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«Capitano, guarda un poco all’orizzonte:/cosa sono quelle nuvole nel/cielo?». Questi versi, a cui mai avrei voluto pensare nella giornata di ieri, mi sono cascati addosso nel pomeriggio, intorno alle 18, quando ho raggiunto il centro di La Coruña per assistere all’eclissi. In un cielo, pulito su ogni fronte fino a poco prima, un fitto assembramento di nubi si addensava a occidente, esattamente dove di lì a una mezzora il Sole si sarebbe piazzato.
Il lungomare è stato preso d’assalto da migliaia di persone – alla fine saranno oltre duecentoventimila, in totale, secondo i quotidiani locali -, che si vanno raccogliendo su panchine, s’appoggiano alle spallette, si sistemano in spiaggia, o, semplicemente, passeggiano lungo l’Avenida de Pedro Barrié de la Maza. Turbata, percorro il lungomare verso sud-ovest, con lo sguardo piantato sulle nubi, e mi avvicino all’Estadio Riazor. Una torma di individui in casacche biancazzurre sciama nell’area attorno alla struttura. Cerco nei loro occhi il turbamento, e tuttavia non lo trovo. Altro argomento pare infatti quello che tiene impegnate le coscienze di chi mi circonda. Alle 21 si disputerà nientemeno che Deportivo – Real Madrid, partita con cui ci si aggiudica il trofeo Teresa Herrera, a quanto pare molto sentito qui in città.
José, il proprietario di Casa Canosa, il ristorante in cui pranzo ogni giorno da quando sono giunta in Galizia, è uno di quelli che stasera è andato allo stadio, anziché a vedere l’eclissi. Dopo pranzo mi ha mostrato la tessera blu che attesta la sua affiliazione al club, con tanto di abbonamento stagionale. Il club se l’è vista brutta negli ultimi anni, «è fallito come il Parma», mi dice rispolverando vicende antiche, ma ora s’è ripreso. Lui c’era al Riazor nel 2004, il giorno in cui il Milan venne sconfitto 4 a 0 nei quarti di Champions. All’epoca frequentavo la seconda media, e ancora rammento il lutto che adombrò gli allora miei compagni di classe milanisti.
Víctor Manuel – «come il re d’Italia», stavolta è il paragone prescelto – è il cognato di José. Sono le tre del pomeriggio e ha già indosso la maglia strisciata della squadra cittadina. Secondo lui non vale la pena guardare il cielo durante le eclissi. Quello che accade in cielo infatti si sa, è meccanico, si può calcolare. Quel che non sappiamo è quel che accade sulla Terra, a noi, agli uccelli, alle piante. Per questo, tutto sommato, non gli dispiace essere allo stadio all’ora di un fenomeno che a La Coruña si ripeterà non prima di qualche secolo.
Nel mentre che s’attende l’inizio della partita sono arrivate le 19 e 30, orario che, da queste parti, segna il principio dell’eclissi parziale. Nella Rúa Manuel Murguía, strada che costeggia il Riazor, si comincia a notare un cospicuo numero di tifosi che estrae gli occhiali da eclissi per puntarli verso il Sole. Il Sole è tuttavia disperso tra le nubi, e ogni tanto, quasi per sbaglio, timidamente affiora. «No se vede nada», la frase che si ode più spesso.

Due tifose guardano l’eclissi fuori dallo stadio, prima che cominci la partita. Crediti: F. Loiacono
Il pullman del Real Madrid passa a una decina di metri, salutato dai fischi dei padroni di casa. Mi faccio largo tra i reiterati Yeremay e Quagliata per raggiungere la spiaggia. A un certo punto confondo Valerón con l’a me più familiare ma incongruente Verón, a dimostrare come le competenze calcistiche della sottoscritta siano talvolta fallaci. Un giovane sfoggia una maglia azzurra che ben si mimetizza con le altre, ma con un non camuffabile R. Baggio che spicca sul dorso. «È la maglia di Usa ‘94», ci tiene a dirmi il proprietario, tanto per gettare ulteriori tristi presagi sull’esito della giornata.
Quando arrivo sul lungomare mi giro a guardare il Sole. Gli manca un pezzo. Nonostante sapessi che sarebbe successo sono incredula. Scopro che avere la certezza che una cosa accadrà non toglie nulla allo stupore che si prova nell’assistere ad essa. Credo sia la prima volta che faccio un’esperienza di questo tipo. O perlomeno, mentre scrivo non mi vengono in mente situazioni avvicinabili.
Mi inoltro sul Paseo Marítimo di La Coruña – uno dei lungomari più lunghi d’Europa – rivolgendo le spalle al Sole. Mi interessano i volti, le espressioni perplesse, quelle stupite, chi solleva un braccio per indicare un particolare, chi si toglie gli occhiali scocciato perché passa una nuvola. Víctor Manuel aveva ragione, le cose più interessanti stanno sulla terra. La folla tutta pare soggetta a un incantamento. L’attesa è presenza tangibile, su questo marciapiede gremito e, al contempo, incredibilmente silente, rapito. Uno strano ordine si effonde dalla scena. Ogni tanto mi volto e indosso gli occhiali, per guardare com’è messa la nostra stella. Ogni volta la trovo smagrita, assottigliata, spolpata com’è dall’avanzata inarrestabile della Luna.
L’ora sullo smartphone mi dice che mancano pochi minuti alla totalità. Voglio essere in spiaggia. A malapena scorgo una scalinata per raggiungerla, fitta com’è di individui che aspettano. Nessuno più toglie e mette gli occhiali. Li indossano tutti. Nelle foto commetto innumerevoli sbagli, dimenticando il fuoco della macchina fotografica all’infinito per immortalare soggetti a un metro di distanza. Ma a questo punto m’interessa poco.
La Playa del Orzán è un vasto accampamento. Migliaia di persone siedono sui teli. Se non si sapesse dell’eclissi, si potrebbe pensare che questa gente sia qui per un raduno, che sia in attesa di un concerto, di un’esibizione che a un certo punto affiorerà dalle onde. Comincio a tremare. Un minuto prima della totalità la folla erompe in un applauso. C’è chi ride. Si ride tantissimo, per questa cosa che accade dentro e non si tiene. Io tremo. Quand’ho tremato così l’ultima volta? Ho mai tremato così in vita mia? Lo sapevo, sapevo tutto. Eppure tremo.
Il Sole si è ridotto a una ciglia sottilissima, che sorride oltre le nubi. Sembra la Luna. I gabbiani gridano impazziti a decine e decine e decine, sopra l’acqua, davanti a questa palpebra sottile che si sfina inesorabilmente. Poi più nulla. Il Sole è un occhio che si chiude. Cerco una parola per chiamare il buio che è caduto sulla spiaggia, la tonalità cupa che si è presa la sera, mentre il vento ci scompiglia tutti. È come. È come. La verità è che la parola non si trova. Stavolta non è la musica, ma la poesia che giunge in mio soccorso. «Che ‘ntender no la può chi no la prova», Dante, Beatrice e il Paradiso, l’ineffabilità delle cose celesti. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato», un altro verso caduto nella testa. Io la parola non ce l’ho. «Come il Parma», «Come il re d’Italia», come José, come Víctor Manuel. Non è come qualcos’altro. È come nelle eclissi. A La Coruña, adesso, in questo cielo di nuvole che viaggiano.
Settantasei secondi. Tanto c’è concesso di restare senza una luce che ci guardi. A La Coruña la corona non si vede, l’hanno rubata le nuvole. Il Riazor, con i suoi trentamila spettatori, splende a sinistra come un’astronave parcheggiata sulla terra. Quando quell’esile virgola che è il Sole che riappare si manifesta, dalla parte opposta da cui se n’eran perse le tracce, un applauso torrenziale s’innalza dalla spiaggia tutta. Gli uccelli ritornano a gridare, a disegnare traiettorie irripetibili sul cielo che schiarisce, a mano a mano che la luce solare acquista vigore.
Il giorno è tornato. Pochi minuti dopo, le nubi s’inspessiscono al punto tale che non si vede più nulla. Il lento trascinarsi della Luna, che sveste di sé il Sole, noi non l’abbiamo visto. Ma il prima, c’era tutto. Nella sfortuna, siamo stati fortunati.
Mi trattengo in spiaggia per un po’, fino alle 22. C’è ancora luce, e il Sole riesce finalmente a palesarsi sporgendo dagli strati di nubi. La Luna torna nuova, preclusa al nostro sguardo. Il transito sulla nostra stella l’ha sottratta all’abituale invisibilità che la caratterizza, in questa fase della sua infaticabile rivoluzione attorno alla Terra.
Il Deportivo ha perso 1 a 0 contro il Real Madrid, si verrà a sapere più tardi. Questo viaggio è cominciato pensando a una partita, e si conclude, imprevedibilmente, nel segno di un’altra. Allo stadio s’è fatto buio durante il riscaldamento. Alcuni tifosi hanno aspettato la fine del fenomeno per salire sugli spalti.
C’è chi ride sui teli, ragazzi che corrono sulla sabbia e si tuffano nell’oceano, chi sta steso ad occhi chiusi. Un signore indossa gli occhiali da eclissi a cercare la nostra stella a festa finita, prima che s’inabissi in mare. Mi scatto un selfie sulla spiaggia, come foto ricordo. Il crollo dell’adrenalina mi taglia le gambe.
Ci sono 23 gradi. Ricevo foto di inaudita bellezza dell’eclissi da Burgos, e da ogni dove della Spagna. Almeno qui non fa caldo, penso. Poteva andare peggio.
«Come l’astronomo Le Gentil», un Whatsapp di mia madre.
Però l’ho vista.
«E allora hai avuto più fortuna di Le Gentil».
Per quello, tutto sommato, basta poco. Di fortuna, credo di averne avuta molta di più.


Ieri, 12 agosto, il giorno è diventato notte. Era l’ora del tramonto, ma prima di salutare la Terra come ogni sera, il Sole ha regalato a una sottile fascia di mare e terra uno spettacolo raro e meraviglioso: un’eclissi totale. Vediamo com’è andata attraverso le foto e i commenti di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che l’hanno osservata nella zona di totalità.

L’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 fotografata dal volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf
Sull’Oceano Atlantico, a circa 400 chilometri dalla costa d’Irlanda, un team internazionale di ricercatori e ricercatrici ha studiato il fenomeno a bordo di un volo speciale dell’aeronautica militare irlandese con il coronografo E-CorMag sviluppato dall’Inaf. Il volo è durato in totale sei ore e mezza e la totalità, che non era visibile dal territorio irlandese, è stata osservata intorno alle 19.15 ora locale – 20.15 in Spagna e Italia. «Siamo andati sopra le nuvole, cielo sgombro, eclissi ben visibile durante la totalità e anche per molta parte della parzialità», racconta a Media Inaf Lucia Abbo, ricercatrice Inaf a Torino. «Abbiamo belle immagini e soprattutto abbiamo acquisito i dati con E-Cormag, tutte le sequenze osservative sono state eseguite». L’analisi dei dati seguirà nelle prossime settimane, ma intanto il team è soddisfatto, oltre che emozionato (e un po’ stanco).

Osservando l’eclissi con lo strumento E-CorMag a bordo del volo Irish Air Corps C295 a circa 400 km dalla costa occidentale dell’Irlanda. Crediti: Dias, Tcd, Tu Dublin & Inaf
A quell’ora, in Spagna ci si godeva ancora l’eclissi parziale, occhi all’insù, opportunamente protetti con i caratteristici occhialini di sicurezza. Meno di un quarto d’ora più tardi, alle 20.28 ora locale, il disco lunare ha oscurato completamente quello solare anche sui cieli della Galizia, al nord-ovest della Spagna, rivelando i colori della cromosfera e l’etereo alone biancastro – la corona – agli obiettivi fotografici di Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente dell’Inaf di Catania, che l’hanno osservata in un parco eolico a una cinquantina di chilometri da La Coruña. Nel capoluogo della Galizia c’era anche l’inviata Federica Loiacono dell’Inaf di Bologna, che sta raccontando come la città sta vivendo questa eclissi in un reportage pubblicato giornalmente sulle pagine di Media Inaf.

Eclissi totale di sole del 12 agosto 2026, fotografata dalla Galizia. Crediti: Salvo Guglielmino e Fabiana Ferente/Inaf
Un minuto più tardi, alle 20.29, procedendo verso sud-est, la totalità è arrivata nella Castilla y Leon. Qui, nei pressi di Burgos, erano posizionati i ricercatori della missione Vento (Vulcanoid Eclipse Near-sun Test Observations) pronti a fotografare i dintorni del Sole eclissato in cerca di ipotetici asteroidi detti Vulcanoidi. Poco prima dell’eclissi totale, il Sole ha regalato uno straordinario “anello di diamante”, immortalato in una delle immagini di Albino Carbognani dell’Inaf – Osservatorio di astrofisica e scienza dello spazio di Bologna.

L’effetto “anello di diamante” in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos, in Spagna. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Sua maestà, la corona, in una foto dell’eclissi del 12 agosto 2026 ripresa nei pressi di Burgos. Crediti: Albino Carbognani/Inaf Oas Bologna

Grani di Baily ripresi durante l’eclissi di Sole del 12 agosto 2026. Crediti: Gabriele Umbriaco e Alessio Taranto (UniBo)
«Ieri abbiamo ripreso cromosfera, protuberanze e corona solare a scopo illustrativo del fenomeno: immagini “spettacolari” come l’anello di diamante oppure quello della grande protuberanza ben visibile a occhio nudo durante la totalità» dichiara Carbognani. «Il vero focus scientifico sono state le misure del valore del background del cielo a distanze diverse dal Sole, e immagini a grandissimo campo della corona esterna che serviranno per costruire modelli di brillanza del cielo. Poi abbiamo ripreso la regione dei Vulcanoidi lungo l’eclittica con due diversi strumenti per determinare la magnitudine limite che si può raggiungere. Infine sono stati ripresi i grani di Baily ad alta risoluzione spaziale e temporale per verificare la presenza di qualche nuovo picco lunare non ancora noto. Ci vorrà un po’ di tempo per analizzare i dati e ottenere i modelli che serviranno per la vera caccia ai Vulcanoidi durante l’eclissi del 2 agosto 2027».
«La campagna ha inoltre raccolto dati sulle ombre volanti e immagini ad alta definizione della totalità, utili sia per lo studio dell’assorbimento atmosferico e del disturbo osservativo nella zona dei Vulcanoidi, sia per la divulgazione», aggiunge Alessio Taranto dell’Università di Bologna.
Poco lontano da Burgos, in provincia di Palencia, Luca Zappacosta dell’Inaf – Osservatorio Astronomico di Roma ha ripreso la corona solare nel cielo crepuscolare sopra il castello medievale di Torremormojón, ritraendo l’atmosfera spettrale che ha caratterizzato il minuto e mezzo di totalità dell’eclissi.

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 sul castello medievale di Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio Astronomico di Roma

L’eclissi totale di Sole del 12 agosto 2026 fotografata da Torremormojon, in provincia di Palencia, Spagna. Crediti: Luca Zappacosta/Inaf Osservatorio astronomico di Roma
Nella campagna tra Palencia e Burgos, vicino al paese di Castrojeriz, Sandro Bardelli dell’Inaf di Bologna ha ripreso il Sole durante la fase di totalità con uno smart telescope, il Seestar 50, catturando la corona solare.
Anche un gruppo di cosmologi, riuniti per un congresso presso il monastero La Vid, vicino al comune di Aranda de Duero, ha colto l’occasione per osservare il fenomeno celeste in un campo di grano. I colori suggestivi che caratterizzano l’eclissi sono palpabili nelle istantanee che riceviamo da Carlo Giocoli dell’Inaf di Bologna e Giulia Despali dell’Università di Bologna.

Partecipanti del “Dark Sky Meeting” osservano l’eclissi vicino all’Hospedería Monasterio La Vid, in Spagna. Crediti: C. Giocoli/Inaf Oas Bologna
Nei pressi di Soria, Quirino D’Amato dell’Inaf – Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziali (Iaps) di Roma ha approfittato del cielo sereno per fotografare l’eclissi dal monte Valonsadero, catturando – poco prima della totalità – una mongolfiera in volo davanti al sole eclissato.

Immagine dell’eclissi di Sole del 12 agosto 2026, poco prima della totalità, scattata dal monte Valonsadero vicino Soria in Spagna; in primo piano, la sagoma di una mongolfiera. Crediti: Quirino D’Amato/Inaf Iaps
Sempre nei pressi di Soria, a Castejón del Campo, Valerio Campobasso dell’Inaf di Padova, durante un road trip con l’associazione “Cieli Stellati di Puglia”, ha trovato il luogo ideale per osservare l’eclissi, ma soprattutto storie, persone e il loro rapporto con il cielo. «Abbiamo attraversato la España Vaciada, una regione caratterizzata da paesaggi aridi e piccoli pueblos segnati dallo spopolamento causato dall’éxodo rural degli anni ‘50-’60», racconta. «A Castejón del Campo abbiamo incontrato una comunità vivace e determinata a resistere all’abbandono: una vecchia scuola, il progetto Sillas Solidarias contra la despoblación, tutto il pueblo in festa dopo l’eclissi, musica, telescopi e racconti sotto le stelle. Ci hanno accolto come amici, invitandoci a restare per la notte e portandoci la colazione il mattino dopo».

L’eclissi totale del 12 agosto 2026, ripresa da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso

Tramonto del sole eclissato, il 12 agosto 2026, ripreso da Castejón del Campo. Crediti: Cieli stellati di Puglia; Castejón del Campo; Valerio Campobasso
Dopo un altro minuto, la totalità è arrivata anche sull’isola di Minorca, alle 20.30. Qui, a Ciudadella, sulla costa ovest di Minorca, si trovava Antonio Maggio dell’Inaf di Palermo insieme a un gruppo di astrofili guidato da Alberto Villa, responsabile della nuova sezione astroturismo dell’Unione astrofili italiani.

Osservando l’eclissi solare del 12 agosto 2026 sull’isola di Minorca. Crediti: A. Maggio/Inaf Palermo

Istanti prima dell’eclissi totale, dall’isola di Minorca. Crediti: Alberto Villa. Riprese effettuate nel viaggio a Minorca organizzato da Associazione Astrofili Alta Vardera (AAAV) e Samovar Viaggi.
Un altro minuto ancora: sono le 20.31 e l’eclissi è totale anche a Palma de Mallorca, dove Marco Mastrofini e Giuliano Raeli dell’Inaf Osservatorio astronomico di Roma la stavano aspettando sul mirador (punto panoramico) di Cala de ses Ortigues, location scelta per le caratteristiche del paesaggio, e perché le autorità locali hanno ristretto e contingentato tutte le aeree più ambite dell’isola. «Dopo un’estenuante attesa che ci ha accompagnato per 12 ore, la ricompensa è stata la sensazione primordiale che l’eclissi nel momento della totalità ha portato con sé», commentano i due ricercatori. «Buio, silenzio assoluto (anche le cicale hanno smesso di cantare) e quando si è incendiato il contorno della Luna tutta la cala si è risvegliata sotto il suono delle trombe delle navi sottostanti. Il bagaglio emozionale che ci portiamo dietro è di dimensioni enormi».

L’eclissi durante la fase parziale, osservata dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

La corona solare durante la totalità, ripresa dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma

L’eclissi al tramonto dalla Cala de ses Ortigues a Palma de Mallorca. Crediti: Marco Mastrofini e Giuliano Raeli/Inaf Osservatorio astronomico di Roma
Dopo un altro minuto, la totalità è giunta anche all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, duemila metri di quota, in provincia di Teruel. Due inviate speciali dell’Inaf, Federica Duras e la sottoscritta, hanno raccontato l’eclissi vissuta da questo luogo eccezionale nel podcast in cinque puntate “Totalità. Diario di un’eclissi di sole”.

Sequenza dell’eclissi totale di sole del 12 agosto 2026 ripresa con un Seestar 30 Pro dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre. Crediti: Inaf/C. Mignone

Gli ultimi raggi di sole filtrano attraverso il profilo delle montagne lunari prima della fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Protuberanze solari e la corona durante la fase di totalità, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

L’eclissi totale, ripresa dall’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: Lapo Casetti/UniFi

Il sole parzialmente eclissato tramonta dietro le montagne della Sierra de Javalambre, in Spagna. Crediti: Federica Duras/Inaf
Qui, oltre alle dirette dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e del planetario di Berlino, c’è anche un esperimento scientifico in corso, guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica in collaborazione con il Cnr di Padova e l’Università di Firenze. Un team di fisici solari ha messo alla prova, per la prima volta e con successo, lo strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un nuovo concetto di spettrometro per studiare la corona solare basato su una fenditura circolare a raggio variabile. «È andata benissimo, oltre le aspettative. Tutto ha funzionato come doveva: spettrometro, montatura, software e non ultimo il meteo!», scrive Federico Landini, ricercatore Inaf a Torino e principal investigator dell’esperimento, mentre rientra verso l’Italia in furgone con a bordo lo strumento. «Abbiamo ottenuto il primo spettro circolare della corona. Negli 87 secondi di durata della totalità abbiamo acquisito spettri completi della corona fra 525 e 670 nanometri per tre diverse altezze eliocentriche: 1.1, 1.2 e 1.3 raggi solari».

Il team dell’esperimento Ciss (Circular Slit Spectrometer) dopo aver misurato lo spettro radiale della corona solare durante l’eclissi del 12 agosto 2026 all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Crediti: C. Mignone/Inaf
Infine, alle 20.33, la totalità è giunta anche a Ibiza, dove Giacomo Carrozzo, Fabrizio Oliva e Andrea Raponi dell’Inaf Iaps hanno immortalato l’eclissi dal faro dell’isola.
In Italia, questa eclissi di Sole è stata parziale, superando il 90 percento di oscuramento del disco solare nelle regioni più settentrionali e occidentali del paese, senza mai raggiungere la totalità ma non per questo riscuotendo meno interesse da parte del pubblico. Arrivederci, dunque, alla prossima eclissi, che dall’Italia sarà sempre parziale – ma di più facile fruizione, la mattina. Dalla fascia di totalità, che taglia il Mediterraneo passando per il sud della Spagna e tutto il Nord Africa, culminando in Egitto e volgendo al termine in Medio Oriente e Corno d’Africa, si preannuncia un’esperienza ancor più spettacolare: al contrario della breve eclissi di ieri (un minuto e mezzo, due minuti al massimo tra Islanda e Groenlandia), l’eclissi totale del 2 agosto 2027 durerà infatti tra i quattro e i sei minuti. E, per fortuna, c’è da aspettare poco meno di un anno.

