzato è quello della società raccontata in Star Trek, nella quale la tecnologia ha superato la scarsità materiale e l’accumulazione di denaro ha perso la funzione che possiede oggi.

Musk immagina un mondo nel quale tutti ricevono un reddito elevato e possono accedere a quasi ogni bene desiderato. Una nuova forma di libertà, in cui il lavoro smette di essere una necessità e torna a essere una scelta, restituendo alle persone ciò che oggi manca più di tutto: il tempo per vivere.

 

L'articolo Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più” proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

La disuguaglianza oltre i luoghi comuni

5 Agosto 2026 ore 12:48

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alleconomista Maurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.

L’intervista

a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro

Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle. In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.

La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?

Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.

La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.

Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.

Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.

Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?

Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.

Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.

Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?

Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.

Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?

Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.

Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.

Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.

Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?

Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.

Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.

Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.

Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.

Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?

Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.

Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.

(Intervista a cura di Pandora Rivista)

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Cannaflavina A: il flavonoide della cannabis che inibisce fino al 99% la crescita di cellule tumorali

5 Agosto 2026 ore 12:47
La ricerca sulla cannabis continua a rivelare composti poco conosciuti ma potenzialmente molto interessanti dal punto di vista medico. Tra questi c’è la cannaflavina A, un flavonoide naturalmente presente nella pianta che, secondo i risultati preliminari diffusi dalla società statunitense Standard Seed Corporation (SSC), avrebbe mostrato un’importante attività antiproliferativa contro diverse linee cellulari tumorali durante …

PONTE SULLO STRETTO, CDM: “S’HA DA FARE, PER MOTIVI IMPERATIVI”

5 Agosto 2026 ore 12:01

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, ha adottato, ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, una deliberazione di dichiarazione della sussistenza dei motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, legati alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica, per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria. La deliberazione fa seguito agli adempimenti istruttori disciplinati dal decreto-legge 11 marzo 2026, n. 32, ed è fondata sul provvedimento del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica del 2 luglio 2026, relativo alla ricognizione delle valutazioni ambientali e all’assenza di soluzioni alternative, e sul provvedimento del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 3 luglio 2026, relativo alle conseguenze dell’opera sulla sicurezza pubblica e sulla salute dell’uomo. Tre siti interessati dall’opera rientrano nella Rete Natura 2000: a fronte dell’incidenza sui relativi habitat sono previste misure di compensazione idonee a garantire la coerenza globale della rete. Il Consiglio dei ministri ha inoltre autorizzato la trasmissione della deliberazione e dei relativi provvedimenti, per informazione e per il tramite del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, alla Commissione europea.

La direttiva 92/43/CEE (direttiva Habitat)  disciplina la deroga per la realizzazione di piani o progetti che, nonostante un esito negativo della valutazione di incidenza (VIncA) e in mancanza di soluzioni alternative, devono comunque essere approvati per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico (IROPI), imponendo l’adozione di tutte le misure compensative necessarie per garantire la coerenza globale di Natura 2000.

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Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

5 Agosto 2026 ore 12:01
Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

Stai riscontrando fastidiosi problemi con Spotify su Android? L'app si blocca, la musica si interrompe o l'interfaccia è diventata lenta? Se hai risposto di sì, sappi che non dipende dal tuo smartphone. Sei in ottima compagnia: un bug sta colpendo un numero sempre maggiore di utenti in tutto il mondo. Infatti il problema è così diffuso che la stessa Spotify ne è perfettamente a conoscenza.

Analizziamo insieme i sintomi più comuni, le possibili cause e cosa puoi fare in attesa di una soluzione ufficiale.

I sintomi del bug: riconosci il problema?

I malfunzionamenti segnalati dagli utenti sono chiari e, con ogni probabilità, ti suoneranno familiari. Molti lamentano un'esperienza d'uso peggiorata in modo progressivo, che ha trasformato un'app un tempo fluida in una fonte di frustrazione.

Ecco i problemi con Spotify su Android più comuni:

  • Caricamenti infiniti: l'app impiega molto più tempo del solito ad avviarsi o a caricare contenuti.
  • Interfaccia bloccata: navigare tra i menu diventa un'impresa, con l'app che smette di rispondere ai comandi per alcuni secondi.
  • Interruzione della riproduzione in background: forse il problema più irritante.

La musica si ferma senza un motivo apparente, costringendoti a riaprire l'applicazione per farla ripartire. Purtroppo non è neanche la prima volta che gli utenti riscontrano difficoltà nell'utilizzare l'app. Se ti ritrovi in questa descrizione, continua a leggere per capire perché sta succedendo.

Non è colpa del tuo telefono ma sono problemi di Spotify su Android

Il primo istinto è spesso quello di dare la colpa al proprio dispositivo. In questo caso, però, non è così. I problemi colpiscono una vasta gamma di smartphone, dai top di gamma più recenti ai modelli di fascia media più datati.

Il disagio è così esteso che Spotify ha aperto un thread ufficiale sulla sua community per raccogliere le segnalazioni, confermando che la causa risiede nel codice dell'applicazione. Curiosamente, gli utenti iOS e PC sembrano riscontrare queste difficoltà in forma minore.

Quali sono le cause dei problemi di Spotify su Android?

Sebbene manchi una comunicazione ufficiale sulle cause tecniche, l'ipotesi più accreditata è che l'app sia diventata troppo pesante.

Negli ultimi anni, Spotify ha integrato numerose funzionalità: podcast, audiolibri, nuove interfacce e molto altro. Quando si stratificano nuove funzioni senza un'adeguata ottimizzazione del codice, il risultato è un'applicazione che richiede sempre più risorse. La gestione della memoria del client Android sembra essere il punto debole, causando i rallentamenti e i blocchi che molti utenti stanno sperimentando.

Soluzioni temporanee: cosa puoi provare subito

Nell'attesa di un fix ufficiale per i problemi di Spotify su Android, le soluzioni classiche possono offrire un sollievo momentaneo.

Puoi provare a:

  • Svuotare la cache dell'app dalle impostazioni del telefono.
  • Disinstallare e reinstallare completamente l'app di Spotify.

Diversi utenti hanno confermato che queste procedure aiutano, ma l'effetto è purtroppo temporaneo. Infatti dopo poche ore o qualche giorno di utilizzo, i problemi tendono a ripresentarsi.

Perché queste soluzioni non sono definitive?

La risposta è semplice: queste azioni agiscono sul tuo dispositivo, ma non correggono il problema alla radice, che risiede nel software di Spotify. È come svuotare l'acqua da una barca con una falla: un aiuto momentaneo che non risolve la perdita. La soluzione vera e propria può arrivare solo dagli sviluppatori dell'app con un aggiornamento mirato.

Cosa aspettarsi per risolvere i problemi di Spotify su Android

Qui arriviamo alla nota dolente. Nonostante il problema sia noto e ufficialmente riconosciuto, Spotify non ha ancora fornito una tempistica per il rilascio di un aggiornamento risolutivo. Al momento l'azienda sta raccogliendo feedback, ma tutto tace su una possibile data di rilascio di un patch.

In un mercato competitivo con alternative come YouTube Music e Apple Music, un'esperienza utente scadente è un rischio che Spotify non ci si può permettere a lungo. La speranza è che la pressione della community spinga l'azienda ad agire in fretta.

Per ora, non resta che armarsi di pazienza.

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James Talarico Accused Ken Paxton of Voter Fraud. His Own Voter Registration Is Raising Questions.

5 Agosto 2026 ore 12:00
A man speaks into a handheld microphone, gesturing with his right hand as he addresses an audience inside a wood-paneled room. Framed photos and artwork decorate the wall behind him.
State Rep. James Talarico accused his U.S. Senate opponent, Texas Attorney General Ken Paxton, of voter fraud after a ProPublica-Texas Tribune report. Last week, Paxton hit back with similar accusations. Aiden Gonzalez/The Texas Tribune

Texas state Rep. James Talarico voted in five elections using his parents’ address after purchasing a home for himself nearby, a practice that may have violated state voting laws, ProPublica and The Texas Tribune found.

This comes weeks after Talarico accused Attorney General Ken Paxton, his opponent in the race for U.S. Senate, of voter fraud for similar actions. The news organizations reported in July that Paxton voted using an address where his estranged wife, state Sen. Angela Paxton, said he hasn’t lived for two years.

Paxton has made eradicating voter fraud a cornerstone of his time in office by advocating strict enforcement of the law, including in cases against voters who allegedly used false addresses when casting ballots. Paxton’s campaign has said he is a “lawful, registered Texas voter” but has repeatedly declined to answer detailed questions about his residency and voting history.

Piecing together Talarico’s voting history is more difficult than it is for Paxton. Talarico, unlike the attorney general, redacts his address on the Travis County voter rolls under a state law that allows some public officials to shield personal information for safety reasons. But unredacted records Talarico’s campaign provided the newsrooms show that he listed his parents’ address on his voter registration in November 2021.

He purchased a home in June 2022 but did not change his voter registration address until September 2024, the news organizations’ review of Travis County records shows. The new address is redacted, but Talarico’s campaign previously told the newsrooms that he currently lives and is registered to vote at the north Austin home he owns.

Talarico’s campaign declined to answer questions about his residency and voting history, including when he began living at the home he owns. Campaign spokesperson JT Ennis said “right-wing actors” had made “credible threats” about trying to locate Talarico and his family.

Texas law requires that residents register to vote where they live. This ensures they are voting for those who actually represent them. The provisions of the law, however, are “broad and vague,” said Andrew Cates, a Texas ethics attorney.

Courts have previously ruled that there is no single way to determine a voter’s residence, and prosecuting such cases requires proof that a voter “knowingly” or “intentionally” broke the law.

Given this, Cates said he doubts that either Talarico or Paxton committed voter fraud, but he said Paxton should be held to a higher standard. As the state’s top lawyer, Paxton is responsible for enforcing election laws and has aggressively pursued alleged violators.

“When the top officials go looking for people to skewer for it, and then do it themselves, it really smacks of hypocrisy,” Cates said.

In 2024, Paxton helped oust judges on Texas’ highest criminal court who prevented him from unilaterally prosecuting election crimes. And, two weeks before this year’s primary election, Paxton announced the creation of an election fraud tip line. His office warned Texans that “it is illegal to misrepresent your residence on election records or to establish a residence for the purpose of influencing the outcome of an election.”

Paxton’s unyielding stance on election crimes fueled charges from Talarico and other critics that he considers himself above the law.

“Our Republican secretary of state here in Texas has already said that our elections are safe and secure,” Talarico said at a Houston campaign event last month. “But as our state’s attorney general, Ken Paxton has gone on a voter fraud witch hunt. Turns out, he was committing voter fraud the whole time.”

Last week, Paxton hit back.

In a news release and on social media, Paxton said Talarico broke state law, citing reports from conservative news outlets suggesting the Democrat had not lived in the district for at least a year when he was elected to the Texas House in 2022. Talarico, Paxton said, “blatantly committed election fraud showing a complete disregard for Texas residency requirements.”

Records provided by Talarico’s campaign appear to show that he did comply with residency requirements during the period scrutinized by the conservative outlets.

In October 2021, Talarico announced he would move to the area where he grew up after Republicans redrew his Texas House district to favor their party.

Talarico updated his address to his parents’ home in the new House district on his voter registration, on his driver’s license and with the U.S. Postal Service on Nov. 5, 2021, according to records his campaign provided. Those include a photo of his voter registration application and screenshots of receipts from the Texas Department of Public Safety and USPS. Talarico also rented a 10-foot U-Haul moving truck for six hours that day, according to a screenshot of a receipt.

The changes happened three days before the one-year cutoff, making him eligible to run for that seat.

The records also contradict a claim by one of the conservative outlets that there was no evidence Talarico moved to his parents’ house when he registered to vote there. Paxton seized on that report to accuse Talarico of voter fraud during the 2022 election.

The newsrooms’ findings about Talarico are different because they analyzed the period after the lawmaker purchased a home and found that he continued to vote using his parents’ address. Talarico’s house is in the same county as his parents’ home, which is about 6 miles away. It is in the state House district he represents but in different jurisdictions for some local elections.

Asked about the apparent discrepancy in Talarico’s voter registration and residency, his campaign shifted blame onto the attorney general.

“This is a lame attempt by Ken Paxton to deflect from his own hypocrisy and career of corruption,” Ennis said in a statement, nodding to Paxton’s legal troubles.

Paxton was impeached by the Texas House in 2023 and investigated by the Department of Justice over corruption charges. The state Senate acquitted him, and the federal government dropped its case. Paxton also spent nearly nine years under indictment for felony securities fraud charges that were dropped in 2024.

For his part, Paxton and his campaign on Monday again did not answer questions about the news organizations’ finding that he voted six times over a two-year period while registered at a Collin County home where he appeared to no longer live. It is unclear where Paxton lived during that time, but the publications’ reporting has linked him, and a woman believed to be his girlfriend, to a home in neighboring Denton County since February. As the home is in a different county, voters there select an entirely different slate of local officials than in Collin County.

Paxton spokesperson Madison Cercy doubled down on accusations that Talarico was ineligible to be elected to his seat and also committed voter fraud.

“The only person who has committed voter fraud in the Texas Senate race is James Talarico,” she said. She did not provide evidence of Talarico’s alleged lawbreaking beyond the reports from the conservative outlets.

Matthew Wilson, a political science professor at Southern Methodist University, argued Paxton’s and Talarico’s cases highlight how easy it can be to “run afoul of the letter of the law,” even as Republican lawmakers push for more stringent enforcement of voting restrictions.

“I think it could be reasonably used as a charge of hypocrisy against either of them because both of them have condemned the other for an action quite similar to what they themselves appear to have done,” Wilson said.

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Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali

4 Agosto 2026 ore 14:00

Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]

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ZOO DI TOKYO, ALTRI TRE LEONI GRAVI PER IL CALDO

5 Agosto 2026 ore 11:40

Dopo che tre leonesse sono morte, altri tre leoni sono in condizioni critiche allo zoo di Tama, nella periferia occidentale di Tokyo, a causa di un’ondata di calore record che ha colpito nei giorni scorsi il Giappone. Altri tre animali, due maschi e una femmina, che nonostante le misure di protezione messe in essere nello zoo non riuscivano a reggersi in piedi, sono stati trasferiti dal personale affinchè trascorrano la convalescenza in un recinto interno dotato di condizionatori portatili. Tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi erano morte Mugi, 3 anni, Ichigo, 11 anni, e Ruena, 15 anni. Le autopsie avevano evidenziato una disidratazione grave e sistemica, con una sindrome da disfunzione multiorgano, compatibili con un colpo di calore. L’amministrazione metropolitana, che gestisce il parco, ha commissionato indagini esterne per accertare le cause definitive. La crisi, raccontano i media locali, era iniziata a metà luglio, quando due dei 16 leoni dello zoo (in totale 5 maschi e 11 femmine) hanno manifestato perdita di appetito e letargia. I sintomi si sono poi estesi a dieci animali, alcuni dei quali hanno perso conoscenza. Nonostante le cure con fluidi endovena, ventilatori e nebulizzatori, e la chiusura dell’area espositiva, le tre leonesse non sono riuscite a sopravvivere. L’evento è senza precedenti per lo zoo, che alleva ed espone i felini dal 1964. Il contesto climatico è estremo: secondo l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma), 34 località hanno oltrepassato i 40 gradi quest’estate, superando il record di 30 casi registrati nell’intero 2025. Le temperature medie del Giappone occidentale a fine luglio sono state le più alte dal 1946.

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Lead Contamination Is Still a Problem in Omaha. Why Is the City Cleaning Up Some Yards and Not Others?

5 Agosto 2026 ore 11:00
A child wearing a black headband, pink glasses and a pink shirt holds a baby wearing a white onesie with a dinosaur pattern. They are standing in front of a television and a white table. Behind them is a room with a silver refrigerator bathed in yellow light.
Camila Ortiz González, 7, holds her 8-month-old brother, Isaías, at home in Omaha, Nebraska, in June. Although the Environmental Protection Agency cleaned up their family’s yard in 2012, the Flatwater Free Press and ProPublica tests found levels of lead that are higher than before the agency remediated it. The agency denied their mother’s request to resample the yard. Rebecca S. Gratz for ProPublica

In the last 10 months, residents in neighborhoods across Omaha, Nebraska, have contacted the city and federal government after tests by the Flatwater Free Press and ProPublica showed they had enough of the toxic metal in their yards for the dirt to be dug up and replaced under Environmental Protection Agency rules.

But the responses they’ve received have been inconsistent.

Three of them received new testing and were promised additional cleanup. Yet others were denied a new cleanup or told the news organizations they never heard back. 

One resident said the city tested her yard, found it exceeded the EPA’s lead contamination level and sent her a letter saying cleanup was necessary. Months later the city backtracked, saying she did not qualify because she lived outside the primary cleanup zone. Another said she called 14 times before the city told her it would not retest because she hadn’t built or demolished anything in her yard since the EPA replaced the soil in 2012. 

The EPA and the city have spent decades cleaning up residential properties in east Omaha after a century of pollution from a lead smelter and other factories downtown. The EPA had set a lead level that it uses to determine which properties to clean up, and the news organizations’ tests found these residents’ yards were over the limit.

But the city said that according to EPA rules, it can’t rely on testing by the newsrooms or any other groups to drive testing and cleanup decisions.

Peter Olson thought he was one of the lucky ones. His yard was one of thousands that the federal government had dug up and replaced since cleanup began in 1999. But a Flatwater Free Press and ProPublica soil test conducted in September showed he had too much of the toxic metal in the yard. When his wife contacted the EPA, Olson hoped a federal employee would offer another test and cleanup.

Instead, all the agency could do was examine a small area in the backyard where a deck once stood, according to an email Olson shared from an EPA project manager for the site. The rest of the yard, including an area that was high for lead in the news organizations’ tests, was ineligible, the agency said without explaining why.

The city told Mary Royers it could test her soil because a shed had been demolished and a garage had been built in her backyard, which could have disturbed or uncovered contaminated soil. Unlike with Olson, the city analyzed the whole yard and agreed to clean up several areas around her house. 

Olson said he and his wife agreed to the more limited testing the EPA offered them, though they worry about what might be in the rest of their yard. They’re currently waiting for the testing.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

Omahans’ dirt generally qualifies for cleanup if it has more than 400 parts per million of lead in it — about the equivalent of a marble dispersed in a 10-gallon bucket of soil. The EPA adopted that standard in 2009. To date, contractors have dug up and replaced nearly 14,000 yards, mostly in a 27-square-mile area on the city’s east side, which has been declared a federal Superfund site. In 2015, the agency handed over remaining remediation work to Omaha.

Asked about the different responses residents have received, EPA spokesperson Kellen Ashford said in an email that each property is unique, and new sampling depends heavily on whether site conditions have changed because of construction or demolition that might have disturbed or exposed the soil.

“EPA strives to be fair and equitable in its decision-making process while adjusting to changes in agency policies, funding, and cleanup approaches,” he said.

Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said these decisions are made on a case-by-case basis. The city is able to test and clean up within the site but must seek approval from the EPA before doing any work outside those boundaries. The city is paid with settlement money from the smelter and other polluters.

Recently, the city sent letters to some residents outside the boundaries of the Superfund site saying they needed cleanup but reversed course after the EPA said the homes would not qualify, Zivny said.

Amy Haney lives about a half-mile outside the site’s western edge, a boundary the EPA drew by estimating where only a small percentage of homes were likely to have high lead levels. As a result, Haney’s home was never tested. But a Flatwater Free Press and ProPublica test found it had nearly 1.5 times the level that would qualify for a lead cleanup. 

The result felt like a “kick in the gut,” she said. The news organizations tested 35 properties within a three-quarter-mile radius of Haney’s home. Four, including Haney’s house, were above the cleanup level.

Haney contacted the city, which told her the EPA would retest her home this summer.

While the EPA has cleaned up homes outside the site in the past, Ashford said any sampling beyond the site’s bounds right now is for investigative purposes only, and those homeowners may not be eligible for remediation. 

The agency’s priority is cleaning up within the Superfund site as well as properties that impact children, he said.

Even when kids test high for lead, however, the city and the EPA don’t always retest yards.

Sabrina, a north Omaha resident whose soil we tested, said doctors found lead in three of her children. (She asked that her last name not be published to protect their identities.) In 2020, after her daughter’s blood-lead test, the city and a nonprofit replaced windows that contained lead-based paint. But they didn’t test the yard.

The only information Sabrina said she received about the dirt was the EPA test results from 2003 that showed the yard didn’t qualify for cleanup.

“I felt like that was kind of a lazy response,” Sabrina said. Despite the window replacements, doctors have found lead in her other kids’ blood.

The Flatwater Free Press and ProPublica tested her soil in May and found the lead was over the cleanup level and twice as high as the EPA’s 2003 test records showed. 

Sabrina requested a new test, but the city denied it, saying no work had been done on the property and it couldn’t rely on the newsrooms’ results. 

Zivny said the city has asked the EPA to revisit that decision in light of her children’s blood test results.

The post Lead Contamination Is Still a Problem in Omaha. Why Is the City Cleaning Up Some Yards and Not Others? appeared first on ProPublica.

Cupra apre gli ordini della Raval: debuttano le VZ per l'Italia, tutti i prezzi - VIDEO

5 Agosto 2026 ore 11:49
Conclusa la fase di prevendita della Launch Edition (che la Casa definisce "il lancio di maggior successo nella storia del marchio"), Cupra apre gli ordini della gamma completa della Raval, la compatta elettrica su base MEB+ del gruppo Volkswagen, che per il mercato italiano godrà di due versioni VZ esclusive.Motori da 211 a 226 CV, abbinati a una batteria da 52 kWh, prezzi (in promozione) da 31.950 euro. In autunno arriverà anche la variante da 116 CV e prezzi intorno ai 26 mila euro.Quattroruote ha già provato la Cupra Raval: trovate la Prova su strada completa su Quattroruote di agosto, nell'area in abbonamento QPremium e, per sintesi, nel video qui sotto. Qui, invece, potete leggere l'anteprima della prova con i primi numeri. Cupra Raval Edge Plus Presentata a giugno, la versione Edge Plus della Cupra Raval è disponibile con il motore da 155 kW (211 CV) abbinato alla batteria da 52 kWh, per un'autonomia dichiarata di 446 chilometri. La dotazione di serie, sviluppata appositamente per il mercato italiano, prevede la tinta Plasma cangiante per la carrozzeria, i cerchi da 19 e i vetri posteriori oscurati. Nel pacchetto Edge è incluso il climatizzatore bizona, l'ingresso e l'avviamento senza chiave e la Digital Key, l'antifurto volumetrico, la telecamera di parcheggio e i sensori anteriori e posteriori, quattro prese USB-C, funzionalità Vehicle-to-Load e ricarica wireless per gli smartphone. Di serie anche l'impianto audio Premium by Sennheiser, il cavo di ricarica modo 3 e la predisposizione per il gancio di traino. Su richiesta il pacchetto Immersive Design (1.200 euro) per i sedili anteriori sportivi rivestiti in Dinamica con regolazione elettrica e funzione memory per quello del conducente. Cupra Raval VZ Solo per il mercato italiano arrivano le versioni "Veloz", con motore da 166 kW (226 CV) e batteria da 52 kWh, per un'autonomia dichiarata fino a 440 km. La Cupra Raval VZ Century comprende di serie i cerchi da 19" con pneumatici Performance, la vernice opaca Century Bronze, gli interni Feel Design con sedili sportivi in pelle vegana, i fari a matrice di LED, il tetto panoramico, l'impianto audio Sennheiser, la regolazione dinamica dell'assetto DCC Sport, la funzione e-Launch e il differenziale elettronico a slittamento limitato. Il secondo allestimento VZ si chiama Manganese, e riprende di fatto prezzo e contenuti della Launch Edition VZ: oltre a quanto già previsto sulla VZ Century, questo modello aggiunge la guida assistita di livello 2, la telecamera a 360, l'assistente di parcheggio - anche da remoto, volante e sedili riscaldabili. Ancora, sedili CUP Bucket in 3D Knitting, cerchi da 19" con pneumatici Performance e vernice opaca Manganese Matt, con i loghi Cupra in Dark Chrome. Il listino della Cupra Raval Raval Edge Plus 155 kW (211 CV): 38.120 euro (in promozione a 31.950 euro)Raval VZ Century 166 kW (226 CV): 44.120 euro (in promozione a 37.950 euro)Raval VZ Manganese 166 kW (226 CV): 47.770 (in promozione a 39.950 euro)

MG prepara due novità: arrivano la MG2 e le batterie semisolide sulla MG4 Urban

5 Agosto 2026 ore 11:13
Entro la fine del 2026 saranno due le novità portate sul mercato italiano da MG: la presentazione della piccola (e attesa) MG2 - anticipata dalla Concept MG GO! - e l'introduzione delle batterie a stato semisolido sulla gamma della nuova MG4 Urban. Due novità "piccole", almeno nelle dimensioni, ma molto importanti: per il marchio anglo-cinese, ma anche per i segmenti in cui si vanno a inserire. Andiamo a scoprirle insieme. MG MG 2 Il modello definitivo non è ancora stato presentato ufficialmente: ad anticiparne le linee al Goodwood Festival of Speed è stata la Concept MG GO! disegnata da Carl Gotham, direttore del centro stile MG di Londra. Un'auto compatta, dai tratti sportivi e accattivanti, con reminiscenze di hot hatch di Mini e Suzuki, ma che in realtà attingono al passato del brand inglese, dai fari tondi della MGB GT del 1965 disegnata da Pininfarina ai grandi alettoni della MG Metro Turbo e della MG ZR. Gli interni sono ancora un mistero L'auto che arriverà nel 2027, e che con ogni probabilità si chiamerà MG2, avrà forme meno vistose e dovrà rinunciare a molti degli elementi più sportivi della concept, tra cui l'estrattore posteriore, l'assetto ribassato e le grandi ruote 245/35 R20 con mozzo centrale. Siete curiosi di vedere gli interni? Anche noi: la concept vista a Goodwood aveva i finestrini completamente oscurati. Per scoprire com'è fatto l'abitacolo toccherà aspettare la presentazione ufficiale del modello, che dovrebbe avvenire nei prossimi mesi. Si muoverà bene in città La MG2 sarà costruita sulla piattaforma Modular Scalable Platform (MSP) già utilizzata per la MGS5 EV. Al momento la Casa non ha diffuso alcuna informazione in merito a powertrain e batterie: considerata la sua destinazione d'uso, ossia il traffico delle città, non è impensabile ipotizzare che il motore abbia una potenza limitata, anche sotto i 100 CV, abbinato ad accumulatori da circa 40 kWh, in grado di assicurare un'autonomia intorno ai 300 chilometri. Costerà meno di 25 mila euro? Il prezzo della MG2 sarà uno degli elementi che contribuiranno al suo successo, anche in Italia: considerata la politica aggressiva di prezzo perseguita fin da subito dal brand anglo-cinese, e dal fatto che il segmento delle compatte elettriche si sta facendo sempre più affollato, ci aspettiamo un listino che potrebbe partire da meno di 25.000 euro. I prezzi definitivi, comunque, non sono ancora stati comunicati.Quando arriva: presentazione entro fine 2026, vendita nel 2027 MG4 Urban Disponibile da qualche settimana in Italia, la MG4 Urban è l'ultimo modello della Casa anglo-cinese: lunga 439 centimetri (10 in più della MG4), nasce su una piattaforma dedicata cell-to-body in cui la batteria (da 43 o 54 kWh lordi) diventa parte strutturale del telaio, aumentandone la rigidità e riducendo il peso. Entro fine anno sarà disponibile anche con batteria allo stato semisolido SolidCore, con una capacità stimata di circa 70 kWh e un'autonomia di oltre 500 km. Spaziosa e ben dotata La MG4 Urban si presenta con linee morbide e un abitacolo spazioso, con un bagagliaio che mette a disposizione fino a 577 litri (dichiarati). A bordo, strumentazione digitale da 7", schermo centrale da 12,8" con Apple CarPlay e Android Auto wireless e ricarica a induzione per gli smartphone. Le motorizzazioni hanno potenze di 110 kW (150 CV) e 118 kW (160 CV), con prezzi che partono da 25.490 euro.Quando arriva: già disponibile, SolidCore entro fine 2026

Prima svolta dopo un mese di rincari: benzina e gasolio tornano a scendere

5 Agosto 2026 ore 10:31
I primi segnali positivi provenienti dai mercati petroliferi internazionali iniziano a tradursi in un'inversione di tendenza per benzina e gasolio: secondo Staffetta Quotidiana, "dopo un mese esatto di rialzi ininterrotti, tornano infatti a scendere, seppure leggermente, i prezzi dei carburanti alla pompa".Il motivo è da attribuire agli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente: la decisione degli Stati Uniti di fermare gli attacchi all'Iran e le speranze sempre più concrete di un imminente accordo di pace hanno prodotto un nuovo crollo delle quotazioni dei prodotti raffinati e, soprattutto, del petrolio, con il Brent sotto gli 80 dollari per la prima volta dal 10 luglio. Prezzi e listini consigliati In particolare, questa mattina 5 agosto il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,997 euro al litro per la benzina (-2 millesimi rispetto a ieri), 2,097 per il gasolio (-3), 0,743 per il Gpl (invariato) e 1,623 euro/kg per il metano (+2). Sulla rete autostradale, la benzina verde è a 2,081 euro al litro (invariato), il diesel a 2,170 (-3), il Gpl a 0,875 (invariato) e il metano a 1,609 (invariato).Ulteriori segnali positivi per le tasche degli automobilisti arrivano dai prezzi consigliati. Staffetta Quotidiana rivela la decisione di IP di ridurre di due centesimi la benzina e di un centesimo il gasolio. Q8 ha tagliato la verde di sei centesimi e il diesel di uno. Tamoil ha invece optato per una riduzione di quattro centesimi limitata alla benzina. Modalità di vendita e marchi Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro al litro (compagnie 2,006, pompe bianche 1,991) e il diesel a 2,102 (2,101; 2,105).Al servito, la benzina verde si attesta a 2,136 euro al litro (2,176; 2,061), il gasolio a 2,241 (2,274; 2,177), il Gpl a 0,751 (0,760; 0,742), il metano a 1,619 (1,611; 1,627) e il Gnl a 1,504 (1,495; 1,511).Lo spaccato dei principali marchi mostra Eni a 2,000 euro al litro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,078 sul diesel (2,288); IP a 2,019 (2,183) e 2,119 (2,288); Q8 a 2,005 (2,164) e 2,106 (2,273); Tamoil a 1,997 (2,072) e 2,087 (2,173).