Osservazione pubblica dell’eclissi parziale di sole al velodromo di Pianoro, vicino Bologna. Crediti: A. De Blasi/Inaf Oas Bologna
Per saperne di più:
Mosca intensifica la pressione su Varsavia attraverso disinformazione, sabotaggi e attacchi ibridi. Le minacce del Cremlino alimentano i timori di un’escalation. Da dove potrebbe colpire via terra la Federazione. L'Aquila Bianca può diventare il principale banco di prova della credibilità dell'Alleanza.
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© Carlos Jasso/Agence France-Presse — Getty Images



Le fiamme, visibili a kilometri di distanza dal centro di Grosseto, hanno investito con particolare virulenza il deposito di una concessionaria auto: secondo prime stime, sono andati distrutti circa 70 tra camion e autovetture e danneggiati altri 30 mezzi. Non risultano al momento dei feriti. Ma sul posto si avvertono esplosioni dei serbatoi dei veicoli parcheggiati.
Il danno materiale, ancora da quantificare, si preannuncia ingente, nell’ordine dei milioni di euro. Le operazioni di spegnimento sono complicate: sul posto i vigili del Fuoco, supportati da un elicottero antincendio della Regione e dal personale dell’Aeronautica Militare. Al momento non sono note le cause del rogo né l’entità totale dell’area coinvolta.
Sono 10 le squadre dei vigili del fuoco impegnate nelle operazioni di spegnimento dell’incendio che ha interessato il deposito di autovetture in via Aurelia Nord, all’uscita di Grosseto in direzione Braccagni della statale. Tra i veicoli risultano presenti anche alcune autovetture elettriche che però non sono state attaccate dalle fiamme. Sul posto anche personale sanitario, polizia di Stato e municipale. Presente anche personale Enel per la disattivazione della linea elettrica in prossimità dell’incendio.
Nelle immediate vicinanze dell’area interessata dalle fiamme sono presenti anche un deposito mobile di carburante per il rifornimento dei mezzi pesanti, un deposito di Gpl e un’area di sosta per autoarticolati adibiti al trasporto su gomma, tutti presidiai dai vigili del fuoco. Sul posto per il coordinamento delle operazioni il comandante dei vigili del fuoco di Grosseto ingegnere Roberto Bonfiglio ed il funzionario di servizio.

Oggi per celebrare il centenario della nascita del Comandante en Jefe Fidel Castro, il nostro Partito vuole ricordarlo attraverso uno dei suoi discorsi in cui donò al mondo una delle definizioni più profonde e ancora attuali del suo pensiero politico: il Concetto di Rivoluzione, pronunciato il 1° maggio 2000 all’Avana.
La rivoluzione è il senso del momento storico. È cambiare tutto ciò che deve essere cambiato. È uguaglianza e piena libertà.
È essere trattati e trattare gli altri come esseri umani. È emanciparci da soli e con le nostre forze. È sfidare le potenti forze dominanti all’interno e all’esterno dell’ambito sociale e nazionale.
È difendere i valori in cui si crede, a costo di qualsiasi sacrificio. È modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo. È non mentire mai né violare i principi etici.
È la profonda convinzione che non esista forza al mondo in grado di schiacciare la forza della verità e delle idee. La rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo. È il fondamento del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.
Un discorso in cui è racchiusa la concezione della Rivoluzione fondata sull’emancipazione, sull’uguaglianza, sull’indipendenza, sulla solidarietà e sull’internazionalismo.
Condividiamo questo intervento perché la forza delle idee sia da esempio per tutta la nostra azione politica e militante.
Fidel Castro Ruz
13 agosto 1926 – 25 novembre 2016
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L'articolo 100 anni fa nasceva Fidel Castro: il celebre “Concetto di Rivoluzione” del 1° maggio 2000 proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

di Fabrizio Verde
Cento anni fa, tra le piantagioni di zucchero e la terra rossa di Birán, veniva al mondo un uomo destinato a costringere la storia a fare i conti con la sua intransigenza morale. Fidel Castro non si è limitato ad attraversare il tumultuoso Novecento da protagonista; lo ha sfidato, lo ha piegato e, in ultima istanza, lo ha superato, proiettando la sua influenza ben oltre la soglia del nuovo millennio. Rileggere la sua parabola a un secolo di distanza significa osservare il ritratto di un gigante politico, uno stratega visionario capace di leggere le correnti profonde della politica internazionale con un anticipo che oggi appare quasi profetico. In un'epoca dominata da grossolana ignoranza, narrazioni superficiali e da arroganze unipolari, la figura del leader cubano si staglia come un monolite di coerenza, incarnando la resistenza di un'isola che ha osato sfidare il destino scritto dalle dottrine imperiali.
Per comprendere l'eccezionalità della Rivoluzione Cubana bisogna guardare alla cartina geografica attraverso le lenti spietate della Dottrina Monroe e del cosiddetto Destino Manifesto. Washington aveva da tempo eletto il Mar dei Caraibi a proprio lago privato, considerandone le isole e le coste come un'appendice naturale del proprio impero, dove installare dittature feroci, sfruttare le risorse e garantire il controllo militare. L'irruzione della guerriglia sulla Sierra Maestra ha rappresentato uno schiaffo in pieno volto a questo ordine neocoloniale. Fidel comprese fin dal principio, studiando le lacerazioni e i tradimenti che avevano affossato le guerre d'indipendenza dell'Ottocento, che la sopravvivenza di un processo rivoluzionario a novanta miglia dalle coste della Florida richiedeva un'arma inedita, ma potente ed efficace. Quell'arma era l'unità. Non una parola d'ordine retorica, ma una ferrea necessità tattica e strategica. La paziente tessitura di alleanze, dal Patto di Miami al fronte comune con le diverse anime della sinistra, ha permesso a un pugno di ribelli di trasformarsi in un esercito di popolo, sventando i tentativi di frammentazione fomentati dall'esterno e gettando le basi per la costruzione di uno Stato sovrano in grado di resistere a decenni di assedio economico, a centinaia di attentati e a un isolamento diplomatico orchestrato dall'Organizzazione degli Stati Americani.
Ridurre Fidel Castro al ruolo di mero sopravvissuto alla Guerra Fredda sarebbe un errore imperdonabile. Sotto la sua guida, Cuba è divenuta un formidabile attore globale, trasformando la propria vulnerabilità geografica in uno strumento di solidarietà internazionale. L'internazionalismo cubano non ha seguito le logiche grette e spartitorie delle superpotenze, ma si è mosso lungo le linee di faglia del Sud del mondo, abbracciando le cause dei popoli oppressi: quindi della Palestina, del Sahara Occidentale e dei movimenti di liberazione africani. Le sabbie dell'Angola hanno visto il sacrificio di centinaia di migliaia di cubani, il cui sangue ha contribuito in modo decisivo a spezzare le catene dell'apartheid in Sudafrica e a garantire l'indipendenza della Namibia. Ma l'eredità più duratura, quella che ha scavalcato il crollo del Muro di Berlino e il collasso dell'Unione Sovietica, è stata la capacità di reinventare la solidarietà. Negli anni Duemila, mentre il neoliberismo trionfante celebrava la fine della storia, Fidel ha continuato a mobilitare legioni di medici, insegnanti e tecnici, inviandoli nelle baraccopoli dell'America Latina e nei villaggi più remoti del pianeta. Cuba è diventata un riferimento umanitario, etico e politico, dimostrando che la vera ricchezza di una nazione non risiede nelle riserve auree, ma nella dignità garantita ai propri cittadini e nella mano tesa verso gli emarginati della terra.
Quando la malattia lo ha costretto a cedere le redini del potere esecutivo, il Comandante non si è ritirato in un silenzio dorato. Dalle pagine delle sue riflessioni, ha continuato a scrutare l'orizzonte globale con lo stesso acume che lo aveva guidato durante la Crisi dei Missili. I suoi ultimi anni sono stati dedicati a un'opera di semina intellettuale, volta a favorire la nascita e la crescita di un nuovo assetto mondiale multipolare. Fidel aveva intuito, con largo anticipo rispetto agli analisti occidentali, che l'egemonia unipolare statunitense avrebbe generato pericolose derive belliciste e che il futuro dell'umanità dipendeva dalla capacità di costruire un equilibrio fondato su nuovi poli di potere. Non è un caso che, in uno dei suoi ultimi scritti, abbia definito l'alleanza strategica tra la Federazione Russa e la Cina come un “potente scudo per la pace e la sicurezza globale”. In quell'intuizione, maturata osservando l'espansione militare verso est e le tensioni ai confini dell'Europa, risiede la chiave di volta del suo pensiero geopolitico maturo. La Russia e la Cina, insieme all'emergere dei Paesi del Sud Globale e alla formazione di blocchi alternativi, rappresentavano per lui l'antidoto definitivo contro le tentazioni neofasciste e le logiche di saccheggio dell'Occidente.
Oggi, mentre il mondo affronta crisi sistemiche generate da un capitalismo neoliberista in putrefazione, il pensiero di Fidel Castro rivela un'attualità disarmante. La sua concezione integrale della sovranità, intesa non solo come indipendenza giuridica ma come autodeterminazione economica, politica, culturale e finanche alimentare, offre una bussola preziosa per le nazioni che cercano di orientarsi nel caos della transizione epocale. L'etica della responsabilità verso le generazioni future, la difesa degli oceani e la battaglia contro la povertà non erano per lui astrazioni accademiche, ma imperativi morali radicati in una visione profondamente socialista e umanista. A cento anni dalla sua nascita, la figura eroica di Fidel Castro continua a estendersi ben oltre i confini del Malecón. Non come il fantasma di un'ideologia confinata nei libri di storia, ma come la voce viva di un gigante che ha saputo guardare oltre il proprio tempo, ricordandoci che la storia non è mai scritta in anticipo e che la dignità dei popoli rimane l'unica, vera forza in grado di piegare gli imperi. Anche quelli più minacciosi e tracotanti.

di Geraldina Colotti
Parlare oggi di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana non è un esercizio di archeologia politica. Che centinaia di internazionalisti all'Avana, e altrettanti nel mondo, ricordino questo 13 agosto il centenario della nascita del Comandante in Jefe, non è per erigere un monumento in marmo a Fidel Castro, perché la borghesia e il revisionismo amano i monumenti: i monumenti non disturbano, non parlano, non organizzano la classe lavoratrice. E Fidel ha lasciato chiaro che non voleva essere trasformato in un monumento. Ed è per questo che, durante il suo funerale il popolo ha scandito per giorni: io sono Fidel, e i popoli del mondo continuano a gridare: io sono Fidel.
Ricordiamo Fidel perché Fidel è un metodo. È la dimostrazione pratica che il marxismo-leninismo non è un dogma da biblioteca, ma una guida per l'azione, uno strumento di trasformazione radicale capace di spezzare l'apparente fatalità dell'egemonia imperialista.
Quando Fidel e i giovani della Generazione del Centenario assaltarono la Moncada nel 1953, o quando sbarcarono dal Granma nel 1956, il rapporto di forze era, sulla carta, assolutamente sfavorevole. Affrontavano una dittatura filoimperialista blindata da Washington. La logica possibilista e riformista diceva che era impossibile. Ma Fidel ci ha insegnato una lezione fondamentale che la sinistra europea è sembrata dimenticare dopo la caduta del blocco sovietico: le condizioni oggettive e soggettive non si aspettano a braccia conserte, si costruiscono nella lotta.
Cosa ha significato la Rivoluzione Cubana per il mondo? In primo luogo, Cuba ha spezzato la geografia del dominio imperiale. Ha dimostrato che a novanta miglia dall'impero più sanguinario della storia umana era possibile costruire il socialismo e sostenerlo. Cuba ha dimostrato che il vero sviluppo non si misura dal Prodotto Interno Lordo o dal consumo suntuario delle élite, ma dalla dignità, dall'educazione, dalla salute universale e dalla sovranità dei popoli.
Ma c'è qualcosa di più profondo: la dimensione dell'internazionalismo proletario. Fidel ha elevato l'internazionalismo dalla condizione di motto astratto a principio di Stato. Cuba non ha esportato la rivoluzione, ma i suoi principi, ha esportato solidarietà. L'abbiamo visto nelle sabbie dell'Angola, quando è stato sconfitto il regime dell'apartheid sudafricano e si è cambiata per sempre la storia dell'Africa. L'abbiamo visto in America Latina, quando Cuba ha costituito il faro che ha alimentato la resistenza contro le dittature del Piano Condor e, più tardi, è stata la colonna vertebrale dell'integrazione bolivariana e dell'ALBA-TCP insieme al Comandante Hugo Chávez, e, dopo, insieme a Nicolás Maduro.
Nell'era della globalizzazione capitalista, quando la borghesia ha imposto la logica del "si salvi chi può", la Cuba di Fidel ha dimostrato che la diplomazia dei popoli si basa sul condividere non ciò che avanza, ma quel poco che si ha.
Arriviamo ora alla nostra realtà europea e, in particolare, alla storia del movimento comunista in Italia. L'onda d'urto della Rivoluzione Cubana e il pensiero del Che Guevara hanno scosso le fondamenta dell'Europa negli anni '60 e '70. La parola d'ordine del Che alla Conferenza Tricontinentale — "Creare due, tre... molti Vietnam" — ha risuonato con forza nel cuore della metropoli imperialista.
In Italia, in un contesto segnato dal tradimento riformista del cosiddetto "compromesso storico" del PCI e dall'egemonia della Democrazia Cristiana, migliaia di giovani e lavoratori hanno compreso che l'imperialismo statunitense era il nemico comune. Sono sorte così le esperienze della lotta armata e delle guerriglie urbane, come le Brigate Rosse (BR) e altre organizzazioni dell'anticapitalismo combattivo. Quei giovani hanno tentato di rompere la pace sociale capitalista e di costruire nel cuore del centro imperialista quel "secondo o terzo Vietnam" di cui parlava il Che, assumendo la violenza rivoluzionaria come risposta alla violenza strutturale dello Stato borghese e del Patto Atlantico.
L'analisi dialettica di quell'esperienza storica ci insegna che l'impulso antiimperialista e il rifiuto del patto sociale riformista erano profondamente legittimi. Tuttavia, la storia ci ha anche dimostrato i limiti del tentare di fare la rivoluzione con il modello guerrigliero nella complessità delle metropoli altamente industrializzate dell'Europa occidentale, senza l'articolazione di un ampio movimento di massa e di varie forme di lotta que contrastino dall'interno e dall'esterno le istituzioni borghesi e la violenza dello sfruttamento del capitale sul lavoro.
Fidel ha sempre avuto una visione d'insieme: la lotta armata non era un feticcio, ma uno strumento subordinato alla costruzione del Potere Popolare e alla mobilitazione cosciente delle masse lavoratrici.
Decenni dopo, il filo rosso della solidarietà cubana con l'Italia ha preso una forma completamente diversa ma ugualmente rivoluzionaria. Durante la pandemia di COVID-19, mentre il sistema sanitario privatizzato del prospero nord Italia crollava sotto le leggi del libero mercato, e mentre l'Unione Europea si mostrava in tutta la sua nudità come un club di mercanti egoisti, chi è arrivato in Lombardia, Piemonte e Calabria?Sono arrivate le brigate mediche cubane Henry Reeve. Medici formatisi alla scuola di Fidel Castro, che hanno rischiato la vita per salvare cittadini italiani. Quel contrasto è stato deflagrante: l'Europa del capitale inviava austerità, tagli alla sanità pubblica e aerei da guerra; la Cuba socialista di Fidel inviava camici bianchi e internazionalismo.
Oggi l'Italia affronta uno scenario critico: la presenza di un governo neofascista e atlantista guidato da Giorgia Meloni, che agisce come vassallo dell'imperialismo statunitense e della NATO, smantellando i diritti del lavoro e trasformando la gestione delle frontiere in un business repressivo e razzista. Di fronte a questo, la memoria combattiva e l'esempio di Cuba sono uno schiaffo alla rassegnazione.
Uno dei contributi più brillanti di Fidel nell'ultima tappa della sua vita è stato il concetto della Battaglia delle Idee. Fidel ha compreso prima di molti che la battaglia del XXI secolo non si sarebbe giocata unicamente sul terreno economico o militare, ma sul terreno della coscienza, della cultura e dell'informazione. L'egemonia borghese opera oggi attraverso la manipolazione mediatica, i social network e la guerra cognitiva, cercando di spogliare la classe lavoratrice della sua memoria storica e della sua identità di classe, di balcanizzarla e confonderla.
L'imperialismo vuole farci credere che non ci sia alternativa, che il capitalismo sia l'unico orizzonte possibile e che la barbarie sia inevitabile. Di fronte a questo, Fidel ci ha insegnato a diffidare del discorso dominante, a costruire media alternativi, a formarci teoricamente e a dare la battaglia ideologica in ogni trincea.
Oggi, mentre Cuba continua a soffrire gli effetti di un blocco criminale e inasprito da parte degli Stati Uniti — un blocco che cerca di soffocare il popolo cubano per provocare il crollo interno —, la difesa della Rivoluzione Cubana è la linea di demarcazione di ogni comunista e antiimperialista conseguente. Difendere Cuba non è solo difendere un governo: è difendere il diritto inalienabile dei popoli a costruire un destino al di fuori del giogo capitalista.
Fidel Castro ci ha lasciato fisicamente, ma il suo lascito appartiene a chi lotta. In un'Europa che si rimilitarizza, che taglia i diritti sociali per finanziare guerre imperialiste e che solleva muri contro i diseredati del Sud Globale, la lezione di Cuba e la memoria delle nostre lotte storiche sono più urgenti che mai.
Non basta analizzare il mondo; si tratta di trasformarlo. Per trasformarlo abbiamo bisogno di recuperare la fermezza dei principi di Fidel, la sua capacità di unificare le forze popolari, la sua fede incrollabile nella vittoria e la sua convinzione che un mondo migliore non solo è possibile, ma assolutamente indispensabile.

di Federica Cresci, Cuba Mambi gruppo di Azione Internazionalista
Il 13 agosto 1926 nasceva a Birán Fidel Castro Ruz.
A cento anni dalla sua nascita sarebbe facile ricordarlo attraverso le immagini che appartengono ormai alla storia: la Sierra Maestra, il gennaio del 1959, le interminabili piazze dell'Avana, la divisa verde olivo, i discorsi pronunciati davanti a un popolo che aveva deciso di riprendersi il proprio destino.
Ma sarebbe anche il modo più semplice per rimpicciolirlo.
Perché Fidel Castro non appartiene soltanto alla storia della Rivoluzione cubana. E forse il modo migliore per ricordarlo, cento anni dopo, non è domandarsi semplicemente ciò che ha fatto, ma quanto del suo pensiero continui a parlare al mondo nel quale viviamo.
Fidel fu un rivoluzionario marxista, un capo di Stato, un dirigente politico. Ma fu soprattutto un uomo capace di pensare politicamente oltre il proprio tempo e oltre i confini del proprio Paese.
Aveva compreso una cosa fondamentale: nessun popolo è realmente libero se la sua libertà dipende dalla povertà, dall'ignoranza o dalla subordinazione di un altro popolo.
È qui che l'internazionalismo cubano assume un significato che ancora oggi continuiamo troppo spesso a non comprendere.
Cuba non ha esportato ricchezza. Non ne aveva.
Ha esportato ciò che possedeva: conoscenza, medici, insegnanti, competenze, solidarietà.
Ed è forse questa una delle intuizioni più rivoluzionarie di Fidel.
La solidarietà non è dare qualcosa al povero affinché continui a sopravvivere da povero. Non è carità. Non è l'elemosina concessa dal mondo ricco al mondo che quello stesso sistema economico ha contribuito a impoverire.
Solidarietà significa mettere un essere umano nelle condizioni di non avere più bisogno della nostra elemosina.
Significa insegnare a leggere.
Formare un medico.
Costruire una scuola.
Trasferire conoscenza.
Restituire dignità e autonomia.
Per questo da Cuba sono partiti, per decenni, migliaia di medici verso luoghi nei quali spesso nessuno voleva andare. E per questo giovani provenienti da paesi poverissimi hanno potuto studiare medicina sull'isola e tornare nelle proprie comunità come medici.
Non si regalava loro semplicemente una cura.
Si dava loro la possibilità di diventare quelli che avrebbero curato gli altri.
Questa è politica. Questa è una precisa concezione marxista dell'emancipazione.
Ed è anche la ragione per cui Fidel non può essere rinchiuso geograficamente dentro Cuba.
C'è un pezzo di Fidel nell'Africa che combatté il colonialismo e l'apartheid. C'è nella Palestina alla quale Cuba non ha mai smesso di riconoscere il diritto alla dignità e all'autodeterminazione. C'è nei popoli latinoamericani che hanno tentato di sottrarsi alla condizione secolare di cortile di casa degli Stati Uniti. C'è in ogni luogo nel quale un popolo abbia rivendicato il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.
Nelson Mandela non dimenticò mai chi era stato accanto al popolo sudafricano quando essere contro l'apartheid non era ancora diventato conveniente.
E questo dice molto di Fidel.
Ma dice ancora di più del concetto cubano di internazionalismo: non chiedere a un popolo che cosa possa restituirti prima di decidere se meriti solidarietà.
Fidel aveva compreso anche un'altra cosa che oggi dovrebbe obbligarci a rileggerlo.
Aveva capito che la grande contraddizione del nostro tempo non sarebbe stata soltanto tra capitale e lavoro, ma tra un modello economico fondato sull'accumulazione infinita e un pianeta dalle risorse finite.
Aveva compreso che fame, sottosviluppo, guerra, devastazione ambientale e disuguaglianza non erano crisi separate.
Erano facce dello stesso sistema.
Ed è precisamente qui che Fidel diventa tremendamente contemporaneo.
Viviamo in un mondo capace di produrre una ricchezza immensa e contemporaneamente incapace di garantire una vita dignitosa a milioni di esseri umani.
Un mondo nel quale la medicina raggiunge risultati straordinari mentre milioni di persone continuano a non avere accesso alle cure fondamentali.
Un mondo che parla continuamente di diritti umani ma continua a misurare il valore degli esseri umani sulla base del luogo nel quale sono nati, del passaporto che possiedono e della ricchezza che possono produrre.
Fidel aveva scelto da che parte guardare questo mondo.
Dal basso.
Dalla parte dei popoli colonizzati, dei poveri, degli esclusi, di quelli che la storia ufficiale considera periferia.
Ed è forse questa la ragione per cui continua a essere una figura tanto ingombrante.
Perché si può discutere Fidel Castro. Si possono discutere le sue decisioni, le sue scelte, persino i suoi errori. È ciò che si deve fare con qualsiasi grande figura storica.
Quello che diventa molto più difficile è ignorare le domande che ha lasciato.
Può esistere libertà senza giustizia sociale?
Può esistere democrazia quando milioni di esseri umani non possiedono gli strumenti materiali e culturali per esercitarla?
Può chiamarsi sviluppo un sistema che concentra enormi ricchezze nelle mani di pochissimi mentre condanna interi popoli alla dipendenza?
E soprattutto: che valore ha una rivoluzione se termina alla frontiera del proprio Paese?
A cento anni dalla nascita di Fidel Castro, forse è proprio questa l'eredità che vale la pena difendere.
Non l'imitazione.
Non la nostalgia.
Non il culto.
Il metodo.
Studiare la realtà. Comprenderne le contraddizioni. Scegliere da che parte stare. E poi avere il coraggio di agire di conseguenza.
Fidel appartiene a Cuba perché Cuba lo ha generato.
Ma appartiene all'Africa, all'America Latina, alla Palestina, al Sahara, ai popoli che hanno combattuto il colonialismo e a quelli che ancora oggi combattono perché nessuno decida al loro posto.
Appartiene, soprattutto, a quella parte dell'umanità che continua ostinatamente a pensare che il destino di un essere umano non debba essere deciso dal luogo nel quale nasce.
Cento anni dopo, dunque, non abbiamo bisogno di mettere Fidel su un piedistallo.
Abbiamo bisogno di fare qualcosa di molto più difficile.
Rimettere in circolazione le sue domande.
Perché finché esisterà un bambino al quale viene negata una scuola, un malato al quale viene negata una cura, un popolo al quale viene negata la sovranità, un essere umano costretto alla fame mentre qualcun altro accumula ciò che non potrebbe consumare in cento vite, la questione che attraversò l'intera esistenza di Fidel resterà aperta.
Che cosa siamo disposti a fare perché la dignità non sia un privilegio?
Forse è per questo che, cento anni dopo Birán, Fidel continua a essere così difficile da consegnare alla storia.
Perché alcuni uomini appartengono al proprio tempo.
Altri riescono a vedere più lontano.
E poi ce ne sono pochissimi che, attraversando il proprio tempo, riescono a parlare anche a quello che verrà.
È questa l'eternità di Fidel.
Non l'eternità del mito, ma quella delle idee che continuano a camminare quando l'uomo non c'è più. Idee che diventano coscienza, strumenti, possibilità; che passano da una generazione all'altra e continuano a produrre pensiero, resistenza, emancipazione.
Fidel non ha mai preteso di essere infallibile. Ha attraversato vittorie, sconfitte, errori, contraddizioni e cambiamenti enormi della storia. Ma non ha mai cambiato il punto dal quale guardava il mondo.
Gli ultimi. I popoli. La loro dignità. La loro possibilità di essere liberi.
Ed è rimasto lì fino alla fine.
Silvio Rodríguez lo aveva scritto ne El necio:
«Yo me muero como viví».
Forse è tutto qui.
È morto come ha vissuto.
Ma ciò per cui ha vissuto non è morto con lui.
Ed è per questo che oggi non celebriamo semplicemente un centenario.
Cent'anni li compie l'uomo nato a Birán il 13 agosto 1926.
Fidel, invece, appartiene ormai a quel tempo infinito in cui entrano soltanto le idee che diventano patrimonio dell'umanità.







Dal mar Caspio all’oceano Pacifico: acque sempre più agitate sullo scacchiere globale che vede l’Occidente rivaleggiare con Russia, Iran e Cina. Ne parliamo con Max Civili e il generale Cesare Dorliguzzo
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Il 26 agosto, sulla vetta del Monte Amiata, si celebrano gli 80 anni dalla ricostruzione della Croce, uno dei simboli più riconoscibili e più profondamente legati alla storia e alla memoria delle comunità amiatine.
Una giornata che unirà commemorazione, musica e partecipazione e che avrà il suo momento più suggestivo al tramonto, quando la Croce tornerà a illuminarsi, ottant’anni dopo quella notte del 1946 in cui Papa Pio XII, attraverso un collegamento radio, accese le luci installate sul monumento appena ricostruito.
“La Croce del Monte Amiata appartiene alla storia di tutta la nostra montagna – afferma Niccolò Volpini, sindaco di Abbadia San Salvatore –. Fa parte del paesaggio che abbiamo davanti agli occhi, ma soprattutto della memoria di generazioni di persone. La sua storia racconta una comunità che si è riconosciuta in questo simbolo fin dalla sua costruzione. Centinaia di quintali di ferro furono portati da Abbadia fino alla vetta dagli stessi abitanti, a spalla, giorno dopo giorno, spesso dopo il lavoro. E quando la guerra la abbatté, quella stessa comunità decise immediatamente di rialzarla”.
“È questo – prosegue Volpini – il significato che vogliamo restituire alla celebrazione degli ottant’anni. Una storia di appartenenza, fatica e ricostruzione, che supera i confini di Abbadia San Salvatore e riguarda tutta l’Amiata. Il 26 agosto la Croce tornerà a illuminarsi e vorremmo che quella luce richiamasse ancora una volta il valore di una comunità capace di ritrovarsi e di ricostruire insieme ciò che era stato distrutto”.
La Croce monumentale del Monte Amiata, alta 22 metri, venne realizzata all’inizio del Novecento su impulso di Papa Leone XIII e progettata dall’architetto senese Luciano Zalaffi. Fu inaugurata il 18 settembre 1910, alla presenza di una grande folla proveniente dai paesi dell’Amiata.
Fin dall’origine, però, la sua storia fu soprattutto una storia collettiva. Il ferro necessario alla costruzione doveva essere portato da Abbadia San Salvatore, a circa 830 metri di altitudine, fino ai 1.738 metri della vetta. Un’impresa resa possibile dagli abitanti, che trasportarono i diversi elementi lungo sentieri difficili e impervi.
Il 17 giugno 1944, durante la ritirata, l’esercito tedesco abbatté la Croce. La risposta arrivò quasi subito: nacque il Comitato organizzativo pro-rielevazione della Croce del Monte Amiata, guidato dall’allora sindaco di Abbadia San Salvatore Libero Tondi, e iniziò il lavoro di recupero e ricostruzione.
Fabbri, meccanici, religiosi e cittadini lavorarono insieme per restituire alla montagna il suo monumento. Furono sostituiti circa 35 quintali di ferro distrutti e recuperate le parti ancora integre. In pochi mesi la Croce tornò sulla vetta.
Il 24 agosto 1946, Papa Pio XII ne accese le luci tramite collegamento radio. Quella notte la Croce rimase illuminata e visibile da grandissima distanza, mentre nello stadio di Abbadia San Salvatore una folla di circa 15mila persone seguì l’evento.
Le parole pronunciate allora dal Pontefice, in un Paese appena uscito dalla guerra, richiamavano la pace, la concordia, il superamento degli odi e la capacità di tornare a costruire insieme. Un messaggio che, a ottant’anni di distanza, accompagna idealmente anche la celebrazione del 2026.
La giornata sulla vetta inizierà alle 17.45 con l’accoglienza delle autorità, dei partecipanti e dei cittadini.
Alle 18.30 si terrà la celebrazione commemorativa, con gli interventi di:
Niccolò Volpini, sindaco di Abbadia San Salvatore;
Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana;
Cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino;
I sindaci dei Comuni dell’Amiata.
Alle 20, al tramonto, il Quartetto d’archi dell’Orchestra OIDA di Arezzo accompagnerà il momento della progressiva accensione della Croce.
Un richiamo diretto a quanto avvenne nel 1946: la Croce resterà illuminata fino al primo week end di settembre.
Alle 21.30 la serata proseguirà con la Leggera Electric Folk Band & il Gran Coro delle Genti del Monte Amiata, in un concerto di musiche e canti della tradizione amiatina che riunirà voci e musicisti della montagna.
Cinque gatti vivono liberi negli spazi della Casa lavoro di Vasto, in provincia di Chieti: a occuparsene sono agenti della polizia penitenziaria, detenuti e una volontaria. Sul cancello dell’istituto di contrada Torre Sinello sono stati sistemati due cartelli: ‘Qui vive una colonia felina’ e ‘I gatti che vivono liberi sono protetti’. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la direzione del carcere e l’assessorato competente del Comune. Non è un percorso di pet therapy: non ci sono sedute né attività terapeutiche programmate. Il progetto ruota intorno alla presenza dei gatti e alla loro cura quotidiana, anche se nel comunicato del Cnpp-Spp non vengono precisati i turni di accudimento e le modalità dell’assistenza veterinaria. Per lo psicologo Carmine Raia, intervenuto a supporto del personale, occuparsi degli animali può agire come fattore di protezione dal distress occupazionale. Dare loro da mangiare e seguirli crea occasioni di contatto tra colleghi e detenuti, alleggerendo la tensione legata ai compiti di vigilanza. La relazione dello psicologo richiama anche la possibilità, per gli agenti, di esprimere una dimensione di cura spesso compressa dal ruolo custodiale. “C’è aria nuova in contrada Torre Sinello”, afferma Mauro Nardella, segretario nazionale del Cnpp-Spp. Secondo il sindacalista, la colonia felina si inserisce nel cambiamento del clima interno registrato negli ultimi mesi. Nardella definisce quella di Vasto “una delle esperienze più belle” incontrate in oltre trent’anni di professione penitenziaria e propone di ripeterla in altri istituti.
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| Version: | next-20260813 (linux-next) |
|---|---|
| Released: | 2026-08-13 |

Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10959-w
Author Correction: Structural mechanism of cGAS inhibition by the nucleosomeNature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02502-8
Moderna’s newly approved vaccine could allow manufacturers to respond more rapidly to changing influenza strains.
La lettera dell’assesosra Manetti, indirizzata all’ambasciatore Thomas Bagger e alla console generale Susanne Welter, arriva dopo la decisione del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’organizzazione tedesca per la cura dei cimiteri di guerra, di concludere nel 2026 le attività teatrali alla Futa e di non consentire, dal 2027, ulteriori iniziative culturali.
Da oltre vent’anni, nel Cimitero della Futa, la compagnia Archivio Zeta realizza rappresentazioni teatrali che hanno costruito nel tempo un’esperienza culturale e civile legata alla memoria del luogo. La decisione del Volksbund, motivata anche con riferimento alla particolare natura dei cimiteri e alla sensibilità dei familiari dei caduti, mette dunque in discussione la possibilità di proseguire questa esperienza.
“Le motivazioni espresse meritano pieno rispetto e considerazione – sottolinea Manetti –. Proprio per questo riteniamo opportuno un ulteriore confronto prima che la decisione diventi definitiva”. L’assessora invita infatti a considerare la particolare esperienza maturata alla Futa nel corso di oltre vent’anni, dove le iniziative teatrali hanno rappresentato un’esperienza culturale non riconducibile semplicemente alla dimensione dell’intrattenimento.
“Il teatro può essere percepito come estraneo alla natura di un cimitero qualora venga inteso nella sua accezione più ordinaria – scrive Manetti –. Può però assumere una funzione profondamente diversa quando viene utilizzato come strumento di riflessione sulla guerra, sulla violenza, sulla responsabilità, sulla memoria e sulle conseguenze della storia europea”.
Da qui la proposta di promuovere un incontro tra il Volksbund, i rappresentanti delle famiglie dei caduti, gli organizzatori delle attività culturali e le istituzioni italiane e tedesche interessate, per valutare insieme se e a quali condizioni sia possibile conciliare la tutela e il rispetto del luogo con iniziative rivolte alla conoscenza e alla trasmissione della memoria.
La Futa non è infatti soltanto il luogo di sepoltura di oltre 30.000 militari tedeschi caduti durante la Seconda guerra mondiale: è anche un luogo che rende concretamente visibili le conseguenze della guerra e della violenza che hanno attraversato l’Europa nel Novecento. La sua presenza nel territorio toscano richiama così una pagina dolorosa della storia europea e, allo stesso tempo, la possibilità di trasformare quella memoria in un’occasione di conoscenza, riflessione e riconciliazione tra i popoli.
“Non è in discussione la natura del Cimitero della Futa, né la sensibilità delle famiglie dei caduti – precisa Manetti –. Si tratta di verificare se possano sussistere le condizioni per far convivere l’esigenza di tutela della solennità del luogo con l’opportunità di assicurarne la valorizzazione culturale”


The constellation Orion is framed by two Perseid meteors in this photo from Aug. 12, 2018, in Cedar Breaks National Monument, Utah.
The Perseids – one of the year’s brightest and most popular meteor showers – has been ramping up since early July and will sparkle in the skies through the end of August. The shower reached its peak on the night of Aug. 12 into the early morning of Aug. 13.
Rewatch the Aug. 13 meteor shower.
Image credit: NASA/Bill Dunford

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Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02503-7
New Claude models will watermark text and tag images as AI-generated, as Anthropic responds to EU AI regulations.Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02525-1
Talent schemes helped to propel China to the forefront of global science. But the system places undue emphasis on prestigious titles as a means to secure career prospects, putting pressure on young researchers.Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10959-w
Author Correction: Structural mechanism of cGAS inhibition by the nucleosomeNature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02502-8
Moderna’s newly approved vaccine could allow manufacturers to respond more rapidly to changing influenza strains.
Importanti novità gli i videogiocatori su Linux: NVIDIA ha annunciato che l'applicazione nativa di GeForce NOW per PC Linux ha ufficialmente completato la fase di test ed è uscita dalla beta, passando alla release stabile generale.
L'articolo GeForce NOW per Linux esce dalla Beta: l’app nativa passa a versione stabile proviene da Marco's Box.
Questo pomeriggio una fortissima esplosione si è verificata nello stabilimento della ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, a Colleferro, in provincia di Roma.
Nello stesso stabilimento, nel 2007, un grave incidente provocò la morte di un lavoratore e il ferimento di altre 13 persone.
Al momento auspichiamo che non vi siano persone coinvolte nell’incidente odierno.
Il Partito Comunista della Regione Lazio continuerà a vigilare con attenzione sulla situazione di questa azienda e sulle sue attività nel territorio, anche alla luce dei progetti di ampliamento che hanno interessato l’area.
La sicurezza dei lavoratori e delle comunità del territorio deve venire prima di ogni altra considerazione.
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Tra i democratici continua la crescita dei candidati progressisti, con qualche eccezione. Mentre il sostegno di Donald Trump è ancora importante per i candidati repubblicani Leggi
La nautica americana cambia scala: il nuovo futuro non si fa attendere. MarineMax, uno dei principali operatori statunitensi nel retail nautico e nei servizi dedicati agli armatori, sarà acquisita da Safe Harbor Marinas, società del portafoglio infrastrutturale di Blackstone, in una transazione interamente in contanti dal valore di circa 1,5 miliardi di dollari.
L’operazione prevede un corrispettivo di 53 dollari per azione, con un premio del 96% rispetto alla quotazione del 30 gennaio 2026 e del 110% rispetto alla media ponderata dei 90 giorni precedenti. Il consiglio di amministrazione di MarineMax ha approvato all’unanimità l’accordo, che dovrà ora passare attraverso il voto degli azionisti e le autorizzazioni regolamentari. Il completamento è previsto entro la fine del 2026. Una volta conclusa la transazione, MarineMax uscirà dal New York Stock Exchange e diventerà una società privata.
La vera dimensione dell’operazione emerge guardando cosa c’è dentro MarineMax. Il gruppo conta oltre 120 sedi, più di 70 concessionarie e circa 65 strutture tra marina e rimessaggi, ma soprattutto riunisce sotto lo stesso perimetro attività che coprono quasi ogni segmento dello yachting.
Nel portafoglio ci sono Igy Marinas, tra i principali operatori internazionali di marina di lusso, i broker di superyacht Fraser Yachts Group e Northrop & Johnson, i brand nautici Cruisers Yachts e Intrepid Powerboats, oltre a servizi finanziari e assicurativi, soluzioni digitali e MarineMax Vacations, specializzata nel charter.
È questo il punto strategico del deal: Safe Harbor non sta semplicemente acquistando una rete di vendita di imbarcazioni. Sta entrando in possesso di una piattaforma capace di accompagnare il cliente lungo quasi tutta la vita dello yacht: acquisto, ormeggio, manutenzione, brokerage, charter e servizi per superyacht.
Un modello particolarmente interessante in un mercato nel quale il valore si sta spostando progressivamente dalla singola vendita alla capacità di costruire una relazione continuativa con l’armatore.
Per Blackstone, l’operazione rappresenta un ulteriore passo nella costruzione di un’infrastruttura globale dedicata alla nautica. Safe Harbor è già uno dei più grandi operatori di marina al mondo e negli ultimi anni ha costruito una presenza significativa soprattutto negli Stati Uniti. Con MarineMax, la piattaforma acquisisce ora una componente commerciale e internazionale molto più ampia, aggiungendo al business degli ormeggi quello dei superyacht, del brokerage, della vendita di imbarcazioni e del charter.
La logica è quella tipica degli investimenti infrastrutturali: asset fisici difficili da replicare, domanda ricorrente e servizi ad alto valore aggiunto.Una marina, in questo modello, non è più soltanto il luogo in cui una barca viene ormeggiata. Diventa il punto di accesso a una filiera molto più ampia: manutenzione, refit, carburante, servizi tecnici, hospitality, concierge, brokerage e gestione dell’imbarcazione. È qui che lo yachting incontra il mondo delle infrastrutture e del private capital.
Uno degli asset più interessanti dell’operazione è Igy Marinas, che amplia immediatamente la geografia della piattaforma. Il network comprende alcune delle destinazioni più prestigiose della nautica internazionale, tra Stati Uniti, Caraibi e Mediterraneo, con presenze in località simbolo dello yachting come Porto Cervo, Cannes e Ibiza. Il risultato è una rete che può parlare direttamente a un armatore internazionale, abituato a spostarsi tra i principali waterfront del mondo.
Ed è proprio la possibilità di mettere in connessione queste destinazioni a rendere particolarmente interessante l’operazione: un cliente può acquistare uno yacht negli Stati Uniti, affidarsi al brokerage per la vendita, utilizzarlo attraverso una rete di marina internazionali e accedere a servizi dedicati in differenti mercati. Una sorta di ecosistema globale dello yacht ownership, costruito attorno a infrastrutture fisiche e servizi premium.
La componente superyacht è altrettanto significativa. Con Fraser Yachts Group e Northrop & Johnson, MarineMax possiede già competenze che vanno oltre il semplice retail e arrivano al segmento più alto del mercato: compravendita, charter, management e servizi dedicati ai grandi yacht.
Questo permette a Safe Harbor di entrare ancora più profondamente nella fascia alta dello yachting, dove il valore economico di ogni cliente è molto più elevato e la relazione con il proprietario può durare per anni.
È una caratteristica che interessa particolarmente gli investitori: il superyacht non è soltanto un bene di lusso, ma genera un’economia di servizi estremamente articolata. Dall’ormeggio al refit, dall’equipaggio all’assicurazione, dalla gestione alla vendita, ogni imbarcazione alimenta una filiera che può continuare a produrre valore molto tempo dopo l’acquisto.
L’acquisizione arriva dopo mesi di attenzione sul futuro della società. MarineMax era infatti finita al centro di un processo competitivo seguito da diversi investitori, tra cui Donerail, che aveva presentato una proposta da circa 1 miliardo di dollari. La cifra finale di 1,5 miliardi rappresenta quindi anche la conferma dell’interesse crescente del capitale finanziario verso la nautica. Il mercato delle nuove imbarcazioni può attraversare fasi cicliche, ma le infrastrutture e i servizi che ruotano attorno alla proprietà di uno yacht presentano caratteristiche differenti: ricavi più ricorrenti, maggiore fidelizzazione e una barriera all’ingresso legata alla disponibilità di waterfront e strutture strategiche.
In altre parole, il valore non è più soltanto nella barca, ma nel posto in cui la si tiene, nei servizi che la fanno funzionare e nella rete che permette di utilizzarla in tutto il mondo.
L’operazione MarineMax-Safe Harbor si inserisce così in una trasformazione più ampia dell’industria nautica internazionale. Il grande capitale sta guardando sempre meno al singolo yacht come oggetto isolato e sempre più all’infrastruttura che gli sta intorno. Marine, porti turistici, servizi tecnici, brokerage, charter e gestione diventano asset strategici perché permettono di intercettare il cliente in più momenti e su un arco temporale molto più lungo.
Per Blackstone, MarineMax rappresenta quindi molto più di un’acquisizione da 1,5 miliardi di dollari. È un tassello nella costruzione di una piattaforma internazionale capace di presidiare uno dei segmenti più sofisticati del lusso. E la direzione è chiara: nel nuovo mercato dello yachting, il vero asset non è soltanto lo yacht. È tutto ciò che gli permette di vivere, navigare e mantenere il proprio valore.
L’articolo Blackstone mette le mani sulla nautica americana: il deal da 1,5 miliardi che ridisegna lo yachting globale è tratto da Forbes Italia.
L’assessora chiede un confronto tra le istituzioni coinvolte sul futuro delle attività teatrali

The first exploitation attempts targeting CVE-2026-71362 were observed shortly after Adobe released patches.
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© Esther Horvath for The New York Times



“L’auspicio è che la Soprintendenza intervenga con determinazione per impedire la demolizione delle terrazze e garantire il mantenimento di questa parte storicamente significativa. Difendere l’opera di Savioli significa difendere la memoria architettonica contemporanea di Firenze e la sua capacità di guardare al futuro senza rinnegare il proprio patrimonio”.E’ quanto si augurano la capogruppo di Firenze democratica in Consiglio comunale Cecilia Del Re e il consigliere del Q3 Roberto Visciola, dopo che l’amministrazione ieri ha ipotizzato la sostituzione con una struttura metallica più leggera
“Pensate come piccoli teatri all’aperto affacciati sull’Arno e distanziati dal traffico, rappresentano la firma architettonica di Savioli e il suo intento di ricucire il rapporto tra città e fiume. Eliminandole si cancella non solo una parte essenziale dell’opera, ma anche un valore culturale e urbano che ha contribuito a definire l’identità moderna di Firenze”.
I due esponenti di Fd, commentando più in generale l’esito della super perizia sul ponte parlano di “indagini tardive” e di “narrazione fuorviante” da parte dell’amministrazione comunale. “I lavori annunciati saranno comunque significativi, sia per costi che per durata, con aggravio dei disagi per la cittadinanza e le attività della zona”
In a contrast of fire and ice, smoke from wildland fires mingled with several of the Cascade Range’s prominent, glaciated volcanoes in summer 2026. Astronauts on the International Space Station photographed the scene while orbiting over the U.S. West in late July and early August.
Mount Hood, Oregon’s tallest peak at 11,249 feet (3,429 meters), is pictured above, near a thick plume of smoke pouring from the Grasshopper fire. Thunderstorms passed over the forest in the preceding weeks, and a lightning strike on July 23 ignited the blaze pictured in this July 31 photo. The fire, burning east of the mountain, spread quickly north and east across Mount Hood National Forest amid hot, dry conditions, according to InciWeb.
As of August 12, it had burned nearly 84,000 acres (34,000 hectares) and spread beyond national forest boundaries. Several communities in Wasco County were under “go now” evacuation orders, and the nearby town of Dufur was advised to prepare for immediate evacuation.
Roughly 100 miles to the north in Washington, Mount Rainier—the state’s tallest peak at 14,411 feet (4,392 meters)—was wreathed in smoke. No major fires burned nearby when this photo was taken on August 4. Instead, smoke drifted in from fires in central and eastern Washington, carried by winds blowing from the east due to a high-pressure system offshore. That day, the National Park Service reported that air quality in the park reached unhealthy levels due to elevated concentrations of fine particulate matter (PM2.5).
Several days later, the Grand Park 2 fire was observed burning within park boundaries, about 3 miles north of the Sunrise Visitor Center. As of August 12, the fire had burned 223 acres (90 hectares) and was uncontained; the cause was yet undetermined.
Above-normal fire potential was expected to persist across the Northwest through August, according to an outlook from the National Interagency Fire Center. Warm, dry weather—conditions influenced by El Niño—combined with cured fuels to set the stage for large, long-burning fires following lightning- or human-caused ignitions.
Astronaut photographs ISS075-E-1705 and ISS075-E-2221 were acquired on July 31, 2026, and August 4, 2026, respectively, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 400 millimeters. They are provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The images were taken by a member of the Expedition 75 crew. The images have been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.
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Wildland fires in early August 2026 pushed air quality to unhealthy levels, destroyed hundreds of structures, and triggered mandatory evacuations…

The blaze burned more than 150 square miles and swept through parts of a ski resort.