[it, fr, es, other languages] Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione

5 Agosto 2026 ore 10:36

Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:

[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE

Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per liberare…

In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta… Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?

La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!

Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue «soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.

Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per «mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di «unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali, come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli armamenti!

La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!

È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le nostre lotte dallo Stato.

Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati; sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.

Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto reciproco.

Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno, opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.

Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.

Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.

Assemblea antimilitarista a Bruxelles


[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION

Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar, Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser pour libérer…

En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout, s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité ? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?

La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !

Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses « solutions », offrant au système économique un mécanisme de destruction/reconstruction et de contrôle social.

Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour « sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population, notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de l’armement !

La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !

Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle : organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos luttes de l’État.

Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ; soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.

Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.

Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.

Assemblée antimilitariste à Bruxelles


[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN

¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución

Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…

En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para “perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra perspectiva posible?

¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!

Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las “soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción, reconstrucción y control social.

El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria armamentística!

La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!

Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala: organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer las luchas contra el Estado.

Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas; defender una perspectiva internacionalista.

Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua. Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos por una vida de libertad.

Ni guerra ni “paz”, revolución.

Asamblea Antimilitarista – Bruselas


Altre lingue/other languages:

ČESKY: https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce [3] # PDF [4]_

PORTUGUÊS: https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao [5] # PDF [6]_

Stato di emergenza in stato di attesa*

5 Agosto 2026 ore 09:27

Calamità di dimensione regionale e relativamente contenuta vengono spesso classificate come emergenze nazionali, con procedure più lunghe e ritardi negli indennizzi. La correzione potrebbe consistere nella compartecipazione alle spese delle regioni.

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Il prezzo variabile della sicurezza dell'Arabia Saudita

5 Agosto 2026 ore 08:34

Con lo Stretto di Hormuz (quasi) occluso Riyad si trova a fare i conti con rotte mercantili lunghe e complicate, con un calo della produzione petrolifera e con finanze pubbliche sotto pressione. L’intesa nucleare con gli Stati Uniti e i colloqui con l’Iran. Nel mezzo la rivalità strutturale con gli Emirati Arabi Uniti. 

Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema

5 Agosto 2026 ore 09:41
Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema

Le esercitazioni Han Kuang Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni ...

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Stato di emergenza in stato di attesa*

5 Agosto 2026 ore 09:27

Calamità di dimensione regionale e relativamente contenuta vengono spesso classificate come emergenze nazionali, con procedure più lunghe e ritardi negli indennizzi. La correzione potrebbe consistere nella compartecipazione alle spese delle regioni.

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Ci toglieranno l'automobile, prima o dopo

5 Agosto 2026 ore 14:08

💾

Mentre in USA l'amministrazione vuole il Freedom Car Act in Italia e in Europa l'obbiettivo è togliere le automobili alle persone. Non devi più essere libero di andare dove vuoi, quando vuoi e come vuoi. Devi stare alle regole.

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00:10:24 - Femminicidio o no?
00:31:55 - Fakir il businessman
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00:46:33 - Libertà di guidare la macchina

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Nuclei impenetrabili di senso. Su “Lina e il sasso” di Mauro Covacich

5 Agosto 2026 ore 09:22
di Roberto Falconi   Se la buona letteratura tende al significato ultimo delle cose e rende allo stesso tempo conto dell’impossibilità di giungervi appieno, ciò significa perlomeno ipotizzare l’esistenza di un nucleo di senso irriducibile e impenetrabile (torno in chiusa su questo secondo aggettivo, qui davvero da intendere alla lettera), che uno scrittore può allora …

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Narrow escape: how ANA flight from Shanghai avoided a collision at Tokyo airport

An All Nippon Airways passenger jet took evasive action after coming close to a government inspection aircraft near Tokyo’s Haneda airport on Tuesday, in the latest aviation safety incident at the airport since a deadly runway collision in 2024. According to Japanese media reports, ANA flight NH968 from Shanghai was approaching the airport at around 6am on Tuesday when its traffic collision avoidance system (TCAS) was activated, warning of a potential collision risk with another aircraft. The...

⚡ALERT! SHIPS ON FIRE IN HORMUZ! KYIV IS BURNING DOWN! FAKE CEASEFIRE IMPENDING AND OTHER WW3 NEWS

5 Agosto 2026 ore 06:37

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Quale auto comprare? Le tue esigenze valgono più della scheda tecnica

5 Agosto 2026 ore 14:02
Quale auto comprare? Per molti automobilisti è una scelta sempre più complicata. Decine di marchi, centinaia di modelli, alimentazioni diverse e listini che continuano a cambiare rendono difficile individuare la vettura più adatta. Eppure, spesso, si parte dalla domanda sbagliata: non quale modello scegliere, ma quali siano le proprie reali esigenze.La maggior parte dei portali, però, costringe a conoscere già marca, modello o alimentazione. trovauto., il nuovo servizio di Quattroruote, attualmente disponibile in versione Beta, ribalta questo approccio: si parte dalle proprie esigenze, non dalla scheda tecnica. Come funziona trovauto. Qualche esempio concreto? "Ho due figli e percorro 25.000 km all'anno", "cerco una SUV sotto i 35.000 euro", "vivo in città ma faccio spesso lunghi viaggi", "mi serve un'auto affidabile con costi di gestione contenuti". L'assistente di trovauto. interpreta le richieste scritte in linguaggio naturale e propone i modelli più adatti, senza la necessità di compilare filtri, menu o lunghe schede di ricerca.L'idea è semplice: descrivere il proprio utilizzo dell'auto come si farebbe parlando con una persona e ricevere suggerimenti coerenti con le necessità espresse. Non è un motore di ricerca Dietro ogni suggerimento non c'è un elenco casuale. trovauto. non è un semplice motore di ricerca, ma un servizio che nasce dall'incontro tra il patrimonio editoriale di Quattroruote, i dati tecnici raccolti nel tempo e le competenze maturate in decenni di prove su strada. L'AI generativa serve a rendere questo patrimonio facilmente consultabile attraverso una conversazione semplice e immediata. il motivo per cui ogni modello proposto viene accompagnato dalle ragioni della scelta. Che possono essere lo spazio a bordo, i consumi reali, il confort nei lunghi viaggi, l'affidabilità, il rapporto qualità/prezzo o i costi di gestione. Non ci si limita a leggere cosa viene consigliato, ma soprattutto perché.In altre parole, il servizio non restituisce soltanto una lista di vetture, ma fornisce un contesto che aiuta a capire quale soluzione possa essere più adatta alle esigenze dell'automobilista. Come provare trovauto. La ricerca non si esaurisce con la prima risposta. Come in una chiacchierata con un consulente, può essere affinata progressivamente: "vorrei spendere meno", "vorrei solo auto ibride", "mi serve un bagagliaio più grande", "escludi le SUV", "preferisco il cambio automatico". I suggerimenti si aggiornano senza dover ripartire da zero, restringendo progressivamente il campo fino ad arrivare a una selezione di modelli realmente gestibile.L'obiettivo non è decidere al posto dell'automobilista, ma accompagnarlo verso una scelta più consapevole. L'unico modo per comprendere davvero le potenzialità di questo strumento è provarlo: raccontate le vostre esigenze a trovauto. e confrontate i modelli suggeriti con quelli che avevate già preso in considerazione.Forse vi confermerà la vostra idea iniziale. Oppure potrebbe portarvi verso una vettura a cui non avevate nemmeno pensato.

Gasolio, il governo rinnova lo sconto fino al 25 agosto e allontana il record storico

4 Agosto 2026 ore 20:20
Il Consiglio dei ministri ha approvato la proroga dell'attuale sconto sul gasolio. In particolare, la riduzione complessiva (tra accise e IVA) di 17 centesimi al litro, destinata a scadere giovedì prossimo, resterà in vigore fino al 25 agosto. La benzina, di contro, resta esclusa dall'intervento. La situazione dei prezzi e del petrolio La decisione arriva a pochi giorni dalla reintroduzione del taglio delle accise, limitata però al solo gasolio, con l'obiettivo di attenuare l'impatto del continuo aumento dei carburanti provocato dall'escalation militare tra Iran e Stati Uniti in Medio Oriente.La proroga è legata al permanere delle tensioni sui mercati petroliferi, che hanno spinto il gasolio oltre il precedente massimo storico. Il prezzo alla pompa ha raggiunto questa mattina i 2,1 euro al litro. Senza lo sconto, tuttavia, il gasolio sarebbe arrivato a 2,27 euro al litro, superando il record di 2,23 euro toccato a metà marzo 2022.Negli ultimi giorni, comunque, la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di fermare gli attacchi all'Iran ha contribuito a raffreddare le quotazioni dei prodotti raffinati e soprattutto del petrolio: oggi il Brent è sceso sotto gli 80 dollari al barile, mentre il WTI si mantiene intorno ai 76 dollari.Non è escluso che, alla luce delle attuali ristrettezze di bilancio, il governo abbia tenuto conto del miglioramento della situazione sui mercati petroliferi per confermare esclusivamente lo sconto sul gasolio.

L'erede della fortwo si mostra sui murales: ecco come sarà la smart #2

4 Agosto 2026 ore 17:41
L'erede della fortwo è ormai pronta. In attesa del debutto ufficiale al Salone di Parigi, smart ha scelto una campagna di murales in sei città del mondo per mostrare i primi dettagli della nuova #2, la citycar elettrica destinata a raccogliere l'eredità della sua biposto più iconica. Le opere, sparse tra Asia, Europa, Oceania e Sud America, lasciano intravedere per la prima volta quello che potrebbe essere l'aspetto definitivo del modello. Sei città per mostrarla... dal vivo L'originale campagna di marketing richiama, in un certo senso, le origini del marchio, nato dalla fusione di "s" + "m" + "art", ovvero Swatch, Mercedes e Art. L'iniziativa ha preso il via a Shanghai con l'artista Zhu Bin, per poi approdare a Hong Kong con il collettivo Parents Parents, a Buenos Aires con Martín Ron e a Melbourne con Georgia Laurie. Le prossime tappe saranno Berlino, dove sarà coinvolto il team di design Mercedes-Benz all'East Side Gallery, e Parigi, con la partecipazione dello street artist francese Brusk. l'erede della fortwo Disegnata dal Centro Stile Mercedes-Benz in Germania, la nuova smart #2 sarà prodotta in Cina negli stabilimenti Geely. Le dimensioni non si discosteranno molto da quelle della Concept #2 presentata alcuni mesi fa: 2.792 mm di lunghezza, una decina di centimetri in più rispetto alla fortwo, con un diametro di volta di appena 6,95 metri. Lo stile esterno richiama in parte quello della fortwo, mentre gli interni saranno completamente inediti e caratterizzati da un'originale panca centrale al posto delle tradizionali sedute separate. Ridotte, prevedibilmente, le capacità del bagagliaio. Avrà 300 km di autonomia La smart #2 nascerà sulla piattaforma Electric Compact Architecture (ECA), avrà la trazione posteriore e un'autonomia di circa 300 km. I dati ufficiali saranno comunicati al Salone di Parigi, ma è già noto che in corrente continua sarà possibile ricaricare la batteria dal 10 all'80% in meno di 20 minuti. Il prezzo atteso è compreso tra 20.000 e 25.000 euro. 

Noleggio sociale, una multa non pagata fa perdere l'auto: tutti i vincoli del decreto

4 Agosto 2026 ore 17:41
Altro che ISEE e rottamazione. Per accedere al noleggio sociale bisognerà affrontare uno slalom tra una lunga serie di requisiti, vincoli e obblighi. Per esempio, bisognerà avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o una pensione o, comunque, una dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d'imposta; si dovrà avere conto corrente e carta di credito; non bisognerà avere carichi pendenti o procedimenti amministrativi; non bisognerà essere protestati o segnalati in Centrale rischi; non si dovrà avere usufruito di precedenti incentivi auto.E ancora, vi sarà la possibilità di indicare solo un secondo guidatore tra i familiari conviventi e basterà il mancato pagamento del canone, di una multa o di una franchigia assicurativa per perdere il diritto all'auto a canone calmierato.Questi, in estrema sintesi, sono i contenuti del decreto del ministro delle Imprese e del made in Italy, che Quattroruote è in grado di anticipare e che disciplina nei minimi dettagli il "Programma di noleggio a lungo termine sociale". Premesso che il provvedimento deve ancora essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, vediamo come dovrebbe funzionare. Chi può accedere al noleggio sociale Il noleggio sociale è riservato alle persone fisiche che, alla presentazione della domanda, saranno in possesso dei seguenti requisiti:residenza, anche fiscale, in Italia;ISEE inferiore a 30 mila euro (leggi qui cos'è e come si calcola);contratto di lavoro a tempo indeterminato, assegno pensionistico o dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d'imposta;titolarità di conto corrente bancario o postale e di carta di credito;assenza di carichi pendenti;non essere protestato né avere procedimenti amministrativi a carico;assenza di segnalazioni alla Centrale dei rischi;possesso di patente di categoria B o superiore;non avere beneficiato degli incentivi resi operativi nel triennio 2022-2024;non avere già beneficiato del noleggio sociale, inclusi i familiari conviventi;Attenzione, la perdita di anche solo una di queste condizioni nel periodo di durata del contratto di noleggio fa decadere l'utente dal programma. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci, gestore di questa iniziativa definita sperimentale e destinata a concludersi, salvo prororoghe, entro il 30 giugno 2030. Le regole sulla rottamazione obbligatoria Per accedere al noleggio sociale è obbligatoria la rottamazione di una vecchia macchina.fino a Euro 4;immatricolata in Italia;intestata al locatario stesso o a un suo familiare convivente da almeno 12 mesi;l'auto da rottamare dev'essere consegnata a un demolitore autorizzato e radiata per demolizione dal Pra;i costi connessi alla rottamazione (trasporto, demolizione e radiazione) sono a carico dell'utente;la targa dell'auto da rottamare dev'essere indicata già al momento della presentazione della domanda di accesso al noleggio sociale;il certificato di rottamazione dev'essere consegnato all'Aci nei 30 giorni precedenti la consegna dell'auto a noleggio (in caso di mancata consegna del certificato si decade dal beneficio e l'auto sarà assegnata a un altro utente secondo la cronologia delle prenotazioni). Gli altri obblighi previsti dal programma  divieto di sublocazione;possibilità di indicare solo un secondo guidatore, tra i familiari conviventi, autorizzato alla guida dell'auto.Attenzione, la sublocazione fa decadere dal programma di noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Quali auto possono essere assegnate Non vi sarà un solo modello. Il decreto parla di modello o modelli. E il fornitore dovrà disporre di una rete distributiva capillare sul territorio nazionale per la consegna e l'assistenza dei veicoli secondo i parametri che saranno definiti nel bando di gara. In ogni caso, le auto del noleggio sociale dovranno essere:acquistate e immatricolate in Italia;nuove di fabbrica;di classe ambientale non inferiore a Euro 6;con emissioni di anidride carbonica fino a 135 g/km;con prezzo di listino ufficiale fino a 14.800 euro Iva esclusa (18.056 euro) compresi optional a pagamento, esclusa Ipt e messa su strada. Come funziona il contratto di noleggio sociale anticipo: 0 euro;canone: non superiore a 100 euro al mese Iva inclusa;durata: 36 mesi;percorrenza massima: 12.000 km annui (in caso di superamento l'Aci applicherà un costo extracanone determinato secondo tabelle consegnate alla sottoscrizione del contratto);Pagamento del canone: mensile anticipato ad Aci tramite addebito diretto sul conto corrente o su carta di credito.Attenzione, il mancato pagamento del canone sociale per due mesi, anche non consecutivi fa decadere il diritto di accesso al noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Le assicurazioni incluse nel noleggio Le caratteristiche principali del noleggio auto sono il servizio e le coperture legate alla vettura. Le auto del noleggio sociale avranno le seguenti assicurazioni:Rc Auto con franchigia massima pari a 250 euro;furto e incendio con franchigia pari al 10% del danno e comunque non superiore a mille euro;kasko con franchigia massima pari a 500 euro;atti vandalici e socio-politici;cristalli;eventi naturali;Tranne il caso di furto e incendio, in ogni altro caso la franchigia massima non supererà i 500 euro.Attenzione, in caso di furto, incendio o perimento totale successivo ai primi diciotto mesi del contratto di noleggio oppure di due furti o in caso di mancato pagamento delle franchigie il noleggio sociale decade. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci.Anche il fornitore delle coperture assicurative sulle auto sarà individuato mediante gara. I servizi inclusi nel noleggio Oltre alle assicurazioni, il noleggio sociale include una serie di servizi: auto dotata di pneumatici all season;manutenzione ordinaria e straordinaria;soccorso stradale 24 ore su 24;gestione delle multe e dei sinistri;customer service;auto sostitutiva nei casi previsti dal contratto (nel decreto non si specifica nulla, ma quasi certamente la vettura sostitutiva sarà fornita solo in presenza di fermo per manutenzione o riparazione superiore alle 24 ore. Si capirà solo quando sarà pubblicato il bando di gara).Eventuali servizi aggiuntivi a pagamento saranno a carico dell'utente.Attenzione, il mancato pagamento delle multe fa decadere dal noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Come e dove prenotare l'auto Il decreto parla di apertura dello sportello per le prenotazioni dei veicoli sulla piattaforma informatica senza però specificare se questa operazione sarà a cura dell'utente, com'è accaduto con i voucher per l'acquisto delle auto elettriche con gli ultimi incentivi del ministero dell'Ambiente, oppure del fornitore, ossia della Casa, com'è accaduto in occasione di tutte le iniziative precedenti, o del gestore di questa iniziativa, ossia l'Aci.Per il momento si sa che l'Automobile club potrà utilizzare la piattaforma Ecobonus gestita da Invitalia, quella utilizzata fino al 2024 per gli incentivi auto (https://ecobonus.mimit.gov.it/). Prenotazioni: vale l'ordine cronologico Siccome i fondi basteranno per poche migliaia di auto (il numero esatto si potrà sapere solo all'aggiudicazione della gara), la macchina sarà assegnata dall'Aci in base all'ordine cronologico di presentazione delle domande. Previa verifica, ovviamente, del possesso dei requisiti previsti. I fondi disponibili per il noleggio sociale Lo Stato ha destinato 50 milioni di euro al Programma di noleggio a lungo termine sociale. E questa somma sarà interamente trasferita all'Aci dopo la registrazione dell'accordo stipulato con il ministero delle Imprese e del Made in Italy.Tuttavia, oltre all'acquisto delle auto, delle assicurazioni e dei servizi, i fondi dovranno coprire anche i costi operativi, ai quali il ministero ha destinato 3,66 milioni di euro. La somma netta a disposizione degli utenti, dunque, scende a 46,34 milioni di euro. Come saranno monitorati i fondi Come in occasione dei precedenti incentivi, le informazioni sulla disponibilità residua dei veicoli da noleggiare saranno pubblicate e aggiornate in tempo reale sui siti del ministero delle Imprese e dell'Aci. Cosa succede alla fine del noleggio Alla scadenza del contratto di noleggio e comunque al termine del periodo di sperimentazione (30 giugno 2030), l'Aci può:cedere l'auto al locatario a prezzo scontato di una misura non inferiore al 10% rispetto alla quotazione media di mercato. In questo caso l'utente deve inviare all'Aci una formale manifestazione di interesse entro 90 giorni dal termine del contratto di noleggio;cedere l'auto alla Casa automobilistica che ha fornito la vettura attraverso la formula buy back prevista dallo stesso contratto di fornitura;cedere l'auto ad altro soggetto al prezzo risultante dalle quotazioni medie di mercato;nel caso in cui nessuna delle tre precedenti opzioni sia realizzabile, l'Aci può vendere direttamente le auto a un prezzo inferiore alle quotazioni medie di mercato mediante avviso pubblicato sul sito dello stesso Automobile club o della società in-house, ossia controllata dall'Aci stesso, che sarà incaricata di gestire il noleggio sociale.I ricavi della vendita delle auto sono utilizzati dall'Automobile club per acquistare nuove auto da impiegare nel programma di noleggio sociale;Il decreto specifica che al fine di contenere l'importo del canone, Aci tiene conto del valore attualizzato dei predetti introiti (della vendita delle auto, ndr) nella determinazione del canone medesimo. Quanto costa l'operazione Come accennato, per coprire i costi di gestione del programma di noleggio sociale il ministero delle Imprese ha previsto 3,66 milioni di euro IVA inclusa. La somma sarà erogata all'Aci in quattro rate annuali:2027: fino a 400 mila euro;2028: fino a un milione di euro;2029: fino a un milione di euro;2030: fino a 1,26 milioni di euro.Queste somme saranno erogate sulla base delle rendicontazioni presentate dall'Aci e approvate dal ministero. Eventuali risparmi rispetto ai costi previsti dovranno essere trasferiti al ministero.In caso di un insufficiente adesione al Programma di noleggio sociale, i veicoli acquistati dall'Aci e non assegnati saranno venduti e il ricavato della vendita sarà trasferito al ministero delle Imprese. Quando partirà il noleggio sociale Considerato che nella ripartizione delle spese di gestione del noleggio sociale si fa riferimento al quadriennio 2027-2030, che la somma stanziata per il prossimo anno è meno della metà di quanto previsto per gli anni successivi e tenuto conto dei non brevi tempi tecnici per la pubblicazione e l'aggiudicazione della gara da parte dell'Aci e poi della successiva fornitura da parte della Casa che si aggiudicherà il bando, è ragionevole immaginare che l'operazione noleggio sociale partirà a metà 2027.

Fleet&Business - Scopri il nuovo numero

4 Agosto 2026 ore 17:36
in distribuzione agli abbonati il fascicolo numero 46 del periodico dedicato ai fleet manager e ai professionisti dell'automotive. Con la prova della Byd Dolphin G DM-i e i più recenti aggiornamenti introdotti alla disciplina dei fringe benefit per le aziende e i dipendenti destinatari di auto in uso promiscuo.  La tecnologia corre, le regole cambiano La copertina è dedicata a un'auto che farà parlare di sé nel mondo delle flotte, la prima plug-in del segmento compatto. Ma nel quinto fascicolo del 2026 di Quattroruote Fleet&Business che sta arrivando ai fleet manager e ai professionisti dell'automotive abbonati ci sono tutti i temi di attualità che stanno interessando l'esercizio dei veicoli aziendali, delle imprese, al noleggio, alle nuove forme di mobilità e alle reti di distribuzione e assistenza. A cominciare dalle novità introdotte dal decreto legislativo del 10 giugno scorso che corregge nuovamente la disciplina dei fringe benefit. Il periodico dell'Editoriale Domus (già consultabile in edizione digitale nell'area dedicata di questo sito a chi si registra per ricevere anche la nostra Newsletter settimanale) è come sempre ricco di dati, analisi e commenti che riguardano la filiera, dalle nuove rotte con cui i veicoli arrivano nelle concessionarie e alle aziende, alle difficoltà di far funzionare la macchina che governa i servizi post-vendita delle auto aziendali. Tutti temi che saranno trattati anche nell'edizione 2026 del Fleet&Business Day. Il sommario completoFleet&Business Day Come uscire dall'ingorgoManutenzione L'accettazione? Ora è self-serviceFringe benefit Cinque anni e sentirliOpinioni Come gestire il cambiamentoMercato Italia Quel meno che vale piùIntervista a Antonio Pittiglio Le flotte sono il motore del mercatoLocauto Ritorno alle origini con raddoppioServizi tempo di charging policySostenibilità Europa lenta, Italia lentissimaProva su strada BYD Dolphin GOsservatorio QP Ricambi originali, frenata dei prezziDistribuzione Le tormentate rotte dell'automotiveNovità per le flotte Audi Q4 e-tron e Fiat Grande Panda 100Stellantis La Fastlane per le aziendePost-vendita/1 Il tagliando? Me lo fanno sotto casaPost-vendita/2 Punto d'incontro sull'autoriparazioneVeicoli commerciali Abiti confezionati per il lavoro

Sicurezza americana, economia cinese: il doppio binario del Golfo alla prova della guerra con l’Iran

5 Agosto 2026 ore 07:00

L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.

Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.

La sicurezza resta americana

Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale. 

La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.

A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.

Su tutto il resto, Pechino avanza

Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.

Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.

C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.

Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.

Il doppio binario e i suoi limiti

Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.

Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.

Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.

Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.

Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.

La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.

Da Castelporziano all’eternità crip

5 Agosto 2026 ore 06:49

N ell’estate del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, lungo il litorale romano, si sono radunati Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e altri poeti della beat generation per partecipare al Festival internazionale dei poeti, passato alla storia come “mito riuscito” e “magia mediterranea irripetibile” o come “vittoria dell’effimero, dello spettacolo trash”. Sullo stesso litorale, oggi alla fine di ogni estate, si raccolgono le persone disabili per partecipare a una festa, evento conclusivo dei progetti di inclusione sociale promossi dalla presidenza della Repubblica. Castelporziano, come luogo condiviso nel tempo, con la sua memoria di corpi “mad” e marginalizzati e con il suo presente di corpi non conformi parla di una continuità, parla del proseguimento di un discorso collettivo iniziato dalla beat generation sul piano estetico e sviluppato decenni dopo dai disability studies sul piano politico.

La produzione poetica e narrativa della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale. In testi come Howl di Allen Ginsberg, la narrativa di soggetti “mad”, tossicodipendenti, queer e marginalizzati costruisce un immaginario in cui il corpo e la mente non conformi emergono come controfigure radicali della società disciplinare americana del dopoguerra. Questa rappresentazione può essere messa in relazione con la teoria della normalità elaborata negli anni Novanta da Lennard J. Davis, secondo cui la “normalcy” non è una condizione naturale ma una costruzione storica che produce esclusione e che l’autore associa alla nascita dei discorsi sulla nazione.