Canadian wildfires sent plumes of smoke streaming over Ontario, Quebec, and parts of the U.S. Midwest and Northeast.
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In a contrast of fire and ice, smoke from wildland fires mingled with several of the Cascade Range’s prominent, glaciated volcanoes in summer 2026. Astronauts on the International Space Station photographed the scene while orbiting over the U.S. West in late July and early August.
Mount Hood, Oregon’s tallest peak at 11,249 feet (3,429 meters), is pictured above, near a thick plume of smoke pouring from the Grasshopper fire. Thunderstorms passed over the forest in the preceding weeks, and a lightning strike on July 23 ignited the blaze pictured in this July 31 photo. The fire, burning east of the mountain, spread quickly north and east across Mount Hood National Forest amid hot, dry conditions, according to InciWeb.
As of August 12, it had burned nearly 84,000 acres (34,000 hectares) and spread beyond national forest boundaries. Several communities in Wasco County were under “go now” evacuation orders, and the nearby town of Dufur was advised to prepare for immediate evacuation.
Roughly 100 miles to the north in Washington, Mount Rainier—the state’s tallest peak at 14,411 feet (4,392 meters)—was wreathed in smoke. No major fires burned nearby when this photo was taken on August 4. Instead, smoke drifted in from fires in central and eastern Washington, carried by winds blowing from the east due to a high-pressure system offshore. That day, the National Park Service reported that air quality in the park reached unhealthy levels due to elevated concentrations of fine particulate matter (PM2.5).
Several days later, the Grand Park 2 fire was observed burning within park boundaries, about 3 miles north of the Sunrise Visitor Center. As of August 12, the fire had burned 223 acres (90 hectares) and was uncontained; the cause was yet undetermined.
Above-normal fire potential was expected to persist across the Northwest through August, according to an outlook from the National Interagency Fire Center. Warm, dry weather—conditions influenced by El Niño—combined with cured fuels to set the stage for large, long-burning fires following lightning- or human-caused ignitions.
Astronaut photographs ISS075-E-1705 and ISS075-E-2221 were acquired on July 31, 2026, and August 4, 2026, respectively, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 400 millimeters. They are provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The images were taken by a member of the Expedition 75 crew. The images have been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Kathryn Hansen.
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Wildland fires in early August 2026 pushed air quality to unhealthy levels, destroyed hundreds of structures, and triggered mandatory evacuations…

The blaze burned more than 150 square miles and swept through parts of a ski resort.

Canadian wildfires sent plumes of smoke streaming over Ontario, Quebec, and parts of the U.S. Midwest and Northeast.
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Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02494-5
An agentic system successfully developed concepts from two computer-science papers — but the original authors were not impressed.Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02503-7
New Claude models will watermark text and tag images as AI-generated, as Anthropic responds to EU AI regulations.Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02525-1
Talent schemes helped to propel China to the forefront of global science. But the system places undue emphasis on prestigious titles as a means to secure career prospects, putting pressure on young researchers.


Uno studio prodotto dall’Università di Ottawa e dal Max Planck Institute for the Science of Light (Mpl, Germania) ha trovato una modalità ecologica per produrre fotoni in stato di entanglement quantistico attraverso la luce solare. L’articolo che riporta il risultato, pubblicato il 6 agosto, è disponibile su Optica.

Grazie a un nuovo concentratore solare a forma di cono, un team guidato dall’Università di Ottawa (Canada) e dal Max Planck Institute for the Science of Light (Mpl, Germania) ha dimostrato che la luce solare può essere utilizzata per generare fotoni in stato di entanglement. Ciò potrebbe un giorno consentire ai satelliti di generare chiavi di crittografia sicure sfruttando la luce solare. Crediti: Florian Sterl and Soledad Cook
L’avvento delle tecnologie quantistiche su larga scala sta rendendo disponibili supercomputer e calcolatori molto potenti, ma che richiedono una notevole quantità di energia: a oggi il settore globale dell’informazione e della comunicazione produce tra l’1,8 e il 3,9 per cento delle emissioni di gas serra e, con la continua crescita del traffico di dati globale, il bilancio energetico sarà sempre più aggravato. Parte di questo consumo deriverà dall’energia necessaria per preparare e controllare i sistemi quantistici: i processori a superconduttori, ad esempio, richiedonosistemi criogenici che consumano, per ogni unità, fino a 10 kilowatt per mantenere temperature prossime allo zero assoluto. Nelle tecnologie quantistiche basate sulla luce lo scoglio energetico è invece rappresentato dai laser. I laser commerciali sono estremamente inefficienti: assorbono watt di potenza elettrica per produrre solo pochi milliwatt di potenza ottica, sprecando enormi quantità di energia sotto forma di calore o per stabilizzare lo spettro e la temperatura del raggio.
L’entanglement quantistico è il fenomeno per cui lo stato quantistico di una particella, come il fotone, non può essere descritto indipendentemente dallo stato delle altre particelle del gruppo in cui si trova, Questo significa che le particelle sono correlate nelle loro misure di quantità fisiche come posizione, momento, spin e polarizzazione. L’entanglement quantistico è uno dei principali indicatori di disparità tra fisica classica e fisica quantistica, in quanto viola il principio di località: due particelle possono essere correlate anche se si trovano a grande distanza l’una dall’altra.
I fotoni entangled sono una risorsa fondamentale per la comunicazione, l’informatica e il rilevamento quantistici e trovano spazio in applicazioni come reti di comunicazione crittografate ultrasicure e sensori di altissima precisione.
Per creare queste coppie di fotoni, gli scienziati utilizzano un processo ottico non lineare chiamato conversione parametrica verso il basso spontanea (Spdc). In questo processo, le particelle di luce provenienti da un raggio “pompa” colpiscono un cristallo non lineare e al loro interno vengono convertite in coppie di fotoni entangled. Tradizionalmente, i laser sono sempre stati considerati indispensabili per fungere da sorgente di pompa, a causa della loro altissima coerenza ottica. Fino a poco tempo fa si pensava infatti che la natura iper-precisa e ordinata (coerente) del raggio laser fosse un requisito fondamentale per riuscire a generare un entanglement di alta qualità. Inoltre, si presumeva che i laser fossero le uniche sorgenti luminose in grado di fornire le densità di potenza ottica necessarie per guidare in modo efficiente i processi ottici non lineari.
La luce solare è invece incoerente e molto meno intensa della luce laser. A causa di queste caratteristiche, molti scienziati avevano scartato la luce solare come sorgente di pompaggio valida per la generazione di entanglement. Gli autori del nuovo studio pubblicato su Optica hanno però dimostrato per la prima volta che, contrariamente alla visione scientifica precedente, è possibile generare fotoni entangled a partire dalla luce solare.
In ottica, la coerenza non è una proprietà unica e globale. La luce possiede diverse caratteristiche fisiche e può presentarsi perfettamente ordinata in una, pur restando caotica in un’altra. Ad esempio, un fascio di luce può essere disordinato nel modo in cui si propaga nello spazio e nel tempo, ma possedere una polarizzazione perfettamente definita. Nel processo di generazione dei fotoni, il disordine del raggio di partenza limita l’entanglement solo se si cerca di crearlo proprio in quella specifica caratteristica disordinata. Ma se l’obiettivo è ottenere fotoni entangled nella loro polarizzazione, la componente spaziale della luce solare non ha importanza.
«Finché il fascio di pompaggio è perfettamente polarizzato, la sua incoerenza spaziale o temporale non dovrebbe precludere la generazione di entanglement di polarizzazione», spiega Cheng Li, ricercatore al’Università di Ottawa e primo autore dello studio. «Il segreto per sfruttare la luce solare consiste nell’impedire che le diverse proprietà della luce si influenzino a vicenda durante il processo. Ciò significa che la luce solare è perfettamente in grado di generare fotoni intrecciati, purché si riesca a concentrarne una quantità sufficiente all’interno del cristallo non lineare per indurre l’Spdc».
La superficie utile di un cristallo ottico non lineare (es. il ppKtp) si estende in genere solo per pochi millimetri. Per convogliare una quantità sufficiente di luce solare – che nell’ambiente naturale diverge ampiamente – in una regione così ristretta, il gruppo di Hanieh Fattahi, responsabile del gruppo di ricerca presso l’Mpl, ha realizzato un sistema di concentrazione della luce solare. Questo sistema raccoglie la radiazione su una superficie di 1,4 metri quadrati e la convoglia in una fibra sottile quanto un capello umano. Il cuore di questo sistema è un concentratore solare sviluppato e realizzato internamente presso l’università tedesca. Si tratta di un dispositivo a forma di cono realizzato in vetro. La base del cono è posizionata nel punto focale di una grande lente di Fresnel, montata su un motore di inseguimento solare. La luce solare focalizzata viene quindi ulteriormente concentrata tramite riflessioni interne totali mentre si propaga verso la punta del cono, che accoppia la luce solare in una fibra multimodale. La fibra può quindi guidare la luce solare in un cristallo non lineare per indurre la generazione di entanglement tramite Spdc. Come previsto dal team guidato da Robert Boyd (Università di Ottawa), coautore dello studio, l’Spdc alimentato dalla luce solare ha generato coppie di fotoni con un grado di entanglement molto elevato: con una fedeltà di quasi il 94 per cento, questo risultato si avvicina molto alle prestazioni di un laser. I fotoni Spdc mostrano inoltre correlazioni in grado di violare una soglia matematica fondamentale: la disuguaglianza di Bell, indicando che la connessione tra le particelle non può essere modellata con le teorie classiche della fisica e sono effettivamente caratteristiche dell’entanglement quantistico.

Illustrazione concettuale della configurazione sperimentale per la generazione di entanglement quantistico dalla luce solare. La configurazione è costituita da un modulo di concentrazione della luce solare e da una sorgente di fotoni entangled. Il modulo di concentrazione della luce solare accoppia la luce solare filtrata spettralmente in una fibra multimodale utilizzando una combinazione di una lente di Fresnel e un concentratore in vetro. La sorgente di fotoni entangled è un cristallo di ppKtp collocato all’interno di un interferometro di Sagnac a polarizzazione. La luce solare accoppiata alla fibra viene diretta nel cristallo per indurre la Spdc. Le correlazioni tra le coppie di fotoni generate vengono quindi misurate per la successiva caratterizzazione degli stati quantistici. Crediti: L. Chen et al., Optica, 2026
Il team ha inoltre scoperto che, quando il tasso di produzione dei fotoni viene normalizzato rispetto alla potenza di pompaggio e alla larghezza di banda effettiva del processo non lineare, l’efficienza della generazione di entanglement indotta dalla luce solare è pari a quella indotta dal laser. Questa scoperta suggerisce che i laser potrebbero non presentare tutti i vantaggi fondamentali rispetto alla luce solare come ipotizzato dai ricercatori, e che sorgenti di luce quantistica pratiche alimentate dalla luce solare possano diventare sempre più realizzabili attraverso ottimizzazioni tecniche, ad esempio, della raccolta della luce solare e dell’utilizzo della larghezza di banda.
«La luce solare è una risorsa abbondante e affidabile in molti ambienti, specialmente nello spazio. La capacità di generare fotoni quantisticamente intrecciati direttamente dalla luce solare, osserva Fattahi, «potrebbe consentire la realizzazione di sistemi quantistici più semplici e resilienti per i satelliti e le future missioni nello spazio profondo».
I dispositivi quantistici alimentati dalla luce solare offrono anche altri vantaggi che i laser non sono in grado di garantire. L’ampio spettro della luce solare potrebbe consentire l’accesso a fotoni entangled su una gamma più ampia di lunghezze d’onda, specialmente laddove i laser non sono disponibili. Ancora più importante, l’alimentazione diretta delle sorgenti di luce quantistica tramite la luce solare elimina completamente la conversione da elettrica a ottica: non è necessaria alcuna stabilizzazione attiva e il calore residuo da gestire è notevolmente inferiore. Un sistema di questo tipo presenterà un minor numero di potenziali punti di guasto. Questa caratteristica è particolarmente interessante per l’impiego in ambienti strategicamente importanti ma con risorse limitate, come a bordo dei satelliti, nelle sonde per missioni interplanetarie e in regioni remote come l’Artico. Un veicolo spaziale in orbita sincrona con il Sole, ad esempio, godrebbe di un accesso quasi ininterrotto alla propria fonte di pompaggio.
«La parte migliore di questa ricerca è che si tratta solo di un inizio», conclude Boyd. «Oltre all’Spdc, esistono molti altri approcci ottici non lineari per generare fotoni intrecciati: la miscelazione a quattro onde ne è un ottimo esempio. Per ciascuna di queste interazioni non lineari, esistono modi per renderle più efficienti. Riteniamo che questo lavoro possa ispirare numerose nuove ricerche nell’ottica non lineare e quantistica, e che tali ricerche possano a loro volta rendere più praticabile la tecnologia quantistica alimentata dalla luce solare».
Per saperne di più:

Il progrmma viene reso noto dopo l’annuncio di un percorso di ‘informazione partecipata’ sul progetto ex OGR avviato da Flora Development (società proprietaria) in accordo col Comune. “Informare non è partecipare”, affermano dal Comitato, ricordando le 4.500 firme contro il progetto di cementificazione.
“Noi vogliamo costruire, insieme a chi vive la città, una proposta concreta a cemento zero per quegli otto ettari – afferma il Comitato -: verde, cultura, servizi, sport, spazi sociali, recupero dei capannoni storici e funzioni pubbliche”.
“Il percorso annunciato dal Comune – proseguono da Salviamo Firenze – prevede un sito web coi documenti (non molti e già noti), interviste ai cittadini e, da settembre, visite e incontri per illustrare l’idea progettuale. Ma sono già chiare le intenzioni”.
Nel mirino del comitato ci sono i 42.000 metri quadri edificabili, 60% a residenziale, il 15% turistico-ricettivo, il 16% direzionale e il 9% commerciale. “Si può discutere anche se quei 42.000 mq debbano essere costruiti? Si può mettere in discussione la destinazione dell’area? Si può parlare del suo riacquisto da parte del Comune e di un’alternativa a cemento zero? E dell’inutile e dannosa Pistoiese Rosselli, per la quale, a proposito, manca la valutazione ambientale di Arpat?”, le domande di Salviamo Firenze.
Al Comitato non va giù il mancato coinvolgimento dei cittadini: “Non vogliamo essere informati su come realizzare una speculazione. Vogliamo partecipare alla decisione su quale futuro dare all’ex Ogr”.
Security researchers have identified a phishing campaign that abuses Shopify’s own Shop app to deliver fake order and refund notifications directly to victims’ phones, marking a notable evolution of the classic “fake refund” scam.
According to research from cybersecurity firm Huntress, attackers are creating fraudulent Shopify seller accounts, or hijacking legitimate ones, to generate bogus orders against victims’ phone numbers or email addresses. Because Shopify’s Shop app treats these as genuine transactions, targets receive real push notifications and in-app receipts, rather than a suspicious email or text from an unfamiliar sender. Huntress said several of its own employees were targeted between May and August 2026, and that the technique has also been documented by researchers at Gen Digital and reported by users on Reddit.
In one example cited by Huntress, a fake receipt dated 7 August billed the recipient $339.96 for a “premium PC protection plan,” complete with a fabricated invoice number and transaction ID. The real sting sits in the shipping address field, which attackers repurpose to display a message urging the recipient to call a phone number if they did not place the order. Some variants dispense with the fake address altogether and instead push recipients toward the number via the order description, while others add a spoofed “out for delivery” shipment tracker to increase pressure on the target.
Victims who call the number are funnelled into a standard refund scam. Huntress said callers are typically talked into installing remote access tools such as ScreenConnect or AnyDesk, or into logging into their online banking. From there, scammers manipulate on-screen figures, sometimes editing displayed transaction details or coaching victims to misread a refund amount, to convince them they were mistakenly overpaid. Victims are then pressured to “return” the difference, usually by purchasing gift cards and handing over the redemption codes, which attackers cash out quickly.
Huntress frames the campaign as a variant of a technique it calls Living off Trusted Sites (LoTS), where attackers route victims through a legitimate, trusted platform before reaching a malicious outcome, rather than relying on a fake domain that is easier to flag. While earlier LoTS attacks used links to services such as Dropbox, Canva, or DocuSign to add credibility, this campaign instead abuses Shopify’s own notification pipeline to generate content that looks and functions exactly like a native alert. The firm noted a similar pattern in a previous campaign involving genuine PayPal invoices carrying fraudulent callback numbers.
Shopify has acknowledged the scam in its Help Center. The company and Huntress both advise users not to interact with unfamiliar phone numbers, email addresses, or links found within an order, and to contact Shop Support directly if they are concerned about the security of their account. Users who receive a suspicious order notification are advised to check their bank statements before assuming any charge went through, and can flag the order as “Not my order” within the Shop app. Huntress also recommends checking a store’s reviews and history before purchasing, noting that many of the fraudulent shopfronts used in this campaign were newly created.
The post Scammers Exploit Shopify’s Own Notification System in New ‘Fake Refund’ Scam appeared first on IT Security Guru.
Un ragazzo o una ragazza e un’adulta rispondono alla stessa domanda. Due generazioni, due punti di vista su scuola, amicizie, famiglia, social network e tutto quello che succede mentre si cresce. Leggi

Viviamo in un’epoca che enfatizza l’importanza di definire gli orientamenti sessuali, ma questo non porta sempre libertà e chiarezza Leggi
Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02494-5
An agentic system successfully developed concepts from two computer-science papers — but the original authors were not impressed.


© Danilo Arnone/Reuters

Il fotoreporter Alessio Mamo racconta la cittadina siciliana colpita dalla frana nel gennaio del 2026 e la vita della sua comunità, resa più unita dalla tragedia. Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno del Ragusa foto festival Leggi