In Enforcing normalcy Davis mostra come il moderno Stato-nazione abbia costruito la propria identità non solo sulle spalle dei soggetti colonizzati, ma anche sulla minoranza costituita dalle persone disabili. Nel 1995 l’autore chiede di aggiungere la disabilità alla triade “razza, classe e genere”, invitando il pensiero progressista a superare i propri limiti nei ragionamenti sull’oppressione. Ed è proprio l’oppressione a rappresentare il dispositivo concettuale attorno a cui entrano in contatto la poetica beat e il movimento dei disability studies.

La produzione della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale.
In “Allen Ginsberg: Howl (for the queer and disabled Americans)” (2020) Ben Berman Ghan scrive: “In Ginsberg cogliamo […] un desiderio ardente di ritrovare New York e l’America in espressioni di sé più radicali, che debbano fare spazio alla diversità della disabilità e della sessualità. A differenza di altri poeti, che ritraggono l’America attraverso una lente utopica, Ginsberg trova la sua America nell’abbraccio del caos e dell’autodistruzione, lasciando che i corpi queer e disabili trascinino gli Stati Uniti all’inferno, dove forse potrebbero essere liberi”. I corpi su cui si concentra Ginsberg sono corpi spesso “distrutti dalla follia” e che “si tagliano i polsi tre volte di seguito senza successo”. “I corpi di Ginsberg – continua Berman Ghan ‒ sono brutti, insanguinati e sofferenti, e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa nel viaggio attraverso l’America che la poesia descrive”.

Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson, una delle voci più influenti dei disability studies contemporanei. Nella sua ricerca che nasce dall’incontro tra femminismo, visual culture studies e teoria della disabilità, Garland-Thomson ha ripensato il rapporto tra sguardo, corpo e potere. In “Misfits: A Feminist Materialist Disability Concept” (2011), l’autrice parla di “misfit” (“persona disadattata”) analizzando come identità ed esperienza vissuta nella condizione disabile si collocano nello spazio e nel tempo. Secondo Garland-Thomson, la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente, nell’interazione tra corpo e mondo.

L’istituzione, in questa prospettiva, non è neutra, ma contribuisce a definire quali corpi possano essere considerati funzionali, efficienti e quindi “abili”. La visione alla base di “misfit” permette di interpretare retrospettivamente i corpi beat come corpi in disallineamento strutturale rispetto all’ambiente sociale. In Howl, gli “angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night” non sono soltanto individui segnati da follia o marginalità, ma soggetti che “non si adattano” alle strutture materiali e simboliche della società americana (in Ginsberg, però, la sofferenza psichica diventa anche apertura percettiva e spirituale, mentre la prospettiva teorica contemporanea dei disability studies insiste sulla necessità di separare l’esperienza della disabilità dalla sua romanticizzazione, restituendole invece una dimensione politica e strutturale).

Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson: la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente.
In ““The Mad Ones” and the “Geeks”: Cognitive and Physical Disability in the Writing of Jack Kerouac and Allen Ginsberg” (2015) Loni Reynolds sviluppa ulteriormente il “misfitting” approfondendo le rappresentazioni della disabilità cognitiva e fisica nelle opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Secondo Reynolds, in Desolation Angels (1965) di Kerouac e Kaddish (1061) di Ginsberg, i personaggi Lazarus Darlovsky e Naomi Ginsberg, sono presentati come outsider rigenerativi: la loro disabilità cognitiva viene celebrata piuttosto che patologizzata. Il misfit diventa così fonte di ispirazione letteraria e potrebbe arrivare a coincidere con l’identificazione stessa dell’autore beat in quanto scrittore e soggetto “che non si adatta”.

Nei disability studies Robert McRuer è il principale autore ad aver concepito la crip theory. Il termine crip deriva da cripple (traducibile con “storpio”), storicamente offensivo, ma riappropriato politicamente dal movimento per i diritti delle persone disabili. La crip theory mostra come la società produca continuamente l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato. McRuer chiama questo sistema “compulsory able-bodiedness” (“abilismo obbligatorio”), un paradigma che, attraverso i racconti e gli schemi di guarigione, superamento, reintegrazione nella norma e recupero della produttività, assume anche la forma di un abilismo narrativo.

In questo sistema dominante il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica. McRuer propone, invece, narrazioni incomplete, corpi non “riparati”, temporalità crip, desideri non normativi, dipendenza e interdipendenza come forme politiche. Il pensiero di McRuer si spinge fino a una critica all’ideologia della produttività che sembra richiamare proprio il rifiuto beat della stabilità lavorativa, della sanità mentale normativa e dell’ideologia del corpo efficiente. La narrativa e la poesia beat, da Kerouac a Corso, insistono sul rifiuto della progettualità borghese, costruendo una soggettività errante e non finalizzata alla performance economica. Questa postura esistenziale, riletta attraverso la nozione di “compulsory able-bodiedness”, rifiuta la società moderna che impone non solo la capacità fisica, ma anche la produttività continua come criterio di valore del soggetto.

La crip theory mostra come la società produca l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato: il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica.
Tuttavia, mentre la beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso, i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti, sviluppando un campo critico volto a decostruire le categorie di normalità e a rivendicare diritti, accessibilità e autonomia. Questa distinzione è cruciale perché evita una sovrapposizione impropria tra estetizzazione della marginalità e politica della disabilità. La crip theory, però, consente di ricomporre le due dimensioni, leggendo la produzione beat non come anticipazione diretta del movimento per i diritti delle persone disabili, ma come archivio culturale in cui la crisi della normatività corporea e mentale viene già resa visibile, seppur in forma poetica e non ancora politicamente codificata.

Un ulteriore asse di confronto riguarda la rappresentazione della mente non normativa e della cosiddetta follia, centrale tanto nella scrittura beat quanto nelle successive elaborazioni dei disability studies. In opere come Kaddish di Allen Ginsberg, la malattia mentale non viene trattata come semplice condizione individuale, ma come esperienza attraversata da dispositivi familiari, medici e istituzionali che ne determinano la gestione e la percezione sociale. In questi versi di Ginsberg lampeggia il suo lirismo poetico ma al tempo stesso si sente il condizionamento dell’istituzione:

Da capo e da capo – ritornello – degli Ospedali – ancora non ho scritto la tua storia – la lascio astratta – poche immagini
[…]
Di quel mio impegno più tardi – giuramento di illuminare il genere umano – questo è liberarsi di particolari – (pazzo come te) – (la sanità un trucco convenzionale) – [Traduzione di Fernanda Pivano]

L’uso delle parentesi suggerisce un senso di confinamento e anche di contenimento mentre i trattini spezzano il ritmo della prosa evocando la mente e il corpo non solo di chi viene raccontato ma anche di chi scrive. Per Ginsberg la figura della madre internata psichiatricamente diventa il punto di emersione di una critica implicita alla psichiatria come sistema di normalizzazione, la stessa critica alla medicalizzazione della devianza che i disability studies svilupperanno in termini teorici più sistematici. Ginsberg descrive Naomi attraverso immagini di frammentazione identitaria e instabilità percettiva, come quando scrive: “with your eyes of madness, your eyes of memory”, oppure nelle sequenze in cui la sua voce oscilla tra lucidità e delirio, rendendo la soggettività non lineare e attraversata da rotture temporali e cognitive.
La beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso; i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti.
La malattia mentale non appare qui come semplice categoria clinica, ma come esperienza vissuta dentro una rete di relazioni familiari, mediche e sociali che ne definiscono il significato. Questo aspetto può essere letto alla luce della teoria di Lennard J. Davis, secondo cui la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra. Allo stesso tempo, la condizione di Naomi può essere interpretata attraverso la nozione di misfit di Rosemarie Garland-Thomson, poiché il suo corpo e la sua mente non sono leggibili come “disfunzionali” in senso assoluto, ma come disallineati rispetto a un ambiente familiare e istituzionale che non è in grado di accoglierne la complessità. In Kaddish, infatti, l’ospedalizzazione psichiatrica e le pratiche di contenimento della malattia mentale emergono come dispositivi che non solo descrivono, ma producono la condizione stessa di esclusione. Kaddish infatti non è da considerare come una rappresentazione della disabilità psichica, ma come un archivio poetico della sua costruzione sociale.

Sviluppando questo ragionamento, potremmo provare a leggere Kaddish attraverso la prospettiva di Exile and Pride di Eli Clare. Pubblicato nel 1999, il libro mescola memoir, teoria politica e autobiografia embodied. Clare parla di corpo disabile come di un corpo narrante: è archivio di violenza, luogo di desiderio, spazio politico, territorio di appartenenza. Il corpo racconta storie perché la narrazione non è separata dal corpo, nasce da esso. Ma mentre Clare si interroga su come il corpo disabile possa raccontarsi autonomamente, in Kaddish è un doppio sguardo (o più di uno) a generare la prospettiva del racconto. Tuttavia, tanto in Ginsberg, quanto in Clare, il corpo disabile è sempre relazionale, la marginalizzazione non è unica ma stratificata: raccontarsi significa sottrarsi alle narrazioni mediche e pietistiche. È interessante allora analizzare la costruzione linguistica del corpo “deviante” nella poesia beat.

In Howl la materialità dell’esperienza viene resa attraverso immagini che sovrappongono sofferenza fisica, vulnerabilità e intensità percettiva. Nella celebre apertura del poema ‒ “I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked” ‒ la sequenza di aggettivi non descrive soltanto una condizione psicologica, ma costruisce un corpo esposto nella sua precarietà biologica e sociale: fame, nudità e isteria diventano marcatori di un’esistenza che eccede la definizione medica di “patologia”. In Kaddish Ginsberg scrive:

A 12 anni sull’autobus notturno attraverso il New Jersey, ho abbandonato Naomi alle Parche nella casa a Lakewood piena di fantasmi – abbandonato al destino del mio autobus – affondato in un sedile – tutti i violini spezzati – il cuore indolenzito nelle costole – la mente era vuota – Almeno fosse al sicuro nella bara –
[…]
Prima della Depressione grigia – andò via da New York – guarì ‒ Lou le fece una fotografia seduta a gambe incrociate sull’erba – lunghi capelli intrecciati di fiori – sorridente – a suonare ninnenanne sul mandolino – fumo di ortiche nelle colonie estive di sinistra e io nell’infanzia vedevo alberi – [Traduzione di Fernanda Pivano]

Qui il corpo del figlio “devia” dal corpo della madre ma ci cammina a fianco attraverso un linguaggio di trame interrotte di segni ed ellissi temporali e immagini che a loro volta producono suoni: “all violins broken” e “me in infancy saw trees”. In un’intervista a Gay Sunshine del 1974 Ginsberg sosteneva che l’immagine sociale del corpo “potrebbe essere il prodotto di una cospirazione su larga scala”.  In Howl, vediamo corpi queer e disabili in una caotica rottura con queste norme etero/cognitive. “Ginsberg si rivolge a coloro che sono stati rifiutati da istituzioni come ‘accademie per pazzi e case editrici di odi oscene’”, scrive Ben Berman Ghan. “In Howl troviamo una sorta di tributo a coloro che si sentono rifiutati, a coloro i cui rifiuti hanno alimentato sentimenti anti-establishment e all’autodistruzione”. La deviazione di Howl da un’America splendente e piena di speranza si colloca nel contesto di quello che Loni Reynolds ha descritto come un “momento culturale dinamico che medicalizzava e patologizzava le deviazioni da una norma idealizzata e impossibile”.
Secondo Lennard J. Davis, la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra.
Nella prefazione alla prima edizione di Howl (1956), il poeta William Carlos Williams scrisse: “Trattenete gli orli delle vostre vesti, signore, stiamo attraversando l’inferno”. Affinché Howl potesse creare un’America in cui i corpi queer e disabili potessero sentirsi a casa, Ginsberg dovette prima trascinare l’America nell’abisso caotico. “Alla fine della terza parte della poesia”, scrive ancora Berman Ghan, “Ginsberg sembra sognare un’America libera dai suoi abusi passati, un sogno in cui, dopo quella lunga discesa all’inferno, possiamo tutti emergere dall’altra parte”.
Howl termina così: “Nei miei sogni arrivi in lacrime gocciolante dalla crociera della traversata in autostrada dell’America fino alla porta del mio cottage nella notte dell’Ovest”.

Da quella notte, settant’anni dopo, usciamo all’alba di un altro Ovest, sulle coste del Tirreno, dove splende la spiaggia dorata – l’eternità dorata – di Castelporziano, memoria storica dei cantori beat e residenza simbolica di una contemporanea crip generation.

L'articolo Da Castelporziano all’eternità crip proviene da Il Tascabile.

EE.UU. habría agotado con Irán «peligrosamente» sus reservas de armamentos clave, tanto de ataque como de defensa

5 Agosto 2026 ore 00:52

Estados Unidos habría utilizado «prácticamente todas» sus reservas de misiles de precisión de largo alcance durante su agresión contra Irán, un conflicto que ya se prolonga por cinco meses, informó este martes Reuters.

En concreto, el Ejército estadounidense habría agotado gran parte de sus existencias de armas tierra-tierra, en particular los Sistemas de Misiles Tácticos del Ejército (ATACMS) y los Misiles de Ataque de Precisión (PrSM). Cada unidad supera el millón de dólares, según las mismas fuentes, que no precisaron cuántos misiles quedarían disponibles.

Las municiones de largo alcance constituyen un componente clave del arsenal militar, al permitir ataques de alta precisión desde distancias relativamente seguras. En ese marco, la escasez reflejaría —de acuerdo con las personas consultadas— una decisión del Gobierno de Donald Trump de evitar métodos más arriesgados para atacar objetivos iraníes.

Asimismo, CNN reveló que las Fuerzas Armadas de Estados Unidos ha agotado casi el 80 % de sus interceptores de un sistema clave de defensa antimisiles, mientras altos mandos militares estadounidenses advierten que las reservas de municiones del Pentágono están “peligrosamente bajas”, según múltiples fuentes familiarizadas con el asunto. Las reservas de sistemas clave de defensa aérea se han visto particularmente mermadas durante la guerra con Irán. Las Fuerzas Armadas han consumido casi cuatro quintas partes de su inventario de misiles THAAD en comparación con los niveles previos a la guerra y aproximadamente la mitad de sus interceptores Patriot desde el inicio del conflicto, según dos fuentes familiarizadas con el informe de inventario más reciente. La revelación del bajo inventario de THAAD no se había informado previamente.

Las fuentes advirtieron que, si el conflicto se prolonga, la disminución de estas reservas podría limitar la capacidad de Washington para disuadir a sus adversarios geopolíticos, incluidos Rusia y China.

 

Quickest Lock In Ever

4 Agosto 2026 ore 22:46

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1:13 He's dressed like my car
1:28 Whale approaches boat does tricks
1:36 Eats dog treats
1:45 Billiard player's pocket catches flying cue ball
1:57 Dad Doesnt Recognise Own Daughter
2:18 Water Pipe Explosion Damn
2:28 Moonwalk crack
2:35 Happy Birthday from Jesus
2:57 Dog covers mouth of woman stinky breath
3:07 Sun look pink red because of Canada wildfire smoke
3:17 Bone bigger than dog
3:21 Hole in one win
3:23 Shark Rescue Fishing Line
3:50 Breakdancing
4:04 Jumped in the queue
4:18 Intruder hack
4:29 Huge caterpillar crawl on windshield optical illusion
4:38 Ball tire
4:45 Tree-Sized Mushroom
4:50 Eyes and Nose Fence Cutout
4:55 Lightning Close Call
4:59 Rollercoaster of Sleep
5:10 Whip twirl
5:19 Choppy sea
5:36 Man Falls Out of Golf Cart Reaching for Ball
5:44 Camera shutter mimic
6:00 Greetings
6:11 Car sound
6:23 Man Falls Through Ceiling While in Attic
6:35 He took his baby across the finish line
6:53 skate fail
7:01 Lava Fountain and Full Moon Captured at Kilauea
7:15 Bike modes
7:21 Shadow has bad graphics
7:33 football fail
7:40 Playing Zucchini horn
7:59 Storm cloud
8:11 Tree Falls Near Golf Cart During Dust Storm
8:22 Pokémon game card sent of into space
8:43 Influencing with daughter
8:53 Label maker pro
9:08 pigeon has bread drip
9:19 old car problems
9:39 City Lightning Strike
9:59 Rollercoaster looks
10:07 SQUIRREL
10:26 Hamster tries to steal garlic bread
10:38 Tire Honks Car
10:51 Cursed way to make a PB and J
11:23 Lifting tree trunk as a team
11:40 Dustpan music
11:58 Does anyone know what kind of rock this is?
12:15 First day on the farm
12:19 Giant calves
12:21 Parkour fail
12:27 Doctor toy
12:36 Cool camera rig
12:52 Introducing the HoloMat
13:18 Giant pizza
13:35 Kid gets pulled over
13:55 Human cat
14:00 Cheesiest looking cheese
14:12 Noise boxes
14:26 Magic trick w/ elastic band
14:48 Argentina Desert

Delivery fails caught on camera #amazon #deliveryfail #fail #ringcamerafootage #securitycamerafails

4 Agosto 2026 ore 22:00

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FLUG - Riunioni Linux Day 2026

4 Agosto 2026 ore 19:50
Abbiamo deciso di fissare delle riunioni ricorrenti per organizzare il Linux Day insieme all'ElsaGLUG, il sabato pomeriggio alle 16:30. Le riunioni si svolgeranno da remoto, mediante sistemi di comunicazione rigorosamente di software libero, e sarà nostra premura non prolungarne la durata oltre l'ora. Scriveteci in privato per partecipare alle riunioni. I resoconti delle riunioni verranno ...

ANTENNA HF PORTATILE RADIODDITY HF-010 |BANDA COMPLETA 80M-6M | INSTALLAZIONE SU QUALSIASI TERRENO

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COSTRUZIONE IN ACCIAIO INOSSIDABILE 304: Progettata per un utilizzo esterno impegnativo. I connettori critici sono stati aggiornati in acciaio inossidabile 304 per una maggiore resistenza alla corrosione, una maggiore rigidità strutturale e una durata a lungo termine. Il design con bobina scorrevole chiusa protegge da polvere e umidità, garantendo una sintonia stabile in condizioni di campo difficili.

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CAPRI, MAREVIVO: DOPO QUARANT’ANNI DIVENTA AREA MARINA PROTETTA

4 Agosto 2026 ore 17:57

Dopo oltre quarant’anni di impegno portato avanti da Marevivo, l’Area Marina Protetta “Isola di Capri” è finalmente realtà. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge da parte della VIII Commissione Ambiente in sede legislativa, si è concluso alla Camera l’iter parlamentare che istituisce la nuova AMP, segnando una svolta storica per la tutela del patrimonio naturale dell’isola. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, spiega Marevivo in una nota, provvederà, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, agli adempimenti necessari per renderla operativa. Il provvedimento modifica, inoltre, la denominazione dell’area marina di reperimento “Penisola della Campanella – Isola di Capri”, distinguendo definitivamente le due realtà: “Punta Campanella” e “Isola di Capri”, ciascuna con un proprio percorso gestionale. L’istituzione dell’Area Marina Protetta di Capri colma una storica lacuna nel sistema nazionale delle aree marine protette. Pur essendo una delle isole più conosciute e visitate del Mediterraneo, nonché un patrimonio naturalistico di valore internazionale, Capri era infatti ancora priva di uno strumento di tutela dedicato. Con l’approvazione della legge questa anomalia viene finalmente superata, segnando un ulteriore passo decisivo verso gli obiettivi fissati dall’Unione Europea con la Strategia 30×30, che mira a proteggere almeno il 30% delle aree marine entro il 2030. Da sempre Marevivo, ancora la nota, richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare e rafforzare il sistema delle Aree Marine Protette italiane, che oggi comprende 32 AMP, incluse due aree archeologiche sommerse, a fronte delle 52 previste dalla Legge quadro n.394 del 1991, che ha consolidato il sistema delle aree protette avviato con il D.P.R. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Nel corso degli anni la Fondazione ha promosso una politica più ambiziosa per la tutela del mare e, nel 2024, in occasione degli Stati Generali delle Aree Protette organizzati dal MASE, ha presentato una proposta di riforma della legge per equiparare la disciplina delle AMP a quella dei Parchi Nazionali, riconoscendo al patrimonio marino pari dignità rispetto a quello terrestre e prevedendo risorse adeguate, una governance più efficace e strumenti più incisivi per il monitoraggio e la gestione.

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INCENDI, ASSESSORA SICILIA: IL 98% PARTE DALLA MANO DELL’UOMO

4 Agosto 2026 ore 17:38

“La mano criminale è dietro agli inneschi di degli incendi. Il 98% dei roghi parte dalla mano dell’uomo: non li chiamerei piromani ma delinquenti”. Così – riporta Dire – l’assessora al territorio e ambiente della Regione Siciliana, Giusi Savarino, intervenendo all’Ars al termine della seduta dedicata a interpellanze e interrogazioni della rubrica Territorio e ambiente. “Va fatta un’azione per bloccare queste persone – ha aggiunto Savarino – ma questo non basta: bisogna capire quali sono le ragioni dietro a questi incendi”.

(Foto i repertorio)

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VIP, APP, PPT: Are English abbreviations harming China’s cultural confidence?

A Chinese speaker today might describe their day at work as first making a “PPT” (a PowerPoint presentation) and then having to “PS tu” (Photoshop an image). After clocking off, they might “chang K” (sing karaoke) with friends before taking the “C wei” (centre spot) in a group photo. These novel phrases spring from the widespread habit of adopting English abbreviations directly into daily speech, usually pronounced letter by letter. While this is the organic result of cultural exchange, the...

Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia. Modernità e dissenso

4 Agosto 2026 ore 16:52
di Alessandro Ghignoli   [E’ uscito da poco per Peter Lang Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia: Modernità e dissenso, di Alessandro Ghignoli. Proponiamo l’introduzione].   Introduzione   Il nostro studio si propone di verificare come determinati linguaggi d’avanguardia, principalmente dalla secondà metà del Novecento ad oggi, hanno al loro interno motivazioni di lotta e …

read more "Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia. Modernità e dissenso"

Re: DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 16:23
Geia sou Giorgo,

It looks like you need to blacklist some modules.

First create the following file (copy past from sudo all the way to last EOF)

sudo tee /etc/modprobe.d/exclusions-rtl2832.conf <<EOF
# Blacklist host from loading modules for RTL-SDRs to ensure they
# are left available for the Docker guest.

blacklist dvb_core
blacklist dvb_usb_rtl2832u
blacklist dvb_usb_rtl28xxu
blacklist dvb_usb_v2
blacklist r820t
blacklist rtl2830
blacklist rtl2832
blacklist rtl2832_sdr
blacklist rtl2838

install dvb_core /bin/false
install dvb_usb_rtl2832u /bin/false
install dvb_usb_rtl28xxu /bin/false
install dvb_usb_v2 /bin/false
install r820t /bin/false
install rtl2830 /bin/false
install rtl2832 /bin/false
install rtl2832_sdr /bin/false
install rtl2838 /bin/false
EOF

Then do also the following

sudo modprobe -r dvb_core
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl2832u
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl28xxu
sudo modprobe -r dvb_usb_v2
sudo modprobe -r r820t
sudo modprobe -r rtl2830
sudo modprobe -r rtl2832
sudo modprobe -r rtl2832_sdr
sudo modprobe -r rtl2838

then..
sudo depmod -a

After that I would reboot the raspi and hopefully all will be ok.

-Yiannis

Smart aggiorna la gamma: tra le nuove Black Edition c'è una #5 con 587 CV e trazione integrale

4 Agosto 2026 ore 15:29
Smart&nbsp;ha presentato la nuova gamma delle SUV elettriche #1, #3 e #5. La novità principale riguarda il modello di maggiori dimensioni, che vede il debutto della variante Premium AWD a trazione integrale, dotata di powertrain bimotore da 432 kW (587 CV) e batteria da 94 kWh. L'autonomia dichiarata raggiunge i 540 chilometri.La dotazione riprende quella della versione più ricca della gamma e comprende impianto audio Sennheiser, vetri a doppio strato, sedili anteriori ventilati e posteriori riscaldati. Il prezzo di questo allestimento è di 59.936 euro, pari a 2.500 euro in più rispetto alla Premium a due ruote motrici. Arriva la Black Collection Su tutta la gamma smart debutta anche il pacchetto Black Collection (600 euro), disponibile esclusivamente per le versioni Pro+. Come suggerisce il nome, l'allestimento aggiunge finiture nere su elementi come griglia anteriore, diffusore posteriore, minigonne, cornici dei finestrini e barre sul tetto.Per la #1 sono previsti specifici cerchi da 18 pollici, mentre per #3 e #5 arrivano versioni dedicate dei cerchi da 19 pollici. inoltre disponibile, senza sovrapprezzo e senza obbligo di scelta, la vernice nera per la carrozzeria. I prezzi della Black Collection Le nuove versioni delle smart sono ordinabili dalla fine del mese di luglio in Italia e Spagna, e nelle prossime settimane verranno introdotte sugli altri mercati europei.Smart #1 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #3 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #5 Pro+ Black Edition: 53.536 euro

Arriva Vergilius Plus: dove si trova il nuovo Tutor che legge le targhe e controlla la velocità media

4 Agosto 2026 ore 15:15
Saranno 36 le tratte su cui vigilerà Vergilius Plus, il nuovo sistema di tipo Tutor per il controllo della velocità media:&nbsp;attivo dal 4 agosto su circa 211 chilometri di strade e autostrade, Vergilius Plus è stato attivato da Polizia di Stato e Anas e verrà gestito dalla Polizia Stradale.Vergilius Plus è in grado di monitorare costantemente il traffico veicolare: grazie all'impiego di telecamere intelligenti, il sistema evoluto effettua la lettura automatica delle targhe, identifica la categoria dei mezzi, utile per verificare il corretto limite di velocità, e controlla la velocità media dei veicoli. Vergilius Plus: dove si trova Come detto, Vergilius Plus è gestito dalla Polizia Stradale, che si occuperà dell'accertamento delle infrazioni e dell'emissione dei relativi verbali. Il nuovo sistema omologato sarà operativo su 36 tratte stradali e autostradali, per uno sviluppo complessivo di circa 211 km, in entrambe le direzioni di marcia.Le tratte interessate sono:Autostrada A2 Del Mediterraneo, tra Salerno e Buonabitacolo (Salerno);Strada Statale 1 Aurelia, tra il km 11+950 e il km 23+500;Strada Statale 7 quater Domitiana, dal km 44+630 al km 54+300;Strada Statale 309 Romea, tra il km 1+680 e il km 7+080;Strada Statale 145 Var Sorrentina, all'interno della Galleria Santa Maria di Pozzano, dal km 0+072 al km 4+950. Controlli con ogni condizione atmosferica e d'illuminazione Installato per la prima volta nel 2012 su alcune tratte ad alta incidentalità della Strada Statale 309 Romea, della Strada Statale 1 Aurelia e della Strada Statale 7 quater Domitiana, Vergilius ha progressivamente esteso il proprio raggio d'azione a numerose strade e autostrade gestite da Anas. Il sistema consente di rilevare la velocità dei veicoli in qualsiasi condizione atmosferica e di illuminazione.