© Kirsty Wigglesworth/Associated Press
Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-01904-y
Sexist assumptions and a male-dominated culture can make it harder for women to attract investment for the companies they set up.Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-01904-y
Sexist assumptions and a male-dominated culture can make it harder for women to attract investment for the companies they set up.GARFAGNANA – Weekend di Ferragosto in Garfagnana con Marco Masini e il concerto all’alba di Patrizio Fariselli. I due eventi fanno parte del festival Mont’Alfonso sotto le stelle che accende musica, teatro e letteratura nel cuore della Garfagnana, tra borghi secolari e natura incontaminata.
A fare da cornice è la secolare Fortezza di Mont’Alfonso a Castelnuovo di Garfagnana, dove sabato 15 agosto alle 4,45 si rinnova l’appuntamento con il concerto all’alba di Ferragosto.
Sul palco salirà Patrizio Fariselli, pianista che ha legato per anni il proprio nome agli Area, di cui è cofondatore, per poi dedicarsi al jazz, alla musica per cinema e teatro. In questo live per piano solo ripercorrerà alcuni successi degli Area, inediti scritti negli anni ed esperimenti di improvvisazione radicale. Seguirà colazione all’Osteria della Fortezza gestita da ANAI Garfagnana.
Per chi lo desidera, al concerto è abbinata l’iniziativa “Camminalba”, camminata con fiaccolata dal centro di Castelnuovo fino alla Fortezza di Mont’Alfonso. Info e prenotazioni via WhatsApp al numero 370 2906924 o via email a vismovendi@libero.it.
Sempre alla Fortezza di Mont’Alfonso, domenica 16 agosto (ore 21), l’attesissimo live di Marco Masini. Dopo il successo al Festival di Sanremo con il brano presentato insieme a Fedez “Male Necessario”, Marco Masini torna a emozionare il suo pubblico con il tour “Marco Masini – Live 2026”.
Insieme alle canzoni indimenticabili che sono entrate a far parte della storia della musica italiana in oltre 35 anni di carriera, il cantautore presenterà per la prima volta dal vivo brani dall’ultimo progetto discografico “Perfetto Imperfetto”.
I biglietti per i due appuntamenti sono disponibili su ticketone.it: Masini e concerto all’alba oppure nei punti Box Office Toscana (www.boxofficetoscana.it/punti-vendita – tel. 055.210804).
Biglietti disponibili anche alla Pro Loco di Castelnuovo di Garfagnana in piazza delle Erbe, dove è possibile acquistare (anche a distanza con bonifico bancario) i biglietti riservati a persone con disabilità. Pro Loco: tel. 0583 641007.
Sempre alla Fortezza di Mont’Alfonso in arrivo l’omaggio a Lucio Dalla insieme a La Sera dei Miracoli (18/8). Giorgio Panariello con lo spettacolo “E se domani…” (20/8). Federico Buffa con “Number 23” (21/8) e Paolo Ruffini con “Il Babysitter” (24/8).
Martedì 25 agosto, alla Fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana il concerto dei Gatti Mézzi previsto per lo scorso 6 agosto: i biglietti restano validi per la nuova data.
Programma e dettagli sul sito ufficiale www.festivalmontalfonso.it. Contatti: tel. 0583 641007 – 334 6167210 (nei giorni di spettacolo dalle ore 18.45).
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An affiliate of the Akira ransomware operation attempted a novel technique to blind endpoint defences during a recent intrusion, rebooting a compromised server into Windows Safe Mode to knock out both an EDR agent and Microsoft Defender in one move, only for the same stripped-down environment to cause the ransomware payload itself to crash before it could encrypt any files.
The incident, disclosed in a technical write-up published by managed detection and response provider Huntress, marks the first time researchers have observed Akira affiliates using a Safe Mode reboot to sidestep security tooling, a tactic more commonly associated with older ransomware families such as Snatch and AvosLocker.
Akira has been one of the most active ransomware operations tracked by Huntress over the past year, and its affiliates typically follow a consistent playbook: break in through an internet-exposed VPN appliance, most often from SonicWall, move laterally to the domain controller, enumerate Active Directory, exfiltrate data, and detonate the encryptor within a matter of hours. This latest attack followed that pattern almost exactly, according to Huntress, but introduced a twist at the final stage.
According to Huntress, the intrusion began in early August with a burst of failed login attempts against a SonicWall SSL VPN, consistent with a credential-spraying attack. Roughly seven minutes later, one attempt succeeded: a valid VPN account with no multi-factor authentication in place. Nearly two hours passed before the attacker took hands-on action, logging into the domain controller over RDP and running PowerShell commands to dump full property details on every user and computer in the Active Directory environment, reconnaissance Huntress says is a hallmark of Akira intrusions.
The attacker then moved to an application server, installed WinRAR to archive mapped file shares, and used the S3 transfer tool s5cmd to upload the staged data to a cloud storage bucket under their control, standard double-extortion tradecraft designed to give the attacker leverage even if a victim can recover from backups. AnyDesk, a legitimate remote access tool, was installed as a persistent service and used both for hands-on-keyboard control and to deliver the ransomware payload itself.
Rather than spinning up a separate virtual machine to run the encryptor outside the reach of security software — a method Huntress has documented in earlier Akira cases- the affiliate instead used the built-in Windows configuration tool msconfig.exe to force the host to reboot into Safe Mode with Networking. Because Safe Mode loads only core Windows drivers and disables most third-party software by design, the reboot simultaneously took the Huntress agent offline and prevented Microsoft Defender’s real-time protection from starting, all while preserving the network connectivity the attacker needed to keep working.
The attacker had anticipated that Safe Mode would also block their own AnyDesk service, and pre-emptively added a registry entry to keep it running through the reboot, a detail Huntress says shows deliberate planning rather than an improvised move.
The plan worked well enough to blind defences, but it also appears to have doomed the attack. Minutes after the akira.exe payload launched, the host began throwing “out of virtual memory” errors, and the ransomware process tree failed before encryption could begin. Huntress attributes the crash to Safe Mode’s constrained memory environment, which was seemingly unable to support the ransomware’s resource demands.
A scheduled Defender scan eventually flagged the payload roughly an hour later, correctly identifying it as Akira, but could not quarantine it because real-time protection remained disabled in Safe Mode. The file was only removed after the attacker rebooted the host back into normal operation, restoring Defender’s protection in the process, meaning the attacker’s own anti-EDR trick was undone by their need to reverse it.
Despite the failed encryption, the attacker had already exfiltrated Active Directory data and file shares before the reboot, leaving the victim exposed to extortion even without any files being locked. Huntress cautioned that the outcome should not be read as a reliable defence: a host with more memory or a larger page file might allow the encryptor to succeed in Safe Mode, and researchers said it is plausible Akira’s developers will adjust the malware’s memory footprint or boot sequence to make the technique more reliable in future attacks.
Huntress urged organisations to enforce MFA on all VPN accounts, monitor for bursts of failed VPN logins followed by a successful one, and ensure EDR is deployed across every endpoint rather than a subset of the environment. It also recommended that defenders specifically alert on boot-configuration changes and Safe Mode reboots, including msconfig.exe and bcdedit activity, and Windows event log entries indicating a Safe Mode boot as well as any modification to the registry keys that control which services are permitted to run in Safe Mode.
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By Simon Phillips, CTO, CybaVerse
Alert fatigue is an issue that has plagued Security Operations Centres for years.
As organisations’ digital estates grow, there is more architecture to secure and more architecture for threat actors to attack, which has ultimately led to more alerts.
Today, on average a SOC will face thousands of alerts every day, each of which could indicate a potential threat. Each alert must therefore be analysed and investigated before appropriate action can be taken.
However, ask any SOC analyst and they will tell you the majority of these alerts are benign or false positives.
Yet, analysts will still spend hours investigating activity that ultimately poses little or no risk, hoping to identify the small number of genuine threats hidden amongst the noise.
Given the volume they face, and the possibility of missing something before it’s too late, it’s a noisy, high-stress environment that often leads to burnout and fatigue.
To tackle these issues, many SOCs today are turning to Artificial Intelligence (AI) to support the management of alerts.
In this scenario, the first-line analyst is replaced by an agent that reviews the incident to determine whether it’s malicious and if further action is required. The analyst must then review the conclusion reached by the agent to ensure it is accurate, but they don’t conduct the initial investigations themselves, which reduces the volume of alerts they have to investigate every day.
However, even despite these improvements, is there another way that could reduce the noise even further?
If organisations are still generating huge numbers of unnecessary alerts, have they actually solved the underlying problem, or simply moved it further downstream?
Moving AI upstream
Instead of asking AI to investigate incidents after they have been created, some organisations are using the technology much earlier in the detection process.
Rather than having AI decide whether an alert is malicious, in this scenario it’s used to help build better detection logic and more effective workflows before alerts ever reach an analyst.
For instance, in a phishing attack when an employee reports an email as suspicious, many security platforms immediately generate an incident that someone must investigate.
Traditionally, either a human analyst or an AI assistant would then collect additional context, checking whether links have been clicked, whether anyone else received the email, or whether similar activity appeared elsewhere in the environment.
If these types of checks are incorporated into the detection process, and the answers to the questions are no, then an incident would never need to be created in the first place.
The AI would determine that there was no wider threat, meaning the alert could be filtered out before it ended up in the SOC ticket queue.
The result is a faster, more efficient SOC, with far fewer unnecessary alerts reaching analysts.
From a customer perspective, this can also reduce the costs of working with an outsourced SOC partner.
Many AI-powered investigation platforms price their services according to the number of alerts they process, so reducing unnecessary alerts before they reach the investigation stage can improve efficiency while also helping organisations control operational costs.
Improving security through engineering
Another benefit of moving AI further upstream is that it limits access to sensitive customer data.
Many AI-driven investigation platforms analyse real customer logs and incident data to determine whether activity is malicious. While providers implement safeguards, some organisations are uncomfortable with sensitive operational data being processed by external AI systems, particularly where regulatory or contractual obligations apply.
Using AI during detection engineering changes this process. The AI is used to create the logic that identifies threats, not to inspect live customer data.
Once the detection rules have been verified, they can be applied consistently across customer environments without repeatedly sending operational data through AI models.
Solving the cause, not the symptom
The cyber security industry has become very good at handling alert fatigue, but not so good at preventing it. Is it time a different approach was adopted?
If security teams continue generating thousands of low-value alerts every day, replacing analysts with AI may improve efficiency, but it won’t address why the alerts exist in the first place.
As AI becomes more deeply embedded within security operations, organisations should consider where it delivers the greatest value. In many cases, the answer may not be at the point where analysts investigate incidents, but much earlier, where better detection engineering prevents unnecessary incidents from being created at all.
By reducing false positives at the source, this allows analysts to spend more time on genuine threats, while improving consistency, cutting costs and helping organisations make better use of both their technology and their people.
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di Franco Turigliatto
Nella torrida estate in cui la crisi climatica mostra i suoi micidiali effetti in tutta l’Europa e pretende una svolta profonda sul piano economico e nell’organizzazione della vita sociale e delle città, restiamo immersi, a livello internazionale e nazionale, dentro nauseabonde paludi infestate da predatori feroci, senza che si riesca a capire per ora come e quando sia possibile uscirne.
Tutte le contraddizioni del sistema economico capitalista con le sue oppressioni e violenze, lo scontro tra gli imperialismi, lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, le guerre per il controllo delle risorse e dei commerci, il deterioramento e il rigetto delle regole della democrazia e dei diritti, sono oggi presenti. E come in ogni epoca di crisi di civiltà e nelle vicende storiche del secolo passato, le classi dominanti producono anche le ideologie di dominio, colonialismo, razzismo e patriarcali, nonché le personalità fanatiche che “meglio” le rappresentano: Trump, Musk, Netanyahu, Putin, Farage, Milei, Le Pen, l’AfD tedesco, gli ayattolah, l’elenco sarebbe lungo, e, per restare in Italia, in versione per ora tragicomica, Salvini, Vannacci e Meloni, non sono figure fuoriuscite per caso dalla storia, pecore nere fuori controllo, ma degli autentici prodotti del tempo a cui le borghesie guardano con attenzione e di cui già si servono nello scontro di classe.[1]
Continua in un silenzio drammatico il genocidio dei palestinesi da parte del governo sionista israeliano a Gaza e sempre più anche in Cisgiordania; si sviluppano le sue operazioni militari e stragiste ormai in profondità nel Libano nell’ambito del progetto del Grande Israele e di una posizione coloniale dominante in tutto il Medio Oriente, La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, si allarga ed si estende ogni giorno al d là dei proclama di “fine del conflitto” che, un giorno si e un giorno no, arrivano da Washington. Le ripercussioni sul sistema mondo, sull’economia mondiale sono enormi e non pesano certo sulle compagnie petrolifere che anzi hanno aumentato i loro profitti, ma sulle condizioni di vita e di sopravvivenza delle classi popolari e dei paesi più deboli. Ma anche in Africa l’immane tragedia del Sudan continua e i conflitti militari si moltiplicano ed altri conflitti si manifestano in Asia. Davvero un mondo sempre più in fiamme.
In Europa, la guerra in Ucraina continua implacabile; ormai siamo a 4 anni e mezzo dall’aggressione del neozarismo russo del febbraio 2022; la fine della guerra non si vede, ma anzi lo scontro si estende ogni giorno. Mosca bombarda incessantemente le città ucraine ed ora anche Kiev, sempre più anche potenza militare, è in grado di colpire in territorio russo. Difficile credere, come si fa dalle due parti che qualcuno possa vincere, o che si possa conquistare “una pace giusta”, formula che serve ormai solo a continuare la guerra e a produrre più armi quando le realtà sociali dei due paesi sono sempre più in sofferenza, se pure ancora in forme diseguali.[2] Forse la “pace giusta” per i due paesi è proprio quella che si può produrre solo con un “compromesso imperfetto”, che liberi le due società dal nodo scorsoio della guerra.
Solo che le classi dominanti in Europa stanno lavorando in altra direzione. Per i loro governi la guerra può anche continuare perché è la condizione migliore per avanzare nel progetto di riarmo dell’Europa capitalista. Costoro sono arrivati alla conclusione che la risposta alle difficoltà delle loro economie sta nello sviluppo ulteriore dell’industria bellica e che questa è una modalità indispensabile per collocarsi nello scontro interimperialista. In primo luogo contro la Russia (molto volte si dimenticano che la Russia è parte dell’Europa), poi in contrasto con la Cina, ma poi anche in alleanza conflittuale con l’alleato statunitense nella Nato.
L’operazione ha bisogno di tante mistificazioni e di una ideologia tanto volgare quanto totalizzante attingendo al peggio della storia dell’umanità: “Se vuoi la pace, devi preparare la guerra”, quasi che la storia secolare del continente non indichi che questa sia la strada più breve per produrre atroci conflitti. E come sempre è avvenuto, fior fiore di intellettuali si prestano a sposare la causa del riarmo.
Bisognerà spendere molti soldi per fare i missili, il costo dovrà pesare sulle spalle delle classi lavoratrici popolari; bisogna quindi sviare la consapevolezza e la rabbia di costoro in altra direzione: nazionalismo e razzismo sono moneta a buon mercato e cosa c’è di meglio di una stantia ideologia razzista contro i migranti, contro gli “invasori” che minacciano la nostra civiltà bianca, patriarcale, cristiana e securitaria, anzi poliziesca. Si legga utilmente: https://transform-italia.it/delle-guerre-ibride-dal-kosovo-a-ceuta/
Il massimo di viltà, arroganza, violenza e crudeltà di fronte alla sofferenza dei giovani e dei giovanissimi migranti marocchini, i governi e i media europei lo hanno infatti espresso nella vicenda di Ceuta. Rimandiamo al testo delle nostre compagne e compagni di Anticapitalistas che tratteggia le responsabilità di tutti i governi europei e di quello marocchino e la crudeltà delle frontiere.
E nella gara per il peggiore, Meloni e il suo governo hanno finalmente potuto primeggiare su tutti i paesi d’Europa, scontrandosi con il governo spagnolo e scuotendo un poco il trattato di Schengen. E’ il terreno prediletto delle destre italiane su cui da sempre lavorano, trovando ora nuove alleanze (vedasi la convergenza tra Meloni e la socialdemocratica (socialdemocratica?) danese e una maggiore corrispondenza con la commissione europea sempre più a destra. La democrazia liberale e le costituzioni democratiche e dei diritti del secondo dopoguerra vengono erose un passo dopo l’altro. Vedasi: https://anticapitalista.org/2026/08/11/controrivoluzione-moderna-e-fascismo/
Questo governo di anime nere, dopo la sconfitta referendaria, grazie a una debole opposizione ha ripreso vigore e iniziativa, avanza sul terreno dell’autonomia differenziata, e soprattutto agisce sui due terreni che considera più favorevoli per ottenere consensi e sostegno, l’ordine pubblico e la repressione contro i movimenti sociali e i giovani che si rivoltano alla ipocrisia, falsità e violenza del potere (vedi la Valle di Susa) da una parte e dall’altra contro “l’invasione” dei migranti. Si legga l’articolo di Marco Revelli.
Un governo negazionista del riscaldamento climatico, incapace di prendere qualsiasi misura di fronte alla terribile canicola che colpisce i più deboli, gli anziani e alle periferie delle città che bruciano, incapace anche sul piano economico di intervenire efficacemente sul costo dei prodotti energetici, insensibile agli omicidi quotidiani sui luoghi di lavoro (anzi sta preparando una modifica legislativa che libera le aziende madri da ogni responsabilità per gli incidenti) riesce in questo modo a mantenere consensi e sostegno. Gli esponenti governativi e i loro tirapiedi dei media straparlano come folli, ma è purtroppo anche una follia la quantità di persone, tra cui molti lavoratori, che corrono dietro ai loro falsi bersagli. E’ un comportamento “perverso” conosciuto anche in altri tempi: Trotsky la definiva “disperazione controrivoluzionaria”, altri oggi parlano di una estrema destra che sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria».
In ogni caso si avvicina il tempo della legge di bilancio e sarà più difficile per Meloni mantenere alcune regalie ai settori di media e piccola borghesia, anche perché bisognerà tagliare su pensioni, spesa sociale, assistenza, per garantire il forsennato aumento verso il 5% del PIL della spesa militare come Trump, Nato ed UE chiedono. Scrive il Manifesto “Il governo Meloni usa la flessibilità di bilancio per mascherare un enorme aumento della spesa militare e una transizione energetica fasulla, presentandola come risposta alla crisi, mentre i cittadini pagano i rincari e l’austerità”. Una cambiale da 35 miliardi. Complessivamente: per il clima 9,3 miliardi in sei anni, per la guerra 498 in nove per arrivare al 5% del Pil. Brevi articoli ci informano poi che le banche, con in testa Banca Intesa, denunciano un primo semestre di ricavi e di profitti senza precedenti.
Sembrerebbe difficile, ma non impossibile, in questo contesto, costruire una forte opposizione sociale e politica, ma ad oggi sembra che i due principali partiti di opposizione parlamentare Pd e M5S non ne siano capaci, balbettano e si dividono al di là di qualche foto unitaria, pensando solo alle “primarie”.
La realtà è che non sono capaci, né vogliono contribuire a mettere in piedi un forte mobilitazione sociale e neppure sono capaci e soprattutto non vogliono produrre una piattaforma programmatica fortemente alternativa, radicale nei contenuti sociali ed economici, quindi una piattaforma decisamente antiliberista, magari con qualche punta anticapitalista, che non farebbe male. E neppure sono in grado di dire unitariamente un NO al riarmo.
Non vogliono e neanche ci pensano di fare quello che stanno facendo alcuni esponenti della sinistra del Partito democratico americano che hanno varato programmi sociali antiliberisti, attrattivi per ampi settori popolari e quindi efficaci per tagliare l’erba sotto i piedi ai trumpiani.
Il fatto è che le forze politiche social liberiste che hanno governato gran parte dei paesi occidentali negli ultimi 30 anni sono incapaci di trarre la lezione di venti anni di politiche liberiste e di austerità, che hanno rimpolpato i profitti a scapito di salari e pensioni producendo malcontento, e demoralizzazione sociale, aprendo per questa via le porte alla demagogia reazionaria delle destre. E Conte e la Schlein, per non parlate delle componenti più moderate del suo partito, restano del tutto interni a questa logica politica. Non lasciano dubbi nelle loro interviste sui giornali. Vorrebbero costruire l’alternativa alle destre direttamente insieme alla borghesia democratica, che naturalmente si tiene stretti i suoi interessi economici ed è tirata a destra dalle dinamiche internazionali.
Per di più dentro e intorno al campo largo si affollano arrivisti, politicanti, servitori più o meno diretti di qualche settore borghese e le correnti politiche del “centro estremo”, che lavorano attivamente per condizionarne in senso moderato le piattaforme politiche e poi ancora di più le scelte concrete prima e dopo le elezioni. AVS avrà assai da fare e penare per cercare di cavare fuori qualcosa di realmente di sinistra, anche se qualche buona parola forse le sarà data nella stesura finale del programma per evidenti ragioni tattiche.
Per altro tutti questi partiti e soggetti sono assai passivi di fronte alla nuova proposta di legge elettorale che come le altre ultime due, con cui per altro si è votato, appare decisamente antidemocratica e anticostituzionale. Non si può combattere la proposta di legge delle destre, difendendo l’attuale legge per altro bocciata dalla Corte Costituzionale. Una vera proposta di legge democratica proporzionale, sembra non venire in mente a nessuno, fosse anche solo per propaganda.
Davvero pericolose queste scelte e queste inadeguatezze di PD e 5S che rischiano di produrre una nuova vittoria elettorale delle estreme destre, un evento che andrebbe assolutamente evitato, estremamente pericoloso perché un nuovo mandato popolare permetterebbe a costoro di portare a termine il loro progetto di restaurazione istituzionale, politica ed ideologica, compreso lo stravolgimento completo delle istituzioni democratiche della Costituzione e una involuzione autoritaria del paese dalle conseguenze oggi difficilmente individuabili, di certo estremamente gravi per il futuro delle classi lavoratrici.
Anche il quadro sindacale lascia perplessi.
Da tempo la Cisl si è affiancata al governo e la UIL, a partire dall’autunno delle grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza, anche. La CGIL è stata parte dei movimenti, debole nella costruzione della mobilitazione contro la finanziaria e successivamente incapace e in difficoltà nel dare continuità alla lotta sociale e sindacale e quindi anche di opposizione a questo governo reazionario dei padroni.
All’improvviso a luglio ci troviamo con una ritrovata unità delle 3 Confederazioni che si esprime in una trattativa con la Confindustria e le altre associazioni padronali collegate, in cui hanno deciso di arrivare a breve in autunno a definire comuni regole per la rappresentanza e la gestione dei contratti.
C’è da mettersi le mani nei capelli e da nutrire preoccupazione su come questa storia andrà a finire. Nella CGIL l’adesione a questo percorso vede l’opposizione della sola corrente di sinistra “Le radici del sindacato” mentre tutto il resto del gruppo dirigente comincia a litigarsi invece sugli assetti degli apparati per il prossimo congresso! Certo la CGIL proporrà una mobilitazione sociale, prevista per la fine di ottobre, di sabato; non è chiaro quale sarà la lotta rivendicativa vera e propria. Ci sarà forse il tradizionale e simbolico sciopero generale in dicembre sulla finanziaria a giochi fatti. Si vedrà. Sembra tutto orchestrato solo per sostenere il campo largo, ma forse, ed è peggio ancora, questa architettura è costruita pensando che di certo il centro sinistra vincerà le elezioni!?
Per la nostra organizzazione i compiti sono abbastanza semplici e chiari. Lavoriamo con movimenti e partiti per costruire la mobilitazione sociale e di lotta contro le politiche capitaliste, contro le misure del governo, per la difesa dei diritti, dei salari, della occupazione contro le politiche di guerra e contro il riarmo e le spese militari, contro il razzismo il nazionalismo, il patriarcato. Condividiamo il piano di lavoro espresso dalla Rete No Kings nella assemblea di Genova. E parteciperemo alla nuova assemblea del 4 ottobre. In particolare sosteniamo le giornate europee contro il riarmo. E poi naturalmente ci sarà la lotta contro la finanziaria del governo.
Più che mai si tratta di tenere insieme rivendicazioni sociali ed economiche con quelle per i diritti, per la partecipazione democratica, per l’unità di tutte/i le/gli sfruttate/i ed oppresse/i, per l’unità di chi è nato e vive da sempre nel paese e chi migrante lo ha raggiunto.
In preparazione dell’autunno di lotta auspicato diamo appuntamento alla nostra terza Università estiva, un momento di socialità e di dibattito, con cui certo non cambiamo il mondo, ma in cui proviamo a fornire a un centinaio di militanti ed attivisti alcuni strumenti di comprensione e di intervento politico e sociale.
Venite anche voi. Vi troverete bene, ecco il programma.
[1] Di fronte ai governi borghesi democratici dell’Europa che vedevano in Hitler una specie di “imprevedibile Satana, proiettato fuori dall’inferno” nel maggio 1940 Trotsky scriveva. “Questo epilettico tedesco con una macchina calcolatrice nel cranio e un potere illimitato nelle sue mani non giunge dall’interno né dal cielo. Non è che la personificazione di tutte le forze di distruzione dell’imperialismo.” Trump, Musk e il loro “assurdo” entourage non sono altro che il prodotto delle contraddizioni e del relativo declino dell’imperialismo americano in questa fase storica. Anche loro hanno un potere distruttivo immenso.
[2] Significativo della situazione russa è il fatto che il regime, per evidente paura, abbia escluso dalle elezioni l’unica formazione che si oppone alla guerra in corso e ne chiede l’immediata cessazione; significativo nella situazione ucraina sono i sempre più numerosi episodi in cui i giovani cercano di sfuggire alla leva e la volontà dei governi occidentali di far decadere la condizione di rifugiato ai giovani ucraini emigrati in età di arruolamento per costringerli a ritornare in patria.


Forescout has launched a new Rapid Insight Assessment designed to help organisations uncover hidden assets, network blind spots, and security exposures as artificial intelligence accelerates vulnerability discovery.
The new assessment combines external analysis with passive network monitoring to give security teams a clearer picture of their attack surface. Forescout says the service can deliver actionable findings within days, helping organisations identify and prioritise risks before attackers exploit them.
The launch comes as security teams face the challenge of managing increasingly complex environments. Unmanaged devices, shadow assets, exposed services, and gaps in network visibility can all create opportunities for attackers.
At the same time, advances in AI are making it possible to discover and exploit vulnerabilities faster.
The Rapid Insight Assessment uses open-source intelligence to examine an organisation’s external exposure. For internal assessments, Forescout can also deploy its portable Flyaway Kit to passively observe network activity without disrupting operations.
The Flyaway Kit provides visibility across IT, OT, IoT, cyber-physical systems, and unmanaged devices, including assets within remote and air-gapped environments.
The assessment can identify internet-facing remote access services, exposed administrative interfaces, previously unknown network devices, risky communications, and unmanaged OT and IoT assets.
It can also provide more detailed asset intelligence and identify devices associated with Known Exploited Vulnerabilities.
Craig Weimer, Vice President and General Manager of Americas at Forescout, said the increasing ability of AI systems to carry out cyber tasks is changing how quickly organisations need to identify security weaknesses.
“When an AI system can discover, connect, and exploit vulnerabilities on its own, the idea of an autonomous attacker is no longer just a future concern,” Weimer said.
He pointed to recent public disclosures from OpenAI, Anthropic, and Meta showing that frontier AI models can perform complex, multi-step cyber tasks against real environments with limited human involvement.
“The message for defenders is clear: the window between exposure and exploitation is getting smaller, and organisations need a complete understanding of their attack surface before adversaries find it first,” he added.
One of the challenges facing security teams is that they cannot protect assets they do not know exist. This becomes particularly difficult across large or distributed environments where new devices and services can appear without being captured by existing security processes.
Forescout says its Rapid Insight Assessment is intended to provide organisations with a faster way to uncover these gaps without lengthy assessment cycles.
“Organisations can’t afford assessment cycles that take months when hidden exposures, network blind spots, and unknown assets can quickly become opportunities for attackers,” Weimer said.
“The Rapid Insight Assessment gives organisations a fast, efficient way to see their most critical security risks and exposure gaps, delivering clear, actionable findings in days so they can address exposures before they become security incidents.”
As AI gives attackers greater speed and automation, gaining an accurate view of the attack surface could become increasingly important. For defenders, finding hidden exposures before an adversary does may prove critical to reducing the opportunity for an attack in the first place.
Learn more and request your free Forescout Rapid Insight Assessment.
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UK organisations were hit by an average of 1,597 cyber attacks per week each in July 2026, a 26% increase year-on-year, according to new data from Check Point Research, the threat intelligence arm of Check Point Software Technologies. The growth rate outpaced the 16% year-on-year rise recorded globally, even though UK attack volumes remained below the worldwide average of 2,336 weekly attacks per organisation.
The figures form part of Check Point Research’s Global Threat Intelligence report for July 2026, which found that cyber risk is accumulating across multiple fronts at once: rising attack volumes, a sharp acceleration in ransomware activity, and growing exposure from the use of generative AI tools in the enterprise.
In the UK, Education, Energy & Utilities, Software, Government, and Media & Entertainment were named as the five most targeted industries in July, reflecting attackers’ continued focus on sectors that hold sensitive personal data, run critical national infrastructure, or present broad, distributed attack surfaces.
Worldwide, organisations faced an average of 2,336 weekly cyber attacks in July, up 3% month-on-month and 16% year-on-year. Education remained the most targeted sector globally, averaging 4,848 weekly attacks per organisation, up 14% year-on-year. Government followed with 3,044 attacks and Telecommunications with 2,927, while Energy and Utilities rose 20% to 2,759 attacks and Hospitality, Travel and Recreation entered the global top five with 2,614 attacks, up 28%, likely reflecting increased exposure during the summer travel period.
Regionally, Latin America recorded the highest attack volume, with 3,561 weekly attacks per organisation, up 19% year-on-year, followed by APAC at 3,316. Europe stood out for its rate of growth, with attacks up 18% year-on-year to 2,051 per organisation, ahead of North America’s 9% rise to 1,613.
The sharpest shift in July came from ransomware. Reported victims reached 964 globally, up 87% year-on-year and 49% from June, marking a decisive break from the first half of 2026, when monthly ransomware activity averaged around 672 incidents. Business Services was the most affected sector, accounting for 32.5% of reported victims, followed by Industrial Manufacturing at 14.4% and Consumer Goods and Services at 13.4%.
North America remained the most affected region for ransomware, accounting for 45% of reported incidents, followed by Europe at 28% and APAC at 17%. At country level, the United States continued to dominate the victim count with 39.4% of reported attacks, followed by Germany, Canada, the United Kingdom and Italy.
The Gentlemen and Qilin were the most prevalent ransomware groups in July, each responsible for 14% of published attacks, while DeadLock climbed to third place with 10% and 97 reported victims, highlighting continued churn in the ransomware ecosystem.
The report also highlighted the growing data exposure risk posed by generative AI tools. One in every 36 prompts sent from enterprise networks carried a high risk of sensitive data leakage, and 88% of organisations that regularly use GenAI tools were affected by high-risk prompt activity. Organisations used an average of eight GenAI tools in July, with individual users generating 95 prompts on average during the month.
Personal data was the most common sensitive category exposed, appearing in 70% of organisations, followed by financial data and network and IT infrastructure information, each present in 68% of organisations.
Email also remained a high-volume risk channel: one in every 128 emails, or 0.78%, was classified as phishing in July, with a further 20% falling into unwanted or risky categories such as graymail, spam and suspicious messages.
“July’s data shows that cyber risk is accumulating across multiple fronts at once,” said Barnaby Nickels, regional sales manager for UKI & North EU at Check Point Software. “Attack volumes continue to rise, ransomware has accelerated sharply, and GenAI exposure is now part of daily business activity. Organisations need prevention-first, AI-driven security that protects networks, users, data and AI workflows before attacks can cause impact.”
For UK organisations, the message lands with particular urgency. With attack growth outpacing the global average and sectors ranging from education to critical infrastructure squarely in attackers’ sights, security teams are being urged to strengthen defences across network, cloud, endpoint, email and AI usage rather than relying on any single layer of protection.
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Una spesa ancora più buona, conveniente e di qualità per i soci Unicoop Firenze.
Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% sconto sulle pere cosce nella confezione da 1,5 kg.
Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno costante della cooperativa a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. Tra le ultime iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allo stesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.
La Cooperativa nel corso del 2024 ha riservato sconti ai propri soci per circa 118 milioni di euro sui prodotti alimentari e per 13 milioni di euro sui prodotti extra alimentari, con uno sconto medio per socio pari a 125 euro. Nel 2024 le vendite in favore dei soci sono ammontate al 80,1% del totale dei ricavi per vendite e prestazioni, il che significa che i soci sono i primi beneficiari dell’impegno della Cooperativa a tutela del potere di acquisto.
A tali sconti si aggiunge il vantaggio, riservato ai soci, dell’accumulo dei “punti spesa” maturati sugli acquisti effettuati; questo si concretizza nella possibilità per il socio di beneficiare di un abbattimento dello scontrino pari al valore dei punti spesa maturati. Complessivamente i soci che hanno beneficiato nel 2024 di sconti a loro riservati sono stati 1.040.864.
L'articolo Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% di sconto sulle pere cosce proviene da Informatore.

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 16 agosto 40% di sconto su tutti gli hamburger.
Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del macelleria.
Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».
Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.
Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.
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Gli Stati Uniti puntano a schiacciare l’isola, ormai quasi Stato fallito. Washington cerca una transizione alla venezuelana, ma controspionaggio locale, carenza di leader disposti a scendere a patti e difficoltà di catturare Raúl Castro complicano la situazione. Dalla continuità castrista all'intervento militare, tre possibili esiti per il futuro.
Lo status del capoluogo giuliano è un problema storico irrisolto. I documenti riservati della diplomazia americana e il ruolo cruciale dell’occupazione militare britannica. Come le grandi potenze possono sfruttare un regime giuridico ibrido risalente alla guerra fredda. Il disordine mondiale e il disimpegno americano aprono scenari inediti.


Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10960-3
Author Correction: Cretaceous bird from Brazil informs the evolution of the avian skull and brain
LIVORNO – Un visita alle Terme del Corallo in notturna alla scoperta di uno dei luoghi più suggestivi della nostra città. L’appuntamento con le Guide Labroniche è per il 14 agosto con due turni alle ore 21.15 e 22.30.
Sarà un’eccezionale visita guidata teatralizzata organizzata in collaborazione con Reset Livorno. Ad attendere i visitatori un’esperienza unica, alla scoperta di questo monumento straordinario, concepito dall’Ingegner Architetto Angiolo Badaloni ai primi del Novecento.
I partecipanti saranno accompagnati da un avventore delle Terme dei tempi della Belle Epoque, che rievocherà gli episodi della costruzione, la vita e gli aneddoti che hanno animato questo gioiello libery livornese.
Sarà anche possibile visitare la Sala della Mescita recentemente recuperata e vedere le Teme nella suggestiva illuminazione multicolore notturna.
Orario: 21.15-22.15 e 22.30-23.30.
Durata visita: 1 ora.
Ritrovo: in piazza Dante di fronte al civico n° 35, nel marciapiede opposto, sotto il ponte, ai cancelli storici delle Terme, 15 minuti prima dell’ora d’inizio del tour per la biglietteria (si può fruire dell’ampio parcheggio di piazza Dante)
Costo: 10 euro, 5 euro sotto i 12 anni.
Prenotazione obbligatoria direttamente cliccando qui. Scegliere il turno della visita e seguire la procedura.
In caso di difficoltà è possibile prenotare tramite messaggio WhatsApp al 3478019682 (no vocali).
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LIVORNO – Una serata magica dedicata ai Beatles ha visto in scena a Villa Trossi il duo Ilio e Caterina Barontini. Un’avvincente opera omnia pianistica svoltasi ieri sera, 12 agosto, sul palco di via Ravizza 76.
Non si è trattato del solito generico tributo ai quattro ragazzi di Liverpool, né dell’ennesima versione live di cover, ma di qualcosa di molto più intenso e strutturato. La grande abilità delle quattro mani del duo pianistico Ilio e Caterina Barontini sulla tastiera ha letteralmente fatto cantare i due pianoforti. Un concerto che ha restituito le intramontabili melodie generate dalle menti dei Fab Four.
Da brani più semplici come Ob-La-Di, Ob-La-Da o Yellow Submarine ad altri più intensi e complessi come Hey Jude, Something e molti altri. Uno dopo l’altro questi brani sono stati proposti in una chiave tutta nuova, scritta proprio da Ilio Barontini.
Nella composizione da lui realizzata dei Beatles, il nostro concittadino Barontini si è trovato a dover adattare ricreando per il piano i colori della cornamusa, del sitar, delle percussioni e dei suoni elettronici elaborati negli studi di Abbey Road negli anni ’60 sintonizzando il tutto con il proprio mondo interiore.






Foto di Glauco Fallani
Due pianoforti sul palco e oltre un’ora e mezzo di musica a quattro mani, a tratti festosa e celebrativa a tratti intrisa di lirismo e nostalgia hanno, insomma, testimoniato la pura gioia del fare musica che da sempre è presente nella famiglia Barontini.
Il pubblico ha gradito molto, visto il tributo finale in applausi che, nonostante un evidente affaticamento dovuto al gran caldo, ha portato gli ottimi Ilio e Caterina all’esecuzione di ben due bis.
Articolo di Glauco Fallani
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In the competitive world of youth sports, few organizations have a reach as vast as the Amateur Athletic Union.
With 760,000 athletes and coaches nationwide, the AAU hosts competitions in dozens of sports across the country. This summer alone, hundreds of thousands of children competed in AAU events for elite young athletes: a staggering 100,000 at the world’s largest volleyball championship in Orlando, Florida; 8,000 at its storied basketball championships at Disney World; more than 15,000 at the Junior Olympics in Iowa.
To the hundreds of thousands of parents whose children play under the red, white and blue AAU badge, the organization offers more than a place to compete. The AAU promises their children will be safe — that its coaches are vetted, monitored and trained; that strict rules govern how adults interact with children; and that it responds effectively to allegations of abuse within its ranks.
But that trust is misplaced, according to an investigation from ProPublica and The Washington Post. The AAU is failing on nearly every level to adequately protect the hundreds of thousands of children in its care from sexual abuse, the investigation found, misleading the public about its prevention measures and suppressing allegations of sexual misconduct.
In doing so, the AAU is breaking many of the pledges it made in the wake of a 2011 sex abuse scandal involving its CEO and young basketball players. AAU leaders at the time said they would build a “new culture in which the overarching priority” was protecting young athletes, committing the organization to sweeping safety reforms. But they did not implement the majority of those reforms, ProPublica and The Post found, putting many children at risk. Some AAU athletes have had devastating experiences.
The AAU does not offer child abuse prevention training, though it claims to the public that it does. It does not verify whether coaches take the training it does offer, though it calls the course “mandatory” on its webpage for parents.
The AAU has become a haven for coaches suspected of abuse, ProPublica and The Post found, based on a review of public disciplinary lists and interviews with current and former executives from six national sports governing bodies and other key stakeholders. Those sports officials say the AAU has earned a reputation as a place where coaches can escape discipline and are not bound by strict safety laws, making it more difficult to protect young athletes. ProPublica and The Post identified eight coaches who continued to work with children under the AAU in the last five years after being banned or suspended by other youth sports organizations — even though the AAU pledged in 2012 that it would ban such coaches.
Serious allegations of sexual misconduct against coaches in the AAU are handled by its Board of Review, a group of four elected AAU members and a chair whose names are not made public. Asked about written guidelines for when to ban coaches, one former member who sat on the board for nearly 25 years said the group “just decided on our feelings.”
The abuse reporting hotline AAU promised to create as part of the reforms redirects to the AAU’s general office line with no option to report abuse, though callers can press 5 to reach a department for “medal orders.”
Instead of protecting children, the AAU has prioritized building an ever-bigger footprint across youth sports through cheap and easy team registrations, ProPublica and The Post found, allowing it to dramatically grow its revenue in recent years.
The scope of the consequences for young athletes nationwide is impossible to quantify, ProPublica and The Post found, because the AAU operates with a secrecy that is unusual for a nonprofit that serves children.
The AAU declined to answer questions from ProPublica and The Post over the course of more than a year, including whether the organization trains its coaches, how it investigates abuse claims, and how it enforces policies and safety rules. It would not verify if specific coaches overseeing AAU-registered teams had been authorized and background-checked by the AAU, as its rules require. While other youth sports organizations post public lists of coaches found to have abused children, the AAU does not.
In a statement, the AAU said it is “committed to protecting its athletes through comprehensive protection policies overseen by our Compliance Department.”
Athlete protection “is at the forefront of our safety measures such as a verified identity check and mandatory background screenings for all non-athlete AAU members, including coaches,” it said. The statement also cited “supplemental medical benefits” and “mandatory concussion protocols” as measures that it said prioritized the “physical well-being of its members.”
“These safety measures reflect our ongoing commitment to providing a safe, secure, supportive, and trusted environment where athletes can thrive,” the statement said.
The AAU also took action on one point raised by the news organizations. After ProPublica and The Post asked the AAU last year whether it actually mandated training for coaches, as its website claims, the organization quietly changed its website to say the training was “encouraged.”
For the first time, using thousands of pages of internal, legal and court records and interviews with key stakeholders, ProPublica and The Post were able to document how the AAU handled some child sex abuse claims in the years after it promised reform. Several years after allegations were made against a former AAU president, ProPublica and The Post found, its review board exonerated another top AAU executive accused of sexual abuse by a former player without interviewing a single witness or considering a past allegation from a different player, court records show. A current AAU official, Jim Fox, said he believed the AAU’s handling of the case was an attempt to “cover it up.”
The AAU has taken other steps that have had the effect of keeping sexual abuse claims out of the public eye, ProPublica and The Post found. Clauses in AAU registration forms require all claims against the AAU to be resolved through confidential arbitration hearings instead of jury trials in open court. The AAU uses those agreements to quash lawsuits over child sex abuse claims — arguing in court that children who say they were victimized by their coaches had signed away their right to sue when they registered for an AAU team, records show. That practice is extremely rare in sex abuse cases at other major youth sports organizations, according to attorneys, court records and sports groups, and was mostly banned by a Biden-era law in 2022.
ProPublica and The Post found that the AAU has attempted to force sex abuse claims into arbitration as recently as 2024, in the case of a lawsuit filed by a teenage girl in Florida who said she had been abused by her AAU volleyball coach. The case was settled out of court last year.
The AAU declined to comment on this practice or any of these cases, saying it could not comment on “legal matters.”
The AAU’s use of arbitration agreements meant that even in a high-profile case in which an AAU coach was convicted of decades of prolific abuse, the AAU itself escaped scrutiny.
The co-director of an influential basketball club in Cedar Rapids, Iowa, Greg Stephen, was accused of sexually exploiting more than 400 of his young basketball players in 2018 and sentenced to 180 years in prison on multiple charges. But arbitration clauses prevented his former players from suing the AAU, ProPublica and The Post learned, even though boys’ families initially argued that the AAU was partly responsible because it had failed to enforce its 2012 safety policies, including a ban on coaches sharing bedrooms with players.
A judge sided with the AAU and ruled that the victims could not sue the wealthier parent organization, allowing the AAU not to respond to the claims in court. The club, Barnstormers Basketball, denied the claims.
The Barnstormers’ AAU-provided insurance limited payouts for sexual abuse claims to $1 million, said Guy Cook, the families’ lawyer, the equivalent of a few thousand dollars for each young victim.
Cook said the AAU had grown “sophisticated” in its attempts to suppress child sex abuse lawsuits: “It’s not unlike what the Catholic Church has done.”
In 2018, in the wake of revelations about sexual abuse by USA Gymnastics doctor Larry Nassar and other powerful figures in Olympic sports, Congress created a new oversight system to prevent sexual abuse. The law charged the U.S. Center for SafeSport with investigating allegations of sexual abuse in sports overseen by the U.S. Olympic and Paralympic Committee — made up of national sports governing bodies like USA Gymnastics — and enforced strict new rules about safety and training.
But the AAU exists outside of that system, allowing it to benefit from a gap in the law. Because it is not a sanctioned national sports governing body, the AAU is not overseen by SafeSport and does not have to follow its rules or mandate that coaches take its trainings. ProPublica and The Post found that it does not abide by SafeSport suspensions or bans.
“It should scare parents,” said former Florida state Sen. Lauren Book, a child sex abuse survivor and prevention advocate who was a member of a task force established by AAU to reform its abuse prevention practices in 2011. Along with most other members of the task force, she said she has since lost faith in the organization.
“What AAU does is protect institution over children,” Book said. “They have never done the right thing when it comes to child protection.”

Before he was caught at the center of a scandal, Bobby Dodd saved the AAU. When the former youth basketball coach took the helm of the nonprofit in 1992, it was struggling. It had been founded in the 19th century to oversee amateur sports, but Congress had given that role to the U.S. Olympic and Paralympic Committee and its national sports governing bodies in 1978. The AAU’s relevance had been declining since.
Dodd saw youth sports for what they would soon become: a booming business. He built the AAU of the 1990s and 2000s into the juggernaut of youth basketball, the home of virtually every future NBA star; invested in a Junior Olympics brand that brought in thousands of children from across track and field; and moved the organization’s headquarters to the ESPN Wide World of Sports complex inside Disney World.
Under Dodd, there were few barriers to becoming an AAU coach: Anyone who paid a $16 membership fee could start a team, no background check required. By joining the AAU, basketball and other sports clubs got perks like cheap and easy liability insurance. More importantly, they got access to a circuit of organized tournaments, from local weekend events to major national championships.
But along with Dodd’s stewardship of AAU came criticism that the fast-growing organization was becoming a free-for-all.
After a 2004 Seattle Times investigation found dozens of people with felony convictions were coaching AAU-sanctioned teams in Washington and Idaho, including a coach who was a convicted murderer, Dodd pledged to consider background checks for AAU’s 65,000 coaches. “We are going to try to ensure more integrity in the process,” Dodd told the paper.
The AAU still had not introduced those background checks when, in 2011, ESPN reported that two men had accused Dodd of molesting them as youths in the 1980s, when he was their basketball coach. Dodd denied the allegations but stepped down as president, collecting a $1.5 million payout from the organization and putting the AAU back in an uncomfortable spotlight. He was not charged with a crime, and he could not be reached for comment.
Again, the organization promised change.
Under a new president, Louis Stout, the organization convened a task force of child safety experts. It vowed in June 2012 to implement all of the task force’s recommendations, which it called “historic child protection measures.”
The AAU rolled out mandatory background checks. It also pledged to train all adults in child sex abuse prevention and create policies that would “prevent adults from being alone with children.” Participation was a privilege, AAU vowed, not a right: “Anyone who is prohibited from participating in an organization that serves youth or who violates the AAU’s child protection policies should be barred.”
The most important change, the AAU said, would be cultural. Child safety would now be “an overarching priority.”
Within a matter of months, there were signs that little was actually changing.
That year, the AAU gave a 2012 leadership award to a man named Rick Butler, one of the country’s most prominent girls’ volleyball coaches at the time. Butler had been instrumental in building AAU volleyball into a powerhouse.
But he had also been banned by USA Volleyball from coaching girls since 1995, after the sport’s governing body concluded that he had had sexual intercourse with three teenage players years earlier, when he was in his late 20s to mid-30s. Butler’s attorney called them “legal, consensual relationships in the 1980s,” noting that there was no law or rule against coach-player relationships at the time.
Months before giving Butler the award, the AAU had promised it would bar anyone “banned by other youth-serving organizations” from coaching children.
But Butler continued coaching girls under the AAU until 2018. That year, USA Volleyball pulled its affiliation with the AAU over Butler’s membership, and the AAU subsequently banned Butler, according to a letter reviewed by ProPublica and The Post. Butler’s attorney said he has not been accused of more recent misconduct.
Stout died unexpectedly in September 2012, just a few months after he committed the AAU to the list of reforms. (After an interim period, Roger Goudy, who had run the AAU’s volleyball program for decades, was elected president in 2014.)
When the AAU published its first youth protection handbook in December 2012, there was no rule barring coaches banned by other groups. The handbook did say it was following another key reform: All AAU coaches were now taking an “educational course.”
The organization had repurposed training it had used since before the Dodd scandal — an online seminar called “Double Goal Coach” from the nonprofit Positive Coaching Alliance. The course was focused on sports psychology and coaching techniques, not sexual abuse prevention training. The AAU claimed that “all registered non-athletes” were taking the course, even though no one verified whether they did, according to officials, stakeholders and a person directly familiar with the training.
“It’s never been mandatory,” said Peg Adams, a longtime regional official at the AAU who spent more than two decades reviewing abuse claims against AAU coaches as part of its Board of Review. “It should be, but that’s something they [AAU] have to work out.”
When they were first announced, the AAU’s child safety rules, if implemented, would have put the organization at the vanguard of youth sports. But in 2018, Congress passed a landmark new sports safety law, known as the Safe Sport Act, that forced much of the rest of the sports world to make sweeping changes.
Under the new law, the U.S. Center for SafeSport was charged with investigating sexual abuse allegations in all 50 national sports governing bodies, the organizations that oversee and set rules for specific sports. SafeSport could ban or suspend accused coaches in these groups, placing their names in a searchable public database known as the SafeSport list. It required adult coaches and volunteers to take SafeSport-provided child abuse prevention training annually and follow strict new safety rules governing how they interacted with athletes.
But because the independent AAU is not a national governing body, SafeSport could not require the AAU to follow its disciplinary list, rules or training. Only a few provisions tucked at the end of the 2018 bill applied to the AAU — including a requirement that all sports groups “offer and provide consistent training … regarding prevention and reporting of child abuse.” Only Congress, not SafeSport, could enforce that provision.
The new Center for SafeSport was far from perfect. Underfunded and understaffed, the center quickly racked up a backlog of unresolved complaints and closed many others without findings or with what critics said were inadequate investigations.
SafeSport has since resolved many of those issues, improving its process to resolve cases more quickly and cut down its backlog, the organization said. In a statement, the center’s new CEO, Benita Fitzgerald Mosley, an Olympic gold medalist, said the organization “acknowledges the challenges we have met as the first national sport safeguarding organization in the world. We are on surer footing today.”
SafeSport also drove up costs for the governing bodies, who were required to help fund the center’s investigations and often pay for expensive background checks and compliance staff. That meant higher membership fees for their athletes.
The AAU was not required to pay for any of that. So while governing bodies and SafeSport inched toward reform, ProPublica and The Post found, the AAU did not.