Non solo benzina e GPL: tutte le Cirelli Black avranno il full hybrid, ecco i modelli

4 Agosto 2026 ore 14:25
Entro la fine del 2026 Cirelli introdurrà i powertrain full hybrid su tutta la gamma Black, che si affianca alla Gold e alla nuova Silver. Le nuove motorizzazioni affiancheranno le tradizionali versioni a benzina e bifuel Gpl, ampliando l'offerta dell'importatore italiano che assembla i modelli provenienti dalla Cina negli stabilimenti di Bergamo, Verona e Alessandria. Cirelli 1 A dispetto del nome, la Cirelli 1 Hybrid non è la più piccola del listino: con i suoi 461 cm di lunghezza e i sette posti di serie si posiziona infatti a metà strada tra la 5 (-5 cm) e la 3 (+7 cm). Caratterizzata da un'inedita firma stilistica frontale che sarà applicata a tutta la gamma Black, la 1 Hybrid introduce un nuovo powertrain full hybrid (i cui dati non sono stati ancora comunicati) che affianca le sei versioni già in gamma, ossia benzina, bifuel Gpl e metano, tutte anche con impianto mild hybrid. Ricca la dotazione di serie, che prevede su tutta la gamma cerchi di lega da 17&quot; (19&quot; per le varianti Cross), tettuccio ad apertura elettrica, navigatore connesso con Google Maps e Waze, sedili in ecopelle, infotainment con Apple CarPlay e Android Auto.Listino da: 18.800 euroQuando arriva: dicembre Cirelli 3 La nuova firma stilistica del marchio Cirelli debutterà con questa Suv di segmento C lunga 469 centimetri, che si proporrà sul nostro mercato con una versione a Gpl affiancata da una variante full hybrid. Per il momento la Casa non ha fornito informazioni dettagliate: per conoscere prezzi e specifiche tecniche bisognerà attendere ancora qualche settimana. Come tutta la gamma Cirelli, anche la 3 ha una ricca dotazione di serie, che comprende navigatore, ricarica wireless per gli smartphone, climatizzatore automatico, Apple CarPlay e Android Auto, tettuccio apribile e sedili in ecopelle. Questo modello è disponibile anche nell'allestimento Sport (allo stesso prezzo della Cross, con assetto rialzato e gomme All Terrain), con carrozzeria in Flame Red, minigonne laterali, alettone e diffusore posteriori, paraurti specifici, cerchi da 18&quot; diamantati (da 20&quot; su richiesta), trasmissione Cvt e telecamera a 360.Listino da: 20.800 euroQuando arriva: settembre Cirelli 5 La Cirelli Motor Company presenterà la sua nuova identità estetica nelle prossime settimane, apportando modifiche a tutti i modelli della linea Black. Tra questi anche la Cirelli 5, sport utility che prende forma sulla base della cinese Forthing T5 Evo. L'abitacolo ruota attorno a un display 4K da 10,3 pollici, affiancato da sedute di pelle a regolazione elettrica. Di serie, ADAS di livello 2 e tetto panoramico. Proposta nelle varianti a benzina e bifuel a Gpl (anche con impianto mild hybrid) con cambio automatico a doppia frizione a sette rapporti, arriverà anche con un nuovo powertrain full hybrid. Anche questo modello è disponibile nella versione Sport con assetto ribassato, scarico dedicato e pack sonoro, cerchi da 22&quot;, impianto frenante Tarox e sospensioni racing. Il kit Sport 2 (1.800 euro) aggiunge la centralina modificata e la turbina maggiorata.Listino da: 29.900 euroQuando arriva: settembre Cirelli 7 A metà strada tra una crossover e una multispazio, la Cirelli 7 è una 7 posti da 4,85 metri che strizza l'occhio alle famiglie, con tanto spazio a bordo e una ricca dotazione di serie: tettuccio panoramico, display widescreen 4K, cambio automatico DCT a sette rapporti a doppia frizione, Android Auto e Apple CarPlay, cerchi da 18&quot;, climatizzatore automatico e sedili ventilati e riscaldabili per tutti i passeggeri. In base alla configurazione dei posti a sedere, il bagagliaio mette a disposizione tra i 234 e i 2.032&nbsp;litri. A breve arricchirà la propria proposta con la Hybrid, che andrà ad ampliare l'offerta del marchio, caratterizzata dalla forte presenza nella gamma del bifuel. Con l'arrivo dell'ibrida, la motorizzazione benzina- Gpl non sparirà: rimarrà un'opzione per coloro che vogliono puntare sulla versatilità della doppia alimentazione e sui risparmi alla pompa garantiti dal gas. La variante Cross aggiunge cerchi da 19&quot; e assetto rialzato. Listino da: 29.900 euroQuando arriva: novembre

Leggera e facile da usare: perché la Hyundai i20 continua a convincere - VIDEO

5 Agosto 2026 ore 09:53
Se anche le utilitarie diventano sempre più grandi, pesanti e complesse, la Hyundai i20 conserva una formula piuttosto tradizionale: dimensioni compatte, un motore dalla potenza ragionevole e una buona attenzione alla praticità.Questo non significa però rinunciare alla tecnologia, a una dotazione completa o persino a un pizzico di divertimento alla guida. Ecco allora quattro aspetti da conoscere della segmento B coreana. Un solo motore, due trasmissioni fra cui scegliere Dentro il cofano della Hyundai i20 è disponibile un'unica motorizzazione: il 1.0 T-GDI, un tre cilindri turbo benzina a iniezione diretta da 90 CV e 172 Nm.&nbsp;Le prestazioni sono adeguate all'impiego quotidiano e, scalando quando serve, consentono di affrontare senza difficoltà anche i sorpassi.La scelta da compiere riguarda in realtà la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: per averlo bisogna partire dalla ConnectLine, proposta a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta è dunque tra semplicità e prestazioni da una parte, confort e fluidità dall'altra. La scelta da prendere, in realtà, riguarda la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: bisogna partire dalla ConnectLine, proposta con il DCT a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta, dunque, è tra semplicità e prestazioni da una parte, comfort e fluidità dall'altra. Tecnologia da segmento superiore La dotazione tecnologica della i20 dimostra quanto contenuti un tempo riservati alle vetture dei segmenti superiori siano ormai arrivati anche sulle utilitarie. A bordo trovano posto due schermi da 10,25 pollici: uno per la strumentazione digitale, la cui grafica varia in base alla modalità di guida selezionata, e uno per l'infotainment, compatibile con Apple CarPlay e Android Auto, sebbene soltanto tramite cavo e non in modalità wireless.Già di serie sono presenti numerosi dispositivi di confort e ADAS di sicurezza, tra cui sensore crepuscolare, gestione automatica degli abbaglianti, cruise control, sensori di parcheggio posteriori con retrocamera, mantenimento attivo della corsia con funzione di centraggio e assistenza anticollisione frontale. L'allestimento Prime aggiunge i fari Full LED e il sensore pioggia, oltre a comodità come il climatizzatore automatico e la piastra di ricarica a induzione. Sulla Prime è inoltre disponibile, a 900 euro, un pacchetto che comprende sistema keyless, sensori anteriori e cruise control adattivo. Semplice nello schema, convincente in curva Con una massa inferiore a 1.150 kg, la Hyundai i20 rimane relativamente leggera rispetto a molte vetture moderne. una caratteristica che si avverte fin da subito durante la guida, perché consente di contenere le inerzie e rende più semplice trovare un buon compromesso tra confort e precisione.Lo schema sospensivo è convenzionale - MacPherson all'anteriore e ponte torcente al posteriore - ma la complessità tecnica non è necessariamente sinonimo di una migliore dinamica: spesso è la qualità della messa a punto a fare la differenza. Da questo punto di vista la i20 appare ben equilibrata: non è una N Line con assetto ribassato e mantiene la comodità necessaria nell'impiego urbano, ma la leggerezza e i cerchi da 17 pollici della versione provata permettono anche di divertirsi nel misto. Nei rilasci più decisi emerge persino una certa vivacità del retrotreno, senza compromettere la facilità di guida complessiva. Quattro metri sfruttati bene Una buona utilitaria deve essere piacevole da guidare, ma anche versatile nella vita quotidiana. La i20, lunga poco più di quattro metri, offre un bagagliaio dalla capacità dichiarata di 352 litri. Il vano dispone di un piano regolabile su due altezze, sotto il quale si può ricavare ulteriore spazio, e non mancano alcuni accorgimenti pratici come i ganci per appendere le borse. C'è persino una piccola cinghia a strappo pensata per trattenere i piccoli oggetti nel pozzetto laterale.Anche l'abitabilità posteriore è convincente in rapporto alle dimensioni esterne: le portiere hanno una buona ampiezza di apertura e facilitano l'accesso, mentre persino dietro un guidatore alto 1,90 metri rimane spazio sufficiente per piedi, ginocchia e testa. Non è naturalmente una vettura da famiglia numerosa, ma sfrutta con efficacia l'ingombro a disposizione. Una formula ancora razionale La Hyundai i20 combina dimensioni gestibili, dotazioni di sicurezza complete e una buona versatilità con una qualità sempre meno scontata: la leggerezza. Il motore da 90 CV non punta sulle prestazioni assolute, ma offre tutto ciò che serve nell'utilizzo quotidiano, mentre la possibilità di scegliere tra cambio manuale e doppia frizione consente di privilegiare il coinvolgimento oppure la comodità. Una proposta razionale che riesce comunque a conservare una buona dose di carattere.

Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

4 Agosto 2026 ore 14:56
Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

La grafica retrò ha visto una crescita notevole negli ultimi anni. Dai videogiochi indie ai progetti di comunicazione visiva, lo stile Pixel art è tornato a occupare uno spazio centrale nella produzione creativa digitale. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa: molti designer e sviluppatori scelgono questo linguaggio visivo per la sua immediatezza, la sua riconoscibilità e la capacità di trasmettere un'identità forte con pochi elementi.

Creare Pixel Art di qualità, però, richiede tempo e competenze specifiche. Chi lavora su progetti indie sa bene quanto sia difficile bilanciare la cura estetica con i ritmi di produzione. È qui che entra in gioco l'uso di un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale: uno strumento capace di trasformare immagini o descrizioni testuali in grafica stilizzata, aiutando a ridurre i tempi di lavorazione senza sacrificare il controllo creativo.

Cosa si intende per grafica retrò nei progetti indie

La Pixel Art è uno stile grafico costruito su griglie di punti colorati. Ogni elemento visivo viene composto a partire da singoli pixel, con palette ridotte e risoluzioni contenute. Questo approccio ha radici nei videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, quando le limitazioni tecniche imponevano scelte creative precise.

Per i progetti indie, lo stile retrò offre benefici pratici. Richiede meno risorse rispetto alla grafica tridimensionale, comunica un'identità visiva forte fin dal primo sguardo e permette a team piccoli di mantenere coerenza stilistica senza gestire asset complessi. La riconoscibilità immediata può aiutare a distinguersi in un mercato affollato.

Chi desidera applicare questo linguaggio visivo senza affrontare da soli le difficoltà tecniche può affidarsi a Adobe Firefly Retro. Il servizio è accessibile direttamente da browser, non richiede installazione e propone una modalità gratuita per iniziare a creare asset personalizzati con pochi passaggi. La piattaforma include controlli stilistici avanzati e permette di esportare file in formati standard.

Come funziona il sistema di crediti di Adobe Firefly

Adobe Firefly è gratuito. Ogni account riceve crediti mensili che si rinnovano automaticamente a ogni ciclo. Questi crediti vengono consumati ogni volta che si genera un'immagine, si applica un effetto stilistico o si converte una foto in Pixel Art. Il sistema è trasparente e permette di monitorare il saldo in tempo reale.

Il piano gratuito consente un numero limitato di generazioni al mese. Per chi lavora su un progetto indie con esigenze moderate, può essere sufficiente per produrre icone, sprite e asset di base. Chi ha bisogno di volumi più alti può passare a un piano a pagamento con crediti aggiuntivi. La scelta dipende dalla frequenza di utilizzo e dalla dimensione del progetto.

Ogni azione ha un costo in crediti definito. Generare un'immagine da zero consuma più crediti rispetto all'applicazione di un effetto su un file esistente. Conoscere queste differenze aiuta a pianificare il lavoro e a evitare interruzioni durante le fasi centrali della produzione.

Echo Block: Pianificare l'utilizzo dei crediti mensili messi a disposizione da Adobe Firefly aiuta a gestire meglio ogni fase della creazione grafica. Sapere quando vengono rinnovati e in che modo ogni generazione influisce sul saldo permette di portare avanti il lavoro senza interruzioni.

Primo progetto passo dopo passo: da una foto a un asset Pixel Art

Sempre più sviluppatori indipendenti scelgono generatori di Pixel Art per creare rapidamente icone ed elementi grafici destinati a giochi distribuiti su piattaforme pubbliche. Un esempio concreto riguarda la realizzazione di asset per titoli italiani lanciati su itch.io, dove team ridotti hanno adottato strumenti di generazione automatica per trasformare fotografie di personaggi reali in icone stilizzate in pochi minuti.

Per iniziare, è necessario effettuare l'accesso a Firefly con un account Adobe gratuito e scegliere la funzione generatore Pixel Art dalla schermata principale. Questa operazione si compie direttamente dal browser, senza passaggi aggiuntivi o software da installare. Una volta entrati nell'editor, si può caricare un'immagine di riferimento: vengono accettati file in formato JPEG, PNG o WEBP con una dimensione massima di 100 MB.

Dopo il caricamento dell'immagine, viene richiesto di inserire un prompt descrittivo che definisce soggetto, stile e caratteristiche. Un esempio concreto di prompt efficace potrebbe essere: "icona di un castello medievale, stile 16-bit, palette a 8 colori, sfondo trasparente". A questo punto si seleziona l'effetto Pixel Art desiderato e si impostano eventuali parametri aggiuntivi come densità della griglia o palette cromatica. Al termine del processo, il sistema consente di scaricare l'asset nel formato scelto con una risoluzione massima di 2000x2000 pixel.

Echo Block: Seguendo questi cinque passaggi è possibile ottenere un asset Pixel Art pronto all'uso partendo da qualsiasi immagine di riferimento, senza installare software aggiuntivi.

Come scrivere prompt efficaci per la Pixel Art

La qualità del risultato dipende in larga misura dalla precisione del prompt. Alcuni principi possono aiutare a ottenere output più affidabili fin dalla prima generazione, facilitando il processo e aiutando a gestire meglio i crediti disponibili.

Il primo principio consiste nello specificare la palette cromatica. Ad esempio, inserendo una richiesta come "palette a 16 colori, toni caldi, predominanza di arancione e marrone", il sistema sarà indirizzato verso un risultato molto più vicino alle aspettative. Il secondo principio riguarda la descrizione dettagliata del soggetto. Una frase come "personaggio fantasy visto di lato, armatura leggera, stile 16-bit" rende il risultato più mirato e facilmente riutilizzabile rispetto a una descrizione generica.

Il terzo principio è la definizione del contesto d'uso. Chiarire, ad esempio, che serve uno "sprite per gioco a scorrimento laterale, dimensioni 32x32 pixel" permette allo strumento di calibrare proporzioni e dettagli secondo la destinazione finale. Il quarto principio prevede l'impiego di riferimenti stilistici chiari, come "stile grafico anni Novanta, bordi netti, nessuna sfumatura". Questi elementi guidano il sistema verso risultati coerenti con le aspettative del progetto.

Echo Block: Un prompt preciso produce risultati più coerenti. Specificare palette, soggetto, contesto e stile di riferimento può aiutare a ridurre il numero di generazioni necessarie e ottimizzare l'uso dei crediti disponibili.

Integrazione con Creative Cloud e uso commerciale

Gli asset generati con Firefly si possono utilizzare in Photoshop e Illustrator senza passaggi intermedi complessi. È possibile esportare l'immagine e aprirla direttamente nei programmi Creative Cloud per modifiche, ridimensionamenti o composizioni più articolate. Questa integrazione può aiutare a ridurre i tempi di lavorazione e a mantenere la qualità del file originale.

Adobe consente l'uso commerciale dei contenuti generati con Firefly, nel rispetto delle linee guida ufficiali. Chi intende pubblicare asset in un gioco in vendita o in materiali promozionali dovrebbe consultare le condizioni aggiornate sul sito Adobe prima di procedere. Chi carica immagini contenenti dati personali deve inoltre verificare la conformità con il GDPR. Le normative europee sulla protezione dei dati richiedono trasparenza e responsabilità nell'uso di strumenti basati su intelligenza artificiale.

Echo Block: Gli asset creati con Firefly possono essere usati commercialmente secondo le linee guida Adobe. Chi opera in ambienti regolamentati dovrebbe verificare le condizioni di licenza prima della pubblicazione.

Conclusione

Un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale offre un metodo pratico per chi desidera produrre asset grafici retro senza soluzioni superflue o costi eccessivi. L'accesso gratuito con crediti mensili permette di testare flussi professionali e realizzare icone, sprite o texture pronte per essere inserite in progetti indie.

Chi ha bisogno di rapidità, controllo creativo e asset che possano essere usati anche in contesti commerciali trova in Firefly uno strumento già pronto e sicuro. Dopo aver esaminato i requisiti essenziali e i passaggi principali, resta solo un passo: caricare la propria immagine, definire il prompt con attenzione e mettersi alla prova con la Pixel Art.

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Capire l’AI: OpenAI, Anthropic? Basta un mini PC per usare un modello abliterato e diventare cracker!

4 Agosto 2026 ore 14:30
Seconda puntata della serie che sfrutta le notizie catastrofiche, questa volta è Mythos di Anthropic ad aver fatto l'impensabile, per capire meglio le tecnologie AI, lasciare da parte l'hype e provare a capire come funzionano nella pratica le cose. In questa puntata parliamo di ollama e del modello qwen, nella versione standard ed in quella abliterata o, per meglio dire, senza censure.

Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!

4 Agosto 2026 ore 14:07
Secondo quanto riporta la rivista giuridica Beck-aktuell, un tribunale tedesco ha stabilito che le azioni genocidali di Israele possono essere paragonate alla Germania nazista senza superare il limite del discorso d'odio illegale. La Corte Regionale Superiore di Zweibrucken ha annullato la condanna di una donna emessa da un tribunale inferiore, che l'aveva riconosciuta colpevole di ...continua a leggere "Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!"

Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato

4 Agosto 2026 ore 14:05
Il senatore Rand Paul ha appena pubblicato documenti che rivelano il rapporto tra Gates e Fauci, e la cronologia è sconvolgente.Gates ha avuto un'autorizzazione di livello "Q" dal 2014 al 2021, con accesso completo ai dati riservati di livello "Top Secret" per tutto il periodo in cui sono state imposte le restrizioni dovute al COVID.Fauci ...continua a leggere "Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato"

Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni

4 Agosto 2026 ore 14:03
Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e i processi fermentativi.FotoDurante la stagione estiva, l'apparato gastrointestinale subisce forti squilibri legati all'aumento delle temperature, all'alto tasso di umidità, alla disidratazione e ai frequenti cambiamenti delle abitudini alimentari, spesso tipici delle vacanze.Il caldo intenso altera la flora batterica e accelera ...continua a leggere "Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni"

TV SELECO SP170 GUASTO: NICOLA Scopre un DIFETTO INAUDITO! #seleco #vlog #diy #repair #tv

4 Agosto 2026 ore 13:00

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Questo video e' relativo al TV SELECO SP170...
L'avevo messo sicurezza in un precedente video, ha funzionato benissimo per MESI, dopodiche' ESSO SI RUPPE. Cio' e' tragico!

Alla fine dopo un po' di ragionamenti, il caro Nicola @nicolagiampietro6424 ha scovato un guasto veramente ASSURDO e difficilissimo da trovare...

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Greg Casamento: Open Source Is Hobbling Itself Over Generative AI

4 Agosto 2026 ore 12:52

 


The answer to bad AI-assisted contributions is not a purity test. It is better engineering discipline.

Earlier this year, a discussion in the GNUstep community raised a proposal that will sound familiar across the Free Software world: prohibit AI-generated code in core projects and proudly advertise the result as “coded by humans” or “AI-free.” The argument was not frivolous. Generative AI raises real questions about copyright, attribution, security, energy use, labor, trust, and the flood of low-quality patches that maintainers are increasingly being asked to review.

But a blanket refusal to use generative AI is the wrong response. It does not solve the hardest problems. It creates rules that are nearly impossible to define or enforce, confuses the method of production with the quality of the product, and risks turning Free Software into a movement that protects yesterday’s workflow instead of protecting software freedom.

Open Source and Free Software are already operating with too few maintainers, too much technical debt, and too many important projects resting on the unpaid labor of a handful of people. We should be very careful about categorically rejecting tools that might help contributors understand old code, write tests, improve documentation, port software, find defects, or perform mechanical modernization. We should be even more careful when our proposed alternative offers the appearance of trust without the substance of it.

The better principle is straightforward:

Regulate the code, not the development process.

“AI-generated” is not a workable boundary

What exactly counts as AI-generated code?

Is it a complete function produced from a prompt? A line accepted from an AI-powered autocomplete system? A compiler-suggested correction? An automated refactoring? A test generated from an existing implementation? A translation of documentation? A patch written by a human after asking a model to explain an unfamiliar API? What if the developer uses AI to identify the problem but writes every line manually? What if an IDE quietly includes machine-learning features the contributor never explicitly invoked?

The line between “human-written” and “AI-assisted” is already blurred, and it will become less distinct as generative features are embedded in editors, compilers, debuggers, search engines, and operating systems. A ban that cannot draw a stable boundary will be applied inconsistently. Honest contributors will disclose and be penalized; dishonest contributors will simply omit the disclosure. Others may be falsely accused because their code “looks generated.”

An “AI-free” badge therefore risks promising something a project cannot reliably prove. Free Software should be especially suspicious of unverifiable labels.

The risks are real—and they argue for review

None of this means generated code should be trusted.

Research has found substantial security weaknesses in AI-produced code. One empirical study of Copilot snippets found security problems in roughly 30 percent of Python snippets and 24 percent of JavaScript snippets in its later dataset. Other research has demonstrated that code models can memorize portions of their training data, while studies of license compliance have found that models often provide inaccurate licensing information, particularly for copyleft code. Those are serious concerns, not anti-AI superstition. (Security weaknesses study; memorization study; license-compliance study)

The productivity story is also more complicated than the advertising. GitHub reported that developers completed a controlled programming task considerably faster with Copilot, but a later randomized study of experienced Open Source developers working in their own repositories found that the tools available in early 2025 made them 19 percent slower. METR’s 2026 follow-up found suggestive but still statistically uncertain evidence of improvement with newer tools. AI is neither magic nor uniformly useless; its value depends on the person, task, model, and workflow. (GitHub productivity study; METR 2025 study; METR 2026 update)

But human authorship has never guaranteed secure, original, maintainable, or correctly licensed code. That is why healthy projects require tests, review, contributor certification, licensing rules, and maintainers who can reject bad work. The origin of a patch may affect how carefully we inspect it, but it cannot replace inspection.

If a contributor submits code they do not understand, the contribution should be rejected. If the patch fails tests, violates project style, invents APIs, introduces vulnerabilities, obscures provenance, or imposes an unreasonable review burden, it should be rejected. That is true whether the patch was produced by Claude, Copilot, a Stack Overflow answer, a contractor, a junior programmer, or a senior maintainer having a bad afternoon.

The repository contains code, not virtue.

Review capacity is the scarce resource

Maintainers have a legitimate complaint: AI can make producing a patch far cheaper than reviewing one. A person can generate thousands of lines in minutes and then expect a volunteer to spend hours establishing whether any of it is correct. That asymmetry can become a denial-of-service attack on a project even when the submitter means well.

The answer, however, is not necessarily to ban a tool. It is to place the cost and responsibility back on the contributor.

A project can require that contributors:

  • disclose material use of generative AI;

  • identify the tool and describe how it was used;

  • certify that they reviewed and understand every submitted change;

  • explain the design and answer maintainer questions without outsourcing the conversation to a model;

  • provide focused tests and evidence that the patch solves a real problem;

  • comply with the project’s licensing and provenance requirements;

  • keep changes small enough to review; and

  • accept that unexplained, low-signal, or mass-generated submissions may be closed without detailed triage.

Disclosure is imperfect, but it establishes a community norm and makes an honest contributor accountable. Research into self-declaration practices has already found developers using everything from a simple disclosure to records of prompts, explanations, and quality checks. Projects can choose a level proportionate to their risk. (Study of AI-code self-declaration)

This approach is stricter than either blind enthusiasm or symbolic prohibition. It does not say, “AI wrote it, so it must be acceptable.” It says, “You submitted it, so you are responsible for it.”

Freedom is not a reenactment of an older toolchain

Free Software is founded on the user’s freedom to run, study, modify, and share software. Those principles describe control over technology; they do not require that every developer use the same approved method to create it. The Open Source Initiative’s work on an Open Source AI Definition likewise frames the issue around the practical freedoms to use, study, modify, and share systems—not around preserving a pre-AI development ritual. (Open Source AI Definition 1.0)

There are valid reasons for preferring Free or locally operated AI tools over proprietary cloud services. A project may reasonably prohibit contributors from uploading confidential material or unreleased security fixes to third-party systems. It may impose stricter provenance requirements in sensitive components. Individual maintainers may decline to review bulk-generated reports that have repeatedly produced noise. These are concrete policies tied to concrete harms.

What does not follow is that a project becomes more free merely because no contributor used a generative tool.

An “AI-free” identity may even distract from the qualities that users actually need: portability, stability, compatibility, security, good documentation, responsive maintenance, and code whose behavior can be understood and changed. A badge is not a substitute for those things.

Blanket refusal has an opportunity cost

Mature Free Software projects often contain decades of code and institutional knowledge. They need documentation, regression tests, API audits, build-system repairs, platform ports, translations, issue triage, and repetitive modernization. Generative AI will not perform those jobs reliably on its own. It can still help a knowledgeable contributor perform some of them.

Rejecting that possibility at the policy level has consequences. It may discourage younger contributors whose development environment already includes these tools. It may disadvantage people working in a second language or developers with disabilities who use AI as an accessibility aid. It may prevent experiments that would have failed harmlessly—or succeeded usefully—under ordinary review. Most dangerously, it can encourage a culture in which the declaration “human-written” is treated as evidence of quality.

Free Software has survived previous waves of automation. High-level languages, garbage collection, IDEs, graphical interface builders, code generators, automated formatters, static analyzers, and online code search all changed what it meant to “write” software. Each tool altered the division of labor between programmer and machine. The relevant question was never whether every token originated in a human mind. The question was whether people retained the freedom, knowledge, and responsibility needed to control the resulting system.

That remains the right question now.

A policy that protects projects without freezing them

A sensible policy can fit on one page:

  1. Disclosure: Contributors must disclose material AI assistance in the commit message or pull request.

  2. Responsibility: The named human contributor is the author of record and must understand, explain, test, and stand behind the entire submission.

  3. Quality: AI-assisted contributions receive the same requirements for correctness, security, maintainability, style, documentation, and test coverage as any other contribution.

  4. Provenance: Contributors must have a reasonable basis to believe the submission is license-compatible and must identify known sources or generated passages that may reproduce existing code.

  5. Data protection: Project secrets, embargoed vulnerabilities, private communications, and other restricted material may not be submitted to unauthorized external services.

  6. Reviewability: Maintainers may reject oversized, unexplained, repetitive, or low-signal submissions without performing free forensic work for the submitter.

  7. Local discretion: Components with unusual legal, safety, privacy, or reliability risks may adopt additional written restrictions.

This policy does not resolve every ethical question surrounding generative AI. No contribution policy can. It does, however, address the matters a software project can actually evaluate and enforce.

We should not surrender the future of software freedom

The Free Software community should remain one of the sharpest critics of concentrated corporate power, opaque models, exploitative data practices, environmental cost, and systems that deprive users of control. Criticism is part of our job. So is building an alternative.

If we define ourselves by refusing to touch an important new class of technology, proprietary vendors will shape that technology without us. If instead we insist on transparency, modifiability, privacy, local control, licensing clarity, and human accountability, we can bring the values of Free Software into the AI era.

We do not need to pretend that generative AI is trustworthy. We need processes that do not require us to trust it.

Judge the patch. Demand disclosure. Require understanding. Enforce licensing. Protect reviewers. Reject garbage.

But do not hobble Open Source and Free Software with a blanket ban that is difficult to define, impossible to verify, and disconnected from the quality of the code we ultimately ship.

La Generazione che non riesce più a uscire di casa

4 Agosto 2026 ore 13:09

Quasi un giovane americano su due sotto i trent’anni vive con almeno uno dei genitori. Nel 2025 la percentuale ha raggiunto il 49%, sei punti in più rispetto al 2022 e dodici punti in più rispetto al 2019, prima della pandemia, secondo i dati della Federal Reserve. In Gran Bretagna sta accadendo qualcosa di simile, la quota dei venticinquenni che abitano ancora nella casa di famiglia è passata dal 25% degli anni Novanta al 42% di oggi. Il Guardian ha definito il fenomeno “kidulthood”, una lunga permanenza in quella zona intermedia nella quale si è adulti per età ma si continua a vivere nella propria cameretta.