In 2018, the year that the Safe Sport Act took effect, the AAU faced a test of its most significant promise: to remake its culture to protect children.
That January, a woman named Ashlee Orndorff claimed on social media that she had been groomed and sexually abused as a teenager by an AAU executive, its second vice president, Matt Williams, who was also a paid employee of the organization at the time.
Orndorff had been a teenage basketball phenom in the tiny unincorporated town of Hawthorne, Nevada, two hours outside of Reno. She won three state titles and was named the state Gatorade player of the year during her senior year of high school in 2000, setting records that she still holds. But for many of the years that she excelled on the court, Orndorff said, she had carried a terrible secret: Williams, her AAU club coach, had been sexually assaulting her. The abuse began when she was 15, she said, and carried well into her adulthood, resulting in the birth of a child she gave up for adoption at 19.
Williams was more than just a storied coach. He founded the Western region’s most prominent AAU basketball brand, Jam On It, which generated revenue for the AAU through the enormous tournaments it hosted every year.
After Orndorff’s allegations, the AAU pledged to investigate, saying Williams had “volunteered” to be placed on administrative leave. Orndorff’s allegations went before the AAU’s Board of Review a month later. The small group of AAU members, one elected to represent each region, had no training in law, investigation or child sexual abuse, according to Adams, the former board member.
Transcripts reviewed by ProPublica and The Post show the hearing frequently resembled a contentious criminal trial. Williams had a lawyer, but Orndorff said she had not been able to afford one at the time.
In a statement to the AAU, Williams denied sexually abusing Orndorff as a minor. But he admitted that he fathered Orndorff’s child, who was born when she was 19 and he was over 30 and just a year out of coaching her — a violation of the organization’s policy against having sexual relationships with former players, which was part of the 2012 reforms. The attorney asked Orndorff if her “anger” at Williams “is what has prompted this complaint.”
“No, sir,” she responded. “Being fingered by my coach at 15 in a gym and him making me think that that is all that I was good for, was to be his sexual satisfaction, that is where my fucking anger comes from. Next question.”
The board did not interview any witnesses or introduce records that could corroborate Orndorff’s account. Orndorff had submitted a 34-page narrative of the alleged abuse that included dates, locations and names of potential witnesses, 10 of whom later corroborated aspects of her story in depositions for a 2019 lawsuit she filed against Williams and Jam On It, according to a review of thousands of pages of court records. (Williams and Jam On It denied wrongdoing. Orndorff settled the case in 2023, and Williams died from cancer the following year. An attorney for Williams’ estate did not respond to a request for comment.)

Adams, who is a former Georgia gymnastics coach and gym owner, sat on the board during the Williams case. She said board members did not interview any witnesses because Orndorff had not provided a separate list of their names and phone numbers.
The hearing also did not consider an accusation of sexual abuse against Williams by a different player in 2005, the case records show. Rod Seaford, the board chair and the attorney running the hearing, had personally responded to the allegations in 2005, court records show. But Seaford did not mention them at the hearing, and Adams said Seaford had not told her they existed. (The girl who made the accusation declined to speak to police or the AAU at the time, records show, and that case did not proceed. Now an adult, she did not respond to an interview request from ProPublica and The Post.) Seaford declined multiple requests for comment.
By May 2018, within six months of learning of Orndorff’s allegations, the Board of Review cleared Williams of wrongdoing and reinstated him to his $84,000 position as an AAU officer. He was free to coach at Jam On It.
Internal records show that the board cited a lack of evidence and questioned Orndorff’s credibility because of an admitted history of drug use and what the board called “disturbing” discrepancies in her story. She had alternately claimed, for example, that Williams had “taken her virginity” at 15 but that they had first had sex when she was 16. In the hearing, Orndorff tried to explain that she had been referring to Williams digitally penetrating her when she was 15.
Adams spent more than two decades on the Board of Review before leaving in 2024. She was never aware, she said, of any written rules used to decide whether a coach should be allowed to return to working with children.
“I think we just decided on our feelings,” Adams said of the board’s process.
She told ProPublica and The Post that the board had not considered sanctioning Williams for having a relationship with Orndorff because there was no regulation against having relationships with former players at the time. The AAU said in 2012 it had implemented that rule.
“It certainly would be [a violation] now,” Adams said. “And after, well — it was not a very pleasant — that was one of my unhappiest decisions.”
Orndorff said she still carries with her the trauma of Williams’ abuse. She left college during her freshman year as a result of the relationship with Williams, she said, eventually turning to drinking and drugs for much of her adult life. She is now 44 and says she has been sober since 2017.
But the AAU’s handling of the case when she was finally ready to step forward has made it much more difficult for her to heal. “I tried so hard to get the truth out, and I don’t know why I couldn’t do it,” Orndorff said, her voice choked with emotion.
Jim Fox, a youth basketball executive who records indicate joined the AAU Board of Directors after the case was resolved, said he believed the “old boys’ network” of the AAU had worked to suppress Orndorff’s allegations to avoid “embarrassment.” Fox tried to convince the board again to ban Williams in 2022, internal AAU records revealed in the court case show, citing new evidence in Orndorff’s civil suit, but it refused to even consider the case.
“Anybody could look at it and see that it was true,” Fox, a former probation officer, said of Orndorff’s allegations. “People tried to cover it up.”
Goudy, the president, died in 2020. Fox told ProPublica and The Post that Williams was stripped of his membership shortly after a new president, Jo Mirza, was elected in October 2022. Mirza, who court records show also advocated to terminate Williams’ membership in 2022, did not respond to multiple requests for comment.

Something did change inside the AAU in 2021: It started making money.
Since 2015, the nonprofit had been spending more than the $20 million it took in annually, losing money each year.
But that year, the AAU’s revenue jumped to $24 million, and two years later, the number had grown to $34 million. In 2024, the most recent year the AAU’s nonprofit tax returns are public, the organization brought in nearly $44 million. It reported cash and investment reserves of around $30 million — triple what it held in 2019.
The organization’s momentum wasn’t in basketball. It was everywhere else. In boys’ volleyball, the AAU had become the dominant force, and in sports like martial arts, gymnastics and flag football, it was staking out a growing presence. The expansion meant that the AAU was increasingly competing with national sports governing bodies overseen by SafeSport.
In swimming, some large clubs joined the AAU, where they could register less serious swimmers for $20 apiece instead of the more than $70 cost of USA Swimming. In 2023, USA Swimming’s registrations fell by almost 5%.
AAU meets are “short, fast, easy and quick,” said Chris Davis, whose juggernaut Georgia swimming club, SwimAtlanta, has moved hundreds of kids to the AAU. “I could theoretically have a senior in high school run the meet. I don’t have to have an official.” Davis said he opts to use officials, and all of his coaches take SafeSport training because they are also members of USA Swimming.
The AAU’s cheaper fees weren’t the only selling point. On one swimming website’s list of reasons for clubs to switch to the “easier” AAU, the top of the list was a lack of “mandatory training hoops.”
By 2023, five years after the SafeSport Act’s passage, the AAU was publicly acknowledging that the law required all organizations to offer some form of child sex abuse prevention training, even if it isn’t created by SafeSport. Its new youth protection handbook cited the law — and said that the AAU’s mandatory course, offered through the Positive Coaching Alliance, now included “child abuse prevention training.”
Jason Sacks, the CEO of the Positive Coaching Alliance, told ProPublica and The Post in a statement that the material “was not an official training by any stretch.” It constituted “a few slides with resources.”
The links to those resources from AAU’s website are currently broken.
As an organization, Sacks said, PCA’s focus is not sexual abuse prevention but youth sports culture, with trainings that emphasize positivity and character development. He noted its courses can play a role in preventing emotional and physical abuse by discouraging coaches from mistreating athletes. But Sacks said they “are not currently built to satisfy the Safe Sport Act requirements.”
Though some 20,000 AAU coaches took the PCA course in its earliest days, Sacks’ statement said, those numbers have declined steadily in the decade since. In 2024, AAU reported more than 100,000 adult volunteers.
On Nov. 10, 2025, ProPublica and The Post reached out to the AAU with questions about whether the organization offered sexual abuse prevention training and if the PCA course was mandatory for all coaches.
Eight days later, the AAU approached PCA, Sacks said in his statement. Officials had two requests: “They wanted to incorporate more abuse prevention material in the PCA online coach course training, and make it mandatory for all coaches.”

SafeSport’s public disciplinary list quickly became a central part of the sports landscape. By 2025, there were more than 2,500 coaches on the list — some temporarily suspended during investigations and hundreds more banned permanently from any sport that fell under the U.S. Olympic and Paralympic Committee.
Though they were not required to do so by law, many independent organizations, including Pop Warner and Little League, implemented rules to keep coaches on the list out of their programs, too. In 2012, the AAU had said it would bar anyone “banned by other youth-serving organizations.” But it never adopted the rule, according to a review of its written policies.
Instead, ProPublica and The Post found, the organization has become known as a refuge for coaches who are suspended or banned by SafeSport and national governing bodies.
“The AAU has absolutely developed a reputation that they are the place to go if you are banned from our world,” said the president of one national governing body, who asked not to be named because he still works with the AAU.
The issue has been raised repeatedly to the U.S. Center for SafeSport, top governing body officials, attorneys and former SafeSport executives told The Post.
ProPublica and The Post identified eight people who coached AAU-affiliated teams within the last five years despite being banned by SafeSport or national governing bodies. The AAU’s director of compliance, Aaron Oandasan, would not verify if any of them were registered with the AAU, but ProPublica and The Post confirmed they were coaching teams registered with the organization through interviews with parents, administrators or the coaches themselves, as well as online records and social media posts.
Among them were three elite gymnastics coaches who had been suspended by either USA Gymnastics or SafeSport over emotional and physical abuse allegations in the wake of the Nassar revelations but continued working with AAU athletes. Another was a fencing club owner who started advertising his gym as affiliated with AAU while SafeSport investigated allegations of sexual misconduct against him that it eventually substantiated. And a Georgia basketball coach who was suspended for three years by SafeSport over allegations that were not publicly disclosed even took his team of boys to AAU nationals.
Last year, a regional governing body official said he reached out to the AAU to warn it about a local volleyball club owner who had told parents he planned to join the AAU to evade a SafeSport suspension for alleged sexual misconduct.
The AAU’s response to the official was curt, the official told ProPublica and The Post: “SafeSport does not apply.”
Adams, the former review board member, said that the AAU does not check the SafeSport list unless it receives a report about a coach. The AAU then conducts its own investigation, she said, because it does not trust SafeSport. That is because SafeSport is prohibited from sharing confidential details of cases, she said, but also out of concern that the center punishes coaches for frivolous reasons.
“At times, SafeSport hasn’t liked the way somebody dressed or they drank in college,” she said, without providing examples. SafeSport’s vice president, Hilary Nemchik, called Adams’ characterization “not accurate” and “concerning.”
“SafeSport’s cases are proven through evidence, and our process allows for appeals by the accused,” Nemchik said.
Adams said the AAU board does sometimes ban coaches who have been barred by SafeSport.
She recalled one case in which the board ruled that a coach banned by SafeSport should be allowed to continue working with the AAU. That coach was later seen acting inappropriately with an AAU athlete, Adams said, and the AAU banned him at that time. She declined to name the coach, and because the AAU does not make a public list of banned members, the claim is not verifiable.
One of the coaches who was still working with children under AAU following a SafeSport suspension was Elias Perez in Southern California.
Aleesa Bravata told SafeSport last year that Perez, her former volleyball coach, had groomed and inappropriately touched her while she was in high school.
But a few weeks after his name appeared on SafeSport’s disciplinary list, temporarily suspending him, Bravata saw Perez’s truck in the parking lot of the local volleyball gym. Perez was still coaching.
Bravata had met Perez when he began coaching the girls’ volleyball team at her high school in Huntington Beach, California. He was 33; she was 16, a junior. As her senior season began, she said, Perez began to isolate her from her teammates and text her with increasing frequency about things other than volleyball, including making comments about her appearance.
ProPublica and The Post reviewed interviews and records that were part of SafeSport’s investigation, including text messages between Bravata and Perez, and corroborated parts of her story with a former coach in whom Bravata confided while she was still in high school.
In September 2024, around the time Bravata turned 18, Bravata said Perez asked her for a ride home from training because his car was broken down. Parked outside Perez’s apartment, Bravata said her coach told her, “You know how I feel about you.”
She asked him what he meant. Bravata said she remembers his reply word-for-word: “I’m going to put this in a way you understand. I have a crush on you, I like you, I want to hold your hand and take you on dates.”
“I froze,” Bravata told ProPublica and The Post. “It scared me.”

Perez went inside, Bravata said, but a few days later, he asked her to come to his apartment to drop off a set of keys to the high school gym. Parked outside his apartment, Bravata recalled that she sat in the passenger seat of her truck and, with the door open, Perez came to stand close to her, his body between her legs.
Bravata told Perez that she didn’t want to have sex, she said, and Perez said he would never do anything that made her uncomfortable. Then, she said, Perez began to touch her, rubbing his fingers under her bra strap and touching the waistband of her pajama pants.
Perez tried to kiss her, Bravata said, and Bravata turned her head. He then took her wrist, she said, and pressed her hand against his clothed penis, which was erect under his loose pants. When he let go, Bravata said, her hand dropped loosely into her lap.
Bravata got out of the passenger seat to return to the driver’s side, she said, and Perez asked her, “Hey, if anyone asks, Eli accidentally touched your ass, right?”
With the volleyball season over, Bravata and Perez stopped spending time together. Later in her senior year, her confused feelings turned to something else: “It took me till the end of the school year to realize that he had been grooming me, basically brainwashing me,” she said.
Bravata confided in a former coach, SafeSport records show, who escalated the issue to school administration and the school resource officer. By then, Perez had left the high school. Bravata said Huntington Beach police told her that because it was possible the incidents had occurred when she was no longer a minor, the district attorney was unlikely to prosecute. (The police declined to release any records to ProPublica and The Post because the case is still open.)
In August 2025, when Bravata learned Perez was coaching a team of 14- to 15-year-old girls at Balboa Bay, a prestigious local volleyball club, she called SafeSport’s reporting hotline.
Within weeks, SafeSport issued a temporary suspension against Perez while it finished its investigation — a measure it typically takes only in limited cases where allegations are serious and recent.
Perez did not respond to requests for comment. But in an interview with a SafeSport investigator, a transcript of which was reviewed by ProPublica and The Post, he denied any inappropriate contact with Bravata, saying that they had rarely texted and had not been close.
Balboa Bay was a member of two organizations: USA Volleyball, which is legally bound by SafeSport, and the AAU, which is not. So while Balboa Bay eventually stopped Perez from coaching girls on its USA Volleyball teams, it allowed him to continue coaching teenage boys on its AAU-affiliated teams for several months.
The club director, Travis Turner, said he initially decided to keep Perez because AAU rules did not forbid it and the alleged misconduct had not taken place at Balboa Bay. After ProPublica and The Post reached out to him in November, Turner said, he decided to fire Perez. He said he had not initially understood the severity of SafeSport suspensions.
This April, SafeSport issued a permanent ban against Perez for sexual misconduct and an intimate relationship “involving a power imbalance,” its online database shows.
But Bravata said she fears that there is nothing to prevent Perez from finding another AAU club — and another chance to coach children.
The post A Youth Sports Giant Promised Reforms to Protect Kids From Sexual Abuse. Most Never Happened. appeared first on ProPublica.
Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10960-3
Author Correction: Cretaceous bird from Brazil informs the evolution of the avian skull and brain
Mozilla ha ufficialmente avviato il rilascio progressivo di un blocco pubblicitario integrato per Firefox su iOS. Ecco come funziona, come attivarlo e quali sono i suoi attuali limiti.
L'articolo Firefox per iOS introduce l’Ad Blocker nativo: come attivarlo su iPhone proviene da Marco's Box.
SAN VINCENZO – Ferragosto tutto da ballare a San Vincenzo con l’arrivo degli Eiffel 65. Lo storico duo che ha fatto cantare e danzare intere generazioni con le loro hit come “Blue”, sarà ospite del Tuscany on Festival il 16 agosto.
Dal 14 al 16 agosto San Vincenzo si animerà con musica, balli e fuochi d’artificio. Vediamo nel dettaglio il programma.
L’avvio è venerdì 14 agosto alle ore 21.15 all’anfiteatro del porto, con il Concerto di Ferragosto della Premiata Filarmonica ‘G.Verdi’ (ingresso libero).
Sabato 15 giorno di Ferragosto a San Vincenzo si terrà il tradizionale spettacolo di fuochi d’artificio sul mare. Lo spettacolo prenderà il via alle 23.30 (e non alle 23 come inizialmente comunicato).
Come di consueto si svolgeranno dal ‘pennello’ sud della zona porto, in prossimità dell’arenile demaniale antistante via Costa. Un appuntamento che, oltre a celebrare l’estate, per San Vincenzo rappresenta da decenni anche la ricorrenza dell’autonomia del Comune da quello di Campiglia Marittima.
Dalle 22.30 si accenderanno inoltre i riflettori in piazza Unità d’Italia per la 26esima edizione del Tuscany on Festival, curato dall’associazione New Sapiens. Evento organizzato con il patrocinio del Comune di San Vincenzo.
Una iniziativa ormai diventata punto di riferimento delle notti di Ferragosto sulla Costa degli Etruschi con party a base di musica live anni ‘80 e ‘90 e dintorni con la Tribute Band 883.
La festa del Tuscany proseguirà poi anche domenica 16 agosto, quando sul palco saranno ospiti speciali gli Eiffel 65, con oltre vent’anni di hit tutte da ballare e da cantare. In consolle dj Samuel Kimkò e dj Zullo, con le voci di Gutyerrez e Davide Pozzi.
L'articolo Ferragosto a San Vincenzo con Tuscany on Festival e gli Eiffel 65 proviene da Livorno Sera Notizie.

Nel tentativo di smantellare il monopolio delle ricerche di Google, spingendosi fino all'ipotesi di cessione forzata del browser Chrome, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti rischia di causare un danno collaterale devastante: la fine dei browser indipendenti e la totale concentrazione del Web nelle mani di pochissimi colossi tecnologici.
L'articolo L’Antitrust punisce Google, ma a rischiare la fine è Firefox proviene da Marco's Box.

Una vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress può trasformare un'operazione comune, come caricare una foto, in una porta d'accesso per i malintenzionati. Se gestisci un sito WordPress, questo è un argomento che devi assolutamente conoscere.
Di recente è emersa una falla critica che permette a un utente con privilegi di "Autore" di eseguire codice da remoto. Questo attacco, noto come Remote Code Execution, avviene tramite il caricamento di un file immagine malevolo.
Non c'è motivo di allarmarsi. Infatti capire il problema è il primo passo per risolverlo. In questa guida ti spieghiamo cos'è successo, come funziona l'attacco e, soprattutto, come puoi mettere in sicurezza il tuo sito web in pochi semplici passaggi.
Prima di entrare nei dettagli tecnici, chiariamo un concetto fondamentale: RCE, o Remote Code Execution, significa "Esecuzione di Codice da Remoto". È come dare a uno sconosciuto le chiavi del tuo server. Un attacco RCE riuscito consente a un hacker di eseguire comandi sul tuo hosting come se fossi tu.
Le conseguenze possono essere devastanti:
In breve, significa perdere il controllo completo del tuo spazio web. Per questo motivo una falla di sicurezza di questo tipo va presa molto sul serio.
Come può un semplice file PNG scatenare una vulnerabilità RCE in WordPress? Il problema non risiede nel core di WordPress, ma nell'interazione tra la piattaforma e due strumenti che gestiscono le immagini: ImageMagick (noto anche come Imagick) e Ghostscript.
Ecco la catena di eventi che un aggressore potrebbe sfruttare:
Il punto debole era proprio quel passaggio in cui un plugin di WordPress si fidava ciecamente dell'estensione, permettendo al "cavallo di Troia" di superare le prime difese. Per questo è fondamentale proteggere il tuo sito, mettendo in sicurezza i plugin.
Questa vulnerabilità non colpisce tutti i siti allo stesso modo. Il principale fattore di rischio dipende da chi ha i permessi per caricare file multimediali. L'attacco, infatti, richiede almeno un account con ruolo di Autore.
Il tuo sito è ad alto rischio se:
Al contrario, se il tuo sito è gestito solo da te e da pochi amministratori di fiducia, il rischio è basso. Tuttavia, la sicurezza non è mai troppa.
La buona notizia è che la soluzione è semplice, rapida e già disponibile. Il team di sicurezza di WordPress ha rilasciato una patch che corregge completamente questa falla. L'unica azione necessaria è aggiornare la tua installazione di WordPress alla versione più recente.
La correzione è stata implementata a partire dalla versione 7.0.4 del plugin Gutenberg e integrata nel core di WordPress. L'aggiornamento modifica il modo in cui WordPress gestisce i file. Ora, prima di passare qualsiasi file a ImageMagick, la piattaforma ne analizza il contenuto reale (la sua "firma digitale"). In questo modo si assicura che un file .png sia davvero un'immagine e non un file PostScript mascherato. Questo blocco preventivo neutralizza completamente la minaccia.
Oltre all'aggiornamento, puoi adottare alcune buone pratiche per rafforzare la sicurezza del tuo sito e prevenire problemi futuri:
La vulnerabilità RCE in WordPress ci ricorda una lezione fondamentale: anche le operazioni più comuni, come il caricamento di un'immagine, possono nascondere dei rischi.
La sicurezza informatica è un processo continuo di vigilanza e aggiornamento. Non rimandare: controlla subito la versione del tuo WordPress e, se non è l'ultima disponibile, procedi con l'aggiornamento. È un piccolo gesto che garantisce la protezione del tuo lavoro, dei tuoi dati e della fiducia dei tuoi utenti.
L'articolo Guida alla vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress proviene da sicurezza.net.




Scuola, lavoro, sapere e orientamento sindacale
Lavorando nella scuola, difficilmente si riesce a sfuggire alla netta impressione, che solo a volte riesce a farsi piena consapevolezza, del suo declino. Il senso comune tende normalmente ad attribuirlo alla perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità, dividendosi poi, abbastanza prevedibilmente, nell’individuazione dei colpevoli di questa decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.
Sarebbe forse più interessante, al posto di questa disputa da cortile, interrogarsi sul rapporto tra il declino dell’istituzione scolastica e l’affermazione di una società nella quale il principio organizzativo di ogni aspetto della vita è sempre più costituito dalla logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione.
La domanda, allora, può essere rovesciata: perché una società dovrebbe riconoscere autorevolezza a un’istituzione alla quale ha progressivamente sottratto una funzione culturale autonoma?
Ciò che il sistema produttivo richiede oggi alla scuola non è, in primo luogo, la formazione di persone dotate di un sapere ampio e articolato, ma la produzione di lavoratrici e lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente alle trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto meno incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano il senso e l’organizzazione complessiva della realtà nella quale sono chiamate a operare.
In questo quadro, un sapere solido, disciplinare o meno, rischia di apparire non soltanto inutile, ma persino dannoso. Il sapere, quando non si riduce al possesso di informazioni o di abilità immediatamente spendibili, permette infatti una maggiore comprensione dei fenomeni sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in discussione l’ordine esistente.
Non viene trasformato soltanto ciò che si insegna. Cambia contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i docenti diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti clienti di un’agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati. Entrambi perdono autonomia all’interno di una macchina fortemente tecnicizzata, nella quale acquistano centralità procedure, protocolli, certificazioni, indicatori e griglie.
È in questo contesto che andrebbe affrontata anche la questione delle competenze, diventata uno dei bersagli classici dello scontento docente.
Il paradigma delle competenze era faticosamente emerso anche dal tentativo di superare le macerie polverose della scuola liberale e gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e capace di funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L’idea che conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si conosce, mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla comprensione di situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.
Il problema, quindi, non è che le competenze abbiano sostituito le conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le competenze quanto le conoscenze sono state trasformate.
Un paradigma costruito anche nel tentativo di superare un modello scolastico classista ed escludente è stato progressivamente piegato alla costruzione di una scuola che esegue protocolli e compila griglie. La competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il sapere per comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di fornire una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro immediata spendibilità.
Per questo fare delle competenze il nemico rischia di essere una comoda scorciatoia. Significa attribuire a un paradigma pedagogico una trasformazione che ha invece radici materiali molto più profonde. E rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola precedente che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva, classista ed escludente.
La contrapposizione tra scuola delle conoscenze e scuola delle competenze finisce così per nascondere il problema invece di chiarirlo. Una conoscenza può costituire uno strumento di emancipazione, ma può anche essere il capitale culturale attraverso il quale una scuola selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può significare autonomia nell’uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire efficacemente un compito assegnato.
La questione decisiva è un’altra: quale funzione sociale attribuiamo al sapere?
Quando il sapere viene subordinato alle necessità immediate del sistema produttivo, il costrutto delle competenze perde la propria capacità di mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle conoscenze e diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è una scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo nel tentativo di superarla.
È un quadro scarsamente rimediabile dall’interno dell’istituzione scolastica. La trasformazione della figura docente in esecutore di procedure e di quella studentesca in cliente di un’agenzia formativa ha sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole in una macchina nella quale l’autonomia viene progressivamente sostituita dalla conformità alle procedure.
Per questa ragione, la domanda di una formazione più complessa e articolata non può provenire soltanto dalla scuola. Può nascere solo da una necessità sociale più complessiva.
Ed è qui che il problema diventa inevitabilmente anche sindacale.
Il problema non è soltanto difendere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. È capire da che cosa dobbiamo difenderli. Perché una stessa condizione materiale – salari bassi, perdita di autonomia, burocratizzazione crescente, svalutazione professionale – può produrre interpretazioni politiche molto diverse.
La frustrazione di chi lavora nella scuola può tradursi nella richiesta di maggiore autorità, nel rimpianto per una scuola più selettiva, nell’insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto delle competetenze, dell’inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica identificata con il declino dell’istituzione. È una reazione comprensibile di fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma trasformare questa reazione in una prospettiva sindacale significherebbe scambiare ancora una volta gli effetti per le cause.
Un sindacato può rivendicare lo status perduto di una professione oppure rivendicare potere per chi quella professione esercita. Non sono la stessa cosa.
Nel primo caso si chiederanno prestigio, autorità, riconoscimento sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo salario e riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla riduzione della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla possibilità di decidere collettivamente sull’organizzazione della scuola e al rifiuto della sua riduzione ad agenzia di addestramento alle necessità del mercato.
Come mi è già capitato di scrivere, la figura docente non può pensare alla trasformazione del proprio ruolo e, più prosaicamente, all’aumento del proprio reddito in forma corporativa, estraniandosi dalla società nella quale svolge il proprio lavoro.
La condizione materiale del lavoro docente non è infatti separabile dal valore che una società attribuisce alla formazione e, ancora più a monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema produttivo richiede.
Un sistema economico che fa largo affidamento su lavoro povero, flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha poco interesse a garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca automaticamente bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma perché un’organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale di lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità, disponibilità e competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno bisogno di autonomia culturale e della capacità di interrogare criticamente l’organizzazione nella quale si è inseriti.
Il rapporto causale, allora, va forse letto anche nella direzione opposta a quella abituale. Non è soltanto la svalutazione della scuola a produrre la svalutazione del lavoro docente. È la svalutazione generale del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro e, di conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.
I dati aiutano a dare una misura materiale del fenomeno. Secondo l’OCSE, nei paesi che ne fanno parte gli stipendi effettivi degli insegnanti della scuola primaria e secondaria si collocano mediamente tra l’83 e il 91 per cento dei redditi dei lavoratori con un analogo livello di istruzione. In Italia il divario è assai più marcato: nella scuola secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i 54 anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre dal 2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono cresciuti in termini reali mediamente del 14,6 per cento nell’area OCSE, in Italia sono diminuiti del 4,4 per cento.*
A quel punto non dovrebbe stupire che la scelta di lavorare nella scuola venga sostenuta soprattutto dalla passione per il lavoro educativo o, più prosaicamente, dalla mancanza di alternative migliori.
Ma proprio qui la questione smette di essere soltanto salariale e, soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.
Se si vuole restituire valore economico e sociale al lavoro di chi insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il valore sociale di ciò che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è decidere se la scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo nel quale vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente sulla realtà.
Per un sindacato di base questo significa, credo, assumere fino in fondo una scelta: essere il sindacato di una professione che rivendica il proprio status oppure essere un sindacato del lavoro che agisce nella scuola.
La battaglia per il salario e per le condizioni di lavoro nella scuola non può quindi essere separata dalla battaglia per salari più alti, maggiore autonomia e maggiore capacità contrattuale dell’insieme del lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere con la nostalgia per una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo le appartenenze sociali.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire quando parliamo del declino della scuola. Non chiedendoci semplicemente come restituire autorità agli insegnanti o come restaurare la scuola di un tempo. La domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno di una scuola autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di produrre non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado di comprendere criticamente l’ordine esistente e, quando necessario, di immaginarne uno diverso.
* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori con istruzione terziaria.
Stefano Capello
L'articolo La scuola si svaluta perché è stato svalutato il lavoro proviene da .
Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
Terre di mezzo editore Da diversi anni ormai, grazie a mio figlio Ernesto e ai consigli di una bravissima libraia, sono un lettore abituale di questa splendida casa editrice. Gli albi illustrati sono dei veri capolavori e talvolta mi chiedo se la loro lettura non sia più utile agli adulti di quanto lo sia ai bambini. I quali, in questo mondo dallo sguardo annebbiato e dal fiato corto, possono portarci ad alzare la testa fra le nuvole. Per tornare a respirare. Su questo blog, la bravissima Cristina Desideri ha già recensito “Cosa fanno i sentimenti di notte?” e “Tempesta”. Personalmente
L'articolo Con una pistola alla tempia. Storia vera di Aladin Hussain Al Baraduni sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

© Joe Giddens/Press Association, via Associated Press

Un violento nubifragio, con forte vento e anche grandine, si è abbattuto nella provincia di Firenze a metà pomeriggio, in particolare nell’Empolese Valdelsa. I vigili del fuoco sono intervenuti a Empoli, Montelupo Fiorentino, Capraia e Limite, Vinci, Montaione e Signa per alberi e rami pericolanti o caduti, distacchi di intonaco e cornicioni, infiltrazioni e allagamenti. A Montelupo Fiorentino una grossa pianta è caduta su un’abitazione, danneggiando anche un’auto. Una persona è stata soccorsa dal 118, ma non ha riportato ferite gravi. Nel comune ci sono state raffiche di vento a più di 80 km/h e si segnalano quattro alberi caduti nelle zone del Turbone, Camaioni, Le Rotonde e Bobolino.
Alberi caduti anche nella frazione di Pozzale a Empoli, sulla SP46 a Montaione, nella frazione di Sovigliana a Vinci e a pochi passi dal centro storico di Cerreto Guidi.


© Amir Hamja/The New York Times


“La rivoluzione è un senso del momento storico; è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato; è piena uguaglianza e libertà; è essere trattati e trattare gli altri come esseri umani; è emancipare noi stessi e con i nostri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti all’interno e all’esterno della sfera sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualsiasi sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; La rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo, che è alla base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.”
#FidelCastro #Fidel100 #CentenarioFidel #CentenarioDeFidel #FidelPorSiempre #Cuba #RevolucionCubana #HastaLaVictoriaSiempre #Rivoluzione
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L'articolo 100 anni dalla nascita di Fidel Castro: rivoluzione, socialismo e internazionalismo proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
Citroën 2CV e Renault 4 sono molto più di due semplici utilitarie. Progettate per motorizzare la Francia del dopoguerra, hanno interpretato lo stesso obiettivo seguendo strade diverse: essenzialità assoluta e ingegno tecnico per la prima, praticità e versatilità per la seconda. Ancora oggi sono tra le auto d'epoca più amate e ricercate, protagoniste di un confronto che mette a paragone due modi differenti, ma ugualmente geniali, di intendere l'automobile popolare.
Piano piano arriva dappertutto
La “Dedeuche” del Double Chevron fa capolino molto prima: pronta nel 1939, gli eventi imposero di riporla in fabbrica per rispolverarla nel 1945, modificandone alcuni parametri per estremizzarne ulteriormente la semplicità. Raffreddamento ad aria per eliminare un intero circuito, sospensioni interconnesse (da qui il celebre comportamento su strada, gommoso, ondeggiante, ma sempre affidabile), portiere che si smontano con una mano e sedili a panca di tela, amovibili in caso di carichi voluminosi. Le origini contadine del direttore Pierre-Jules Boulanger trapelano dal suo cahier des charges imposto a Flaminio Bertoni, e proprio all’impoverita Francia rurale la 2 CV è indirizzata. Rustica, eccentrica, ma irresistibile: una poesia minimalista per la quale si crea una lista d’attesa lunga anni, per tutti coloro che non fossero dottori, veterinari, agricoltori o professionisti. Dal 1948 al 1955 monta un ansimante “flat twin” di 375 cm3 per 9 CV, che poi diventerà di 425 cm3. Lenta, lentissima, ma le marce ben rapportate le consentivano di andare dappertutto. Un less is more in stile Mies van der Rohe su quattro ruote.
Pragmatismo e buonsenso
Marie Chantal, il nome in codice della Renault 4, rispose 13 anni dopo la 2 CV, a seguito di uno studio richiesto dal direttore Pierre Dreyfus nel 1956. Era l’interpretazione della Renault dello stesso concetto - dopo aver preso nota di quelli che alcuni proprietari ritenevano essere i difetti della Citroën -, che sostituiva di fatto sia la 4 CV sia la furgonetta Dauphinoise. I limiti della dondolante avversaria andavano superati: il mercato rurale volgeva al tramonto e, con il miglioramento della rete viaria, la Citroën si rivelava inadatta alle nuove autostrade, così come troppo complesse erano ormai le sospensioni, non più così cruciali. La linea ponton della R4 garantiva più spazio a parità d’ingombri, il moderno portellone fu poi il coup de théâtre. Sebbene la Renault non fosse certa del successo, al punto da tutelarsi con un progetto di sostituzione anticipata in caso di necessità (sarà la futura Renault 6), la R4 diventò presto una bestseller, scalzando la 2 CV che aveva già raggiunto il suo apice. Prezzo concorrenziale, garantito dalla potenza della rete di vendita della Régie, finiture migliori e collaudati motori a 4 cilindri, prima di 747 cm3, poi 845, 782 per alcuni mercati, 1.108 e infine 956. Da quel momento, fu la Citroën a inseguire, aumentando cilindrata e dotazioni della “Deuche” e aggiungendo Ami e Dyane, un po’ più urbane, esattamente come la R4.
Troppo amate per poterle giudicare
Tifoserie numerose, affezionate ed eterogenee. Per non irritare nessuno, rimane solo l’oggettività più fredda: la Renault è più comoda e migliore su strada, per prestazioni e rumorosità, pertanto rimane la più sfruttabile e pratica; la Citroën, però, è la più romantica, esteticamente inconfondibile quanto lo è alla guida, e può diventare quasi una cabriolet. Ad accomunarle davvero fu purtroppo la loro fine: ghigliottinate solo dalle nuove normative su inquinamento e sicurezza degli anni 90, giacché nessuna concorrente comparabile fu mai in grado di spodestarle. Forse, giusto l’altrettanto rivoluzionaria Fiat Panda terrà testa...























© Reuters

© Joe Giddens/Press Association, via Associated Press

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Tokyo, Taipei e Seul importano forza lavoro senza voler essere terra d’immigrazione. E il clima politico, soprattutto nel caso del Giappone, peggiora
L'articolo Asia orientale: stranieri sempre più necessari, ma indesiderati proviene da China Files.

Intel’s open-source Linux graphics stack has taken another step forward with hardware-accelerated AV1 encoding through Vulkan Video. New code merged for Mesa’s ANV Vulkan driver enables the VK_KHR_video_encode_av1 extension on Intel’s DG2/Alchemist graphics hardware, including Arc A-Series GPUs.
The development expands Intel’s Vulkan Video capabilities on Linux and gives applications another standardized way to access the dedicated video encoding hardware found in modern Intel GPUs.
The key change is support for the Vulkan extension VK_KHR_video_encode_av1 in Mesa’s open-source Intel ANV driver.
The extension was finalized by the Khronos Group in 2024 and provides a standardized Vulkan interface for hardware-accelerated AV1 encoding. It complements Vulkan Video’s existing AV1 decoding support and means Vulkan can provide both encoding and decoding interfaces for AV1, H.264, and H.265.
Intel had previously stated that its Arc graphics products would support Vulkan Video AV1 encoding through a future software update.
The newly enabled Linux support specifically targets DG2, better known commercially as Intel’s Arc Alchemist GPU generation.
These GPUs already contain dedicated hardware capable of AV1 encoding, so the Mesa update does not add AV1 capability through software. Instead, it provides Vulkan applications with another way to access the GPU’s existing hardware video engine.
That distinction is important because hardware encoding can deliver much better performance and efficiency than encoding AV1 entirely on the CPU.
AV1 has become increasingly important for streaming, screen recording, video conferencing, and online video distribution.
The codec can provide high image quality at relatively low bitrates, making it attractive for applications where bandwidth and storage efficiency matter. It is also royalty-free, which has helped encourage adoption throughout the open-source ecosystem.
Hardware AV1 encoding can be particularly useful for:
Game streaming
Desktop recording
Live broadcasting
Video conferencing
Video transcoding
Content creation
For Linux users with supported Intel Arc hardware, Vulkan Video now has the potential to provide a common API for these workloads.
The AV1 work follows recent improvements to Intel’s Vulkan Video encoding support for other codecs.



© SSPL/Getty Images


L’idea che un clima più caldo possa renderci più violenti non è nuova. Il legame tra mercurio e omicidio è familiare della narrativa pulp e dei classici. “Con queste giornate calde il sangue pazzo ribolle”, dice Benvolio prima del duello tra Capuleti e Montecchi per le strade della soffocante Verona di Shakespeare.
Gli studiosi litigano sull’argomento dal 19° secolo, ma l’accelerazione del cambiamento climatico promette di accendere il dibattito. Se crediamo, come disse il filosofo francese Montesquieu, che il calore eccessivo toglie vigore al corpo e offusca la mente, un numero crescente di sociologi, psicologi e criminologi avverte che il clima estremo è miccia per crimini violenti e comportamenti delinquenti.
L’ex governatore delle carceri scozzesi David Wilson una volta ha fatto pressioni per far installare l’aria condizionata in alcune delle prigioni più violente del paese scommettendo che le temperature più fredde portassero a raffreddare gli animi. Wilson, un criminologo, ha osservato che agosto è il mese più violento, citando studi che indicano un aumento del 10% degli omicidi nei morti dell’estate scozzese.
Oggi esiste una ricerca considerevole che indica che alcuni shock e stress legati al clima possono innescare crimini sia violenti che non violenti. Le prove disponibili suggeriscono che il l’aumento della temperatura e l’intensificarsi dell’inquinamento possono provocare un aumento sostanziale della criminalità, a partire dalle aree più densamente abitate e vulnerabili.
Con oltre due terzi della popolazione mondiale che si prevede vivrà nelle città entro il 2030, la connessione clima-crimine non può essere ignorata. Le emissioni di gas serra e il riscaldamento stanno già intensificando le isole di calore, contribuendo alla scarsità d’acqua, all’innalzamento del livello del mare, all’aumento dei rischi legati alle inondazioni e al peggioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle grandi città in rapida crescita in Asia, Africa e nelle Americhe. La posta in gioco è più alta nei quartieri e nelle famiglie più vulnerabili, già gravati da profonde disuguaglianze e svantaggi.
Fino a poco tempo, la maggior parte delle città degli Stati Uniti celebrava uno storico declino di tre decenni negli omicidi. Poi le estati hanno iniziato a scaldarsi, così come il tasso di violenza criminale. Circa il doppio delle persone sono state uccise nelle città del nord come Chicago, Milwaukee e Detroit durante i periodi più caldi rispetto ai mesi più freddi, come riportato sul New York Times, nel 2018. (Il crimine violento è aumentato anche durante l’estate nelle città del sud, anche se in modo meno drammatico.)
La pericolosa relazione tra il riscaldamento e la criminalità non è stata solo evidente negli Stati Uniti. In uno studio globale su 57 città tra il 1995 e il 2012, Dennis Mares e Kenneth Moffett hanno associato un aumento di un grado Celsius delle temperature globali con un aumento del 6% della prevalenza della violenza omicida.
Parte della spiegazione è intuitiva. L’aumento delle temperature generalmente manda più persone nelle strade. Certo, non è esattamente il passaggio diretto da un’ondata di caldo a un’ondata di crimine. Le giornate molto calde, ad esempio, potrebbero avere l’effetto opposto: tenere le persone in casa o nello stupore della stanchezza di Montesquieu.
Teorie più recenti sulle relazioni tra clima e criminalità provengono dalle scienze comportamentali e dalla neurologia. Attingendo alla ricerca sperimentale, l’affermazione centrale è che anche sottili alterazioni del tempo o esposizione a sostanze inquinanti possono influenzare il giudizio e il controllo individuali. Quando le persone sono esposte a cambiamenti nel loro ambiente – diciamo, aumento del calore o esposizione a specifici inquinanti – il loro comportamento può cambiare, spesso in peggio.
Nonostante tutte le perturbazioni, tuttavia, le autorità sono state lente nel rispondere alla sfida del crimine climatico. Potremmo non avere più quel lusso. Poiché il clima estremo diventa la nuova normalità, i responsabili delle città dovrebbero mappare le zone più vulnerabili e prestare maggiore attenzione alle comunità più povere, minoritarie ed emarginate che stanno affrontando i rischi e le conseguenze più gravi.
Sanzioni più severe, possono esacerbare disuguaglianze ed insicurezze e scatenare risposte repressive con conseguenze dannose per i gruppi più poveri ed emarginati.
Ci sono molteplici vantaggi negli investimenti basati sulla natura per una vita urbana più sostenibile. La riduzione delle isole di calore, l’innalzamento dei tetti verdi, l’espansione dei parchi e della copertura arborea, mentre il ridimensionamento della pavimentazione e del cemento sono tutte iniziative che possono portare dividendi nella riduzione della criminalità abbassando le temperature e abbattendo le emissioni dei numerosi gas (CO2, NO2 e PM2,5) del cielo sporco della città.
Allo stesso modo, ridurre l’inquinamento atmosferico è particolarmente efficace in termini di costi non solo per migliorare la salute della popolazione, ma anche per prevenire la criminalità. Anche l’inasprimento delle politiche ambientali possono rendere le nostre città più pulite e più sicure.
Le città più grandi e il clima molto più caldo fanno parte di un mondo che cambia, ma anche un invito all’azione. Lavorando ora per mitigare gli effetti peggiori delle condizioni meteorologiche estreme e rimediando alle ingiustizie ambientali nelle nostre città, le amministrazioni possono aiutare non solo a evitare che una crisi climatica diventi un’emergenza, ma anche a risparmiare vite e mezzi di sussistenza.
Mac Margolis è un consulente dell’Istituto Igarape e un corrispondente e scrittore di lunga data con sede a Rio de Janeiro. Robert Muggah è co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group.
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Circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato ogni anno.
Una montagna di alimenti che richiede acqua, energia e terreni per essere prodotta e finisce spesso sepolta nelle discariche. Negli Stati Uniti questa sorte riguarda il 40% degli sprechi alimentari, con un impatto stimato in 30 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Per fare un esempio, sono più delle emissioni prodotte dall’intera Cuba nel 2024, pari a 24,4 milioni di tonnellate.
Recuperare quel cibo e trasformarlo in compost sembrerebbe la soluzione più logica. Ora, un nuovo studio dell’Università del Vermont, pubblicato su Nature Food, ha però scoperto un effetto rimasto finora ai margini delle politiche ambientali, insieme agli scarti organici recuperiamo anche la plastica delle confezioni. I ricercatori hanno confrontato diversi sistemi di gestione dei rifiuti alimentari misurandone l’impatto sul clima, sulle acque e sui terreni. Deviare gli scarti dalle discariche e destinarli al compostaggio o alla digestione anaerobica permetterebbe di ridurre l’impatto climatico tra l’89% e il 99%. Diminuirebbe anche l’eutrofizzazione, il fenomeno provocato dall’accumulo di nutrienti nei corsi d’acqua e dalla conseguente proliferazione delle alghe.
Una grande quantità di cibo viene buttata ancora confezionata, alcuni impianti utilizzano macchine chiamate “disimballatrici”, che separano gli alimenti dagli involucri, gli scarti organici vengono trasformati in compost o biogas, mentre le confezioni finiscono in discarica. La separazione, però, lascia passare piccoli frammenti. Secondo lo studio, anche con macchinari efficienti al 99%, il recupero degli scarti alimentari potrebbe aumentare di dieci volte la presenza di microplastiche nel suolo. Nei terreni agricoli statunitensi potrebbero così essere disperse fino a 20.000 tonnellate di plastica all’anno.
“Ogni volta che si recuperano i rifiuti alimentari, esiste un rischio di inquinamento da microplastiche”, spiega Kate Porterfield, principale autrice dello studio. “Le persone possono sbagliare, le macchine possono sbagliare e oggi quasi tutto il nostro cibo è confezionato nella plastica”.
Finora nessuna ricerca aveva calcolato su scala nazionale l’“impronta di inquinamento da plastica” prodotta dai diversi sistemi di gestione degli scarti alimentari. Le politiche si sono concentrate soprattutto sulle emissioni evitate, lasciando in secondo piano ciò che rimane nel compost e viene successivamente sparso nei campi.
Lo stato del Vermont rappresenta uno dei casi più avanzati. Dal 2020 una legge impone alle famiglie e alle attività di separare gli scarti alimentari, che sono stati esclusi dai cassonetti destinati alla discarica. Secondo gli autori dello studio, estendere misure simili richiede che il problema della plastica venga affrontato fin dalla progettazione dei sistemi di raccolta e trattamento. La questione resta complessa, gli imballaggi possono prolungare la durata dei prodotti freschi e ridurne il deterioramento, soprattutto nelle piccole aziende agricole. “È proprio qui che nasce la tensione”, osserva Phil Holtam, cofondatore dell’impresa sociale Sussex Surplus. “Vogliamo ridurre lo spreco alimentare, ma vogliamo anche evitare l’uso superfluo della plastica”.
Una parte dello spreco nasce ancora prima del supermercato. Frutta e verdura deformi, irregolari o semplicemente lontane dall’estetica richiesta vengono escluse dagli scaffali. Lo chef e attivista Max La Manna riassume al The Guardian il meccanismo con una frase: “Stiamo permettendo che la perfezione diventi nemica del bene”.
Nelle scuole e nelle grandi istituzioni, inoltre, le regole sulla sicurezza alimentare favoriscono spesso l’impiego di prodotti confezionati singolarmente. Una precauzione comprensibile che moltiplica gli involucri e rende più difficile ottenere un compost pulito. Porterfield propone sistemi di raccolta semplici, capaci di rendere la separazione dei materiali quasi automatica. Serve anche superare il cosiddetto “riciclo per speranza”, l’abitudine di inserire nella raccolta differenziata oggetti dubbi confidando che qualche impianto riesca comunque a recuperarli.
Il compost dovrebbe restituire fertilità alla terra, se insieme alla materia organica spargiamo 20.000 tonnellate di microplastiche, abbiamo soltanto trasferito il problema dal cassonetto ai nostri campi.
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