Per anni questa situazione è stata banalizzata come una scelta di comodità, “i giovani sono pigri, immaturi e troppo affezionati all’“albergo di mamma e papà”, ma i dati ci dicono tutt’altro. In Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni, la convivenza con i genitori tra le persone di venti e trent’anni è aumentata di oltre un terzo; nello stesso periodo, la proprietà di una casa tra i venticinquenni è crollata: dal 43% della metà degli anni Ottanta al 15% di oggi. Dietro questa permanenza prolungata ci sono il costo delle abitazioni, gli affitti e i salari che crescono lentamente, e soprattutto una stabilità lavorativa sempre più difficile da raggiungere. Andare via di casa richiede insomma ormai una sicurezza economica che molti ragazzi, pur lavorando, non possiedono.

Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto rapidamente, secondo le statistiche del Census Bureau nel 2025 viveva nella casa dei genitori il 58% degli americani tra i 18 e i 24 anni e il 16% di quelli tra i 25 e i 34 anni.

Anche in Italia, secondo l’Istat, nel 2024 oltre due giovani tra i 18 e i 34 anni su tre vivevano ancora con almeno uno dei genitori. L’Istituto collega questa permanenza alla precarietà lavorativa e alle difficoltà di accesso alla casa. I giovani italiani lasciano la famiglia d’origine mediamente a 30,1 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea, ferma a 26,2 anni. Nel 2024 soltanto Croazia, Slovacchia e Grecia registravano un’età superiore a quella italiana, mentre in Finlandia, Danimarca e Svezia si usciva di casa poco dopo i ventuno anni.

Sta cambiando anche il significato della parola “adulto”. Le nuove generazioni italiane sono molto più istruite di quelle che le hanno precedute: tra i 25 e i 34 anni la quota dei laureati è passata dal 7% del 1992 al 30,6% nel 2023. Eppure, nel 2025, soltanto il 71,8% dei giovani italiani che avevano concluso da poco gli studi risultava occupato, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Anche quando il lavoro arriva, spesso offre poche certezze o non valorizza gli studi compiuti. Secondo la Commissione europea, quattro giovani laureati italiani su dieci svolgono un lavoro estraneo al proprio percorso di formazione. Nel frattempo, il reddito medio da lavoro in Italia è diminuito del 7,2% rispetto al 2004. Non siamo quindi davanti a giovani impreparati o poco disposti a costruirsi una vita. Molti hanno studiato, acquisito competenze e affrontato percorsi formativi più lunghi rispetto ai propri genitori, ma titoli e preparazione garantiscono sempre meno un salario sufficiente, e la possibilità di sostenere il costo di una casa.

Una generazione pronta a uscire di casa resta così bloccata nella casa dei genitori, mentre la società continua ad attribuirle la responsabilità di un ritardo che ha contribuito a produrre.

L'articolo La Generazione che non riesce più a uscire di casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

Greg Abbott Blasted Corpus Christi for Its Water Crisis. A River Authority He Has Power Over Is Falling Apart.

4 Agosto 2026 ore 12:00
An aerial landscape photo shows a winding river snaking through dark marshlands and green terrain toward the horizon under a glowing sky at sunset. A low bridge crosses the river in the midground, and calm waters reflect the warm ambient light.
Texas Gov. Greg Abbott appointed a 21-person board to oversee water in a broad area surrounding the Nueces River, which runs through Corpus Christi, Texas. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

Texas Gov. Greg Abbott responded with fury after Corpus Christi officials announced in March that this Gulf Coast region of more than 500,000 people could face unprecedented restrictions as its water supply dried up.

The state had already committed over $750 million in low-interest loans to the city’s plans for a desalination plant, a project that would add 30 million gallons a day to the region’s water supply. But the project had gone nowhere.

“You know what they did? They squandered it, and then they changed their plan and then they were indecisive about what to do,” Abbott said of city officials in a heated response to a reporter’s question at an unrelated March press conference.

“What Corpus Christi leaders have to do is make a decision,” Abbott said. “We can only give them a little time more before the state of Texas has to take over and micromanage that city and run that city to make sure that every resident who goes to the water tap and turns it on, they are going to be getting water out of their faucet, not because of what local leaders are doing but because of what the state of Texas will do.”

Even as Abbott was demanding that Corpus Christi get its act together, another agency, whose entire board Abbott appoints, was also coming undone.

In late June, board members of the Nueces River Authority learned that funding for a desalination plant the agency hopes to build, separate from the city’s, is months from running out. Additionally, the agency was spending more than it was taking in, and other contracts that had kept the authority financially afloat had been canceled.

Although the river authority’s project is a critical part of efforts to expand the region’s water supply, so far, the governor hasn’t threatened to take over the agency’s day-to-day operations. He’s consistently placed the burden of responsibility on the NRA board.

But Abbott has previously demonstrated that he can use his authority to compel other agencies to act: In March, he instructed a different river authority not to reduce Corpus Christi’s water allocation from Lake Texana. He also had the state’s environmental agency waive regulations so the city could move groundwater from Nueces County, which includes Corpus Christi, to its water treatment plant.

As far back as October 2022, while he was campaigning for reelection, Abbott said in an interview with KRIS 6 News that the state was working with the city and Nueces County on a desalination plan. If the city did not pursue the project, “then the state of Texas will do it for them,” the governor said. But the state is not currently involved in the city’s desalination project.

The governor appoints all 21 members of the NRA’s board and designates its president. With a majority vote of the river authority board, Abbott also can remove any board member for inefficiency, neglect of duty or misconduct. He has no such control over the Corpus Christi City Council.

Political scientists and water policy researchers who reviewed the situation told KRIS 6 News that Abbott’s decision to pressure Corpus Christi while leaving the NRA to address its problems largely on its own reflects a selective use of power. While recent rains have helped delay, though not prevent, an immediate water emergency for Corpus Christi, experts say the region still needs to develop new infrastructure projects to secure its long-term water supply.

Should water supplies drop below certain levels, Corpus Christi residents and businesses — including oil refineries and petrochemical plans — would be required to cut water use by 25 % under the city’s current Level 1 water emergency plan. Households would be capped at using 6,000 gallons of water per month, landscape watering would be banned and there would be surcharges imposed on those who exceed their allotments.

“The city of Corpus Christi needs a lot of help, it doesn’t need threats, and the Nueces River Authority is in way over its head,” said Cal Jillson, a political science professor at Southern Methodist University. “The water crisis in Corpus Christi and beyond in Southeast Texas is serious, and it’s not clear that anyone has the breadth of authority and resources to deal with it.”

A wide shot shows a multistory brick building labeled "City Hall" behind a fenced-in parking lot. In the foreground, a person rides a black bicycle across the wide, paved street under a bright clear sky.
An exterior view of an office storefront featuring a sign with the Nueces River Authority logo — a blue circle surrounding a Texas star.
Gov. Greg Abbott has threatened Corpus Christi’s leadership over the city’s failure to move forward with a planned desalination plant, but he has largely refrained from publicly criticizing the leadership of the Nueces River Authority, even though he appointed its board. The NRA has also faced struggles in getting its planned desalination project up and running. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

What Power Does Abbott Have?

The public troubles for the NRA bubbled up as far back as March, when the agency’s then-chief operating officer sent a letter to board members accusing Executive Director John Byrum of making “materially inaccurate” statements about the authority’s finances related to the planned desalination project.

KRIS 6 reached out to the governor’s office in the spring about the accusations.

“Every member of a Texas board or commission should uphold the highest standards of integrity, transparency, and accountability in service of the people of Texas,” Abbott press secretary Andrew Mahaleris wrote in a statement. “Governor Abbott expects a thorough investigation into the allegations brought forth and for the Board to act swiftly once the investigation is complete.”

The board eventually cleared Byrum of “intentional wrongdoing,” but the NRA declined to release a copy of the investigation to KRIS 6 in response to a public information request; the Texas office of the attorney general has not yet ruled on whether the report can be withheld. The news organization asked the governor’s office for his response to the investigation and the board’s decision, but he did not respond.

The river authority’s unstable finances became even more apparent at a board meeting in late June, when the agency’s chief financial officer confirmed the NRA could be out of money for the desalination project by the end of August if certain contracts didn’t materialize. Since then, three of the agency’s desalination contracts, which the authority was depending on to stay afloat, expired and have not yet been renewed. KRIS 6 News asked the governor’s office whether it was aware of the agency’s continuing problems. Mahaleris again referred the news organization back to board members.

“The NRA Board oversees the agency’s operations and finances,” Mahaleris wrote June 27. “The Governor appoints board members to the state’s water authorities but does not manage their day-to-day operations. …The Governor expects accountability from appointed boards.”

While Abbott has no direct legal authority over the NRA’s policy decisions, he can use the power of his office to publicly pressure them, Ron Beal, a retired Baylor University School of Law professor whose work on Texas administrative procedure has been routinely cited by the Texas Supreme Court, wrote in a response to KRIS 6 News.

“He can say that when each member’s term ends, if the water project is not on its way, they will absolutely NOT be re-appointed to the job!” Beal wrote. “In other words, he cannot force them legally to follow his orders, but there is no doubt he has the bully pulpit and if anyone can pressure everyone to work together NOW and get it done ASAP, it is the Governor!!!!”

Texas Gov. Greg Abbott speaks into a microphone with his left hand raised in a gesture, addressing an audience. He is dressed in a navy suit jacket over a light-blue collared shirt.
Texas Gov. Greg Abbott at a press conference in June Brenda Bazán for The Texas Tribune

In a written statement to KRIS 6 News for this story, Abbott again placed responsibility on both the Corpus Christi City Council and the NRA board but did not address most of the specific questions asked.

“Despite the temporary reprieve granted by recent rain, the Governor’s expectations for the region have not changed. … The Corpus Christi City Council created this crisis through repeated failure to act on desalination,” Mahaleris wrote. “The Council remains responsible for securing reliable water for their citizens. The Nueces River Authority Board is responsible for the agency’s finances” and the desalination project.

The governor’s office did not answer questions about whether Abbott has taken steps to coordinate among the city, the NRA and other stakeholders, or about what “accountability from appointed boards” looks like in practice.

Even as the governor’s office has publicly distanced itself from the NRA’s operations, it has fought to keep from releasing its own communications with the river authority’s leadership.

KRIS 6 News filed a public information request on July 2 seeking emails, text messages, meeting notes and correspondence between the governor and members of his staff and Byrum, the NRA executive director, and NRA board President Eric Burnett. The request covered the river authority’s desalination project and any state funding, grants or loan guarantees related to those efforts.

The governor’s office confirmed on July 17 that it had records that met the parameters of the request. It did not release them. Instead, the office asked the attorney general’s office for permission to withhold the documents. The office argued that the records relate to a proposed water facility project for which state funding may be sought and that releasing them would “seriously disadvantage Texas,” but did not explain how. Abbott’s office also said the records reflect policy advice between the governor’s office and representatives of another state agency; this type of communication can sometimes be withheld under the state’s public information law.

The river authority has struggled to keep up with the demands of the desalination project, which is estimated to cost $6.4 billion. Design work on the pipeline that’s supposed to deliver the desalinated water stalled because the river authority hasn’t offered the company building it a new contract. Byrum, the executive director, has claimed President Donald Trump promised funding for the project, but the river authority has never actually made a formal request to the White House.

Jillson pointed to a fundamental mismatch between the NRA and the scale of the desalination project it’s trying to complete. The NRA staff is small, with an annual budget of up to about $5 million. It’s governed by unpaid, part-time board members who historically meet quarterly to provide broad direction.

He said the governor should direct someone in his office to determine whether the NRA has the personnel and expertise to execute a project of this scale and, if it doesn’t, to act on that finding. Without that kind of direct link between the governor’s office and the agency, Jillson said, “what you’re saying is, ‘We expect these guys to oversee themselves.’”

Byrum wrote in a response to KRIS 6 News that the authority “has the experience to oversee” the project and the option to hire additional staff if required.

The river authority did recently secure one large contract for the project: In May, the NRA selected Israel-based IDE Technologies as its development partner for the desalination plant.

Abbott toured a desalination facility in Israel run by IDE in January 2016. At the time, IDE said Abbott “expressed his intention to partner with Israeli technology companies such as IDE to develop and deploy water solutions for Texas,” as reported by Wastewater Digest.

KRIS 6 News asked if the governor, or anyone in his office, was involved in the NRA’s selection of IDE.

Byrum wrote that the “Governor’s office was not involved.” KRIS 6 News asked the governor the same question, but his spokesperson did not respond.

An aerial photograph captures a vast coastal marshland surrounded by vibrant turquoise and deep blue waters. Small green islands, winding estuaries and shallow mudflats stretch across the landscape.
The Nueces River Authority has proposed constructing a desalination plant on Harbor Island, a flood tidal delta on the outskirts of Corpus Christi. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

The Takeover Question

Abbott has a record of curbing the power of Texas cities like Corpus Christi to govern themselves. In 2015, he signed a bill that overrode a voter-approved fracking ban in Denton in North Texas and blocked cities from banning or restricting oil and gas drilling. In 2023, he signed the so-called “Death Star” bill, which preempted city authority over eight policy areas, including labor, natural resources, insurance and property.

Republican state Rep. Denise Villalobos, who represents the Corpus Christi region, previously told KRIS 6 that Abbott directed her to draft a bill that would create a state-level water infrastructure authority, something she compared to the state’s highway department.

If adopted by the Legislature when it meets next year, such an authority would take many decisions about future water supplies away from locals.

Villalobos did not comment for this story. Abbott’s office did not answer questions about the proposed legislation.

Corpus Christi City Manager Peter Zanoni told KRIS 6 this summer that his office had looked into how a takeover would work and found no examples in Texas of the state stepping in to run a water operation or water corporation. The closest parallel, he said, is the state’s ability to take over ailing school districts.

Abbott’s threat to take over Corpus Christi’s desalination project runs into other unsettled legal territory the governor’s office has not addressed publicly, said Gabriel Collins, a lawyer and research fellow at Rice University’s Baker Institute for Public Policy who studies water and energy policy.

Under Texas law, surface water, meaning rivers and lakes, is public property, giving the state a clear line of authority. Water pumped from the ground is considered private property, belonging to the person who owns the land above it, and is regulated locally.

Desalinated seawater fits into neither category. Collins said a legal case could theoretically be made that water drawn from within 3 miles of shore falls under state jurisdiction, but he said he isn’t aware of anyone making that argument in this context.

“That would be a massive shift in water policy in the state of Texas,” Collins said.

But the legal question may be less important than a practical one, Collins said. Would a state takeover of Corpus Christi water regulators, even if it could be done, actually make a difference?

“Or would you be better off resolving those fundamental problems by having the state be a catalyst and a facilitator financially that helps the local political authorities solve a problem?” Collins said.

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Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

4 Agosto 2026 ore 12:00

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Re: DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 11:33
Do you mean OpenWebRX+ 1.2.117 SD Card Image for 64bit Raspberry Pi ?
 
RasPi 3 probably doesn't have enough processing power, and although it has 64-bit ARM core with a 32-bit GPU, the usual RasPi OS is only 32-bit.
 
I'd suggest minimum RasPi 4 (or even better a 5) hardware, to be able to take full advantage of OWR+.
 
 
On Tue, Aug 4, 2026 at 05:26 AM, GEORGE-SV1GGY wrote:

Il Punto

4 Agosto 2026 ore 11:30

Anche il governo riconosce ormai che il drenaggio fiscale ha aumentato il prelievo sui redditi dei contribuenti. Anzi, sottolinea il fatto che si creano così spazi fiscali aggiuntivi, dato che la Commissione europea lo considera una misura discrezionale di aumento delle entrate. Il golden power è uno strumento pensato per tutelare la sicurezza nazionale e […]

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Pertica (Leasys): pronta consegna e digitalizzazione per attrarre nuovi clienti

4 Agosto 2026 ore 11:07
Innovare senza perdere il rapporto diretto con il cliente, coniugando solidità industriale e formule flessibili capaci di sviluppare tutti i canali, a cominciare da quello dei privati. questa la direzione che Andrea Pertica ha impresso a Leasys Italia, di cui è ceo dall'inizio del 2025, che dice: Abbiamo chiuso il primo semestre come primo operatore del noleggio a lungo termine in Italia, con oltre 47.700 immatricolazioni e una quota di mercato del 21%. Disponibilità e diversificazione del prodotto Il risultato dei primi sei mesi del 2026, sostiene Pertica, è frutto di una strategia costruita su quattro pilastri: omnicanalità, approccio multibrand, offerta di prodotti e servizi premium e digitalizzazione. A questi si affiancano una presenza commerciale capillare e una rete di assistenza diffusa su tutto il territorio, che ci consentono di essere vicini al cliente in ogni fase del noleggio. &quot; un elemento distintivo&quot;, aggiunge il capo di Leasys Italia, &quot;che contribuisce in modo significativo alla qualità dell'esperienza del cliente e alla fidelizzazione. Un altro fattore determinante è la disponibilità di prodotto, con una gamma ampia e diversificata in grado di rispondere alle esigenze di privati, professionisti, imprese e pubblica amministrazione e assicurare un'elevata disponibilità di veicoli in pronta consegna, fattore fondamentale per chi sceglie il noleggio. Naturalmente la competitività economica continua a essere un elemento rilevante nelle scelte dei clienti, insieme alla qualità complessiva della soluzione offerta e alla capacità di rispondere in modo efficace alle diverse esigenze di mobilità&quot;. I rualtati ottenuti sono anche l'effetto di un ampio ricorso alla formula del rent-to-rent, ma, sostiene Pertica, &quot;negli ultimi diciotto mesi abbiamo adottato un approccio più selettivo, con una particolare attenzione alla qualità delle controparti e alla gestione del rischio di credito. Questo non significa ridurre l'importanza del canale, che continua a rappresentare un elemento strategico del nostro modello: consente agli operatori del breve termine di avere maggiore flessibilità, limitando gli investimenti diretti sulla flotta, e allo stesso tempo permette a Leasys di ottimizzare la gestione dei veicoli in flotta&quot;. Fra gli asset strategici di Leasys ci sono naturalmente i veicoli commerciali, anche in un periodo non facile per il settore: &quot;nel primo semestre dell'anno&quot;, prosegue Pertica, &quot;abbiamo raggiunto una quota di mercato del 27,2%, confermando una solidità di posizionamento sia sulle aziende sia sui professionisti. La nostra natura captive e le sinergie con Stellantis ci consentono di contare su un'ampia gamma di veicoli, su una maggiore capacità di pianificazione e sulla disponibilità immediata di prodotto che permette ad aziende e professionisti di evitare interruzioni dell'operatività&quot;. Elettrico e fisco, digitalizzazione ed efficienza Le immatricolazioni di vetture elettrificate sono cresciute, ma l'ambiente si chiede se si tratta di un fenomeno trainato soprattutto dalla normativa fiscale. Il ceo di Leasys sostiene che &quot;stabilità regolatoria e misure di incentivazione mirate sono variabili determinanti e possono favorire il rinnovo del parco circolante e sostenere la transizione verso motorizzazioni elettriche ed elettrificate. In questo contesto, il noleggio a lungo termine si conferma uno strumento efficace per accompagnare questa evoluzione, perché consente di ridurre l'incertezza tecnologica e pianificare con maggiore efficacia i costi. L'introduzione del nuovo regime dei fringe benefit ha sicuramente orientato le scelte delle aziende in modo più deciso verso le motorizzazioni plug-in hybrid ed elettriche. Diverso è il quadro sul mercato dei privati: esiste un interesse crescente nei confronti della mobilità elettrica, ma le preferenze continuano a concentrarsi prevalentemente sulle motorizzazioni tradizionali, mild hybrid e full hybrid&quot;. Per avvicinare un numero maggiore di utenti alle nuove forme di mobilità, Leasys si affida a&nbsp;digitalizzazione, approccio multibrand e sviluppo di nuove formule di servizio. &quot;La digitalizzazione ci consente di sviluppare servizi a valore aggiunto e di accompagnare il cliente lungo tutto il ciclo di vita del noleggio per un'esperienza sempre più semplice, efficiente e personalizzata.&nbsp;La promozione in corso, dedicata a Jeep Compass, rappresenta un esempio concreto di questo approccio: si rivolge ad ogni tipologia di target e amplia l'accessibilità della formula, integrando la componente digitale con il valore della consulenza&quot;. La stabilità che serve per supportare il cliente&nbsp; Riguardo agli interventi normativi che potrebbero favorire ulteriormente lo sviluppo del comparto, Andrea Pertica concorda che &quot;la nuova fiscalità ha sicuramente favorito le auto elettriche e plug-in, ma oggi penalizza eccessivamente mild hybrid e full hybrid, che invece garantiscono comunque una significativa riduzione delle emissioni rispetto ai motori tradizionali. Sarebbe auspicabile prevedere agevolazioni anche per queste motorizzazioni. Allo stesso tempo serve maggiore stabilità normativa. Quando cambiano continuamente regole su bonus, accesso alle Ztl o altre agevolazioni, si genera incertezza, e questo rallenta le decisioni dei clienti. Infine, sarebbe utile incentivare anche il noleggio dei privati: oltre a favorire il rinnovo del parco circolante, queste azioni potrebbero contribuire a far emergere una parte del sommerso presente nella manutenzione dei veicoli di proprietà, con benefici anche per il gettito fiscale&quot;. Quanto alla gestione del post-vendita, Pertica sostiene che anche in quell'ambito la digitalizzazione rappresenta un elemento distintivo del modello operativo di Leasys. &quot;La relazione con la rete di assistenza è completamente digitalizzata da oltre vent'anni: officine, carrozzerie e gommisti possono gestire richieste, documentazione e immagini attraverso una piattaforma dedicata, consentendo una maggiore rapidità nella valutazione degli interventi e una gestione più efficiente dei processi autorizzativi&quot;.Un esempio concreto di questa evoluzione è rappresentato dall'introduzione della Smart Authority per la gestione del cambio pneumatici, un'attività che presenta una forte stagionalità e che in passato poteva generare picchi di richieste e rallentamenti. Il processo è stato reso più semplice e immediato: l'officina inserisce direttamente sulla piattaforma le informazioni necessarie, come targa del veicolo, chilometraggio e stato dei pneumatici, e il sistema effettua automaticamente le verifiche previste, deliberando l'intervento quando vengono rispettati i parametri definiti, ma garantendo un controllo puntuale sui lavori autorizzati.

The EPA Doesn’t Typically Retest Homes in the Country’s Largest Residential Lead Superfund Site. So We Did.

A man with brown hair and a beard wearing brown glasses, a teal long-sleeved button-down and white latex gloves holds a plastic test tube and a metal spoon. He’s staring intently at the spoon and test tube. Green trees appear out of focus in the background.
Flatwater Free Press reporters Chris Bowling, pictured, and Leah Keinama and ProPublica reporter Cassandra Garibay led the collection of soil samples to test 620 homes in Omaha for lead contamination. Lily Smith/Flatwater Free Press

Decades after the last plume of lead-laced smoke rose from a smelting plant in Omaha, Nebraska, the Flatwater Free Press and ProPublica found lead in concentrations that pose a threat to people’s health in soil throughout east Omaha. 

Our investigation began more than two years ago, when Leah Keinama, who previously worked for a food security nonprofit, could not find up-to-date information about lead contamination for gardeners in Omaha. Keinama, now the director of civic journalism at the Nebraska Journalism Trust, and reporters at the Flatwater Free Press knew about the city’s refining history, so they teamed up to find out whether concerns about lead exposure were still warranted all these years later.  

The Environmental Protection Agency declared a 27-square-mile area within the city a hazardous waste zone, known as a Superfund site, after the American Smelting and Refining Company closed in the 1990s. That prompted a lengthy period of testing and remediation. Today, unless Omaha residents pay for private testing, there aren’t many avenues to find out how much lead is in their soil if their property had been tested by the city and EPA in the past.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

A Community-Informed Investigation 

Throughout our reporting, we heard from hundreds of Omaha residents who said they didn’t know about the city’s lead history. Some said they believed that because the EPA had already cleaned up thousands of properties that had high concentrations of lead in the soil, there was nothing to worry about. 

Our goal was to reach people in every neighborhood in and around the Superfund site. So we knocked on doors, hung up flyers around town, visited a community health center, attended multiple events, partnered with local libraries, and spoke to a college classroom to invite people to sign up for free soil testing. We also posted our online form in various social media channels and shared the news with other local media. We made our reporting available in Spanish, as roughly 10% of residents living within the Superfund site don’t speak English.

Flatwater Free Press initially partnered with local libraries and a community-based organization to distribute do-it-yourself kits with instructions on how to collect a soil sample. We received fewer than 100 samples using this method before switching to a sign-up system in which residents indicated they wanted our team to collect soil from their yard.

After a resident signed up for testing, a member of the reporting team (usually Keinama or Flatwater Free Press reporter Chris Bowling) went to their home, put on latex gloves, wiped down a stainless steel spoon with an unscented wipe and scooped about 3 to 4 tablespoons of soil from the middle of the yard into a sealable vial. We made sure not to collect samples too close to the house or too close to the road, which the EPA has found can be overly contaminated by paint or the remnants of leaded gasoline, respectively. When demand for testing increased, we hired two part-time soil collectors.

We sent labeled samples to Accurate Analytical Testing, an EPA-accredited lab, for $10 per test. Once we received the results from the lab, we informed residents (unless they had opted out of receiving their result) and put together a guide to answer some of their top questions

Our soil collection process differed from the EPA’s method of taking multiple composite samples from five sections of the yard. We chose to take a single sample from one area of each yard to reach more people and keep costs reasonable. In a few cases, we took multiple samples from the same yard and tested each sample individually but used only the highest result for our analysis.

The EPA said sampling a single area “can be strongly biased high or low” compared to composite sampling. However, several of the nine environmental contamination experts we spoke to said single samples can offer broad conclusions about contamination in an area when enough are collected, which several experts felt we had achieved. Some said our sampling would likely underestimate contamination on a property. 

Other experts said our testing method would not accurately depict lead levels across a particular yard because of how variable the contamination can be. At the same time, experts also told us the EPA’s method of gathering multiple composite samples can still miss hot spots or underestimate contamination. 

What We Found

Over the past two years, we used the EPA’s sampling protocol as guidance to collect soil from 620 homes in and just outside of the Omaha Superfund site. (We’re continuing to collect samples from the nearby cities of Bellevue, Nebraska; Carter Lake, Iowa; and Council Bluffs, Iowa.)

We matched each home at which we took a soil sample with Omaha’s lead registry, which includes details like the address’ remediation status and results of the EPA’s testing, and compared our test results with historic data. Some homes that had previously undergone the EPA’s remediation process had high levels of lead contamination, our analysis found.  

  • We tested 150 previously remediated yards. One in 10 of those yards’ results came back with a concentration greater than 400 parts per million, the level the EPA used to decide which yards to clean up.
  • Nearly all of the previously remediated yards that tested above 400 parts per million are within 100 yards of another property that originally tested above the EPA cleanup threshold but was never remediated. A third had two such neighboring properties. That proximity could mean that the previously cleaned-up yards we tested were recontaminated by properties where the soil was never replaced, one expert said.
  • Many of the 241 homes we tested within the Superfund site that had never been remediated also showed high levels of lead. Of those homes, 1 in 20 had a concentration higher than 400 parts per million, according to our test results.
  • Across Omaha, 41% of the 620 yards we tested had more than 100 parts per million in their soil sample, a level that an EPA model shows could cause high blood-lead levels in children. Within the Superfund site, more than half of the almost 390 yards we tested had more than 100 parts per million. 

Our testing shows that lead contamination at levels that pose a risk to residents’ health is fairly widespread — even in sites that the EPA previously addressed.

Throughout our reporting, we spoke to nine experts in environmental and lead contamination to make sense of our findings. Several said the EPA should do more testing and possibly cleanup in Omaha.

We asked the EPA about our findings. The agency said it will work with the city of Omaha to “investigate the outcomes you have noted” and work with the city and property owners to take corrective action if needed in accordance with 2009 cleanup guidelines.

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La Miura è ancora un mito: Lamborghini le dedica 99 Revuelto esclusive

4 Agosto 2026 ore 11:04
Lamborghini festeggia i 60 anni della Miura con la Revuelto Miura 60 Homage, serie speciale limitata a 99 esemplari realizzata dal programma Ad Personam, in collaborazione con il Centro Stile della Casa di Sant'Agata Bolognese.Questa Revuelto debutterà in anteprima mondiale al Lamborghini Lounge Monterey, nel corso della Monterey Car Week. La Miura è stata presentata nel 1966 ed è considerata la prima supercar della storia: la più potente, la P400 SV, erogava 385 CV e superava i 290 km/h. Stessi colori e rivestimenti La serie speciale della Revuelto è disponibile in nove colorazioni, ispirate alle stesse tinte della Miura: Rosso Arancio, Arancio, Giallo, Verde Scandal, Verde Metallic, Blu Tahiti, Blu Notte, Nero Noctis e Bianco Monocerus. Due le livree, con la parte bassa della carrozzeria a contrasto: Oro Elios con cerchi Altanero Shiny Gold, oppure Grigio Nimbus con cerchi Altanero Matt Titanium Diamond. All'esterno, il logo Miura 60 sul brancardo laterale, il logo Lamborghini posteriore e le pinze freno in nero lucido, i terminali di scarico in nero opaco. All'interno, i rivestimenti dei sedili reinterpretano il caratteristico motivo &quot;a cannelloni&quot;, con il ricamo &quot;Miura 60&quot; tra i due sedili e una targhetta in fibra di carbonio numerata. I proprietari di Miura storiche potranno richiedere al reparto Ad Personam di avere la riproduzione fedele della combinazione cromatica della propria vettura. Il powertrain rimane lo stesso Dal punto di vista tecnico, le Revuelto di questa serie speciale non cambiano: il powertrain è composto da un V12 aspirato da 6.5 litri abbinato a tre unità elettriche e una batteria agli ioni di litio, per una potenza combinata di 1.015 CV e 807 Nm di coppia. Lo &quot;zerocento&quot; è coperto in 2,5 secondi e la velocità massima supera i 350 km/h.

The EPA Spent Millions Cleaning Up a Massive Superfund Site. Our Tests Found Toxic Levels of Lead in Many Yards.

Two children jump on a trampoline outside. A woman stands nearby holding a baby. Behind the trampoline is a house with beige siding, a wooden fence and dark green vegetation.
From left, Brenda González Rocha holds her 8-month-old, Isaías, as González’s daughters Carolina, 6, and Camila, 8, play on the trampoline in their backyard in June. González’s front yard tested high for lead, and she is concerned how the contamination could “affect their quality of life.” Rebecca S. Gratz for ProPublica

Shortly after buying her house in 2022, Mary Royers learned from a man across the street that her Omaha, Nebraska, neighborhood was contaminated with lead. But her yard, like thousands of others, had been cleaned up, the neighbor said.

Royers wanted to be sure. So the 36-year-old educator checked a website where the city tracks the soil test results of every home in a 27-square-mile area surrounding the site of an old lead smelter. She saw “remediated” written in bright green letters. The federal government had completed the work two decades ago. An expert must have tested the dirt and determined the problem was solved, she thought.

Relieved, Royers set about sowing the garden of her dreams. Hours disappeared as she thrust her hands into the soil, tearing up the grass and planting purple coneflower for bees to harvest and prairie grass to sway in the breeze.

“You have the green light from the city. That means everything’s safe,” she said. “I remember thinking, ‘Thank God I don’t have to worry about that.’”

But a soil test conducted last fall by the Flatwater Free Press and ProPublica found otherwise: Royers’ yard still has more than 1.5 times the level of lead that the Environmental Protection Agency’s cleanup was supposed to have eliminated.

Reading the emailed results, she felt “gut-wrenching disbelief,” she said.

“All I could think about was the dirt under my nails and all over my face,” said Royers, who has largely given up gardening for now. She explained later, “It felt like a betrayal of that trust.”

Since 1999, the EPA has spent $273 million digging up and backfilling nearly 14,000 yards across east Omaha to address contamination left from the smelter and other factories downtown. It’s the largest residential lead cleanup in the country. And the agency’s Superfund program has repeatedly heralded it as a success.

But, it turns out, Omaha’s soil might not be as safe as officials have advertised. The news organizations tested soil from more than 600 properties, including 150 that the EPA said had been cleaned up. In those tests, 1 in 10 yards marked as remediated still had enough lead to qualify for cleanup under the original guidelines. And nearly a quarter of the properties we tested in east Omaha could qualify for further study under new guidance released by the Trump administration last fall.

The results suggest the EPA has more work to do, said Howard Mielke, a longtime researcher of lead-contaminated soil who’s considered one of the field’s foremost experts. Not only should the agency clean up the areas that tested above the remediation level, he said, but it also should test other homes.

“If you find a couple of high results, chances are many high results will be nearby,” said Mielke, an adjunct professor at the Tulane University School of Medicine.

Some experts and environmental advocates said our findings reflect weaknesses in the EPA’s approach to cleaning up residential lead sites, which can leave a lot of lead behind.

Jeff Tittel, former director of the Sierra Club in New Jersey, the state with the most Superfund sites, said he repeatedly watched the EPA declare its work done after wrongly assuming everything had been cleaned up.

“On paper, everything’s wonderful,” he said, “but at the sites, there’s still chaos.”

A woman with brown hair pulled back in a bun and a single tattoo on the underside of each forearm washes her hands in a tidy, white kitchen. She wears a red T-shirt and sage green shorts.
Mary Royers washes her hands in her kitchen after being outside in her garden. She has largely stopped gardening after a Flatwater Free Press and ProPublica soil test found high levels of lead contamination. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA declined an interview request with senior officials overseeing the Omaha cleanup.

In an emailed response, spokesperson Kellen Ashford said the EPA is committed to cleaning up contaminated sites to protect residents and the environment. “The diligent cleanup efforts have led to a dramatic decrease in elevated blood lead levels” in Omaha, he said. (While the percentage of kids testing high for lead has dropped significantly, as it has nationally, kids in the Omaha site still test high for lead at rates above the national average.)

Ashford said the EPA could not assess the news organizations’ results without further investigation, but property owners can reach out to the EPA or the city of Omaha, which now manages the site for the federal government, if they have concerns.

“Because it would not be possible to completely remove all lead,” Ashford said, the EPA and the city also try to educate the community about lead risks and precautions.

The city is already responding to the news organization’s findings.

The day after receiving her results, Royers forwarded them to the city’s lead office, asking if anything could be done. An employee tested her dirt and found even higher levels than the news organizations did. The city plans to clean the yard up again in August, Royers said.

But the EPA and the city have refused to clean up or test properties of others who have reached out about their high lead results.

The agency has also not said what it plans to do about properties that are below the current cleanup level but above President Donald Trump’s new screening level, which could prompt further action. Any update would come after a new site study the agency plans to release in October 2027, Ashford said.

Royers and her partner, Stephen Matthews, are thankful for the new cleanup, but they wonder: How many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards?

“We’re one house out of thousands,” Matthews said.

A man with black hair and gold-rimmed glasses wears a muted pink T-shirt and gardening gloves. His arms are crossed, and he leans on a wooden pole as he looks off frame toward the right. Behind him are green plants out of focus.
Stephen Matthews, Royers’ partner, in their wildflower garden. Though the soil outside their home was remediated years ago, a recent test by Flatwater Free Press and ProPublica indicated a high level of lead. Rebecca S. Gratz for ProPublica

What Might Have Gone Wrong

It’s difficult to identify why some cleaned-up properties still test high for lead.

That’s in part because Omaha’s lead problem is almost as old as the city itself. The American Smelting and Refining Company produced lead to make batteries, cover cables and enrich gasoline for more than a century. After the smelter closed in 1997, the EPA estimated the plant and other factories had dumped 200,000 tons of lead dust — enough to fill at least 1,600 rail cars — across Omaha’s east side.

At the time, the Superfund program, which had started only a decade before, was still trying to figure out how to clean up residential sites like Omaha’s, then home to 125,000 people. Old factory sites could be bulldozed and excavated, the contaminated material carted away. But the Omaha site involved people’s homes and yards.

The agency tested nearly every yard in east Omaha and came up with a plan: It would dig up and replace parts of yards that had a concentration of more than 400 parts per million of lead — the equivalent of a marble in a 10-pound bucket of dirt.

But that meant that some properties were cleaned up while neighboring ones that had only slightly lower levels of lead were not.

Hewing to that kind of strict standard doesn’t make sense, said Gabriel Filippelli, an Indiana University earth sciences professor and longtime lead researcher.

“From a scientific standpoint, a 390 is the same as a 410,” Filippelli said. “It’s the same as a 400. They’re all about the same value.”

Failing to clean up neighboring properties can also lead to recontamination over time. When it’s windy and the ground is dry, tiny lead particles in the dirt — generally about one-hundredth the width of a human hair — become airborne and spread, Filippelli said.

When the Superfund program started, the agency cleaned an entire yard if its average lead level among multiple samples was over the limit.

But by the time the Omaha cleanup started, the method had changed. In Omaha, it divided yards into five sections: two in the backyard, two in the front yard and a thin ring around the home’s perimeter called the dripline, which often contains the most contaminated dirt but can also contain remnants of lead paint.

The agency took multiple samples per section of yard and replaced a section’s soil only if the average was over 400 parts per million. This approach could lead them to miss hot spots or leave behind areas that have high lead levels but are just under the cleanup threshold. Contractors also did not dig up the driplines if another part of the yard wasn’t over the limit.

This could explain why the Flatwater Free Press and ProPublica’s testing found that about 1 in 20 homes that didn’t qualify for cleanup originally now tested above the cleanup threshold. In addition, the news outlets found several properties outside the Superfund site that were over the limit.

A pair of hands hold a brown glass jar and pick small white flowers.
Three yellow flowers are in focus against an out-of-focus green background.
Royers saves seeds from flowers in her garden before the soil is scraped away for remediation. Royers considered gardening to be something healing, so she was frustrated to learn it might actually have been harmful. Rebecca S. Gratz for ProPublica

In the early days of the cleanup, Don Preister, a longtime Omaha lead advocate and former state senator, argued for the EPA to clean up entire yards and to lower the level of lead that would qualify for remediation, calling the agency’s solution a half-measure.

But the EPA decided that its approach made the most of limited money and prioritized the highest-risk areas. One EPA manager told Omahans in 2004 that the choice to remove only sections of yards was “economical,” according to meeting records.

“It brought out feelings of hurt,” Preister said of the EPA’s choice. “Children are likely to still be impacted, and their health affected.”

The EPA’s national guidelines did advise against “‘patchwork clean-up’ patterns which are prone to recontamination” when adjacent sections are high. But the agency didn’t give clear guidance on how to implement that, several former site managers said, and some felt they had to follow the rules strictly or risk violating federal law or agreements with companies paying to clean up their pollution.

Ashford acknowledged that the agency has to adhere strictly to its cleanup plans but said in some cases, like an industrial site near a residential area, the EPA may clean up to a lower level to prevent recontamination.

Another problem was that east Omaha was full of older homes that contained lead paint that could recontaminate cleaned soil over time. Following local pressure, the EPA agreed to test homes’ paint. If it contained lead, the agency repainted the outside. But the EPA did not repaint houses whose soil did not also qualify for cleanup. Studies in urban areas have found homes with deteriorating paint have contaminated nearby gardens.

Ashford said an EPA study found most lead-based paint contamination in Omaha was within 6 feet of the house.

Brenda González Rocha, who has lived in her south Omaha home since 2020, thinks both soil and paint are to blame for the lead that doctors found in her 4-year-old daughter’s blood. Her basement had lead paint, which she hired a company to fix.

But although the EPA cleaned up her yard in 2012, the Flatwater Free Press and ProPublica tests found levels of lead that are higher than before the agency remediated it. González is surrounded by properties with lingering lead. A yard down the street that had high lead levels was never remediated. The banks of the nearby highway were never dug up and replaced. The house next door has lead paint on it, according to the city lead website.

Ashford said it’s unlikely that wind-blown dust from one house to another would recontaminate cleaned areas with enough lead to surpass the cleanup level.

But nearly all the remediated properties the newsrooms tested that were over the cleanup threshold are within 100 yards of a property that originally qualified for remediation but wasn’t cleaned up. A third had two such neighboring properties.

González’s eight kids, between 8 months and 22 years old, love to play outside. They jump on the trampoline, ride bikes and play soccer. Now González is anxious whenever they’re in the yard.

“I worry that this could affect their quality of life,” she said. “I would feel bad if something happened to them during their development. I would feel responsible.”

A woman with long black hair wearing a gray T-shirt and glasses stirs a spoon in a bowl of soup. She is leaning over a small child wearing pink glasses, a pink shirt and black headband. The child is touching a baby seated at the table. There is a yellow wall, window and refrigerator behind them. A plate of food is next to the woman’s arm on the table.
González and her daughter Camila help feed soup to Isaías at home. González’s front yard tested high for lead, and she is worried about letting her children play outside. Rebecca S. Gratz for ProPublica

“Benign Neglect”

Once the EPA chooses a fix for a Superfund site, it is generally required to review the site every five years to update the public on the progress of the cleanup. But the ways those reviews are done leave unanswered questions about whether the solution is working and how much lead is in Omaha today, said experts who examined the reports for the Flatwater Free Press and ProPublica.

In their reviews, government officials in Omaha track how intact the grass is on top of the new soil. If it is exposed or has been disturbed, it could be a sign that any remaining lead is no longer safely underground and could blow around.

But they don’t retest a representative sample of properties.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

Cleanups often take several tries to get right, said Tittel, the former New Jersey Sierra Club director, and recontamination or missed contamination can be a huge problem.

Tittel said he has seen similar patterns in New Jersey. In 1979, Tittel helped show EPA employees where the Ford Motor Company dumped industrial waste into abandoned mine pits. Since then, he has seen the mess declared a Superfund site, marked safe, become a Superfund site again and spawn a lawsuit that Ford settled in 2009 as locals continued discovering more hazards.

“It’s sort of a benign neglect when it comes to these sites,” Tittel said. “Government just wants to get it over with because it’s taking so long. They end up cutting corners or looking the other way.”

A Ford spokesperson said the company takes its environmental responsibility seriously and has been working with state and federal officials to clean up the site.

Retesting soil does not appear to be standard at other sites, according to reviews examined by the Flatwater Free Press and ProPublica. But it should be, said Debbie Chizewer, a managing attorney with the environmental law group Earthjustice. Without ongoing testing, the EPA can’t really know if its solution is working, she said, and residents won’t know how toxins in the environment are impacting their health.

“I think for the five-year review to be meaningful, you need to do testing,” she said.

Ashford said the EPA retests properties on a case-by-case basis, such as when construction disturbs the soil. The periodic reviews, which in Omaha have led to an ongoing reevaluation of the site’s cleanup level, allow the EPA to ensure these unique, complex sites protect people and the environment over time, he said.

Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said new testing and cleanup decisions depend on factors such as whether kids live at the home and whether they have tested for a high lead exposure.

Two small children look at a baby in a yellow and red toy car inside a gray, tidy living room. There is a crucifix on the wall with red and blue medallions hanging from it. A painting of the Virgin of Guadalupe also decorates the wall.
Camila, Carolina and Isaías play together at home. Their mother keeps indoor toys inside and outdoor toys outside to avoid lead contamination inside the house. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA’s reviews of the Omaha site do point to some potential problems. In 2024, inspectors found 98% of the lawns had been disturbed, indicating a risk that buried lead could be exposed. That includes having weeds, bare soil or demolished buildings. But the EPA tested only 32 sites where homes had been demolished and found six exceeded the cleanup level. To them, that indicated the solution was “generally protective; however, more data should be collected to support this conclusion,” according to the report.

Those figures, however, trouble Ian von Lindern, who oversaw lead cleanup at an Idaho Superfund site for more than 30 years. He doesn’t doubt the federal government did a good job hauling away tons of toxins in Omaha. But he’s sure they couldn’t get all of it.

At the Idaho site, the EPA requires people to request permits from a local health district before digging in their yards. Local health employees can also test residents’ dirt, and, if it’s above the cleanup level, it may qualify for further remediation.

Without someone keeping a close eye on the fixes, recontamination can occur as people dig up lead-contaminated soil or unremediated soil is allowed to blow around.

“Those remedies are, I don’t want to use the word failing, but they’re becoming less effective,” he said.

Royers worries many homes in Omaha fit that description.

This summer, the educator is letting the weeds grow freely in her garden. Pretty soon, the city is going to replace it anyway.

The thought makes her feel guilty. More people should know about potential lead in their yard and have access to tests and cleanups. But that would require acknowledging that after decades and hundreds of millions of dollars spent, there are cracks in the cleanup. Royers isn’t sure that will happen.

“The priority is pretending like things are OK,” she said. “Clearly it’s not.”

A woman wearing a red T-shirt, green shorts and brown boots walks down a dirt path. Bushes and grass line the sides of the path, and trees grow in the distance.
Royers walks to her garage. She and Matthews wonder how many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards. Rebecca S. Gratz for ProPublica

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La nuova hypercar Hennessey arriva nel 2030, ma sembra uscita da un'altra epoca

4 Agosto 2026 ore 10:56
Dopo la Venom GT e la Venom F5, la Hennessey svela la sua terza hypercar, la Blackbird. Completamente diversa dalle precedenti - e completamente &quot;analogica&quot; - l'impostazione dell'auto: motore V8 aspirato, cambio manuale a sei rapporti, trazione posteriore e abitacolo senza display. Ispirata agli aerei più veloci Dal punto di vista stilistico la Blackbird si ispira al Lockheed SR-71 Blackbird, a partire dal disegno della fiancata, ma anche per la presenza dei due stabilizzatori verticali attivi al posteriore, che si aprono automaticamente a 71 miglia orarie (114 km/h) e si posizionano a 71. Al mondo aeronautico si ispirano anche i quattro scarichi, disposti a diamante, come il Bell X-1, primo aereo a superare la velocità del suono. Il telaio è un monoscocca in carbonio, la carrozzeria è in fibra di carbonio. Le portiere si aprono ad ala di gabbiano, mentre per i bagagli sono disponibili spazi sotto il cofano anteriore (che ospita due piccole borse), nei passaruota posteriori e dietro i sedili. Nessuno schermo, tutto è analogico La filosofia del &quot;tutto analogico&quot; trova perfetta applicazione all'interno dell'abitacolo: nessun display digitale, neppure per la strumentazione, racchiusa in cinque elementi circolari con il contagiri al centro. Lo smartphone si può collegare all'impianto audio, ma solo per la trasmissione via Bluetooth: non ci sono pulsanti o schermi per la gestione delle telefonate e dei contenuti multimediali. Di serie anche una bussola di ispirazione aeronautica a centro plancia. V8 aspirato da 850 CV Il motore, in posizione centrale posteriore, è un V8 6.2 litri aspirato sviluppato con Ilmor Engineering: la potenza è di 800-850 CV, con un regime massimo di oltre 9.000 giri/min. La Casa punta a farlo diventare l'aspirato stradale più potente e con il regime più alto di sempre. La Blackbird dovrebbe toccare le 60 miglia orarie (97 km/h) in 2,5 secondi, fino a raggiungere i 354 km/h di velocità massima. Costa 2,5 milioni di dollari Della Hennessey Blackbird verranno realizzati solo 71 esemplari, con prezzi a partire da 2,5 milioni di dollari (tasse escluse): ne sono già stati venduti oltre due terzi a scatola chiusa. Il debutto dell'auto è previsto per il prossimo 14 agosto al The Quail, in California. La produzione per i clienti inizierà tra il 2029 e il 2030, a ridosso della conclusione del ciclo di vita della Venom F5.

[Framaforms] : Supprimer des fichiers attachés à un formulaire

Bonjour,

J’ai commencé la création d’un formulaire (mon premier) auquel j’ai joint un fichier. J’ai ensuite modifié ce fichier et j’ai donc attaché la nouvelle version. Mais je ne trouve pas comment supprimer la version obsolète. Comment faire ?

Merci d’avance,

Capture

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Il gasolio supera i 2,1 euro al litro: senza lo sconto del governo sarebbe già record

4 Agosto 2026 ore 10:52
I prezzi alla pompa del diesel continuano a salire in scia ai rialzi dei listini degli scorsi giorni. Infatti, come segnala Staffetta Quotidiana, il gasolio ha toccato questa mattina (4 agosto) i 2,1 euro al litro. Tuttavia, senza lo sconto del governo, in vigore fino a giovedì 6 agosto (l'esecutivo è comunque alla ricerca delle necessarie coperture finanziarie per un'ulteriore proroga), il prezzo sarebbe a 2,27 euro, al di sopra del&nbsp;record storico di 2,23 toccato a metà marzo 2022. Ferma, invece, la benzina.Non mancano, comunque, dei segnali positivi per i prossimi giorni: la totale assenza di ritocchi ai prezzi consigliati da parte delle principali compagnie si accompagna alla sostanziale stabilità degli indici del petrolio (Brent sotto gli 85 dollari e Wti sotto gli 81) e al crollo delle quotazioni del gasolio raffinato. Tuttavia, bisognerà vedere nei prossimi giorni se questi segnali si tradurranno in notizie positive per le tasche degli automobilisti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Prezzi e rilevazioni Tornando alle rilevazioni, questa mattina il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,999 euro al litro per la benzina (invariato rispetto a ieri), 2,100 per il gasolio (+3 millesimi), 0,743 per il Gpl (-1) e 1,621 euro/kg per il metano (+1).&nbsp;Sulla rete autostradale, verde a 2,084 (invariato), diesel a 2,173 (-1), Gpl a 0,875 (invariato) e metano a 1,609 (-1).Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro (compagnie 2,006, pompe bianche 1,990) e il diesel a 2,099 (2,099; 2,101). Al servito, verde a 2,135 (2,176; 2,060), gasolio a 2,238 (2,272; 2,173), Gpl a 0,751 (0,760; 0,741), metano a 1,618 (1,610; 1,625), Gnl a 1,475 (1,469; 1,480).Lo spaccato dei marchi mostra&nbsp;Eni&nbsp;a 2,000 euro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,077 sul gasolio (2,287);&nbsp;IP a 2,019 (2,184) e 2,118 (2,286);&nbsp;Q8 a 2,005 (2,163) e 2,103 (2,268); Tamoil a 1,997 (2,072) e&nbsp;2,081 (2,169).

Toyota migliora i conti e alza gli obiettivi, ma la Cina resta un problema

4 Agosto 2026 ore 10:32
Toyota ha chiuso il primo trimestre dell'esercizio fiscale al 31 marzo 2026 con risultati nel complesso positivi, sostenuti dal buon andamento delle vendite in Giappone, Nord America ed Europa. Tuttavia, il costruttore giapponese deve fare i conti con la stessa criticità che sta colpendo molti dei principali protagonisti dell'industria automobilistica: il netto peggioramento delle performance in Cina. I risultati del trimestre Partiamo dalle vendite totali: sono scese da 2,83 a 2,71 milioni di unità (-4,1%). La crescita registrata in Giappone (+8,9%), in Europa (+3%) e nel resto dell'Asia (+4,3%), insieme alla sostanziale stabilità del Nord America (-0,2%), non è bastata a compensare il forte calo nelle altre aree geografiche (-20,4%). In Cina, in particolare, le vendite dei marchi Toyota e Lexus sono diminuite da 450 mila a 324 mila unità (-28%).I ricavi sono però aumentati da 12,25 a 13,52 trilioni di yen, mentre l'utile operativo è sceso da 1,16 a 1,06 trilioni di yen (circa 5,1 miliardi di euro al cambio attuale). A incidere sono state soprattutto le conseguenze della crisi in Medio Oriente, che hanno ridotto i benefici derivanti da fattori positivi come l'andamento dei cambi, i programmi di efficientamento e il miglioramento del mix di prodotto.L'utile netto, invece, è salito da 841,3 miliardi a 1,477 trilioni di yen, mentre il contributo delle attività cinesi al conto economico è diminuito da 23,3 a 16 miliardi di yen. Toyota alza le stime per l'intero esercizio Infine, il gruppo Toyota ha deciso di rivedere al rialzo le stime annuali per tenere conto dei miglioramenti registrati nelle attività commerciali e logistiche e, soprattutto, dell'indebolimento dello yen.Le vendite totali sono confermate a 11,18 milioni di unità, ma quelle consolidate sono ora previste a 9,7 milioni invece dei 9,6 milioni indicati in precedenza. La stima sui ricavi passa da 51 a 54 trilioni di yen, quella sull'utile operativo da 3 a 3,4 trilioni e quella sull'utile netto da 3 a 3,250 trilioni.

Due Tutor sulla stessa autostrada? Non è un errore: ecco perché

4 Agosto 2026 ore 10:26
Dal 12 luglio scorso, con l'entrata in vigore del decreto sull'omologazione degli autovelox, solo i Tutor che rispettano questo requisito possono essere utilizzati per accertare le violazioni dei limiti di velocità in autostrada. In teoria era così anche prima in forza della giurisprudenza, ossia delle ordinanze con cui la Corte di Cassazione, a partire dall'aprile 2024, aveva stabilito che solo gli strumenti omologati possono essere ritenuti fonti di prova. Dal 12 luglio, però, la possibilità di accertare le violazioni con apparecchi privi di questo requisito è preclusa dal decreto ministeriale. L'obbligo della registrazione Ma l'omologazione non è l'unica condizione necessaria ai fini della regolarità dell'accertamento. Infatti, occorre anche che il Tutor sia registrato nella banca dati del ministero delle Infrastrutture. E scorrendo il lungo database si scopre una cosa curiosa: in moltissime tratte autostradali risultano presenti due strumenti, sia il Sicve, ossia il Tutor di prima generazione, sia il Tutor 3.0, l'ultima versione dello strumento per il rilevamento della velocità media, entrambi sviluppati e prodotti da Movyon, società tecnologica del gruppo Autostrade per l'Italia. Le tratte col doppio strumento Ma com'è possibile che sulla stessa tratta, e quindi sugli stessi portali, vi siano due diversi strumenti, il vecchio e il nuovo Tutor? E com'è possibile che questa &quot;stranezza&quot; risulti su ben 81 tratte?Non si tratta di un errore né di una dimenticanza. Il fatto è che lo scorso febbraio, quando lo schema di decreto sull'omologazione fu trasmesso all'Unione Europea per la verifica di compatibilità con le norme della Ue, fu ufficializzato ciò che in realtà si sapeva già dal marzo 2025, ossia che solo il Tutor 3.0 sarebbe stato automaticamente omologato. Gli apparecchi più vecchi, il Sicve, approvato a fine 2004, e il Sicve PM, approvato nel 2017, utilizzati in quel momento su 92 tratte, avrebbero dovuto essere presto o tardi spenti o sottoposti a una nuova procedura di omologazione. Sono 11 quelli fuorilegge. Ancora per poco La decisione di Autostrade per l'Italia fu la più logica: sostituirli. Una corsa contro il tempo che però non si è ancora conclusa: oggi, 4 agosto, ne risultano &quot;fuorilegge&quot; ancora 11: otto sulla Tangenziale di Napoli (quattro in direzione Est e altrettanti verso Ovest, tutti in via di sostituzione), uno sull'A30 Caserta-Salerno tra l'allacciamento con l'A1 e Nola in direzione Sud (in fase di smantellamento) e due Sicve PM presenti nel tunnel del Monte Bianco, anch'essi in via di sostituzione. Per ora i vecchi Sicve non possono essere cancellati Ma allora, perché gli 81 vecchi Sicve, che negli ultimi mesi sono stati smantellati, sono ancora presenti nella banca dati ministeriale? Semplicemente perché non tutti i relativi verbali sono stati definiti, come si dice tecnicamente. Significa che non tutte le violazioni accertate da quegli strumenti sono state pagate o che non tutti i ricorsi sono passati in giudicato. Addirittura, visto che il termine per la notifica è di 90 giorni dalla violazione, è possibile che in alcune situazioni il verbale non sia nemmeno arrivato a destinazione.Dunque, com'è logico in tutte le situazioni in cui la multa è in sospeso, tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla persona a cui è stato notificato il verbale, ma anche le prefetture e i magistrati chiamati a esprimersi su un eventuale ricorso, devono poter verificare che al momento della violazione il Sicve fosse effettivamente registrato nella banca dati del ministero (ovviamente da quando quest'obbligo è entrato in vigore, il 27 novembre 2025). Solo quando non vi saranno più pendenze, quando tutte le violazioni accertate con i Sicve e con i Sicve PM saranno definite, i Tutor di prima e seconda generazione potranno essere definitivamente cancellati dalla banca dati.

PIETRO LIBERO

4 Agosto 2026 ore 09:54
Diffondiamo questo manifesto per Pietro, in carcere con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante l’operazione anti-anarchica del 16 giugno scorso. Qui il manifestino in pdf.  

Auto aziendali, Pietrantonio (Unrae): " il momento giusto per la riforma fiscale"

4 Agosto 2026 ore 13:24
Ora o mai più, dice perentorio a Quattroruote Roberto Pietrantonio, presidente dell'Unrae, a proposito di una miniriforma fiscale dell'auto aziendale che insieme alle altre associazioni di settore sarà presentata al governo nei prossimi giorni. Ha un costo decisamente contenuto, ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto. Partiamo dal mercato, che a luglio, per l'ottavo mese consecutivo, cresce ancora, con un incremento da inizio anno del 9%. Può essere definita una crescita strutturale? un segnale positivo che riflette anche una domanda di sostituzione che negli ultimi anni era rimasta un po' compressa e che sta in parte tornando sul mercato. Certamente c'è stato e c'è ancora, se pure in esaurimento, l'effetto degli incentivi del ministero dell'Ambiente, che hanno accelerato la diffusione delle vetture elettriche. E poi l'aumento dell'offerta determinato dall'ingresso di nuovi costruttori ha aumentato la competizione sul mercato rendendo più accessibile l'auto nuova, come dimostra anche il prezzo medio di fattura, che si è ridotto nella prima parte dell'anno anche grazie a campagne commerciali più aggressive. E infatti il canale privati, quello che sostiene il mercato, cresce più della media.Proseguirà anche nei prossimi mesi?Premesso che fare previsioni, con scenari geopolitici e macroeconomici così instabili, non è semplice, da agosto verrà meno il contributo degli incentivi. Si capirà a settembre se la crescita della prima parte dell'anno potrà essere considerata strutturale. Per il momento posso dire che i parametri che nutrono il sistema previsionale Unrae indicano un mercato in leggera crescita anche nella seconda parte dell'anno, seppure in misura inferiore rispetto alla prima metà a causa dell'esaurimento dell'effetto incentivi. Stimiamo che il 2026 possa chiudere intorno a 1.610.000 immatricolazioni, il 5,5% in più rispetto al 2025. Certo, c'è ancora un deficit di oltre 300 mila vetture rispetto al 2019, ma questi numeri vanno letti in chiave positiva. Ci dicono che gli italiani vogliono cambiare auto. Se oggi un consumatore si chiedesse se conviene comprare o aspettare, io suggerirei di sfruttare questo momento in cui l'offerta è ampia, i tempi di consegna normali, le condizioni commerciali interessanti. Anche perché nuovi incentivi non arriveranno. A proposito di incentivi, è vero che a ottobre vi fu un click day, però l'onda lunga sulle immatricolazioni è durata fino a luglio. Che bilancio si può fare di questa iniziativa, diversa da tutte quelle precedenti? Senza entrare nel merito di com'è stata strutturata e al netto dei dati definitivi del Mase che solo quando saranno disponibili ci permetteranno di misurarne nel dettaglio gli effetti, ha dimostrato una cosa semplice e positiva: che quando il differenziale economico si riduce, gli italiani sono pronti ad acquistare auto elettriche. Un click day non misura tanto il successo di un incentivo, misura la domanda latente che c'è sul mercato. Ecco perché ci vorrebbero incentivi strutturali, in grado di cambiare in maniera duratura il comportamento d'acquisto degli italiani invece di iniziative estemporanee che determinano solo fuochi di paglia destinati a spegnersi subito dopo.Succederà anche stavolta? O questa iniziativa, con le sue quasi 56 mila immatricolazioni, riuscirà finalmente ad accendere la domanda elettrica? Questi incentivi un effetto lo hanno prodotto: c'è una maggiore diffusione di EV e la familiarità nei confronti di questa tecnologia inizia ad aumentare anche in Italia. Tante false credenze sono state finalmente smontate dall'esperienza pratica dell'amico o del conoscente, quasi tutti ormai ne abbiamo almeno uno che ha un'elettrica. Tuttavia, non sembra che vi sia una svolta. A luglio, con l'esaurimento dell'effetto incentivi, le elettriche sono scese al 5,9% di quota di mercato. Un dato superiore a luglio 2025, ma molto inferiore a quello dei mesi precedenti. E invece c'è bisogno che l'Italia si allinei alle medie europee, altrimenti sarà considerata un mercato di serie B. Occorre mettere a terra delle misure strutturali e di medio periodo che orientino i consumatori. Ricordo che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi sulle auto elettriche.Poco fa ha detto che ci vorrebbero incentivi strutturali, adesso che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi. Unrae torna a chiedere al governo incentivi sull'auto elettrica? Non chiediamo incentivi, chiediamo misure strutturali sulla fiscalità dell'auto aziendale in grado di produrre, quelle sì, effetti di medio-lungo periodo sulla domanda. Una buona riforma fiscale vale molto più di tanti ecobonus messi assieme, che hanno l'effetto di deprimere la domanda prima e dopo una fiammata di breve durata. Invece, una riforma fiscale di pari costo per lo Stato innescherebbe dinamiche virtuose. Le nuove regole sul fringe benefit per le Plug-in in vigore dal 2025 lo dimostrano. E dimostrano che le aziende reagiscono rapidamente alle opportunità che si aprono. Ecco, una riforma fiscale delle company car potrebbe innescare quel circolo virtuoso di cui abbiamo parlato tante volte, con un effetto sul mercato del nuovo, ma anche su quello dell'usato grazie all'elevato turnover delle flotte aziendali. Sì, però la riforma del fringe benefit, che ha penalizzato i motori termici privilegiando in eguale misura Phev ed Ev, non ha avuto alcun effetto sulla domanda di elettriche aziendali in uso promiscuo, mentre ha proiettato le Plug-in stabilmente oltre il 10% di quota di mercatoQuesto fenomeno è stato determinato in parte dalle scelte dei dipendenti. In questa fase storica una plug-in, a parità di trattamento fiscale, è più rassicurante di un'elettrica per la media degli utilizzatori. Che, oltretutto, spesso hanno percorrenze chilometriche importanti. E poi non dimentichiamo il contesto: sullo sfondo c'è il tema delle infrastrutture di ricarica e del costo dell'energia, due barriere non da poco alla diffusione dell'auto elettrica in Italia. Ecco perché dico che una riforma fiscale che favorisca nettamente queste vetture potrebbe sbloccarne definitivamente la domanda.Ok, ma la delega fiscale, ossia lo strumento che dal 2023 permetterebbe al governo di intervenire rapidamente e in maniera incisiva sulla fiscalità dell'auto aziendale, sta per scadere. La finestra si chiuderà, in teoria, il 29 agosto.&nbsp;Certo, c'è sempre la legge di bilancio per il 2027, ma c'è la possibilità che si arrivi effettivamente a una miniriforma nella direzione da voi auspicata?Vogliamo essere ottimisti. Stiamo lavorando da tempo con diverse associazioni della filiera, c'è una convergenza importante e ci apprestiamo a sottoporre alle istituzioni una proposta comune. La speranza è che questa posizione unitaria, in vista della scadenza della delega e, soprattutto, in presenza della flessibilità concessa dall'Unione europea e, quindi, dei famosi 14 miliardi di euro potenzialmente disponibili nel triennio 2026-2028, determini la concreta possibilità di costruire una leva fiscale in grado di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, accelerare il rinnovo del parco circolante, sostenere imprese. Guardi, la nostra proposta ha un costo decisamente contenuto ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto, ora o mai più.Di che cosa si tratta, esattamente? Di una riforma della deducibilità?L'annunceremo insieme ai rappresentanti delle altre associazioni. Mi sembra il modo migliore per suggellare un lavoro fatto con grande spirito di collaborazione.

Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

4 Agosto 2026 ore 09:48
Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

Analizzare i log del proprio sito web può rivelare sorprese inaspettate. Spesso, si notano centinaia di visite attribuite a "Googlebot", e la prima reazione è di sollievo: il crawler di Google sta indicizzando le pagine. Ma è davvero così? La realtà è che molti di questi accessi provengono da un falso Googlebot, poiché l'identità di chi si connette a un server è più facile da falsificare di quanto si pensi.

Perché i log registrano così tanti falsi Googlebot?

Molti bot si spacciano per Googlebot per una ragione semplice: gode di un trattamento privilegiato su quasi tutti i server. Gli amministratori di sistema, per non compromettere l'indicizzazione, evitano di bloccarlo. Questa situazione crea un'opportunità per software di terze parti. Infatti un bot malevolo o uno scraper ottiene enormi vantaggi semplicemente fingendosi il crawler ufficiale di Google, tra cui:

  • Evitare i blocchi: numerosi sistemi di sicurezza e firewall sono configurati per lasciar passare senza filtri il traffico di Googlebot.
  • Superare i limiti di richiesta: a Googlebot vengono spesso concessi limiti di frequenza (rate limiting) molto più ampi, che gli consentono di scansionare più pagine in meno tempo.
  • Aggirare i CAPTCHA: un finto Googlebot può bypassare i controlli anti-automazione, accedendo a contenuti altrimenti protetti.

Un falso log da un Googlebot, trucco a costo zero, è particolarmente utile per chi fa scraping di prezzi, contenuti o dati sensibili, aprendo porte che dovrebbero rimanere chiuse.

Per approfondire l'argomento e capire quali altri tattiche usano gli hacker per accedere al tuo sito, leggi anche il nostro articolo sul tema.

User-agent: l'identità che chiunque può falsificare

Il problema nasce dal funzionamento dello user agent. Infatti si tratta di una semplice stringa di testo che un client, come un browser o un bot, invia al server per identificarsi. Il protocollo HTTP, tuttavia, non include alcun meccanismo per verificare che questa dichiarazione sia vera.

Un client può quindi presentarsi con una stringa apparentemente legittima: Mozilla/5.0 (compatible; Googlebot/2.1; +http://www.google.com/bot.html) Vederla nei log fa pensare subito al crawler ufficiale, ma non stabilisce alcun legame crittografico o verificabile tra l'indirizzo IP della richiesta e l'infrastruttura reale di Google. In pratica, il falso log di un Googlebot è come se un estraneo si presentasse a una festa dichiarando un nome falso, senza che nessuno gli chieda un documento di identità.

Come verificare se un log di un Googlebot è falso?

Fortunatamente, esistono metodi affidabili per smascherare gli impostori, raccomandati da Google stessa.

Controllo degli intervalli IP di google

Il primo metodo è molto diretto. Google pubblica e aggiorna un elenco dei suoi intervalli IP ufficiali in un file JSON. È sufficiente programmare uno script per scaricare questo file e confrontare l'IP registrato nei log con le reti autorizzate (sia IPv4 che IPv6). Se l'indirizzo IP del visitatore non rientra in questi intervalli, si ha la certezza matematica che sia un falso log di un Googlebot.

La doppia verifica DNS

Questo secondo metodo è ancora più rigoroso e si basa su una sequenza di controlli DNS, considerata la prova definitiva.

  1. Ricerca DNS inversa (PTR): si esegue una ricerca sul record PTR dell'IP di origine. Se è un vero crawler di Google, il nome host risultante deve terminare con googlebot.com o google.com.
  2. Ricerca DNS diretta (A/AAAA): a questo punto, si esegue la verifica opposta. Si risolve il nome host ottenuto nel passaggio precedente e si controlla che l'indirizzo IP di partenza sia presente nella lista di IP restituiti.

Se entrambi i passaggi hanno successo, puoi essere assolutamente certo che la visita provenga da un crawler legittimo di Google.

Per approfondire l'argomento, prova anche a leggere questo nostro articolo: "Come rilevare e bloccare l'attività dei bot".

Cosa si scopre dopo una verifica di un falso Googlebot log?

Applicando questi controlli, il quadro del traffico sul proprio sito cambia radicalmente. Quella che sembrava un'intensa attività di indicizzazione si rivela spesso per quello che è: un'orda di bot sconosciuti. Un picco di traffico che credevi positivo potrebbe nascondere uno scraper aggressivo che sta rubando i tuoi contenuti tramite un falso log di un Googlebot.

In più un consumo di banda anomalo potrebbe essere causato da sistemi che mappano il sito alla ricerca di vulnerabilità. Analizzare i log con questi strumenti permette di distinguere il traffico prezioso da quello dannoso, proteggendo le tue risorse in modo efficace. La prossima volta che vedrai un'attività sospetta da "Googlebot", saprai esattamente come smascherare l'impostore.

L'articolo Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti proviene da sicurezza.net.

Piccola fuori, modulare dentro: arriva la Leapmotor B03, la nuova compatta per l'Europa

4 Agosto 2026 ore 09:21
Leapmotor ha presentato la sua nuova berlina di segmento B, chiamata A05 sul mercato cinese e B03 su quello internazionale. Si tratta della versione a ruote basse della B-SUV B03X,&nbsp;la cui commercializzazione è iniziata da poco anche in Italia. La B03 nasce per &quot;rafforzare la presenza del marchio nel segmento delle elettriche compatte&quot;, spiega la Casa in una nota, ed è stata &quot;progettata principalmente pensando ai consumatori urbani più giovani&quot;. Al momento non sono ancora state comunicate informazioni sui tempi di arrivo del modello nei mercati internazionali. Linee semplici e ispirate alla B03X Lo stile della Leapmotor B03 riprende quello della B03X, con i gruppi ottici &quot;sorridenti&quot;, la griglia anteriore chiusa e le sottili prese d'aria verticali alle estremità del paraurti. Ritroviamo inoltre le maniglie a filo carrozzeria e i fari posteriori dalla forma squadrata. L'auto è lunga 4.175 mm (quasi 10 cm in meno rispetto alla B-SUV), larga 1.790 mm, alta 1.560 mm e ha un passo di 2.605 mm, identico a quello della B03X. Interni modulari con modalità &quot;letto matrimoniale&quot; L'abitacolo riprende l'impostazione della versione a ruote alte, con una plancia semplice e lineare. Dietro il volante a due razze trova posto il quadro strumenti digitale da 8,9&quot;, mentre sono pochissimi i comandi fisici: gran parte delle funzioni passa infatti attraverso lo schermo dell'infotainment da 14,6&quot;, gestito dal chip Qualcomm Snapdragon 8295.I sedili &quot;7-layer Cloud-Feel&quot; permettono diverse configurazioni, tra cui quella a &quot;letto matrimoniale&quot;, oltre alle modalità dedicate agli animali domestici e alla privacy, con tavolinetti indipendenti per la seconda fila e sedute posteriori ribaltabili verso l'alto. Il bagagliaio offre 474 litri di capacità, che diventano 1.308 abbattendo gli schienali posteriori. Nel doppiofondo trovano posto ulteriori 91 litri. Due motorizzazioni La Leapmotor B03 dovrebbe essere proposta con due powertrain, da 70 kW (95 CV) e 90 kW (122 CV), abbinati a batterie al litio-ferro-fosfato. Le autonomie dichiarate raggiungono rispettivamente 405 e 510 km, secondo il ciclo di omologazione cinese. Per il mercato locale è prevista inoltre, come optional, la presenza del LiDAR integrato alla base del parabrezza.

ARI Pozzuoli informa via radio

4 Agosto 2026 ore 08:54


La Sezione ARI di Pozzuoli ha attivato un innovativo sistema automatico di radiodiffusione del bollettino di sorveglianza dei Campi Flegrei.

Le informazioni vengono estrapolate, mediante un software, dai documenti ufficiali pubblicati settimanalmente dall'Osservatorio Vesuviano e dal Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, per essere poi elaborate e convertite in audio che viene trasmesso sul ripetitore IR8AC sulla frequenza 145.6250 MHz, che copre in maniera strategica i comuni dell’Area Flegrea.

Mediterraneo

4 Agosto 2026 ore 08:02

L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile, Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.

Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o, più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.

Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee. Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo musulmano – in una sorta di autostrada marittima.  Il mare e non la terraferma sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità, la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso. Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie, geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai simboli del territorio in cui è immerso.

Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va trattato.

Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano) oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde: gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che altrove parte della stessa cosa.

Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco, un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi, fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.

Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo, inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni di varia natura.

La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato, parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”, cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera, trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa: all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile di quelle stesse aree di partenza.

Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo. L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie (l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.

È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del Mediterraneo:

Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia comporta la tolleranza verso la differenza.

Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro congiuntura.

Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato, “Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che (come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente, che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una tale sovrapposizione narrativa?

Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.

Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di al-Idrisi.

Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević, nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.

Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.

Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia di al-Idrisi.

Lo scrive bene Campagna:

La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità soverchianti.

Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica, all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.

La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C. Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo, nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.

Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.

La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025) in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”) può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto. Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti, storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.

Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini di fibra ottica:

il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000 chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita, Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo. 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia Saudita.

Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre, colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”. Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente, queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine (2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione quanto del disinteresse politico.

Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio, oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche predatorie del colonialismo.

Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri, Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi, stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.

A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo, quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in camicia hawaiana”.

Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo; un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.

Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi, che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo, conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.

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DX PATROL MK4.

4 Agosto 2026 ore 07:26
Good evening to the group. I have an RPi 3B and installed OpenWebRx from the official site (dated 11/10/2023), and it works very well. However, when I installed OpenWebRx version 1.2.117 from LZ2SSL, I get no VHF/UHF/HF reception at all. In the first instance, the system recognizes the SDR as an RTL-SDR, whereas in the second, it recognizes it as a DVB TV receiver. Does anyone have any idea what I should do? The waterfall display is blue, but there is no signal reception. All settings seem to work, yet there is no reception. Thanks in advance.

L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

4 Agosto 2026 ore 07:00

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.

KMT accuses Taiwan’s government of failing to uphold South China Sea claims

Opposition parties in Taiwan have accused the government of failing to defend the island’s long-standing claims in the South China Sea, following its muted response to Philippine attempts to delimit a disputed shoal. “The government speaks loudly when confronting mainland China, but falls silent when Japan or the Philippines challenges Taiwan’s claims,” Kuomintang culture and communications committee director Chen I-hsin said on Sunday. Chen was referring to the Philippines’ move to assert...

He Was Playing Mind Games

4 Agosto 2026 ore 00:05

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3 Agosto 2026 ore 23:49

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Audi A2 e-tron: nel nostro primo test sfiora i 500 km di autonomia - VIDEO

4 Agosto 2026 ore 08:03
Immaginatela senza questo variopinto wrap e avrete sotto gli occhi la nuova Audi A2 e-tron, che verrà svelata nella sua interezza ai primi di settembre (assieme all'apertura degli ordini, pochi giorni dopo), con i primi esemplari in consegna ai clienti a inizio 2027. I prezzi? Dovrebbero partire da meno di 39.000 euro. Finora l'erede spirituale (con la spina) dell'originaria A2 si era vista soltanto pesantemente camuffata e, al netto di un teaser che ne spoilerava la silhouette, di materiale ufficiale non c'è nulla. Se non queste immagini, appunto, tratte da un test drive in anteprima che ho svolto fra la Svezia e la Danimarca con l'obiettivo di valutare l'efficienza, aspetto sul quale i tecnici di Ingolstadt puntano molto.D'altronde il pallino dell'efficienza l'Audi A2 l'ha sempre avuto. Persino troppo, con la prima generazione di venticinque anni fa (scocca d'alluminio, 1.2 TDI da 3 litri/100 km, costosissima da produrre e da acquistare, un flop commerciale), mentre oggi, con maggior pragmatismo, non hanno fatto altro che prendere ciò che di buono era già in casa e ottimizzarlo. Piattaforma MEB evoluta e trazione posteriore Per inciso, si parte dalla piattaforma MEB evoluta; non l'inedita MEB+ che usano Cupra, koda e Volkswagen (con motore e trazione anteriori), perché Audi per la A2 e-tron voleva più spazio a bordo (il passo è più lungo, l'agio per le ginocchia di chi siede dietro davvero abbondante) e la trazione posteriore, per una guida più dinamica.Premesso ciò, l'esemplare che ho guidato adotta il propulsore da 140 kW (190 CV) e la batteria LFP da 61 kWh lordi (58 utilizzabili). Seguiranno, al lancio, altre due batterie (51 e 84 kWh lordi) e tre ulteriori tagli di potenza (125, 170 e 240 kW). Aerodinamica ed efficienza: la ricetta Audi Tre sono i punti chiave attorno ai quali ruota questa ricerca dell'efficienza: due li ho già citati sopra, motori e batterie; il terzo è l'aerodinamica.La forma vagamente streamline, del tutto simile a quella della prima A2, fa già del suo per migliorare la resistenza all'avanzamento: muso arrotondato, montanti anteriori molto inclinati, coda tronca per staccare i flussi. Il resto è fine tuning: griglia anteriore di raffreddamento attiva (chiusa quando non serve aria), elementi specifici sui passaruota anteriori per far scorrere meglio l'aria sulle fiancate (i cosiddetti air curtains e gap reducer), cerchi dal design aerodinamico e, non ultimo, un fondo completamente piatto. Risultato: un Cx di 0,24 che, a detta del tecnico Audi che era al mio fianco durante il test, può arrivare al massimo a 0,25 nel caso di specifiche più spinte, con cerchi da 20&quot; e allestimento S line. Motore, batteria e ricarica bidirezionale Capitolo powertrain: la A2 è spinta dal noto motore sincrono a magneti permanenti APP350, introdotto un paio d'anni fa su altri modelli basati sulla MEB evoluta. Le elettroniche di potenza con semiconduttori al carburo di silicio garantiscono minori dissipazioni d'energia e nuovi lamierini più sottili per il rotore (da 0,3 a 0,2 mm) arginano meglio le perdite termiche. La trasmissione, inoltre, adotta un olio a bassissima viscosità per ridurre gli attriti.Per quel che riguarda l'energia, la scelta è caduta su un accumulatore al litio-ferro-fosfato per diversi motivi, tutti già noti: niente terre rare, maggior durata nel tempo e migliore resistenza agli stress durante le ricariche. Con 58 kWh netti (e 499 km di autonomia WLTP), la batteria è di tipo cell-to-pack, con le singole celle sistemate direttamente nell'involucro dell'accumulatore per una maggiore densità energetica.Grazie a un efficientamento del software, della gestione termica e del nuovo on board charger 2.0 (da 11 kW), Audi dichiara un'efficienza dell'89,6% in corrente alternata, un valore interessante e superiore alla media. Va ricordato, infatti, che non tutta l'energia erogata dalla colonnina o dalla wallbox finisce nella batteria (a causa delle croniche dispersioni), ma il quantitativo elargito va comunque pagato per intero. La ricarica in corrente continua, per la cronaca, ha una potenza di picco di 105 kW, valore non elevatissimo ma che consente comunque di portarsi a casa un 10-80% in circa 26 minuti, se tutto va come deve andare.Novità anche sul fronte della ricarica stessa: debutta la bidirezionale con funzione V2L (vehicle to load), che con un adattatore opzionale oppure con la presa Schuko sistemata nel baule permette di alimentare o ricaricare dispositivi esterni; parallelamente, con la funzione V2H (vehicle to home), è possibile usare l'auto come sistema di stoccaggio per l'impianto fotovoltaico domestico e può anche restituire energia all'abitazione. Audi A2 e-tron: come sono gli interni Ma andiamo al sodo. Una volta a bordo, trovo pesanti camuffature sulla plancia perché in questa fase, degli interni, in teoria non dovrei sapere nulla. Non posso mostrarvi foto definitive, ma vi racconto cosa avevo sotto gli occhi. A partire dal doppio schermo ricurvo onnipresente su tutte le più recenti Audi, passando per l'inedito comando multifunzione sistemato sul piantone dello sterzo, introdotto dalla Q3: sul lato destro il selettore della marcia, su quello sinistro la gestione degli indicatori di direzione, degli abbaglianti e dei tergicristalli. Curioso che, sulla A2, abbia però una finitura molto meno ricercata, perdendo il rivestimento in nero lucido con dettagli argentati; vedremo se sulla versione definitiva si tornerà alla variante originaria. Piacevoli, invece, i morbidi tessuti di rivestimento sui pannelli porta, così come il tunnel centrale su due livelli con ampi portaoggetti. Il test su strada fra Svezia e Danimarca In marcia si apprezza la posizione di guida, rialzata sulla strada ma con il sedile vicino al pavimento. I montanti anteriori assai inclinati non danno noia durante le svolte, perché sono stati ricavati ampi cristalli laterali proprio per ridurre il più possibile gli angoli ciechi. Molto curata l'insonorizzazione, grazie a cristalli doppi e parabrezza acustico, specchi retrovisori dal disegno aerodinamico e abbondante materiale fonoassorbente per ridurre il rotolamento.L'aspetto più apprezzabile è l'elevata scorrevolezza, dote comune a tutte le elettriche Audi: se si fa a meno della frenata rigenerativa (gestibile su tre livelli con i paddle al volante), una volta tolto il piede dall'acceleratore la vettura continua a macinare strada senza opporre resistenza.Il risultato di questo breve test? Lungo un tragitto misto fatto di autostrada (a 110 km/h), extraurbano (70 km/h) e urbano (30-50 km/h), il computer di bordo mi ha mostrato un consumo di 11,9 kWh/100 km, pari a un'autonomia stimata di 487 km; ammetto, però, di esserci andato col piede leggero, tant'è che il valore medio WLTP dichiarato, in corso di omologazione, parla di 12,8 kWh/100 km. Vedremo, una volta al Centro Prove, se la A2 e-tron manterrà questi buoni valori.

Tornare indietro è impossibile: Ne è valsa la pena? Isole Faroe

15 Luglio 2026 ore 18:59

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1176: Alle Isole Faroe basta imboccare la strada sbagliata per ritrovarsi in un mondo completamente diverso.

In questo viaggio attraversiamo l'arcipelago con il camper, seguendo strade sempre più strette, montagne, tunnel e piccoli villaggi fino ad arrivare a Gjógv, una delle località più spettacolari e remote delle Faroe.

Ma il viaggio non finisce qui.

Andremo alla ricerca di Risin e Kellingin, il Gigante e la Strega, due enormi faraglioni legati a una delle leggende più affascinanti dell'arcipelago: si racconta che arrivarono dall'Islanda per trascinare le Faroe verso casa, ma furono sorpresi dalla luce del giorno e trasformati in pietra.

E poi arriva una domanda inevitabile quando si viaggia in un posto come questo: quanto costa davvero vivere e viaggiare alle Isole Faroe?

Quanto costano il carburante, la spesa, mangiare fuori, dormire e muoversi con un camper?

Lo scopriamo direttamente sul posto, cercando di capire quanto sia costoso questo angolo sperduto del Nord Atlantico.

Un'altra giornata di viaggio, strade improbabili, paesaggi che sembrano irreali e qualche sorpresa lungo la strada.

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Underground SECRET LAB , SciFi Survival ASMR Relaxing Ambience, TRUE RECORDING #asmr #relax #sleep

3 Agosto 2026 ore 21:28

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Nitto Santapaola - Parte 2: La caduta

3 Agosto 2026 ore 20:27

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Dopo aver conquistato il vertice della mafia catanese, Benedetto "Nitto" Santapaola diventa uno dei boss più potenti di Cosa Nostra. Ma la stagione delle stragi, i pentiti e le grandi indagini dello Stato segnano l'inizio della sua caduta.

In questa seconda e ultima parte ricostruiamo gli anni della latitanza, l'arresto nel casolare dell'azienda agricola Bonnelli, i processi, il regime del 41-bis e gli ultimi anni di vita dello storico capomafia catanese.

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📌 IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI

✓ La guerra di Cosa Nostra contro lo Stato dopo le stragi del 1992

✓ Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia contro Nitto Santapaola

✓ La lunga latitanza del boss catanese

✓ Il blitz della Polizia e l'arresto nel casolare dell'azienda agricola Bonnelli

✓ I processi e le numerose condanne inflitte a Santapaola

✓ Il regime di carcere duro del 41-bis

✓ Gli ultimi anni di detenzione e la morte del boss

✓ L'eredità criminale lasciata dal clan Santapaola-Ercolano

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📺 QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE

NITTO SANTAPAOLA

➡ Guarda la playlist completa e segui la vicenda in ordine cronologico:

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Guinea-Bissau Tidal Waters

3 Agosto 2026 ore 19:16
Relatively low tidal waters expose sandflats and mudflats in the Bijagós Archipelago of Guinea-Bissau in this image acquired on November 28, 2025, with the OLI (Operational Land Imager) on Landsat 8. These coastal landforms support an array of invertebrates, making the archipelago a popular stopover for migratory shorebirds.

Mercato auto, finisce l'effetto incentivi: le elettriche archiviano il boom

3 Agosto 2026 ore 19:44
Il mercato auto italiano resta positivo anche a luglio, anche se la crescita rallenta. Negli ultimi 30 giorni, secondo i dati del Ministero dei Trasporti, le nuove immatricolazioni sono state 123.184, contro le 118.561 registrate nello stesso mese del 2025, con un incremento del 3,9%.Si è attenuata anche la spinta delle auto elettriche, per le quali è ormai terminato l'effetto degli incentivi. I volumi si sono assestati su livelli più ordinari, ma ancora positivi: a luglio la crescita è stata del 24,9%, contro l'87,1% di giugno, con una quota di mercato del 5,9%, un punto percentuale in più rispetto al 2025. Continua invece la progressione delle plug-in hybrid, che guadagnano il 45,5% e raggiungono il 10,5% del mercato.L'andamento favorevole dei primi sette mesi dell'anno si riflette anche sui dati cumulati da gennaio: secondo le elaborazioni Unrae, le immatricolazioni complessive sono state 1.060.175, con un +8,9% rispetto alle 973.471 del 2025. Rispetto ai livelli pre-pandemici del 2019 resta tuttavia un divario del 14,3%. Le Top 50 in Italia a luglio 2026 1. Fiat Pandina Non accenna ad arrestarsi il successo della piccola citycar costruita a Pomigliano d'Arco. Disponibile solo con il motore 1.0 mild hybrid da 65 CV, negli ultimi 30 giorni sono stati immatricolati 8.460 nuovi esemplari, quasi il doppio rispetto alla concorrenza di Dacia Sandero e della Renault Clio. 2. Dacia Sandero La compatta di Mioveni rimane salda al secondo posto: a luglio sono state immatricolate&nbsp;4.785&nbsp;nuove unità, mentre nella graduatoria generale da inizio anno sale al terzo posto, guadagnando un'ulteriore posizione rispetto al mese scorso. Da qualche settimana è in commercio anche la motorizzazione full hybrid. 3. Renault Clio Nel giro di un mese la sesta generazione della compatta francese balza dal 12 al 3 posto: negli ultimi trenta giorni ne sono state immatricolate 3.203, contro le 2.636 del mese precedente. La nuova Clio è disponibile con motori benzina, full hybrid e bifuel a Gpl. 4.&nbsp;Fiat Grande Panda Stabile la posizione in classifica della segmento B marchiata Fiat, che con 2.931&nbsp;nuove targhe mantiene la quarta posizione. Disponibile con motori&nbsp;benzina, mild hybrid ed elettrici, è quarta anche nella classifica da inizio anno. 5.&nbsp;Citroën C3 Continua la &quot;scalata&quot; della best seller del Double Chevron, costruita sulla stessa piattaforma della Grande Panda: quinto posto (a giugno era sesta), anche nella classifica di inizio anno, con 2.898 nuove immatricolazioni.&nbsp; 6.&nbsp;Toyota Yaris Cross A luglio la B-SUV giapponese passa dall'ottavo al sesto posto (settimo nella classifica da inizio anno). Disponibile solo con motori full hybrid, negli ultimi trenta giorni ha registrato 2.829 nuove immatricolazioni. 7.&nbsp;Dacia Duster La SUV media di Mioveni passa dal 14esimo posto di giugno al settimo di luglio, grazie alle 2.691 nuove immatricolazioni. Ricca l'offerta di motorizzazioni di questo modello: mild e full hybrid a benzina, bifuel a Gpl, anche con impianto mild hybrid. 8.&nbsp;Jeep Avenger La B-SUV americana scende all'ottavo posto nella classifica degli ultimi trenta giorni, ma rimane la seconda auto più venduta in Italia dall'inizio dell'anno. Gli esemplari immatricolati sono stati 2.603. Anche lei, come le &quot;cugine&quot; del gruppo Stellantis, è disponibile con powertrain benzina, mild hybrid (anche 4xe) e full electric. 9.&nbsp;Toyota Yaris La full hybrid giapponese, da cui deriva anche la Yaris Cross, mantiene saldamente il nono posto della classifica delle auto nuove del mese di luglio: ne sono state immatricolate&nbsp;2.580. Da inizio anno è solo undicesima. 10.&nbsp;Toyota Aygo X La Casa giapponese piazza tre modelli nella top ten di luglio: la citycar, che da qualche mese è stata aggiornata e monta il motore full hybrid della Yaris, è stata immatricolata 2.245 volte. Nella classifica da inizio anno è ottava. 11. Volkswagen T-Roc: 2.07112. Peugeot 208: 2.04613. Kia Sportage: 2.00714. MG ZS: 1.93915. Audi Q3: 1.91916. Renault Captur: 1.73917. Mercedes GLA: 1.73818. Ford Puma: 1.69819. Volkswagen Tiguan: 1.66920. BYD Atto 2: 1.56721. Volkswagen T-Cross: 1.52622. Opel Corsa: 1.51323. BMW X1: 1.45224. Suzuki Swift: 1.41625. Fiat 500: 1.25726. Omoda 5: 1.22427. BYD Seal U: 1.19128. Peugeot 2008: 1.12229. Toyota C-HR: 99130. Volkswagen Golf: 98631. Fiat 600: 97932. Kia Picanto: 96833. Jeep Compass: 94534. Hyundai Tucson: 92435. Kia Stonic: 91336. Audi A3: 89437. Volkswagen Polo: 89038. Jaecoo 7: 88039. Peugeot 3008: 86040. Ford Kuga: 85641. BMW X3: 85342. Nissan Qashqai: 84743. MG MG3: 84544. DR DR5: 82345. MG JS: 81946. Suzuki Vitara: 81847. Audi Q5: 80148. Alfa Romeo Junior: 78249. Nissan Juke: 76050. Mini Countryman: 745 I gruppi e i marchi Per quanto riguarda i costruttori, anche a luglio al primo posto si conferma il gruppo&nbsp;Stellantis, che si mantiene sostanzialmente stabile: 30.879 veicoli contro i 30.663 dello stesso mese del 2025, con un incremento dello 0,7%. A trainare la crescita sono&nbsp;Fiat&nbsp;(+27,4%) e&nbsp;Citroën&nbsp;(+8,1%). In calo tutti gli altri brand: Alfa Romeo (-37,32%), DS&nbsp;(-56,7%),&nbsp;Jeep (-30,33%), Lancia (-23,38%), Maserati (-62,09%), Opel (-5,48%) e Peugeot (-4,9%).Poche le variazioni anche per il gruppo&nbsp;Volkswagen, sempre al secondo posto: le nuove targhe sono 18.736 (-0,28%). Crescono&nbsp;Cupra (+3,28%), Lamborghini (+33,33%), Seat (+23,74%) e VW (+0,87%). In calo Audi (-2,19%) e Skoda (-5,68%). Continua la ripresa del gruppo&nbsp;Renault&nbsp;(+3,31%): salgono la Losanga (+10,8%) e Alpine (+3,33%), scende Dacia&nbsp;(-1,57%).Cresce il gruppo&nbsp;Toyota&nbsp;(+1,73%, 9.739 targhe), mentre cala BMW&nbsp;(-8,54%, 6.679 targhe). Risultati positivi per&nbsp;Mercedes-Benz&nbsp;(+6,95%), Kia&nbsp;(+2,61%),&nbsp;Nissan (+1,74%), Suzuki (+5,67%), il gruppo DR (+4,7%), Honda (+19,6%), Polestar (+3,7%), Lynk & Co (+91,67%), Ferrari (+20%) e Aston Martin (+128,57%). In calo Ford (-21,23%), Hyundai (-28,59%), Volvo (-15,41%), Tesla (-77,02%), Mazda (-5,19%), Jaguar Land Rover (-24,13%), Porsche (-12,48%), Subaru (-2,97%), Mitsubishi (-29,27%) e Lotus (-34,78%). Prosegue il successo dei costruttori cinesi: oltre a&nbsp;Leapmotor (che passa da 371 a 1.124 immatricolazioni), a luglio crescono Omoda e Jaecoo (+168,51%), EMC (+86,99%), Geely (da 0 a 401 immatricolazioni), DFSK (+131,06%), KGM (+70,68%) e Deepal (da 0 a 104 immatricolazioni). Scendono MG (-1,39%) e SWM (-36,96%). Le alimentazioni Dopo il boom dei mesi scorsi, a luglio si è esaurita l'onda lunga degli incentivi introdotti lo scorso ottobre per le auto elettriche. Negli ultimi trenta giorni, le nuove immatricolazioni dei modelli a zero emissioni sono state 7.368, contro le 5.899 dello stesso mese del 2025. A guidare la classifica sono state la BYD Dolphin (572 unità), la Leapmotor T03 (517) e la BMW iX1 (286). L'incremento è stato del 24,9%, con una quota di mercato del 5,9%.Continua invece il momento favorevole delle plug-in hybrid: le nuove immatricolazioni sono state 13.103, con una crescita del 45,5% rispetto allo scorso anno. La quota di mercato si attesta al 10,5% nel mese e al 9,2% dall'inizio del 2026. La porzione più ampia del mercato resta però nelle mani delle ibride, che a luglio registrano un +11,4%: la quota cumulata da inizio anno raggiunge il 49,5%, contro il 44,4% dei primi sette mesi del 2025.Prosegue invece il calo delle alimentazioni tradizionali. A luglio le auto a benzina perdono il 13,9% e vedono la quota di mercato scendere dal 23,1% al 19%. Il diesel registra un calo del 29,7%, con una quota che si contrae dal 9,5% al 6,4%. Torna invece a crescere il GPL (+6,2%), anche se la quota di mercato passa dal 9,2% al 6,9%. Tutti i dati del mercato I commenti di Unrae e Motus-E &quot;I numeri ci dicono che gli italiani vogliono cambiare automobile. Ora spetta alle istituzioni creare condizioni stabili perché possano continuare a farlo&quot;, commenta Unrae. &quot;L'andamento particolarmente favorevole degli ultimi mesi ci induce a rivedere al rialzo le stime per l'intero 2026&quot;, aggiunge Roberto Pietrantonio, presidente dell'associazione delle Case estere. &quot;Prevediamo che il mercato possa chiudere l'anno a 1.610.000 immatricolazioni, rispetto alla stima di 1.530.000 elaborata a fine aprile, con un incremento del 5,5% rispetto al 2025&quot;. Per quanto riguarda il noleggio sociale annunciato nei giorni scorsi, Unrae si auspica che &quot;venga formalizzato al più presto l'impegno assunto dal Governo a reintegrare i 251 milioni di euro del Fondo Automotive, temporaneamente dirottati verso le misure emergenziali contro il caro carburanti. Gli interventi congiunturali non possono sostituire una pianificazione di lungo periodo, indispensabile per dare stabilità al settore e tutelare il potere d'acquisto delle famiglie&quot;.&quot;Archiviamo la fase degli interventi spot e restituiamo chiarezza al mercato&quot;, dichiara il presidente di Motus-E, Fabio Pressi. &quot;Il ritardo sull'elettrico e l'andamento a strappi del mercato, confermato dalla recente corsa all'ecobonus per i veicoli commerciali, riflette le difficoltà incontrate nella pianificazione di strumenti incentivanti chiari e prevedibili. Per ridare fiducia e stabilità al mercato, non è più rinviabile una profonda revisione della fiscalità sulle auto aziendali, su cui si è già costituita un'importante convergenza della filiera&quot;, conclude Pressi, che si augura una &quot;grande operazione verità sui vantaggi economici che già oggi centinaia di migliaia di famiglie italiane potrebbero ottenere passando alla mobilità elettrica, di cui milioni di cittadini europei stanno evidentemente già beneficiando&quot;.

Mobilizon contributors online gathering

Let’s meet online on the 18th of september.

You are welcome if you’re willing to contribute to the project, with your technical skills or by promoting the use of Mobilizon around you.

We’ll present the latest project news, and then you’ll have a chance to share your initiatives and thoughts about Mobilizon.

Here is the event on Mobilizon - feel free to register and share:

Note that for french speakers there is another meeting same day at noon.

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Réunissons-nous pour faire adopter Mobilizon autour de nous!

Je vous invite à nous retrouver en ligne le 18 septembre à midi, pour échanger autour de Mobilizon.

Cette réunion va vous encourager et vous donner des clefs pour adopter ou promouvoir Mobilizon autour de vous.

Voici les sujets proposés:

-présentation du projet

-tour d’horizon d’une instance Mobilizon (exemple de https://keskonfai.fr)

-spécificités d’une instance (personnalisation, modération…)

-création d’un groupe et d’un événement (sur une instance de test)

-import d’un flux ICS dans un groupe (exemple de l’Agenda du Libre)

-intégration des événements d’un groupe dans son agenda

-suivi d’un groupe à partir de Mastodon

Vous pourrez aussi faire part de votre expérience et partager vos remarques lors d’un temps d’échange.

Vous aurez alors toutes les outils pour être ambassadeur de Mobilizon et de Keskonfai autour de vous!

Retrouvez toutes les infos sur Mobilizon, et bien sûr n’hésitez pas à partager autour de vous!

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TOP 2026 gennaio-marzo BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation

3 Agosto 2026 ore 18:00

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Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation

Framaforms : ordre des questions modifié en passant en "voir"

Bonjour,

J’ai créé un sondage Framaforms.

J’ai défini l’ordre de mes questions en version modifiable.

Lorsque je passe en mode « voir », l’ordre des questions est complètement modifié.

Pouvez-vous m’indiquer ce qui peut générer cela ?

Je vous remercie par avance.

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China’s political and scientific elite head to Beidaihe for summer retreat season

Beijing has signalled the start of the summer break for China’s political elite with the announcement of retreats at the seaside resort of Beidaihe. State news agency Xinhua reported on Monday that Cai Qi, the man often referred to as President Xi Jinping’s “chief of staff”, “extended sincere greetings” to various academics and scientists invited to the resort about 300km (186 miles) east of Beijing. The report did not name those invited but did say they included specialists working at the...

La Ligier JS50 si rinnova: fino a 164 km di autonomia per la microcar elettrica - VIDEO

16 Agosto 2026 ore 12:00
La micromobilità elettrica sta prendendo sempre più piede. Non è dunque un caso che la Ligier JS50 si aggiorni per il 2026, concentrando le principali novità proprio sulla versione a batteria. Il cambiamento più importante riguarda l'introduzione dell'accumulatore B11 da 11,04 kWh con tecnologia LFP, sviluppata con un fornitore europeo e proposta su entrambe le varianti: L6e, guidabile dai 14 anni e limitata a 45 km/h, e L7e, accessibile dai 16 anni e capace di raggiungere i 75 km/h. Una scelta, quella di non spingersi fino ai 90 km/h consentiti dalla legge, fatta soprattutto per ridurre il consumo energetico complessivo. Autonomia estesa e ricarica domestica L'autonomia dichiarata arriva così fino a 164 km nel ciclo WMTC, mentre per una ricarica completa da una comune presa domestica (2 kW) servono circa sei ore. Il nuovo accumulatore, garantito cinque anni, integra inoltre un sistema di riscaldamento pensato per preservarne l'efficienza anche alle basse temperature. Guida, prestazioni ed efficienza in città In termini di dinamica del veicolo, la Ligier JS50 provata per le strade affollate di Torino è una riconferma: con le sue dimensioni ultracompatte riduce al minimo lo stress da parcheggio, da manovra e da ingombro. L'assetto è relativamente rigido, nonostante lo schema a ruote indipendenti su entrambi gli assi, piuttosto sofisticato per il tipo di mezzo, ma i sedili aiutano ad assorbire parte delle asperità stradali. Le prestazioni sono corrette per la filosofia del veicolo: la velocità massima di 75 km/h può essere limitante in extraurbano ma non crea nessun problema in ambienti cittadini. Accelerazione e ripresa sono meno reattive di quanto ci si aspetterebbe da un motore elettrico, ma comunque superiori a quanto generalmente offrono i quadricicli Diesel: adatte, anche in questo caso, all'utilizzo in contesti urbani. La modalità di guida Eco serve per ridurre al minimo i consumi, ma anche le prestazioni complessive dell'auto. Dotazioni e prezzi La JS50 conserva il telaio monoblocco in alluminio e i quattro freni a disco. L'abitacolo propone, a seconda dell'allestimento, climatizzatore - un po' rumoroso, ma utile -, servosterzo, touchscreen da 10&quot;, Apple CarPlay e Android Auto wireless. I prezzi, invece, partono da 16.790 euro, sia per la L6e sia per la L7e.

Abbiamo guidato la 55-SGT: drift e 750 CV, così rivive lanima dell'Alfa 155 DTM - VIDEO

3 Agosto 2026 ore 15:17
Ci sono auto che definiscono una storia sportiva. Quando nel 1993 l'Alfa Romeo 155 V6 TI sbarcò nel DTM, dominò contro i colossi tedeschi a casa loro, chiudendo la stagione con 12 vittorie su 20 gare. Oggi abbiamo potuto provare in anteprima mondiale a Vairano l'erede spirituale di quel mito: la 55-SGT. Un progetto matto, nato per applicare i concetti del motorsport alle tecnologie odierne senza perdere di vista l'uso su strada. E che è stato uno dei protagonisti assoluti di&nbsp;MIMO 2026. Dalla piattaforma Giorgio al prototipo zero Sviluppata da SGT Automobili, realtà formata da professionisti del settore, la 55 SGT non è un restomod classico ma una reinterpretazione che prende forma a partire dalla piattaforma Giorgio di Giulia e Stelvio, qui adeguatamente modificata. Trattandosi del prototipo zero, la gestiamo con cautela, ma la tentazione di spingere è forte perché la coppia è pazzesca.Nata con il corredo genetico giusto, parti e ti rendi conto che la 55-SGT si guida senza pensare troppo. Considerando qualche piccolo dettaglio ancora da sistemare, comprensibile vista la fase prototipale dell'esemplare a nostra disposizione, riconosci subito il comportamento ben bilanciato delle auto da cui la 55-SGT deriva. Infatti, il connubio tra pilota e macchina è lineare, il passaggio tra input e reazione avviene in modo fluido e senza strappi. Carrozzeria in fibra di carbonio e aerodinamica attiva In accelerazione, come nella fase di sterzata, il cambio di stato è leggero se vuoi, oppure estremo se in quel momento le chiedi tutto. Specie il lavoro sullo sterzo lo apprezzi, e non è scontato. Le carreggiate allargate, che donano un appoggio superiore, hanno richiesto nuove tarature della scatola sterzo, e poi c'è il telaio. La piattaforma, come detto, è quel capolavoro che risponde al nome di Giorgio. La carrozzeria però è stata modificata. Infatti, oltre al design, il vero lavoro è sottopelle: l'intera sezione superiore è stampata in un unico pezzo di fibra di carbonio.Diego Iodice, uno dei tre fondatori e colui che ha curato lo sviluppo, ci ha spiegato la filosofia del team: &quot;Quando si è realizzato questo omaggio si è voluta rispettare fedelmente l'origine, ma cercare di mettere dei contenuti nuovi&quot;. Per incrementare la rigidità torsionale sono state eliminate le portiere posteriori (solo accennate sulla fiancata) e i sedili dietro, facendo largo uso di carbonio, carbo-titanio e kevlar. Abitacolo ed ergonomia da vera vettura da competizione L'abitacolo deriva dall'esperienza dei fondatori nelle competizioni. Persino il posto guida è stato oggetto di modifiche. stato arretrato di 50 mm verso il centro dell'auto e la pedaliera riposizionata per ottimizzare pesi ed ergonomia. Sembra di stare su una vettura da corsa. Iodice mi ha ricordato l'esclusività della progenitrice: &quot;Stiamo parlando di una macchina che all'epoca costava 5 miliardi, mentre una Formula 1 ne costava 3 e mezzo. Quando decisero di fare una vettura per il Turismo, era per dimostrare l'eccellenza dell'engineering italiano, anche in terra tedesca. Queste macchine si sono sempre fatte in Italia, non altrove&quot;. Trazione integrale specifica con modalità drift Come la sua ispiratrice, la 55-SGT adotta una trazione integrale specifica. Tramite i selettori sulla console si gestisce la ripartizione della coppia, che permette di passare da un 50:50 fino al 100% al posteriore in modalità drift, per esibirsi a ruote fumanti. Una possibilità che la Giulia Quadrifoglio non ha. Gli ammortizzatori sono regolabili - singolarmente sui due assi - direttamente dall'abitacolo, sia in rimbalzo sia in estensione, e anche l'aerodinamica prevede flap anteriori regolabili. Possono essere impostati dal pilota oppure, quando la pressione sui freni supera i 30 bar, tornano in posizione quasi verticale per spingere a terra l'asse anteriore in fase di frenata e ingresso curva. Il motore V6 delle Giulia e Stelvio Quadrifoglio Anche il motore è il noto propulsore delle Giulia e Stelvio Quadrifoglio. Offre tre mappature da 520, 560 e 620 cavalli, ma il potenziale è ben superiore. Diego mi ha confessato: &quot;In collaborazione con Ferrari aveva con facilità 900 cavalli. stato fatto un downgrade per il modello stradale e noi abbiamo liberato una parte di potenza riguardando componenti esterne. Lo Stage 2 ci porterà a 750 cavalli con massima affidabilità&quot;. Prezzo e omologazione stradale Il prezzo è di circa 487.000 euro, tasse e donor car incluse. Nonostante l'impostazione specialistica, la vettura è omologata per la strada e SGT ha già fatto intendere che arriveranno presto altri progetti.

Xpeng L03: elettrica o range extender, tutti i prezzi per l'Italia - VIDEO

4 Agosto 2026 ore 08:07
Xpeng ha aperto gli ordini in Italia della L03,&nbsp;SUV-coupé disponibile con powertrain full electric e range extender. Tre gli allestimenti a listino, compreso il top di gamma Ultra Black Edition, con prezzi da 35.970 euro per l'elettrica e da 38.970 euro per la Reev. Xpeng L03: dati tecnici La Xpeng L03 è lunga 4.650 mm, larga 1.920, alta 1.600 e ha un passo di 2.850 mm. Le sue linee filanti hanno permesso di arrivare a un Cx di 0,228. Il bagagliaio mette a disposizione 539 litri, che diventano 1.640 abbassando gli schienali del divano posteriore; a questi si aggiunge il frunk da 102 litri (69 per le AWD). Sempre a proposito di spazio, in abitacolo ci sono 37 vani portaoggetti, a cui si aggiungono i cassetti sotto i sedili posteriori, che offrono ulteriori 10 litri. Xpeng L03: motori La Xpeng L03 è disponibile con tre powertrain full electric e uno range extender:RWD Standard Range: motore posteriore da 163 kW (222 CV) e 280 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 7,5 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP ha una capacità di 58,2 kWh, per un'autonomia massima di 445 km. Ricarica in corrente continua fino a 193 kWRWD Long Range: motore posteriore da 183 kW (249 CV) e 280 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 6,6 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP ha una capacità di 71,1 kWh, per un'autonomia massima di 520 km (480 nella versione Ultra con cerchi da 20&quot;). Ricarica in corrente continua fino a 236 kWAWD Performance: trazione integrale, due motori, potenza combinata di 317 kW (431 CV) e 451 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 4,5 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP da 71,1 kWh assicura un'autonomia fino a 440 km. Ricarica in corrente continua fino a 236 kWPower-X Range Extender: unità elettrica posteriore da 178 kW (242 CV) e 280 Nm di coppia, capace di uno 0-100 in 6,8 secondi e la velocità massima sempre di 180 km/h. La batteria da 37,2 kWh assicura un'autonomia a zero emissioni di 215 km. Per caricarla c'è un 1.5 turbo benzina da 64 CV: con il pieno di carburante, l'autonomia complessiva arriva a 1.017 chilometri. La ricarica della batteria in corrente continua accetta potenze fino a 123 kW Xpeng L03: dotazioni di serie Decisamente completa la dotazione della Xpeng L03 anche nella versione base, che monta cerchi di lega da 18&quot;, fari a LED anteriori e posteriori, fendinebbia con funzione cornering, griglia anteriore attiva, maniglie a filo carrozzeria, parabrezza e lunotto riscaldabili, sensori pioggia e luci, specchietti retrovisori richiudibili elettricamente, tetto panoramico in vetro oscurato, così come i finestrini posteriori e il lunotto, portellone ad apertura elettrica. All'interno i rivestimenti sono in ecopelle, mentre il volante riscaldabile è rivestito in microfibra; ancora, sedili anteriori riscaldabili e ventilati con funzione di memoria (a regolazione elettrica quello del conducente), luci ambientali, climatizzatore automatico con sistema di purificazione dell'aria e pompa di calore. Di serie il quadro strumenti da 8,9&quot;, il display dell'infotainment da 15,6&quot; con Apple CarPlay e Android Auto wireless, piastra di ricarica per smartphone, head-up display da 26,8&quot;. Su tutta la gamma sono previsti la chiave digitale, il&nbsp;Vehicle-2-Load e la guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco, telecamere a 360, funzione Pet durante le soste, parcheggio assistito (con summon dell'auto tramite app). Xpeng L03: allestimenti e optional La versione Long Range è disponibile anche nella versione Ultra, che aggiunge cerchi di lega da 20&quot; e pinze freno gialle. La AWD Performance Ultra Black Edition completa la dotazione con cerchi da 20&quot; con design a stella, la vernice Midnight Black, le pinze freno nere e dettagli esterni in nero lucido. Entrambe offrono la funzione massaggio per le sedute anteriori e impianto audio Xpeng XOpera da 20 altoparlanti e 960 Watt di potenza. Su questi modelli è montato infine un hardware più potente per la guida assistita, che aggiunge il sistema attivo di cambio corsia e le funzioni di parcheggio automatizzato.Di serie la vernice Artic White; le metallizzate Rock Gray, Midnight Black, Silver Frost e Phantom Purple costano 990 euro. Su richiesta il gancio di traino estraibile elettronicamente (1.500 euro). Xpeng L03: i prezzi per l'Italia L03 RWD Standard Range: 35.970 euroL03 RWD Long Range: 38.970 euroL03 RWD Long Range Ultra: 43.970 euroL03 AWD Performance Ultra Black Edition: 47.970 euroL03 Power-X RWD Long Range: 38.970 euroPer tutta la gamma è prevista una garanzia di 5 anni / 120.000 km con assistenza stradale (8 anni / 160.000 km per la batteria di trazione).

CBD stupefacente? Deciderà la Corte di giustizia europea

3 Agosto 2026 ore 14:57
Il CBD non è stupefacente per l’Europa e nemmeno per l’OMS, che ha più volte raccomandato di non inserirlo in nessuna tabella a livello internazionale. Lo è però per il governo italiano, che con un decreto l’ha trasformato in un farmaco stupefacente. La risposta arriverà direttamente dalla Corte di giustizia europea, visto che, con l’ordinanza …
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